Cosa c’è in gioco nelle elezioni degli Stati Uniti?

Oriental Review 8 novembre 2016constitutionorleostrauss32813_0L’esito delle elezioni presidenziali del 2016 dimostrerà che il sistema politico degli USA, come lo conosciamo, cesserà di esistere. Trump non è una di quelle pedine repubblicane che, assieme ai burattini democratici, negli ultimi 40 anni hanno retto la facciata della democrazia statunitense. Sembra proprio sia pronto ad attuare la minaccia di prima della Convention nazionale repubblicana, inviare milioni di sostenitori per le strade. Oggi Trump rappresenta un completamente nuovo partito, costituito da metà dell’elettorato statunitense, pronto all’azione. E qualunque sia l’eventuale struttura politica del nuovo modello, plasma la realtà attuale degli Stati Uniti. Inoltre, non sembra una situazione isolata. Piuttosto sembra l’ultimo capitolo di una vecchia storia, dove trame contorte infine prendono forma e trovano una risoluzione. Le circostanze sempre più ricordano il 1860, quando l’elezione di Lincoln fece infuriare il Sud avviando l’agitazione per la secessione. Trump è oggi il simbolo della vera tradizione statunitense che nella guerra civile (1860-1865), per la prima volta si gettò a capofitto nel liberalismo rivoluzionario. Fino alla prima guerra mondiale, il tradizionale conservatorismo statunitense indossò la maschera dell'”isolazionismo”. Prima della Seconda Guerra Mondiale era noto come “non-interventismo”. In seguito, tale movimento tentò di utilizzare il senatore Joseph McCarthy per combattere la morsa sinistra-liberali. E negli anni ’60 divenne l’obiettivo principale della “rivoluzione contro-culturale”. Il suo ultimo bastione fu Richard Nixon, la cui caduta fu conseguenza dell’attacco senza precedenti della stampa liberale di sinistra nel 1974. E questo è forse l’esempio con cui confrontare Trump e la sua lotta attuale. Tra l’altro, i reati di Hillary Clinton, che non ha protetto i segreti di Stato ed è stata più volte colta a mentire sotto giuramento, superano il Watergate che portò alle dimissioni forzate di Nixon con la minaccia dell’impeachment. Ma i media liberal statunitensi sono silenziosi, come se nulla fosse accaduto. Da tutte le indicazioni, è chiaro che si è in un momento davvero epocale. Ma prima di passare al futuro che ci attende, diamo un rapido sguardo alla storia del conflitto tra liberalismo rivoluzionario e conservatorismo tradizionale bianco negli Stati Uniti.
shachtman Subito dopo la Seconda guerra mondiale, un attacco su due fronti fu lanciato dal partito dell'”espansionismo” (lo chiameremo così). L’Unione Sovietica e il comunismo furono designati nemici numero uno. Nemico numero due (con meno clamore) fu il conservatorismo tradizionale statunitense. La guerra contro l'”americanismo” tradizionale fu condotta contemporaneamente da diverse frange intellettuali. La vita culturale e intellettuale del Paese era sotto il controllo assoluto del gruppo noto come “intellettuali di New York”. La critica letteraria, così come tutti gli altri aspetti della vita letteraria del Paese, era nelle mani di tale gruppetto di curatori letterari emersi dall’ambiente della rivista trotskista-comunista Partisan Review (PR). Nessuno poteva diventare uno scrittore professionista negli USA degli anni ’50 e ’60, senza essere accuratamente filtrato da tale setta. I principi fondamentali della filosofia politica e della sociologia statunitensi furono decisi dalla Scuola di Francoforte, nata tra le due guerre nella Germania di Weimar e che si recò negli Stati Uniti dopo che i nazisti presero il potere. Qui, passò dal comunismo al liberalismo, avviando la progettazione della “teoria del totalitarismo”, unita al concetto di “personalità autoritaria”, entrambi ostili alla “democrazia”. Gli “intellettuali di New York” e i rappresentanti della Scuola di Francoforte divennero amici, e Hannah Arendt, per esempio, fu un’autorevole rappresentante di entrambe le sette. Qui nacquero i futuri neocon (Norman Podhoretz, Eliot A. Cohen e Irving Kristol) acquisendovi esperienza. L’ex-capo della Quarta internazionale trotskista e padrino dei neocon, Max Shachtman, ha un posto d’onore nella “famiglia degli intellettuali”. La scuola antropologica di Franz Boas e il freudismo dominavano il mondo della psicologia e della sociologia al momento. L’approccio di Boas alla psicologia sosteneva che le differenze genetiche, nazionali, razziali e tra gli individui non hanno alcuna importanza (quindi concetti come “cultura nazionale” e “comunità nazionale” sono privi di significato). La psicoanalisi divenne di moda, tendendo principalmente a soppiantare le istituzioni ecclesiastiche tradizionali e a diventare una sorta di quasi-religione della classe media. Il denominatore comune che lega tali movimenti era l’antifascismo. Ma qui qualcosa sembrava puzzare? Il problema era che i valori tradizionali di nazione, Stato e famiglia erano tutti classificati “fascisti”. Da tale punto di vista, ogni cristiano bianco consapevole della propria identità culturale e nazionale è potenzialmente un “fascista”. Kevin MacDonald, professore di psicologia presso la California State University, analizzò in dettaglio il sequestro del quadro culturale, politico e mentale degli Stati Uniti per mano delle “sette liberali”, nel brillante libro “La cultura della Critica”, scrivendo: “Gli intellettuali di New York, per esempio, hanno sviluppato legami con le università d’élite, in particolare Harvard, Columbia, Chicago e Berkeley, mentre psicoanalisi e antropologia si radicarono nel mondo accademico. L’élite intellettuale e morale creata da tali movimenti dominò il discorso intellettuale nel periodo critico del secondo dopoguerra, portando alla rivoluzione controculturale degli anni ’60”. Fu tale ambiente intellettuale che generò la rivoluzione controculturale degli anni ’60. Cavalcando l’onda di tali sentimenti, la nuova legge sull’immigrazione e la nazionalità venne approvata nel 1965, incoraggiando tali fenomeni e favorendo l’integrazione degli immigrati nella società degli Stati Uniti. Gli architetti delle legge volevano utilizzare il melting pot per “diluire” i discendenti “potenzialmente fascisti” degli immigrati europei, facendo uso di nuovi elementi etno-culturali. La rivoluzione degli anni ’60 aprì la porta alla dirigenza politica statunitense ai rappresentanti di entrambe le ali del “partito” espansionista: neo-liberali e neo-conservatori. Assediato dalla stampa liberale di sinistra nel 1974, Richard Nixon si dimise per la minaccia d’impeachment. Nello stesso anno, il Congresso degli Stati Uniti approvò l’emendamento Jackson-Vanik (redatto da Richard Perle), simbolo della “nuova agenda politica” del Paese, la guerra economica contro l’Unione Sovietica con sanzioni e boicottaggi. Nello stesso tempo la “generazione hippie” aderì ai democratici dietro la campagna del senatore George McGovern. Fu allora che il volto sorridente di Bill Clinton apparve sull’orizzonte politico degli Stati Uniti. E i futuri neo-conservatori (allora discepoli del falco democratico Henry “Scoop” Jackson) iniziarono lentamente a volgersi verso i repubblicani.
friedman2 Nel 1976, Rumsfeld e colleghi neoconservatori resuscitarono la commissione sul pericolo presente, un club inter-partito per falchi politici il cui obiettivo era la guerra totale propagandistica contro l’URSS. Gli ex-trotzkisti e seguaci di Max Shachtman (Kristol, Podhoretz e Jeane Kirkpatrick) e i consiglieri del senatore Henry Jackson (Paul Wolfowitz, Perle, Elliott Abrams, Charles Horner e Douglas Feith) si unirono a Donald Rumsfeld, Dick Cheney e altri politici “cristiani” con l’intenzione di lanciare una “campagna per cambiare il mondo”. Così nacque “l’ideologia nonpartisan” dei neocon, generando il “governo inalterabile degli Stati Uniti”. La politica statunitense acquisì la forma attuale con Reagan. In economia lo si vide nel neoliberismo (la politica guidata dagli interessi del grande capitale finanziario) e in politica estera, la strategia nella tradizione di Nixon-Kissinger (“guerra santa contro le forze del male”, che vedeva Unione Sovietica e Cina normali Paesi con cui è essenziale trovare un terreno comune) fu interamente abbandonata. Il crollo dell’URSS fu il segnale dell’inizio della fase finale della “rivoluzione neocon”. A quel punto il loro protetto, Francis Fukuyama, annunciò la “fine della storia”. Col passare degli anni, l’influenza dei neo-conservatori (in politica) e dei neoliberisti (in economia) si ampliò. Attraverso ogni sorta di comitati, fondazioni, “gruppi di riflessione”, ecc, i seguaci di Milton Friedman e Leo Strauss (dei dipartimenti di economia e scienze politiche presso l’Università di Chicago) penetrò sempre più profondamente nella macchina del potere di Washington. L’apoteosi di tale espansione fu la presidenza di George W. Bush, durante cui i neocon, dopo aver sequestrato i principali strumenti di potere alla Casa Bianca, fecero precipitare il Paese nella follia della guerra in Medio Oriente. Alla fine della presidenza Bush, tale cricca era oggetto dell’odio universale negli Stati Uniti. Ecco perché l’ibrida innocua figura del democratico Barack Obama poté finire alla Casa Bianca per otto anni. I neocon furono dimessi dalle loro tribune al centro del potere e tornarono ai loro “comitati influenti”. E’ probabile che l’elezione abbia per scopo il ritorno trionfale del paradigma neo-conservatore e neoliberista con “una nuova confezione”. Per vari motivi fu deciso di assegnare tale ruolo a Hillary Clinton. Ma sembra che nel momento più critico la fragile confezione si sia lacerata… Cos’è successo? Perché il ritorno trionfale al potere di tale cricca sfocia in un enorme scandalo, questa volta? Probabilmente perché viviamo nell’epoca in cui ciò che era misterioso è improvvisamente diventato chiaro. Probabilmente perché la “maggioranza silenziosa” di Trump improvvisamente ha visto qualcuno che attendeva da molto tempo, un uomo pronto a difenderne gli interessi. Forse anche perché la classe media soffoca per la crescente esasperazione verso la “casta delle élite” che occupa il Paese natio. E, infine, è chiaro ai patrioti statunitensi più sobri delle forze dell’ordine che il ritorno al potere dei responsabili dell’attuale caos globale sarà una grave minaccia per Stati Uniti e resto del mondo. Perché, alla fine, tutti hanno dei figli e nessuno vuole una nuova guerra mondiale. Come sarà la nuova rivolta conservatrice contro l’estremismo delle élite? Trump riuscirà a “prosciugare la palude di Washington, DC” come ha promesso, o sarà la prossima vittima del sistema? Molto presto potremo avere una risposta a queste domande.30463761622_7911937ac9_bTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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