I disaccordi tra Egitto ed Arabia Saudita riflettono i problemi mediorientali

Pogos Anastasov New Eastern Outlook 21/11/2016

egypt_political_mapL’11 novembre, il Ministro delle Finanze egiziano Amir al-Garhy riferiva che la Repubblica araba d’Egitto (RAE) avrà un prestito da 12 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale. L’Egitto, che affronta una grave crisi economica, ne ha un disperato bisogno. Il 40% degli oltre 80 milioni di cittadini del Paese è sulla soglia della povertà, mentre il 51,2% dei giovani è disoccupato. Nel novembre 2016, questa spiacevole situazione s’è ulteriormente deteriorata. A causa dei problemi finanziari, deficit di bilancio e condizioni dure stabilite dal FMI per la concessione dei prestiti, il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi ha dovuto liberalizzare la lira egiziana (il tasso di cambio è sceso a 18 lire per dollaro dalle 12 lire precedenti) e aumentare bruscamente i prezzi di benzina, gasolio e olio combustibile. E’ un passo piuttosto rischioso alla vigilia dell’inverno, soprattutto quando il Paese importa molta energia e prodotti alimentari. Questa misura disperata è dovuta a diverse circostanze. Cominciamo con il fatto che la situazione economica è peggiorata per via del terrorismo scatenato dai Fratelli Musulmani dopo il rovesciamento del loro capo M. Mursi, nell’estate 2013, che ha portato a una forte riduzione dei ricavi del turismo e al deflusso degli investimenti, le più importanti fonti della ricchezza del Paese. Ma questa non è l’unica ragione. Il grave deterioramento della situazione è stata in parte causata dalla sospensione dell’invio delle 700 mila tonnellate di gasolio, benzina e olio combustibile dall’Arabia Saudita a condizioni preferenziali (un prestito al 2% annuo, con 3 anni di sospensione) a fine settembre. Come è ben noto, questi accordi, così come la promessa dell’Arabia Saudita di aiutare l’Egitto con 24 miliardi di dollari, sostenendo la lira egiziana, furono raggiunti durante la visita di re Salman a Cairo ad aprile. All’epoca, la visita fu definita storica. Riyadh, che è anche in difficoltà economiche per il calo di quasi tre volte del prezzo del petrolio dalla fine del 2014, ha accettato queste spese per una serie di motivi. La ragione principale è che la monarchia saudita considera l’Egitto strumento principale per contrastare influenza iraniana in tutte le forme. Il rovesciamento del regime dei Fratelli musulmani fu sostenuto da Riyadh per il timore che Mursi sviluppasse rapporti con Teheran, considerato principale nemico geopolitico, economico, ideologico e militare di Riyadh. Con il versamento dell’enorme somma a Cairo, la monarchia saudita voleva certe garanzie in cambio. Prima di tutto, le isole Tiran e Sanafir, dalla posizione strategica nel Mar Rosso nei pressi del Golfo di Aqaba. Controllarle significa che controllare le navi che entrano ed escono dai porti di Israele e Giordania, così come il traffico di petroliere (anche iraniane) attraverso il canale di Suez. Un altro importante obiettivo era incoraggiare l’Egitto a sostenere l’Arabia Saudita nello Yemen, dove Riyadh attua una dura campagna militare, senza possibilità di vittoria, dal marzo 2015. Le forze aeree egiziane infatti aderirono, ma solo imponendo una zona di non volo nello Yemen finora. In ultima analisi, sfruttando i problemi economici di Cairo, i sauditi volevano subordinare l’Egitto ai propri fini e costringerlo ad abbandonare le pretese di leadership nel mondo arabo e passarla a Riyadh.
Gli ultimi sei mesi hanno dimostrato che i sauditi sono insoddisfatti dal comportamento della leadership egiziana, che ha preso il denaro ma non ha adempiuto alle aspettative. Come si è scoperto, gli egiziani non cederanno le isole nel Mar Rosso al “legittimo proprietario”. Mentre secondo i media ufficiali Tiran e Sanafir hanno sempre fatto parte dell’Arabia Saudita e furono prestate all’Egitto nel 1950, i leader dell’opinione pubblica in Egitto hanno altre versioni: l’Accordo sui confini marittimi firmato tra Egitto ed Impero ottomano nel 1906 riconosce la sovranità dell’Egitto su queste isole. Di conseguenza, il trasferimento delle isole passa ai tribunali. Il Tribunale amministrativo dell’Egitto, del Consiglio di Stato della RAE, ha confermato la precedente decisione del tribunale che invalida l’accordo siglato ad aprile sul trasferimento delle isole all’Arabia Saudita, e l’appello del governo è stato respinto. Tuttavia, la Commissione di Stato ha contestato queste decisioni, e la Corte sulle questioni urgenti ha sospeso la decisione del Tribunale amministrativo a settembre. Anche se il governo riesce a cambiare la situazione entro il quadro giuridico, l’opinione pubblica in Egitto si oppone fermamente al trasferimento delle isole e al-Sisi deve tenerne conto. Inoltre, l’Egitto non ha cambiato posizione nei confronti della crisi yemenita e, a quanto pare, non ha aumentato il contributo alla campagna militare nello Yemen. Nel frattempo, l’Arabia Saudita non vuole che i suoi soldati vi combattano. Cairo non segue le contorsioni diplomatiche saudite neanche in Libia. Dal giugno 2016, il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate libiche, il maresciallo Qalifa Balqasim Haftar. non è più gradito a Riyadh, mentre Cairo l’usa attivamente per creare una zona cuscinetto al confine con Fratellanza musulmana, SIIL, al-Qaida ed altri gruppi terroristici provenienti da tutto il mondo e che hanno occupato la Libia occidentale (Tripolitania). Tuttavia, la goccia che fa traboccare il vaso per la famiglia reale saudita è il voto dell’Egitto al progetto di risoluzione russa sulla Siria al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ad ottobre (Cairo è un membro non permanente) e il riavvicinamento aperto tra Cairo e Mosca, che arriva all’addestramento militare congiunto con i russi, “non autorizzato” da Riyadh e alla decisione di acquisire gli elicotteri russi Ka-52 per le portaelicotteri Mistral originariamente costruite per la Russia, ma in seguito acquistate dagli egiziani con fondi sauditi (secondo voci nelle due capitali). Inoltre, Cairo ha rifiutato di condannare le azioni delle forze aerospaziali russe ad Aleppo, come richiesto dall’Arabia Saudita. Tuttavia, le sanzioni all’Egitto dei sauditi hanno avuto un effetto contrario su Cairo. Il tasso della lira potrebbe cadere e la situazione economica deteriorarsi, ma l’Egitto non abbandona la politica estera indipendente. Piuttosto al contrario. Il maresciallo Qalifa Balqasim Haftar ha risolto parte dei problemi sui carburanti, controllando i principali campi petroliferi della Libia in estate. Il resto dei problemi può essere risolto con rifornimenti da altri Stati, tra cui il nemico di Riyadh, l’Iran, o addirittura l’Azerbaigian (un protocollo d’intesa è stato firmato con la SOCAR dellAzerbaigian). Non è un caso che il 6 novembre siano apparse voci sulla visita imminente del Ministro del Petrolio dell’Egitto Tariq al-Mula in Iran. Non sono state ancora confermate, ma non c’è fumo senza fuoco… la leadership egiziana sicuramente vede che l’alternativa al riavvicinamento con l’Arabia Saudita esiste…
La rottura tra i due Paesi non è ancora aperta, la ricerca di un terreno comune e del compromesso è in corso, dimostrato dalla mediazione attiva svolta dagli Emirati Arabi Uniti che danno un forte sostegno alla leadership egiziana. Ma è già chiaro che la vittoria di D. Trump incoraggerà al-Sisi nell’intento di ripristinare il ruolo storico dell’Egitto a leader del mondo arabo, e Riyadh non dovrebbe farsi illusioni su ciò.2f6ba84995f83fceddfda6dea13e49bPogos Anastasov, scienziato politico e orientalista, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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