L’attacco a Palmyra e la vittoria ad Aleppo

Evgenij Satanovskij, VPK, 17/12/2016 – South Frontmosul-15-nov-2016L’11 dicembre, i terroristi dello “Stato islamico” (IS), vietato in Russia, costrinsero le truppe siriane a Tadmur, la storica Palmyra, a ritirarsi per la seconda volta catturando la città d’importanza storica mondiale, ma non così importante strategicamente, a meno che non si prenda in considerazione l’incrocio con la strada che conduce a Dayr al-Zur, assediata dallo SIIL da diversi anni, con le sue raffinerie e base aerea. Tipicamente, le forze attaccanti di cinquemila combattenti con carri armati, mezzi blindati e artiglieria avanzarono nel deserto per centinaia di chilometri senza essere scoperte dai servizi segreti siriani, facendo si che gli esperti parlassero di possibile tradimento al vertice del comando dell’Esercito e del Muqabarat (o intelligence militare) della Siria.

Tradimento o credulità?
La domanda specifica è, da dove potevano venire i 5000 terroristi, nonostante Mosul fosse sotto “assedio” degli Stati Uniti e della loro coalizione, “la coalizione antiterrorismo”, quando Palmira fu presa dai 5000 terroristi? Una parte proveniva da Mosul, anche se in quel momento la strada da Mosul a Raqqa era stata già interrotta dalle forze di Baghdad che assediavano Mosul. Un’altra parte era composta da truppe in Siria che avrebbero dovuto controllare Raqqa, e che smisero di farlo subito dopo che gli Stati Uniti dichiararono che la presa della città era esclusa per almeno due mesi. Cioè, non è chiaro come i terroristi filtrassero attraverso le truppe che assediano Mosul e abbandonassero Raqqa al suo destino, proprio sotto gli occhi dei partiti curdi e turchi che, in teoria, concorrono sul diritto di attaccare la capitale dello SIIL in alleanza con gli statunitensi, per arrivare a Palmyra inosservati, nonostante le armi pesanti, senza colpo ferire da un qualsiasi aeromobile della coalizione degli Stati Uniti, Aeronautica siriana o in particolare, Forze Speciali russe, e dopo pesanti combattimenti conquistare la città. Tutto ciò nonostante il fatto che la pianificazione di tale operazione implicasse un lavoro professionale, qualcosa molto oltre qualsiasi cosa siano capaci i terroristi. La prima ondata dell’attacco fu distrutta per metà dagli aerei russi, senza influenzare l’esito della battaglia nell’insieme: una causa persa. In precedenza, Tadmur fu presa ai terroristi dopo un’operazione complessa e meticolosamente preparata, progettata e realizzata sotto la guida diretta dei consiglieri militari russi. Fu persa la prima volta e la seconda volta dai siriani, anche se questa volta cercarono di resistere, cedettero presto alle forze superiori del nemico. La perdita di Palmyra coincide esattamente con il completamento delle operazioni ad Aleppo est, e ciò non è accidentale. E’ molto probabile che gli Stati Uniti, in questo caso, l’abbiano sfruttato per fare pressione direttamente su Damasco o far chiudere un occhio sul fatto che fu sfruttato dai loro alleati nella “coalizione contro il terrorismo”, probabilmente Qatar, Arabia Saudita e Turchia. Ebbene, Doha, Riyad e Ankara, coordinano le azioni in Siria, in caso di necessità. Quale versione sia vera è un’altra domanda, ma una cosa è chiara: Washington ed alleati non fecero e molto probabilmente non faranno nulla contro la struttura terroristica dello SIIL nella guerra contro Siria ed esercito russo. Ciò rende insignificante qualsiasi negoziato, nel raggiungere la vittoria finale in Siria, cioè, distruggere i gruppi terroristici fino alla fine e por fine alla guerra sotto la tutela dei negoziatori della base aerea di Humaymim. Questo è contrario non solo alla logica dei diplomatici occidentali, ma anche russi, e l’intento è limitare e tentare di sottomettere le attività dell’esercito russo invece di cambiarne la posizione, lasciando cadere la pretesa di un ruolo di primo piano, dopo i successi militari per garantirsene i benefici politici. Il fatto è che fermando gli attacchi aerei ai terroristi, e la volontaria limitazione delle operazioni della VKS della Russia nelle aree urbane, fornendo una pausa umanitaria, spinsero Nazioni Unite e Stati Uniti a negare i risultati dell’azione militare e a rendere impossibile concludere la guerra, e ciò è chiaro a qualsiasi specialista. Su quando l’esercito farà ciò che è necessario per raggiungere il risultato finale, non c’è una risposta oggi. La situazione a Palmyra è la risposta di Stati Uniti ed alleati ai brillanti risultati ottenuti dalla Russia e dalle forze filo-russe ad Aleppo, capitale dei terroristi, come Bengasi in Libia. Ma la caduta di Palmyra dimostra che la guerra siriana è tutt’altro che finita. Ciò richiede un’analisi della situazione a Palmyra, Mosul e Aleppo e dei piani per liberare Idlib, Palmyra e Dair al-Zor, e forse distruggere lo SIIL in Iraq, poiché gli Stati Uniti in realtà non fanno nulla contro tale organizzazione, dandogli ogni possibilità. Vanno considerati alcuni aspetti della guerra ai terroristi in Siria e in Iraq, secondo l’articolo di Ju. B. Sheglovina per l’IIMES, l’Istituto del Medio Oriente.cxalq6iweaagqp4Lezioni da Mosul
Iniziamo analizzando la situazione a Mosul. Il 3 dicembre, un contingente di truppe turche entrava nel campo della polizia paramilitare di al-Shiqan per aiutare l’esercito iracheno a catturare Mosul. I rinforzi turchi consistevano in tre battaglioni con armi pesanti. Dovevano aiutare a liberare la provincia di Niniwa dalla milizia sunnita indicata come “Forze di Liberazione Nazionale di Niniwa”. Camp al-Shiqan si trova al confine tra Duhuq e Niniwa, e circa 3500 miliziani sunniti vengono addestrati sotto la supervisione degli istruttori turchi. Dovranno avanzare su Mosul nel prossimo futuro. Secondo gli esperti, è troppo presto per parlare di una vera e propria partecipazione su larga scala delle truppe turche nella presa della capitale irachena dello SIIL. E’ più simile a una rotazione di contingenti turchi. La reazione negativa del Primo ministro iracheno H. al-Abadi alla partecipazione della Turchia nella guerra nel suo Paese è ben nota. Ankara ne terrà conto, nonostante le dure parole dei vertici della Turchia. I turchi sono più interessati a una presenza continua nel Kurdistan iracheno che a partecipare ai combattimenti urbani a Mosul e alla liberazione del “triangolo sunnita”. L’autonomia curda aumenta l’influenza dell’Iran, utilizzando i contatti con il clan J. Talabani e il Partito dei lavoratori del Kurdistan. Vi sono istruttori dell’IRGC, con sistemi lanciarazzi multipli. La liberazione di Mosul sembra indicare una nuova fase. La forze speciali irachene, insieme a polizia e milizie, è coinvolta nei combattimenti urbani. Secondo l’esercito statunitense, la vittoria a Mosul non è in vista. L’attacco è in corso da due mesi, e gli statunitensi furono costretti a modificare i piani per due volte. A quanto pare, dovranno farlo una terza volta. Le forze speciali irachene hanno tentato l’attacco su ordine di al-Abadi. L’esercito cerca di attaccare da est, permettendo allo SIIL di manovrare, concentrando forze sui settori prioritari. La leadership della coalizione e i comandanti iracheni perdono freddezza. Gli attacchi contro obiettivi civili mostrano che le forze di sicurezza irachene e statunitensi passano all’espulsione forzata della popolazione di Mosul. Tale tattica si applica con la distruzione delle stazioni idriche, privando 650000 persone dell’acqua potabile. Ad ottobre, il primo ministro iracheno premeva su Teheran, chiedendo di attivare gli sciiti fedeli all’Iran nelle forze combattenti della Forza di mobilitazione popolare. Il comando dell’esercito iracheno si oppose. Contemporaneamente l’artiglieria governativa è inefficace in città. I terroristi hanno creato un sistema di tunnel sotterranei a Mosul che gli permette di aggirare i militari iracheni. Lo SIIL utilizza trappole esplosive e autobombe. Le strade strette permettono di attaccare i soldati che avanzano. Il comando dello SIIL utilizza con successo le condizioni invernali per le incursioni di gruppi mobili con armi pesanti nelle retrovie delle unità irachene. L’esercito invita la popolazione a rimanere in città, e allo stesso tempo il primo ministro al-Abadi dice di lasciarla. Le Forze speciali di Baghdad, che sono riuscite ad entrare nella periferia orientale di Mosul, non hanno il sostegno della 9.na Divisione. I carri armati tentarono di entrare in città, ma una volta caduti in un’imboscata, si ritirarono. Le forze irachene hanno perso circa 2000 effettivi a novembre. In sostegno della 9.na Divisione, la 15.ma e la 16.ma furono ritirati; questo significa che quasi tutte le forze sono concentrate nella parte orientale. Inoltre, una parte della 15.ma Divisione controlla una stretta striscia sul fronte sud-ovest, sulla strada tra Mosul a Tal Afar, preparando un attacco. Tuttavia, fu ripreso dall’esercito statunitense, che ora partecipa ai combattimenti urbani a Mosul.e-aleppo20161212Frattura radicale
La completa sconfitta degli islamisti ad Aleppo est ha portato a taglienti divisioni nei loro ranghi. Alcuni hanno deposto le armi. Altri hanno deciso di lasciare la città, ritirandosi lungo il corridoio per la provincia di Idlib, sotto il controllo dei terroristi. I capi di Jabhat al Fatah al-Sham (ex-al-Nusra, vietato in Russia) e qataib Abu Amar, si opponevano alla resa. I radicali attaccavano le basi di Jaysh al-Islam e Faylaq al-Islam, sospettati di voler cedere; ne presero i depositi di armi. I capi furono arrestati, come Abu Abdu al-Shayq, avendo avviato negoziati con le forze governative. Il tentativo di giocare sul nome passando da “Jabhat al-Nusra” a “Jabhat Fatah al-Sham“, nascondendo il gruppo terroristico in un’alleanza di nove gruppi, fallì e i capi cercarono pubblicamente di rifiutarsi di dissociare Jabhat al-Nusra dall’alleanza con al-Qaida. Formalmente, dopo molte insistenze da parte del MIT turco e della Direzione Generale d’Intelligence Generale dell’Arabia Saudita, la scissione fu formalmente annunciata, ma avvenne in modo tale che Washington disse che la separazione da al-Qaida non era credibile. Ciò non impediva agli Stati Uniti di astenersi dall’attaccare le posizioni di Jabhat Fatah al-Sham. Riyadh non può respingere l’ideologia di al-Qaida, dato che essa, assieme al denaro, assicura l’arrivo di nuovi volontari. Tra coloro che lottano per Jabhat Fatah al-Sham vi sono molti islamisti irriducibili. Sullo sfondo della sconfitta dei terroristi ad Aleppo, il MIT turco e il Servizio di sicurezza del Qatar cercano di trasformare l’alleanza in decomposizione dei nove gruppi armati. Come suggerito da Ankara e Doha, con la perdita di Aleppo come centro dell’islamismo, la base della futura espansione del terrorismo scompare. A tal proposito, fu suggerito che il prossimo compito sarebbe creare un centro del sunnismo a Idlib, dove i terroristi “conciliabili” di Aleppo e periferia di Damasco vanno. Ciò gli permette di guadagnare tempo, evitare la sconfitta definitiva e ripristinare la capacità di combattimento. Per i gruppi filo-turchi, soprattutto Ankara e Doha cercano di diventare i principali partner e sponsor del movimento anti-siriano ristrutturato, scacciando Arabia Saudita e Giordania. Allo stesso tempo, non solo la coalizione Jaysh al-Fatah rompeva con i gruppi più piccoli, ma i due maggiori subivano il dissenso interno. Jabhat Fatah al-Sham è diviso tra sostenitori di al-Qaida ed avversari. Il giordano Abu Qadija al-Urduni è l’avversario principale dei filo-sauditi; è strettamente legato all’Ufficio d’Intelligence Generale della Giordania. Ahrar al-Sham è diviso tra salafiti e fratelli musulmani. Tale gruppo è finanziato da Riad e Ankara. Un conflitto è sorto tra i loro protetti. Qatar e Turchia si sforzano di preservare il sunnismo centralizzato in Siria secondo l’ideologia dei “fratelli musulmani” e la legittimità politica occidentale, spacciandolo come principale forza politica su cui costruire il futuro dell’architettura statale della Siria. Tali piani e prospettive di attuazione sono visti con scetticismo dai servizi di sicurezza sauditi ed emiroti, indicando che è impossibile superare la spaccatura e che tali tentativi sono uno spreco di tempo. I documenti indicano che gli sforzi delle autorità di sicurezza siriane sono stati efficaci, con conseguenti diserzioni di massa, a partire dai numerosi capi islamisti. Riyadh è a un bivio, nella scelta della tattica futura, e ciò ha un impatto negativo sulla logistica dei terroristi. Vi sono dubbi sulla possibilità di gestire centralmente l’intero agglomerato di gruppi anti-siriani. Fortunatamente, l’offensiva ad Aleppo ne ha seriamente ridotto le possibilità.

Aleppo come simbolo del multipolarismo
Date le domande sulla condotta delle truppe degli Stati Uniti e della loro coalizione durante l’attacco su Palmyra, va analizzata l’iniziativa degli USA contro Aleppo. I messaggi incoerenti di Washington, presentati dal segretario di Stato John Kerry e quindi ritirati, e il massiccio attacco del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon (che ha dovuto lasciare la carica e può dire tutto ciò che vuole, a questo proposito non si può che essere curiosi su quale sia il suo prossimo lavoro, spiegandone il comportamento), e l’introduzione di nuove sanzioni contro gli “amici di Assad”, indicano che l’occidente è in preda al panico per la liberazione di Aleppo e la frammentazione del sunnismo armato in Siria. Le proposte di Kerry sono volte a salvare gli assediati e a togliere l’iniziativa a Mosca. Il dipartimento di Stato ritiene che causando un ritardo mediante l’attuazione del cessate il fuoco umanitario, si aiuterebbero i terroristi a riorganizzarsi e ad avere un punto d’appoggio, almeno in alcune parti di Aleppo est. Poi emerse che i terroristi se ne vanno dalla città e qualsiasi discorso su un fronte unito è impossibile. Dopo di che, gli Stati Uniti annullavano la proposta iniziale, cercando di capire cosa succedesse, e quali fossero le dinamiche e le opzioni possibili. Da qui il girone di consultazioni USA-Russia si concluse il 9 dicembre. Washington non sa cosa fare. Gli europei non lo capiscono, ma si rendono conto che in Siria l’iniziativa appartiene alla Russia. La partecipazione di Bruxelles ai programmi di assistenza umanitaria per “Aleppo che soffre” è ridotta al minimo. Sarebbe politicamente scorretto dire: “Non possiamo fornire aiuti umanitari ai sunniti di Aleppo attraverso Mosca e Damasco, perché sarebbe la prova della loro posizione vincente“; ed è rischioso dal punto di vista dell’opinione pubblica di Vicino e Medio Oriente, dove i capi europei sono già accusati di mettere le loro ambizioni politiche personali davanti alla salvezza dei siriani. L’addetto stampa della Casa Bianca Josh Earnest, rispondendo ai giornalisti in una conferenza stampa, non ha saputo dire come Washington intendesse far cambiare a Mosca la politica in Siria. Menzionò le sanzioni, riconoscendo che non funzionano. Ricordò che le sanzioni furono già imposte a Iran e Siria con diverse risoluzioni adottate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ernest esortava a non confondere la tutela degli interessi statunitensi con le azioni militari contro lo SIIL. “La situazione ad Aleppo ha molta attenzione, ma non possiamo permettere che la tragedia di Aleppo oscuri l’importanza di ciò che è stato fatto dai militari degli Stati Uniti e dei 67 membri della coalizione“, disse. Dopo l’inerzia della coalizione contro lo SIIL nella presa di Palmyra, suona assai cinico. Nel frattempo, l’esercito statunitense bombarda un ospedale di Mosul che, secondo esso, era una base dello SIIL. Anche se così fosse, è una dubbia giustificazione, per gli standard democratici. Washington continua a credere che la Russia non combatta Jabhat al-Nusra, ma sostenga Bashar al-Assad. Tale dichiarazione è regolare nelle conferenze stampa del viceportavoce del dipartimento di Stato degli USA Mark Toner. “Russia e Stati Uniti concordano sul fatto che al-Nusra sia un’organizzazione terroristica che va distrutta, come lo SIIL. Ma non abbiamo ancora visto la Russia concentrarsi su al-Nusra, anzi aiuta il regime contro l’opposizione moderata ad Aleppo. Crediamo che questo sia esattamente ciò che accade”, diceva Toner. E’ ben noto che ad Aleppo Jabhat al-Nusra e gruppi affiliati fossero gli attori principali, come annunciato ufficialmente. Nulla impediva agli Stati Uniti di bombardare le posizioni di Jabhat al-Nusra a Idlib (ma non l’hanno fatto). E’ chiaro che Washington e Bruxelles prendono questa posizione per via del fatto che la Siria e le azioni della Russia segnano la fine del mondo unipolare. A Washington e Bruxelles non piace, ma dirlo apertamente è rischioso per la loro reputazione. A tal proposito, adottano la tattica d’identificarsi con le forze sono ostili alla Siria. Non c’è logica qui, spingendo Washington e Bruxelles a perdere anche la guerra dell’informazione.
Sembra che in tale situazione l’obiettivo principale per Damasco e Mosca non sia cambiato, la pulizia ultima di Aleppo con il lancio simultaneo dei programmi di aiuti umanitari. Sarebbe bene organizzare un viaggio ad Aleppo per i giornalisti stranieri, come fu fatto ad Humaymim. In generale, è importante non permettere all’occidente prendere l’iniziativa, mediatica a politica, nel conflitto siriano. Si prenda atto della presa di posizione di Pechino, che ha cominciato a manifestare maggiore sostegno a Mosca nelle Nazioni Unite. Ciò ha davvero spaventato l’occidente. La paura è indicata dalla neutralità degli Stati Uniti (se non nel sostenere) le azioni intraprese contro lo SIIL dopo l’occupazione di Palmyra. In ultima analisi, nessuno ad Ankara o Washington aderirà alla pretesa di Riyadh e Doha di rovesciare Assad.15440424

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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