Il Myanmar sfida la “comunità internazionale”

Gearóid Ó Colmáin, 01/02/2017

Aung San Suu Kyi, leader del de facto del Myanmar, ha rigettato la richiesta delle Nazioni Unite per un’indagine sulla situazione della cosiddetta minoranza etnica Rohingya nel Paese. Le violenze sono esplose nella provincia di Arakan, nell’ottobre 2016, quando i terroristi jihadisti hanno attaccato un posto di blocco della polizia al confine del Bangladesh, uccidendo nove poliziotti. Gli attacchi furono attribuiti all’Organizzazione Solidarietà dei Rohingya (RSO), organizzazione terroristica jihadista con collegamenti con l’Arabia Saudita. Gruppi per i diritti umani legati al dipartimento di Stato degli Stati Uniti e ai servizi segreti inglesi, come Human Rights Watch e Amnesty International, hanno lanciato un appello congiunto alla “comunità internazionale” per fare qualcosa per evitare il “genocidio” contro la minoranza rohingya dopo che le truppe birmane lanciavano un’operazione per sedare l’insurrezione islamista. L’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) accusava il governo del Myanmar di genocidio basandosi sule relazioni delle suddette dubbie organizzazioni, dalla lunga storia di diffusione di menzogne e disinformazione per giustificare le guerre di aggressione mascherate da “interventi umanitari”. Il governo del Myanmar ha istituito una commissione per indagare sulle accuse di crimini nello Stato di Arakan. La condizione dei rohingya ha ricevuto una copertura stampa copiosa negli ultimi anni. I rohingya sono bengalesi musulmani migrati nella provincia ex-buddista dell’Arakan nel 19.mo secolo, quando l’impero inglese stanziò i feudatari musulmani di Chittagong per coltivare la zona. La provincia ha una gloriosa storia islamica risalente al 15.mo secolo; ma la popolazione buddista è divenuta una minoranza nel nord dell’Arakan negli ultimi decenni. Migliaia di donne buddiste furono violentate e uccise dai bengalesi musulmani; eppure i media occidentali non mostrano interesse. Invece, l’attenzione si è concentrata sulla demonizzazione dei monaci nazionalisti che boicottano ciò che vedono come tentativo dei musulmani bengalesi di pulizia etnica della provincia. Alcun obiettivo esame della violenza etnica nella provincia si ha nella stampa occidentale. Invece, i monaci nazionalisti sono stati descritti come “razzisti”, e numerosi video mal tradotti ed estrapolati dal contesto vengono prodotti in tal senso. Aung San Suu Kyi è stata un’agente dell’imperialismo anglo-statunitense dalla rivolta della CIA del 1988 che tentò di rovesciare il regime nazionalista ed installarvi la leader fantoccio favorevole all’occidente. Si sperava che aprisse il Paese ricco di minerali alle società occidentali. Tuttavia, la “comunità internazionale”, cioè gli Stati vassalli degli Stati Uniti, ha recentemente espresso rammarico per la lentezza delle riforme economiche da quando è stata eletta alla guida del Paese nel 2015: Aung San Suu Kyi avrebbe dovuto consegnare il Myanmar agli interessi occidentali, ma finora non l’ha fatto.
Leader della Lega nazionale per la democrazia (LND), Aung San Suu Kyi ora sembra sfidare la comunità internazionale giocando la carta nazionalista. Con l’occidente in fase terminale, è probabile che Suu Kyi abbia capito meglio che gli interessi del Paese si ritrovano nell’ulteriore avvicinamento con la Cina. Focolaio di tensioni etniche, Yangon potrebbe anche affrontare, tra l’altro, una rivolta dello Stato islamico e del Kashin Independence Army (KIA). Il Paese attualmente vive le prime elezioni suppletive dall’ascesa di Aung San Suu Kyi al potere nel 2015 e le tensioni etniche sono già palpabili. Attivisti della LND sarebbero stati minacciati nello Stato Shan dal Shan State Army. L’Unione del Myanmar è fragile e potenze straniere potrebbero facilmente destabilizzarlo se la LND decidesse di respingere l’occidente a favore della Cina.
La causa dei rohingya ha il sostegno del miliardario degli hedge fund George Soros, le cui Open Society Foundations promuovono il neoliberismo spacciato da diritti umani e democrazia. Alcuni sostenitori della storie sui rohingya hanno sottolineato che l’esercito birmano ha stretti contatti con Israele e che la violenza contro la minoranza rohingya è alimentata da Tel Aviv. L’esercito del Myanmar ha certamente stretti legami con Israele e agenti israeliani supportano l’islamofobia nel Paese, ma anche Russia e Cina hanno stretti rapporti con Israele; ciò significa che la repressione in Cina dei terroristi filo-occidentali uiguri nella provincia del Qingyang e la guerra della Russia contro i jihadisti nel Caucaso del Nord, sono parte di un complotto sionista? Difficile. Il conflitto in Myanmar è estremamente complesso, ma la narrazione costruita dal complesso militare-industriale-mediatico-spionistico-ONG accusa il governo di tutti i problemi del Paese, ricordando le prime fasi della campagna terroristica filo-occidentale contro Libia, Siria e molti altri Paesi. Aung San Suu Kyi potrebbe ancora essere un’agente dei suoi ex-sponsor occidentali, o seguire le orme del padre, che tradì i suoi sostenitori imperialisti giapponesi perseguendo una linea nazionalista. Forse Aung San Suu Kyi ha appreso una lezione importante durante i suoi anni agli arresti domiciliari da parte del regime militare: il Paese non potrà mai svilupparsi se si vende completamente alla “comunità internazionale”. Nel secolo cinese c’è solo la Fascia e Via. Molti circoli elitari in Europa e negli Stati Uniti chiedono che il premio Nobel ad Aung San Suu Kyi sia revocato. Lei affronta una scelta chiara: espellere tutte le ONG straniere e avvicinarsi economicamente e militarmente alla Cina in modo da garantire un futuro al Paese o cedere alla pressione neocoloniale occidentale sulla questione rohingya. Se fa la prima, finirà con Gheddafi e Assad nella sala dei demoni occidentale. Ma potrà vincere la guerra, se resiste e potrà candidarsi al Premio per la Pace Confucio, la medaglia indossata da chi segue la vera via della pace e dello sviluppo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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