McMaster e la Russia

Willy B., Sic Semper Tyrannis, 11 aprile 2017

Sono una di quelle persone, probabilmente uno dei tanti qui, che era un grande ammiratore di H. R. McMaster. Ho seguito la sua carriera dal 2006 e aveva sempre impressionato la sua potenza intellettuale e il rifiuto morbido della rivoluzione negli affari militari, concetti “che portano l’idea che se si ha una perfetta conoscenza è possibile applicare il potere militare perfettamente”. Sono costretto, negli ultimi giorni, tuttavia a concludere che McMaster fa parte del problema nella folle corsa alla guerra contro la Siria scoppiata la scorsa settimana, la guerra che potrebbe portare ad un confronto militare diretto con la Russia. La sua apparizione su Fox News domenica è un’indicazione di ciò, ma anche di ciò che è possibile si sviluppi, mentre è ancora all’US Army Training and Doctrine Command. La sua preoccupazione negli ultimi due anni, prima di recarsi alla Casa Bianca, era dopo tutto come rimodellare l’esercito per la futura guerra contro la Russia. C’erano due discussioni pubbliche cui fu coinvolto nell’aprile-maggio 2016, la prima a Chicago il 12 aprile, presso il Museo e Biblioteca Militare Pritzker, e la seconda al CSIS di Washington DC, il 4 maggio 2016, in cui espresse l’opinione che la Russia è una potenza aggressiva che utilizza, tra le altre cose, bande criminali per promuovere intenzioni offensive contro la potenza statunitense. (Ho intenzione d’inquadrare qui, le osservazioni pubbliche di McMaster. C’è una grande quantità di riferimenti a macchinazioni e faide nel Consiglio di Sicurezza Nazionale, ma lascerà un commento su ciò a chi ha una migliore comprensione di tali cose).
Nella conferenza al Pritzker, a McMaster fu chiesto della deterrenza nella negazione, come apparirebbe in Europa orientale. Rispose dicendo che ci sono tre aspetti della deterrenza nella negazione. Il primo è la capacità “di poter contrastare l’aggressione russa, giusto, e le nostre capacità, credo, come quella che vediamo nella precisione dei tiri a lungo raggio su terraferma, capacità di difesa aerea a più livelli, risposta ai loro tiri di massa a lungo raggio per esempio, che impiegarono in Ucraina. Penso che sia un significativo deterrente convenzionale che possa anche affrontare davvero ciò che la Russia ha reso pubblico come dottrina del dominio dell’escalation, in cui si vanta di arrivare all’uso di armi nucleari tattiche. Quindi sicuramente c’è un deterrente nucleare a tale capacità“. Il secondo aspetto è quantitativo. “Voglio dire che dovete avere forze sufficienti a dimostrare la capacità di negare al nemico tali obiettivi”, aveva detto. In terzo luogo c’è “la volontà dell’alleanza NATO” di restare forte e unita. Su questo, elogiava al massimo l’ex-comandante della NATO generale Philip Breedlove per aver fatto “un enorme, enorme lavoro“. Si ricorderà che Breedlove, con la sua propaganda di guerra anti-russa, doveva gran parte della sua “intelligence” a Philip Karber, il capo dell’Istituto Potomac, che McMaster elogiò come ottima fonte per lo studio sulla Guerra di Nuova Generazione della Russia che dirigeva preso il TRADOC al momento.
Nel caso del CSIS, McMaster descrisse come l'”invasione” dell’Ucraina e l'”annessione” della Crimea “tracciassero” la fine del Dopo-Guerra Fredda, ma che non vi erano nuovi sviluppi “nell’aggressione russa”. Indicò la guerra in Georgia nel 2008 e gli attacchi informatici agli Stati baltici come indizi. Nonostante tali segni esteriori, McMaster lamentò che la risposta degli Stati Uniti era continuare a ridurre le forze in Europa. “E adesso che ci siamo svegliati, ovviamente, la minaccia dalla Russia che conduce una guerra limitata su obiettivi limitati, annettendo le Crimea e invadendo l’Ucraina a costo zero, consolidando i vantaggi in quel territorio e ritraendo la reazione nostra e dei nostri alleati e partner come allentare la tensione, ciò che è necessario per scoraggiare una forte nazione che effettua una guerra limitata su obiettivi limitati in campi di battaglia negli Stati più deboli, o ciò che Thomas e Mackinder chiamavano alla fine del 18° e 19° secolo zone di frattura del continente eurasiatico, è avanzare la deterrenza, a costo di arrivare alle frontiere, ed adottare un approccio alla deterrenza coerente con la deterrenza nella negazione, convincendo il nemico che non può raggiungere gli obiettivi a costi più ragionevoli, seguendo piuttosto un approccio bilanciato in mare e con la minaccia di un’azione punitiva a lunga distanza dopo, come sappiamo ovviamente dalle recenti esperienze, che confermano che ciò è insufficiente“. “Naturalmente, questa è una strategia sofisticata, ciò che la Russia impiega, che stiamo studiando con una serie di partner, combinando in realtà forze convenzionali come copertura per un’azione non convenzionale, ma molto più sofisticate campagne prevedono l’uso della criminalità organizzata, in realtà operando in modo efficace sul campo di battaglia della percezione e delle informazioni, in particolare, nell’ambito di un maggiore sforzo per seminare dubbi e teorie della cospirazione nella nostra alleanza“, continuava McMaster. “E tale sforzo, credo, punta in realtà non a obiettivi della difesa, ma ad obiettivi offensivi, al collasso della sicurezza economica e dell’ordine politico nell’Europa post-seconda guerra mondiale, e sicuramente post-guerra fredda, e a sostituirlo con qualcosa più in sintonia con gli interessi russi“.
McMaster presenta tutto ciò come se accadesse nel vuoto, come se le azioni anglo-statunitensi non avessero nulla a che farci, in particolare in Europa orientale e Medio Oriente. McMaster, laureatosi in storia, dovrebbe saperlo meglio. Il crollo del sistema post-seconda guerra mondiale potrebbe accadere per ragioni che non hanno nulla a che fare con la Russia. Forse, come l’Unione Sovietica negli anni ’80, il collasso ha per motivi le contraddizioni interne, ma tale possibilità non è nemmeno ammessa dalla discussione. McMaster sa che gli Stati Uniti invasero l’Iraq sulla base di menzogne, ma respinge qualsiasi discussione sulle decisioni, buone e cattive, fatte in seguito. Eppure gli eventi che seguirono furono completamente modellati dalla decisione d’invadere. Così McMaster sembra aver abbandonato il rigore intellettuale che caratterizzò il suo libro sulla guerra del Vietnam e gran parte del suo lavoro seguente. A prima vista, sembra che invece segua una visione dei neo-con, in particolare sulla presunta minaccia alla potenza statunitense, ma devo lavorarci molto per svilupparlo prima che possa dire nulla di definitivo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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