Traffici nel Pipelineistan

Chroniques du Grand Jeu 16 giugno 2017Se più caselle nel continente-mondo sono in subbuglio, il Grande gioco eurasiatico-energetico – 2.0 affettuosamente chiamato guerra fredda di Washington, non è da meno. Il Pipelineistan si muove ai quattro angoli indebolendo sempre più l’impero. E se qualcuno ancora dubita che gli statunitensi cerchino e tentino di silurare l’integrazione dell’Eurasia e isolare la Russia, un membro della commissione esteri del Congresso ricordava le basi della politica estera del suo Paese: “Gli Stati Uniti dovrebbero agire contro il progetto del gasdotto russo per sostenere la sicurezza energetica dell’Unione europea (vietato ridere; chi avrebbe mai pensato che sarebbe stata divertente la neolingua?) Amministrazione Obama e Unione europea hanno lavorato contro il Nord Stream II (…) L’amministrazione Obama ha fatto della sicurezza energetica europea una priorità della politica estera degli Stati Uniti. L’amministrazione Trump farebbe bene a continuare su questa strada”. Oh che ammissione… Il fedele lettore del blog ovviamente non si sorprende del sistema imperiale che s’impiccia delle pipeline a 10000 km dai suoi confini e che non lo riguarda. Si comprende la delusione della senatrice sul nuovo presidente, che non sembra attinto da acuta russofobia e meno interessato alla divisione dell’Eurasia rispetto ai predecessori. In realtà, l'”ombrello” della Pax Americana in Europa inizia a svanire e le discussioni che si pensavano sepolte, di certo tornano sul tappeto. È il caso del defunto South Stream. Russi, ungheresi e serbi iniziano a parlare del progetto su scala ridotta. Anche Austria e Bulgaria, che liquidò il progetto dopo l'”amichevole” visita di McCainistan, ed ora vi sembra interessata, soprattutto perché un presidente filo-russo è stato eletto a novembre. Vojislav Vuletic, il capo dell’agenzia del gas serba, dice senza mezzi termini: “Tutto indica che l’Europa è libera dagli Stati Uniti, permettendo il South Stream“. Diamine, che confessione. Scommettiamo che i media specializzati non diranno un tubo? L’amico Vojislav sarebbe ottimista, ma è chiaro che qui come altrove, il reflusso imperiale lascia ora delle possibilità insospettate fino a ieri. Se i vassalli euronullità preferiscono ancora aggrapparsi alla solita assurdità, testimone l’incredibile bravata del commissario europeo per l’energia (“il trasferimento del gas del Caspio sul mercato europeo diventa realtà“), semplicemente perché Azerbaigian, Turkmenistan, UE e Turchia creano un gruppo di lavoro sul tema; mentre il primo non ha gas e il secondo non lo darà mai, il principio di realtà alla fine prevale. La realtà è che la domanda europea di oro blu aumenta, facendo dire a Gazprom, con abbastanza rilevanza, che Nord Stream II e TurkStream non bastano a soddisfare la crescente domanda del vecchio continente. La storia convincerà sulla necessità di un nuovo gasdotto (South Stream o TurkStream II)? Non è impossibile… annunciammo qualcosa del genere due anni fa. Si noti inoltre che la rotta del TurkStream lascia la porta aperta (freccia nera) a una piccola spinta verso Eurolandia se Bruxelles infine decide di rinsavire dal proprio leggendario masochismo…
E’ un caso che il senato degli Stati Uniti, garante del sistema imperiale, ora che la Casa Bianca “è passata al nemico”, abbia approvato nuove sanzioni contro Mosca che influenzerebbero le aziende europee che partecipano ai progetti gasiferi russi? “Germania e Austria denunciavano la votazione del senato degli Stati Uniti di nuove sanzioni contro Mosca. Berlino e Vienna notano che tali misure punitive, in caso di successo, colpirebbero le aziende europee coinvolte nei progetti energetici in Russia, tra cui il gasdotto Nord Stream 2, con multe per infrazione della legge degli Stati Uniti. I senatori degli Stati Uniti approvavano all’unanimità, con 97 voti contro 2, un emendamento per punire la Russia per la presunta ingerenza nella campagna elettorale degli Stati Uniti nel 2016, l’annessione della Crimea nel 2014 e il suo sostegno al governo siriano. L’emendamento è parte di una legge sulle sanzioni contro l’Iran, a sua volta adottata con 98 voti contro due, del repubblicano Rand Paul e di Bernie Sanders del gruppo democratico. Il progetto deve ancora essere approvato dalla Camera dei Rappresentanti e promulgato dal presidente Donald Trump. In una dichiarazione congiunta, il capo del ministero degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel e il cancelliere austriaco, Christian Kern denunciavano la decisione che, dicono, minaccia le forniture di gas russo per l’Europa. “Le sanzioni politiche non dovrebbero essere collegate agli interessi economici”, dicono i due. “Minacciare le aziende di Germania, Austria e altre europee con multe dagli Stati Uniti, se partecipano a progetti energetici come il Nord Stream 2, aggiunge una nuova dimensione negativa alle relazioni tra Stati Uniti ed Europa”, affermando di sostenere gli sforzi del dipartimento di Stato degli USA per modificare le sanzioni. I partner dell’Europa occidentale di Gazprom, ad aprile, conclusero un accordo sul finanziamento del progetto di gasdotto russo per 9,5 miliardi di euro. Nel corso della firma a Parigi, Uniper, BASF Wintershall, Shell, OMV e Engie accettavano di finanziare il 10% del progetto con 950 milioni di euro. Gazprom da parte sua sosterrà metà del finanziamento del gasdotto, che dovrebbe passare nel Mar Baltico ed avviarsi nel 2019“.
Diverse osservazioni:
– Il dipartimento di Stato cerca di alleviare tale progetto di sanzioni che deve ancora passare alla Camera dei Rappresentanti e alla Casa Bianca. Non è ancora detto nulla.
– L’opposizione antisistema si ritrova da entrambi i lati (Sanders, Paul). Alla Camera dei rappresentanti, la deliziosa Tulsi farà sicuramente sentire la sua voce.
– Nonostante l’ipocrisia (le euronuillità non protestarono quando Obama decise di sanzionare a catena), la reazione di Berlino e Vienna è molto interessante. Avevamo conosciuto una Frau Milka più vendicativa, ecco improvvisamente trasformarsi in amorevole dolce colomba che si lamenta di non poter commerciare liberamente con la Russia…All’altra estremità dell’Eurasia, la casella di nord-est è sempre più importante. Ne avevamo già accennato brevemente: “Il gasdotto Skorovodino-Daqing, aperto nel 2011, ha visto passare dall’inizio 100 milioni di tonnellate, pari a circa 400000 barili al giorno. E’ parte dell’enorme complesso ESPO (East Siberia-Pacific Ocean) che potrebbe presto ridisegnare la mappa energetica dell’Asia orientale con i suoi tentacoli verso Corea e Giappone, tanto più che la fonte ha un futuro luminoso. Di passaggio, si noti l’assoluta importanza strategica che riceve l’Asia del Nord, un punto su cui tornare presto”. Promesso, promesso… Intanto, parallelamente alla rete dei gasdotti che già dilaga nella regione, Gazprom valuta la possibilità di costruire un gasdotto per il Giappone. Non c’è dubbio che si collegherà al titanico Potenza della Siberia ben avviato verso la Cina. L’orso e il dragone cominciano discussioni specifiche sull’ordine del giorno dell’invio di oro blu a partire dal 2019. Bene, bene, lo stesso anno il Nord Stream II dovrebbe avviarsi.
Russia – Europa (Nord Stream I e II, TurkStream e varianti), Russia – Cina (Potenza della Siberia, Altaj per ora in attesa), Russia – Giappone forse, e forse anche Russia – India? Come affermava il Ministro dell’Energia, il flemmatico Novak. Eppure ci sarebbe abbastanza per perdere la pazienza: l’Eurasia nel complesso è irrigata dagli idrocarburi russi, emarginando l’impero statunitense. Incubo della coppia Mackinder-Spykman e del dottor Zbig che li ha appena raggiunti. Detto questo, il progetto indo-russo è ancora poco chiaro, e per una buona ragione. Le sfide geografiche (Pamir, Himalaya) e geopolitiche (Pakistan e Cina) sarebbero enormi. Ma forse è proprio ciò che serve per la Cooperazione di Shanghai, dove India e Pakistan sono entrati. Dialogo, relazioni rilassate, a poco a poco cancellano le frizioni.
Che ne è del cugino dell’oro blu? Se il petrolio russo dovrebbe presto salpare per l’Uzbekistan (i due Paesi cooperano già nel settore del gas) attraverso il Kazakistan, stringendo ulteriormente i contatti eurasiatici, la grande novità è la firma dell’accordo tra Mosca e il governo regionale del Kurdistan (KRG) dell’Iraq: “Nell’ambito del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, Rosneft, il gigante petrolifero russo, ha detto di aver firmato accordi con il governo regionale del Kurdistan iracheno, che daranno ampio accesso all’importante sistema del traffico petrolifero regionale, dalla capacità di 700000 barili al giorno. Entro la fine del 2017, questa capacità dovrebbe superare il milione di barili al giorno. Questi accordi furono firmati dal CEO di Rosneft Igor Setchin e dal ministro delle Risorse Naturali del Governo Regionale del Kurdistan Ashti Hawramijuste poco prima dell’incontro tra il Presidente Vladimir Putin e il primo ministro del Kurdistan iracheno Nechirvan Barzani. Secondo questi accordi, la società russa avrà accesso a “una delle regioni più promettenti del mercato globale dell’energia, che attualmente sviluppa giacimenti stimati in circa 45 miliardi di barili di petrolio e 5,66 triliono di metri cubi di gas (secondo il dipartimento delle Risorse Naturali del governo regionale del Kurdistan)”, affermava Rosneft. “Questo importante contratto offre condizioni favorevoli a Rosneft. Perciò accediamo a un vasto gasdotto che si estende dal Kurdistan alla Turchia. È un contratto ventennale”, affermava il portavoce di Rosneft Mikhail Leontev. “E’ un investimento strategico in una delle regioni più strategicamente sviluppate del mondo. Altri investitori, come gli Stati Uniti, vogliono accedervi. Il Kurdistan è molto promettente nella produzione petrolifera e vuole diversificarne la produzione”, aggiungeva”. Questa notizia, ultimo esempio della crescente forte influenza della Russia in Medio Oriente dall’intervento in Siria, è stato un colpo di fulmine per via delle importanti ramificazioni geopolitiche. L’emergere di Rosneft, che ora acquista petrolio curdo per inviarlo via gasdotto e raffinarlo in Germania, nel cortile di turchi e statunitensi, è interessante per diversi aspetti. Per il KRG è una spinta nel contesto del proposto referendum sull’indipendenza, il 25 settembre che, non a caso, tutti gli Stati della regione hanno duramente criticato. Ciò non mette tutti i barili nello stesso paniere e rende meno dipendenti da Ankara e Washington, ma è comunque gradito nel complesso gorgo del Medio Orientale. Da parte russa è certamente un magnifico colpo, ma ci si può ancora interrogare sul relativo “tradimento” verso Baghdad. Il Cremlino aveva l’abitudine di discutere con il governo centrale e con le regioni, se autonome. Uno degli osservatori intervistati ha detto che la Russia si aspetta la divisione dell’Iraq in tre regioni federali, quindi interagisce meno con Baghdad da qualche tempo.
Si comprenderà meglio l’irruzione di Mosca in questa regione altamente strategica leggendo due vecchie note. La prima: “L’oleodotto Iraq-Turchia è stato il bersaglio di un attacco del PKK, due giorni dopo l’esplosione del gasdotto iraniano (di cui abbiamo parlato qui). Se Ankara non placa la crociata contro il movimento curdo, la Turchia rischia di essere esclusa da tutte le fonti di energia diverse da quella russa. I gasdotti da Iran, Iraq e persino il BTC dall’Azerbaigian e dalla Georgia attraversano le aree curde. Nel grande gioco energetico, questi oleogasdotti non russi sono l’unica speranza per gli Stati Uniti d’impedire alla Russia di rifornire l’Europa. Non c’è dubbio che gli ultimi sviluppi del conflitto turco-curdo siano seguiti con molta attenzione da Mosca e Washington. Una volta di più, i russi sono interessati a che la situazione si aggravi, gli statunitensi che si plachi”. Si comprenderà, i russi hanno più di un interesse a che il PKK non faccia saltare gli oleodotti nella regione, per ora… La seconda: “Il mondo si è svegliato con la straordinaria notizia dell’incursione di un battaglione turco e due dozzine di carri armati nel nord dell’Iraq, nella regione autonoma del Kurdistan… per addestrare combattenti curdi in lotta contro lo SIIL! Uno sguardo al calendario mi rassicura: non è il 1° aprile. Allora, cosa fanno davvero i soldati turchi presso Mosul? In realtà, la storia non è così aberrante come sembra. Va innanzitutto ricordato che il Kurdistan iracheno è polarizzato tra due tendenze inconciliabili: da un lato il PUK di Talabani, filo-PKK e YPG, e contrario senza compromessi allo SIIL; dall’altro il KDP di Barzani, non in cattivi rapporti con Ankara, e neanche non molto tempo prima (2014) con lo SIIL. (Presto faremo un punto sulle forze nel triangolo Iraq-Turchia-Siria e nel Kurdistan, perché la situazione è in realtà piuttosto complicata, come spesso in Medio Oriente). L’accordo fu firmato il 4 novembre durante la visita del ministro degli Esteri turco ad Irbil, dove regna Barzani; ciò incluse la creazione di una base permanente turca nella regione di Mosul per aiutare i peshmerga curdi contro lo SIIL. Bene, bene, è proprio qui che passa l’oleodotto Kirkuk-Ceyhan… Questo è l’oleodotto che il PKK (avversario di turchi e Barzani, va ricordato) fece esplodere a luglio, come avevamo riferito allora. La base turca quindi deve garantire l’invio dell’oro nero dal Kurdistan? C’è (forse) dell’altro… Una storia molto sorprendente, anche se presa con cautela, è apparsa nei giorni scorsi in seguito allo scandalo del petrolio dello SIIL. Un quotidiano arabo di Londra, di solito abbastanza informato, registrava un traffico di grandi dimensioni dai giacimenti dello SIIL ad Israele tramite gruppi mafiosi locali (curdi e turchi), con il KDP Barzani che fa finta di niente. Non è impossibile visti i compromessi tra costoro, ma ciò resta non dimostrato e le quantità è in ogni modo abbastanza inferiore all’oro nero che scorre nell’oleodotto Kirkuk-Ceyhan. Il fatto, però, merita di essere citato perché, particolare divertente, anche nella zona della prevista base turca, in particolare presso Zaqu, avrebbe luogo tale losco traffico”.
Si tratta dell’intera area che Rosneft si appresta a prendersi…Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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