Sul conflitto geo-economico saudita-qatariota

Alessandro Lattanzio, 24/6/2017Le richieste dell’Arabia Saudita al Qatar sono le seguenti:
1. Rompere i rapporti con l’Iran.
2. Chiudere la base militare turca e porre fine alla cooperazione militare con la Turchia.
3. Chiudere al-Jazeera.
4. Non finanziare più media come Arabi21, Rassd, Araby al-Jadid e Middle East Eye.
5. Fermare i finanziamenti a individui, gruppi o organizzazioni designati terroristi da Arabia Saudita, EAU, Egitto, Bahrayn e Stati Uniti.
6. Rompere i legami con Hezbollah, al-Qaida e SIIL.
7. Estradare i terroristi provenienti da Arabia Saudita, EAU, Egitto e Bahrayn, bloccarne i finanziamenti e fornirne informazioni e dati.
8. Non interferire negli affari interni e non concedere la cittadinanza a cittadini ricercati in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrayn. Annullare la cittadinanza già concessa a questi ex-cittadini ricercati.
9. Sospendere ed informare sul sostegno agli oppositori politici in Arabia Saudita, EAU, Egitto e Bahrayn.
10. Risarcire i Paesi interessati da tali attività.
11. Allinearsi agli altri Paesi del Golfo militarmente, politicamente, socialmente ed economicamente, secondo l’accordo raggiunto con l’Arabia Saudita nel 2014.
12. Sottoporsi a una supervisione mensile nel primo anno, e per i seguenti 10 anni essere monitorato annualmente per attestare la conformità alle suddette richieste.
13. Decidere sull’attuazione delle richieste entro 10 giorni (entro il 3 luglio 2017).Arabia Saudita ed alleati hanno stilato questo ultimatum per il Qatar, in cambio della fine dell’embargo commerciale e diplomatico imposto al Paese. Il Qatar si è rivolto a Turchia e Iran per l’importazione di derrate alimentari. La politica statunitense verso il Qatar invece è segnata dalla confusione, con il dipartimento di Stato degli USA, allarmato sul destino della base aerea statunitense al-Udayd nel Qatar, che chiede ai sauditi di specificare le azioni che il Qatar deve adottare per la revoca dell’embargo, avvertendo che tali richieste devono essere “ragionevoli e attuabili“. Invece il ministro della Difesa della Turchia respingeva la pretesa che Doha rescinda i rapporti militari con Ankara.
Il Qatar, grande produttore di gas, ha notevoli riserve finanziarie ed energetiche che sicuramente attraggono l’interesse di Ryadh, soprattutto del prossimo monarca Muhamad al-Salman, figlio di re Salman, che prevede ampi investimenti volti a creare un’economia ‘non-petrolifera’ per l’Arabia Saudita.
In effetti, l’Arabia Saudita è sempre più in gravi difficoltà economiche, riflesso dell’impegno, gravoso e perdente, assunto dal clan dei Saud verso Siria, Iraq e Yemen, finanziando le varie organizzazioni terroristiche che affliggono questi Paesi, ma che oggi vengono sconfitte sul campo ed eliminate dal quadro politico regionale. Un impegno quindi gravoso ed inutile. A ciò va aggiunta la battaglia sul prezzo del petrolio che si è dimostrata semplicemente suicida, volta soprattutto a danneggiare la produzione di petrolio bituminoso nordamericano, con il risultato di aiutare l’ascesa di Trump negli USA, dato che l’ex-presidente Obama aveva puntato sullo Shale Oil per rilanciare in parte l’economia statunitense. Vera ragione del freddo registratosi tra Washington e Ryadh nell’ultima fase della presidenza Obama.
Con l’ascesa di Trump, si è accesa una battaglia intestina nel clan dei Saud, tra chi ha mostrato una tendenza a conciliarsi con la Russia e soprattutto la Cina, nella stabilizzazione dei prezzi del petrolio e della relativa gestione dei flussi, forse pensando a uno sganciamento dal rapporto simbiotico tra petrolio saudita e dollaro statunitense; e chi invece vuole perpetuare e rafforzare tale simbiosi, con un’amministrazione Trump più favorevole al progetto che non quella Obama. Non è un caso che il neo-principe ereditario saudita sia molto vicino agli ambienti imprenditoriali statunitensi, e che forse ne sia perfino un agente, il cui compito immediato è sventare l’adesione della regione del Golfo Persico all’iniziativa della Nuova Via della Seta cinese, creando tensioni e minacce con chi appare propenso ad aderire all’iniziativa cinese, come l’Iran soprattutto. In effetti, Teheran sarebbe la testa di ponte che permetterebbe allo Yuan/Renbimbi cinese di approdare nel mercato petrolifero mondiale quale altra valuta di scambio mondiale di risorse energetiche. E difatti il 14 aprile 2015, il Qatar apriva il primo centro di cambio in yuan del Medio Oriente, per sostenere commercio e investimenti tra Cina e Golfo Persico. “Il lancio del primo centro di compensazione in renminbi a Doha crea la piattaforma necessaria per realizzare il pieno potenziale del Qatar e dei rapporti commerciali della regione con la Cina“, dichiarava il governatore della banca centrale del Qatar Abdullah bin Saud al-Thani. “Faciliterà maggiori investimenti e finanziamenti in renminbi e promuoverà maggiori legami commerciali ed economici tra la Cina e la regione, aprendo la strada a una migliore cooperazione finanziaria e rafforzando la preminenza del Qatar a centro finanziario di Medio Oriente e Nord Africa“. La Banca Industriale e Commerciale della Cina (ICBC) di Doha è la banca operativa presso l centro di cambio, al servizio di aziende del Medio Oriente. Il centro “migliorerà le transazioni tra le imprese della regione e della Cina, consentendogli di risolvere direttamente il commercio in renminbi, attirando maggiori scambi in Qatar e rafforzando la collaborazione bilaterale ed economica tra Qatar e Cina”, dichiarava il presidente dell’ICBC Jiang Jianqing. Le importazioni del Golfo dalla Cina sono in rapida crescita, e le banche commerciali avrebbero utilizzato il centro di cambio di Doha, piuttosto che quelli di Shanghai o Hong Kong. Il commercio tra Cina e Qatar triplicò nel 2008-2013, arrivando a circa 11,5 miliardi di dollari. Anche il Consiglio economico di Dubai, organo consultivo del governo degli EAU, suggeriva di sviluppare un centro di compensazione regionale per le operazioni in yuan. Nel novembre 2014 le banche centrali cinese e qatariota firmarono un contratto di scambio di 35 miliardi di yuan (5,6 miliardi di dollari), pari a un contratto simile stipulato tra Cina e EAU nel 2012. Inoltre, Banca Nazionale del Qatar, Qatar International Islamic Bank (QIIB) e il broker cinese Southwest Securities firmarono un memorandum d’intesa per far accedere le due banche del Qatar ai mercati cinesi e sostenere i titoli della Southwest nei mercati del Medio Oriente.
Le prime quattro banche commerciali della Cina incrementano la loro quota di mercato in Medio Oriente (Asia Occidentale) e Nord Africa (WANA). Nel 2008
presso il Centro Finanziario Internazionale di Dubai (DIFC), la Banca Industriale e Commerciale della Cina (ICBC), la China Construction Bank (CCB), l’Agricultural Bank of China (ABC) e la Bank of China aprirono i loro uffici regionali. E tra il 2013 e il 2015 queste banche cinesi raddoppiarono i loro bilanci. Tale espansione era permessa da tre fattori:
1. Robusto rapporto commerciale tra Cina e Paesi del Golfo, come già visto. Come osservò il Ministro del Commercio cinese Gao Hucheng nel 2016, il blocco regionale del GCC è la maggiore fonte d’importazione di petrolio della Cina e la Cina è l’ottavo partner commerciale del GCC.
2. I responsabili politici cinesi e la Commissione per la regolamentazione bancaria cinese dedicano sempre più attenzione alla presenza delle istituzioni finanziarie cinese nei mercati finanziari globali. Negli ultimi anni la Cina ha promosso l’internazionalizzazione del Renminbi (RMB) e le banche cinesi vengono incoraggiate ad operare all’estero, dato che la “One Belt, One Road Initiative” della Cina, l’iniziativa “Cintura economica della Via della Seta” e “Via della Seta marittima del XXI secolo”, creano notevoli opportunità per le banche cinesi nel GCC e nella WANA.
3. Condizioni finanziarie specifiche globali: i prezzi del petrolio depressi hanno spinto creditori e finanzieri del GCC a perseguire i rendimenti altrove, mentre governi e società del GCC cercano fonti alternative di finanziamento.
Le “Grandi Quattro” non solo puntano ai mercati del GCC, ma hanno iniziato ad emettere obbligazioni in RMB attraverso il Nasdaq Dubai. E ancora più importante, le banche cinesi nella regione agevoleranno anche l’istituzione di una rete di centri di transazione finanziaria e di cambi basati sul RMB. Nel gennaio 2016, il RMB Tracker del sistema SWIFT dimostrò che il RMB è la valuta più utilizzata da Emirati Arabi Uniti e Qatar per i pagamenti diretti con Cina e Hong Kong. Nel 2016, la ICBC diventava il nono maggiore fornitore di prestiti nel GCC, un salto enorme. Tra i clienti della ICBC vi sono società statali come International Petroleum Investment Company di Abu Dhabi e Mubadala, Emirates Airline, Qatar Airways e Saudi Electricity Company. L’ICBC è la seconda banca cinese ad entrare nella Dubai Commodities Clearing Corporation (DCCC), dopo la Bank of China, divenendo la banca di liquidazione della Dubai Gold and Commodities Exchange (DGCX) nel novembre 2016. Questa partnership permette di fornire sufficiente liquidità in RMB per il commercio e gli investimenti tra la Cina e la regione. La Bank of China a sua volta è uno dei nove sottoscrittori assunti dal governo saudita per organizzare la prima vendita di obbligazioni internazionali del regno. L’Agricultural Bank of China (ABC) emise bond da 1 miliardo di yuan sul Nasdaq Dubai, nel settembre 2014, e nell’ottobre 2016, la filiale di Hong Kong della China Construction Bank (CCB) fornì un prestito di 600 milioni di dollari, sempre sul Nasdaq Dubai. Nell’ottobre 2016, l’ABC fu nominata dalla DGCX primo creatore di mercato per i Shanghai Gold Futures. La presenza delle “Grandi Quattro” in Medio Oriente spiana la strada all’One Belt, One Road Initiative della Cina nella regione.
Va ricordato che il 13 aprile 2016, Banca industriale e commerciale della Cina, Agricultural Bank of China, Bank of China, China Construction Bank e Bank of Communications avrebbero partecipato assieme ad altri 13 soggetti, tra banche cinesi e aziende aurifere, al sistema di valutazione dell’oro denominato in yuan. Una manovra attuata in vista della preparazione della moneta cinese alla completa convertibilità. Inoltre, la Cina, quale primo produttore, importatore e consumatore d’oro al mondo, affrontava la necessità di non dipendere dai prezzi in dollari USA nelle transazioni internazionali. All’iniziativa aderivano anche Chow Tai Fook, il più grande rivenditore di gioielli al mondo, la casa commerciale svizzera MKS, e le aziende minerarie cinesi China National Gold Group e Shandong Gold Group. Il prezzo di riferimento si basava sul contratto di vendita di 1 kg d’oro presso la Shanghai Gold Exchange (SGE), entrando in diretta concorrenza con la piattaforma dei prezzi di Londra. Sarà tutto questo a suscitare lo scontro inaspettato tra il Qatar di al-Thani e l’Arabia Saudita del suo coetaneo e aspirante omologo Muhamad al-Salman?Dal gennaio 2015, il principe Muhamad al-Salman pianifica la grande ristrutturazione del governo e dell’economia dell’Arabia Saudita, assumendo il controllo del monopolio statale del petrolio, della politica economica e del ministero della Difesa del regno saudita. Nell’aprile 2016, Muhamad al-Salman previde la creazione di un fondo sovrano da 2 trilioni di dollari, destinato ad acquistare attività esterne al settore petrolifero; “Così, entro 20 anni, saremo un’economia o uno Stato che non dipende prevalentemente dal petrolio“. Nel frattempo il principe riduceva i sussidi su benzina, luce e acqua, e prevedeva un’imposta sul valore aggiunto e tasse su beni di lusso e bevande zuccherate. La reazione del pubblico a tali misure fu diffidente ed irata, dato che le bollette aumentarono del 1000 per cento, mentre altri, come Barjas al-Barjas, commentatore economico, criticavano la vendita delle azioni dell’Aramco, “Perché mettiamo a rischio la nostra principale fonte di sussistenza? È come se prendessimo un prestito dall’acquirente che dovremo ripagare per il resto della vita“. È il solito metodo liberista volto a distruggere un’economia con la scusa di ‘riformarla’ e ‘modernizzarla’. L’Aramco è il primo produttore di petrolio al mondo, pompando più di 12 milioni di barili al giorno, ed è il quarto maggiore raffinatore del mondo. Aramco controlla le seconde riserve di petrolio del mondo.
Secondo il principe Muhamad, il fondo sovrano saudita dovrebbe investire metà delle risorse all’estero, esclusa l’Aramco. Su ciò il futuro re dell’Arabia Saudita dice che non importa se i prezzi del petrolio aumentano o diminuiscono. Se aumentano, ci saranno più soldi per questi investimenti. Se scendono, l’Arabia Saudita, produttore mondiale dai costi più bassi, si espanderà nel mercato asiatico in ascesa. Perciò propose il congelamento della produzione petrolifera dell’OPEC il 17 aprile 2016, in occasione di una riunione in Qatar. “Non c’interessano i prezzi del petrolio, 30 o 70 dollari, sono tutti uguali per noi. Questa battaglia non è la nostra battaglia“. Il principe Muhamad ha come consulente finanziario Muhamad al-Shayq istruitosi a Harvard ed ex-avvocato di Latham&Watkins e Banca mondiale. Secondo al-Shayq, dal 2010 al 2014 la “spesa inefficiente” saudita passò da oltre 100 milioni di ryal a 500 milioni (circa 100 miliardi di dollari) all’anno; un quarto del bilancio saudita. “Nella primavera 2015, il Fondo Monetario Internazionale e altri previdero che le riserve dell’Arabia Saudita sarebbero durate cinque anni, coi bassi prezzi del petrolio, e il team del principe scoprì che il regno diveniva rapidamente insolvente. Al tale livello di spesa, l’Arabia Saudita sarebbe andata “in bancarotta” entro due anni, nel 2017. Per evitare la catastrofe, il principe Muhamad tagliò il bilancio del 25 per cento, ed iniziò ad imporre l’IVA e altri prelievi. Il tasso di consunzione delle riserve valutarie dell’Arabia Saudita, 30 miliardi di dollari al mese nella prima metà del 2015, iniziò a diminuire”.
Nel 2009, l’allora re Abdullah si rifiutò di approvare la nomina del principe Muhamad, che quindi ripiegò nell’ufficio del governatore di Riyadh, dove si scontrò con parte del clan dei Saud, che l’accusò di usurpazione di poteri denunciandolo presso re Abdullah. Nel 2011, re Abdullah nominò ministro della Difesa l’allora principe Salman, ma ordinò al figlio Muhamad di non mettere piede nel ministero. Muhamad si dimise dall’ufficio del governatorato e riorganizzò la fondazione creata dal padre, l’attuale re Salman. Nel 2012 il principe Muhamad rientrò nella corte, dove ricevette l’incarico di condurre un repulisti nel ministero della Difesa. Il re lo nominò sovrintendente dell’ufficio del ministro della Difesa e membro del governo. Fu Muhamad che assunse le compagnie di consulenza militare statunitensi Booz Allen Hamilton e Boston Consulting Group per modificare le procedure per l’acquisto di armamenti e gestire appalti, informatica e risorse umane. Dopo l’ascesa al trono del padre Salman, Muhamad fu nominato ministro della Difesa, capo della corte reale e presidente del consiglio che sovrintende all’economia saudita. Infine, Salman sostituiva il fratello come principe ereditario, nominando al suo posto il nipote Nayaf e il figlio Muhamad. Il decreto fu approvato a maggioranza dal Consiglio di reggenza della famiglia al-Saud. E così il principe Muhamad prese il controllo dell’Aramco 48 ore dopo. Nel marzo 2016, il principe Muhamad e il senatore neocon statunitense Lindsey Graham s’incontrarono a Riyadh per discutere del “nemico comune” di Israele e Arabia Saudita: l’Iran. “Rimasi a bocca aperta; non riuscivo a capire quanto sia confortevole incontrarlo”, disse Graham, “è un ragazzo che vede la natura limitata delle entrate e, anziché peggiorarle, vede un’opportunità strategica. La sua visione della società saudita è che in fondo sia giunto il momento di avere meno per i pochi e più per i molti. I membri principali della famiglia reale erano identificati dal privilegio. Vuole che siano identificati dai loro obblighi invece“.Fonti:
Bloomberg
Colonel Cassad
Emerge85
Reuters
Reuters
The Guardian

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