Posture, svolte e interessi

Chroniques du Grand Jeu 3 luglio 2017

Nel rapporto lungo e travagliato tra occidente e la Russia, una delle poche soddisfazioni dell’impero USA negli ultimi quindici è stato dividere (parzialmente) il continente eurasiatico. Il culmine, ma anche canto del cigno, si ebbe con la tripletta Obama-Cameron-fiammante Merkel che docilmente seguiva un movimento irenico. Da allora ci sono stai Brexit e Trump, gettando l’impero del Bene nella totale confusione. A una posizione definita tra due blocchi si passava al disordine con inversioni, separazioni o riavvicinamenti relativi. Rimasti senza padrone, le euronullità continuano di slancio le sanzioni contro Mosca, rinnovandole ogni sei mesi. I russi rispondono; Putin firma un decreto che estende le controsanzioni al 31 dicembre 2018 (alcuna mollezza dall’orso, diciotto mesi alla volta!) Quando si sa quanto male facciano le misure di ritorsione all’economia europea, lo si capisce dalla stampituta rimasta completamente in silenzio sull’argomento…
Eppure tutto ciò non impedisce che le relazioni bilaterali siano abbastanza coerenti. Si è già visto che il jupiterinho dell’Eliseo ha sorpreso il suo mondo sostenendo il riavvicinamento con la Russia. Uno dei motivi per cui ne abbiamo accennato fu: “Altro motivo di disgelo: i russi, la cui alleanza energetica con Teheran, è ben nota, potrà aprire le porte dell’Iran alla Total, in particolare agevolando la conclusione dell’accordo su un blocco del giacimento di gas gigante South Pars. Quest’ultimo, uno dei più grandi campi d’oro blu del mondo, è tra le acque territoriali di Qatar e Iran”. Bingo, l’accordo è stato firmato oggi: “Il gruppo francese Total, alla testa di un consorzio internazionale con la CNPCI cinese, ha firmato un accordo da 4,8 miliardi di dollari con Teheran, nonostante le pressioni di Washington, che prende in considerazione nuove sanzioni contro l’Iran. In base a tale contratto 20ennale, il consorzio investirà 2 miliardi di dollari (1,76 miliardi di euro) nella prima fase dello sviluppo del blocco 11 del grande giacimento di gas offshore South Pars. Total è la prima importante azienda occidentale di idrocarburi a ritornare in Iran dalla revoca parziale delle sanzioni internazionali del gennaio 2016, dopo l’accordo nucleare firmato nel 2015 con le grandi potenze, tra cui Francia e Stati Uniti. “Oggi è un giorno storico per Total, il giorno in cui si torna in Iran”, aveva detto il CEO del gruppo Patrick Pouyanné alla firma dell’accordo a Teheran. “Mi auguro che l’accordo tra una grande azienda europea, francese, e l’Iran ispiri altre aziende a venire in Iran, dato che lo sviluppo economico è la via che porta alla pace” aveva detto Pouyanne. “Siamo qui per costruire ponti e non muri, cresciamo in Iran, Qatar, Emirati Arabi Uniti, ovunque possiamo”, aggiungeva. “Non potremo mai dimenticare che Total è stato il precursore”, rilanciava il Ministro del Petrolio iraniano Bijan Zanganeh Namadar, secondo cui, l’industria del petrolio e del gas iraniano ha bisogno di 200 miliardi di dollari (176 miliardi di euro) di investimenti nei prossimi cinque anni. L’Iran ha la seconda maggiore riserva di gas al mondo dopo la Russia, e la quarta riserva mondiale di petrolio, ma le aziende estere sono generalmente riluttanti a investirvi per le sanzioni degli Stati Uniti ancora in vigore. In base all’accordo con la Total, la società francese avrà il 50,1% delle azioni del consorzio che gestirà il giacimento di gas, seguito dal gruppo China National Petroleum Corporation (CNPCI) con il 30% e Petropars iraniana (19, 9%). La firma dell’accordo con Total avviene poco dopo la visita del Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif in Europa. Zarif fu ricevuto dal Capo di Stato francese Emmanuel Macron dopo l’incontro con il presidente tedesco Steinmeier e il primo ministro italiano Paolo Gentiloni. Teheran mira a rafforzare le relazioni con l’Unione europea, di fronte a un’amministrazione degli Stati Uniti ostile. “Nonostante l’ostilità irragionevole degli Stati Uniti, l’Unione europea è impegnata sull’accordo nucleare e un accordo costruttivo” con l’Iran, scriveva Zarif in un tweet”.
La storia non dice se i russi hanno permesso l’accordo, ma conoscendo le eccellenti relazioni tra Mosca e Total da un lato, e Mosca e Teheran dall’altro, è probabile che le nostre previsioni abbiano avuto l’ennesima conferma. Inoltre, le mosse di Macron preoccupano il cazzettismo neoconservatore francese. Dopo Le Nouvelle Oops, tocca a Libernation fare casino e dispiacersi. “Se sostenete Assad, sostenete il terrorismo“. Ah, certo…
Gas, sempre gas. È noto da tempo che la signora Milka potrebbe toccare inediti livelli d’ipocrisia quando i suoi interessi sono in gioco: “Lady Angela sarà stata la prima a gridare al grande orso russo cattivo. Vera russofobia, ricatti sull’oro tedesco nascosto nella FED e di cui non si sa se ancora esista, ricatto dell’NSA sulla giovinezza poco brillante della possibile informatrice della Stasi, o tutto quanto? La nonna ha comunque fatto di tutto per silurare il South Stream che portava il gas russo nei Balcani. Mai a corto di risorse e sapendo ben valutare il peso di ogni attore europeo. Mosca ha fatto buon viso a cattiva sorte (abbandonando gli amici dei Balcani messisi nei casini da sé entrando nell’UE) e ha avuto buon cuore con la Germania con una proposta che Berlino non poteva rifiutare. Come scrivemmo a settembre: “Mosca si guarda le spalle raddoppiando il Nord Stream. Grande intelligenza di Putin che scommette sull’egoismo tedesco. Nonna Merkel straripa di magniloquenza, tranne quando l’economia del Paese è in gioco. Raddoppiando il gasdotto Baltico, la Germania diventerà l’hub gasifero dell’Europa, rafforzando ulteriormente la presa economica sul Vecchio continente. Chi ha fatto ripensare la cancelliera…” Ora è tutto ripensato; la nonna non fa la leziosa sulla possibilità di fare della Germania l’hub energetico del Vecchio Continente“.
In seguito alle nuove sanzioni approvate dal Senato a metà giugno che potrebbero, se approvate da Camera e Casa Bianca, cosa lungi dall’essere certa, colpire le imprese europee interessate al Nord Stream II, Berlino non cede e procede: “Troviamo inaccettabile che una legge degli USA pretenda che gli europei rinunciano al gas russo, vendendocene invece il suo a un prezzo molto più alto“, commentava il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel il 29 giugno in visita ufficiale in Russia, secondo il quotidiano tedesco Handeslbatt. Inoltre, una dichiarazione congiunta firmata il 15 giugno da cancelliere austriaco e ministro degli Esteri tedesco afferma: “L’approvvigionamento energetico dell’Europa è una questione europea che non riguarda gli Stati Uniti d’America. Sono i nostri Paesi europei e non gli Stati Uniti a decidere chi rifornirci di energia e come“. Novità,… le euronullità che su pressione degli Stati Uniti silurarono il South Stream, che avrebbe portato notevoli benefici, in particolare nei Balcani, lasciando che Washington facesse il bello e cattivo tempo sull’energia. E adesso, all’improvviso, il vecchio continente apre un occhio e afferma (a parole in ogni caso) di rifiutarsi. Che rivoluzione copernicana: dopo trent’anni di vassallaggio europeo, ora in frantumi, appaiono i segnali di un ritorno agli anni ’80, quando gli Stati ancora difesero le proprie prerogative energetiche, come nel caso del gasdotto siberiano. Cos’è successo? La risposta ha cinque lettere: Trump. O meglio la sua elezione. L’impero non ha più una direzione, un centro di controllo, i vassalli s’impantano rivoltandosi al vecchio maestro. Un classico. Un altro esempio è dato dal Regno Unito “brexitoso“. I governi di Sua Graziosa Maestà non furono mai attinti dalla russofilia. È il minimo che possiamo dire. Storicamente, gli inglesi delegarono agli Stati Uniti piani geostrategici e sacro odio per la Russia. Le “cortesie” tra Londra e Mosca non finirono mai e saranno comuni per molto tempo. L’ultima, divertente, si è avuta qualche giorno fa sulle nuove portaerei della Royal Navy. Pavoneggiandosi infantilmente, il ministro della Difesa Fallon assicurava che i russi sono “gelosi” della nave; ma il Generale Konashenkov rispose provocatoriamente che l’HMS Queen Elizabeth è “un buon obiettivo”. L’atmosfera, l’atmosfera…
Ma dietro sferzate e dichiarazioni infiammatorie, appare ancora una volta un discreto ma reale riavvicinamento sull’energia. Gazprom negozia l’aumento dell’invio di oro blu nel Regno Unito. Dal 2005, Londra è un importatore netto di gas e questa dipendenza aumenterà nei prossimi anni:È vero, gli importi indicati sono per ora relativamente bassi (oggi, il 13% del gas consumato nel Paese proviene dalla Russia), ma è la tendenza che conta. La Norvegia, attingendo alle ultime riserve di gas, è la soluzione provvisoria dietro cui si profila l’orso. E si è anche già iniziato a parlare del Nord Stream II e della possibile connessione a Paesi Bassi e Regno Unito…
Dietro le spacconate, c’è il principio di realtà. Ancora e ancora.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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  1. Pingback: Ponti e non muri – terzapagina

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