Dalle Filippine al Myanmar: gli USA combattono i loro terroristi

Tony Cartalucci – LD 8 settembre 2017Con il recente attacco alla polizia in Myanmar da parte di terroristi descritti da Reuters come “ribelli musulmani” e il continuo terrorismo che affligge le Filippine dove le forze sono impegnate contro i terroristi del cosiddetto “Stato islamico”, sembra che il terrorismo si sia diffuso nel Sud-Est asiatico senza segni di declino. Tuttavia, le improvvise violenze avvengono nel momento in cui il cosiddetto “perno sull’Asia” degli USA è sospeso, fornendo agli Stati Uniti un pretesto conveniente per ristabilirsi nella regione in un modo molto più insidioso. Gli USA volevano una presenza militare nel sud-est asiatico da decenni, ma mancava un pretesto, finora gli Stati Uniti hanno apertamente cospirato, per decenni, per stabilire e ampliare una presenza militare permanente nell’Asia sudorientale per affrontare, circondare e contenere la Cina. Sin dalla guerra del Vietnam, coi cosiddetti “documenti del Pentagono” rilasciati nel 1969, si capì che il conflitto era semplicemente parte di una strategia volta a contenere e controllare la Cina. Tre citazioni importanti da questi documenti lo rivelano, dichiarando innanzitutto che: “...la decisione di febbraio di bombardare il Vietnam settentrionale e l’approvazione di luglio della fase I dello schieramento hanno senso solo se sostengono una politica a lungo termine per contenere la Cina“. Sostenevano inoltre: “La Cina, come la Germania nel 1917, come la Germania in occidente e il Giappone in Oriente alla fine degli anni ’30, e come l’URSS nel 1947, appare un’importante potenza minacciosa che sottovaluta la nostra importanza ed efficacia nel mondo e, più avanti sarà più minacciosa organizzando l’Asia contro di noi”. Infine, delineavano l’immenso teatro regionale che gli Stati Uniti avevano ingaggiato contro la Cina affermando: “Ci sono tre fronti nello sforzo a lungo termine per contenere la Cina (rendendosi conto che l’URSS “contiene” la Cina a nord e nord-ovest): a) il fronte Giappone-Corea; b) il fronte India-Pakistan; e c) il fronte sud-est asiatico“. Mentre gli Stati Uniti infine persero la guerra del Vietnam e ogni possibilità di utilizzare i vietnamiti come ascari contro Pechino, la lunga guerra contro essa continuava altrove. Ultimamente, un piano del Progetto per un nuovo secolo americano (PNAC), nel documento del 2000 intitolato “Ricostruire le difese americane” (PDF), dichiarava apertamente l’intenzione di stabilire una presenza militare permanente ed ampia nel Sud-Est asiatico. La relazione affermava esplicitamente che: “…è ora di aumentare la presenza di forze statunitensi nel Sud-Est asiatico”, e dettagliava dichiarando: “Nel Sud-Est asiatico, le forze statunitensi sono troppo poche per affrontare adeguatamente i crescenti requisiti di sicurezza. Dal ritiro dalle Filippine nel 1992, gli Stati Uniti non hanno una significativa presenza militare permanente nel Sud-Est asiatico. Né le forze statunitensi nell’Asia nordorientale possono facilmente operare o schierarsi rapidamente nel Sud-Est asiatico, certamente non senza mettere a rischio gli impegni in Corea. Fatta eccezione dei pattugliamenti navali, la sicurezza di questa regione strategicamente significativa e sempre più tumultuosa è stata abbandonata dagli USA”. Osservando la difficoltà di mettere le truppe statunitensi dove non sono volute, il documento del PNAC notava: “Questo sarà un compito difficile che richiede sensibilità verso i diversi sentimenti nazionali, ma è reso ancora più impellente dalla nascita di nuovi governi democratici nella regione. Garantendo la sicurezza dei nostri alleati e delle nazioni recentemente democratiche dell’Asia orientale, gli Stati Uniti possono contribuire a che l’ascesa della Cina sia pacifica. Infatti, nel tempo, la potenza statunitense e gli alleati regionali possono spingere un processo di democratizzazione nella Cina stessa”. Va notato che il riferimento all'”emergere di nuovi governi democratici nella regione” è un riferimento agli Stati clienti creati dagli Stati Uniti per conto dei propri interessi e che non costituiscono in alcun modo dei “governi democratici” rappresentativi degli interessi dei popoli dai “sentimenti nazionali” contrari in primo luogo alla presenza militare statunitense nella regione.
Va inoltre rilevato che nel 2000 gli Stati Uniti coltivavano vari governi ascari nel sud-est asiatico tra cui Aung San Suu Kyi e la sua Lega nazionale per la democrazia in Myanmar, Thaksin Shinawatra in Thailandia e Anwar Ibrahim in Malesia. Dal 2000, tutti tranne uno, sono stati rimossi dal potere con Anwar Ibrahim in carcere e Thaksin Shinawatra in fuga dalla Thailandia per eludere 2 anni di carcere. Solo Suu Kyi è salita al potere grazie ai miliardi spesi dagli sponsor occidentali tramite il National Endowment for Democracy (NED) e le sue numerose filiali e affiliati. Uno di essi, l’Istituto della Pace degli USA, ha apertamente dichiarato come gli Stati Uniti dettassero praticamente ad ogni livello immaginabile lo sviluppo del Myanmar dirigendo dai processi politici all’organizzazione dell’economia, fornendo anche “assistenza tecnica” sull'”antiterrorismo”. Nelle Filippine, i tentativi degli Stati Uniti di ristabilire la propria presenza militare e di utilizzare la nazione nel conflitto mirato con Pechino hanno subito diverse sconfitte.

Gli Stati Uniti combattono il terrorismo sponsorizzato da USA-Arabia Saudita in Asia
Ultimamente Washington ha scoperto che il rapporto di Manila volge irrevocabilmente a favore dei legami con Pechino. Questo fino all’arrivo fortuito dei terroristi del cosiddetto “Stato islamico” sulle coste della nazione, travolgendo un’intera città nella regione meridionale della nazione. Anche in Myanmar compaiono improvvisamente dei terroristi che operano aiutando gli Stati Uniti nel porre una presenza militare permanente nel Paese, fornendo “assistenza tecnica” contro il “terrorismo”. Tali terroristi, tuttavia, non escono dal nulla. Tali organizzazioni che svolgono operazioni su una scala che va dalle Filippine, al sud della Thailandia, a Malesia, Indonesia e Myanmar, richiedono immense somme di denaro, capacità organizzative, logistiche e politiche. E infatti è confermato che non solo questo sostegno esiste, ma proviene da una fonte nota e conseguente del terrorismo sponsorizzato da un governo, l’alleato più stretto degli USA in Medio Oriente, l’Arabia Saudita. Il Wall Street Journal in un articolo intitolato: “Gli abusi nella Birmania della Nuova Asia sui musulmani rohingya crea una violenta reazione“, indicava in merito al terrorismo in Myanmar che: “Ora questa politica immorale ha creato una violenta risposta. L’ultima insurrezione musulmana sfrutta i militanti rohingya sostenuti dai sauditi contro le forze di sicurezza birmane. Mentre le truppe governative si vendicano sui civili, rischiando d’incitare i rohingya ad aderire alla lotta”. Il Wall Street Journal dichiarava: “Chiamato Harakah al-Yaqin, in arabo “Movimento della Fede”, il gruppo risponde ad una commissione di emigrati rohingya alla Mecca e un quadro di capi locali dall’esperienza di guerriglieri all’estero. L’ultima campagna, proseguita a novembre con attacchi e attentati che hanno ucciso diversi agenti di sicurezza, fu approvata dai chierici di Arabia Saudita, Pakistan, Emirati e altrove. I rohingya “non sono mai stati una popolazione radicalizzata”, osserva l’ICG, “e la maggioranza della comunità, dei suoi capi e leader religiosi aveva evitato le violenze perché controproducenti”. Ma questo cambia rapidamente. Harakah al-Yaqin fu fondato nel 2012 dopo che i disordini etnici del Rakhine uccisero circa 200 rohingya, ed ora si stima che abbia centinaia di combattenti“. Il terrorismo sponsorizzato e diretto dall’Arabia Saudita crea un pretesto per la presenza militare statunitense nel Myanmar altrimenti ingiustificabile in alcun modo, forma o metodo.
Similmente un canale di denaro e armi scorre ai terroristi che operano nelle Filippine da Riyadh e Washington, con conseguente opportunità per gli Stati Uniti di stabilire una presenza militare permanente in risposta a una crisi creata intenzionalmente. Mentre gli Stati Uniti propongono un’ampia presenza militare nel Sud-Est asiatico come aiuti contro il terrorismo, è chiaro che è proprio il sostegno di Washington a Riyad alla base della crisi, e che semplicemente ritirare tale aiuto e condannare questo Stato sponsor del terrorismo sono la soluzione. Tuttavia, gli Stati Uniti non adottano questa conclusione logica, né seguono la via d’azione più evidente, indicando piena complicità con la sponsorizzazione saudita del terrorismo, facendo gravare la responsabilità per le morti e le distruzioni del terrorismo nel Sud-Est asiatico su Washington. Mentre gli Stati Uniti costituiscono la propria presenza militare nel Sud-Est asiatico come pietra angolare per la pace e la stabilità, in realtà è la politica sintomatica dell’instabilità e del caos gravi degli Stati Uniti e del loro autoproclamato “ordine internazionale”. È particolarmente ironico che non solo il terrorismo si diffonda nel sud-est asiatico, frutto della politica intenzionale di Washington, ma che sia utilizzato come pretesto per impostare un grande e potenzialmente devastante conflitto regionale con la Cina.Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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