La Storia avvicina Lula, Getúlio, JK, Jango e Brizola

Beto Almeida, Patria Latina, 19 marzo 2018 – Investig’ActionLa decisione presa da Lula di portare la sua “Carovana del Sud” presso la tomba di Getúlio Vargas a São Borja, riporta drammaticamente alla scena politica brasiliana l’ineffabile “Lettera Testamento” del Presidente Gaúcho (nato nello Stato di Rio Grande do Sul (RS)), fondatore di CLT (Consolidamento del diritto del lavoro-Codice del lavoro, 1 maggio 1943) e Petrobras. Ancora una volta, i rapaci lanciano il Paese in un drammatico crocevia che può essere diviso da esplosioni sociali imprevedibili. La condanna di Lula in un processo viziato ed irregolare, rivela la caccia delle oligarchie estere ed interne a un vero leader popolare, la cui condanna, se effettiva, può portare il Brasile a una crisi aggravando la perdita continua di una sovranità già corrosa. Lula si trova in una situazione simile, tranne la differenza del periodo, a quella incontrata da Getúlio Vargas nel corso della sua carriera. Lo stesso Lula ha riconsiderato la sua visione storica di Vargas e ora riconosce l’importanza del ruolo del presidente che fondò lo Stato sociale e trasformò il Brasile, “non più una piantagione di caffè”, ma un Paese industrializzato con tassi di crescita del 12%. La somiglianza è sorprendente dato che Vargas fu vittima dell’aggressione degli stessi rapaci che ora attaccano Lula. Ad ogni momento storico, ad ogni dilemma, ad ogni frangente, avevamo atteggiamenti diversi. Vargas reagì alla frode dell’oligarchia di San Paolo nelle elezioni del 1930, convocando l’unità civile e militare che divenne un movimento in grado di rovesciare il governo fraudolento e responsabile del Brasile ridotto a colonia, incapace di superare l’eredità della schiavitù. Fu solo dopo la rivoluzione del 1930, che portò Vargas al seggio presidenziale del palazzo di Catete con un ampio consenso popolare, che la comunità nera iniziò a sentire de facto l’abolizione della schiavitù conquistando i diritti nel lavoro e di cittadinanza. Il voto segreto e il voto delle donne furono anche adottati, provocando l’esaltazione dalla Francia tramite gli intellettuali anti-Vargas (la Francia concesse il diritto di voto alle donne solo dopo la Seconda Guerra Mondiale). Come con Lula, che ora è l’obiettivo di una sofisticata operazione di denigrazione, anche con Vargas ci fu anche la diffusione di menzogne che cercarono di presentare il presidente riformista come un delinquente. Adottando certe scelte politiche giudiziose, Lula diventa l’obiettivo della stessa oligarchia di cui Vargas fu vittima. Con una prospettiva storica, l’azione di Lula è in linea con la politica di Vargas, in particolare il rafforzamento del ruolo dello Stato e delle imprese pubbliche, in parallelo alle politiche sociali inclusive.
La buona decisione di Lula di portare la sua “Carovana del Sud” presso la tomba di Getúlio Vargas a São Borja, dove vi sono le tombe di altre grandi figure brasiliane come João Goulart, detto Jango (ultimo presidente brasiliano di sinistra prima del colpo di Stato militare del 1964) e Leonel Brizola (governatore dello Stato di RS, in esilio dopo il colpo di Stato del 1964 e fondatore del Partito democratico laburista nel 1979), è un messaggio simbolico potente e rivelatore della necessità indispensabile della grande unità popolare, per contrastare la minaccia imperialista e dei suoi partner oligarchici interni contro il popolo brasiliano. Il messaggio di Lula è anche diretto alla Centrale Unica dei Lavoratori (CUT), che trattò in modo improprio, da fascista, il Codice del lavoro e l’Imposta sindacale, la cui estinzione oggi, secondo gli stessi sindacalisti, potrebbe comportare la perdita di entrate pari al 70% del totale raccolto dalla Centrale, mettendo a rischio numerosi sindacati. L’articolo “Regressione storica”, scritto dalla valente parlamentare Benedita Silva e pubblicato sul giornale “O Globo”, riconosce l’importanza del Codice del lavoro e indirettamente l’Imposta sindacale. Stranamente non vi è alcun riferimento a Vargas. Per essere onesti, come possiamo discutere l’utilità di questi strumenti se il movimento sindacale non è in grado di dare impulso a un energico sciopero generale contro la riforma del Codice del lavoro del 2017 (CLT)? Anche se aderenti e simpatizzanti del PT (Partito dei lavoratori) erano ostili alla corrente politica dei Varga, a volte facendo uso della storia imposta da chi spinse Vargas al suicidio, il “golpe” contro Dilma Roussef nel 2016, mette Lula e Vargas nella stessa linea storica. Le reazioni alle sfide storiche sono tuttavia assai diverse. Nel 1932 Vargas reagì con le armi al colpo di Stato organizzato dall’oligarchia di São Paulo, battezzato fraudolentemente “rivoluzione costituzionale”, sostenuta dall’imperialismo inglese, proprio mentre Vargas verificava il debito estero. Vargas, a seguito dell’audit, sospese coraggiosamente il pagamento del debito i cui i principali creditori erano inglesi. Oggi è sorprendente vedere altri simpatizzanti del PT, specialmente a San Paolo, esaltare la presunta rivoluzione, mentre Lula l’ha definita pubblicamente controrivoluzione. Dilma Roussef da parte sua reagì al colpo di Stato in un altro modo, senza convocare il popolo, senza usare i mezzi legittimi dello Stato, e anche senza combattere coi media. Mentre Dilma non ha resistito alla frode che l’ha rovesciato, Vargas resistette alla frode del 1930, approfittando delle condizioni storiche per sconfiggerla politicamente coi suoi mandanti.

Vittoria nella sconfitta
Nel 1954, realizzando che il colpo di Stato era già in atto, quando aerei sorvolarono il palazzo di Catete, Vargas diede la vita per difendere le conquiste del popolo. Un colpo di pistola al cuore mantenne intatto il Codice del Lavoro, la compagnia mineraria Vale do Rio Doce, la banca di sviluppo BNDES, Petrobras e persino Eletrobras, la cui creazione fu firmata da Vargas quell’anno, dichiarando sorridendo che aveva appena firmato la sua condanna a morte. Questo sparo risuona ancora nel cuore del popolo brasiliano e permise a Vargas di designare il suo erede politico, Juscelino Kubistchek (JK), ritardando il colpo di Stato di 10 anni. Nel 1961, quando si ebbe un altro colpo di Stato, Brizola, il governatore del RS, seguì la linea di resistenza col coraggio che lo caratterizzò per tutta la vita. Creò il movimento di resistenza Reti della Legge, distribuì armi al popolo e invocò come nel 1930 l’unità civile e militare in difesa della Costituzione. Fece anche un uso intelligente della radio, mai considerato dai governi del PT, mobilitando le coscienze nel Paese. Il golpe fu di nuovo sconfitto. Ciò che i governi di Vargas, Jango, Lula e Dilma rivelano è che per ogni trasformazione sociale a favore dei lavoratori, le barriere vengno imposte dall’imperialismo e dall’oligarchia. Tali barriere possono essere pianificate, affrontate, sconfitte o altrimenti pericolosamente trascurate. Quando non prepariamo il popolo a difendere la via democratica senza l’uso indispensabile della comunicazione popolare e senza la resistenza organizzata, tutto è destinato al fallimento e alla sconfitta, come nel 1964 e nel 2016. Tuttavia, salvo alcune audaci dichiarazioni di Lula, che rivede la critica e riconosce il valore di Getúlio Vargas, ma anche le riflessioni del filosofo Emir Sader e del nostro caro professore Marco Aurélio Garcia (PT) sulla linea storica che unifica il PT e gli ideali di sviluppo nazionale e del lavoro, il dibattito viene spesso boicottato nel partito. Ma qui la storia ancora una volta colloca Lula nelle stesse circostanze di Vargas. E Lula posiziona correttamente la tomba di Vargas sulla strada della “Carovana del Sud” promuovendo un dibattito spontaneo.

Brizola e Lula

Il coraggio di Minas
Credo che valga la pena citare esempi dallo stato di Minas Gerais (abbreviato nel testo in Minas): JK, allora governatore di Minas, propose a Vargas il 3 agosto 1954 il trasferimento della capitale nazionale da Rio de Janeiro a Belo Horizonte (capitale di Minas), situata nella zona di montuosa di Alterosas, rendendo più facile resistere al golpe che prendeva forma. Vargas rifiutò, conoscendo il rischio che affrontava. Minas è un paese di coraggiosi all’origine della grande figura storica e grande eroe del Brasile anti-coloniale del diciottesimo secolo “Tiradentes”, sempre più citato da Lula. Nel 1932, durante la guerra civile, Minas prese le armi contro il colpo di Stato degli oligarchi di San Paolo, tra cui JK, il famoso politico Tancredo Neves e il grande musicista popolare Gonzagao “o Lua”, all’epoca tromba del 12.mo Reggimento di Belo Horizonte. In seguito, nel 1999, il governatore di Minas, Itamar Franco, mobilitando le truppe della Polizia Militare, respinse l’allora presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso dalla cosiddetta privatizzazione della diga di Furnas. D’altra parte, l’attuale governatore PT di Minas, contrariamente al coraggio di JK e Itamar, non mosse un dito contro la privatizzazione della Cemig (Minas Gerais Energy Company) soggetto stupido ed imbarazzato al mercato. E ancora di più, si propone la privatizzazione di altre imprese statali a Minas. Non a caso il “golpismo” non risparmiò JK e secondo il libro “L’assassinio di JK da parte della dittatura“, i sinistri perpetrati verificatisi nel 1976 sulla Via Dutra (l’autostrada che collega Rio de Janeiro a San Paolo) impedirono l’incontro che sarebbe stato emblematico tra l’ex-presidente e il presidente Ernesto Geisel (4° presidente della Repubblica del regime militare e generale dell’esercito brasiliano). Questo incontro avrebbe potuto cambiare il corso della politica del Paese perché il generale Geisel applicò, anche sotto la condizione di arbitro, determinate misure che prolungarono, per così dire, l’era Vargas. Qualche mese dopo, Jango tornò dall’esilio ma dentro una bara. Tancredo Neves morì nel 1985 in circostanze poco chiare il giorno prima che entrasse in carica come Presidente della Repubblica. Lui, che il 24 agosto 1954 propose a Vargas di resistere, armi in mano, e convocò popolo ed esercito di Vila Militar (caserma del distretto nei sobborghi di Rio). Il “golosismo” che agì contro Vargas, JK, Jango e Brizola ora si concentra su Lula.

Luiz Inácio Lula da Silva e Itamar Franco

L’avviso del 2013 non fu preso sul serio
Nel 2013 i segnali che annunciavano un colpo di Stato erano evidenti, soprattutto dopo i cosiddetti “giorni di lotta” chiaramente finanziati dall’estero e proposti dai “golpisti” dei media. Il disaccordo tra Lula e Dilma impedì all’ex-metallurgico di tornare alla presidenza nel 2014, con le probabili elezioni, considerandone la forte popolarità. All’improvviso, fuori dalla presidenza, fu bersaglio di un’operazione di demolizione sistematica dell’immagine, combinata con il continuo processo giudiziario condotto da un giudice dai forti legami con potenze estere. Escludere Lula dalla presidenza era un vantaggio offerto al “golpe” e non c’era motivo per cui vi tornasse. Anche Rafael Correa subisce la stessa odissea e la sconta inavvertitamente, non rimanendo alla testa di un processo di trasformazione per il quale ebbe la maggioranza del 70% nell’assemblea nazionale. D’altra parte Evo Morales non è caduto nella trappola concettuale dell’alternanza del potere, che fa Putin pienamente consapevole del suo ruolo nella scacchiera mondiale. Entrambi si preparano alla quarta elezione, sempre a suffragio universale. Non sappiamo l’esito dell’attuale crisi, sebbene Lula abbia detto durante la crisi dello scandalo Mensalão, che non si sarebbe suicidato come Vargas, che non si sarebbe arreso come il presidente Jânio da Silva Quadros nel 1961, e che non sarebbe fuggito dal Paese come Jango. All’epoca, avrebbe convocato il popolo per marciare in difendere del mandato popolare. Le circostanze sono cambiate, alcune condizioni favorevoli a una soluzione democratica non sono state colte e sfortunatamente il golpe ebbe luogo, il Codice del Lavoro fu violato, così come Petrobras e la Legge della Condivisione (garante delle ricette dello Stato sulla vendita del petrolio, utilizzato negli investimenti pubblici, ma anche garantendo una presenza minima come operatore nel processo di esplorazione ed estrazione). Le Eletrobras sono anche nel mirino degli aggressori. Le leve dello Stato sono nelle mani di potenze straniere e non di Lula; inoltre, viene condannato in tribunale. Nessuno conosce l’esito della crisi, ma come nel 1930, la nostra unica possibilità di successo è l’unità popolare, anche se è difficile da costruire. Se non agiamo in tempo, il popolo ne soffrirà. D’altra parte, se superiamo pregiudizi ed errori del passato, se manteniamo la speranza democratica, ci sarà sempre una fiamma nei cuori del popolo. Un motivo in più per incoraggiare l’unione, in nome della difesa del Brasile, ora minacciato come nazione.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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