La sfida strategica della sinistra latinoamericana

Rafael Correa, Histoire et Societé 18 febbraio 2018Dopo la lunga e triste notte neoliberista degli anni ’90, che colpì intere nazioni come l’Ecuador, e da quando Hugo Chávez vinse la presidenza della Repubblica del Venezuela alla fine del 1998, i governi di destra e sovversivi del continente iniziavano ad essere sconvolti come un castello di carte, raggiungendo tutta la nostra America con governi popolari legati al socialismo della buona vita. All’apice del 2009, dei dieci Paesi latinoamericani del Sud America, otto avevano governi di sinistra. In America centrale e nei Caraibi c’erano il Fronte Farabundo Martí in El Salvador, i sandinisti in Nicaragua, Álvaro Colom in Guatemala, Manuel Zelaya in Honduras e Leonel Fernández nella Repubblica Dominicana. In Paesi come il Guatemala, con Álvaro Colom o in Paraguay, con Fernando Lugo, era la prima volta nella storia che la sinistra saliva al potere, in quest’ultimo caso rompendo anche un secolo di bipartitismo. Nel maggio 2008 nacque l’Unasur (Unione delle nazioni sudamericane) e nel febbraio 2010, la Celac con 33 membri. Dei 20 Paesi latini della Celac (Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi), 14 avevano governi di sinistra, ovvero il 70%. La prima parte del 21° secolo è stata indubbiamente vinta. I progressi economici, sociali e politici sono stati storici e hanno stupito il mondo, tutto in un ambiente di sovranità, dignità, autonomia, con la propria presenza sul continente e nel mondo. L’America Latina non attraversò un periodo di cambiamento, ma un vero cambiamento dei tempi, che anche modificò in modo significativo l’equilibrio geopolitico della regione. Per questa ragione, per le potenze di fatto e per i Paesi egemoni era essenziale porre fine a questi cambiamenti a favore delle maggioranze e che cercavano la seconda e definitiva indipendenza regionale.

Restaurazione conservatrice
Sebbene nel 2002 il governo di Hugo Chávez abbia dovuto subire un fallito colpo di Stato, è proprio dal 2008 che s’intensificarono i tentativi non democratici di porre fine ai governi progressisti, come nel caso della Bolivia 2008, Honduras 2009, Ecuador 2010 e Paraguay 2012. Quattro tentativi di destabilizzazione, tra cui due riusciti, Honduras e Paraguay, e sempre contro i governi di sinistra. Dal 2014 e sfruttando il cambiamento del ciclo economico, questi sconnessi sforzi per la destabilizzazione si consolidarono costituendo una vera “restaurazione conservatrice” con nuove coalizioni, sostegno internazionale, illimitati finanziamenti esteri e così via. La reazione si approfondì e perse limiti e scrupoli. Ora abbiamo molestie e boicottaggio economico in Venezuela, il colpo di Stato parlamentare in Brasile e la criminalizzazione della politica, “legge”, come visto coi casi Dilma e Lula in Brasile, Cristina in Argentina e del Vicepresidente Jorge Glas in Ecuador. I tentativi di distruggere Unasur e neutralizzare Celac sono anche ovvi e spesso spudorati. Per non parlare di ciò che succede nel Mercosur. In Sud America, al momento, rimangono solo tre governi progressisti: Venezuela, Bolivia e Uruguay. Le eterne potenze che hanno sempre dominato l’America Latina, immergendola nell’arretratezza, disuguaglianza e sottosviluppo, tornano assetate di vendetta dopo oltre un decennio di continue sconfitte.

Gli assi della strategia della restaurazione conservatrice
La strategia reazionaria è articolata a livello regionale e si basa essenzialmente su due assi: il supposto fallimento del modello economico di sinistra e la presunta mancanza di forza morale dei governi progressisti. Sul primo asse, dalla seconda metà del 2014, a causa di un contesto internazionale sfavorevole, l’intera regione subì il rallentamento economico divenuto recessione negli ultimi due anni. I risultati sono diversi tra Paesi e regioni riflettendo struttura economica e politiche economiche applicate, e le difficoltà economiche di Paesi come Venezuela o Brasile sono considerate un esempio del fallimento del socialismo, pur avendo l’Uruguay col governo di sinistra, Paese più sviluppato a sud del Rio Grande, o la Bolivia dai migliori indicatori macroeconomici del pianeta. Il secondo asse della nuova strategia contro i governi progressisti è la moralità. La questione della corruzione è diventata lo strumento per distruggere i processi politici nazionali e popolari nella nostra America. Il caso emblematico è il Brasile, dove un’operazione politica ben articolata è riuscita a far decadere Dilma Rousseff dalla presidenza del Brasile, dimostrando che non aveva nulla a che fare coi problemi che le venivano attribuiti. C’è una grande ipocrisia globale nella lotta alla corruzione.

La sinistra, vittima del proprio successo?
Probabilmente anche la sinistra è vittima del proprio successo. Secondo la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’America Latina e i Caraibi (Cepal), quasi 94 milioni di persone sono state tolte dalla povertà e sono entrare nella classe media regionale nell’ultimo decennio; in stragrande maggioranza risultato delle politiche dei governi di sinistra. In Brasile, 37,5 milioni di persone sono uscite dalla povertà tra il 2003 e il 2013, e ora sono nella classe media, ma questi milioni non costituirono una forza mobilitata quando il parlamento accusato di corruzione licenziava Dilma Rousseff. Abbiamo persone uscite dalla povertà e che ora, per ciò che viene spesso chiamata prosperità oggettiva e povertà soggettiva, anche se hanno migliorato significativamente il reddito, chiedono molto di più e si sentono poveri, non in riferimento a ciò che hanno o peggio quello che avevano, ma a ciò a cui aspirano. La sinistra ha sempre lottato contro la corrente, almeno nel mondo occidentale. La domanda è: avrebbe combattuto contro la natura umana? Il problema è molto più complesso se si aggiunge a questo la cultura egemonica costruita dai media, in senso gramsciano, cioè inverare i desideri delle maggioranze in relazione agli interessi delle élite. Le nostre democrazie dovrebbero essere chiamate democrazie mediatiche. I media sono una componente più importante nel processo politico rispetto a partiti e sistemi elettorali; e sono diventati i principali partiti di opposizione ai governi progressisti; i veri rappresentanti dell’affarismo e del potere politico conservatore. Non importa ciò che va bene alle maggioranze, cosa viene proposto in campagna elettorale, e cosa ha deciso alle urne il popolo, al centro di ogni democrazia. Ciò che è importante è ciò che i media approvano o condannano coi loro titoli. Hanno sostituito lo Stato di diritto con lo stato d’opinione.

C’è una sfida strategica?
La sinistra regionale si confronta coi problemi dell’esercizio del potere, spesso con successo ma esaurendosi. È impossibile governare felicemente il mondo intero, ancor più quando c’è tanta sete di giustizia sociale. Si deve sempre essere autocritici, ed anche sicuri di sé. I governi progressisti sono soggetti a continui attacchi, le élite e i loro media non perdonano gli errori e fanno pressione sul nostro morale, per farci dubitare delle nostre convinzioni, proposte e obiettivi. Pertanto, la maggiore “sfida strategica” della sinistra latinoamericana è forse capire che qualsiasi lavoro per una trasformazione fondamentale avrà errori e contraddizioni.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Quali sono gli elementi più importanti del Petro

Mision Verdad, 21 febbraio 2018Il 19 febbraio notte, il Presidente Nicolás Maduro dichiarava che la prevendita del Petro sarebbe iniziata all’alba. Poi, dopo mezz’ora, il Vicepresidente Tariq Aysami apparve sui media per rendere pubblica la disponibilità del manuale per chi fosse interessato all’acquisto di Petro sul sito ufficiale della criptomoneta nazionale, oltre al link per registrarsi. Nel Manuale per l’Acquirente c’erano alcune modifiche rispetto al Libro bianco, il dettaglio più importante è il cambio Block Chain utilizzato per la prevendita. In linea di principio, Block Chain dell’Ethereum sarà utilizzata tramite Token ERC20, ma nel manuale era chiaro che Block Chain NEM sarebbe stata utilizzata dalla Fondazione del Movimento della Nuova Economia. Sebbene la NEM sia una Block Chain in fase iniziale, presenta molti vantaggi tecnici, distinguendosi per la possibilità di sviluppare rapidamente applicazioni e superando per capacità Ethereum con un Sistema di contratto intelligente già testato in numerosi primi accordi. Ratificando questa scelta tecnica, il Presidente Maduro incontrava i rappresentanti della NEM nel pomeriggio del 20 febbraio, alla vigilia della trasmissione sulla Rete nazionale radiotelevisiva, dove rendeva pubblici i dettagli di ciò che chiamava “Ecosistema Petro”: un insieme di accordi e misure educative, lavorative, politiche, fiscali e commerciali per adottare trasversalmente il Petro. Durante la trasmissione, fu chiaro l’impegno ad incentivare l’estrazione di criptovalute generando risorse aggiuntive con la libera circolazione nel Paese da parte di istituzioni scolastiche private e pubbliche e le casse di risparmio dei lavoratori, il tutto secondo uno schema basato su fiducia e certificazione dal Registro Nazionale dei Minatori. In tal senso veniva inaugurata la prima “Petroscuola” presso le strutture del velodromo Teo Capriles, dove il Ministro Pedro Infante e il segretario dell’Osservatorio Blockchain David Pebha illustrarono le strutture: aule per studiare il cambio delle criptovalute, laboratori “minerari” e sale attrezzature. Questa “Petroscuola” seguirà il piano Chamba Juvenil per avviare i partecipanti allo studio della “Block Chain“.
Anche se il Petro in questa fase non ha la capacità di essere estratto, è importante sottolineare che rendere pubblico il potenziale delle criptovalute e dei loro elementi tra la popolazione, prepara il Paese ad adottare più facilmente la “Block Chain”. Furono inoltre firmati diversi accordi tra il sovrintendente del SUPCAVEN Carlos Vargas, e varie società che assemblano apparecchiature “minerarie” nazionalmente, nonché con società dedite alla creazione di soluzioni finanziarie e di cambio basate sulla “Block Chain“, come la società russa Zeus probabile responsabile dello sviluppo delle diverse applicazioni per l’uso quotidiano di Petro e del suo cambio con altre attività. Sebbene gli annunci tecnici non fossero pochi, i cambiamenti politici che porteranno di conseguenza ad assumere il Petro nel territorio sotto assedio finanziario e commerciale, sono molto più importanti e spiegano meglio la misura presa dal governo. Maduro ordinava che le società nazionali responsabili della maggioranza delle attività che generano afflussi di valuta estera, includano il Petro nei portafogli iniziando a riceverlo come forma di pagamento per i prodotti. Aziende come Venalum, CVG, PDVSA e la controllata Pequiven saranno incluse dall’inizio nell’ecosistema Petro. Ciò rafforza l’impegno precedentemente assunto di accettare il Petro in cambio di greggio, espandendo ora la puntata a un’offerta diversificata di materie prime e lavorate che vegano acquisite internazionalmente con la criptovaluta nazionale.

Le ragioni politiche del Petro è ciò che va evidenziato della misura
Allo stesso modo, di fronte alla realtà del contrabbando della benzina e la dipendenza delle vicine città di Colombia e Brasile dal carburante venezuelano, il Presidente chiariva l’intenzione di utilizzare esclusivamente il Petro per l’acquisto di carburante nelle pompe al confine, riferendosi agli alti costi della benzina in Colombia, dove si aveva di recente un altro aumento, e dimostrandosi consapevole di cosa significhi chiudere completamente il flusso di carburante per la Colombia, ma allo stesso tempo favorire lo Stato venezuelano e la PDVSA. D’altra parte durante la trasmissione fu pubblicata sulla pagina ufficiale del Petro il manuale per creare le case di cambio e l’autorizzazione corrispondente; queste case di cambio avranno un ruolo preponderante quando, una volta svolte prevendita ed offerta iniziale, sarà attivata la Blockchian del Petro, attraverso cui i bolivar possono essere utilizzati per acquisire Petro nel cosiddetto “Mercato Secondario”. Questo manuale spiega in dettaglio i requisiti necessari per un’azienda di cambio di criptobeni e criptovalute da adottare nel Paese, oltre agli obblighi verso SUPCAVEN e i tempi per l’autorizzazione. Tra i dati più importanti, queste società vanno costituite da persone “identificabili” e mai da una figura che mascheri l’identità di un fondo d’investimento o altro tipo di società; questo chiaramente per preservare la sicurezza nazionale e una maggiore capacità di controllo del SUPCAVEN. Vanno inoltre specificati il tipo di protocolli di sicurezza da usare per impedire il riciclaggio di denaro e il manuale sui rischi con limiti che consentano ai clienti di avere sicurezza sulle risorse detenute dalla casa di cambio. Va inoltre depositato in una sorta di fondo di garanzia nella BCV, il 20% del valore dichiarato della società, nell’ambito della stessa misura.
In linea di principio verranno assegnate solo otto licenze, con la possibilità di studiare in futuro la creazione di più case di cambio se la domanda nazionale supera quelle create nella prima ondata. Veniva creato il Tesoro delle Criptoattività e Abraham Landaeta Parra vi veniva nominato tesoriere. Nonostante sia poco conosciuto, nella presentazione fu detto che aveva studiato in Cina e dopo le elezioni si vedrà il rapporto che avrà l’assunzione del Petro in Venezuela e la potenza asiatica sul piano comune, al quale partecipa anche la Russia, scacciando progressivamente il dollaro dal commercio internazionale dell’energia. Fondamentale è anche il fatto che il Petro non viene adottato dalle istituzioni tradizionali, ma ricorrendo alla strategia di Chavista di dare priorità, in casi di emergenza, alla costruzione di strutture ed istituzioni alternative per un rapido passaggio dei piani del governo, evitando le rigidità strutturali dello Stato sempre a vantaggio del Paese, come accadde con le missioni sociali del governo Chávez. Il clou della giornata fu la cifra raccolta con l’intenzione di acquisto del Petro, poche ore dopo l’inizio della prevendita. Confermando tutte le previsioni che indicavano un forte interesse da parte degli investitori. e considerando che c’erano diversi problemi tecnici nella piattaforma, si sa che l’equivalente di 4777 milioni di yuan è stato ricevuto, equivalenti a 735 milioni di euro, nella giornata di apertura della prevendita. L’importo ha una percentuale di sconto che non è stata resa pubblica, ma consiste in circa 15 milioni di Petro con impegno d’acquisto. Vedendo come il Petro si è comportato in questi pochi ma importanti passaggi, è molto probabile che l’Offerta Pubblica, la fase successiva alla Pre-vendita, avrà lo stesso andamento, vendendo tutti i Petro. Ciò comporterà la rapidità con cui sarà utilizzato e diffuso come mezzo di pagamento nel Paese ed internazionalmente, rompendo il blocco finanziario imposto da Washignton ed alleati. Maduro disse anche che nei prossimi giorni verrà fatto un nuovo annuncio sui progressi della relazione tra oro e criptovaluta nazionale. Così è chiaro che la via intrapresa dal governo nazionale, come in Russia, è quella d’inondare i mercati internazionali, nonché nazionali, di attivi dal valore reale più attraenti per conservare valore e come mezzo di cambio, accelerando la fuga del dollaro già in caduta come moneta egemonica nel commercio estero e risorsa geopolitica con cui applicare sanzioni e blocchi finanziari contro Paesi sovrani.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Siria e Venezuela, similitudini che suscitano pericoli e domande

Sergio Rodriguez Gelfenstein, Resumen Latinoamericano, 3 febbraio 2018A chiunque sia interessato all’argomento e abbia il tempo di investigarvi, consiglio di leggere i media seri e decenti rimasti dal gennaio 2011, quando iniziò la cosiddetta “primavera araba”. Per coincidenza, ero in Algeria, invitato dall’Accademia diplomatica del Paese per tenere conferenze sull’America Latina, sperimentando il fenomeno alla sua nascita, soprattutto quando incontrai un deputato colombiano che era ad Algeri e doveva recarsi in Tunisia proprio il 14 gennaio, quando il presidente autoritario del Paese, Abidin Ben Ali si dimise. Consigliammo al parlamentare del Paese confinante d’interrompere il viaggio e tornare a Bogotà prima di rischiare, dopo aver verificato cosa significasse l’inizio delle rivolte. La verità è che la “primavera araba” coinvolse circa 20 Paesi della regione, attorno ai quali la visione della stampa e dell’opinione pubblica occidentali si costruì basandosi su vicinanza, lealtà e subordinazione dei governi a Stati Uniti ed Europa. Così, mentre in Arabia Saudita, Quwayt, Bahrayn, Emirati Arabi, Qatar e Giordania, tra gli altri, c’erano rivolte per protestare contro le condizioni di vita misere che i governi dovevano risolvere; in Libia, Siria e Algeria ci furono rivoluzioni democratiche contro governi autoritari e repressivi che dovevano essere rovesciati. Così fecero in Libia, la fine è nota: la scomparsa di uno Stato, oggi “controllato” da tribù e terroristi dalle diverse pellicce che lottano per impossessarsi del petrolio e della più grande riserva idrica del Nord Africa. In Siria non ci riuscirono, bisogna dire che nel primo caso Russia e Cina lasciarono che Stati Uniti e NATO agissero, indipendentemente dal destino di quel popolo e di quel Paese, peccando di ingenuità od omissione. Per quanto riguarda la Siria, l’umanità è grata per non aver permesso alle forze coloniali e imperialiste di agire nello stesso modo. Ma tornando all’argomento, ricordo che in Siria tutto iniziò con marce pacifiche che chiedevano democrazia che ben presto divennero violente azioni di gruppi radicali, avviando la creazione di un'”opposizione moderata” che non poté resistere alla competizione per la distribuzione delle risorse provenienti dall’occidente e dalle monarchie sunnite, destinandole ad al-Qaida e Stato islamico per occupare territori e scatenare odio e furia contro i principi base di ogni civiltà: cristiana e musulmana. Infine, dopo una breve e accelerata virata, i cortei pacifici dell’opposizione divennero gruppi terroristici che minacciavano la stabilità globale. Tuttavia, gli Stati Uniti raggiunsero l’obiettivo creando taliban ed al-Qaida per espellere l’Unione Sovietica dall’Afghanistan, e lo Stato islamico per destabilizzare il Medio Oriente, occupare la Siria e minacciare d’invasione l’Iran. Le tre organizzazioni “sfuggirono di mano” e oggi sono costretti a una grande propaganda per dimostrare che le combattono, quando è dimostrato che gli USA, in alleanza con Israele e le monarchie sunnite, li armano, supportano, finanziano ed addestrano. Qualcuno potrebbe pensare che sia una contraddizione infondata, ma le azioni degli Stati Uniti contro il terrorismo non sono decisive, ma solo il minimo necessario per dimostrare una presunta volontà di affrontarlo. A mostrare una realtà diversa sono i media e gli specialisti nella costruzione di scenari “post-verità”. In ogni caso, lo scopo degli USA nel generare conflitti che ne legittimino la presenza militare e creino le condizioni per l’intervento negli affari interni dei Paesi che disobbediscono al mandato imperiale, è stato ampiamente raggiunto.
Tale riflessione mi sovviene analizzando la situazione in Venezuela, inevitabile dopo aver guardato lo specchio siriano: marce di dimostranti per la democrazia che diventano violente, inizialmente focalizzate ma che si generalizzano, che porteranno inevitabilmente a un conflitto di proporzioni superiori, forse simili a quelle della Siria. L’Arabia Saudita, che con la Colombia recitano il ruolo di supporto alle basi militari statunitensi nelle rispettive regioni (mentre le organizzazioni internazionali “voltano le spalle” alle loro gravi violazioni dei diritti umani), hanno incubato eserciti terroristici per attaccare un altro Paese. Le organizzazioni regionali (Lega araba e Consiglio di cooperazione del Golfo) da un lato e OSA dall’altro, hanno fornito le basi diplomatiche per legalizzare tali azioni. I governi reazionari feudali (Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Quwayt e Turchia) sostengono la ribellione in Medio Oriente e le amministrazioni neoliberali dell’America Latina (Messico, Colombia, Cile, Perù, Argentina, Panama e Brasile) fanno lo stesso contro il Venezuela. Cos’hanno in comune? La vergognosa subordinazione agli Stati Uniti, che allo stesso tempo gli permette ogni oltraggio contro i popoli: violazione delle costituzioni e della democrazia che essi stessi hanno inventato, dei diritti umani alleandosi col narcotraffico, applicazione a tutti i costi dei modelli neoliberali, repressione dei popoli; tutto ciò non è noto perché, ancora una volta, i media hanno il compito di nasconderlo.
Se seguiamo lo sviluppo delle azioni in Siria e proviamo a proiettarle in Venezuela, dovremmo dire che sembra che la violenza sia stata instillata come pratica politica che, come mostra il dramma siriano, si sa quando inizia, ma non quando finisce. In tale scenario, i primi cento morti sono noti per nome, quando si arriva al migliaio, o se ne contano a decine, raggiungendo diecimila, centomila o più, a nessuno importa delle cifre esatte, solo il numero degli zeri interessa l’informazione che non interessa più a nessuno. In Siria, secondo i media, sarebbero 350-400mila morti. Con tale logica, i primi “esiliati” che arrivano vengono ricevuti come eroi nei Paesi limitrofi che sostengono le violenze, ma poi, quando una marea incontrollabile minaccia anche di danneggiare la sicurezza nazionale e l’integrità di ogni Paese, la questione diventa più complessa. Nel nostro ambiente, mi chiedo cosa succederebbe se i 6 milioni di colombiani che vivono in Venezuela tornassero nel proprio Paese o se Cile, Panama, Argentina e Perù, nominandone alcuni, affrontassero forti mutazioni d’identità da parte di alcune decine di migliaia di venezuelani che arrivano nelle loro città, o ne ricevessero centinaia di migliaia generando influenze di ogni tipo nelle proprie società e mercati. E cosa succederebbe se in Venezuela ci fosse un cambio di governo violento, che senza esitazione iniziasse a sviluppare misure neoliberali, che indubbiamente sarebbero contrastate dal popolo o dalla gran parte che ha visto la propria vita cambiata negli ultimi anni; ci chiediamo, quel governo avrà la forza di ordinare la repressione? Durerà più di un anno come Temer, che barcolla solo dodici mesi dopo aver illegalmente preso il potere? E tutto questo nel Paese che ha le maggiori riserve di petrolio al mondo? Cosa accadrebbe al mercato dell’energia? Qualcuno si chiese se le forze armate venezuelane, in questo scenario, di nuovo reprimerebbero il popolo come in passato e come recentemente è successo in Brasile. Oppure prendiamo lo scenario siriano e lo passiamo qui: gli Stati Uniti, col sostegno dell’estrema destra, sono riusciti a creare un esercito paramilitare in Colombia, che proverà a prendere parte del territorio del Venezuela per creare uno Stato paramilitare che, naturalmente, “sfuggirà di mano agli Stati Uniti”. Anche se con questo la potenza nordamericano avrà raggiunto lo stesso obiettivo del Medio Oriente, generando instabilità per legittimare gli interventi, in questo caso dovrà valutare che, nonostante l’annuncio della lotta al terrorismo, tali azioni minaccerebbero la stabilità politica e sociale di Colombia ed America Latina, tornando a un passato che si credeva sepolto per sempre. Cosa farebbero FARC ed ELN in queste condizioni? Cosa farebbe la sinistra latino-americana di fronte tale situazione quando gli avranno consegnato su un piatto d’argento lo strumento dell’unità e della lotta continentale? Mi chiedo se non vedremo, nel migliore dei casi, lo slogan che mobilitò milioni di persone nel secolo scorso nei Paesi della regione, dal Rio Grande alla Patagonia: “Yanquis, a casa!” e sarà bello bruciare di nuovo le bandiere statunitensi. Il peggio, non voglio neanche immaginarlo, ritorneremmo a cinquanta anni fa e dovremo ricominciare da capo, ma la pazienza dei popoli è infinita, non so per il capitale che vedrebbe diminuire i profitti.
E tutto questo, perché gli Stati Uniti non vogliono o non possono indurre l’opposizione venezuelana ad accettare regole democratiche, attendere le elezioni del 2018 e lasciare che il popolo decida il proprio futuro. C’è poco da dire, molte vite potrebbero essere salvate e ci sarebbe molto da guadagnare.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’amministrazione Trump pianifica un golpe alla Pinochet in Venezuela

Wayne Madsen SCF 05.02.2018L’amministrazione retrograda di Donald Trump progetta un colpo di Stato militare in Venezuela per estromettere il governo socialista del Presidente Nicolas Maduro. Il segretario di Stato Rex Tillerson, parlando all’Università del Texas prima d’intraprendere un tour in America Latina e Caraibi, ha detto che l’esercito è spesso intervenuto nella politica latinoamericana durante le crisi. Le osservazioni di Tillerson hanno evocato scene dal buio passato dell’America Latina. A peggiorare le cose, Tillerson invocava la dottrina imperiale Monroe del 1823, sottolineando che è “rilevante oggi come il giorno in cui fu scritta”. La Dottrina Monroe, nella storia americana, fu usata dagli Stati Uniti per giustificare l’intervento armato in America Latina, spesso allo scopo d’istituire “repubbliche delle banane” asservite ai capricci di Washington. Secondo la BBC, Tillerson fece l’affermazione dichiarando che non “difende il cambio di regime e che non ha informazioni su alcuna azione programmata”. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Richard Nixon Henry Kissinger fece commenti simili prima del sanguinoso colpo di Stato dell’11 settembre sostenuto dall’Agenzia per l’Intelligence Centrale, nel 1973, contro il Presidente socialista cileno Salvador Allende. Mentre respingeva pubblicamente qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti nella destabilizzazione del governo democraticamente eletto del Cile, Kissinger lavorava dietro le quinte con le forze armate cilene per rovesciare e assassinare Allende. Undici giorni dopo il colpo di Stato cileno, Kissinger fu premiato da Nixon venendo nominato segretario di Stato e mantenendo il portafoglio di consigliere per la sicurezza nazionale.
Da quando il predecessore di Maduro, Hugo Chavez, salì al potere nel 1999, la CIA tentò almeno un colpo di Stato militare, rapidamente annullato, nel 2002, diverse proteste e sommosse in stile “rivoluzione colorata”, guerra economica e scioperi generali iniziati dalla CIA per scacciare Chavez e Maduro dal potere. Tillerson, ex-amministratore delegato di Exxon-Mobil, ha lungamente supervisionato il controllo degli Stati Uniti sulla società petrolifera statale del Venezuela Petróleos de Venezuela, SA (PdVSA). L’itinerario latinoamericano di Tillerson tradisce i piani sul Venezuela. Tillerson si recherà in Messico, nazione dalla relazione travagliata con gli Stati Uniti per la retorica di Trump. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Tillerson e Trump, HR McMaster, accusava la Russia, senza la minima prova, d’interferire nell’attuale campagna elettorale presidenziale in Messico. Il candidato del partito di sinistra MORENA, il leader Andres Manuel Lopez Obrador, o “AMLO”, ha dovuto respingere le false accuse di aver accettato finanziamenti dai russi. Il candidato di destra Jose Antonio Meade, il favorito di Washington, accusava AMLO di essere sostenuto dalla Russia. AMLO, rispondeva alle ridicole accuse di Meade, che corre col Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), corrotto dal narcotraffico, indossando spesso scherzosamente una giacca col nome “Andres Manuelovich”. Oltre al Messico, Tillerson visiterà anche Argentina, Perù, Colombia e Giamaica. Le soste di Tillerson svelano le sue reali intenzioni. L’Argentina, governata da Mauricio Macri, immobiliarista di Trump, e Perù, il cui scandaloso presidente Pedro Pablo Kuczynski elogia Trump e guida le azioni anti-Venezuela nell’Organizzazione degli Stati americani e in altre istituzioni internazionali. La Colombia è la base per le operazioni paramilitari e d’intelligence della CIA contro il Venezuela. A causa delle sanzioni USA contro il Venezuela, la Colombia ora ospita migliaia di rifugiati economici venezuelani, terreno fertile per reclutare le pedine per un colpo di Stato contro Maduro. Tutte le soste di Tillerson in America Latina, con l’eccezione della Giamaica, sono Paesi membri del Gruppo Lima, un blocco di nazioni che cerca di rovesciare Maduro dal potere in Venezuela. Lo scalo di Tillerson in Giamaica è ovviamente volto a staccare dall’orbita venezuelana diversi Stati insulari della Comunità Caraibica (CARICOM) che hanno beneficiato del petrolio poco costoso del Venezuela.
Secondo la BBC, Tillerson aveva persino scherzato in Texas sul destino di Maduro: “Se la cucina diventa un po’ troppo calda per lui, sono certo che ha qualche amico a Cuba che potrebbe dargli una bella hacienda in spiaggia“. Per i venezuelani che sostengono il governo, la “battuta” di Tillerson ricorda che Chavez, dopo essere stato destituito dal colpo di Stato dell’aprile 2002, fu tenuto prigioniero presso la stazione aeronavale Antonio Diaz sull’isola venezuelana di La Orchila. Se il colpo di Stato non fosse fallito, si ritiene che gli Stati Uniti avrebbero esiliato Chavez, possibilmente a Cuba, nella stazione navale e gulag degli Stati Uniti nella baia di Guantanamo. Tillerson, che apparentemente continua a portare acqua ad Exxon-Mobil, riprende il ruolo svolto da Harold Geneen, presidente dell’International Telephone and Telegraph (ITT). Geneen, lavorando con la CIA, diede 1 milione di dollari all’avversario di Allende nelle elezioni presidenziali del 1970, Jorge Alessandri. Si scoprì anche che ITT aveva sostenuto finanziariamente i piani del golpe del 1973 in Cile. Nel 1964, Geneen e ITT collaborarono con la CIA per rovesciare il governo brasiliano eletto democraticamente di Joao Goulart. Oggi sono Exxon-Mobil e la sua dirigenza nell’amministrazione Trump, Tillerson, a fare gli straordinari interpretando i ruoli di ITT e Geneen nel tentativo di rovesciare Maduro in Venezuela; processare con accuse inventate Luiz Inácio Lula da Silva e Cristina Fernandez de Kirchner, ex e possibili futuri presidenti di Brasile e Argentina rispettivamente; e far tornare la “diplomazia delle cannoniere” degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale. In una conferenza stampa a Città del Messico, il ministro degli Esteri messicano Luis Videgaray respinse l’idea di Tillerson del colpo di Stato militare in Venezuela per estromettere il governo di Maduro. Alla conferenza era presente la ministra degli Esteri canadesi Chrystia Freeland, nemica dichiarata di Venezuela e Russia.
Tillerson ha un odio viscerale per il Venezuela che trascende Maduro e Chavez. Nel 1976, l’anno dopo che Tillerson iniziò a lavorare per Exxon, il presidente venezuelano Carlos Andres Perez nazionalizzò l’industria petrolifera venezuelana. Tra le attività nazionalizzate c’erano le partecipazioni di Exxon. Chavez rinazionalizzò i beni di Exxon-Mobil nel 2007, durante il regno di Tillerson. Exxon-Mobil e Tillerson combatterono il Venezuela per un risarcimento da Caracas. Exxon-Mobil portò il caso all’arbitrato della Banca Mondiale e chiese al Venezuela di risarcire la società con 115 miliardi di dollari. La banca optò per un risarcimento di soli 1,6 miliardi, spennando Tillerson, che non ha mai dimenticato che il Venezuela ha vinto la battaglia per compensare Exxon-Mobil. Tillerson ora intende vendicarsi cercando di rovesciare il successore di Chavez, Maduro. Nel 2015, Exxon-Mobil avviò le operazioni petrolifere al largo delle coste della Guyana, a est del Venezuela, nel territorio conteso di Essequibo. Sebbene Venezuela e Guyana abbiano cercato un arbitrato internazionale sul caso, ciò non impedì a Tillerson, alla guida di Exxon-Mobil, di ordinare alle controllate in Guyana, Esso Exploration e Production Guyana Ltd., di continuare ad esplorare nella regione contesa. Per Tillerson e il suo capo, Trump, apparentemente gli accordi legali non valgono la carta su cui sono stampati. Mentre si trovava in Giamaica, Tillerson si aspettava che il Primo Ministro Andrew Holness acquistasse il 49 percento venezuelano della società giamaicana di raffinazione del petrolio, Petrojam. Tillerson vuole assoggettare le nazioni caraibiche che hanno accordi di cooperazione con l’industria petrolifera venezuelana attraverso l’alleanza PetroCaribe, per annullare tali accordi e conformarsi all’ordine esecutivo punitivo di Trump 13808, che estende le sanzioni “alla Russia” anche al Venezuela. Tillerson non vorrebbe altro che aumentare i profitti di Exxon-Mobil limitando gli accordi di PetroCaribe con nazioni come Haiti, Nicaragua, Giamaica, Guyana, Belize, Honduras, Bahamas, Suriname, St. Kitts-Nevis e St. Lucia, costringendole ad acquistare petrolio e benzina più costosi di Exxon-Mobil. Tillerson ha mostrato il vero volto dell’amministrazione Trump in America Latina. Non solo vuole deportare milioni di residenti senza documenti dagli Stati Uniti con un’operazione di massa che non si vede dalla Seconda Guerra Mondiale, ma vuole cambiare coi colpi di Stato governi non graditi a Trump in America Latina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Da Daktari a Óscar Pérez: l’impiego dei paramilitari contro il Venezuela

Mision Verdad 18 gennaio 2018Plan Colombia, un fenomeno importato e il confine
Durante il governo di Álvaro Uribe Vélez, la Colombia ha subito un processo di riconfigurazione del territorio a causa dello sfollamento forzato di oltre 2 milioni di persone (per lo più contadini) che portò all’offensiva del Plan Colombia e del paramilitarismo. Lungi dal risolvere qualcosa, anche se non era l’interesse iniziale, l’attività bellica si estese, come i suoi meccanismi e canali di finanziamento che l’alimentano: narcotraffico, commercio di armi, criminalità economica, ecc. Il confine venezuelano subì i primi effetti del fenomeno con caratteristiche transnazionali e transfrontaliere, causato da uno Stato fallito che ha consegnato la sicurezza interna agli Stati Uniti e deciso, principalmente, sull’importanza per quest’ultimo della cocaina prodotta ed esportata; un equilibrio che favorisce l’aumento della domanda di armi. Anche il traffico di droga ha la sua geopolitica. Tale processo di conquista sui generis il cui risultato è la progressiva depredazione, sempre sui generis, della vita economica e sociale del confine, porta al consolidamento dei gruppi armati che controllano le rotte del contrabbando, della vendita di armi e del narcotraffico. L’impresa bellica in Colombia, marchio USA, crebbe enormemente e cercò in Venezuela d’installare una sussidiaria, un’espansione che ridiede anche nuovo carattere al classico crimine organizzato in Venezuela dall’economia illegale basata su traffico di droga, contrabbando, assassini… e poi violenza politica. Nel caso di un’azienda, quindi, era naturale la necessità di un apparato di sicurezza privato, in questo caso il paramilitarismo, che acquisiva la forma di braccio esecutivo del neoliberismo, poiché contesta il controllo sociale allo Stato sul territorio. E questo vale per la Colombia che per la Siria. Tale penetrazione ha modellato la progressiva importazione dell’esercito privato, ma anche una cultura di violenze specifica in Venezuela, affermandosi come società oltre al mero crimine. Avendo tale qualità privata, i grandi interessi politici possono metterci le mani ed usarlo. Si tratta di assumere il rischio d’investimento. Il paramilitarismo non è un fenomeno venezuelano, le bande e i referenti del crimine organizzato non sono nati spontaneamente, i loro modi di punire e controllare determinati territori non l’hanno appreso su Internet; è una conseguenza della geopolitica bellica degli Stati Uniti in Colombia, di cui anche i colombiani sono vittime. Essere vicino al principale produttore di cocaina nel mondo e al mercato principale di armi nella regione sarebbe facile, proprio in tale dettaglio c’è la logica del paramilitarismo usato come strumento politico in Venezuela e fenomeno dalle implicazioni che ha. Non è un caso se il capo politico dei paramilitari colombiani, in un recente scambio con i giornalisti, simpatizzasse con le azioni di Perez e chiamasse l’esercito alla rivolta contro il governo.

Daktari, modus operandi e via armata
I fatti della fattoria Daktari al momento diedero la dimensione di dove si fossi disposti ad andare per togliere il chavismo dal potere, fino a che punto i confini erano gestiti. È stato un anno in cui il Paese fu mobilitato dal referendum di richiamo promosso dall’anti-chavismo, che cercò di consolidare una vittoria politica dopo il colpo di Stato/serrata/sabotaggio dei mesi precedenti. I fatti e le connessioni politiche e commerciali sono ben noti; più di 100 paramilitari assoldati e collegati ad agenti infiltrati nelle forze di sicurezza e affaristi diedero la misura di un modus operandi ripetutosi in modo inerziale negli ultimi anni: se le battaglie politiche si perdono, si ricorre al piombo; se le battaglie di strada (guarimbas) si perdono, si ricorre ancora al piombo, a sicari e assassini prezzolati. E qui manca solo chi mette il denaro e chi muove le fila (si pensi alla CIA), e chi nel tribunale politico e mediatico è complice nel distorcere, negare o legittimare ciò che ne risulta. In tale contesto generale, si acquisisce visibilità quando si usano cellule armate (germe di eserciti privati) per intensificare le violenze di strada o quando, in caso di riflusso, le si usano per scopi selettivi come omicidi politici. Dalla vicenda iconica della fattoria Daktari, si evidenziano molteplici forme di uso di tale strumento, notando i periodi delle guarimba come scuole o centri di formazione, sempre tentando di posizionare gruppi armati (mascherati da “manifestanti”, ovviamente) per intensificare lo scontro. Le guarimbas del 2017 descrivevano piuttosto bene come molotov e scudi di latta fossero strumenti di marketing che offuscavano, alla stampa mondiale, occupazione e sequestro urbano, uso di cecchini e armi da fuoco negli scontri e comprovata intenzione di compiere omicidi contro chi era o sembrava un chavista. C’era la chiara intenzione di testare la lotta armata, sia da parte di attori interni che esteri: riconoscimento internazionale dello scenario di scontro delle guarimbas, generante le cellule di Óscar Pérez e Juan Caguaripano, proveniente da Stati Uniti ed Unione Europea principalmente.

Cellule armate e caso libico
Dopo che il ciclo di violenza politica e armata in Venezuela fu chiuso, tre attacchi ebbero luogo. Uno contro il quartier generale della Corte Suprema di Giustizia (TSJ, mentre i bambini che studiavano nell’istituzione erano all’interno) e il Ministero degli Interni, Giustizia e Pace con un elicottero da cui lanciavano granate e sparavano; e gli altri due contro sedi delle Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB) nello Stato di Carabobo (Fort Paramacay) e di Miranda (Comando della Guardia Nazionale Bolivariana, GNB). L’obiettivo era prendere le armi per preparare un colpo ed acquisire capacità, ma anche imporre al pubblico una presunta superiorità tattica e militare, oltre al clima di terrore. Con questi attacchi le due nuove cellule armate (una di Óscar Pérez e l’altra del disertore Juan Caguaripano) ebbero una nuova scommessa. Una cellula non è fine a se stessa, serve da primo raggruppamento di una strategia superiore volta a formare un esercito parallelo: dopo un processo d’infiltrazione e cooptazione delle forze regolari per produrre diserzioni, si tenta di dargli forma ed obiettivo politico. Così avvenne durante la “Primavera araba” che travolse la Libia, dove i servizi d’intelligence della NATO riuscirono ad attrarre ufficiali dall’esercito verso i “ribelli”, con un quadro narrativo globale che poneva come unica via pratica l’agenda armata per abbattere Gheddafi. Vi ricorda qualcosa? Pérez e Caguaripano erano la prova di quell’intenzione (globale ma adattata a ciascun terreno) di “risolvere” i conflitti armati ed infiltrare le forze di sicurezza per formare il seme di un esercito privato. In Venezuela la visibilità di tale intenzione è ancora maggiore quando si nota l’assedio psicologico a cui furono sottoposte le FANB, i ricorrenti appelli dell’opposizione a “stare con la Costituzione” (eufemismo per insurrezione) e le infiltrazioni rilevate in tempo. In questo senso lo smantellamento di tali cellule assai pericolose non era solo volto a sventare qualsiasi sabotaggio o terrorismo futuro, secondo il dirigente Diosdado Cabello pronte a far esplodere un’autobomba nell’ambasciata cubana, ma anche a neutralizzare le operazioni all’interno delle forze di sicurezza. Quest’ultimo punto è fondamentale per prevenire i servizi d’intelligence stranieri che potrebbero essere operativi nel ricreare un Perez o un Caguaripano che, ancora una volta, cerchi di portare il Paese in guerra.

Media e politici statunitensi e legittimazione del paramilitarismo con un altro nome
Una componente fondamentale che consente la legittimazione e l’empatia coi gruppi armati sono i mezzi di propaganda privati. Sotto l’imposizione di un alias globalizzato (i “ribelli”), caos e mercenarizzazione dei conflitti sono stati giustificati dalle grandi compagnie mediatiche, come in Medio Oriente dopo la “Primavera araba”. E i “ribelli” sono, appunto, le cellule terroristiche o i gruppi armati che “emergono” in territori dai governi non allineati agli Stati Uniti. Il Venezuela non sfugge a tale trattamento, e durante le ultime guarimbas veniva avanzata la narrazione che rappresentava “scontri tra manifestanti pacifici con militari armati”, quando erano episodi di violenze, blocchi stradali, tiro di cecchini e saccheggi. Tuttavia, l’alias “ribelle”, nomenclatura che segna una risorsa militare, apparve chiaramente dopo che Óscar Pérez e il suo gruppo furono liquidati negli scontri; i media internazionali e locali assunsero un tono glorificandolo come “pilota ribellatosi a Maduro”, facendo appello ai vuoti di disinformazione lasciati dall’operazione e, soprattutto, alle voci più estreme dello spettro politico (María Corina Machado, Diego Arria, Antonio Ledezma, ecc.) che diedero a Pérez sostegno sfacciato. Sebbene tale alias denoti già l’intenzione di gestire la storia per legittimare le cellule armate, collocando Pérez nelle stesse coordinate simboliche delle organizzazioni terroristiche in Medio Oriente, un altro dato prefigura i supporti esteri che l’opzione armata ha: Marco Rubio, Otto Reich, Roger Noriega e Ileana Ros hanno difeso Óscar Pérez e supportato le sue azioni. Non si tratta di semplici parlamentari o portavoce degli Stati Uniti, ma di un settore che con l’ascesa dell’amministrazione Trump ha un’importante influenza nel configurare le relazioni degli Stati Uniti col Venezuela. Evidenziare i casi Otto Reich e Roger Noriega, entrambi agenti della guerra sporca in America centrale e strettamente legati ai servizi segreti statunitensi che Marco Rubio, da senatore, sostiene, in modo che la loro voce flebile sia ascoltata. Come nel caso di Luis Almagro, che approfittando dell’ondata sul suo account twitter, condivide il sostegno alle ONG finanziate dal dipartimento di Stato, come Human Rights Watch. A questo punto è necessario sottolineare l’ovvio: il prossimo attacco pianificato dalla cellula di Perez, o Caguaripano prima dello smantellamento, sarebbe stato legittimato da tali attori politici al Congresso degli Stati Uniti, che hanno mostrato influenza nel delimitare la politica estera nei confronti del Venezuela. Marco Rubio e Ileana Ros hanno persino accesso a budget neri con cui potrebbero concedere finanziamenti per non far calare l’entusiasmo, fatto già abbastanza pericoloso. Tale prova è più che sufficiente per inquadrare l’operazione contro la cellula di Perez nel contesto, ma soprattutto, poiché il paramilitarismo è sul tavolo di chi ha influenza relativa nella Casa Bianca, per decidere cosa fare con il Venezuela. In questi giorni c’è stato il tentativo di mostrare Óscar Pérez come caso isolato, quando in realtà rappresenta la continuità (non ancora raggiunta) dell’agenda paramilitare contro il Venezuela.

Traduzione di Alessandro Lattanzio