Certi ‘chavisti critici’ e trotskisti affiancano Trump sul Venezuela

Dick Emanuelsson, Tegucigalpa, Resumen Latinoamericano 27/07/2017Non solo la destra venezuelana e internazionale mette tutto il suo peso per frenare ed evitare le elezioni per l’Assemblea costituente nazionale (ANC). Anche se piccolo, un settore del trotzkismo venezuelano e internazionale si maschera da “chavista” ed ha le stesse posizioni del MUD, dell’opposizione di destra, di Trump, Mariano Rajoy e Felipe Gonzalez puntando ad impedire al popolo venezuelano di votare l’ANC. Parla contro la borghesia, ma vota MUD. “E’ dovere dei socialisti dell’America Centrale essere vigili nella lotta contro il nemico comune“, dice l’autore di uno dei gruppi trotskisti centroamericani in una nota sulle elezioni per l’Assemblea Costituente Nazionale (ANC) del 30 luglio. Ma il trotskismo (almeno una parte, dato che di recente vi sono stati trotskisti che sostengono apertamente la Rivoluzione) fedele al proprio passato (dalla guerra civile spagnola alla guerra contro la Siria), è dalla stessa parte della barricata del MUD, della procura dei traditori, di Trump e dei paramilitari fascisti nelle strade di Caracas nella battaglia contro la Costituente. Mi ha detto il deputato del Partito della Libertà e Rifondazione (Libre) dell’Honduras, Bartolo Fuentes, nelle ultime elezioni presidenziali in El Salvador, tra il partito degli squadroni della morte durante la guerra e l’FMLN, il trotskismo cantroamericano chiedeva, come in Venezuela, agli elettori salvadoregni di astenersi. E la differenza fu solo di seimila voti a favore di Sánchez Ceren del FMLN. Se Pinochet fosse vivo avrebbe sostenuto la destra fascista venezuelana come Freddy Guevara, di Volontà popolare, che vede il colpo di Stato di Pinochet contro Allende del 1973 come un modello. Il portale Aporrea attua la campagna contro l’ANC e quindi il governo bolivariano, come si nota dalla scelta degli argomenti su tale sito. Il ‘contributo’ trotskista alla Rivoluzione Bolivariana in questi momenti decisivi è un balletto contro l’Assemblea Costituente, lodando MUD, Trump e CIA. Franco, se fosse vivo, avrebbe detto, “Abbiamo quattro ex-presidenti della destra spagnola e latinoamericana alle porte di Caracas e una quinta colonna dentro“.

Quale plebiscito popolare?
Per l’autore della nota, il ‘plebiscito’ dell’opposizione mostrava forza e un nucleo. Ogni giornalista con qualcosa tra le orecchie e dal principio di mettere in discussione gli indizi, potrebbe facilmente smascherare tale ‘votazione’ come totalmente fraudolenta. Nel “Venezuela l’opposizione può votare sette (7) volte nella stessa elezione e nello stesso giorno“, come ha dimostrato una collega giornalista, il 16 luglio a Caracas.
E cosa fa il trotskismo centroamericano il 30? La minaccia di Trump è in realtà la minaccia d’intervenire militarmente a fianco dell’opposizione in risposta all’elezione dell’ANC, sanzionando otto giudici della Corte Suprema a maggio e altri tredici il 26 luglio. Cosa farà il trotskismo e con chi starà per impedire un regime dittatoriale imposto dagli yankee in Venezuela, perché da sola l’opposizione venezuelana non può rovesciare il governo bolivariano? Cosa faranno trotskismo e “chavismo critico” per impedire che il regime dei vendipatria Guevara-Capriles-Lopez-Borge consegnino il proprio territorio, come fece Uribe in Colombia, per farne il secondo Stato latinoamericano della NATO? Perché questo è l’obiettivo dei gringos, fare ciò che scrisse il senatore Paul Cordewell il 10 aprile 2000 sul Washington Post, con il titolo, “Iniziare con la Colombia”, alla vigilia del dibattito sul Plan Colombia al Congresso degli Stati Uniti: “Per controllare il Venezuela (e i giacimenti di gas e di petrolio più grandi del mondo), è necessario occupare militarmente la Colombia“! Il resto è storia. In tale situazione cruciale e drammatica per Venezuela e America Latina, l’atteggiamento di certi settori del trotskismo mi fa ricordare le parole di Fidel: “Il trotskismo è un volgare strumento dell’imperialismo!

Il “chavismo critico” invoca la difesa dell’eredità votando MUD
Franco Vielma, Mission VerdadLa presentazione dell’antichavismo autodefinitosi chavista, od opportunismo rosso, è sempre più imbarazzante e dolorosa. Un ritratto decadente della perdita di potere con niente a che fare co i principi. Con facce tristi e incerte sul futuro, i membri del “chavismo critico” erano a una conferenza stampa pochi giorni prima. Come Jean-Paul Sartre definì i trotskisti “comunisti infelici”, anche se col socialismo scientifico non hanno nulla a che fare. L’ex-difensora civica Gabriela Ramírez, dichiarava che il plebiscito promosso dall’opposizione il 16 luglio è garantito dalla Costituzione. “La sovranità popolare non può avere limiti. Dover dimostrare per questa consultazione, sarà un imperativo etico“, aveva detto Ramirez alla conferenza stampa. A suo parere il referendum indetto dall’opposizione potrebbe avere un’alta affluenza, perché al popolo hanno chiuso tutto valvole elettorali per esprimersi pacificamente. “Sembra probabile un’ampia mobilitazione, il 16 luglio, perché le valvole sono state chiuse“, aveva detto. D’altra parte sull’indagine in merito al Procuratore Generale della Repubblica Ortega, Ramirez espresse sostegno e avvertiva che gli attacchi del pubblico ministero potrebbero portare alla fine della democrazia nel Paese. Come se non bastasse la stranezza delle sue dichiarazioni, l’ex-difensora ribadiva di non sostenere l’Assemblea costituente e faceva appello ai chavisti per dissociarvisi.

In nome di Chavez
Purtroppo una delle più grandi tragedie dopo la scomparsa del comandante Hugo Chávez è l’uso del suo nome come scusa o aggettivo discrezionale per qualsiasi cosa, e ciò va sottolineato. Non potendo difendere nome ed orientamento personalmente, Chavez ha delegato noi. Certamente ciò che chiamiamo “eredità di Chavez” può essere ambiguo, se soggetti alla interpretazione di coloro che erano o fanno parte del governo. Per la gente comune, l’eredità di Chavez non è astratta, è il senso politico comune che non lesina sull’identità politica della Rivoluzione Bolivariana. Il senso comune chavista è anche senso critico verso politica e società. Ma niente a che fare con le azioni, ad esempio, dell’ex-difensora Ramirez, che chiede di riconoscere un plebiscito che non esiste nella Costituzione che dice di difendere mentre la violenta reinterpretandola a suo comodo.

Golpismo e tradimento sono così
Sappiamo anche che senza il CNE, l’unico organo autorizzato dalla Costituzione per regolamentare e legalizzare i processi elettorali nazionali, il plebiscito è una farsa senza valore e senza trasparenza. Ramirez chiedeva di partecipare a una pagliacciata politica che, e lo sapeva bene, non rispettava lo spirito della correttezza istituzionale. Ramirez ignora il CNE nascondendo frettolosamente anche le precedenti azioni della sua Tavola dell’Unità Democratica (MUD), sebbene il CNE avesse organizzato le primarie dell’opposizione. Per loro, il CNE non è più l’ente arbitro elettorale e politico del governo. E’ raro vedere tali atti in nome di Chavez. E l’obbrobrio di richiamarsi al chavismo per non partecipare alla Costituente è la ciliegina sulla torta. Le dichiarazioni di Ramirez sono laide, nel contesto in cui vengono fatte. Accompagnando le azioni di Luisa Ortega Diaz, coinvolta col MUD nell’aggressione allo Stato venezuelano, minandone la stabilità e promuovendo sconvolgimenti sociali e un colpo di Stato istituzionale, senza considerare le conseguenze catastrofiche di tali azioni sulla società venezuelana a cui pretende di portare pace. Gli antichavisti dipinti di rosso e amanti del potere, si scagliano contro qualsiasi identità popolare. Sono attori chiave nella sponsorizzazione di un movimento che vuole abbattere il chavismo, avendone ben chiare la fatalità per il popolo chavista e il popolo venezuelano in generale. Iniziata come “critica rivoluzionaria” oggi segue l’opposizione venezuelana, e si “richiamano a Chavez” mentre fanno parte della gendarmeria del colpo di Stato, chiedendo di mettere al potere una mandria di violenti selvaggi che perseguono il golpismo da 18 anni per sete di potere e di vendetta, cercando di sottomettere e sradicare il chavismo dalla realtà politica. Questi attori pseudoinstituzionali del golpe sono chiari, sommamente allineati a tali intenzioni senza badare alle conseguenze, e se lo fanno, non gli interessa. Ciò sono golpismo e tradimento. Lo comprendiamo dopo 18 anni di esperienza.
Questi sono tempi che impongono una postura netta. Non dimentichiamo mai reclami e lamentele legittime o il rifiuto su problemi e decisioni emanate dalla direzione chavista del governo. È sano avere posizioni critiche. Ma il tradimento è un’altra cosa. Una parte del chavismo, che patrocinò in passato la frase “irriverenza nella discussione, lealtà nell’azione“, certamente prova a “fermare” le aspirazioni popolari con violenti frasi pompose. Tuttavia abbiamo l’obbligo di badare al senso comune chavista, per avere posizioni forti e riconoscere la necessità di combattere con le unghie e i denti per il destino indicatoci da Chavez. A molti piace dire che “Non è il governo, ma il popolo ad aver fatto la rivoluzione“. E’ una frase storicamente certa, anche se riconosciamo l’importanza strategica del governo rivoluzionario che crea le condizioni che permettano la rivoluzione. Non dimentichiamo questa frase in questo momento. I tempi ce lo chiedono. È necessario che contro qualsiasi non conformità e qualsiasi cosa discutibile della leadership chavista, si pensi al destino politico nazionale come questione più importante. La continuità del governo bolivariano è l’unica garanzia fondamentale a che il popolo continui a intraprendere la rivoluzione. Un governo di destra sarebbe la catastrofe e la regressione storica. Queste riflessioni servono a ricordarci, come ce lo ricorda il fascismo per le strade oggi, che chi tenta il colpo di Stato vuole trascinare il popolo nello scontro civile e generale. Di conseguenza, dobbiamo allinearci con chi può proteggerci e non con chi vuole sradicarci.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

10 punti per capire la vittoria chavista della Costituente

Victor Hugo Majano, AlbaTVVenezuela Infos 31 luglio 2017Il processo elettorale vissuto dal Venezuela e il massiccio voto per la Costituente (più di otto milioni di voti) mostrano chiaramente il trionfo del chavismo, con una molto forte correlazione politica e simbolica. La “battaglia finale” non è avvenuta come dicevano gli scudi degli estremisti di destra “intorno al palazzo presidenziale di Miraflores”: non ci sono state pallottole ma voti e solo più forti. Lo chavismo ha ora maggiore legittimità e base giuridica per andare avanti senza esitazioni con la profonda trasformazione del quadro costituzionale assicurando la pace, rafforzando le istituzioni e stabilizzando l’economia.
L’analisi preliminare identifica vari punti fondamentali:
1) si vede che l’opposizione associata al MUD (coordinamento dei partiti di destra) non è la maggioranza.
2) non esprime più aspettative ed esigenze della maggioranza o dei principali settori del Paese. E nemmeno dei settori dominanti.
3) non serve l’interesse nazionale, ma fattori esteri ben identificati, senza neanche provare a giustificare le posizioni o a nasconderle.
4) la destra si è mostrata violenta e irresponsabile. I capi attuali sono sempre quelli del colpo di Stato contro Chavez o i “guarimbas” degli anni passati. Non hanno mai condannato, ma piuttosto incoraggiato gli omicidi quest’anno, perfino invocando più volte dalle nuove forze armate un colpo di Stato, senza alcun progetto politico, che rovesciasse Maduro, come vollero rovesciare Chavez.
5) nel frattempo, il chavismo ha dimostrato di essere l’unico movimento politico unico con una visione nazionale complessiva, comprendente i principali fattori sociali, istituzionali, economici e politici del Paese senza escludere organicamente fattori legati all’opposizione del MUD.
6) la destra, in risposta, passa alla storia per la sua guida sconnessa, mutandosi in minacce per l’indipendenza, la pace, la stabilità istituzionale e l’equilibrio economico del Venezuela. Il blocco dell’opposizione non è riuscito a superare l’ossessione per la riconquista del potere “con tutti i mezzi”. Invece di sviluppare un’ampia proposta politica, si è impantanata in una dinamica assolutamente distruttiva.
7) origine e sviluppo dei conflitti che si acuiscono dal 2012 sono economici, decisi da accesso e redistribuzione dei proventi del petrolio. Pertanto, il Venezuela non può evitare il dibattito sul superamento del modello da rendita petrolifera, come sui derivati elementi simbolici. Ciò significa avvantaggiarsi prendendo decisioni radicali con l’Assemblea Costituente per smantellare le strutture produttive dipendenti dall’estero.
8) le condizioni imposte dalle violenze di strada e dalle minacce al diritto di voto hanno costretto i chavisti a mostrare più impegno. Paradossalmente tali condizioni potrebbero aver incoraggiato la partecipazione. Ciò si verificò nel 2002-2003 con la reazione popolare al colpo di Stato contro Chavez o dopo il sabotaggio petrolifero nel 2004, prima del referendum di conferma, tra l’altro. Oggi, chavisti delusi e qualche né-né (se esistono), astenutisi per la vittoria della destra alle elezioni parlamentari nel dicembre 2015, sono andati a votare. Mentre ciò che sperava al meglio la destra era la loro indifferenza.
9) il chavismo diventa fulcro e promotore del dialogo politico, ma ciò richiede più inclusività (parlando degli attivisti) e tematiche più ampie, coinvolgendosi sempre più nella concretezza di ogni fattore sociale.
10) gran parte degli obblighi del chavismo prevede la realizzazione di una cosmogonia e teleologia del popolo venezuelano che possano incarnare un’alternativa ai valori culturali del capitale. Ciò include aspetti legati alla cultura popolare (compresa la religione).Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché rovesciare il governo del Venezuela?

Bruno Sgarzini, Venezuela Infos 30 giugno 2017Mentre le Nazioni Unite hanno condannato l’attacco di un commando di estrema destra contro la Corte Suprema di Giustizia e il Ministero degli Interni del Venezuela, attentati oscurati dai media (1), l’ambasciatrice statunitense Nikky Haley alle Nazioni Unite ha rifiutato di farlo: “Dobbiamo fare pressione su Maduro, ora ci sono segnali che indicano che comincerà ad usare il potere militare e le armi e vediamo in televisione (sic) che in realtà è molto peggio. E’ una situazione terribile, motivo per cui dobbiamo esercitare su Maduro quanta pressione possiamo“. (2) Il 15 giugno 2017, in una conferenza sul tema “prosperità e sicurezza in America Centrale”, organizzata da dipartimento di Stato (USA), Department of Homeland Security (US) e Messico, il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence si rivolgeva al pubblico di capi dell’America centrale, “Basta guardare il Venezuela per vedere cosa succede quando la democrazia è compromessa. Questa nazione, un tempo ricca, collassa nell’autoritarismo che ha causato innumerevoli sofferenze al popolo del Venezuela, e la sua discesa nella povertà. Dobbiamo tutti alzare la voce per condannare l’abuso di potere del governo contro il proprio popolo, e dobbiamo farlo ora“. (3) Per comprendere a fondo la base della guerra economica, delle esercitazioni militari regionali (Brasile, Colombia) e della pressione mediatica e diplomatica degli Stati Uniti per neutralizzare l’opinione pubblica internazionale sul teatro del Venezuela, va prima ricordato che l’amministrazione Trump, lungi dall’aver cambiato politica estera, ha mantenuto la strategia tracciata dall’ideologia neoconservatrice che ora controlla le decisioni del governo e la azioni del Congresso degli Stati Uniti. L’urgenza di abbattere il chavismo è difficile da capire se non si considerano le idee internazionali e regionali proposte dai think tank.

Come si stigmatizza il Venezuela nell’agenda globale?
A metà del 2016, il Centro per una nuova sicurezza americana (CNAS) presentò un documento dal titolo “L’espansione della potenza americana” che contiene una serie di raccomandazioni per generare consenso nella classe politica statunitense per “garantire la sopravvivenza del sistema internazionale favorevole agli Stati Uniti“. Per fare questo, il think tank sostiene le riforme economiche bipartisan quali, ad esempio, la ristrutturazione del debito e la riforma fiscale per rafforzare le fondamenta del sistema degli Stati Uniti per aumentare la spesa militare, economica e diplomatica, consentendogli di espandersi in Asia, Europa e Medio Oriente, tre aree chiave per una globalizzazione permanente. Così gli Stati Uniti “potrebbero scoraggiare con mezzi diplomatici e militari potenze come Cina e Russia nel sfidare l’attuale ordine internazionale liberale, evitando un conflitto mondiale (sic)“. E sulla base di tali proposte che tale think tank prevede di militarizzare il mar meridionale cinese e di riformare la NATO per rafforzarne la presenza alle frontiere con la Russia. Proposte attuate con la prosecuzione dell’amministrazione Trump delle politiche di Obama, insieme ad altre misure specifiche riguardanti direttamente la Russia, come la creazione di una zona di sicurezza nel nord della Siria per installarvi profughi e forze alleate degli Stati Uniti, con l’obiettivo di promuovere la partizione del Paese e frenare Mosca dall’azione in questa guerra. Il vertice tra Trump e il Presidente cinese Xi Jinping rientra nel piano di far aderire in modo pacifico la potenza asiatica all’ordine internazionale favorevole alle multinazionali degli Stati Uniti. Di qui l’importanza attribuita a tale agenda globale nell’ambito del consenso generale dei think tank in relazione a figure dell’amministrazione Trump, come il segretario della Difesa James Mattis e il consigliere per la sicurezza nazionale McMaster.

E riguardo il Venezuela?
L’obiettivo è portare l’attuale conflitto in Venezuela nel terreno “a somma zero”. Tutti sanno che il Venezuela è la principale fonte petrolifera nel mondo ed ha un’ampia gamma di falde acquifere, gas e minerali strategici utili all’industria spaziale e militare del sistema che cerca d’imporsi sul pianeta. Pertanto assicurarsi il territorio, fonte di approvvigionamento economico, è certamente una strategia vincente per il piano egemonico che si cerca d’imporre al mondo. Un estratto dal rapporto del Centro per una nuova sicurezza americano dice molto chiaramente che è di primaria importanza per gli Stati Uniti trarre benefici dai mercati energetici che ne estendano il potere a livello globale. Ciò equivale a far regredire il Venezuela al vecchio status che permise ai discendenti della Standard Oil (Exxon, Chevron, Conoco Phillips…) di controllare direttamente o indirettamente l’industria petrolifera venezuelana, ottenendo proprio questi vantaggi strategici. E’ ampiamente noto che almeno 24 compagnie petrolifere multinazionali hanno firmato accordi con PDVSA e Stato del Venezuela, operando nel sistema misto esistente nel Paese. Ciò aiuta a capire che multinazionali come Exxon Mobil e Chevron finanziano le sanzioni contro il Venezuela, arrivando anche a controllare il dipartimento di Stato degli Stati Uniti, ed hanno un particolare rapporto con il finanziamento dei think tank che tracciano le azioni contro il Paese. Ciò comprende, tra molti esempi, la recente proposta del Consiglio per le relazioni estere presentata al Congresso degli Stati Uniti per rafforzare il blocco con l’OSA, e la visita di Luis Almagro presso l’American Enterprise Institute, pochi giorni prima della sua presentazione della richiesta di applicare la Carta democratica contro il Venezuela. Tali iniziative hanno lo stesso obiettivo e si basano sul sostegno esplicito di altri think tank come Consiglio delle Americhe e Consiglio Atlantico, creati da società particolarmente interessate alle risorse naturali del Paese che vogliono sfruttare senza alcuna mediazione dello Stato venezuelano.

Qual è l’equazione regionale?
Il Venezuela è considerato il Paese chiave per assicurarsi che l’America Latina continui ad essere fonte di approvvigionamento di risorse e manodopera a basso costo, sempre dal punto di vista della strategia globale, dopo i cambi di governi a favore di tale politica in Argentina e Brasile. E’ a tal fine che il Consiglio Atlantico ha presentato un piano che propone che Mercosur e Alleanza del Pacifico si uniscano a una zona di libero scambio permettendo alla regione di aderire a una megapiattaforma commerciale con Stati Uniti ed Europa per entrare con forza sul mercato asiatico. Tale iniziativa è in via di attuazione, dopo discussioni tra i due organismi regionali precedenti alla sospensione del Venezuela dal Mercosur, flagrante violazione del diritto internazionale di questa associazione commerciale. Certo è che liberandosi del Venezuela, il principale ostacolo a tale piano verrebbe sollevato in conformità con la strategia globale promossa dal think tank. Quindi il livello della pressione sul Venezuela per por termine alla sua “cattiva influenza” sulla regione (ad esempio combattere contro il programma Petrocaribe con cui il Venezuela fornisce petrolio a buon mercato ai Caraibi) e cercare di spostare il conflitto politico sul terreno “a somma zero”, dove ogni tentativo di raggiungere un consenso politico nazionale, che non sia sotto tutela estera, lasciando i venezuelani risolvere la crisi, verrebbe sabotato dall’estero. L’applicazione di tali misure fu già discussa nelle ambasciate degli Stati Uniti in America Latina nel 2007, per finirla con l’eredità negativa di Hugo Chavez.Note
1) Come spiegato dal sindacalista francese Gilles Maréchal (CGT), “i media mainstream sono in una fase in cui il Venezuela non gli serve, dato che si è evitato il rischio dell’elezione alla presidenza di Jean-Luc Mélenchon e dell’arrivo all’Assemblea nazionale di un’ondata di parlamentari di Francia indomita e PCF”. Fenomeno già osservato nelle ultime elezioni in Spagna e Grecia. I titoli dei media francesi non sono il risultato di inchieste o informazioni sul campo ma riprendono ciò che dicono i media dell’opposizione (la maggioranza di radio, televisione, carta stampata e reti sociali in Venezuela) o statunitensi.
2) Telesur
3) Philip Huysmans: “Quando Mike Pence denuncia il “totalitarismo” in Venezuela“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Otto miti sull’economia venezuelana

Pasqualina Curcio, Venezuela Infos 26 giugno 2017Ci hanno raccontato tante favole sull’economia venezuelana, tanto da far parte del luogo comune di oggi. Al momento dell’ampio dialogo sociale nel quadro della Costituente, è importante distinguere la realtà dalla fantasia in queste storie che ci raccontano da sempre.

1. “Il Venezuela è un Paese a monocultura”. Sia in Patria che all’estero si sente dire che in Venezuela si produce solo petrolio. I dati della Banca Centrale del Venezuela indicano il contrario. In media, la produzione nazionale lorda [1] per l’84% è costituita da attività non-petrolifere. La produzione di petrolio occupa solo il 16%.Nell’ambito della produzione non-petrolifera, l’industria è al primo posto (21%), seguita dai servizi pubblici (15,6%, cioè sanità, istruzione, ordine pubblico, sicurezza e difesa, protezione sociale); servizi immobiliari (13,2%); commercio e servizi (12,6%); costruzioni (8%); servizi comunitari (7%); agricoltura, allevamento e pesca (6,4%); comunicazioni (5,9%); e infine trasporti e depositi (4,6%).Quindi, se non siamo questo monoproduttore come sempre presentati, l’economia venezuelana è caratterizzata però dalla condizione di monoesportatore. Quasi il 90% delle esportazioni riguarda in effetti il petrolio, tramite il settore pubblico (Petróleos de Venezuela, PDVSA).Il problema non risiede nella nostra condizione di Paese di mono-esportazione petrolifera, né nel fatto che il settore pubblico se ne occupa, ma dallo scarso rendimento del settore privato. Anche se appare ancora potente, storicamente esporta, in media, meno del 10% del totale. Il 10% delle esportazioni non petrolifere riguarda minerali (26%); industria chimica (45%); plastica e gomma (3%), metalli (10%), tutti prodotti dal settore pubblico [2]. L’esportazione del settore privato non supera in media l’1% del totale.

2. “Non produciamo ciò che mangiamo”. Un’altra favola è che tutti gli alimenti consumati dai venezuelani sono importati. Niente di più lontano dalla realtà. Del cibo disponibile, l’88% in media è prodotto dai nostri agricoltori, allevatori e pescatori in terre e mari venezuelani, il restante 12% è ancora importato. [3]Il Venezuela produce il 99% dei tuberi consumati, il 92% dello zucchero, il 97% della verdura, il 92% della carne, il 99% delle uova, il 98% di frutta e latte, il 90% di caffè e tè. Il 63% dei cereali. L’importazione principale sono grano (100%) e malto d’orzo (100%), utilizzati per la produzione di pane e birra, che non possono essere prodotti a livello locale a causa del clima. 91% dei legumi (fagioli, lenticchie) consumati dai venezuelani è importato quando potrebbe perfettamente essere prodotto sul nostro territorio. Importiamo anche il 53% di grassi, in particolare la soia.Non c’è dubbio che alcune di queste favole sono scuse del grande capitale, in particolare di quello che concentra la produzione agroalimentare chiedendo allo Stato sempre più dollari a tasso preferenziale con l’argomento che non vi ha accesso, altrimenti non potrebbe importare questi prodotti, affamando la popolazione. Gli serve anche giustificare il debito privato, suo riconoscimento e ripianamento da parte dello Stato… Il 50% della produzione totale di alimenti dell’agribusiness si concentra sul 10% delle aziende private. [4] In altre parole, siamo di fronte a una produzione alimentare monopolistica. Anche se non lo si menziona mai, è uno dei principali punti deboli del modello di produzione economica del Venezuela, non solo per gli effetti negativi prodotti dai monopoli su prezzi e quantità, ma soprattutto per la dipendenza da una manciata di aziende che producono, importano e distribuiscono un bene strategico come l’alimentazione della popolazione. La situazione rafforza il potere coercitivo che possono esercitare queste aziende, per interessi economici od intenti politici, come osservato negli ultimi anni in Venezuela. La lezione principale di questa storia è la differenza tra sicurezza e sovranità alimentare.

3. “Il settore pubblico è improduttivo”. Si dice anche che il settore pubblico non produce nulla. Discriminando la produzione totale per settore istituzionale, cioè tra settore pubblico e privato, ci si rende conto che in media il 34% del prodotto interno lordo è generato dal settore pubblico e il 66% dal settore privato. Dalle attività del settore pubblico in Venezuela provengono principalmente petrolio, servizi pubblici (sanità, istruzione, trasporti, difesa, ordine pubblico, sicurezza, protezione sociale), elettricità, acqua, estrazione mineraria. Negli ultimi quattro anni, nonostante i prezzi del petrolio in calo, fattore chiave dei livelli di produzione in Venezuela, nonostante i vari aspetti della guerra economica attuata dal settore privato, come il blocco del credito internazionale e l’inflazione indotta con la manipolazione monetaria sul mercato illegale, la produzione del settore pubblico è aumentata.La produzione del settore pubblico è aumentata costantemente dal 2003, anche nel 2009, anno che vide un calo del 34% del prezzo del petrolio. Oltre al business del petrolio, la fornitura dei servizi pubblici è seconda nella produzione dopo la manifattura.

4. “Il settore pubblico, a differenza del settore privato, è inefficace”. Si dice che lo Stato è inefficace, cioè che i lavoratori del settore pubblico ricevano lo stipendio senza fare nulla o, nella migliore delle ipotesi, facendo poco. Al contrario, le aziende private sono ancora considerate “efficienti”. Per definizione, si considera “efficiente” produrre di più con meno risorse. [5] Questa favola è la base della tesi secondo cui lo Stato non deve intervenire nell’economia. In Venezuela, in media, la produttività del lavoro nel settore pubblico, tra cui il petroloo [6], è stata 2,5 volte superiore a quello del settore privato. [7] Dal 1997 al 2015 ogni lavoratore pubblico ha prodotto 8,07 milioni di bolivares all’anno [8], mentre ogni lavoratore del settore privato ne ha prodotto 3,25 milioni. Anche escludendo da questi calcoli il petrolio, la produttività del settore pubblico rimane non solo 1,3 volte superiore a quella del settore privato, ma dal 2006 ha avuto un incremento del 44% da 3,5 milioni di bolivar all’anno per lavoratore a 5,1 milioni. [9] Al contrario, nello stesso periodo, la produttività del settore privato è diminuita del 14%.

Questi risultati ci permettono di celebrare alcuni protagonisti della nostra storia contemporanea: i lavoratori del settore pubblico. Operai, medici, infermieri, paramedici, bio-analisti, insegnanti, docenti universitari e lavoratori in genere; ingegneri e tecnici della manutenzione e pulizia; i responsabili della nettezza urbana; comunicatori; conduttori di metropolitana e autobus; agenti della polizia; militari delle Forze Armate Nazionali Bolivariane; vigili del fuoco; lavoratori del servizio diplomatico; della pubblica amministrazione; della giustizia; i cuochi che preparano i pasti per gli scolari; musicisti delle orchestre sinfoniche; allenatori sportivi; guardiaboschi; portuali e aeroportuali, amministratoti del processo elettorale e anche i deputati, alla fine tutti coloro che si alzano presto per gestire il settore pubblico.

5. “Solo le aziende private producono”. Questa classica fiaba vuole dire che ogni modo di produzione che non sia privato è meno efficace, non solo nel caso dello Stato, ma anche dei servizi comunitari, di cooperative e comuni. Infatti, dal 1999, primo anno della rivoluzione bolivariana, al 2015, il prodotto interno lordo è aumentato del 43%. Ma dopo le attività finanziarie e le comunicazioni, mostrarono il maggiore incremento nello stesso periodo le attività dei servizi comunitari e sociali. Quarti furono i servizi delle amministrazioni pubbliche. Attività agricole, allevamento, manifattura, commercio e trasporti, principalmente in mano ai privati, registrarono un aumento dal 1999, ma inferiore.Sembra che non solo i metodi di produzione privati conferiscano valore aggiunto all’economia. La proprietà statale, come già detto, non solo è al secondo posto nella produzione, che non solo è aumentata negli ultimi anni, nonostante il calo dei prezzi del petrolio: ma ha visto crescere l’alta produttività del lavoro. La produzione di proprietà sociali è stata una delle attività economiche che ha registrato il maggiore incremento negli ultimi anni e ha contribuito in misura importante al prodotto interno lordo. Il riconoscimento costituzionale di altri modi di produzione, in parallelo alla produzione privata, è un passo importante per la democratizzazione della produzione e la riduzione della dipendenza da un numero ristretto di grandi imprese in molti settori monopolizzati della produzione, dell’importazione e della distribuzione di beni e servizi.

6. “L a produzione privata è scesa dal 1999 (primo anno della rivoluzione bolivariana)”. Questa è la voce amplificata da certi media: dal 1999 le società private sono state smantellate, e la questione in politica economica dell’uguaglianza e della giustizia sociale ha creato sfiducia e scoraggiato gli investitori. Si dice così che il controllo dei prezzi, del mercato dei cambi e la presunta mancanza di valuta estera abbiano impedito alle aziende di produrre. Fiction, ancora una volta: la produzione nel settore privato è aumentata in media del 35% dal 1999. Tutte le attività economiche del settore privato sono aumentate. Ad esempio, l’attività delle istituzioni finanziarie e assicurazioni, soprattutto private, è esplosa (375%) nello stesso periodo; il commercio è aumentato del 64%; trasporto e stoccaggio del 46%; comunicazioni del 332%; agricoltura, allevamento e pesca del 27%; manifattura del 12%; servizi immobiliari del 50%. Inoltre non solo il prodotto interno lordo del settore privato è aumentato, ma il tasso di rendimento del capitale era in costante crescita dal 2003, raggiungendo nel 2008 [10] il massimo storico dal 1970, il 22%.Non c’è dubbio che chi ripete questa favola vuole giustificare il ritorno al modello neoliberista cessando di controllare i prezzi dei beni di prima necessità prodotti dai grandi monopoli, congelando i salari, privatizzando i servizi pubblici e consentendo a certi proprietari di grandi capitali, tra cui bancari e finanziari, di appropriarsi della valuta ottenuta con l’esportazione del petrolio.

7. “Non si produce perché il governo ha espropriato le aziende private”. Il mito che il governo abbia espropriato quasi tutte le aziende private va di moda negli ultimi anni. Di 28222 unità economiche corrispondenti all’attività industriale, solo 363 o 1,2%, sono nelle mani del settore pubblico. Il restante 98,71% è di proprietà privata. Delle unità economiche legate al commercio, il settore pubblico ne riunisce 294 su un totale di 243444, cioè lo 0,12%. Il restante 99,87% delle unità corrispondenti in questa attività sono del settore privato. Allo stesso modo, le aziende dei servizi appartenenti al pubblico sono lo 0,88% (943 su 111333 unità). Il resto è di proprietà privata. [11]

8. “Viviamo solo con i proventi del petrolio”. Questa fiaba è la più elaborata e diffusa di tutte. Diffonde un particolarmente potente messaggio ideologico: “i venezuelani sono pigri, non lavorano”, la cui funzione è nascondere il principale problema dell’attuale modello economico venezuelano: uso, distribuzione e proprietà delle ricchezze, tra cui i proventi del petrolio. E’ importante capire che in realtà, per i proprietari di capitale e forza-lavoro, “non funziona” è cioè appropriarsi storicamente di una proporzione importante delle entrate petrolifere e, in generale, del valore aggiunto dell’economia.Riferimenti:
[1] Il prodotto interno lordo (PIL) misura tutti i beni e servizi prodotti in un’economia in un determinato periodo, di solito un anno.
[2] Istituto Nazionale di Statistica (INE). Sistema di consultazione del commercio estero. I dati sono disponibili dal 1950. Abbiamo avuto accesso alle informazioni raccolte dal 1980.
[3] Rassegna dati dal Bilancio Alimentare, strumento istituito nel 1950 dall’Istituto Nazionale della Nutrizione (NIN) per misurare la disponibilità di cibo (produzione, importazione ed esportazione).
[4] Dato del 2011 tratto dall’Indagine sulle grandi industrie del dicembre 2013, pubblicata dall’Istituto Nazionale di Statistica (INE).
[5] La produttività del lavoro è calcolata dividendo la produzione totale per il numero di lavoratori.
[6] Il fatturato è calcolato dividendo il prodotto interno lordo (PIL) del settore pubblico per il numero di lavoratori di questo settore.
[7] Calcolato nel 1997-2015.
[8] Per l’anno di riferimento 1997.
[9] Bolivar indicizzati al valore del 1997.
[10] Abbiamo questi dati fino al 2008, quando smise di lavorarci Asdrúbal Baptista: Fondamenti quantitativi dell’economia venezuelana.
[11] Istituto Nazionale di Statistica. Quarto Censimento economico 2007-2008.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Venezuela, Colpa di Maduro?

Marco Teruggi, Hastaelnocau 20 aprile 2017 – Venezuela InfoIl 19 aprile 2013, quando Nicolas Maduro giurò da presidente, sapevamo che il peggio era passato. Il tentato golpe iniziato il 14 sera fallì, causando 11 omicidi e attacchi ai locali del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e ai Centri di Diagnosi Integrale, aggredendone i leader con una serie di violenze nere. Fu il primo di quattro tentati colpi di Stato affrontati in quattro anni. Attualmente, subiamo l’ultimo, in pieno svolgimento. Il Venezuela di quei giorni visse un periodo complesso: lutto di dieci giorni per Chavez, con un funerale con milioni di persone, Maduro e la sua vittoria elettorale ristretta, i ricordi epici di ottobre, la resistenza agli appelli all’odio di Radonsky Capriles. Tutto restava da vedere, ai margini dell’incertezza, di rado la storia era così aperta. Iniziarono con gli attacchi e i quattro tentati golpe in quattro anni. Il primo nell’aprile 2013, il secondo a febbraio/marzo 2014, il terzo nell’ottobre 2016, il quarto a marzo/aprile 2017. Sì, bisognava, perché come dice Rodolfo Walsh, è la reazione del nemico che misura il nostro successo. Questo nemico ha smesso di attaccare. Ma il calcolo non era preciso: quattro tentativi d’insurrezione, ma il colpo di Stato è permanente, usurando ed andando oltre, era una guerra.
– Non hanno lasciato governare Maduro, diceva una signora in una dimostrazione. Niente di più vero. Neanche per un attimo. Va sottolineato, valutando questi anni, che il fattore imperialismo è al centro: il Venezuela era ed è l’obiettivo numero uno nel continente. L’antimperialismo dovrebbe raccordare le sinistre e i progressisti nella difesa del Venezuela. E invece no. Molti hanno mollato negli ultimi tempi, riflettendo disinformazione, purismo, opportunismo, accettazione della prognosi di una sconfitta; meglio prendere le distanze per non esservi associati. E’ nei momenti più difficili che la rivoluzione è più isolata. In particolare Nicolas Maduro, accusato da molti di aver fatto fallire il processo di trasformazione sognato da una generazione, accusato di non reggerne l’eredità. Accuse dovute, volute o meno, alla tattica della destra di scaricare i mali su Maduro per ridicolizzarlo e screditarlo nella storia. Maduro andava distrutto dal giorno della sua vittoria.
Eletto dalla maggioranza, si candidò per volere di Hugo Chavez. Indossò la fascia presidenziale del processo che condensa tutto ciò che di più avanzato c’è nell’esperienza dei cambiamenti di questi tempo, affrontando allo stesso tempo difficoltà ed errori degli anni precedenti. Va ricercata la genesi di queste tendenze nel passo del 2006. Va notato: i numerosi problemi affrontati dal governo di Maduro sono i vecchi problemi che Chavez segnalò il 20 ottobre 2012 nel discorso del “Colpo di Timone”. Era necessario correggerli, e ciò fu sintetizzato dall’espressione “comune o niente”. Assunse la presidenza con questa direttiva strategica. Lo fece guidando l’architettura governativa ereditata, lo storico nodo economico mai risolto, più o meno la dipendenza dalle rendite petrolifere, un movimento di massa nazionale e un nemico che non vedeva l’ora di assestargli un violento colpo per farlo cadere. Ma non è caduto. E’ rimasto a capo dello Stato e l’ha affrontato. Il problema è analizzare questi quattro anni solo dalla sua figura, come se un processo politico possa esser spiegato attraverso un uomo. È un errore di analisi, un punto di vista politico piazzato dalla destra e un errore di comunicazione della fazione chavista che voleva, e dobbiamo insistere su questo punto, costruire un epico Maduro trascurando il resto, definendolo in modo artificiale. Tali linee si unirono facendone il governante colpevole. Così passarono sullo sfondo attori popolari, mediazione politica, movimenti sociali, contraddizioni nella transizione, interessi di classe contrapposti nel chavismo, logica manovriera dell’amministrazione, dispute di potere, burocrati e traditori, geopolitica, controffensive nazionale e imperialista. La semplificazione è riflesso della seguente equazione: la rivoluzione dipendeva da Chavez e dal prezzo del petrolio. Una volta morto il primo e in caduta libera il secondo, il processo è finito. Ecco le chiavi dell’assenza di analisi, secondo cui la partita è perduta. Non c’era niente da fare. Il problema è che non solo i dati sono imprecisi, la crisi iniziò mesi prima che i prezzi del petrolio scendessero, il motivo del loro legame non è diretto, riducendo tutti il resto a spettatore. Le classi popolari, proprio quelle che il 12 e 13 aprile 2002 furono i protagonisti del ritorno di Chavez, sono diventate passive: non hanno coscienza, organizzazione, tensione con lo Stato, sono prive di capacità politica. Invece di vedere il bene e il male in Maduro, è più corretto considerarlo una delle parti più importanti della direzione civile-militare del processo di trasformazione. Non è la vittima di un assedio che non gli permette di governare, tesi quasi mitologica, né un attore onnipotente.
Il madurismo non esiste. Maduro stesso l’ha ripetuto. Il suo volto è parte della strategia di comunicazione della destra e degli opportunisti che facevano parte del chavismo. Con tale operazione si crea una frattura accusandolo di volersi creare un proprio potere tradendo il patrimonio storico, anche se vi si riferisce. Ciò implica che degli chavisti possono rivendicare la propria identità e opporsi al tempo stesso all’attuale governo, attraendo voti dalla destra. Ciò che esiste è la rivoluzione venezuelana. Al suo interno, e nella condotta, chi so prende la maggior parte dello spazio sono coloro che hanno deciso di cedere il potere a chi attacca la rivoluzione. Questa è lotta di classe interna, un dibattito cruciale è sorto. Rientra nel tutto. Ma c’è molto altro: settori che costruiscono movimenti sociali locali e cittadini, trasferiscono risorse ad esperienze organizzate, recuperano fabbriche tentando nuove forme di produzione, consegnano più di 1,5 milioni di case in sei anni, tracciano l’accordo di risoluzione collettiva dei problemi alimentari, fa esperienza nella milizia, ecc. Una rete complessa che non può essere ridotta a Nicolas Maduro, e neanche a Chávez. Quale sarebbe il parametro per valutare la gestione del capo dello Stato? Come notò Chavez, sarebbe in funzione, pensando in termini socialisti, delle misure adottate dal governo per consolidare una “modalità sostanzialmente democratica di controllo sociale ed autogestione generale”. Chavez citò in questo caso Istvan Meszaros. Da questo punto di vista, si può dire a favore di Maduro lo sviluppo comunale sotto il suo mandato e la costituzione dei Consigli presidenziali di governo popolare, strumenti pratici di co-governo. Qual è la loro situazione oggi? L’analisi dovrebbe comprendere non solo la “volontà” del presidente, ma anche la maturazione, o meno, delle forze popolari-comunali, l’azione del PSUV, le politiche ministeriali, attuate secondo logica dai ministri, più in termini di quote che per linea politica, le tensioni coi governatori e altri, ecc. chiarendo la complessità al centro del progetto chavista: la costruzione della società e del governo municipale. Se non ne è avanzato abbastanza, è colpa di Maduro?
Potremmo valutarne l’amministrazione da altre prospettive. Una è aver evitato gli scenari violenti che la destra ha cercato in ciascuna delle quattro insurrezioni. La pace è stata una lotta vittoriosa: contro tale guerra si è rimasti nei limiti democratici, e si dovrebbe discutere dei limiti della democrazia nelle guerre ibride. Maduro ha mantenuto la pace, da Presidente della Repubblica e leader del chavismo. Oggi, 19 aprile, ancora si affronta tale sfida, lui e tutto il movimento. E’ tornato a governare in situazioni peggiori. Con la rivolta controrivoluzionaria, il petrolio a basso prezzo, i rapporti di forze invertiti nel continente e i demoni irrisolti del chavismo in tensione costante. Visto in retrospettiva, la domanda sarebbe: chi avrebbe fatto meglio? Anche se questa domanda è una trappola perché rafforza implicitamente la tesi che dipenda da una sola persona. La rivoluzione ha un proprio labirinto e difendendo Maduro si potrebbe porre un’altra domanda: ha fatto ciò che ha fatto in questi quattro anni, ma cosa ha fatto chi dovrebbe radicalizzare il processo, rafforzarne lo sviluppo socialista? Perché occupa tanto spazio chi vede la trasformazione in uno Stato forte che realizza accordi con gli imprenditori mantenendo le politiche sociali? Quattro anni dopo va approfondito integralmente la chiave per risolvere le grandi sfide, riconoscere e discutere i successi e limiti del presidente come parte della direzione di un progetto avanzato che resiste agli attacchi dei golpisti e costruisce gli strumenti della transizione al socialismo. Non dovremmo chiedere a Maduro ciò che altri dovrebbero fare. Ancora una volta, si deve dire: è indispensabile serrare le fila intorno a lui. L’unità del chavismo è una condizione per considerare la vittoria. Questa unità significa riconoscerne la leadership attuale. Il resto porta acqua ad un altro mulino, ed ora ce ne sono solo due.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora