Argentina sotto attacco

Ángel Guerra, TeleSur, 29 gennaio 2015KirchnerLa presidentessa Cristina Fernandez de Kirchner (CFK), in un atto di giustizia e di coraggio, ha sciolto la segreteria dell’Intelligence dopo averla sottoposta a prima ripulitura. Allo stesso tempo, ha inviato una proposta di legge al Congresso per sostituirla con un’agenzia federale sottoposta all’Esecutivo. Tuttavia, i capi devono essere ratificati dall’Assemblea legislativa ed essere responsabili della gestione. Tra le modifiche a una modalità operativa tipica delle dittature militari, le intercettazioni telefoniche diventano responsabilità della procura. Ma i principali nemici del governo argentino non sono i servizi d’intelligence ereditati dalle dittature e penetrati da CIA e Mossad, né giudici venali. Come contro tutti i governi i post-neoliberali dell’America Latina e dei Caraibi, il Venezuela in primo luogo, Washington attua un golpe “soft” contro Buenos Aires in collaborazione con la locale oligarchia finanziaria-mediatica. E Tel Aviv ed i suoi agenti lavorano a tempo pieno per por terminare al piano di Kirchner. Il Mossad ha dirottato e deviato dalla loro storia progressista le tradizionali organizzazioni ebraiche, attualmente nelle mani di ultra-sionisti lontani dagli interessi della comunità, che manipolano. Intelligence e corporazione giudiziaria sono i principali attori del piano di destabilizzazione dal mandato di Néstor Kirchner, e lo scorso dicembre ad aggredire la presidentessa furono i membri della Segreteria dell’intelligence colpiti dalle misure adottate. Certo, anche con il pieno sostegno dei conglomerati mediatici internazionali, il consorzio multimedia Clarín e il giornale oligarchico La Nación, responsabili delle strane circostanze della morte del procuratore Nisman e, come testimoniano i cablo di Wikileaks, agli ordini dell’ambasciata degli Stati Uniti. Hanno trascurato i suoi frequenti viaggi in Israele, dove faceva rapporto. Nisman ebbe anche istruzioni da Jaime Stiuso, direttore operativo della Segreteria dell’Intelligence, dove regnava da 42 anni, licenziato e costretto a ritirarsi a dicembre su ordine di CFK. Nisman ha accusato la presidentessa, il ministro degli Esteri Héctor Timerman e altri funzionari del governo e attivisti sociali, come il combattivo piquetero Luis D’Elia, di coprire il presunto coinvolgimento dell’Iran nei criminali attentati contro l’Asociación Mutual Israelita Argentina (AMIA) e l’ambasciata d’Israele. Ma tale accusa, basata su istruzioni statunitensi e israeliane, fu contestata dai prestigiosi giuristi Eugenio Zaffaroni e Julio Maier, dall’Associazione dei giuristi argentini, dai vertici dell’INTERPOL e dalla stampa specializzata, dimostrando che le prove erano inaccettabili in tribunale, come illustrarono due giudici federali. Nisman, nella sua denuncia considerava un crimine anche una legge votata dal Congresso Nazionale: il “Memorandum of Understanding con l’Iran“, il cui scopo era sbloccare dalla letargia in cui era caduto il caso AMIA, anche grazie alla collusione di giudici e agenti dei servizi segreti.
Non prima dell’arrivo alla presidenza di Néstor Kirchner in Argentina fu fatta giustizia. Fu nel 2008 che finì l’impunità e aumentarono del 700 per cento le condanne dei criminali di guerra della dittatura militare. Non è un caso che le nonne e le madri di Plaza de Mayo hanno ardentemente sostenuto le amministrazioni di Nestor e Cristina. Il risanamento dell’intelligence era una questione pendente che non poteva essere affrontata dal kirhcnerismo senza prima riconquistare la sovranità, rimettere in piedi ed attivare un Paese de-industrializzato e prostrato dal neoliberismo, ed allo stesso tempo affrontare i seri guasti sociali con una più equa distribuzione delle ricchezze e affrontare i tentativi di regressione neoliberista come l’ALCA, sepolto nel 2005 da Kirchner, Chavez, Lula e Tabaré Vázquez. Ultimamente c’è stata la lotta contro i fondi avvoltoio. Ma le campagne di destabilizzazione, come quella che strumentalizzava Nisman, continueranno in quest’anno di elezioni, al fine di offuscare la presidentessa e danneggiare il candidato del Fronte per la Vittoria. Il kirchenrismo sconvolge e lo si vuole rimuovere con ogni mezzo, ma No pasarán!

10537299Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Obama e la multiforme politica anti-cubana

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 24/12/2014

raul-castroIl 17 dicembre, il presidente Obama ha ordinato il ripristino delle piene relazioni diplomatiche con Cuba. Lui e il presidente cubano Raul Castro hanno accettato, con una telefonata, l’apertura delle ambasciate nei rispettivi Paesi. Qualche tempo fa, un contatto personale tra i due leader sarebbe stato incredibile. I media statunitensi sono felici di riportare la notizia. I Paesi sono ostili da mezzo secolo, ma ora i loro capi fanno dichiarazioni pubbliche sulla normalizzazione delle relazioni. Le missioni diplomatiche apriranno presto nelle capitali. Attualmente la sezione interessi degli Stati Uniti dell’ambasciata di Svizzera a L’Avana, Cuba, o USINT Havana, una piccola missione, rappresenta gli interessi degli Stati Uniti a Cuba. Gli Stati Uniti collaboreranno su molte questioni, tra cui droga e tratta degli schiavi, controllo delle migrazioni e cambiamento climatico. Gli Stati Uniti toglieranno il divieto a materiali da costruzione e attrezzature agricole per le piccole aziende private. I cittadini statunitensi che visiteranno Cuba saranno autorizzati a rientrare con somme fino a 400 dollari, di cui 100 in alcol e tabacco. Gli statunitensi potranno usare carte di credito sull’isola e le banche statunitensi potranno aprirvi conti. Gli Stati Uniti faciliteranno il visto di chi ha parenti a Cuba, oltre che ai membri di delegazioni, giornalisti e studiosi. Il dipartimento di Stato studia la possibilità di rimuovere Cuba dalla lista degli Stati che sponsorizzano il terrorismo. L’amministrazione statunitense non nasconde il fatto che non sospenderà gli sforzi volti alla tutela dei diritti umani, a sostenere il settore privato, la massima libertà di parola e di riunione e maggiore accesso a Internet. La disponibilità di Washington a riavvicinarsi a Cuba è il modo per creare le condizioni adeguate per l’attuazione della vecchia politica volta a destabilizzare l’Isola della libertà dall’interno, non da fuori come gli Stati Uniti erano abituati. Parlando in televisione, il presidente degli Stati Uniti ha ammesso che la politica anticubana conflittuale si è rivelata inefficiente. Ci dovrebbero essere altri modi per influenzare Cuba. L’embargo economico introdotto nel 1960 e le grandi azioni sovversive non hanno portato al rovesciamento di Castro. Il Partito comunista al potere è ancora molto popolare con la sua politica di ringiovanimento che avvicina sempre più giovani. Nei duri anni ’90 Cuba era quasi isolata ma resistette contro tutte le probabilità. Quasi tutti gli sforzi anti-governativi degli USA relativi alle attività dei gruppi dissidenti, blogger e organizzazioni non governative sostenute dall’USAID sono falliti. La “quinta colonna” è stata screditata dai litigi sui fondi degli USA.
Più di una volta i cubani hanno cercato di avviare un dialogo con gli Stati Uniti. Tutti questi sforzi fallirono. Washington ha sempre presentato richieste inaccettabili per L’Avana, ad esempio la richiesta di elezioni libere nazionali con la partecipazione di emigrati cubani e organizzazioni non governative finanziate da fondi statunitensi. Raul Castro ha inequivocabilmente confermato la disponibilità di Cuba ai colloqui senza obblighi. Un giornalista statunitense aveva ragione quando diceva che se i cubani avessero avanzato condizioni per i colloqui preliminari, allora la lista sarebbe stata infinita, a partire dalla chiusura della base navale di Guantanamo dove si trova un campo di concentramento per i prigionieri, alla fine all’uso dei droni in diverse parti del mondo che comportano numerose vittime civili. Gradualmente Cuba è diventato un problema per tutti gli Stati dell’emisfero occidentale. La politica repressiva su Cuba è stata percepita dagli Stati latinoamericani come sfida geopolitica e potenziale minaccia alla loro sovranità nazionale. L’avventurismo e l’impunità dell’impero sulla scena internazionale ha in gran parte facilitato il processo d’integrazione dell’America Latina, per esempio l’insorgere di gruppi regionali come UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane, USAN), CELAC (Comunità di America Latina e dei Caraibi), ALBA (l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America) e altri. Il costante confronto politico e ideologico con gli Stati Uniti ha portato alla ribalta politici come Luiz Inácio Lula da Silva, ex presidente brasiliano, Néstor Carlos Kirchner, ex-presidente dell’Argentina, Hugo Chavez, il defunto presidente del Venezuela, Raphael Correa, presidente della Repubblica dell’Ecuador, Evo Morales, presidente della Bolivia ed altri. La solidarietà con Cuba ha reso Washington un po’ più sobria. Non ha mai osato inscenare una rivoluzione colorata sull’isola. C’erano grandi dubbi sulla credibilità della “quinta colonna”; le forze di sicurezza cubane controllavano le sue attività sull’isola e negli Stati Uniti. I Cinque, noti anche come i Miami Five (Gerardo Hernández, Antonio Guerrero, Ramón Labañino, Fernando González e René González) sono conosciuti in tutto il mondo (i cinque ufficiali dei servizi segreti cubani condannati negli Stati Uniti per spionaggio). A Cuba i Cinque godono fama di eroi nazionali che hanno sacrificato la libertà nella difesa del loro Paese. Le attività dei “cinque eroi” per penetrare i centri sovversivi della CIA frustrando i piani terroristici dei gruppi di emigranti radicali, sono solo un episodio della lotta contro i nemici della rivoluzione cubana. I cinque agenti arrestati dall’FBI sono ritornati a Cuba. L’evento è stato contrassegnato da una festa nazionale. Va notato che le sanzioni contro Cuba sono state introdotte dal Congresso. Ecco perché Obama ha invitato il Congresso ad avere un “dibattito onesto e serio” considerando la possibilità di porre fine dell’embargo. L’addetto all’ufficio stampa della Casa Bianca Josh Earnest dice che non esclude la possibilità di porre fine all’embargo nel 2017. I media dedicano molto tempo a una possibile visita del presidente Obama a Cuba. Il vertice dovrebbe essere preceduto dalle visite a Cuba dell’assistente della segretaria di Stato per l’America Latina Roberta Jacobson e del segretario di Stato John Kerry. Il viaggio di Obama sarà il culmine di queste attività diplomatiche. Gli sforzi della propaganda secondo piani di Washington per il cambiamento della politica di Cuba, attirano grande attenzione. Alcuni media dicono anche che il passo degli Stati Uniti verso L’Avana è una vittoria della diplomazia di Washington sulla Russia. Molti analisti ritengono che il fattore russo sia la forza trainante del brusco cambio politico degli Stati Uniti nei confronti di Cuba. Negli ultimi anni la Russia ha intensificato le attività diplomatiche in America Latina; incrementa i suoi legami con Venezuela, Brasile, Nicaragua, Argentina, Ecuador e Bolivia. La cooperazione con Cuba è in aumento. L’isola è a 90 miglia dagli USA. I progressi nella cooperazione militare tra Russia e Cuba hanno spinto Washington ad avviare una politica di distensione verso L’Avana e ad aggiornare il “soft power” per impedire la comparsa di basi militari russe sull’isola. Di tanto in tanto aerei militari e navi militari russi compiono visite amichevoli a Cuba. Ogni volta gli Stati Uniti sollevano un polverone, “i russi stanno arrivando!” gridano voci isteriche.
Le affermazioni che il “cambio della politica degli Stati Uniti verso Cuba” indebolirà la posizione della Russia a Cuba e alienerà l’America Latina dalla Federazione russa fanno acqua. La politica estera della Russia non è rivolta a Paesi terzi. “Se le misure di cui Washington ha parlato dovessero essere applicate, contribuiranno a migliorare la situazione di Cuba e saranno un passo positivo”, ha detto il viceministro degli Esteri russo Sergej Rjabkov a Russia Today. Ancora una parte significativa della dirigenza degli Stati Uniti è interessata a dipingere la Russia come “avversario strategico” e a mantenere l’embargo economico contro Cuba. Non c’è ragione di aspettarsi che il “cambio politico verso Cuba” annunciato dal presidente Obama freni le multiformi operazioni sovversive contro l’isola della libertà.

Miami 511-17336La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le agenzie d’intelligence statunitensi e la stagione delle provocazioni argentine

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 9/12/20141236616Fra meno di un anno vi saranno le elezioni presidenziali in Argentina, il 25 ottobre. Cristina Fernández de Kirchner ha vinto due volte la battaglia per la massima carica governativa nel 2007 e nel 2011, e quindi non può concorrere alla presidenza. La questione del successore è discussa sempre più frequentemente in Argentina. Chi assumerà la filosofia del kirchnerismo, versione moderna dell’ideologia del Partito Giustizialista fondato nel 1947 da Juan ed Evita Perón? Néstor Kirchner, politico eccezionale che affianca Lula da Silva, Hugo Chávez, Evo Morales e Rafael Correa, è morto nel 2010. Tuttavia, Cristina Fernández ha potuto mantenere le politiche che aveva attuato: rafforzamento della sovranità argentina, opposizione alla presenza statunitense nel continente e realizzazione di riforme nell’interesse del popolo. Il successore presidenziale che più probabilmente continuerà le politiche dei Kirchner si crede sia Daniel Scioli, ex-vicepresidente dell’Argentina e governatore della Provincia di Buenos Aires. Scioli evita gli scontri politici ed è favorevole ai compromessi con l’opposizione, perciò non suscita le simpatie dei sostenitori intransigenti del kirchnerismo, che rifiutano qualsiasi tipo di dialogo con la destra. Scioli sa come manovrare, dimostra temperanza ed è disposto a collaborare con gli ambienti finanziari e del business che gli danno continue raccomandazioni, tra cui rompere le relazioni con Cristina. Ci sono anche altri candidati vicini a Néstor e ora nella squadra di Cristina, ministri, governatori e senatori che si fanno attivamente conoscere. Il candidato sarà deciso una volta per tutte alle primarie dell’agosto 2015, quando tutti i candidati alla presidenza del Fronte della Vittoria supereranno le selezioni. E’ possibile valutare la complessità della situazione per Cristina Fernández dai risultati delle elezioni parlamentari dell’ottobre 2013. La coalizione di governo ha ottenuto una vittoria decisiva. Ha mantenuto la maggioranza in entrambe le camere del parlamento, ma non ha avuto la maggioranza costituzionale dei due terzi. La coalizione ha preso solo la metà delle 24 province del Paese. La tradizionale rivalità tra il Partito Giustizialista e suoi oppositori dell’Unione Civica Radicale e di Proposta Repubblicana (PRO) s’è inasprita con una scissione nel partito al governo. Tuttavia, il Fronte della Vittoria è ancora la prima forza politica argentina.
Néstor Kirchner, dopo l’abbandono del modello economico neoliberista, è riuscito a far uscire l’Argentina da una profonda stagnazione. Poi, con la crisi globale, Cristina è stata costretta a prendere decisioni difficili, tra cui stringere il controllo statale su importazioni e tasso di cambio, oltre a un giro di vite su predominio burocratico, inflazione, speculazione sulla valuta estera e così via. Oltre a ciò, Cristina ha avviato il riesame di banche e uffici di cambio del Paese per frenare il riciclaggio di denaro illecito. Sospettata d’esportazione illegale di capitali all’estero, le attività della grande azienda statunitense Procter & Gamble sono state sospese in Argentina. Le indagini continuano anche sui crimini commessi dalle forze di sicurezza durante la giunta militare nel 1976-1983. Non sorprende quindi che Cristina abbia numerosi nemici, anche nei media, che supportano una campagna per screditarla. La dichiarazioni dei redditi di Cristina, così come quelli del defunto marito e dei figli sono state accuratamente esaminate. Sono sospettati di nascondere redditi. Anche la cerchia di Cristina è nel mirino. Secondo analisti politici, gli attacchi contro la presidentessa argentina rientrano in un piano per assicurare l’ascesa al potere di forze politiche fedeli agli Stati Uniti e al cambio radicale politico. E’ in tale spirito che la storia scandalosa dei fondi avvoltoio deve essere considerata, acquistando obbligazioni di debito di Paesi in difficoltà finanziarie per quasi nulla e quindi richiedendone i pagamenti tramite i tribunali, che superano di gran lunga l’ammontare del debito. Ciò è quello che è successo all’Argentina. Parlando all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre, Cristina Kirchner ha condannato fermamente tale pratica e chiesto l’adozione di misure legislative volte a limitare le attività di tali “avvoltoi”. In relazione al caso, l’Argentina, Stato sovrano, s’è scontrata con il giudice statunitense Thomas Griesa, che da molti anni si occupa dei fondi prestati all’Argentina. Il governo argentino non prende in considerazione il default: Buenos Aires è disposta a rispettare gli obblighi verso i creditori. C’è una via d’uscita alla situazione attuale: ai titolari del debito ristrutturato vengono offerti i pagamenti degli interessi dall’argentino Banco de la Nacion Fideicomiso. Tuttavia, Thomas Griesa minaccia nuove rappresaglie. In particolare, se Buenos Aires non capitola e accetta di pagare agli “avvoltoi” di quanto esigono, allora affronterò il divieto di fare accordi con le banche statunitensi. Buenos Aires ha respinto al mittente le minacce, però. Eventuali decisioni del giudice statunitense che ostacolino la ristrutturazione del debito argentino o mettano in discussione le decisioni del governo del Paese, saranno considerate interferenze negli affari interni.
La teoria del default imminente viene replicata dalla propaganda creando presso le autorità argentine una comprensibile irritazione. Nel settembre 2014, l’incaricato d’affari degli Stati Uniti in Argentina, Kevin Sullivan, ha detto al giornale locale Clarin: “Per tornare alla crescita economica stabile e attrarre gli investimenti di cui l’Argentina ha bisogno, è importante che il Paese assolva all’inadempienza il più rapidamente possibile”. Sullivan è stato convocato al Ministero degli Esteri per rimproverargli che le sue parole “non hanno alcun fondamento, ma sono solo in pieno accordo con le posizioni dei fondi avvoltoio”. Il diplomatico statunitense è stato avvertito che “in caso di ulteriori irruzioni negli affari interni della Repubblica di Argentina, saranno adottate le misure più severe, come previsto dalla Convenzione di Vienna sulla condotta dei rappresentanti diplomatici”. Come sottolineato dai media argentini, ciò significa che Kevin Sullivan viene dichiarato persona non grata. Va detto che il posto di ambasciatore degli Stati Uniti in Argentina è vacante da luglio 2013. In America Latina non è più un caso raro: da tempo non vi è un ambasciatore USA in Ecuador, e Washington non è riuscita ad inviarne in Venezuela e Bolivia. Per più di un anno, gli Stati Uniti hanno preso in considerazione Noah Bryson Mamet, uomo d’affari dai buoni rapporti personali con Obama, con cui gioca regolarmente a golf e soprattutto ha finanziato la campagna elettorale, quale candidato ad ambasciatore in Argentina. Durante le udienze del Senato, Mamet non mostrava di sapere granché della realtà argentina. Le critiche dei senatori erano trapelate sui media: l’Argentina “in termini economici e politici è in uno stato di pre-crisi”, quindi un diplomatico di professione dev’essere inviato a Buenos Aires, piuttosto che un dilettante. Il personale dell’ambasciata degli Stati Uniti in Argentina del dipartimento di Stato, Pentagono e agenzie d’intelligence è già pieno di professionisti che valutano l’Argentina in stato di “pre-crisi”. L’elenco dei diplomatici statunitensi pubblicato dal Ministero degli Esteri argentino include molti veterani di attività sovversive in altri Paesi. Le sezioni politiche ed economiche, che schermano dipendenti della CIA come Timothy Murdoch Stater, che non è solo un attivo ma anche un teorico delle attività sovversive, Kenneth Roy, Yordanka Roy, Brendan O’Brien, Michael Lance Eckel e molti altri, si rivelano particolarmente attive. E’ anche opportuno ricordare Anaida K. Haas, che ha lavorato con successo in Afghanistan e fu poi trasferita al dipartimento di Stato (Public Diplomacy Officer, Ufficio affari russi). Si può supporre che il trasferimento di Haas in Argentina sia legato al compito assegnatogli sulle relazioni commerciali tra Russia e Argentina. Washington è furiosa verso Cristina Fernández, una dei primi leader latinoamericani a dichiarare di voler commerciare con il mercato russo, sostituendo i prodotti europei banditi, e sostenendo le parole con le azioni.
La resistenza del governo di Cristina Fernández de Kirchner sarà illustrata nelle prime settimane del prossimo anno. È difficile aspettarsi che la campagna elettorale presidenziale sia tranquilla dato che gli agenti della CIA nelle file dell’opposizione sono intenti alla destabilizzazione. Vi saranno probabilmente richieste di dimissioni anticipate di Cristina (per motivi di salute), la ‘quinta colonna’ sarà mobilitata, scioperi dei trasporti pubblici indetti e sabotaggi alle linee elettriche non devono essere esclusi. Tutto ciò è accaduto in altri Paesi che Washington considera avversari geopolitici. Le azioni sediziose dell’ambasciata statunitense a Buenos Aires possono essere dedotte dai rapporti informativi diffusi dall’ambasciata (ma solo ai cittadini statunitensi!), che riferiscono del drammatico aumento della criminalità e suggeriscono di evitare luoghi affollati. Parlando alla televisione nazionale, Cristina Fernández ha definito tali “segnalazioni” delle provocazioni. La stagione argentina delle provocazioni dei servizi segreti è solo all’inizio.

nestor-kirchner-cristina-fernandez-y-hugo-chavezLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’espulsione dell’ambasciatore statunitense ha bloccato un colpo di Stato in Bolivia

Contrainjerencia 6/12/14

Cordoba, Argentina, ecco cos’ha detto il ministro della Presidenza della Bolivia Juan Ramón Quintana, prima della presentazione di un documentario all’UNC, aggiungendo che il piano coinvolgeva grandi media, partiti dell’opposizione di destra, magistratura e ONG.

invasion_usaIeri è stata presentata la serie dei documentari “Invasion USA” diretta da Andrés Sallari nella Sala Hugo Chavez del padiglione del Venezuela dell’Università Nazionale di Córdoba (UNC), dove viene analizzata l’ingerenza di Washington in Bolivia dal 1920 ad oggi. La presentazione ha visto la visita del Ministro della Presidenza dello Stato Plurinazionale della Bolivia Juan Ramón Quintana, intervistato da La Manhana di Cordoba, dove analizzava l’asse delle politiche del Presidente Evo Morales per “scalzare il potere radicato di grande stampa, grandi gruppi imprenditoriali, numerose ONG coordinate (a volte apertamente) dall’allora ambasciatore statunitense Phillip Goldebrg“, ha detto Quintana. Alla domanda sull’espulsione dell’ambasciatore statunitense, avvenuta nel settembre 2008 e delle agenzie DEA e USAID, e il loro impatto sulla politica boliviana, Quintana ha risposto: “La cacciata dell’ambasciatore statunitense per prima cosa ha smobilitato la destra, che preparava un ‘golpe civico-prefetturale’, e di conseguenza ha reso orfani quei gruppi politici che tentavano di destabilizzare il governo“. “Il piano di destabilizzazione si basava sul sistematico attacco al governo attraverso i grandi media, applicando la strategia del potere morbido per delegittimare il governo“, ha sottolineato il ministro boliviano. Le dinamiche viste, erano simili a quelle applicate in Paraguay contro Lugo, inclusa “la creazione di conflitti per accelerare la degradazione, come ad esempio nel caso di Pando e vari scontri, cercando di dimostrare che il governo non sapesse governare il Paese, perdendo sostegno sociale e generando conflitti regionali“, ha detto il ministro. “Un altro nucleo fondamentale di tale colpo di Stato era la magistratura, che insieme a media, partiti di destra e ONG, era un pilastro fondamentale di tali tentativi di golpe morbidi“, ha continuato. Sulla cacciata della DEA, Quintana sostiene che “settori dell’opposizione si auguravano che il governo della Bolivia finisse nello scenario colombiano-messicano, ma ha fatto esattamente il contrario: recuperava il controllo del territorio e le istituzioni della sicurezza, sviluppando un piano governativo contro il traffico di droga, mentre il valore culturale della foglia di coca è stato riconosciuto dalle Nazioni Unite, rendendo possibile passare da 33000 ettari ai 22000 di oggi, a soli duemila da 20000, obiettivo del governo”, ha detto. “La destra indicava quelle argomentazioni della DEA che se la Bolivia avesse seguito, sarebbe diventata il paradiso della criminalità organizzata, ma è successo il contrario“, ha osservato il ministro del governo boliviano.

USAID, articolazione dell’interventismo
Secondo il funzionario boliviano la cacciata dell’USAID ha avuto effetti in diversi settori, “da un lato, il settore degli intellettuali della classe media legato all’ambasciata statunitense è rimasto disoccupato, scoperto. In secondo luogo, molti giornalisti pagati dall’USAID nel quadro dei programmi di viaggio negli Stati Uniti sono stati eliminati, smascherandoli da freelance che in realtà erano portavoce dell’ambasciata USA”, ha detto Quintana. Inoltre, ha sottolineato che la cacciata dell’USAID ha lasciato un esercito di ONG “privo di finanze, proposte, azione politica e legami organici con i movimenti indigeni“. La mappa delle operazioni dell’USAID copriva quasi tutta la società boliviana, indica Quintana. “Il programma per la democrazia gli avrebbe permesso d’influenzare Assemblea Legislativa Plurinazionale, Parlamento nazionale, partiti politici, rafforzando la destra e danneggiando i partiti dello sviluppo emergenti“, ha aggiunto. “C’era anche il programma per la società civile, con seminari su giustizia e democrazia, ma sempre costruiti sull’ideale neoliberale“, ha detto. Ha anche descritto un programma per lo sviluppo economico volto a forgiare l’idea del “libero mercato”, e un altro sull’autonomia volto “a minare la struttura dello Stato multiculturale come il nostro, assieme al programma di lotta al traffico di droga nell’ambito della sicurezza e, infine, un altro che promuoveva la leadership indigena“. “Cioè, sabotavano lo Stato smobilitando l’azione del governo e articolando l’opposizione“, ha concluso Quintana.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La presidentessa del Brasile prossimo obiettivo BRICS di Washington

F. William Engdahl New Eastern Outlook 18/11/2014la-presidenta-brasilena-dilma-rousseff-condicionaria-el-regreso-de-paraguay-al-mercosur-segun-folha-_595_387_118291La neorieletta presidentessa del Brasile Dilma Rousseff è sopravvissuta alla massiccia campagna di disinformazione del dipartimento di Stato USA per il ballottaggio contro Aecio Neves, sostenuto dagli Stati Uniti, del 26 ottobre. Tuttavia, è già chiaro che Washington ha avviato un nuovo assalto a una dei principali leader del BRICS, gruppo non allineato delle economie emergenti di Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa. Con la vera e propria guerra finanziaria degli Stati Uniti per indebolire la Russia di Putin e una serie di destabilizzazioni contro la Cina, fra cui la recente “rivoluzione degli ombrelli” a Hong Kong finanziata dagli USA, sbarazzarsi della presidentessa socialista del Brasile è una priorità assoluta per fermare l’emergente polo contrario al Nuovo Ordine Mondiale di Washington. La ragione per cui Washington vuole sbarazzarsi di Rousseff è chiara. La Presidentessa è uno dei cinque capi dei Paesi BRICS ad aver firmato la creazione della Banca di Sviluppo da 100 miliardi di dollari e la riserva valutaria di altri 100 miliardi di dollari. Sostiene anche una nuova valuta di riserva internazionale per integrare ed eventualmente sostituire il dollaro. In Brasile è sostenuta da milioni di brasiliani dal basso reddito sottratti alla povertà dai suoi programmi, in particolare la Bolsa Familia, programma di sussidio economico per madri e famiglie a basso reddito. La Bolsa Familia ha liberato 36 milioni di famiglie dalla povertà, tramite la politica economica di Rousseff e del suo partito, spaventando Wall Street e Washington. Il suo rivale sostenuto dagli Stati Uniti, Aécio Neves, del partito socialdemocratico brasiliano (Partido da Social Democracia Brasileira – PSDB), serve gli interessi dei magnati e dei loro alleati di Washington. Il capo consigliere economico di Neves, che sarebbe diventato ministro delle Finanze con una presidenza Neves, era Arminio Fraga Neto, caro amico ed ex-socio di Soros e del suo hedge fund Quantum. Consulente di Neves e ministro degli Esteri probabile se avesse vinto, era Rubens Antonio Barbosa, ex-ambasciatore del Brasile a Washington e oggi Senior Director dell’ASG di San Paolo. L’ASG è la società di consulenza di Madeline Albright, ex-segretaria di Stato degli Stati Uniti durante il bombardamento della Jugoslavia nel 1999. Albright dirige il principale think-tank statunitense, il Council on Foreign Relations, ed è anche presidente della prima ONG delle “rivoluzioni colorate” del governo degli Stati Uniti, National Democratic Institute (NDI). Non sorprende che Barbosa in campagna chiedesse il rafforzamento dei rapporti Brasile-USA e la riduzione dei forti legami Brasile-Cina sviluppati da Rousseff dopo le rivelazioni sullo spionaggio della NSA degli USA verso Rousseff e il suo governo.

Appaiono scandali sulla corruzione
Durante l’aspra campagna elettorale tra Rousseff e Neves, l’opposizione di Neves diffuse voci secondo cui Rousseff, che finora non era mai stata collegata alla corruzione, così comune nella politica brasiliana, fosse implicata in uno scandalo che coinvolge il gigante petrolifero statale, Petrobras. A settembre, un ex-direttore Petrobras affermò che i membri del governo Rousseff avevano ricevuto commissioni su contratti del gigante petrolifero utilizzati per comprare il supporto del Congresso. Rousseff era nel consiglio di amministrazione della società fino al 2010. Ora, il 2 novembre, pochi giorni dopo la sofferta vittoria di Rousseff, la principale società di revisione contabile degli Stati Uniti, PriceWaterhouseCoopers, si rifiutava di firmare gli utili del terzo trimestre della Petrobras. PWC ha richiesto un’ampia inchiesta sullo scandalo della corruzione che riguarda la società petrolifera statale. PriceWaterhouseCoopers è una società di revisione contabile degli Stati Uniti coinvolta in diversi scandali. Per 14 anni coprì le frodi nel gruppo assicurativo AIG, al centro della crisi finanziaria degli Stati Uniti del 2008. E la Camera dei Lord inglese nel 2011 criticò PWC per non aver indicato i rischi dell’azione della Northern Rock Bank, maggiore catastrofe immobiliare nella crisi finanziaria della Gran Bretagna del 2008, un cliente che doveva essere soccorso dal governo del Regno Unito. Gli attacchi contro Rousseff aumenteranno, possiamo essere sicuri.

La strategia globale di Rousseff
Non è solo l’alleanza di Rousseff con i Paesi BRICS che l’ha resa bersaglio della destabilizzazione di Washington. Sotto la sua presidenza, il Brasile si allontana rapidamente dalla vulnerabilità alla sorveglianza elettronica dell’US NSA. Alcuni giorni dopo la sua rielezione, la statale Telebras annunciava l’intenzione di costruire un grande cavo sottomarino per telecomunicazioni in fibra ottica con il Portogallo, attraverso l’Atlantico. Il cavo previsto da Telebras coprirà le 3500 miglia da Fortaleza al Portogallo. È una rottura netta nelle comunicazioni transatlantiche con il dominio tecnologico degli Stati Uniti. In particolare, il presidente di Telebras Francisco Ziober Filho ha detto in un’intervista che il progetto del cavo sarà realizzato senza aziende statunitensi. Le rivelazioni di Snowden sulla NSA, nel 2013, tra l’altro svelarono i legami intimi delle principali aziende strategiche dell’IT, come Cisco Systems, Microsoft e altre, con la comunità d’intelligence degli Stati Uniti e dichiarò che “La questione dell’integrità e della vulnerabilità dei dati è sempre una preoccupazione per qualsiasi azienda di telecomunicazioni“. Il Brasile reagì alle fughe della NSA facendo verifiche approfondite sulle apparecchiature di fabbricazione straniera per verificare la vulnerabilità della sicurezza e accelerò il passaggio del Paese verso tecnologia affidabile, secondo il capo di Telebras. Finora quasi tutto il traffico transatlantico IT passa dalle coste orientali degli Stati Uniti a Europa ed Africa, con grande vantaggio per lo spionaggio di Washington. Reagendo alle rivelazioni di Snowden, il governo Rousseff dispose la risoluzione dei contratti con Microsoft Outlook per i servizi di posta elettronica. Rousseff dichiarò di voler “impedire un possibile spionaggio”. Invece il Brasile adottava nazionalmente un proprio sistema di posta elettronica chiamato Expresso, sviluppato dal Serviço Federal di Processamento de Dados (Serpro) statale. Expresso è già utilizzato da 13 dei 39 ministeri del Paese. Il portavoce del Serpro Marcos Melo, dichiarò: “Expresso è al 100 per cento sotto il nostro controllo“. Vero o no, è chiaro che Rousseff e il suo partito guidano il Brasile verso ciò che ritengono il meglio per gli interessi nazionali del Brasile.20131026_AMM958Cruciale geopolitica petrolifera
Il Brasile molla anche il dominio anglo-statunitense sul suo petrolio e gas. Alla fine del 2007 Petrobras scopriva ciò che viene indicato come nuovo gigantesco giacimento offshore di petrolio di alta qualità sulla piattaforma continentale brasiliana, sul bacino di Santos. Da allora, Petrobras ha creato 11 pozzi di petrolio nel bacino di Santos, tutti riusciti. Solo a Tupi e Iara, Petrobras stima che 8/12 miliardi di barili di petrolio siano recuperabili, quasi raddoppiando le attuali riserve di petrolio del Brasile. In totale la piattaforma continentale del Brasile può contenere oltre 100 miliardi di barili di petrolio, trasformando il Paese in una grande potenza petrolifera e gasifera, per cui Exxon e Chevron, i giganti del petrolio degli Stati Uniti, hanno fatto di tutto per controllare. Nel 2009 secondo cablogrammi diplomatici statunitensi pubblicati da Wikileaks, Exxon e Chevron furono contattati dal Consolato degli Stati Uniti a Rio per tentare, invano, di modificare una legge proposta dal mentore e predecessore di Rousseff nel Partito Lavoratori del Brasile, il Presidente Luis Inacio Lula da Silva, o Lula. La legge del 2009 dava all’operatore statale Petrobras tutti i lotti off-shore. Washington e i giganti del petrolio degli Stati Uniti erano furiosi per aver perso il controllo sulla maggiore scoperta di petrolio degli ultimi decenni. A peggiorare le cose, per Washington, non solo Lula cacciò ExxonMobil e Chevron dal controllo, a favore della Petrobras statale, ma anche aprì il Brasile all’esplorazione petrolifera cinese. Nel dicembre 2010, uno dei suoi ultimi atti da presidente fu supervisionare la firma dell’accordo tra la compagnia energetica brasiliana-spagnola Repsol e la cinese Sinopec. Sinopec costituì una joint-venture, Repsol Sinopec Brasil, investendo più di 7,1 miliardi di dollari nella Repsol Brasile. Già nel 2005 Lula aveva approvato la formazione del Sinopec International Petroleum Service of Brazil Ltd. nell’ambito della nuova alleanza strategica tra Cina e Brasile, precursore dell’attuale organizzazione dei BRICS.

Washington non è contenta
Nel 2012 l’esplorazione congiunta tra Repsol Brasil Sinopec, Statoil e Petrobras, fece una nuova importante scoperta nel Pao de Açúcar, il terzo del lotto BM-C-33 che include Sedile e Gávea, quest’ultimo una delle 10 maggiori scoperte mondiali nel 2011. Le compagnie petrolifere statunitensi e inglesi non avevano nessun ad assistervi. Mentre i rapporti tra governo Rousseff e Cina, così come Russia e gli altri partner BRICS si approfondivano, nel maggio del 2013 il vicepresidente statunitense Joe Biden fece un viaggio in Brasile dedicato a petrolio e gas. Incontrò la Presidentessa Dilma Rousseff, succeduta al mentore Lula nel 2011. Biden incontrò anche le principali imprese energetiche del Brasile, tra cui Petrobras. Mentre poco fu detto pubblicamente, Rousseff si rifiutò di adattare la legge sul petrolio del 2009 secondo Biden e Washington. Pochi giorni dopo la visita di Biden vi furono le rivelazioni di Snowden sulla NSA degli Stati Uniti che spiava Rousseff e gli alti funzionari di Petrobras. Livida denunciò l’amministrazione Obama a settembre, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, per aver violato il diritto internazionale. Cancellò la visita in programma a Washington per protesta. Dopo di che le relazioni USA-Brasile si congelarono. Prima della visita di Biden, nel maggio 2013, Dilma Rousseff aveva il 70% di approvazione. Meno di due settimane dopo che Biden aveva lasciato il Brasile, esplosero le proteste nazionali di un gruppo ben organizzato chiamato Movimento Passe Livre, contro l’aumento nominale di 10 centesimi del biglietto degli autobus, portando il Paese quasi a una battuta d’arresto molto violenta. Le proteste avevano il segno distintivo della tipica “rivoluzione colorata” o destabilizzazione via twitter che segue Biden ovunque passi. In poche settimane la popolarità di Rousseff crollò al 30%. Washington chiaramente avvertiva Rousseff che doveva cambiare rotta o affrontare gravi problemi. Ora che è stata rieletta sconfiggendo gli oligarchi di destra e l’opposizione ben finanziata, Washington chiaramente prova con rinnovata energia a liberarsi di un altro leader dei BRICS nel tentativo sempre più disperato di mantenere lo status quo. Sembra che il mondo non scatti più sull’attenti come nei decenni passati, quando Washington dava gli ordini. Il 2015 sarà un’avventura non solo per il Brasile, ma per il mondo intero.

cristina-kirchner-luiz-inacio-lula-da-silva-dilma-rousseff-2011-7-29-18-41-8F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente laureatosi in politica dalla Princeton University ed autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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