Ulteriori dati sull’attacco dei droni in Siria

Alessandro Lattanzio, 11/1/2018Il capo del Comitato del Consiglio della Federazione su Difesa e Sicurezza, l’ex-comandante dell’Aeronautica Militare russa Viktor Bondarev, dichiarava che solo gli Stati Uniti avrebbero potuto fornire i velivoli senza pilota che avevano attaccato le basi militari russe in Siria, il 6 gennaio. “Chi sia dietro i terroristi, penso, è chiaro a tutti. Chi ha fornito i droni che hanno bombardato le nostre basi non poteva che essere uno Stato tecnologicamente forte, concedendo ao terroristi la tecnologia per navigazione satellitare, sensori barometrici e telecontrollo del lancio di ordigni esplosivi, assemblati professionalmente, sulle coordinate assegnate. Gli Stati Uniti, prima col pretesto di combattere un regime totalitario e di sostenere le forze di opposizione che presumibilmente difendevano gli interessi della democrazia, invasero senza mandato ONU un Paese sovrano, iniziando ad alimentare la guerra civile, armando, finanziando e addestrando organizzazioni terroristiche e poi, dopo esser stati sconfitti i principali gruppi di banditi, risparmiando i sopravvissuti. Ora, insieme ai Paesi subordinati, forniscono ai terroristi UAV ad alta tecnologia“, e concludeva che gli attacchi terroristici alle basi militari russe in Siria erano un tentativo di destabilizzare il Paese.
Il Ministero della Difesa russo affermava che l’attacco dei droni era stato lanciato da un’area controllata dai turchi nella “zona di descalation” della provincia d’Idlib, “È stato stabilito che i droni sono stati lanciati dall’area di Muazara, nel sud-ovest dell’area di descalation d’Idlib, controllata da cosiddette unità dell'”opposizione moderata”. Pertanto, il Ministero della Difesa russo ha inviato lettere al capo di Stato Maggiore turco generale Hulusi Akar e al capo della National Intelligence Organization turco Hakan Fidan. Tali documenti hanno dichiarato la necessità dell’attuazione da parte di Ankara dell’impegno a garantire il cessate il fuoco delle unità armate e di potenziare lo schieramento dei posti di osservazione nell’area di de-escalation d’Idlib, allo scopo d’impedire simili attacchi a qualsiasi struttura”.
Secondo Krasnaja Zvezda i droni utilizzati dai terroristi erano dotati di sensori barometrici e servosistemi per il controllo del volo. Inoltre, i congegni esplosivi improvvisati agganciati ai droni dei terroristi avevano spolette di fabbricazione estera. I droni usavano moderni sistemi di guida basati su GPS, di un tipo mai usato da alcuna organizzazione terroristica. Se la sala operativa che guidò l’attacco non si trovava nella stessa area del sito di lancio dell’attacco, ciò indicherebbe la complessità dell’operazione e che i terroristi presenti nell’area di lancio sapevano che l’esercito turco non li avrebbe disturbati. In precedenza, la base aerea di Humaymim, il 3 gennaio 2018, era stata attaccata con dei mortai che uccisero due soldati russi e danneggiarono un velivolo russo. L’attacco effettuato da un gruppo terroristico infiltratosi dalla vicina zona di descalation, indicando ampie pianificazione ed intelligence sulla situazione presso la base.
I russi conclusero che l’attacco nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 2018 avesse carattere insolito; i 13 droni avevano un’apertura alare di poco più di 2 metri e ciascuno portava 10 granate di circa 400 grammi di esplosivo e biglie capaci di sporgersi per un raggio di 50 metri. L’esplosivo usato era unico e potente, e non poteva essere prodotto che da Paesi avanzati. La società ucraina ShZhR veniva indicata tra i produttori di tale esplosivo. Uno dei droni aveva un sistema video per monitorare l’attacco e correggere la rotta se necessario.

Il presidente Erdogan continua le ostilità contro il governo siriana e a mantenere l’alleanza coi gruppi jihadisti, come al-Qaida, che occupano la provincia d’Idlib e certamente diretti responsabili di tali attacchi. “Il fatto che al-Qaida indisturbata lanci attacchi coi droni dalla zona di de-escalation controllata dalle forze turche, dimostra che i legami tra governo Erdogan ed al-Qaida non si sono rotti e che i militari turchi ne coprono le attività”. Sempre presupponendo che l’intelligence turca non avesse avuto un ruolo diretto negli attacchi. Difatti, non sarebbe una sorpresa se l’attacco dei droni fosse stato coordinato tra turchi e statunitensi, irritati dalla presenza delle basi russe in Siria.
Quest’ultima azione era stata preceduta dal misero fallimento del tentato cambio di regime in Iran, dal riavvio del dialogo tre le due Coree e dal viaggio del presidente francese Macron in Cina, dove invitava il Presidente Xi ad esportare in Europa il “miracolo economico” cinese. La Cina rispondeva al clima di minacce a Russia e Iran, costruendo una base militare nella provincia afghana del Badakhshan, nell’ambito della cooperazione su sicurezza e antiterrorismo tra Afghanistan e Cina, e con una serie di test del missile DF-16, dalla gittata di oltre 1000 km, estremamente accurato e schierato su autoveicoli in tutto il territorio cinese e sul Mar Cinese Meridionale. “In passato, avevamo solo lo spirito d’acciaio. Ora abbiamo molti sistemi, quindi abbiamo bisogno di uno spirito ancora più ferreo e deciso nell’impiegarli“, aveva dichiarato Xi ai soldati dell’ELP.
Nel frattempo il test del sistema antibalistico Arrow-3, progettato congiuntamente da Israeli Missile Defense Organization e US Missile Defense Agency, veniva rinviato per la seconda volta a causa di problemi nel collegamento dati tra il missile intercettore e i sistemi a terra. Il test non era tecnicamente un “fallimento” dato che il missile non è mai decollato, osservava il Jerusalem Post. A dicembre, il missile bersaglio che l’Arrow avrebbe dovuto intercettare “non era conforme ai parametri di sicurezza“. “Nel caso odierno, è stato deciso d’interrompere il processo ancor prima che l’intercettore e tutti i suoi sistemi di supporto fossero attivati“. L’Arrow-3 compì il primo test riuscito nel 2013, secondo l’agenzia della difesa missilistica degli Stati Uniti. Il missile antibalistico deve integrare i sistemi di difesa missilistica israeliana Arrow-2, Fionda di Davide e Iron Dome. L’Arrow-3 dovrebbe neutralizzare i missili balistici nemici fuori dall’atmosfera terrestre.Fonti:
Covert Geopolitics
Interfax
Sputnik
Sputnik
The Duran

Annunci

Massicci attacchi aerei alla Siria

Alessandro Lattanzio, 9/1/2018Nella notte tra 5 e 6 gennaio, dichiarava il Ministero della Difesa russo, i terroristi lanciavano un attacco contro la base aerea di Humaymim e verso Tartus impiegando 13 droni: 10 contro Humaymim e 3 contro Tartus. Tutti i droni venivano intercettati: 7 venivano abbattuti dai sistemi di difesa aerea Pantsir e 6 dai sistemi di guerra elettronica. 3 droni venivano catturati ed esaminati. I droni sarebbero stati lanciati da circa 50 km di distanza, navigando via GPS. Dei 6 bersagli aerei colpiti dalle difese elettroniche dell’unità antiaerea russa, 3 venivano fatti precipitare nell’area di controllo della base e gli altri 3 venivano fatti atterrare al suolo. I 7 droni distrutti furono obiettivo dei sistemi di difesa aerea di punto Pantsir-S delle unità da difesa aerea russa. Non ci furono vittime o danni alle installazioni militari russe. Il Ministero della Difesa russo dichiarava, “Le strutture militari russe non hanno riportato né vittime né danni: la base aerea russa di Humaymim e il centro logistico di Tartus continuano ad operare come previsto. Durante le ore notturne, le strutture della difesa aerea russa hanno rilevato 13 obiettivi aerei di piccole dimensioni che si avvicinavano ai mezzi militari russi: dieci UAV da combattimento si avvicinavano alla base aerea russa di Humaymim e altri 3 al centro logistico di Tartus“.Le competenze tecniche dei terroristi per poter attaccare le strutture russe in Siria possono essere state fornite solo da Paesi dotati di elevate capacità tecnologiche, che hanno fornito sistemi di navigazione via satellite e di controllo a distanza per lo sgancio sulle coordinate designate degli ordigni esplosivi improvvisati (IED), contenenti esplosivi di fabbricazione straniera, di cui erano dotati i droni. Tutti i droni erano anche dotati di sensori ad infrarossi e sistemi di controllo in volo. “Le soluzioni ingegneristiche utilizzate dai terroristi per attaccare le strutture russe in Siria possono essere state fornite solo da un Paese con un alto potenziale tecnologico, fornendo navigazione satellitare e controllo a distanza per il lancio degli ordigni autoassemblati sui bersagli designati“.
Un velivolo Boeing P-8 Poseidon dell’US Navy era in missione di spionaggio nell’area tra la base aerea russa di Humaymim e la base navale di Tartus in Siria quando i militanti tentarono di attaccare le strutture con i 13 droni, “…Questo ci costringe a dare una nuova occhiata alla strana coincidenza che, durante l’attacco dei droni dei terroristi alle strutture militari russe in Siria, un aereo da ricognizione dell’US Navy Poseidon pattugliasse sul Mar Mediterraneo da più di 4 ore ad una quota di 7mila metri, tra Tartus e Humaymim“, dichiarava il Ministero della Difesa russo. Il Pentagono si precipitava a dichiarare che tali droni sarebbero stati acquistati sul “mercato aperto”, dimostrando di sapere di che tipo di modelli si trattasse. “Quali sono le tecnologie di cui parla?“, domandava un portavoce del Ministero della Difesa russo al Pentagono, chiedendogli di rivelare dove tale mercato si “localizzasse e quale servizio speciale vendesse dati della ricognizione spaziale” ai terroristi.Il 9 gennaio, tra le 2:40 e le 4:15, le forze israeliane effettuavano 3 attacchi missilistici contro Qatifah, presso Damasco: da velivoli che volavano sullo spazio aereo libanese, con 2 missili superficie-superficie dal Golan, e con 4 missili superficie-superficie dalla zona di Tiberiade, in Israele. Le difese aeree siriane distruggevano 3 missili e abbattevano 1 velivolo israeliano.Fonti:
Anàlisis Militares
Anàlisis Militares
MoD Gov. Syria
MoD Mil. Russia
Sputnik
TASS

Sala operativa di Irbil dietro i disordini in Iran

IFP News 7 gennaio 2018Il segretario del Consiglio degli Esperti dell’Iran Mohsen Rezaei afferma che una sala operativa nel Kurdistan iracheno, guidata da un agente della CIA, ha orchestrato i recenti disordini in Iran.
Parlando a una cerimonia, Rezaei ha detto che i recenti disordini in Iran sono stati ideati da una sala operativa istituita pochi mesi prima nella capitale della regione irachena del Kurdistan, Irbil. “La sala è guidata da Michael D’Andrea, capo delle operazioni della CIA in Iran“, aggiungeva, secondo l’agenzia Khabar online. “Alle riunioni della sala operatoria di Irbil partecipavano il cognato di Sadam Husayn, il capo dello staff del figlio di Sadam, e vari rappresentanti dell’Arabia Saudita e del gruppo terroristico Mojahedin-e Khalq Organization (MKO)“, aggiungeva. Rezaei osservava che il Consiglio degli Esperti riceveva anche rapporti e indagava sulla presenza di un rappresentante degli Emirati Arabi Uniti nella sala. Rezaei, Comandante in capo dell’IRGC negli anni ’80, affermava che la sala operativa attingeva ai social media per lanciare il piano per creare disordini in Iran a fine dicembre. “Durante la prima fase del piano denominato Surefire Convergence Strategy, gli organizzatori della sala operativa pensavano di poter prendere il controllo delle città iraniane. Avevano programmato il contrabbando di armi in Iran nella fase successiva per preparare ulteriori assassini in Iran per convincere la comunità internazionale ad imporre nuove sanzioni al Paese“. “Dall’altro lato, ci si aspettava che il gruppo terrorista MKO chiedesse aiuto ai Paesi europei per entrare in Iran e minarne la sicurezza“, osservava. Rezaei aveva anche detto che le commissioni politiche, di difesa e di sicurezza del Consiglio degli Esperti studieranno i recenti disordini in Iran per stilare altri rapporti per il consiglio.
La settimana scorsa erano scoppiate numerose proteste pacifiche per problemi economici in diverse città iraniane, ma divennero violente quando gruppi di partecipanti, alcuni dei quali armati, danneggiarono proprietà pubblica e attaccarono stazioni di polizia ed edifici governativi.

Michael D’Andrea, a sinistra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’Europa non segue gli Stati Uniti sull’Iran

Moon of Alabama – 4 gennaio 2018La reazione alle piccole proteste in Iran è un altro cuneo tra Stati Uniti ed Europa, esponendo la belluina lobby sionista e la sua influenza su media e politica statunitensi. Il problema dimostra la crescente divergenza tra gli interessi autentici di Stati Uniti e d’Israele. Alcune dimostrazioni antigovernative e attacchi ad istituzioni pubbliche continuano in Iran. Ma, come mostra il grafico, tali proteste e rivolte continuano a diminuire. Le manifestazioni ieri si sono svolte in soli 15 luoghi mentre, dal 28 dicembre, 75 città e cittadine hanno visto alcune forme di protesta od incidenti. Oltre alle varie marce filogovernative svoltesi ieri, ognuna delle quali di gran lunga più grande di quelle antigovernative. Le violenze contro la proprietà pubblica di alcuni rivoltosi ha alienato i legittimi manifestanti che avevano ampie ragioni nel respingere la politica neo-liberista dell’attuale governo iraniano. L’istigazione alle violenze dall’estero, probabilmente a causa delle macchinazioni della CIA, gli ha usurpato la voce. Già mi chiedevo: “Perché gli Stati Uniti lo fanno? Il piano potrebbe non essere rovesciare immediatamente il governo iraniano, ma istigare una forte reazione del governo iraniano contro i terroristi nel suo Paese… Questa reazione può quindi essere utilizzata per attuare sanzioni peggiori contro l’Iran, in particolare dall’Europa. Sarebbe un altro tassello del grande piano per soffocare il Paese ed ulteriore passo nell’escalation”, e “L’amministrazione ha appena chiesto una sessione di emergenza delle Nazioni Unite sulla situazione. È una mossa risibile…” Davvero ridicolo. Altri membri del Consiglio di sicurezza e il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite hanno respinto i piani degli Stati Uniti. Non è compito delle Nazioni Unite inserirsi negli affari interni di un qualsiasi Paese. Ma anche per chi crede che l’ONU ne abbia diritto, le proteste in Iran, valutate in non più di 15000 persone alla volta, e forse 45000 in totale, sono insignificanti per giustificare qualsiasi reazione delle Nazioni Unite. L’Unione Europea, principale obiettivo dei piani statunitensi per reimporre le sanzioni all’Iran, ha ufficialmente rifiutato tali tentativi. Il ministro degli Esteri svedese dichiarava che sono “inaccettabili” e che la situazione non lo giutifica. Il presidente francese Macron avvertiva che la rottura delle relazioni con l’Iran porterebbe alla guerra. Era piuttosto esplicito sugli autori di tali mosse: “La Francia ha relazioni solide con le autorità iraniane e vuole mantenere questo legame perché “agire in altro modo significa ricostruire surrettiziamente un ‘asse del male’”,… vediamo chiaramente il discorso ufficiale di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, nostri alleati in molti aspetti, è un discorso che ci porterebbe alla guerra con l’Iran”, aggiungeva, osservando senza ulteriori dettagli che si tratta di una “strategia deliberata di certuni“.” Il ministro degli Esteri russo avvertiva gli Stati Uniti contro ogni interferenza negli affari interni dell’Iran.
Nel frattempo la TV ammiraglia saudita, al-Arabiya, sfidava The Onion affermando che l’Iran aveva convocato Hezbollah, unità irachene e mercenari afghani per sedare le proteste. Il vicepresidente Pence sul Washington Post si lamentava della presunta mancanza di reazione dell’amministrazione Obama alle proteste in Iran, ma non annunciava alcuna reazione dell’amministrazione Trump. I redattori del Washington Post aggiungono numerosi editoriali di lobbisti pro-sionisti che attaccano l’Iran e accusano l’Europa di non seguire la linea di Trump. L’anti-iraniana Fondazione per la difesa delle democrazie, finanziata da uno speculatore estremista sionista, riceve ampio spazio nei giornali statunitensi:
Adam H. Johnson @adamjohnsonNYC – 4:04 AM – 3 Jan 2018
Nelle ultime 72 ore il gruppo pro-cambio di regime radicale FDD ha avuto presenze su NYTimes, Washington Post, NYPost, Politico e WSJ sull’Iran, ripetendo in ciascuno gli stessi punti di discussione triti e interventisti.
Adam H. Johnson @adamjohnsonNYC – 6:14 PM – 3 Jan 2018
Avendo esaurito i rispettivi spazi designati nei rispettabili WSJ, WaPo, Politico e NYTimes per questa settimana, il FDD è calato oggi sul Washington Times. Triste!
Il blog apparentemente “centrista” Lawfare pubblicava un appello per inviare mine improvvisate con “Penetratori Forgiati Esplosivi” ai manifestanti iraniani. (Durante l’invasione dell’Iraq, la resistenza locale li usò contro gli occupanti statunitensi. Le forze armate statunitensi mentirono affermando che provenissero dall’Iran). Il redattore di Lawfare, il famigerato Benjamin Wittes, sembra essere d’accordo, scrive che non pubblica mai nulla di suo sul suo sito. L’unica lamentela riguarda il fatto che la richiesta di armare i rivoltosi in Iran manca di valido ragionamento giuridico. (Ci si chiede come reagiranno gli scrittori di Lawfare se la Cina consegnasse armi anticarro alla prossima incarnazione di Occupy Wall Street). C’è una grande campagna negli Stati Uniti che segue le manifestazioni piuttosto piccole in Iran. La campagna è volta a creare un’atmosfera da guerra. I media danno ampio spazio, ma gli Stati Uniti sono soli. L’Arabia Saudita è una tigre di carta che non conta niente ed Israele non può fare nulla contro l’Iran. L’Asse della Resistenza è pronto alla guerra, dice il leader di Hezbollah Nasrallah, spiegando che sarà condotta in Israele. Stephen Kinzer sottolinea che l’ostilità statunitense per l’Iran e il suo governo non ha alcun senso strategico: “La storia decreta che qualsiasi governo iraniano dev’essere fortemente nazionalista e un vigile difensore degli sciiti ovunque, quindi l’idea che il “cambio di regime” produca un Iran filo-USA è fantasia. La sicurezza degli Stati Uniti non sarà seriamente compromessa dal corso della politica interna dell’Iran… Nel 1980 il presidente Carter proclamò che qualsiasi sfida al dominio statunitense del Golfo Persico sarebbe considerata “assalto agli interessi vitali degli Stati Uniti d’America”. Era guidato dagli imperativi globali della sua era. Gran parte del petrolio statunitense arrivava dal Golfo Persico e l’occidente non poteva rischiare di cederlo al potere sovietico. Oggi non esiste l’Unione Sovietica e non ci affidiamo più al petrolio del Medio Oriente. Tuttavia, sebbene le basi della nostra politica siano svanite, essa rimane invariata, una reliquia del passato”.
Kinzer ha ragione sull’assenza di argomenti strategici. Ma trascura l’influenza della lobby sionista e il suo interesse nel trascinare gli Stati Uniti nella distruzione qualsiasi potenziale avversario al suo colonialismo. L’autentico interesse del popolo degli Stati Uniti non è ciò che guida la politica statunitense, non lo è da tempo. (se mai lo è stato).Traduzione di Alessandro Lattanzio

Proteste iraniane: continuo traffico dello Stato profondo

Tony Cartalucci, LD, 4 gennaio 2018Proteste furono segnalate in diverse città in Iran negli ultimi giorni di dicembre 2017. I manifestanti presumibilmente attaccavano l’economia dell’Iran e il suo coinvolgimento in Siria. I media occidentali hanno tentato di coltivare due narrative, una incentrata sul ritrarre le proteste come diffuse, spontanee e focalizzate sulle “lamentele economiche” prima di diventare politiche, un’altra narrativa ammette apertamente il coinvolgimento degli Stati Uniti ed elogia il presidente Trump per “opporsi” al “regime iraniano”. Di certo, alcuna delle due narrazioni è lontanamente realistica.

La decennale intromissione degli Stati Uniti in Iran
Le operazioni di cambio di regime degli Stati Uniti contro l’Iran risalgono a decenni fa e continuano all’interno di una singolare strategia geopolitica, indipendentemente da chi occupi la Casa Bianca, anche con le ultime amministrazioni Bush, Obama e Trump. Mentre gli ambienti guerrafondai degli Stati Uniti affermano che la Rivoluzione iraniana del 1979 fu la prima volta in cui l’Iran sparse sangue, la rivoluzione in realtà fu la risposta diretta a decenni d’ingerenza negli Stati Uniti risalenti al 1953 con l’Operazione AJAX della CIA. Riguardo l’Operazione AJAX, in una voce sul sito della CIA intitolata “Tutti gli uomini dello Shah: colpo di Stato degli USA e radici del terrorismo in Medio Oriente“, ammette: “L‘obiettivo non era un oppressivo burattino sovietico, ma un governo democraticamente eletto la cui ideologia populista e il fervore nazionalista minacciavano gli interessi economici e geopolitici occidentali. Il TPAJAX, l’intervento segreto della CIA, preservò il potere dello Shah e il controllo occidentale dell’infrastruttura petrolifera estremamente redditizia. Trasformò anche una turbolenta monarchia costituzionale in una assolutista inducendo conseguenze non intenzionali almeno fino alla rivoluzione islamica del 1979, e Kinzer argomenta nella sua storia popolare, ben scritta e studiata, forse fino ad oggi”. L’articolo, una recensione dello staff storico della CIA di un libro riguardante l’Operazione AJAX, ammette che la politica degli Stati Uniti sull’Iran si limitò a riprendere dall’impero inglese lo sforzo per riaffermare il controllo occidentale sul globo. In alcun modo gli sforzi degli Stati Uniti per indebolire e controllare il governo iraniano vengono descritti come protezione della sicurezza nazionale degli Stati Uniti o promozione della democrazia, e in realtà sono definiti invece minacce all’autodeterminazione iraniana. È tale ammissione che rivela la verità alla base delle tensioni odierne tra Iran e Stati Uniti. L’occidente cerca ancora di riaffermarsi coi suoi interessi economici in Medio Oriente. Le nozioni di “libertà”, “democrazia” e le minacce del “terrorismo”, “olocausto nucleare” e persino il conflitto con Israele, Arabia Saudita e altri Stati del Golfo Persico sono solo facciate dietro cui tale opportunistica agenda neo-imperialista viene perseguita.
La Brookings Institution nel suo “Quale percorso verso la Persia? Opzioni per una nuova strategia statunitense nei confronti dell’Iran“, del 2009, dedica un capitolo su come pianificare il rovesciamento del governo iraniano. Intitolato “La rivoluzione di velluto: supportare una rivolta popolare“, che articola: “Poiché il regime iraniano è ampiamente avversato da molti iraniani, il metodo più ovvio e accettabile per porne fine sarà promuovere una rivoluzione popolare sulla falsariga delle “rivoluzioni di velluto” che rovesciarono molti governi comunisti nell’Europa orientale dal 1989. Per molti sostenitori del cambio di regime, è evidente che gli Stati Uniti dovrebbero incoraggiare il popolo iraniano a prendere il potere nel proprio nome e che questo sarebbe il metodo più legittimo per cambiare il regime. Dopo tutto, quale iraniano o straniero obietterebbe nell’aiutare il popolo iraniano a soddisfare i propri desideri?” Il documento ammette quindi: “Il vero obiettivo di tale opzione politica è rovesciare il regime clericale a Teheran e vederlo sostituito, si spera, da uno il cui punto di vista sia compatibile cogli interessi degli Stati Uniti nella regione”. In sostanza, Brookings ammette che la sua “rivoluzione di velluto” adempirà ai desideri di Washington, non del popolo iraniano, perseguiti semplicemente col pretesto di aiutare gli iraniani a soddisfare i propri desideri. Come la stessa CIA ammette nei suoi documenti storici, gli “interessi regionali” degli Stati Uniti sono lo sfruttamento economico e l’arricchimento di Wall Street e Washington, non salvare, rafforzare o arricchire il popolo iraniano. È un’ammissione aperta sui piani degli Stati Uniti per l’Iran, illustratisi in diverse occasioni altrove, dall’Iraq alla Libia, dalla Siria all’Ucraina e allo Yemen: ciò che è promosso come rivoluzione politica progressista sostenuta dall’occidente “democratico” è in realtà distruzione e sottomissione di una nazione, del suo popolo e delle sue risorse a costo della pace e della prosperità globali.

Creare un’opposizione fasulla
Il documento della Brookings dichiara apertamente: “Gli Stati Uniti potrebbero svolgere più ruoli nel facilitare una rivoluzione. Finanziare e aiutare ad organizzare i rivali interni del regime, gli Stati Uniti potrebbero creare una leadership alternativa per prendere il potere. Come sostiene Raymond Tanter del Comitato di politica iraniana, studenti e altri gruppi “hanno bisogno di un sostegno occulto per le loro dimostrazioni. Hanno bisogno di un fax, di accedere ad Internet, fondi per replicare materiali e impedire ai vigilanti di picchiarli”. Oltre a ciò, i media sostenuti dagli Stati Uniti potrebbero evidenziare le carenze del regime e rendere più seri dei critici altrimenti ignoti. Gli Stati Uniti supportano la televisione satellitare in lingua persiana (Voice of America Persian) e la radio (Radio Farda) che trasmettono notizie non filtrate agli iraniani (negli ultimi anni hanno fatto la parte del leone dei finanziamenti aperti statunitensi per promuovere la democrazia in Iran). La pressione economica degli Stati Uniti (e forse anche militare) può screditare il regime, rendendo la popolazione affamata della leadership rivale”. Va notato che le pressioni economiche e militari sono state citate da BBC e altri notiziari occidentali come “rimostranze” della cosiddetta “opposizione” nelle ultime proteste in Iran. Brookings elenca “intellettuali”, “studenti, lavoratori e organizzazioni della società civile” in una sottosezione del capitolo intitolato “Trovare i fantocci giusti“. In una sottosezione intitolata “Intervento militare”, la Brookings ammette: “…se gli Stati Uniti riusciranno mai a scatenare una rivolta contro il regime clericale, Washington potrebbe valutare se fornire un qualche supporto militare per impedire a Teheran di schiacciarla”. Il rapporto continua affermando: “…se gli Stati Uniti perseguiranno tale politica, Washington dovrà considerare tale possibilità. Si aggiungano alcuni requisiti molto importanti alla lista: o la politica deve includere modi per indebolire l’esercito iraniano o la volontà dei leader del regime di appellarsi all’esercito, o altrimenti gli Stati Uniti dovranno essere pronti ad intervenire per sconfiggerlo”. Armate di tale consapevolezza, le proteste iraniane si trasformano in violenze grazie a misteriosi uomini armati e a gruppi armati nebulosi che improvvisamente appaiono, e possono essere visti col prisma più realistico delle bande armate pre-posizionate dagli Stati Uniti per espandere i disordini ed ostacolare le operazioni di sicurezza volte a pacificare le rivolte organizzate dagli Stati Uniti.

Secondo passo: insurrezione armata
Considerando la consapevolezza della Brookings che qualsiasi rivolta gli Stati Uniti suscitassero in Iran verrebbe semplicemente spazzata via, seguiva un capitolo di “Rivoluzione di velluto” intitolato “Ispirare la rivolta: sostenere i gruppi di opposizione e minoranze iraniane“. Qui, c’è l’ammissione grave di voler apertamente e ampiamente armare e sostenere organizzazioni terroristiche dalle mani sporche di sangue statunitense, un”opzione” spudoratamente considerata dai politici statunitensi nel 2009, per divenire un fatto nel 2011 con la “primavera araba” e le successive guerre alimentate dagli Stati Uniti in Libia e Siria combattute tramite al-Qaida e la miriade di filiali che vi s’ispirano. La Brookings ammette sfacciatamente: “Per quanto molti statunitensi vorrebbero aiutare il popolo iraniano a ribellarsi e prendere il destino nelle proprie mani, le prove suggeriscono che tale probabilità è bassa e che l’aiuto statunitense potrebbe renderlo meno probabile piuttosto che di più. Di conseguenza, alcuni a favore del cambio di regime in Iran sostengono che sia utopistico sperare in una rivoluzione di velluto; invece sostengono che gli Stati Uniti dovrebbero rivolgersi ai gruppi d’opposizione iraniani già esistenti e che hanno già dimostrato il desiderio di combattere il regime ed appaiono disposti ad accettare l’aiuto degli Stati Uniti”. Tra tali gruppi, la Brookings ammette: “Forse il gruppo d’opposizione più importante (e certamente più controverso) che ha attirato attenzione come potenziale agente statunitense è l’NCRI (Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana), movimento politico istituito dal MEK (Mujahedin-e Khalq)”. Del MEK, la Brookings ammette: “…il MEK rimane nell’elenco del governo degli Stati Uniti delle organizzazioni terroristiche straniere. Negli anni ’70, il gruppo uccise tre ufficiali e tre contraenti civili statunitensi in Iran. Durante la crisi degli ostaggi del 1979-1980, il gruppo elogiò la decisione di prendere ostaggi statunitensi ed Elaine Sciolino riferì che mentre i capi del gruppo condannarono pubblicamente gli attacchi dell’11 settembre, le celebrazioni nel gruppo furono ampie. Innegabilmente, il gruppo compì attacchi terroristici, spesso scusati dagli avvocati del MEK perché contro il governo iraniano. Ad esempio, nel 1981, il gruppo bombardò il quartier generale del Partito della Repubblica Islamica, allora principale organizzazione politica della leadership clericale, uccidendo circa 70 alti funzionari. In seguito, il gruppo rivendicò oltre una dozzina di attacchi con mortai, assassini e assalti a obiettivi civili e militari iraniani tra il 1998 e il 2001. Per lo meno, per collaborare col gruppo (almeno in modo palese) Washington dovrebbe rimuoverlo dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere”. Non è un caso che, mentre la Brookings scrisse il rapporto del 2009, c’erano già sforzi per rimuovere il MEK dall’elenco delle organizzazioni terroristiche straniere del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, da cui fu rimossa nel 2012, secondo il dipartimento di Stato.

Molti sostenitori del presidente Donald Trump hanno avuto un ruolo diretto nel far uscire l’organizzazione terroristica MEK dall’elenco FTO del dipartimento di Stato USA. Il loro lavoro iniziò con Bush e continuò con Obama. Fu infatti con l’amministrazione di Obama che il MEK fu definitivamente escluso.

Dicendo che il MEK si ritrovò rimosso dall’elenco delle organizzazioni terroristiche perché gli Stati Uniti lo richiesero per una campagna terroristica che pianificavano contro Teheran, per cui l’organizzazione stessa si era riformata senza formalità, modalità e scopi, Brookings e altri politici statunitensi ammettono di voler suscitare ulteriori atrocità, semplicemente in nome del cambio di regime degli Stati Uniti in Iran. Il MEK è affiancato da altre organizzazioni terroristiche che gli Stati Uniti hanno coltivato alle periferie dell’Iran dal 2011, con le loro guerre nella regione, come al-Qaida, milizie curde e cosiddetto “Stato islamico” (SIIL). La Brookings distingue in una sottosezione intitolata “Trovare canali e rifugi sicuri” che: “Di pari importanza (e dalla potenziale difficoltà) sarà trovare un Paese vicino disposto a fungere da canale per gli aiuti degli Stati Uniti al gruppo ribelle, oltre a fornire rifugio sicuro in cui il gruppo si addestri, pianifichi, organizzi, curi e si rifornisca… senza tale partner, sarà molto difficile per gli Stati Uniti sostenere un’insurrezione. Una cosa che gli Stati Uniti avrebbero a loro favore cercando uno Stato che svolga tale ruolo, è che molti dei vicini dell’Iran non amano e temono la Repubblica islamica”. Dal 2009, gli Stati Uniti si sono assicurati più conali e santuari, motivo principale per cui l’Iran è intervenuto così profondamente in Siria con la guerra scoppiata nel 2011. La Siria occidentale ora ospita basi militari statunitensi e un grosso contingente per procura costituito da milizie curde ed estremisti di al-Qaida/SIIL riqualificati dagli Stati Uniti per schierarli nelle continue guerre per procura in tutta la regione. Se l’Iran non avesse impedito il rovesciamento dello Stato siriano, la nazione sarebbe divenuta trampolino di lancio di al-Qaida, SIIL e miliziani curdi per invadere e decimare l’Iran prima di passare alla Russia meridionale. Va notato che la Brookings, tra le sue conclusioni sulla creazione di un'”insurrezione” contro l’Iran, afferma: “L’appoggio occulto e corretto a un’insurrezione fornirebbe agli Stati Uniti una “plausibile negazione”. Di conseguenza, il contraccolpo diplomatico e politico sarebbe probabilmente inferiore di quello nel caso in cui gli Stati Uniti organizzassero l’azione militare diretta”. Naturalmente, la cospirazione resa pubblica dalla Brookings, accoppiata al chiaro impiego degli Stati Uniti di agenti in Siria, Iraq, Libia, Yemen e ora Iran, denuda tale strategia e mitiga qualunque “plausibile negazione” che Washington sperava di mantenere. Indipendentemente da ciò, l’occidente, con la sua formidabile influenza mediatica, tenterà di mantenere la plausibile negazione sul coinvolgimento degli Stati Uniti nei disordini iraniani fino all’ultimo, non diversamente da come nascose il loro ruolo nell’esecuzione della cosiddetta “primavera araba”, durante l’avvio, nonostante pianificazione ed organizzazione anni prima del caos.

Gli Stati Uniti sperano di spezzare l’Iran, ma si accontenterebbero di ridimensionarlo
Proprio come gli Stati Uniti speravano in un rapido cambio di regime in Siria nel 2011, ma optarono per la distruzione della nazione, la divisione del suo territorio e l’indebolimento dell’Esercito arabo siriano, hanno obiettivi primari e secondari già predisposti per il cambio di regime contro l’Iran. La relazione della Brookings ammette: “...anche se il sostegno degli Stati Uniti a un’insurrezione non riuscisse a rovesciare il regime, potrebbe ancora mettere Teheran sotto pressione considerevole, il che potrebbe impedire al regime di colpire all’estero e persuaderlo a fare concessioni agli Stati Uniti su questioni importanti (come il programma nucleare e il sostegno ad Hamas, Hezbollah e taliban)”. In effetti, Washington potrebbe decidere che tale secondo obiettivo sia motivo più che convincente nel sostenere un’insurrezione rispetto all’obiettivo (assai meno probabile) di rovesciare il regime. In altre parole, il cambio di regime degli Stati Uniti è ammesso apertamente come atto di coercizione geopolitica, non di autodifesa. La strategia della Brookings è più che semplici “suggerimenti”. Si tratta di una tabella di azioni prescritte eseguite in modo chiaro in Siria, Libia e Yemen e che ora si manifestano nel vicino Iran. Nel mondo dell’analisi geopolitica, non è frequente che una confessione firmata e datata possa essere citata quando si descrivono cospirazioni contro un altro Stato-nazione. Nel caso dell’intromissione degli Stati Uniti in Iran, la Brookings fornisce proprio tali prove, in quasi 200 pagine che dettagliano ogni cosa, dall’opposizione inventata alla sponsorizzazione del terrorismo degli Stati Uniti e persino alle provocazioni ideate da Stati Uniti ed Israele per scatenare una grande guerra. Mentre l’occidente sonda l’Iran e le storie sulle “agitazioni” fanno notizia, guardando oltre i diversivi dei media occidentali, le scuse e le menzogne, verso la natura artificiale di tale conflitto, si può decifrare rapidamente la verità, capirne le colpe e rivelare inganni e collaborazioni di un’altra campagna d’aggressione occidentale a migliaia di chilometri dalle coste statunitensi, da combattere col denaro dei contribuenti statunitensi e forse anche col sangue dei soldati statunitensi.Traduzione di Alessandro Lattanzio