Riaperto il caso bin Ladin

MK Bhadrakumar Indian Punchline 11 maggio 2015article-2217185-157DB1DC000005DC-754_634x331Il racconto agghiacciante del giornalista investigativo statunitense Seymour Hersh, nel suo ben curato saggio nell’ultimo numero della London Review of Books, intitolato ‘L’assassinio di Usama bin Ladin’, sull’assassinio a sangue freddo di quattro anni fa del capo latitante di al-Qaida nella città pakistana di Abbottabad, dovrebbe far trarre alle élite indiane certe cupe conclusioni sulla “definizione di partnership del XXI secolo” tra India e Stati Uniti.
Hersh afferma:
Usama bin Ladin era sotto la custodia dell’Inter-Services Intelligence (ISI) del Pakistan dal 2006 all’assassinio nel 2011. L’Arabia Saudita era l’unico Paese interessato. I sauditi compensarono finanziariamente il Pakistan per tenere bin Ladin, cittadino saudita, vivo e al sicuro.
L’operazione di Abbottabad fu attuata congiuntamente da Stati Uniti e Pakistan, con l’esercito pakistano e ISI che diedero supporto logistico. Il capo dell’esercito Generale Ashfaq Kayani insisteva che bin Ladin fosse sommariamente ucciso.
Così bin Ladin fu deliberatamente ucciso a sangue freddo anche se era disarmato, gravemente malato, non era più coinvolto nelle attività di al-Qaida e avrebbe potuto essere catturato vivo.
Il suo corpo a pezzi fu gettato dagli elicotteri statunitensi di ritorno alla base in Afghanistan, non ebbe esattamente un “funerale musulmano” in mare, come affermò la Casa Bianca.
Un elaborato cover-up fu poi inscenato dalla Casa Bianca e un falso resoconto dato ai media e al Congresso degli Stati Uniti.
Il saggio di Hersh dà un quadro misero del presidente Barack Obama. A meno che Obama non chiarisca ciò che successe realmente, e perché e come successe, l’assassinio a sangue freddo di bin Ladin peserà sul suo lascito, anche se sarà un politico ben protetto e non vivrà il resto della vita nella paura della vendetta da parte di al-Qaida, a differenza di Kayani o dell’ex-capo dell’ISI Generale Shuja Pasha, uomini condannati d’ora in poi. Il punto è che infine Obama raggiunse un accordo con Kayani, l’assassinio di bin Ladin in cambio di una borsa d’oro e mano libera all’esercito pakistano in Afghanistan. Senza dubbio, l’ex-presidente afgano Hamid Karzai aveva ragione quando insisteva che gli Stati Uniti non combattevano seriamente i taliban, ma si creavano solo l’alibi per mantenere la presenza militare a lungo termine in Afghanistan, servendo la propria agenda geopolitica. Come potremmo dimenticare che gli Stati Uniti sono l'”impero del male” che non rispetta diritto internazionale, sovranità di altre nazioni e utilizza l’omicidio a sangue freddo come arma politica? Per lo meno bin Ladin avrebbe dovuto essere catturato e processato. Ma poi, forse, avrebbe gravemente compromesso la reputazione di Arabia Saudita e Pakistan e reso difficile ad Obama condurvi affari normali.
Ironia della sorte, Obama doveva ospitare Salman bin Abdulaziz, re dell’Arabia Saudita, alla Casa Bianca e a Camp David, con principale argomento di discussione la guerra al terrore che i due alleati combattono insieme. Il cordone ombelicale che lega l’ISI alla CIA è ben noto. Tuttavia sorprende che Obama e Kayani abbiano cospirato in segreto per pianificare ed eseguire un omicidio. E come ogni complice di un “delitto perfetto”, CIA e ISI sono legati per tutta la vita. Tra l’altro, Kayani dirigeva l’ISI nel periodo precedente gli attentati di Mumbai del 26 novembre 2008, in cui un ruolo fondamentale ebbe David Headley, che lavorava per l’intelligence degli Stati Uniti. Cosa suscita tutto ciò sulla tanto declamata cooperazione per la sicurezza tra India e Stati Uniti?Dobbiamo riflettere seriamente se il Pentagono potrà mai essere un partner affidabile per le forze armate indiane. Basti dire del braccio di ferro dagli Stati Uniti per costringere la Francia ad affossare il contratto da 1,5 miliardi di dollari per la portaelicotteri Mistral con la Russia, un dramma allegorico anche per noi. Hersh ci ha fatto un favore pubblicando questo saggio, alla vigilia della visita di un alto procacciatore statunitense a Delhi, il segretario della Difesa Ashton Carter.article-1382859-0BDFDE7A00000578-216_964x604Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’intelligence sudcoreana sotto indagine per l’annuncio dell’esecuzione di Hyon Yong-chol

Kim Oi-hyun, Hani 15 maggio 2015

00531362101_20150515Il Ministro delle Forze Armate popolari della Corea democrtaica, Hyon Yong-chol (cerchiato) è apparso in un documentario trasmesso dalla Korean Central Television l’11 maggio, insieme al leader nordcoreano Kim Jong-un. La NIS ha affermato il 13 maggio che Hyon era stato giustiziato il 30 aprile. Di solito, quando un funzionario viene eliminato nella Corea democratica, ne sono rimosse le immagini da tutti i documenti e media. (KCTV/Yonhap News)

South Korea Koreas Military TalksLa notizia della presunta epurazione del Ministro delle Forze Armate popolari nordcoreane Hyon Yong-chol mettono sotto indagine il National Intelligence Service (NIS) sudcoreano. Molti si chiedono se il NIS può aver messo in discussione la propria credibilità di agenzia d’intelligence avendo incautamente rivelato non solo intelligence non verificata, ma anche le circostanze in cui le informazioni furono raccolte. Molti esperti ora mettono in dubbio la veridicità delle affermazioni che Hyon sia stato giustiziato, notandone la continua comparsa alla televisione nordcoreana, anche dopo la sua presunta epurazione. Per ora, il NIS esprime fiducia nelle sue pretese, portando a speculare che possa basarsi su testimonianze di rifugiati di alto rango o esami di video satellitari. Domande sono sollevate sulle ragioni dell’agenzia per pubblicare informazioni non verificate, in primo luogo. Alcuni pensano che il NIS tentasse di riscattarsi dopo un precedente errore, all’inizio del mese, sui presunti piani del leader nordcoreano Kim Jong-un di assistere alla commemorazione del 70° anniversario della Vittoria nella seconda guerra mondiale in Russia a Mosca. “La data appare con ampio anticipo, sembrando molto probabile che (Kim) sarà in Russia“, aveva detto il direttore del NIS Lee Byung all’Assemblea Nazionale, il 29 aprile. Ma con un colpo umiliante per l’agenzia d’intelligence, la Corea democratica annunciava il giorno dopo che non sarebbe stata presente. Le fonti dicono che Lee attua una politica di condivisione dell’intelligence così decisa sulla Corea democratica, per aumentarne il più possibile la reputazione da quando è divenuto direttore del NIS a marzo. Un altro fattore potrebbe essere il tentativo di bloccare i recenti passi verso una politica più conciliante del Ministero dell’Unificazione e dell’amministrazione. “Il risultato di ciò è che il sensazionalismo dell’annuncio del NIS avrebbe conseguenze negative sulla politica di conciliazione dell’amministrazione di Park Geun-hye verso il Nord, che era appena cominciata“, ha detto un esperto della Corea democratica.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: frattura italiana

Alessandro Lattanzio, 13/5/2015map-of-egyptNei colloqui tra il capo dell’esercito nazionale libico Qalifa Haftar e il Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), nell’ambito delle manovre tra i vertici militari di Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Quwayt, Sudan, Bahrayn e Arabia Saudita per tracciare una linea per stabilizzare la Libia, l’EAU vendeva all’esercito di Tobruq 5 elicotteri d’attacco Mil Mi-35 Hind e altro equipaggiamento di origine russa, tra cui armi anticarro e munizioni perforanti. Gli incontri riguardavano l’organizzazione dei capi tribali libici per supportare un possibile intervento arabo. Tale passo sarebbe ritenuto cruciale nella stabilizzazione della Libia, secondo il governo egiziano. “Un incontro per coordinare le diverse tribù in Libia rafforzerebbe la credibilità di un’azione della forza araba congiunta in Libia“, affermava Jean-Marc Rickli, professore del dipartimento di Studi per la Difesa del King College di Londra. Ai colloqui potrebbero partecipare anche Francia e Italia; alla “Francia è stato chiesto di fornire logistica e forze speciali mentre all’Italia di fornire supporto navale“, affermava una fonte della Lega Araba. “Una Libia preda delle convulsioni della guerra civile è fonte d’instabilità per il Nord Africa e il Mediterraneo, in quanto rappresenta un buco nero geopolitico che genera il fenomeno della criminalità internazionale del traffico di droga, armi, persone e del terrorismo di matrice religiosa”, dichiarava Andrea Margelletti, presidente del Centro di Studi Internazionali di Roma. “Inoltre, vi sono interessi economici italiani in Libia che il nostro governo intende proteggere, soprattutto nel settore degli idrocarburi“. Tutte le parti hanno espresso preoccupazione per la crescente influenza del gruppo terroristico dello Stato islamico e della possibile sua espansione dalla Libia destabilizzata. Tale convergenza Italia-Lega araba va relazionata con la posizione degli elementi filo-sionisti della politica italiana (Dellavedova, Cicchitto, Caracciolo), che invece supportano il ‘dialogo’ con lo Stato islamico e il riconoscimento della fazione islamista, supportata da Turchia-Israele-Qatar, che governa a Tripoli. Infatti, il 7 maggio 2015 si svolgeva presso il Centro Alti Studi della Difesa, a Roma, una conferenza sulla Libia organizzata dal Comitato Atlantico Italiano, con la presenza dell’ex-ministro degli Esteri giordano Abdulillah Qatib, di Muhamad Dahlan, ex-Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’ANP e noto agente della CIA, di Abdelaziz Quti del parlamento tunisino ‘dissidente’ del partito laico antislamista Nida Tunis, dell’ex-ministro degli Esteri egiziano Muhamad al-Urabi, utilizzato da Washington per rovesciare Mubaraq ed insediare al potere i Fratelli mussulmani, di Numan Binutman, ex-quadro del Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG), ovvero al-Qaida in Libia, ed attuale presidente della Quillion Foundation, think tank neocon gestito dall’intelligence inglese e dal Mossad, e dall’ambasciatore libico presso il Vaticano Mustafa Rugibani. Tra gli italiani vi erano i parlamentari sionisti Benedetto Dellavedova e Fabrizio Cicchitto, il presidente del Comitato Atlantico Italiano Fabrizio Luciolli, l’ammiraglio Rinaldo Veri presidente del CASD e sostenitore dell’aggressione a Libia e Siria, amico e referente di Elisa Fangareggi, presunta responsabile di una presunta ONG italiana che opera in Siria e cogestisce un “centro per rifugiati” in Turchia assieme all’IHH, organizzazione sospettata di legami con al-Qaida. L’argomento della conferenza era “la necessità di creare un governo di unità nazionale” come primo passo per la stabilizzazione del Paese. Secondo l’ex-ministro giordano e Dahlan, “l’Unione Europea deve trattare con l’unico governo eletto (Tobruq) e rafforzare l’esercito del generale Haftar, forse l’unico in grado di unificare il Paese e procedere all’integrazione delle varie milizie nelle forze armate. Ciò non vuol dire che l’Europa debba intervenire militarmente, ma la diplomazia da sola non basta senza un po’ di forza”. Quti era sulla stessa linea, ponendo l’accento sulla “necessità di procedere al disarmo delle milizie che, con l’aiuto dell’Europa, andranno poi incluse in un nuovo apparato di sicurezza, in modo che possano partecipare alla ricostruzione della Libia”. Per Binutman bisognava agire “soprattutto nel Fezan”, dove si concentra la presenza della Resistenza jamahiriyana e, sempre secondo Binutman, la Libia va federalizzata. Se Luciolli invocava l’intervento diretto dell’Italia assieme ad Egitto ed Emirati Arabi Uniti e senza badare all’ONU e all’UE, il filo-islamista Vieri indicava “difficoltà negli Stati occidentali ad inviare truppe in una spedizione confusa e rischiosissima”, mentre i sionisti Dellavedova e Cicchitto sostenevano la mera soluzione diplomatica della missione dell’ONU guidata da Bernardino Leon, agente del Gruppo Bilderberg.
Da tutto ciò, quindi, appare evidente una frattura emergente in Italia riguardo la situazione in Libia: la fazione filo-turco-sionista (banda Caracciolo-Debenedetti) vuole riconoscere gli islamisti di Tripoli, e un’altra filo-inglese vuole appoggiare con le armi l’intervento in Libia (banda Renzi).
world_01_temp-1430377539-5541d443-620x348 Nel frattempo, il 29 aprile 2015, il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi incontrava a Cipro l’omologo cipriota Nicos Anastasiades, assieme al ministro del Petrolio Sharif Ismail, al ministro degli Esteri Samah Shuqri e al ministro degli Investimenti Ashraf Salman. Il presidente egiziano aveva espresso gratitudine per il sostegno di Cipro all’Egitto in seno all’Unione europea e sottolineava il sostegno dell’Egitto verso la causa cipriota nella disputa con la Turchia che occupa la parte settentrionale dell’isola. Inoltre, Sisi aveva avuto un vertice con Anastasiades e il primo ministro greco Alexis Tsipras, nell’ambito della formazione di un polo filo-russo nel Mediterraneo orientale, contrappeso dell’asse atlantista Turchia-Israele-Qatar-Fratellanza musulmana. Infatti, il premier Tsipras aveva dichiarato a conclusione del vertice trilaterale Grecia-Cipro-Egitto di Nicosia che la Grecia era decisa a procedere alla delimitazione delle zone marittime, sul Mediterraneo orientale, nel rispetto del diritto internazionale e del diritto marittimo, osservando che tale processo non solo è nell’interesse dei tre Paesi, ma di tutti gli altri Paesi della regione, interessati a cooperare nel delimitare le zone marittime secondo i principi del diritto internazionale, e nel rafforzare la cooperazione nella sicurezza regionale per affrontare l’islamismo radicale, “una minaccia alla nostra civiltà”, come aveva sottolineato. Tsipras inoltre indicava la necessità di approfondire la cooperazione tra Grecia ed Egitto, sottolineando che “la cooperazione economica, commerciale ed energetica contribuisce efficacemente nel porre i presupposti del consolidamento di prosperità, pace e stabilità nella regione“. Da parte sua, il presidente cipriota Nicos Anastasiades affermava che gli sviluppi allarmanti in certi Paesi della regione, come Siria, Iraq, Yemen, intensificano la necessità di un’azione congiunta della comunità internazionale per affrontare tali sfide. Sul processo di pace in Medio Oriente, Anastasiades aveva dichiarato “ribadiamo la posizione di principio nel raggiungere una pace giusta e duratura con la creazione dello Stato autonomo e sovrano di Palestina secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite, e abbiamo discusso dei crescenti flussi migratori quali minacce non solo ai Paesi della regione, ma a tutti i Paesi europei. Con l’intensificarsi dei nostri sforzi, gli obiettivi che ci siamo posti saranno raggiunti e saranno un modello di cooperazione per gli altri Paesi della regione“. Il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi dichiarava che “il secondo vertice tra i tre Paesi in soli sei mesi riflette la volontà di approfondire la nostra cooperazione. Cerchiamo la cooperazione nel plasmare un futuro brillante per i nostri popoli secondo tolleranza, pace, stabilità e giustizia sociale“. Il presidente egiziano, parlando anche del suo incontro con il primo ministro greco, aveva detto: “Oggi abbiamo deciso di aprire nuovi orizzonti alla cooperazione tra i nostri Paesi nei trasporti, energia e turismo“, concordando sulle misure per combattere il terrorismo e la necessità di risolvere il problema del Medio Oriente con la creazione dello Stato palestinese, secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite.Alexis-Tsipras-Nicos-Anastasiades-and-Abdel-Fattah-el-Sissi-Apr2915_afp-Stavros-IoannidesIl 27 febbraio 2015, da La Spezia salpava la nave d’assalto anfibio San Giorgio, per poi imbarcare a Brindisi incursori del Comsubin (Comando subacquei e incursori), nell’ambito delle manovre Mare Aperto, tra Tirreno e Ionio, previste per il 2 marzo. Probabilmente si trattava di sorvegliare il gasdotto Greenstream, pipeline sottomarina dell’ENI che si estende per 520km da Malitah a Gela. Il primo ministro libico Abdullah al-Thini dichiarava che il suo governo avrebbe smesso di trattare con la Turchia perché inviava armi al governo islamista di Tripoli. “La Turchia non tratta onestamente con noi. Esporta armi uccidendo il popolo libico“. Il portavoce del ministero degli Esteri della Turchia, Tanju Bilgic, rispose, “Invece di ripetere le stesse accuse infondate e non veritiere, consigliamo di sostenere gli sforzi delle Nazioni Unite per il dialogo politico. La nostra politica nei confronti della Libia è molto chiara. Siamo contro qualsiasi intervento esterno in Libia e sosteniamo pienamente il processo del dialogo politico con la mediazione delle Nazioni Unite“. Thini aveva anche accusato il Qatar di dare sostegno “materiale” agli islamisti. Infine al-Thini avvertiva che le forze libiche ed egiziane avrebbero agito in modo coordinato contro lo Stato islamico, “Ogni volta che c’è un pericolo o una minaccia, ci saranno attacchi aerei in totale coordinamento tra Egitto e Libia. Lo Stato islamico è ben consolidato nella regione di Sirte e non nasconde la sua presenza a Tripoli. Se le truppe non sono rifornite delle armi di cui hanno bisogno, il gruppo terroristico si diffonderà in tutta la Libia“.
1506503 Il 2 marzo Qalifa Belqasim Haftar veniva nominato comandante in capo dell’esercito nazionale libico dal presidente del parlamento di Tobruq. Questa nomina seguiva la decisione del governo di Tobruq di sospendere la partecipazione ai colloqui dell’ONU, guidati da Bernardino Leon dal settembre 2014, in risposta alle pressioni della NATO affinché nel governo libico venissero inclusi gli islamisti. Alcuni giorni prima lo Stato islamico aveva ucciso 45 persone con delle autobombe nella città di al-Quba. Le Nazioni Unite aveva invitato i due parlamenti libici a nuovi colloqui in Marocco, ma la riunione venne rinviata, quindi l’11 febbraio Leon incontrava separatamente gli esponenti dei due parlamenti nel sud della Libia.
Il 3 marzo, aerei libici bombardavano l’Aeroporto Internazionale Mitiga di Tripoli, “Un jet da combattimento leale al capo dell’esercito Qalifa Belqasim Haftar ha effettuato un raid su Mitiga, senza causare danni” affermava l’agenzia turca Anadolu, ma la Guardia Petrolifera della Libia annunciava che “l’aviazione libica ha lanciato attacchi aerei contro gruppi armati situati nell’aeroporto di Mitiga. A partire da oggi, le operazioni militari inizieranno a Tripoli contro le milizie posizionate negli aeroporti e altre parti della capitale“. L’esercito libico effettuava le incursioni aeree sull’aeroporto, perché “via d’accesso dei rifornimenti logistici” del gruppo islamista “Alba di Libia”. Intanto Abdalhaqim Belhadj, il terrorista islamista a capo del Gruppo combattente islamico libico, fantoccio degli USA, aderiva allo Stato islamico in Libia e ne supportava i campi di addestramento a Derna. Dopo aver partecipato al golpe e all’invasione della Jamahiriya Libica nel 2011, Belhadj, collegato ad al-Qaida, fu nominato capo del Consiglio militare di Tripoli, posizione che mantenne fino al maggio 2012. Belhadj era collegato agli attentati terroristici del 2004 a Madrid e all’omicidio di due politici tunisini, oppositori dei Fratelli musulmani. I terroristi del SIIL decapitavano 8 guardie libiche dopo aver attaccato il campo petrolifero di al-Ghani, presso la città di Zalah. Inoltre, i terroristi rapirono anche 9 lavoratori stranieri, tra cui 4 filippini, 1 ceco, 1 ghanese, 1 austriaco e 1 bangleshi.
Il 20 marzo, nonostante le trattative a Rabat, le forze di Tobruq lanciavano l’offensiva su Tripoli, che vide una serie di attacchi aerei su obbiettivi islamisti presso l’aeroporto di Mitiga e l’avanzata delle milizie zintani a sud di Tripoli, appoggiate da elementi di Bani Walid addestrati dalle forze speciali francesi. Le forze di Tobruq disporrebbero di 11 velivoli, tra cui 3 caccia MiG-21bis del 2° Squadrone caccia della base Nasser, 4 caccia MiG-23 del 2° Squadrone cacciabombardieri di Labraq, 4 elicotteri d’attacco Mi-24 del 1° Squadrone elicotteri della base al-Watyah e del 1° Squadrone da ricognizione della base Nasser. Inoltre, a questi aerei si aggiunsero 11 caccia MiG-21MF e 4 elicotteri d’assalto Mi-8 egiziani. I velivoli vennero schierati nelle basi di Benina (Bengasi), Labraq, Martubah (Derna) e Nasser (Tobruq), in Cirenaica e al-Watyah in Tripolitania, tutte controllate da Tobruq, per le operazioni contro le milizie islamiste occupanti Tripoli e Qiqla. Tobruq disponeva anche di 60000 uomini, tra cui i 2000 della Brigata al-Sayqa delle forze speciali, formata da soldati dell’esercito della Jamahirya Libica inquadrati da 2-300 consiglieri delle forze speciali egiziane. Le forze di Tobruq disponevano di 10 carri armati T-62 e T-55, 300 veicoli da combattimento BMP-1, 50 BTR-60PB, 20 M113, 10 sistemi anticarro Khrizantema-S, 100 blindati Nimr II, 200 Humvee, 30 BRDM-2 equipaggiati con missili anticarro AT-3 Sagger, 20 blindati Puma italiani, 10 SAM Igla-S (SA-24), 20 veicoli antiaerei M53/59 Praga del 503° Gruppo della Difesa Aerea. I 20000 miliziani di Zintan, comandati da Muqtar Qalifah Shahu, erano suddivisi tra 5 brigate dotate di tecniche, tra cui le brigate al-Qaqa comandata da Uthman Milayqtah, e al-Sawayq dell’ex-ministro della Difesa al-Juwayli e comandata da Imad Mustafa al-Trabulsi. Gli islamisti di Alba di Libia schieravano 40000 miliziani dell’Unione dei Rivoluzionari di Misurata del fratello mussulmano Salahuddin Badi, ex-capo dell’intelligence militare libica di Misurata; 20000 miliziani delle 4 brigate dell’organizzazione islamista Scudo Libico di Wisam bin Hamid, e 2-3000 terroristi di Abdalhaqim Belhadj. I misuratini disporrebbero di 800 tra mezzi e pezzi d’artiglieria e di 2000 pickup armati. Scudo Libico avrebbe circa 1200 autoveicoli, mentre i terroristi di Belhadj erano equipaggiati, riforniti ed addestrati dalle forze speciali turche e qatariote.
Il 25 marzo, a Bengasi lo Stato islamico faceva esplodere un’autobomba contro un checkpoint dell’esercito, uccidendo 5 soldati e 2 civili.
Il 30 marzo, il governo libico elogiava la decisione della Lega Araba sullo Yemen, aggiungendo che la situazione nello Yemen è simile a quella in Libia. Al vertice arabo in Egitto, del 28-29 marzo, i capi arabi avevano espresso disponibilità a sostenere il governo di Tobruq.
CEWDE2lVIAAQ00i Dopo aver ricevuto 3 caccia MiG-21MF e 3 elicotteri Mi-8 dall’Egitto, l’aeronautica libica riceveva altri 2 MiG-21MF egiziani, stanziati nella base aerea Gamal Abdal Nasser, presso Tobruq. Inoltre, un piccolo numero di cacciabombardieri Mirage F.1AD veniva riattivato presso la base aerea al-Watiya. La Libia originariamente acquistò 38 Mirage F.1: 16 cacciabombardieri Mirage F.1AD, 18 caccia-intercettori Mirage F.1ED, 6 velivoli di addestramento Mirage F.1BD e un enorme stock di pezzi di ricambio e munizionamento, alla fine degli anni ’70. Questi aerei entrarono in servizio nel 1011.mo e 1012.mo Squadrone della base aerea al-Watiya, costruita dai francesi. Una parte dei Mirage fu distaccata ad Aozou, tra Libia e Ciad. Parte della flotta di Mirage F.1 fu radiata negli anni ’90 per l’embargo imposto alla Libia, mentre un grosso quantitativo di pezzi di ricambio fu donato all’Iran per riattivare i Mirage F.1 ex-iracheni ceduti all’Iran nel 1991. Tale ordine personale di Gheddafi generò frustrazione presso l’aeronautica libica e le cui proteste furono vane. Nel 2011 la Libia aveva operativi solo 2 intercettori Mirage F.1ED e 1 addestratore Mirage F.1BD. Oggi, una parte dei Mirage è accantonata nel centro per la revisione di Tripoli, controllato dagli islamisti di Alba di Libia, e il resto rimane ad al-Watiya, base che non venne bombardata dalla NATO. Dei 45 hangar HAS presenti ad al-Watiya, solo 2 ospitano velivoli operativi, oltre a diversi depositi di munizioni nelle vicinanze. Al-Watiya fu riconquistata dal Libyan National Army (LNA) il 9 agosto 2014, dove nei 43 HAS si trovavano decine di cacciabombardieri Su-22, elicotteri d’attacco Mi-25 e 21 Mirage F.1. Oggi, nella base sono operativi 2 Su-22M3, 1 MiG-23UB e 1 Mirage F.1AD reso nuovamente operativo. A sua volta, gli islamisti di Alba di Libia controllano le basi aeree di Mitiga, Misurata e al-Jufra, dove disporrebbe di 2 aerei da addestramento Soko G-2 Galeb, 2 aerei da addestramento L-39, 1 aereo da supporto tattico J-21 Jastreb, 1 caccia MiG-23MLD, 1 caccia biposto MiG-23UB, alcuni aerei da addestramento SIAI-Marchetti SF-260 ed elicotteri. 1 MiG-23MLD islamista fu abbattuto da un missile Igla-S mentre bombardava l’aeroporto di Zintan, il 23 marzo 2015, uccidendo il pilota. Il 6 maggio, presso Zintan, l’esercito libico abbatteva un MiG-25PU della milizia islamista di Misurata. Infatti, gli islamisti di Alba di Libia erano riusciti ad riattivare un MiG-25PU, versione d’addestramento biposto del caccia-intercettore MiG-25PD. Il MiG-25PU non dispone di radar, sistemi di puntamento e sistemi di combattimento, ma il velivolo recuperato dagli islamisti, con l’aiuto di tecnici ucraini arruolati da turchi e qatarioti, sembra fosse dotato di un paio di piloni subalari per trasportare due bombe FAB-500T da 500kg, limitando le capacità operative del velivolo. Il MiG-25, il 28 febbraio 2015 fu dislocato nella base di al-Jufra, dove dal 2003 è depositata la maggior parte delle cellule di MiG-25 libici ospitate nei loro Hardened Aircraft Shelter (HAS). Il 25 marzo 2015 il velivolo fu spostato presso l’aeroporto di Mitiga, a Tripoli, prima di essere abbattuto su Zintan.
L’11 maggio, la nave cargo Tuna-1, battente bandiera delle isole Cook, mentre trasportava armi a Derna, controllata dal SIIL, veniva attaccata e danneggiata da aerei libici. Il cargo era di proprietà turca, “Condanniamo fortemente questo spregevole attacco a una nave civile in acque internazionali e condanniamo i responsabili“, dichiarava il ministero degli Esteri turco. Il cargo stava violando l’embargo imposto dall’esercito libico sulla regione e l’aviazione libica l’aveva bombardato quando era a 10 miglia da Derna. Il comandante dell’aviazione libica, Saqr al-Garushi, aveva affermato che “La nave ha violato le acque territoriali libiche nonostante gli avvertimenti dell’esercito. Inizialmente abbiamo sparato dei colpi di avvertimento e, visto che la nave non ci ha dato ascolto, gli abbiamo sparato direttamente“.tuna1-20150511-600x421Note:
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La Russia si prepara alle guerre ibride

Denis Kungurov, RIR 7 maggio 2015

La Guerra ‘Ibrida’, è una strategia militare che riunisce guerra convenzionale, guerra irregolare compreso l’uso di armi di distruzione di massa, e guerra informatica e dell’informazione in una forma importante del conflitto internazionale di oggi. Lo Stato Maggiore delle forze armate russe ha accusato gli Stati Uniti di condurre tale guerra contro la Russia. RIR ha scoperto il significato di “guerre ibride” e se la Russia può contrastarle.

SOVESHANIE_150505_01Il termine “minaccia ibrida” comprende una vasta serie di situazioni e intenzioni ostili, afferma Aleksander Bartosh, direttore del Centro di Informazione per la Sicurezza Internazionale presso Università Statale Linguistica di Mosca, a una tavola rotonda (RT) sulle “Guerre ibride del XXI secolo”. La RT s’è svolta presso l’Università Militare nel gennaio 2015, con la partecipazione di rappresentanti delle forze dell’ordine e di altre armi. La guerra ibrida è una strategia militare che combina guerra convenzionale, guerra irregolare e guerra informatica, il termine viene anche usato per descrivere attacchi di armi nucleari, biologiche e chimiche, ordigni esplosivi improvvisati (IED) e guerra dell’informazione. É ritenuto una complessa e potente variante di guerra. Invece di conflitti diretti, le circostanze delle guerre ibride comprendono guerra informatica, conflitti a bassa intensità e asimmetrici, terrorismo globale, pirateria, migrazione illegale, corruzione, conflitti etnici e religiosi, sfide demografiche, criminalità organizzata transnazionale, globalizzazione e proliferazione delle armi di distruzione di massa (WMD). L’esercito russo da tempo si preoccupa al nuovo tipo di minaccia amorfa. L’arrivo di Sergej Shojgu a capo del Ministero della Difesa ha visto questa nuova forma di guerra ricevere seria attenzione. Il ministero sviluppa un programma globale per contrastare tali minacce.

Caos sanguinario attraverso metodi morbidi
A metà ottobre 2014, il Ministero ha iniziato a pubblicizzare le opinioni di Shojgu su un possibile conflitto con la NATO e le minacce esterne. “Nel mondo di oggi non c’è una sola sede di tensioni senza la presenza delle forze armate statunitensi. Inoltre, al termine delle “missioni per portare la democrazia’, queste regioni sprofondano nel caos sanguinario, come Iraq, Libia, Afghanistan e ora la Siria, solo per citarne alcuni. L’aperto sostegno della Task Force del Comando centrale dell’esercito statunitense è anche dietro i tragici eventi in Ucraina“, ha detto. Nel tentativo di prendere l’iniziativa, Stati Uniti e NATO si precipitano ad accusare la Russia di condurre una guerra ibrida in Ucraina e Crimea. Alexander Vershbow, vicecapo della NATO, mentre parlava alla Conferenza interparlamentare per la politica estera e di sicurezza comune dell’UE, ha detto che la NATO si prepara alla “guerra ibrida” contro la Russia. Secondo Vershbow, parlando il 5 marzo 2015 a Riga, la risposta di NATO e UE a tali minacce includerebbe strumenti complementari “duri e morbidi”. Una guerra ibrida potrebbe iniziare con l’utilizzo di attacchi informativi per 5-10 anni. In questa fase, un’opposizione si crea nel Paese ‘aggredito’ fra i giovani dai valori occidentali. Quindi, si esercita pressione attraverso strumenti economici. Il terreno viene così preparato alle rivoluzioni “colorate” e cambi di regime. Di regola, l’uso di metodi militari è minimo o avviene sotto forma di attacchi telecomandati senza forze di terra.

La guerra perfetta
Lo sviluppo di tale nuova strategia di guerra è una nuova pietra miliare, essendo una strategia di guerra sviluppata da politici ed economisti invece che dai militari. Il Paese che utilizza la guerra ibrida subisce perdite minime e alla fine cessa di sostenerne i costi scaricandoli sul Paese aggredito, preservando la vita dei propri soldati, evitando così le proteste sociali come avvenne durante la guerra del Vietnam. “Se consideriamo tre aspetti della guerra ibrida: economico, informativo e militari, la Russia è pronta ad affrontarne due“, ha detto l’ex-Colonnello Mikhail Timoshenko, analista militare indipendente.

Difesa e Sicurezza
E’ difficile reprimerci economicamente per la nostra vasta esperienza nel sopravvivere durante il periodo sovietico, quando il blocco fu molto più forte. Anche militarmente, la Russia è pronta alle condizioni moderne e può affrontare la situazione in aree locali al confine. Lo scudo nucleare e i moderni vettori nucleari rimangono efficaci. L’anello debole nella guerra ibrida sono i media dell’informazione”, ha detto Timoshenko. “Abbiamo ereditato questo bagaglio dall’Unione Sovietica. Inoltre, vi è la barriera linguistica. Tutto il mondo parla inglese, e sempre meno si parla russo. Considerando il crescente ruolo delle reti sociali in occidente, ciò rappresenta per la NATO un vantaggio evidente. Ma dato che il campo delle informazioni dipende spesso da quello economico, la sicurezza della Russia dipenderà dal successo del nostro sviluppo economico“, ha detto Timoshenko. Uno degli strumenti fondamentali per combattere la guerra ibrida per la Russia è il Centro di gestione della difesa nazionale (NDMC) creato nel 2014. Si tratta di un nuovo sistema per monitorare, analizzare e rispondere efficacemente a tutte le possibili minacce alla sicurezza nazionale. In caso di minaccia militare, la leadership del Paese, compresi i vari rami del governo potranno coordinarsi con i servizi di sicurezza e militari e altri nell’edificio del NDMC. In precedenza, questo tipo di operazioni coordinate non era un’opzione. Il software permette al NDMC di simulare possibili scenari, sviluppare le opzioni per risolvere eventuali situazioni critiche e decidere se rappresentano una minaccia per la Russia.

120720.4Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La rivolta di Badaber e la vendetta del KGB

Aleksandr Sitnikov, Russkaja Semjorka 6 maggio 2015 – RBTH

Il mondo intero, tranne nell’URSS a quanto appare, sa ciò che successe nel forte di Badaber, presso la città pakistana di Peshawar, il 26-27 aprile 1985. I media occidentali ritenevano che il KGB avesse vendicato la morte dei prigionieri di guerra sovietici uccisi nella prigione segreta di Badaber.991400e1e3021f7b370b9aec024La fortezza di Badaber presso Peshawar era un centro in cui gli statunitensi (e i pakistani) addestravano i gruppi afghani a combattere i sovietici. Gli statunitensi convertirono la fortezza in prigione, che all’inizio della guerra era il centro della CIA a Peshawar, in Pakistan. Durante la guerra in Afghanistan, Badaber ospitava un presunto centro umanitario per rifugiati afghani per impedirgli di morire di fame. Ma in realtà era una copertura del centro di addestramento militare del partito controrivoluzionario afghano Jamaat-e Islami, dove erano segretamente tenuti dei prigionieri di guerra sovietici considerati dispersi in Patria.

Dukhovchenko

Dukhovchenko

Evasione
30 anni fa, il 26 aprile 1985, quando l’Unione Sovietica si preparava all’imminente 40.ma Giornata della Vittoria, dei colpi furono sentiti alle18:00 nella fortezza di Badaber. Approfittando del fatto che la maggior parte delle guardie del campo era andata a pregare, un gruppo di prigionieri di guerra sovietici avrebbe “eliminato” due guardie presso l’armeria delle fortezza, preso le armi, occupato il centro di controllo radiofonico della fortezza, liberato altri prigionieri e cercato di fuggire. Come ricordò Mentre l’ex-presidente afghano e leader della Repubblica islamica dell’Afghanistan, Burhanuddin Rabbani, uno dei soldati sovietici (Viktor Dukhovchenko, secondo Wikipedia) avviò la rivolta, riuscendo a disarmare la guardia che gli portava il rancio, quindi liberò i prigionieri che sequestrarono le armi lasciate dai rangers del carcere. Ci sono divergenze su ciò che poi accadde. Secondo alcune fonti, i ribelli cercarono di sfondare la porta nel tentativo di fuga. Secondo altri, mirarono alla torre radio per contattare l’ambasciata sovietica. Il fatto che i prigionieri di guerra sovietici fossero trattenuti in Pakistan è la prova significativa dell’intervento pakistano negli affari afghani.

Assalto alla prigione
I prigionieri sovietici riuscirono a prendere il controllo dell’arsenale e posizioni adatte per la distruzione dei posti di guardia. Avevano mitragliatrici pesanti, mortai (M-62) e bombe anticarro. L’allarme sollevò tutto il personale della base, circa 3000 effettivi con istruttori di Stati Uniti, Pakistan ed Egitto. Ma i loro tentativi di assaltare le posizioni dei ribelli furono sconfitti. Alle 23:00 Rabbani richiamò il reggimento dei mujahidin Qalid ibn Walid, circondò la fortezza e chiese ai ribelli di arrendersi in cambio della vita. I ribelli sovietici risposero di voler comunicare con i rappresentanti delle ambasciate dell’URSS e della Repubblica Democratica dell’Afghanistan, con la Croce Rossa e le Nazioni Unite. Quando seppe che l’offerta era stata rifiutata, Rabbani ordinò l’assalto alla prigione.5336569La salva fatale
La feroce battaglia durò tutta la notte e le perdite tra i mujahidin dimostrarono che i russi non si arrendevano. Lo stesso Rabbani quasi perse la vita sotto il tiro delle granate a razzo. Vedendo la resistenza, tutte le forze disponibili furono lanciate contro i ribelli, con salve sparate da carri armati e persino dall’aeronautica del Pakistan. Ciò che successe dopo rimarrà probabilmente un mistero per sempre. Secondo informazioni declassificate, segnalazione della radio-intelligence della 40.ma Armata intercettarono il rapporto di un pilota pakistano sul bombardamento contro i prigionieri in rivolta che aveva colpito il deposito di armi con due milioni di razzi e proiettili. Uno dei prigionieri di Badaber, Nosirzhon Ummatkulovich Rustamov, descrisse la scena: “Rabbani scappò e poco dopo apparvero i cannoni a cui ordinò di sparare. Quando spararono, centrarono il deposito di munizioni provocando una potente esplosione. Tutto esplose, persone, edifici, fu tutto spazzato via. Il posto divenne una Ground Zero da cui usciva fumo nero“. Non ci furono superstiti. Coloro che non morirono nell’esplosione furono uccisi dagli aggressori. Tuttavia, un messaggio intercettato del consolato statunitense a Peshawar per il dipartimento di Stato diceva, “Tre soldati sovietici riuscirono a sopravvivere alla repressione della rivolta“. Circa 100 mujahidin afgani, 90 soldati pakistani, tra cui 28 ufficiali, 13 funzionari pakistani e 6 istruttori statunitensi furono uccisi nell’esplosione, che distrusse gli archivi della prigione contenenti le informazioni sui prigionieri. Per evitare il possibile ripetersi dell’incidente, Gulbuddin Hekmatyar, capo del Partito islamico dell’Afghanistan, ordinò un paio di giorni dopo che “i russi non venissero presi prigionieri“.

N. U. Rustamov

N. U. Rustamov

La reazione del pubblico
Nonostante le autorità pachistane insabbiassero con tutte le misure possibili l’incidente; tra cui silenzio assoluto, esecuzione e divieto d’ingresso degli estranei nella zona del forte; informazioni sui prigionieri di guerra sovietici e la brutale repressione della loro rivolta trapelarono ai media. La prima a scriverne fu la rivista di Peshawar ‘Sapphire’, ma fu confiscata e distrutta. Il quotidiano ‘musulmano’ del Pakistan ripubblicò la notizia, subito ripreso dai media mainstream. Il Vecchio e il Nuovo Mondo interpretarono l’episodio in modi diversi. Gli europei scrissero della lotta impari dei prigionieri di guerra sovietici per la libertà, mentre ‘Voice of America’ parlò della potente esplosione che uccise decine di prigionieri russi e un eguale numero di soldati governativi afgani. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il 28 aprile 1985 pubblicò un rapporto “completo” dichiarando: “L’area del campo umanitario di circa un miglio quadrato fu sepolto da un denso strato di frammenti di proiettili, razzi, mine e resti umani. L’esplosione fu così potente che la gente del posto fu colpita dai frammenti a 4 miglia di distanza dal campo in cui erano trattenuti 14 paracadutisti sovietici, due dei quali sopravvissuti alla repressione della rivolta“. La rivolta fu confermata dal rappresentante della Croce Rossa Internazionale, David Delanrants, che visitò l’ambasciata sovietica a Islamabad il 9 maggio 1985. L’Unione Sovietica si limitò a una nota ufficiale di protesta del Ministero degli Esteri, accusando il governo del Pakistan di essere pienamente responsabile dell’incidente e chiedendo la fine della sua aggressione alla Repubblica Democratica dell’Afghanistan e all’Unione Sovietica. Ufficialmente, ci “potrebbero essere prigionieri di guerra sovietici in Afghanistan“.

a7cb73ef7615061f486caf6d4cdLa vendetta del KGB
Però vi fu una “reazione informale” dell’Unione Sovietica. Secondo i giornalisti Kaplan e Burki, il servizio segreto sovietico condusse una serie di operazioni di rappresaglia. L’11 maggio 1985, l’ambasciatore sovietico in Pakistan Vitalij Smirnov disse che l’Unione Sovietica non avrebbe lasciato impunito l’incidente. “Islamabad è pienamente responsabile di quanto accaduto a Badaber“, Smirnov avvertì il presidente pakistano Mohammad Zia ul-Haq. Nel 1987, a seguito delle incursioni sovietiche in Pakistan, 234 mujahidin e soldati pakistani furono uccisi. Il 10 aprile 1988, una potente esplosione nel deposito di munizioni di Camp Odzhhri, tra Islamabad e Rawalpindi, provocò la morte di 1000-1300 persone. Gli investigatori conclusero che si trattava di sabotaggio. Alcuni mesi dopo, il 17 agosto 1988, l’aereo C-130 che trasportava il presidente Zia cadde, lui e l’ambasciatore statunitense Arnold Raphel, anche lui a bordo, rimasero uccisi. Le agenzie d’intelligence pakistane collegarono l’incidente alla rappresaglia del KGB per Badaber.

yRFRfG5evC4I soldati sovietici uccisi a Badaber
Tenente S. I. Saburov, 1960, Repubblica di Khakasja
Tenente G. V. Kirjushkin, 1964, Mosca
Sergente P. Vasiliev, 1960, Chuvashja
Soldato M. A. Varvarjan, 1960, Armenia
Tenente G. A. Kashlakov, 1958, Rostov
Sergente S. E. Rjazantsev, 1963, Russia
Sergente N. G. Samin, 1964, Kazakhstan
Caporale N. I. Dudkin, 1961, Altaj
Soldato R. R. Rakhimkulov, 1961, Bashkiria
Soldato J. G. Vaskov, 1963, Kostroma
Soldato Pavljutenkov, 1962, Stavropol
Soldato A. N. Zverkovich, 1964, Bielorussia
Soldato S. V. Korshenko, 1964, Ucraina
Impiegato dell’esercito sovietico N. I. Shevchenko
Soldato S. N. Levchishin, 1964, Samara

 S. N. Levchishin

S. N. Levchishin

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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