La Russia elimina i terroristi che gli USA evacuano

Ziad Fadil, Syrian Perspective 9/9/2017La “Propaganda” di Umran Daqnish è un fiasco per i suoi creatori. Si legga l’articolo per capire che pillola amara i “caschi bianchi” devono ingoiare.

Dayr al-Zur: Che dire? L’Aeronautica russa sganciava la bomba convenzionale più letale del mondo sulle teste dello SIIL nella provincia di Dayr al-Zur. La bomba è ancora più grande della MOAB (la madre di tutte le bombe) che gli Stati Uniti avrebbero usato contro lo SIIL in Afghanistan. La bomba russa è chiamata Padre di tutte le bombe (FOAB) e il suo utilizzo è direttamente collegato a due eventi avvenuti il 26 e il 28 agosto 2017.
Il 26 agosto 2017, elicotteri statunitensi Apache volarono presso la città di Tarif, vicino Dayr al-Zur liberata dall’Esercito arabo siriano ed alleati. I due ratti avevano la cittadinanza belga e francese, secondo ciò che mi ha detto la mia fonte, secondo cui questi terroristi erano impiegati dai servizi segreti francese e belga e considerati fonti “cruciali” dell’HUMINT o “intelligence umana”.
Il 28 agosto 2017, due giorni dopo, gli Stati Uniti evacuavano 22 capi dello SIIL portandoli in sicurezza nella provincia di Dayr al-Zur, nella stessa zona dove i primi due si trovavano, presso a al-Madin. Questi 22 erano per lo più ex-ufficiali dell’esercito di Saddam arruolati da Stati Uniti e Stato sionista per creare ciò che il mondo conosce come SIIL. Erano considerati risorse insostituibili per le future operazioni e totalmente fedeli allo scenario sunnita. Secondo la mia fonte, gli Stati Uniti non potevano permettersi di far catturare questi capi dello SIIL ed esibirli al pubblico mondiale. Avrebbero causato immenso imbarazzo rivelando le origini dello SIIL e i suoi veri sostenitori. Sarebbe stato scandaloso. La Russia si sarebbe infuriata nel rilevare e seguire gli elicotteri statunitensi. Il Cremlino dichiarava che gli Stati Uniti ancora aiutano i selvaggi dello SIIL. Si specula qui, ma sembra che solo il Presidente Putin avesse l’autorità di ordinare ciò che il Generale Gerasimov eseguì dopo.
L’1-2 settembre 2017, un bombardiere strategico Tupolev Tu-160 decollato da una base nella Russia meridionale si avvicinava al corridoio di al-Madin sganciandovi una grande bomba sospesa a un paracadute. La bomba termobarica era chiamata “Bomba Aerea Termobarica a Potenza Maggiorata” o ATBIP. È la FOAB già menzionata. Hollywood presentò effetti speciali accurati per una simile bomba nelle prime scene del film “Outbreak” di Dustin Hoffman, dove un’intera area viene devastata per paura di un contagio. La bomba rilascia una cappa di vapore infiammabile mentre scende e, ad una certa quota, accende la miscela creando l’inferno, prima, e poi un’area di vuoto d’aria che fa esplodere i polmoni. È un’arma davvero brutta. E i russi hanno risposto agli Stati Uniti che esfiltravano i loro preziosi terroristi eliminandone tutti con un colpo solo. Nemo me impone lacessit.
Ma ci sono altre buone notizie. Il giacimento al-Tayam veniva liberato dalla venalità di SIIL e famiglia Erdoghan. Non più corse gratuite, sultano. Non più greggio a buon mercato. La Russia annunciava che la sua Aeronautica aveva eliminato 4 capi supremi dello SIIL il 5 settembre 2017, insieme a 40 altri avvoltoi. Uno era il ministro della guerra dello SIIL, il tagico Gulmurad Khalimov, figuro effettivamente addestrato dagli Stati Uniti e che doveva essere l’esponente principale dell’antiterrorismo statunitense, avendo trascorso un anno nel programma per le forze speciali di tre fasi per il Terzo Mondo. Andò in mille pezzi con Abu Muhamad al-Shamali.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Rohingya, pedine dei sauditi nella guerra sul Myammar

Moon of Alabama 7 settembre 2017L’attenzione dei media è rivolta alle violenze su una minoranza etnica in Myanmar. La storia della “stampa occidentale” è sui musulmani rohingya ingiustamente perseguitati da bande buddiste e dall’esercito nello Stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh. Gli “interventisti umanitari liberali” come Human Rights Watch affiancano islamisti come il presidente turco Erdogan lamentando la condizione dei rohingya. Tale curiosa alleanza si ebbe anche nelle guerre a Libia e Siria. È ormai un avvertimento. Potrebbe esserci altro dietro questo conflitto locale in Myanmar? Qualcuno l’alimenta? Infatti. Mentre il conflitto etnico nello Stato di Rakhine è molto vecchio, negli ultimi anni è divenuta una guerra jihadista finanziata e guidata dall’Arabia Saudita. L’area è d’interesse geostrategico: “Rakhine ha un’importante parte nell’iniziativa cinese Fascia e Via, OBOR, in quanto è un porto sull’Oceano Indiano e rientra nei progetti miliardari cinesi per una zona economica pianificata sull’isola Ramree e il porto di Kyaukphyu, con oleodotti e gasdotti che li collegano a Kunming, nella provincia dello Yunnan”. Gli oleodotti dalle coste occidentali del Myanmar verso la Cina permettono l’importazione di idrocarburi dal Golfo Persico per la Cina evitando il collo di bottiglia dello Stretto di Malacca e le parti contestate del Mar Cinese Meridionale. È “interesse occidentale” ostacolare i progetti cinesi nel Myanmar. Incitare la jihad nel Rakhine potrebbe contribuirvi. C’è un precedente storico simile, la guerra per procura Rohingya-Bamar in Birmania. Durante la Seconda Guerra Mondiale le forze imperialiste inglesi incitarono i musulmani rohingya nel Rakhine a combattere i Bamar, i buddisti nazionalisti birmani alleati degli imperialisti giapponesi.
I rohingya migrarono nel nord dell’Arakan, Stato di Rakhine del Myanmar, nel XVI secolo. Una grande ondata avvenne durante l’occupazione imperialista inglese, un secolo fa. L’immigrazione illegale dal Bangladesh continua negli ultimi decenni. In totale circa 1,1 milioni di musulmani rohingya vivono in Myanmar. Si dice che la loro natalità sia superiore a quella dei buddisti arakani. Questi si sentono messi sotto pressione nella propria terra. Mentre queste popolazioni sono mescolate in alcune città, vi sono molti villaggi al 100% dell’uno o dell’altro. In genere c’è scarsa integrazione dei rohingya nel Myanmar. La maggior parte non è ufficialmente accettata come cittadini. Nei secoli e negli ultimi decenni vi furono diverse violenze tre immigrati e popolazioni locali. L’ultimo conflitto musulmano-buddista si ebbe nel 2012. Da allora fu costituita l’insurrezione islamista nella zona dal nome Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), guidato da Ataullah Abu Ammar Junjuni, jihadista pakistano. (L’ARSA aveva operato come Haraqah al-Yakin, o Movimento della Fede). Ataullah è nato nella grande comunità rohingya di Karachi, in Pakistan, ed è cresciuto e ha studiato in Arabia Saudita. Ebbe una formazione militare in Pakistan e fu imam wahhabita in Arabia Saudita prima di venirsene in Myanmar. Da allora ha soggiogato, arruolato e addestrato come guerriglieri circa 1000 taqfiri. Secondo un rapporto del 2015 del giornale pakistano Dawn, vi sono più di 500000 rohingya a Karachi, giunti dal Bangladesh negli anni ’70 e ’80 su richiesta del regime militare di Zia ul-Haq e della CIA per combattere i sovietici e il governo dell’Afghanistan: “La comunità rohingya di Karachi è più propensa alla religione e invia i figli nelle madrase. Non è un caso che molti partiti religiosi, in particolare Ahle Sunnat Wal Jamaat, JI e Jamiat Ulema-i-Islam-Fazl, hanno le loro strutture organizzative nei quartieri birmani…” “Numerosi rohingya che vivono nell’Arakan Abad hanno perso dei parenti negli assalti delle bande buddiste nel giugno 2012, nel Myanmar”, dichiarava Mohammad Fazil, attivista locale del JI. I rohingya a Karachi raccolgono regolarmente donazioni, zaqat e animali sacrificali per inviarli in Myanmar e Bangladesh per sostenere le famiglie sfollate”. Reuters notava a fine 2016 che il gruppo jihadista è addestrato, guidato e finanziato da Pakistan e Arabia Saudita: “Un gruppo di musulmani rohingya attaccò le guardie di frontiera del Myanmar ad ottobre, sotto la guida di persone legate ad Arabia Saudita e Pakistan, dichiarava il Gruppo internazionale di crisi (ICG) citando i membri del gruppo… Anche se non confermato, ci sono indicazioni che (Ataullah) si recò in Pakistan e forse altrove, per addestrarsi nella guerra moderna”, secondo il gruppo, rilevando che Ataullah era uno dei 20 rohingya sauditi che guidava le attività del gruppo nello Stato di Rakhine. In più, un comitato di 20 emigrati rohingya guida il gruppo, che ha sede alla Mecca, dichiarava l’ICG”. I jihadisti dell’ARSA sostengono di attaccare solo le forze governative, ma anche i buddisti arakani civili sono stati assaliti e massacrati e i loro villaggi anche bruciati.
Il governo del Myanmar afferma che Ataullah e il suo gruppo vogliono dichiarare uno Stato islamico indipendente. Nell’ottobre 2016 il suo gruppo attaccò la polizia e altre forze governative della regione, e il 25 agosto attaccò 30 stazioni di polizia e avamposti militari uccidendo 12 poliziotti. Esercito e polizia risposero, come avviene in questo conflitto, bruciando le municipalità dei rohingya sospettate di nascondere la guerriglia. Per sfuggire alla crescente violenza molti buddisti arakani locali fuggono verso il capoluogo di Rakhine. I musulmani rohingya fuggono in Bangladesh. Solo questi rifugiati sembrano ricevere un’attenzione internazionale. L’esercito del Myanmar ha governato il Paese per decenni. Su pressione economica si aprì nominalmente all'”occidente” istituendo la “democrazia”. La cocca dell'”occidente” in Myanmar è Daw Aung San Suu Kyi. Il suo partito ha vinto le elezioni e domina il governo. Ma Aung San Suu Kyi è soprattutto una nazionalista e il potere reale è ancora detenuto dai generali. Mentre Aung San Suu Kyi viene presentata come icona democratica, non ha merito personale che essere figlia di Thakin Aung San, famoso capo dell’Esercito per l’indipendenza della Birmania (BIA) e “padre della nazione”. Negli anni ’40, Thakin Aung San fu arruolato dall’esercito imperiale giapponese per condurre la guerriglia contro l’esercito coloniale inglese e le linee di rifornimento inglesi per le forze antigiapponesi in Cina: “Il giovane Aung San imparò ad indossare abiti tradizionali giapponesi, parlarne la lingua e assunse anche un nome giapponese”. Nel racconto di Thant Myint-U, “Il fiume dei passi perduti”, viene descritto come “chiaramente travolto dall’euforia fascista che lo circonda”, ma rileva che il suo impegno era per l’indipendenza del Myanmar”. Anche il conflitto etnico nel Rakhine ha giocato un ruolo nel conflitto anglo-giapponese sulla Birmania: “Nell’aprile 1942, le truppe giapponesi avanzarono nello Stato di Rakhine e giunsero a Maungdaw, vicino al confine con ciò che allora era l’India inglese ed è ora Bangladesh. Mentre gli inglesi si ritirarono in India, Rakhine divenne la linea del fronte. I buddisti arakani collaborarono con le forze del BIA e giapponesi, e gli inglesi reclutarono i musulmani per contrastare i giapponesi. Gli eserciti inglese e giapponese sfruttarono le frizioni e l’animosità nella popolazione locale per i propri obiettivi militari”, scrisse lo studioso Moshe Yegar”. Quando gli inglesi vinsero, Thakin Aung San cambiò campo e negoziò la fine del dominio imperiale inglese sulla Birmania. Fu assassinato nel 1947 da ufficiali inglesi. Da allora la Birmania, successivamente rinominata Myanmar, è governata da fazioni delle forze armate sempre in competizione.
La figlia di Aung San, Aung San Aung San Suu Kyi, ebbe un’istruzione inglese e fu costruita per avere un ruolo nel Myanmar. Negli anni ’80 e ’90 litigò con il governo militare. Ricevette il Nobel per la Pace e fu promossa difensore progressista dei diritti umani dai “letterati” occidentali. Ma lei, e la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) che guida, sono da sempre l’opposto, fascisti in abiti buddisti zafferano. Gli ipocriti sono ora delusi dal fatto che non parli a favore dei rohingya. Se così facesse si metterebbe dalla parte opposta, quella che il padre aveva notoriamente combattuto, e sarebbe anche contro la maggioranza del popolo del Myanmar che ha poca simpatia per i rohingya e la loro jihad. In generale, la maggioranza dei 50 milioni di abitanti del Myanmar teme l’immigrazione di 160 milioni di bengalesi dal più piccolo, inondato e sovrappopolato Bangladesh. Inoltre, i progetti cinesi per l’OBOR sono un enorme bonus per il Myanmar, che ne aiuterà lo sviluppo economico. Sauditi e pakistani inviano capi guerriglieri e soldi per incoraggiare la jihad dei rohingya in Myanmar, ripetendo le operazioni della CIA contro l’influenza sovietica in Afghanistan. Ma a differenza dell’Afghanistan, il popolo del Myanmar non è musulmano. Sicuramente combatterà e non aderirà a una qualche jihad nel proprio Paese. I rohingya sono ora le pedine del Grande Gioco e ne soffriranno.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Soros e idrocarburi: i responsabili della crisi in Myanmar

Sputnik, 5 settembre 2017

Il conflitto rohingya in Myanmar, riacceso nell’agosto 2017, sembra essere una crisi pluridimensionale che coinvolge importanti attori geopolitici, secondo gli esperti che attribuiscono le recenti violenze nel Paese a cause interne ed estere. La crisi dei rohingya, scontro tra buddisti e musulmani nel Myanmar occidentale da fine agosto, è chiaramente alimentata da attori esteri globali, afferma a RT Dmitrij Mosjakov, direttore del Centro per Asia sudorientale, Australia e Oceania dell’Istituto di studi orientali dell’Accademia delle scienze russa. Secondo lo studioso, il conflitto ha almeno tre dimensioni: “Prima di tutto, è una manovra contro la Cina, avendo investito molto nell’Arakan. In secondo luogo, è volto ad alimentare l’estremismo musulmano nell’Asia sudorientale… Infine, è un tentativo di seminare discordia nell’ASEAN (tra Myanmar e Indonesia e Malaysia musulmane)“. Secondo Mosjakov, il conflitto da secoli viene utilizzato da attori esteri per minare la stabilità dell’Asia sudorientale, soprattutto per le sfide poste dai grandi giacimenti di petrolio al largo delle coste dello Stato di Arakan. “C’è l’enorme giacimento di gas Than Shwe, denominato dal generale che ha governato il Myanmar. Inoltre, la zona costiera dell’Arakan contiene certamente idrocarburi”. Da quando gli enormi giacimenti presso lo Stato di Arakan furono scoperti, nel 2004, attraggono l’attenzione della Cina. Nel 2013, la Cina completò la costruzione di un oleogasdotto che collega il porto di Kyaukphyu alla città di Kunming, nella provincia dello Yunnan. Il gasdotto consente a Pechino di ricevere petrolio medio-orientale e africano evitando lo stretto di Malacca, mentre il gasdotto trasporta idrocarburi dai campi offshore del Myanmar alla Cina. Lo sviluppo del progetto cino-myammarese coincise con l’intensificazione del conflitto rohingya nel 2011-2012, quando 120000 profughi fuggirono dal Paese per evitare spargimento di sangue. Secondo Dmitrij Egorchenkov, Vicedirettore dell’Istituto di Studi Strategici e Pronostici dell’Università dell’Amicizia dei Popoli della Russia, non è un caso. Anche se ci sono cause interne alla crisi, molto probabilmente è alimentata da attori esteri, in particolare dagli Stati Uniti. La destabilizzazione del Myanmar può influenzare i progetti energetici della Cina e creare instabilità presso Pechino. A causa della crisi tra Stati Uniti e Corea democratica, altro vicino della Cina, Pechino potrebbe ritrovarsi nel mezzo di un tiro incrociato. Nel frattempo, la Task Force Birmania, che comprende diverse organizzazioni finanziate da George Soros, è attivamente impegnata in operazioni nel Myanmar dal 2013 ed invita la comunità internazionale a fermare il genocidio della minoranza musulmana dei rohingya. Tuttavia, l’interferenza di Soros negli affari interni del Myanmar affondano nella storia del Paese. Nel 2003, George Soros si unì a un gruppo di lavoro degli Stati Uniti per aumentare la “cooperazione statunitense con altri Paesi per portare avanti la trasformazione politica, economica e sociale della Birmania (Myanmar), che procedeva a rilento“. Il documento del 2003 del Consiglio sulle Relazioni Estere (CFR) intitolato “Birmania: il momento del cambiamento“, annunciava l’istituzione del gruppo insistendo sul fatto che “la democrazia… non può sopravvivere in Birmania senza l’aiuto di Stati Uniti e comunità internazionale“.
Parlando a RT, Egorchenkov spiegava: “Quando George Soros va in questo o quel Paese… cerca le contraddizioni religiose, etniche o sociali, sceglie il modello d’azione secondo queste opzioni o una loro combinazione, e poi cerca di “acutizzarle”.” Secondo Mosjakov, sembra che alcune economie globali consolidate cerchino di contenere il rapido sviluppo delle nazioni dell’ASEAN creandovi conflitti interni. Lo studioso sostiene che la politica del contenimento globale cerca d’istigare le discordie nelle formazioni regionali stabili. Suscitando conflitti regionali, gli attori esteri ne approfittano per controllare gli Stati sovrani o esercitarvi una notevole pressione. La recente crisi rohingya iniziava il 25 agosto, quando gli insorti musulmani rohingya attaccarono le guardie di frontiera nello Stato di Arakan nel Myanmar. La grave reazione delle autorità del Paese scatenava scontri violenti, uccidendo almeno 402 persone. Tuttavia, secondo alcune stime, 3000 musulmani sarebbero stati uccisi nel conflitto che, iniziato quasi un secolo fa, si acuì gradualmente dal 2011 fino al 2012, quando migliaia di famiglie musulmane cercarono rifugio in speciali campi profughi nel Paese o in Bangladesh. Un’altra escalation si ebbe nel 2016.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Myanmar: Benzina e fuoco, non buoni contro cattivi

Tony Cartalucci, LD, 5 settembre 2017La crisi nel Myanmar, nel Sudest dell’Asia, ha confuso molti analisti geopolitici per la complessità storia e la copertura intenzionalmente ingannevole e contraddittoria data dai media occidentali. Il governo del Myanmar è diretto da Aung San Suu Kyi e dalla sua Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), saliti al potere dopo una lotta contro l’esercito che ha governato la nazione per decenni.

Aung San Suu Kyi è una creatura ed agente degli interessi statunitensi ed europei
Suu Kyi e il suo NLD ricevevano decine di milioni di dollari in aiuti statunitensi, inglesi ed europei. Furono create intere reti di facciate come organizzazioni non governative (ONG) per minare e rovesciare le istituzioni nazionali del Myanmar. La portata di questo sostegno e finanziamento è riportata da molte organizzazioni occidentali, tra cui la Campagna inglese per la Birmania, che nel suo rapporto di 36 pagine del 2006, “Fallimento del popolo della Birmania“? (PDF) dettaglia ampiamente come essa e le controparti statunitensi costruirono l’attuale impressionante dominio politico di Suu Kyi. Il rapporto afferma esplicitamente: “Il National Endowment for Democracy (NED – cfr. Appendice 1, pagina 27) era l’avanguardia del nostro programma per la promozione della democrazia e dei diritti umani in Birmania dal 1996. Fornimmo 2500000 dollari nel FY 2003 per la Birmania sulla legislazione per le operazioni estere. Il NED utilizzerà questi fondi per sostenere le organizzazioni per la democrazia birmane e delle minoranze etniche attraverso un programma di sovvenzioni. I progetti finanziati sono destinati a diffondere informazioni in Birmania a sostegno dello sviluppo democratico, a creare infrastrutture e istituzioni democratiche, a migliorare la raccolta di informazioni sugli abusi dei diritti umani da parte delle Forze Armate birmane e ripristinare la democrazia quando si avranno aperture politiche e il ritorno di esuli/rifugiati”. Il rapporto continuava: “Voice of America (VOA) e Radio Free Asia (RFA) hanno servizi birmani. VOA trasmette tre volte al giorno un mix di notizie e informazioni internazionali di 30 minuti. RFA trasmette notizie e informazioni sulla Birmania due ore al giorno. I siti web VOA e RFA contengono anche materiale audio e testi in birmano e inglese. Ad esempio, l’editoriale del VOA del 10 ottobre 2003, “Liberare Aung San Suu Kyi” è prominente nella sezione birmana di VOAnews.com. Il sito di RFA mette a disposizione 16 versioni audio dei discorsi di Aung San Suu Kyi dal 27 al 29 maggio 2003. La radio internazionale statunitense fornisce informazioni cruciali a una popolazione a cui sono negati i vantaggi della libertà d’informazione dal governo”.
Per quanto riguarda l’indottrinamento e l’istruzione dei futuri capi di questo blocco politico asservito all’occidente, si affermava: “Il dipartimento di Stato ha fornito 150000 dollari di fondi FY 2001/02 per dare borse di studio ai giovani attraverso Prospect Burma, un’organizzazione partner con stretti legami con Aung San Suu Kyi. Con i fondi del FY 2003/04, abbiamo intenzione di sostenere il lavoro di Prospect Burma data la competenza dimostrata dall’organizzazione nella gestione delle borse di studio ad individui a cui viene negata l’istruzione dalla continua repressione della giunta militare, ma impegnati al ritorno della democrazia in Birmania”. Per quanto riguarda l’Open Society di George Soros, criminale finanziario, e la sua interferenza nella politica interna di Myanmar, il rapporto affermava: “La nostra assistenza all’Istituto Open Society (OSI) (fino al 2004) fornisce un sostegno parziale al programma per concedere borse di studio agli studenti fuggiti dalla Birmania e che desiderano continuare gli studi fino alla laurea o post-laurea. Gli studenti in genere frequentano scienze sociali, sanità, medicina, antropologia e scienze politiche. La priorità è data agli studenti che esprimono la volontà di tornare in Birmania o lavorare nelle comunità dei rifugiati per la riforma democratica ed economica del Paese”. Il rapporto, scritto nel 2006 quando un altro fantoccio statunitense, Thaksin Shinawatra, guidava la Thailandia come primo ministro, fino alla sua dipartita l’anno dopo, dettagliava il ruolo che la Thailandia giocava per sconvolgere e rovesciare l’ordine politico del Myanmar: “L’anno scorso il governo degli Stati Uniti ha iniziato a finanziare un nuovo programma dell’Organizzazione internazionale per la migrazione (OIM) per fornire servizi sanitari basilari ai migranti birmani al di fuori dei campi profughi ufficiali, in collaborazione con il ministero della Sanità Pubblica tedesco. Questo progetto era sostenuto dal governo tailandese e ha ricevuto copertura favorevole dalla stampa locale. Sforzi come questo, volti a trovare modi positivi per lavorare con il governo tailandese in aree d’interesse comune, contribuiscono a creare un sostegno ai programmi finanziati dagli Stati Uniti per aiutare i gruppi per la democrazia birmani”.
Il ministro dell’informazione Myanmar, Pe Myint, ad esempio, frequentò la Fondazione Memorial Media of Indochina, finanziata da NED e Open Society, a Bangkok. Un cablo diplomatico statunitense reso disponibile da WikiLeaks rivela quanto fosse integrale tale formazione nello sviluppo dello Stato cliente degli Stati Uniti che ora domina il Myanmar. “Titolo: “Panoramica delle organizzazioni dei media birmane basate nella Thailandia settentrionale“, che dichiarava nel 2007: “Altre organizzazioni, alcune in ambito esterno alla Birmania, aggiungono anche opportunità educative per i giornalisti birmani. Per esempio, la fondazione Memorial Media of Indochina di Chiang Mai ha completato l’anno scorso i corsi di formazione per giornalisti del sudest asiatico, inclusi birmani. I principali finanziatori dei programmi di formazione giornalistica nella regione sono NED, Open Society Institute (OSI) e vari governi e amministrazioni europei… Un certo numero di attivi programmi di formazione sui media attirano gli esuli e i residenti dalla Birmania a Chiang Mai per corsi di giornalismo che vanno da una settimana ad un anno. Questi programmi di formazione identificano i giornalisti che potrebbero essere attivi nelle comunità della Birmania, così come nelle ONG in Thailandia, aiutandoli ad assicurarsi posizioni per riferire sui media birmani nella regione. I programmi di formazione contribuiscono a garantirsi che le generazioni future potranno sostituire i fondatori delle organizzazioni attuali”. Il cablo collega anche i finanziamenti statunitensi all’atteggiamento prevedibilmente “pro-americano” adottato da chi riceve tali finanziamenti: “Nel rinnovo dei contatti dei diplomatici statunitensi che interagiscono con i media stranieri, la comunità dei giornalisti in esilio rimane fermamente pro-americana. Gruppi come DVB e The Irrawaddy cercano continuamente maggiori informazioni dai funzionari statunitensi ed utilizzano frequentemente interviste, comunicati stampa e clip audio pubblicati sui siti web del governo USA. Un colloquio dal vivo con un diplomatico statunitense è merce preziosa, che può anche instillare una sana concorrenza tra i notiziari rivali nel scovare uno scoop. Un colloquio con Irrawaddy del 2006 di EAP DAS Eric John fu replicato in diversi articoli e diffuso ampiamente in tutta la comunità in esilio e sui media principali. I finanziamenti del governo USA svolgono un ruolo in questa buona volontà…” Senza dubbio, Suu Kyi e coloro che occupano i vertici del suo governo, sono il prodotto di decenni di sostegno, formazione e indottrinamento di Stati Uniti e Regno Unito.I “terroristi rohingya” sostenuti dai sauditi non rappresentano i rohingya più di quanto lo SIIL rappresenti i sunniti
Una narrativa infelice si afferma sui media alternativi, raffigurando la minoranza rohingya del Myanmar come “islamisti” che adottano la “jihad”. In realtà, la minoranza rohingya in Myanmar vi ha vissuto per generazioni. Fino a poco tempo fa, vivevano in armonia con i vicini buddisti in tutto il Paese, anche nello Stato Rakhine. Molti dei punti di discussione adottati contro i rohingya sono letteralmente copiati dai gruppi estremisti statunitensi nel Myanmar. Le affermazioni secondo cui il termine “rohingya” sia semplicemente finto, perché in realtà sarebbero illegali bengalesi che dovrebbero essere espulsi dal Myanmar, sono i punti fondamentali dei sostenitori violenti di Suu Kyi, i “monaci della rivoluzione zafferano” di anni prima. I sostenitori sempre più autoritari di Aung San Suu Kyi, molti presenti durante la rivoluzione di zafferano del 2007, sono i primi agitatori della crisi sui rohingya. Mentre i media occidentali tentano di ritrarre l’esercito come responsabile delle violenze, sono spesso i militari che intervengono per fermare gli estremisti che attaccano i villaggi rohingya e i campi profughi che cercano di distruggere e bruciare. Fu il governo militare a cercare di concedere la cittadinanza ai rohingya, cui si oppose violentemente il partito politico di Suu Kyi e i suoi sostenitori, concludendolo una volta che Suu Kyi è andata al potere. Ultimamente i media occidentali hanno notato l’emergere dei terroristi filo-rohingya che avrebbero effettuato numerosi gravi attentati contro unità di polizia e militari nello Stato Rakhine. Naturalmente, alcun gruppo terroristico esiste senza un sostanziale sostegno politico, finanziario e materiale. E come altri conflitti politicamente convenienti, eruttati in Libia, Siria, Yemen e Filippine, il finanziamento statunitense-saudita è evidente nelle ultime violenze in Myanmar. The Wall Street Journal in un recente articolo intitolato: “Gli abusi in Birmania sui musulmani rohingya creano una violenta reazione“, afferma: “Ora questa politica immorale ha creato un gioco violento. L’ultima insorgenza musulmana scoppia coi militanti rohingya, sostenuti dai sauditi, contro le forze di sicurezza birmane. Mentre le truppe governative si vendicano sui civili, rischiando d’ispirare ancor più i rohingya alla lotta”. L’articolo afferma inoltre: “Chiamato Haraqat al-Yaqin, in arabo “Movimento della Fede”, il gruppo risponde a un comitato di emigrati rohingya alla Mecca e a quadri di capi locali con esperienza di guerriglia all’estero. L’ultima campagna, che prosegue da novembre con attacchi e attentati che hanno ucciso diversi agenti di sicurezza, è stata approvata dal clero in Arabia Saudita, Pakistan, Emirati ed altrove. I rohingya “non sono mai stati una popolazione radicalizzata”, osserva ICG, “e la maggioranza della comunità, anziani e capi religiosi hanno precedentemente definito le violenze controproducenti”. Ma questo sta rapidamente cambiando. Haraqat al-Yaqin fu fondato nel 2012 dopo che i disordini etnici nel Rakhine uccisero circa 200 rohingya ed ora si stima che abbia centinaia di combattenti”. Mentre molti osservatori notano che le violenze a cui i rohingya sono sottoposti provocherà una reazione violenta, le insorgenze armate non emergono spontaneamente. Atti di violenza isolati, bande organizzate con capacità limitate sono possibili, ma la violenza che Wall Street Journal descrive non è una “reazione”, è militanza motivata da interessi politici esteri e finanziata da stranieri che operano con la scusa della “reazione”.

Aung San Suu Kyi e terroristi “rohingya”: benzina e fuoco, non buoni contro cattivi
L’attuale regime cliente che presiede il Myanmar, creato e perpetuato dal denaro e dal sostegno statunitensi, affronta un terrorismo intenzionalmente finanziato ed organizzato dal più vicino alleato degli USA in Medio Oriente, l’Arabia Saudita. È una combinazione di benzina e fuoco, gli strumenti di un solo incendiario che intenzionalmente crea una conveniente confusione geopolitica. Va notato che lo Stato Rakhine è il punto di partenza di uno dei vari progetti cinesi dell’One Belt One Road, che collega con un’infrastruttura il porto di Sittwe in Myanmar alla città meridionale della Cina di Kunming. Non solo le violenze nello Stato Rakhine minacciano gli interessi cinesi, ma creano anche il pretesto per il coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti, sia sotto forma di “aiuto antiterrorismo”, come offerto alle Filippine per combattere i terroristi dello Stato islamico sostenuti da USA-Arabia Saudita, o sotto forma di “intervento umanitario”. In entrambi i casi, il risultato saranno militari statunitensi piazzati in una nazione direttamente confinante con la Cina, nell’Asia sudorientale, proprio ciò che i politici statunitensi vogliono da decenni. Ad esempio, il Progetto per un nuovo secolo americano (PNAC) in un documento del 2000 intitolato, “Ricostruire le difese americane” (PDF), dichiarava apertamente l’intenzione di stabilire una presenza militare ampia e permanente nell’Asia sudorientale. La relazione affermava esplicitamente che: “…è il momento di aumentare la presenza delle forze statunitensi nel Sud-Est asiatico”. Riferiva in dettaglio, affermando: “Nel Sud-Est asiatico, le forze statunitensi sono troppo sparse per rispondere adeguatamente alle crescenti esigenze della sicurezza. Dal ritiro dalle Filippine nel 1992, gli Stati Uniti non hanno avuto una significativa presenza militare permanente nell’Asia sudorientale. Né le forze statunitensi nell’Asia nord-orientale possono facilmente operare o schierarsi rapidamente nel Sud-Est asiatico, certamente non senza mettere la presenza in Corea a rischio. Fatta eccezione per i pattugliamenti delle forze navali, la sicurezza di questa regione strategicamente significativa e sempre più tumultuosa è stata abbandonata dagli statunitensi”. Notando la difficoltà di mettere truppe statunitensi laddove lo si desidera, il documento del PNAC notava: “Questo sarà un compito difficile che richiede sensibilità verso i diversi sentimenti nazionali, ma è ancor più impegnativo con l’emergere di nuovi governi democratici nella regione. Per garantire la sicurezza dei nostri alleati e delle nazioni recentemente democratizzate in Asia orientale, gli Stati Uniti possono contribuire a garantirsi che l’ascesa della Cina sia pacifica. Infatti, nel tempo, il potere statunitense e degli alleati nella regione può fornire la spinta al processo di democratizzazione nella Cina stessa”. Va notato che il riferimento del documento all’emergere di nuovi governi democratici nella regione va agli Stati clienti creati dagli Stati Uniti per conto dei propri interessi, e non costituiscono in alcun modo dei “governi democratici” che rappresentano gli interessi del popoli dai “sentimenti nazionali” che in primo luogo si oppongono alla presenza militare statunitense nella regione. Nel 2000, gli Stati Uniti avevano diversi potenziali regimi clienti, tra cui Suu Kyi in Myanmar, Thaksin Shinawatra in Thailandia e Anwar Ibrahim in Malesia. Da allora, rimane solo Suu Kyi, mentre Shinawatra e sua sorella sono fuggiti all’estero, e Ibrahim è in carcere.Conclusioni
È importante che anche lettori ed analisti capiscano diversi punti chiave della crisi in Myanmar:
– Aung San Suu Kyi e il suo partito sono mere creazioni degli interessi statunitensi e europei;
– i rohingya hanno vissuto in Myanmar per generazioni;
– i terroristi rohingya, sostenuti dai sauditi, non rappresentano il popolo rohingya più di quanto lo Stato islamico rappresenti i sunniti in Siria e Iraq;
– Questi “militanti” sono ampiamente sostenuti e diretti dall’Arabia Saudita e non rappresentano la legittima “reazione” alle violenze anti-rohingya;
– Gli Stati Uniti non cercano un “cambio di regime” in Myanmar, ma di spezzare gli interessi cinesi, annullare i legami Cina-Myanmar e, se possibile, piazzare militari statunitensi al confine con la Cina.
Più ci si allontana da questi fatti, come gli analisti iniziano a fare, più lontani dalla verità ci si ritroverà mentre il conflitto in Myanmar continua. Lettori ed analisti dovrebbero sospettare delle narrazioni basate sulla retorica ideologica o costruite sull’analogia geopolitica, piuttosto che su prove concrete su finanze, logistica e motivazioni socioeconomiche. In Myanmar, il movimento di Suu Kyi, le violenze anti-rohingya e la presunta “reazione” sono accompagnati da prove estremamente evidenti e significative. È un testamento della gravità e complessità della manipolazione che l’occidente è ancora capace d’intraprendere mettendo in pericolo non solo la maggioranza della popolazione del Myanmar, buddista o rohingya, che desidera vivere in pace, ma l’intera regione mentre gli Stati Uniti tentano di continuare a perseguire l’egemonia regionale.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Liberazione di Dayr al-Zur

Il 1° settembre 2017, le truppe dell’Esercito arabo siriano avanzavano a nord di Manuq, vicino Jub al-Jarah, ad est di Homs. L’Esercito arabo siriano aveva liberato Salba, Rasm al-Mazarah, Zanuba, Tuayinah, Hasu, Maqiman al-Shamali, Maqiman al-Janubi, Tayabah Daqij, Jub al-Abyadh, al-Qastal e al-Maqsar, ad est di Hama. Gli aerei militari siriani e russi effettuavano numerose sortite contro le posizioni del SIIL presso Dair al-Zur, nelle regioni di Wadi al-Thardah, Panorama, al-Maqabar, al-Rushdiyah, al-Baqaliyah e Ayash, eliminando numerosi terroristi. Le truppe dell’Esercito arabo siriano respingevano l’attacco di Jabhat al-Nusra su al-Layramun e Jamiyat al-Zahra, ad ovest di Aleppo. 25 forze d’élite dell’Esercito arabo siriano, i Cacciatori del SIIL, nel villaggio di al-Musharifah, vicino ad Aqirabat, ad est di Hama, respingevano l’attacco da 350 terroristi del SIIL. “Le unità militari furono sostenute dall’azione aerea russa, dato che solo la potenza aerea russa ha i mezzi per effettuare attacchi notturni mirati“. Le forze governative siriane liberavano Aqirabat, ad est di Hama.
Il 2 settembre, gli aviogetti da combattimento russi distruggendo 9 blindati, 6 postazioni d’artiglieria, 1 lanciarazzi, 3 depositi di munizioni, 1 centro di comando e 20 autocarri carichi di carburante, armi e munizioni, presso Dair al-Zur, e un convoglio di 12 autocarri del SIIL tra Dair al-Zur e Rasafah. Presso Aqirabat, l’EAS liberava Ruayizah, Qazirah, Muadhamiyah, Jaruh, Harishah e Wadi al-Uzam, eliminando numerosi terroristi. Un gruppo di soldati dell’EAS assaltava le posizioni del SIIL a Tal Alush, presso Dair al-Zur, eliminando 10 terroristi e sequestrando molte armi e munizioni. Le truppe dell’Esercito arabo siriano respingevano l’attacco del SIIL su Aqirabat, nell’est della provincia di Hama, infliggendo notevoli perdite ai terroristi. L’Esercito arabo siriano liberava Rasm al-Hajanah e Jabal Safiya, nella provincia di Dair al-Zur, e Tal Abid e al-Hirah a sud-est di Raqqa. Inoltre, l’EAS liberava Jabal Nazirat, Jabal Nayraman e Jabal Adamah a nord dell’autostrada Suqanah-Dair al-Zur, a 30 km dal Dair al-Zur. Il Ministro della Difesa russo annunciava che la città di Aqirabat, la principale base del SIIL nella Siria centrale, era tornata sotto il controllo dell’Esercito arabo siriano, “L’ultimo grande centro di resistenza dei terroristi nella parte centrale della Siria è stato distrutto, e adesso le unità militari siriane ripuliscono i sobborghi di Aqirabat. Le unità della 4.ta Armata del governo siriano in collaborazione con la 5.ta Divisione volontaria e le forze dell’intelligence militare, hanno liberato la città di Aqirabat“. Dopo aver liberato Agirabat, le forze siriane liberavano Zaqrutiyah, Um Maur, Qirbat Hayuniyah e Qur Tahin, ad est di Hama.
Il 3 settembre, l’Esercito arabo siriano liberava il Wadi al-Zuayihaq e al-Haribishah, tra Homs e Dair al-Zur. Muhamad Fahad, boia saudita del gruppo terroristico SIIL, veniva eliminato dall’Esercito arabo siriano ad est di Dair al-Zur. Le truppe dell’Esercito arabo siriano, nell’est della regione di Hama liberavano Maqiman al-Janubi, Rasm al-Ahmar, Nayimah, Jadidah, Tanhaj e la regione di al-Sayb, eliminando 38 terroristi del SIIL, mentre a sud di Raqqa liberavano Tal Abad e al-Hayarah. L’EAS liberava Rasm al-Ahmar, Rasm al-Dhaba, Masudah e Rasm al-Qanbar, presso Aqirabat. Le truppe dell’Esercito arabo siriano liberavano Harmalah, tra Jubar e Ayn Tarma, da cui passava una delle principali linee di rifornimento di al-Nusra presso Damasco, e liberavano la regione di Mathalaq al-Janubi, a Jubar. L’EAS liberava i valichi 169 e 170 sul confine giordano. Presso Dair al-Zur, la Quwat al-Nimr dell’Esercito arabo siriano attraversava l’Eufrate ad al-Bumatar, eliminandovi 69 terroristi del SIIL. La Quwat al-Nimr, dotata di carri armati T-90 e T-72, attraversava il fiume utilizzando ponti mobili galleggianti, consegnati dai russi un mese prima in vista della liberazione di Dair al-Zur. La Quwat al-Nimr liberava Bir Qusibah, Tar Tarafui, Qasr Tarafui, giacimento Qaratah e Qubajib, a 7 km da al-Shula, provincia di Dair al-Zur. Le forze governative liberavano Bir Ghabaghib e al-Shula, sull’autostrada Suqanah-Dair al-Zur. Cellule dormienti del Baath attaccavano i comandi islamisti nei villaggi Nabila, Huriqi e Maqas, a Dair al-Zur. La Quwat al-Nimr liberava la stazione al-Sham, avanzando verso la base del 137.mo Reggimento. Un’unità speciale eliportata dell’EAS eliminava le difese del SIIL presso la caserma del 137.mo Reggimento, mentre l’EAS liberava l’ospedale al-Assad e la rotatoria Panorama, tagliando le linee di rifornimento del SIIL verso la città.
Il 4 settembre l’artiglieria dell’Esercito arabo siriano bombardava il centro di comando principale dei terroristi, ad Huayqa al-Qarbi presso Dair al-Zur, eliminando 9 capi del SIIL: Abu Umar al-Qarbuli, Abu Muhamad al-Shuayti, Abu Maryam al-Tayanah, Abu Muayah Idlib, Abu Dajanah Baqras, Abu Ubaydah al-Ani, Abu Salman al-Ahuzi e Abu Yaqub al-Muhajir. La SAAF bombardava le posizioni del SIIL ad al-Ayash, al-Shumaytiyah, al-Masrab, al-Qaritah, al-Tabani e presso Panorama. Le truppe dell’Esercito arabo siriano respingevano l’attacco del SIIL su Jaruh, a nord di Aqirabat, mentre la SAAF bombardava le linee del SIIL presso al-Hardanah, Tal Adamah e al-Asafarah. L’Esercito arabo siriano, sostenuto dagli elicotteri d’attacco russi, distruggeva 30 autobombe del SIIL a Dair al-Zur, presso la base del 137.m Reggimento. Gli attacchi aerei russi distruggevano anche 2 carri armati, 3 veicoli da combattimento della fanteria e 10 tecniche del SIIL, ed eliminavano oltre 70 terroristi presso Dair al-Zur, “Le forze aerospaziali russe hanno condotto più di 80 missioni su Dair al-Zur a sostegno delle truppe siriane. Gli aerei russi eliminavano 2 carri armati, 3 blindati e più di 10 fuoristrada con armamento pesante. Più di 70 terroristi sono stati eliminati“. L’Esercito arabo siriano entrava a Dair al-Zur dalla regione della Base del 137.mo Reggimento, e quindi procedeva liberando il quartiere al-Huayqa. Presso Suwayda, ad al-Tanaf gli inglesi ritiravano le loro forze, composte da mercenari e spie del MI6. Le forze governative siriane respingevano l’attacco del SIIL presso l’autostrada Suqana-Dair al-Zur e liberava completamente l’area di al-Shulah, dopo un giorno di intensi combattimenti con i terroristi. L’EAS liberava 4 villaggi ad est di Hama, Masud, Tubiyah, Marami, Um Ramal, Qanbar e Hamada Umar, presso al-Salamiyah.
Il 5 settembre, la SAAF distruggeva un convoglio di 10 autoveicoli del SIIL a sud-ovest di Dair al-Zur, mentre la fregata russa Admiral Essen lanciava 3 missili da crociera contro una base, un impianto di comunicazione e un’officina di riparazioni per veicoli corazzati del SIIL, presso al-Shula, “I missili Kalibr sono stati lanciati contro obiettivi del SIIL identificati e confermati attraverso diversi canali. L’attacco missilistico ha distrutto centri di comando, un impianto di comunicazione, depositi di armi e munizioni, un impianto di riparazione per veicoli blindati e numerosi terroristi“, dichiarava il Ministero della Difesa russo. Il blocco imposto per tre anni dallo Stato islamico a Dair al-Zur veniva tolto dalle truppe dell’Esercito arabo siriano, che raggiungevano la città sulla riva occidentale dell’Eufrate. Le forze dell’Esercito arabo siriano lanciavano le operazioni su cinque assi verso Dair al-Zur, mentre le linee del SIIL collassavano. Dair al-Zur era di grande importanza per la lotta contro il terrorismo, per la posizione strategica, essendo la città più grande della Siria orientale e la settima del Paese, con 125000 abitanti, la cui provincia confina con l’Iraq ed è ricca di petrolio. Dair al-Zur è il centro dell’industria petrolifera siriana.

“La vittoria è nostra. Le aquile della patria sono con voi. La Siria merita la vittoria.
Dal cielo di Dair al-Zur”. Majd