Ad Aleppo, sul punto di cadere, i terroristi ‘moderati’ compiono stragi di civili

Ziad Fadil, Syrian Perspective 30/4/2016ChOsfExWUAADu4PI media occidentali non ne parlano, ma è vero. I sauditi fanno finta che non sia accaduto e i turchi erdoghaniani fanno finta di combattere i terroristi mentre guardano impotenti l’Esercito arabo siriano rispondere alle loro azioni. Le forze terroristiche ad Aleppo muoiono di fame. La loro situazione medica è grave, nella migliore delle ipotesi. 4000 terroristi appena infiltrati dalla Turchia non hanno saputo sfondare le linee dell’Esercito arabo siriano e sono emarginati all’esterno della città, evidentemente ignari dell’avanzata finale che sta per iniziare. Una volta che Aleppo sarà liberata, la farsa a Ginevra non avrà alcun senso. Putin ha cercato d’inviare un messaggio di pace alla cosiddetta “opposizione”. Il cessate il fuoco era necessario per i traditori finanziati dai sauditi, in esilio e impotenti nel trovare forse un modus vivendi con il governo di Damasco. Invece, hanno perseguito la stessa politica ottusa da beduini chiedendo l’impossibile, la cacciata del governo di Assad. Ora che Putin sa dell’incapacità dell’opposizione nel capire la realtà, è stata presa la decisione di finirla una volta per tutte. Certi media occidentali affermano che il governo siriano e suoi sostenitori in Russia non hanno mai avuto intenzione di rispettare alcun cessate il fuoco o di negoziare in buona fede a Ginevra. L’occidente confonde affermando che l’Esercito arabo siriano abbia utilizzato la breve tregua di due mesi per riorganizzarsi e rifornirsi. È interessante notare che in Siria i militari si opposero al cessate il fuoco quale cattiva idea fin dall’inizio, perché dava ai terroristi e loro sostenitori il tempo per ricostituirsi per bloccare l’avanza dell’EAS nella cruciale città di Aleppo. Comunque, il cessate il fuoco finisce e il compito triste di sradicare la peste dal nord procede a ritmo sostenuto.
Ad al-Rashidin, grande sobborgo in rovina e quasi disabitato al momento, ha visto l’Esercito arabo siriano avanzare decisamente nel Blocco 4, entrando in un’intensa battaglia con i terroristi quasi a corto di munizioni. Monitorandole, le chiacchiere tra terroristi descrivono una situazione disperata per i “jihadisti” che chiedono ai loro camerati di pregare per loro essendo sul punto di morire. Dei morituri. Le loro preghiere saranno esaudite abbastanza presto. I nichilisti barbuti sono bombardati da mortai, razzi e bombardieri. E’ impossibile sopravvivere. Infatti, dando uno sguardo alla mappa si rivela l’imminente accerchiamento completo di Aleppo. Qualsiasi notizia che parli di una ristretta linea di rifornimento mente. E’ finita e tutte le vie di accesso alla città sono state chiuse. L’occidente continua a vomitare sciocchezze. Senza alcuna prova su armi chimiche usate dal governo siriano, che s’è confermato aver cooperato completamente con la politica d’ispirazione russa sulla cessione delle armi chimiche, i media occidentali si sono dedicati ad inventarsi bugie sui bombardamenti aerei russi e siriani di “ospedali” nella “aree controllate dai terroristi” della città. Quali benefici porti ai media tale propaganda non è chiaro dato che nessuno è interessato all’invasione via terra della Siria. L’ospedale da campo di al-Suqari è gestito dai gangster terroristici supportati da Medici Senza Frontiere, è stato colpito perché veniva utilizzato da al-Qaida per nascondervi armi e terroristi. Non era per nulla un ospedale pediatrico, ma un rifugio per assassini. Tutte le scene che mostrano bambini nell’ospedale da campo dei terroristi sono tratte da foto d’archivio. Non vi erano pediatri, ma solo terroristi feriti che moriranno comunque.

Bashar Murtada ci mostra come i civili vengono uccisi da mostri di Obama:ChPEuHyUgAAcQtDI terroristi hanno ricevuto armi letali e le usano contro civili inermi. L’altro ieri hanno deliberatamente bombardato le zone della città note per la grande presenza di minoranze. Quartieri come al-Aziziya, Muqambo e Sulaymaniya furono bombardati. Questo è stato calcolato dai militari siriani. E’ noto che i terroristi fanno spesso fuoco sui civili nelle zone sicure per rispondere all’avanzata continua dell’Esercito arabo siriano sul terreno. Si tratta del prezzo che la popolazione di Aleppo deve pagare per liberarsi della piaga sparsa da Obama. L’autostrada che circonda la città è sotto il controllo completo dell’Esercito arabo siriano. La liberazione di Aleppo è ora strettamente definita da un lento strangolamento. La base aerea di Quwayris opera notevolmente, con bombardieri ed elicotteri che decollano e atterrano ogni dieci minuti. L’accesso alla base non è ostacolato. Negli ultimi 3 giorni di combattimenti, l’Esercito arabo siriano, con l’aiuto russo, ha eliminato oltre 200 ratti, con centinaia feriti e senza alcuna speranza di cure mediche. I medici nelle aree governative sono stati avvertiti di non lasciare la zona per qualsiasi motivo. C’è il timore che siano rapiti dai terroristi al fine di costringerli a curare i ratti feriti. Ai medici viene detto che se viaggiano dalla città, lo fanno a loro rischio e pericolo. I medici non hanno neanche il permesso di trasportare medicine o qualsiasi cosa che possa aiutare i ratti feriti.
Il cessate il fuoco ad Aleppo è fallito perché i gruppi terroristici collaborano con Jabhat al-Nusra/al-Qaida coprendo le bande terroriste finanziate dai sauditi. Dato che al-Qaida e SIIL non rientrano nella cessazione delle ostilità, hanno dovuto trovare un modo per manovrare nei territori settentrionali, facendosi scudo del quadro dell’accordo. I governi siriano e russo hanno cominciato a reagite a tale stratagemma, indicandolo come delirante. La Russia ora cerca il concorso del Consiglio di sicurezza dell’ONU per includere Jaysh al-Islam e Ahrar al-Sham tra i gruppi esclusi. È interessante notare che il Ministero della Difesa siriano ha annunciato un cessate il fuoco di 24 ore nel Ghuta Oriente e uno di 72 ore a Lataqia. Non ho alcuna spiegazione per cui ciò viene detto ai media.13051538Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Giornalista denuncia il controllo dell’intelligence sui media occidentali

Steven MacMillan New Eastern Outlook 28/04/201623-24_Udo-Ulfkotte_megvasarolt-ujsagirok_sajtotajekoztato-JM-1Nell’epoca in cui la guerra dell’informazione è una delle aree più critiche e ben finanziate, la rivelazione nel 2014 dell’ex-capo giornalista tedesco è di fondamentale importanza per capire come i media occidentali operano. Anche se furono seguite da numerosi giornalisti e commentatori sui media alternativi, è ancora di vitale sottolineare l’importanza di queste rivelazioni. Udo Ulfkotte, caporedattore ed ex-direttore del Frankfurter Allgemeine Zeitung, rivelò in un’intervista a RT nel 2014 che i giornalisti sono spesso corrotti per mentire, ingannare e scrivere in favore delle intelligence (citiamo Ulfkotte): “Sono stato giornalista per circa 25 anni, e sono stato istruito a mentire, tradire e a non dire la verità al pubblico. Ma vedendo il mese scorso come i media tedeschi e statunitensi cerca di presentare la guerra alla gente in Europa, d’istigare la guerra alla Russia, si è nel punto di non ritorno. Ho intenzione di oppormi e dire: non è giusto quello che ho fatto in passato, manipolare le persone; fare propaganda contro la Russia; e non è giusto quello che i miei colleghi fanno e hanno fatto in passato, perché sono corrotti per tradire le persone non solo in Germania, ma in tutta Europa. Se vedete i media tedeschi, in particolare i miei colleghi che giorno per giorno scrivono contro i russi; (questi giornalisti) aderiscono ad organizzazioni transatlantiche, e sono sostenuti dagli Stati Uniti. Gente come me: sono diventato cittadino onorario dello Stato dell’Oklahoma negli Stati Uniti. Perché? Perché scrivevo pezzi filo-americani. Sono stato aiutato dalla Central Intelligence Agency, la CIA. Perché? Perché sono filo-americano. Ne sono stufo; non voglio farlo più, e così ho appena scritto un libro, non per guadagnare soldi… ma per dare alle persone di questo Paese, la Germania, di Europa e del mondo solo un assaggio di ciò che accade dietro le quinte“.
OperationMockingbirdCIA-owns-the-mediaI servizi segreti hanno usato i media mainstream per diffondere propaganda per decenni, e sarebbe ingenuo credere che oggi sia diverso. Fu anche chiaro che durante la guerra fredda, l’MI6 aveva agenti clandestini nelle principali organizzazioni mediatiche in Gran Bretagna, impegnate nella propaganda e nell’inganno. Agenti dell’MI6 hanno una lunga storia d’infiltrazione all’estero camuffati da giornalisti. “La maggior parte dei giornalisti che si vedono nei Paesi esteri dicono di essere giornalisti e potrebbero esserlo, giornalisti europei o statunitensi. Ma molti, come me in passato, hanno la cosiddetta copertura non ufficiale, come dicono gli statunitensi… copertura non ufficiale cosa significa? Non lavorate per un’agenzia d’intelligence, ma li aiutate se volete che vi aiutino, ma quando (il pubblico) scopre che non sei solo un giornalista ma anche una spia (la CIA) non dirà mai che siete uno dei suoi. Quindi, l’aiutai in diverse situazioni e me ne vergogno. Questo riguarda solo i giornalisti tedeschi? No, penso che sia particolarmente il caso dei giornalisti inglesi, perché hanno un rapporto assai più stretto. Come lo è soprattutto per i giornalisti israeliani, e naturalmente per i giornalisti francesi… australiani e di quelli provenienti da Nuova Zelanda, Taiwan, beh, molti Paesi… come la Giordania, per esempio. A volte le agenzie d’intelligence arrivano nel vostro ufficio e vogliono che scriviate un articolo… Ricordo solo (ad esempio) l’agenzia d’intelligence estera tedesca, un mera organizzazione sorella della Central Intelligence Agency che l’ha fondata. Così un giorno il BND si presenta nel mio ufficio al Frankfurter Allgemeine, a Francoforte, e voleva che scrivessi un articolo sulla Libia e il Colonnello Muammar Gheddafi. Non avevo assolutamente informazioni segrete riguardo al Colonnello Muammar Gheddafi e alla Libia. Ma mi diedero quei (documenti) segreti e volevano solo che firmassi l’articolo con il mio nome. Lo feci e fu pubblicato sulla Frankfurter Allgemeine (un articolo) proveniente dall’agenzia d’intelligence estera tedesca. Pensate davvero che questo sia giornalismo, con le agenzie d’intelligence che scrivono gli articoli. L’articolo fu stampata nel mondo due giorni dopo, ma non avevo alcuna informazione, furono le agenzie d’intelligence che vollero che scrivessi quell’articolo. Non è così che il giornalismo dovrebbe funzionare, con le agenzie d’intelligence che decidono ciò che va stampato o no“.
La CIA ha utilizzato i media come arma di propaganda fin dall’inizio con l’Operazione Mockingbird, che illustra tale fenomeno. Anderson Cooper, corrispondente della CNN, ampiamente noto come operativo dell’intelligence, ammise nel 2006 di aver lavorato per la CIA “un paio di mesi o per due estati” all’università. È essenziale ricordare la denuncia di Ulfkotte quando si sfoglia la stampa occidentale, soprattutto alla luce dei Panama Papers, in quanto vi è molto più di quanto appaia.09-operation-mockingbirdSteven MacMillan è scrittore, ricercatore, analista geopolitico indipendente e redattore di The Analyst Report, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il moltiplicatore di forza segreto di Putin: le Forze Speciali

Roger McDermott, Jamestown, 26 aprile 2016, Modern Tokyo Timesspecnaz_rossiiUna ogni tre domande poste al Presidente Vladimir Putin durante la sua ultima annuale diretta telefonica riguardava la sicurezza nazionale. L’interesse del pubblico sul Donbas si è apparentemente ridotto notevolmente, e le uniche preoccupazioni sullo Stato Islamico (IS) si sono limitate alle preoccupazioni per i terroristi che eventualmente ritornano in Russia. Putin ha chiarito che il rientro dalla Siria non era mai volto al ritiro completo di tutte le forze russe, aggiungendo che l’Esercito arabo siriano (EAS) coglierà ulteriori successi. Il livello della potenza aerea che la Russia dispiega e usa in Siria dipende dal successo dei consiglieri militari nel programma di addestramento ed equipaggiamento intenso dell’EAS. Alcuni dei consiglieri appartengono all’organizzazione militare più segreta della Russia: il Comando delle Forze per la Operazioni Speciali (Komandovanie Sil Spetsialnykh Operatsij – KSSO). Queste forze sono acclamate per il loro ruolo in Crimea e, più recentemente, per le operazioni in Siria. Costituiscono un importante moltiplicatore di forza nell’azione del Cremlino, impiegando pochi militari e risorse ottenendo il massimo impatto sugli obiettivi politico-militari (Voenno Promyshlennij Kurer 19 aprile). Il KSSO, probabilmente non conta più di 1000 effettivi in totale, è una relativamente nuova organizzazione militare della Russia, ma un recente articolo del Voenno Promyshlennij Kurer getta nuova luce su origine, sviluppo e scopo. La narrazione sulla creazione del KSSO ne attribuisce la formazione alla nuova leadership della Difesa nel primi mesi del 2013: il Ministro della Difesa Generale Sergej Shojgu, e il Capo di Stato Maggiore Generale (CGS) Generale Valerij Gerasimov. Infatti, annunciando la creazione del KSSO nel marzo 2013, Gerasimov confermava che era il risultato di un ampio studio dell’esperienza delle strutture delle forze speciali straniere, e il Ministero della Difesa russo formava il comando oltre alle varie forze speciali dei ministeri della sicurezza. Tuttavia, il predecessore di Gerasimov, Nikolaj Makarov, espresse questo interesse molto prima, con un esperimento nel 2009 per creare un ufficio per le operazioni speciali direttamente subordinato al CGS. All’inizio del 2012, Makarov parlava della formazione del KSSO, con i piani per nove brigate speciali e l’espansione del sistema delle forze speciali dell’intelligence militare (GRU Spetsnaz) (RIA Novosti 6 marzo 2013). In effetti, i piani originali per formare il KSSO erano volti ad integrare i centri delle forze speciali esistenti, formando un unico comando responsabile verso il Ministro della Difesa. Questi piani furono elaborati dallo Stato Maggiore e dal GRU e presentati all’allora Ministro della Difesa Anatolij Serdjukov, nell’ottobre 2012, che lo respinse categoricamente. Le proposte furono poi ripresentate dopo il cambio della leadership della Difesa, con argomentazioni volte a ottimizzare e riorganizzare le strutture esistenti (Izvestia 27 novembre 2012).
d6t1IV_06Ls E’ proprio questo contesto che viene affrontato da Aleksej Mikhailov nell’articolo sul Voenno Promishlennij Kurer. Mikhailov sottolinea il ruolo svolto da queste forze per le operazioni speciali in Siria: guidare e correggere gli attacchi aerei, anche dei missili da crociera, e agire in altri campi. Il punto di partenza nel rintracciare le origini del KSSO non è il 2009 e l’interesse di Makarov, ma piuttosto un decennio prima, sottolineando diversi sviluppi dovuti al CGS Anatolij Kvashnin. Mikhailov osservava che nel 1999 un centro di addestramento specializzato fu costituito a Solnechnogorsk, dipendente direttamente dal CGS. Il centro era noto come “Senezh“, e gli agenti indicati come “podsolnukhami“. Verteva pesantemente sull’esperienza delle operazioni contro-insurrezionali e speciali in Cecenia (Voenno Promyshlennij Kurer 19 aprile). Mikhailov parla del fatto che fin quando il KSSO ha risolto questi problemi, c’erano difatti quattro aree distinte e diverse nell’addestramento delle forze speciali, dal reclutamento al tipo di missione. Le forze aviotrasportate si esercitavano in lanci difficili per svolgere ruoli speciali nelle operazioni. Altri erano addestrati nella guerra in montagna, con formazione specialistica presso il centro di addestramento “Terskol” sul monte Elbrus. Ulteriori requisiti erano collegati alla necessità di assaltare edifici o obiettivi nemici in condizioni o terreni difficili. Infine, l’addestramento navale per compiti speciali era necessario per le forze operanti in mare per catturare o sabotare navi nemiche o impianti off-shore. Alcuni ebbero esperienza in Cecenia creando un ulteriore settore per le Forze Speciali, la protezione dei comandanti, ma ciò non fu mai veramente concluso. In altre parole, i riformisti dello Stato Maggiore erano giunti ad identificare i problemi nell’uso delle forze speciali, radicati nella preparazione di specialisti altamente qualificati operanti in vari ambiti. Nonostante questo, il Centro Senezh era volto a costruire una cultura di squadra tra gli allievi, e questo è stato sempre un fattore del reclutamento, cioè la capacità di ciascun candidato di lavorare in squadra. Secondo gli interlocutori di Mikhailov, questo principio è strettamente seguito dal KSSO (Voenno Promyshlennij Kurer 19 aprile). I “Podsolnukhami” del “Senezh” sono stati ampiamente impiegati in Cecenia e recentemente nelle operazioni anti-pirateria nel Corno d’Africa; comprensibilmente le loro attività sono classificate top secret. Tuttavia, sembra che l’esperienza delle operazioni in Cecenia e all’estero abbia rivelato che la subordinazione degli operatori di Senezh non fosse ottimale. Serdjukov attuò dei cambiamenti portando alla creazione del KSSO. Il Centro Operazioni Speciali Senezh del Ministero della Difesa riferiva direttamente al CGS, mentre Serdjukov visitava spesso il centro interessandosi del suo sviluppo. Gli fu accreditato, per esempio, la disponibilità 24×7 dei velivoli da trasporto Il-76 (Voenno Promyshlennij Kurer 19 aprile).
Dal 2010, il Ministero della Difesa russo ha un secondo Centro per Operazioni Speciali a Kubinka, subordinato al direttore del GRU, creazione supervisionata dall’aiutante di Serdjukov Tenente-Generale Aleksandr Miroshnichenko, che aveva in precedenza diretto il Centro Operazioni Speciali del Servizio di Sicurezza Federale (FSB) (Tsentr Spetsjalnogo Naznachenija – TsSN FSB). I rapporti tra questi centri presto si deteriorarono nel promuovere idee in competizione su come le forze speciali dovessero svilupparsi. Suggerendo che l’approccio “Alfa” del FSB si concentrava sulla promozione dell’individualismo, in contrasto col Centro Senezh (Voenno Promyshlennij Kurer, 19 aprile). La risoluzione del conflitto avvenne nel marzo 2013, con la creazione formale del KSSO. E con esso, le strutture furono subordinate in modo più coerente. Il Maggiore-Generale Aleksej Djumin fu nominato comandante del KSSO, visto da molti come figura di compromesso. Miroshnichenko continua ad attrarre nella nuova struttura i suoi ex-subordinati del TsSN FSB (Voenno Promishlennij Kurer, 19 aprile). Sembra, quindi, che le sue reclute siano soprattutto una miscela di ex-Spetsnaz del GRU ed ex-Alfa del FSB.

Zolotov e Djumin

Zolotov e Djumin

Con la benedizione di Putin, Kadyrov continua ad espandere la missione delle Forze Speciali cecene
Mairbek Vatchagaev Jamestown Modern Tokyo Times

2007-9-11-rmamn74111884-copyIl notevole interesse di Ramzan Kadyrov nello sviluppo delle forze speciali cecene è stato già notato prima (vedasi EDM 27 marzo 2015). Il governante della Cecenia cerca di ritrarre queste unità come modello delle Forze Armate russe. Un ex-ufficiale del gruppo Alfa, le unità di élite delle forze speciali russe, è coinvolto nell’addestramento dei militari ceceni, il che significa che Mosca è abbastanza consapevole degli sforzi militari di Kadyrov. Per addestrare le sue forze speciali, Kadyrov ha costruito un grande moderno centro addestramento nella zona di Gudermes. Il centro, a differenza di altri centri simili in Russia, è un’impresa privata (Rbc.ru 11 febbraio). Kadyrov progetta di costruire un’intera città nel centro di addestramento, includendo una scuola, un carcere, stazione ferroviaria e metropolitana e una pista aerea. Il governatore della Cecenia ha anche annunciato alle autorità che uno dei più grandi centri di paracadutismo della Russia sarà costruito in Cecenia. L’impianto sarà presso il Centro Internazionale di addestramento delle Forze speciali, tra il villaggio di Tsentoroi e la città di Gudermes (Vestnik Kavkaza 2 marzo). Secondo il consigliere di Kadyrov per l’addestramento delle forze speciali, Danil Martinov, oltre a fornire servizi di addestrativi alle forze speciali, il centro sarà aperto alle visite del pubblico ceceno e dei turisti. Il pubblico russo ha iniziato a prestare maggiore attenzione alle Forze speciali cecene dopo l’ammissione di Kadyrov che suoi agente eraono coinvolti nel conflitto siriano (Russia.tv 7 febbraio, a un 1 ora e 18 minuti). L’affermazione di Kadyrov contraddice la posizione russa ufficiale secondo cui alcuna forza di terra russe era dispiegata in Siria. Le autorità cecene hanno poi corretto la dichiarazione, dicendo che non c’erano unità di forze speciali cecene in Siria, ma piuttosto un’unità militare federale russa, non interessata alle operazioni terrestri nel Paese (Dp.ru 8 febbraio). L’anno scorso, le autorità cecene propagandarono le vittorie delle forze speciali ceceni in una competizione internazionale di forze speciali tenutasi in Giordania nella primavera del 2015, descrivendole come un “trionfo” (RIA Novosti 24 aprile 2015). Groznij decise di creare un’altra unità militare che operi in condizioni estreme. Alla fine di marzo di quest’anno, le autorità cecene programmavano l’invio di unità delle Forze speciali della repubblica al Polo Nord. I paracadutisti di Kadyrov vi compiranno operazioni di combattimento in clima rigido (Vesti.ru 20 marzo).
Sul suo account personale su Instagram, Kadyrov ha dichiarato che il suo aiutante, l’ex-ufficiale delle forze di sicurezza russe Danil Martinov, supervisionerà l’invio delle forze speciali cecene nel Polo Nord (Instagram.com 20 marzo). Tale operazione richiederà spese significative per assicurare le comunicazioni e la sicurezza del gruppo nel duro ambiente del Polo Nord, il che significa che saranno sostenute dallo Stato russo. Gli specialisti si sono chiesti perché le forze speciali cecene sono stati creati quando l’esercito russo aveva già l’Alfa e altre unità di elite. Diversi anni fa, il giornale di opposizione Novaja Gazeta stimava che le forze di Kadyrov fossero abbastanza consistenti, da 10000 a 30000 uomini (Onkavkaz.com, 21 marzo). Cecenia è l’unica regione della Russia che ha il permesso di avere proprie forze armate regionali. Ma perché Mosca non permettere ad altre regioni del Caucaso del Nord di avere proprie forze speciali? La situazione della sicurezza nel vicino Daghestan, per esempio, era assai peggiore che in Cecenia almeno dal 2008-2010.
Le manovre delle forze cecene assomigliano sorprendentemente alle esperienze dell’impero russo. A quel tempo, i montanari del Caucaso del Nord facevano parte delle guardie personali dello zar, mentre gli alpinisti ne proteggevano la vita in eventuali tentativi di golpe. Attualmente, con Mosca che spende notevoli risorse per l’addestramento dei ceceni fedeli alla Russia, le analogie con il passato imperiale russo sono abbastanza forti. Consentendo a Kadyrov di perseguire questo programma, il Presidente Vladimir Putin crea l’unica unità etnica delle forze speciali della Russia. Sarebbe logico se il presidente russo infine concedesse alle Forze speciali ceceno lo Status federale facendone la personale unità di Forze speciali, anche se in effetti, ciò contrasterebbe con le leggi russe. In un primo momento, sembrava che le autorità preparassero le forze speciali cecene per lo schieramento nel Caucaso del Nord, perché i ceceni conoscono la zona meglio delle forze russe, nonostante la preparazione di queste ultime presso i centri di addestramento di Nalchik e Makhachkala (Thequestion.ru, 16 gennaio). Tuttavia, il previsto sbarco dell’unità cecena al Polo Nord dimostra che Mosca considera le forze cecene uno strumento utilizzabile non solo nell Caucaso, ma anche nel più ampio spettro nazionale.
Nei passati sei mesi, non un mese è passato senza esercitazioni militari tattiche in Cecenia (Regnum, 22 marzo). Funzionari del Cremlino a quanto pare credono che la situazione in Cecenia rimanga instabile e richieda Forze federali russe sul terreno, come ad esempio le unità di polizia provenienti da altre regioni della Federazione Russa. La Regione di Tula, della Russia centrale, per esempio, ha recentemente inviato 80 agenti di polizia in Cecenia (Mk.ru, 22 marzo). Altre regioni russe, da Kaliningrad a Sakhalin, hanno anche inviano regolarmente rinforzi in Cecenia. Così, Mosca non considera la situazione nel Caucaso del Nord come del tutto stabile. Resta del tutto plausibile che il governo prepari le forze speciali cecene per svolgere compiti nella regione, nel prossimo futuro, se la situazione peggiorasse in qualche modo.maxresdefaultTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: la maledizione dell’opposizione

A nord di Aleppo CIA e Pentagono si combattono
Evgenij Satanovskij, VPK, South Front, 28 aprile 2016
Evgenij Satanovskij è a capo dell’Intituto Medio OrienteChFV22vWMAQV2pDLa situazione in Siria esce dalla crisi più acuta, in cui si trova dall’autunno. La situazione sui fronti è più o meno stabilizzata. La presenza della forza aerea russa è riconosciuta legittima, efficace e molto utile nel combattere i terroristi, anche per i critici di Mosca, molti dei quali ora si chiedono perché il Pentagono ha iniziato a comportarsi in modo passivo dall’inizio delle operazioni russe. La fine delle operazioni in Siria dell’Aeronautica russa è stata una risposta alle preoccupazioni (e alle speranze dei detrattori) che la Russia “rimanesse bloccata” nella guerra in questo Paese, come in Afghanistan. Ma, ahimè, il ricostituito l’Esercito siriano ha potuto condurre l’offensiva a Palmyra e a non cedere posizioni a nord di Aleppo. Sorprendentemente per tutti, il cessate il fuoco a lungo termine è stato mediato dai militari russi. Ma allo stesso tempo la guerra civile non è finita. Si consideri, allo stato attuale delle cose, le prospettive sul futuro dell’opposizione siriana secondo lo studio degli esperti dell’Istituto IPM, A. Kuznetsov e B. Ju Sheglovina.

C’è assai meno spazio al sole
Il ritiro parziale del gruppo militare russo in Siria e il processo di pace avviato nel Paese da Mosca e Washington hanno aperto una nuova fase nello stallo politico-militare del conflitto, in corso da cinque anni. Allo stesso tempo, gli atteggiamenti dell’opposizione hanno cominciato a maturare e cambiare, in parte per via dei tentativi di ritrovarsi nella nuova realtà del compromesso, e questa realtà è stata categoricamente respinta. Mostrando in dettaglio che nel futuro post-bellico della Siria chi ha la possibilità d’integrarsi nel sistema, e chi no (con un biasimo “implacabile” che ricadrà pienamente su loro stessi). “L’Iran aumenta il corpo dei consiglieri in Siria, e l’esercito governativo riempie le scorte prima della campagna decisiva“. Coloro che non hanno accettato l’accordo di pace e sono disposti a continuare la guerra, con l’accordo ancora sul tavolo di Assad e garantito dall’Aeronautica russa, ancora sperano su una vittoria militare contro Assad, sostenuti da Turchia, Qatar e Arabia Saudita. Ankara, Doha e Riyadh cercano il dominio assoluto col confronto globale tra sunniti e sciiti in Siria. Pertanto, non sono interessati ad armonizzare le condizioni del ritiro graduale dei combattenti e a raggiungere un compromesso con Assad e l’alleata Teheran. Il trio non accetta altra forma per la fine della crisi. Per di più, incoraggiano i gruppi di opposizione a continuare la lotta e non accettano che i loro gruppi siano stati finalmente sconfitti. I negoziati ufficiali lanciati a Ginevra vanno molto lentamente ed è improbabile che nel prossimo futuro ci siano risultati significativi. Ci sono due opzioni. Primo, l’opposizione in esilio, con cui sono in corso trattative a Ginevra, non controlla i gruppi armati in Siria, avendo un peso trascurabile su di essi. Di conseguenza, può raggiungere un accordo con chiunque su qualsiasi cosa, ma “al fronte” non è riconosciuta, ancora una volta ricordando il proverbio “della ragione” e mostrando il ruolo primario dei militari (anche interni) sui diplomatici nella politica reale. In secondo luogo, l’opposizione siriana è divisa dai diversi interessi dei principali sponsor: Turchia, Qatar, Arabia Saudita e Stati Uniti. Nel tempo, la frammentazione per ragioni oggettive è aumentata. Con i negoziati i gruppi armati cercano di costruire dei propri domini, garantendosi la posizione più favorevole. Questo porterà a conflitti tra ex-alleati. Un esempio di tale situazione è lo scontro avutosi il 27 e il 30 marzo tra i due gruppi sostenuti dagli Stati Uniti, vicino alla città di Marah, a nord di Aleppo. I militanti delle unità sostenute dalla CIA del “Furqan al-Haq” attaccavano le Forze democratiche siriane apertamente patrocinare dal Pentagono. Queste ultime sono una coalizione di milizie per l’80 per cento costituite da curdi, con un 20 per cento di gruppi arabi e turcomanni. La milizia è formata dal Partito di Unione Democratica (PDS) curda di Salah Muslim, dalle truppe siro-assire e dall’esercito siriano rivoluzionario (“Jaysh al-Tuwar“) assemblato dai resti di quello che era l’assai “rispettato”, da Stati Uniti e alleati della NATO, esercito libero siriano (ELS). Un gruppo di combattenti del “Jaysh al-Tuwar” attaccò le due fazioni opposte, “Fronte rivoluzionario siriano” e “Haraqat al-Hazam” (“Movimento della decisione”). Inoltre, nell’ambito delle forze di autodifesa, che guidano la lotta al terrorismo internazionale, vi sono due unità di turcomanni siriani, “liwa al-Salajiqa’ e ‘liwa Sultan Murad“. Insieme cercano di allontanare l’opposizione armata laica dagli estremisti radicali, i principali dei quali sono i noti terroristi russi del gruppo terroristico “Jabhat al-Nusra“. Il 25 marzo i suoi combattenti nella provincia settentrionale di Idlib si scontravano con la 13.ma brigata dell’ELS. Così, gli islamisti riuscirono a cacciare le forze “moderate” della provincia. Secondo un esperto dell’University of Michigan, Juan Cole, la stragrande maggioranza dei gruppi “moderati” nelle province di Idlib e Aleppo ha ricevuto armi statunitensi, sequestrate nei combattimenti dai jihadisti (o volontariamente consegnategli), dando ragione a chi pensa nel Congresso degli Stati Uniti allo scandalo sul passaggio di armi a “Jabhat al-Nusra” (ufficialmente si parla di sequestro delle armi) dai due gruppi dell'”opposizione moderata” che avevano ricevuto un aiuto da 500 milioni di dollari assegnato alla Turchia. Il mese prima si vide la significativa intensificazione delle operazioni di “Jabhat al-Nusra” in Siria. Le sue forze si erano concentrate a nord di Aleppo, combattendo le unità di difesa curde nella zona di Shaiq Maqsud. Ciò fu dovuto a due fattori. In primo luogo, il gruppo, nonostante l’aumento del sostegno dei diplomatici statunitensi, che ufficialmente l’includevano nella lista delle organizzazioni terroristiche, ora cerca di avere almeno un posto al sole. In secondo luogo, dopo l’annuncio dell’armistizio, la riduzione dell’intensità dei combattimenti dei jihadisti era dovuta alla scarsa popolarità tra i siriani. Nelle zone occupate da Jabhat al-Nusra si sono verificate dimostrazioni in cui i partecipanti gridavano: “Accidenti all’anima tua, Julani” (il capo del gruppo islamista). Insieme ad Abu Muhamad al-Julani veniva anche maledetto il capo dello “Stato islamico” bandito in Russia, Abu Baqr al-Baghdadi, e il gran Muftì di Siria Ahmad Badradin al-Hasun. “Jabhat al-Nusra” ha subito perdite. Il 4 aprile nel corso di un bombardamento della Syrian Arab Air Force, Abu Firas al-Suri veniva eliminato. Era il capo ideologo e suo promotore “al fronte”, oltre che veterano del movimento jihadista in Siria. Nel 1982 prese parte alla rivolta dei “Fratelli musulmani” nella città di Hama, e in seguito partecipò alla jihad in Afghanistan. Conosceva personalmente Abdullah Azam e Usama bin Ladin, e a lungo visse nello Yemen, dove partecipò alle attività della locale “al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP)”; nel 2011 tornò in Siria per partecipare alla guerra contro il governo di Assad. Secondo il quotidiano libanese “al-Akhbar”, durante l’attacco vicino ad Abu Firas vi erano diversi militanti dell’Uzbekistan.Map-northern-Aleppo-2016Tentativo sventato
L’ulteriore frammentazione dell’opposizione siriana s’è vista al Congresso di Cairo del 12 marzo, che vide la nascita di una nuova alleanza, “Ghada al-Suriy” (“Futuro della Siria”), guidata dall’ex-presidente della Syrian National Coalition Ahmad Jarba. Il portale internet “Arabi al-Jadid“, ha scritto che “Futuro della Siria” farà lobbing in Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Nella Repubblica Araba d’Egitto e negli Emirati Arabi Uniti, queste parole non sono così lontane dalla verità. Gli egiziani cercano di impegnarsi attivamente nel processo politico su Damasco dal giugno 2015, quando a Cairo vi fu una riunione dei Comitati Nazionali di Coordinamento della Siria. Cairo ha cercato di creare una coalizione di opposizione, in alternativa all’attuale orientamento alla frammentazione. Gli Emirati Arabi Uniti hanno recentemente aderito a questi tentativi e cercano di realizzare il proprio piano politico, diverso da quello saudita. Partecipanti anonimi alla conferenza hanno detto, ad esempio, che la conferenza fu pianificata da Muhamad Dahlan, ex-capo dell’organizzazione palestinese Fatah, alla guida delle forze di sicurezza nella Striscia di Gaza prima dell’ascesa al potere di Hamas. Nel 2011, dopo essere stato accusato di aver avvelenato Arafat, emigrò a Dubai. Negli Emirati Arabi Uniti agiva da consigliere per la sicurezza di Muhamad bin Zayad, principe ereditario di Abu Dhabi e vicecomandante delle forze armate degli Emirati. Secondo “Arabi al-Jadid“, Dahlan organizzò in uno degli alberghi di Cairo appartenenti al servizio di intelligence egiziano l’incontro con Ahmad Jarba e Qasim Qatib, membri dell’opposizione considerati creature ufficiose del governo di Assad. Vi è tuttavia un punto all’ordine del giorno siriano, che la maggior parte dei vari gruppi di opposizione e il governo condividono, il rifiuto categorico dell’autonomia curda e della federalizzazione del Paese. Tuttavia, questo punto improbabilmente unirà le contrastanti associazioni siriane. Così il gruppo di Riyadh (VIP o Comitato Supremo di Negoziazione) continua a presentare precondizioni nei negoziati di Ginevra, chiedendo il ritiro di Assad e il trasferimento di tutto il potere all’opposizione. Questo è un prerequisito per la sua partecipazione ai negoziati, come dichiarato in un colloquio con il rappresentante permanente della TASS presso l’Ufficio delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali a Ginevra, Aleksej Borodavkin. L’opposizione esige che tutto il potere nella RAS sia immediatamente trasferito ad essa. Allo stesso tempo, per la Russia “questo non può che essere causa di preoccupazione con l’opposizione di Riyadh respinge l’idea di preservare la RAS come Stato laico. Ci sono molti sospetti, anche nell’opposizione moderata, rappresentanti della visione di Mosca-Cairo e contrari all’idea del gruppo dei Paesi del Consiglio del Golfo di trasformare la Siria in una sorta di califfato”, ha detto il diplomatico russo. Le sue parole sulla Siria e le intenzioni di trasformarla in un califfato sono ripetutamente confermate da Qatar e Arabia Saudita, anche se la Turchia preferisce dividere il Paese e accorparne le regioni settentrionali nel nuovo impero ottomano guidato dal sultano Erdogan. Tuttavia, non si tratta di un completo fallimento, in quanto, il congelamento dei negoziati, in questo momento, è nell’interesse non solo di Arabia Saudita e Turchia, ma anche degli Stati Uniti, che non possono impedire la presa da parte delle forze governative di Aleppo e quindi cercano di aggirare il tema principale dei terroristi, che cedono la capitale economica della Siria, comportando il fallimento di tutti i piani di Ankara e Riyadh. Nel contesto del rifiuto di Washington e Bruxelles dell’idea turca di una “no-fly zone” su una parte della Siria, e della scommessa sui curdi quale segmento dell’opposizione, ciò non comporterebbe il fallimento totale (il totale collasso della campagna contro Assad poterebbe alla liberazione di Idlib), ma sarà quantomeno l’inizio del fallimento.

Verso il momento della verità
Aleppo, che inizialmente sembrava per Ankara e Riyadh una sorta di “Bengasi siriana” e l’area circostante erano destinati ad essere il terreno per la grande offensiva finale su Damasco, e perciò considerate “pietra miliare dei loro piani”. Con la perdita di questa città, è chiaro che l’opposizione islamista si concentrerà esclusivamente sulla difesa d’Idlib (sicuramente inutile). Ma se la provincia è in gran parte persa presso le forze governative e i loro alleati, l’opposizione attenderà la propria frammentazione (escludendo importanti offensive, anche su Damasco), intensificando i processi di pace con i leader tribali, nella fase finale del processo, compiendo costanti progressi nei colloqui di Ginevra. I successi diplomatici nella storia mondiale sono dipesi dalle vittorie militari. La Siria difficilmente sarà un’eccezione. La scommessa dell’Arabia Saudita in questo caso è estremamente alta. Troppi soldi sono stati spesi nel conflitto per lasciare che la vittoria le sfugga (per non parlare del pantano nello Yemen, dove il regno non solo spende soldi e prestigio, ma perde anche attrezzature e personale militari). Perdere in Siria comporta gravi complicazioni per l’Arabia Saudita e re Salman, e assai più importante, per suo figlio, attualmente in lotta per il potere supremo nel Paese. La potenza del titolo di “erede dell’erede” non importa. Inoltre, il re ha un’influenza più forte, ma implica che il principe Muhamad bin Salman debba dimostrare di competere al meglio alla successione bypassando gli altri pretendenti al trono. Tutto questo si sovrappone al rischio globale di “perdere la faccia” in Medio Oriente. Mentre si nota il confronto con la Russia in Siria, i sauditi non hanno deciso sugli accordi con la Russia riguardo la decisione di congelare la produzione di petrolio. Infine, il regime saudita affronta anche la sfida importante del deficit fiscale incombente.
Gli Stati Uniti hanno altri interessi nella regione e in Siria, sono impegnati solo a scoraggiare la Russia, attore geopolitico sempre più importante. La figura di Assad presidente per Washington è una questione secondaria. Suggerendo che lo stesso si può dire degli alleati, che si tratti di Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Come evidenziato dai freddi rapporti con Erdogan, che gli Stati Uniti considerano un avventuriero pericoloso, così come dal successo degli “scettici sui sauditi” presso Congresso, Pentagono e CIA. Non è un caso che la questione della declassificazione delle pagine segrete della relazione su organizzatori e sponsor dell’attentato dell’11 settembre causi indignazione a Riyadh, i cui vertici del potere cercando di reagire spingendosi a porre un ultimatum a Obama della vendita dei 750 miliardi di dollari in buoni del Tesoro. Il problema principale per Washington, al momento, è non permettere a Mosca di continuare i “successi strategici” come la liberazione di Palmyra, avendo effetti profondi sull’opinione pubblica mondiale; da cui quindi la fuga sui media della possibile fornitura di sistemi MANPADS ai gruppi di opposizione. Alla Casa Bianca ci sono discussioni su come impedire la campagna della Russia in Siria: se sia necessario intervenire con l’opposizione islamista realizzando una struttura centralizzata e approfittare di tale slancio per salvare la faccia, o cercare di combattere i risultati del vuoto creato dalla sconfitta delle forze fedeli agli Stati Uniti. Basandosi sull’addestramento attivo delle organizzazioni ribelli in Giordania, l’aumento delle forze speciali stanziatevi e il sostegno diretto ai curdi, si può parlare di vittoria del secondo pensiero. Ma ciò non significa che gli Stati Uniti siano disposti ad accettare la presa di Aleppo da parte delle forze governative. Quindi, è comprensibile perché la leadership politico-militare statunitense “abbia chiuso gli occhi” sul trasferimento massiccio di terroristi dalla Turchia per ricostituirne le fila in Siria e quindi ricattare Mosca con tutti i mezzi disponibili. In tale contesto, gli Stati Uniti avendo bisogno di progressi sul campo di battaglia, accetteranno chiunque quale risorsa nel conflitto. D’interesse è anche la futura presa di Mosul e Raqqa. E c’è bisogno di un vero grande successo sul fronte, non nei discorsi dei politici statunitensi sulle vittorie degli Stati Uniti in Iraq e Siria. La presa di Aleppo è importante anche per Teheran che, dopo una breve pausa, intensificherà il sostegno a Damasco. A questo proposito, il portavoce dello Stato Maggiore russo ha detto che “non è all’ordine del giorno delle operazioni congiunte riconquistare Aleppo“, commentato dagli analisti statunitensi senza capire il sottinteso di queste parole, rendendo chiaro che si tratta del trasferimento del “comando sul campo” all’Iran piuttosto che essere una frattura tra Mosca e Teheran. Gli statunitensi giustamente fanno notare che per l’Iran è il momento della verità in Siria, che deciderà l’equilibrio di potere in Medio Oriente per almeno i prossimi dieci anni. Ma i loro calcoli sulla motivazione delle azioni del Cremlino sono profondamente sbagliate. I leader russi hanno imparato a calcolare le mosse occidentali e preferiscono non credere ad una sola parola che profferisce. I calcoli della CIA sugli effetti di un riscaldamento presunto nel dialogo con Washington e dell’ammorbidimento della posizione degli Stati Uniti verso l’Ucraina, e quindi la loro cosiddetta “analisi” su Mosca che non vorrebbe aiutare Assad a riprendersi Aleppo assicurandone la vittoria, sono un chiaro pio desiderio.
Prendendo Aleppo con l’aiuto dell’Aeronautica russa si motiverà l’Arabia Saudita a domandarsi se possa tornare al tavolo dei negoziati, in quanto unica opportunità per il regno di mantenere una presenza nell’arena politica al momento di risolvere la questione. La liberazione di Aleppo e Idlib automaticamente colpirà Arabia Saudita e gruppo di Riyadh, grevi figure nei colloqui di Ginevra. E la Turchia e il suo principale alleato, il Qatar, ne saranno travolti. E in una situazione del genere, la conservazione dell’alleanza tripartita dei Paesi filo-sauditi o anche del solo asse Ankara – Doha, si rivelerà inutile nel trasformare l’equilibrio. Da parte sua, Teheran cercherà di attuare in Siria una pianificazione militare che influenzi i sauditi. Perciò l’Iran cerca di rafforzare il corpo dei consiglieri e le milizie sciite afgane ed irachene, così come di ricostituire l’arsenale dell’Esercito siriano per permettergli l’offensiva decisiva. Per farlo, Teheran sponsorizza l’acquisto di armi e munizioni dalla Bielorussia.northsyriaapril2016Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Majdan: la deriva fascista di una “rivoluzione” anti-russa

Jean Geronimo, Mondialisation, 27 aprile 2016

“Stati Uniti ed Unione europea vogliono in Ucraina un’altra ”rivoluzione colorata’”.
Sergej Lavrov, Mosca, 24 aprile 2014

ukraine_nato_ucheniya7Il drammatico ritiro europeo del presidente ucraino Viktor Janukovich fu per Washington il pretesto per rovesciarlo e controllare uno Stato strategico dell’Eurasia post-comunista. Tale azione mostra l’ossessivo vecchio sogno da guerra fredda: ricacciare la potenza russa dal suo spazio storico. Contrariamente alla propaganda mediatica per ammaestrare l’opinione pubblica internazionale, Janukovich non mise mai in discussione la riconciliazione sotto la sua presidenza dell’Ucraina con l’Unione europea. Invece, cercò di riequilibrarne la posizione tra Europa e Russia, finora rivolta al “sogno europeo”. A tal fine, volle rinegoziare, maldestramemte, l’accordo di associazione e di libero scambio in programma il 23 novembre 2013 tra UE e Ucraina, il meno adatto per la situazione disastrosa dell’economia, oscurando gli stretti legami con la Russia, che controllava un terzo del capitale. A seguito della tardiva comprensione ed alle allettanti proposte russe del 17 dicembre 2013 per un prestito di 15 miliardi di dollari e la riduzione di un terzo dei prezzi del gas, l’improvviso cambio portò a discreditare il “corrotto” Janukovich, di cui Putin si era rammaricato della debolezza. Spinto dagli estremisti, il movimento sociale fu rapidamente politicizzato e divenne violento. Nacque così la “rivoluzione” di Majdan. Ci s’interroga sulla natura di tale “rivoluzione” che sancì la cacciata di V. Janukovych, il giorno dopo l’accordo (ancora) del 21 febbraio 2014 tra gli attori nel conflitto e il cui rispetto avrebbe potuto, in ultima analisi, evitare la sanguinosa guerra civile nel sud-est.

Un colpo di Stato nazionalista, manipolato dall’occidente
Violando l’accordo del 21 febbraio, a seguito di un'”insurrezione” dubbia, secondo Jacques Sapir, organizzata da forze oscure sostenute dall’occidente, si attuava il 22 febbraio 2014 il colpo di Stato contro Janukovich. Finora le Nazioni Unite, come il Consiglio d’Europa, denunciavano l’eccessivo ritardo della giustizia sugli abusi mortali a Kiev e Odessa con cui tale colpo di Stato nazionalista fu scatenato da forze fasciste, ed anche “proprio naziste” secondo JM Chauvier. Per Putin, gli autori del colpo di Stato sono ben noti: sappiamo “quanto sono stati pagati, come sono stati preparati, in quali Paesi, e chi erano i loro istruttori“. Il colpo di Stato, dopo una breve transizione politica, permetteva l’incoronazione a presidente di P. Poroshenko il 25 maggio 2014, candidato filo-europeo più adatto a difendere gli interessi del governo degli Stati Uniti, del grande capitale e degli oligarchi dell’Ucraina occidentale contro la “minaccia comunista”. Il sogno europeo controllato dagli Stati Uniti. In definitiva, tale inflessione pro-europea dell’Ucraina sarà il catalizzatore del riavvicinamento con la NATO, genuino relè della diplomazia americana, come previsto da Zbigniew Brzezinski: “L’espansione dell’Europa e della NATO perseguirà gli obiettivi a breve termine, così come la politica a lungo termine, degli Stati Uniti“. In questo contesto, su pressione degli Stati Uniti, Poroshenko costruiva la sua popolarità, e strategia, contro la “minaccia russa”. Il 14 settembre 2015 confermava che la “minaccia numero uno era la Russia” e così giustificava l’appello alla NATO. Strutturalmente impregnato dallo spirito della guerra fredda, dalla dottrina Brzezinski che sostiene la riduzione della potenza russa, il governo degli Stati Uniti avanzò le sue pedine, e le sue basi, sulla scacchiera eurasiatica. L’obiettivo di Washington in Ucraina è impedire il ritorno dell’influenza russa in Europa e in particolare contrastarne le ambizioni al dominio che, di fatto, metterebbe in discussione la leadership ereditata dall’anticomunismo. Il principio del controllo strategico del continente europeo fu evidenziato da H. Kissinger quale elemento chiave della politica degli Stati Uniti: “Da quando gli USA entrarono nella prima guerra mondiale, nel 1917, la loro politica si basa sull’idea che sia loro interesse geopolitico evitare che qualsiasi potenza possibilmente ostile domini l’Europa“. Tale preoccupazione strategica al centro dell’analisi di Brzezinski giustificando il mantenimento del clima da guerra fredda riattivando, tramite la strategia della disinformazione, il mito del “nemico russo” in Ucraina, sostenendo gli Stati Uniti nell’espansione verso est dello spazio neoliberale europeo e dell’integrazione atlantista contro gli interessi russi. Alla fine, tale quadro spiega la decisione del comandante delle forze alleate in Europa Philip Breedlove, che aveva detto al Congresso degli Stati Uniti nel febbraio 2016, di “contenere” la Russia e, se necessario, di “sconfiggerla”. Preoccupante.

La “rivoluzione” fascista diretta contro Mosca
ukr-nato L’eliminazione di un leader politico filo-russo democraticamente eletto ma fastidioso, avendo respinto da un lato, la logica ultraliberale dell’accordo di associazione e, dall’altro, l’influenza eccessiva dell’austerity europea controllata dal FMI, è stato l’obiettivo unificante della coalizione anti-Janukovich. Opposizione dalla variegata base nazionalista, formata anche da correnti neonaziste. La strana coalizione “rivoluzionaria” veniva infine sostenuta e guidata dalle potenze occidentali su impulso statunitense. “Washington ha sostenuto attivamente Maidan” denunciava Vladimir Putin il 16 ottobre 2014, ipotesi confermata dalla confessione del 31 gennaio 2015 di Barack Obama sulla CNN. A poco a poco, spinta da una forza irresistibile, la curiosa “rivoluzione” liberalnazionale euromaidan si radicalizzò dando la caccia ai “nemici”, e ai comunisti russi, arrivando agli eccessi politici, dal 15 aprile 2014 con la terribile repressione in Oriente e dal 2 maggio 2014 con il vergognoso massacro di Odessa. Un’ultima conseguenza di tale sviluppo fu l’emergere delle leggi di “pulizia”, portando al divieto del Partito Comunista ucraino il 24 luglio 2015 e, per estensione, a consacrare i vecchi eroi collaborazionisti delle Waffen-SS. Inquietante revisione della storia ucraina, che promuove la rinascita dell’ideologia nazista sostenuta da temibili gruppi paramilitari. Delirante. Tendenzialmente, la “rivoluzione” a Kiev è un’estensione delle “rivoluzioni colorate” di natura neoliberale contro l’ex-Unione Sovietica negli anni 2000 per insediare capi filo-occidentali vicini a Washington e facilmente manipolabili. La generalizzazione inconsapevole di tale strategia “rivoluzionaria” in Medio Oriente fu segnalata il 20 dicembre 2015 da Jeffrey Sachs, consigliere speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite: “(…) gli Stati Uniti dovrebbero smettere con le operazioni segrete della CIA per rovesciare o destabilizzare i governi in diverse parti del mondo“. Lo scenario ucraino dà l’impressione di un ben oliato meccanismo politico sotto l’occhio vigile dell’ambasciata degli Stati Uniti, che supervisiona il progresso “rivoluzionario”. Il ruolo delle organizzazioni non governative e dei governi stranieri, così come l’interferenza sorprendente dei capi occidentali (J. Kerry e Ashton), ancora una volta, furono decisivi, con gli oscuri cecchini di Majdan, nella costruzione del “punto critico” per destabilizzare il potere e far riuscire questa fase rivoluzionaria. Non vi è dubbio che oggi tali cecchini fossero collegati all’opposizione radicale anti-Janukovich e che furono integrati, con le milizie brune, nella strategia per destabilizzare il regime filo-russo. E inoltre, con la pressione “democratica” anti-russa guidata dal duo USAID-NED (1), vettore di tutte le “rivoluzioni” post-sovietiche tramite il supporto dollarizzato dell’opposizione ucraina e della propaganda occidentale, nel rafforzare la “società civile”. Soprattutto, tale supporto rientra nel bilancio degli Stati Uniti per finanziare la strategia della “deterrenza” contro la Russia nello spazio eurasiatico, spesa quadruplicata dal progetto di bilancio 2017 nell’ambito della nuova guerra ibrida. Alla fine, per il soft power si tratta di sradicare i valori sovietici simboleggiati dalla minaccia comunista del “dittatore” Putin rimasto, secondo una strana credenza occidentale, l'”homo-Sovieticus” che aspira a ristabilire l’Impero. Delirante.

L’avanzata della NATO nell’area post-sovietica
Nel contesto di crescenti tensioni USA-Russia, il ritorno della Crimea nella madrepatria russa può essere spiegato come tentativo di Mosca di mantenere un avamposto strategico di fronte all’avanzata provocatrice della NATO nello spazio post-sovietico, suo estero vicino definito quale baluardo. In altre parole, la Crimea può essere considerata una “mossa strategica” di V. Putin sulla scacchiera eurasiatica per preservare le posizioni e difendere gli interessi nazionali, minacciati dall’inflessione anti-russa della diplomazia europea. La mossa vincente fu resa possibile dall’estrema incapacità occidentale dietro il colpo di Stato nazionalista, offrendo la possibilità al presidente russo, attraverso il referendum del 16 marzo 2014, di ritrovare la Crimea e quindi eliminare lo “storico errore” di Krusciov del 1954. Per Putin non c’è dubbio che la NATO dominata dagli Stati Uniti rimanga fedele al vecchio obiettivo della guerra fredda, rafforzare la propria superiorità militare influenzando l’equilibrio strategico in Eurasia. Per giustificare tale obiettivo e “dare senso” alla propria esistenza, la NATO ha costruito in Ucraina il “nemico”, secondo il capo della diplomazia russa S. Lavrov, il 14 aprile 2016. In alcuni Stati dell’ex-blocco sovietico, la NATO sarebbe diventata, per HC Encausse, “(…) un’alleanza per proteggersi dalla Russia, sospettata di ambizioni neo-imperiali”. Ciò spiega, forse, la notevole espansione delle strutture dell’Alleanza nella periferia europea della Russia che Washington giustifica con le sue “interferenze” in Ucraina. Tuttavia, l’avvertimento del Cremlino lanciato il 23 settembre 2015 dal portavoce Dmitrij Peskov è chiaro: “Ogni avanzata dell’Alleanza per chiuderci nei nostri confini riceverà le contromisure per garantire la nostra sicurezza nazionale“. La Russia, sulla difensiva. Il 20 maggio 2015 tale paranoia anti-russa, alimentata da disinformazione, informazioni parziali o fuorvianti, fu illustrata dal discorso allarmista del capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale e della Difesa ucraino Aleksandr Turchinov: “La minaccia mondiale oggi proviene dalla Russia ed esige una reazione adeguata e forte“. La richiesta sembra sia stata recepita il 23 giugno 2015 dal segretario alla Difesa A. Carter, che confermava l’insediamento “temporaneo” di armi pesanti in Europa centrale e orientale, in risposta alle “provocazioni russe”, violando l’atto fondatore NATO-Russia firmato il 27 maggio 1997. All’inizio di febbraio 2016, Carter annunciava di quadruplicare l’aiuto degli Stati Uniti agli alleati europei nel 2017, per l'”aggressione russa all’Europa l’Oriente”. Per Kissinger, la NATO mantiene la sua storica funzione anti-russa, incentrata sulla protezione dell’Europa: una “polizza assicurativa contro il nuovo imperialismo russo”. Oggi, le spese militari della NATO (800 miliardi di dollari) sono 11 volte superiori a quelle della Russia (70 miliardi) e quindi creano un’asimmetria pericolosa. La pressione psicologica surreale contro la Russia, di fatto, ne ha riattivato l’istinto di sopravvivenza strutturato dal sistema sovietico contro l’asse NATO-USA. Alla fine, nonostante la recessione economica, sancita dal declino produttivo del 3,8% del PIL nel 2015, Putin ha confermato nel 2016 la prosecuzione dello sforzo militare “difensivo” dalla Russia, aumentandone il bilancio. Ritornano i vecchi riflessi.

Kiev, perno dello scacchiere
La crisi a Kiev riflette la partita a scacchi tra Stati Uniti e Russia con l’opposizione neo-ideologica tra assi euro-atlantico e eurasiatico, di cui l’Ucraina è parte cruciale, il “pivot”. Facendo dell’Ucraina “una bomba geopolitica” (2) a scoppio ritardato, tale configurazione strategica giustifica il rafforzamento nell’Europa orientale della NATO per “resistere alle pressioni della Russia”, secondo la confessione, ai primi di marzo 2016, del segretario generale dell’Alleanza, Jens Stotenberg. Il 17 marzo 2016, A. Carter definiva la Russia come prima “minaccia globale” per gli Stati Uniti.20140305_140305-nuc_rdax_775x5161) La destabilizzazione politica dei regimi filo-russi si basa su l’aspetto democratico delle strutture governative (USAID) e non governative (NED) statunitensi. Il National Endowment for Democracy (NED) è una fondazione privata dal grande budget in gran parte finanziato dal Congresso degli Stati Uniti con cui finanzia molte ONG per promuovere la democrazia nel mondo. L’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) ha la leadership politica dal dipartimento di Stato e mira a promuovere un quadro democratico ed equilibrato per lo sviluppo nel mondo. Interviene per promuovere gli obiettivi, e i valori, della politica estera statunitense. Una forma di “quarto” catalizzatore delle “rivoluzioni colorate”.
2) Jean Geronimo (2015): “L’Ucraina: una bomba geopolitica nel cuore della guerra tiepida” Prefazione J. Sapir, ed. Sigest.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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