La difesa aera siriana spara per prima

PressTV 17 ottobre 2017

Il Segretario Generale di Hezbollah ha predetto nell’ultimo discorso che una guerra è vicina e che gli ebrei anti-sionisti dovrebbero lasciare Israele tornando nei Paesi d’origine, altrimenti “bruceranno” senza che Netanyahu possa o abbia il tempo di salvarli. Abdalbari Atwan, rinomato editore del quotidiano Rai al-Yum, ritornava nell’ultimo articolo sul combattimento aereo tra Israele e forze armate siriane sul Libano, il 16 ottobre, sullo sfondo della reazione della difesa aerea siriana all’aggressione degli aerei da combattimento israeliani che conducevano una missione da ricognizione, non nel cielo siriano ma in quello libanese: “Il comunicato dell’Esercito arabo siriano sugli aerei da combattimento israeliani colpiti e costretti a fuggire, è uno sviluppo completamente nuovo che segna una svolta nella strategia dell’Asse della Resistenza, una strategia che non tollera più alcuna violazione dello spazio aereo libanese o siriano“. “È vero che la dichiarazione dell’esercito israeliano, pubblicata precipitosamente nei minuti successivi l’attacco, deforma la realtà nascondendo il panico dell’esercito israeliano. A credere al testo, l’aeronautica israeliana avrebbe distrutto una batteria di missili dispiegati a est di Damasco. I capi politici e militari di Tel Aviv non hanno dimenticato che per la prima volta “subivano e non infliggevano”. In seguito, ufficiali israeliani si sono susseguiti ad affermare che “Israele non cerca tensioni a tutti i costi e preferisce la tranquillità su tutto! Calma, dicono… strano!” Nel resto dell’articolo, l’autore ribadisce i termini del comunicato israeliano e aggiunge: “La cosa più strana di tutti è il silenzio del primo ministro Netanyahu e dei suoi portavoce, che non hanno detto nulla dell’attacco. Netanyahu si è accontentato di generalizzare: “Chiunque voglia attaccare Israele o la sua sicurezza sarà punito” o “ho fatto della salvaguardia della sicurezza una missione personale”, che verrà svolta “secondo le esigenze specifiche d’Israele”. Ciò significa che anche Lieberman, il capo dell’esercito, non può più garantire la sicurezza d’Israele. E capiamo perché Netanyahu abbia cercato di aiutarlo calmando i coloni che ora si aspettano il peggio“. Allo stesso tempo, Atwan si concentra, non senza ragione, sul messaggio del “missile sparato dall’antiaerea siriana” scrivendo: “Il messaggio è più che chiaro: la pazienza di Damasco ha raggiunto il limite. Non è più tollerabile vedere aerei di combattimento sionisti spiare siti sensibili sul suolo siriano dal cielo libanese, prima di abbatterli impunemente. Come Israele sa, il cielo del Libano costituisce ora il prolungamento naturale dello spazio aereo della Siria e pertanto qualsiasi violazione del cielo libanese sarà contrastato, non importa a quale prezzo. Il messaggio è cruciale. Israele è nel panico totale davanti a uno Stato siriano che, dopo sette anni di guerra, è riuscito a distruggergli degli aerei. Stato siriano che, inoltre, è affiancato da Hezbollah ben armato e pronto a qualsiasi evenienza. Il panico si legge soprattutto nelle parole di Avigdor Lieberman affidate a Walla, dove riconosceva la vittoria di Assad con franchezza inedita: “Assad ha vinto, e tutti i Paesi musulmani si accodano per averne i favori“.”
Poi nell’editoriale, l’autore collega il bellicismo anti-siriano d’Israele e la risposta di Damasco da un lato e la nuova strategia degli Stati Uniti verso l’Iran dall’altro, una strategia basata sul rifiuto del presidente Trump di certificare l’accordo nucleare o sulle sanzioni imposte al Corpo dei Guardiani Rivoluzionari Islamici. “Una strategia espressa durante un discorso che accusava l’Iran di sostenere il terrorismo, destabilizzando il Medio Oriente e gli alleati di Washington“: “Questi sono i segni di una conflagrazione del fronte che si stagliano all’orizzonte, una sfida su cui il Segretario generale di Hezbollah, Nasrallah, avvertiva indicando al premier israeliano come colui che la vuole. Ciò che preoccupa Netanyahu in realtà sono lo Stato siriano in ripresa, un Iraq che ritorna e un “ponte” che viene issato tra Iran e Libano attraverso Siria e Iraq, così come le forze di Hezbollah schierate a Qunaytra e Dara col sostegno dei consiglieri militari iraniani, permettendogli di costruire delle basi, anche se significa aprire un fronte sul Golan occupato, alle porte d’Israele. “Questo corridoio”, di cui lui e i suoi compari continuano a parlare, si estende da Mazar i-Sharif in Afghanistan a Zahiya, a sud di Beirut, sul Mediterraneo, una via per inviare armi e munizioni per l’Asse della Resistenza. E questo asse è una realtà poiché l’Esercito arabo siriano ora usa le batterie dei missili antiaerei S-200 contro i caccia israeliani in fuga. Nulla dice che i prossimi missili non siano S-400 che Damasco sparerebbe contro aerei attaccanti col via libero russo”.
Atwan è pronto a scommettere che “il Medio Oriente cambierà” perché “la Siria è sul punto di riprendere forza molto rapidamente, con l’aiuto di Russia e Iran“: “È un una realtà così profondamente capita da Washington e Tel Aviv, da far tremare Israele e i generali statunitensi… Non senza motivo Nasrallah invitava gli ebrei a lasciare Israele prima che sia troppo tardi, dato che la prossima guerra con Israele sarà diversa: ora arabi e musulmani del Medio Oriente possiedono una “forza deterrente”. Queste persone, gli israeliani le hanno già messe alla prova tre volte senza poterli sconfiggere. I nemici d’Israele non sono più dei regimi arabi corrotti che puntano tutto sulle carte truccate statunitensi. Sono diversi, nuovi a memoria dell’uomo mediorientale“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Gli Stati Uniti aumentano la pressione su Iran ed Hezbollah, senza risultati

Elijah J. Magnier, 14 ottobre 2017Gli Stati Uniti hanno aumentato le tensioni con l’Iran senza intraprendere alcuna iniziativa concreta per uscire dall’accordo nucleare. Il motivo per cui Trump si limiterà all’abuso verbale continuando a minacciare misure ostili contro Teheran, senza eseguirle, è fondamentalmente evitare una frattura tra Stati Uniti ed UE. L’accordo nucleare non è bilaterale, per cui il ritiro degli Stati Uniti non può teoricamente estinguerlo. Ciononostante, per l’Iran, probabilmente in questo caso l’accordo sarebbe totalmente nullo, con ciò che implica. Così gli Stati Uniti continuano la loro aggressiva campagna verbale contro l’Iran, confondendo gli europei che giustamente non riescono a prevedere quali decisioni questo presidente degli Stati Uniti possa adottare nel medio-lungo termine. Tuttavia, l’obiettivo non è solo l’Iran ma anche il principale alleato e braccio militare in Medio Oriente: Hezbollah libanese. Gli Stati Uniti hanno pubblicato le taglie di due aderenti al Consiglio militare di Hezbollah (la massima autorità militare dell’organizzazione), Haj Fuad Shuqr e Haj Talal Hamiyah, assegnando “12 milioni di dollari a chiunque possa dare informazioni” utili a processarli. La taglia mostra volutamente vecchie foto dei due uomini per evitare di rivelare le fonti d’intelligence che ne hanno fornito di più recenti. Resta la domanda: quale Paese ne trarrebbe vantaggio? L’Iran non è più interessato a ciò che Donald Trump farà dell’accordo nucleare. La leadership iraniana ha creato centinaia di società commerciali durante l’embargo, soprattutto in Oman, Dubai e Abu Dhabi, per contrastare oltre 30 anni di sanzioni ed embargo statunitensi. Inoltre, l’Iran impiega oro e petrolio in cambio di beni e tecnologia da molti anni accettando di acquistare a prezzi più elevati che sul mercato aperto. Oggi l’accordo nucleare ha aperto il mercato iraniano e l’ha collegato a quelli europei. L’Unione europea non è disposta a perderlo in questo momento, soprattutto con la crisi finanziaria che il vecchio continente vive dal 2008, solo perché Trump, presidente degli Stati Uniti (l’unico tra i firmatari) ritiene unilateralmente che “lo spirito dell’accordo nucleare sia stato violato”. Gli Stati Uniti vorrebbero vedere il programma missilistico iraniano finire assieme all’invio di armi ad Hezbollah: questo sarebbe favorito anche da Arabia Saudita e Israele. Tuttavia questi temi sono considerati da tutti i Paesi firmatari (incluso l’Iran ma con l’eccezione degli Stati Uniti) come non correlati ed esclusi dall’accordo nucleare. I funzionari sauditi hanno visitato recentemente Washington, offrendo assistenza finanziaria illimitata affinché gli Stati Uniti distruggano Hezbollah e limitino l’influenza dell’Iran nel Medio Oriente. Infatti, Hezbollah è considerato la rovina del gioco dei Paesi internazionali e regionali che sostennero il cambio di regime in Siria. Pertanto, molti vorrebbero vedere Hezbollah, braccio dell’Iran, eliminato completamente, perché così l’Iran diverrebbe un gigante senza braccia. Inoltre, durante la visita del re saudita a Mosca, la monarchia informò il Presidente Vladimir Putin che tutti i gruppi operanti in Siria, come “Stato islamico” (SIIL), al-Qaida e Hezbollah, sono considerati terroristi e dovrebbero essere eliminati. Putin, nonostante la generosa offerta finanziaria del re ad investire nei prodotti russi, era molto chiaro: qualsiasi Paese o gruppo che combatte in Siria su richiesta del governo legittimo non è un gruppo terroristico. Il “capo di Hezbollah” non era sul tavolo della capitale russa.
Per quanto riguarda le ricompense statunitensi, i leader di Hezbollah del primo, secondo e terzo ramo dell’organizzazione si muovono liberamente tra Beirut, Damasco, Teheran e Baghdad, in base alle esigenze della “guerra al terrore” in cui l’organizzazione partecipa contro “Stato islamico” (SIIL) e al-Qaida in Siria e in Iraq. Nessuna autorità, né libanese né statunitense, oserebbe arrestare uno dei leader di Hezbollah senza subire conseguenze dirette, che andrebbero dall’attacco ai loro soldati ad attaccare i loro interessi in Medio Oriente. Il rapimento (o cattura) va trattato in modo simile e respinto senza esitazione. L’ultimo “incidente” si verificò in Iraq quando Washington espresse il desiderio, quando Baghdad chiedeva alle forze statunitensi di uscire dall’Iraq sotto il presidente Barack Obama, di rapire negli USA il comandante di Hezbollah Ali Musa Daqduq. Hezbollah quindi inviò un messaggio chiaro all’amministrazione statunitense, attraverso i leader iracheni, che rapire Daqdouq avrebbe significato che ogni soldato e ufficiale statunitense in Medio Oriente, soprattutto in Iraq, sarebbero stato un ostaggio. Ciò spinse Washington a chiudere un occhio e lasciare gli iracheni decidere sul destino dell’ufficiale di Hezbollah che partecipò all’eliminazione di cinque soldati e ufficiali statunitensi in un’operazione impressionante a Qarbala. Nel gennaio 2007, Daqduq, insieme al gruppo della resistenza di Muqtada al-Sadr, Asaayb Ahl al-Haq, utilizzò le auto blindate di un ministro iracheno che gli stessi Stati Uniti gli avevano donato. Il fatto che Daqduq fosse a bordo facilitò l’ingresso del convoglio nell’edificio governativo senza sollevare i sospetti delle forze statunitensi all’interno. Hezbollah sa che molti soldati e ufficiali statunitensi viaggiano liberamente in Libano, operando principalmente con l’esercito libanese. Pertanto, l’organizzazione si assicura che gli Stati Uniti sappiano della sua capacità di rispondere e di non lasciare suoi uomini prigionieri senza una risposta. Hezbollah ritiene che i propri leader siano sicuri dal rapimento, ma non dai tentativi di assassinio. Così, “le taglie” degli Stati Uniti sui due comandanti di Hezbollah mirano ad accontentare gli alleati mediorientali (Israele e Arabia Saudita) dicendo che “siamo tutti sulla stessa barca contro la presenza e le capacità operative di Hezbollah”. Infatti, dimostra come Washington prenda seriamente misure politiche piuttosto che operative per limitare Hezbollah e Iran nel Medio Oriente. Entrambi considerati nemici degli Stati Uniti e dai loro stretti collaboratori israeliani e sauditi.
Tel Aviv, come Washington, si limita ad adottare una minacciosa retorica, parlando di “guerra imminente” contro Hezbollah, ma senza andare oltre od adottare passi bellicosi oltre al rullo dei tamburi. Nell’improbabile caso di guerra tra Israele e Hezbollah, non c’è dubbio che Israele abbia la capacità militare distruttiva di riportare il Libano all'”età della pietra”, come afferma. Tuttavia, è una situazione che i libanesi hanno già vissuto con la guerra civile nel 1975 e le due (1982 e 2006) guerre israeliane. In queste guerre Israele attaccò e distrusse le infrastrutture libanesi, uccidendo migliaia di civili e centinaia di militanti di Hezbollah. Tuttavia, non c’è dubbio anche che Hezbollah avrebbe inflitto ad Israele lo stesso scenario da “età della pietra”, con decine di migliaia di razzi e missili, anche ad alta precisione. La popolazione israeliana però non è abituata a un tale scenario: i missili di Hezbollah colpirebbero infrastrutture (ponti, centri di concentrazione, mercati, acqua, elettricità, impianti chimici e altro), porti, aeroporti, caserme e istituzioni militari e case civili. È vero che i capi politici e militari israeliani non sono ingenui e non scambiano mai la propria sicurezza col sostegno economico e finanziario (offerto dall’Arabia Saudita per distruggere Hezbollah), non importa quanto sia sostanziale. Israele non scambia un rapporto diplomatico pubblico con l’Arabia Saudita e la maggior parte dei Paesi del Golfo rinunciando alla propria sicurezza e al benessere del proprio popolo. I comandanti israeliani sanno bene dell’esperienza militare unica che Hezbollah ha sviluppato in Siria e Iraq e come utilizzi nuovi bunker sotterranei per i missili a lungo raggio al confine libanese-israeliano. Tuttavia, Israele e Stati Uniti possono effettuare attacchi militari e d’intelligence per colpire i leader di Hezbollah, come fecero in passato col Segretario generale Sayad Abas al-Musaui, con il vice di Sayad Hasan Nasrallah Imad Mughniyah e contro altri della leadership come Husayn al-Laqis, Samir Qantar, Jihad Mughniyah ecc. Il “conto” è ancora aperto tra Hezbollah e Israele. L’organizzazione libanese ha certamente tentato simili attacchi d’intelligence contro Israele. Tuttavia, diversi tentativi sono falliti a causa della cattiva pianificazione e della violazione per mano dell’intelligence statunitense e israeliana della sicurezza di Hezbollah, tramite un ufficiale dell’unità per le operazioni estere. Ma l’equilibrio del terrore tra Hezbollah e Israele rimane: Hezbollah è più a suo agio in Siria oggi e può dedicare più risorse alla lotta contro Israele ed alleati nella regione. Così, la pressione statunitense rimane nei limiti dell’incapacità di chiunque ad attuarla: non c’è Paese o entità che voglia affrontare un rivale come Hezbollah, addestrato nell’arte della guerra e della politica ed attore essenziale nel Medio Oriente e nelle arene internazionali.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le operazioni in Kurdistan: la presa di Qirquq

Alessandro Lattanzio, 17/10/2017

Meno chiacchiere politiche, meno intellettualismo, più vicini alla vita“.
Lenin

Oggi posso esprimere le mie sincere condoglianze a tutti gli “analisti” che hanno promosso la divisione dell’Iraq e della Siria: Qirquq era causa di tale abbaglio. E oggi l’Iraq consegna una grande speranza alla Siria. Qirquq va oltre lo scontro tra sionisti-wahabiti-curdi e Baghdad”. La Forza al-Quds ha risposto efficacemente a Trump & company… Unità delle Forze Speciali delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran, responsabile delle operazioni extraterritoriali, la Forza al-Quds fa capo direttamente al leader supremo dell’Iran, Ali Sayyed Khamenei. Il Generale Sulaymani ha distrutto il piano sionista del Barzanistan in meno di un mese, chiunque minacci l’Iran ne subirà le conseguenze. Il testo è stato letto a Trump, con una lettera che attraversando tutti i filtri protettivi, è stata posta sulla scrivania del segretario della Difesa. Una semplice lettera senza il sigillo del Pentagono, attirando l’attenzione del segretario alla Difesa; una volta letta, la lettera conteneva una frase incredibile per il Pentagono: “Ci vedremo molto più da vicino, se necessario… Qasim Sulaymani. Comandante della Forza al-Quds”.Dopo il ritiro dei distaccamenti del PDK da Qirquq, l’Esercito iracheno riprendeva possesso della base di Daquq, mentre tra le forze del PDK di Barzani e quelle del PUK di Talabani si avevano degli scontri presso Qirquq. Intanto ad Irbil si svolgeva una riunione tra i comandanti curdi e rappresentanti del Pentagono su come reagire rapidamente alle operazioni delle forze irachene. Nell’area di Qirquq comparivano anche unità armate del Partito dei lavoratori curdi (PKK). Baghdad nominava il nuovo governatore di Qirquq e riprendeva il controllo delle infrastrutture energetiche. In sostanza, la difesa dei Pishmirga crollò rapidamente e gli iracheni dilagavano su tutta la città, entrando nel palazzo del governatore di Qirquq, da dove il precedente aveva minacciato Baghdad. Le bandiere curde venivano tutte rimosse. Due giorni prima, 14 ottobre, il Generale iraniano Qasim Sulaymani giunse a Sulaymaniyah per incontrare la leadership del PUK (Haro Ibrahim, Pavel Talabani e Lahur Jangi) e del clan Talabani. Il membro del Movimento per il cambiamento (Gorran) Masud Haydar rilasciava un documento sull’accordo tra l’Unione patriottica del Kurdistan (PUK) e le forze di mobilitazione popolari irachene Hashd al-Shabi, firmato il 16 ottobre, che prevede 9 punti:
1. Restituzione alle forze irachene dei territori controversi controllati dai pishmirga.
2. Restituire 17 unità amministrative della provincia di Qirquq all’autorità del governo federale dell’Iraq.
3. Sei mesi di amministrazione congiunta a Qirquq, dove 15 quartieri saranno gestiti dai curdi e 25 eleggeranno una propria amministrazione.
4. Trasferire tutti i servizi strategici della provincia di Qirquq, come aeroporto e campi petroliferi, al governo federale dell’Iraq.
5. Aprire l’aeroporto di Sulaymaniyah ai voli internazionali.
6. Baghdad s’impegna a pagare gli stipendi dei funzionari pubblici di Sulaymaniyah e Qirquq.
7. Baghdad s’impegna a pagare i salari dei pishmirga del PUK.
8. Creazione della regione costituita dalle province di Halabiya, Sulaymaniyah e Qirquq.
9. Crearvi un nuovo governo.
Il 16 ottobre, la Liwa Asayb Ahl al-Haq dell’Hashd al-Shabi liberava Tuz Qurmatu. L’80% delle forze curde a Qirquq e Tuz Qurmatu aderivano al PUK, aprendo così la strada alle forze irachene. Le forze curde concordavano con l’Hashd al-Shabi di evitare scontri nella regione di Sinjar, ad ovest di Niniwa, cedendo la protezione della regione ai pishmirga yazidi che aderivano all’Hashd al-Shabi, mentre le forze curde si ritiravano e le forze governative irachene assumevano il controllo della provincia. Dopo la liberazione di Tuz Qurmatu, il governatore della provincia di Salahudin, a cui questa cittadina appartiene, vi nominava sindaco uno sciita arabo licenziando il curdo Shalal Abdul. Il Consiglio di sicurezza nazionale turco invitava a chiudere lo spazio aereo con la regione del Kurdistan, e a chiudere il valico di frontiera Ibrahim Qalil tra Turchia e Kurdistan, mentre il Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi ordinava di rimuovere le bandiere del Kurdistan dai territori liberati dalle forze irachene. L’ordine veniva emanato dopo che l’esercito iracheno aveva annunciato la piena liberazione di Qirquq. Raqan Said veniva nominato dal Primo ministro governatore di Qirquq, sostituendo il fellone Najmaldin Qarim. Raqan Said era a capo del Consiglio arabo di Qirquq, costituito dai partiti politici arabi della città. Le forze curde avevano subito 22 morti, 17 dispersi e 70 feriti in queste operazioni.
Oggi, alcuni sognatori sul Kurdistan capiscono che i racconti sulla potenza dei pishmirga sono evidentemente precipitati dal cielo alla terra”. Tutto questo devasta i piani statunitensi relativi al Kurdistan che, privato del petrolio di Qirquq, perde attrattiva geopolitica e risorse necessarie a colpire il consolidamento dell’Asse della Resistenza. Per i sostenitori dell'”America è con noi”, tutto ciò impartisce una buona lezione. “Agli statunitensi non interessano gli interessi dei loro burattini, si preoccupano innanzitutto dei propri interessi. Finora, il sostegno alle rivendicazioni dei curdi a Qirquq, a costo dello scontro aperto con Iraq e Iran, non era una loro priorità, per cui Washington guarda con malinconia l’Iran fare le sue mosse. Sì, l’accordo con parte dei curdi, certamente è stata una sorpresa spiacevole per gli statunitensi, abituati a trattare il Kurdistan iracheno come loro feudo, con il Corpo della Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniano (IRGC), appena definita “organizzazione terroristica”, concludere coi curdi, alle spalle di Barzani, un accordo nell’interesse del principale avversario degli Stati Uniti nella regione. Neanche l’invasione di truppe iraniane e turche è stata necessaria. Il tutto è stato sistemato con un asino carico di oro o contrattando su un più moderno serbatoio di petrolio”.

Fonti:
Cassad
Cassad
Cassad
Iraqi News
Iraqi News

La fine dell’indipendenza curda

Moon of Alabama 16 ottobre 2017Oggi il governo iracheno ha liberato Qirquq dall’occupazione delle forze curde. Ciò segna la fine del piano per l’indipendenza curda in Iraq. Nel 2014 lo Stato islamico occupò Mosul. Allo stesso tempo il governo regionale curdo di Masud Barzani inviò i pishmirga a prendere la città petrolifera di Qirquq dalle forze al collasso del governo iracheno. C’erano plausibili prove che i curdi fossero d’accordo con lo SIIL e si coordinassero. Nel 2016 – 2017 le forze irachene sconfissero lo SIIL a Mosul. I gruppi curdi ne approfittarono per occupare ulteriori territori, anche se priva di una popolazione maggioritaria curda e non appartenessero alla loro regione autonoma.La zona bordata di rosso è la regione autonoma curda dell’Iraq accettata dalla costituzione irachena. La linea tratteggiata rossa è l’area aggiunta che i curdi hanno catturato e controllato.

Il governo iracheno ha insistito affinché la situazione ritornasse alle linee precedenti il 2014. La stragrande maggioranza della popolazione di Qirquq è turcomanna e araba. Qirquq produce due terzi del petrolio nel nord dell’Iraq. Non c’era possibilità che un qualsiasi governo centrale dell’Iraq abbandonasse la città e queste ricchezze agli occupanti curdi. Ma i capi curdi non hanno pensato né ascoltato. Il capoclan Barzani e il suo PDK, associati ad Israele, hanno cercato di consolidare la rapina. Il 25 settembre indissero il “referendum per l’indipendenza” in tutte le aree da loro controllate. Tutti i Paesi, ad eccezione d’Israele, vi si pronunciarono contro. Ma Barzani fu istigato dai sionisti e neocon internazionali:Bernard-Henri Lévy incontra Masud Barzani, 30 settembre 2017

Come osservai allora: “Questo condanna a morte l’indipendenza curda. Nessuna causa che Bernard-Henri Lévy ha sostenuto ha mai avuto esito felice”. Travolto, Barzani continuò per la sua strada, minacciando di proclamare l’indipendenza curda dallo Stato iracheno. Il Primo ministro iracheno Abadi non poteva che condannare quest’insurrezione incostituzionale, inviando le truppe a ripristinare la situazione del 2014, partendo dalle aree petrolifere di Qirquq. Negli ultimi tre giorni hanno marciato su Qirquq l’esercito iracheno, le unità della polizia federale e dell’antiterrorismo, tutti veterani della lotta allo Stato islamico. Un ultimatum è stato consegnato ai pishmirga affinché lasciassero l’area. Barzani insisteva nel restare, richiamando anche i combattenti del PKK dalla Turchia per aiutarlo ad occupare la città. La scorsa notte è successo l’inevitabile. Le forze governative irachene sono avanzate e dopo qualche scontro i pishmirga curdi scappavano. Non è chiaro se qualcuno ordinò di ritirarsi. Alcune unità di pishmirga hanno arrestato altre unità di pishmirga. Nessuno sembra avere il comando. Finora il governo iracheno ha ripreso il controllo dell’aeroporto di Qirquq, delle caserme, dei campi petroliferi e delle raffinerie. Qirquq è intatta. Ci sono rapporti sui governativi curdi che se ne vanno. Gli Stati Uniti, che avevano armato e addestrato entrambe le parti, non avevano idea di ciò che succedeva e non vi hanno preso parte. Senza il sostegno statunitense, le forze curde non hanno possibilità di vincere uno scontro. Qirquq è persa e le altre aree occupate dal 2014 seguiranno. Barzani ha perso la scommessa. I sogni di un Kurdistan indipendente in Iraq sono appena stati sepolti. La posizione di Masud Barzani è notevolmente indebolita. Questo enorme errore potrebbe costargli la testa. Il primo ministro iracheno Abadi si è rafforzato ed ora può vincere le prossime elezioni.
Questi avvenimenti avranno conseguenze sulla posizione curda in Siria, dimostrando che non possono sperare sul sostegno statunitense e che dovranno riconciliarsi col governo siriano. L’idea di di un’autorità autonoma o persino indipendente curda in Siria è, da oggi, anch’essa morta.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La potenza della Russia supera quella degli USA

Andrej Martjanov UNZ 27 settembre 2017Le dimensioni contano, come gittata e velocità, ogni volta che si parla di armi. Sembra che ci sia una grande confusione sul contingente militare russo relativamente piccolo in Siria. L’indicatore più popolare di tale confusione è l’infinita discussione su un possibile attacco statunitense alle forze russe in Siria, soprattutto sulla base aerea di Humaymim. Può tale attacco, una volta considerate le dimensioni delle forze che gli Stati Uniti possono schierare contro i russi, “sconfiggerle”? Questa è una questione legittima ma anche poco professionale. Infatti, negli Stati Uniti ci sono molte persone di grande rilievo che, oltre a considerare tale scenario terrificante, l’istigano. Il tenente-colonnello Ralph Peters non lesina le parole quando si tratta di attaccare i russi; infatti, è un tizio diretto quando prescrive come combattere i russi: ciò potrebbe divenire incontrollato, e velocemente. Se avviene, si deve vincere rapidamente e decisamente, e limitarsi alla Siria. Non c’è dubbio che Peters e i militari e politici statunitensi che rappresenta conoscano la saggezza strategica del passato, da Clausewitz a Moltke e Guderian, ma qui la questione apparentemente legittima sulla probabilità del successo statunitense nel rigettare i cattivi russki nell’età della pietra a Humaymim e altrove in Siria, smette di essere seria. Naturalmente, gli Stati Uniti possono lanciare tutto ciò che hanno di convenzionale su Humaymim forse superando qualunque cosa abbiano i russi, dai Su-35 agli S-300 e S-400, e forse il sogno erotico di Peters di confinare il conflitto in Siria sarebbe molto reale. Funzionerebbe, cioè contro qualsiasi contingente militare tranne quello della Russia.
A questo proposito non conta il fatto che la Russia sia una superpotenza nucleare: tutti lo sanno. Anche i russofobi più rabbiosi lo sanno e possono capire, anche se male coi loro poveri cervelli, il concetto che diverrebbero cenere radioattiva abbastanza velocemente se commettono l’impensabile, ad esempio attaccare la Russia direttamente con armi nucleari. La Siria, tuttavia, è un po’ diversa: l’escalation nucleare potrebbe essere, in effetti, controllato da chi ha un decisivo vantaggio convenzionale. La guerra convenzionale è proprio il tipo di conflitto cui militari statunitensi sono proiettati da 30 anni, vantandosi di potere affrontare qualsiasi avversario. Alla base di tale approccio piuttosto assertivo, c’è un’autosufficienza reale ma non un così reale vantaggio degli Stati Uniti nelle armi a lunga gittata. L’aggressione alla Jugoslavia mostrò che le forze armate statunitensi potevano sopraffare la difesa aerea di una nazione come la Serbia abbastanza velocemente e da distanze oltre la portata delle sue obsolete difese aree. C’erano missili da crociera Tomahawk, lanciati in Serbia a migliaia e che ne resero la difesa aerea inutile dopo le prime due settimane di bombardamenti incessanti. Ma qui c’è il problema per gli Stati Uniti: la Russia può affrontare tale conflitto convenzionale ben oltre la Siria e quando vuole, e non si parla di altri teatri strategici, come l’Ucraina, in cui la Russia può “compensare” un’ipotetica “sconfitta” in Siria. La ragione di ciò è meramente tecnologica: la Russia può affrontare un conflitto convenzionale in Siria e in qualsiasi parte del Medio Oriente. Infatti, l’esercito russo ha il più avanzato arsenale di armi ad alta precisione a lunga gittata, illustrato in azione affinché tutto il mondo lo vedesse. Questo è ciò che rende chiacchiere i discorsi su come “sconfiggere” il contingente russo in Siria. La guerra è molto più che una sparatoria tra belligeranti, la guerra comincia nelle sale operative e negli uffici politici ben prima che un colpo sia sparato. Se il contingente russo in Siria fosse stato dispiegato nel 2005, non ci sarebbe stato alcun problema ad immaginare lo scenario di Ralph Peters. Ma non è il 2005 e un elefante, che molti continuano a ignorare, si trova nella stanza: la capacità di colpire a lunga gittata della Russia, semplicemente superiore a quella statunitense, aprendo una porta operativa, in caso di un ipotetico attacco convenzionale su Humaymim, per una massiccia reazione contro qualsiasi base statunitense nella regione.
Dopo la morte del Tenente-Generale Asapov in Siria, presumibilmente con l'”aiuto” della cosiddetta coalizione, in prossimità di Dayr al-Zur, l’Aviazione Strategica della Russia lanciava missili da crociera a lungo raggio Kh-101 su bersagli dello SIIL in Siria. Non c’è nulla di nuovo nell’impiego della Russia di missili da crociera da 5500 chilometri di gittata, né nella Marina russa che lancia missili della famiglia 3M14 Kalibr da 2500 km di gittata da qualsiasi punto del Mediterraneo orientale o del Mar Caspio. Sono semplicemente al di là di qualsiasi arma nell’arsenale statunitense, come i Tomahawk TLAM-A Block II dalla gittata massima di circa 2500 chilometri, o i TLAM Block IV, attualmente i più prodotti, dalla gittata di 1600 chilometri. Raytheon dice che questi missili sono deterrenti e che il Tomahawk può colpire obiettivi in movimento. Va tutto bene, ma la chiave sono gittata e precisione e gli Stati Uniti non sono nella posizione di brandirla. La gittata offre flessibilità operativa senza precedenti e il lancio dai Tu-95 Bear russi era un messaggio assai chiaro, non per la gittata dei Kh-101, missili da crociera con maggiore gittata vengono realizzati dalle industrie, con gittate da 10000 chilometri. Il messaggio era il fatto che i missili furono lanciati dai cieli iraniano e iracheno. Potevano non farlo, potevano farlo facilmente dall’area del Mar Caspio. Ma i Bear lanciarono mentre erano scortati nei cieli iraniani dai Su-30 e Su-35 delle Forze Aerospaziali russe e che, a parte l’evidente accenno alla piena capacità russa di raggiungere qualsiasi bersaglio statunitense nell’area, iniviavano altri segnali inquietanti. L’Iran sa sicuramente che, se accadesse l’impensabile ma non l’improbabile, come l’attacco statunitense alle forze russe in Siria, non sarà tralasciato, ma ne sarebbe immediatamente coinvolto, “volente o meno”. Così, seguendo logica, perché non dare il meglio quando tutte le scommesse, tranne quelle nucleari, saranno fatte. Anche l’Iran può avere le forze russe al suo fianco e nel suo spazio aereo, aiutandolo notevolmente. Ma ciò apre anche un’altra grave possibilità operativa in caso di conflitto convenzionale tra Russia e Stati Uniti, uno scenario che i neocon, analfabeti su cose militari e totalmente distaccati dalla realtà strategica, sognano. Mettendo da parte le inevitabili emozioni e guardando i fatti, la Dottrina Militare della Russia dal 2010, riaffermata nel 2014, considera l’uso delle armi ad alta precisione elemento chiave della Forza strategica di contenimento, come afferma chiaramente l’articolo 26. La Russia non vuole la guerra con gli Stati Uniti, ma se viene spinta, potrà non solo raggiungere le basi terrestri statunitensi, come la sede di CENTCOM in Qatar, ma ancora più significativamente anche le navi nel Golfo Persico.
Oltre a 66 bombardieri strategici a lungo raggio Tu-160 e Tu-95, la Russia dispone di oltre 100 bombardieri Tu-22M3, che possono esser riforniti in volo e trasportare un’arma piuttosto intimidatoria: il missile da crociera Kh-32, la cui gittata è di 1000 chilometri e la velocità supera Mach 4,2. Questo missile, oltre a poter attaccare qualsiasi cosa sul terreno, è progettato principalmente per colpire qualsiasi cosa si muova sulla superficie del mare. Il missile, per non parlare di una salva di essi, è incredibilmente difficile da intercettare, e come ha dimostrato, l’Iran probabilmente non avrà alcun problema a consentire ai Tu-22M3 di operare dal suo spazio aereo, nel caso peggiore. Lanciata dalla zona di Darab, la salva non solo coprirebbe tutto il Golfo Persico ma escluderebbe il Golfo di Oman a qualsiasi forza navale. Alcuna nave, alcun Gruppo portaerei potrà entrarvi in caso di conflitto convenzionale con la Russia in Siria; le conseguenze strategiche sarebbero enormi. Anche la salva di 3M14 dal Mar Caspio del 7 ottobre 2015 impressionò tanto che l’USS Theodore Roosevelt e il suo gruppo di scorta abbandonarono immediatamente il Golfo.
Infine, questo semplice fatto operativo dimostra perché per due anni un contingente militare russo relativamente piccolo ha potuto operare in modo efficace in Siria e, infatti, detta le condizioni a livello nazionale e nell’ambito delle operazioni. La risposta è semplice: molti drogati di adrenalina vengono abbassati in una gabbia nel mare per affrontare gli squali, con solo le aste di metallo che li separano dalle mascelle mortali degli squali. Tuttavia, laggiù, su una barca si può sempre mettere un uomo col fucile da usare in caso di emergenza, se la gabbia cedesse. Il contingente militare russo in Siria non è solo una base militare: è una forza integrata con le Forze Armate russe dalle possibilità e capacità di affrontare certe decisioni estremamente spiacevoli, incluso una Russia, e non gli Stati Uniti, che controlla l’escalation, spiegando la continua isteria russofoba sui media statunitensi da quando il risultato della guerra in Siria è diventato chiaro. Speriamo solo che quanto descritto rimanga speculazione e non si avveri per nulla; se questi scenari non si avverano, tanto meglio.

Traduzione di Alessandro Lattanzio