Israele cerca d’invertire il cambio dell’equilibrio militare

L’ultimo attacco israeliano mirava a colpire il sempre più efficace sistema di difesa aerea della Siria; non l’Iran
Alexander Mercouris, The Duran 11 maggio 2018Eric Zuesse ha svolto un lavoro da esperto districando la rete di menzogne e confusione sul recente attacco missilistico israeliano in Siria e le risposte. A mio parere, Zuesse ha dimostrato chiaramente che la pretesa israeliana di vendicarsi dell’attacco missilistico iraniano su Israele è assai probabilmente falsa. Che succede allora? Innanzitutto va detto chiaramente che l’ultimo attacco israeliano alla Siria fu più grave dei precedenti riportati. Il resoconto più dettagliato dell’attacco fu fornito dal Ministero della Difesa russo, che ne chiarisce le dimensioni; “Al raid aereo parteciparono 28 aerei F-15 e F-16 israeliani che spararono più di 60 missili aria-superficie in diversi punti della Siria. Anche da Israele furono lanciati più di dieci missili tattici superficie-superficie. Gli attacchi furono contro i siti dei gruppi iraniani e le difese aeree siriane nell’area di Damasco e nella Siria meridionale”. Si noti che gli israeliani non contestano il numero di forze impegnate nell’attacco indicati dai russi. Questo appare un buon punto per evidenziare un fatto molto importante sui recenti attacchi missilistici degli Stati Uniti e d’Israele alla Siria. Nel giro di poche ore dagli attacchi e prima che Stati Uniti e Israele ne fornissero i dettagli, i russi rilasciarono ciò che dà ogni apparenza di avere informazioni estremamente accurate sugli attacchi, dettagliando numero di missili lanciati, numero e tipo di aeromobili usati e altre risorse militari che vi parteciparono. Ad esempio, nel caso dell’attacco missilistico statunitense i russi riferirono immediatamente che 103 missili erano stati lanciati dalla coalizione degli USA contro la Siria. Il numero effettivo risultò essere 105: cifra simile a quella che i russi affermarono, senza fare alcuna differenza pratica (la discrepanza potrebbe essere spiegata dal fatto che due missili fallirono). Gli Stati Uniti negavano di aver condiviso coi russi informazioni sull’attacco prima che si verificasse. Ciò conferma che le informazioni fornite dai russi sull’attacco furono ottenute dalla loro intelligence. È molto probabile che lo stesso valga per le informazioni che i russi avevano sull’ultimo attacco israeliano. L’accuratezza dei dettagli forniti dai russi sull’attacco degli Stati Uniti conferma che i russi hanno conoscenza completa e in tempo reale di ciò che accade nei cieli e nei mari della Siria.
Questo è un risultato estremamente impressionante ed anche un fatto molto importante. Conferma la potenza tecnologica del sistema di difesa aerea che i russi hanno inviato in Siria e l’efficacia dei sistemi radar e dispositivi di sorveglianza elettronici che utilizza. Il fatto che i russi abbiano conoscenza totale di ciò che accade nei cieli e nei mari della Siria è una buona ragione per sostenerne seriamente l’affermazione sul numero di missili che secondo loro i siriani hanno abbattuto. Nel caso dell’attacco missilistico degli Stati Uniti, i russi inizialmente affermarono che il numero di missili che la difesa aerea siriana abbatté fu di 71. A seguito dell’indagine condotta in loco, il numero passò al sempre impressionante 66. Nel caso dell’ultimo attacco israeliano, i russi dicono che la difesa aerea siriana ha abbattuto “più della metà dei missili israeliani”. Dato che i russi dicono che furono lanciati 70 missili, ciò significherebbe che la difesa aerea siriana ne ha abbattuto 36. Ovviamente, Stati Uniti e Israele negano le affermazioni russe, gli Stati Uniti affermano che tutti i missili centrarono gli obiettivi, ma finora non sono riusciti a dare una confutazione dettagliata. Data la completezza della conoscenza russa di ciò che accade nei cieli e nei mari della Siria, è quasi inconcepibile che i russi si siano sbagliati sul numero di missili abbattuti. Ciò significa che i russi o mentivano sul numero di missili che i siriani avevano abbattuto o dicevano la verità. Nel caso dell’attacco missilistico degli Stati Uniti, una recente azione statunitense passava inosservata suggerendo che i russi avrebbero detto la verità. Il 9 maggio 2018, mentre la Russia celebrava il Giorno della Vittoria, gli Stati Uniti annunciavano altre sanzioni a compagnie e persone russe coinvolte nella produzione dei sistemi per la difesa aerea della Russia. Stranamente due entità russe sanzionate erano due unità militari: il 183.mo Reggimento Missili Antiaerei della Guardia e l’11.mo Centro d’Addestramento delle Forze Antiaeree della Russia. Non è certo una coincidenza che queste siano le due unità militari russe che hanno recentemente addestrato le forze della difesa aerea della Siria. Non è certo un caso che la ragione addotta per sanzionare una delle compagnie russe sembra sia la fornitura di avanzati sistemi Pantsir-S1 alla Siria. Quest’ultima ondata di sanzioni statunitensi ha portato a una dichiarazione rigidamente formulata dal Ministero degli Esteri russo che trae le ovvie conclusioni, “Washington ha imposto ulteriori sanzioni contro la Russia, presumibilmente per aver violato la legge sulla non proliferazione di Iran, Corea democratiche e Siria, senza alcun collegamento con la Russia. In effetti, questa decisione degli Stati Uniti è stata accelerata dal banale desiderio di mettersi in pari con la Russia per il fallito attacco missilistico contro la Siria, che Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia lanciarono il 14 aprile in violazione del diritto internazionale. La prova di ciò è l’inclusione nell’elenco delle sanzioni del Centro d’Addestramento Missilistico antiaereo di Gatchina presso l’Accademia Aerospaziale Militare Mozhajskij e il 183.mo Reggimento Missilistico di Difesa Aerea delle Guardia delle Forze Armate della Federazione Russa. Probabilmente, sono puniti per aver fornito un buon addestramento ed istruzioni alle Forze di Difesa Aerea siriane, che hanno abbattuto la maggior parte dei missili lanciati dagli aggressori occidentali. Va notato che le sanzioni includono anche la Direzione Generale delle Informazioni (GRU) dello Stato Maggiore Russo e Rosoboronexport (ROE). Sembra che i nostri colleghi statunitensi abbiano dimenticato di avergli imposto sanzioni da prima cercando di intimidirci con le stesse minacce fallite. Washington continua a nutrire l’illusione che la pressione economica o militare possa impedire alla Russia di sostenere i propri interessi e i propri partner. Il desiderio di mantenere il proprio dominio unilaterale globale, nonostante i costi, spinge gli Stati Uniti a compiere passi irrazionali e apertamente pericolosi. Vorremmo dire ai politici statunitensi che cercare di “punire” chiunque persegua una politica indipendente non è una buona idea. Le ultime sanzioni consistono essenzialmente nel riconoscimento delle capacità di combattimento delle armi sovietiche e russe utilizzate dagli equipaggi della Difesa Aerea siriana il 14 aprile, quando abbatterono la maggior parte dei missili nemici”.
A mio avviso, è la crescente potenza del sistema di difesa aerea siriano, e il suo crescente successo nell’abbattere aerei israeliani e missili statunitensi e israeliani, quasi certamente la vera ragione dell’ultimo attacco israeliano. La rivelazione della crescente potenza del sistema di difesa aerea siriano, e dei suoi recenti successi contro Stati Uniti ed Israele, sembra traumatizzare gli istituti di difesa israeliani e statunitensi, abituati a dare per scontato la superiorità aerea finora incontrastata nel Medio Oriente. Il risultato è la petulante decisione di imporre sanzioni ai russi che gli USA pensano siano responsabili di tale cambiamento della situazione, e una serie di attacchi israeliani sempre più pesanti alla Siria volti a ripristinare almeno l’impressione del primato aereo israeliano sulla Siria come era esistito prima. Sembra che l’ultimo attacco, con non meno di 28 aerei e lanciato contro una gamma molto più ampia di obiettivi rispetto all’attacco degli Stati Uniti, fosse principalmente destinato a distruggere il sistema di difesa aerea siriano. Va notato che il video dell’attacco che gli israeliani hanno pubblicato assicurandosi ricevesse pubblicità internazionale, mostra l’attacco missilistico a Pantsir-S1 siriano fornito dalla Russia. Questo piccolo ma potente sistema di difesa di punto abbatte un numero sproporzionato di missili statunitensi e israeliani e minaccia l’efficacia di tali missili nello spazio aereo siriano. Non sorprende che la sua presenza in Siria causi serie preoccupazioni agli istituti di difesa statunitensi e israeliani. La diffusione del video sembra volto a rassicurare, non da ultimo, i militari statunitensi e israeliani che, come tutti i sistemi d’arma, il Pantsir-S1 non sia invincibile. Sul ruolo dell’Iran in questi scontri, a mio parere non si deve dare troppo peso. L’Iran è l’alibi con cui Israele e Stati Uniti giustificano i loro continui attacchi alla Siria. Senza dubbio, come dicono i russi, alcune strutture controllate dagli iraniani in Siria furono attaccati da questo ultima aggressione, presumibilmente per dare sostanziare tale alibi. Tuttavia, il continuo trascinare l’Iran per spiegare o scusare gli attacchi israeliani alla Siria non dovrebbe trarre in inganno su ciò che realmente accade. La Siria e il suo sistema di difesa aerea e non l’Iran, appaiono esserne l’obiettivo.
All’indomani degli attacchi missilistici statunitensi alla base aerea siriana di al-Shayrat, i russi dichiararono che avrebbero adottato misure per migliorare il sistema di difesa aerea della Siria. Sembra che i russi siano stati di parola, col risultato che, come detto, del cambiamento nell’equilibrio militare tra Siria e Israele nello spazio aereo, a danno d’Israele. Gli israeliani tirano fuori ogni trucco per invertire questo passo, e ciò appare essere il motivo dell’ultimo grande attacco. Se le affermazioni russe sul numero di missili israeliani abbattuti sono vere, e come abbiamo visto c’è motivo di pensarlo, quest’ultimo attacco israeliano è fallito. Se è così, allora è improbabile che sia l’ultimo.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’attacco siriano all’unità 9900 indebolisce l’intelligence di Tel Aviv

PressTV 11 maggio 2018

Colpita dall’Esercito arabo siriano il 10 maggio, l’Unità speciale di intelligence 9900 è una delle unità di spionaggio più segrete dell’esercito israeliano. I razzi sparati dall’Esercito arabo siriano su obiettivi sensibili nel Golan occupato hanno inferto un duro colpo ai servizi d’intelligence dell’esercito israeliano. Le posizioni colpite erano di natura strategica aiutando l’esercito israeliano ad acquisire supremazia nell’intelligence. Erano collegati al centro di comando e controllo e ai centri di attività tecnica e umana dell’intelligence in combattimento. Raccoglievano informazioni strategiche e collegamenti con unità ed agenzie incaricate di analizzare le informazioni sui combattimenti. La Special Intelligence Unit 9900, incaricata di geografia, cartografia ed interpretazione delle immagini satellitari, è una delle più importanti unità militari e tecniche dell’esercito israeliano. Questa unità di cui gli esperti israeliani sono orgogliosi e si vantano, è un’unità segreta che si occupa di informazioni strategiche. È indipendente dall’unità 8200, che opera anche nell’intelligenza.

Unità 9900: la ragione d’essere
Dall’inizio dei programmi aerospaziali del regime israeliano negli anni ’80, l’Unità 9900 continua il proprio programma di spionaggio. Alcuni anni dopo che dei satelliti di spionaggio israeliani furono messi in orbita, le missioni di spionaggio furono assegnate all’Aman (acronimo per servizi segreti militari israeliani). Nel 1997, Israele lanciò un programma di spionaggio spaziale per sorvegliare i Paesi arabi e gli snodi della Palestina occupata. Fu in quel momento che nacque l’Unità 9900. Centinaia di soldati israeliani furono reclutati di nascosto e senza copertura mediatica. Pertanto, alcuna informazione filtrò sulle attività e il modus operandi. Una delle principali missioni dell’Unità 9900 consiste nel mettere in orbita i satelliti spia israeliani e fotografare installazioni nei Paesi della regione, registrando ogni atto insolito degli eserciti nella regione. Le immagini satellitari proiettano le azioni del movimento di Resistenza sugli schermi dell’Unità 9900. Queste informazioni, una volta raccolte e analizzate, vengono consegnate ai comandanti dell’esercito israeliano. L’unità 9900 è anche responsabile della raccolta di informazioni visive da satelliti o velivoli da ricognizione. Tali informazioni, immagini e mappe, una volta elaborate, rafforzano le posizioni del regime israeliano e sono rese disponibili ai responsabili israeliani nella sicurezza e militari.

Unità 9900: missioni e operazioni
L’Unità 9900 raccoglie immagini quotidiane di aree militari e campi di addestramento in cui operano gli eserciti arabi. Vengono poi inviati all’ufficio del ministro degli affari militari, del capo di stato maggiore e al capo dell’intelligence dell’IDF israeliani. L’unità sorveglia le strutture atomiche dell’Iran 24 ore al giorno, e cerca anche obiettivi per un possibile attacco dell’esercito israeliano.

Unità 9900: le sezioni
È composta da diverse sezioni geografiche e tecniche:
1- Un centro d’intelligence che si occupa di raccolta ed analisi delle informazioni. Ad esempio, gli esperti sanno come rilevare l’equipaggiamento da combattimento tramite immagini satellitari. È il luogo in cui sono archiviate tutte le informazioni provenienti dai satelliti, le foto scattate dai centri di controllo terrestri e quelle fornite da droni e sistema GPS.
2- Un centro di mappatura e analisi che si occupa della preparazione di carte riservate alle operazioni militari.
3- Un centro satellitare responsabile per i satelliti spia volto a raccolta e rapida analisi delle informazioni.

Unità 9900: priorità geografiche
1- Siria
2- Iran
3- Striscia di Gaza
4- Giordania
5- Egitto e Sinai
6- Medio OrienteTraduzione di Alessandro Lattanzio

Nuovo fallito attacco israeliano in Siria

Alessandro Lattanzio, 10/5/2018Il 10 maggio, il Comando Generale dell’Esercito e delle Forze Armate dichiarava che l’Esercito Arabo Siriano aveva respinto l’ennesima aggressione israeliana, distruggendo il 70% dei 60 missili israeliani lanciati su 35 obiettivi nel territorio siriano, presso Damasco e Homs. 28 cacciabombardieri F-15 ed F-16 israeliani avevano partecipato all’attacco lanciando 60 missili, oltre ai 10 missili superficie-superficie sparati dal territorio israeliano contro la Siria meridionale. I missili israeliani colpivano un obiettivo presso Duma e un altro a Jamaraya, a sud di Damasco. “Respingendo l’attacco israeliano, la difesa aerea siriana abbatteva più della metà dei missili israeliani“, dichiarava il Ministero della Difesa russo. Il Comando dell’EAS confermava tre martiri e due feriti causati dall’aggressione israeliana, che colpiva una stazione radar e un deposito di munizioni. “Tali sfacciati attacchi portano solo ad altre vittorie nella lotta al terrorismo nei territori della Siria e al consolidamento della determinazione a continuare la difesa della Patria e a garantire la sicurezza dei cittadini“. L’esercito libanese dichiarava che 4 aerei da guerra israeliani avevano violato lo spazio aereo libanese nello stesso momento.Il 9 maggio sera, il 137.mo Reggimento della 7.ma Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano sparava almeno 20 razzi dalla Siria meridionale contro posizioni dell’esercito israeliano sulle alture del Golan, distruggendo:
Il comando della 9900° brigata di confine
Il comando della 810° brigata di confine
Una base dello spionaggio elettronico
Il comando di una base per la guerra elettronica
Una struttura per telecomunicazioni
L’eliporto di Um Fahim
L’avamposto sul monte Hermon
Il comando dell’unità di montagna
Il radar dell’Iron Dome di Safad
Il sistema antimissile Iron Dome israeliano intercettava solo 4 dei 20 razzi lanciati sulle alture del Golan. L’attacco avveniva in risposta al bombardamento dell’esercito israeliano delle postazioni dell’Esercito Arabo Siriano e delle Forze di Difesa Nazionale a Tal Ahmar e Tal Qub, presso Qan Arnabah, nel governatorato di al-Qunaytra.Tale attacco avveniva in un momento di notevoli successi politico-militari delle forze dell’Asse della Resistenza: l’Esercito Arabo Siriano (EAS) e Liwa al-Quds avanzavano tra i governatorati di Homs e Dayr al-Zur, liberando al-Tamah, 60 km a sud-ovest di Dayr al-Zur, scacciando lo SIIL da oltre 1500 kmq di territorio ad ovest di Dayr al-Zur. Inoltre, EAS ed NDF respingevano l’attacco dei terroristi su Madinat al-Baath, tra Hamidiya e Samadaniya, nonostante la simultanea aggressione israeliana. Infine, i servizi segreti iracheni arrestavano numerosi capi dello SIIL, tra cui Sadam Umar Husayn al-Jamal, mentre presso Irbil, sempre in Iraq, il PKK si scontrava con l’esercito turco a Sidiqan, eliminando molti soldati turchi.
Non va dimenticato il successo elettorale in Libano delle forze antimperialiste. Risultati definitivi delle elezioni parlamentari libanesi:
Hezbollah e Amal: 30 seggi
Alleati della Resistenza: 10
SSNP: 3
Marada: 3
FPM di Michel Aoun: 28 seggi

Forze filo-imperialiste
Futuro: 20
Forze libanesi: 14
PSP: 9
Azam: 4
Falange: 3
Indipendenti: 4

Il 9 maggio, il Ministro della Difesa siriano Ali Abdullah Ayub visitava la base militare di Humaymim celebrando col comandante delle forze russe in Siria, Aleksandr Zhuravlev e i militari russi, il 73.mo anniversario della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. Il Generale Ayub sottolineava l’importanza del sostegno politico-militare fornito dagli alleati russi alla Siria nella guerra al terrorismo.

Shumushu, l’ultima battaglia della Seconda Guerra Mondiale

Alessandro Lattanzio, 07/05/2018L’operazione di sbarco sulle Curili iniziò la notte tra il 17 e il 18 agosto e terminò il 2 settembre 1945. 50442 soldati e ufficiali giapponesi furono disarmati e catturati, inclusi 4 generali, oltre a 300 cannoni e mortai, 1000 mitragliatrici, 217 autoveicoli e trattori. Ma il risultato principale dello sbarco sulle Curili fu il controllo completo delle isole e di Sakhalin, che ritornarono all’Unione Sovietica.
Le isole Curili sono un arcipelago di 36 isole situate tra la penisola di Kamchatka e l’isola di Hokkaido, per un’estensione di 1270 km. La più vicina alla Kamchatka, 12 km da Capo Lopatka, è Shumushu (Simu-shu), piccola isola collinosa lunga 30 km e larga 20 km. A metà del XVIII secolo, la Russia stabilì diritti di possesso sulle Curili, e nel 1747 il cosacco Shergin fondò a Shumshu la scuola russa per gli Ainu, gli abitanti delle isole. Le isole Paramushir e Shumshu dal 1875 al 1945 furono possedimento giapponese. Preparandosi alla guerra contro la Russia, il Giappone concluse un’alleanza anti-russa nel 1902 col Regno Unito e gli Stati Uniti che, per dominare il Pacifico, diedero al Giappone un prestito di 500 milioni di dollari specificamente per le spese belliche. Il Giappone dal 1934 eresse fortificazioni su ciascuna delle isole Curili e le unità militari ivi presenti furono sottoposte ad addestramento speciale mentre la flotta giapponese condusse manovre nelle acque delle Curili in vista dell’occupazione di Kamchatka, Okhotsk, Sakhalin e Primorye. La difesa più fortificata era su Shumushu, dove i giapponesi costruirono una strada sotterranea, hangar, rifugi per carri armati, magazzini e ospedali sotterranei. C’erano due basi aeree per due reggimenti di caccia e una base per idrovolanti nel lago Bettow. Nella parte sud-orientale di Shumushu era situata la base navale di Kashiwabara. Tutti i siti adatti a uno sbarco erano sorvegliati da casematte, bunker e trincee, la cui profondità raggiungeva i 50 metri. Circa 70000 prigionieri cinesi li costruirono in tre anni di lavoro. Per mantenere segreto il sistema di fortificazioni sull’isola, dopo il completamento dei lavori, i prigionieri cinesi furono affondati a bordo di vecchie chiatte nell’oceano. Da qui le truppe giapponesi assaltarono le isole Aleutine, appartenenti agli Stati Uniti, di Kyska, Attu, Agattu, Amchitka, dal giugno 1942 all’agosto 1943. In seguito, aerei statunitensi attaccarono le Curili usando gli aeroporti della Kamchatka, e tentativi di operazioni anfibie sulle Curili furono intrapresi dalla III Flotta statunitense. Il 12 agosto incrociatori e cacciatorpediniere bombardarono Matua e Paramushir.
Col messaggio del presidente degli USA G. Truman ricevuto il 15 agosto 1945, il Presidente del Consiglio dei Ministri dell’URSS, I.V. Stalin ricevette l’ordine generale sui dettagli della capitolazione delle forze armate giapponesi, firmato dal Generale D. MacArthur, nominato capo dell’amministrazione militare del Giappone occupato. L’ordine diceva che tutte le guarnigioni delle isole del Pacifico dovevano arrendersi al comandante in capo della flotta del Pacifico degli Stati Uniti. Quindi, indicando che gli statunitensi non volevano cedere le Curili all’URSS, come l’isola di Matua (al centro dell’arcipelago delle Curili), che gli USA volevano trasformare in una base militare. Per impedirlo ed evitare lunghi e complicati negoziati sulle isole Curili, l’URSS dovette agire immediatamente. La notte del 15 agosto, il Maresciallo dell’Unione Sovietica e Comandante in capo delle truppe sovietiche in Estremo Oriente Vasilevskij, istruì il Comando della Flotta del Pacifico a preparare immediatamente l’operazione di sbarco sull’isola di Shumushu, la più a nord delle Curili. La stragrande maggioranza delle operazioni anfibie fu eseguita dopo la ricognizione dell’area scelta. La forza da sbarco su Shumushu fu lanciata senza preparativi e ricognizione. Il successo dell’operazione dipese dalla sorpresa dell’attacco. Il comando giapponese aveva sulle isole Curili più di 50 mila soldati e ufficiali, oltre a 10 aerodromi che permisero il dispiegamento di 600 velivoli. Diversi basi navali consentivano il dispiegamento anche di incrociatori leggeri.Shumushu
Shumshu è situata a 12 chilometri dalla punta meridionale della Kamchatka, Capo Lopatka, ed era particolarmente fortificata. La guarnigione contava 8600 soldati e ufficiali con 60 carri armati e 100 pezzi di artiglieria da campo ed antiaerea. Sull’isola furono costruiti 34 postazioni e 24 bunker per circa 100 cannoni e 310 mitragliatrici. La profondità delle strutture difensive sotterranee arrivava a 50-70 metri. Il raggruppamento di truppe giapponesi a Shumshu consisteva nella 73.ma Brigata della 91.ma Divisione di fanteria; nel 31.mo reggimento di difesa aerea, nel reggimento di artiglieria da fortezza delle Curili, nell’11.mo Reggimento carri armati, oltre ad unità speciali e altre subunità. Sulla vicina isola di Paramushir c’erano 4 basi aeree ben attrezzate e con ripari (parzialmente sotterranei) presidiate da 14500 soldati. Tuttavia, all’epoca i giapponesi avevano già ritirato la maggior parte degli aerei per difendere le città dalle incursioni aeree statunitensi. Da Capo Lopatki lo sbarco sull’isola di Shumushu fu supportato dalla 945.ma Batteria costiera con 4 cannoni da 130mm.
L’operazione di sbarco sulle Curili iniziò con la mobilitazione dell’area difensiva della Kamchatka e della base navale di Petropavlovsk. Le unità assegnate furono la 101.ma Divisione di fanteria, del Generale P. I. Djakov, la 128.ma Divisione aerea e il 60.mo Distaccamento delle Guardie di frontiera del Capitano N. I. Lashmanov. Il comando della zona difensiva della Kamchatka e della base navale di Petropavlovsk ebbe l’ordine di prendere le isole Shumushu, Paramushir e Onekotan. Il Comandante dell’operazione di sbarco, Maggior-Generale A.R. Gnechko, decise di sbarcare una forza di 8800 elementi nella parte nord-orientale di Shumshu, tra i promontori Kokutan-Saki (Capo Kurbatov) e Kotomari-Saki (Capo Pochtorjov) ed infliggere il colpo principale alla base navale di Katask. Per l’operazione furono scelti il 302.mo e il 138.mo Reggimento di fanteria della 101.ma Divisione di fanteria, una compagnia del 119.mo Battaglione genieri, un reggimento di artiglieria, uno anticarro e il battaglione di Fanteria di Marina del Maggiore T. A. Pochtorjov, della base navale di Petropavlovsk, che formarono il distaccamento d’assalto e i due scaglioni principali della forza da sbarco.
La forza navale consisteva in 64 unità: 2 pattugliatori, 4 dragamine, 1 posamine, 8 motovedette, 16 navi d’assalto anfibio e 17 natanti da trasporto. Il comando della Flotta del Pacifico, mentre adempiva ai compiti complessi per il controllo dei porti della Corea del Nord e di Sakhalin, non aveva l’opportunità di prestare assistenza alla base navale di Petropavlovsk. Le maggiori unità inviate nell’operazione di sbarco sulle Curili erano i pattugliatori d’altura Kirov e Dzerzhinskij (costruiti in Italia nel 1935), armati con 3 cannoni da 102mm, e il posamine Okhotsk, armato di 3 cannoni da 130 mm e 2 da 76 mm. Inoltre erano presenti 16 navi d’assalto anfibio (tra cui diverse LST cedute dagli USA), le navi idrografiche Polijarnij e Lebed, le navi da trasporto E. Pugachjov, Chapaev, Kokkinaki, Uritskij, Menzhinskij, Turkmen, Burevestnik, Dalnevostochnik, Krasnoe Znamija, Moskalvo, Refrigeretor n. 2, General Panfilov, Maksim Gorkij e Volkhov, 2 chiatte e 4 motobarche Kawasaki, scortate da 8 motovedette tipo MO, 1 sommergibile e 2 torpediniere. Infine vi erano i dragamine TSh-155, TSh-156 e TSh-525, che dovevano rimuovere i campi minati. Il comando operativo del gruppo navale fu posto sul dragamine TSh-334, su cui furono installate cinque stazioni radio e due riceventi, mentre il comando delle forze da sbarco fu posto sul Kirov, e quello di riserva sul posamine Okhotsk. Il TSh-334 faceva da ponte tra le unità sbarcate a Shumushu e il comando del 2° Fronte dell’Estremo Oriente e della Flotta del Pacifico, a Petropavlovsk.

TSh-334

Il Capo di Stato Maggiore del battaglione della Fanteria di Marina G. Motosov, ricordò: “La formazione e la preparazione del battaglione avvennero il 15 e 16 agosto. Le forze provenivano da due divisioni, da una divisione di sottomarini, da unità logistiche e dei servizi della base navale, in totale 800 elementi incorporati nel distaccamento d’assalto per creare la testa di ponte per il 1° e il 2° scaglione della 101.ma Divisione di fanteria“. Lo sbarco avvenne con la copertura di caccia, sottomarini e siluranti, ma in condizioni climatiche difficili, alle 4:20 del 18 agosto. Le navi dell’avanguardia dovevano sbarcare 8363 soldati, 654 cavalli, 218 cannoni e mortai, 80 autoveicoli e 32 trattori. Il distaccamento avanzato del Maggiore P. Shutov consisteva in un battaglione di Fanti di Marina, una compagnia di mitragliatori, una di mortai, un plotone di chimici e uno da ricognizione. I marines occuparono tre trincee, e fu allora che i giapponesi dettero l’allarme. Motosov scrisse: “I proiettori falciarono la riva e l’artiglieria nemica iniziò a parlare. In risposta, le nostre navi aprirono il fuoco. La riva era vicina, ma a causa della fitta nebbia non era visibile. Diversi proiettili caddero sulla nostra nave, senza esplodere, ma l’attraversarono. Dopo aver abbassato la rampa, i marines saltarono in acqua. I primi a precipitarsi a riva furono M. Rjabinovich, V. Streltsov, A. Minchik e A. Vodynin… il sito dello sbarco scelto era quello giusto. Le coste dell’isola sono ovunque ripide, rocciose, fortificate. I punti di tiro posizionati in modo tale che dalla riva e dall’entroterra i giapponesi potessero incrociare il fuoco, sparando in qualsiasi direzione. Ma qui, tra i promontori Kokutan e Kotomari, dove scorreva un piccolo fiume, la spiaggia era sabbiosa“. Le difficoltà si ebbero in seguito, perché le stazioni radio si bagnarono e l’artiglieria navale e la batteria costiera della Kamchatka non potevano sparare senza essere guidate. I commando di Shutov erano armati solo di armi automatiche, granate, cannoni anticarro e mortai. Scontri particolarmente brutali scoppiarono sulle alture, lasciando 28 caduti. Fu lì che i marines N. Vilkov e P. Ilichev ostruirono le feritoie dei bunker. Caduti, divennero per la loro impresa eroi dell’Unione Sovietica alla memoria. Per più di cinque ore, le truppe sovietiche sbarcarono sotto il tiro dell’artiglieria nemica. 1 pattugliatore e 4 navi d’assalto andarono persi, 8 altre navi subirono gravi danni.
Dalle memorie di Ivan Alekseevich Bezdelov, soldato del 138.mo Reggimento di fanteria della 101.ma Divisione Fanteria di montagna: “Il 18 agosto 1945 all’alba, iniziò lo sbarco. Sbarcai col secondo battaglione, sul mezzo da sbarco 324. Quando si avvicinò alla riva, fu gettata la rampa, ma nel frattempo i giapponesi colpirono il motore e il mezzo su sospinto indietro mentre gettava l’ancora; il mezzo si allontanò dalla riva di 60-70 metri, complicando lo sbarco; ma nonostante ciò il battaglione sbarcò con gravi perdite. Il Capitano Lapatin, comandante del battaglione (o Lapshin, non ricordo il nome esatto), fu ucciso immediatamente sul ponte da un proiettile perforante. Il nostro gruppo avanzò a sinistra delle altezze attraversando la strada da Nagasaki (parte meridionale dell’isola) a quota 101, fortificata dai giapponesi e considerata inespugnabile. Tale quota era collegata da trincee all’altezza successiva, e ulteriori passaggi sotterranei finivano direttamente in mare. Nonostante l’inaccessibilità della quota, i soldati la presero. Soldati, sergenti e ufficiali mostrarono enorme eroismo, i soldati del Komsomol Vasilij Novikov, Grisha Astudin, Misha Trufanov e tutti gli altri, assieme al Capitano Savushkin, membro del PCUS, comandante della compagnia mitraglierei che operava nel gruppo d’assalto, furono insigniti col titolo di Eroe dell’Unione Sovietica (postumo) per eroismo e coraggio… Il nostro distaccamento… avanzò a sinistra col compito di tagliare la strada che da Nagasaki portava a Quota 101, da cui si lanciavano rinforzi e carri armati giapponesi. I carri armati dei giapponesi non raggiunsero la destinazione, dato che il primo carro fu distrutto dal cannone anticarro di un soldato del Komsomol del 138.mo (non ricordo il nome). I mortaisti giapponesi, presso il nostro distaccamento, ci vedevano, eravamo nel palmo della loro mano. Inoltre, la nostra artiglieria aprì il fuoco dal mare e i proiettili cominciarono a cadere presso la nostra posizione, eravamo presi dal fuoco incrociato… Ma comunque compimmo la missione. Nella seconda metà della giornata, i giapponesi compirono un attacco decisivo, gettando in battaglia tutti i loro carri armati. A costo di grosse perdite, avanzarono, ma non poterono ricacciare l’assalto in mare. La maggior parte dei carri armati fu distrutta da granate e armi anticarro, poi il fuoco dell’artiglieria navale fu puntato su di essi. Dei 60 carri armati 40 furono distrutti o danneggiati, in battaglia il comandante del reggimento corazzato giapponese fu ucciso. Ma questo successo fu a caro prezzo; circa 200 soldati caddero nella battaglia”. Solo nel pomeriggio, quando il tempo migliorò, gli aerei sovietici bombardarono le basi di Kataok e Kashiwabara. Allo stesso tempo, i giapponesi contrattaccarono con fanteria, carri armati e aerei, ma non poter

ono cambiare la situazione.
L’11.mo Reggimento carri armati giapponese, dotato di carri armati Chi-Ha e Shinhoto Chi-Ha, aveva il comando a Kataoka, assieme a 1.ma, 2.da e 6.sta compagnia. La 5.ta compagnia era situata a sud-est, e 3.za e 4.ta compagnie erano al centro dell’isola, a nord-ovest dell’aeroporto di Miyosino (più tardi aeroporto Kuzminovskij). La guarnigione giapponese si stava preparando alla resa agli statunitensi, quando le truppe sovietiche li colsero alla sprovvista. Alle 9:00 del 18 agosto, le forze sovietiche appena sbarcate arrivarono sul Monte Sirei-san (Quota 171, ora monte Severnaja), prendendolo alle 9:10. A quel punto, la 4.ta compagnia carri del capitano Ito Rikio raggiunse l’altezza da sud-est. I giapponesi sul versante orientale di Quota 165 avevano una batteria di cannoni Tipo 96 da 149 mm, che copriva lo stretto con le Curili. Sopra la batteria era collocato un bunker con mitragliatrici e un bunker con un cannone Tipo 38 da 105 mm. Sotto la batteria, c’è la strada che portava a Capo Kurbatov. Su questa strada arrivarono a 4.ta compagnia carri armati giapponese, con lo scopo di dividere in due la forza da sbarco sovietica. Alle 9:27, il comandante della compagnia mortai sovietici riferì all’ammiraglia della flottiglia da sbarco, Dzerzhinskij, di aprire il fuoco su Quota 165. Ne seguì la battaglia, in cui la Fanteria di Marina sovietica distrusse 7 carri armati giapponesi.
Dopo aver respinto l’attacco dei carri armati giapponesi, la forza di sbarco si consolidò ai piedi di Quota 171 e sul versante orientale di Quota 165. Le forze sovietiche avevano granate anticarro e 189 fucili anticarro PTRD, particolarmente efficaci sui carri armati giapponesi. La situazione dei militari giapponesi fu aggravata dal fatto che non avevano informazioni sulla consistenza della truppe da sbarco; Shumushu era coperta da una nebbia densa. Successivamente, altre 4 compagnie di carri armati giapponesi si mossero lungo il versante orientale di Quota 165, ma gruppo di marines, comandato dal Tenente A. M. Vodynin, si trovava sul pendio orientale. Vodynin e il Sergente S. I. Ryndin corsero verso i carri armati con fasci di granate, distruggendo vari mezzi. Un carro armato fu distrutto dal Sergente Babich, che rimase ferito; e mentre un carro armato giapponese cercava di schiacciarlo fu salvato dal Marines M. Vlasenko, che lo trascinò in trincea, prima di distruggere il carro armato nemico con una granata. Babich e Vlasenko furono considerati morti, in un primo momento, ma sopravvissero alla battaglia. Quindi, altri 7 carri armati giapponesi furono distrutti e i mezzi restanti furono costrette a ritirarsi. Avendo fallito tale manovra, il colonnello Ikeda Sueo decise di avanzare tra le due altezze, ma fu un attacco inutile e suicida.
L’11.mo reggimento carri, avanzò tra la nebbia e allo scoperto verso le trincee della prima linea di difesa sovietica dotati di fucili anticarro. Ad uno ad uno, 11 carri armati giapponesi furono colpiti, incendiati e crivellati di proiettili, soprattutto ai fianchi e alla torretta. Il colonnello Ikeda Sueo fu ucciso. Scrisse il Maggiore Shutov: “I carri armati si disposero in formazione da battaglia, avvicinandosi con un ruggito. Su uno di essi, nel boccaporto aperto, con in mano uno stendardo, c’era un ufficiale giapponese. Eravamo già pronti a respingere il contrattacco. Mortaisti e mitraglieri aspettavano solo il segnale per aprire il fuoco sulla fanteria nemica. I fucilieri anticarro della compagnia del Capitano Derbyshev si erano preparati a sparare ai carri armati. Ogni soldato aveva preparato fasci di granate. Fuoco! Esplosioni e raffiche si mescolarono al rombo dei carri armati. Sparando su tutto afferrai il fucile-mitragliatore e colpì la fanteria dietro i carri armati. Un tiro non meno intenso proveniva dai fianchi, dove le unità di Dajn e Inozemtsev erano situate. Il primo mezzo nemico si fermò, un altro esplose. In non più di due minuti, sei carri armati giapponesi stavano già bruciando. Tuttavia, gli altri si avvicinarono rapidamente. Vedo la faccia contorta di un ufficiale giapponese con uno stendardo. Premo il grilletto del mitragliatore. L’ufficiale cadde faccia in giù, e lo stendardo finì a terra. E un attimo dopo il carro si fermò. Fu un colpo del Sergente Kostylyov“. I 30 carri armati rimanenti, diretti dal capitano Ito Rikio, si raggrupparono per un nuovo attacco, che non ci fu. Il 19 agosto iniziarono i negoziati che si conclusero il 24 con la resa delle guarnigioni di Shumushu e Paramushir. Le forza da sbarco non solo respinsero l’attacco dei carri armati nemici, distruggendone più di un terzo, ma guadagnarono permettendo il dispiegamento dell’artiglieria pesante. Il dominio completo nell’aria da parte dell’Aeronautica sovietica lasciò poche possibilità ai giapponesi di Shumushu e Paramushir.
Ecco cosa scrisse il giornale Kamchatskaja Pravda: ““Patria, caro compagno Stalin! Andiamo in battaglia nel nome della nostra vittoria e della felicità del nostro popolo. In battaglia, non disonoreremo la gloria delle armi sovietiche e adempieremo pienamente al nostro dovere militare. Daremo tutte le nostre forze e, se necessario, le nostre vite a beneficio della nostra amata Patria. E arrivò il momento in cui le parole del giuramento si sarebbero avverate. Il Sergente Maggiore Stepan Ryndin si avvicinò per la prima volta al carro di testa e vi gettò un fascio di granate. Il mezzo fu danneggiato. Ma Ryndin fu gravemente ferito. Superando il dolore lancinante, assaltò coraggiosamente il carro armato per finirlo con l’ultima granata. Il coraggioso marines fu colpito dalla mitragliatrice nemica di coda. Diversi carri armati esplosero. Sulla loro strada vi erano altri fanti di marina. Coraggiosamente entrarono in combattimento contro i corazzati. Armato con granate ed esclamando: “Per la Patria!”, “Per Stalin!”, uno si gettò sotto i cingoli, altri spararono a bruciapelo agli equipaggi dei carri armati attraverso i fori d’ispezione. La morte eroica colse il Tenente Aleksandr Vodynin e il Sergente Maggiore Ivan Kobzar. Diedero la vita per il bene dell’amata Patria, in nome della vittoria sul nemico. Uno dopo l’altro, i carri armati andarono in fiamme. L’aria odorava di bruciato. Dopo le prime scaramucce coi fanti di marina, i carristi giapponesi non osarono più attaccare frontalmente. Fecero ricorso ad intricate manovre, ma nulla poté salvarli: dappertutto trovarono la morte”.
Nell’assalto a Shumushu, caddero 216 marines, 8 annegarono, 28 morirono per le ferite. Il 19 agosto, il comando del gruppo nord dell’esercito giapponese inviò dei parlamentari. Dopo lunghi negoziati, il comando giapponese firmò la resa incondizionata e promise, per la mattina del 20 agosto, d’inviare dei piloti per guidare le navi sovietiche nello stretto delle Curili. Tuttavia, al mattino non si presentarono e quando le navi sovietiche entrarono nello stretto, 4 batterie e gli aerei giapponesi aprirono il fuoco. La nave posamine Okhotsk fu danneggiata, e 15 marinai furono uccisi e feriti. Successivamente, la 128.ma Divisione aerea sovietica bombardò le strutture nemiche sulle isole. Solo il 22 agosto alle 14 in punto le truppe giapponesi si arresero. Il 23 agosto, a Shumushu furono catturati 3 generali, 525 ufficiali, 11700 soldati. I combattimenti, che durarono cinque giorni, finirono. I giapponesi persero 1150 soldati. Nel 1945, i lavoratori del cantiere navale di Petropavlovsk posero nella piazza centrale della città, un obelisco su piedistallo di granito, coronato da una stella a cinque punte su cui è iscritto: “Il ricordo di voi, che avete riportato alla madre patria le isole Curili, sopravviverà nei secoli“.
La battaglia per Shumushu fu la più aspra dell’intera guerra col Giappone. I sovietici ebbero 1567 caduti e feriti, tra cui 290 soldati caduti e dispersi (molto probabilmente affogati durante lo sbarco) e 384 feriti (il personale delle navi ebbe rispettivamente 134 caduti e 213 feriti). Quando la guarnigione delle isole di Shumushu e Paramushir si arrese, circa 13000 soldati e ufficiali nemici furono catturati, assieme a 45 carri armati, 66 cannoni e numerose attrezzature. Nella base navale di Kataoka, 1400 marinai giapponesi deposero le armi. Il Kamchatskaja Pravda descrisse la resa dei giapponesi nell’agosto del 1945: “Nei primi giorni dei negoziati sulla resa, i giapponesi mantennero aria di sfida e sfacciataggine. Dopo il disarmo, si ebbe un cambiamento drammatico. Ora ad ogni turno sottolineavano con forza umiltà e sottomissione. Non conoscendo i giapponesi, si sarebbe potuto pensare che uno stormo di sciacalli assetati di sangue si sia reincarnato in veri angeli. Questa trasformazione magica è avvenuta, come si suol dire, ai nostri occhi, all’istante. Il loro pentimento, i giapponesi, in particolare degli ufficiali, fu in ogni modo esagerato. Rinunciarono ai loro tradizionali comandi di rapina. Gettarono via varie pubblicazioni che abbondantemente riempivano alcune biblioteche, in quanto inutili. Mucchi di libri sotto forma di spazzatura caotica furono scaricati in burroni e pozzi. I giapponesi buttarono giornali e riviste che recavano falsi testi antisovietici. Nascosero e bruciarono le mappe del “grande impero giapponese fino agli Urali”. Distrussero frettolosamente le immagini più stupide raffiguranti un galante samurai che, con il calcio del fucile, spaccava un carro armato sovietico e con un dito trafiggeva un aereo con la stella rossa. In breve, i giapponesi distrussero tutte le prove, tutte le tracce dei loro crimini, tutto ciò almeno che in qualche modo somigliasse alla loro ostilità nei confronti del popolo sovietico. Ora dalla bocca del samurai era spesso possibile ascoltare lamentele di pentimento, ogni espressione d’amore e sentimenti amichevoli nei confronti dell’URSS. Ma il popolo sovietico, che ha visto così tanti vili nemici traditori, era difficile da ingannare. Inoltre, dietro la maschera dell’obbedienza e dell’amicizia immaginaria, i giapponesi non potevano nascondere le loro abitudini. E queste abitudini, come un rutto da ubriacone, si fecero sentire sempre ad ogni passo”.
50442 soldati e ufficiali giapponesi furono disarmati e catturati nelle isole Curili, inclusi 4 generali (circa 10000 giapponesi furono evacuati in Giappone), oltre a 300 cannoni e mortai, circa 1000 mitragliatrici, 217 veicoli e trattori. Infine, lo sbarco programmato su Hokkaido fu cancellato su istruzioni di I.V. Stalin. L’operazione per conquistare le Curili meridionali, le isole Iturup, Kunashir, Shikotan e Habomai, iniziò il 28 agosto. Su queste isole le guarnigioni giapponesi non opposero resistenza. Su Iturup, l’89.ma Divisione di fanteria dispiegava 13500 uomini, ed insieme al tenente-generale Keito Ugawa, suo comandante, si consegnò. Lo stesso fece la guarnigione di Kunashir di 1250 soldati e ufficiali. Su Shikotan, la 4.ta Brigata di fanteria del generale Dzio Doi, 4800 soldati, si consegnò. Il 5 settembre, le Curili furono prese dalle truppe sovietiche.Matua
Dopo la guerra, gli Stati Uniti erano molto desiderosi di prendersi l’isola di Matua, situata al centro dell’arcipelago delle Curili. Una possibile ragione di tale interesse era l’eccellente aeroporto che poteva essere usato con qualsiasi direzione del vento. Secondo una versione abbastanza affidabile, le piste erano riscaldate dalle terme vulcaniche e potevano essere utilizzate tutto l’anno. Tuttavia, l’astuta offerta di Truman a Stalin di cambiare Matua con una delle isole Aleutine non fu accettata. Matua è l’isola più misteriosa delle Curili. Secondo Evgenij Vereshagh e Irina Viter, che per molti anni la studiarono, Matua fu custodita dalla guarnigione giapponese, prima di arrendersi alle truppe sovietiche il 25 agosto, guidata dal colonnello Ledo. Tuttavia, è noto da fonti giapponesi che dal febbraio 1945 fu attuato un “piano Katz” dal Giappone, secondo cui era necessario evacuare dalle isole Curili tutto ciò che era possibile, e il resto andava sepolto. Attrezzature, macchinari, materie prime. Nel febbraio-marzo 1945, il piano Katz fu attuato anche a Matua. Dall’inizio dell’operazione delle Curili e prima della presa dell’isola da parte della squadra da sbarco sovietica, i giapponesi ebbero abbastanza tempo per nascondere e conservare gli elementi più importanti e preziosi. Sorprendentemente, a giudicare dall’inventario delle armi e delle attrezzature sequestrate sull’isola, le forze da sbarco sovietiche non trovarono alcun velivolo, carro armato o cannone. Su 3811 soldati e ufficiali giapponesi arresisi, c’erano solo 2147 fucili. Piloti, marinai e artiglieri scomparvero da qualche parte e furono catturati solo operai e personale ausiliario. So confronti ciò coi trofei di Shumshu, assaltata improvvisamente il 18 agosto, dove furono trovati più di 60 carri armati. Ma le piste dell’aeroporto erano perfettamente conservate. Intorno all’aerodromo furono trovati centinaia di bidoni etichettati Kraftstoff Wehrmacht 200 Ltr. (“Combustibile per la Wehrmacht da 200 litri”). I bidoni recavano le date dal 1939 al 1945. I sommergibili della Kriegsmarine tedesca facevano tappa a Matua, che aveva numerose strutture difensive: bunker, fortini, postazioni d’artiglieria e decine di chilometri di trincee e fossati, oltre a speciali “bunker” dagli scopi sconosciuti. Secondo una tesi, i giapponesi avrebbero lavorato su una nuova arma chimica o batteriologica. Forse le strane costruzioni dal complesso sistema di condotti d’aria e potenti chiuse d’acciaio erano dei laboratori segreti. Come quelli di Harbin, sul territorio della Repubblica Popolare Cinese. Il distaccamento 731 era impegnato nello sviluppo di armi chimiche e batteriologiche, e le strutture su Matua ricordano il laboratorio del distaccamento 731. Tra i reperti ritrovati su Matua vi sono apparecchiature chimiche, centrifughe, provette, dispositivi ignoti, sensori, manometri… resti di attrezzature della guarnigione o trasportate dai sottomarini tedeschi. E nello stretto tra Matua e l’isola Toporkovij si trovano i relitti delle navi da trasporto Royo Maru, Iwaki Maru e Khiburi Maru, silurate dal sottomarino statunitense SS-233 Herring.Sakhalin
Il 28 agosto, le forze del 2° Fronte dell’Estremo Oriente liberarono Sakhalin meridionale e, insieme al Distretto della Difesa della Kamchatka e alla Flotta del Pacifico, liberarono le isole Shimshiri (Sineiru-to), Urup (Etorrofu) nelle Curili meridionali. La 2.da Brigata Fucilieri, dopo aver navigato per 300 chilometri, sbarcò a Urup e Iturup. Dai prigionieri si apprese che per costruire le fortificazioni su Urup, i giapponesi aveva impiegato 12000 prigionieri cinesi. Il 30 agosto, nel nord dell’isola, nella baia di Mishawa, la guarnigione di 6000 soldati giapponesi si arrese. Il 31 agosto, le isole Curili settentrionali e centrali erano sotto il controllo sovietico. Il 56.mo Corpo Fucilieri ebbe 527 caduti e 845 feriti, le perdite giapponesi ammontavano a 1200 caduti. In Estremo Oriente, dal 9 al 23 agosto 1945, le truppe sovietiche catturarono più di 594000 soldati e ufficiali giapponesi, e ne eliminarono 84000, subendo 8219 caduti e 22264 feriti. Scrisse il giornalista Alexander Werth da Mosca: “Il 17 agosto, il Maresciallo Vasilevskij inviò un ultimatum al comandante dell’Armata del Kwantung chiedendo la resa entro mezzogiorno del 20 agosto. La capitolazione fu annunciata coll’ordine di Stalin del 22 agosto. Il comando sovietico impiegò estesamente truppe aviotrasportate, in particolare per la presa di Dairen e Port Arthur. Inviarono truppe in Corea del Nord. La Flotta del Pacifico svolse un ruolo importante nelle operazioni con cui furono occupate le isole Sakhalin e Curili, qui gli sbarchi sovietici incontrarono una resistenza particolarmente ostinata dei giapponesi, durata molto tempo dopo la resa ufficiale. La fine della guerra col Giappone era una questione di secondaria importanza (era già dietro l’angolo), la cosa principale era fermare i sovietici in Asia e trattenerli in Europa orientale“. Questa fu la conclusione politica della strategia statunitense dal 1945 che diede a Stalin il diritto di negare la richiesta degli Stati Uniti d’America di utilizzare le isole Curili come basi aeree. Non è escluso che fu allora che Mosca decise di costruire strutture militari nella Chukotka e di mantenervi grandi contingenti di truppe sovietiche.
Il comando giapponese in Manciuria, Corea, Sakhalin e Curili aveva, all’inizio dell’agosto 1945, 1 milione e 40mila soldati con 2000 aerei, 600 cannoni, 1200 carri armati, unità suicide di kamikaze, mentre le forze sovietiche aveano una superiorità di 1,2 volte in soldati; di 4,8 volte in carri armati ed artiglieria; 1,9 volte in aerei. Furono creati tre fronti: Transbajkal, 1° e 2° Estremo Oriente. La concentrazione di forze nella regione Asia-Pacifico, ai confini dell’URSS, fu propedeutico all’8 agosto 1945, quando l’URSS dichiarò guerra al Giappone. Il 17 agosto l’imperatore Hirohito disse alla nazione: “…Ora che la Russia è entrata in guerra, la continuazione della guerra dal punto di vista della situazione interna ed estera nel nostro Paese potrebbe portare alla perdita delle fondamenta del nostro impero. Così mi sono rivolto ad America, Inghilterra e Russia con la proposta per concludere la pace“. Il 16 agosto, in una conferenza stampa, il presidente degli Stati Uniti Truman affermò che il Giappone non sarebbe stato diviso in zone di occupazione, come la Germania, ma sarebbe stato sotto il controllo degli USA. Due anni dopo chiese al governo sovietico di cedere agli Stati Uniti delle basi sul territorio delle isole Curili, “per scopi militari e commerciali”. La risposta dell’URSS fu un categorico “No!”.Il 30 settembre 1945, col decreto del Presidium del Soviet Supremo dell’URSS, fu istituita la medaglia “Per la Vittoria sul Giappone” assegnata ai soldati dell’Armata Rossa, della Marina, della Flottiglia del fiume Amur e del NKVD e al personale civile che parteciparono alle operazioni contro i giapponesi. Il 2 febbraio 1946, il decreto del Presidium del Soviet Supremo dell’Unione Sovietica dichiarò possesso statale su Sakhalin meridionale e isole Curili. Nel 1947, furono incluse nella Juzhno-Sakhalin, in seguito regione di Sakhalin della RSFSR. Accettando questa decisione, nel 1951 il governo giapponese firmò il trattato di pace di San Francisco che affermava chiaramente: “Il Giappone rinuncia a tutti i diritti, titoli e rivendicazioni sulle isole Curili, sull’isola di Sakhalin e sulle isole adiacenti, la cui sovranità il Giappone acquisì col trattato di Portsmouth del 1905”. Il Presidente della Duma di Stato B.V. Gryzlov, al 60° anniversario della sconfitta del Giappone militarista, indicò la ragione per cui il Giappone dichiarò il desiderio della pace: “… non furono gli attacchi atomici su Hiroshima e Nagasaki (l’imperatore non li menziona nemmeno), ma l’ingresso in guerra dell’URSS“.Fonti:
Foto History
Kataoka Bazu
Kolyma Story
Russkie Vesti
Sakhalin Museum

L’opzione acconciatura di Sansone

John Helmer, 28 aprile 2018

Putin e Shmakov

All’inizio di aprile il Presidente Vladimir Putin credeva di poter posporre le risposte strategiche della Russia allo stato di guerra che gli Stati Uniti intensificano. Ne sarà deluso. Il 6 aprile, il Tesoro degli Stati Uniti annunciava l’esclusione del monopolio di Stato United Corporation Rusal dagli affari non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo. È dal 26 luglio 1941, quando il presidente Franklin Roosevelt congelò i beni giapponesi negli Stati Uniti e proibì ogni scambio col Giappone, specialmente su metalli e petrolio e tutte le transazioni in dollari USA, che lo Stato USA non tenta una cosa del genere contro una grande potenza rivale. Roosevelt lo calcolò come passo dissuasivo alla guerra tra USA e Giappone. Tutti sanno ora che fu l’errore di calcolo che portò il Giappone a decidere l’attacco preventivo contro la Marina degli Stati Uniti a Pearl Harbor, cinque mesi dopo. C’è un altro precedente dell’atto di guerra del Tesoro USA contro la Russia. Il 21 novembre 1806, quando Napoleone emanò il decreto di Berlino, vietando l’esportazione di merci inglesi in Europa o altri Stati controllati dall’esercito francese, o le importazioni di merci da cui la Gran Bretagna dipendeva dal suo impero. Troppo debole per sconfiggere la marina inglese o invadere le isole britanniche, Napoleone optò per le sanzioni economiche, vendicandosi del blocco commerciale imposto dalla marina inglese alle coste francesi da maggio di quell’anno. “Si ha ragione“, Napoleone dichiarò per giustificare il suo blocco, “di opporre al nemico le stesse armi che usa, combattendo come esso, quando ogni idea di giustizia e sentimento liberale (il risultato della civiltà degli uomini) viene scartata“. Gli inglesi estesero la guerra oltre le operazioni militari, e Napoleone aggiunse nel suo decreto: “non può essere esteso a nessuna proprietà privata, né a persone che non siano militari, e finché il diritto di blocco non sia limitato a luoghi fortificati, in realtà investiti da forze competenti“. Il blocco continentale, così lanciato, durò fino alla prima abdicazione di Napoleone nell’aprile 1814. Il quattordici di questo mese gli Stati Uniti attaccavano la Siria, concordando con lo Stato maggiore russo per evitare forze e obiettivi della difesa russi. L’attacco fu un fallimento, ma con le continue operazioni israeliane contro obiettivi siriani, iraniani e russi, a Putin fu chiesto dallo Stato maggiore e dal Ministro della Difesa Sergej Shojgu d’autorizzare il dispiegamento di difese missilistiche S-300 per dissuadere e distruggere nuovi attacchi. Putin ritardava la decisione. Poi, il 25 aprile, le forze statunitensi irruppero nel consolato russo a Seattle. Il secondo attacco del genere degli Stati Uniti sul territorio diplomatico russo; quello precedente del 2 settembre 2017 fu contro il consolato russo a San Francisco e gli uffici della missione commerciale russa a Washington e New York. Il Ministero degli Esteri russo definiva le azioni statunitensi “invasione illegale” e violazioni della Convenzione di Vienna, ma non atti di guerra. Nell’ultimo mese Putin convocava il Consiglio di sicurezza solo due volte. Il primo il 6 aprile, per discutere, secondo il comunicato del Cremlino, i piani per il controllo delle frontiere. Il secondo il 19 aprile, su cui il Cremlino riferì la discussione “dei recenti attacchi aerei occidentali… e misure per impedire inondazioni e incendi”. Putin prese diverse decisioni importanti, ma nella dacia di Novo-Ogarjovo, e per ragioni mantenute segrete.
Su Rusal è ormai chiaro che il presidente ha detto al portavoce Dmitrij Peskov di definire l’attacco alla compagnia “illegale”, ma non atto di guerra. Putin rifiutava di nazionalizzare Rusal incontrando uno dei sostenitori di questa opzione, il capo dei sindacati russi Mikhail Shmakov. Invece, senza rivelare i contatti con Oleg Deripaska, Putin decise di delegargli l’iniziativa in risposta alle sanzioni del 6 aprile. Ciò fu confermato anche dal Ministro delle Finanze Anton Siluanov, che Putin chiamò presso la dacia il 17 aprile, insieme al consigliere economico del Cremlino, al Ministro per lo Sviluppo Economico e alla Presidentessa della Banca centrale. A Siluanov fu detto d’incontrare il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti Stephen Mnuchin a Washington e vedere quale accordo il Governo degli Stati Uniti accettasse per Deripaska e i suoi soci azionari della famiglia Eltsin per mantenere il controllo di Rusal; e allo stesso tempo togliere Rusal dall’embargo commerciale globale. Per i dettagli dei negoziati del 20 aprile, leggasi questo. Per le partecipazioni della famiglia Eltsin con Deripaska, qui. Ciò che fu nascosto dei regimi azionari e dei beneficiari di Rusal può essere seguito qui. Siluanov tornò da Washington e riferì a Deripaska. Il 26 aprile, Deripaska presentò una domanda all’Ufficio di controllo dei beni esteri (OFAC) presso il Tesoro per l’estensione della riorganizzazione; Mnuchin l’aveva già annunciato tre giorni prima, il 23 aprile. Mnuchin aveva detto a Siluanov che l’obiettivo della sanzione non era Rusal, ma l'”interesse di Oleg Deripaska”, come diceva il comunicato stampa del Tesoro. Devono ancora concordare su ciò che Mnuchin accetterà in disimpegno. Deripaska poi annunciava che “concordava in linea di principio [sic]… a ridurre la partecipazione nella Società a meno del 50%. Inoltre, in concomitanza cogli sforzi per impegnarsi con l’OFAC, Deripaska accettava… di dimettersi dal Consiglio acconsentendo alla nomina di alcuni nuovi direttori in modo che il Consiglio comprenda la maggioranza dei nuovi direttori indipendenti (sic)“. Deripaska persuase il Financial Times a titolare: “Deripaska accetta di rinunciare al controllo di Rusal colpita da sanzioni“. Nessuno a Mosca, neanche il presidente, ci crede. Silenziosamente, Putin decise di proteggere Deripaska; non definendo l’attacco statunitense a Rusal atto di guerra; e di testare gli USA con un’offerta di armistizio limitato. I banchieri internazionali vicini agli affari russi credono che sia un’illusione e che l’armistizio cogli Stati Uniti sia tutt’altro che temporaneo; perseguirlo è un errore sulle intenzioni degli Stati Uniti, aggiungono le fonti. Avvertono che ci saranno nuovi attacchi. “Gli oligarchi“, dicono le fonti, “saranno esclusi dal commercio statunitense a meno che non scelgano o di tornare in Russia e affrontare un futuro molto diverso da quello di cui godevano finora; o lasciare la Russia per passare agli statunitensi, perdendo ciò che possiedono in Russia. Non c’è posizione intermedia. Questa è la strategia economica degli Stati Uniti. Non esiste precedente di un attacco del genere. Putin non è preparato”.
Decidendo contro la nazionalizzazione di Rusal, una delle fonti internazionali sostiene che Putin evitava il passo di Napoleone sul fronte economico. In Siria, credono fonti militari a Mosca, Putin ha optato per un passo in meno all’estensione della difesa missilistica russa oltre le basi aeree e navali russe coprendo il territorio controllato dal governo di Bashar al-Assad. Questo fu discusso da Putin col Capo di Stato Maggiore Valerij Gerasimov e il Ministro della Difesa Sergej Shojgu il 20 aprile. I militari russi chiesero al presidente il via libera per dispiegare le batterie di missili S-300 per coprire le forze siriane e iraniane contro gli attacchi di Stati Uniti e Israele. Ritengono che le minacce israeliane alle batterie S-300 non appena saranno operative sono un bluff che la Russia deve chiamare affinché le posizioni in Siria e l’Iran stesso non subiscano un nuovo attacco dalla combinazione statunitense-israeliana. Testare la minaccia in Siria, sostengono, è l’opzione meno minacciosa e meno costosa che non incoraggiare statunitensi ed israeliani a preparare l’offensiva contro l’Iran. Putin non sarebbe d’accordo. Per rispondere alla riluttanza di Putin, Stato Maggiore e Ministero della Difesa russi escogitavano un passo in meno all’S-300, ma con potere difensivo sufficiente ad intercettare o scoraggiare attacchi aerei statunitensi e israeliani. Questo è il dispiegamento di altri sistemi di guerra elettronica russa con la capacità di bloccare i segnali di sorveglianza, puntamento e comando degli attaccanti. È l’opzione Acconciatura di Sansone, privare il gigante del controllo della potenza di fuoco, accecarlo. L’edizione del 26 aprile di Vzglyad, sito di Mosca, rivela da fonti aperte, anche statunitensi, come funzionerebbe questa opzione.

Come i complessi da guerra elettronici russi interferiscono sui militari statunitensi in Siria
Andrej Rezchikov e Nikita Kovalenko, VZ, 26 aprile 2018

Belusov, Siluanov, Putin, Oreshkin e Nabjullina

A causa delle azioni del nostro avversario non identificato, oggi, i nostri militari in Siria si trovano nell’ambiente elettromagnetico più aggressivo del pianeta“, sottolineava un generale statunitense. È chiaro che tale nemico è la Russia che utilizza attivamente mezzi EW nella RAS. Quali sono questi complessi EW russi e perché gli statunitensi ne hanno paura? Il capo del Comando delle operazioni speciali degli Stati Uniti, generale Raymond Thomas, in un simposio chiuso GEOINT 2018 si è lamentato che gli “avversari” bloccano i sistemi degli aerei statunitensi in Siria. Non ha specificato quali “avversari” intendesse, ma definiva la situazione di guerra elettronica “la più aggressiva del mondo”. Tuttavia, Drive, citando il generale, espresse la convinzione che parlasse della Russia. “Ci mettono alla prova ogni giorno, sopprimono le nostre comunicazioni, disattivano i nostri velivoli d’attacco AC-130“, aggiunse Raymond Thomas. In precedenza, NBC citando funzionari statunitensi riferiva che la Russia bloccava i segnali radio dei droni statunitensi in Siria, colpendo in modo significativo le operazioni statunitensi. I militari russi presumibilmente iniziarono a interferire coi droni statunitensi “dopo una serie di presunti attacchi chimici nel Guta est“. Il direttore della rivista “Arsenale della Patria” Aleksej Leonkov non crede che ci sia una situazione senza precedenti in Siria nell’utilizzo dell’EW. “In effetti, l’abitudine degli statunitensi di combattere con un avversario debole ne ha risentito. Dal 1991, gli Stati Uniti hanno condotto tutti i loro conflitti contro Stati la cui EW era debole o inesistente“. Secondo Leonkov, ora gli Stati Uniti sono chiaramente inferiori alla Russia nell’efficacia delle attività EW, principalmente perché hanno smesso di prestare la dovuta attenzione a queste tecnologie. Negli anni ’90, durante la prima guerra nel Golfo Persico, gli statunitensi usarono pesantemente mezzi EW, l’allora l’esercito iracheno era sufficientemente sviluppato, e non era necessario permettere alla difesa aerea e alla ricognizione di rilevare truppe statunitensi nell’azione principale d’attacco, ricorda l’esperto. Ma poi si rilassarono sviluppando un solo sistema EW per gli aerei F-18, a copertura dei raggruppamenti aerei, notava Leonkov. “La Russia non si è fermata. E ora gli statunitensi, quando videro i nostri complessi EW, riconoscono che sono tra i migliori del mondo“. “La particolarità dei mezzi di comunicazione statunitensi è che operano su banda K, che conosciamo molto bene, ecco perché i complessi EW operano su questa gamma, bloccando ed intercettando tutti i segnali“, osservava Leonkov. Inoltre, gli statunitensi in Siria usano principalmente aerei EW, e la Russia vi ha dispiegato complessi terrestri. “I complessi terrestri saranno sempre più potenti di quelli aerei per le fonti energetiche“. Ciò fu detto molto tempo fa dall’ex-capo della EW dell’esercito statunitense, Laurie Bakhkhut: “Il nostro problema più serio è che non abbiamo combattuto per diversi decenni nelle condizioni di soppressione delle comunicazioni, quindi non sappiamo come combattere in questo modo. Non abbiamo tattiche, tecniche d’azione e ordine della loro attuazione, ma neanche preparativi per condurre operazioni di combattimento in assenza di comunicazioni“.
Nel Consiglio della Federazione dopo le dichiarazioni del generale Thomas si osservava che Mosca non ha nulla a che fare con la disattivazione dei sistemi elettronici degli aerei statunitensi in Siria. “Non so chi intendano per avversari, ma la Russia non ha nulla a che farci, sono affermazioni infondate“, dichiarava il Primo Vicepresidente del Comitato del Consiglio della Federazione su Difesa e Sicurezza Evgenij Serebrennikov. Tuttavia, il fatto che Mosca neghi il coinvolgimento nell’impatto sulle attrezzature militari statunitensi non significa affatto che non utilizzi mezzi EW in Siria. In particolare, riflettendo sui recenti raid per cercare d’attaccare la base aerea russa di Humaymim, insieme ai missili antiaerei e ai sistemi Pantsir-S si utilizza attivamente l’EW. Secondo la fonte di Izvestia nella Direzione delle Operazioni Principali dello Stato Maggiore, dopo aver rilevato il pericolo a una distanza di circa 10 km, il complesso EW attutiva il segnale GPS in una certa area e disabilitava il sistema di navigazione e controllo per i droni. L’alta efficienza dei mezzi russi nella EW nel respingere l’attacco dei droni fu vista dall’esperto inglese Roger McDermott. È convinto che la Russia abbia massimizzato le possibilità di guerra elettronica, avendo raggiunto risultati impressionanti. Secondo lui, a differenza della NATO, la Russia ha integrato il comando truppe, comunicazioni, intelligence, spazio, e guerra cyber ed elettronica. All’inizio di gennaio, 13 droni con bombe artigianali attaccarono la base aerea di Humaymim e la base navale di Tartus, e sette furono distrutti dai complessi di Pantsir-S e altri sei intercettati dalle unità EW. Alcuni esperti suggerirono che nell’ultimo attacco missilistico statunitense alla Siria, la radio-soppressione fu utilizzata per intercettare parte dei missili che semplicemente non raggiunsero l’obiettivo. Allo stesso tempo, alcuni esperti lo contestano, data la complessità dei sistemi di soppressione radio dei Tomahawk.
Come opera esattamente l’EW della Russia in Siria? Non ci sono informazioni dettagliate su questo argomento nella stampa aperta, a causa del regime di segretezza. Tuttavia, la stampa ebbe ripetutamente informazioni, anche grazie all’attività dei blogger siriani che hanno ripetutamente fotografato campioni di armi russe. Quindi, venne riferito del trasferimento a Humaymim di complessi terrestri di soppressione elettronica “Krasukha” ed elicotteri Mi-8 con complessi d’interferenza attiva “Lever-AV“. Alla fine di marzo il Ministero della Difesa russo trasferì in Siria gli avanzati elicotteri Mi-8 MTPR-1. Poco si sa di questi mezzi. “Krasukha” è prodotto in serie dal 2011, ed ha avuto diverse modifiche. La versione più potente è Krasukha-4, che “uccide” i radar aerei, anche di droni e missili da crociera. E il “killer elettronico” “Lever-AV” dagli ultimi sviluppi entrava in servizio solo nel 2016. Disabilita non solo gli strumenti di navigazione degli aerei, ma anche dei droni e missili da crociera. Secondo alcuni osservatori, la Siria ha utilizzato il complesso da ricognizione EW Moskva-1, progettato per rilevare e seguire le sorgenti di radiazioni aeree su varie gamme di frequenze radio entro un raggio di 400 chilometri. Inoltre, secondo il quotidiano Vzgljad, i mezzi EW equipaggiano aerei Su delle varie versioni utilizzate in Siria. In particolare, famoso per i miti sulla soppressione dei sistemi del cacciatorpediniere “Donald Cook“, il complesso “Khibinij” progettato per interferire sui mezzi elettronici. Come notato gli esperti, infatti, la capacità di questo complesso è molto limitata e non è basta “stordire” i cacciatorpediniere statunitensi. Cosa può fare davvero l’EW? L’esperto Dmitrij Drozdenko notava che tali mezzi attutiscono i canali di comunicazione, e alle frequenze usate dall’esercito statunitense per scambiare informazioni, si verificano interferenze. “Di conseguenza, le informazioni non fluiscono tra i centri di controllo e le unità da combattimento, infatti le forze vengono accecate. Se un’installazione radar cerca un bersaglio e traccia lo spazio attorno a sé, allora vede non solo i veri obiettivi, ma anche un gran numero di falsi“, spiegava. Aleksej Lenkov notava che tutti i sistemi EW operano con lo stesso principio: eseguono compiti di ricognizione, cioè determinano frequenze, modalità di comunicazione e navigazione e posizione. Dopo, il segnale inizia ad essere disturbato. “La potenza di questi segnali è maggiore di quella dei dispositivi riceventi e trasmittenti, e quindi viene eseguito un affidabile blocco di comunicazioni, ricognizione e navigazione“, spiegava l’esperto. Come notato dal generale Thomas, l’aereo AC-130 è molto vulnerabile all’impatto da EW. Il Lockheed AC-130 è una cannoniera volante di supporto diretto delle unità a terra sul campo di battaglia, basato su un velivolo da trasporto C-130 equipaggiato con diversi pezzi di artiglieria. Questo aereo dipende molto dal supporto delle forze alleate e, se si bloccano i canali di comunicazione, di notte non potrà identificare gli obiettivi, e di giorno distinguere i nemici. Questo significa che se attacca, rischia di colpire le forze alleate. Inoltre, secondo il generale, vi è il pericolo che i mezzi russi da guerra elettronica influenzino anche l’aereo EC-130H Compass Call, che come compiti il rilevamento dei segnali nemici e il trasferimento dei dati agli alleati per colpire. Tuttavia, i mezzi EW del nemico possono hackerarlo, inviando ad attaccare truppe statunitensi. Bloccare coi segnali EW trasmettitori e ricevitori GPS rende impossibile ad aerei e navi da guerra non solo attaccare bersagli, ma anche a creargli problemi nella navigazione, notava lo statunitense. Inoltre, la guerra radioelettronica permette d’interrompere le comunicazioni degli operatori coi droni, comportandone la perdita.
Il generale Thomas notava che ora la Russia non usa la EW in Siria a pieno regime, e se iniziasse gli Stati Uniti perderebbero tutte le comunicazioni nella regione. L’ex-capo dell’EW dell’Esercito degli Stati Uniti, Laurie Bakhkhut, fece notare che gli Stati Uniti non hanno le ampie capacità da EW della Russia. “Abbiamo un’ottima ricognizione radio e possiamo ascoltare tutto e tutti, ma non abbiamo un decimo delle loro capacità nel disattivarle“, affermava. Cosa induce i generali statunitensi a tale autocritica e ai commenti lusinghieri sui sistemi russi? Ciò potrebbe essere mirato, ad esempio, a tentativi di bloccare ulteriori fondi al bilancio militare, alle audizioni al Senato che, in proposito, si svolgeranno presto.Traduzione di Alessandro Lattanzio