Russia-Turchia: accordarsi senza fiducia è facile

MK Bhadrakumar Asia Times 13 luglio 20161234572Il pregiudizio contro i turchi come opportunisti ed inaffidabili, anche se esotico, è profondamente radicato nella psiche europea. Già William Shakespeare in Otello usa la parola “Turco” in tal senso. Un recente sondaggio ha rilevato che solo il 9% dei tedeschi ritiene che la Turchia possa essere un “partner affidabile” per l’Europa. Orgoglio e pregiudizio sono duri a morire. Ma Russia e Turchia hanno un diverso “approccio”: la fiducia reciproca è veramente importante nelle relazioni tra Stati con tanti interessi comuni? Dopo tutto, hanno combattuto delle guerre, non crociate contro l’altro. Il famoso sociologo, filosofo e politologo russo Aleksandr Dugin ha recentemente applicato la cartina di tornasole del pragmatismo sui rapporti tesi della Russia con la Turchia. Dugin ha detto: “C’è un sentimento filo-russo in Turchia, ed è molto serio. La Turchia dipende dalla Russia su turismo, economia, energia e molti problemi dal punto di vista della geopolitica. Pertanto, la Turchia non potrà mai esacerbare drasticamente le relazioni con la Russia, anche se a volte non sono così buone”. Dugin, voce influente a Mosca, ha sottolineato che la Russia ha posizioni con la Turchia in parte coincidenti ma, soprattutto, la Russia non ha piani contro la Turchia, anche se ha piani geopolitici in Siria per fare del Paese una base: “Il nostro obiettivo è la liberazione della Turchia dalle influenze statunitensi e qatar-saudito-islamiste, mentre ci presentiamo semplicemente da polo della politica globale… Ma questo non significa che agiamo contro la Turchia. La Turchia gioca il suo gioco e, pertanto, la ‘difesa’ (della Russia) è in realtà diretta contro la NATO. Essendo la Turchia membro della NATO, questa “difesa” è diretto contro di essa, non contro la Turchia Stato-nazione, ma contro la NATO quale blocco ostile che vuole riconquistare l’egemonia globale”. Dov’è la necessità della “fiducia” in un complicato gioco geopolitico? Probabilmente, anche la Turchia lo sa.

Turchia come ‘buon vicino’
Così, il primo ministro turco Binali Yldirim ha dichiarato che la Turchia intende ricucire i legami con tutti i vicini, anche la Siria, e che la Turchia non ha “alcuna ragione” di combattere contro la Siria. Allo stesso modo, ha detto, i popoli russo e turco sono infelici delle relazioni tese e di conseguenza il suo governo, tenendo conto del “malcontento” popolare, provvede a normalizzare i rapporti con Mosca. Poi però, Yldirim già rientrava sollecitando la NATO a sostenere la Turchia fino in fondo, avvertendo le potenze occidentali: “La sicurezza di Damasco è la sicurezza di Parigi, Londra e Istanbul. La sicurezza di Aleppo è importante quanto quella di Berlino e Washington. La sicurezza di Baghdad è altrettanto importante della sicurezza di New York e Roma”. Tre cose potrebbero spiegare tale cambiamento repentino di Yldirim. Una, le parole fuori contesto del segretario di Stato degli USA John Kerry in volo a Mosca il 14-15 luglio per discutere in dettaglio la possibilità del primo accordo USA-Russia per condividere intelligence e dati per gli attacchi aerei in Siria. Naturalmente, i media statunitensi indicano che i funzionari della sicurezza nazionale di Washington parlano con diverse voci. La CNN dice “il più grande perdente potrebbe essere l’uomo che non c’è (a Mosca): il segretario alla Difesa Ash Carter“, apparentemente scettico nel “fidarsi” dei russi. Ma Yldirim si chiederà, al contrario: cosa succede se c’è un accordo russo-statunitense sulla Siria (e non si può escluderlo)? È inevitabile l’angoscia nella mente turca. Due, Mosca indica la determinazione a compiere operazioni militari in Siria. Sei bombardieri Tu-22M3 basati nel sud della Russia effettuavano massicci attacchi vicino Palmyra. (I bombardieri a lungo raggio avrebbero potuto trasportare un carico di 150 tonnellate di bombe).

L’opzione bombardiere della Russia
Il ritorno dei bombardieri pesanti nei cieli siriani è l’avvertimento che la riapertura dell’offensiva dei bombardamenti russi è sempre un’opzione per Mosca. Nel frattempo, secondo il Washington Post: “Dopo aver osservato le prime settimane di cessate il fuoco, aerei russi si sono uniti alle forze siriane, anche in un’offensiva dello scorso fine settimana contro l’ultima via di rifornimento dei ribelli e civili rintanati nella città settentrionale di Aleppo. Dopo giorni di bombardamento aereo che ha crivellato un’area di poche miglia di larghezza, le forze siriane e le milizie alleate provenienti da Iraq e Iran ed Hezbollah libanese si posizionavano su ciò che è nota come la Strada Castello che arriva in Turchia”. Il punto è che le forze governative siriane hanno ormai praticamente circondato Aleppo e l’ultima via dalla Turchia per rifornire i terroristi è stata chiusa. Dal punto di vista politico-militari, per la Turchia la partita è finita. L’urgenza di Yldirim è comprensibile. Ma la cosa buona è che Mosca non gioca un gioco a somma zero in Siria. Fondamentale per gli interessi vitali della Turchia, la Russia è neutrale verso i curdi siriani. Ora, è estremamente importante per la Turchia lo stallo del progetto “Rojava”, collegare i cantoni nord-orientali curdi di Kobane e Jazira con il cantone nord-occidentale di Ifrin per creare un’enclave autonoma contigua nel nord della Siria al confine della Turchia. La Turchia dovrebbe idealmente controllare la parte occidentale del corridoio Azaz-Jarabulus, ma poi inviare truppe nella Siria del Nord non è un’opzione fin quando la Russia non l’approva. Secondo notizie, la Turchia ha aperto un canale col regime siriano via Algeria riguardo i curdi siriani. In sintesi, la Turchia raggiungerebbe un punto, infine, laddove la riduzione dei suoi obiettivi in Siria è inevitabile, nel duplice obiettivo di sottomettere la crescente ondata di sub-nazionalismo curdo e d’indebolire lo SIIL. È interessante notare che l’intelligence turca ha organizzato un incontro segreto il mese scorso tra i capi dell’opposizione siriana e rappresentanti russi. Inoltre, la Turchia avrebbe sostituito il funzionario responsabile della sua agenzia di spionaggio, responsabile della Siria, un ‘duro’ che disapprovava i rapporti con il regime siriano. Ciò nonostante, intuendo che il cambio delle politiche turche sulla Siria sarà lento, Mosca fa la cosa giusta adottando un approccio pragmatico. Da un lato, la Russia e i suoi alleati creano il fatto compiuto sul terreno, tagliando le vie di rifornimento dei terroristi in Siria, mentre dall’altra parte Mosca getta la zavorra per una distensione con Ankara partecipando agli interessi economici della Turchia (a cui anche élite influenti sono interessate). Il primo gruppo di 189 turisti russi è arrivato nella “Riviera Turca” di Antalya nel fine settimana, accolto con fiori e cocktail. Il Primo ministro Dmitrij Medvedev ha chiesto che il traffico turistico in Turchia sia accelerato. Nei restanti mesi prima dell’autunno, la Turchia spera di ricevere un milione di turisti russi creando un 10% di occupazione nelle località del Mediterraneo.

L’incentivo del gasdotto
Anche in questo caso, una serie di incontri a livello ministeriale sono in programma nella cooperazione economica. Il Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak ha rivelato che una probabile riunione della commissione intergovernativa discuterà il progetto del gasdotto Turkish Stream da 15 miliardi in stallo. L’accordo per la costruzione del gasdotto fu raggiunto nel dicembre 2014 per trasportare 63 miliardi di metri cubi di gas dalla Russia ogni anno, di cui 16 miliardi per la Turchia e il resto per l’hub del gas sul confine turco-greco. Chiaramente, né Russia né Turchia perdono tempo a gingillarsi, struggendosi se l’altra parte sia “affidabile” o no. Liberate da preoccupazioni ossessive sul grado di “fiducia”, la rispettiva conformità inizia ad aumentare. Una grande spinta alla normalizzazione si avrebbe quando i due presidenti s’incontreranno a breve. E la ricaduta sarebbe positiva per la conclusione in Siria.13716015Le opinioni espresse sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni di Asia Times.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

F-35, letale ‘velociraptor’ o facile preda di Russia e Cina?

C’è ragione di credere che sia la seconda, l’aereo presunto furtivo ha una firma agli infrarossi gigantesca
Dave Majumdar The National Interest 11 luglio 2016150915121028-f-35-wasp-test-3-super-169L’alto ufficiale dell’aviazione dei marines degli Stati Uniti ha dato una valutazione ottimistica del Lockheed Martin F-35B Joint Strike Fighter (JSF) presso il Comitato Forze Armate della Camera nella testimonianza del 6 luglio. Il nuovo aviogetto stealth ha dato buon rendimento nelle esercitazioni pur utilizzando una configurazione del software temporanea che permette al costoso aeromobile solo una frazione delle funzioni richieste dal Pentagono. Per illustrare il punto, il Tenente-Generale Jon Davis, vicecomandante dell’aviazione del Corpo dei Marines degli USA, ha descritto l’evoluzione dell’addestramento presso il corso Istruttori Armi e Tattiche, di responsabilità del 1.mo Squadrone Armi e Tattiche dell’Aviazione dei Marines di Yuma, Arizona, dove l’F-35 ha partecipato. Laddove normalmente una quindicina di velivoli Boeing AV-8B Harrier II, F/A-18C ed EA-6B Prowler non riusciva ad attraversare difese aeree avanzate, il nuovo F-35 colpiva gli obiettivi impunemente. “Gli F-35 hanno distrutto tutti gli obiettivi, 24-0″, ha detto Davis. “Era come Jurassic Park, la visione di un velociraptor ammazzattutto, davvero bene. Non possiamo avere l’aereo abbastanza velocemente“. Davis non ha dettagliato quali minacce avanzate l’F-35B abbia contrastato, ma ha detto che i marines hanno eseguito esercitazioni a sorpresa con l’F-35 e chiedono ulteriori squadroni equipaggiati con il nuovo velivolo. Tuttavia, l’F-35B attualmente configurato ha solo una capacità intermedia con un inviluppo di volo limitato e una limitata capacità di trasportare armi. Mentre l’aereo matura, Air Force, Navy e Marines dovranno compire maggiori esercitazioni per avere un’avanzata preparazione nei combattimenti futuri. Infatti, il Contrammiraglio Mike Manazir, vicecapo dei sistemi di guerra delle operazioni navali della Marina, testimoniava assieme Davis dicendo che la guerra networcentrica spinge in sostanza il Pentagono a trovare nuovi metodi d’addestramento. Il modo migliore per replicare i sistemi d’arma avanzati russi e cinesi, suggeriva Manazir, era utilizzare simulazioni al computer o addestramenti virtuali basati sul vivo. “L’F-35 è diverso. Vorrei indicarvi la nostra via alla guerra networcentrica, con cui combatteremo la guerra di quinta generazione, che occuperebbe circa i tre quarti degli Stati Uniti se si potesse fare“, ha detto Manazir. “Questo vale anche per ciò che il Maggior-Generale dell’Air Force Scott West ha detto. L’addestramento costruttivo virtuale dal vivo”.
Anche se il Pentagono potesse simulare tutte le funzionalità del nuovo aviogetto, resta la domanda su quanto possa essere efficace in realtà l’F-35 contro gli ultimi sistemi di difesa aerea integrata cinesi e in particolare russi. I russi, in particolare, da oltre due decenni investono nelle reti di radar ad onde lunghe operanti nelle bande UHF e VHF, contrastando particolarmente la tecnologia furtiva del bombardiere strategico statunitense Northrop Grumman B-2 Spirit. “La questione non è quale caccia sia più stealth, ma quanto siano furtivi i nostri aerei rispetto ai loro radar UHF/VHF progettati per aver un’immagine più olistica della firma dei nostri velivoli a bassa osservabilità“, afferma Mike Kofman, ricercatore di affari militari russi del Centro delle analisi navali. “Forse il JSF può farlo, ma è una piattaforma piuttosto costosa e potrebbe avere grossi guai cercando di farli fuori”. Ma l’F-35 ha un’altra grave responsabilità, secondo Kofman, i piloti dell’US Navy sono scettici sul progetto del monomotore. Il motore singolo Pratt & Whitey F135 dell’F-35 è immensamente potente, producendo una spinta di 18000 kg/s, ma è anche estremamente caldo. A differenza del Lockheed Martin F-22 Raptor, in cui ugelli dei motori F119 sono appiattiti per ridurre la firma agli infrarossi, l’F-35 non ha misure sostanziali per ridurre la visibilità dell’ugello. I russi, che costruiscono ottimi sensori infrarossi, potrebbero usare la firma termica dell’F-35 per sviluppare armi capaci d’ingaggiare il nuovo aviogetto furtivo. “Probabilmente ha il motore più caldo sulla faccia del pianeta“, secondo Kofman. Quindi, l’ossessione del Pentagono su un’unica soluzione eccessivamente elaborata a un particolare problema, può ancora ritorcerglisi contro.lockheed_martin_f-35bTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I megaprogetti nei Balcani spianano la via alla Grande Eurasia

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 11 luglio 2016

Oriental Review pubblica in esclusiva l’intervista all’esperto di guerra ibrida Andrew Korybko del giornalista Stefan Raskovski di “Vecer” concessa a fine giugno. Si parla della strategia nei Balcani dell’R-TCR degli Stati Uniti (torsione del regime – cambio di regime – ricambio del regime), e degli sforzi di Russia e Cina per stabilizzare l’Eurasia.map1Siamo a Skopje dove una cosiddetta “rivoluzione colorata” è in corso da due mesi. Quali sono le sue vere ragioni ed obiettivi, nel contesto delle costellazioni geopolitiche regionali?
La “rivoluzione colorata” attualmente è in corso nella Repubblica di Macedonia null’altro che una rivoluzione colorata mascherata da “legittimo” movimento della società civile. E’ solo un tentativo di cambio di regime eterodiretto che impiega le avanzate tecnologie politiche ispirate dagli insegnamenti di Gene Sharp, il padrino di tale stratagemma. Alcuni partecipanti e osservatori internazionali sul serio credono che ciò che accade a Skopje sia un’iniziativa organica, ma altri sanno della sua natura artificiale nella ricerca di secondi fini. Non ci vuole molto per qualsiasi osservatore neutrale scoprire quali forze controllino i manifestanti, dato che molte informazioni sono diffuse pubblicamente dagli elementi patriottici dei media macedoni sul coinvolgimento della Fondazione Soros e lo stretto coordinamento tra manifestanti e ambasciata degli USA. Soros e le sue numerose organizzazioni “finanziano l’avviamento” del vasto assortimento di “ONG” che guida il movimento antigovernativo, e il filantropo miliardario controlla le finanze che permettono all’SDSM di pagare l’invio dei manifestanti con autobus a Skopje da tutto il Paese. Tali manifestanti, naturalmente, sono o “utili idioti” o cospiratori volenterosi, come già detto. Partecipano a tali manifestazioni per alcune ragioni, che potrebbero potenzialmente sovrapporsi a seconda dell’individuo interessato:
* L’ideologia “liberal-democratica”, con cui Zaev e i suoi padroni hanno cercato di condizionare la popolazione controllando vari media, è riuscita a ingannare una minoranza, alcuni attratti dall’idea “romantica” di prendere parte a una “rivoluzione” ed egoisticamente assaporare la possibile attenzione dei media mainstream e social che riceverebbero;
* Alcuni hanno un incentivo finanziario immediato, ricevendo uno stipendio solo per un paio di ore di lavoro, attivo o passivo, come ad esempio “protestare” o partecipare a “laboratori”, “seminari di formazione”, ecc, e vedersi pagata la partecipazione alla rivoluzione colorata quale lavoretto che potrebbe continuare all’infinito;
* Altri sono semplicemente opportunisti che vogliono capitalizzare su ciò che credono sarà una riuscita operazione di cambio di regime ed utilizzare tale occasione per ingraziarsi i potenti che verranno portati al potere sulle spalle di sciocchi “manifestanti” fuorviati e comprati, sperando li aiutino a vincere.
E’ importante sottolineare oggi che gli Stati Uniti perseguono tre obiettivi strategici interconnessi sostenendo la rivoluzione colorata. Dal relativamente mite al più estremo, sono:
* Torsione de regime, o emanazione di concessioni governative, senza immediatamente cambiare il capo dello Stato e/o il partito al governo;
* Cambio di regime, o rovesciamento delle autorità democraticamente elette e legittime con mezzi “costituzionali” (Brasile) o incostituzionali (Ucraina);
* E ricambio di regime, o cambiando la costituzione (come ad esempio attraverso il “Federalismo”, che opera in molti casi come frattura interna), o riscrivendo completamente le ‘regole del gioco’.

Oltre alla Macedonia, vediamo proteste in Serbia, Montenegro, R. Srpska, Croazia… Vi sono tumulti nei Paesi balcanici proprio nel periodo in cui Mosca e Pechino promuovono i due principali progetti economici del Turkish Stream e della ferrovia da Budapest a Atene. Qual è la connessione tra destabilizzazione e questi progetti?
political-crisis-in-macedonia-raises-fears-of-ethnic-violence-1431986325 Naturalmente, il piano di riserva finale degli Stati Uniti è devastare i Balcani con un’altra guerra regionale se non possono controllarne il territorio geostrategico da cui dovranno passare il Balkan Stream russo e la Via della Seta balcanica cinese, ma si potrebbe credere che possano ulteriormente perseguire il loro obiettivo con investimento poco costoso a lungo termine nei ritocchi o cambi di regime “costituzionali”, quindi opterebbero per tale scenario. Ripetendo il precedente ordine degli obiettivi dal relativamente mite al più estremo, e comprendendo che in tale particolare contesto, dispiegando in prospettiva violenze semplicemente passando da una fase all’altra seguendo un calendario prefissato, si può prevedere cosa promuoveranno gli Stati Uniti:
* Torsione del regime mettendo lo SDSM di nuovo al governo alle condizioni di Washington, in modo da smantellare i successi nazionali e internazionali del VMRO e controllare le principali istituzioni dello Stato (giudiziarie, intelligence, militari, ecc.), a sua volta aiutando lo SDSM nei brogli delle future elezioni per “legittimare” il ‘golpe morbido’;
* Cambio di regime per sbarazzarsi completamente del VMRO e di conseguenza istigare un conflitto civile tra patrioti e sostenitori del colpo di Stato del SDSM, che prevedibilmente diverrebbe una guerra ampia evocando la forte idea di uno “scontro di civiltà” eterodiretto coinvolgendo i terroristi sostenitori della “Grande Albania”;
* Un ricambio totale di regime imponendo la “soluzione federale” alla Repubblica di Macedonia dividendola tra macedoni ortodossi e albanesi musulmani ed infine erodendo l’identità macedone, prevedibilmente arrivando a mutarne il nome costituzionale in “federale”, suddividendola a livello internazionale tra Grande Albania e Grande Bulgaria.
Tale approccio in tre fasi viene avanzato negli Stati Uniti dalla forte determinazione dei loro strateghi nel spezzare, influenzare o controllare il gasdotto (attualmente sospeso) Balkan Stream della Russia e il progetto ferroviario ad alta velocità della Via della Seta balcanica cinese, da Budapest al porto greco del Pireo (e possibilmente Varsavia, Riga e San Pietroburgo). Un governo servile dell’VMRO, ormai dimostratosi del tutto impossibile per gli Stati Uniti, fu concepito come loro agente d’influenza per avere una presenza indiretta sullo snodo vitale attraverso cui dovrebbero passare questi due progetti, e perfino di poter un giorno cancellarli o controllarli completamente. Dato che tale opzione non è più praticabile per gli Stati Uniti, cercano direttamente un cambio di regime tramite una rivoluzione colorata o un graduale cambio di regime tramite la pressione della torsione di regime (indotta dalla rivoluzione colorata o da una possibile guerra ibrida) che si tradurrebbe nel pieno controllo dello Stato da parte degli agenti nel SDSM di Washington. Se tale piano di riserva fallisse, allora gli Stati Uniti potrebbero probabilmente istigare uno “scontro di civiltà” tra macedoni ortodossi e albanesi musulmani (sia con una coordinata operazione di cambio di regime che con azioni distinte), per imporre un radicale programma di ricambio di regime per riconfigurare totalmente lo Stato macedone e preparane l’eventuale smantellamento ad opera di Albania e Bulgaria. Riguardo l’attuale fase negli altri Stati balcanici, c’è uno strettissimo collegamento con la formula già indicata su torsione di regime, cambio di regime e ricambio di regime. In relazione alla Republika Srpska, l’obiettivo è rovesciare Milorad Dodik e installarvi un surrogato filo-occidentale compatibile che smantellerebbe la sovranità della repubblica autonoma, annettendola alla neo-imperiale Bosnia dominata da Bruxelles. La situazione confusa in Serbia è simile, le proteste patriottiche contro la NATO volte a fare pressione in modo costruttivo sul governo per invertirne il corso filo-occidentale, sono rapidamente divenute manifestazioni sospette che oggi potrebbero essere l’arma per spingere la Serbia ad allontanarsi più da Russia e Cina che da UE e USA. È sempre più evidente come gli Stati Uniti abbiano dirottato la “torsione di regime” per scopi positivi delle proteste anti-NATO, tramite gli agenti filo-occidentali “liberal-democratici” destinati ad essere complementari “dal basso” all’azione coercitiva dall’alto che Washington ora esercita su Belgrado. La Serbia è un obiettivo ambito dagli Stati Uniti per la posizione nei mega-progetti balcanici di Russia e Cina. Anche se la Repubblica di Macedonia occupi uno spazio molto importante, e nel caso ancora una volta riesca a respingere la minaccia della guerra ibrida, è prevedibile che gli Stati Uniti favoriscano la destabilizzazione a valle, in questo caso in Serbia. Pertanto, ciò che si ha oggi è una sorta di ‘polizza assicurativa’ strategica che gli Stati Uniti preparano per ogni evenienza nel perseguire tale scenario. Inoltre, l’interesse della Serbia ad aderire al blocco commerciale russo dell’Unione Economica Eurasiatica spaventa Stati Uniti ed Unione europea, capendo che il modo più pratico per degli Stati non contigui d’interagire è la via balcanica della Via della Seta della Cina che trasporta merci da Belgrado al Pireo via ferrovia, per poi spedirli in Russia via mare. Ciò sottolinea ulteriormente l’importanza fondamentale che il mondo multipolare pone su questa linea ferroviaria ad alta velocità quale via d’accesso preferita all’entroterra continentale, cominciando dalla Serbia per poi estendersi sul resto dell’Europa centrale e orientale; ma tale visione, al contrario, ‘giustificherebbe’ ancor più il motivo per cui gli Stati Uniti siano interessati a destabilizzare la Serbia, sabotando la vitalità di questo progetto. Inoltre, si dice che la Russia possa costruire il cosiddetto gasdotto Poseidon dal Mar Nero a Bulgaria, Grecia, Mar Adriatico ed Italia. Se questo progetto mai vedesse la luce, è probabile che un ramo seguirebbe il tragitto del South Stream estendendosi in Serbia, dove era previsto l’hub del precedente progetto. Supponendo almeno la possibilità che ciò possa accadere, quindi anche se il progetto Balkan Strean rimane congelato in modo definitivo, la Serbia potrebbe ancora aderire ai megaprogetti cinese e russo, divenendo così un bersaglio irresistibile per gli Stati Uniti. Per completare la prospettiva della destabilizzazione interna della Serbia, gli Stati Uniti sembrano pronti a suscitare una crisi internazionale in Bosnia, perciò sono così netti nel creare scompiglio nella Repubblica Srpska. Washington sa che la sicurezza di Belgrado è direttamente collegata alla stabilità di Banja Luka, e se la sua entità fraterna in Bosnia è minacciata, allora tutta la Serbia ne sarà indirettamente influenzata. Prevedendo che i torbidi in Serbia possano esaurirsi, gli Stati Uniti già preparano il “piano B” concentrandosi sulla Republika Srpska per creare tensione in Serbia e possibilmente coinvolgerla, ottenendo il risultato atteso, che Belgrado s’impantani disastrosamente in un altro conflitto regionale comportandogli gravi rovesci strategici.

Il Presidente Putin ha visitato la Serbia nel 2015 e di recente si è seduto sul trono bizantino di Athos, mentre il Presidente Xi Jinping ha visitato Belgrado una settimana fa. Qual è la sua opinione su questi eventi e quali sono le implicazioni politiche future per i Paesi dei Balcani?
E’ altamente simbolico che i leader russo e cinese trovino i Balcani degni della loro attenzione, e questo rafforza l’importanza strategica della regione come ho sottolineato in più interviste l’anno scorso. I due pilastri del partenariato strategico cino-russo collaborano attivamente nel corteggiare gli Stati balcanici con il mutuo riconoscimento delle necessità d’adempiere alla visione comune promuovendo la multipolarità nella regione e poi nel resto d’Europa . La Russia ha il patrimonio di civiltà e le risorse energetiche necessarie per avere la benevolenza della maggioranza dei popoli della regione, rifornendone le industrie, mentre la Cina ha il capitale d’investimento necessario per i grandi progetti di sviluppo. La Russia cerca anche d’investire nella regione e sicuramente può farlo, ma solo la Cina ha l’esperienza nella costruzione dei corridoi commerciali che saranno di grande beneficio per Mosca e Pechino. L’interesse cooperativo russo e cinese nei Balcani non dovrebbe essere visto come una competizione (anche se questo è precisamente ciò che i media e le organizzazioni non governative unipolari cercheranno di ritrarre maliziosamente), ma piuttosto come mutuo aiuto. Oltre all’Asia centrale, non c’è altra regione nel mondo che abbia tale potenziale nel riunire le due potenze dei Balcani, e non c’è dubbio che la regione vedrà un maggiore coinvolgimento russo e cinese nei prossimi anni.

In questo senso, quanto sono importanti i Balcani per il mondo multipolare e come la Macedonia vi sia adatta?
I Balcani sono la ‘porta sul retro’ geostrategica dell’Europa, o in altre parole, il punto di accesso che le principali potenze multipolari Russia e Cina vogliono usare per evitare il “cordone sanitario” che Stati Uniti e NATO allestiscono in Europa orientale e sull’accesso diretto al cuore del continente. I megaprogetti nei Balcani, Balkan Stream della Russia e Via della Seta nei Balcani della Cina, sono piani compatibili che rafforzeranno la regione facendone lo snodo di uno straordinario corridoio economico nord-sud che collega Europa centrale ed orientale. Con il passare del tempo e la corretta pianificazione ciò potrebbe prevedibilmente liberare la regione dall’influenza unipolare e sostituirla con la controparte multipolare, idealmente una zona di libero scambio supercontinentale tra Lisbona e Vladivostok. L’annuncio del Presidente Putin al San Petersburg International Economic Forum, secondo cui la Russia è ancora interessata a un accordo commerciale con l’UE, va collegato con la proposta del Primo ministro Medvedev, a fine 2015, per l’integrazione multilaterale tra Unione eurasiatica, SCO e ASEAN. Nell’insieme, questa strategia emisferica è pari a quella chiamata “Grande zona di libero scambio eurasiatica” o GEFTA, ma la chiave per assicurarvi la partecipazione dell’Europa è attualizzare i megaprogetti nei Balcani per dimostrarne la fattibilità della connessione infrastrutturale. Qui la Repubblica di Macedonia ha un ruolo insostituibile nel collegare Oriente (Russia, Cina) e occidente (UE), proprio come fece Alessandro millenni fa, anche se in modo completamente diverso, naturalmente. Mentre il progetto del Balkan Stream della Russia è sospeso per il momento e nonostante la recente idea del gasdotto Poseidon che bypassi il Paese collegandosi direttamente all’hub serbo di South Stream, la Macedonia è ancora la strettoia da cui deve passare il progetto ferroviario ad alta velocità della Via della Seta balcanica della Cina, ed è questa componente della politica balcanica del partenariato strategico russo-cinese la più rivoluzionaria nel portare la multipolarità in Europa. Dopo tutto, per quanto importanti siano i corridoi energetici, sono sempre sovrastati da quelli per lo sviluppo dell’economia reale, ed è ciò che il progetto della Cina aspira a realizzare. Affinché la Via della Seta balcanica diventi un corridoio nord-sud transregionale collegando l’ampio spazio tra Pireo e San Pietroburgo e facilitando l’eventuale adesione dell’Europa alla GEFTA, deve prima attraversare la Macedonia, rendendo il piccolo Paese sproporzionatamente importante per gli affari strategici mondiali, spiegando il motivo per cui gli Stati Uniti dedicano così tanto tempo per destabilizzarlo. Se la Macedonia respingerà tale aggressione asimmetrica e rimarrà stabile, allora sarà la base geografica della Via della Seta balcanica e il fondamento strategico della riunione dell’Eurasia tramite l’effetto positivo dell’adesione dell’UE alla GEFTA. Anche se si tratta di strategia a lungo termine, non va dimenticato che ogni piano di vasta portata inizia abbastanza in sordina. Anche se alcuni osservatori non possono ancora riconoscere l’importanza strategica globale della Repubblica di Macedonia, nel quadro della nuova guerra fredda e della GEFTA, non per questo è meno importante nella realtà, e non averne consapevolezza è semplicemente la copertura per distrarre il pubblico dalle vere intenzione delle ultime destabilizzazioni.rgin-1311-TEN-T mapAndrew Korybko è commentatore politico statunitense dell’agenzia Sputnik. È dottorando all’Università MGIMO ed autore della monografia “Guerra Ibrida: L’approccio adattivo indiretto al cambio di regime” (2015). Questo testo sarà incluso nel prossimo libro sulla teoria della guerra ibrida.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Washington complica la disputa sul Mar Cinese Meridionale

Mahdi Darius Nazemroaya, Strategic Culture Foundation 11/07/2016

Rodrigo Duterte

Rodrigo Duterte e Zhao Jianhua

L’una soluzione negoziata tra Repubblica Popolare Cinese e Repubblica e Filippine sulla disputa territoriale per il possesso delle isole Spratly (conosciute come isole Nansha in Cina) appare possibile con il cambio di governo a Manila. Il presidente filippino uscente Benigno Aquino III e il segretario degli Esteri filippino Albert del Rosario, che hanno respinto i colloqui bilaterali con Pechino, terminavano il mandato il 30 giugno 2016 venendo sostituiti rispettivamente da Rodrigo Duterte a Palazzo Malacanhan e da Perfecto Yasay Jr. al dipartimento degli Esteri. Il nuovo governo filippino ha fatto diverse aperture sui colloqui bilaterali con Pechino e il ministro degli Esteri Yasay annunciava che un inviato speciale sarà nominato per i negoziati con la Cina. I rapporti tra Filippine e Cina divennero tesi sotto il governo di Aquino III, riaprendo la disputa territoriale con la Cina e con entusiasmo rivitalizzando la presenza militare degli Stati Uniti nel sud-est asiatico. Nel 2011 fu deciso da Benigno Aquino d’indicare il Mar Cinese Meridionale come Mar delle Filippine occidentale per sottolineare le pretese delle Filippine. Il governo Aquino III avrebbe anche ridenominato il Mar Cinese Meridionale per legge con un ordine amministrativo nel 2012. Aggregando ulteriori relazioni l’amministrazione Aquino III avviava un’azione legale sulla controversia territoriale con la Cina alla Corte permanente di arbitrato olandese il 29 ottobre 2015. Il 5 luglio 2016, la settimana prima della sentenza della Corte permanente di arbitrato del 12 luglio 2016, il presidente Duterte avanzava l’offerta di colloqui con la Cina. Mentre sicuramente utilizzerà la Corte permanente di arbitrato come leva nei colloqui bilaterali sino-filippini, Duterte sembra deciso a un accordo con la Cina. Queste proposte rientrano nelle promesse elettorali del 2016 nelle Filippine. Durante la campagna presidenziale, il discorso di Duterte sulla Cina inviava segnali contrastanti, passando da linguaggio antagonista a conciliante. Indubbiamente era una tattica da politicante del presidente Duterte; alterare il discorso sulla Cina era una tattica politica volta ad avere sia il supporto dei filippini con atteggiamenti nazionalistici sulle isole Spratly, che degli influenti affaristi filippini, anche di etnia cinese, che vogliono pace, cooperazione economica e commerciale con una Cina in ascesa. A livello internazionale, Duterte potrebbe aver inviato tatticamente segnali contrastanti per soddisfare Stati Uniti e Cina. Le sue osservazioni antagoniste compiacevano Washington mentre quelle concilianti avevano lo scopo di non alienarsi Pechino e di segnalare la disponibilità a colloqui. Nonostante le critiche a Pechino, ha sempre indicato di volere dialogare con la Cina. È interessante notare che Duterte è anche l’unico politico che nelle elezioni generali filippine del 2016 ha ammesso pubblicamente di aver parlato delle Isole Spratly con l’ambasciata USA a Manila. Durante la campagna elettorale Duterte osservò che avrebbe cercato aiuto dai cinesi per costruire la rete ferroviaria filippina che colleghi Luzon e Mindanao, e che se la Cina accettava di sostenere il gigantesco progetto avrebbe posto fine alle critiche sulla disputa territoriale di Manila con Pechino. In altre parole, Duterte diceva che un suo futuro governo filippino avrebbe negoziato con la Cina in cambio di concessioni economiche o aiuti da Pechino. Dopo che Duterte ha vinto le elezioni presidenziali, il tono verso la Cina è cambiato divenendo molto più temperato e cordiale. Prima ancora che Duterte diventasse ufficialmente presidente, ebbe un incontro con Zhao Jianhua, l’ambasciatore cinese nelle Filippine, il 16 maggio 2016. L’incontro fu simbolico perché l’ambasciatore Zhao era uno dei tre soli ambasciatori, gli altri due erano i rappresentanti diplomatici di Israele e Giappone, che Duterte aveva incontrato da aspirante presidente delle Filippine. Da quel momento Rodrigo Duterte avrebbe incontrato l’ambasciatore Zhao altre tre volte, anche il 7 luglio, qualche giorno prima della sentenza della Corte permanente di arbitrato.

Le rivendicazione di Pechino sul Mar Cinese Meridionale
Pechino sostiene che la Cina aveva la sovranità sulla zona da migliaia di anni. L’impero cinese della dinastia Ming controllava le coste occidentali adiacenti alla zona, quando il Vietnam faceva parte della Cina. Anche il Vietnam avanza richieste sulle isole Spratly (note come Quan Dao Truong Sa dai vietnamiti) e le isole Paracel (note come Xisha dai cinesi e come Hoàng Sa dai vietnamiti). A sostegno della richiesta cinese vi è il fatto che il Giappone annesse l’area nel 1938 acquisendo Taiwan dalla Cina e che la Cina continentale governata dal Kuomintang rivendicò l’area nel 1947, in virtù della demarcazione della “linea tratteggiata undici”, mentre Malaysia e Brunei erano ancora colonie inglesi e il Vietnam colonia francese. Le Filippine ufficialmente divennero indipendenti dagli USA un anno prima della pretesa del Kuomintang nel 1946. Vi sono importanti fatti storici e giuridici che dovrebbero essere considerati. Prima che gli Stati Uniti entrassero in guerra con i giapponesi, non fu mai messa in discussione l’annessione giapponese della zona come occupazione del territorio delle Filippine, quando erano controllate dagli Stati Uniti. Né le isole del Mar Cinese Meridionale furono incluse nel territorio filippino preso alla Spagna dagli Stati Uniti nel 1898. Fu solo con l’appoggio degli Stati Uniti nel 1970 che le Filippine avanzarono le prime rivendicazioni sulla zona.

Washington: terzo intruso
Rodrigo-Duterte2_3515205b La Cina è interessata a stabilire ciò che Xi Jinping chiama “comunità di destino”. Pechino vuole cooperazione e commercio, non guerra o conflitto con le Filippine o qualsiasi altro Stato dell’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN). Suo scopo principale è espandere la Via della Seta, via terra e via mare, sostenendo l’integrazione regionale e la prosperità economica. A questo proposito ha in più occasioni concesso un trattamento di favore e offerto condizioni commerciali vantaggiose ai Paesi aderenti all’ASEAN. Come il presidente Duterte, il governo cinese ha indicato di essere pronto a negoziati diretti sulla disputa territoriale nel Mar Cinese Meridionale. La Cina ha anche dichiarato di essere disposta a condividere ricchezze e risorse dell’area con progetti di sviluppo comuni. Questo è ciò che Pechino ha descritto come “approccio sostenibile”. In cambio Pechino ha chiesto che Manila rifiuti la sentenza della Corte permanente di arbitrato, che influenzerà anche le rivendicazioni territoriali di Brunei, Malesia e Vietnam. Nello scenario in cui le Filippine ottenessero il controllo del territorio conteso nel Mar Cinese Meridionale, Manila si volgerebbe a USA e alleati, come Giappone, Corea del Sud e Australia, per sviluppare la regione. Le Filippine non possono sviluppare o estrarre le risorse energetiche del territorio da sole. Le compagnie energetiche provenienti da Stati Uniti ed alleati otterrebbero trattamento preferenziale e profitto da petrolio e gas. In cambio le Filippine ne avrebbero uno scarso ritorno economico. Ma anche in tale scenario, se non principale consumatore, la Cina sarebbe ancora uno dei principali consumatori di eventuali risorse energetiche estratte dal Mar Cinese Meridionale. Alla Cina potrebbe anche anche essere chiesto dalle Filippine di sviluppare le riserve di energia regionali. Dato che Pechino sarà il principale cliente, nelle Filippine ci si rende conto che sarebbe effettivamente più redditizio collaborare con la Cina allo sviluppo congiunto delle riserve energetiche regionali. Perciò alcuni nelle Filippine preferiscono i colloqui bilaterali. L’ostacolo principale ai colloqui tra Pechino e Manila, però, sono gli Stati Uniti.
Ciò che è in gioco nella zona contesa non sono solo le grandi quantità di idrocarburi in quello che in Cina chiamano “secondo Golfo Persico” energetico, la pesca e uno dei più importanti corridoi marittimi e rotte commerciali del mondo. Ma anche gli interessi per la sicurezza nazionale cinese sono fortemente legati al territorio. I rifornimenti commerciali ed energetici cinesi verrebbero interrotti se il traffico marittimo venisse bloccato nel Mar Cinese Meridionale, motivo per cui le forze armate statunitensi si sono fortemente dedicate ad essere presenti nella zona. In parte, ciò rientra nel “Pivot in Asia” di Washington. Washington, che (a differenza di Pechino) si è rifiutata di firmare anche la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, utilizza le Filippine come pretesto per un gioco sporco contro la Cina, solo perché vede Pechino come rivale strategico. Gli Stati Uniti intenzionalmente acuiscono le tensioni nel Mar Cinese Meridionale per giustificare la presenza navale statunitense a largo delle coste cinesi e la creazione di una rete di alleanze militari per circondare e fare pressione su Pechino. Usando diplomazia coercitiva, guerra economica, strategia della tensione e un duplice approccio confronto e cooperazione, gli Stati Uniti cercano di ridimensionare la Cina. Gli Stati Uniti fanno di tutto per creare un cuneo in Eurasia tra Cina e Federazione Russa. Ironia della sorte, mentre demonizza la Cina come minaccia regionale, Washington invia messaggi contraddittori agli alleati regionali. Gli Stati Uniti diffamano Pechino mentre ordinano allo stesso tempo ai militari statunitensi di tenere esercitazioni militari multilaterali o bilaterali con i militari cinesi, come ad esempio l’esercitazione Rim of the Pacific (RIMPAC) (giugno-luglio 2016), l’esercitazione virtuale per il soccorso e l’assistenza umanitaria congiunta Cina-USA (novembre 2012) e l’esercitazione Cina-USA contro la pirateria nel Golfo di Aden (settembre 2012). I leader regionali dovrebbero prendere atto del modus operandi degli Stati Uniti. I capi degli Stati Uniti non sono disposti a confrontarsi direttamente in Cina. Invece usano Paesi come le Filippine come pedine e gettoni per negoziar un patto od ostacolare una Cina sempre più assertiva ed economicamente prospera.C0046038-3F98-4AD6-99B1-774B2F0163BF_mw1024_s_nLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina sconvolge l’ordine finanziario mondiale

Primo incontro della Banca asiatica per gli investimenti in infrastrutturali
Ariel Noyola Rodríguez, economista laureatosi presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM)shutterstock_266572730Nel primo incontro annuale della Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali (AIIB) tenutasi a Pechino, i cinesi hanno rivelato l’intenzione di avere la leadership mondiale del finanziamento delle infrastrutture. Entro quest’anno, è probabile che l’AIIB accoglierà più di 100 Paesi aderenti permettendo di divenire il primo istituto di credito multilaterale controllato dai più importanti Paesi emergenti nella storia. Tuttavia, l’AIIB ancora deve decidere se abbandonare il dollaro, perché solo così l’egemonia degli Stati Uniti sulla finanza internazionale sarà colpita a morte.
La Cina supera gli Stati Uniti nel finanziamento delle infrastrutture globali. La finanza internazionale è in via di trasformazione, nonostante la forte opposizione della cupola del potere statunitense. L’anno scorso, a Washington, alti funzionari cercarono di sabotare l’avvio della Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali (AIIB), fallendo. In realtà, chi appariva un presunto fedele alleato del governo degli Stati Uniti, come Germania, Francia, Italia e Regno Unito, alla fine decise di aderire al nuovo istituto di credito multilaterale promosso da Pechino. Il presidente Barack Obama non poteva concepire che in pochi mesi l’AIIB avesse l’appoggio di oltre 50 Paesi. Senza dubbio, la Cina precipita il declino mondiale degli USA. Nell’aprile 2015, Larry Summers, segretario al Tesoro del presidente Bill Clinton, disse che la riuscita convocazione dell’AIIB rappresenta uno degli episodi più drammatici per l’egemonia degli Stati Uniti: “Il mese scorso può essere ricordato come quello in cui gli Stati Uniti persero il ruolo di garante del sistema economico globale” (1).

Pechino rinvia la grande offensiva contro il dollaro
Tuttavia, finora la Cina ha agito con estrema cautela. Così, quasi tutti i Paesi del gruppo dei 7 (G-7 formato da Germania, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito) salutarono l’avvio dell’AIIB. Tuttavia, se è vero che la straordinaria attrattiva di Pechino mina l’influenza di Washington nel finanziamento delle infrastrutture globali (2), l’AIIB è riluttante ad abbandonare il dollaro. Anche se molti specularono (3) sui prestiti dell’AIIB denominati in yuan, o forse in valuta locale, ad oggi i crediti sono emessi nella valuta statunitense. Inoltre, si noti che dei quattro prestiti approvati nei primi sei mesi di quest’anno, pari a 509 milioni di dollari, tre sono legati a progetti d’investimento assieme alle istituzioni del vecchio ordine finanziario mondiale, costruito ad immagine degli USA dopo la seconda guerra mondiale. A mio avviso, i cinesi vogliono approfittare delle scorte che hanno investito nelle Banca mondiale e Banca asiatica di sviluppo, nonché sulle eccellenti relazioni stabilite con l’Europa. Attualmente l’AIIB finanzia un programma di miglioramento residenziale in Indonesia, attraverso un prestito di 216,5 milioni di dollari assieme alla Banca mondiale; la costruzione dell’autostrada in Pakistan da 100 milioni avviene in collaborazione con la Banca asiatica di sviluppo e il dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del Regno Unito; un prestito di 27,5 milioni di dollari, finanziato assieme alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, viene utilizzato per aggiornare un’autostrada in Tagikistan; l’elettrificazione di aree rurali del Bangladesh, attraverso un prestito di 165 milioni, è l’unico progetto che l’AIIB attua in modo indipendente.

La vocazione globale dell’AIIB
Tuttavia, la nascita dell’AIIB è una svolta nella storia delle istituzioni di credito multilaterali, essendo la prima (oltre alla nuova banca di sviluppo dei Paesi BRICS) in cui le economie emergenti sono i principali azionisti (4). I contributi economici delle tre potenze orientali dei BRICS sono schiaccianti: la Cina col 29,78%, seguita dall’India coll’8,36% e dalla Russia col 6,53%. Al contrario, i 20 partner non-regionali dell’AIIB contribuiscono solo per un quarto sul capitale autorizzato da 100 miliardi di dollari (5). In un primo momento, AIIB fu concepita per finanziare soprattutto i Paesi asiatici, tuttavia sembra che la Cina preveda di trasformarla in istituto dalla vocazione globale, riunendo le aspirazioni di tutte le economie emergenti (6). In questa prospettiva, alla cerimonia di apertura del primo vertice annuale a Pechino di giugno, il presidente dell’AIIB, il cinese Jin Liqun, annunciava che si valutava l’adesione di altri 24 Paesi (7). In America Latina, Cile, Colombia e Venezuela sono candidati; in Africa hanno presentato la candidatura Algeria, Libia, Nigeria, Senegal e Sudan. Si evidenzia anche la candidatura del Canada che insieme a Messico e Stati Uniti fa parte dell’Accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA); in Europa, Cipro, Grecia e Irlanda sono estremamente interessate. Se tutto fila come finora, é possibile che entro quest’anno l’AIIB accolga più di 100 Paesi (8), cioè avrà almeno 34 aderenti in più rispetto alla Banca asiatica di sviluppo, anche se rimarrà lontana dai 183 Paesi aderenti alla Banca mondiale.

Optando per un mondo multipolare
L’AIIB ha molti compiti d’assolvere. Anche se la regione asiatica ha registrato elevati tassi di crescita del prodotto interno lordo (PIL) negli ultimi due decenni, non è riuscita ad avere un sistema infrastrutturale di primo piano. Sultan Ahmad al-Jabir, ministro degli Emirati Arabi Uniti, ha rivelato che in Asia-Pacifico quasi 1500 milioni di persone non hanno servizi igienici di base, 260 milioni non hanno accesso all’acqua potabile e almeno 500000 non hanno la luce nelle loro case (9). In conclusione, il primo vertice annuale dell’AIIB mostra la determinazione della Cina a farsi sentire nella ‘Serie A’ della finanza internazionale. Nella costruzione della nuova “Via della Seta” (10), l’AIIB è un potente contrappeso all’influenza geo-economica di Stati Uniti e Giappone nella regione asiatica. Tuttavia, per accelerare la costruzione dell’ordine mondiale multipolare è fondamentale che i manager dell’AIIB finalmente si decidano a rottamare il dollaro e, soprattutto, a non abbandonare mai la promessa di migliorare le condizioni di vita dell’umanità.20150416_CNDY_omPrintsite_BSECT_HKG-BRO_BUS_005_017_omSpread-017Note
1. “Time US leadership woke up to new economic era“, Lawrence Summers, Financial Times, 5 aprile 2015.
2. “The AIIB: The infrastructure of power“, The Economist, 2 luglio 2016.
3. “China seeks role for yuan in AIIB to extend currency’s global reach“, Cary Huang, The South China Morning Post, 14 aprile 2015.
4. “Beijing, el crepúsculo asiático post-Bretton Woods“, Ariel Noyola Rodríguez, Red Voltaire, 1 novembre 2014.
5. “Asian Infrastructure Investment Bank: Articles of Agreement“, Asian Infrastructure Investment Bank.
6. “President’s Opening Statement 2016 Annual Meeting of the Board of Governors Asian Infrastructure Investment Bank“, Asian Infrastructure Investment Bank, 25 giugno 2016.
7. “AIIB expansion plans underscore China’s global ambitions“, Tom Mitchell, Financial Times, 26 giugno 2016.
8. “AIIB will have 100 countries as members by year-end: Jin Liqun“, Li Xiang, China Daily, 31 maggio 2016.
9. “The AIIB has been designed to benefit all“, Sultan Ahmad al-Jabir, China Daily, 25 giugno 2016.
10. “China’s AIIB seeks to pave new Silk Road with first projects“, Tom Mitchell & Jack Farchy, Financial Times, 19 aprile 2016.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.287 follower