L’operazione turca crea molto più che imbarazzo agli Stati Uniti

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook, 2.02.2018L’ultima operazione militare della Turchia, Ramo d’Ulivo, è molto più che imbarazzante per gli Stati Uniti; ne segna un’umiliante sconfitta nella peggiore guerra nel Medio Oriente contemporaneo, e potenzialmente anche la fine della supremazia regionale. Se “il nemico del mio nemico è mio amico” è vero nelle relazioni internazionali, il suo esatto opposto “alleato del mio alleato non è il mio alleato” sembra altrettanto vero quando si tratta di definire il triangolo curdi-Stati Uniti- Turchia. Nel corso della guerra siriana, gli Stati Uniti hanno scelto chiaramente i curdi come alleato, loro principali forze di terra. Questa scelta, tuttavia, non poteva esserci se non a costo di alienare la seconda potenza militare della NATO, la Turchia. Tuttavia, questa estensione del sostegno degli Stati Uniti ai curdi non portava immediatamente alla rottura delle relazioni USA-Turchia. Fino al 2015, Stati Uniti e Turchia continuavano a comportarsi da alleati. Ma l’alleanza non era priva di tensioni appena sotto la superficie. La Turchia era sempre più stanca del sostegno degli Stati Uniti ai curdi; e per contrastarlo, inizialmente supportò lo SIIL e poi iniziò ad armare i suoi fantocci per assicurare i propri interessi in Siria, mettendosi gradualmente contro NATO e Stati Uniti. La crisi dei rapporti bilaterali si manifestò chiaramente quando si tentò il colpo di Stato in Turchia, che ne continua ad incolpare gli Stati Uniti. Mentre questo “gioco delle accuse” danneggia le relazioni bilaterali, non spiega cosa abbia effettivamente permesso alla Turchia di aggredire militarmente gli alleati (curdi) dell’alleato NATO (Stati Uniti).

La Turchia ha nuovi e potenti alleati
Pur essendo ancora alleato della NATO, la politica estera e l’orientamento regionale della Turchia sono cambiati radicalmente nel corso della guerra in Siria. Da un lato, se Cina e Qatar sono i maggiori investitori esteri, dall’altro Iran e Russia si sono rivelati i principali alleati strategici della Turchia. Ciò spiega perché, nonostante l’uccisione di centinaia di combattenti alleati degli Stati Uniti nell’ultima settimana, Washington non ha saputo dare una risposta adeguata alla Turchia. Tutto ciò che ha fatto e detto non sono altro che parole di “preoccupazione e cautela”; sono semplicemente vincolati dallo status nella NATO della Turchia? Bene, questo non avrebbe impedito di cospirare contro Erdogan sostenendo il colpo di Stato e rifiutandosi di consegnare Fethullah Gulen. Quindi cos’è cambiato ora? Nonostante l’attacco turco agli alleati degli Stati Uniti in Siria, i mercati e le borse della Turchia non hanno subito danni. Gli Stati Uniti non possono infliggere punizioni economiche alla Turchia per tale aperta sfida. C’è una ragione molto seria per questa stabilità del mercato, e cioè che la Turchia ha ridotto la dipendenza da Europa e Stati Uniti e ha trovato nuove fonti di finanziamento in Qatar e Cina e nuove fonti di armamenti in Cina e Russia. Considerate questo: il Qatar è già il primo investitore estero in Turchia con oltre 20 miliardi di dollari di risorse ed altri 19 miliardi per la pipeline, nel 2018. E, d’altra parte, la Turchia è il garante della sicurezza del Qatar stabilendovi un nuova base militare. Gli ultimi due sviluppi si sono avuti dopo che la Turchia appoggiava il Qatar durante il boicottaggio degli Stati del Golfo dello scorso anno, persino trasportando via aerea rifornimenti dopo che l’Arabia Saudita aveva chiuso il confine col Qatar. E mentre gli investimenti della Cina in Turchia sono relativamente minori rispetto a quelli del Qatar, non vi è dubbio che la Turchia sarà un’unità territoriale chiave nella cinese Belt&Road Initiative (BRI). La Cina già crea collegami territoriali e ferroviari con la Turchia attraverso l’Iran, altro Paese chiave nella BRI cinese. Mentre nell’Iran orientale la Cina modernizza le reti ferroviarie del Paese, nell’Iran occidentale le ferrovie lavorano per collegare Teheran alla Turchia e infine all’Europa. E la Cina già fa grandi investimenti nel settore delle telecomunicazioni in Turchia. Ad esempio, il 5 dicembre 2017, ZTE, il più grande fornitore di soluzioni di rete e apparecchiature di telecomunicazioni della Cina, accettava di acquisire oltre il 48,04% del fornitore turco per l’integrazione dei sistemi Netas per 101,3 milioni di dollari, con l’obiettivo di espandere le operazioni nei mercati chiave coperti dall’iniziativa “One Belt, One Road” di Pechino. E non c’è alcun dubbio sull’ampia intesa raggiunta tra Ankara e Mosca sulla conclusione siriana. Senza questa comprensione, la Turchia non avrebbe mai potuto usare lo spazio aereo siriano. E ora, con la Turchia che rapidamente mette alle strette i principali avversari in Siria, alla fine rimarrà poco o nulla da fare all’Esercito libero siriano (FSA) supportato dalla Turchia, consentendo a Russia, Iran e Siria di avere un maggiore margine di manovra nel pantano siriano. L’operazione turca, quindi, potrebbe produrre due importanti vantaggi: danneggerà in modo significativo la capacità degli Stati Uniti d’influenzare la situazione in Siria e rafforzerà anche la posizione russa. Ormai, è abbastanza ovvio che l’avvertimento siriano di abbattere i jet turchi che attaccano Ifrin era vuoto. È interessante notare che anche la Russia non ha obiettato all’operazione turca. Il Ministro degli Esteri russo, interrogato su questa intesa, invece accusava gli Stati Uniti del sostegno ai curdi dicendo che “le azioni unilaterali degli Stati Uniti in Siria hanno fatto infuriare la Turchia“, e dopo che la Turchia avviava le operazioni, la Russia allontanava le propria forze da Ifrin, portando i rabbiosi comandanti delle YPG ad accusare Mosca di “tradimento”.

Cosa dopo Ifrin?
E l’estraneità tra Stati Uniti e Turchia aumenterà probabilmente con l’avvicinarsi della Turchia a Manjib, dove gli Stati Uniti hanno una propria base militare e forze di terra, includendola nella propria “zona sicura”. E il Pentagono ha già avvertito che difenderà Manjib se attaccata. Ifrin è quindi solo un vantaggio per Manjib, ed è a Manjib, ad est dell’Eufrate, che si trova la vera minaccia alla Turchia. La vittoria ad Ifrin non basterà; è solo una mossa tattica verso l’obiettivo strategico finale di scacciare i curdi oltre l’Eufrate. Allora gli Stati Uniti si troveranno faccia a faccia con la Turchia? La Turchia mostrerà ancora la stessa audacia dimostrata ad Ifrin? Molto dipenderà da come il continuum strategico della Turchia opererà con Russia e Iran. Ma Manjib sarà ugualmente un test della strategia statunitense. A differenza di Ifrin, che è curda; Manjib è etnicamente diversa e metterà sotto pressione gli Stati Uniti, potendosi rivelare l’ultima spinta concertata per scacciare gli Stati Uniti dallo scacchiere.Salman Rafi Sheikh, analista delle Relazioni internazionali e degli affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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A Sochi la carovana siriana passa ed USA ed Israele si arrabbiano

Elijah J. Magnier

I colloqui di pace siriani sono decollati a Sochi sul Mar Nero: circa 1400 rappresentanti siriani del governo e dei gruppi d’opposizione, dai diversi punti di vista, agende politiche e obiettivi, concordavano 12 principi e risoluzioni strategiche, con l’intensa avversione di Stati Uniti e Israele. La Russia, teoricamente, ha posto fine a molte speculazioni sulla spartizione della Siria e ha dichiarato “guerra silenziosa” a Israele, Stati Uniti e forze turche, presenti illegalmente sul territorio siriano. A Sochi è stato adottato all’unanimità il principio dell’integrità della Siria come Stato sovrano. Questa riunione simbolica è significativa, nonostante le poche aspettative all’inizio, ed importanti risultati sono stati raggiunti, a partire da Sochi che godeva della dimensione internazionale grazie alla presenza del rappresentante delle Nazioni Unite (inviato speciale delle Nazioni Unite in Siria Staffan de Mistura) e alla presenza di gruppi siriani sostenuti da Turchia ed Egitto, riunitisi coi funzionari governativi. Inoltre, è stato deciso che la costituzione siriana sarà rivista e discussa da un comitato costituzionale composto da 150 membri, formato da esperti del governo e dell’opposizione. È vero che questo comitato non ha il potere di modificare la Costituzione, ma può dare suggerimenti: un buon inizio per arrivare al tavolo dei negoziati di Ginevra entro la fine dell’anno. Ciò significa chiaramente che i siriani dovranno decidere il proprio futuro nonostante influenza ed interventi esteri. La delegazione finanziata da Riyad non era presente ma non mancava. Anche la leadership delle “Unità di protezione del popolo” (YPG), protette dalle forze statunitensi nel nord della Siria, rifiutava di partecipare all’incontro di Sochi: i curdi filo-statunitensi si sentono “traditi” dalla Russia per non essersi opposta all’aderente turco alla NATO, le cui forze (con l’operazione dal nome in codice “Ramo d’Ulivo”) cercano d’invadere l’enclave curda di Ifrin. Due settimane prima, la leadership delle YPG respinse l’offerta di Russia e Damasco di consegnare la città alle forze governative (dichiarando di far parte della Siria) perché volevano continuare ad amministrare la città. Nonostante il chiaro avvertimento russo sulla serietà delle intenzioni turche, le YPG consentivano un numero sufficiente di guardie di frontiera (al confine turco) dell’Esercito arabo siriano, ma non a consegnare la città alle forze del governo centrale.
L’incontro di Sochi non è stato organizzato per sostituire i colloqui di pace di Ginevra: al contrario, approvava la road map adottata nel 2012 e concordava l’elezione sotto la supervisione delle Nazioni Unite quando la Siria sarà liberata. Sochi è essenzialmente una manifestazione del potere russo in Siria e, come superpotenza, di avere un ruolo pacifico quando i cannoni non sono necessari. La Russia scaccia gli Stati Uniti dall’arena internazionale, mettendo definitivamente fine al ruolo unilaterale statunitense in Medio Oriente. La dirigenza statunitense manifestava rabbia nei confronti della Russia, in particolare per la dominante presenza militare russa, le sue mosse politiche in Siria, la presenza internazionale ed altro ancora. La Russia pungolava il miglior alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, Israele, quando la riunione di Sochi si dichiarava d’accordo sulla liberazione delle alture del Golan occupate ai confini con Israele. La Russia fa pressioni per restituire la terra siriana ai proprietari mentre Donald Trump consegna Gerusalemme a Israele. Inoltre, gli Stati Uniti hanno dichiarato varie sanzioni contro la leadership militare e politica russa, come il Primo ministro Medvedev. Vladimir Putin, miracolosamente escluso dalle sanzioni di Trump, non ha atteso a rispondere alla controparte statunitense: “i cani abbaiano, ma la carovana passa”.
Sochi ha anche sviluppato un consenso a favore della natura multietnica del futuro Stato democratico siriano. Ciò significa che alcun estremismo o gruppo settario avrà un posto nel futuro governo della Siria. E, cosa più importante, 1400 persone hanno deciso di decidere il proprio destino col voto e di scegliere il presidente con elezioni democratiche. Questo è esattamente ciò che l’attuale governo siriano sostiene. Ci sono voluti sette anni di guerra ai siriani per capirlo. Gli Stati Uniti si sono isolati a Sochi ma non in Siria perché hanno una presenza militare nel nord-est della Siria (al-Hasaqah, Dayr al-Zur, Manbij) e possono ancora giocare molte carte. Hanno anche il pieno controllo di una sacca nella stessa area, ai confini siriano-iracheni, dove alcune migliaia di terroristi dello SIIL sono ancora liberi. Hanno un’altra sacca isolata ad al-Tanaf, al confine tra Siria e Iraq, dove addestrano (come sostengono) “decine di migliaia di ribelli siriani” mentre la guerra rallenta e gli eventi allontanano la guerra dalla Siria. Gli Stati Uniti usano i curdi per proteggere le proprie forze finché rimangono in Siria. La Russia non punisce i curdi, ma rispetta le loro scelte e gli da la possibilità di provare e testare cosa significa allearsi agli Stati Uniti, chiedere un’alleanza che Washington non da ad alcuno in Medio Oriente se non Israele. La dirigenza statunitense è sempre stato onesta e diretta su questo punto: non abbiamo alleati e amici, solo interessi comuni. Non è chiaro il motivo per cui i curdi persistano nel voler cambiare le alleanze degli Stati Uniti, e perché accettino d’immolarsi per gli Stati Uniti in Siria. La Russia può solo aspettare di raccoglierli quando si sveglieranno dal sogno irrealistico e rimarranno parte integrale della Siria.
Gli Stati Uniti (e loro alleati) hanno perso la guerra, eppure sono rimasti in Siria. D’altra parte, il campo antiamericano in Siria è pronto a combattere le forze statunitensi e a scacciarle. Ciò potrebbe accadere quando la guerra in Siria finirà, e gli Stati Uniti saranno una nota dolente in Siria. D’altra parte, non sarà facile allontanare la Turchia dalla Siria. I curdi non solo hanno portato gli Stati Uniti nel Levante, ma hanno dato un’enorme opportunità alla Turchia di rimanere e annettersi parte della Siria quando le YPG rifiutarono l’autorità del governo centrale su Ifrin e al-Hasaqa. Né Sochi né Ginevra scacceranno Stati Uniti e Turchia dalla Siria. Nel frattempo, jihadisti ed estremisti sono contenti di Stati Uniti e Turchia, perché tutti gli attori, invece di dedicarsi alla sconfitta del terrorismo, continuano a colpirsi, trovando un alibi per continuare a “giocare” nel territorio siriano.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’eredità dell’Ottobre Rosso è ancora visibile in Medio Oriente?

Jurij Zinin, New Eastern Outlook, 31.01.2018

Le immagini di una bandiera rossa con falce e martello che sventolava su un edificio nella città siriana di al-Raqqah, roccaforte dello SIIL per un lungo periodo, circolò sui media arabi per tutto gennaio. Questa bandiera fu innalzata dai combattenti della “brigata della libertà” formata da nativi di vari Stati mediorientali ed europei dagli ideali di sinistra. Avrebbero associato la lotta contro lo SIIL con l’incredibile impresa dei soldati sovietici che innalzarono la bandiera rossa sul Reichstag, roccaforte nazista durante la Seconda guerra mondiale. Questi riferimenti affondano le radici nella storia della regione, influenzata dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917. Il centenario di questo evento riuniva chi crede negli ideali di sinistra in Medio Oriente, con vari forum tenutisi in diversi Paesi regionali. Secondo l’iracheno Saqaf al-Jadid, la rivoluzione d’ottobre presentò al mondo un’alternativa all’egemonia capitalista, promuovendo le idee di uguaglianza, giustizia, liberazione sociale e nazionale, riflesse nei primi documenti adottati dall’URSS immediatamente dopo la rivoluzione, tra cui la “Dichiarazione dei diritti dei popoli della Russia” e l’appello “A tutti i lavoratori musulmani di Russia ed Oriente”. I bolscevichi furono abbastanza coraggiosi da declassificare l’accordo Sykes-Picot, apparso a Beirut nel dicembre 1917. Fu preparato segretamente dai governi dell’Intesa (Regno Unito e Francia) alle spalle dei popoli, con lo scopo di dividersi in sfere d’influenza il Medio Oriente e saccheggiarne le risorse. La voce della Russia rivoluzionaria fu ascoltata e compresa nella regione, poiché fino a quel momento agli attori locali fu data la possibilità di cedere al dominio egualmente opprimente degli ottomani o delle potenze europee. Nel dicembre 1920, il Comitato per l’unità araba siriana espresse solidarietà alla Russia sovietica che puntò “alla liberazione dell’Oriente dalla morsa dei tiranni europei”. Dopo la Seconda guerra mondiale, il rispetto che l’URSS godeva nella regione raggiunse massimi inediti, compiendo la dura lotta al fascismo. Gli arabi volsero lo sguardo al nuovo polo di potere, abbastanza audace da sfidare il monopolio di un tempo delle potenze imperialiste. Per decenni Mosca sostenne i giovani Stati che lottavano per la sovranità e per chiudere le basi militari straniere sui loro territori. Tra questi Stati si possono nominare Libia, Egitto e Iraq, usati per contenere l’Unione Sovietica e i suoi alleati. I legami politici appena nati furono rafforzati da un’ampia cooperazione economica sovietico-araba e dall’assistenza militare. In totale, con l’aiuto di Mosca, nella regione furono costruiti 350 grandi impianti industriali, 97 infrastrutture in Egitto e 80 in Siria.
Gli scienziati politici arabi osservano che l’URSS si dimostrò un partner fedele dell’Egitto inviandogli ingenti forniture di armi ed attrezzature dopo la devastante guerra del 1967, ripristinando così il potenziale indebolito del suo esercito. Grazie a questo sostegno, molti grandi Paesi del Medio Oriente posero le fondamenta dell’economia moderna di cui dispongono oggi, insieme allo sviluppo delle industrie della Difesa che li mantengono al sicuro. I contatti con Mosca permisero a questi Stati di rafforzare le posizioni sulla scena internazionale, costringendo così l’occidente a fare concessioni. Oggi, numerosi attori regionali affrontano turbolenze provocate dalla cosiddetta “primavera araba”. Ciò che è chiaro per tutti in questa fase è che quando uno Stato viene indebolito subisce il brusco aggravarsi delle contraddizioni interne etniche e settarie. La configurazione geopolitica del Medio Oriente la rende intrinsecamente instabile. Le linee di forza di varie coalizioni, spesso opportunistiche, si scontrano qui con le masse islamiche manipolate per portarle nei conflitti che fanno avanzare l’agenda di qualcun altro. Un esempio lampante è la Siria, dove nel tentativo di far cadere il legittimo governo di Bashar al-Assad, Paesi occidentali, regimi monarchici del Golfo Persico ed islamisti agivano insieme per perseguire i propri obiettivi.
Parlando dell’eredità della Rivoluzione d’Ottobre attraverso il prisma del mondo moderno, numerosi esperti arabi pongono la domanda: gli ideali di sinistra andavano perseguiti anche alla luce delle seguenti violazioni giuridiche, e rimangono adeguati dopo il crollo dell’URSS? Ovviamente, se non fossero così attraenti per molti nel mondo, sarebbero stati dismessi da tempo. Questi ideali, troppo avanzati per i tempi in cui furono espressi, hanno tuttavia preparato il terreno dei cambiamenti sociali nel mondo, portando a un futuro migliore. Secondo i moderni pensatori palestinesi, la Rivoluzione d’Ottobre sfidò i Paesi metropolitani costringendoli ad abbandonare le loro colonie. Nel corso dello scontro e della competizione tra i due sistemi, i lavoratori dei Paesi capitalisti ottennero importanti concessioni e l’introduzione di regolamenti che ne garantivano i diritti sociali. Chi liquida la Rivoluzione d’Ottobre come fatto minore, non potrà mai accettarne l’eredità. Ad esempio, il peggior denigratore dell’URSS e dei suoi valori, Zbigniew Brzezinski, statista e scienziato politico degli Stati Uniti, annunciò in modo temerario in un discorso di quasi due decenni fa: “Ho studiato e capito Marx meglio di molti socialisti… e quindi ho potuto deviarne l’avanzare delle idee per quasi un secolo, non basta?Jurij Zinin, ricercatore presso l’Istituto statale per le Relazioni internazionali di Mosca (MGIMO), in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Russia e Cina costruiscono la “Via della Seta Polare”

Fort Russ News, 30 gennaio 2017

Potrebbe la Russia controllare una larga fetta del trasporto marittimo globale nel prossimo futuro? La frase del presidente russo, detta scherzosamente ai rappresentanti della Cina alla cerimonia del primo carico di gas liquefatto nello stabilimento LNG Jamal: “La Via della Seta ha raggiunto il Nord. La uniremo con la rotta del Mare del Nord, e sarà proprio ciò di cui abbiamo bisogno: La Via della Seta Polare”, frase che si è rivelata profetica e anche piuttosto pragmatica. Nel primo Libro bianco sulla politica della Cina nell’Artico, pubblicato dal Consiglio di Stato della Cina, una dichiarazione diretta e inequivocabile afferma che la Cina intende “congiuntamente con altri Stati, creare rotte commerciali marittime nella regione artica nell’ambito della struttura dell’iniziativa ‘Via della Seta Polare’“. Quali “altri Stati” siano, nessuno l’ha detto. Ma basta aprire una mappa e ci sono, naturalmente, Stati Uniti e Canada, senza alcun rapporto con l’iniziativa “Via della Seta”, e la Norvegia, che non rappresenta nulla di valore nel quadro del megaprogetto cinese. “Possiamo fare passi costruttivi per coordinare le strategie di sviluppo con gli Stati artici”, afferma la strategia cinese, “Innanzitutto, promuovere sforzi congiunti per creare un corridoio economico marittimo tra Cina ed Europa attraverso l’Oceano Artico. Le imprese cinesi sono incoraggiate a partecipare allo sviluppo delle infrastrutture, ai viaggi commerciali di prova in conformità con leggi e regolamenti appropriati“.
Perché la Cina è interessata alla rotta del Mare del Nord? Altre rotte marittime trans-eurasiatiche, da una prospettiva a lungo termine, possono essere instabili, soprattutto in termini di sicurezza. L’attuale rotta “di base” attraversa Canale di Suez e Mediterraneo. Ma tenendo conto dell’espansione pianificata, è ancora troppo affollata. In secondo luogo, il Medio Oriente è un’evidente zona d’instabilità. E in terzo luogo, nessuno sa come si comporteranno in una data situazione le autorità locali: c’è sempre un certo rischio. Un altro possibile itinerario è attraverso l’America centrale, che si tratti del canale Panama o dell’ipotetico canale nicaraguense. Anche questi non sono del tutto razionali, ma per altri motivi. Ha senso usarli per il commercio asiatico-americano, il cui sviluppo è pianificato. Pertanto, solo due rotte polari possono davvero offrire una soluzione strategica a lungo termine.
C’è il Passaggio a Nord-Ovest Americano, per primo attraversato dal norvegese Roald Amundsen all’inizio del secolo scorso, ma vi sono alcuni problemi. Innanzitutto, il Canada, ritenendo che il passaggio a nord-ovest attraversi le sue acque territoriali, potrebbe comportare conseguenze per altri Paesi. Inoltre, gli Stati Uniti; ma avere un’autostrada commerciale sotto il controllo di un concorrente strategico non sarebbe favorevole. E poi c’è la rotta del Mare del Nord della Russia, che è molto più logica e attraente per i vicini cinesi dalla mentalità strategica. Per la Russia, la partecipazione attiva dei cinesi allo sviluppo della rotta del Mare del Nord è utile non solo per gli investimenti. In Russia, i cinesi beneficiano in primo luogo dei continui acquisti di servizi: dalla flotta rompighiaccio ai trasbordi portuali. I servizi potrebbero anche essere utilizzati da giapponesi, coreani, vietnamiti e anche UE se fosse interessata. Ma il principale “grossista di transito”, senza dubbio, non può che essere la Cina. E non è un caso se alla fine dello scorso anno gli scienziati marittimi russi e cinesi decidevano di sviluppare congiuntamente nuove tecnologie artiche per la ricerca oceanica e modellare i ghiacci. Un accordo su questo fu firmato a dicembre 2017, a San Pietroburgo, dai rappresentanti dell’Università Tecnica Marittima Statale di San Pietroburgo e dal Centro di Ricerca per le Costruzioni Navali della Cina.
La Cina è interessata all’esplorazione congiunta delle risorse naturali dell’Artico. E la Russia, a sua volta, ha vitale interesse nello sviluppo delle infrastrutture artiche: questa regione è molto ricca ma, come si suol dire, è complessa. Allo stesso modo, non è un caso che la Russia stia investendo attivamente nella componente militare dell’Artico: detta ricchezza va protetta. E così anche Federazione Russa e Cina vedono la necessità di cooperazione nello sviluppo di questa regione. Vicinanza e interessi comuni sono tra i migliori criteri per il successo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Blackout sulla riunione Putin-Netanyahu

Zero Hedge, 29/01/2018Ciò che è stato il più importante incontro diplomatico di oggi, è anche il meno noto. E a giudicare dal blackout delle informazioni, è proprio quello che volevano gli organizzatori. Pochi dettagli sono emersi dai lunghi colloqui a Mosca tra Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu, settimo incontro in cui i due leader rimodellano il Medio Oriente nel vuoto di potere lasciato dagli Stati Uniti. Si pensa si sia discusso di cooperazione militare in Siria ed influenza dell’Iran nella regione. La nebbia delle informazioni sull’incontro era così densa che Bloomberg e Reuters non avevano nemmeno accennato a ciò di cui i due hanno parlato in privato; oppure, e questo sia di lezione a Trump, è il risultato voluto quando non ci sono fughe di notizie. L’incontro si aveva neanche una settimana dopo che Netanyahu aveva incontrato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Davos, dicendo di parlare col leader russo delle stesse questioni riguardanti Siria e Iran discusse con Trump. Entrambi, aveva detto, “comprendono” le posizioni d’Israele. Netanyahu era accompagnato dal capo dell’intelligence militare Maggior-Generale Herzi Halevi, e Putin dal Ministro della Difesa Sergej Shojgu. Con l’esercito russo al confine siriano, Netanyahu affermava che gli incontri con Putin, e la cooperazione sviluppatasi tra la dirigenza della Difesa di entrambi i Paesi, sono fondamentali e “quindi non ci scontriamo”. Inoltre, affermava che questi incontri sono importanti anche perché consentono alle parti di dichiarare apertamente le proprie posizioni. “Alla luce della situazione in evoluzione, anche le nostre politiche cambiano“, aveva detto Netanyahu aggiungendo di indicare a Putin le posizioni d’Israele il più “chiaramente e sinceramente” possibile. Netanyahu e Putin discussero per 90 minuti in privato ed hanno anche avuto colloqui su questioni bilaterali coi relativi staff. Netanyahu aveva detto che i colloqui erano stati “concreti” e non “teorici”. Netanyahu indicava che lui e Putin avevano parlato di vari “scenari d’escalation” nella regione e di come poterli affrontare. Netanyahu affermava che col Medio Oriente a un bivio c’è l’opportunità per stabilizzare Siria e Libano, ma che c’è un attore, l’Iran, che cerca di fare il contrario. Il primo ministro diceva di aver posto la questione dell’accordo nucleare iraniano, e detto a Putin che se non fossero state apportate modifiche all’accordo, era probabile che gli Stati Uniti se ne sarebbero allontanati.
Il Presidente della Russia e il Primo ministro israeliano s’incontravano anche al Jewish Museum and Tolerance Center di Mosca, dove i due leader partecipavano all’inaugurazione della mostra per celebrare la giornata internazionale della memoria dell’Olocausto, intitolata “Sobibor: Vittoriosi sulla Morte”, dedicata a la rivolta del 1943 nel campo di sterminio nazista. La mostra racconta la storia di Aleksandr Pecherskij, ufficiale dell’Armata Rossa che guidò la fuga dal campo. Putin dichiarava che il ricordo dell’Olocausto è “un avvertimento contro ogni tentativo di esaltare l’idea di dominio globale, annunciando, costruendo od affermano una propria grandezza basata su razzismo, etnia o qualsiasi altra supremazia. La Russia respinge categoricamente qualsiasi tentativo del genere“.
Commentando l’incontro, l’aiutante del Presidente russo Jurij Ushakov riferiva ai giornalisti che Putin e Netanyahu avevano discusso varie questioni bilaterali e regionali, nonché del processo di riconciliazione in Siria. Il Congresso nazionale del dialogo siriano, attualmente in corso a Sochi, era tra gli argomenti discussi, dichiarava il funzionario russo, senza fornire alcun dettaglio. L’anziano funzionario israeliano Ze’ev Elkin, giunto a Mosca al fianco di Netanyahu, aveva detto che l’incontro tra i due leader era stato “molto fruttuoso ed è durato più a lungo del previsto“, aggiungendo che gli incontri tra Putin e Netanyahu avevano “contribuito notevolmente alla sicurezza del nostro nazione“. La stampa locale israeliana aveva seguito, col Jerusalem Post che citava Netanyahu dire che “se all’Iran non viene impedito di trincerarsi militarmente in Siria o di trasformare il Libano in una fabbrica di missili diretti contro Israele, allora Israele lo fermerà“. Parlando ai giornalisti israeliani in videoconferenza dopo l’incontro, Netanyahu affermava che i colloqui si erano svolti in un momento “spartiacque”. “L’Iran si trincererà in Siria o sarà fermato?“, diceva Netanyahu, “Ho chiarito a Putin che lo fermeremo se non si fermerà da solo, stiamo già agendo per fermarlo”. Il primo ministro dichiarava di aver parlato a Putin anche della minaccia che l’Iran fabbrichi armi di precisione in Libano, cosa che Gerusalemme considera “grave minaccia”. Netanyahu affermava di aver detto a Putin che “anche qui, se dobbiamo agire, agiremo”. Il primo ministro israeliano rivelava alcuni argomenti discussi con Putin in una dichiarazione su twitter. Netanyahu affermava di aver perlato al presidente russo delle preoccupazioni sui “tentativi iraniani di creare basi militari in Siria” e sui presunti tentativi di Teheran di collocare “armi ad alta precisione” in Libano per colpire Israele. Tel Aviv si oppone fermamente a tali azioni e agirà da sola se la comunità internazionale non gestirà la questione, indicava a Putin. La reazione del presidente russo a tali affermazioni, tuttavia, rimaneva un mistero.
Nel commiato, Putin diede a Netanyahu in dono una lettera dell’industriale tedesca Oskar Schindler, che salvò circa 1200 ebrei durante l’Olocausto, spedita alla moglie.Traduzione di Alessandro Lattanzio