Crisi nordcoreana degli Stati Uniti e responsabilità del Giappone

Prof. Wada Haruki, Global Research 3 dicembre 20171. La crisi nord-coreana degli Stati Uniti si approfondisce
Nel novembre 2017, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump visitava l’Asia orientale. In Giappone, il Paese dove si fermava per primo, giocò a golf col Primo ministro giapponese Abe Shinzo, come se lui e Abe volessero mostrare che la visita non era altro che espressione di pacifica amicizia. parlarono della questione nordcoreana per “moltissimo tempo”. Il contenuto non ne fu divulgato. Nella conferenza stampa finale del summit, dopo che il primo ministro Abe dichiarò che lui e il presidente Trump “erano pienamente d’accordo sulle misure da adottare nell’analisi della situazione della Corea democratica“, disse: “Il Giappone sostiene costantemente la posizione del presidente Trump quando afferma che tutte le opzioni sono sul tavolo. Nei colloqui ho ancora una volta ribadito con forza che Giappone e Stati Uniti sono al 100% insieme“. Qual è l’obiettivo? Abe dichiarava di aver completamente accettato di “aumentare la pressione al massimo sulla Corea democratica con tutti i possibili mezzi” per far sì che abbandoni il programma nucleare. Nella RoK, il presidente Trump ha parlato all’Assemblea nazionale del popolo coreano, senza alcuna riserva o moderazione. In riferimento alla situazione nordcoreana, ha parlato di “Stato carcerario”, “gulag”, “Paese governato da un culto”, “regime brutale”, “Stato canaglia”. Ha avuto il coraggio di dire, “L’orrore della vita in Corea del Nord è così completo che i cittadini pagano tangenti ai funzionari governativi per farsi portare all’estero come schiavi. Preferirebbero essere schiavi che vivere in Corea del Nord“. Concluse che la Corea democratica è “un inferno che nessuno merita“. Chiamò il leader nordcoreano “tiranno” e “dittatore”. Dico al presidente Trump: “Come cittadino puoi accusare e denunciare il leader, il governo o il sistema nordcoreano come vuoi. Ma da presidente degli Stati Uniti, superpotenza militare, non dovrebbe parlare in questo modo. Noi giapponesi ricordiamo quando il presidente Bush, con veemenza, denunciò il regime di Sadam Husayn in TV alla vigilia dell’inizio della sua guerra all’Iraq”. Questo indirizzo di Trump non è solo una richiesta di resa. È peggio. Il presidente dice che desidera dal profondo del cuore che uno Stato così cattivo e immorale vada distrutto e che il suo popolo liberato. Nessun compromesso, nessuna negoziato. Ha detto: “Nonostante i crimini commesso contro Dio e l’uomo, daremo un futuro migliore. Iniziate con sospendere lo sviluppo di missili balistici e la completa, verificabile e totale denuclearizzazione“. Ciò significa che il leader nordcoreano dovrebbe arrendesi e capitolare incondizionatamente al presidente degli Stati Uniti. La crisi nordcoreana degli Stati Uniti si approfondisce. Massimizzare la pressione non porterà la Corea democratica ad arrendersi. Rafforzerà solo la crisi e l’inclinerà verso la fase militare. Osservatori della Corea democratica ed esperti di questa crisi hanno iniziato a parlare delle possibilità del governo USA di adottare misure militari contro la Corea democratica. Nel settembre 2017 un istituto inglese, il Royal United Services Institute, pubblicava un rapporto del vicedirettore generale Malcolm Chalmers, “Preparing for War in Korea“. Chalmers indicava due possibili modi con cui la guerra potrebbe iniziare.
Caso Uno. “La Corea democratica potrebbe colpire per prima se crede che gli Stati Uniti preparino l’attacco a sorpresa“.
Caso Due. “Un attacco degli Stati Uniti potrebbe essere innescato dalla Corea democratica per dimostrare nuove capacità, ad esempio attraverso test di missili arrivano vicino a Guam o California, il che potrebbe scatenare la decisione ‘ora o mai’ di Trump. Gli Stati Uniti potrebbero quindi lanciare un attacco preventivo contro la Corea democratica“.
Chalmers sottolineava che “dati i rischi di un attacco limitato, è probabile che l’attacco statunitense inizi su larga scala e si sviluppi rapidamente nell’attacco completo alle infrastrutture militari della Corea democratica“. Ora non c’è dubbio che affrontiamo il pericolo di una guerra degli Stati Uniti. Come possiamo impedirla? Dobbiamo tornare alle origini della crisi.

2. Le origini della crisi: il sistema di San Francisco
La crisi nord-coreana degli Stati Uniti è il risultato del conflitto Corea democratica-Stati Uniti. Le origini del conflitto si trovano nella guerra di Corea. (1) Nessuno dubita che le forze della Corea democratica abbiano superato il 38° il mattino del 25 giugno 1950. Questa guerra fu il tentativo di Kim Il Sung di unificare il Paese con le armi. La sua operazione fu approvata da Stalin e Mao Zedong, che fornirono armi e materiali militari. Ma il tentativo di Kim fu infine bloccato dalle forze armate statunitensi, chiamate forze delle Nazioni Unite. Successivamente, un altro tentativo di unificazione del Paese fu tentato da Syngman Ri con le forze delle Nazioni Unite. Ma il tentativo di Ri fu bloccato dalle forze comuniste cinesi. Poi la guerra civile coreana tra due stati coreani si trasformò in guerra sino-statunitense in Corea. Quando gli Stati Uniti entrarono in guerra per assistere la Corea del Sud, il Giappone era occupato da quattro divisioni dell’esercito statunitense sotto il comando del comandante supremo delle forze alleate (SCAP) Douglas McArthur. L’intero Giappone divenne automaticamente una base per le operazioni militari statunitensi in Corea. Durante la guerra, centinaia di bombardieri statunitensi B-29 da Yokota (vicino Tokyo) e Kadena (Okinawa) volarono incessantemente per bombardare eserciti, città, dighe e altre strutture della Corea democratica. Le Ferrovie, la Guardia Costiera e la Croce Rossa del Giappone collaborarono alla guerra degli Stati Uniti. I marinai giapponesi guidarono la 1a Divisione dei Marines nello sbarco ad Inchon, e dragamine della guardia costiera giapponese spianarono la strada alle forze statunitensi per lo sbarco a Wonsan. Il governo giapponese non decise di fornire questo sostegno in conformità a una propria politica. Piuttosto, era obbligato ad obbedire agli ordini dello SCAP incondizionatamente come Paese sconfitto e occupato. Il Giappone fornì basi militari vitali per le forze statunitensi nella guerra in Corea. Nella primavera 1951 fu chiaro che la guerra coreana sarebbe finita in parità. Il 10 luglio 1951 fu aperta a Kaesong la Conferenza dell’Armistizio. I negoziati furono difficili. La guerra continuò, mentre i negoziati per l’armistizio si aprirono. Due mesi dopo, una conferenza di pace col Giappone iniziò il 4 settembre 1951 a San Francisco. Quarantanove nazioni (incluso il Giappone) firmarono il Trattato di pace col Giappone l’8 settembre. Due ore dopo Yoshida e Dulles firmarono il Patto di sicurezza Stati Uniti-Giappone. Qui si formò un nuovo sistema nell’Asia orientale degli Stati Uniti. Possiamo chiamarlo Sistema San Francisco. (2) A rigor di termini, è il sistema della Guerra di Corea. Gli Stati Uniti erano decisi a continuarla per bloccare l’aggressione comunista. Sul lato nemico c’erano Unione Sovietica, Cina rossa, Corea democratica e Vietnam comunista. Dal lato alleato c’erano Stati Uniti, Corea del Sud, Giappone, Taiwan, Filippine, Vietnam del Sud, Nuova Zelanda e Australia. Dato che gli Stati Uniti desideravano avere un Giappone indipendente come partner centrale dall’economia in ripresa, il Giappone fu risparmiato dal pagare le riparazioni. Ciò che era necessario dopo l’indipendenza era
1) il diritto di continuare a schierare le forze statunitensi in Giappone,
2) autorizzazione agli Stati Uniti di utilizzare il Giappone come base per operazioni militari in Estremo Oriente,
3) Permesso del Giappone alle Nazioni Unite di continuare a sostenere le forze ONU in Corea attraverso di esso.
Per confutare le possibili critiche che gli Stati Uniti avessero derogato alla sovranità giapponese, il Giappone fu sempre più incoraggiato ad assumersi la responsabilità della propria difesa. Gli Stati Uniti avrebbero dominato completamente Okinawa come base militare più importante della regione. L’anno successivo alla conclusione del Trattato di pace di San Francisco, il governo Yoshida cambiò la riserva della polizia di sicurezza in Forza di sicurezza nazionale (Hoantai ) e creò la forza di sicurezza marittima. Il 27 luglio 1953 la guerra di Corea terminò in un armistizio vicino al 38° parallelo quasi nello stesso punto in cui la Corea fu divisa nel 1945. La penisola coreana si stabilizzò in stallo tra nemici. L’armistizio interruppe la guerra, ma le ostilità persistettero senza la valvola di sicurezza della distensione della Guerra Fredda. Cina e Corea democratica rimasero fuori dal sistema di San Francisco. In Giappone, dopo la tregua della guerra di Corea, le Forze di autodifesa (terrestri, marittime e aeree) furono create nel 1954. Ma l’articolo 9 della Costituzione non fu rivisto. Il Senato adottato all’unanimità la risoluzione che proibiva alle forze di autodifesa di recarsi all’estero in caso di guerra. Così il Giappone rimase un peculiare “Stato pacifista” sotto l’ombrello della sicurezza statunitense del sistema di San Francisco. Nella penisola coreana, l’armata volontaria cinese e le forze armate statunitensi rimasero, una per difendere la RPDC e l’altra la RoK. Nel 1958 l’esercito cinese si ritirò totalmente dalla Corea democratica e nel 1961 la Corea democratica concluse trattati di amicizia, cooperazione e assistenza reciproca con Unione Sovietica e Cina. Il trattato con l’Unione Sovietica diede alla Corea democratica l’ombrello nucleare, così che potesse sentirsi sicura di fronte al sistema di San Francisco.
Il sistema di San Francisco permise agli Stati Uniti di condurre la guerra contro i comunisti vietnamiti dal 1965. La RoK raggiunse gli Stati Uniti in questa guerra. Il Giappone appoggiava la RoK col Trattato del 1965 e forni basi, materiali militari e strutture “ReR” (riposo e ricreazione) per le forze armate statunitensi. Nel gennaio 1968, la Corea democratica, cercando di creare un secondo fronte nella penisola coreana, inviò un’unità partigiana ad uccidere il presidente della RoK Park Chung Hi, invano. Mentre questo tentativo avventuroso fallì miseramente, Kim Il Sung abbandonò questa politica l’anno seguente. Il sistema di San Francisco non poteva assicurare agli Stati Uniti nemmeno il pareggio nella guerra del Vietnam. Per evitare di dare l’impressione di una miserabile sconfitta, il governo statunitense trovò una via d’uscita con la Cina. Nixon visitò Pechino nel febbraio 1972 per riconciliare Cina e Stati Uniti. Ciò portò al grande cambiamento al sistema di San Francisco. Negli anni ’70 la posizione internazionale della Cina cambiò drasticamente. La guerra di Corea fu combattuta tra le forze della Cina e della Corea democratica e le forze delle Nazioni Unite. Quest’ultimo campo comprendeva 16 Paesi: Stati Uniti, RoK, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Filippine, Thailandia, Francia, Grecia, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Turchia, Etiopia e Colombia. Negli anni ’70 la Cina aprì le relazioni diplomatiche con quindici summenzionati Paesi, ad eccezione della sola RoK. Per la Cina, la guerra sino-statunitense terminò completamente e la guerra coreana finì. La RPDC voleva seguire la via cinese, ma era chiusa. Tredici dei 16 Paesi del campo delle Nazioni Unite aprirono le relazioni diplomatiche con la Corea democratica negli anni ’70 e ’80. Ma Stati Uniti, RoK e la Francia rimasero fuori da questo processo. Tra Sud e Nord ci furono alcuni cambiamenti, ma tra Stati Uniti e Corea democratica noi. Fondamentalmente, il confronto militare continua.3. L’inizio del nuovo conflitto: le due opzioni della Corea del Nord e gli Stati Uniti
Alla fine degli anni ’80 un grande cambiamento nella storia del mondo iniziò con la riconciliazione tra Stati Uniti e Unione Sovietica e le rivoluzioni dell’Europa orientale. Nell’autunno 1989 i governi comunisti di questa regione furono rovesciati. Quindi il governo sovietico cambiò radicalmente sistema politico e politica, e aprì relazioni diplomatiche con la RoK. I presidenti Gorbaciov e Roh Tae-wu s’incontrarono a San Francisco il 4 giugno 1990 per concordare l’apertura delle relazioni diplomatiche. I nordcoreani si sentivano in difficoltà. Il 2 settembre 1990 il ministro degli Esteri sovietico Shevarnadze visitò la Corea democratica per informarla della decisione del suo governo. Il Ministro degli Esteri della RPDC Kim Yong-nam gli lesse un memorandum. “Se l’Unione Sovietica stabilirà “relazioni diplomatiche” con la Corea del Sud, il trattato di alleanza RPDC-URSS sarà nominale. Se è così, siamo obbligati a prendere provvedimenti per procurarci da soli le armi che erano state finora fornite dall’alleanza“. (3) Ciò significava che una volta ritirato l’ombrello nucleare sovietico, la Corea democratica avrebbe dovuto disporre di proprie armi nucleari. Il 24 settembre 1990, una delegazione di partiti di governo ed opposizione giapponesi guidati da Kanemaru Shin e Tanabe Makoto visitò la Corea democratica. Kanemaru, ex-viceprimo ministro, parlò a Pyongyang, offrendo scuse profonde per “il dolore insopportabile e il danno causato dalle azioni del Giappone al popolo coreano“. Kim Il Sung espresse disponibilità ad avviare negoziati per la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi. Il 28 settembre è stata firmata una dichiarazione congiunta di tre parti, promettendo negoziati per la normalizzazione. In questa cruciale svolta storica, nella situazione disperata, i leader nordcoreani decisero di adottare due opzioni politiche per ottenere le armi nucleari e normalizzare le relazioni col Giappone. Gli Stati Uniti respinsero con veemenza il programma nucleare e non approvarono la normalizzazione del Giappone nelle relazioni con una Corea democratica con un programma nucleare. Pertanto, nel mondo che cambiava dopo la fine della Guerra Fredda, un nuovo conflitto iniziò tra Corea democratica e Stati Uniti sulla base delle opzioni della Corea democratica. I negoziati per la normalizzazione tra Corea democratica e Giappone, aperti nel gennaio del 1991, continuarono regolarmente fino al maggio 1992, quando si tenne il settimo round dei negoziati, ma nel successivo, l’ottavo del novembre 1992, il rappresentante della Corea democratica dichiarò i negoziati sospesi. La ragione principale della rottura fu che il rappresentante giapponese, su consiglio di Washington, chiese di chiarire i dubbi nucleari quale prerequisito per la normalizzazione. La seconda ragione fu che il rappresentante giapponese insisteva sul fatto che Taguchi Yaeko (Li Eun Hye) fosse vittima di un rapimento dei nordcoreani. Taguchi, o Li, era una donna rapita in Giappone che si dice fosse stata l’insegnante di Kim Hyon Hui, autore dell’attentato alla Korean Airlines del 1987. (4) Il governo degli Stati Uniti era molto sensibile al programma nucleare della Corea democratica a cui impose l’accettazione dell’ispezione dell’AIEA. Nella primavera 1993, i disaccordi tra Stati Uniti e Corea democratica si acutizzarono e nell’estate 1994 i due Paesi giunsero sull’orlo della guerra per il programma nucleare della Corea democratica. Fu la prima crisi bellica tra Stati Uniti e Corea del Nord. Questa crisi fu superata dalla visita dell’ex-presidente Carter e dai suoi colloqui con Kim Il Sung. Nell’ottobre 1994 fu concluso un accordo di congelamento nucleare. La seconda metà degli anni ’90 fu un periodo di difficoltà economica per la Corea democratica e della costruzione dei reattori ad acqua leggera sotto la guida del KEDO. Ma la costruzione non fu conclusa e non è chiaro di chi sia la colpa.
Nel giugno 2000, il presidente della RoK Kim Dae Jung visitò Pyongyang e incontrò Kim Jong Il. E nell’ottobre 2000 il numero due della DPRK, Cho Myong Rok, visitò Washington e incontrò il presidente Clinton. Era un momento di grande speranza, ma non durò a lungo. Alla fine dell’anno George Bush vinse le elezioni presidenziali. Nel settembre 2001 gli attacchi terroristici a New York e Washington cambiarono radicalmente l’atmosfera negli Stati Uniti e all’inizio del 2002 il presidente Bush definì Iraq, Iran e Corea democratica “asse del Male” ed espresso la determinazione a combatterlo. Sebbene il vento cambiasse, il Primo ministro giapponese Koizumi visitò Pyongyang il 17 settembre 2002 ed incontrò il Presidente Kim Jong Il . Questo fu il risultato di negoziati segreti di un anno con un emissario nord-coreano. Kim ammesso e si scuso del rapimento di un gruppo di civili giapponesi. Kim e Koizumi firmarono la Dichiarazione di Pyongyang coll’intenzione di procedere verso la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi. In questo documento, il Giappone si scusò per i danni e le sofferenze causate dal dominio coloniale giapponese al popolo coreano e promise cooperazione economica dopo l’instaurazione di relazioni diplomatiche. Inizialmente la diplomazia di Koizumi e le mosse per normalizzare le relazioni con la Corea democratica suscitarono una risposta pubblica positiva in Giappone. Ma i leader del movimento nazionale dei rapiti giapponesi accusarono i diplomatici di non aver verificato le informazioni sui cosiddetti “rapiti morti” e organizzarono una campagna contro l’instaurazione delle relazioni diplomatiche con la Corea democratica senza una soluzione completa del problema dei rapimenti. Sato Katsumi, presidente di tale movimento, parlò al comitato della dieta il 10 dicembre 2002, dicendo che il regime di Kim Jong Il era un regime militare fascista che va rovesciato il più rapidamente possibile. (5) Il governo degli Stati Uniti, che non fu consultato dal governo Koizumi, intervenne nei negoziati. James A. Kelly, sottosegretario di Stato per gli affari dell’Asia orientale e del Pacifico, visitò la Corea democratica ad ottobre e tornò per dire al governo giapponese che la Corea democratica avviava il programma di arricchimento dell’uranio. Ciò comportò forti pressioni sul governo Koizumi per rallentare i negoziati della normalizzazione. I rappresentanti di entrambi i Paesi s’incontrarono solo ad ottobre, ma in quell’occasione non poterono nemmeno decidere quando si sarebbero rincontrati. Nel marzo 2003, il presidente Bush iniziò la guerra all’Iraq. La Corea democratica era terrorizzata. Nell’agosto 2003 a Pechino si aprirono i colloqui a sei sul programma nucleare nordcoreano. Iniziò una discussione difficile. Il 22 maggio 2004 il Primo ministro Koizumi visitò Pyongyang e incontrò ancora una volta Kim Jong Il. Koizumi, lasciando Tokyo, dichiarò di essere deciso a “normalizzare le nostre relazioni anormali, a trasformare le relazioni antagoniste in amichevoli e relazioni ostili in cooperazione“. Le parole di Kim furono registrate dal Ministero degli Esteri giapponese e in parte diffuse da un programma televisivo. (6) Kim Jong Il disse a Koizumi, “Oggi vorrei dirvi, signor Primo Ministro, che è inutile avere armi nucleari. Ma gli statunitensi sono abbastanza arroganti da dire di aver messo sul tavolo le loro armi per un attacco preventivo contro di noi. Questo ci ha piuttosto sconvolti. Nessuno può tacere se minacciato da qualcuno con un bastone. Abbiamo concluso che avere armi nucleari è un bene che assicura il diritto all’esistenza. Se la nostra esistenza è assicurata, le armi nucleari non saranno più necessarie. Gli statunitensi, dimenticando ciò che hanno fatto, chiedono che abbandoniamo le armi nucleari. Non ha senso. Il completo abbandono delle armi nucleari può essere richiesto solo a uno Stato nemico che ha capitolato. Non siamo un popolo che ha capitolato. Gli statunitensi vogliono che ci disarmiamo incondizionatamente, come l’Iraq. Non obbediremo a una simile richiesta. Se gli USA ci attaccheranno con armi nucleari, non dovremmo rimanere fermi, senza fare nulla, perché se lo facessimo, il destino dell’Iraq ci attenderebbe“. D’altra parte, Kim Jong Il espresse disponibilità al dialogo cogli Stati Uniti. Disse a Koizumi, “Vogliamo cantare un duetto cogli statunitensi coi colloqui a sei. Vogliamo cantare canzoni cogli statunitensi finché le nostre voci non diventano rauche. Vi chiediamo, governi dei Paesi circostanti, di fornire l’orchestra. Un buon accompagnamento rende al meglio un duetto“. Queste parole presumibilmente furono trasmesse al governo degli Stati Uniti, ma adottò un atteggiamento severo. Anche questa volta, il governo Koizumi non riuscì ad andare avanti. Nel settembre 2005 si svolse a Pechino la quarta serie dei colloqui a sei. Questo round stilò il documento più impressionante sulla cooperazione. Secondo i suoi termini, la Corea democratica avrebbe abbandonato l’intero programma nucleare. E gli Stati Uniti s’impegnavano a non attaccare la Corea democratica e ad avanzare verso la normalizzazione delle relazioni. Ma l’atmosfera promettente svanì immediatamente, quando il Tesoro degli Stati Uniti impose sanzioni alla RDPC per presunto riciclaggio di denaro e altri reati. L’ultima possibilità fu scacciata. Nell’ottobre 2005 Koizumi nominò Abe Shinzo suo capo segretario di gabinetto, nominandolo difatti successore nel governo e nel partito al governo. Il 5 luglio 2006 la Corea democratica lanciò un missile Taepodong sopra il Giappone. Abe prese l’iniziativa d’imporre severe sanzioni alla Corea democratica. A settembre Abe, ora Presidente del Partito Liberaldemocratico e Primo ministro del Giappone, dichiarò nel suo primo discorso politico alla Dieta del 29 settembre 2006: “Non ci può essere normalizzazione nelle relazioni tra Giappone e Corea democratica a meno che la questione dei rapimenti non sia risolta. Per avanzare misure globali riguardanti la questione dei rapimenti, ho deciso d’istituire il “Quartier generale sul tema del rapimento” presieduto da me stesso… Con la politica del dialogo e della pressione, continuerò a chiedere con forza il ritorno di tutti i rapiti supponendo siano tutti ancora vivi. Riguardo alle questioni nucleari e missilistiche, cercherò una soluzione coi colloqui a sei, garantendo allo stesso tempo stretto coordinamento tra Giappone e Stati Uniti“. Con la formulazione di questo nuovo principio nell’affrontare la questione dei rapimenti, Abe chiuse completamente i negoziati per la normalizzazione con la Corea democratica. Questo passaggio si credeva adattarsi bene alla politica del governo degli Stati Uniti.
Il 9 ottobre 2006 la Corea democratica effettuò il suo primo test nucleare. Il governo Abe impose una seconda serie di sanzioni alla Corea democratica, vietando a qualsiasi nave nordcoreana di entrare nei porti del Giappone e vietando l’importazione di qualsiasi merce nordcoreana. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU condannò il test della Corea democratica nella risoluzione 1718. D’altra parte, l’amministrazione Bush fu scioccata dal test nucleare nordcoreano e cercò d’invitare la Corea democratica a cambiare politica. L’11 ottobre 2008 l’amministrazione Bush tolse la RPDC dalla lista degli Stati terroristi. La RPDC chiuse le strutture di Yongbyong. Ma questo non produsse una vera svolta nelle relazioni. Nel gennaio 2009 il presidente Obama entrò alla Casa Bianca. Il 13 febbraio Hillary Clinton, segretaria di Stato, disse alla Società Asia che gli Stati Uniti si sarebbero mossi per normalizzare le relazioni con la Corea democratica e concludere un trattato di pace, se la Corea democratica abbandonava il programma nucleare in forma completa e verificabile. Questa preparava un lungo capitolo della crisi nordcoreana degli Stati Uniti. Il 25 maggio 2009 la Corea democratica condusse il secondo test nucleare. Il 12 giugno, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite adottò all’unanimità la risoluzione 1874. Il governo giapponese adottò nuove sanzioni, vietando l’esportazione di merci giapponesi verso la Corea democratica. Il commercio tra i due Paesi fu completamente interrotto. Il 17 dicembre 2011, Kim Jong Il morì. Il successore fu suo figlio Kim Jong Un, 28enne. Senza abilità speciali o risultati speciali, avrebbe dominato questo Paese difficile, sostenuto dal sistema dello Stato di Partito. Nei primi due anni del suo governo, Kim Jong Un rafforzò il potere eliminando due consiglieri nominati dal padre e sostituendo i vecchi leader del partito e dell’esercito con uomini di una generazione più giovane. Cercò di crearsi la reputazione di amato dal popolo costruendo molte strutture come ospedali, parchi ricreativi e una pista da sci. Dopo tale preparazione, lavorò su diplomazia e affari militari, lasciando il compito delle riforme economiche al Primo Ministro e al suo governo. Ma nel 2012-2013 incontrò solo un giapponese e uno statunitense, il cuoco di Kim Jong Il Fujimoto Kenji e l’ex-star dell’NBA Dennis Rodman. Doveva concentrare l’attenzione sul programma nucleare e sui missili balistici. Questo è stato il suo fedele adempimento al testamento del compianto leader Kim Jong Il.4. Inizia la crisi nord-coreana degli Stati Uniti
Quando è iniziata davvero la crisi nordcoreana degli Stati Uniti? Direi con il quarto test nucleari della Corea democratica del 6 gennaio 2016. Il governo nordcoreano annunciò che si trattava di una bomba all’idrogeno. Il 7 febbraio la Corea democratica lanciò il satellite Kangmyongsung-4. Questi eventi scioccarono Stati Uniti, RoK, Giappone e Cina. La RoK decise di chiudere il complesso industriale di Kaesong. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU adottò all’unanimità la risoluzione delle sanzioni del 2 marzo. L’esercitazione militare USA-RoK Key Resolve iniziò il 7 marzo. A marzo, in Corea democratica furono testati continuamente missili a corto raggio e il 23 aprile fu effettuato il testa di un Submarin Launched Ballistic Missile (SLBM). Il 22 giugno la Corea democratica lanciò due missili a medio raggio Musudang e il giorno successivo un missile a lungo raggio Hwasong-10. I test di vari missili sono continuarono a luglio. Il 24 agosto la Corea democratica lanciò un SLBM e il 5 settembre tre missili nella ZEE giapponese. Poi si ebbe il quinto test nucleare il 9 settembre. Il ritmo elevato dei test era sorprendente. Questa tendenza non cambiò nel 2017. Il 12 febbraio la Corea democratica lanciò un missile Pukguksung-2 sul Mar del Giappone. Il 6 marzo, lanciò quattro missili balistici di cui tre caduti nella Zona economica esclusiva giapponese (ZEE). L’agenzia di stampa nordcoreana annunciò che furono lanciati “dal distaccamento di artiglieria che avrebbe attaccato le basi statunitensi in Giappone se si fosse verificata una situazione imprevista“. Il 14 maggio la Corea democratica lanciò un missile Hwasong-12, che dovrebbe volare per 4000 km. Il 4 luglio la Corea democratica testò l’Hwasong-14, il primo ICBM nordcoreano, che dovrebbe volare per 6000-9000 km raggiungendo Alaska, Hawaii e forse Seattle. E il 28 luglio la Corea democratica testò un altro ICBM, che dovrebbe volare per 14000 km, raggiungendo New York. Il governo degli Stati Uniti era seriamente spaventato. Nonostante la presenza della portaerei nucleare statunitense Carl Vinson nei mari dell’Asia orientale da aprile, i progressi della Corea democratica non potevano essere fermati. Ora so arriva alla vera crisi nordcoreana degli Stati Uniti. La crisi di oggi può essere chiaramente vista nel discorso del presidente Trump all’Assemblea nazionale della RoK.

5. Possibilità e responsabilità del Giappone
Come possiamo uscire da questa crisi? Senza dubbio, Stati Uniti e Corea democratica dovrebbero dialogare. Si dice che il governo degli Stati Uniti abbia contatti segreti o negoziati preliminari con la Corea democratica, ma il presidente Trump e il primo ministro Abe rafforzano la pressione nei suoi confronti, chiedendo di abbandonare tutti i programmi nucleari e missilistici in modo completo, verificabile e irreversibile. I funzionari nordcoreani dicono che non sarà possibile negoziare fin quando gli Stati Uniti non riconosceranno il possesso di armi nucleari della Corea democratica. La Cina propone il doppio congelamento dei programmi nucleari e missilistici della Corea democratica e delle esercitazioni militari congiunte annuali USA-RoK. La Corea democratica aveva proposto una simile idea agli Stati Uniti il 9 gennaio 2015. Ma ora non sembra trovare l’idea così attraente. Vuole di più. Vuole un cambiamento positivo dell’atteggiamento degli Stati Uniti. Qui propongo una via giapponese, perché il Giappone normalizzi incondizionatamente le relazioni con la Corea democratica. Ciò implica il riconoscimento incondizionato da parte del governo statunitense della normalizzazione delle relazioni tra Giappone e Corea democratica. Se questo passaggio è complementare alla proposta cinese di doppio congelamento, potrebbe verificarsi un cambiamento reale nella situazione sulla Corea democratica. Pensando concretamente alla normalizzazione delle relazioni Giappone-RPDC, vi è un buon modello. È “l’incondizionata instaurazione di relazioni diplomatiche con Cuba” da parte del presidente Obama. “Obama superò vari ostacoli e è riuscito a normalizzare le relazioni col vicino. Seguendone l’esempio, noi giapponesi possiamo passare all'”instaurazione incondizionata delle relazioni diplomatiche con la Corea democratica“. Ma naturalmente l’astensione della Corea democratica da ogni ulteriore esplosione nucleare per un certo periodo dall’instaurazione di relazioni diplomatiche è una premessa naturale, per non dire precondizione. Il modello di normalizzazione di Obama degli Stati Uniti con Cuba procedette per fasi, in primo luogo, l’apertura delle relazioni diplomatiche e la creazione di ambasciate, in seguito, negoziati reali e progressivo annullamento delle sanzioni economiche. C’è la dichiarazione di Pyongyang tra Giappone e Corea democratica, firmata nel 2002 dal Primo ministro Koizumi e dal Presidente Kim Jong Il. Seguendo il modello di Obama, Giappone e Corea democratica potrebbero rilasciare una dichiarazione congiunta che riafferma la dichiarazione di Pyongyang e stabilisce relazioni diplomatiche, almeno inizialmente lasciando sostanzialmente la situazione attuale. Ciò significa che la Corea democratica continuerà a possedere armi nucleari e mantenere la posizione base sulla questione dei rapimenti, e che il Giappone manterrà le proprie sanzioni nei confronti della Corea democratica e le basi statunitensi nel Giappone continentale e a Okinawa. In tal modo i due Paesi aprirebbero le ambasciate a Pyongyang e Tokyo e avvierebbero immediatamente negoziati. I negoziati procederebbero su tre tavoli.
Il primo dovrebbe essere sulla cooperazione economica. Un passo promesso nella Dichiarazione di Pyongyang come un segno di scuse per i “tremendi danno e sofferenze” causato dal Giappone “al popolo della Corea col dominio coloniale”. Dovrebbe essere elaborato un programma decennale di cooperazione economica, compreso un accordo sull’attuazione del progetto ciascun anno.
Il secondo riguarderebbe i negoziati relativi al programma nucleare e missilistico balistico della Corea democratica. Il Giappone dovrebbe trasmettere alla Corea democratica la grave preoccupazione per le esplosioni nucleari sotterranee della Corea democratica e chiedere di fermarsi. Il Giappone dovrebbe anche chiedere alla Corea democratica d’informare su quando e dove pianifica i test missilistico. Inoltre il Giappone dovrebbe chiedere alla Corea democratica di non attaccare le basi militari statunitensi in Giappone. Quindi la Corea democratica potrebbe dire che le forze statunitensi potrebbero attaccare la Corea democratica dalle basi in Giappone. La Corea democratica potrebbe chiedere al Giappone di ottenere la dichiarazione ufficiale dal governo degli Stati Uniti secondo cui le forze statunitensi non attaccheranno mai la Corea democratica dalle loro basi in Giappone. Tali negoziati sarebbero molto significativi e importanti.
Il terzo sarebbe sui negoziati riguardanti la questione dei rapimenti. Questi negoziati potrebbero iniziare dal punto in cui la Corea democratica disse che otto rapiti, tra cui Yokota Megumi, erano morti. Il Giappone potrebbe sottolineare che le spiegazioni della Corea democratica sulle circostanze della loro morte non siano convincenti e potrebbero richiedere ulteriori spiegazioni e indagini congiunte. La Corea democratica potrebbe nascondere alcuni giapponesi rapiti ancora vivi, ad esempio Taguchi Yaeko, insegnante di Kim Hyon-hui che fece esplodere un aereo KAL nel 1987. Per salvare una vittima, è necessario continuare la trattativa finché possibile, aspettando che la situazione della Corea democratica cambi.
Con l’instaurazione di relazioni diplomatiche con la Corea democratica, il governo giapponese potrebbe adottare misure per le donne comfort della Corea democratica, in seguito all’accordo Giappone-RoK del 2015. Anche il governo giapponese potrebbe rilasciare certificati all’hibakusha in Corea democratica all’esame dell’ambasciata e iniziare a pagarne l’assistenza regolare. Alcune restrizioni riguardanti importazione ed esportazione di merci tra Giappone e RPDC potrebbero essere revocate e le restrizioni relative alle visite di navi e voli charter potrebbero essere lentamente allentate. Scambi culturali e gli aiuti umanitari potrebbero essere immediatamente aperti. I concerti dell”orchestra filarmonica della NHK a Pyongyang e le esposizioni delle sofferenze delle persone colpite dalle bombe atomiche statunitensi a Hiroshima e Nagasaki sono particolarmente raccomandate. Se la proposta cinese e giapponese lungo queste linee sono presentate alla Corea democratica, la crisi nord-coreana degli Stati Uniti potrebbe essere allentata. È responsabilità del Giappone impegnarsi al massimo per impedire la guerra USA-Corea democratica.Questo documento è stato presentato alla conferenza su “Impegno civico e politica statale per la pace nel nord-est asiatico: oltre il sistema di San Francisco”, tenutasi il 1° dicembre 2017 al Perry World House, University of Pennsylvania. Testo inglese dell’autore, leggermente modificato per la rivista Asia-Pacifico.
Wada Haruki è professore emerito dell’Istituto di scienze sociali, Università di Tokyo e specialista su Russia, Corea e Guerra di Corea.

Note
1. Wada Haruki, The Korean War: An International History, Rowman & Littlefield, 2014
2. Ci sono diversi concetti del sistema di San Francisco. La mia idea è stata descritta nell’articolo Haruki Wada, “Eredità storiche e integrazione regionale”, Il sistema di San Francisco e sue eredità, a cura di Kimie Hara, Routledge, 2015, pp. 252-263.
3. Asahi Shimbun, 1 gennaio 1991.
4. Takasaki Soji, Kensho Nittyokosho (rivisitazione dei negoziati Giappone-Corea). Heibonsha, 2004, pp. 42-65.
5. Wada Haruki, Sato Katsumi Kenkyu (studio di Sato Katsumi), Shukan Kinyobi, n. 476, 19 settembre 2003, p. 17.
6. NHK Special, Hiroku Nittyokosho (Una storia segreta: negoziati Giappone-Corea), 8 novembre 2009. Wada Haruki, Kitatyosen Gendaishi (Storia contemporanea della Corea del Nord), Iwanami, 2012, pp. 215-216.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Russia ed Egitto si accordano sul mutuo uso di spazio e basi aeree

Andrej Akulov SCF 04.12.2017Il Ministro della Difesa russo Sergej Shoigu visitava Cairo il 27 novembre. Offrendo le condoglianze per il massacro nella moschea nel Sinai del 24 novembre, che uccise oltre 300 persone, Shojgu sottolineava la necessità di rafforzare la cooperazione nella lotta al terrorismo. Secondo lui, i legami militari tra i due Paesi sono ai massimi livelli in quanto l’Egitto ha piazzato nuovi ordini per armi russe. Il 30 novembre fu riferito che il governo russo aveva approvato un progetto di accordo con l’Egitto che consenta ai due Paesi di utilizzare lo spazio aereo e le basi aeree altrui. Il progetto di accordo fu definito con un decreto firmato dal Primo ministro Dmitrij Medvedev il 28 novembre, incaricando il Ministero della Difesa russo dei negoziati coi funzionari egiziani e di firmare il documento una volta che le parti si saranno accordate. L’accesso agli aeroporti egiziani consentirà agli aerei militari russi di rifornirsi durante il viaggio verso la Siria. L’accordo riguarda un polo logistico supplementare, che aiuterà gli aerei russi ad agire liberamente nel teatro siriano, quando necessario. Quando sarà in vigore, l’accordo faciliterà molto l’addestramento del personale dell’Aeronautica egiziana. Il documento non comprende aerei picchetti radar e da trasporto militari che trasportino merci pericolose. L’accordo è valido cinque anni e potrà essere esteso. Il New York Times scrive che l’accordo rappresenta un “apparente affronto all’amministrazione Trump“, poiché è “l’ultima estensione della potenza russa in Medio Oriente, in questo caso cooperando con uno dei più stretti alleati arabi di Washington“. Secondo la fonte, se attuato, l’accordo proposto approfondirà la presenza militare della Russia nella regione a livelli ineguagliati dal 1973. In termini pratici, la presenza di aviogetti russi in Egitto solleverà preoccupazioni sulla sicurezza operativa del personale militare statunitense e richiederà il coordinamento cogli aerei militari statunitensi nello stesso spazio aereo. Il New York Times citava analisti che sostengono che la presunta volontà di Cairo di consentire alla forza aerea russa di accedere alle basi aeree egiziane dimostra la riduzione dell’influenza degli Stati Uniti nella regione. “Il potere aborre il vuoto e quando gli Stati Uniti si ritirano non possiamo avere l’impressione che il mondo si fermi aspettandoci“, diceva Matthew Spence, ex-vicesegretario alla Difesa per la politica mediorientale dell’amministrazione Obama. Ad agosto, Cairo criticava gli Stati Uniti per la decisione di ritirare 195 milioni di dollari di aiuti militari e di tagliare 96 milioni di dollari di altri aiuti, in risposta alle presunte violazioni dei diritti umani di Cairo.
L’Egitto è il Paese più popoloso del Nord Africa e del mondo arabo, il terzo più popoloso dell’Africa e il quindicesimo del mondo. L’anno scorso, la popolazione del Paese raggiunse i 92 milioni. Un anno prima, il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi affermò pubblicamente sostegno alle forze del Presidente siriano Bashar al-Assad avvicinando l’Egitto alla Russia. L’eventualità che i militari egiziani partecipino all’iniziativa sulle zone sicure (ridimensionate) in Siria è all’ordine del giorno. Il coinvolgimento dell’Egitto farebbe sicuramente scalpore sul piano internazionale. Negli ultimi mesi, Mosca e Cairo hanno firmato diversi contratti per aerei da caccia MiG-29, elicotteri Ka-52 e altre armi mentre le vendite di armi della Russia ai Paesi del Medio Oriente hanno raggiunto livelli record. I due partner hanno firmato diversi accordi per il rinnovamento delle fabbriche di produzione militare egiziane. È stato firmato un protocollo per garantire all’Egitto l’accesso a GLONASS, il sistema di posizionamento satellitare globale russo. Le esercitazioni tattiche congiunte russo-egiziane Defenders of Friends 2017 si svolsero a settembre 2017 nella regione di Krasnodar, nella Federazione Russa, la prima esercitazione aeroportata sul suolo russo sarà regolare in futuro. Ottenere diritti nelle basi in Egitto permetterà alla Russia di proiettare potenza in molte parti della regione, tra cui Mar Rosso, Corno d’Africa e Mediterraneo. La presenza militare sarà legittimata. La Russia potrà partecipare alla missione di mantenimento della pace in Libia nel caso lo si decidesse. La Libia è un’area promettente della cooperazione. Mosca ha un ruolo speciale. Russia ed Egitto possono contribuire congiuntamente a portare stabilità nel Paese lacerato dalla guerra. I loro interessi coincidono in linea di massima aprendo la strada a politiche e azioni coordinate. Gli oppositori in Libia chiedono alla Russia d’intervenire come mediatrice. I libici ricordano bene l’intervento della NATO del 2011 e non si fidano dell’occidente, specialmente data l’incapacità di ottenere risultati positivi in Siria. Molti Paesi arabi si rivolgono alla cooperazione militare con la Russia a seguito del successo in Siria. Il presidente sudanese Omar al-Bashir visitava la Russia per chiedere protezione dagli Stati Uniti. La possibilità di costruire una base navale russa in Sudan è un problema preso in considerazione. La Russia ha relazioni speciali con Iran, Turchia, Egitto, Iraq, Giordania, Israele e Stati del Golfo. L’Arabia Saudita è l’alleato dell’Egitto e finanzia l’acquisto di armi russe. Ad ottobre, il re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud visitò Mosca, la prima visita in assoluto in Russia di un re saudita. Fu firmato un memorandum d’intesa sull’acquisto di sistemi di difesa aerea S-400 dalla Russia segnando un cambio dell’Arabia Saudita, che finora acquistava armi da Stati Uniti e Gran Bretagna. I Paesi non cercano la rivalsa su molte questioni internazionali, ma capiscono quanto sia importante cooperare e scambiare opinioni. Con le sanzioni occidentali in vigore, Mosca progredisce nell’influenzare ed accedere ai nuovi mercati per armi, beni ed energia russi. Ha buone relazioni con tutti i Paesi della regione. Non c’è uno Stato nella regione in conflitto con Mosca. Alcun altro Paese ha tale vantaggio. Mosca non prende parte al conflitto tra sunniti e sciiti, il che la rende adatta al ruolo di mediatrice tra Stati del Golfo sostenuti dall’Egitto e Iran.
La Russia rinata si afferma in Medio Oriente come uno dei principali attori internazionali. Il progetto di accordo con l’Egitto è un esempio convincente del suo peso crescente nella regione.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Quali sono i nemici degli USA?

Prof. James Petras, Global Research 24 novembre 2017Per quasi 2 decenni, gli Stati Uniti hanno steso la lista dei “Paesi nemici” da affrontare, attaccare, indebolire e rovesciare. La ricerca imperialista per rovesciare i “Paesi nemici” agisce a vari livelli e in base a due considerazioni: priorità e vulnerabilità per un’operazione di “cambio di regime”. I criteri per decidere un “Paese nemico” e il suo posto nella lista degli obiettivi prioritari negli Stati Uniti nella ricerca del dominio globale, nonché la vulnerabilità a un cambio di regime “di successo”, sono al centro di questo saggio. Concluderemo discutendo le prospettive realistiche delle future opzioni imperialiste.

Avversari principali degli Stati Uniti
Gli strateghi imperialisti badano a criteri militari, economici e politici nell’individuare i primi avversari. I seguenti sono in cima alla “lista dei nemici” degli Stati Uniti:
1) Russia, per la potenza militare, è un contrappeso nucleare al dominio globale degli Stati Uniti. Ha una forza armata enorme e ben equipaggiata con presenza europea, asiatica e mediorientale. Le risorse di petrolio e gas la proteggono dal ricatto economico degli Stati Uniti e le sue crescenti alleanze geopolitiche limitano l’espansione statunitense.
2) Cina, per il potere economico globale e la portata crescente di commercio, investimenti e reti tecnologiche. La crescente capacità militare difensiva della Cina, in particolare la protezione degli interessi nel Mar Cinese Meridionale, contrasta il dominio degli Stati Uniti in Asia.
3) Corea democratica, per la capacità balistiche e nucleari, la sua feroce politica estera indipendente e la posizione geopolitica strategica, è vista come minaccia per le basi militari statunitensi in Asia e gli alleati regionali di Washington.
4) Venezuela, per le risorse petrolifere e le politiche sociali che sfidano il neoliberismo centrato negli Stati Uniti in America Latina.
5) Iran, per le risorse petrolifere, l’indipendenza politica e le alleanze geopolitiche in Medio Oriente, sfida il dominio statunitense, israeliano e saudita nella regione e presenta un’alternativa indipendente.
6) Siria, per la posizione strategica in Medio Oriente, il partito di governo nazionalista laico e l’alleanza con Iran, Palestina, Iraq e Russia, è un contrappeso ai piani di USA-Israele per balcanizzare il Medio Oriente in conflitti etno-tribali.

Avversari di medio livello degli Stati Uniti
1) Cuba, per la politica estera indipendente e il sistema socio-economico alternativo, è in contrasto coi regimi neo-liberali centrati negli Stati Uniti nei Caraibi, America centrale e meridionale.
2) Libano, per la posizione strategica sul Mediterraneo e l’accordo di condivisione del potere nel governo di coalizione col partito politico Hezbollah, sempre più influente nella società civile libanese anche per la comprovata capacità della sua milizia di proteggere la sovranità nazionale libanese espellendo l’invasore esercito israeliano e aiutando a sconfiggere i mercenari SIIL/al-Qaida nella vicina Siria.
3) Yemen, per il movimento nazionalista indipendente guidato dagli huthi, che si oppone al governo fantoccio imposto dai sauditi, e le sue relazioni con l’Iran.

Avversari di basso livello degli Stati Uniti
1) Bolivia, per la politica estera indipendente, il sostegno al governo chavista in Venezuela e la difesa di un’economia mista; ricchezza mineraria e difesa delle rivendicazioni territoriali dei popoli indigeni.
2) Nicaragua, per la politica estera indipendente e le critiche all’aggressione statunitense nei confronti di Cuba e Venezuela.
L’ostilità degli Stati Uniti verso gli avversari prioritari è espressa attraverso sanzioni economiche, accerchiamento militare, provocazioni e intense guerre di propaganda. Dati i potenti legami sul mercato globale della Cina, gli Stati Uniti hanno applicato poche sanzioni. Invece si affidano ad accerchiamento militare, provocazioni separatiste e intensa propaganda ostile quando vi hanno a che fare.Avversari prioritari, bassa vulnerabilità e aspettative irreali
Con l’eccezione del Venezuela, gli “obiettivi prioritari” di Washington hanno limitate vulnerabilità strategiche. Il Venezuela è il più vulnerabile per l’ampia dipendenza dalle entrate petrolifere, le principali raffinerie situate negli Stati Uniti, l’alto indebitamento tendente al default. Inoltre, ci sono i gruppi di opposizione clienti degli statunitensi e il crescente isolamento di Caracas in America Latina per l’ostilità orchestrata da importanti clienti statunitensi, Argentina, Brasile, Colombia e Messico.
L’Iran è molto meno vulnerabile: è una forte potenza militare regionale strategica legata a Paesi vicini e movimenti religiosi e nazionalisti. Nonostante la sua dipendenza dalle esportazioni di petrolio, l’Iran ha sviluppato mercati alternativi, come la Cina, liberi dal ricatto statunitense e relativamente al sicuro da attacchi creditori avviati da Stati Uniti o UE.
La Corea democratica, nonostante le paralizzanti sanzioni economiche imposte al regime e alla popolazione civile, ha “la bomba” come deterrente all’attacco militare statunitense e non ha mostrato alcuna riluttanza a difendersi. A differenza del Venezuela, né Iran né Corea democratica affrontano significativi attacchi interni da un’opposizione finanziata dagli USA o armata.
La Russia ha piena capacità militare, armi nucleari, ICBM e una forza armata enorme e ben addestrata, scoraggiando qualsiasi minaccia militare diretta degli Stati Uniti. Mosca è politicamente vulnerabile alla propaganda degli Stati Uniti, ai partiti di opposizione e alle ONG finanziate dall’occidente. I miliardari russi collegati a Londra e Wall Street esercitano una certa pressione contro iniziative economiche indipendenti. In misura limitata, le sanzioni statunitensi hanno sfruttato la precedente dipendenza della Russia dai mercati occidentali, ma dopo l’imposizione di sanzioni draconiane del regime di Obama, Mosca ha efficacemente neutralizzato l’offensiva di Washington diversificando i mercati verso l’Asia e rafforzando l’autosufficienza in agricoltura, industria e alta tecnologia.
La Cina ha un’economia mondiale ed è sulla buona strada per diventare il leader economico mondiale. Le deboli minacce di “sanzioni” verso la Cina semplicemente illustrano la debolezza di Washington piuttosto che intimidire Pechino. La Cina ha contrastato provocazioni e minacce militari statunitensi espandendo il potere economico di mercato, aumentando la capacità militare strategica e abbandonando la dipendenza dal dollaro.
Gli obiettivi prioritari di Washington non sono vulnerabili ad attacchi frontali: mantengono o aumentano la coesione interna e le reti economiche, migliorando al contempo la capacità militare d’imporre costi assolutamente inaccettabili agli Stati Uniti con un qualsiasi assalto diretto. Di conseguenza, i capi statunitensi sono costretti ad affidarsi ad attacchi marginali, periferici e per procura con risultati limitati. Washington stringerà le sanzioni su Corea democratica e Venezuela, con dubbiose prospettive di successo con la prima e possibile vittoria di Pirro con Caracas. Iran e Russia possono facilmente liquidare gli agenti nemici. Gli alleati degli Stati Uniti, come Arabia Saudita e Israele, possono badare, fare propaganda e scagliarsi contro gli iraniani, ma i timori che una guerra vera e propria con l’Iran distrugga Riyadh e Tel Aviv li costringe a lavorare in tandem per indurre la corrotta dirigenza politica degli Stati Uniti alla guerra, incontrando le obiezioni di una popolazione stanca di guerre. Sauditi e israeliani possono bombardare e affamare le popolazioni di Yemen e Gaza, che non hanno alcuna possibilità di rispondere, ma Teheran è un’altra questione. Politici e propagandisti di Washington vociferano di interferenze della Russia nel teatro elettorale corrotto degli Stati Uniti e sabotano i legami diplomatici, ma non possono contrastare la crescente influenza della Russia nel Medio Oriente e il commercio in espansione con l’Asia, specialmente la Cina.
In sintesi, a livello globale, gli obiettivi ‘ prioritari’ degli Stati Uniti sono irraggiungibili e invulnerabili. Nella continua faida tra élite negli Stati Uniti, sarebbe troppo sperare nell’emergere di un qualsiasi politico razionale a Washington che possa ripensare le priorità strategiche e calibrare le politiche di mutuo accordo adattandosi alle realtà globali.Priorità, vulnerabilità e aspettative medie e basse
Washington può intervenire e forse infliggere gravi danni ai Paesi di media e bassa priorità. Tuttavia, vi sono diversi inconvenienti a un attacco su vasta scala. Yemen, Cuba, Libano, Bolivia e Siria non sono nazioni in grado di plasmare allineamenti politici ed economici globali. Il massimo che gli Stati Uniti possono garantirsi in questi Paesi vulnerabili sono cambi di regime distruttivi con massicce perdite di vite umane d infrastrutture e milioni di profughi disperati… ma con gravi costi politici, prolungata instabilità e gravi perdite economiche.

Yemen
Gli Stati Uniti possono sostenere la totale vittoria saudita sui popoli affamati e colerici dello Yemen. Ma a chi giova? L’Arabia Saudita è in pieno sconvolgimento di palazzo e non può esercitare egemonia, nonostante centinaia di miliardi di dollari in armi, addestratori e basi USA/NATO. Le occupazioni coloniali sono costose e danno pochi, se non alcuno, beneficio economico, specialmente da una povera nazione devastata e geograficamente isolata come lo Yemen.

Cuba
Cuba ha un potente esercito professionale sostenuto da una milizia di milioni di componenti. È capace di una resistenza prolungata e può contare sul supporto internazionale. L’invasione di Cuba richiederebbe occupazione prolungata e pesanti perdite. Decenni di sanzioni economiche non hanno funzionato e la loro re-imposizione da parte di Trump non ha colpito i settori chiave turistici. L'”ostilità simbolica” del presidente Trump non ha ridotto le distanze coi principali gruppi agroindustriali statunitensi, che vedono Cuba come un mercato. Oltre la metà dei cosiddetti “cubani d’oltremare” si oppone all’intervento diretto degli Stati Uniti. Le ONG finanziate dagli Stati Uniti possono dare vantaggi marginali nella propaganda, ma non possono sovvertire il sostegno popolare all’economia mista “socializzata” di Cuba, le eccellenti educazione pubblica ed assistenza sanitaria e la politica estera indipendente.

Libano
Il blocco congiunto USA-Arabia Saudita e le bombe israeliane possono destabilizzare il Libano. Tuttavia, l’invasione israeliana costerebbe vite e fomenterebbe disordini interni. Hezbollah ha i missili per contrastare le bombe israeliane. Il blocco economico saudita radicalizzerà i nazionalisti libanesi, specialmente tra sciiti e cristiani. L”invasione’ della Libia da parte di Washington, senza perdere un solo soldato statunitense, dimostra che le invasioni distruttive si traducono in caos nel continente. Una guerra USA-Israele-Arabia Saudita distruggerebbe completamente il Libano, ma destabilizzerebbe la regione esacerbando i conflitti nei Paesi confinanti: Siria, Iran e forse Iraq. E l’Europa sarà inondata da milioni di rifugiati disperati.

Siria
La guerra per procura USA-Arabia Saudita in Siria ha subito gravi sconfitte e la perdita di risorse politiche. La Russia ha acquisito influenza, basi e alleati. La Siria mantiene la sovranità e forgia una forza armata nazionale temprata dalle battaglie. Washington può sanzionarla, prendere alcune basi in alcune fasulle “enclavi curde”, ma non avanzerà oltre lo stallo e sarà ampiamente considerata un invasore. La Siria è vulnerabile e continua a essere un bersaglio medio nella lista dei nemici degli Stati Uniti, ma offre poche prospettive di far avanzare il potere imperiale degli Stati Uniti, oltre alcuni vincoli limitati con l’instabile enclave curda, suscettibile di guerra intestina e grandi rappresaglie turche.

Bolivia e Nicaragua
Bolivia e Nicaragua sono secondarie nella lista dei nemici degli Stati Uniti. I responsabili delle politiche regionali degli Stati Uniti riconoscono che i due Paesi non hanno potere globale o addirittura regionale. Inoltre, entrambi i regimi hanno respinto la politica radicale e coesistono con oligarchi locali, potenti e influenti, e con multinazionali internazionali collegate agli Stati Uniti. La loro critica in politica estera, principalmente di carattere interno, sono neutralizzate dalla quasi totale influenza degli Stati Uniti nell’OAS e sui principali regimi neo-liberali in America Latina. Sembra che gli Stati Uniti accettino questi avversari retorici marginalizzati piuttosto che rischiare di provocare il risveglio dei movimenti radicali nazionalisti o socialisti di massa a La Paz o Managua.Conclusione
Un breve esame della “lista dei nemici” di Washington rivela le limitate possibilità di successo anche tra gli obiettivi vulnerabili. Chiaramente, con questa configurazione del potere mondiale in evoluzione, denaro e mercati statunitensi non modificheranno l’equazione di potere. Gli alleati degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita, spendono enormi quantità di denaro attaccando una nazione devastata, ma distruggono i mercati mentre perdono le guerre. Potenti avversari, come Cina, Russia e Iran, non sono vulnerabili ed offrono al Pentagono poche prospettive di vittorie militari in futuro. Sanzioni e guerre economiche non sono riuscite a sottomettere Corea democratica, Russia, Cuba e Iran. La “lista dei nemici” è costata prestigio, soldi e mercati agli Stati Uniti, un bilancio imperialista grave. La Russia ora supera gli Stati Uniti nella produzione di grano e nelle esportazioni. Sono finiti i giorni in cui le agro-esportazioni statunitensi dominavano il commercio mondiale, anche a Mosca. La lista dei nemici è facile da comporre, ma politiche efficaci sono difficili da attuare contro rivali dalle economie dinamiche e preparazione militare potente. Gli Stati Uniti riguadagnerebbero parte della credibilità se operassero nella realtà globale perseguendo un programma conveniente per tutti invece di essere perdenti nel continuo gioco a somma zero. I capi razionali potrebbero negoziare accordi commerciali reciproci con la Cina, sviluppando legami tecnologici, finanziari e agrocommerciali con produttori e servizi. E potrebbero sviluppare accordi congiunti economici e di pace in Medio Oriente, riconoscendo la realtà di un’alleanza tra Hezbollah e Siria con Russia, Iran e Libano. Allo stato attuale, la “lista dei nemici” di Washington continua ad essere composta e imposta dai suoi capi irrazionali maniaci filo-israeliani e russofobi del Partito Democratico, senza alcun riconoscimento della realtà attuale. Agli statunitensi, la lista dei nemici interni è lunga e ben nota, ciò che manca è una leadership politica civile per rimpiazzare tale banda di capibranco.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Cina rigetta il “fallimento abissale” degli USA sulla Corea democratica

Durante una tesa telefonata tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Presidente Xi Jinping, la Cina respinge le richieste statunitensi per l’embargo petrolifero sulla Corea democratica
Alexander Mercouris The Duran 30 novembre 2017

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping si sono parlati telefonicamente il 29 novembre 2017 dopo il test dell’ICBM della Corea democratica. L’agenzia di stampa cinese Xinhua forniva un resoconto della chiamata: “Il Presidente Xi Jinping ha detto all’omologo Donald Trump, in una conversazione telefonica per denuclearizzare la penisola coreana, che mantenere il regime internazionale di non proliferazione nucleare e preservare la pace e la stabilità nell’Asia nord-orientale è l’obiettivo irremovibile della Cina. Ha detto che la Cina vorrebbe mantenere le comunicazioni cogli Stati Uniti e tutte le parti collegate e portare insieme la questione nucleare verso la soluzione pacifica attraverso dialoghi e negoziati. In risposta, Trump dichiarava che gli Stati Uniti nutrono serie preoccupazioni col lancio del missile balistico della Repubblica popolare democratica di Corea (RDPC). La televisione centrale della Corea democratica riferiva che il Paese ha testato con successo un missile balistico intercontinentale di nuova concezione, suscitando la condanna della comunità internazionale. Pyongyang ha dichiarato: “Lo sviluppo e il progresso dell’arma strategica della RPDC sono volti a difendere sovranità ed integrità territoriale del Paese dalla politica di ricatto nucleare e dalla minaccia nucleare degli imperialisti USA, e per assicurare la vita pacifica del popolo”. È il primo lancio dal 15 settembre, quando la RPDC lanciò un missile balistico sorvolando il Giappone settentrionale per l’Oceano Pacifico. Trump aveva detto che Washington apprezzava molto l’importante ruolo della Cina nel risolvere il problema nucleare ed era disposto a migliorare comunicazioni e coordinamento con la Cina nella ricerca di soluzioni al problema. Anche durante i colloqui telefonici, il leader cinese affermava che durante la visita di Trump in Cina all’inizio del mese si erano scambiati opinioni approfondite su questioni chiave di preoccupazione comune e raggiunto importanti consensi su più fronti, avendo importanza nel mantenimento di legami bilaterali solidi e stabili. Xi invitava le parti ad adempiere a questa accordo, tracciare buoni piani per gli scambi bilaterali ad alto livello, così come ad altri livelli, assicurare il successo dei negoziati del secondo turno nell’ambito dei quattro meccanismi del dialogo di alto livello Cina-USA e attuare accordi di cooperazione e progetti tra i due Paesi. Ha anche esortato le parti a mantenere strette comunicazioni e a coordinarsi sulle importanti questioni internazionali e regionali. Per contribuire a lenire la situazione della penisola coreana, la Cina ha proposto un approccio parallelo, cercando di far avanzare la denuclearizzazione e stabilire un meccanismo di pace. Pechino, nell’iniziativa della “sospensione per sospensione”, chiede a Pyongyang di sospendere le attività missilistiche e nucleari, e invita Washington a sospendere le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud. In risposta al lancio del missile della RPDC, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite terrà una riunione urgente. Da novembre scorso, il Consiglio di sicurezza ha imposto divieti all’esportazione di carbone, ferro, piombo, tessuti e prodotti ittici, limitato le joint venture e inserito nella lista nera numerose entità della RPDC in risposta ai test missilistici e nucleari del Paese. Ha anche vietato l’assunzione di lavoratori ospiti della RPDC e limitato le esportazioni di petrolio. Con le risoluzioni delle Nazioni Unite, la Corea democratica è esclusa dallo sviluppo di missili e armi nucleari, ma Pyongyang sostiene che l’arsenale è necessario per l’autodifesa dagli Stati Uniti “ostili”.”
Questo riassunto ufficiale della conversazione telefonica è un classico esempio di come la Cina indichi ufficialmente le conversazioni del suo Presidente. Quindi richiede una lettura attenta per avere un’idea precisa di ciò che è realmente accaduto. In primo luogo, Xinhua non fa riferimento alla lunga richiesta degli Stati Uniti, ripetuta da Nikki Haley al Consiglio di sicurezza dell’ONU, a che la Cina imponga l’embargo petrolifero alla Corea democratica. Poiché è inconcepibile che il presidente Trump non abbia sollevato l’argomento nella telefonata, ciò può significare solo che il Presidente Xi Jinping l’ha respinto. Xinhua suggerisce che in risposta alla richiesta di Trump dell’embargo petrolifero Xi Jinping abbia ricordato a Trump le sanzioni che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha già imposto con l’accordo cinese alla Corea democratica. Si noti il modo attento con cui Xinhua li elenca, “Da novembre scorso, il Consiglio di sicurezza ha imposto divieti all’esportazione di carbone, ferro, piombo, tessuti e prodotti ittici, ha limitato le joint venture e inserito nella lista nera numerose entità della RPDC in risposta ai test missilistici e nucleari del Paese. Ha anche vietato l’assunzione di lavoratori ospiti della RPDC e limitato le esportazioni di petrolio”. Xinhua suggerisce anche che Xi Jinping ha ricordato a Donald Trump le preoccupazioni per la sicurezza della Corea democratica, preoccupazioni che la Cina riconosce pienamente legittime, pur ribadendo a Trump che il programma dei missili balistici e armi nucleari nordcoreani è chiaramente, come dice la Corea democratica, difensivo. Si noti con quanta attenzione Xinhua riporti la dichiarazione della Corea democratica dopo il test dell’ICBM secondo cui i test della Corea democratica sono destinati esclusivamente all’autodifesa. Pyongyang ha dichiarato: “Lo sviluppo e il progresso dell’arma strategica della RPDC sono volti a difendere sovranità ed integrità territoriale del Paese dalla politica di ricatto nucleare e dalla minaccia nucleare degli imperialisti USA, e per assicurare la vita pacifica del popolo“. Il punto chiave, tuttavia, è che Xinhua implica fortemente la minaccia di Trump a Xi Jinping d’imporre sanzioni unilaterali alle compagnie cinesi se la Cina non rispettasse le pretese statunitensi dell’embargo petrolifero sulla Corea democratica. Xinhua dice anche che Xi Jinping ha ricordato a Trump gli accordi di cooperazione tra Stati Uniti e Cina raggiunti durante la visita di Trump a Pechino solo poche settimane prima. Sembra che Xi Jinping abbia ricordato a Trump che le minacce di sanzioni unilaterali contro le compagnie cinesi siano in totale contraddizione con questi accordi, “Anche nei colloqui telefonici, il leader cinese ha affermato che durante la visita di Trump in Cina all’inizio del mese i due capi di Stato si sono scambiate opinioni approfondite su questioni chiave di preoccupazione comune e raggiunto importanti accordi su più fronti, importanti nel mantenimento di legami bilaterali solidi e stabili. Xi invitava le parti ad adempiere a questo accordo, fare buoni piani sugli scambi bilaterali ad alto livello, così come ad altri livelli, assicurare il successo dei negoziati al secondo turno nell’ambito dei quattro meccanismi di dialogo di alto livello Cina-USA ed attuare accordi di cooperazione e progetti tra i due Paesi”. Infine, Xinhua indicava che Xi Jinping avvertiva Trump da azioni unilaterali degli Stati Uniti, sia contro le compagnie cinesi che contro la Corea democratica, ricordandogli la proposta del doppio congelamento (arresto dei test missilistici e nucleari della Corea democratica in cambio della sospensione delle esercitazioni militari e dello schieramento militare statunitensi nella penisola coreana) e avvertiva Trump che le misure adottate dagli Stati Uniti per risolvere la questione nordcoreana dovranno essere concordate in anticipo con la Cina. “Il Presidente Xi Jinping aveva detto all’omologo Trump, nella conversazione telefonica per denuclearizzare la penisola coreana, di mantenere il regime internazionale di non proliferazione nucleare e che preservare pace e stabilità nell’Asia nord-orientale è l’obiettivo irremovibile della Cina. Ha detto che la Cina vorrebbe mantenere le comunicazioni cogli Stati Uniti e tutte le parti collegate, e portare insieme la questione nucleare verso la soluzione pacifica attraverso dialoghi e negoziati… Ha anche esortato le parti a mantenere strette comunicazioni e a coordinarsi su importanti questioni internazionali e regionali. Per contribuire a lenire la situazione della penisola coreana, la Cina ha proposto un approccio parallelo, cercando di far avanzare la denuclearizzazione e stabilire un meccanismo di pace. Pechino, nell’iniziativa di “sospensione per sospensione”, chiede a Pyongyang di sospendere le attività missilistiche e nucleari, ed invita Washington a sospendere le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud”.
Che questa fosse una conversazione tesa e difficile con Xi Jinping che respingeva la richiesta di Donald Trump dell’embargo petrolifero alla Corea democratica, e che Trump in risposta minacciava Xi Jinping di sanzioni statunitensi contro le compagnie cinesi, è confermato da un editoriale insolitamente furioso pubblicato poco dopo dal quotidiano cinese in lingua inglese Global Times. L’editoriale accusa del programma per missili balistici ed armamenti nucleari nordcoreano e dell’intera crisi nella penisola coreana proprio intransigenza e miopia degli Stati Uniti, “Negli anni, Washington ha ripetutamente dichiarato che non esiterà ad adottare le misure necessarie per porre fine alle ambizioni nucleari della Corea democratica. Le risposte contrarie di Pyongyang ne hanno solo accelerato il progresso coi risultati ottenuti nel frattempo. Nel complesso, i progressi della Corea democratica hanno superato le aspettative di Washington. Va riconosciuto che la politica estera degli Stati Uniti verso la Corea democratica non è che un fallimento abissale. Quando Washington prese per la prima volta l’iniziativa di negoziare, ignorò le richieste per la sicurezza di Pyongyang, essenzialmente perdendo un’occasione per interromperne il programma nucleare. E proprio ora, l’amministrazione Trump crede davvero di poter influenzare il programma di armamenti di Pyongyang con una maggiore pressione sul Paese. E come se ciò non bastasse, Washington conta sulla Cina per sostenere la nuove tattiche pressanti dell’amministrazione Trump”. Queste parole confermano sostanzialmente che Trump aveva chiesto a Xi Jinping che la Cina imponesse l’embargo petrolifero alla Corea democratica minacciando Xi Jinping di sanzioni unilaterali statunitensi contro le compagnie cinesi. Sulla pretesa, e conseguente minaccia, Global Times conferma che Xi Jinping l’ha respinta, “Washington ha posto la Cina in una situazione precaria chiedendo più di quanto previsto dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulle precedenti sanzioni alla Corea democratica. La Cina ha sempre attuato le misure di sicurezza delle Nazioni Unite, tuttavia rifiuterà ulteriori responsabilità da entrambe le parti. È ora che gli Stati Uniti si rendano conto che l’inasprimento delle sanzioni già in vigore non avranno l’effetto desiderato. Da ieri, Pyongyang non è mai stata così sicura di sé. Le condanne del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e le nuove sanzioni che seguiranno non risolveranno nulla”. È interessante notare che, come segno dello stretto coordinamento tra Pechino e Mosca sulla questione nordcoreana, il Global Times ripetesse anche la recente affermazione russa secondo cui gli Stati Uniti hanno gettato via l’opportunità di negoziare con la Corea democratica nei due mesi precedenti il lancio dell’ICBM, quando non ci furono test missili o nucleari nordcoreani, “Nei due mesi precedenti, le ambizioni nucleari della Corea democratica erano praticamente assopite. La ragione di tale tranquillità poteva essere correlata alla preparazione necessaria del recente lancio. O avrebbe potuto essere un messaggio agli Stati Uniti, volto ad alleviare la tensione tra i due Paesi. Sfortunatamente, Washington ha scelto di non adeguarsi al corso. Il 20 novembre Trump ridesignava la Corea democratica sostenitrice del terrorismo imponendo nuove sanzioni. E l’unica cosa che gli Stati Uniti hanno ottenuto è stata irritare Kim Jong-un. Entrambe le parti devono chiarirsi. Washington dovrebbe aver capito ormai che basarsi unicamente sulla pressione non sottometterà la Corea democratica. Inoltre, gli Stati Uniti dovranno prendere sul serio le richieste della sicurezza nazionale della Corea democratica”. Questi commenti identici di Pechino e Mosca suggeriscono che cinesi e russi sono molto più vicini di quanto si dica. Sospetto che nel corso dei recenti colloqui a Mosca i nordcoreani abbiano detto ai russi che i preparativi per il prossimo test dell’ICBM della Corea democratica avrebbero richiesto due mesi e che se gli Stati Uniti fossero stati sinceramente interessati a un compromesso, ne avrebbero approfittato per indicare chiaramente di volere il compromesso. Se i nordcoreani l’avessero detto ai russi, i russi l’avrebbero trasmesso a cinesi e statunitensi. Tuttavia, Washington l’ha ignorato, invece aumentando la pressione sulla Corea democratica dichiarandola “Stato terrorista” e imponendo ulteriori sanzioni, coi risultati che ora si vedono.
Tali risultati il Global Times l’inquadra, “Esperti stranieri hanno analizzato i dati della Hwasong-15 e hanno scoperto che un lancio standard poteva vedere il missile percorrere 13000 km. Ciò significa che la Corea democratica dispone di un missile che può colpire gli interi Stati Uniti (tra Pyongyang e New York vi sono 11000km). L’impressione del test dell’Hwasong-15 conferma la fiducia di Pyongyang. Ha finalmente dimostrato che può colpire ovunque gli Stati Uniti. I primi rapporti del lancio dell’ICBM hanno sconvolto DC e la società statunitense…. I progressi nelle armi nucleari non diminuiranno mai. Inizialmente, la componente più importante del missile balistico intercontinentale era la gittata. Ora, la prossima fase richiederà lo sviluppo di mobilità e protezione”. In altre parole, gettando via l’opportunità di negoziare un compromesso durante i due mesi in cui il missile balistico nordcoreano e il programma sulle armi nucleari erano sospesi, gli Stati Uniti si ritrovano in una posizione più debole e la Corea democratica in una posizione più forte di prima. Che la conversazione tra Donald Trump e Xi Jinping fosse tesa, causa di grande rabbia a Pechino, è ulteriormente indicata da alcuni commenti da Mosca, chiaramente in costante contatto con Pechino. Ecco come l’agenzia TASS riporta le osservazioni del Ministro degli Esteri russo Lavrov, “I recenti passi di Washington sembrano volutamente mirati a provocare a Pyongyang azioni dure”, osservava Lavrov. “Gli Stati Uniti dovrebbero apertamente dire se le loro provocazioni mirano a distruggere la Corea democratica”, ha detto, osservando che Washington “ha annunciato che a dicembre si svolgeranno grandi esercitazioni non programmate”. “Sembra che abbiano fatto di tutto per far scatenare il leader nordcoreano Kim Jong-un compiendo un’altra mossa disperata”, e ha detto, “Gli statunitensi devono spiegarci ciò che vogliono davvero. Se cercano un pretesto per distruggere la Corea democratica, dovrebbero dirlo apertamente e la leadership statunitense dovrebbe confermarlo. Poi decideremo come rispondere”, aggiungeva il diplomatico russo. La Russia è contraria alle proposte degli Stati Uniti sul blocco economico della Corea democratica e ritiene che la pressione delle sanzioni si sia esaurita. “Il nostro atteggiamento sulle proposte statunitensi è negativo. Abbiamo detto più volte che la pressione delle sanzioni si è in effetti esaurita”, ha detto. Allo stesso tempo, Lavrov confermava che Mosca non appoggia le iniziative di Washington sul blocco economico della Corea democratica e ritiene che il potenziale delle sanzioni sia esaurito. “Il nostro atteggiamento (nei confronti delle iniziative USA) è negativo. Abbiamo sottolineato molte volte che le sanzioni si sono effettivamente esaurite”. Lavrov osservava che “le risoluzioni che impongono sanzioni richiedono anche la ripresa del processo politico e dei colloqui”. “Ma gli Stati Uniti l’hanno ignorato. Penso che sia un errore enorme”, osservava il diplomatico russo”. Queste osservazioni di Lavrov sono molto interessanti, non solo perché incolpano gli Stati Uniti della crisi e perché escludono chiaramente l’embargo petrolifero, ma perché suggeriscono che le reali intenzioni degli Stati Uniti verso la Corea democratica non è chiuderne il programma missilistico e nucleare, ma piuttosto il cambio di regime a Pyongyang. Già ad agosto un editoriale del Global Times avvertiva che se gli Stati Uniti attaccassero la Corea democratica, la Cina avrebbe agito con mezzi militari, se necessario, per difenderla. Le parole di Lavrov associano efficacemente la Russia all’avvertimento cinese. La strada del compromesso sul programma missilistico e nucleare della Corea democratica non è chiusa. I negoziati continuano. Al momento del lancio dell’ICBM c’era una grande delegazione russa a Pyongyang, indubbiamente a seguito dei precedenti incontri tra diplomatici russi e nordcoreani a Mosca. La Cina continua anche a perseguire la diplomazia con la Corea del Sud, e ora non c’è dubbio che cinesi e russi collaborino. Tuttavia, le ultime parole di Pechino e Mosca mostrano che non vedono più l’ostacolo principale a un compromesso in Pyongyang, ma piuttosto in Washington, e adeguano di conseguenza la propria diplomazia. Ciò significa che gli Stati Uniti saranno ancora più emarginati mentre cinesi e russi cercano una soluzione diplomatica direttamente con le due Coree, senza coinvolgere più gli Stati Uniti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Fine dei giochi in Siria: Erdogan gioca all’impiccato?

Salman Rafi Sheikh New Eastern Outlook 29.11.2017Mentre accelera la conclusione della partita siriana, come dimostra senza ombra di dubbio l’ultimo summit di Sochi, ciò che appare all’orizzonte è il finale che mette a disagio certi Paesi regionali, in particolare la Turchia. Se il principale interesse della Turchia in Siria è por definitivamente fine alla questione curda, tale obiettivo non è stato raggiunto nel modo ideale per la Turchia. I gruppi curdi rimangono forti in Siria e, a dispetto della Turchia, né Russia né Stati Uniti li vedono come nemico; da cui il continuo attrito che fa della Turchia ancora una volta il malato d’Europa. Ciò che acuisce le preoccupazioni della Turchia è il dualismo verso Russia e Stati Uniti. Da un lato, rimane un membro della NATO, e dall’altro, l’intesa di Erdogan con la Russia viene vista come linea rossa dagli alleati della NATO, spingendoli a usare la “carta dello sfratto” contro la Turchia, lasciandola con poca o alcuna possibilità d’influenzare l’esito del finale siriano. L’attrito sulla questione curda divenne evidente subito dopo la conclusione del summit di Sochi, quando Erdogan escluse ancora una volta qualsiasi possibilità di accetare le fazioni curde, PYD e YPG, nel finale siriano. “Abbiamo discusso in dettaglio la questione del congresso del dialogo nazionale siriano. Noi tre Paesi decideremo chi invitarvi“, aveva detto Erdogan dopo il summit, aggiungendo inoltre che la posizione della Turchia sulle “organizzazioni terroristiche YPG e PYD è chiara”. Ciò dimostra che, nonostante due anni di cooperazione militare in Siria, l’ossessione della Turchia per la questione curda rimane un grosso ostacolo al passaggio delle relazioni con la Russia ad alleanza strategica. Non dimentichiamo che i curdi siriani hanno separato Turchia e Stati Uniti, spingendo la prima a riavvicinarsi a Mosca. Tuttavia, al di là della cooperazione in Siria, le relazioni tra Turchia e Russia rimangono ancora limitate e, come Erdogan indicava dopo il vertice, la questione curda rimane instabile anche quando a Astana e Sochi è in corso da tempo un intenso dialogo. Nonostante la frizione, la Turchia è ancora impegnata nei negoziati con la Russia e Erdogan ha già indicato disponibilità a “mantenere aperte tutte le opzioni politiche“. Ma questo spiega solo una parte delle preoccupazioni di Erdogan in Siria e nella regione. Molto è anche dovuto a ciò che gli Stati Uniti fanno in Siria e Turchia.
Ad esempio, non ci sono ancora prove che gli Stati Uniti giungano a ritirarsi dalla Siria lasciando le basi militari installate nei territori riconquistati dalle forze democratiche siriane supportate dagli USA (SDF), di cui i curdi sono parte integrante. Il sostegno degli Stati Uniti alle forze curde, quindi, continua ad essere visto come la “linea rossa” da Ankara, la cui posizione su questo tema altamente controverso è stata resa chiara da Ibrahim Kalin, portavoce e consigliere di Erdogan, che ha scritto sul Daily Sabah: “La politica sbagliata di sostegno al ramo in Siria del PKK non farà altro che indebolire l’integrità territoriale e l’unità politica della Siria che dovrebbero essere raggiunte alla fine degli attuali processi di Ginevra e Astana, continuando a minacciare la sicurezza nazionale dei Paesi vicini. Dobbiamo ancora vedere gli Stati Uniti mantenere la promessa di tagliare le relazioni col PYD-YPG dopo aver liberato Raqqa dal Daish“, continuando, “La questione del PYD-YPG rimane la linea rossa della Turchia. Non possono far parte di alcuna soluzione politica perché sono il PKK in Siria, un’organizzazione terroristica designata come tale da Turchia, Stati Uniti, Europa ed altri. È irrispettoso, a dir poco, per il popolo siriano presentarli come rappresentanti dei curdi siriani”. Ma il modo in cui le relazioni tra Turchia e Stati Uniti si sono evolute dall’intesa della Turchia con la Russia rivelano come gli Stati Uniti non manterranno la “promessa”. A parte la geopolitica regionale, altrove l’FBI ha aperto un dossier su Erdogan, i familiari e la cerchia per una truffa che coinvolge la banca di Stato turca per il commercio con l’Iran, accusata di violare sanzioni e leggi bancarie statunitensi. Un verdetto negativo della corte federale degli Stati Uniti può non solo portare ad incriminazioni contro Erdogan e collaboratori, ma anche aprire la strada a sanzioni degli USA contro la Turchia e persino al possibile sfratto dalla NATO. Se tali azioni possono ulteriormente avvicinare la Turchia a Mosca, è ovvio che, data la situazione, la Turchia non può aspettarsi dagli Stati Uniti alcuna concessione nel costringere le fazioni curde a tornare nella posizione politica prebellica. Ed è tale distanza cruciale, le cui radici vanno ricondotte al fallito tentato colpo di Stato, tra i due alleati della NATO, che ha costretto la Turchia ad abbracciare Russia e Iran per proteggere i propri interessi in Siria. Ma questo abbraccio non ha portato alla materializzazione degli interessi cruciali della Turchia. Con la Russia che detiene la carta curda, non c’è molto che il “malato d’Europa” possa fare per controllare la fine dei giochi in Siria. L’unica preoccupazione della Turchia è che Mosca capisca le sue preoccupazioni e apprezzi le relazioni con Ankara, perché in gioco qui non ci sono solo Siria e i curdi, ma le contromisure della Russia contro l’alleanza occidentale seduta alle porte.Salman Rafi Sheikh, analista delle relazioni internazionali e degli affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio