L’espansione della NATO fino alle isole Curili

Svetlana Gomzikova, Svpressa, 04/05//2016 – Southfront1998x1393La cancelliera tedesca Angela Merkel ha cercato di convincere il Giappone ad aderire alla NATO. Come riportato dalla TASS, il giornale The Japan News, del maggiore conglomerato mediatico del Giappone noto come Yomiuri Shimbun, se ne usciva con questa storia. Secondo il giornale, la proposta fu fatta nel marzo 2015, quando la cancelliera tedesca visitò la “terra del sol levante” incontrando il Primo ministro Shinzo Abe a Tokyo, 7 anni dopo l’ultima visita. Merkel avrebbe invitato il Giappone ad unirsi all’alleanza del Nord Atlantico rassicurando Abe che sarebbe stato facile “convincere” il primo ministro inglese Cameron e il presidente francese Hollande, e che non ci sarebbero state obiezioni. Secondo The Japan Times, il capo di Stato giapponese avrebbe risposto nella migliore tradizione della diplomazia orientale, “per non essere scortesi”, che “si trattava di una possibilità futura”. Resta inteso che l’adesione del Giappone alla NATO interferirebbe con i negoziati con la Russia per la conclusione di un trattato di pace formale della Seconda guerra mondiale e per risolvere la disputa territoriale sulle isole Curili. È importante notare che la “fuga” s’è verificata prima della visita di Shinzo Abe in Russia e del suo incontro con il Presidente russo Vladimir Putin in programma il 6 maggio a Sochi. La domanda è, era una coincidenza? “Ho seri dubbi che tale conversazione riportata nella pubblicazione giapponese abbia effettivamente avuto luogo”, commentava il direttore dell’Istituto russo di analisi politica Aleksandr Shpunt. “Dobbiamo ricordare che la NATO è un’alleanza del Nord Atlantico. Anche l’inclusione della Turchia fu abbastanza controversa, e fu giustificata solo dal fatto che parte del territorio della Turchia si trova in Europa. Pertanto, l’adesione del Giappone, o per esempio, dell’Australia, altro importante partner strategico dell’occidente, è semplicemente impossibile. Merkel lo sa bene, ed ovviamente tale conversazione non avrebbe avuto luogo. Inoltre, sarebbe strano se tali trattative riguardanti un nuovo possibile membro della NATO siano condotte dai tedeschi piuttosto che dagli statunitensi, che controllano la NATO“.

SP: Ma potrebbe Merkel aver svolto tale missione, forse per volere di Washington?
“Penso che sia del tutto impossibile. Invece, avrebbe potuto essere una conversazione sulla possibile cooperazione giapponese con la NATO. Vi sono molti esempi di tale tipo di collaborazione come Israele e la Finlandia”.

SP: Ma il Giappone, come è noto, fa parte del programma “Global Partnership” della NATO, assieme ad Australia, Corea del Sud, Iraq e molti altri Paesi…
“Voglio dire che non basterebbe. Non è probabile che si parli di qualcosa di serio. Cosa c’è di più, il Giappone ha il suo accordo bilaterale con gli Stati Uniti. Questo patto di difesa mantiene sostanzialmente la presenza militare degli Stati Uniti nel Pacifico. Vi ricordo che gli Stati Uniti rifiutarono di creare un blocco militare nel Pacifico, optando invece per accordi bilaterali; hanno questa metafora, ‘mozzo e raggi’, dove il mozzo sono gli Stati Uniti e i raggi gli alleati Giappone, Corea del Sud, Finlandia e Australia… Sulla prossima visita di Abe in Russia, è senza dubbio importante ma difficilmente risolverà il problema delle isole Curili. Va preso in considerazione altro”.

SP: Che vuol dire?
“Va considerato che Abe è il più militarista primo ministro giapponese nella storia del dopoguerra. Parla spesso di come il bilancio della difesa giapponese sia solo l’uno per cento del PIL. Tuttavia, in primo luogo è già di più. Abe ha saltato l’ostacolo anche se non è un grande aumento della spesa, ma è stata una decisione simbolica. In secondo luogo, è l’uno per cento di un enorme economia. Oggi, il bilancio militare del Giappone è pari a quelli della Francia e superiore a quello della Germania. La scorsa settimana, il Giappone ha fatto decollare il nuovo caccia di quinta generazione ed è il quarto Paese dopo Stati Uniti, Cina e Russia, nella tecnologia stealth. L’esercito giapponese, almeno secondo gli esperti militari, è uno degli eserciti più promettenti del 21° secolo. A differenza, ad esempio, dell’Arabia Saudita, che spende molto per la difesa, il Giappone è una potenza ad alta tecnologia e non si limita a comprare armi dagli Stati Uniti; ne produce, come il caccia X-2 appena citato, che è giapponese. L’ambizione militare del Giappone, in un modo o nell’altro, si proietterà nella politica”.

SP: In che modo? Le forze armate giapponesi sono ancora ufficialmente chiamate forze di autodifesa…
“Prima di tutto, affronta la Cina sulle isole contese nel Mar Cinese Meridionale. In secondo luogo, vi è un forte raffreddamento delle relazioni con la Corea del Sud. Il Giappone non ha mai avuto un particolare rapporto stretto con questo Paese, ma oggi raggiunge quasi la crisi. E in terzo luogo, tenta di costruire un nuovo formato nelle relazioni con gli Stati Uniti in cui il Giappone avrebbe un ruolo più serio. Visto sotto questa luce, la notizia è fondamentalmente un test per esporre alla società giapponese nuove idee. La conversazione è finta, è solo un tentativo di scoprire come la società giapponese reagirebbe al rafforzamento dei legami con la NATO. Difficilmente ciò avrebbe effetti diretti sulla visita di Abe in Russia. Anche se, come ho già detto, è il primo ministro più militarista della storia del dopoguerra, non pesa sul rapporto con la Russia. Le relazioni di Tokyo con Mosca non sono a livello di minacce e provocazioni militari”.

SP: A proposito, l’ordine del giorno della prossima riunione di Sochi è abbastanza neutro. Rapporti ufficiali suggeriscono che le due parti prevedono di discutere l’opportunità della cooperazione nel commercio e nella sfera umanitaria, nonché varie altre questioni internazionali. Significa che le questioni sensibili non saranno toccate?
“Preciso. Questa è la posizione di Abe: è inutile discutere di questioni per le quali non esiste una risposta politica. In questo momento le isole contese con la Cina sono molto più importanti per il Giappone che le isole contese con la Russia. Le isole del Mar Cinese Meridionale sono un problema che va risolto immediatamente. Le isole contese con la Russia certamente possono aspettare. La Russia già fa ciò che va fatto. Vi ricordo che la nostra Flotta del Pacifico aumenta più velocemente di tutte le altre flotte. In secondo luogo, vi è il trasferimento delle basi dei sottomarini strategici dal Primorye alla Kamchatka. Questo è un fattore molto importante, aumentando la sicurezza delle basi ed ampliando la zona d’impiego, soprattutto lungo le coste americane. Sì, il rafforzamento militare del Giappone va monitorato, ma non significa che domani il Giappone attaccherà le isole Curili. In questo momento non vedo nemmeno una ragione politica per farlo. Il capo del Dipartimento economico e politico del Centro Giappone dell’Istituto di Studi Asia-Pacifico dell’IMEMO, Vitalij Shvidko, ha anche espresso dubbi sulle “offerte allettanti” di Merkel: “Sono voci. Nella logica generale e nello stile delle interazioni tra questi leader, un dialogo simile appare assai improbabile”. Un’altra cosa è che in realtà non vi è desiderio di eccitare l’atmosfera politica con tali sensazionalismi dubbi, per qualsiasi motivo. E chiaramente, potrebbe essere collegato con la prossima visita di Abe. Vi sono alcuni, anche in Giappone, che ritengono che sia un passo ingiustificato. Non la chiamerei provocazione, più probabilmente voci sentite solo da coloro che sono pronti a crederle. Va detto che in questi ultimi anni il rapporto russo-giapponese non è cambiato in modo significativo, né in meglio, né in peggio. Vi sono delle aspettative da entrambe le parti non ancora soddisfatte, perché le condizioni della parte russa e della parte giapponese sono diverse. Si spera che un compromesso sia raggiunto su questioni più delicate. Per ora, tuttavia, non vi è alcuna indicazione che ciò accada al più presto.A prototype of the first Japan-made stealth fighter X-2 Shinshin, formerly called ATD-X, takes off to mark it's maiden flight in Nagoya Airfield, also known as Komaki Airport, in Toyoyama town, Aichi prefecture, JapanTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Iran: nuova era di cooperazione militare

Rusplt, Southfront, 04/05/2016235513872Il 27-28 aprile Mosca ha ospitato la Quinta Conferenza Internazionale sulla Sicurezza cui partecipavano circa 500 rappresentanti delle Forze Armate di oltre 80 Paesi, aderenti anche ad organizzazioni come ONU, OSCE, CIS, CSTO e CICR. I temi principali erano la lotta al terrorismo, la sicurezza nella regione Asia-Pacifico, i rapporti Russia-Europa e la cooperazione militare. La Repubblica islamica dell’Iran era rappresentata dal Ministro della Difesa e Logistica delle Forze Armate Hossein Dehghan, in visita su invito del Ministro della Difesa della Federazione Russa Sergej Shojgu. Dopo il messaggio del Presidente Vladimir Putin e il discorso Shojgu, i capi della delegazione ospiti presentavano la posizione del proprio Paese sulle questioni regionali e internazionali, come anche nel caso del Ministro della Difesa iraniano. La retorica iraniana da diversi anni rimane invariata. Dehgan ha accusato le autorità di Paesi regionali ed extra-regionali di fornire aiuto finanziario, tecnico-militare e logistico a gruppi terroristi e radicali che operano in Afghanistan, Iraq, Siria, Libano, Libia, Yemen. In particolare, l’Iran ha accusato Stati Uniti, “regime sionista” (Israele) e Arabia Saudita di supportare il terrorismo. Da un lato può sembrare che Dehgan non abbia detto nulla di nuovo e sensazionale. Ma d’altra parte forse è la posizione costruttiva e coerente di Teheran la chiave del successo della politica estera dell’Iran nella regione e nel mondo. Fin dall’inizio della “primavera araba” e della guerra in Siria, l’Iran ha accusato gli stessi Paesi di favorire il terrorismo, mentre l’occidente (Stati Uniti ed Europa) e le monarchie arabe hanno accusato l’Iran di finanziare il terrorismo, di avere un piano per la bomba nucleare e d’interferire negli affari interni di altri Stati. Ma da un paio di anni è chiara al mondo la prova inconfutabile delle armi inviate dall’occidente alla cosiddetta opposizione armata in Siria, delle attività economiche del SIIL nel settore petrolifero e nella vendita dei costosi oggetti d’antiquariato dei musei della Siria. La stessa posizione è tenuta sullo Yemen, dove c’è una guerra all’ombra del conflitto siriano. Durante la presidenza di Mahmud Ahmadinejad, l’Iran aveva la stessa politica, ma una retorica tagliente e un principio con cui l’occidente creò l’immagine di un Iran aggressivo. Dopo l’elezione, Hassan Rouhani cambiò retorica e prese provvedimenti per la soluzione dei conflitti, ma la posizione di Teheran sulla sicurezza rimane la stessa, a differenza dell’occidente. Nel periodo del caos in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno cambiato ogni anno posizione. Washington ha visto come nemico Iran, Russia, Bashar al-Assad e infine SIIL. Grazie alla posizione coerente dell’Iran sulla questione della lotta al terrorismo e della sicurezza in Medio Oriente, generalmente coincidente con la posizione di Mosca, Vladimir Putin, nell’aprile dello scorso anno firmò un decreto per la ripresa delle forniture dei sistemi missilistici antiaerei S-300 all’Iran. Inizialmente, l’Iran aveva bisogno degli S-300 per proteggere gli impianti nucleari a Natanz, Bushehr, Arak, perché nello spazio aereo su tali strutture l’Iran aveva abbattuto vari droni israeliani (Harop, cosiddetti “drone kamikaze” che si autodistruggono con una bomba interna), poi impiegati sul confine iraniano dall’Azerbaigian nella “guerra di quattro giorni” contro la Repubblica del Nagorno-Karabakh del 2-5 aprile. Oggi la gamma di minacce s’è ampliata notevolmente, visto il successo del coinvolgimento dell’Iran nel conflitto in Siria, Iraq, Yemen, rivelatosi irritante per occidente e Paesi del Golfo Persico (Stati membri (UAE, Qatar, Arabia Saudita) del Consiglio di cooperazione Golfo (GCC)).
La fine delle sanzioni economiche contro Teheran ha permesso di espandere la cooperazione tecnico-militare che i ministri della Difesa dell’Iran e della Federazione russa sottolineavano. Le parti hanno sottolineato l’importanza di rafforzare e sviluppare la cooperazione tecnico-militare tra i due Stati e d’intensificare ulteriormente la lotta al terrorismo. Dehgan definiva la cooperazione militare tra Iran e Federazione russa un “modello di successo” nei rapporti. La visita della dirigenza iraniana era definita inizio di una “nuova era” della cooperazione militare. I prerequisiti furono il viaggio di Sergej Shoigu a Teheran lo scorso anno, e la visita del Segretario del Consiglio Supremo della Sicurezza Nazionale Ali Shamkhani a Mosca e, naturalmente, la fornitura degli S-300. A questo proposito, si pongono varie domande. Perché con il potente sostegno militare della Federazione Russa, non contribuisce all’adesione dell’Iran alla CSTO? O forse vi è la possibilità di creare una nuova organizzazione? Forse l’Iran può agire da garante della sicurezza in Medio Oriente? Queste domande trovano risposta dall’esperto russo su Iran e Medio Oriente, docente alla RAD Anton Evstratov: “La CSTO è dominata dalla Russia, ma il problema principale dell’inclusione dell’Iran nell’organizzazione era lo status di Stato paria dalle sanzioni del 2012 e, in senso più ampio, dalla rivoluzione del 1979. All’Iran non è ancora permesso acquistare alcuni tipi di armamenti, e alcuni politici e militari sono nella lista delle sanzioni delle Nazioni Unite e non possono ufficialmente lasciare i confini del proprio Paese. Qual è poi il potenziale della cooperazione militare nel quadro dei blocchi politico-militari? Allo stesso tempo la Russia ha iniziato il processo di attualizzazione della cooperazione militare con Teheran, anche per aumentare la popolarità nella Repubblica islamica dell’Iran, nell’ambito della lotta per uscire dall’isolamento sollecitato dall’occidente, nel panorama geopolitico post-conflitto ucraino. Un’altra domanda è la cooperazione militare in Medio Oriente, in particolare in Siria, dove l’Iran ha bisogno della Russia; ma è stata quest’ultima che ha inviato il maggior numero di consiglieri militari, e sono le sue truppe che guidano le operazioni più complesse, inviando anche dei generali che hanno sollevato la scarsa preparazione al combattimento delle Forze Armate siriane. Vi hanno formato un blocco militare de facto, a cui, oltre l’Iran si è unito “Hezbollah” e, con qualche riserva, anche il governo iracheno. In futuro si potrà parlare di adesione al blocco delle associazioni curde (YPG); ma questo, tuttavia, dipenderà dalla posizione di Damasco. L’Iran ha un enorme impatto sulla popolazione sciita di Iraq, Siria, Libano, Yemen e Stati del Golfo, mentre cerca di raggiungere la stabilità nella regione, soprattutto dopo il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq. La Repubblica islamica dell’Iran cerca di risolvere i problemi economici e sociali e di adempiere alla modernizzazione, e non è interessata a conflitti ai confini e nella propria sfera di influenza, ma al momento è costretta, anche se senza successo, a combattere. Forse la cooperazione con la Russia è la chiave per l’adempimento graduale degli obiettivi iraniani, ma dobbiamo capire che combattere insieme la minaccia salafita e affrontare gli Stati Uniti sono un obiettivo comune, ma a livello globale Teheran e Mosca hanno ancora interessi divergenti nella regione. La ricerca di un compromesso a lungo termine è necessaria per entrambi i Paesi, se si desidera una seria cooperazione, ma se si è memori delle differenze nel passato sulle questioni economiche, vi è ancora un percorso accidentato da fare“.
La guerra imposta all’Iran, la guerra Iran-Iraq del 1980-1988, e i decenni successivi hanno dimostrato che Teheran può garantire la sicurezza anche per l’intera regione. Oggi è coinvolta in quasi tutti i conflitti regionali, e si offre anche di mediarne uno dei più difficili, il conflitto del Karabakh (tra Azerbaigian e Armenia). Avere un alleato dalla posizione netta e che non può essere assoggettato alla pressione di Stati più potenti, è un vantaggio per qualsiasi Paese.235522992Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mattis contro Trump

Thierry Meyssan, Rete Voltaire, al-Watan Damasco (Siria)

Mentre i media trattano le primarie degli Stati Uniti come una competizione tra Trump e Cruz da un lato, tra Clinton e Sanders dall’altra, una macchina si forma per bloccare l’immobiliarista che minaccia gli interessi della classe dominante WASP. Thierry Meyssan espone qui la posta in gioco di cui nessuno parla pubblicamente, per ora. Quest’articolo è volto a un pubblico consapevole.Cassidy-Donald-Trump-Americas-Muslims-1200Le primarie statunitensi che dovevano preparare il confronto tra repubblicani e democratici progressivamente diventano una competizione sul controllo del partito repubblicano. Mentre tra i democratici il duello tra Hillary Clinton e Bernie Sanders si riassume nell’esperienza al servizio dei ricchi contro l’idealismo al servizio della maggioranza, l’attenzione si concentra sulla battaglia tra i repubblicani Donald Trump e Ted Cruz. Cruz è un prodotto delle “operazioni psicologiche” di un’agenzia militare privata. Sulla politica estera si è circondato di un team di guerrieri freddi creato intorno al senatore Henry Scoop Jackson, istericamente antisovietico. Ha preso posizioni contro ogni forma di limitazione giuridica del potere degli Stati Uniti, quindi contro il principio stesso del diritto internazionale.
Fino alla scorsa settimana, s’ignoravano le posizioni di Donald Trump. Tutto quello che si era visto erano le dichiarazioni contraddittorie sulla questione israeliana. Denunciava con forza la polarizzazione pro-israeliana delle varie amministrazioni, dichiarandosi neutrale sul conflitto israelo-palestinese, per poi fare professione di fede ultra-sionista davanti l’AIPAC. In ultima analisi, a Trump è stato chiesto, la scorsa settimana, da The National Interest di pronunciare il suo primo discorso in politica estera. La rivista è stata fondata dal Centro Nixon che riunisce i sopravvissuti della squadra di Henry Kissinger. Tra la sorpresa generale, ma probabilmente non degli organizzatori, “the” Donald non ha adottato posizioni su vari temi per soddisfare questa o quella lobby, ma ha declinato una vera e propria analisi della politica degli Stati Uniti, descrivendone la propria completa revisione. Secondo lui, è un errore fondamentale tentare di esportare con la forza il modello democratico occidentale ai popoli cui non hanno alcun interesse. Così ha criticato l’ideologia neo-conservatrice, al potere dal colpo di Stato dell’11 settembre 2001. Pertanto, si comprende meglio perché la scena sia stata organizzata dagli amici di Henry Kissinger, sostenitori della politica “realista” (realpolitik) e capri espiatori dei neoconservatori. Dopo aver denunciato l’enorme danno umano ed economico nei Paesi interessati, nonché negli stessi Stati Uniti, attaccava indirettamente il “complesso militare-industriale” denunciando le troppe armi presenti nel mondo. Nessuno s’inganni: per la prima volta dall’assassinio di John Kennedy, un candidato presidenziale denunciava l’onnipotenza dell’industria bellica che ha inghiottito quasi tutta l’industria statunitense. Può sembrare sorprendente prendere il toro per le corna di fronte agli amici di Henry Kissinger, che contribuirono più di altri nel sviluppare questo complesso. Tuttavia, la storia recente degli Stati Uniti spiega tale inversione. Tutti coloro che hanno combattuto il complesso militare-industriale furono bloccati o rimossi: John Kennedy fu assassinato quando si oppose alla guerra contro Cuba; Richard Nixon fu bloccato col Watergate per aver concluso la pace in Vietnam e avviato la distensione con la Cina; Bill Clinton fu paralizzato dalla vicenda Lewinsky quando cercò di opporsi al riarmo e alla guerra in Kosovo. Con una certa provocazione, Donald Trump ha presentato il suo nuovo programma di politica estera con lo slogan “America First”, in riferimento all’associazione omonima precedente la Seconda guerra mondiale. Questo gruppo è ancora ricordato come una lobby nazista che cercava di fermare la “terra della libertà” dal salvare gli inglesi attaccati dai genocidi degli ebrei. Infatti, “America First”, in realtà venne distolta dalla sua missione dall’estrema destra statunitense, ma in origine era una grande associazione fondata dai quaccheri che denunciò la Prima guerra mondiale come scontro tra potenze imperialiste, rifiutandosi perciò di entrarvi. Quindi gli avversari hanno falsamente definito Donald Trump un isolazionista, come Ron Paul, ma non lo è assolutamente, essendo un realista. Donald Trump non ha fatto politica finora, è stato immobiliarista, commerciante e presentatore televisivo. La mancanza di retroterra politica gli permette di considerare il futuro in modo completamente nuovo, senza essere vincolato da alcun impegno. È un affarista come l’Europa ne ha conosciuti con Bernard Tapie in Francia e Silvio Berlusconi in Italia. Due uomini, non senza colpe, che hanno rinnovato la politica nel proprio Paese sfidando le classi dirigenti.
Per far cadere Donald Trump, il partito repubblicano ha organizzato un’alleanza tra Ted Cruz e l’ultimo candidato, l’ex-presentatore televisivo John Kasich, che hanno accettato di rinunciare alla candidatura alla presidenza e di unire le forze per impedire che Trump abbia la maggioranza assoluta dei delegati alla Convenzione. Così, il partito potrà proporre alla convention un nuovo candidato, finora sconosciuto al grande pubblico. Sondaggi riservati sono già stati fatti, fondi sono stati raccolti e una squadra elettorale è stata formata intorno al generale James Mattis, anche se giura con la mano sul cuore di non avere pensato alla carriera politica. Tuttavia, ovviamente, l’ex-capo del CentCom potrebbe vedersi come nuovo Einsehower. Infatti, nel 1952, il vincitore della Seconda guerra mondiale non partecipò alle primarie perché era ancora comandante delle forze in Europa. S’infilò nella competizione verso la fine e in modo schiacciante venne nominato dalla convenzione del partito repubblicano a rappresentarlo. Il generale Mattis è considerato un intellettuale. Ha raccolto una vasta e famosa biblioteca privata di strategia militare, ma sembra essersi interessato alla storia solo su questo aspetto. Oggi ricercatore della Hoover Institution (Stanford University) è venuto a Washington per consultazioni e tenere una conferenza al CSIS. Tale pensatoio, tradizionalmente vicino all’industria petrolifera, è oggi finanziato principalmente dall’Arabia Saudita. Dopo aver annunciato un futuro “orribile” per il Medio Oriente, il “monaco-soldato” (soprannome datogli dai subordinati) denuncia il pericolo della rivoluzione iraniana e invoca la guerra contro l’Iran. In tal modo, ha ripreso il programma cui George W. Bush e Dick Cheney furono costretti a rinunciare per la rivolta degli altri generali.
Di fatto, il confronto incombente oppone un sostenitore collaterale della realpolitik di Henry Kissinger, impegnata a rispettare i principi della pace di Westfalia, cioè l’ordine internazionale basato sugli Stati-nazione, ai sostenitori della democratizzazione complessiva dei neocon, cioè della distruzione delle identità nazionali e dell’imposizione di un sistema di governo universale. In una parola, la visione di Richard Nixon contro i golpisti dell’11 settembre.

Da ricordare:
– Donald Trump, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, vuole limitare il potere del complesso militare industriale, prendendo il posto di John Kennedy (assassinato), Richard Nixon (Watergate) e Bill Clinton (Lewinsky).
– Secondo Trump, è dannoso per gli Stati Uniti e i popoli esteri tentare di esportare con la forza il modello democratico occidentale che non corrisponde alle loro aspirazioni.
– Il complesso militare-industriale prepara la candidatura del generale James Mattis e la guerra contro la rivoluzione iraniana.103120109-e1407959884523Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

TTIP e TPP contro integrazione eurasiatica

Boris Volkhovonskij, Strategic Culture Foundation 02/05/2016

TTIP2Se i rapporti ufficiali vanno creduti, l’ultima visita del presidente degli Stati Uniti Barack Obama in Europa ha riguardato tutto tranne ciò che in realtà era al centro delle discussioni, il partenariato transatlantico di scambio ed investimenti (TTIP). Per Obama, i cui successi in politica estera appaiono patetici anche rispetto a quelli del predecessore George W. Bush, è di vitale importanza finire la presidenza col botto, soprattutto perché, per sua stessa ammissione, le prospettive sul futuro del TTIP saranno estremamente incerte, una volta che la Casa bianca passerà di mano. E non solo nel caso in cui Donald Trump, apertamente critico delle ambizioni globali dell’attuale élite statunitense, possa diventare presidente. Ci saranno problemi anche con Hillary Clinton presidente, pur, come Obama, rappresentando gli interessi delle multinazionali ed essere grande sostenitrice dell’idea del dominio globale degli Stati Uniti. La campagna elettorale negli Stati Uniti ha già dimostrato che l’elettorato è disposto a mettere gli interessi nazionali degli Stati Uniti al di sopra delle ambizioni imperiali delle élite e delle grandi corporazioni. Trump non è l’unico ad aver espresso tale tendenza, c’è anche Bernie Sanders e, in una certa misura, il numero due nella corsa repubblicana, Ted Cruz. Anche se vincesse, Hillary Clinton sarà costretta a prendere tale punto di vista in considerazione, in particolare se ne guadagnerà i sostenitori nel tempo. I capi europei (con l’eccezione della cancelliera tedesca Angela Merkel e del primo ministro inglese David Cameron, forse) non sono molto entusiasti alla prospettiva che i loro Paesi divengano appendici coloniali dei monopoli degli Stati Uniti, tanto più che nella maggior parte dei Paesi europei vi saranno presto le elezioni. Quindi, se Obama riesce effettivamente a concludere il TTIP, potrà sentirsi un vincitore. Insieme al partenariato (Trans-Pacifico TPP ) firmato tra Stati Uniti e 11 Paesi della regione Asia-Pacifico nell’ottobre 2015, il presidente degli Stati Uniti uscente potrà prendersi il merito della creazione di un enorme e potente sistema USA-centrico avvolgente l’Eurasia da occidente ad Oriente subordinando numerose economie nazionali, sviluppate o in via di sviluppo, al capitale statunitense (o meglio multinazionale), al fine di strangolare o poi subordinare i Paesi esclusi da TTIP e TPP, in primo luogo Cina, Russia, India e numerosi altri. Inoltre, i tentativi statunitensi di creare TPP e TTIP, volti a rompere l’equilibrio degli interessi in Eurasia, sono attuti contro il rafforzamento dei processi d’integrazione nell’Eurasia. La dichiarazione congiunta del Presidente russo Vladimir Putin e del Presidente cinese Xi Jinping nel maggio 2015, al 70° anniversario delle celebrazioni della Vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, sull’integrazione dell’Unione eurasiatica economica (EEU) e della Cintura economica della Via della Seta, apre enormi possibilità di riunire le economie dei Paesi della Grande Eurasia. E il processo di adesione alla Shanghai Cooperation Organization (SCO) di India e Pakistan a membri a pieno titolo (con la possibilità dell’Iran di unirsi alla SCO nel prossimo futuro), iniziato nel luglio dello stesso anno, completa questi processi d’integrazione. Inoltre, le iniziative d’integrazione in Eurasia non si limitano a UEE, Cintura economica della Via della Seta e SCO.
In questo contesto, l’iniziativa eurasiatica della presidentessa sudcoreana Park Geun-hye, il programma ‘Nurly Zhol’ del Kazakistan e il progetto Strada nella Steppa della Mongolia sono degni di nota. La differenza fondamentale tra questi progetti e i TTP e TTIP promossi e finanziati dagli Stati Uniti è la seguente. L’obiettivo principale di TPP e TTIP (oltre a subordinare le economie dei Paesi membri) è impedire la crescita economica dei principali Paesi eurasiatici, in primo luogo Cina e Russia, ed impedire l’integrazione della regione Asia-Pacifico e dell’Eurasia. Così le iniziative TPP e TTIP sono esclusive, escludendo deliberatamente i principali avversari politici ed economici degli Stati Uniti. Al contrario, UEE, Cintura economica Via della Seta, SCO e altri progetti e iniziative simili sono per definizione inclusivi. Non sono aperti solo alla partecipazione di tutti i Paesi della regione, ma sono semplicemente irrealizzabili se solo uno dei Paesi nella regione in cui sono attuati gli importanti progetti infrastrutturali, non può, per qualsiasi motivo, parteciparvi. E qui si ha il seguente quadro. Oltre a creare strutture sotto il completo dominio degli Stati Uniti (e che operano in tal modo allo scopo vano di preservare l’ordine mondiale unipolare), le forze che non hanno alcun interesse ai processi d’integrazione inclusiva in Eurasia tentano direttamente di silurarli. Se dovessimo confrontare la mappa dei punti caldi in Eurasia con quella degli itinerari proposti dalla Via della Seta, per esempio, vedremmo che la maggior parte dei focolai di crisi si trovano lungo queste rotte (insieme a quelle volte a sviluppare altri progetti d’integrazione), così come giunzioni e snodi. Ciò riguarda dispute territoriali (tra la Cina e i vicini nell’est e sud-est asiatico, per esempio, o tra India e Pakistan), i conflitti etnici (Myanmar, Nepal e provincia pakistana del Belucistan), guerre civili (Siria o Ucraina) e intervento militare diretto straniero (in Afghanistan e Iraq) che ha portato questi Paesi sull’orlo del collasso, la pirateria nello stretto di Malacca e nel Corno d’Africa, e molto altro. Difficilmente può considerarsi un caso che il conflitto nel Nagorno-Karabakh (senza dubbio orchestrata da forze esterne), ancora una volta scoppiasse proprio quando la situazione presso l’Iran (che fino a poco tempo prima era uno dei principali ostacoli all’integrazione eurasiatica) cominciava più o meno a normalizzarsi. Da ricordare anche gli enormi sforzi delle ONG straniere (soprattutto statunitensi) in Asia centrale, dove numerosi conflitti e potenziali conflitti sono latenti o attivi. E così si ha il quadro completo di come, oltre ad inghiottire l’Eurasia nei propri piani, gli Stati Uniti cercano d’indebolire l’unità del continente a favore del vecchio principio del ‘divide et impera’.1018948899La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Petrodollari: i governanti sauditi si preparano all’esilio

DWNSouthfront

Saudi-Arabia_defence_MapI membri della famiglia reale saudita sembrano prepararsi ad andare in esilio. Hanno venduto più petrolio possibile esportando petrodollari dal Paese. Il prezzo del petrolio in calo non interessa. Chiari segnali arrivano dagli Stati Uniti sui giorni dei clan contati. Nel primo trimestre le esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita sono aumentate del 3,5 per cento rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, riporta Fuelfix. L’anno scorso, circa il 61 per cento delle esportazioni di petrolio saudita andò in Asia. Quest’anno finora il 65 per cento delle esportazioni di petrolio saudita è andato in Asia. Di questo, il 14 per cento è stato esportato verso la Cina. Nel confronto tra i Paesi, gli Stati Uniti sono il mercato più importante per il petrolio saudita. A marzo le esportazioni di petrolio saudita negli Stati Uniti hanno raggiunto un volume giornaliero di 1,28 milioni di barili, un record in undici mesi. A dicembre Oilprice.com ha riferito che l’Arabia Saudita, nonostante il calo dei prezzi del petrolio, aumentava le esportazioni di petrolio. Il Paese vende petrolio a qualsiasi prezzo. Allo stesso tempo, resiste agli appelli alla riduzione della produzione di petrolio. Al contrario, il regno chiede una riduzione della produzione a Russia e Iran, per proprio conto, per la ripresa del prezzo del petrolio. Secondo i media, Riyadh ha voluto danneggiare in particolare Russia e Iran con questa politica, considerati rivali in Medio Oriente. Ma i maggiori danni oggettivamente sono sofferti dal regno stesso. Le riserve di valuta estera del Paese sono diminuite drasticamente a causa del calo dei prezzi del petrolio. Il bilancio dello Stato non può più essere finanziato nel solito modo. Pertanto, tale atteggiamento non può solo essere spiegato con il fatto che l’Arabia Saudita vorrebbe indebolire Russia e Iran. Il regno ha in questi ultimi decenni accumulato petrodollari principalmente in obbligazioni e investimenti statunitensi. Una parte significativa dei fondi a quanto pare è finita nei centri offshore statunitensi come Delaware, Wyoming e Nevada. I Panama Papers confermano che la famiglia reale saudita ha parcheggiato fondi nei paradisi fiscali. Tale processo s’è accelerato con i conflitti in Medio Oriente e l’agitazione nel proprio Paese. La famiglia reale saudita teme un colpo di Stato e a quanto pare si prepara a un futuro in esilio.
L’ex-Capo di Stato Maggiore al Pentagono, Lawrence Wilkerson, ha detto al German Economic News: “Deve essere chiaro che la primavera araba, che io chiamo inverno arabo, non è ancora finita. Re ed emiri di Bahrayn, Arabia Saudita e Qatar ed altri sono spaventati. Il mondo cambia e questi emiri e re sono dal lato sbagliato della storia. I loro giorni sono contati“. L’Arabia Saudita è direttamente coinvolta nei conflitti in Yemen e Siria, che polarizzano la politica interna del Paese. Oltre agli sciiti, ci sono altri gruppi nel Paese che non condividono la politica estera della famiglia reale. Ma ci sono anche critici tra i principi sauditi che sostengono il rovesciamento della monarchia saudita, secondo The Guardian. Secondo costoro, il Regno non è più accettabile perché ha perso legittimità. Defense One ha riferito: “Non c’è assolutamente alcun governo in Arabia Saudita. E’ un luogo instabile, così corrotto da assomigliare ad un’organizzazione criminale e gli Stati Uniti dovrebbero predisporsi per il periodo successivo“. L’aria diventa irrespirabile per la famiglia reale saudita. Peggiore è il conflitto nella regione e più petrolio il Paese vende esportandone successivamente i profitti. Anche il presidente Obama chiede ora “riforme democratiche” a Riyadh. Indicando la necessità di tali riforme per evitare disordini in Arabia Saudita. La stessa retorica che Obama usò poco prima dello scoppio del conflitto siriano nel 2011 contro il governo di Damasco. In seguito scoppiava il conflitto in Siria finanziato dall’estero.640x-1

Collasso imminente: gli Stati del Golfo perdono 500 miliardi di dollari per i bassi prezzi del petrolio
DWN South Front

I bassi prezzi del petrolio scavano un buco enorme nei bilanci degli Stati del Golfo, secondo il FMI. Ciò minaccerebbe il sistema finanziario globale. Nel rapporto sulla regione il Fondo monetario internazionale (FMI) afferma di aver dovuto rivedere al ribasso in modo significativo le previsioni di crescita. La ragione principale di ciò sono i bassi prezzi del petrolio, che comporterebbero gravi carenze nelle vendite e deficit di bilancio nel medio periodo. I calcoli dei fondi si basano sul prezzo medio del petrolio di circa 50 dollari al barile (159 litri), alla fine del decennio in corso.Grafik-e1461770906182Solo lo scorso anno, i proventi del petrolio dei Paesi produttori di petrolio del Medio Oriente sono scesi di circa 390 miliardi di dollari. Nell’anno in corso, il FMI presume un ulteriore calo di altri 140 miliardi di dollari. Così, in soli due anni, i Paesi colpiti, Arabia Saudita, Quwayt, Qatar, Bahrayn, Emirati Arabi Uniti, Oman, Yemen, Algeria, Libia, Iraq e Iran, subirebbero perdite nell’esportazione per mezzo trilione di dollari. Secondo il FMI, in particolare le economie delle monarchie del Golfo, membri del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), soffriranno della caduta dei prezzi del petrolio. Mentre Medio Oriente e Nord Africa registrano una crescita complessiva del 3 per cento quest’anno, il FMI prevede solo una crescita dell’1,8 per cento nelle economie degli Stati del Golfo per quest’anno. L’anno scorso, i Paesi del CCG sono cresciuti del 3,3 per cento, però. Il deterioramento dei prezzi del petrolio avrebbe un impatto devastante anche sulle finanze pubbliche; alcuni governi hanno già parlato e di fatto attuato contromisure, come ad esempio l’introduzione dell’IVA, secondo il FMI. “Molti Paesi hanno compiuto notevoli sforzi per stabilizzare i bilanci. Si sono concentrati principalmente su tagli di spesa, ma anche sulle riforme dei prezzi dell’energia. Per Algeria e CCG, prevediamo ancora un deficit medio del 12,75 per cento del bilancio nel 2016, che rimarrà a circa il 7 per cento nel medio periodo“. Tra il 2016 e il 2020, il FMI si aspetta un deficit di bilancio totale di 900 miliardi di euro in questi Paesi. Tale deficit ha già spinto alcuni Paesi produttori di petrolio ad abbandonare i vecchi privilegi. Così, per la prima volta dal 1990, l’Arabia Saudita ha dovuto riprendere la raccolta dei capitali dal mercato finanziario internazionale. Il maggiore produttore di petrolio del mondo comincia a preparare una strategia per diversificare l’economia in un futuro senza petrolio. Dal punto di vista del FMI questa è la formula giusta: “E’ necessario che tutti i Paesi intensifichino gli sforzi per attuare riforme per migliorare le prospettive economiche, creando posti di lavoro e accrescendo l’integrazione prima che sia troppo tardi“, ha detto il direttore per il Medio Oriente e l’Asia centrale, Masood Ahmed.GCC-MapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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