La Cina è divenuta il banchiere dell’America Latina

Ariel Noyola Rodríguez*celac_beijing_2015I prestiti concessi dalla Cina sono diventati strumento di politica estera. Allo stesso tempo, consentono relazioni più strette con alleati chiave, riducendo l’influenza delle istituzioni finanziarie sotto l’egida degli Stati Uniti in regioni strategiche. Nel 2014, le banche cinesi hanno concesso prestiti in America Latina per un totale di 22,1 miliardi di dollari, secondo i dati pubblicati da Dialogo Interamericano (1). Dato il rallentamento dell’economia globale e l’aumento delle tensioni geopolitiche, la Cina ha la necessità indispensabile di rafforzare i legami con Paesi con abbondanti risorse naturali (petrolio, gas, metalli, minerali, acqua, biodiversità, ecc.) Quasi tutti i prestiti emessi provenivano da enti come China Development Bank e China Ex-Im Bank, ma vi hanno anche partecipato ICBC e Bank of China. Anche se non sono presi in considerazione i prestiti inferiori ai 50 milioni di dollari, i dati riportano un aumento di oltre il 70% rispetto ai 12,9 miliardi previsti nel 2013. Dal 2005 (quando i dati del Dialogo iniziarono ad essere registrati) al 2014, la Cina ha fornito prestiti ai Paesi dell’America Latina per un totale di 119 miliardi di dollari (2). I crediti dalla Cina superano l’importo concesso da US Ex-Im Bank, Banca Interamericana di Sviluppo (BID) e Banca mondiale, una situazione che contribuisce ad indebolire l’egemonia finanziaria di Washington nella regione (3). Il massiccio credito mostra anche la stretta collaborazione che la Cina coltiva con i Paesi latino-americani. Nell’ultimo vertice della Comunità degli Stati d’America Latina e Caraibi (CELAC, che comprende 33 Paesi), il presidente della Cina Xi Jinping annunciava che per il 2020 si prevedono che gli scambi tra le due parti raggiungano i 500 miliardi all’anno con investimenti oltre i 250 miliardi. (4) Inoltre, è da notare la costruzione di alleanze strategiche con alcuni Paesi latinoamericani cui si concentra il 90% dei prestiti concessi l’anno scorso: Brasile affermatosi come primo beneficiario con 8,6 miliardi seguito dall’Argentina con 7 miliardi, Venezuela con 5,7 miliardi e infine Ecuador con 820 milioni di dollari.
Dopo la crisi delle società d’informatica negli Stati Uniti, le banche centrali dei Paesi industrializzati ampliarono l’espansione del credito su scala globale. Con l’aumento dei prezzi delle materie prime dal 2002, l’America Latina è diventata la regione preferita degli investitori alla ricerca di rendimenti elevati. Più di sei anni dopo lo scoppio della crisi finanziaria del 2008, davanti l’estrema volatilità dei mercati finanziari, causata dalla maggiore fragilità sistemica, i cinesi sono diventati i banchieri preferiti delle economie emergenti, poiché al contrario delle banche statunitensi ed europee offrono prestiti con meno condizioni e tassi di interesse più bassi. Secondo le stime di Fred Hochberg, presidente dell’Ex-Im Bank degli Stati Uniti, gli enti statali cinesi hanno collocato circa 650 miliardi di dollari nel mondo negli ultimi due anni. Tuttavia, vi è anche la faccia perversa della moneta. Sembra che i prestiti cinesi nella futura esportazione di materie prime, piuttosto che puntellare lo sviluppo tecnologico, orientino i progetti d’investimento connessi all’estrazione (agricoltura, industria mineraria, energia, ecc.) quindi rischiando di approfondire il modello di esportazione primaria delle economie dell’America Latina e moltiplicando le minacce di spoliazione dei popoli indigeni. D’altra parte, intervistato da Deutsche Welle, Kevin Gallagher, accademico responsabile dell’archivio del Dialogo Interamericano, mette in guardia dai rischi crescenti posti ai Paesi dell’America Latina nel saldare opportunamente i debiti con il gigante asiatico (5). La caduta delle valute regionali nei confronti del dollaro statunitense e la deflazione persistente (caduta dei prezzi) nel mercato delle materie prime, inducono l’aumento delle importazioni e di conseguenza la diminuzione dei saldi positivi (nota corrente) delle economie orientate all’esportazione. Prevedibilmente, la redditività dei progetti d’investimento connessi all’estrazione diminuirà significativamente nei prossimi mesi.
Se il rallentamento nei Paesi emergenti si rafforzasse, probabilmente rovinerebbe lo spirito di cooperazione economica Sud-Sud tra Cina e America Latina. Con la crisi vi è il rischio che le banche cinesi adottino, sotto forme diverse, i meccanismi di coercizione imperiali tradizionalmente applicati dal Fondo monetario internazionale (FMI) in America Latina.

First Ministerial Meeting Of China-CELAC ForumNote:
1. “China-Latin America Finance Database” Kevin P. Gallagher e Margaret Myers, Dialogo Inter-American.
2. “China keeps credit flowing to Latin America’s fragile economies“, Kevin P. Gallagher e Margaret Myers, The Financial Times, 27 febbraio 2015.
3. “China Kicks World Bank To The Curb In Latin America“, Kenneth Rapoza, Forbes, 26 febbraio 2015.
4. “Despite US-Cuba Detente, China Forges Ahead in Latin America” Shannon Thiezzi, The Diplomat, 9 gennaio 2015.
5. “Chinese loans helping Latin America amid oil price slump“, Deutsche Welle, 27 Febbraio 2015.

* Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico. Twitter: @noyola_ariel.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossija, la debacle di Debaltsevo

Alessandro Lattanzio, 1/3/20150_968f0_b475d581_XLIl 15 febbraio, i majdanisti bombardavano Gorlovka, Donetsk, Peski, Uglegorsk, Gorskoe, Dokuchaevsk, Pervomajsk, Aleksandrovka, Svobodnoe, Mikhajlovka, Starobeshevo, Komsomolsk e Telmanovo. Combattimenti si svolgevano a Shirokino, Kominternovo, Bakhmutka, Novotoshkovskoe, Debaltsevo, Logvinovo, dove i majdanisti perdevano almeno 20 naziguardie, Kamenka, Novogrigorovka, Nizhnaja Lozovaja, Kalinovka, Trojtskoe e Chernukhino; aspri combattimenti si avevano presso Popasnaja. Il premier della RPD Aleksandr Zakharchenko chiedeva ai majdanisti di ritirarsi “in modo organizzato, ma senza armi e armamenti” dalla sacca di Debaltsevo. La sera del 15 febbraio un nuovo convoglio del Ministero delle Emergenze russo, composto da 170 autocarri consegnava 1800 tonnellate di aiuti umanitari a Donetsk e Lugansk. Il 15 febbraio, i majdanisti avevano perso 9 carri armati, 12 BMP e BTR, 16 sistemi d’artiglieria, 7 autoveicoli e 111 naziguardie furono eliminate. Quindi, nell’ultimo mese gli ucraini avevano perso 3 aerei d’attacco, 1 elicottero, 205 carri armati, 182 BMP, BTR e MTLB, 208 pezzi d’artiglieria, 124 autoveicoli, 2760 soldati morti e 60 prigionieri. Il 16 e 17 febbraio si svolgevano aspri combattimenti a Chernukhino, Logvinovo, Nizhnaja Lozovaja, Bakhmutka, Vostochnij, Gorodishe e Kalinovka dove colonne ucraine venivano respinte con pesanti perdite. Le FAN raggiungevano il centro di Debaltsevo, quindi la Guardia Nazionale Cosacca e altre unità dell’esercito della Novorossija iniziavano liberare Debaltsevo dagli occupanti ucraini. Furiosi combattimenti si svolgevano nel centro di Shirokino tra un battaglione della 79.ma brigata ucraina e forze dell’esercito della Repubblica Popolare di Donetsk. I majdanisti bombardavano Zorinsk, Fashevka, Gorlovka, Kamenka, Oboznoe, Juzhnokomunarovsk, Uglegorsk, Zhelobok e Sokolniki. Centinaia di soldati ucraini si arrendevano nella sacca di Debaltsevo, mentre il Ministero della Difesa della RPD dichiarava “Secondo gli ultimi dati, la maggior parte di Debaltsevo è sotto il nostro controllo, mentre l’esercito ucraino controlla solo la parte occidentale della città. Abbiamo il controllo del territorio, perché le truppe ucraine attivamente e volontariamente di arrendono e lasciano le loro posizioni”. Aleksandr Zakharchenko, premier della RPD, veniva ferito durante i combattimenti a Debaltsevo.
XgjzV6sgM0Q Debaltsevo era importante per le FAN, essendo un importante nodo ferroviario che controlla le comunicazione tra le due repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, mentre per i majdanisti costituiva un trampolino di lancio per una nuova offensiva per spezzare in due la regione della Novorossija controllata dai federalisti. Il raggruppamento ucraino di Svetlodarsk – Artjomovsk avendo subito diverse, rimaneva nell’impossibilità di aprire la via alle truppe ucraine accerchiate a Debaltsevo, che si disfacevano per mancanza di munizioni, carburante e lubrificanti, mentre le FAN piantavano la bandiera della Novorossija a Debaltsevo liberando la stazione ferroviaria Debaltsevo-Sortirovochnaja e permettendo l’accesso dei gruppi d’assalto novorussi verso sud e sud-est di Debaltsevo. Qui, in due giorni, i majdanisti avevano perso almeno 400 uomini e altri 300 furono fatti prigionieri. I majdanisti superstiti si ritiravano ad Olkhovatka, a sud di Debaltsevo. A Logvinovo, il nazibattaglione Donbass tentava un nuovo assalto, che veniva respinto dopo aver perso 30 soldati e 2 carri armati, distruggendo il nazibattaglione dopo due sole settimane di permanenza al fronte. Le forze ucraine accerchiate a Debaltsevo comprendevano 2 battaglioni della 128.ma brigata di montagna, con 1 batteria anticarro dotata di cannoni MT/T-12 da 100mm e MT-LB armati con missili anticarro Shturm; 1 battaglione della 30.ma brigata meccanizzata; 1 battaglione della 25.ma brigata aeroportata; 25.mo battaglione territoriale; 13.mo battaglione Chernigov-1; 11.mo battaglione Kievskaja Rus‘; 40.mo battaglione Krivbas; 8.vo reggimento forze speciali; 3.zo reggimento forze speciali; la compagnia dello Stato maggiore della 101.ma brigata; 1 battaglione della 17.ma brigata corazzata; compagnia 2-DUK di Pravij Sektor; battaglione del ministero degli Interni Svitjaz; battaglione della milizia Leopoli; battaglione Dudaev (2 o 3 compagnie di islamisti ceceni); 3 battaglioni di artiglieria trainata dotati di cannoni D-20 da 122mm, D-30 e Msta-B da 152mm e 1 battaglione di artiglieria meccanizzata dotato di semoventi 2S1 e 2S3 della 55.ma brigata d’artiglieria, 1 battaglione di MLRS con 5 batterie del 27.mo reggimento d’artiglieria. Il che significava almeno 60 carri armati T-64, 460 blindati BMP/BTR/BRDM/MTLB, 200 semoventi di artiglieria e lanciarazzi MLRS. Ad essi andavano aggiunti almeno altri 4 battaglioni ucraini inviati di rinforzo a Debaltsevo, dopo l’avvio dell’accerchiamento. Circa 3500 soldati ucraini furono eliminati nella sacca di Debaltsevo, ed altri 500-1000 catturati assieme a circa 400 tra carri armati e blindati: “Abbiamo sottolineato il problema di risolvere la ‘sacca di Debaltsevo’ quando eravamo a Minsk, e i leader di RPD e RPL firmarono la soluzione del problema per salvare la vita di migliaia di soldati ucraini, ma Kiev ha fatto di tutto per impedirlo dicendo che la situazione era sotto controllo e che non era interessata alla vita dei tanti militari“, dichiarava Denis Pushilin, del ministero della Difesa di Donetsk. Presso Marjupol, i nazibattaglioni Azov, Donbass e Sich (battaglione formato da poliziotti di Kiev e militanti di ‘Svoboda‘) si ritiravano da Shirokino dopo aver subito 150 tra morti e feriti, nonostante avessero l’appoggio del battaglione SpetsnazShturm“, di un’unità della Marina ucraina e del battaglione “Feniks” della 79.ma brigata delle forze speciali di Kiev. Una netta sconfitta per Andrej Biletskij, capo di ‘Azov‘, che nonostante la presenza di mercenari statunitensi, georgiani e islamisti, nuove attrezzature, finanziamenti e sostegno politico, non aveva saputo affrontare forze nemiche 4 o 5 volte più deboli. Un fallimento di cui Biletskij accusava i suoi capi a Kiev. E a proposito, il comandante della spedizione ucraina contro la Novorossija, Popko, veniva rimosso e sostituito da Vorobjov, a sua volta rimosso per la sconfitta di Ilovajsk nell’agosto 2014. Infatti, l’ambasciatore ucraino in Germania, Andrej Melnik, affermava che i battaglioni neonazisti erano parte delle forze armate ucraine dal regime filo-occidentale di Kiev, “Queste unità (neo-naziste) combattono con il nostro esercito, con la Guardia Nazionale e altre unità, e sono coordinate e controllate da Kiev. Ecco perché non esiste il pericolo che facciano qualcosa per conto proprio, senza coordinarsi con i comandanti dell’esercito“. Ma proprio quello stesso giorno, Semenchenko, comandante del nazibattaglione Donbass, annunciava la creazione del comando indipendente di 13 nazibattaglioni, per contrastare lo Stato Maggiore dell’esercito regolare ucraino. Secondo Evgenij Chudnetsov, miliziano del nazibattaglione Azov, catturato a Shirokino, nel battaglione Azov operavano diversi consiglieri stranieri: georgiani, svedesi, francesi, un serbo e statunitensi. In particolare, gli svedesi insegnavano le tattiche di combattimento, gli statunitensi fornivano kit medici della NATO e facevano vedere come utilizzarli. Inoltre i mercenari stranieri attivi nel nazibattaglione Azov svolgevano compiti come cecchini, specialisti in comunicazione ed impiego dei droni, spie e sabotatori per missioni speciali, ma non partecipavano alle operazioni sul campo. Tali mercenari, che non conoscevano la lingua russa o ucraina, erano presenti anche presso gli altri battaglioni di volontari neonazisti. Secondo Chudnetsov “Molti di tali combattenti hanno un sogno: venire a Kiev e sostituire il Presidente con un militare. Viene discusso da tempo, ed ho la sensazione che le parole diverranno presto fatti”. I combattenti addestrati da stranieri e militari stranieri svolgevano principalmente operazioni speciali indipendenti dalle forze armate ucraine e sarebbero stati pronti a rovesciare Poroshenko.
11034303 Il 18 febbraio, si svolgevano combattimenti a Chernukhino, Debaltsevo, Gorlovka. I majdanisti bombardavano Uglegorsk, Donetsk, Sakhanka, Shirokino, Sanzharovka, Starij Ajdar, Enakievo. I majdanisti si ritiravano da Maloorlovka, Kamishatka e Bulavinskoe. Le forze ucraine accerchiate si ritiravano dalla parte sud-ovest della sacca dai villaggi Kolonija, Aleksandrovskaja ed Olenovka. In pratica tutti gli insediamenti a sud di Debaltsevo furono abbandonati dagli ucraini, assieme ad enormi quantità di armi, armamenti e munizioni: Elenovka, Aleksandrovskij, Groznij, Krasnij Pakhar, Savelevka, Bulavino, Olkhovatka, Maloorlovka, Novoorlovka, Mogila Ostraja venivano liberati dalle FAN. Infine, le forze armate di Novorossija recuperavano un centinaio di carri armati e un altro centinaio di blindati ex-ucraini, sufficienti per equipaggiare 2 battaglioni corazzati e 2 di fanteria motorizzata; una sessantina di pezzi d’artiglieria da 122mm e 152mm, una quindicina di MLRS BM-21 Grad e 500 tonnellate di munizioni per l’artiglieria, 120 mortai da 82mm e da 120mm, missili anticarro, armi leggere, mitragliatrici, lanciarazzi anticarro RPG, munizioni, abbigliamento, attrezzature come centinaia di visori notturni, radio digitali, termocamere, sistemi di puntamento e controllo del tiro, un sistema LCMR (Lightweight Counter-Mortar Radar) fornito dagli Stati Uniti, elmetti in kevlar, 40 giubbotti antiproiettile, ecc. I primi 3 radar LCMR furono consegnati all’Ucraina il 21 dicembre 2014, trasportati sul velivolo C-17 che accompagnava il vicepresidente degli USA Joe Biden in visita a Kiev. Il prezzo di tale radar era di 117968 dollari. Gli Stati Uniti dovevano inviare alle forze armate ucraine 20 radar LCMR (radar anti-artiglieria), e di quei primi 3 consegnati a dicembre, uno venne danneggiato durante il trasporto, subito dopo l’arrivo, un altro venne distrutto dal tiro dell’artiglieria novorussa presso Gorlovka, al primo impiego in combattimento, e il terzo radar LCMR fu abbandonato dalle truppe ucraine accerchiate a Debaltsevo. Il premier della Repubblica Popolare di Donetsk (RPD) Aleksandr Zakharchenko, dichiarava “La quantità delle perdite ucraine è indescrivibile. Abbiamo preso molte munizioni a Debaltsevo e Uglegorsk. Secondo le nostre stime, circa due battaglioni ucraini sono stati sconfitti (a Logvinovo) e i soldati morti vi sono sepolti. L’Ucraina ha perso le sue migliori unità e una grande quantità di materiale e munizioni nella trappola di Debaltsevo. L’Ucraina ha dimostrato ancora una volta incapacità nel combattere, abbandonando la propria gente. La 128.ma brigata fucilieri di montagna che secondo Poroshenko avrebbe lasciato Debaltsevo, è quasi interamente distrutta. Sono stati abbandonati in una trappola, sacrificati. Lo stesso si può dire per l’8.vo reggimento forze speciali e tutte le altre unità delle forze armate e della Guardia Nazionale dell’Ucraina che hanno combattuto nella zona di Debaltsevo”. Difatti, il 19 febbraio, Poroshenko chiamava il vicepresidente degli USA Joseph Biden chiedendo altri fondi per rafforzare la difesa ucraina. Contemporaneamente, il Presidente Vladimir Putin dichiarava, “Secondo la nostra intelligence, armi statunitensi sono già state fornite. Sono profondamente convinto che qualsiasi arma inviata da chiunque nella zona del conflitto, avrebbe solo conseguenze gravi… aumentando il numero delle vittime“. Il Ministero della Difesa della RPD pubblicava i dati sulle perdite dei majdanisti, dal 12 gennaio al 20 febbraio 2015. Kiev aveva perso 10940 effettivi, di cui 4110 eliminati e 1178 prigionieri. Le perdite di materiali furono:
299 carri armati (28 catturati intatti)
38 sistemi di artiglieria semoventi (13 catturati intatti)
4 cannoni semoventi da 203mm 2S7 Pjon (3 catturati intatti)
3 obici semoventi da 152mm 2S3 Akatsija
3 obici semoventi da 122mm 2S7 Gvozdika
151 BMP (33 catturati intatti)
115 BTR (30 catturati intatti)
24 MLRS da 122mm BM-21 Grad (15 catturati intatti)
1 MLRS da 300mm BM-30 Smerch
205 pezzi di artiglieria
36 mortai da 120mm
16 complessi antiaerei da 23mm ZU-23-2(catturati intatti)
6 blindati MT-LB
2 blindati BRDM
4 blindati aeroportati BMD
290 autoveicoli (145 catturati)
Inoltre, le FAN avevano abbattuto 3 aerei d’attacco Su-25, 1 elicottero, 4 UAV e 3 missili tattici Tochka-U. Solo a Debaltsevo furono catturati dalle FAN 187 carri armati T-64BV e T-64BM Bulat; 124 blindati BRDM-2, BRDM 9P148, BMP-1, BMP-2, BRM-1K, BMP-KSh, BMD, BTR-70, BTR-80 e MT-LB; 68 semoventi di artiglieria 2S19 Msta-S, 2S1 e 2S3, 52 trattori per l’artiglieria MT-LB; 24 lanciarazzi multipli BM-21 Grad; 278 mortai; 139 autocarri Zil, Kraz, Ural, Kamaz e Gaz; 43 autoveicoli UAZ, SUV, pickup e Hummer; 46 tra radar e sistemi di comunicazione; cannoni SPG-9, ZU-23/2, D-30 da 122mm, D-20 da 152mm, Msta-B da 152mm, T/MT-12 Rapira da 100mm; automezzi speciali KrAZ-225B, MT-LBU1V14, BMRP-149 K1Sh1 Kushetka-B, BTR-60P-145VP; armi leggere, munizioni, alimentari, medicine, ecc. Gran parte dei battaglioni della Guardia Nazionale presenti nella sacca di Debaltsevo non erano più operativi, mentre la 128.ma brigata meccanizzata esisteva solo sulla carta, la 25.ma brigata non aveva più effettivi, la 55.ma d’artiglieria era ridotta a un terzo degli effettivi originali, e la 17.ma corazzata rimaneva con solo 1 carro armato operativo.
Il 19 febbraio, a Debaltsevo, le FAN catturavano un centinaio di soldati ucraini. I majdanisti bombardavano Donetsk, Vesjoloe, Solntsevo, Bakhmutka, Makeevka, Peski e Shirokino. Combattimenti si svolgevano a Enakievo, e si avevano scontri presso Marjupol. La brigata federalista Prizrak liberava Novogrigorovka, catturando 18 blindati ucraini. Un altri convoglio ucraino proveniente da Artjomovsk veniva distrutto. Mogila Ostraja, Novoorlovka, Savelievka, Aleksandrovka e Bulavino erano sotto il pieno controllo delle FAN. Il 20 febbraio, i majdanisti bombardavano Makeeveka, Donetsk, Jasinovataja, Spartak, Oktjabrskij, Frunze. Un convoglio di aiuti umanitari russi arrivava a Debaltsevo, dove 17 militari ucraini si arrendevano alle FAN. Un altro convoglio del Ministero delle Emergenze russo consegnava 200 tonnellate di aiuti umanitari a Lugansk e Donetsk. Il 21 febbraio si svolgevano combattimenti a Jasinovataja, Krasnij Pakhar, Trojtskoe, Gorlovka, Shumij, Dolomitnoe, Majorsk e Starobelsk. I majanisti bombardavano Nizhnaja Lozovaja, Donetsk, Dokuchaevsk, Makeevka, Avdeevka, dove uccidevano tre civili, Spartak e Sheglovka. Restavano ancora 500 soldati ucraini presso Chernukhino e a Kommuna, estrema periferia di Debaltsevo.
11025113 Il 22 febbraio, i majdanisti bombardavano Donetsk, Makeevka, Vesjoloe, Gorlovka, Shirokino, Novotoshkovskoe e Jasinovataja. A Kharkov, mentre circa 500 sostenitori del golpe a Kiev manifestavano e raccoglievano ‘aiuti’ per l’esercito ucraino, un’esplosione colpiva la manifestazione uccidendo due persone. Subito dopo il servizio di sicurezza ucraino (SBU) arrestava un ‘sospetto’. Infatti spuntava un “testimone credibile” dire che poco prima dell’esplosione, un individuo era andato via su un’auto con il nastro di San Giorgio. Subito dopo l’attentato ‘false flag’, il capo del Consiglio Sicurezza Nazionale e della Difesa dell’Ucraina Turchinov annunciava il lancio di un'”operazione antiterrorismo” a Kharkov. Già comparivano le foto di quattro persone arrestate, che secondo Turchinov sarebbero state russe. Ma tali foto furono scattate di notte, e poi pubblicate sul sito neonazista censor.net alle 17:08 del giorno dopo, 4 ore dopo l’attentato. I “colpevoli” furono arrestati prima dell’attentato… ol blogger Igor Golikov sosteneva che sul video dell’esplosione appariva l’agente dell’SBU Igor Rassokha conversare amichevolmente con l’autore del video stesso. Rassokha organizzava unità paramilitari per reprimere i sospettati di tendenze “separatiste”. Intanto i deputati della Rada chiedevano l’arresto del sindaco di Kharkov, Kernes, che non aveva mai mostrato entusiasmo per la junta. Nei giorni precedenti i media majdanisti diffondevano attivamente allarmismo su un’offensiva delle FAN su Kharkov e Marjupol. Le due vittime dell’attentato erano il colonnello della polizia di Pervomajsk Vadim Ribalchenko e il coordinatore di Euromajdan di Kharkov Igor Tolmachev, che guidò gli huligan del Metallist nella strage di Odessa del 2 maggio 2014. Molti notavano che negli ultimi 10-15 giorni tre capi di Pravij Sektor, che coordinarono il massacro di Odessa, vennero liquidati. Il centurione Mykola, in diretto contatto con il ministro degli Interni golpista Avakov, era morto in ospedale 10 giorni prima; il centurione Kubik che controllava l’amministrazione comunale di Kiev e aveva minacciato Avakov promettendo di vendicare lo squadrista Muzichko, eliminato dalla polizia ucraina, e che aveva partecipato al massacro di Odessa, era morto in circostanze ignote presso Debaltsevo; Tolmachev era il terzo. Il premier della RPD Aleksandr Zakharchenko dichiarava che “gli Stati Uniti hanno già iniziato ad inviare armi e munizioni. L’Ucraina non vuole la pace. Violano e sabotano gli accordi di pace di Minsk con tutti i mezzi. Le dichiarazioni recenti di Pjotr Poroshenko e Arsenij Jatsenjuk fanno capire che l’Ucraina non cerca la pace. Non menziono nemmeno i tiri che non smettono. Più di 21 casi nelle ultime 24 ore. Iniziamo il ritiro degli armamenti e l’Ucraina li invia da Kharkov e Dnepropetrovsk. Secondo me ci sarà una grande provocazione. L’Ucraina rischia di riaprire la guerra a fine marzo o inizio aprile, perché l’Ucraina ha bisogno della guerra. Se il presidente di un Paese chiama soldati di un altro Stato nel proprio territorio, ammette che il suo esercito non funziona e di fatto ha capitolato“. In effetti, Kiev recuperava dai depositi i cannoni anticarro D-48 da 85mm. Il D-48 fu prodotto dal 1953 al 1957, in 819 esemplari. La ragione di ciò era la difficile situazione degli equipaggiamenti delle forze armate ucraine. Tali armi venivano restaurate presso lo stabilimento di Rovno, che riparava i pezzi di artiglieria. I D-48 erano destinati alle nuove unità ucraine da formare con la 4.ta mobilitazione iniziata nel gennaio 2015.
11021077 Il 23 febbraio, i majdanisti bombardavano Donetsk, Avdeevka, Gorlovka e i dintorni di Novoazovsk. La milizia abbatteva un drone ucraino su Donetsk. Combattimenti si svolgevano a Popasnaja, Shirokino, Shastie, dove il nazibattaglione Ajdar era accerchiato. Il 24 febbraio, i majdanisti bombardavano Donetsk, Opitnoe e Shirokino. Scontri a Bakhmutka, Novotoshkovskoe, Popasnaja, Trjokhizbjonka, Valujskoe e Bolotenoe. 2 missili venivano lanciati da Kramatorsk contro Gorlovka, ma uno si schiantava subito e l’altro esplodeva in volo nei pressi di Artjomovsk. Le FAN liberavano Pavlopol e Pishevik, presso Marjupol. Il 24 febbraio, Poroshenko dichiarava che accordi di cooperazione tecnico-militare erano stati firmati tra Ucraina ed Emirati Arabi Uniti, ottenendo anche diversi ordini di esportazione. Ma in seguito, il ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti smentiva tale dichiarazione di Kiev; il consigliere del ministro degli Esteri emirota Faris al-Mazrui riferiva, “Il recente accordo sulla cooperazione tecnico-militare tra Emirati Arabi Uniti ed Ucraina non prevede alcun contratto per la fornitura di armi alla controparte ucraina“. Kiev era costretta ad inviare contro il Donbas il materiale destinato all’esportazione, secondo Lukjan Selskij, portavoce di UkrOboronProm, l’agenzia che rappresenta l’industria della difesa ucraina, “Abbiamo dovuto inviate tutti i veicoli da combattimento nell’Ucraina orientale“. Alcuni impianti di produzione in Crimea ed Ucraina orientale erano invece ora controllati da Russia e Novorossija. La produzione di esplosivi avveniva in un sito ora controllato dai novorussi. Sempre secondo Selskij, l’Ucraina, che cerca di bilanciare le esigenze militari con le limitate risorse finanziarie, non poteva permettersi il carro armato Oplot, che veniva esportato, mentre all’esercito ucraino venivano assegnati i vecchi carri armati nei depositi. Inoltre, i militari statunitensi cercavano il supporto europeo per inviare armi e combattenti a Kiev tramite compagnie militari private occidentali (Greystone, Green Group, Academi (Blackwater)), da utilizzare anche sul terreno contro il Donbas. In sostanza, Stati Uniti e NATO invierebbero armi non ai soldati ucraini, ma ai mercenari occidentali presenti in Ucraina, presentati quali “volontari” filo-ucraini. Nel frattempo, a Washington, Aleksandr Bortnikov, Direttore del Servizio Federale di Sicurezza russo (FSB), personalità soggetta a sanzioni di UE e Canada, partecipava al vertice della Casa Bianca di febbraio sull’estremismo. Bortnikov guidava la delegazione russa. Gli Stati Uniti gli avevano dato il visto ed organizzato il viaggio a Washington. Kerry ribadiva che gli Stati Uniti ‘studiavano’ l’invio di armi all’Ucraina, tuttavia, “Nessuno, nemmeno Poroshenko… crede che si può ottenere abbastanza materiale per vincere. Riteniamo che ne aumenterebbe i costi e sarebbe più dannoso“, aveva detto Kerry. Intanto i golpisti ucraini ricevevano immagini satellitari dagli Stati Uniti sui movimenti della milizia di RPD e RPL. Tuttavia, le agenzie d’intelligence degli Stati Uniti degradavano deliberatamente la qualità delle immagini per sviare i sospetti sulla loro complicità.

18022015_originalIl 25 febbraio si svolgevano combattimenti a Shirokino, Sakhanka, Zhelobok, Novotoshkovskoe, Bakhmutka, Lobachovo e Krimskoe. A Bakhmutka gli ucraini furono respinti perdendo 15 naziguardie. I majdanisti bombardavano Avdeevka e Peski. Il 26 febbraio i majdanisti bombardavano Donetsk, Gornjak e Gorlovka. Combattimenti si svolgevano presso l’aeroporto Donetsk e a Peski. Il 27 febbraio i majdanisti bombardavano Donetsk, Shumij, Majorsk, Krasnij Pakhar, Trojtskoe. Scontri si registravano a Novotoshkovskoe e Lisichansk. Un convoglio umanitario di 80 camion del Ministero delle Emergenze russo arrivava a Lugansk. Il 28 febbraio i majdanisti bombardavano Donetsk, Spartak, Krimskoe, Vesjolaja Gora, Luganskoe. scontri si avevano a Bakhmutka, Popasnaja, Krasnij Pakhar, Veselogorovka, Trojtskoe, Mironovka e Novotoshkovskoe. I majdanisti assaltavano Bakhmutka, ma furono respinti subendo diverse perdite. A Novotoshkovskoe le truppe repubblicane eliminavano 2 gruppi da ricognizione (SRGS) ucraini.

Il 16 febbraio, l’Unione Europea emanava un nuovo elenco di persone e organizzazioni russe e novorusse sottoposte a sanzioni:
Federazione Russa:
1. Josif Kobzon, deputato della Duma di Stato. (Cantante ebreo di 77 anni e afflitto da un cancro)
2. Valerij Rashkin, deputato della Duma di Stato.
3. Arkadij Bakhin, Primo Viceministro della Difesa della Federazione Russa
4. Anatolij Antonov, Viceministro della Difesa della Federazione Russa
5. Andrej Kartapolov, Direttore del Primo Dipartimento Operazioni e Vicecapo di Stato Maggiore Generale delle Forze Armate della Federazione Russa. (Sanzionato perchè ha sbugiardato la menzogna dei naziatlantisti sull’abbattimento dell’aereo MH17)
Novorossija:
1. Edvard Basurin, Viceministero della Difesa della RPD
2. Pavel Dremjov, comandante del Primo Reggimento cosacco Platov
3. Aleksej Milchakov, comandante dell’unità “Rusich
4. Arsenij Pavlov (Motorol’), comandante del battaglione ‘Sparta
5. Mikhail Tolstikh (Givi), comandante del battaglione ‘Somalia
6. Aleksandr Shubin, ministro della giustizia della RPL
7. Sergej Litvin, vicepresidente del consiglio dei ministri della RPL
8. Sergej Ignatov, comandante in capo delle milizie popolari della RPL
9. Ekaterina Filippova, ministro della giustizia della RPD
10. Aleksandr Timofeev, ministro del bilancio della RPD
11. Evgenij Manujlov, ministro del bilancio della RPL
12. Viktor Jatsenko, ministro delle comunicazioni della RPD
13. Olga Besedina, ministro dello sviluppo economico e commerciale della RPL
14. Zaur Ismajlov, procuratore generale ad interim della RPL
Organizzazioni:
1. Guardia Nazionale Cosacca
2. “Sparta
3. “Somalia
4. “Oplot
5. “Kalmjus” (formato da minatori)
6. “Zarja
7. “Morte
8. Brigata “Prizrak
9. Movimento Pubblico ‘Nuova Russia‘.
In definitiva l’UE sanzionava 151 persone e 37 aziende russi e novorussi. Il Presidente del Comitato per gli Esteri della Duma di Stato Aleksej Pushkov definiva le nuove sanzioni “in contrasto con la lettera e lo spirito di Minsk. Non risolveranno nulla, ma complicheranno il dialogo“. Il Ministero degli Esteri russo dichiarava che le nuove sanzioni sfidavano il senso comune, promettendo una risposta “adeguata”. Nel frattempo, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvava la risoluzione della Russia sul sostegno agli accordi di Minsk-2.
8fd09a8265966e4a283e5d3bb46e4de6 Il 19 febbraio, il primo ministro russo Dmitrij Medvedev incaricava il Ministero delle Emergenze a fornire assistenza umanitaria alla popolazione di Debaltsevo. “Un convoglio del Ministero delle Emergenze partirà per Donetsk e Lugansk con carichi umanitari che saranno consegnati a Debaltsevo e altre località che soffrono penuria di cibo e di beni di prima necessità e non hanno strutture sociali”, dichiarava il Ministero delle Emergenze. “L’invio di convogli del ministero aiuterà a stabilizzare la situazione ed evitare una catastrofe umanitaria. Parte degli aiuti umanitari sarà trasportata in elicottero a Rostov sul Don dagli aerei del Ministero e poi saranno caricati sui camion del convoglio“. Inoltre, il primo ministro russo incaricava il Ministero dell’Energia e Gazprom di elaborare proposte per rifornire di gas la Novorossija, “Vi è ancora un altro problema relativo alla fornitura di gas: la decisione delle autorità ucraine, in ogni caso, non è ancora stata annullata e quindi il gas non viene fornito al popoloso territorio del sud-est dell’Ucraina. Nonostante le richieste, le forniture di gas non avvengono. Vorrei che il Ministero dell’Energia preparasse proposte in collaborazione con Gazprom sulla fornitura di aiuti umanitari, fornendo gas a queste regioni. In ogni caso, la popolazione non dovrebbe subire il congelamento per questo vanno preparate le proposte necessarie“. Il Premier di Lugansk Igor Plotnitskij dichiarava che il gas russo già fluiva verso la Novorossija, “Il gas arriva, va tutto bene. Nessun problema al momento“, mentre Kiev aveva interrotto le forniture di gas per la regione.
Come riportato da blogger ucraini, il ministero dell’Informazione ucraino inviava istruzioni su come creare account falsi di presunti residenti di Donbas e Crimea da utilizzare per diffondere informazioni “corrette” (preparate da Kiev) sulla situazione in Ucraina orientale. Un mese prima, il ministero dell’Informazione ucraino annunciava la creazione di un gruppo di blogger che, secondo il ministro Jurij Stets, doveva diffondere informazioni ‘precise’ sulla situazione nella regione orientale del Paese. Un utente di facebook pubblicava la lettera ricevuta dal quartier generale dell’informazione ucraina, la versione internet del quotidiano ucraino “Vesti“. L’e-mail contiene istruzioni dettagliate su come creare falsi account nei social network senza destare sospetti. In particolare, i blogger erano invitati a registrare email sui servizi occidentali o ucraini, e creare nuovi account su Facebook, Twitter e altri social network selezionando indirizzi in Crimea e Donbas come residenza, aggiungendovi alcune foto. Si sottolineava la necessità di scrivere o pubblicare un paio di articoli su argomenti non politici. Le istruzioni attiravano l’attenzione dei blogger “a non dover aggiungere troppi amici in breve tempo, per non destare sospetti”. Il compito successivo sarebbe arrivato con le successive istruzioni, scrivevano gli autori. Intanto, la caduta della grivna colpiva i salari ucraini, tanto che il salario minimo non raggiunge i 43 dollari, mentre in Bangladesh, Ghana, Zambia, Gambia e Ciad il salario minimo è di 51 dollari. Il governo ucraino non promette di aumentare i salari fino a dicembre 2015. I negozi imponevano il razionamento dei beni di consumo, creando panico.
Il 26 febbraio, 1500 paracadutisti e 200 mezzi partecipavano alle esercitazioni militari nella regione di Kostroma, nella Russia centrale, mentre a Pskov, nel nord-est della Russia, si svolgevano le esercitazioni di 2000 soldati e 500 mezzi militari. Il Ministero della Difesa russo prevede di effettuare almeno 4000 esercitazioni nel 2015.

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Febbraio2015

L’Egitto fornisce aerei ed elicotteri all’aeronautica libica?

L’aeronautica libico, riattiva i vecchi cacciabombardieri Su-22?
Spioenkop 9 febbraio 20151399251_10202479309847721_1706540111_oUn servizio del notiziario al-Shuruq sulle attività della base aerea al-Watiya dell’aeronautica libica (LAF), conferma la reintroduzione degli Su-22 nell’arsenale libico, voce apparsa all’inizio di dicembre 2014. La Forze armate libiche (LNA) e la LAF sono schierate quasi all’unanimità con il generale Qalifa Belqasim Haftar, che fa parte del governo riconosciuto internazionalmente oggi basato a Tobruq. Haftar cerca di eliminare le organizzazioni islamiste in Libia con l’operazione Dignità. Si oppone ad Alba di Libia che combatte per il parlamento non riconosciuto che attualmente controlla Bengasi e Tripoli, insieme a varie altre fazioni islamiste, Ansar al-Sharia e persino Stato islamico. Una questione complicata per non dire altro. Alba di Libia, che può essere considerata il più serio avversario di Qalifa Belqasim Haftar e delle sue forze, avrebbe una propria forza aerea. Almeno 4 Soko G-2 Galeb sono attualmente presenti a Misurata e 1-2 MiG-23 sarebbero operativi a Mitiga, ma avrebbero lasciato la base aerea da qualche tempo. Alba di Libia ha anche affermato di avere 1 MiG-23 operativo a Misurata e, anche se la base non ospitava alcun aeromobile, ed anche affermato di lavorare su un MiG-25. Non è noto se il MiG-23 operativo sia in realtà uno degli esemplari di Mitiga. Inoltre, Alba di Libia controlla anche l’aeroporto internazionale di Tripoli (IAP) e la base aerea di Benina. L’annientamento quasi totale della Libyan Air Force con i bombardamenti della NATO e la pesante usura negli ultimi anni, hanno depotenziato l’aeronautica libica al livello più basso di sempre. Tuttavia continuano ad operare diversi MiG-23ML e MiG-23UB, 3 MiG-21MF donati dall’Egitto, molti MiG-21bis e L-39 e numerosi elicotteri. Tra questi sono numerosi i Mi-8, almeno 3 dei quali donati dall’Egitto, e molti Mi-25 e Mi-35, alcuni di questi ultimi originariamente acquisiti dal Sudan. La LAF avrebbe anche acquisito 4 Su-27 dalla Russia, ma tale voce è rigettata come disinformazione. La mancanza di sufficienti strutture per i velivoli operativi, che sono già esigue in Libia, ha costretto la LAF a cercare altre soluzioni per acquisire aerei ed elicotteri per sostenere l’esercito nazionale libico dall’aria. Sebbene l’Egitto ha donato 3 MiG-21 e 3 Mi-8, non bastano e non possono coprire l’intera Libia.
Le LNA combattono contro Alba Libia, Ansar al-Sharia e Stato islamico su più fronti. Le battaglie più pesanti hanno avuto luogo a Bengasi, dove combatte Alba di Libia per il controllo della città. Le LNA sono anche pronta a riprendere Tripoli, dove la prossima offensiva si avrà sicuramente presto. La base aerea al-Watiya, nota anche come al-Watya o al-Zintan, rimane l’unica base aerea in Libia dell’aeronautica vicina a Tripoli ed è quindi di vitale importanza per qualsiasi offensiva volta a riconquistare la capitale. La stessa al-Watiya fu riconquistata dall’Esercito nazionale libico il 9 agosto 2014. La base aerea fu originariamente costruita dai francesi e ospitava parte della flotta di Mirage della Libia prima del loro ritiro per mancanza di ricambi, causata dall’embargo. Al-Watiya era anche sede di una squadriglia di Su-22MK e parte della flotta di Su-22M3. Tutti i Su-22M3 della Libia furono distrutti dai bombardamenti della NATO durante la guerra civile libica, che travolse anche la base aerea al-Watiya. Due hangar corazzati (HAS) che ospitavano i Su-22M3 così come diversi depositi di munizioni furono colpiti. I Su-22MK libici, conservati in alcuni dei restanti 43 HAS vennero smantellati molto prima della rivolta, e quindi ne sono usciti illesi non essendo obiettivi della NATO. Un solo aereo operativo è attualmente di stanza ad al-Watiya, 1 MiG-23UB già impiegato contro depositi di munizioni e altri obiettivi presso Tripoli. Il MiG-23UB è del tutto insufficiente a supportare nel modo adeguato l’Esercito nazionale libico in qualsiasi futura offensiva su Tripoli. Sebbene il MiG-23UB sia una variante d’addestramento biposto, può essere armato con lanciarazzi UB-16 e UB-32 per razzi S-5 da 57mm e vari tipi di bombe, trasportate sui quattro piloni del MiG-23UB.237imageGli altri velivoli disponibili in numero sufficiente ad al-Watiya sono i 10-12 Su-22 radiati almeno vent’anni fa, alcuno dei quali in condizioni di volare. Ma con la revisione degli aeromobili più vecchi c’è la possibilità per la LAF di recuperare parte della potenza di fuoco persa negli anni, per questi vecchi Su-22 è il momento. La Libia avrebbe ricevuto 2 squadroni di Su-22 e ancora più Su-22M2 alla fine degli anni ’70 e ai primi anni ’80, alcuni dei quali inviati nel Golfo della Sirte contro gli F-14 Tomcat statunitensi nel 1981. Un colloquio con il colonnello Muhammad Abdulhamid al-Satni ha rivelato i piani della LAF per i Su-22: ”Abbiamo… aerei Su-22 quasi non-funzionanti, ma grazie al personale militare, tutti libici e nessuno straniero, abbiamo cercato di mettere in servizio 1 o 2 dei 10-12 aeromobili. Questo è il primo che siamo riusciti a riparare e sarà schierato entro dieci giorni per la battaglia per liberare Tripoli”. 1-2 Su-22 sono quindi presumibilmente operativi, probabilmente cannibalizzando gli altri Su-22. Ma mentre il colonnello dice che il Su-22 operativo è quello dietro di lui, l’aeromobile appare coperto da uno spesso strato di polvere ed ha ancora i contrassegni verdi della Jamahiriya su fusoliera e coda, creando una certa confusione circa la loro presunta revisione. Questo però non significa che la LAF non lavori per avere 1 o 2 esemplari operativi, correlandosi alla situazione della sicurezza, invece. Le attività della TV al-Shuruq erano strettamente controllate dal personale LAF, in quanto è vietato scattare foto nella base aerea, per non rivelare la posizione esatta del prezioso velivolo nella base. Anche se potrebbe sembrare esagerato con 43 HAS in cui nasconderlo, Alba di Libia è pronta a distruggere il MiG-23UB ed ha anche cercato di trovarne l’esatta posizione inviando un UAV Schiebel Camcopter S-100 su al-Watiya, successivamente abbattuto dal personale della base aerea. Pertanto, la revisione reale del Su-22 è probabile, ed è posizionato altrove nella base aerea, con i 2 Su-22 nel video quali esemplari usati per nascondere la reale posizione del presunto Su-22 operativo.
Contrariamente a MiG-21 e MiG-23, che sono dei caccia, i Su-22 sono veri cacciabombardieri, dotati di sei piloni invece dei quattro su MiG-21 e MiG-23, potendo trasportare ordigni a maggiore distanza. Mettere in servizio questi Su-22 sicuramente si dimostrerà una grande sfida, anche per i meccanici esperti della LAF. Tuttavia, se ci riescono il velivolo sarà di grande valore nell’attacco imminente per riconquistare Tripoli. Solo il tempo dirà se gli sforzi degli ingegneri siano vani o siano necessari a far pendere la bilancia a favore delle LNA.
Un ringraziamento speciale ad ACIG e Hasan Hasani.

Men talk near MiG fighter aircraft parked on the runway at TammahintL’Egitto fornisce aerei ed elicotteri all’aeronautica libica?
Spioenkop 13 novembre 2014

MiG fighter aircraft is seen parked on the runway at TammahintMolto è stato detto sul coinvolgimento dell’Egitto nel conflitto tra l’Esercito nazionale libico e diverse fazioni islamiste, e qualsiasi cosa, da piccole forniture di armi ai raid aerei su depositi di armi, viene menzionata. L’estensione dell’assistenza dell’Egitto alla Libia viene ora finalmente rivelata da una serie di foto che mostrano aeromobili dell’aeronautica egiziana in servizio nell’aeronautica libica. La paura della rivolta islamista libica verso l’Egitto ha già causato grande preoccupazione nel governo egiziano. Fornire armi pesanti ai militari libici, quasi tutti fedeli al generale Qalifa Belqasim Haftar, aumenta le possibilità di sconfiggere la rivolta, di grande importanza per il governo egiziano di Abdalfatah al-Sisi. L’aeronautica libica fu praticamente annientata dai bombardamenti della NATO durante la guerra civile libica. Gli attacchi aerei videro tutti i Su-22 e Su-24 libici distrutti, lasciando solo pochi obsoleti Mirage F1, L-39, MiG-21 e MiG-23 in servizio, con un disperato bisogno di una revisione. Mentre la LAF è stata successivamente rafforzata con 2 elicotteri d’attacco Mi-35 dal Sudan, uno si schiantò lasciando solo l’altro in servizio. Ulteriori perdite hanno lasciato solo un paio di MiG-21, di MiG-23 e un paio di elicotteri operativi, non abbastanza per fornire copertura aerea sufficiente all’Esercito nazionale libico. Ora sembra che la LAF sia stata aiutata dall’Egitto recuperando parte della potenza di fuoco perduta. 6 velivoli ex-EAF, 3 MiG-21MF e 3 Mi-8, sono stati recentemente avvistati presso la LAF. I 3 MiG-21MF, numeri 18, 26 e 27 furono avvistati all’inizio di novembre. Mentre la Libia già utilizzava solo 1 MiG-21bis, questi hanno una mimetizzazione mai vista sugli aeromobili libici, gli aerei dovevano provenire dall’estero. La mimetizzazione è esattamente la stessa vista sulla maggior parte dei MiG-21 dell’Egitto, non lasciando alcun dubbio sull’origine dei 3 MiG-21. L’Egitto ha una grande flotta di MiG-21, che dovrebbe smantellare nei prossimi anni. La loro vendita a prezzi bassi o anche donati alla Libia ha perfettamente senso, data la posizione dell’Egitto sul conflitto in Libia.
L’altro materiale ex-egiziano ora gestito dalla LAF sono i Mi-8. Mentre la Libia già impiega decine di Mi-8/17, non ha mai acquisito alcun esemplare armato. Una foto scattata il 27 ottobre 2014 mostra un Mi-8 con lanciarazzi UB-16 e sfoggiare la stessa verniciatura vista sui Mi-8 egiziani. La somiglianza con il Mi-8 attualmente usati dall’Egitto è illustrato dall’immagine qui sotto.

10424323Egyptian_Mi-8Sebbene la Libia non abbia mai avuto Mi-8 armati, l’elicottero ha la stessa colorazione dei Mi-8 egiziani, ed appartiene a un lotto vecchio, oggi raramente venduto per l’esportazione, assicurando che tale elicottero è stato fornito alla Libia dall’Egitto. Le uniche differenze nelle due foto è l’assenza dell’argano e la rimozione della blindatura dalla cabina di pilotaggio; il punto vuoto ora illustra la scritta Raad (Tuono). Avendo la LAF impiegato per decenni MiG-21 e Mi-8/17, molti piloti e tecnici sono disponibili per mantenerli operativi. La mossa è sicuramente un investimento intelligente dell’Egitto per garantirsi la propria sicurezza. Bisogna ancora vedere se l’Egitto continuerà a consegnare armi pesanti alla Libia. Se sarà così, potrebbe aiutare i militari libici a prevalere sulle fazioni islamiste.

1568253_-_mainUn ringraziamento speciale a ACIG.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Yemen: possibile Stato fallito e diviso

Viktor Titov New Eastern Outlook 27/02//2015

YemenA quanto pare Stati Uniti ed Arabia Saudita non sono abituati a perdere, dato che non sono riusciti a conciliarsi con la vittoria decisiva degli huthi nello Yemen, quindi Washington e Riyadh hanno deciso di lanciare una lotta a tutto campo contro i ribelli sciiti. Ciò ha portato all’ulteriore deterioramento della situazione politica e della sicurezza nel Paese lacerato dal conflitto. Il 20 febbraio, Mansur Hadi, agli “arresti domiciliari” a Sana dopo le sue dimissioni da presidente, riusciva a fuggire dalla capitale dello Yemen grazie all’aiuto di agenti dei servizi segreti statunitensi, rifugiandosi nella “capitale del sud” dello Yemen, Aden che, insieme a un certo numero di province meridionali, si rifiuta di obbedire al governo centrale controllato dagli huthi. Subito dopo il suo arrivo, i media locali, affiliati al movimento dei Fratelli musulmani, riferivano che l’ex-presidente yemenita avrebbe guidato la lotta contro i ribelli sciiti. La situazione è piuttosto strana, considerando il fatto che erano passate meno di 48 ore dalla conclusione dei colloqui per la riconciliazione in Yemen. Tutte le parti coinvolte nei colloqui decidevano di creare un meccanismo legislativo che garantisse la transizione pacifica del potere. Un nuovo organismo bicamerale, il Consiglio nazionale, che doveva essere creato unendo Parlamento e nuovo “Consiglio nazionale di transizione” costituito da 250 rappresentanti dei partiti extra-parlamentari, con il 30% dei posti per le donne e ulteriore 20% per i giovani. Tale decisione era il difficile compromesso tra huthi che insistevano sulla creazione di un Consiglio nazionale monocamerale, e il Congresso nazionale Generale guidato dall’ex-presidente Mansur Hadi, che insisteva sulla conservazione dell’attuale Parlamento. Inoltre, c’era l’alta probabilità che i negoziati sul “consiglio presidenziale”, proposto dagli huthi, si sarebbero conclusi prima della prossima riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla risoluzione 2201, che doveva iniziare ai primi di marzo. Ma ora tutti questi piani sarebbero in pericolo per le dimissioni di Mansur Hadi, non approvate dal Parlamento dello Yemen, con il pericolo che possa recuperare l’autorità di presidente yemenita. In tale situazione può nominare Aden o Taiz (terza città del Paese) capitale provvisoria con il pretesto che Sana è occupata dai ribelli. Ciò fa parte del piano che Stati Uniti e Arabia Saudita avevano ideato prima di organizzarne la fuga da Sana. Nello Yemen si diffondono rapidamente voci secondo cui se Mansur Hadi cedesse alla pressione di forze estere, in particolare Washington e Riyadh, dichiarerebbe l’indipendenza del Sud Yemen. In tal caso, lo Yemen potrebbe trovarsi nella situazione paradossale in cui il legittimo presidente sarebbe ancora in carica ad Aden, mentre il governo resta a Sana controllata dagli huthi. Questa è la strada che lo Yemen segue ora. Il 23 febbraio, secondo i media dei Fratelli musulmani, Mansur Hadi aveva fatto una dichiarazione ufficiale ad Aden, agendo ancora da presidente dello Stato, definendo la presa di Sana del 21 settembre 2014 un colpo di Stato, mentre definiva illegali tutti i decreti e nomine effettuati da allora, sottolineando che il Consiglio nazionale deve essere convocato ad Aden o Taiz, ed esortando le strutture di governo e militari a rimanere fedeli alla Costituzione. Poi esprimeva gratitudine ai Paesi di GCC, Lega Araba, OCI e Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, chiedendo di portare avanti il processo politico pur respingendo il colpo di Stato come illegale. Mansur Hadi ha contemporaneamente fatto appello a Jamal Benomar, consigliere speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, esortandolo a rinviare i colloqui sulla composizione e trasferirsi da Sana a “un luogo più sicuro”.
In realtà, si è testimoni della restaurazione de facto dei poteri presidenziali di Mansur Hadi che sembra perseguire la divisione del Paese, essendo ben consapevole che gli huthi non hanno alcuna intenzione di arrendersi. A quanto pare cercherà di creare un governo provvisorio o addirittura di ripristinare il precedente governo di Qalid Mahafudh Bahah. Le sue azioni saranno seguite dall’apertura di nuove missioni diplomatiche di Paesi occidentali e GCC ad Aden, dopo la creazione dei consolati in questa città. Mansur Hadi si aspetta forte sostegno finanziario da Arabia Saudita e Stati Uniti, assieme al riavvio degli attacchi dei droni contro le posizioni dei “terroristi yemeniti”. Ciò significa solo una cosa per lo Yemen, guerra civile con pesante interferenza di forze estere. Ci sono poche possibilità che “Abdu Drone Hadi”, come è stato soprannominato dopo il suo discorso, di riprendere il controllo del Paese, dato che i ministeri degli Interni e della Difesa, con tutte le agenzie di intelligence, a Sana sono sotto il pieno controllo degli huthi. Tuttavia, la separazione tra huthi e parte dei vertici politici yemeniti è inevitabile, dato che questi ultimi rappresentano la popolazione sunnita. Quindi la fuga di Mansur Hadi ad Aden può causare notevoli problemi allo Yemen. A questo punto il conflitto sembra inevitabile. Non ci dovrebbero esservi illusioni sulla palese interferenza di Stati Uniti e Arabia Saudita negli affari interni dello Yemen, costringendo l’Iran a schierarsi con gli huthi. Washington resta fedele alla sua reputazione, scegliendo ancora un modus operandi soprattutto brutale e intrusivo negli affari interni di Stati sovrani. Il prezzo che Iraq, Egitto e Libia hanno pagato per tale tipo di interferenza è ben noto. Potremmo vedere molto presto lo Yemen trasformarsi in uno Stato fallito.

iLTrVr6t6KrkViktor Titov, Ph.D, è commentatore politico sul Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia potrebbe fare del Mar Cinese Meridionale un lago cinese

Cosa costruisce la Cina nel Mar Cinese Meridionale?
Tyler Durden Zerohedge 23/02/2015ColeFMapNov11Nel Mar Cinese Meridionale vi sono i territori tra i più contesi del pianeta. Sei Paesi, Cina, Taiwan, Vietnam, Malesia, Filippine e Brunei competono sui diritti nel mare. La disputa si concentra sul contestato arcipelago delle Spratly, un miscuglio di isolotti e scogliere quasi al centro del Mar Cinese Meridionale. Tutti, tranne il Brunei, vi hanno costruito avamposti militari, e tutti questi Paesi, meno la Cina, vi hanno costruito piste di atterraggio. La Cina, arrivata in ritardo nell’occupare le Spratly, ha potuto occupare pienamente otto scogliere. Con così poca terra da utilizzare, la Cina ha iniziato a recuperare da allora. Nell’ultimo anno, gli avamposti della Cina nelle Spratly sono stati sistematicamente sottoposti a un processo di “bonifica”, dove le draghe prelevano sedimenti dal mare scaricandoli sulle scogliere sommerse per farne delle isole. La Cina ha già costruito cinque isole con la bonifica, e almeno due isole sono avviate. La Cina non è la prima a ricorrere alla bonifica, il rilievo Rondine della Malesia e diverse isole vietnamite sono state artificialmente costruite o ampliate, ma la bonifica della Cina avviene su scala più ampia rispetto a qualsiasi progetto precedente. L’isola artificiale costruita sulla scogliera Fiery Cross eclissa l’isola Taiping di Taiwan come maggiore delle Spratly, ed edifici sono in costruzione in diverse altre scogliera cinesi. Mentre i nuovi avamposti militari diventano operativi, è imperativo comprendere cosa la Cina costruisce nel Mar Cinese Meridionale.

Scogliera Fiery Cross
Scogliera Fiery Cross (nota anche come isola Yongshu) era completamente immersa fino ad agosto 2014 quando le draghe cinesi hanno cominciato a scavare il sedimento circostante. Prima della costruzione, la presenza cinese era costituita da un unico bunker di cemento sulla punta sud-ovest del rilievo, ma l’isola da allora è divenuta la più grande delle Spratly, misurando circa 2,3 kmq. La nuova isola è quasi lunga due miglia e sembra essere il futuro sito di un aeroporto.

11Fiery Cross 6 febbraio 2015

21Fiery Cross 14 novembre 2014

Tra novembre 2014 e gennaio 2015, il sud-ovest del rilievo venne bonificato collegando l’aeroporto alla struttura in cemento armato originale e allargando la superficie della barriera corallina. Le attività di dragaggio non sono cessate, e la terra è ancora in espansione. Le fotografie recenti dei media filippini mostrano che le fondamenta di una grande costruzione a nord-est dell’isola.

Scogliera Johnson South
La Scogliera Johnson South ha subito una delle più straordinarie trasformazioni delle Spratly. Le foto pubblicate dal ministero degli Esteri filippino mostrano che la bonifica era iniziata nei primi mesi del 2014, e le nuove foto indicano che la costruzione è ancora in corso.

31Johnson South

All’inizio di settembre 2014 diverse notizie furono diffuse da IHS Janes e BBC sull’avvio di una grande costruzione. Non è chiaro esattamente quando sia iniziata, ma le foto scattate ai primi di dicembre 2014 mostrano chiaramente un edificio considerevole, forse alto più di dieci piani, in costruzione sulla nuova isola.

41Johnson South

Le fotografie scattate e diffuse dall’agenzia vietnamita Thanh Nien News mostrano una serie di cantieri, tra cui ciò che potrebbe essere un centro di controllo del traffico aereo. I media filippini affermano che la Scogliera Johnson South un giorno ospiterà una pista di atterraggio, ma le foto non provano tale affermazione. La barriera corallina è lunga circa 6 kmq, e l’isola circa 0,16 kmq, lasciando ampio spazio per ulteriori bonifiche.

Scogliera Cuarteron
La Scogliera Cuarteron è l’avamposto più occidentale e più meridionale della Cina nelle Spratly. Le bonifiche sulla barriera corallina sembrano essere iniziate nel marzo 2014. Da gennaio 2015 la Cina ha costruito 0,3-0,4 kmq di nuovo territorio. L’isola ospita una diga foranea, un piccolo avamposto militare, un elicottero, un porto artificiale e un molo. Foto satellitari mostrano delle costruzioni in corso, ma non sono abbastanza chiare per capire cosa si stia costruendo.

51Cuarteron

Scogliere Gaven
Le Scogliere Gaven ospitano un progetto di bonifica medio, che realizzato un’isola artificiale di circa 0,08 kmq. Tra giugno e agosto 2014 quest’isola s’è ampliata da piccolo avamposto al bastione di oggi. Le foto mostrano che la nuova isola ospita una caserma per operai e militari, container usati come rifugi temporanei, un porto artificiale e armi antiaeree. Secondo IHS Janes l’isola ospita radar e missili antinave.

6Gaven

Scogliera Hughes
Le bonifiche sulla Scoglier Hughes sembrano iniziate nel marzo 2014. Le foto satellitari suggeriscono che sia in corso sull’isola una nuova costruzione. I rapporti indicano che la nuova isola ospita un faro e di un avamposto militare.

7Hughes

Scogliera Subi
La Scogliera Subi, l’avamposto più settentrionale della Cina nel Mar Cinese Meridionale, è la più recente bonifica. Le foto satellitari dei primi di febbraio 2015 mostrano una significativa presenza di draghe che lavorano in due punti a sud-est e sud-ovest della barriera corallina. Il dragaggio a Subi apparve nelle foto satellitari scattate il 26 gennaio 2015, mostrando due draghe che avevano cominciato a lavorare sulla punta sud-ovest di Subi. Prima dell’inizio della bonifica, Subi ospitava un elicottero e un piccolo avamposto in calcestruzzo utilizzato da truppe di passaggio.

8Subi 8 febbraio 2015

9Subi 26 gennaio 2015

Scogliera Mischief
La Scogliera Mischief è l’avamposto più orientale della Cina nelle Spratly. Foto satellitari di fine gennaio indicano che la bonifica è appena iniziata. Queste foto mostrano la presenza di draghe a sud dell’isola, così come nuove terre separate da una struttura in calcestruzzo. Il rilievo Mischief è a meno di 200 miglia dall’isola filippina di Palawan (meno di 150 miglia in alcuni punti), mettendo così la barriera corallina all’interno della zona economica esclusiva della Filippine. Com’era prevedibile, l’avvio della bonifica nella Scogliera Mischief è stato accolto da ampie proteste delle Filippine.

10Mischief 26 gennaio 2015

111Mischief 26 gennaio 2015

Scogliera Eldad
La Scogliera Eldad ospita un banco di sabbia a forma di lacrima a nord. Dimensioni e forma del banco di sabbia sono coerenti nelle foto scattate tra gennaio 2012 e novembre 2013. Le foto più recenti mostrano un leggero aumento delle dimensioni del banco di sabbia, indicando una possibile bonifica elementare in corso sulla barriera Eldad. Queste foto non riprendono draghe e possono semplicemente mostrare cambiamenti naturali, ma intelligence e media filippini sostengono che Eldad sia in realtà obiettivo della bonifica cinese. La situazione sul Eldad è ambigua, e dovremmo continuare ad osservarla per notare un recupero.

12Eldad

Sulla base di fotografie satellitari e rapporti d’intelligence è chiaro che la Cina attualmente bonifica almeno sette delle sue otto scogliere; Fiery Cross, Johnson South, Gaven, Hughes, Cuarteron, Subi, e Mishcief, e che una bonifica sarebbe iniziata anche su Eldad. I lavori su Johnson South, Gaven, Hughes e Cuarteron iniziarono nei primi mesi del 2014, la bonifica di Fiery Cross iniziava nell’agosto 2014, su Subi e Mischief a fine gennaio 2015. Bonifiche su Eldad potrebbe esser iniziate nel dicembre 2014. Le foto mostrano grandi costruzioni in corso sulle neo-isole Fiery Cross e Johnson South, mentre meno estese, ma sempre grandi costruzioni sono in corso a Hughes, Gaven e Cuarteron. Data la misura in cui il futuro controllo delle rotte nel Mar Cinese Meridionale influenzerà l’equilibrio di potere globale, la costruzione delle isole cinesi è degna di attenzione.

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La Russia potrebbe fare del Mar Cinese Meridionale un lago cinese
Forse non è una grande idea per gli Stati Uniti mettersi contro la Russia?
Harry J. Kazianis The National Interest 25 febbraio 2015 – Russia Insider

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Ciò che Robert Kaplan ha così elegantemente soprannominato “Calderone dell’Asia”, il Mar Cinese Meridionale, potrebbe ribollire di nuovo. Ma il vero spunto è chi potrebbe accendere con la ‘massima’ fiamma tale caldaia virtuale: nientemeno che il presidente russo Vladimir Putin. Eventi a migliaia di chilometri di distanza, in Ucraina, potrebbero innescare una reazione a catena che potrebbero vedere la Cina dominare incontrastata questo grande specchio d’acqua grazie ad una grande infusione di armi e tecnologia russe, se l’occidente iniziasse ad armare l’Ucraina. Ma prima di arrivare ai succosi dettagli di come la Cina potrebbe diventare il “Master and Commander” del Mar Cinese Meridionale grazie all’assistenza russa, facciamo un doveroso passaggio dell’ultimo dramma in questo tormentato specchio d’acqua. Le tensioni sono aumentate nella regione Asia-Pacifico, la Cina continua a cambiare i fatti sul campo (“sull’acqua” potrebbe essere un termine migliore), continuando a lavorare su diversi enormi progetti di bonifica delle isole che molti analisti ritengono creeranno nelle maggiori isole abitate aeroporti, porti, stazioni radar e forse anche batterie di missili antinave. La motivazione è abbastanza ovvia, Pechino probabilmente dominerà il Mar Cinese Meridionale, se utilizza queste isole rivendicandone la sovranità. Nulla parla di “sovranità indiscutibile” che agendo da sovrano, come pattugliare il territorio rivendicato e farvi rispettare le leggi. Le basi nel Mar Cinese Meridionale, disponendosi su 9 o 10 famigerate linee tratteggiate, più che dei grandi segni su una mappa a Pechino, potrebbero realizzarlo.

Le nuove basi nella Cina meridionale + A2/AD = un incubo per USA ed alleati
Per le capacità militari cinesi molto è stato fatto negli ultimi anni, con la crescente capacità della RPC di negare a un avversario tecnologicamente avanzato (si pensi a Stati Uniti e/o Giappone) la capacità d’intervenire in diversi possibili scenari presso i suoi confini (Taiwan e/o Mar Cinese orientale e meridionale). Nei prossimi anni, tali capacità evolveranno e miglioreranno grazie alle innovazioni tecnologiche. Combinando probabili progressi tecnologici cinesi come missili da crociera più precisi e dalla maggiore autonomia e nuove basi nelle isole bonificate nel Mar Cinese Meridionale, a dir poco saranno l’incubo dei pianificatori di Stati Uniti e alleati, che fanno di tutto per garantirsi l’accesso alle regioni vitali dell’Asia-Pacifico. Denominato A2/AD dalla maggior parte degli specialisti militari occidentali, la Repubblica popolare cinese lentamente crea le condizioni in cui Stati Uniti, Giappone e altre forze alleate soffrirebbero pesanti perdite se un conflitto esplodesse sulla prima catena di isole, e in futuro, anche sulla seconda catena di isole. Attraverso diversi campi d’ingaggio (terra, mare, aria, informatica e spazio), le forze cinesi hanno perseguito un robusto programma di sviluppo di una serie di sistemi d’arma unici che sfruttano le debolezze specifiche delle forze di USA ed alleati. Mentre queste capacità sono già abbastanza robuste, e Washington ed alleati stendono piani per neutralizzare l’impatto di tale strategia (vedasi il il dibattito sul concetto Air-Sea Battle/JAM-GCC), qualcosa di ampiamente ignorato in molte recensioni sul problema è che Pechino già opera per acquisire la prossima generazione di piattaforme per armi A2/AD, oltre a sviluppare tattiche e strategie corrispondenti. La Cina negli ultimi anni ha sviluppato prototipi di caccia di 5° generazione, piattaforme per missili balistici antinave e missili da crociera a lungo raggio sempre più sofisticati. Tali sistemi non sono facili da produrre da una qualsiasi nazione. Se Pechino dovesse trovare un partner disponibile, potrà già avere tale tecnologia, compiendo il salto di qualità necessario per disporre di tali piattaforme avanzate per armi A2/AD anni prima di quando i produttori nazionali possano fare da soli. La Russia, in cerca di vendetta per la crisi in Ucraina, potrebbe fornire tale assistenza.

Come la Russia potrebbe aiutare la Cina: armi e tecnologia
Immaginate questo scenario: l’occidente decide che è il momento di armare l’Ucraina. La Russia decide che deve reagire e non solo in Europa. Il Presidente Putin tira fuori il mappamondo e cerca un luogo dove la potenza russa potrebbe meglio colpire gli Stati Uniti. I suoi occhi si illuminano su una zona che potrebbe non solo rafforzare i legami con un partner potenziale, ma danneggiare seriamente gli sforzi statunitensi per il “perno” su quella parte del mondo: il Mar Cinese Meridionale.

A2/AD vola alto: arriva il Su-35 russo
La Cina cerca di migliorare la sua capacità anti-accesso nel dominio dell’aria, con il tanto vociferato acquisto di Su-35 dalla Russia, acquisizione che potrebbe formalizzarsi se l’occidente arma l’Ucraina. Con un raggio d’azione maggiore rispetto agli attuali Su-27/J-11 della PLAAF, il Su-35 darebbe alla Cina la possibilità di schierare caccia avanzati per maggiori periodi sui Mari Cinesi orientale e meridionale, migliorando l’efficacia dei pattugliamenti nella recente Air Defense Identification Zone (ADIZ) sul Mar Cinese Orientale ed eventualmente aiutare Pechino a creare una ADIZ sul Mar Cinese Meridionale. L’aereo sarebbe probabilmente superiore alla maggior parte dei caccia in Asia (ad eccezione di F-22 e F-35) colmando il vuoto fin quando presumibilmente i velivoli furtivi nazionali di 5.ta generazione saranno operativi. Se la Cina dota gli aerei di armi antinave avanzate e li basa nei nuovi aerodromi sulle barriere Johnson e Fiery, una nuova e potente arma antiaccesso comparirebbe, con solide capacità di respingere le forze alleate in acque più sicure.

1458451A2/AD 2.0 sul mare: sottomarini e sonar
Nell’oceano, grazie ancora alla possibile collaborazione con la Russia, la Cina potrebbe cercare di migliorare le proprie capacità sottomarine con possibili nuovi sottomarini. Ciò si collega ad ulteriori notizie sulla possibile vendita di Su-35 negli ultimi anni. Mentre i rapporti variano sulla serietà dei negoziati, confermati e negati più volte, nuovamente si comprendono le tendenze cinesi nel rafforzare le proprie capacità A2/AD con l’aiuto russo. La nuova  tecnologia sottomarina sarebbe di vitale importanza per la Cina, non solo per la possibilità di schierare sottomarini più potenti, ma anche perché Pechino potrebbe potenzialmente trarre nuove tecnologie da questi mazzi. Ciò potrebbe includere motori AIP, tecnologie furtive e avanzate armi antinave dei russi talvolta venduti con i sottomarini. La PRC sembra interessata a migliorare la tecnologia anti-sottomarini (ASW), un punto debole tradizionale di Pechino. In un articolo per Proceedings dello scorso anno, i collaboratori della TNI Lyle Goldstein e Shannon Knight analizzavano le recenti opere cinesi suggerendo che Pechino “ha schierato nell’oceano reti acustiche fisse al largo delle sue coste, presumibilmente con l’intento di monitorare le attività sottomarine straniere nei mari vicini“. Citando altri saggi di provenienza cinese, la ricerca sembra confermare l’incursione di Pechino in questo importante settore della tecnologia militare. Mentre non vi è stata alcuna menzione specifica di un accordo sui sottomarini tra Russia e Cina, Mosca ha sicuramente l’esperienza per aiutare Pechino in questo senso. Considerando che gli sforzi degli Stati Uniti per mantenere l’accesso agli spazi eventualmente contestati dalla A2/AD cinese dipendono soprattutto dai sottomarini furtivi, una tale collaborazione in questo settore potrebbe rafforzare considerevolmente i piani A2/AD cinesi.

Perché la Russia potrebbe pensarci due volte: l’accordo del Su-27
Mentre la crisi ucraina certamente sarebbe un potente catalizzatore per la collaborazione tecnologica nella difesa sino-russa, per tali trasferimenti in passato Mosca ha pagato un prezzo pesante. La Russia farebbe certamente meglio a rivedere il passato, avendo indizi sul perché una vendita alla Cina potrebbe essere una sfida nel lungo termine. L’ultimo importante accordo aeronautico tra Mosca e Pechino, negli anni ’90, riguardava l’ancora molto ricercato aereo di 4.ta generazione Su-27 Flanker. A quel tempo la Russia non vendeva armamenti tecnologicamente avanzati a Pechino dalla frattura cino-sovietica, quando l’aumento delle tensioni scatenò scontri di confine. Quando l’URSS crollò, alla fine del 1991, l’industria bellica russa lottava per rimanere a galla. La Russia traboccava di armi che avrebbero aiutato i cinesi a un salto di diverse generazioni nella tecnologia militare, quindi una partnership sembrava avere senso. Per la Cina, l’accesso a tecnologia militare avanzata era cruciale e nel 1991 Pechino riteneva tale ricerca rilevante. Gli strateghi cinesi erano attoniti dalla velocità con cui gli Stati Uniti poterono sopraffare le forze armate irachene nella prima guerra del Golfo. I pianificatori militari cinesi si resero conto che gran parte delle loro armi era obsoleta di fronte a munizioni di precisione, bombardieri invisibili e aerei da combattimento guidati da sistemi di comando e controllo avanzati. La tecnologia russa, anche se non così avanzata come quella degli USA, diede la spinta tanto necessaria alla modernizzazione. Nel 1991 Mosca vendette a Pechino un lotto di 24 Su-27 per 1 miliardo di dollari. Nel 1995, la Cina acquistò altri 24 Su-27 dalla Russia, consegnati nel 1996. Nello stesso anno, Cina e Russia approfondirono la partnership quando Pechino comprò per circa 2,5 miliardi di dollari la licenza per la fabbricazione di altri 200 Su-27 presso la Shenyang Aircraft Company. Il contratto imponeva che l’importante versione cinese del Su-27 dotata di avionica, radar e motori russi, non potesse essere esportata. La Russia era preoccupata a che la Cina potesse conoscere abbastanza il Su-27 da poter un giorno venderlo a terzi, facendo perdere alla Russia potenzialmente miliardi di dollari nella vendita del caccia. Purtroppo per la Russia, l’accordo fu quasi un disastro. Dopo aver costruito circa 100 jet, la Cina annullò il contratto nel 2004. Pechino disse che gli aerei non soddisfacevano più le sue specifiche. Tre anni dopo, la Cina rigettò completamente l’accordo quando sviluppò il nuovo caccia J-11. L’aereo sembrava la copia esatta del Su-27. La Cina nega di aver copiato il Su-27, spiegando che l’aereo utilizza parti per lo più locali ed avionica e radar sviluppati nazionalmente.

Riflessioni
Mentre il dibattito si scalda a Washington sui modi per sanzionare la Russia per le sue azioni in Ucraina, Mosca ha più modi di reagire se l’occidente armasse l’Ucraina. Infatti, quanto sopra è solo una delle molte possibilità. Mosca potrebbe seguire l’azione descritta con la Cina, fornendo armi e tecnologia che potrebbero esacerbare la tendenza della Cina verso sud e in altre contese future. Tuttavia, la Russia ha molti altri modi di creare difficoltà all’occidente; per esempio nei colloqui sul nucleare Iran o ingraziarsi altre nazioni in rotta con l’occidente come Corea democratica, Venezuela e varie altre. E la Russia, naturalmente, ha la capacità di alzare drammaticamente la posta in Ucraina fornendo ai separatisti armi più avanzate per contrastare le possibili armi occidentali.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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