Un brutto colpo per la Difesa

Jacques Sapir, Russeurope 13 luglio 2017La questione del bilancio della Difesa potrebbe essere, nelle prossime settimane, il pomo della discordia in Francia, ma anche tra Francia e Germania. Due fatti forniscono indizi su ciò che accade. Il 12 luglio, alla Commissione della Difesa dell’Assemblea nazionale, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Pierre De Villiers, ha minacciato di dimettersi se il ministero delle Finanze persisteva nel desiderio di ridurre il bilancio della Difesa di 850 milioni di euro [1]. Il 13 luglio, si teneva un consiglio dei ministri franco-tedesco in gran parte dedicato ai problemi della difesa. La coincidenza dei due eventi indica che vi sono questioni serie, ma anche un serio dibattito sul tema nelle alte sfere del potere. Riprendendo il problema di bilancio che ha provocato le ire, giustificate va aggiunto, del Capo di Stato Maggiore della Difesa, il bilancio della difesa era di 40,8 miliardi di euro, ma date pensioni e indennità, i saldi di spesa per effettivi e mezzi ammontano a 32,6 miliardi. Tale cifra non basta a mantenere forze armate nello stato corrente. Lo testimoniano i gravi problemi di manutenzione dei mezzi più efficienti, aerei ed elicotteri, nonché i ritardi nella sostituzione dei mezzi obsoleti o semplicemente superati dalle attuali minacce. Si aggiungano le operazioni all’estero, le famose “OPEX”, che ingoiano sempre più soldi destinati ai mezzi. In una nota pubblicata a fine 2016, stimai al 2,44% del PIL, o 48-50 miliardi di euro, le spese per mantenere il nostro status militare [2]. Il Generale Trinquand, ex-capo della missione militare alle Nazioni Unite e alla NATO che contribuì alla stesura del programma per la Difesa di Emmanuel Macron, ne aveva parlato su “Le cronache di Jacques Sapir” di Radio Sputnik dedicate al ritorno del “servizio nazionale” [3]. Ci disse fuori onda, a Laurent Henninger (altro ospite) e a me, che il Presidente si era impegnato ad accreditare alla Difesa, escluse le pensioni, 50 miliardi subito. Non ho motivo di non credere al Generale Trinquand, che a tale proposito sembrava logico, mostrando in apparenza che Emmanuel Macron avesse ben compreso la dimensione dei problemi sul bilancio della Difesa. Ma ciò che emerge dall’audizione del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Pierre De Villiers, è che era assai arrabbiato dall’annuncio di nuovi tagli al suo bilancio annunciati dal ministro Darmanin. Per anni i governi di Nicolas Sarkozy e François Hollande giocarono sugli effetti degli annunci e i rispettivi budget “insinceri”. Qui, la misura è colmao. Ma proprio quando tale piccolo dramma si svolgeva, purtroppo francese, all’Eliseo vi era il Consiglio dei Ministri franco-tedesco, in gran parte dedicato alla Difesa. Supponiamo che nell’occasione Emmanuel Macron abbia cercato di far assumere le responsabilità alla Germania, o a contribuire direttamente alle operazioni a sud del Sahel, o al loro finanziamento a spese del bilancio. La Germania aveva accettato l’istituzione di una difesa europea embrionale, ma ne limita drasticamente il bilancio. E’ molto probabile che la cancelliera Merkel abbia dato risposte meramente dilatorie. Non vuole legarsi le mani su ciò e sa, forse a differenza del suo interlocutore, che ne va della sovranità del suo Paese. Ma Merkel, e io sarò l’ultimo a biasimarla, ha un’altissima idea della sovranità della Germania. E’ deplorevole che Emmanuel Macron non abbia un’altissima idea della sovranità della Francia. Non solo c’è poco da aspettarsi dalla questione sul bilancio, ma più in generale la Germania preferisce giocare la carta della deterrenza nucleare degli Stati Uniti, che affidarsi al deterrente “esteso” della Francia. Ciò significa che qui non dovremmo aspettarci nulla.
La tragedia è che i nuovi tagli al bilancio, gli ennesimi, interesseranno l’osso, data la scarsità di ciccia negli ultimi mesi. Ciò che è in gioco oggi, e questo spiega rabbia e “sproloquio” del Generale De Villiers, sono futuro della difesa e credibilità degli impegni del governo in proposito. Si teme che il governo segua la via più semplice e si rifugi sotto dichiarazioni altisonanti per attuare una politica le cui conseguenze potrebbero essere tragiche. In tal modo, si comporterebbe come i predecessori, e seppellirebbe, per chi ha ancora dei dubbi, l’idea che si possa fare politica in modo diverso…[1] Les Echos
[2] Vedi J. Sapir, “Una difesa al ribasso non è una difesa“, 21/12/2016
[3] Sputnik

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Helmut Kohl e la guerra dell’UE alle aziende inglesi in Russia

Rodney Atkinson, Free Nations 10 luglio 2017L’eurobandiera sulla bara di Helmut Kohl e le notizie che le imprese dell’UE attaccano segretamente quelle inglesi in Russia! Gli inglesi reagiranno alle grosse attività che l’euro-fascista Kohl predisse? Possono May e Johnson contrastare gli attacchi contro di noi se continuano ad alienarsi la Russia con una catastrofica politica estera?

La morte di Kohl
E’ morto Helmut Kohl. Non c’è da meravigliarsi che la sua bara fosse coperta dalla bandiera “europea”! Fu uno dei costruttori corporativi più fanatici dell’Unione Europea. Da giovane fu arrestato per aver violato i confini tra Germania e Francia. Per come molti politici tedeschi si rivolgono alla Francia, ciò potrebbe essere visto sia come amicizia che come minaccia! In seguito, da cancelliere, nel 1982-1998 portò ai più disastrosi trattati europei; l’Atto Unico Europeo (che non ha niente a che fare con il libero scambio, ma solo con lo Stato unico europeo), il Trattato di Maastricht (la peggiore perdita di diritti sovrani delle nazioni dal Trattato di Roma del 1957) e il Trattato di Amsterdam che ha tolto ulteriori poteri ai parlamenti democratici su immigrazione, adozione di leggi civili e penali, e politica estera e di sicurezza (PESC). Era così arrogante da ammettere apertamente che “il futuro apparterrà ai tedeschi quando costruiremo la casa d’Europa” (1995), riecheggiò nazisti e fascisti degli anni trenta e quaranta invocando ripetutamente il “destino” come giustificazione apolitica: “Non c’è alternativa a una politica che mira ad unire se non vogliamo sfidare il destino” (1995). Le osservazioni più tremende di Kohl sono meglio riassunte dall’infame “poteva avere ragione in politica e guerra”, e sicuramente adottò frasi di Adolf Hitler avvertendo di “essere sul treno sbagliato”, che i “punti sono stati decisi” e dicendo che “la Germania è la locomotiva del treno europeo“. Ovviamente fu Kohl che predisse che la Gran Bretagna non avrebbe lasciato l’Unione europea perché le grandi imprese non l’avrebbero permesso, un atteggiamento che vediamo giornalmente riflesso nei tentativi di sfidare la volontà popolare di ripristinare nel nostro Paese costituzione, parlamento e democrazia. La convinzione di Kohl nel potere delle grandi imprese di battere le nazioni democratiche, viene ora dimostrata dalle imprese europee che attaccano gli inglesi in Russia minandone le imprese.

La aziende dell’UE minano quelle inglesi in Russia
Un contatto ben introdotto in Russia mi ha appena riportato delle conversazioni coi capi delle principali società dell’UE operanti in Russia, aziende come BASF, Volkswagen, Gaz de France e altre. Era stupito da ciò che sentì su Gran Bretagna e Brexit e della loro duplicità quando pensavano che fosse inglese. Il mio contatto è anglofilo e parla inglese con un buon accento e quindi questi uomini d’affari, pensando che fosse inglese, in un primo momento espressero le “condoglianze” per la Brexit. Ma quando capirono che non era inglese, immediatamente condannarono il Regno Unito che “tradisce i valori europei“, percependo (a suo dire) “puzza di militarismo prussiano“; e si ricordò i miei libri sulla natura fascista corporativa dell’Unione europea di oggi. (Ho sempre saputo che abbandonandola, i veri “valori” dell’UE e il suo vero atteggiamento verso la Gran Bretagna si sarebbero rivelati: arroganza, aggressività e tentativi di sabotaggio). Alcuni cercavano persino di danneggiare la Gran Bretagna presso le controparti russe (difatti praticamente società statali) dicendo che “l’Europa va meglio senza la Gran Bretagna” e che le imprese dell’UE devono prepararsi ad espandersi nel mercato russo. Il mio contatto diceva che l’atmosfera non era solo aggressiva ma “davvero seminavano i semi dell’anglofobia su suolo russo“. Fortunatamente il mio amico ha un contatto nel Ministero degli Esteri russo, informandolo di queste conversazioni anti-inglesi, e il contatto gli rispose alcuni mesi fa, quando Frederica Mogherini, “alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza” andò a Mosca, che “la delegazione dell’UE inviava messaggi velati per piegare il Regno Unito“. Ma il mio amico è sicuro che Sergej Lavrov, il Ministro degli Esteri russo, odia tali manipolazioni. Sono sicuro che sia vero. Germania, Italia e Austria già abbandonano le sanzioni che hanno attuato (mentre il Congresso degli Stati Uniti ne richiede altre!) Macron, scarsamente rispettato in Russia (tendono a vederlo, come in questo sito, come un illuso che si crede Napoleone), ha avuto in offerta l’opportunità di acquistare il campo gasifero Shtokman nel Mare di Barents (Russia nord-occidentale). Tali tentativi di scoraggiare e minare l’attività inglese sono estremamente gravi e il flagrante aggiramento delle sanzioni dell’UE offre un’opportunità alle imprese dell’UE, mentre il Regno Unito non le vede. Ci siamo accodati alla russofobia di Washington (che perfino il presidente Trump ha difficoltà a contrastare), sostenendo gli attacchi alla Russia di Obama e Merkel, e ora vediamo che l’UE ci attacca per averla lasciata mentre evita le proprie sanzioni alla Russia a proprio profitto, mentre le imprese inglesi (generalmente e storicamente molto apprezzate in Russia) sono attaccate e sabotate. Johnson e May devono svegliarsi. Potrebbero iniziare a leggere gli articoli di questo sito!Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele pagherà caro la strategia del caos degli Stati Uniti

PressTV 13 luglio 2017Dalla sfortunata nascita d’Israele in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per evitare a Tel Aviv il diretto coinvolgimento nei conflitti che scatena nella regione. Il piano di pace Israele/Palestina non è mai stato volto ad offrire pace ai palestinesi, ma a privarli della loro forza, della capacità di combattere militarmente Israele. Ma tale stratagemma non ha funzionato in Libano, dove Hezbollah sconfisse militarmente Israele nel 2006. Ma i cambiamenti che si verificano in Medio Oriente garantiranno la sicurezza d’Israele? Il “caos costruttivo” auspicato ai tempi dall’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton in Medio Oriente e che doveva mettere i Paesi della regione l’uno contro l’altro, ha davvero rafforzato la sicurezza del regime israeliano? Se sei anni di guerra totale contro Damasco lasciano, come desiderano gli Stati Uniti, una Siria in rovina, è una vera vittoria per Israele?
1. La guerra in Siria ha aiutato la nascita di “forze paramilitari” che in alcuni casi saranno il nucleo dell'”esercito regolare” nei rispettivi Paesi. Questa prospettiva è ciò che più terrorizza il regime d’Israele che alimenta il militarismo ma nega ad ogni Stato il diritto di difendersi.
2. Ma non è tutto: le guerre sponsorizzate da Washington in Medio Oriente infine trasferiscono ai “corpi paramilitari” altra tecnologia missilistica di qualsiasi gittata: media, non balistica e persino balistica. Queste decine di migliaia di combattenti, specializzati nelle battaglie asimmetriche, ora potranno impiegare questi sistemi.
3. Peggio ancora, si assiste alla nascita di una nuova generazione di comandanti, finanche specializzati in battaglie asimmetriche e in grado di comandare truppe in qualsiasi scontro militare futuro.
4. Facilitando il traffico dei terroristi, facendo di tutto per armarli ed equipaggiarli per combattere in Siria l’esercito e la popolazione, gli Stati Uniti hanno creato un vero e proprio meccanismo per alimentare lo SIIL con migliaia di terroristi provenienti da Asia centrale e orientale, Turchia, Arabia Saudita ed Europa. Altri Paesi potrebbero seguire l’esempio, questa volta contro Israele.
5. Tale meccanismo viene ricordato in uno dei recenti discorsi del Segretario generale di Hezbollah Hasan Nasrallah, secondo cui permetterà “qualsiasi confronto militare con Israele in futuro” da parte di un esercito di decine di migliaia di “resistenti” palestinesi, iracheni, siriani e yemeniti.
6. Il “caos controllato” degli statunitensi ha certamente scosso le fondamenta di diversi Stati della regione, ma resta il fatto che questi Stati ora sono tutt’altro che facile preda del Pentagono. Le forze paramilitari sono nate sulle rovine di Iraq, Siria, Afghanistan e Yemen e sono pronte a dare battaglia a Washington, dove domina la riluttanza ormai palpabile ad “occupare” intere regioni dei Paesi aggrediti. Non sembra più il 2003, quando le truppe statunitensi sbarcarono in Iraq per “liberarlo” e restarci!
7. Nei 14 anni passati dall’invasione dell’Iraq, 6 dall’inizio della guerra in Siria, 3 dall’assalto allo Yemen, e la battaglia di Mosul è durata quasi un anno, il Medio Oriente assiste alla nascita di “forze” dalla grande efficienza in combattimento. Sono le forze che hanno sconfitto lo SIIL e che non esiteranno quando arriverà il momento di affrontarne i “mentori statunitensi ed israeliani”. Questi veterani affrontato gli statunitensi ai confini siriano-iracheni da non più di due mesi, quando avanzavano nel deserto della Siria da al-Tanf ai confini con l’Iraq. I caccia statunitensi li bombardarono, ma continuarono l’avanzata, come se nulla fosse accaduto. Fanno parte delle Forze di mobilitazione popolare dell’Iraq, delle Forze popolari siriane, del movimento yemenita Ansarullah o libanese Hezbollah, guerrieri che condividono una cosa: la ferma convinzione che la sopravvivenza delle popolazioni del Medio Oriente passi dalla resistenza all’aggressione delle grandi potenze.
In questo contesto, la prossima guerra che Israele vorrà lanciare contro Hezbollah sarà diversa, Israele è ben consapevole della superiorità dell’Asse della Resistenza nei combattimenti a terra, una superiorità che prevarrà nei prossimi scontri e non saranno le relazioni privilegiate di Tel Aviv con Mosca che impediranno alla resistenza di reagire a qualsiasi offensiva israeliana. Il Medio Oriente nel 2017 non è più quello degli anni ’70 o del 2006. Qualsiasi desiderio di colpire gli Stati della regione produrrà una risposta. E’ tempo quindi che gli Stati Uniti rivisitino la loro strategia in Medio Oriente o rischiano di vedere questa strategia portare all’attacco “inevitabile” su Israele.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Kurdistan: cavallo di Troia di Washington in Medio Oriente

Elijah J. MagnierIl leader del Kurdistan iracheno, il presidente Masud Barzani, ha chiesto un (secondo) referendum generale sull’indipendenza, fissando la data il 25 settembre di quest’anno. È deciso a materializzare il sogno di uno Stato curdo in Medio Oriente. Ciò coincide con il sostegno dell’amministrazione statunitense ai curdi siriani nelle province di Hasaqa, Raqqah e Dayr al-Zur. L’obiettivo è un’altra federazione curda che segua o addirittura preceda i “fratelli” iracheni. I passi in Iraq e Siria relativi ai curdi sono collegati, indipendentemente dai confini. Tuttavia, i direttamente interessati, Ankara, Teheran, Baghdad e Damasco, ritengono che sia intenzione degli Stati Uniti rimodellare la regione e formare un “nuovo Medio Oriente”, promosso dal presidente George Bush e dalla sua ex-segretaria di Stato Condoleezza Rice. I Paesi vicini ai curdi permetteranno agli Stati Uniti di dividere il Medio Oriente approfittando di 22-25 milioni di curdi entusiasti che sognano un proprio Stato? I curdi in Medio Oriente rappresentano la maggiore etnia del mondo, finora, senza uno Stato. Sono presenti principalmente in Iraq, Iran, Turchia, Siria, Azerbaigian, Armenia e Libano, con una presenza minore nel resto del mondo. Non sarà certamente la benedizione degli Stati Uniti o la loro strategia a creare uno Stato curdo in Iraq e Siria, ma il consenso di Turchia, Iraq, Iran e Siria. Purtroppo per i curdi, questi Paesi supereranno differenze ed obiettivi nel conflitto in Siria unendosi per impedire la creazione di tale Stato. Infatti, appena dopo l’annuncio di Masud Barzani d’indire il referendum generale per l’indipendenza, fonti informate mi hanno detto che alti ufficiali d’intelligence e sicurezza iraniani, turchi e siriani s’incontravano per discutere le possibili “conseguenze devastanti” sui rispettivi Paesi e sull’effetto sul Medio Oriente di uno Stato curdo indipendente. Gli agenti della sicurezza ritengono che gli Stati Uniti usino il sogno curdo di uno Stato proprio, per dividere il Medio Oriente e testare la reazione degli altri Paesi. È un legittimo sogno per i curdi: hanno diritto al proprio Stato. Ma i Paesi della regione credono che sia un passo prematuro che aumenterà i problemi. Pertanto, è essenziale seppellire tale “piano statunitense” il più rapidamente possibile e posticiparlo: finché le guerre in Siria e Iraq non saranno finite. Paesi come Iran, Siria e Iraq credono che Stati Uniti e Israele siano dietro tale piano, approfittando dell’approccio emotivo dei curdi all’idea di uno Stato, per dividere il Medio Oriente. Ciò lascerebbe l'”Asse della Resistenza” dominare Stati deboli e divisi, soprattutto tenendo conto dei piani per rovesciare il Presidente siriano Bashar al-Assad (dopo oltre 6 anni di guerra), creando lo SIIL e permettendo alle conseguenze della guerra in Iraq di creare un sunnistan, finora sospeso. La Turchia ritiene inoltre che gli Stati Uniti non siano contrari all’indebolimento della posizione del presidente Erdogan, per punirlo per il suo ruolo in Medio Oriente, il diretto coinvolgimento in Siria, l’opposizione allo Stato curdo in Siria (dove gli USA cercano di costruire una base militare alternativa ad Incirlik), ed incoraggino uno Stato curdo al confine turco controllato dal PKK, principale nemico della Turchia. Non c’è dubbio che i curdi siriani probabilmente seguiranno lo stesso cammino del Kurdistan iracheno: già gli Stati Uniti costruiscono diverse basi militari e aeroporti nella Siria nordorientale, occupando parte del Paese e mantenendovi una presenza a lungo termine.
Funzionari di alto livello con cui ho parlato a Teheran, Baghdad e Damasco ritengono che gli USA non dispongano di una strategia chiara in Siria e in Iraq. Indipendentemente da questa valutazione imprecisa, e guardando lo svolgersi degli eventi, l’amministrazione statunitense sembra abbastanza fiduciosa sulla propria strategia in Iraq e Siria. Le forze di occupazione degli Stati Uniti hanno sostenuto un grande attacco nel Badiyah (la steppa siriana ricca di petrolio e gas) di gruppi “moderati” siriani, in modo da espandere il controllo sulle steppe siriane collegate all’Anbar sunnita iracheno e al deserto giordano-saudita. Hanno occupato al-Tanaf e cercato di fare tremenda pressione (invano) su Baghdad per impedire alle Unità di mobilitazione popolari di raggiungere il confine con la Siria. Hanno attaccato Raqqah con l’aiuto dei fantocci curdi, e stanno per liberarla dallo SIIL. E hanno accesso ai campi petroliferi e alle dighe presso Raqqah per assicurarsi che un futuro Stato o federazione curda possano sopravvivere indipendentemente da Damasco. E, come se non bastasse, riforniscono i fantocci curdi di nuove armi e artiglieria pesante. Tutte le indicazioni portano a concludere che gli Stati Uniti cercano, con i curdi in Siria e in Iraq contemporaneamente, di vedere chi per prima riesca a darsi uno Stato, imponendolo come dato di fatto ai governi centrali, sempre consci che tale politica incoraggerà i curdi in altre regioni (Iran e Turchia) a seguire la stessa via all’indipendenza. Gli Stati Uniti non sono preoccupati da Erdogan e dalla reazione del governo turco ai piani per favorire uno Stato curdo in Siria e Iraq, perché è nell’interesse degli Stati Uniti destabilizzare Ankara (per varie ragioni) anche se la Turchia è membro della NATO. Per gli statunitensi, Erdogan è “fuori controllo e dall’orbita degli Stati Uniti” fin dal fallito colpo di Stato: la promozione statunitense dei curdi siriani e il sostegno al loro possibile Stato indipendente al confine turco-siriano lo conferma. Infatti, il primo ministro e il ministro degli Esteri turchi descrivono la mossa come “errore irresponsabile e grave”. La Turchia non combatterà le YPG, per ora, perché queste sono protette dagli statunitensi, ma certamente combatterà i curdi di Ifrin, dall’altro capo del Rojava. Anche l’Iran, attraverso il leader supremo Sayed Ali Khamenei, ha dichiarato chiaramente che l’Iran non permetterà uno Stato curdo alle frontiere con l’Iraq. Questa posizione chiara, aperta e dura nei confronti dei curdi è meno animosa nei confronti del popolo curdo, tanto più che gli Stati Uniti sono dietro tempistica e strategia del “piano d’indipendenza”, soprattutto nel momento in cui la ripartizione del Medio Oriente è ancora una forte opzione dopo il fallimento dello SIIL nel dividere Levante e Mesopotamia. È proprio perciò che Erdogan avanza le proprie forze da Jarablus ad al-Bab, ignorando la presenza statunitense e dividendo il Rojava in due parti. Questo è anche il motivo per cui l’Iran ha avanzato le proprie forze su al-Tanaf per chiudere la strada agli Stati Uniti dal Badiya a nord-est e avanzando a sud-est del Badiyah liberando oltre 30000 kmq. Stati Uniti e forze ascare ampliano il controllo su quell’area. Il piano statunitense verso Teheran-Damasco-Ankara è istituire uno Stato curdo in Iraq e/o in Siria e aprire la via a uno Stato sunnita in Iraq, Paese considerato dagli Stati Uniti come governatorato iraniano. La “rivolta sunnita” in Siria è fallita perché il Paese è composto per oltre il 70% da sunniti che controllano l’economia mentre gli alawiti ne hanno il comando militare. Ora, secondo i responsabili della regione, i curdi commetterebbero un errore particolarmente grave, guadagnandosi l’animosità dei Paesi circostanti perché uno Stato che può essere attaccato o circondato da terra e dall’aria e che non ha accesso al mare, non sopravviverebbe senza la loro collaborazione. Masud Barzani, naturalmente, ritiene che il calendario sia perfetto per il referendum richiesto (quasi sicuramente avrà il 90% di voti favorevoli allo Stato indipendente) il 25 settembre e crede altresì che la popolazione curda accetti i rischi che proverranno da tale decisione. Masud esclude l’annuncio immediato dello Stato indipendente, ma considera l’inizio di un lungo dialogo pacifico e di negoziati con Baghdad per soddisfare i desideri della popolazione curda. Masud, secondo fonti di alto livello del Kurdistan, non vuole incoraggiare i curdi di altri Paesi a seguirlo perché i curdi in Iraq hanno diversi obiettivi ed ideologia dai curdi in Siria, Turchia e Iran. Ma nonostante ciò che il leader curdo crede e dice, non esistono garanzie o processi che diano l’indipendenza alla nazione curda in un Paese e l’escludano negli altri. Infatti, Barzani non può garantire la reazione degli stessi curdi iracheni, a lungo termine, anche se ora dichiarano apertamente d’appoggiare le sue decisioni. Dietro porte chiuse, molti curdi anti-Barzani esprimono disaccordo sul referendum in questo momento critico in Medio Oriente.
Ciò che molti ignorano è il fatto che i curdi in Iraq e Siria non furono neutrali nelle guerre in Siria e Iraq: Masud Barzani ha sostanzialmente sostenuto militarmente Bashar al-Assad per molti anni permettendo a uomini e armi di arrivare all’Esercito arabo siriano. Inoltre, i curdi siriani offrono lo stesso supporto alle città siriane assediate che confinano con Ifrin, circondate da al-Qaida e alleati. Damasco ritiene che la sicurezza e il benessere dei curdi sia dovuto all’ambito arabo e musulmano: certamente non ci saranno dividendo il Paese in cui vivono, né seguendo la politica statunitense. Infatti, i problemi tra Damasco e Hasaqa iniziarono quando gli statunitensi arrivarono nel nord-est della Siria, quando Salah Muslim, presidente del Partito dell’Unione Democratica Curda (PYD), attaccò l’Iran ed elogiò il ruolo dell’Arabia Saudita nella regione dopo l’intervento illegale degli Stati Uniti in Siria. Gli Stati Uniti affermano di combattere lo SIIL, ma attaccano anche l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati in molte circostanze. Ma la relazione tra curdi siriani e Damasco non è ancora in un vicolo cieco. L’intervento statunitense e l’atteggiamento ostile dei curdi verso gli alleati siriani hanno spinto Damasco, Mosca e Teheran a non proteggere i curdi. (Mosca e l’Esercito arabo siriano originariamente crearono una linea di demarcazione attorno a Manbij per proteggere i curdi e impedire alla Turchia di occupare la città che i curdi liberarono dallo SIIL). Questo atteggiamento ha quindi permesso alla Turchia di attaccare Ifrin e di togliere ai curdi la “protezione”, interrompendo il piano statunitense d’occupare parte della Siria dividendola.
Negli ultimi anni vi sono state gravi contraddizioni nella dinamica tra Turchia e curdi in Siria e Iraq: “La Turchia ha permesso ai peshmerga di combattere insieme ai loro nemici, i curdi siriani delle YPG, a Kobane (o ad Ayn al-Arab) quando lo SIIL stava per occupare la città. La stessa Turchia lavora duramente oggi per impedire al Kurdistan di dichiarare l’indipendenza in Iraq e farà tutto per impedire ai curdi in Siria di crearsi uno Stato, il Rojava, e certamente non esiterà a colpire le forze democratiche siriane divenute agenti degli statunitensi a Bilad al-Sham.
– Masud Barzani, nel 2014 lodò lo SIIL chiamandolo “rivoluzione delle tribù” perché credeva che il gruppo terroristico avrebbe istituito un Sunnistan e pertanto permettesse un Kurdistan indipendente, con l’Iraq diviso in tre Stati. Masud si rese conto subito dopo che il gruppo estremista voleva il petrolio di Qirquq ed attaccò Irbil per schiavizzare i curdi. Qui cambiò posizione verso lo SIIL ed affiancò Baghdad nella lotta al terrorismo combattendo assieme all’esercito iracheno per tre anni per proteggere l’unità dell’Iraq. Oggi il leader curdo vuole dichiarare l’indipendenza del Kurdistan dopo il referendum che ha convocato. Ma anche oggi, Masud non può semplicemente chiedere il sostegno di Turchia e Iran al suo piano, scatenando i problemi interni in questi Paesi, dove vi sono milioni di curdi non tutti con la pretesa all’indipendenza.
– L’Iran ha sostenuto i curdi fornendogli armi per proteggere la federazione autonoma nel 2014, quando i peshmerga avevano solo vecchi AK-47 e mortai per difendersi dallo SIIL, dopo la caduta di Mosul. Gli Stati Uniti ritardarono l’aiuto militare e la guerra al terrorismo in Iraq, consolidando i legami tra Masud Barzani e Teheran (principalmente con il comandante dell’IRGC-Quds Qasim Sulaymani) e i peshmerga ricambiarono la cortesia iraniana istituendo una linea di rifornimento tra Kurdistan ed Esercito arabo siriano, alleato di Teheran. Oggi, lo stesso Iran farà del suo meglio per impedire la nascita di uno Stato indipendente in Kurdistan e affiancherà la Turchia per impedire che tale divisione avvenga. I curdi iracheni non sono d’accordo con il PKK a Sinjar e persino li combatterono in alcune occasioni. Non si scontreranno con YPG e PKK per via delle differenze ideologiche e negli obiettivi. Quando c’è un pericolo da combattere, tutti i curdi si uniscono sotto un’identità e un’unione nazionali. Ecco perché i Paesi che ospitano i curdi in Medio Oriente sono certi che la dichiarazione d’indipendenza dei curdi in un Paese contagerà i curdi in tutti i Paesi. Questo soprattutto perché molti Paesi del Medio Oriente faranno tutto il possibile per impedirne l’indipendenza. Baghdad considera il Kurdistan una federazione autonoma protetta dalla costituzione. I funzionari di Baghdad riconoscono di non aver attuato la costituzione: non hanno risolto le controversie territoriali né rispettato l’impegno finanziario verso Irbil. I funzionari iracheni non hanno alcun vantaggio nel far attuare il referendum in Kurdistan per l’indipendenza, perché inviterà i sunniti a chiedere lo Stato indipendente e i radicali sciiti a rivendicare il proprio. Questo può anche dilagare nella Shia in altre regioni del Medio Oriente. A Baghdad si prevede inoltre d’interrompere ogni collaborazione con il Kurdistan se Masud chiedesse lo Stato indipendente. I curdi che vivono sotto il governo centrale affronterebbero un futuro oscuro, anche se la maggior parte dei capi politici al potere ha origini curde. Non sarà permesso alcun sostegno finanziario e il governo centrale di Baghdad può impedire a qualsiasi aeromobile di raggiungere il Kurdistan circondato via terra e senza accesso al mare. Ci sarebbe una guerra silenziosa contro il Kurdistan, mentre la vera guerra contro lo SIIL non sarebbe finita. Le PMU possono impedire ai peshmerga di recuperare aree controverse, lasciando Irbil in permanente stato d’insicurezza.
I Paesi del Golfo sosterranno definitivamente la divisione di Iraq e Siria, perché ciò gli darebbe ciò che persero nel Bilad al-Sham e in Mesopotamia dopo molti anni di guerra. L’Arabia Saudita non ha diviso l’Iraq creando uno Stato sunnita e non ha rovesciato Bashar al-Assad, consentendo agli estremisti sunniti di assumere il controllo del Paese. Se i curdi dichiarano l’indipendenza, il Kurdistan subirebbe una grave recessione, ma i Paesi della regione, soprattutto l’Arabia Saudita, saranno felici di aiutarli attirando i curdi nella propria orbita. In realtà, Salah Muslim ha già preso questa china: presto Barzani loderà l’Arabia Saudita. Masud Barzani deve preparare una solida base prima dell’avventura del Kurdistan indipendente. Invia messi a Baghdad, Teheran, Ankara e GCC per riceverne la risposta sul suo piano d’indipendenza. Dice anche che il referendum non significa indipendenza immediata: è solo questione di tempo. Ma tale annuncio pericolosamente prematuro impedirebbe alla futura generazione curda di adempiere al sogno di uno Stato proprio. Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti non bastano a proteggere uno Stato curdo prospero e pacifico perché la tempistica, sorprendentemente vista da Barzani quale migliore opportunità, non potrebbe essere peggiore. La situazione resta così volatile che ogni singola mossa potrebbe portare su una direzione drammatica e ridisegnare l’intero Medio Oriente. Ciò che accomuna il referendum del 25 settembre 2017 e quello del 2005 è che entrambi dovevano rimanere nei cassetti.Elijah J. Magnier è un Senior Political Risk Analyst con oltre 32 anni di esperienza su Europa e Medio Oriente, acquisendo esperienze approfondite, contatti robusti e conoscenze politiche in Iran, Iraq, Libano, Libia, Sudan e Siria. Specializzato in valutazioni politiche, pianificazione strategica e approfondimento delle reti politiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le sfide dell’Eurasia: irrazionalità della politica globale o “nuova razionalità”?

Dmitrij Eevstafev; Eurasia, SouthFrontNei circoli degli esperti in cui vengono discussi problemi sullo sviluppo globale, si scorge sempre più il parere sul comportamento irrazionale e illogico dei principali attori della politica e dell’economia globale che, come pare a molti, malgrado le regole delle attività economiche, sembrava classico e immutabile. Naturalmente, nei rapporti con la Russia l’apparente irrazionalità dell’occidente è “fuori scala” e viene considerata come nient’altro che naturale. La situazione è migliorata con la “dissoluzione” delle questioni fondamentali nei temi secondari. Ma l’irrazionalità si manifesta non solo nei rapporti con la Russia. La logica non molto razionale può essere rintracciata nelle azioni delle strutture sovranazionali dell’UE nelle questioni energetiche e altre questioni relative alle relazioni con la Russia. Per esempio, nei tentativi di forzare artificialmente lo sviluppo della nuova generazione di fonti energetiche rinnovabili. Questo sembra più importante della migrazione o dello sviluppo continuo, divenendo anche l’irrazionale “tolleranza senza rive”. Non meno irrazionale dal punto di vista economico è il comportamento dell’UE verso l’Iran: Washington (e in larga misura Tel Aviv), osservano silenziosamente l’escalation dell’isteria antiraniana, l’Unione europea sembra rassegnata alla perdita di tutti i dividendi economici acquisiti dall’UE e dai singoli Paesi europei dopo l’abolizione delle sanzioni all’Iran. La decisione di Donald Trump di riprendere il blocco di Cuba appare illogica da un punto di vista politico ed economico. Inoltre, queste azioni “irrazionali” si svolgono sullo sfondo del racket militare pragmatico “a due passaggi” contro le monarchie petrolifere del Medio Oriente. Negli ultimi anni il ruolo dei fattori ideologici nelle importanti decisioni globali è aumentato drasticamente. Guardiamo alle dichiarazioni del “peso massimo” politico europeo, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, secondo cui la priorità politica (ma in realtà, in tutta l’UE) della Germania sarà il contenimento dell’influenza di Russia e Cina. “Questa sarà la fine del nostro ordine mondiale liberale. Quest’ordine è ancora il migliore di tutti i mondi possibili per ragioni etiche, politiche ed economiche. E vogliamo che quest’ordine continui. Almeno, non vogliamo vederlo indebolito“, diceva alla Reuters Schäuble, anche affermando che l’Europa deve assumere maggiori responsabilità nel proteggere l’ordine mondiale liberale e democratico, in quanto gli Stati Uniti mostrano meno disponibilità. Per chi studia l’economia, la dichiarazione è un esempio sorprendente di mancanza di considerazioni economiche nell’approccio strategico, nonché di prevalenza totale delle considerazioni ideologiche sulla pianificazione. Quest’approccio riflette l’umore che domina realmente l’élite europea. In poche parole, l’ala ultra-conservatrice dell’élite tedesca, cui appartiene W. Schäuble, da voce a questi sentimenti in modo franco e chiaro.

Nuova razionalità
Ma quanto questa “irrazionalità” comportamentale appare irrazionale, e non una “razionalità malintesa”, razionalità delle nuove condizioni economiche e sociali? E quali sono le condizioni, se i Paesi chiave e le economie mondiali devono fondamentalmente cambiare comportamento, per soddisfarle? Adesso si osservino alcuni “grandi progetti” che già cominciano a competere tra di loro, ma non per lo spazio. Questi progetti sono per lo più regionali e non si sovrappongono. Il concorso si svolge nella nuova economia e, soprattutto, nel sistema di distribuzione dei diversi profitti (finanziari, tecnologici, logistici, commodities), base su cui la gerarchia della leadership nell’economia post-liberale sarà costruita. Si tratta del progetto cinese di zona di prosperità condivisa della “Grande Via della Seta”, della costruzione dell’Europa dalle diverse velocità (e livelli di sicurezza sociale) e della reindustrializzazione degli Stati Uniti, menzogna che copre il tentativo di ricostruire il modello di sfruttamento statunitense dell’America Latina. In quasi tutte le regioni del mondo, senza escludere l’Africa tropicale apparentemente stagnante, si notano facilmente i segni dei “grandi progetti” che a volte, in maniera competitiva, i principali attori globali cercano di realizzare. L’eccezione forse è solo nel tradizionale Medio Oriente – Mediterraneo, dove il progetto globale statunitense è presumibilmente al collasso e i partecipanti ai processi di sicurezza sono passati ad azioni a breve termine tattiche attuate come forma di massima redditività commerciale.

La logica “non mercantile” dei progetti globali
Nella fase di ricostruzione del sistema delle relazioni politiche ed economiche globali e delle comunicazioni, la politica dei processi è inevitabile e i tentativi di “giocare lungo” da parte di gruppi indipendenti, “per una possibile copertura (attività complesse che permettono di evitare perdite finanziarie, ad esempio “EE”) dei rischi d’investimento su base commerciale”. L’approccio ideologico all’economia, ovviamente, ha certi costi (ad esempio, ciò appare chiaramente nelle relazioni UE – Iran). Ma in pratica è uno strumento per coprire i rischi a lungo termine nell’attuazione dei “grandi progetti”. Soprattutto considerando che i “grandi progetti” sono realizzati a un livello relativamente alto di rischi politici e militari. È ingenuo aspettarsi dai principali attori globali l’attuazione dei grandi progetti basandosi sul “mercato”. Queste aspettative riflettono la vecchia mentalità politica e, soprattutto, economica. La “nuova razionalità” nell’economia globale include l’uso di fattori ideologici come strumento per consolidare gli alleati e garantire la lealtà delle élite economiche. L'”ideologizzazione” delle decisioni economiche diventa uno strumento per il ritorno della pianificazione a lungo termine economica, quasi perduto durante il periodo di dominio della versione finanziaria della globalizzazione. È chiaro che un grande progetto quasi mai viene attuato sulla base dei classici principi del “mercato” per calcolarne la redditività. Un progetto importante fa sempre parte della “realtà economica proiettata”, quasi impossibile da calcolare. E il fattore ideologico come elemento della “realtà proiettata”, ci permette di considerare molti rischi non economici e persino alcuni economici come strategicamente insignificanti.

La nuova razionalità cinese
Il progetto cinese “Cintura di prosperità condivisa della Via della Seta” va visto come esempio interessante. Nel corso di dieci anni la Via è passata dall’essere un progetto logistico classico e “razionale” all’idea di “Cintura di prosperità condivisa”, la cui componente “basata sul mercato” risulta significativamente meno certa e più imprevedibile dal punto di vista classico del mercato. Il fattore importante da dare al progetto “Grande Via della Seta” è fondamentalmente diverso dal contenuto geo-economico, è l’emergere della componente ideologica, finora “cablata” nella formula della “prosperità comune”, ma questo vale solo per ora. Il nuovo status ha dato l’opportunità di guardare diversamente alle questioni di redditività a medio termine del progetto, anche se l’approccio cinese verso i propri partner non ha risparmiato rapporti dai difetti tradizionali.

L’appello ideologico dell’UEE
Al minimo, anche la Russia cerca di definire i suoi “grandi progetti” legati al consolidamento del potenziale economico della Nuova Eurasia e alla formazione del vettore meridionale “Nord-Sud” dello sviluppo logistico e industriale. Una delle fondamenta di questo “progetto principale” è l’Unione economica eurasiatica (EEU), concepita e implementata come unione puramente economica. Tuttavia, sembra che si creino problemi nello sviluppo dell’Unione. In assenza della componente di unità politica (essenzialmente ideologica), l’UEE non può fare un salto qualitativo per status ed influenza. C’è il rischio permanente del crollo a “zona di libero scambio”. La Russia e gli altri Paesi dell’UEE tentano di costruire un sistema e un’istituzione strategicamente importanti nel contesto emergente della “nuova razionalità” basandosi su approcci dalle “vecchie” caratteristiche razionali. Così gli aderenti all’UEE non considerano il fattore del crescente indottrinamento, non solo strategico ma anche pratico, nelle decisioni operative. La sfida principale è che, se le attuali tendenze continuano, la Nuova Eurasia, nella migliore delle ipotesi, rimarrebbe uno spazio non consolidato dell'”industria di seconda modernizzazione”, integrata nella catena globale della lavorazione delle materie prime dalla bassa ripartizione tecnologica. Nel caso peggiore, una parte significativa della Nuova Eurasia potrebbe trasformarsi in spazio logistico. Inoltre, questo rischio si manifesta già con il dialogo tra le élite dei governi post-sovietici e i loro partner cinesi, impegnati nell’ambito del progetto globale basato sulla “nuova razionalità”. È proprio nella Nuova Eurasia che le contraddizioni tra “razionalità” e “ideologizzazione” hanno la stessa razionalità, moltiplicata da una visione a medio termine della situazione, acquisendo forme più acute. Ciò è dovuto alle questioni tradizionalmente complesse e ambigue dei diritti umani, dello sviluppo umanitario, delle questioni ecologiche ed altre che sono difatti la base della cosiddetta “irrazionalità”. E questo, naturalmente, verrà utilizzato dalle leadership per i nuovi progetti globali. In queste condizioni, i Paesi della Nuova Eurasia inevitabilmente sollevano la questione del ripensamento dei paradigmi dello sviluppo nazionale e della pianificazione strategica alla base del loro sviluppo degli ultimi 25 anni e che, ovviamente, iniziano a perdere rilevanza.Dmitrij Evstafev, professore della NRU, Scuola Superiore di Economia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora