Esercito, politica e società in Giappone, 1928 – 1946

Jean-Louis Margolin, Fascinant Japon 6 maggio 2015L’esercito fu in Giappone un elemento centrale del programma di ammodernamento e potenza deciso all’inizio del periodo Meiji (1868). L’arricchimento del Paese legato allo sviluppo economico fu subito consacrato prioritariamente alla creazione di un potente esercito di leva (1872-1873) e alle industrie correlate agli armamenti. Ma dal 1928, i militari s’imposero al centro della vita politica, assorbendo quasi tutto verso il 1941. Quali furono i passi di questa occupazione? Come spiegare la debolezza del sistema parlamentare che cedette virtualmente senza combattere? Che dinamica favorì i militari, che in un primo momento furono considerati il sale della terra giapponese, incaricati di una missione eccezionale? Il periodo d’oro della militarizzazione dopo il 1941 pone altri problemi. Quali furono i meccanismi d’imposizione dell’ideologia nazional-imperiale degli ufficiali dell’esercito nel profondo della società? Quali furono le principali caratteristiche ideologiche che s’imposero a un certo momento su quasi tutti i giapponesi, galvanizzandone la resistenza alle avversità fino all’assurdo? Va anche capito perché i militari non costituirono mai realmente una forza unificata, ostacolandone il progetto di riorganizzazione complessiva del sistema politico e della società. Infine, nel 1946 è il negativo, sarebbe meglio dire il positivo, del 1928: l’esercito sconfitto e squalificato fu dissolto, perdendo in un paio di settimane ogni presenza sul Paese. Gli elementi di una democrazia pacifica e smilitarizzata s’imposero velocemente, con un consenso piuttosto sorprendente tra gli occupanti statunitensi e la popolazione. E la società rinacque senza una rivoluzione, su nuove basi. Si vedrà prima come, tra 1928 e 1936, un vero “doppio potere” emerse, con l’esercito imporre regolarmente le proprie idee su ministri civili, e penetrare con la sua ideologia il Paese nel complesso; poi, tra 1936 e 1941, quando civili e perfino partiti mantennero una certa posizione, gli alti ufficiali che cercarono di stabilire lo “Stato di difesa nazionale” secondo il modello totalitario dell’epoca; poi, dal 1941, con l’entrata in guerra nel Pacifico consacrare il potere assoluto ai militari, sulla politica come sull’economia e, attraverso l’introduzione della “guerra totale”, la tendenza a inquadrare tutto il Giappone come, in misura minore, molti Paesi occupati; infine, con la capitolazione dell’agosto 1945 che all’improvviso dimostrò l’inutilità di tale programma.Il doppio potere e il fallimento del parlamentarismo: 1928 – 1936
1928-1931: la destabilizzazione
Il semi-fallimento del 1920 – 1922 (ritirata dalle conquiste effettuate in Cina e Russia, limitazione degli armamenti navali) permisero al ministro degli Esteri Shidehara Kijuro d’imporre una diplomazia basata su espansione economica, rispetto per l’unità cinese e accordo con il mondo anglosassone, nel 1924 – 1927. Ma il colpo di Stato in Manciuria e il tentativo del primo ministro Tanaka d’impedire militarmente l’integrazione della Cina settentrionale da parte del governo centrale di Nanchino, non solo avviò il processo irreversibile di degradazione degli affari esteri del Giappone, ma permise ai militari di decidere sempre più la politica del Paese. I loro metodi: pressione politica legale (minaccia di dimissioni dei ministri della Guerra e della Marina tradizionalmente dei militari, per far cadere i governi), insubordinazione e sempre più gli omicidi (la prima grande vittima fu il primo ministro Hamaguchi nel novembre 1930, che morì pochi mesi dopo). La crisi del 1929, subito arrivata in Giappone a causa degli stretti legami commerciali e di investimenti, con gli Stati Uniti, causò gravi tensioni sociali. Colpì infatti con estrema brutalità il mondo rurale già turbato dall’inizio del decennio. Per i giapponesi più poveri, l’accostamento fu facile, anche se improprio, tra povertà e partitocrazia e potere della Dieta. I liberali al potere aggravarono la situazione ricorrendo ai metodi ortodossi deflazionistici, che accelerarono la spirale depressiva. Molti giovani ufficiali negli anni Venti e Trenta provenivano da famiglie contadine povere, l’unica speranza di mobilità verso l’alto. La loro indignazione prese la forma di un anticapitalismo di destra e del rifiuto del “disordine” democratico a favore di ciò che conoscevano: autorità, gerarchia, nazionalismo. L’esercito vide svilupparsi una corrente “nazional-socialista” nel senso stretto, soprattutto in quel brodo di coltura di estremisti ambiziosi che fu l’armata “coloniale” del Kwantung. La coniugazione avvenne piuttosto velocemente con altri gruppi di scontenti: gli estremisti di destra, spesso attraverso società segrete espansioniste come ad esempio Drago Nero, Fiume Amur o Bocciolo di Ciliegio, ma anche giovani ufficiali “tecnocrati” e parte del debole movimento socialista.

Ultimi tentativi di resistenza dei partiti parlamentari
Il secondo colpo di forza di Mukden (settembre 1931), che portò all’occupazione della Manciuria, ben presto trasformata in Stato fantoccio (1932), vide il Kwangtung sostituire Tokyo nelle decisioni sul futuro del Giappone. Due tentativi di colpi di Stato furono appena sventati a marzo e ottobre 1931, e i governi successivi ritennero consigliabile piegarsi al fatto compiuto. Ciò non impedì che il primo ministro Inukai venisse assassinato nel maggio 1932; fu solo il più importante di un impressionante elenco di vittime. Gli estremisti militari esercitarono difatti, nel 1931-1936, una sorta di controllo sugli affari politici tramite omicidi ed esecuzione di funzionari contrari, quasi senza timore di condanne, in quanto sostenevano di agire per patriottismo e fedeltà all’imperatore. Fu il momento di splendore della fazione militare della Via Imperiale, per cui lo “spirito giapponese” poteva trionfare su tutto e tutti, rigettando i contatti con l’occidente. Il potere era ancora nelle mani dei partiti che cercarono di allearsi con la Fazione di Controllo, composta da ufficiali anziani ed alti ufficiali, come pure i nazionalisti realisti, in particolare sull’utilità della tecnologia straniera. Le concessioni all’estremismo, tuttavia, furono importanti: in tal modo, nel 1935, entrambe le camere del Parlamento adottarono una risoluzione che proclamava il Giappone centro vitale del mondo e l’imperatore essere divino, centrale per il Giappone. Il potente Istituto per lo studio dello spirito e della cultura della Nazione si alleò con il Ministero della Pubblica Istruzione, incaricato di trasmetterne tale messaggio ai giovani cervelli. E gli accademici che tentarono di preservare il diritto di critica furono cacciati dalle loro cariche, nel migliore dei casi. La maggiore resistenza fu l’efficace azione economica del ministro delle Finanze Takahashi Korekiyo, in carica per tutto il periodo, che riuscì a superare la crisi economica e, di conseguenza, a ridurre la povertà, in particolare nelle campagne che furono anche oggetto di grandi strutture pubbliche e politiche. Attuò un interventismo moderato, non lontano dai principi resi popolari dal New Deal di Roosevelt. Sviluppò la spesa pubblica, ma come stimolo per riavviare i privati. E se aumentò il bilancio militare, la quota di investimenti per gli armamenti scese tra il 1932 e il 1936. In questo modo, ricreò una certa credibilità dei partiti. Gli estremisti cercarono di far passare tale opportunità? Probabilmente era loro volontà forzare il destino, spiegando il colpo di Stato del 26 febbraio 1936 che decapitò parte del governo (tra cui Takahashi), attaccando per la prima volta altri militari e occupando per tre giorni i principali edifici pubblici di Tokyo. Infine, ciò fu troppo per l’Imperatore, di solito poco interventista, che sconfessò il colpo di Stato e ottenne molte condanne a morte. Fu anche la fine del potere della fazione della Via Imperiale, ormai compromessa.Successo e frustrazioni del potere militare: 1936 – 1941
L’approccio dell’esercito al potere
Il fallimento del colpo di Stato di febbraio tuttavia non fu una battuta d’arresto per la marcia dei militari al potere. Più che i fini, il richiamo del dirigismo, l’odio dei partiti e la mistica nazionale-imperiale, furono i mezzi che cambiarono: l'”infiltrazione” nelle istituzioni e l’assassinio. Non ne avevano bisogno per imporre le proprie idee, in quanto divennero il centro del sistema politico. Il fatto che il movimento fosse guidato da alti ufficiali, come il generale Hideki Tojo, permise di radunare i grandi nobili (come Konoe o Kido, parenti dell’imperatore) che per lo più sognavano di usare a proprio vantaggio il potere oligarchico modernizzato. L’interventsmo militare ben presto emerse. Dal 1936, il principio del consenso dei due ministeri delle forze armate per gli ufficiali attivi fu formalmente approvato, facendo dipendere i titolari dalla buona volontà dei rispettivi Stati Maggiori. Il governo Hirota Koki, formatosi dopo il colpo di febbraio, fu creato dopo aver consultato i militari: da allora ogni designazione di ministro sarebbe stata soggetto al loro veto informale. Il nuovo ministro delle Finanze, Baba Eiichi, fece dilagare i bilanci militari rompendo con i principi di Takahashi, e presentò in modo esplicito il piano quinquennale ideato dai militari per fare entrare il Giappone nell’economia di guerra prima dello scoppio del conflitto. L’esercito decideva i ministeri, utilizzando se necessario l’arma assoluta delle dimissioni dei “suoi” ministri e conseguente negazione di un altro funzionario alla loro carica. Dei civili, invece, occuparono la carica di primo ministro fino all’ottobre 1941. Ma la Dieta, che rimase fino all’arrivo degli statunitense, si ridusse a notaio. L’influenza militare crebbe anche nella società. L’associazione dei veterani (aperta a tutti gli ex-coscritti), dipendente dallo Stato Maggiore, aumentò la presenza anche nel villaggio più remoto; fu responsabile della trasformazione delle mobilitazioni in feste, di mantenere il culto dell'”eroe” ucciso in azione e la pressione sui possibili recalcitranti. Da questa forte base sociale, nel 1937, dopo lo scoppio della guerra con la Cina, il Movimento per la mobilitazione morale del popolo fu creato esplicitamente per sostenere lo sforzo bellico, ma anche per emarginare completamente i partiti. Lo scarso successo del movimento portò il primo ministro Konoe Fumimaro a lanciare nel 1938 il programma per fondere i pariti al servizio della politica imperialista. Idea che dovette piacere a tutti: i militari e loro sodali di estrema destra, evocando il partito unico di Hitler o Mussolini e forse il Movimento Nazionale dell’esercito spagnolo; i politici tradizionali nell’angolo, a cui si aggrapparono per una possibile sopravvivenza, dato che non li escluse e che Konoe promise di non istituzionalizzare il principio del partito unico. Solo nel 1940, quando tornò al potere, l’Associazione Nazionale per il Sostegno del Trono (ANST) fu creata; quasi tutti i parlamentari vi aderirono e nel 1942 si diede un’etichetta per presentarsi alle elezioni.

I limiti del potere militare
Nessuno osò opporsi all’esercito. Eppure ripiegò sulle sue grandi ambizioni. Per primi furono lo scoppio e la stagnazione della guerra in Cina avviata nel luglio 1937, senza che il Giappone prevedesse che l’invasione avrebbe portato alla mobilitazione nazionale in Cina. Fu in questo periodo che si ebbe il massacro di Nanchino. Soprattutto, dopo il significativo successo iniziale, si ritrovò nel 1938 con una strategia per sconfiggere la resistenza cinese. Un milione di combattenti dovettero esser assegnati al fronte continentale, e l’enorme spesa di tale conflitto senza fine impedì la realizzazione di piani grandiosi, che dovevano iniziare con la costruzione di acciaierie e industrie metalmaccaniche corrispondenti alle esigenze di una guerra contro le grandi potenze. La carenze afflissero l’accordo sempre problematico tra esercito e marina, che non crearono alcun Stato Maggiore congiunto: ognuno accusò l’altro di privarlo degli armamenti necessari. L’esercito e i suoi uomini cercarono vanamente di sbloccare la situazione: nel 1937, poi nel 1940, cercando d’imporre un’economia diretta e completamente pianificata. Ma la mancanza di capacità manageriali e i conflitti tra i servizi crearono gravi strozzature (la produzione industriale si ridusse leggermente nel 1940), e dovettero chiedere aiuto alle grandi imprese (zaibatsu) che ebbero l’opportunità di recuperare una certa autonomia. I leader politici colsero l’occasione per affermarsi nel ruolo di mediatori, o come Konoe, di giocare alternativamente l’alleanza con uno o l’altro clan. Ciò causò il lungo “ritardo dell’avvio” dell’Associazione Nazionale per il Sostegno del Trono (ANST).Una dittatura militare?: 1941 – 1945
Una società militarizzata
Dopo Pearl Harbor, che segnò l’ingresso formale in guerra del Giappone, l’esercito copriva gran parte del corpo sociale. 9,5 milioni di uomini erano sotto le armi nel 1944, circa il 13% della popolazione dell’arcipelago, la maggior parte degli uomini dai 18 ai 50 anni. La mobilitazione riguardava anche le colonie, Taiwan e Corea, ma solo in parte, prendendo la forma di crescita impressionante dell’industria pesante, soprattutto in Corea del Nord, e della massiccia prostituzione delle donne presso l’esercito. La rottura con l’ambiente originale fu particolarmente forte, con più dei due terzi dei soldati inviati all’estero e su fronti immensamente lontani, senza permessi in vista. Inoltre l’industria nazionale fu quasi interamente dedita agli armamenti, con un ministero distinto diretto dal primo ministro Tojo, per cercare di coordinarla dall’autunno 1943. Non meno di due milioni di lavoratori furono assegnati all’aeronautica quale priorità assoluta, soprattutto quando la guerra sul mare sembrò persa. Milioni di donne lavorarono per la prima volta, sostituendo il marito o il padre nelle aziende o nei negozi o nell’industria. Attraverso le corvé moderne, nel 1944-45, dei terrazzamenti del “Muro sul Pacifico” (mai completato), la popolazione dei villaggi fu massicciamente influenzata. Il sistema fu totale. Le associazioni di quartiere (centralizzate sotto il controllo del governo), erano responsabili della distribuzione dei beni di consumo e della protezione civile contro i bombardamenti, organizzando sottoscrizioni (de facto obbligatori) per i gravosi prestiti di guerra, organizzando manifestazioni patriottiche per le vittorie (e poi per i loro anniversari…) e sorvegliando. La polizia militare, o Kempeitai, dove Tojo esercitò per la prima volta il comando, divenne una polizia politica onnipresente, almeno nelle grandi città. Gli estremisti entrarono nell’ANST formando, su scala ridotta, una sorta di milizia ispirata alle SA naziste, il “Corpo adulto”, spesso composto da ex-soldati che pattugliavano le strade delle città alle ricerca dei trasgressori dell’ordine morale, come gli uomini che persistevano a vestire all’occidentale (una specie di tuta kaki paramilitare era considerato “abbigliamento patriottico”) e portando i capelli lunghi. Oltre a ciò, la vita quotidiana e la cultura nel complesso furono segnati dallo sforzo bellico: le privazioni sempre più drammatiche, il culto quotidiano dell’imperatore, il trionfo dell'”arte nazionale”, curiosamente vicina al realismo nazista o al neo-realismo stalinista. Nelle scuole, la formazione paramilitare e tecnica per le industrie della difesa e la propaganda dominavano gli studi.

Le contraddizioni del primato politico
Dall’ottobre 1941 al 1945, il Giappone ebbe tre primi ministri, tutti governi militari in cui i civili erano rari, per non parlare dei rappresentanti dei vecchi partiti. Il regno di 33 mesi di Tojo fu certamente il più vicino a una dittatura militare. Il temperamento autoritario del generale, la sua meticolosità sul lavoro e il controllo delle reti della polizia gli subordinarono i ministri. Fu anche a lungo molto popolare, ma gradualmente rovinato dal divario tra le sue affermazioni di vittoria e ciò che i giapponesi finirono per capire della realtà. Oltre a un paio di individui isolati, e rapidamente bloccati, alcuna corrente politica, filosofica o religiosa, per quanto piccola, si oppose allo sforzo bellico, opponendosi così all’imperatore-dio, od osò criticare, fino al 1944, la strategia perseguita: unico tra i belligeranti. L’ANST occupò il resto del panorama politico. E l’ideologia ufficiale, facile da assimilare (il Giappone, Paese di tutte le virtù, chiamato a rigenerante l’Asia e il mondo, l’Imperatore di stirpe divina, anima del popolo, e l’esercito scudo di entrambi) fu facilmente imposta quasi a tutti. Eppure, paradossalmente, anche Tojo era ben lungi dall’essere onnipotente come Hitler o Stalin. Tre forze rimasero autonome e difficili da aggirare. La meno immediatamente preoccupante fu l’ANST, che non suscitò un entusiasmo popolare autentico, e di conseguenza continuarono a dominare gli uomini dei vecchi partiti, che riattivarono rapidamente al suo interno le fazioni informali che imitarono le divisioni precedenti. E’ significativo che nelle elezioni del 1942, al culmine delle vittorie, i candidati più vicini all’esercito furono eletti solo in minoranza. Vi era la Marina, che si sentì vittima del bullismo dell’ex-comandante in Manciuria, le cui prime sconfitte ne esacerbarono il risentimento. Infine, vi era la grande incognita del Tenno, che quasi costantemente lasciò manipolare la propria immagine dai militari, ma non fu disposto a sacrificare il trono e il Paese ai sogni di grandezza o all’onore militare (gli imperatori non si sono mai suicidati). Fu la combinazione di queste due ultime forze che spinsero Tojo alle dimissioni nel luglio 1944, dopo la ‘sconfitta di troppo’ sull’isola di Saipan.

Un dominio appena scalfito (1944-1945)
Sarebbe esagerato immaginare che le sconfitte delle ultime fasi del conflitto portassero alla disgregazione del sistema. Non ci furono scioperi o manifestazioni o proteste pubbliche. L’ultranazionalismo non aveva affatto convinto: semplicemente e lentamente, il discorso passò dal trionfalismo al sacrificio supremo, bene espresso dall’ottobre 1944 dal culto del kamikaze. Non si pensava di vincere la guerra, ma le vittorie in Cina dal 1944 e la quantità di terre ancora occupate nel 1945 fecero a lungo sperare in una onorevole pace, e in questo contesto, il kamikaze divenne elemento centrale di un calcolo apparentemente razionale: era necessario piegare gli statunitensi con perdite insopportabili. Tra i giovani, in particolare, la morbosa frenesia della morte eroica durò fino alla fine. Tuttavia, il quadro cambiò lentamente. I tardi bombardamenti statunitensi (novembre 1944), ma assai massicci, distrussero città e paralizzarono fabbriche e trasporti. L’inquadramento della popolazione cedette e le preoccupazioni della vita quotidiana emarginarono la propaganda che le sconfitte resero ancor meno credibile. Incominciò ad essere difficile trovare nuovi kamikaze: era un segnale. Tutto ciò si tradusse politicamente: il primo ministro Suzuki, un moderato autentico (creduto morto dai congiurati del 1936), fu investito nell’aprile 1945 del programma centrato sulla ricerca di una pace di compromesso, contando disperatamente sulla mediazione sovietica. Nel frattempo conversazioni segrete riunirono politici poco compromessi con il militarismo, giornalisti e intellettuali, per pianificare il domani.Una società liberatasi dall’esercito: agosto 1945 – 1946
La capitolazione non passò senza difficoltà: alcune unità della Guardia Imperiale e i kamikaze cercarono di opporvisi. Ma un paio di giorni e un migliaio di suicidi dopo, tutto cominciò ad accelerare. Anche prima che gli statunitensi arrivassero (28 agosto), l’esercito fu sciolto e disperse le scorte, spesso rubate. E l’occupante, così temuto, agì piuttosto meglio della soldataglia giapponese, per non parlare del Kempeitai. Quindi il discorso militarista in retrospettiva perse credibilità agli occhi di molti. I primi sondaggi dopo l’agosto mostrarono un’impressionante maggioranza decisa a voltare pagina, respingendo i capi militari responsabili del disastro (che anche in modo comodo si auto-esonerarono!) I militanti di sinistra e sindacali furono liberati dal carcere o tornarono dall’esilio contribuendo ad accelerare questo cambio radicale. Naturalmente ciò corrispose alla politica degli Stati Uniti, ma accompagnò piuttosto che suscitare il rifiuto del militarismo e, con esso, l’esercito. L’arresto dei principali leader non suicidati, la vasta epurazione (200000) decisa dall’occupante, però, impedirono ogni possibile reazione delle ex-forze del regime. I partiti ricostituiti, guidati dalle loro numerose vittime, accolsero con favore la nuova costituzione redatta con gli statunitensi, compreso l’articolo 9 che vieta al Giappone non solo un esercito, ma anche il diritto alla guerra. La patria del generale Tojo, principale accusato del tribunale di Tokyo, è diventato il Paese più pacifista del mondo.Conclusioni
In realtà il Giappone non l’aveva ancora finita con l’esercito. In primo luogo, rimase per organizzare il rimpatrio di circa tre milioni di soldati ancora di stanza all’estero: gli ultimi “soldati perduti” della Nuova Guinea ritornarono nel 1955! Centinaia di migliaia di prigionieri trattati duramente da sovietici e cinesi furono rilasciati solo nel 1952-53. Il processo di Tokyo condannò i vecchi leader nel 1948. Poi, con la guerra fredda, le forze armate riapparvero come “forze di autodifesa”. Periodicamente, si parla da destra di revisionare l’articolo 9 in nome della “normalizzazione” dello status internazionale del Giappone. Tuttavia la leva obbligatoria non verrà ripristinata e gli ufficiali, ora senza mercanteggiare, rispetteranno il principio della neutralità politica. I vecchi demoni sembrano ben sepolti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone guarda alla Russia come affidabile esportatrice di idrocarburi

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook, 22.06.2017

Come sapete, il Giappone non dispone di risorse naturali sufficienti a garantire la propria sicurezza energetica senza rivolgersi a un attore estero. Allo stesso tempo, un vicino, la Russia, possiede impressionanti riserve idrocarburi e sarebbe tra i maggiori esportatori verso il Giappone. Tuttavia, è difficile descrivere come impressionanti gli scambi tra i due Stati, difatti è l’esatto contrario. Ma sembra che il governo giapponese abbia finalmente affrontato il fatto di non trarre benefici dalla posizione geografica del Giappone, così Tokyo decide d’intensificare i tentativi di proseguire la cooperazione economica con la Russia. Infatti, si parla dell’aumento delle importazioni di idrocarburi dalla Russia da tempo. Non c’è dubbio che il disastro nucleare di Fukushima Daiichi, che ha portato alla chiusura della maggioranza delle centrali nucleari in Giappone, abbia reso la Russia ancora più attraente come partner commerciale di Tokyo. È vero che il Giappone importa gas naturale liquefatto russo (GNL), partecipando allo sviluppo dei giacimenti Sakhalin-1 e Sakhalin-2 e alla costruzione dell’impianto GNL nell’ambito del progetto Jamal-LNG. Tuttavia, il livello di cooperazione in tale area è lontano dal pieno potenziale. Si ricordi che la quota della Russia nelle importazioni di GNL del Giappone raggiunge appena l’8%. Oggi Tokyo importa la maggior parte di GNL da Australia, Indonesia e Medio Oriente, malgrado i notevoli costi di trasporto. Questa situazione pesa molto sul bilancio del Giappone e non c’è garanzia che possa essere sicuro di ottenere ciò che ha pagato, dato che una lunga navigazione è sempre accompagnata da certi rischi. Inoltre, è praticamente rischioso ricevere risorse d’importanza strategica da un numero limitato di fornitori, in quanto rende pericolosamente dipendenti dai partner. Anche se si mantengono buone relazioni, c’è sempre la possibilità di complicazioni impreviste che possano ostacolare i rifornimenti vitali.
La JFE Holdings giapponese l’ha appreso a caro prezzo, nonostante l’azienda sia la seconda dei produttori di acciaio nazionali. Per mantenere i livelli produttivi, ogni acciaieria ha bisogno di molto combustibile, il più comunemente utilizzato nell’industria siderurgica è il carbone da coke, dato che è economico ed affidabile. Nel 2016, JFE Holdings acquistò complessivamente 60 milioni di tonnellate del minerale, di cui oltre il 70% dall’Australia, tradizionalmente tra i principali esportatori di carbone nel Sud-Est asiatico. Tuttavia, quando un disastro naturale danneggiò la rete ferroviaria australiana nel marzo 2017, ostacolandone le consegne, la JFE Holdings fu costretta a rivolgersi a Canada, Cina e Stati Uniti. Va da sé che dovette comprare grandi quantità di carbone a prezzi svantaggiosi. Dopo questo incidente spiacevole, il Giappone comprese la necessità di espandere il numero di fornitori per ridurne la dipendenza dall’Australia. Nel maggio 2017, JFE Holdings annunciò piani per diversificare le importazioni di carbone da coke. La direzione aziendale dichiarò che tra i candidati futuri c’erano Canada, Mozambico e Russia. Va notato che oggi la Federazione Russa sviluppa nuovi giacimenti di carbone in Estremo Oriente, non lontano dal Giappone. Tuttavia, l’industria siderurgica del Giappone non è l’unica che necessita grandi quantità di carbone. Il disastro nucleare di Fukushima Daiichi ha portato Tokyo a costruire numerosi impianti CHP a carbone. Nei prossimi anni le importazioni di carbone giapponesi dovrebbero aumentare significativamente, e sarebbe redditizio per il Giappone acquistarne dalla Russia. Va ricordato che già nel 2016 si svolsero negoziati tra Tokyo e Mosca sugli investimenti per sviluppare i porti dell’Estremo Oriente della Russia per garantire elevati traffici. Il Giappone vuole importare carbone dalla Jakutija in grandi volumi e quindi ha deciso di firmare numerosi accordi per garantirsi la sicurezza energetica. Tuttavia, l’attuazione di questi piani non va come si vorrebbe. Ad esempio, il gruppo giapponese Tosei, attraverso una controllata, nell’aprile 2016 s’installava del porto di Vladivostok per costruire un complesso per trasbordare carbone da 60 miliardi di rubli. Il progetto doveva essere finanziato dai giapponesi. Inoltre, la costruzione di un terminale, in grado di ricevere 20 milioni di tonnellate di carbone all’anno, era prevista ai primi del 2017, ma non è mai iniziata. L’avvio dei lavori di costruzione fu ritardato di un anno e ora sarà parzialmente operativo nel 2020. Nonostante il ritardo, il progetto sarà probabilmente attuato, dato che l’incidente che ha disgregato i rifornimenti di carbone australiano mostra che il Giappone ha davvero bisogno di diversificare le importazioni.
Nell’aprile 2017, il Presidente Vladimir Putin incontrava il Primo ministro del Giappone Shinzo Abe, con la presenza del Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak. Fu detto che le parti discussero di progetti come la creazione del gasdotto Sakhalin-Hokkaido e di un elettrodotto marittimo da costruire nel prossimo futuro. Subito dopo l’incontro, il Ministro dell’economia, commercio e industria giapponese Hiroshige Seko dichiarò che il Giappone non è soddisfatto della dipendenza da gas e petrolio del Medio Oriente, poiché l’instabilità politica della regione minaccia costantemente la sicurezza energetica del Giappone. Ecco perché il Giappone è veramente interessato ad incrementare le forniture di GNL russo. In conclusione si può notare che, nonostante il lento sviluppo delle relazioni russo-giapponesi nel settore energetico, i due Paesi hanno un grande futuro davanti. Il Giappone ha già iniziato a ricostruire le proprie capacità nucleari, ma la domanda di energia elettrica supera qualsiasi misura che Tokyo ha attuato finora. Ecco perché si può essere convinti che commercio e cooperazione energetica russo-giapponese raggiungeranno un nuovo livello.Dmitrij Bokarev, esperto politologo, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Giappone: gli attacchi a Shinzo Abe s’intensificano

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 08.06.2017La lotta politica interna è un elemento inalienabile in qualsiasi Stato, indipendentemente dal tipo di meme che ne determina la struttura: “democrazia”, “autoritarismo” o “totalitarismo”. In ognuno di essi il “prezzo della questione” al vertice di tali lotte appare nello stesso modo e viene definito dalla parola “potere”. I detentori sono ansiosi di conservarlo e gli avversari, al contrario, cercano di strapparglielo. Sono usati diversi metodi e tra questi uno dei più popolari ed efficaci è il discredito dei leader avversario. Inoltre, nell’era delle “guerre ibride” tale lotta è raramente di natura interna e i sospetti sulla presenza di forze estere sarebbero giustificati. In particolare, recentemente, si sono manifestati sospetti in relazione al discredito del Primo ministro giapponese Shinzo Abe, iniziato nel marzo 2017 dopo che i principali quotidiani giapponesi pubblicarono informazioni su prove di corruzione nell’acquisto di un piccolo terreno (di circa un ettaro) di proprietà privata a un prezzo 6-7 volte inferiore al valore di mercato. In relazione a tale transazione, in primo luogo emerse il nome della coniuge di Shinzo Abe, e poi la possibilità della sua partecipazione fu discussa. Con il coinvolgimento più attivo dei partiti di opposizione, la discussione ha raggiunto il Parlamento, dove furono menzionate le possibili dimissioni anticipate dell’attuale primo ministro. Nella seconda metà di maggio, il nome di Shinzo Abe fu menzionato in altre occasioni non molto piacevoli. In primo luogo, la stampa pubblicava informazioni sull’esistenza di certi documenti del Ministero dell’Istruzione che testimoniano il sostegno del Primo ministro alla candidatura di “un suo amico” alla guida del progetto per istituire un reparto veterinario presso il complesso universitario prefetturale di Okayama. Non fu esclusa la presenza della corruzione nell’esecuzione del progetto. Va notato che tali progetti sono importanti per la formazione di zone economiche speciali nelle varie regioni del Giappone, come aveva detto Shinzo Abe già nel 2013, subito dopo aver assunto la carica di primo ministro. Alla fine del 2015, le attività pertinenti furono formalizzate dal Parlamento con un atto legislativo. La ragione dello scandalo mediatico fu (proprio come due mesi prima) la negazione iniziale dalle “fonti del governo” di un qualsiasi coinvolgimento diretto del Primo ministro nell’attuazione del suddetto progetto. Eppure, alla fine di maggio, l’esistenza di documenti “compromettenti” fu confermata da uno dei “dirigenti” del Ministero dell’Istruzione. Poi apparve una giovane donna che improvvisamente e pubblicamente ricordava che due anni prima era stata abusata sessualmente “dopo cena, con alcol, nel ristorante dell’hotel”. L’ex-direttore generale dell’ufficio di Washington della società giapponese TBS (Tokyo Broadcasting System Television), che si rivelò un altro “amico intimo” di Shinzo Abe, ne fu accusato. Ma questo è, come si dice, il “classico del genere” che mette il “brand” sulla campagna anti-premier. Negli ultimi anni l'”immoralità” è sempre stata presente nei rumorosi scandali su figure nazionali e internazionali (un recente esempio è dato dal vicino del Giappone, la Corea del Sud). Infine, l'”ultima paglia” dell’imbarazzante campagna su Shinzo Abe fu la pubblicazione il 18 maggio di una lettera al Primo ministro del “relatore speciale” del Consiglio dei diritti dell’uomo alle Nazioni Unite per violazioni di “diritti e libertà di espressione dei cittadini”. La ragione di tali violazioni, secondo l’autore della lettera, sarebbe la legge “sulla punizione del crimine organizzato e sul controllo dell’attività criminale”. Questa legge (approvata alla Camera ed attualmente in esame al Senato del parlamento giapponese) è oggetto di proteste da parte del pubblico giapponese, e la lettera del “relatore speciale” è un’occasione per squalificare i parlamentari dei partiti di governo e d’opposizione.
È difficile non commentare le attività dei vari movimenti dei diritti umani e altri gruppi simili, che acquisiscono un carattere sempre più distruttivo (in tutti i sensi) e a quanto pare sono una sinecura lucrativa dei moderni ipocriti. Si può solo speculare sulle cause della maggiore attenzione di “determinate forze” negli ultimi mesi sulla persona dell’attuale Primo ministro del Giappone. Ma la prima cosa che attrae l’attenzione è la coincidenza della campagna per screditare Shinzo Abe con due tendenze (emergenti) interconnesse e cruciali per la situazione nell’Asia-Pacifico. Si tratta della comparsa simultanea dei problemi tra Stati Uniti e Giappone e di lampi sulle relazioni sino-giapponesi. L’ultima prova incoraggiante della seconda tendenza è il risultato della visita in Giappone di Yang Jiechi, figura significativa della politica e dello Stato della Cina popolare. Tuttavia, qualcuno indica chiaramente le nuove tendenze regionali. I potenziali successori di Shinzo Abe alla presidenza del LDP e a Primo ministro, nella politica giapponese sono molto più a destra e, a quanto pare, in grado di risolvere i problemi “improvvisamente sorti”, soddisfacendo gli “insoddisfatti”. In conclusione, non possiamo evitare un problema molto comune, cui una risposta chiara però difficilmente esiste. Questo problema è legato alla natura della risposta della società alla “debolezza” dell’élite al potere. La risposta è condizionata dalle specificità più varie, tra cui la dimensione delle “debolezze”, il livello delle ricorrenze, e così via. Ma forse la cosa principale che il “pubblico oltraggiato” dovrebbe tener conto riguardo la presenza (inevitabile) di problemi interni nel Paese è il “gradimento” estero. Questa è la natura della “politica reale”. Se i successori (i prossimi) detentori degli (infami) “fegati d’oro” ignorano tali postulati, comporterebbe una catastrofe nazionale. A quanto pare, data la necessità di vedere la complessità della realtà, la massima sulle “buone intenzioni che conducono all’inferno” è vera.Vladimir Terekhov, esperto sulle questioni della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Di cosa hanno discusso Putin e Abe a Mosca

Vladimir Terekhov New Eastern Outlook 28/04/2017L’ultima visita del Primo ministro giapponese Shinzo Abe a Mosca, avvenuta il 27 aprile, è stata senza dubbio un evento cruciale per le future relazioni bilaterali tra Mosca e Tokyo, tali da influenzare la situazione geopolitica del grande scenario politico. Va notato che non più di quattro mesi prima il leader russo Vladimir Putin compiva una visita ufficiale a Tokyo. Se si considera che Putin e Abe hanno avuto 17 colloqui in varie occasioni, è sicuro che di tutti i capi occidentali, ed Abe rientra in questa categoria dato l’allineamento di Tokyo, il primo ministro è stato il più aperto ai colloqui. Ciò può essere parzialmente spiegato dall’attenzione particolare che Tokyo presta al cosiddetto “problema dei Territori del Nord”, mentre Mosca è particolarmente interessata a perseguire la cooperazione economica con il Giappone. Recentemente, entrambi i Paesi affrontano sempre più sfide in politica estera, costringendoli ad adattarsi alla situazione. Poiché la situazione nella regione asiatico-pacifica si fa sempre più complicata, soprattutto sulla fascia che si estende dalla penisola coreana allo Stretto di Malacca, i principali attori sono spinti a stringere i contatti per reagire rapidamente a sfide imminenti; ed è difficile dubitare che Federazione Russa e Giappone siano in prima linea nella politica regionale attuale. Le crisi che si verificano ogni anno nella regione sembrerebbero sorprendenti per chi non abbia familiarità con la situazione nella regione asiatico-pacifica. Tuttavia, dalla fine del 2016, le attuali tensioni nella penisola coreana sono al centro della maggior parte dei media internazionali e degli analisti politici. Pertanto, la seria crisi sulla sicurezza che potrebbe rapidamente divenire un problema globale, è stato il principale argomento discusso da Putin e Abe. Tuttavia, va notato che né Russia né Giappone sono il primo violino nel “grande gioco politico” della penisola coreana. I principali attori del fronte coreano sono Stati Uniti e Cina. Pertanto, sembra naturale che il leader del Giappone, che gode di stretti legami con gli Stati Uniti, sia giunto a Mosca con una posizione approvata da Washington. Non c’è dubbio che l’esito dei colloqui di Abe con Vladimir Putin sarà portato all’attenzione della Casa Bianca una volta che il primo ministro del Giappone sarà a Londra. L’ultima posizione di Washington sulla situazione nella penisola coreana fu formulata poche giorni prima del viaggio di Abe in Russia, secondo cui la RPDC sarà considerata violare regolarmente le varie risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Al fine di porre fine a queste “violazioni”, Stati Uniti e loro alleati prevedevano maggiore pressione diplomatica ed economica su Pyongyang. Non c’è dubbio che la Casa Bianca esorterà tutti gli attori regionali ad osservare questa posizione. Tuttavia, va aggiunto che questa “pressione” è accompagnata da varie provocazioni militari, l’ultima delle quali è il sottomarino nucleare statunitense ospitato in un porto sudcoreano. A loro volta, Cina e Russia, riconoscendo la validità delle rivendicazioni contro Pyongyang, sottolineano che quest’ultima è sotto la pressione del possibile confronto militare con la Corea del Sud. Pertanto, un aggravamento pericoloso della situazione nella penisola coreana, che può essere evitato solo dal blocco temporaneo del programma missilistico e nucleare nordcoreano e dalla sospensione simultanea delle grandi manovre militari statunitensi-sudcoreane attuate presso il confine della RPDC.
In linea di principio, questo periodo potrebbe essere usato per risolvere vari problemi fondamentali nella penisola coreana. Tuttavia, la crisi non può essere completamente risolta senza che Washington cambi sull’aggressività nell’arena internazionale. Tuttavia, l’amministrazione statunitense ha deciso di dedicarsi ai tentativi di risolvere vari problemi interni. Ciò significa che Washington avrà bisogno dell’immagine del “regime imprevedibile della Corea del nord”, anche se essi stessi sono stati accusati d'”imprevedibilità” per l’improvviso attacco missilistico contro la Siria. Pertanto, la discussione sul problema della crisi coreana tra Abe e Putin era essenzialmente un tentativo di riavviare i colloqui nel formato più ampio che includa Stati Uniti, la Cina, Russia, Giappone e Coree. I colloqui in questo quadro furono interrotti nel 2008 per l’ulteriore aggravamento della crisi. Sulle relazioni bilaterali, la discussione continua sui preparativi per la firma di un trattato di pace tra Russia e Giappone, non essendo stato firmato alcun documento dalla seconda guerra mondiale. Inoltre, numerosi accordi su progetti economici congiunti sono stati conclusi con successo. L’autore ritiene che la discussione sui recenti negoziati serva da sfondo perfetto per alcuni pensieri personali sul posizionamento della Russia nell’Asia-Pacifico. Innanzitutto, la Russia deve fare perno sull’Asia molto più esplicitamente. Tuttavia, questo processo è complicato da una serie di problemi che riguardano le difficili relazioni tra Giappone e Cina, in cui tuttavia alcuni segni positivi potrebbero osservarsi. La Russia non è interessata al ritiro (ipotetico) di Washington dall’Asia nordorientale, per cui i principali attori, Stati Uniti, Cina, Russia e Giappone, dovrebbero collaborare per coordinarvisi. Nel formato esistente delle relazioni russo-cinesi, non ci dovrebbero essere tracce di legami bilaterali che offrano a terzi l’opportunità d’inserire un cuneo tra Pechino e Mosca.Vladimir Terekhov, esperto sulla regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come un rivoluzionario russo previde l’ascesa del Giappone

Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 11 maggio 2016

Mentre Russia e Giappone si avvicinano, esploriamo passato e futuro dei rapporti russo-giapponesi in questa serie in due parti. Nella prima parte guardiamo ai modi contrastanti in cui russi e occidentali videro il cambiamento dato dalla Restaurazione Meiji, e come il suo significato globale fu riconosciuto dalla Russia.

La Meiji Ishin, ovvero Restaurazione Meiji, avvenne nel 1868-1912, e fu la principale responsabile della nascita del Giappone moderno, nazione lungimirante agli inizi del XX secolo. Diffidando dell’intervento militare e dell’attività missionaria dalle potenze coloniali occidentali, il Giappone emise un ordine nel 1636 per cui gli stranieri che tentassero di entrare, e i cittadini giapponesi che tentassero di lasciare, nel Paese, sarebbero stati messi a morte. Per quasi 250 anni il Giappone fu ermeticamente sigillato dal resto del mondo. Nel 1853, le cannoniere statunitensi sotto il comando del Commodoro Matthew Perry costrinsero i giapponesi a riaprire il commercio e i legami diplomatici con l’occidente. Traumatizzato da questa debacle, il Giappone optò per la revisione completa di praticamente ogni aspetto della vita nazionale, in particolare l’economia e la società. L’atto di Perry fu lodato a Washington e Londra come fulgido esempio di missione civilizzatrice dell’occidente che trasformava un ‘arretrato’ Paese asiatico in una potenza moderna. Ma la visione russa fu radicalmente diversa. Secondo il leader rivoluzionario Lev Meshnikov, che visitò il Giappone nel 1874 per osservare e partecipare all’Ishin, “gli occidentali sono arrivati in Giappone mal preparati nel compiere la Meiji Ishin in modo cooperativo. L’avvio del commodoro Perry di relazioni pacifiche attraverso la persuasione della forza fu la presentazione barbarica della ‘civiltà’ occidentale”. W. G. Beasley, yamatologo della Scuola di Studi Orientali e Africani dell’Università di Londra, è d’accordo. Scrive nel suo libro ‘La restaurazione Meiji’ che gli statunitensi furono guidati dai concetti del Destino Manifesto dalle chiare connotazioni razziali, e dal desiderio d’imporre i benefici della civiltà occidentale e la religione cristiana su ciò che percepivano come ‘retrograde’ nazioni asiatiche.

I russi arrivano in Giappone
Quando Meshnikov sbarcò a Yokohama, il Giappone era ancora alle prese con disordini e conflitti. Eppure trovò l’ordine nel caos. Rispetto ai movimenti semi-rivoluzionari in Europa, Meshnikov la definì “rivoluzione completa e radicale”. Sho Konishi dell’Istituto di Studi giapponesi Nissan sostiene in un articolo pubblicato sull’American Historical Review che Meshnikov fosse convinto che i fattori interni piuttosto che le navi nere di Perry inaugurarono l’Ishin. Scrive su “Riaprire l’apertura del Giappone: Un incontro rivoluzionario russo-giapponese e la visione del progresso anarchico”, “Cercando di por rimedio a un malinteso comune tra molti in occidente sulle cause dell’Ishin, Meshnikov la descrisse di origine nativa, sostenendo che l’Ishin non era semplicemente una reazione politica alle pressioni estere sul Giappone affinché adottasse la civiltà occidentale ed entrasse nello sviluppo capitalistico. Piuttosto, fu una complessa rivoluzione dall’interno, basata su secoli di sviluppo sociale, culturale ed intellettuale, che ebbe semplicemente ulteriore impulso da voci dall’estero. I commentatori occidentali avevano eccessivamente esagerato l’influenza dell’interferenza statunitense ed europea negli affari giapponesi. Mechnikov credeva che l’Ishin fosse il risultato non della collisione tra una società primitiva e isolata e una avanzata, ma degli sviluppi storici in Giappone in atto da secoli. L’Ishin fu una risposta cosciente dall’ampia base costitutiva sulla necessità di riforme liberali progressiste, credendo che si sarebbero istituite con il rovesciamento del governo Tokugawa”. Allo stesso tempo, la rivoluzione richiese un’evoluzione sociale. L’arrivo del Giappone sulla scena della civiltà mondiale non fu un atto arbitrario o un incidente storico, ma il “risultato inevitabile della vita giapponese stessa“. Meshnikov scoprì che anche nell’enorme caos politico e sociale, la gente comune poté condurre una vita quotidiana senza imposizioni dall’alto. Osservò che i lavoratori in Giappone avevano una coscienza notevolmente sviluppata sulla partecipazione sociale, pari a quella degli altri settori della società. Disse ai lettori che queste persone non erano le leggendarie masse oscure represse e terrorizzate dal dispotismo orientale, ma gente comune che aveva voce ed entusiastico orgoglio nel lavoro per la società.
Meshnikov osservò che a differenza di altre rivoluzioni, in cui l’ordine esistente fu violentemente distrutto per spianare la strada a un nuovo contratto sociale, come sarebbe accaduto in Russia nel 1917, l’Ishin si basava sulla cooperazione. “Fu colpito dalla cooperazione auto-organizzata osservata tra i cittadini comuni durante l’Ishin. La cooperazione permise alla gente di avere stabilità economica e sociale nel momento in cui vissero un’instabilità politica tremenda, mancanza di orientamento organizzativo dall’alto e improvviso mutamento delle aree urbane”. Meshnikov notò coscienza e orgoglio per il loro contributo alla società, con il reciproco riconoscimento della gente comune. I giapponesi chiamarono questa etica dell’organizzazione della vita quotidiana “aiuto reciproco”. Il rivoluzionario russo accordò un significato globale all’Ishin. “Osservò che il principio di mutua assistenza poté estendersi oltre i confini della famiglia immediata, del quartiere e anche della nazione, ed era caratterizzato dall’intenso sforzo ad imparare e interagire con il mondo, che vide in molti livelli della società. Meshnikov riteneva questa etica essenziale per il progresso dell’umanità”.Opinioni occidentali contro realtà
Tra gli occidentali che visitarono il Giappone durante l’Ishin vi fu l’esploratrice e scrittrice inglese Isabel Bird. Dopo aver viaggiato a lungo nel Paese, poté vedere solo il “buio senza speranza” della vita giapponese. Un altro occidentale, il segretario d’ambasciata inglese Ernest Satow, ritenne che il Giappone non sarebbe mai “andato oltre una posizione di terza o quarta classe“. Vide la popolazione generale come ragione principale dell’incapacità del Giappone a migliorare la posizione internazionale, perché “sembravano essere dei meri imitatori”. Ma nella valutazione del russo, il periodo Tokugawa (1600-1868), quando il Giappone fu isolato dal mondo, non fu certo un momento di stagnazione. Konishi scrive: “Meshnikov diede un significato enorme alle conquiste intellettuali del periodo Tokugawa. Vide gli aspetti progressivi dell’Ishin quale prodotto degli sviluppi sociali e culturali già evidenti nel Giappone dei Tokugawa”. Il fascino di Meshnikov verso la “rivoluzione in Asia” lo portò ad esaminare meticolosamente e coltivare una fitta rete di rapporti personali con protagonisti e intellettuali dell’Ishin in Giappone. “Inoltre, distanziandosi dalle comunità diplomatiche e dai porti assegnati ai trattati, basò le osservazioni sull’Ishin sull’esperienza da visitatore privato e senza cittadinanza, in un momento in cui gli occidentali giunti in Giappone erano sotto protezione diplomatica e patrocinio rigoroso”. Le valutazioni favorevoli di Meshnikov sono supportate dagli studi moderni. Dice il professor John Dower della Facoltà di Storia del MIT: “Nel quadro della politica d’isolamento, i giapponesi godettero di due secoli di sicurezza insulare ed autosufficienza economica. I guerrieri divennero burocrati. Il commercio fiorì. Le principali strade collegarono il territorio. Vivaci cittadine punteggiavano il paesaggio, e grandi città apparvero. Al momento dell’arrivo di Perry, Edo (poi ribattezzata Tokyo) aveva una popolazione di circa un milione di persone. La stessa città che la piccola flotta di Perry avvicinò nel 1853 era uno dei più grandi centri urbani del mondo, anche se il mondo non lo sapeva. Anche se i giapponesi non ebbero le rivoluzioni politiche, scientifiche e industriali che investirono il mondo occidentale nei due secoli d’isolamento, questi sviluppi non gli erano sconosciuti. Un piccolo numero di studiosi giapponesi seguì gli “studi olandesi” (rangaku) e gli “studi occidentali” (yogaku). E mentre notizie sull’espansione europea filtravano, il regime feudale di Edo si allarmò abbastanza da rilassare le norme antistranieri e permettere la creazione di un ufficiale Istituto per l’investigazione dei libri dei barbari”. La stessa spedizione di Perry osservò: “Tuttavia a ritroso, gli stessi giapponesi sarebbe pratici di scienze, i meglio istruiti tra loro sono abbastanza informati sui progressi delle nazioni più civili o meglio coltivate”. Considerando che gli occidentali presenti durante l’Ishin erano altamente istruiti e notori viaggiatori, le loro opinioni negative sul Giappone erano chiaramente il risultato di un pregiudizio razziale o religioso, o di entrambi.

Ammiraglio Evfimij Putjatin

La visione russa dell’occidente
I rapporti di Meshnikov dal Giappone furono letti con fascino in patria. La grande comunità di intellettuali russi cui apparteneva iniziò a mettere in discussione la narrazione del progresso della civiltà in occidente. Konishi osserva: “Questo in sostanza decentrò il mondo dall’occidente, e diede centralità a ciò che era sempre stato il referente dell’arretratezza. L'”occidente”, poi, improvvisamente arretrò rispetto alle esigenze del progresso e della civiltà”. Meshnikov vide la rivoluzione del Giappone offrire all’occidente un modello di riforma sociale radicale. Osservò l’eliminazione istituzionale e sociale delle strutture gerarchiche di classe e la creazione di vaste arene di mobilità sociale per la gente comune. Inoltre sottolineò come l’accesso a nuove conoscenze si aprì su vasta scala. Dopo aver viaggiato nel Giappone, presso case rurali e visitando i quartieri plebei delle città, così come le fabbriche e la miniera di rame di Ashio, scrisse, “E’ impossibile non essere sorpresi dalla loro trasformazione insolita. È una svolta completa e radicale, di quella che conosciamo solo dalla storia… Non un solo ramo della vita sociale e politica è rimasto intatto con questa rivoluzione“.

L’influenza russa sul Giappone
Meshnikov sviluppò ampie relazioni con persone che descrisse come “i leader più importanti del movimento progressista giapponese“. Erano i capi Movimento della libertà e dei diritti del Popolo, per l’uguaglianza sociale e la partecipazione politica popolare, che guadagnò slancio in Giappone. Nel giro di pochi anni dalla partenza di Meshnikov dal Giappone, gli attivisti del movimento organizzarono quasi 200 società politiche in tutto il Paese. Konishi dice ancora: “Sessantacinque libri sul populismo russo furono pubblicati in Giappone nel 1881-1883, e i giornali avevano pagine di resoconti sulle attività rivoluzionarie in Russia. Tra i libri più venduti in Giappone durante questo periodo vi fu il resoconto del movimento rivoluzionario russo scritto da un amico di Meshnikov, Sergej Stepnjak, che fu tradotto dagli interessati al movimento in Giappone. Uno studente di Meshnikov, Muramatsu Aizo, guidò uno degli incidenti più infausti del movimento, la Rivolta di Lida. I protagonisti del movimento ripresero le promesse, ritenute non mantenute, sull’uguaglianza nell’Ishin dal movimento rivoluzionario in Russia”.

Ammiraglio contro rivoluzionario
Un affascinante aneddoto sui legami russo-giapponesi fu che i russi quasi batterono il commodoro Perry nella corsa ad aprire il Giappone. Nell’agosto 1853, l’Ammiraglio russo Evfimij Putjatin entrò nel porto di Nagasaki, essendo ottimista verso un esito favorevole. Purtroppo per l’ammiraglio russo, le cannoniere statunitensi solcarono la baia di Edo due settimane prima. Ma mentre le navi nere di Perry saranno ricordate per il loro interventismo “barbaro”, Meshnikov giunse da amico e influenzò le anime delle due grandi nazioni.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora