Stato di paura: come i più micidiali bombardamenti della storia crearono l’attuale crisi in Corea

Ted Nace, Mondialisation, 9 dicembre 2017Mentre il mondo osserva con crescente preoccupazione tensioni e retorica bellicosa tra Stati Uniti e Corea democratica, uno degli aspetti più notevoli della situazione è la mancanza di qualsiasi riconoscimento pubblico del motivo dei timori della Corea democratica, o come l’ha definito l’ambasciatrice dell’ONU Nikki Haley, “stato di paranoia”, cioè l’orribile campagna di bombardamento statunitense durante la Guerra di Corea, dal numero senza precedenti di vittime. Anche se non sapremo mai tutti i fatti, le prove disponibili portano a concludere che i bombardamenti di città e villaggi nella Corea democratica uccisero più civili di qualsiasi altra campagna di bombardamenti nella storia. Lo storico Bruce Cumings descrive la campagna dei bombardamenti come “probabilmente uno dei peggiori episodi di violenza statunitense scatenata contro un altro popolo, ma certamente quella meno nota agli statunitensi”. La campagna, condotta tra il 1950 e il 1953, uccise 2 milioni di nordcoreani secondo il generale Curtis LeMay, capo del comando aereo strategico e organizzatore del bombardamento di Tokyo e di altre città giapponesi. Nel 1984, LeMay disse all’ufficio dell’Aeronautica che il bombardamento della Corea democratica “uccise il 20% della popolazione“. Altre fonti citano un numero leggermente inferiore. Secondo i dati raccolti dai ricercatori del Centre for the Study of Civil War (CSCW) e dall’International Peace Research Institute di Oslo (PRIO), la “migliore stima” dei decessi civili in Corea democratica è 995000, con una stima minima di 645000 e una massima di 1,5 milioni. Sebbene metà delle stime di LeMay, CSCW/PRIO calcola che 995000 morti superassero le vittime civili di qualsiasi altra campagna di bombardamenti, tra cui quella sulle città tedesche durante la seconda guerra mondiale, che fece tra 400000 e 600000 morti, i bombardamenti incendiari e nucleari delle città giapponesi causarono tra 330000 e 900000 morti; i bombardamenti in Indocina tra il 1964 e il 1973 causarono tra 121000 e 361000 morti, durante le operazioni Rolling Thunder, Linebacker e Linebacker II (Vietnam); Menu e Freedom Deal (Cambogia) e Barrel Roll (Laos). Il pesante bilancio dei bombardamenti della Corea democratica è tanto più notevole in quanto la popolazione del Paese era relativamente modesta: solo 9,7 milioni nel 1950. In confronto, c’erano 65 milioni di persone in Germania e 72 milioni in Giappone alla fine della seconda guerra mondiale. I bombardamenti dell’Aeronautica degli USA sulla Corea democratica impiegarono tattiche sviluppate durante la Seconda guerra mondiale per bombardare Europa e Giappone: esplosivi per distruggere edifici, napalm e altre armi incendiarie per innescare massicci incendi e bombardamenti pesanti per impedire alle squadre antincendio di estinguerli. L’uso di tali tattiche non era evidente. Secondo la politica statunitense all’inizio della guerra di Corea, fu vietato il bombardamento incendiario dei civili. Un anno prima, nel 1949, diversi ammiragli della Marina degli Stati Uniti condannarono tali tattiche al Congresso. Durante la “rivolta degli ammiragli”, la Marina sfidò i colleghi dell’Aeronautica sostenendo che bombare i civili era controproducente dal punto di vista militare e violava gli standard morali internazionali.
Giunte nel momento in cui il tribunale di Norimberga sensibilizzò l’opinione pubblica sui crimini di guerra, le critiche degli ammiragli furono riprese dall’opinione pubblica. Pertanto fu vietato attaccare le popolazioni civili secondo la politica degli Stati Uniti all’inizio della guerra di Corea. Quando il generale George E. Stratemeyer dell’Aeronautica militare chiese il permesso di usare gli stessi metodi di bombardamento, su cinque città nordcoreane, di quelli che “piegarono il Giappone”, il generale Douglas MacArthur respinse la richiesta, invocando la “politica generale”. Cinque mesi dopo l’inizio della guerra, mentre le forze cinesi intervennero a fianco della Corea democratica e le forze delle Nazioni Unite si ritiravano, il generale MacArthur cambiò posizione e accettò la richiesta del generale Stratemeyer, il 3 novembre 1950, di bruciare la città nordcoreana di Kanggye e diverse altre: “Bruciale! Meglio ancora, Strat, brucia e distruggi qualsiasi città o villaggio pensi abbia interesse militare per il nemico”. La stessa sera, il capo di Stato Maggiore di MacArthur disse a Stratemeyer che anche il bombardamento di Sinuiju veniva approvato. Nel diario, Stratemeyer riassume le istruzioni: “Ogni edificio, ogni sito e ogni villaggio della Corea democratica diventa un bersaglio militare e tattico“. Stratemeyer ordinò alla Quinta Forza Aerea e al Comando Bombardieri di distruggere tutti i mezzi di comunicazione e tutti i servizi, le fabbriche, città e villaggi. Sebbene l’Aeronautica fosse diretta nelle comunicazioni interne sulla natura dei bombardamenti, incluse mappe che mostravano l’esatta percentuale incenerita di ogni città, le comunicazioni alla stampa descrissero i bombardamenti come incentrati esclusivamente su “concentramenti di truppe nemiche, depositi, edifici militari e linee di comunicazione“. Gli ordini della Quinta Forza Aerea erano chiari: “Gli aerei della Quinta Forza Aerea distruggeranno tutti gli obiettivi, inclusi gli edifici che possono servire da rifugio“. In meno di tre settimane dal bombardamento di Kanggye, furono incendiate dieci città, tra cui Chosan (85%), Hoeryong (90%), Huichon (75%), Kanggye (75%), Kointong ( 90%), Manpochin (95%), Namsi (90%), Sakchu (75%), Sinuichu (60%) e Uichu (20%). Il 17 novembre 1950, il generale MacArthur disse all’ambasciatore statunitense in Corea John J. Muccio, “Sfortunatamente, questa regione sarà trasformata in un deserto“. Con “questa regione“, MacArthur indicava l’intera area tra “le nostre attuali posizioni e il confine”.
Mentre l’Aeronautica continuava a bruciare le città, seguiva da vicino i livelli di distruzione inflitti:
* Anju – 15%
* Chinnampo (Nampo) – 80%
* Chongju (Chongju) – 60%
* Haeju – 75%
* Hamhung (Hamhung) – 80%
* Hungnam (Hongnam) – 85%
* Hwangju (Contea di Hwangju) – 97%
* Kanggye – 60% (precedentemente stimato al 75%)
* Kunu-ri (Kunu-dong) – 100%
* Kyomipo (Songnim) – 80%
* Musan – 5%
* Najin (Rashin) – 5%
* Pyongyang – 75%
* Sariwon (Sariwon) – 95%
* Sinanju – 100%
* Sinuiju – 50%
* Songjin (Kimchaek) – 50%
* Sunan (Sunan-guyok) – 90%
* Unggi (Contea di Sonbong) – 5%
* Wonsan (Wonsan) – 80%
Nel maggio 1951, una squadra investigativa internazionale dichiarò: “I membri, durante il viaggio, non videro una singola città che non fosse stata distrutta, e c’erano pochissimi villaggi intatti“. Il 25 giugno 1951, il generale O’Donnell, comandante del Comando bombardieri dell’Estremo Oriente, testimoniò in risposta a una domanda del senatore Stennis (“...La Corea democratica è stata praticamente distrutta, no?“) “Oh, sì .. direi che quasi tutto nel nord della penisola coreana è in condizioni terribili. Tutto è distrutto. Non c’è nulla che valga essere nominato… Poco prima dell’arrivo dei cinesi, i nostri aerei erano inchiodati a terra. Non è rimasto nulla da bombardare in Corea“. Nell’agosto 1951, il corrispondente di guerra Tibor Meray dichiarò di aver assistito alla “totale devastazione tra il fiume Yalu e la capitale” e “che non c’erano più città nella Corea democratica“, aggiungendo che “mi sentivo come se viaggiassi sulla luna perché c’era solo devastazione… Ogni città non era altro che un allineamento di camini“.
Diversi fattori si combinarono aumentando la mortalità dei bombardamenti incendiari. Come si apprese durante la seconda guerra mondiale, gli attacchi incendiari potevano devastare le città a velocità incredibile: il bombardamento della Royal Air Force di Wurzburg, in Germania, negli ultimi mesi di guerra impiegò solo 20 minuti per avvolgere la città in una tempesta di fuoco con temperature stimate a 1500-2000° C. La gravità dell’inverno nordcoreano contribuì ai raccapriccianti dati dei bombardamenti. A Pyongyang, la temperatura media di gennaio è -13°. I peggiori bombardamenti si verificarono nel novembre 1950, chi sfuggì alla morte per incendio morì di freddo nei giorni e mesi successivi. I sopravvissuti crearono dei ripari di fortuna in canyon, caverne o cantine abbandonate. Nel maggio 1951, una delegazione della Federazione internazionale delle donne democratiche (WIDF) visitò la città bombardata di Sinuiju: “La stragrande maggioranza delle persone vive in trincee scavate e rinforzate con legno di recupero. Alcuni di tali rifugi hanno tetti di tegole e di legno, recuperati da edifici distrutti. Altri vivono in cantine rimaste intatte dopo il bombardamento e altre ancora in tende di paglia con carpenteria recuperata da edifici distrutti e in capanne di mattoni e macerie senza malta“. A Pyongyang, la delegazione descrisse una famiglia di cinque persone, tra cui un bambino di tre anni e uno di otto mesi, che viveva in uno spazio sotterraneo di due metri quadrati, a cui si poteva accedere solo percorrendo un tunnel di tre metri. Un terzo fattore fu l’uso intensivo del napalm. Sviluppato all’Università di Harvard nel 1942, la sostanza appiccicosa e infiammabile fu usata per la prima volta durante la Seconda guerra mondiale. Diventò un’arma chiave durante la guerra di Corea, quando ne vennero usate 32557 tonnellate; secondo lo storico Bruce Cumings la logica fu la seguente: “Sono selvaggi, il che ci dà il diritto di spalmare napalm sugli inermi“. Molto tempo dopo la guerra, Cumings descrisse l’incontro con un anziano sopravvissuto: “All’angolo di una strada c’era un uomo (penso che fosse un uomo o una donna con le spalle larghe) che aveva una curiosa crosta viola su ogni parte visibile della pelle, spessa sulle sue mani, sottile sulle braccia, coprendosi completamente la testa e il viso. Era calvo, non aveva orecchie o labbra e gli occhi, senza palpebre, erano di un bianco grigiastro, senza pupille… Questa crosta violacea risultò dal contatto col napalm, poi il corpo della vittima, non curata, guarì in un modo o nell’altro“. Durante i colloqui per l’armistizio alla fine dei combattimenti, i comandanti statunitensi non avevano più città da colpire. Per fare pressione sui negoziati, diressero i bombardamenti sulle grandi dighe coreane. Come riportato dal New York Times, le inondazioni causate dalla distruzione di una diga “liberarono” 40 km di valle distruggendo migliaia di ettari di riso appena piantato. All’indomani dei bombardamenti incendiari contro Germania e Giappone durante la Seconda guerra mondiale, un gruppo di ricerca del Pentagono di 1000 membri redasse una valutazione completa nota come “US Strategic Bombing Survey“. L’USSBS pubblicò 208 volumi per l’Europa e 108 per il Giappone e il Pacifico, tra cui il numero di vittime, interviste con sopravvissuti e indagini economiche. Tali rapporti redatti industria per industria furono così dettagliati che la General Motors li usò per avere con successo dal governo degli Stati Uniti 32 milioni di dollari per i danni alle sue fabbriche tedesche.
Dopo la guerra di Corea, non fu fatta alcuna registrazione dei bombardamenti, ad eccezione delle mappe interne per l’Aeronautica che mostravano la distruzione città per città. Queste carte rimasero segrete per venti anni. Quando furono declassificate, di nascosto nel 1973, l’interesse degli Stati Uniti per la Guerra di Corea era svanito da tempo. È solo negli ultimi anni che il quadro completo comincia ad emergere negli studi di storici come Taewoo Kim del Korean Korea Analysis Institute, Conrad Crane dell’Accademia Militare degli Stati Uniti e Su-kyoung Hwang dell’Università della Pennsylvania. Nella Corea democratica, la memoria è perpetuata. Secondo lo storico Bruce Cumings, “Fu la prima cosa che la guida mi disse”. Cumings scrive: “La campagna senza ostacoli dei bombardamenti incendiari al Nord durò tre anni, dando origine a un deserto e a popolo di talpe sopravvissute che imparò ad amare il riparo di caverne, montagne, tunnel e ridotte, un mondo sotterraneo diventato la base per la ricostruzione di un Paese e ricordo per costruire un feroce odio tra la popolazione“. Ancora oggi, la campagna dei bombardamenti incendiari contro città e villaggi della Corea democratica rimane ignota al pubblico e non è riconosciuta nelle discussioni nei media sulla crisi, nonostante l’ovvia importanza per la Corea democratica nel persegue il programma di deterrenza nucleare. Senza conoscere e confrontarsi con questi fatti, non possiamo comprendere i timori al centro degli atteggiamenti e delle azioni della Corea democratica.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Il Pentagono minaccia di abbattere i jet russi in Siria

Marko Marjanovic, Checkpoint Asia 10 dicembre 2017Il mese scorso mi chiedevo se l’accresciuta retorica del Pentagono sulle “insicure pratiche di volo russe” in Siria preparasse i media al possibile abbattimento di un aereo russo da parte degli Stati Uniti. Ora gli Stati Uniti continuano a minacciarlo apertamente. Ricordiamo, il 24 novembre la CNN pubblicò un articolo in cui, secondo funzionari anonimi, i poveri piloti statunitensi venivano “sottoposti a pratiche di volo russe“. Questo seguiva un rapporto della settimana prima in cui un ufficiale anonimo del Pentagono parlava di aerei russi “minacciosi” e “potenzialmente minacciosi” e dei loro “comportamenti sempre più allarmanti” (che in seguito si rivelano semplicemente aerei russi che volavano nel raggio delle armi statunitensi a terra). Ora il Pentagono minaccia apertamente la prospettiva di abbattere un aereo da guerra russo, coi suoi portavoce. Il colonnello Damien Pickart, portavoce del Comando centrale delle forze aeree degli Stati Uniti, aveva detto che l’esercito statunitense ha “la grave preoccupazione” di “abbattere un aereo da guerra russo perché le sue azioni sono viste minacciose“, in altre parole incrociare nello “spazio aereo della coalizione” nella Siria orientale. Sì, in modo bizzarro il Pentagono indica la Siria ad est dell’Eufrate come “nostro spazio aereo”: “Abbiamo visto ovunque da sei a otto incidenti al giorno a fine novembre, dove aerei russi o siriani attraversavano il nostro spazio aereo ad est dell’Eufrate“, aveva detto Pickart. Gli Stati Uniti sostengono di non poter onestamente sapere se gli aerei russi attraversano il fiume per “errore” o perché intendono attaccare “forze della coalizione”, e che quindi i caccia statunitensi potrebbero già ragionevolmente abbatterli per “autodifesa”: “I piloti dell’aeronautica hanno mostrato moderazione, ma dato che le azioni dei Su-24 avrebbero potuto ragionevolmente essere interpretate come minaccia agli aerei statunitensi, il pilota dell’F-22 avrebbe avuto diritto di sparare per autodifesa, secondo i funzionari della base aerea del Qatar”. Questa è pura assurdità. Non si tratta di paura di un attacco russo, ma di confronto.
In primo luogo il Su-24 è un aviogetto d’attacco che non verrebbe usato per attaccare altri aerei da combattimento. Ancora più importante, i russi rivelavano di aver già effettuato oltre 600 missioni di combattimento per colpire lo SIIL ad est del fiume a sostegno delle milizie curde YPG solitamente sostenute dagli USA. Le YPG salutavano la copertura aerea russa*. Gli statunitensi sanno bene che i russi non attraversano il fiume per attaccare loro o i loro agenti. Al contrario, sostengono la stessa fazione degli Stati Uniti, ma il Pentagono vuole il monopolio su ciò e sul territorio occupato. Inoltre, mentre il Pentagono si lamenta degli incidenti in cui aerei statunitensi e russi quasi entrano in collisione a causa dei russi che volano sul lato “sbagliato” del fiume, il Ministero della Difesa russo dichiarava che i caccia statunitensi avevano già simulato l’attacco ad aviogetti russi: “Il 23 novembre, sui cieli della riva occidentale dell’Eufrate, un caccia F-22 statunitense ostacolava attivamente 2 aerei d’attacco russi Sukhoi Su-24 nell’adempiere la missione per distruggere un comando dello Stato islamico vicino Mayadin“, affermava il portavoce del Ministero della Difesa russo Igor Konashenkov. “L’F-22 lanciò dei bengala e aprì i freni manovrando costantemente per simulare un duello”. L’F-22 Raptor “finì le manovre pericolose e fuggì nello spazio aereo iracheno” dopo che un altamente manovrabile Su-35S apparve nelle vicinanze, affermava Konashenkov. Quindi chi effettivamente minaccia chi? I russi che attraversano il fiume per aiutare le YPG appoggiate dagli Stati Uniti, o gli Stati Uniti che simulano attacchi agli aerei russi? Ma non preoccupatevi, se gli Stati Uniti abbattessero un aereo russo sarà colpa dei russi avendo sorvolato le forze curde alleate degli Stati Uniti che aiutano: “Altri aerei russi volarono a breve distanza o direttamente sulle forze alleate per massimo 30 minuti, aumentando le tensioni e il rischio di uno scontro, secondo funzionari statunitensi”. Oppure per “adescare” gli statunitensi ad abbatterli: “È sempre più difficile per i nostri piloti capire se i piloti russi deliberatamente ci testano o istigano a reagire, o se si tratta solo di errori“, diceva il tenente-colonnello Damien Pickart, portavoce del comando. Vedete, questi russi vogliono essere abbattuti, non è mai colpa degli USA. (Ricordatevi che secondo il revisionismo neocon Sadam finse di avere armi di distruzione di massa per spingere gli Stati Uniti ad invaderlo).
L’US Air Force ha già abbattuto un Su-22 siriano sulla Siria centrale, bombardato l’Esercito arabo siriano in tre diverse occasioni nel sud della Siria uccidendo una dozzina di soldati, e presumibilmente bombardò l’Esercito arabo siriano nella città circondata dallo SIIL di Dayr al-Zur per errore, ma in realtà per sabotare l’accordo Lavrov-Kerry del settembre 2016 che prevedeva la collaborazione tra Stati Uniti e Russia. Gli Stati Uniti fingono di credere che la Russia voglia bombardare le YPG quando in realtà si coordinano.*Nonostante l’approvazione dell’ombrello per le SDF (Syrian Democratic Forces) che gli Stati Uniti istituirono a fine 2015 per aiutare a presentare le YPG comuniste curde, contraddicono bizzarramente le dichiarazioni delle YPG.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il mondo impazzisce, mentre la Siria di prepara all’aggressione sionista

Ziad Fadil Syrian Perspective 9 dicembre 2017Ancor più selvaggio e pazzo. Abbiamo già discusso, in un altro post, il dilagante guasto che affligge tanti governi oggi. Gli Stati Uniti, probabilmente la più grande potenza del mondo, sono guidati da un maniaco che vive in un bozzolo di auto-inganno e delusione. Orgoglioso e dedito alla millanteria, è deciso a dimostrarsi differente dagli altri capi che definisce “politici”, nel senso che “fa ciò che dice di fare”. Lo scandalo oggi è la minaccia di trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme. I leader mondiali adottano normalmente tali minacce come posa ma, con Trump, universalmente considerato un mina vagante, la minaccia ha una certa risonanza. L’amministrazione Trump è dedita a servire abomini rabeliani. L’ambasciatore statunitense presso l’entità sionista è un sionista al 100%. Il genero del presidente Jared Kushner, rivelatosi il fondatore di un’organizzazione che sostiene gli insediamenti illegali in Cisgiordania ed è, a detta di tutti, uno stupefacente psicosionista dal DNA russo. Ora che gli Stati Uniti sono fuori dal processo di pace, grazie alla magnanimità di Trump verso i coloni sionisti, può iniziare a prepararsi a un nuovo Medio Oriente dove non dovrà preoccuparsi di questioni umanitarie o di coscienza. No, farà solo ciò che è nell’interesse degli USA, ad esempio: occupare terre appartenenti ad altri Paesi con o senza il consenso dei loro governi; vendere enormi quantità di armi alle tirannie alleate; potenziarle in tutto ciò che riguarda i beni naturali necessari agli Stati Uniti; eliminare ogni rispetto di sé rimasto agli arabi; e, con sua grande sorpresa, osservare i piani di dominio affondare nella storica palude dei misfatti insieme all’abominio sionista che controlla il suo regime e la sua nazione. Oltre a vendere miliardi di dollari in missili e ordigni ai pazzi pedofili dell’Arabia Saudita, affinché possano continuare la guerra criminale e genocida contro gli yemeniti, Trump brama guerre contro Corea democratica e Iran, entrambi potenze che possono affondare le navi statunitensi, per non parlare di difendere le proprie terre con tenacia fanatica. Trump cerca di distogliere l’attenzione dalle indagini di Robert Mueller e potrebbe effettivamente avviare nuove guerre per ottenere proprio tale fine. Non ha promesso nuove guerre all’estero nella campagna per la Casa Bianca. Quella promessa elettorale si è rivelata una menzogna flagrante. La mia nuova fonte, Chris, ora dice che gli Stati Uniti costruiscono un enorme complesso militare sotterraneo a nord della capitale giordana Amman. Chris collega tale mostruosa base alla compagnia Halliburton, gestita dal noto vigliacco, boia e guerrafondaio Dick Cheney. Quando il popolo della Giordania scoprirà che tale base ha lo scopo di continuare l’occupazione statunitense del mondo arabo, potrebbe infine impazzire e deporre il tirannico Pollicino che di nascosto distrugge la dignità che potrebbero ancora avere.
La base a nord della capitale giordana è un’attestazione della riluttanza delle “intelligence” CIA, Mossad e saudita ad accettare la sconfitta in Siria. È quel fastidioso piano iraniano d’estendere un gasdotto attraverso l’Iraq fino al litorale siriano che alimenta tale ossessione. Ma c’è dell’altro, dice Chris, che insiste sul fatto che gran parte della pianificazione volta a deporre il Dr. Assad era legata ai vasti giacimenti di petrolio scoperti nel sottosuolo delle alture del Golan, che i sionisti vogliono sfruttare col loro solito modo cupido e malevolo. Hanno concesso a una società statunitense, la Genie Energy (del New Jersey), i diritti per estrarlo. Genie Energy è di proprietà di Dick Cheney, Jacob Rothschild e Rupert Murdoch, principali azionisti. Secondo un articolo di Michael B. Kelley su Business Insider, fu concessa un’area di 153 miglia quadrate nella parte meridionale delle alture. Il trasferimento del petrolio, tramite il gasdotto, coinvolgerà inevitabilmente Halliburton, la società una volta guidata da Dick Cheney. Quindi, cosa faranno i giordani quando Trump annunciava il 6 dicembre che intende riconoscere la rivendicazione sionista su Gerusalemme e spostarvi l’ambasciata degli Stati Uniti? Cosa faranno sapendo che il loro miserabile re ha cercato di dissuadere l’indomabile Trump da tale incredibile raggiro del diritto internazionale e degli accordi ONU? Accidenti, non lo so. Ma ciò che so è che il cosiddetto re, suo padre e suo nonno prima di lui, erano tutti traditori del popolo arabo. E un leopardo non può cambiare le proprie macchie. La decisione è stata presa per spodestare il Dottor Assad usando forze dirette. Il passato affidamento ai fantocci ha generato un amaro fallimento. Per far sì che l’estromissione avvenga, diverse anatre vanno messe in fila.
Il primo segmento di tale piano è mantenere le forze statunitensi a tutti i costi in Iraq e Siria. Come molti hanno sentito, il Pentagono ha incautamente dichiarato che intende mantenere proprie truppe in Siria per tutto il tempo necessario a sostenere gli interessi statunitensi, qualunque cosa significhi. Siamo convinti che gli Stati Uniti stiano ammassando proprie forze in Siria per compensare la perdita prevedibile della base turca d’Incirlik, dove statunitensi, inglesi e francesi escogitano i loro piani per schiavizzare il popolo arabo. Non solo, la nuova base sotterranea che Chris indica in Giordania, evidentemente, viene sviluppata per compensare la perdita attesa della base statunitense di al-Udayd in Qatar, mentre Doha continua ad espandere i legami con l’Iran ridimensionando gli interessi per l’alleanza del Golfo Persico. Re Abdullah II di Giordania è al corrente di tale tradimento. Ma è un bravo attore, come suo padre. Gli Stati Uniti devono restare in Siria anche perché i curdi sono vulnerabili agli eserciti siriano, iracheno e turco. Gli statunitensi pensano che solo restandovi, alcuna combinazione di forze oserà sfidare le pretese ostentate dall’esercito statunitense. O si? I taliban combattono gli Stati Uniti da 16 anni e non si vede una fine. Aspettate solo che le milizie afghane e irachene inizino l’insurrezione contro gli Stati Uniti in Siria, coi sacchi per cadaveri che si accumulano sull’asfalto delle piste. Tanto per le promesse di Trump di non immischiarsi all’estero. I curdi hanno un ruolo più profondo e significativo da svolgere in Siria di quanto appaia. Vedete, i curdi, molti siriani, possono dare agli Stati Uniti la foglia di fico della legittimità necessaria a giustificarne la presenza in Siria. I curdi, da parte loro, possono essere impiegati per arrembare il corridoio che Teheran intende utilizzare per l’oleodotto ed armare Hezbollah. Con gli Stati Uniti invischiati e incastrati coi curdi, il Pentagono crede che non ci sarà alcun sforzo per destabilizzare tale assurdo piano senza innescare una risposta militare statunitense. È così che iniziano le guerre all’estero e Trump non ne ha la minima idea. Secondo Chris, lo Stato profondo coinvolge molti attori, ognuno dei quali ha interesse nella cacciata del Dr. Assad e del Partito Baath. Aziende come Halliburton, Monsanto, Blackwater (Academi), Lockheed-Martin, Wackenhut e DynCorp fanno tutte parte della stessa rete di cabalisti intrecciati e decisi a garantire avidamente tutta la ricchezza del Medio Oriente a favore dell’entità sionista. A loro non importa di SIIL o al-Qaida, semplici pedine che usano per accerchiare la preda prima di divorarla. Il capo dello SIIL, Abu Baqr al-Baghdadi, fu programmato a Tel Aviv dal Mossad e dagli psicologi della CIA dopo essere stato rilasciato dalla prigione in Iraq. Ne scrissi molto in un precedente post, ma pochi ne hanno parlato anche se ero l’autore che ha rivelato che la dirigenza dello SIIL era formata da ex-ufficiali sunniti dell’esercito di Sadam prima che venissero scacciati da L. Paul Bremer.
Affinché le anatre siano in fila, il quartier generale delle operazioni saudite deve sincronizzarsi con quello giordano e sionista. Mentre la Giordania ha molta esperienza nel coordinarsi col Mossad, i sauditi sono ancora dei neofiti in ciò e affinché possano svolgere il loro ruolo efficacemente, gli agenti del Mossad, che sarebbero ad Amman, hanno avviato un corso virtuale per spettri rivolto ai traditori sauditi. Vengono insegnati a comunicare e individuare, maneggiare agenti e tecniche di assassinio. Ho ricevuto alcuni rapporti secondo cui il corso non va bene a causa della totale ignoranza dei wahhabiti. Tuttavia, verrà deciso di perseguire gli obiettivi dello Stato profondo statunitense con o senza sauditi. La crisi dello Yemen va risolta. Divora tempo e risorse dei sauditi, perciò il governo saudita decideva di partecipare ad essenzialmente una guerra di sterminio per piegare gli zayditi. Tuttavia, se la storia insegna qualcosa sull’Arabia Felix, è che il popolo dello Yemen è ostinato come la roccia. I sauditi uccideranno molti bambini, ma alla fine saranno sconfitti, una concessione che non sarà di buon auspicio per l’alleanza sionista-giordana-saudita. I sauditi devono risolvere le divergenze col Qatar. Ad essere sinceri, va chiesto il perché di tale conflitto. Se la questione ha a che fare con finanziamento ed organizzazione del terrorismo in Siria, è nota la complicità saudita proprio in tale attività. Perché i sauditi, ora sotto il tallone di MBS, creano una nuova crisi basandosi su una menzogna? Può darsi che fossero preoccupati dell’accusa di crimini di guerra o temessero che i siriani avrebbero difficilmente spodestato il Dott. Assad. Queste sono semplici possibilità per spiegare il comportamento politico aberrante dei sauditi. Ma se non riescono a porre fine al conflitto col Qatar, l’ombra dell’Iran ricadrà sul Golfo con un elemento chiave decisamente nel campo iraniano. Come già scritto, il Qatar ha evidentemente rinsaldato le relazioni con Teheran assicurandosi l’accesso al famigerato gasdotto. Se è così, può darsi che la collusione con un nemico giurato spinga i sauditi ad accusare Doha di quanto potrebbero esserlo loro. Ironico, no?
Il piano richiede anche un esercito sionista al vertice del gioco. Le recenti manovre nel Golan e in Galilea dimostrano che il nemico pianifica un attacco molteplice ad Hezbollah ed Esercito arabo siriano. Se è così, l’alto comando sionista deve considerare la probabilità che Hezbollah ed EAS possano usare un vasto arsenale missilistico sulle città della Palestina occupata. L’Iron Dome non è in grado di intercettare 100 razzi al minuto, il che è esattamente ciò che Hezbollah ed EAS faranno. L’Iron Dome sarà sopraffatto, e se l’Iran lancerà missili sullo Stato dell’apartheid sionista, il quadro sarà tutt’altro che allegro. Eppure, questo è esattamente ciò che i sauditi sperano: una reazione massiccia, possibilmente nucleare, dei militari di Mileikowski. Questo potrebbe essere l’unico scenario che darebbe ai sauditi e al loro futuro stramboide MBS, la vittoria sull’Iran. Che lo Stato colone sionista entri in uno scenario apocalittico come quello descritto è difficile. Tuttavia, a meno che i sionisti non trovino un modo migliore per liberare la Mezzaluna Fertile dalle ambizioni iraniane, questo è tutto ciò che hanno. Di certo, potrebbero provare ad attaccare solo Hezbollah per evitare di creare l’inferno che l’inghiottirebbe distruggendogli lo Stato. Ma è difficile vedere come l’attacco ad Hezbollah non sfugga al controllo e coinvolga attori come Esercito arabo siriano, pasdran iraniani e addirittura Russia. Con statunitensi, sauditi e sionisti che collaborano cogli sfortunati giordani, si può vedere dove tutto ciò porterà.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La difesa missilistica statunitense non ferma gli Scud yemeniti

25 anni dopo il fallimento della Guerra del Golfo, i sistemi Patriot degli Stati Uniti non riescono ancora a distruggere i missili sovietici degli anni ’60
Marko Marjanovic Checkpoint Asia 7 dicembre 2017Lo sapete, il mese scorso Ansarullah dello Yemen lanciò un missile sovietico Scud modificato contro l’aeroporto di Riyadh, intercettato in volo da missili Patriot di fabbricazione statunitense che i militari sauditi gli avevano sparato contro. Trump si vantò che “Il nostro sistema ha buttato giù il missile. Ecco quanto siamo bravi. Nessuno fa ciò che produciamo, e ora lo vendiamo in tutto il mondo”. Mentre i sauditi usarono il lancio del missile, sparato in rappresaglia ai loro innumerevoli massacri di civili, per intensificare il blocco dello Yemen, che ha già creato un’epidemia di colera e la malnutrizione nel Paese, fino ad affamarlo. Tuttavia, almeno due aspetti della storia sono sbagliati (Tre se si contano le assurdità di come il missile sarebbe stato fornito dall’Iran). Primo, il missile non fu lanciato da Ansarullah, poiché non ha queste armi pesanti. In realtà fu lanciato dai lealisti di Salah, cioè dalla parte dell’esercito rimastagli fedele e che fa parte della coalizione antisaudita dello Yemen. Inoltre i missili Patriot statunitensi non abbatterono lo Scud. Cinque missili furono sparati ma lo mancarono tutti. La Scud continuò sorvolando proprio la batteria antimissile saudita colpendo il territorio dietro di essa, mancando la pista di soli 300 metri, in realtà una precisione decente per un missile che risale agli anni ’60. Proprio come gli Stati Uniti mentirono sulle prestazioni dei missili Patriot durante la guerra del Golfo del 1990-91 contro l’Iraq. Presumibilmente i Patriot avrebbero intercettato la maggioranza degli Scud lanciati dall’Iraq, cosa che in seguito si dimostrò completamente falsa e infine riconosciuta come menzogna. Comunque fosse, da allora la storia fu che, sebbene i Patriot avessero fallito nel 1991, erano stati migliorati tanto che ora funzionano come pubblicizzato. Non è così. I sistemi antimissile statunitensi non riescono ad abbattere neanche i missili terra-terra sovietici degli anni ’60 (che di per sé non erano molto lontani dalle V-2 lanciate dai tedeschi nel 1944). Questa non è necessariamente un’accusa alla tecnologia statunitense. Colpire un missile supersonico con un altro missile è straordinariamente difficile. Farlo in modo affidabile sarebbe semplicemente al di là dell’attuale tecnologia. Ma si accusa la pubblicità degli Stati Uniti. Forse è ora che la smettano di vantare un sistema d’arma che chiaramente non funziona.
Il New York Times aveva un buon articolo di specialisti che smentivano la storia saudita: “Le prove analizzate da un gruppo di esperti missilistici sembrano dimostrare che la testata del missile violò senza ostacoli le difese saudite e quasi centrò il bersaglio, l’aeroporto di Riyadh. La testata esplose così vicino al terminal interno che i clienti saltarono dalle sedie… Lewis ed altri analisti del Middlebury Institute of International Studies di Monterey, in California, erano scettici quando sentirono la dichiarazione dell’Arabia Saudita di aver abbattuto lo Scud yemenita. I governi hanno sopravvalutato l’efficacia delle difese missilistiche in passato, anche nei confronti degli Scud. Durante la prima guerra del Golfo, gli Stati Uniti sostennero un registro perfetto di abbattimenti delle versioni irachene dello Scud. Le analisi successive rilevarono che tali intercettazioni fallirono. Aveva fallito anche a Riyadh? I ricercatori rastrellarono sui social media tutto ciò che fu pubblicato nell’area in quel periodo, alla ricerca di indizi.

I rottami
Lo schema dei detriti del missili su Riyadh suggerisce che le difese missilistiche colpirono l’innocua sezione posteriore del missile o lo mancarono del tutto. Proprio mentre i sauditi usarono le difese missilistiche, i rottami caddero nel centro di Riyadh. I video pubblicati sui social media riprendono una sezione particolarmente ampia, caduta in un parcheggio vicino la scuola Ibn Qaldun. Altri video mostrano rottami caduti in una manciata di luoghi su un’area di circa 500 metri lungo l’autostrada. Funzionari sauditi dissero che i rottami, che sembra appartenessero a un Burqan-2 abbattuto, ne dimostravano il successo. Ma un’analisi dei rottami mostra che le componenti della testata, la parte del missile che trasporta gli esplosivi, mancavano. La testata mancante indicava qualcosa d’importante agli analisti: il missile avrebbe eluso le difese saudite. Il missile, per sopravvivere agli stress di un volo di circa 600 miglia, era quasi certamente progettato per separarsi in due parti una volta sul bersaglio. Il fuso, che spinge il missile per la maggior parte della traiettoria, cade e la testata, più piccola e difficile da colpire, continua sull’obiettivo. Questo spiegherebbe perché i rottami a Riyadh sembrassero costituiti solo dal fuso, suggerendo che i sauditi avessero mancato il missile, o colpito il fuso dopo che si era separato, iniziando a cadere a terra oramai inutile. Alcuni funzionari statunitensi dissero che non ci sono prove che i sauditi abbiano colpito il missile. Invece, i resti potrebbero essere dovuti alla pressione del volo. Ciò che i sauditi presentavano come prova dell’intercettazione riuscita, sarebbe semplicemente il missile che si distacca dal fuso come previsto.La posizione dell’esplosione
Un’esplosione a 12 miglia di distanza all’aeroporto di Riyadh suggerisce che la testata volò senza ostacoli sul bersaglio. Verso le 21:00, all’incirca nello stesso momento in cui i rottami si schiantavano a Riyadh, una forte esplosione scosse il terminal nazionale dell’aeroporto internazionale Re Qalid di Riyad. “Ci fu un’esplosione nell’aeroporto“, dice un uomo in un video pochi istanti dopo l’esplosione. Lui ed altri si precipitarono alle finestre mentre i veicoli di emergenza correvano sulla pista. Un altro video, ripreso da terra, mostra i veicoli di emergenza alla fine della pista. Poco oltre compare un pennacchio di fumo confermando l’esplosione e indicando il probabile punto d’impatto. Un portavoce di Ansarullah disse che il missile colpì l’aeroporto. C’è un’altra ragione per cui gli analisti pensano che la testata abbia violato le difese missilistiche. Localizzarono le batterie Patriot che spararono al missile, mostrato nel video, scoprendo che la testata le sorvolò. Funzionari sauditi dissero che alcuni resti del missile intercettato caddero sull’aeroporto. Ma è difficile immaginare come un frammento disperso volasse 12 miglia oltre il resto dei relitti, o perché esplodesse all’impatto.

L’impatto
Fumo e danni al suolo suggeriscono che la testata colpì vicino al terminal nazionale dell’aeroporto. Le immagini dei soccorsi e il pennacchio di fumo rivelano informazioni anche sulla natura dell’impatto. Una foto del pennacchio presa da una posizione diversa sembra coerente coi pennacchi prodotti da missili simili, suggerendo che l’esplosione non fosse dovuta a un rottame disperso o a un incidente non correlato. Identificando gli edifici nella foto e nel video, la squadra di Lewis individuò i punti da cui furono riprese le immagini, rivelando la posizione precisa del pennacchio: a poche centinaia di metri dalla pista 33R e a circa un chilometro dall’affollato terminale interno. L’esplosione fu piccola e le immagini satellitari dell’aeroporto scattate immediatamente prima e dopo l’esplosione non sono abbastanza chiare da riprendere il cratere dall’impatto, secondo gli analisti. Ma mostra danni a terra coi veicoli di emergenza, sostenendo che la testata avesse quasi colpito la pista. Mentre Ansarullah mancò il bersaglio, secondo Lewis, si avvicinò abbastanza da mostrare che i suoi missili possono raggiungerlo evitando le difese saudite. “Un chilometro è un rateo d’errore piuttosto normale per uno Scud“, disse. Persino Ansarullah potrebbero non averlo capito, affermava Lewis. A meno che non avesse intelligence nell’aeroporto, avrebbe poche ragioni per dubitare delle relazioni ufficiali. “Ansarullah fu sul punto d’incenerire quell’aeroporto“, disse. Laura Grego, un’esperta missilistica dell’Unione degli scienziati interessati, espresse allarme sulle batterie della difesa saudita che spararono cinque volte contro il missile; “Spararono cinque volte a questo missile mancandolo sempre? È scioccante“, disse. “È scioccante perché questo sistema dovrebbe funzionare“.”Traduzione di Alessandro Lattanzio

ARA San Juan. I dati tecnici puntano sull’ipotesi del siluro

ARA San Juan. Il sottomarino argentino ha subito un’esplosione di oltre 100 chili di tritolo
Pajaro RojoL’esplosione registrata nell’area del sottomarino San Juan era più forte di 100 chili di esplosivo, secondo la Marina argentina. La Marina argentina aveva condotto test nell’oceano per verificare il tipo di suono lasciato dall’esplosione effettuando detonazioni di TNT sott’acqua. In questo senso, gli specialisti hanno simulato l’incidente facendo detonare 100 chili di esplosivo a una profondità di 40 metri “per confrontarne il suono con quello rilevato nella stessa area di ricerca“, riportava il notiziario Todo Noticias. “Si è constatato che l’area dell’incidente era quella, ma che il rumore era maggiore quando fu colto“, secondo l’Organizzazione del Comprehensive Nuclear Test Ban Treaty (OTPCEN). Secondo quanto confermato il 23 novembre dalla Marina argentina, fu rilevata un’esplosione circa tre ore dopo l’ultima comunicazione del sottomarino, “30 miglia a nord di dove si trovava al momento del contjatto e sulla stessa rotta per la Plata” che il sottomarino doveva seguire. Nel frattempo, il ministro della Difesa argentino Óscar Aguad indicava la possibilità che le operazioni di ricerca cessino dopo aver confermato che i 44 membri dell’equipaggio del sottomarino ARA San Juan, scomparso il 15 novembre nell’Oceano Atlantico, sono morti. A questo proposito, spiegava che l’Argentina non può continuare a cercare i sopravvissuti della tragedia, poiché fa parte dell’accordo internazionale di “ricerca e salvataggio” che inizia quando vi sono dispersi in mare e finisce quando vengono salvati oppure si verifica che “non ci sono sopravvissuti”. Tuttavia, la Marina argentina riferiva che la ricerca del sottomarino continua.

ARA San Juan. I dati tecnici puntano sull’ipotesi del siluro
Esteban Mcallister, Pajaro Rojo, 06/12/2017Ragiono sui dati forniti dai media sulle dimensioni dell’esplosione (o erano due?) registrate sull’ARA San Juan. La Marina argentina s’incaricò di testare 100 kg di TNT a una profondità di 40 metri, in modo che il sensore che catturò la presunta esplosione nel sottomarino potesse confrontarlo con questa. Il risultato è che la presunta (prima) esplosione nel sottomarino ammontava a più di 100 chili di tritolo. Il Trinitrotoluene (TNT) misura, secondo le convenzioni internazionali, delle esplosioni. Come il metro per le distanze. L’ARA General Belgrano fu affondato dal sottomarino nucleare HMS Conqueror con due siluri dalle testate con esplosivi equivalenti a 230 chili di TNT ciascuna. Il sottomarino San Juan disponeva di 960 batterie, metà a prua e metà a poppa; ciascuno di questi conglomerati è a sua volta diviso in quattro compartimenti stagni, otto in totale, ciascuno con 120 batterie. Già nella prima guerra mondiale, i sommergibili avevano un motore alternativo che muovendo una dinamo caricava le batterie. Sotto il mare navigavano con un motore elettrico. Lo snorkel cominciò ad essere usato dagli U-Boote, i sommergibili tedeschi della Seconda Guerra, per espellere i gas di combustione dei motori diesel ed immettere ossigeno per la combustione e rinnovare l’aria all’interno. A causa dello snorkel, entrava sempre acqua accidentalmente, dato che il tubo in emersione subiva il movimento delle onde, ma vi si era preparati. Perché i sottomarini usano motori elettrici in immersione quando sono in pericolo? Fondamentalmente, perché fanno poco rumore. I sottomarini vengono rilevati con microfoni sommergibili (sensori passivi) o sonar (sensori attivu). Un sonar invia un impulso sonoro che rimbalza contro le superfici metalliche e un microfono cattura l’intensità dell’eco, il rimbalzo… Solo i motori alternativi sono utilizzati quando non ci sono rischi. I sottomarini nucleari hanno un reattore per generare elettricità e caricare le batterie, e possono anche navigare coi motori elettrici. I sottomarini hanno sempre avuto problemi con le batterie, inoltre le batterie dei sommergibili della seconda guerra mondiale usavano liquidi, come le vecchie batterie delle auto, inclini a fuoriuscite di acido, cortocircuiti e incendi. Quelli attuali non usano liquidi, quindi sono sicuri. Qualsiasi batteria che va in cortocircuito può fondere o esplodere (si prenda una batteria AA a lunga durata o ricaricabile, e se va in cortocircuito, in 10 secondi emetterà calore). Chi progetta sottomarini prevede tali incidenti, inclusa l’esplosione di uno o più batterie. Quant’è l’esplosione di una batteria per sottomarino? Si ricordi che per ogni esplosione c’è un sistema di misurazione basato sul TNT. Potrebbe una o più batterie dell’ARA San Juan produrre un’esplosione superiore a 100 kg di TNT? Non credo. Quale elemento nel sottomarino potrebbe esplodere con più intensità di 100 kg di TNT? Non lo trovo. Qualcuno dirà: un siluro. Ma oltre a dire che l’ARA San Juan non portava siluri, questi sono progettati per evitare di esplodere all’interno del sottomarino, quindi vengono attivati per esplodere quando già solcano le acque verso il bersaglio. I siluri che affondarono l’ARA Belgrano andavano a 65 chilometri all’ora e potevano essere sparati da una distanza di 24 chilometri, quindi potevano essere attivati a metà strada. C’è qualche elemento esterno all’ARA San Juan che potrebbe aver prodotto un’esplosione superiore a 100 chili di tritolo? Solo un siluro come quelli che affondarono l’ARA Belgrano. Tutti gli attuali siluri inglesi hanno una potenza esplosiva di oltre 150 chili di tritolo, tranne uno progettato per essere lanciato dai velivoli antisommergibile. Posso sbagliarmi? Sì. Ma solo se qualche tecnico delle batterie può spiegare a quanti chili di TNT equivale l’esplosione congiunta delle 960 batterie dell’ARA San Juan. Riuscirebbe a superare l’esplosione di 100 chili di tritolo? Questa è la domanda.

Iridium ha confermato che il telefono satellitare del sottomarino non è attivo dal 15 novembre, sollevando dubbi sulle informazioni ufficiali
el Disenso 20 novembre 2017

La società di comunicazioni satellitari statunitense Iridium smentiva la dichiarazione del ministero della Difesa e del ministro Aguad, confermando che il telefono satellitare che si trova a bordo dell’ARA San Juan fece l’ultima chiamata il 15 novembre alle 11:36 GMT (8:36 ora argentina). El Disenso indica come questi dati sollevino nuovi dubbi sulle informazioni fornite ufficialmente secondo cui l’ultima comunicazione ricevuta dal sottomarino fu alle 7:30 del 15 novembre. Iridium veniva contattata la mattina del 17 novembre per avere informazioni sul dispositivo dell’azienda segnalato a bordo del sottomarino. La società confermava la natura del dispositivo Iridium e il servizio fu identificato, raccogliendo informazioni su posizione e attività dello stesso. “Sfortunatamente, il nostro sistema d’informazione non mostra alcun tentativo di comunicazione o comunicazione da quel dispositivo dal 15 novembre, alle 11:36 GMT, quando fu fatta l’ultima chiamata“. Questa informazione crea nuovi dubbi sulla versione ufficiale che indica l’ultimo contatto del sottomarino ARA San Juan alle 7:30 dello stesso giorno. Con chi aveva comunicato alle 11:36 GMT? (Secondo il nostro GMT-3 l’ultima chiamata fu effettuata alle 8:36) Rispetto alle chiamate via satellite del 16 novembre, il comunicato stampa Iridium, ignorato dalla stampa egemone argentina, indica che “Iridium può confermare che queste chiamate non sono collegate al nostro sistema” anche se aggiunge che “è possibile che un’altra società di comunicazioni satellitare disponga di attrezzature a bordo del sottomarino“. Iridium, compagnia satellitare nordamericana che gestisce le comunicazioni via telefono delle nostre forze di sicurezza, consegnava i dati di geolocalizzazione delle apparecchiature a bordo al Centro di coordinamento dei soccorsi e continua a monitorarne i sistemi nel caso nuove informazioni siano apportate all’operazione di ricerca e salvataggio.Traduzione di Alessandro Lattanzio