Stati Uniti: le patologie del più grande Stato fallito

Umair Haque, Mision Verdad 19 febbraio 2018Si potrebbe dire, dopo aver letto alcuni dei miei saggi più recenti: “Non preoccuparti, andrà tutto bene! Non tutto è perduto!” Potrei guardarvi educatamente e dirvi gentilmente: “A dire la verità, non penso che prendiamo sul serio il collasso” Perché? Quando guardiamo seriamente al collasso statunitense, osserviamo una serie di patologie sociali emergenti. Non di qualche tipo. Nemmeno problematici, preoccupanti o pericolosi, ma strani e bizzarri; unici, singolari e spaventosi mai visti, a parte nelle distopie scritte da Dickens e Orwell, ma non nella storia. Ciò suggerisce che qualunque “numero” usiamo per rappresentare la debacle, contrazione del reddito reale, disuguaglianze e così via, in realtà ignoriamo ciò che gli esperti chiamano “costo umano”; ma persone sensibili come noi dovrebbero semplicemente pensare a schiacciante disparità, rabbia e ansia di vivere in una società al collasso. Lasciatemi parlare di cinque esempi di quelle che chiamerò patologie sociali del collasso: nuove, strane, rare e terrificanti malattie, non solo quelle che non vediamo nelle società sane, ma che non abbiamo mai visto in alcuna società moderna.
Gli Stati Uniti hanno avuto 11 sparatorie a scuola negli ultimi 23 giorni (nota: questo articolo fu pubblicato il 25 gennaio). Una media di due giorni, più o meno. Tale statistica è allarmante di per sé; ma è solo una cifra. I confronti vanno dati in prospettiva, quindi la metterò in un altro modo. Gli Stati Uniti hanno avuto 11 sparatorie a scuola negli ultimi 23 giorni, più che da qualsiasi parte del pianeta, compresi Afghanistan o Iraq. In effetti, il fenomeno delle regolari sparatorie a scuola appaiono una caratteristica unica del collasso degli Stati Uniti, semplicemente non accade in un altro Paese, e l’inserisco nelle “patologie sociali del collasso”: nuova, bizzarra, terribile malattia che colpisce la società. Perché i ragazzini statunitensi si ammazzano? Perché la loro società non si preoccupa d’intervenire? Beh, probabilmente perché hanno rinunciato a vivere, come i loro genitori. O forse avete ragione, non è così semplice. Anche così, cosa fanno i ragazzini che non si uccidono a vicenda? Bene, molti sono sempre impegnati ad uccidersi. C’è anche naturalmente l'”epidemia degli oppiacei”. Usiamo tale espressione un po’ casualmente, ma è molto più inquietante di quanto appaia a prima vista. Ecco cos’è veramente curioso. In molti Paesi del mondo, in Asia o Africa, si possono acquistare tutti gli oppioidi in qualsiasi farmacia locale e senza prescrizione medica. Potreste quindi supporre che l’abuso di oppiacei sia un’enorme epidemia globale. Tuttavia, non vediamo epidemie di oppiacei da alcun’altra parte, se non negli Stati Uniti, in particolare niente di così vizioso e diffuso da ridurre l’aspettativa di vita. Quindi “l’epidemia di oppiacei”, l’automedicazione di massa con uno dei farmaci più pesanti, è di nuovo una via al collasso sociale: un’esclusiva della vita statunitense. Non è ben compreso coi numeri, ma l’unico vero confronto è quando lo vediamo in prospettiva globale, potendo giudicare su quanto sia unica e veramente problematica la vita statunitense. Perché le persone abusano di oppiacei in massa come in alcun’altra parte del mondo? Devono vivere vite veramente traumatiche e disperate, dove c’è poca salute mentale, quindi devono autogestirsi contro il terrore. Ma perché sono così disperati? Bene, considerate un altro esempio: i “nomadi in pensione”. Vivono nelle loro auto. Passano da un posto all’altro, stagione dopo stagione, perseguendo qualsiasi lavoro sottopagato che possono: in primavera da Amazon; a Natale da Walmart. Ora, si potrebbe dire: “Bene, i poveri hanno sempre seguito lavori stagionali!”. Ma non è questo il punto: c’è assoluta impotenza e totale indegnità. In alcun altro Paese vedo pensionati che, avendo risparmiato abbastanza, vivere in auto alla ricerca di un lavoro per mangiare per non morire; nemmeno persone disperatamente povere, ma che almeno vivono in famiglia, condividono risorse e si prendono cura degli altri. Questa è un’altra patologia del collasso unica degli Stati Uniti: totale impotenza a vivere con dignità. Le cifre non lo mostrano, ma i confronti dipingono un paesaggio cupo. Come hanno fatto gli statunitensi a finire truffati senza dignità? Dopotutto, anche i Paesi poveri e disperati hanno “sistemi informali di supporto sociale”, come famiglia e comunità. Ma negli Stati Uniti c’è un catastrofico collasso dei legami sociali. Il capitalismo estremo ha frantumato la società in modo tale che la gente non può preoccuparsi degli altri come accade in Paesi come Pakistan o Nigeria. I legami sociali, le relazioni stesse, sono diventati lussi molto costosi, ancor più che nei Paesi poveri: questa è un’altra patologia sociale esclusiva del collasso degli Stati Uniti.

Il crollo degli Stati Uniti è peggiore di quanto pensiamo
Tuttavia, quelli che una volta erano Paesi poveri fanno passi da gigante. I costaricani ora hanno aspettative di vita più elevate degli statunitensi perché hanno l’assistenza sanitaria pubblica. L’aspettativa di vita statunitense cala come in alcun’altra parte del mondo, tranne il Regno Unito, perché non succede. E questa è l’ultima patologia: è una delle anime, non una delle pieghe come le altre menzionate. Gli statunitensi sembrano piuttosto felici guardandosi morire nei modi suddetti. Sembrano non esserne disturbati, agitati o neanche colpiti dalle quattro precedenti patologie: i loro figli si uccidono a vicenda, i loro legami sociali collassano, non possono vivere con dignità e devono anestetizzare il dolore in qualche modo. Se tali patologie accadessero in qualsiasi altro Paese ricco, anche povero, la gente ne sarebbe inorridita e certamente si mobilierebbe per impedirlo. Ma negli Stati Uniti, beh, non si sono nemmeno rassegnati, sono indifferenti. Quindi l’ultima patologia è la società predatrice. Una società predatoria non significa solo oligarchi che truffano finanziariamente la gente. In verità, significa che le persone annuiscono, sorridono e si fanno i fatti loro mentre vicini, amici e colleghi muoiono nel fosso. I predatori nella società statunitense non sono solo i super-ricchi, ma anche una forza invisibile e insaziabile: la normalizzazione di ciò che nel resto del mondo è vista come dolorosa sconfitta morale, storica, generazionale, se non addirittura criminale, cioè diventano semplici questioni mondane per cui non è necessario piangere o preoccuparsi. Forse vi sembra gretto, no? Ora che vi ho dato alcuni esempi, e ce ne sono molti altri, delle patologie sociali del collasso, permettetemi di condividere tre punti che mi vengono presentati.
Tali patologie sociali sono uno strano e spaventoso nuovo ceppo di malattie che infettano il corpo sociale. Gli Stati Uniti sono sempre stati un pioniere; solo che oggi ospitano non solo problemi che non si vedono nelle società sane. Sono l’avanguardia di nuove patologie sociali che non sono mai state viste nel mondo moderno al di fuori degli Stati Uniti attuali. Cosa ci dice questo? Il crollo degli Stati Uniti è più grave di quanto supponiamo. Ne liquidiamo la grandezza, non sottovalutiamola. Intellettuali, media e pensiero statunitensi non pongono i propri problemi nella prospettiva globale o storica; ma se visti in questo modo, i problemi degli Stati Uniti non si rivelano come fastidi quotidiani di una nazione in declino, ma come un corpo improvvisamente attaccato da malattie inimmaginabili. Visto con precisione: il collasso statunitense è una catastrofe umana senza pari oggi. E perché il disastro che gli USA si sono inflitti, quindi, è così unico, singolare, perversamente speciale; perché anche il trattamento dovrà essere nuovo. L’esclusività di tali patologie sociali ci dice che il collasso statunitense non è il ritorno alla miseria o la caduta di un corso. È qualcosa fuori dalla norma. Qualcosa al di là di dati e statistiche. È come la meteora che spazzò via i dinosauri: un’anomalia delle anomalie, un evento estremo. Questo perché le nostre narrative, strutture e teorie non riescono a capirlo, tanto meno a spiegarlo. Abbiamo bisogno di un linguaggio completamente nuovo, e di un nuovo modo di vedere, per iniziare a darvi un senso. Ma questo è il compito degli Stati Uniti, non del mondo. Il dovere del mondo è questo. Se segue il modello del capitalismo statunitense fino all’estremo, con zero investimenti pubblici, crudeltà come stile di vita, perversione delle virtù quotidiane, allora subirà tali nuove patologie. Sono nuove malattie del corpo sociale emerse con la dieta del cibo spazzatura, media spazzatura, scienza spazzatura, cultura spazzatura, sondaggi spazzatura, economia spazzatura, e di persone che si trattano reciprocamente, e la loro società, come spazzatura, che negli Stati Uniti nutrono da tempo.Umair Haque è un economista e autore di numerosi libri sull’economia capitalista. È tra i pensatori più influenti nella lista dei 50 Pensatori (2013).

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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“Operazione Impensabile” e la minaccia di guerra USA-NATO alla Russia

Oriental Review, 9 maggio 2016Cinque giorni prima della celebrazione del 71° anniversario della capitolazione della Germania nazista alle truppe sovietiche e alleate nella Seconda guerra mondiale, il nuovo comandante supremo della NATO in Europa, Curtis Scaparrotti, annunciò che era venuto per battere i tamburi di guerra. Ignorando fatti storici e legittimi interessi russi, nel primo discorso dopo aver assunto l’incarico condannava il presunto “comportamento aggressivo russo che sfida le norme internazionali” e incitava i membri del blocco a “combattere stasera se la deterrenza fallisce”. Tale dichiarazione era correlata alla strategia militare e mediatica adottata dalla classe dirigente occidentale da decenni. Anche mettendo da parte la ben argomentata tesi secondo cui l’ascesa di Hitler a fuhrer del Terzo Reich nella Germania umiliata del dopoguerra fu un’operazione attentamente pianificata e condotta dall’intelligence militare statunitense, per metterla contro l’Unione Sovietica, l’analisi dei fatti disponibile dimostra che il nucleo del nazismo fu profondamente favorito dai centri ideologici occidentali molto tempo prima della sconfitta nel maggio 1945. Non c’è paradosso qui: la lotta per il dominio globale era (ed è ancora) l’idea fissa di molte élite nella storia dell’umanità, e su tale retrospettiva il fenomeno del nazismo tedesco va considerato come mero strumento dei suoi istigatori per raggiungere tale obiettivo. Nonostante alcune difficoltà tattiche (ad esempio, nel marzo 1939 Hitler improvvisamente fece il proprio gioco, ma fu ricondotto all’obbedienza nel maggio 1941), lo sviluppo generale del conflitto globale a metà del XX secolo fu ammissibile per le élite. Almeno alla Conferenza di Bretton Woods tenutasi nel luglio del 1944, il mese dopo che gli Alleati sbarcarono in Francia per controbilanciare l’offensiva sovietica in Oriente (che a quel punto avrebbe inevitabilmente portato alla sconfitta unilaterale dei nazisti da parte dell’URSS), fissò le regole chiave del monopolio finanziario del dollaro della Federal Reserve. (Secondo l’Atto finale di Bretton Woods, tutti i tassi delle valute internazionali erano legati a un paniere al 96% col dollaro della Federal Reserve e al 4% della sterlina inglese, potendo acquisire l’oro solo attraverso questo tasso; la Nota della Federal Reserve era quindi eguagliata all’oro come misura universale di valore).
La sfida principale che gli autori di Bretton Woods affrontarono all’inizio dei colloqui era l’atteggiamento sovrano della delegazione sovietica. Dovevano attirare l’Unione Sovietica in tale sistema draconiano con qualsiasi mezzo. Mentre Stalin e i suoi inviati non mostravano alcuna intenzione di essere tentati dalla carota, Wall Street dovette prendere il bastone. L’idea era raggiungere una tregua separata con la Wehrmacht sui teatri occidentale e meridionale per rinforzare il fronte orientale tedesco (in particolare, i documenti relativi all’operazione Sunrise nel marzo 1945 non ancora declassificati dagli Stati Uniti). A causa della tempestiva contromisura da parte dell’intelligence sovietica e dopo un duro scambio diplomatico, i tre colloqui per la tregua a Lucerna, in Svizzera, furono sospesi, ma i contatti clandestini nazisti-statunitensi procedettero. Di fatto, dalla fine di marzo 1945, senza alcuna tregua formale le truppe tedesche iniziarono ad arrendersi massicciamente alle forze anglo-statunitensi che avanzarono rapidamente verso Berlino incontrando i sovietici sull’Elba il 25 aprile 1945. Non sorprende che la famigerata rete Odessa (Organizzazione degli ex-membri delle SS) venisse attivata nello stesso momento permettendo a 30mila(!) criminali di guerra nazisti di fuggire dall’Europa attraverso “finestre” nella zona di occupazione anglo-statunitense. Molti furono in seguito legalizzati negli Stati Uniti per servire lealmente i nuovi padroni…
Una volta scomparso il “fattore tedesco”, gli “alleati” si affrettarono ad elaborare segretamente un nuovo piano di guerra per sconfiggere militarmente l’Unione Sovietica, esaurita dalla drammatica campagna durata quattro anni. Il dossier dell’Operazione Impensabile fu declassificata nel 1998. Secondo essa, il 1° luglio 1945 gli “alleati” previdero l’attacco alle forze sovietiche in Europa e alle aree industriali chiave dell’URSS. L’obiettivo era “imporre alla Russia la volontà degli Stati Uniti e dell’Impero inglese”. Così nell’estate 1945 Wall Street pianificò Barbarossa 2.0 per aggredire l’URSS, come quella lanciata dalla loro frenetica creatura Hitler quattro anni prima.Operazione impensabile: URSS: minaccia alla civiltà occidentale“, Gabinetto di guerra inglese, Staff della pianificazione congiunta (Bozze e rapporti finali: 22 maggio, 8 giugno e 11 luglio 1945), Ufficio del registro pubblico, CAB 120/691/109040/002. (declassificato nell’ottobre 2004)

Il motivo per cui il piano non fu mai attuato fu che gli esperti militari occidentali valutarono “l’equilibrio delle forze” in Europa insufficiente per un’efficace rapida sconfitta dei sovietici. Gli Stati Uniti possedevano in esclusiva la bomba atomica e speravano che tale minaccia avrebbe impressionato Stalin tanto da ratificare Bretton Woods. L’episodio di Potsdam tuttavia dimostrò il contrario, così gli Stati Uniti decisero di rendere questa minaccia più vivida. La certezza di 200mila morti giapponesi non significò molto per il presidente Truman nel suo Grande Gioco per l’egemonia della Federal Reserve. La conseguente Guerra Fredda (dopo che Stalin aveva definitivamente rifiutato la ratifica degli accordi di Bretton Woods nel dicembre 1945) va oltre l’ambito del presente articolo. Il fatto comunque è che la grandiosa e continua operazione mediatica per eguagliare Stalin e Hitler e rivedere e distorcere le verità fondamentali della storia moderna presso le persone “istruite” nel mondo, è solo un aspetto dell’agenda globale elitaria per sopprimere la prima potenza che si oppone al loro dominio illimitato sul mondo. Gli strumenti per creare tale dominio sono gli stessi: creazione di un progetto chimerico controllato (al-Qaida o nazismo ucraino) e interpretare il ruolo di “peacekeeper” e “filantropi” nel sanguinoso caotico conflitto.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Stato islamico, un piano del Pentagono

Professor Michel Chossudovsky, Global Research 20 febbraio 2018La leggenda di al-Qaida e della minaccia del “nemico estero” è sostenuta dai media e dalla propaganda governativa. Nell’era post-11 settembre, la minaccia terroristica di al-Qaida costituisce il tassello della dottrina militare USA-NATO. Giustifica, come umanitaria, la condotta delle “operazioni antiterrorismo” nel mondo. Noto e documentato che le entità affiliate ad al-Qaida sono usate da NATO/USA in numerosi conflitti come “risorse d’intelligence” fin dallo splendore della guerra afghana. In Siria, i terroristi di al-Nusrah e SIIL sono la fanteria dell’alleanza militare occidentale, che a sua volta controlla reclutamento e addestramento di tali forze. Mentre il dipartimento di Stato USA accusa diversi Paesi di “ospitare terroristi”, gli USA sono il primo “Stato sponsor del terrorismo”: lo Stato islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), che opera in Siria e Iraq, è segretamente sostenuto e finanziato da Stati Uniti e alleati Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Inoltre, lo Stato Islamico dell’Iraq e Levante e il piano del califfato sunnita coincide con la vecchia agenda USA per spezzare Iraq e Siria in un califfato islamico sunnita, una repubblica sciita e una repubblica del Kurdistan. La guerra globale al terrorismo guidata dagli Stati Uniti (GWOT) è la pietra angolare della dottrina militare statunitense. “Inseguire i terroristi islamici” è parte integrante della guerra non convenzionale. L’obiettivo è giustificare la operazioni antiterrorismo nel mondo, consentendo a Stati Uniti ed alleati d’intervenire negli affari interni di Paesi sovrani. Molti autori progressisti, anche dei media alternativi, mentre si concentrano sui recenti sviluppi in Iraq, non comprendono la logica della “Guerra globale al terrorismo”. Lo Stato islamico dell’Iraq e Levante (SIIL) viene spesso considerato come “entità indipendente” piuttosto che strumento dell’alleanza militare occidentale. Inoltre, molti pacifisti che si oppongono ai principi dell’agenda militare USA-NATO, appoggeranno comunque l’antiterrorismo di Washington contro al-Qaida: La minaccia terroristica mondiale è considerata “reale”: “Siamo contrari alla guerra, ma sosteniamo la guerra globale al terrorismo“.Il piano del Califfato e il rapporto del National Intelligence Council degli Stati Uniti
Nuova propaganda è in moto. Il capo del defunto Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), Abu Baqr al-Baghdadi, annunciò il 29 giugno 2014 la creazione dello Stato islamico: “I combattenti fedeli al proclamato “califfo Ibrahim ibn Uad”, o Abu Baqr al-Baghdadi come era noto fino al 1° luglio, s’ispirano al califfo Rashidun, che succedette al profeta Mhuamad nel settimo secolo, venerato dalla maggioranza dei musulmani“. (Daily Telegraph, 30 giugno 2014) Con amara ironia, il piano del califfato come strumento di propaganda era sul tavolo dell’intelligence statunitense da oltre dieci anni. Nel dicembre 2004, sotto l’amministrazione Bush, il National Intelligence Council (NIC) predisse che nel 2020 sarebbe emerso un nuovo califfato dal Mediterraneo occidentale all’Asia centrale e sudorientale, minacciando democrazia e valori occidentali. Le “scoperte” del National Intelligence Council furono pubblicate in un rapporto non classificato di 123 pagine intitolato “Mapping the Global Future”. “Il nuovo califfato fornisce l’esempio di come un movimento globale alimentato dalla politica d’identità religiosa radicale potrebbe costituire una sfida a norme e valori occidentali come fondamento del sistema globale“. Il rapporto NIC 2004 rasenta il ridicolo: è privo d’intelligence, per non parlare di analisi storiche e geopolitiche. Il suo finto racconto relativo al califfato, tuttavia, ha una strana somiglianza con l’annuncio pubblicizzato il 29 giugno 2014 sulla creazione del califfato dal capo dello SIIL Abu Baqr al-Baghdadi. Il rapporto NIC presentava un cosiddetto “scenario immaginario secondo la lettera di un nipote immaginario di bin Ladin a un parente sul 2020“. È su questa base che fece previsioni per il 2020. Basandosi sulla lettera di un falso nipote di bin Ladin piuttosto che ad intelligence ed analisi empirica, la comunità d’intelligence statunitense concluse che il califfato era un vero pericolo per il mondo e la civiltà occidentali. Dal punto di vista propagandistico, l’obiettivo del piano del califfato, secondo il NIC, era demonizzare i musulmani per giustificare la crociata militare: “Lo scenario immaginario descritto dall’esempio di come potrebbe emergere un movimento globale alimentato da un’identità religiosa radicale. In questo scenario, viene proclamato un nuovo califfato facendo avanzarne la potente controideologia dall’ampia attrattiva. Ciò viene spacciato sotto forma di ipotetica lettera di un nipote immaginario di bin Ladin a un parente nel 2020. Racconta le lotte del califfo nel tentativo di strappare il controllo ai regimi tradizionali, e conflitto e confusione che ne derivano nel mondo musulmano e tra musulmani e Stati Uniti, Europa, Russia e Cina. Mentre il successo del califfo nel mobilitare il sostegno sconvolge luoghi lontani dal centro musulmano in Medio Oriente, in Africa e Asia, a causa dei suoi appelli. Lo scenario termina prima che il califfo possa stabilire un’autorità spirituale e temporale su un territorio che storicamente interessò i precedenti califfi. Alla fine, ne traiamo le lezioni“. (Mapping the Global Future)
Questo rapporto “autorevole” del NIC, “Mapping the Global Future“, non fu presentato solo a Casa Bianca, Congresso e Pentagono, ma anche agli alleati statunitensi. La “minaccia dal mondo musulmano” a cui si fa riferimento nel rapporto NIC (compresa la sezione sul califfato) è saldamente radicata nella dottrina militare USA-NATO. Il documento del NIC doveva essere letto da alti funzionari. In linea di massima faceva parte della propaganda “Top official” (TOPOFF) rivolta ai responsabili della politica estera e militari, per non parlare di studiosi, ricercatori e “attivisti” di ONG. L’obiettivo era garantirsi che gli “alti funzionari” continuino a credere che i terroristi islamici minacciano la sicurezza del mondo occidentale. La base dello scenario del califfato è lo “Scontro di civiltà”, giustificando presso l’opinione pubblica l’intervento degli USA nel mondo nell’ambito della lotta globale al terrorismo. Dal punto di vista geopolitico e geografico, il califfato copre un’ampia area in cui gli Stati Uniti cercano di estendere la propria influenza economica e strategica. Secondo Dick Cheney, il rapporto del NIC del 2004: “Parla di ristabilire ciò che potreste definire Califfato del Settimo Secolo. Questo era il mondo che fu organizzato 1200, 1300 anni fa, in effetti, quando Islam o popolo islamico controllava tutto, dal Portogallo e Spagna in occidente a Mediterraneo; Nord Africa; Medio Oriente; Balcani; repubbliche dell’Asia centrale; Russia meridionale; buona parte dell’India; fino all’Indonesia. In un certo senso, da Bali e Giacarta da una parte, a Madrid dall’altra“, Dick Cheney. Ciò che Cheney descriveva del contesto odierno era una vasta regione strategica dal Mediterraneo all’Asia centrale e al Sud-Est asiatico, dove Stati Uniti e loro alleati sono direttamente coinvolti in una varietà di operazioni militari e d’intelligence, come il supporto segreto degli Stati Uniti a SIIL e al-Qaida nei cosiddetti “Paesi e territori in cui gli islamisti hanno creato gruppi violenti…
Lo scopo dichiarato del rapporto del NIC era “preparare l’amministrazione Bush alle sfide che si prospettano proiettando le attuali tendenze che potrebbero rappresentare una minaccia agli interessi degli Stati Uniti”. Il documento d’intelligence del NIC si basava, da non dimenticare, su “un’ipotetica lettera di un nipote immaginario di bin Ladin a un familiare (fittizio) sul 2020“. “Le lezioni apprese” come delineato in tale “autorevole” documento d’intelligence sono le seguenti:
Il piano del califfato “costituisce una seria sfida all’ordine internazionale” e “La rivoluzione informatica probabilmente amplificherà lo scontro tra mondo occidentale e mondo musulmano…
Il documento si riferiva all’appello del califfato ai musulmani e concluse che: “La proclamazione del califfato non ridurrà la probabilità di terrorismo e di fomentare altri conflitti“. L’analisi del NIC suggeriva che la proclamazione del califfato avrebbe generato altro terrorismo dai Paesi musulmani, giustificando l’escalation della Global War on Terrorism (GWOT) degli USA: “La proclamazione del califfato… potrebbe alimentare una nuova generazione di terroristi intenti ad attaccare chi si oppone al califfato, dentro e fuori il mondo musulmano“. Ciò che il rapporto NIC non menzionava era che l’intelligence USA si collegava con MI6 inglese e Mossad nel segreto sostegno ai terroristi e al piano del califfato. A loro volta, i media diffusero menzogne e falsificazioni concentrandosi sulla “nuova minaccia terroristica” emanata non solo dal mondo musulmano, ma da “terroristi islamici autoctoni” in Europa e Nord America.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perché la Seconda Guerra Mondiale finì col fungo atomico

Dr. Jacques R. Pauwels, Global Research 6 agosto 2010

Lunedì 6 agosto 1945, alle 8:15, la bomba nucleare “Little Boy” fu sganciata su Hiroshima da un bombardiere B-29 statunitense, l’Enola Gay, che uccise direttamente circa 80000 persone. Entro la fine dell’anno, ferite e radiazioni portarono il totale delle vittime a 90000-140000”. [1]

Il 9 agosto 1945, Nagasaki fu l’obiettivo del secondo attacco atomico al mondo alle 11:02, quando il nord della città fu distrutto e circa 40000 persone furono uccise dalla bomba soprannominata “Fat Man”. Il bilancio delle vittime del bombardamento atomico ammontò a 73884, oltre a 74909 feriti, e altre diverse centinaia di migliaia di malati e morenti a causa del fallout e di malattie causate dalle radiazioni”. [2]Nel teatro europeo, la Seconda guerra mondiale terminò all’inizio del maggio 1945 con la capitolazione della Germania nazista. I “Tre Grandi” vincitori, Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica, ora affrontavano il complesso problema della riorganizzazione postbellica dell’Europa. Gli Stati Uniti erano entrati in guerra piuttosto tardi, nel dicembre del 1941, e avevano iniziato a dare un contributo militare davvero significativo alla vittoria degli alleati sulla Germania con lo sbarco in Normandia nel giugno 1944, meno di un anno prima della fine delle ostilità. Quando la guerra contro la Germania finì, tuttavia, Washington si sedette con fermezza e sicurezza al tavolo dei vincitori, decisa a raggiungere quelli che potrebbero essere chiamati i suoi “obiettivi di guerra”. Come il Paese che aveva dato il maggior contributo e sofferto di gran lunga le peggiori perdite nel conflitto contro il comune nemico nazista, l’Unione Sovietica voleva importanti riparazione dalla Germania e la sicurezza da una possibile aggressione futura insediando in Germania, Polonia e altri Paesi dell’Europa orientale governi che non fossero ostili ai sovietici, come era avvenuto prima della guerra. Mosca si aspettava anche un risarcimento per le perdite territoriali subite dall’Unione Sovietica al tempo della Rivoluzione e della Guerra Civile e, infine, si aspettava che, con la terribile prova della guerra alle spalle, potesse riprendere la costruzione della società socialista. I capi statunitensi e inglesi conoscevano questi obiettivi sovietici e ne avevano esplicitamente o implicitamente riconosciuto la legittimità, per esempio alle conferenze dei Tre Grandi di Teheran e Jalta. Ciò non significò che Washington e Londra fossero entusiaste del fatto che l’Unione Sovietica raccogliesse i frutti dei suoi sforzi bellici; e indubbiamente in ciò si celò il possibile conflitto col principale obiettivo di Washington, cioè creare la “porta aperta” ad esportazioni ed investimenti statunitensi nell’Europa occidentale, nella Germania sconfitta, e anche nell’Europa centrale e orientale liberata dall’Unione Sovietica. In ogni caso, i capi politici e industriali statunitensi, incluso Harry Truman che successe a Franklin D. Roosevelt, nella primavera del 1945, avevano poca comprensione, e ancor meno simpatia, anche per le più elementari aspettative dei sovietici. Questi capi aborrivano il pensiero che l’Unione Sovietica ricevesse considerevoli riparazioni dalla Germania, perché un tale salasso avrebbe eliminato la Germania come mercato potenzialmente redditizio per le esportazioni e gli investimenti statunitensi. Invece, le riparazioni avrebbero permesso ai sovietici di riprendere, possibilmente con successo, il progetto di una società comunista, un “sistema in contrasto” al sistema capitalistico internazionale di cui gli USA erano diventati il grande campione. L’élite politica ed economica statunitense era indubbiamente profondamente consapevole che le riparazioni tedesche ai sovietici implicassero che le fabbriche tedesche delle filiali di società statunitensi come Ford e GM, che avevano prodotto armi per i nazisti durante la guerra (facendo molti soldi [3]) avrebbero prodotto per i sovietici invece di continuare ad arricchire proprietari ed azionisti degli Stati Uniti.
I negoziati tra i Tre Grandi ovviamente non avrebbero comportato il ritiro dell’Armata Rossa dalla Germania e dall’Europa dell’Est prima che gli obiettivi sovietici su riparazione e sicurezza fossero stati almeno in parte raggiunti. Tuttavia, il 25 aprile 1945, Truman apprese che gli Stati Uniti avrebbero presto disposto di una nuova potente arma, la bomba atomica. Il possesso di quest’arma aprì ogni sorta di prospettive inimmaginabili ma estremamente favorevoli, e non sorprende che il nuovo presidente e i suoi consiglieri fossero incantati da ciò che il famoso storica William Appleman Williams definì “visione da onnipotenza”. [4] Certamente non sembrò più necessario impegnarsi in difficili negoziati coi sovietici: grazie alla bomba atomica, sarebbe stato possibile costringere Stalin, nonostante gli accordi precedenti, a ritirare l’Armata Rossa dalla Germania e a negargli gli accordi del dopoguerra sul Paese, piazzare regimi “filo-occidentali” persino antisovietici in Polonia e nell’Europa orientale, e forse persino aprire la stessa Unione Sovietica agli investimenti statunitensi ed anche all’influenza economica e politica statunitense, riportando così l’eresia comunista in seno alla chiesa capitalista universale. Al momento della resa tedesca nel maggio 1945, la bomba era quasi, ma non del tutto, pronta. Truman quindi trattò il più a lungo possibile prima di accettare finalmente di partecipare alla conferenza dei Tre Grandi di Potsdam nell’estate del 1945, dove si decise il destino dell’Europa nel dopoguerra. Il presidente fu informato che la bomba sarebbe probabilmente stata pronta per allora, cioè pronta da usare come “martello”, come lui stesso affermò in un’occasione, che avrebbe agitato “sulle teste di quei tizi” [5] alla Conferenza di Potsdam, che durò dal 17 luglio al 2 agosto 1945. Truman ricevette infatti il messaggio tanto atteso che la bomba atomica era stata testata con successo il 16 luglio, nel Nuovo Messico. Da allora non si preoccupò più di presentare proposte a Stalin, ma fece invece ogni sorta di richieste; allo stesso tempo respinse inavvertitamente tutte le proposte avanzate dai sovietici, ad esempio sulle riparazioni tedesche, comprese proposte ragionevoli basate sui precedenti accordi interalleati. Stalin non mostrò l’auspicata volontà di capitolare, comunque, nemmeno quando Truman tentò di intimidirlo sussurrandogli minacciosamente che gli USA aveva acquisito un’incredibile nuova arma. La sfinge sovietica, che certamente era già stata informata della bomba atomica statunitense ascoltò con silenzio di pietra. Un po’ perplesso, Truman concluse che solo una dimostrazione effettiva della bomba atomica avrebbe persuaso i sovietici a cedere. Di conseguenza, a Potsdam non fu possibile raggiungere un accordo generale. In effetti, poco o nulla di sostanza fu deciso. “Il principale risultato della conferenza“, scrive lo storico Gar Alperovitz, “fu una serie di decisioni da non accettare al prossimo incontro“. [6]
Nel frattempo i giapponesi combattevano in Estremo Oriente, anche se la loro situazione era senza speranza. Erano infatti disposti ad arrendersi, ma insistettero su una condizione, cioè, che l’imperatore Hirohito avesse garantita l’immunità. Ciò contravveniva alla domanda statunitense della capitolazione incondizionata. Nonostante ciò, sarebbe stato possibile porre fine alla guerra secondo la proposta giapponese. In realtà, la resa tedesca a Reims tre mesi prima non fu del tutto incondizionata. (Gli statunitensi avevano accettato una condizione tedesca, cioè che l’armistizio entrasse in vigore solo dopo 45 ore, permettendo a quante più unità dell’esercito tedesco di sfuggire dal fronte orientale per arrendersi agli anglo-statunitensi, molte di queste unità sarebbero state tenute pronte, in uniforme, armate e sotto il comando dei loro ufficiali, per un possibile uso contro l’Armata Rossa, come ammise Churchill dopo la guerra). [7] In ogni caso, l’unica condizione di Tokyo era tutt’altro che essenziale. In effetti, più tardi, dopo che la resa incondizionata fu strappata ai giapponesi, gli statunitensi non infastidirono mai Hirohito, e fu grazie a Washington che poté rimanere imperatore peri altri decenni [8]. I giapponesi credevano di poter ancora permettersi il lusso di attribuire una condizione alla loro offerta di arrendersi perché la forza principale del loro esercito rimase intatta, in Cina, dove aveva trascorso gran parte della guerra. Tokyo pensava che avrebbe potuto usarlo per difendere il Giappone e quindi fare pagare agli statunitensi un prezzo alto per l’inevitabile vittoria finale, ma questo piano avrebbe funzionato solo se l’Unione Sovietica rimaneva fuori dalla guerra in Estremo Oriente; l’ingresso sovietico nella guerra, d’altra parte, avrebbe inevitabilmente inchiodato le forze giapponesi sul continente cinese. La neutralità sovietica, in altre parole, permise a Tokyo una piccola speranza; non in una vittoria, certo, ma nell’accettazione dagli statunitensi della loro condizione sull’imperatore. In una certa misura, la guerra col Giappone si trascinò, perché l’Unione Sovietica non vi era ancora coinvolta. Già alla Conferenza dei Tre Grandi a Teheran nel 1943, Stalin promise di dichiarare guerra al Giappone entro tre mesi dalla capitolazione della Germania, e ribadì l’impegno il 17 luglio 1945, a Potsdam. Di conseguenza, Washington contava sull’attacco sovietico al Giappone entro metà di agosto e quindi sapeva fin troppo bene che la situazione dei giapponesi era senza speranza. (“La fine dei giappi quando accadrà“, Truman confidò sul suo diario, riferendosi al previsto ingresso dei sovietici nella guerra in Estremo Oriente). [9] Inoltre, la Marina statunitense assicurò Washington di poter impedire ai giapponesi di trasferire il loro esercito dalla Cina per difendere la Patria dall’invasione statunitense. Dato che la Marina statunitense era indubbiamente in grado di piegare il Giappone con un blocco, l’invasione non era nemmeno necessaria. Privo di beni importati come cibo e carburante, il Giappone sarebbe capitolato incondizionatamente prima o poi.
Per far finire la guerra contro il Giappone, Truman aveva quindi varie opzioni molto interessanti. Poteva accettare la banale condizione giapponese sull’immunità per il loro imperatore; poteva anche aspettare che l’Armata Rossa attaccasse i giapponesi in Cina, costringendo così Tokyo ad accettare una resa incondizionata; o poteva farlo morire di fame col blocco navale che avrebbe costretto Tokyo a decidere per la pace prima o poi. Truman e i suoi consiglieri, tuttavia, non scelsero alcuna di queste opzioni; invece, decisero di mettere fuori combattimento il Giappone con la bomba atomica. Questa decisione fatale, che sarebbe costata la vita a centinaia di migliaia di persone, in maggioranza donne e bambini, offrì agli statunitensi notevoli vantaggi. In primo luogo, la bomba poteva costringere Tokyo ad arrendersi prima che i sovietici entrassero in guerra in Asia, rendendo così inutile consentire a Mosca di decidere sul Giappone del dopoguerra, sui territori occupati dal Giappone (come Corea e Manciuria), e in generale in Estremo Oriente e Pacifico. Gli Stati Uniti avrebbero goduto allora di un’egemonia totale su quella parte del mondo, forse il vero scopo della guerra (anche se non dichiarata) di Washington al Giappone. Fu alla luce di questa considerazione che la strategia del semplice blocco del Giappone fu respinta, dato che la resa poteva non avvenire se non dopo, forse molto dopo, l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica. (Dopo la guerra, l’US Strategic Bombing Survey affermò che “sicuramente prima del 31 dicembre 1945 il Giappone si sarebbe arreso, anche se le bombe atomiche non fossero state sganciate“). [10] Per i capi statunitensi, l’intervento sovietico nella guerra in Estremo Oriente minacciava di dare ai sovietici lo stesso vantaggio che l’intervento relativamente tardivo degli yankees nella guerra in Europa aveva dato agli Stati Uniti, vale a dire un posto alla tavola dei vincitori che impongono la propria volontà sul nemico sconfitto, creando zone di occupazione fuori dal suo territorio, cambiandone i confini, decidendone le strutture politico-economiche del dopoguerra, e quindi traendo enormi benefici e prestigio. Washington non voleva assolutamente che l’Unione Sovietica godesse di questi vantaggi. Gli statunitensi stavano per vincere sul Giappone, il loro grande rivale in quella parte del mondo. Non apprezzavano l’idea di accordarsi con un nuovo potenziale rivale, la cui detestata ideologia comunista poteva diventare pericolosamente influente in molti Paesi asiatici. Sganciando la bomba atomica, gli statunitensi speravano di finire immediatamente il Giappone ed operare in Estremo Oriente da cavaliere solitario, cioè senza che la loro vittoria venisse rovinata da indesiderati ultimi arrivati sovietici. L’uso della bomba atomica offrì a Washington un secondo importante vantaggio. L’esperienza di Truman a Potsdam lo persuase che solo una dimostrazione effettiva di questa nuova arma avrebbe reso Stalin sufficientemente flessibile. Nuclearizzare una città “giappa”, preferibilmente una città “vergine”, dove i danni sarebbe stati particolarmente impressionanti, incombeva come utile mezzo per intimidire i sovietici e indurli a fare concessioni su Germania, Polonia ed ‘Europa centrale ed orientale.
La bomba atomica fu pronta poco prima che i sovietici entrassero in Estremo Oriente. Anche così, la polverizzazione nucleare di Hiroshima il 6 agosto 1945 arrivò troppo tardi per impedirgli sovietici di entrare in guerra contro il Giappone. Tokyo non gettò immediatamente la spugna, come gli statunitensi avevano sperato, e l’8 agosto 1945, esattamente tre mesi dopo la capitolazione tedesca a Berlino, i sovietici dichiararono guerra al Giappone. Il giorno seguente, il 9 agosto, l’Armata Rossa attaccò le truppe giapponesi di stanza nel nord della Cina. Washington stessa da tempo chiese l’intervento sovietico, ma quando finalmente avvenne, Truman e i suoi consiglieri erano tutt’altro che estasiati dal fatto che Stalin avesse mantenuto la parola data. Se i governanti del Giappone non risposero immediatamente al bombardamento di Hiroshima con la capitolazione incondizionata, ciò fu dovuto al fatto che non poterono accertare immediatamente che solo un aereo e una bomba avevano causato così tanti danni. (Molti bombardamenti convenzionali avevano prodotto risultati altrettanto catastrofici: l’attacco di migliaia di bombardieri sulla capitale giapponese il 9-10 marzo 1945, ad esempio, aveva effettivamente causato più vittime del bombardamento di Hiroshima). In ogni caso, ci volle del tempo prima che la capitolazione incondizionata fosse imminente e, a causa di questo ritardo, l’URSS entrò in guerra col Giappone, dopotutto. Ciò rese Washington estremamente impaziente: all’indomani della dichiarazione di guerra sovietica, il 9 agosto 1945, una seconda bomba venne sganciata, questa volta sulla città di Nagasaki. Un ex-cappellano dell’esercito statunitense dichiarò in seguito: “Sono dell’opinione che questa sia stata una delle ragioni per cui la seconda bomba fu sganciata: perché c’era fretta. Volevano che i giapponesi capitolassero prima che arrivassero i sovietici“. [11] (Il cappellano poteva o no essere consapevole che tra i 75000 esseri umani “inceneriti, carbonizzati ed evaporati istantaneamente” a Nagasaki c’erano molti cattolici giapponesi anche un numero imprecisato di detenuti di un campo per prigionieri di guerra alleati, la cui presenza fu segnalata al comando aereo, senza risultati). [12] Ci vollero altri cinque giorni, cioè il 14 agosto, prima che i giapponesi capitolassero. Nel frattempo l’Armata Rossa compì notevoli progressi, con grande dispiacere di Truman e dei suoi consiglieri. E così gli statunitensi rimasero bloccati col socio sovietico in Estremo Oriente, dopotutto. O lo erano loro? Truman si assicurò che non lo fossero, ignorando i precedenti sulla cooperazione tra i Tre Grandi in Europa. Già il 15 agosto 1945, Washington respinse la richiesta di Stalin di una zona di occupazione sovietica nella terra dello sconfitto Sol Levante. E quando il 2 settembre 1945, il generale MacArthur accettò ufficialmente la resa giapponese sulla nave da battaglia Missouri nella Baia di Tokyo, i rappresentanti dell’Unione Sovietica, e degli altri alleati in Estremo Oriente come Gran Bretagna, Francia, Australia e Paesi Bassi, furono presenti solo come comprimari e spettatori. A differenza della Germania, il Giappone non fu diviso in zone d’occupazione. Il rivale sconfitto degli USA doveva essere occupato solo dagli statunitensi, con un loro “viceré” a Tokyo, il generale MacArthur, che avrebbe assicurato che, indipendentemente dai contributi apportati alla vittoria comune, alcun altra potenza avesse voce in capitolo negli affari del Giappone del dopoguerra.
Settantacinque anni fa, Truman non usò la bomba atomica per costringere il Giappone a cedere, ma aveva altre ragioni per usarla. La bomba atomica permise agli statunitensi di costringere Tokyo ad arrendersi incondizionatamente, a tenere i sovietici fuori dall’Estremo Oriente e, ultimo ma non meno importante, imporre la volontà di Washington sul Cremlino in Europa. Hiroshima e Nagasaki furono annientate per queste ragioni, e molti storici statunitensi lo sanno fin troppo bene; Sean Dennis Cashman, ad esempio, scrive: “Col passare del tempo, molti storici hanno concluso che la bomba fu usata per ragioni politiche… Vannevar Bush (il capo del centro per la ricerca scientifica statunitense) dichiarò che la bomba “fu consegnata in tempo, in modo che non ci fosse necessità di eventuali concessioni alla Russia alla fine della guerra“. Il segretario di Stato James F. Byrnes (il segretario di Stato di Truman) non negò mai la dichiarazione attribuitagli secondo cui la bomba fu usata per mostrare la potenza statunitense all’Unione Sovietica, per renderla più cedevole in Europa. [13] Lo stesso Truman, tuttavia, dichiarò ipocritamente all’epoca che lo scopo dei due bombardamenti nucleari era “riportare i ragazzi a casa”, cioè finire rapidamente la guerra senza ulteriori gravi perdite in vite umane statunitensi. Tale spiegazione fu ripresa acriticamente dai media statunitensi sviluppando un mito propagandato con entusiasmo dalla maggior parte degli storici e dei media di Stati Uniti e mondo “occidentale”. Quel mito che, per inciso, serve anche a giustificare potenziali futuri attacchi nucleari su obiettivi come Iran e Corea democratica, è ancora molto vivo, basta controllare i giornali di regime il 6 e 9 agosto!Jacques R. Pauwels, autore de Il mito della buona guerra: gli USA nella seconda guerra mondiale.

Note:
[1] Hiroshima.
[2] Nagasaki.
[3] Jacques R. Pauwels, Il mito della buona guerra: gli USA nella Seconda guerra mondiale, Toronto, 2002, pp. 201-05.
[4] William Appleman Williams, The Tragedy of American Diplomacy, New York, 1962, p. 250.
[5] Citato in Michael Parenti, The Anti-Communist Impulse, New York, 1969, p. 126.
[6] Diplomazia atomica di Gar Alperovitz: Hiroshima e Potsdam. L’uso della bomba atomica e il confronto statunitense col potere sovietico, Harmondsworth, Middlesex, 1985 (edizione originale 1965), p. 223.
[7] Pauwels, op. cit., p. 143.
[8] Alperovitz, op. cit., pp. 28, 156.
[9] Citato in Alperovitz, op. cit., p. 24.
[10] Citato in David Horowitz, Da Jalta al Vietnam: la politica estera statunitense nella guerra fredda, Harmondsworth, Middlesex, Inghilterra, 1967, p. 53.
[11] Studs Terkel, “The Good War”: An Oral History of World War Two, New York, 1984, p. 535.
[12] Gary G. Kohls, “Whitewashing Hiroshima: The Uncritical Glorification of American Militarism“.
[13] Sean Dennis Cashman, Roosevelt e la Seconda Guerra Mondiale, New York e Londra, 1989, p. 369.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

“Wagner”, sarebbe il nome in codice di una black operation israeliana

Scott’s Humor, 13 febbraio 2018Dopo che la difesa aerea dell’Esercito arabo siriano abbatteva l’F-16 israeliano che aveva attaccato il territorio siriano, Israele si contorce cercando nuovi modi per coprire la guerra non così segreta contro la Siria. Ogni scoop, tuttavia, produce sempre meno polvere da questo lato. Avigdor Liberman persino minacciava di mordere, nell’ultima rampogna. Dopo che l’F-16 fu abbattuto da un missile sovietico S-200, ed almeno altri 3 aviogetti furono danneggiati, cosa che negano, e uno dei piloti moriva dopo che il seggiolino di espulsione dell’F-16 statunitense l’aveva sventrato, secondo alcuni specialisti, l’immagine d’Israele come “superpotenza militare” è gravemente danneggiata. L’immagine d’Israele da “grande guerriero” si basa sulle “vittorie” del 1967, nel cosiddetto conflitto arabo-israeliano probabilmente orchestrato da un accordo segreto tra Lyndon Johnson e il neo-nominato leader dell’URSS Leonid Brezhnev. Gli eventi attuali dimostrano che la Russia non collude cogli Stati Uniti nel mostrare Israele come “il più grande esercito di tutti i tempi“. Ecco perché i media aziendali statunitensi e quelli liberali filo-occidentali in Russia hanno diffuso notizie false su “forze degli Stati Uniti che hanno ucciso decine di mercenari russi in Siria“. “Più di 200 soldati a contratto, per lo più russi“, secondo l’agenzia Bloomberg nell’articolo scritto da Stepan Kravchenko, Henry Meyer e Margaret Talev. L’articolo si basa su affermazioni non verificate presumibilmente fatte da un “ufficiale degli Stati Uniti e tre russi che hanno familiarità con la questione“. L’articolo afferma inoltre che furono le forze statunitensi ad “aver ucciso decine di russi”, non la milizia curda o i “ribelli”. Il segretario alla Difesa Jim Mattis affermava subito dopo, “Perché dico che sono perplesso? Non ho idea del perché avrebbero attaccato. Si sapeva che le forze fossero lì. Ovviamente i russi lo sapevano“. Fu riferito che gli Stati Uniti avevano usato la linea telefonica di deconflitto per avvertire i russi che gli Stati Uniti stavano per colpire la forza che avanzava con attacchi aerei, e la Russia assicurava che non c’erano russi tra le forze favorevoli al regime.
La maggior parte degli articoli pubblicati ora diffonde le stesse informazioni fuorvianti non verificate. Il Daily Mail, ad esempio, dice che “il cosacco ataman (leader) Maksim Buga ha detto all’AFP che Loginov era un geniere volontario in Siria con altri cosacchi, dalla fine dell’anno scorso. Vladimir Loginov, 52enne di Kaliningrad, presumibilmente uno delle centinaia di russi uccisi dall’attacco statunitense“. Immagino che sia divertente per i media liberali scrivere, parlare e sognare di “centinaia e persino seicento russi uccisi da un solo attacco statunitense“. Cioè, i russi devono esplodere ed iniziare immediatamente la guerra nucleare contro gli USA, come certuni suggeriscono. Solo il pubblico russo non ha reagito a tali bugie; proprio per niente. Nonostante gli sforzi dei media liberali, i russi vedono questo per quello che è, una psy-op contro l’esercito russo e il Presidente Putin, con l’obiettivo di minare la credibilità del Ministero della Difesa russo ed accusare Putin di “non interessarsi dei volontari”. Il problema per gli autori di tale psy-op è che la finta “compagnia militare privata Wagner” viene vista sempre dall’invasione della Libia. La “storia della Wagner” fu studiata dai canali televisivi russi e da giornalisti indipendenti, rivelandosi un falso orchestrato. Ne scrissi nell’articolo “La notte prima di Natale arriva il fantasma degli eserciti privati russi“. Feci anche una ricerca approfondita e scrissi della sceneggiata dei video prodotti dalla NATO per descrivere l'”invasione delle repubbliche baltiche” da parte della presunta “compagnia militare privata” russa. Vedasi, “Michael McFaul: abbiamo dichiarato guerra alla Russia. E dopo?” Ad un certo punto mi arrabbiai con tale torrente di bugie e la mia incapacità di silenziarle, così misi un post sul blog: “Chiunque parli delle PMC “Wagner”e “Turan” è un nemico, nessuna eccezione“. Tuttavia, questa volta ricevemmo alcune nuove informazioni e contatti che indicano direttamente che Israele era dietro tale psy-op.

La tempistica della psy-op “Wagner” di febbraio 2018
Il 7 febbraio, in seguito all’attentato alla missione della Russia a Damasco, la Missione russa delle Nazioni Unite dichiarava: “Ieri hanno rifiutato di rilasciare una dichiarazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU sul recente attacco terroristico. La nostra missione commerciale a Damasco è stata danneggiata e la missione umanitaria prima. Abbiamo presentato un testo standard ma Stati Uniti e Regno Unito ci hanno detto che non erano disposti ad accettarlo”. Il 7 febbraio, Barbara Starr, della CNN, scriveva su twitter: “Adesso: Contractor russi potrebbero essere coinvolti nell’attacco pro-regime ai consiglieri militari statunitensi e ai loro partner in Siria che comportava il contrattacco statunitense con aerei e artiglieria ad est dell’Eufrate. Nessun statunitense ferito“. Usava la stessa fraseologia del Pentagono, “contractor russi”. Sappiamo tutti che c’è un’enorme differenza tra contractor, soldati professionisti che prestano servizio nelle forze armate governative su contratto, e coscritti, giovani arruolati nelle forze armate statali, e mercenari privati o soldati di fortuna. I cittadini russi che servono legalmente in Siria nelle Forze Armate della Russia, sono tutti militari professionisti e di leva prolungata. Nel novembre 2013, il governo adottò un emendamento al codice penale che prevede la detenzione per i cittadini russi che partecipano alle operazioni di combattimento sul territorio di Stati esteri; l’articolo 208 del codice penale: “L’organizzazione o partecipazione a formazioni armate illegali. Secondo la nuova versione, la seconda parte di questo articolo ora recita “partecipazione a una formazione armata non prevista dalla legge federale, così come la partecipazione a una formazione armata di Stati esteri, non prevista dalla legislazione del governo della Russia, per scopi contrari agli interessi della Federazione Russa“. Ora, i cittadini russi che partecipano ai conflitti in gruppi di combattenti all’estero al ritorno in Russia possono essere condannati fino a sei anni di reclusione. Questo emendamento fu adottato dalla Duma di Stato il 25 ottobre 2013, dopo di che fu approvato dal Consiglio della Federazione e firmato dal Presidente della Russia. È contro la legge che cittadini russi prendano parte a conflitti all’estero ed implichino la Russia delle proprie azioni. Centinaia di volontari nel Donbas furono arrestati e accusati al ritorno sulla base di questa legge. Quando vidi il tweet di Barbara Starr, capì immediatamente che iniziava tale attacco delle “false notizie” sulla “Wagner”, quindi le chiesi di chiarire. “Quando dite “contractor russi”, di cosa parlate esattamente?” Un bot che supportava il suo account rispose immediatamente: “Spetsnaz in vacanza“. Volevo una risposta, così twittai: “Cosa intende per “spetsnaz in vacanza”? Non ha alcun senso. Ho bisogno di qualche chiarimento: da @barbarastarrcnn se c’erano PMC o soldati russi sotto contratto? Le PMC sono illegali in Russia. Le SOF russe o Spetsnaz sono tutti soldati professionisti, non coscritti“. Un altro bot mi sparò un link sulla falsa pagina “Wagner PMC” di Wikipedia. Risposi: “Grazie per il link, Kudesnik. Ecco le mie ricerche sulla cosiddetta “Wagner PMC” e perché questo falso fu creato e da chi. #CNN potete usare il mio articolo. “Secondo il MOD della Russia 25 persone rimasero ferite a causa dell’attacco illegale degli Stati Uniti all’EAS. Secondo le false notizie di #SBC/# AP furono uccisi centinaia di “mercenari russi”. Mercenari di lingua russa in Siria lavorano per gli Stati Uniti, anche quelli assunti a Taiwan e Singapore”. Il bot Kudesnik (il mago) rispose: “Rofl, il MoD della Russia nota come fonte di falsi. Diversi russi morti, il mondo più pulito“. Poi un altro bot mi rispose con degli emoticon. Gli scrissi: “Puoi scrivere in ebraico, se l’inglese ti è difficile“. Immediatamente scrisse insulti in ebraico. È così che capì che la finta storia della “Wagner” sia una psy-op orchestrata da Israele. Dopo un account tweeter anonimo pubblicò la seguente immagine:Monitoring:
Cosa vedono i russi dalla loro sala di controllo della difesa aerea a Lataqia. Tutta la Siria e oltre.
Verde – civili
Rosso – SAAF e VKS
Giallo – Stati Uniti/Coalizione… Israele è chiaramente “coperto”, come Turchia e altro. Tutti sanno dove sono tutti in Siria e oltre“.
Questo dimostrava che le forze russe in Siria possono vedere cosa succede e ne confermava le dichiarazioni sull’avvertimento alle forze locali a non intervenire, che fecero comunque.

Cosa rende tale falsa notizia sulla “Wagner” diversa dalle precedenti?
In passato, i falsi sulla “Wagner” furono promossi principalmente da ANNA News e Sky News. Questa volta la fonte delle notizie false era il “Conflict Intelligence Team” (CIT), una branca russofona di Bellingcat, generatore di notizie false dell’intelligence inglese. Fu subito diffusa dai media liberali, da personaggi dell’opposizione irrilevanti e non sistemici e da bot in Israele e Ucraina, a giudicare dai profili e dalla lingua. Lo scopo di tale guerra di informazioni è chiaro, parlare di “enormi” perdite di misteriosi “mercenari russi” per accusare il Presidente Putin di combattere una guerra segreta in Siria. Ciò dimostrerebbe che EAS, Iran, Hezbollah e Turchia non ci sono nemmeno. La guerra contro i terroristi islamici è stata vinta da un gruppo di vecchi russi. Ciò che è notevole è che presumibilmente erano in Siria da anni senza nemmeno abbronzarsi. Inoltre non è chiaro in che lingua questi “mercenari” comunicassero con la gente del posto. Quando iniziai a scavare più a fondo, venne fuori qualcos’altro.
Per esempio, l’informazione che Vladimir Loginov di Kalinigrad sia stato “ucciso in Siria” fu pubblicata e confermata da un affarista locale, Maksim Anatolievich Buga, che parlava anche di diversi membri del gruppo di rievocazione storica locale, la cosiddetta “società dei cosacchi di Kaliningrad”. È un club di chi ama vestire divise militari storiche dell’Impero russo e pubblicare foto di sé sui social media. Non è una formazione militare, non c’è alcuno sforzo per immaginarlo. Secondo l’articolo pubblicato nel 2015, Buga era direttore dello yacht club di Kaliningrad frequentato da governatori, ex-governatori e VIP di altre regioni. Maksim Buga divenne direttore dello yacht club “Dolfin” nel 2003. Negli anni ’90 era un funzionario del Ministero degli Interni, molto probabilmente agente delle forze dell’ordine. In quegli anni, alcuni membri delle forze dell’ordine ebbero un ruolo terribile nel sostenere il crimine organizzato, ecco perché chiunque veda un ex-agente della Milizia divenuto uomo d’affari deve fare molta attenzione nel valutarne la credibilità. Secondo un sito ufficiale del deputato della Duma del distretto di Kaliningrad, Igor Rudnikov, “The New Wheels“, nell’aprile 2015 Buga fu accusato di appropriazione indebita per centinaia di milioni di rubli del club. In un caso fu accusato di aver venduto 5 ettari di terreno appartenenti al club per 150 milioni di rubli senza il permesso del consiglio del club, intascandone il ricavato. I membri del club si ribellarono e presentarono diversi reclami alla polizia. In risposta, Buga minacciò di sparare a chiunque si lamentasse. Non entrerò nei dettagli, ma ormai i suoi problemi legali sembrano magicamente svaniti, essendo attivamente coinvolto in attività pubbliche e nella società dei cosacchi di Kaliningrad, persino eletto atamano del villaggio “Novomoskovsk” e invitato al Consiglio pubblico socio-politico del governatore. Perciò le dichiarazioni di Buga su dozzine di membri locali del club di rievocazione storica della società dei cosacchi di Kaliningrad che “combattono” in Siria da mercenari privati hanno della gravità, ma non quella che gli autori di tale falso si aspettano. Penso che a Kaliningrad sia sia solo svelato l’enorme violazione alla sicurezza nazionale, coi suoi cittadini che si recano in guerre straniere in collusione con l’intelligence estera. L’AFP dice che Maksim Buga gli aveva affermato che “Loginov era un geniere che lavorava in Siria come volontario con altri cosacchi sin dalla fine dell’anno scorso“. Buga disse anche di “non poter dire” se Loginov combattesse per la “Wagner”, sebbene dicesse che “probabilmente veniva pagato” come “volontario”. “I nostri cosacchi sono presenti tra i volontari“, aveva detto ad AFP. Se Buga sa delle loro attività in Siria e altrove, deve anche essere consapevole che ciò che costoro fanno è contro la legge. Tuttavia, se erano andati in Siria, le sue dichiarazioni non erano suffragate da nulla. Nessuno ha visto questi uomini e nessuno ne ha sentito parlare. Non c’è una foto di loro in Siria che sia stata pubblicata prima di questo evento. Ci sono molti falsi, tra cui immagini di carri armati bruciati di quattro anni fa sovrapposti a immagini di Marte della NASA Exploration Image Gallery. Il generale Mattis espresse ciò che penso sua autentica sorpresa. È quasi come se non sapesse che tale operazione fosse stata organizzata. “Ovviamente, non c’impegniamo nella guerra civile siriana”, aveva detto Mattis, descrivendo l’incidente come “situazione imbarazzante” e insistendo che non poteva dare “alcuna spiegazione sul perché la battaglia era scoppiata“. Mi sembra che una “terza forza” abbia preso il comando, con o senza la collaborazione del Pentagono. Questa terza forza potrebbe essere Israele.
Israele ha i suoi guerriglieri arabi e russi nelle milizie locali, o che agiscono da milizie locali. Ecco alcuni video con individui russofoni dell’esercito israeliano.

I russi nel battaglione Tzahal delle IDF

Nel 2014, le truppe israeliane battezzate battaglione Aliyah o “Wagner” arrivarono a Slavjansk in Ucraina per aiutare Igor “Strelkov” Girkin a conquistare la città, secondo l’ex-autoproclamato governatore di Slavjansk Pavel Gubarjov e il pubblicista israeliano Avigdor Eskin. Un’intervista alla giornalista polacca Valentyna Lyutya affermava che organizzazioni estremiste in Ucraina come Settore destro e “Tridente” (Tryzub), che fa parte di “Settore destro”, sono in realtà organizzazioni israeliane, i cui membri sono ebrei ucraini ed israeliani che hanno prestato servizio nel Tzahal e altre unità mercenarie israeliane. Israele addestra i soldati nelle differenti lingue e culture, a seconda l’origine etnica.

È un dato di fatto che ci sono numerosi soldati di Tzahal in Russia, addestrati aduccidere ed estremamente pericolosi. Un altro video mostra soldati israeliani del gruppo ucraino che imparano la danza popolare. In conclusione, abbiamo due dichiarazioni ufficiali. Una del Ministero della Difesa russa su 25 volontari siriani feriti dall’attacco degli Stati Uniti, insistendo che truppe russe non erano coinvolte nell’incidente. La seconda del Pentagono, del segretario alla Difesa degli USA Jim Mattis, che respingeva ogni idea che la Russia controllasse la forza offensiva, di cui nazionalità, motivi e scopi non sapeva identificare. Queste sono le solo affermazioni che riflettono la realtà. Tutto il resto è menzogna.Traduzione di Alessandro Lattanzio