Il golpe costituzionale colorato in Brasile

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 25 aprile 20161458339894466Il Brasile è nel pieno di una prolungata operazione di cambio di regime, come documenta Pepe Escobar nei suoi articoli per Sputnik, RT e Strategic Culture Foundation. L’intento dell’autore non è specificare la situazione di ogni dettaglio delle tecniche degli Stati Uniti, ma fornire una panoramica generale delle strategie in gioco e del loro contributo alla teoria della guerra ibrida. Il Brasile è un importante campo di battaglia della nuova guerra fredda, non solo per la sua multipolarità istituzionale ma soprattutto per il ruolo nella visione globale della Via e Cintura della Cina. I cinesi annunciarono l’anno scorso l’intenzione di costruire la ferrovia transoceanica dalle coste atlantiche del Brasile a quelle pacifiche del Perù, agevolando il commercio transoceanico tra i due aderenti ai BRICS, migliorando la capacità commerciale transcontinentale di Brasilia. Poiché questo megaprogetto si trova nell’emisfero degli Stati Uniti, gli eccezionalisti ossessionati dalla “dottrina Monroe” acceleravano i piani per il cambio di regime in Brasile con l’intento di rovesciarne il governo e sostituirlo con uno collaborazionista filo-unipolare. Molti osservatori si chiedono come descrivere correttamente ciò cui si assiste in Brasile, e mentre c’è sicuramente la chiara prova della rivoluzione colorata, sarebbe inesatto descriverlo esclusivamente attraverso tale prisma. Allo stesso modo, mentre viene paragonato alla guerra ibrida, vi si adatta solo negli aspetti “convenzionali” informativi ed economici del termine, anche se in realtà non soddisfa i prerequisiti del cambio di regime con la transizione graduale dalla rivoluzione colorata alla guerra non convenzionale (o almeno non ancora). Allo stesso modo, mentre c’è sicuramente un ‘colpo di Stato costituzionale’ in corso, non è neanche del tutto una forma di cambio di regime. Piuttosto, vi sono elementi delle tre strategie che interagiscono in una dinamica unica che potrebbe rappresentare l’inaugurazione di un nuovo approccio volto a sovvertire i principali Stati multipolari. Ciò che è importante sottolineare è che l’intera trama è avvita dalle preziose informazioni che la NSA aveva ottenuto dai vertici della società brasiliana, usandole poi come arma per catalizzare il cambio di regime; il che significa che praticamente tutti i Paesi del mondo sono potenzialmente vulnerabili a tale destabilizzazione asimmetrica.

L’indagine “anti-corruzione”
theItalianGuillotine Il veicolo chiave per fare pressioni sulla Presidentessa Rousseff non è la rivoluzione colorata, conseguenza della “rivoluzione del cashmere” su cui l’autore mise in guardia la scorsa estate, ma i tentativi di “colpo di Stato costituzionale” orchestrati per rimuoverla dal potere. Va ricordato che questi si basano su un’indagine “anti-corruzione” che, come Pepe Escobar ha più volte sottolineato, è unilaterale e volti solo contro il partito al governo. E’ stato rivelato nel settembre 2013 dalle fughe di Snowden come l’NSA spiasse Petrobras, la compagnia al centro dello scandalo del ‘golpe costituzionale’, sollevando la possibilità che gli Stati Uniti avessero informazioni compromettenti sulla presunta corruzione dei dirigenti del partito e aspettassero il momento giusto per usarle come arma. Non va vista come mera coincidenza che il “Car Wash” sia un’indagine anti-corruzione iniziata un anno e mezzo dopo, nel marzo 2014, nel periodo precedente al 6° vertice BRICS a Fortaleza, Brasile. Durante quell’importante evento internazionale, i leader multipolari s’impegnarono a creare l’architettura finanziaria alternativa che sarebbe poi diventata nota come Nuova Banca per lo Sviluppo dei BRICS, ufficialmente istituita un anno dopo a Ufa. Al momento, “Car Wash” non era abbastanza grave da far deragliare tutto, ma neanche fu concepita per essere una bomba che esplodesse immediatamente. Invece, sarebbe stata concepita come bomba a orologeria che doveva esplodere in futuro, anche se Rousseff non fosse rimasta in carica al momento. Il lettore dovrebbe ricordare che a malapena fu rieletta, e se non fosse stato così, allora sarebbe stata l'”opposizione” che ne sarebbe stata implicata o ricattata di nascosto. Dopo tutto, “Car Wash” è uno scandalo anticorruzione unilaterale che trascura volutamente certi partiti di opposizione e si rivolge esclusivamente alle classe dirigente, a prescindere da chiunque possa essere. Nel caso di Rousseff e del Partito dei Lavoratori, sono presi di mira per il cambio di regime, mentre il Partito socialdemocratico brasiliano, il rivale nelle elezioni del 2014, sarebbe stato ricattato affinché continuasse ad allinearsi ai precetti strategici statunitensi. In un modo o nell’altro, dopo aver avviato l’indagine “Car Wash“, gli Stati Uniti l’avrebbero sfruttata per raggiungere e mantenere la presa sulla dirigenza politica brasiliana. Con Rousseff rieletta mentre l’inchiesta era ancora in corso e nulla di ‘definitivo’ vicino, era inevitabile col senno del poi che sarebbe stata usata come arma per rovesciarne il governo e avviare il ‘colpo di Stato costituzionale’.

Il ‘golpe costituzionale’ e la rivoluzione colorata
Una volta implicata Rousseff (molto ‘convincentemente’ presso la corte dell’opinione pubblica) nel presunto “Car Wash“, gli elementi del cambio di regime filo-statunitensi insediati nel governo del Brasile scattavano avviando il procedimento del ‘colpo di Stato costituzionale’ contro di lei. Di per sé viene palesemente presentata come indagine unilaterale per la ‘lotta alla corruzione’, e il ‘colpo di Stato costituzionale’ non aveva alcuna parvenza di ‘legittimazione’ nazionale o internazionale, necessaria per richiedere la ‘giustificazione’ del passo drammatico. Questo è il ruolo che la nascente rivoluzione colorata svolge, dato che senza decine di migliaia di persone in strada, non ci sarebbe alcuna pretesa di ‘supporto alla democrazia’ nell’accusa. Al contrario, la mano degli Stati Uniti in tutto questo sarebbe ancora più evidente che nell’ultimo ‘golpe costituzionale’ dell’America Latina nel 2012, in Paraguay. Inoltre, il Brasile non è il Paraguay, ma è una delle principali potenze multipolari e una nazione molto più grande del vicino senza sbocco sul mare, e realizzarvi un cambio di regime richiede più ‘finezza’ e manipolazione delle ‘pubbliche relazioni’ che mai in Paraguay. Pertanto, la rivoluzione colorata in sé è irrilevante nel fare pressione sul governo Rousseff o nel fare concessioni alla sua leadership. L’intera operazione di cambio di regime è guidata dal ‘golpe costituzionale’, a sua volta camuffata da rivoluzione colorata attirando l’attenzione ‘normativa’ della maggior parte dei media filo-unipolari del mondo. Questo può essere dimostrato dall’ampia copertura mediatica delle migliaia di persone che protestano e si mobilitano attorno a una gigantesca anatra gonfiabile gialla, rispetto alla considerevole assenza di attenzione sul ruolo della NSA nel catalizzare l’intera indagine ‘contro la corruzione’ della Petrobras. Chiaramente, la ragione di ciò è che gli Stati Uniti sono impegnati in un piano concertato per spostare il discorso internazionale dalla questione delle origini della crisi politica alla ‘legittimità normativa’ del governo Rousseff, implicando nettamente che i manifestanti della rivoluzione colorata in qualche modo ne invalidino la rielezione democratica e legittima, e più ‘normativamente’ sanciscano i loschi traffici del ‘colpo di Stato costituzionale” attuato contro di lei.

L’elevato rischio di guerra ibrida
Al momento sembra che il ‘golpe costituzionale’ e rivoluzione colorata in due tempi riesca a rimuovere Rousseff, sostituendola con il vicepresidente Michel Temer, che in realtà già prepara il discorso post-colpo di Stato alla nazione, secondo una recente fuga di notizie. Se ciò dovesse accadere, allora non ci sarà alcun motivo per gli Stati Uniti di mutare l’operazione di cambio di regime in una guerra ibrida, scatenando una guerra non convenzionale, ma potrebbe involontariamente accadere che i sostenitori di Rousseff prendano alle armi nel caso in cui sia rovesciata. Se questo accadesse, allora il Paese verrebbe sicuramente gettato nella guerra ibrida a bassa intensità, anche se tale sviluppo raramente si verifica quando gli Stati Uniti hanno successo, senza correre avanti, avendo in ogni caso preso un corso impossibile da prevedere con precisione in questo momento. Tuttavia, considerando quanto sia sostenuta la sinistra dai milioni di indigenti in Brasile, e prendendo spunto dai compagni armati in Venezuela, la sinistra potrebbe formare milizie per proteggersi da qualsiasi imminente colpo di Stato. Ricordando lo stupefacente tasso di criminalità esistente nel Paese, è prevedibile che gli attivisti/insorti anti-golpe potrebbero facilmente procurarsi le armi di cui avrebbero bisogno per destabilizzare. Inoltre, l’UNASUR ha lasciato intendere che non riconoscerà il possibile impeachment di Rousseff, concedendo ulteriore sostegno normativo alle milizie che agissero in suo supporto. D’altra parte, se il cambio di regime non procedesse a ritmo sostenuto nel periodo delle Olimpiadi di Rio, e qualcos’altro accadesse sventandolo (ad esempio, il Senato che non vota l’impeachment), c’è la possibilità che gli Stati Uniti possano incoraggiare il terrorismo di destra contro il governo. Ciò provocherebbe un incidente internazionale per destabilizzare il governo brasiliano ancor più di quanto non lo sia già, proprio nel momento in cui avrebbe bisogno della migliore copertura dai media e sarebbe più vulnerabile alla raffica di condanne dai media unipolari. Visto da un’altra angolazione, se il complotto contro Rousseff avesse successo, con o senza eventuali ribelli anti-cambio di regime, alcuni Paesi potrebbero scegliere di boicottare le Olimpiadi mostrando solidarietà al governo legittimo illegalmente deposto. Questo non cambierebbe i fatti sul terreno, ma sarebbe una dichiarazione forte e simbolica di supporto che incoraggerebbe qualunque nascente movimento di resistenza armata possibile al momento.

Conclusioni
Valutando la strategia del cambio di regime degli Stati Uniti contro Rousseff, è evidente che i risultati della NSA sono stati usati per innescare le’ ‘procedure da colpo di Stato costituzionale’ normativamente giustificata dalla pianificata rivoluzione colorata (continuazione della cosiddetta “rivoluzione di cashmere” del 2014). Le proteste non hanno finora portato ad alcuna pressione sostanziale sul governo, nonostante le massicce dimensioni, con l’unica tangibile uso della forza contro il governo dovuta all’indagine ‘legale’ lanciata contro la presidentessa brasiliana. Nulla a questo punto indica un governo minacciato dagli attivisti, anche se tutto indica che sia destabilizzato dalla cospirazione “Car Wash“. Anche se non vi sono nette tracce di guerra ibrida riscontrabili finora (secondo la definizione dell’autore del concetto di cambio di regime), ciò non esclude che una sua manifestazione nel prossimo futuro non sia proposta da terroristi di destra anti-governativi o insorti filo-governativi post-colpo di Stato. Non c’è alcuna garanzia che accada, ma la possibilità non va esclusa in generale e ci si deve preparare da entrambe le parti. Non importa ciò che in ultima analisi accade in Brasile, lo scenario del cambio regime attualmente in corso è emblematico del nuovo tipo d’interazione sovversiva tra NSA, golpisti costituzionali e rivoluzionari colorati, e sarebbe preoccupante prefigurare un futura tendenza alla destabilizzazione degli Stati che potrebbe presto essere attuata altrove contro altri bersagli multipolari.dilma refém de cunhaAndrew Korybko è commentatore politico statunitense presso l’agenzia Sputnik.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La sovranità dell’America Latina minacciata. Difendere il Brasile e Dilma!

Andre Vltchek, Global Research, 24 aprile 2016NAC08_BRAZIL_PROTESTS_ROUSSEFFHa pianto abbastanza! L’America Latina ha pianto incessantemente, continuamente, per anni, decenni e secoli. Il suo popolo fu derubato di tutto fin dai tempi di Colombo e del Potosi. A decine di milioni, forse centinaia di milioni furono massacrati negli ultimi cinque secoli; prima dai conquistatori, poi dai loro discendenti e servi e infine dall’Impero delle menzogne, nonché dai traditori delle élite locali. Si è pianto abbastanza, compagni! E’ il momento di usare la forza. Ogni volta che il popolo si oppone, ogni volta che i veri eroi latino-americani liberano le proprie terre, con la ragione o la forza, il bagno di sangue seguiva quasi immediatamente, dal mare o dal Nord. Carri armati per le strade e le piazze ed aerei da combattimento ed elicotteri sganciavano bombe e proiettili sui palazzi presidenziali così come sulle campagne. Persone venivano braccate come animali, trascinate negli stadi e nelle fabbriche, nei sotterranei, per essere violentate, torturate e massacrate. Questo è la loro democrazia! Grazie, ma mai più. Perché avvengono tali orrori? Perché c’era sempre il chiaro consenso tra i governanti di Washington, nelle capitali europee e le classi dominanti nei Paesi dell’America Latina: i Latinos servono l’occidente, vanno governati dal Nord. Se qualche Paese latino sceglieva di agire ‘irresponsabilmente’ (parafrasando Henry Kissinger), gli si ricordava a chi apparteneva: andava distrutto, massacrato e completamente umiliato. Tale trattamento fu inflitto in innumerevoli occasioni, ed è successo praticamente dappertutto, dalla Repubblica Dominicana al Cile, dal Brasile al Nicaragua.
Nel corso degli ultimi venti anni le cose sono cambiate. Il Venezuela si oppose e ruggì, stringendo i pugni e vincendo, suscitando speranza in tutto il mondo. Si poteva fare; in realtà si poteva fare dopo tutto, carajo! Gridò il popolo boliviano con voce chiara, indignata e bella: questa è la nostra terra e questi sono i nostri simboli indigeni; questa è la nostra aria e la nostra acqua! Poi combatté e alcuni morirono, ma la nazione vinse. L’Ecuador s’è sollevato, cambiando la vita di milioni di persone storicamente oppresse. L’Argentina ha rifiutato di pagare debiti iniqui ed ha tentato di costruire una società giusta e socialista. Il Cile, passo dopo passo, avversava l’orrida eredità dell’era Pinochet, gettandone in prigioni molti responsabili del macabro stupro. In tanti modi diversi (da quello tranquillo e lento uruguaiano, a quello rivoluzionario del Venezuela), un continente, una volta afflitto dalle peggiori disparità sulla Terra è gradualmente risorto. Che bel mosaico! Tutto ad un tratto ha rotto le catene e le fuse, gettando altro ferro e acciaio nel crogiolo, avendo aratri ed erigendo potenti fondamenta per nuovi ospedali e scuole.
E chi potrebbe dimenticare il Brasile! Dilma Rousseff, qualunque cosa i nemici dicano, qualunque cosa l’impero dica con la sua voce tossica e cinica, col Partito dei Lavoratori (PT) ha cambiato assolutamente tutto! Solo pochi mesi fa, lo scorso anno (2015) viaggiai per questa vasta e bella terra: dalla capitale Brasilia alle profondità della foresta tropicale nei pressi di Manaus. Dall’antica città portuale di Belem, a Recife, Fortaleza e Salvador Bahia; passando giorni ad ascoltare le persone di San Paolo, e poi delle campagne. Conoscevo il Brasile di venti e trent’anni fa, ma questa era una terra assolutamente nuova! Mi sono seduto con gli insegnanti delle cosiddette scuole galleggianti in Amazzonia. Parlarono dell’avanzata e della speranza giunta alla maggioranza delle lontane comunità indigene. Parlai con pescatori, ragazze-madri e anche contrabbandieri. Parlai con i bambini. La vita era migliorata da quando Lula prese il potere? Sì, naturalmente! Chi potrebbe dubitarne? Andai nei bassifondi di Salvador Bahia. Come in Venezuela, in tutti i quartieri poveri ci fu un grande progresso, ogni tipo di programma volto ad eliminare povertà e disuguaglianza, grande ottimismo ed attivismo. L’infrastruttura è stata migliorata alla velocità della luce, dai mezzi pubblici agli aeroporti. In molte città l’arte divenne totalmente gratuita. A Manaus assistetti ad un brillante balletto moderno, raffigurante la lotta per salvare l’ambiente dell’Amazzonia. Neanche nella splendida Opera House, dove Caruso cantò nei lontani giorni del bum della gomma, non veniva chiesto alcun biglietto d’ingresso. E a Belem assistetti all’ennesima rappresentazione gratuita, questa volta all’opera Verdi, un teatro comunale splendidamente restaurato. Una volta pericolosa e senza speranza, Belem è diventata una città dai grandi spazi pubblici, passeggiate e continui centri culturali. A Salvador Bahia, vicino al famoso ascensore, m’imbattei in un altro centro culturale che stava per essere occupato da manifestanti vocianti che chiedendo il miglioramento delle cure mediche in Brasile. chiesi: “le cure mediche gratuite in Brasile non sono migliorate negli ultimi anni?” “”, mi fu detto dagli organizzatori. “Ma ne vogliamo di migliori!” Il salone dove i manifestanti si erano riuniti era assolutamente pubblico. Nessuno dovette pagare l’affitto per usarlo. In pratica, era quasi come se il governo di Dilma stesse effettivamente pagando i manifestanti che protestavano contro la sua politica. Questa è la nostra democrazia!
brasile-160417193904 Il meglio arrivò con maggiori violenze dell”opposizione’, dall”élite’. Centinaia di ONG, alcune sponsorizzate ‘dall’estero’, guidano ben organizzate campagne di disinformazione e agitazione, per screditare il governo e destabilizzare il Paese. In precedenza, assistetti alle stesse azioni in Ecuador, Venezuela, Argentina e altrove. Quasi tutti i media erano ancora nelle mani dei conglomerati di destra. Il denaro veniva spudoratamente distribuito, comprando voti. Di conseguenza, i deputati corrotti e di destra continuano a inondare letteralmente il Congresso. Ad un certo punto, l’enorme paradosso è diventato insopportabile: qualcosa doveva cedere, collassare: Da un lato, (e nonostante il recente declino economico), il Brasile è in crescita e migliora le condizioni della maggior parte della popolazione. Grazie a Dilma e al suo PT, decine di milioni di persone ora hanno una vita migliore, più a lunga e godono di maggiore istruzione. Quando chiesto direttamente, le persone lo confermano prontamente. Dall’altra parte, numerosi cittadini brasiliani sostengono che “il governo e Dilma devono andarsene”. Non vi è alcuna logica che unisca queste due convinzioni. Solo che… Solo che continue campagne negative, manipolazioni machiavelliche e spudorata propaganda anti-sinistra infine hanno un impatto decisivo sulla psiche brasiliana! Le persone sono manipolate pensando in modo irrazionale ed estremamente bizzarro: “Stiamo meglio, ma non ci piacciono le forze che hanno migliorato le nostre vite“. Un giorno, sulla brillante metropolitana di San Paolo con il mio buon amico cubano dissi: “è molto meglio dei trasporti pubblici a Parigi o Londra“. “Davvero?” Chiese, sarcastico. “Ma la gente qui pensa che sia solo merda! Viene alimentata solo da critiche. Qualunque cosa faccia il governo, è sempre descritta sbagliata!” Non dimentichiamo da dove tutto ciò origini. La propaganda è prodotta all’estero, e viene solo modificata e calibrata su San Paolo e altrove, per il consumatore locale. Tutto ciò è estremamente professionale, potente e distruttivo, e viene diffuso in tutta l’America Latina. L’obiettivo è semplice: fermare le rivoluzioni dell’America Latina! Sostenere lo status quo.
Ora il Congresso ha avviato l’impeachment della Presidentessa del Brasile, Dilma Rousseff. Se tale dramma continuerà, sarebbe l’inizio della fine della cauta rivoluzione brasiliana e del governo del popolo (i deputati corrotti che cercano di rovesciare il governo in realtà non servono altro che le proprie egoistiche ambizioni finanziarie e politiche). Neanche parte della stampa occidentale ha potuto trattenersi oltre. The Daily Mail ha scritto il 18 aprile 2016, subito dopo la votazione: “La decisione è un duro colpo alla leader assediata che ha ripetutamente sostenuto che l’assalto contro di lei è un ‘colpo di Stato’. Mentre Rousseff non è personalmente accusata di corruzione, molti parlamentari che hanno deciso il suo destino lo sono. Congresso em Foco, un gruppo di controllo di Brasilia, ha detto che degli oltre 300 parlamentari che hanno votato, ben più della metà della camera, sono indagati per corruzione, frode o reati elettorali. Mentre votavano, alcuni legislatori hanno detto che il prossimo politico che va indagato dovrebbe essere il responsabile del procedimento, il portavoce Eduardo Cunha, accusato di corruzione e riciclaggio di denaro nello scandalo che coinvolge la Petrobras, e affronta anche un’inchiesta etica su conti bancari svizzeri non dichiarati. “Dio abbia pietà di questa nazione”, ha detto Cunha mentre votava a favore dell’impeachment della Rousseff”.
Cosa ha fatto di male Dilma, a parte la difesa degli interessi dei poveri brasiliani (anche se questo è già un crimine per le “élite” e l’impero!)? Le accuse ‘ufficiali’ sono: Rousseff ricorreva a ‘trucchi contabili’ sul bilancio federale per mantenere la spesa e puntellare il sostegno. Non ha rubato nulla, ne scambiato denaro con favori. Nessuno l’accusa di corruzione. Anche se ‘trucchi contabili’ ci sono davvero, non è certo un crimine. Qualcuno potrebbe dire che ogni presidente brasiliano l’ha fatto a un certo momento. Quasi tutti i politici occidentali lo fanno, sempre. Proprio prima che questo saggio andasse in stampa, International The Daily Telegraph scriveva: “La NATO mi attacca per la contabilità creativa. I ministri hanno adempiuto all’obiettivo della NATO sulla spesa per la Difesa “modificando” la contabilità, ha detto il deputato…” ma niente appello per l’impeachment in occidente! Anche The International New York Times non poteva rimanere in silenzio. Il 21 aprile 2016 s’è scagliato sui parlamentari brasiliani nell’articolo di Celso Rocha de Barros: “Nelle ore di sessione televisiva di domenica, i parlamentari hanno spiegato la decisione del voto per l’impeachment: Hanno votato per la pace a Gerusalemme, per i camionisti, per i liberi massoni in Brasile e a causa del comunismo che minaccia la nazione. Pochissimi parlamentai hanno votato secondo le accuse effettivamente avanzate contro la presidentesse: aver violato i regolamenti sulla finanza pubblica… il vero motivo per cui la presidentessa è accusata è che il sistema politico brasiliano è in rovina. L’impeachment darà conveniente distrazione mentre altri politici cercano di fare ordine a casa”.
Sì, Dio abbia pietà del Brasile se Cunha, o il corrotto vicepresidente Michel Temer e le sue coorti prendessero il potere! O, più precisamente, Dio abbia pietà della maggioranza ingannata del popolo brasiliano! Chi è davvero Cunha? Un cristiano fondamentalista, un jihadista radicato nel più oscuro passato dittatoriale dell’America Latina. The Guardian l’ha descritto il 21 aprile 2016: “Il presidente della Camera Eduardo Cunha, conservatore e seguace evangelico, ha avviato e guidato l’unità per rimuovere dal potere la prima donna leader del Paese, per ridurre i rischi che corre con le indagini del comitato etico del Congresso e dei procuratori su presunta falsa testimonianza, riciclaggio e concussione per almeno 5 milioni di dollari.
Il popolo brasiliano ha eletto democraticamente Rousseff. L’ha votata affinché lo difendesse e ne migliorasse la vita. Dovrebbe pensare a loro, e solo a loro! Ciò che l”opposizione’ vuole è chiaro. Lo stesso ovunque: in Venezuela, Bolivia ed Ecuador. La destra ha vinto in Argentina, dov’è oggi impegnata a smantellare lo Stato sociale. Va fermata. Il governo ha ragionato con loro per mesi e anni. Ma hanno optato per il colpo di stato. Ora serve la forza. Per quanto brutto possa sembrare, non agire sarebbe molto più dannoso e pericoloso. Un parlamentare, un rappresentante dell’estrema destra di Rio de Janeiro ha dichiarato apertamente che “dedica il suo voto al colonnello responsabile delle torture di Rousseff” durante la dittatura del Brasile. Persone come lui non possono governare il Paese. Non di nuovo! La nazione e la volontà del popolo non sono sacchi da boxe. La libertà di parola non significa che a una manica di media e politici traditori sia consentito diffondere menzogne e odio, rovinando il Paese. Il Brasile è troppo grande. Non può essere abbandonato. L’intera America Latina lo chiede, in un modo o nell’altro. Invia i carri armati per le strade; parcheggiali di fronte al Congresso, Dilma! Ristabilisci l’ordine e la democrazia. Ricorda: Venezuela, Bolivia ed Ecuador, e il resto del mondo, stanno a guardare. Dopo più di 500 anni, compagna Dilma: più di 500 anni di tormenti, saccheggi e riduzione in schiavitù dei popoli latinoamericani per mano di invasori stranieri ed élite locali. Dì ai tuoi nemici, ai nostri nemici: “mai più!” Usa la forza, perché il tempo per la ragione è passato! Mai arrendersi!
Viva il Brasile, dannazione!16107458Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Segnali di pericolo: l’artificiosa rivoluzione macedone in corso

Phil Butler New Eastern Outlook 25/04/2016Macedonia-Protests-1Skopje, in Macedonia, è in subbuglio, l’ultimo obiettivo della crisi e del cambio di regime creato in Europa. Migliaia di persone sono scese per le strade in dissenso per la grazia del Presidente Gjorge Ivanov verso alcuni funzionari. Come abbiamo visto in Ucraina e altrove, il vecchio gioco della Guerra Fredda continua. Una nazione all’apice della crisi occidentale contro l’est che potrebbe presto combattere, non per la libertà, ma per diventare l’ennesima pedina di un gioco mortale. Il lettore più attento non sarà sorpreso dal trovare volti familiari nella folla in fermento che circonda un governo. I macedoni vengono trascinati in un vortice da cui non potranno mai uscire. Ecco un altro sguardo su come Stati Uniti e alleati hanno truccato la scacchiera. “Il potere non è un mezzo, è un fine. Non instaurare una dittatura per salvaguardare la rivoluzione; ma fare la rivoluzione, per instaurare la dittatura“. George Orwell
Trovare i loghi dell’Open Society Foundations di George Soros in Macedonia, e quello dell’USAID accanto non dovrebbe sorprendere chi studia il caos mondiale di questi giorni. Entrambe le entità collaborano offrendo borse di studio per acquistare una nuova legione di studenti “compiacenti” e futuri capi della Macedonia. Il piano per la società civile in Macedonia è la testimonianza di come il sistema di Soros e colleghi s’è attivato in tutte le repubbliche ex-sovietiche. Se l’Open Society Foundations di Soros non può essere accusata di corruzione palese, “comprare” l’amore della gente in queste nazioni certamente lo dimostrerebbe. Attraverso iniziative e partnership come quella della Youth Educational Forum (YEF), l’edificio politico di Soros in Macedonia si rispecchia in ciò che ho già indicato in Lettonia, Georgia e Libia. E’ dovuto alla manipolazione sociale se vediamo giovani sostenere l’ulteriore americanizzazione, quando decenni di UE e influenza occidentale non hanno portato nulla alla Macedonia. Il PIL del Paese rimane basso, uno dei più bassi dei Paesi in via di sviluppo in Europa e Asia. Ancora una volta, Soros e il dipartimento di Stato degli Stati Uniti sono immersi fino al collo nel controllo dei regimi. Il Presidente Gjorge Ivanov che guarda a Mosca è al centro dell’attuale caos in Macedonia, e agli alleati dell’UE travolti dal disastro dei rifugiati serve il momento opportuno per siglare il destino della Macedonia. La lettera del 14 aprile delle 84 organizzazioni guidate dall’Open Society Foundation al Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, urla eversione nella mia mente. Ramadan Ramadani, membro del Consiglio dell’Open Society Foundation è in prima linea nel movimento, e l’elenco dei partner dell’organizzazione di Soros è ampio e radicato, così come in altri Paesi in crisi. I manifestanti davanti l’edificio del governo macedone sono in effetti istigati dai partner dei tentativi macedoni di Soros. L’elenco comprende; Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale – USAID, Missione UE in Macedonia, Direzione dello sviluppo e cooperazione – DSC, Fondazione dei Bambini Pestalozzi – Svizzera, Fondo per l’Istruzione dei Rom – Ungheria e Istituto per la politica europea di Berlino. Ancora una volta troviamo i cospiratori intrecciati con i beneficiari inconsapevoli della rete delle fondazioni di Soros. Grazie ai miliardi degli hedge funds, Soros ha creato tali reti per il cambio nelle “società aperte”, con Soros azionista di maggioranza, e altri investitori e partner che si fanno carico del resto del finanziamento. L’organizzazione non fa mistero della “fase auto-sostenibile” che ogni piano deve raggiungere. E’ interessante e un po’ deprimente che il contingente in Macedonia dei tentativi di Soros-USAID abbia forse involontariamente rivelato altre operazioni. Forse a causa della barriera linguistica isolante dell’organizzazione? Comunque l’Open Society Foundation in Macedonia delinea chiaramente i settori d’influenza e sono; istruzione, informazione, sanità, media, riforma della pubblica amministrazione, legge, Programma Est-Est: Partnership Cross Border, programma della società civile e Programma Promozionale Regionale della Ricerca (RRPP). Citando le pagine dei “media” delle fondazioni si riconoscono noti inquilini. L’obiettivo principale dell’aspetto mediatico si prefigge:
– di migliorare il dibattito informato su temi relativi all’UE e contribuire alla promozione dei valori dell’UE;
– garantire la copertura mediatica delle problematiche connesse all’adesione all’UE, elezioni, contenziosi sull’adesione con la Grecia e la NATO;
– monitorare e sostenere lo sviluppo del quadro giuridico e normativo adeguato ai media e monitorarne l’attuazione in conformità con gli standard internazionali, compreso il funzionamento degli organismi di regolamentazione competenti;
In conclusione, struttura, forza, sostegno e completezza dei fili delle ONG corporativo-governative sono tirati da dipartimento di Stato, ambasciata del Regno Unito, Soros e altri componenti, rendendo relativamente impotente qualsiasi vera forma di democrazia libera nella regione. Se la grazia o meno del Presidente Gjorge Ivanov ai funzionari elettorali indagati aggrada, è l’aspetto meno importante per i macedoni rispetto alla grande cospirazione per controllare i cittadini e la società. Le operazioni di Soros e dell’USAID, che operano sotto la copertura della filantropia e dell’altruismo, sono machiavelliche fino alle estreme conseguenze. Come ho già mostrato in altri esempi, ONG ed egemonia degli Stati Uniti giocano molto sporco per dominare. Vorrei mettere in guardia il popolo della Macedonia almeno indagando sulle mie affermazioni.687474703a2f2f72656470696c6c74696d65732e636f6d2f77702d636f6e74656e742f75706c6f6164732f323031352f30352f536f726f732d4d616365646f6e69612e6a7067Phil Butler è ricercatore ed analista politica, politologo ed esperto di Europa orientale, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ciò che Obama condivide con Assad, Russia e Yemen, il ricatto saudita

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation, 24/04/20163500La visita del presidente degli Stati Uniti Barack Obama in Arabia Saudita è stata definita un tentativo di Washington per riparare i rapporti tesi con l’alleato arabo. Tuttavia si scopre che Obama avrebbe molto in comune con Assad, la Russia e i ribelli huthi dello Yemen. Tutti ricattati dalla Casa dei Saud per scopi politici. Obama, accompagnato dal segretario alla Difesa Ashton Carter, avrebbe rassicurato re Salman sui legami strategici tra i due Paesi risalenti allo storico incontro del 1945 tra il Presidente Franklin D. Roosevelt e il fondatore dell’Arabia Saudita Ibn Saud (padre del monarca in carica). Parlando delle reciproche preoccupazioni contemporanee, Obama e gli ospiti sauditi si concentravano sulla verifica della presunta ingerenza iraniana nella regione e presumibilmente sulla sconfitta dei gruppi terroristici islamici. Lo sforzo nel rattoppare le relazioni avviene dopo che il presidente degli Stati Uniti denigrò i sauditi e gli altri monarchi del Medio Oriente quali “sfruttatori” della benevolenza statunitense, in un’intervista dello scorso mese con la nota rivista Atlantic. Obama lamentava il fatto che Arabia Saudita e altri godevano della protezione militare degli Stati Uniti da troppo tempo e della necessità d’iniziare a contribuire di più impiegando le proprie forze nella regione. Come se non bastasse, i governanti sauditi hanno reagito furiosamente quando emergeva lo scorso fine settimana un disegno di legge al Congresso degli Stati Uniti che potrebbe dare alle famiglie delle vittime del 9/11 il diritto di citare in giudizio l’Arabia Saudita in un tribunale federale. Cioè le prove che dimostrino i legami dello Stato con le atrocità nel 2001, quando circa 3000 cittadini statunitensi furono uccisi. Famiglie e attivisti credono che ci sia una connessione incriminante dei governanti sauditi con gli attacchi terroristici, perché 15 dei presunti 19 attentatori erano cittadini sauditi. La Casa Bianca di Obama in seguito ha detto che il presidente avrebbe posto il veto alla legge se veniva approvata dal Congresso, citando la preoccupazione che il precedente della rimozione dell’immunità sovrana potrebbe mettere cittadini e governo degli Stati Uniti a rischio di future azioni legali. Pesa decisamente sulla posizione della Casa Bianca anche la minaccia straordinaria della Casa dei Saud secondo cui, se la legislazione sull’11 settembre dovesse passare, l’Arabia Saudita svenderebbe la massiccia partecipazione in titoli del Tesoro USA. Il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr avvertiva che 750 miliardi di dollari in titoli statunitensi e altre attività sarebbero stati svenduti. La mossa non sarebbe nient’altro che un bluff dei reali sauditi. Alcuni commentatori e persino dei funzionari degli Stati Uniti hanno espresso incredulità sui governanti sauditi che adotterebbero una misura così drastica dalle conseguenze dannose, destabilizzando la fragile economia saudita, in crisi comunque per il crollo dei prezzi del petrolio e la costosa guerra nello Yemen.
Tuttavia, almeno in teoria, la minaccia saudita della svendita dei buoni del tesoro degli Stati Uniti sarebbe un colpo devastante per l’economia statunitense, andando al cuore del rapporto strategico USA-Arabia Saudita, che ruota intorno al maggiore esportatore di petrolio al mondo che vende la propria merce esclusivamente sempre in dollari. Il sistema dei petrodollari USA-saudita significa che il resto del mondo è obbligato a seguirne l’esempio usando i verdoni statunitensi quali mezzi finanziari standard di transazione. Questa è la base del dollaro quale valuta di riserva mondiale permettendo agli Stati Uniti di continuare a stampare dollari ed avere un debito nazionale ciclopico (ora di 19 trilioni di dollari). Di recente, le crepe nel monolite dei petrodollari iniziano ad aprirsi, con Russia e Cina che accettano scambi di petrolio e gas utilizzando le proprie valute nazionali. Inoltre, l’Iran passa a vendere il petrolio in Europa accettando l’euro. Così, il sistema dei petrodollari, la linfa vitale della cronicamente indebitata economia degli Stati Uniti, può continuare per il momento a dominare, ma su un bilico pericolosamente delicato. Ecco perché la minaccia saudita di vendere titoli del debito degli Stati Uniti spaventava tanto quando fu annunciata questa settimana. E’ anche per questo che, almeno in parte, l’amministrazione Obama ha detto con forza che annullerebbe la normativa sull’11 settembre presentata al Congresso. (Un’altra ragione è che Washington teme che qualsiasi indagine sul coinvolgimento saudita nell’11 settembre potrebbe anche svelare la collusione dell’intelligence statunitense nel perpetrare un azione interna per interessi strategici). In ogni caso, qui è la questione. La Casa Bianca di Obama ha solo subito il ricatto saudita. La spinta a questo è: dite ai vostri cittadini di fare marcia indietro sul contenzioso scomodo oppure staccheremo la spina alla vostra economia, piegandovi con ignominia davanti a noi.
Nonostante la patina di lustro sulla pseudo-alleanza a Riyadh, tra Obama e re Salman, un risultato divertente è questo: Obama si trova nella stessa posizione sconveniente del Presidente siriano Bashar al-Assad, di Mosca e dei rivoluzionari yemeniti guidati dagli huthi. Tutti sottoposti, in un modo o nell’altro, al modus operandi della diplomazia saudita, il ricatto. Sulla Siria, il gruppo di opposizione filo-saudita, l’alto comitato per i negoziati, ha detto questa settimana, ancora una volta, che uscirà dai colloqui di pace di Ginevra perché il suo ultimatum sulle “dimissioni” di Assad è stato più volte respinto. Il capo negoziatore del governo della Siria Bashar al-Jafari ha condannato l’HNC (noto anche come gruppo di Riyadh) per aver preso in ostaggio il processo di Ginevra con tali richieste massimaliste. Il Viceministro degli Esteri della Russia Sergej Rjabkov criticava aspramente l’HNC per la sua “tattica ricattatoria”. Inoltre, Rjabkov accusava l’HNC di sfruttare le violenze presso Aleppo per minare il traballante cessate il fuoco. L’HNC è una creatura diplomatica dell’Arabia Saudita, creata a Riyadh lo scorso dicembre su istigazione dei governanti sauditi per presentare il fronte politico dei vari gruppi terroristici del cambio di regime. HNC è dominato da Jaysh al-Islam e Ahrar al-Sham, che nominalmente firmarono il cessate il fuoco mediato da Stati Uniti e Russia il 27 febbraio, anche se sono invischiati con gruppi ufficialmente designati terroristici, Jabhat al-Nusra affiliato ad al-Qaida e lo Stato islamico (SIIL). Jaysh al-Islam e Ahrar al-Sham sono finanziati da Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Washington ha dato il suo sostegno politico all’HNC, dominato dai due gruppi terroristici con legami organizzativi con le brigate ufficialmente designate terroristiche. Nel frattempo, nello Yemen, la stessa tattica ricattatoria è presente. I colloqui di pace sarebbero in corso in Quwayt tra, da un lato l’Arabia Saudita e una fazione fedele al deposto fantoccio saudita, il presidente Abdrabuh Mansur Hadi, e dall’altra parte i comitati popolari guidati dagli huthi. Un cessate il fuoco sarebbe entrato in vigore nello Yemen l’11 aprile aprendo la via ai colloqui di pace. Tuttavia, i comitati popolari affermano che i bombardamenti aerei sauditi continuano incessantemente, nonostante la dichiarazione ufficiale del cessate il fuoco. I ribelli respingono le pretese saudite sul loro ritiro dai territori ex-lealisti e di cedere le armi quale precondizione per i negoziati politici. Si sostiene che perciò i raid aerei sauditi continuano, per fare pressione sugli huthi affinché facciano concessioni nei negoziati. In altre parole, ricattare con la minaccia delle violenze. I colloqui dovrebbero riprendere in Quwayt dopo che i ribelli yemeniti avrebbero ricevuto la garanzia dall’inviato delle Nazioni Unite che le forze saudite avrebbero rispettato il cessate il fuoco e desistito dalle violenze. Il modello inconfondibile qui è il ricatto saudita come mezzo per raggiungere obiettivi politici. Ricatto più violenza coercitiva.
Mentre yemeniti, siriani e russi sono ormai esperti della squallida politica saudita, il presidente Obama, vecchio alleato strategico dell’Arabia Saudita, sembra averla subita all’inizio di questa settimana. Sorrisi e strette di mano tra Obama e re Salman a Riyadh non smentiscono la sordida realtà.&NCS_modified=20160421121432&MaxW=640&imageVersion=default&AR-160429841La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo “scambio” di alleanze tra Pakistan e India e la guerra fredda tra Arabia Saudita e Cina

Andrew Korybko, RISS, 19/04/2016Modi-KingNel cambiamento geopolitico in corso, impensabile solo pochi anni fa, Pakistan e India sembrano disposti a “trattare” un’alleanza, “scambiandosi” i partenariati privilegiati con i sauditi e russi, per migliorare la posizione nell’atteggiamento delle loro leadership verso la Cina. Mentre Russia e India sono ancora stretti partner storici e strategici, gli ex-legami fraterni, nonostante le dichiarazioni retoriche e le azioni simboliche dei rispettivi governi, poco a poco si sfilacciano nella situazione geopolitica post-guerra fredda e nel corso della nuova guerra fredda. Ancora più importante, tuttavia, è che gli sforzi evidenti dell’India d’ingraziarsi l’Arabia Saudita sono volti non solo contro il Pakistan, ma anche tacitamente contro la Cina, dimostrando uno dei mutamenti geopolitici più insoliti ed eterodossi della nuova guerra fredda.

Prefazione
La ricerca si propone di non presentare una vasta revisione accademica della storia delle relazioni tra i Paesi in esame, le difficili sfumature dei legami presenti e in via di sviluppo, né una collezione di tutti i fatti e di ogni ultima notizie sugli eventi cui si riferiscono, ma in linea di massima d’aumentare la consapevolezza sugli inconfondibili schemi geopolitici che emergono nel contesto più ampio della nuova guerra fredda. Parlando di rapporti non irreversibili e di molte cose che possono ancora cambiare in questo periodo inedito d’incertezza globale e transizione sistemica, anche se appaiono in modo convincente entrare in una fase in cui ciò sarà sempre più difficile, mentre nuove mentalità strategiche si consolidano divenendo pensiero comune tra i rappresentanti dello Stato profondo (militari, intelligence e diplomatici). Lo scopo non è disprezzare l’India o i suoi cittadini, indicando quel Paese così come la sua capitale non s’intende riferirsi al popolo indiano in generale. In questo testo, ci si riferisce solo all’attuale dirigenza politica indiana, e la stessa regola vale per ciascuno dei Paesi studiati. Tuttavia, il lavoro è nettamente critico verso l’India, che l’autore vede inutilmente flirtare troppo vicino al mondo unipolare per l’istintiva reazione agli imperativi presunti del “contenimento della Cina” e alle “pressioni sul Pakistan” che, in ultima analisi, porterebbero New Delhi, consapevolmente o inconsapevolmente, a diventare un alleato strategico degli USA nella nuova guerra fredda.

Lo “scambio”
Pakistan:
Per riassumere una delle tendenze geopolitiche più dichiaratamente inaspettate oggi, il Pakistan si allontana dall’Arabia Saudita e si avvicina alla Russia mentre l’India fa il contrario. Ad esempio, Islamabad ha rifiutato di unirsi alla coalizione “antiterrorismo” di Riyadh, anche se questo ha portato a una spaccatura tra le classi politiche e militari del Pakistan. L’Arabia Saudita non ha rinunciato al tentativo di corteggiare il Pakistan, tuttavia, dato che l’ultima parola va al comandante delle Forze Armate del Pakistan che potrebbe eventualmente guidare il blocco “antiterrorismo” dei sauditi. Questo “braccio di ferro” tra militari filo-sauditi e governo filo-cinese probabilmente definisce la situazione strategica del Pakistan nel prossimo futuro, ed è molto probabile che Riyadh e l’alleata Washington possano tentare ancora di agitare il calderone del separatismo e del terrorismo in Baluchistan per fare pressione su Islamabad affinché cambi il nuovo indirizzo verso i tradizionali alleati unipolari. Detto questo, come l’autore ha scritto per l’Istituto di studi strategici russo nel settembre 2015, il Pakistan è la “cerniera” dell’integrazione pan-euroasiatica e questa ovvietà geopolitica ha portato ad intensificare i legami tra Islamabad e Mosca, secondo un atteso mutuo beneficio che riceveranno col nesso infrastrutturale multipolare transnazionale nell’Asia centrale-orientale in costruzione da parte della Cina, in conformità alla visione dell’One Belt One Road (OBOR).

India:
L’India procede nella direzione opposta al Pakistan, come si vede sia dalla costante sostituzione della Russia con gli Stati Uniti quale primo fornitore di armi alla recente visita di Modi nella terra di Re Salman. Per espandere l’ampiezza delle nuove relazioni strategiche di New Delhi con Washington, le parti sono in procinto di accettare un “accordo di supporto logistico” che “permetta ai militari di utilizzare le rispettive basi terrestri, aeree e navali per rifornirsi, ripararsi e riposarsi”. In pratica significa che gli Stati Uniti possono impiegare “pretesti plausibilmente segreti per dispiegare forze terrestri, aeree e navali a rotazione, sia a tempo indeterminato che temporaneo (probabilmente decidendo, caso per caso, a seconda della struttura militare in questione e del contesto geopolitico attuale) fino ai confini tibetani e dello Yunan cinesi. Anche se è segno promettente e pragmatico che l’India non abbia optato per partecipare al proposto pattugliamento congiunto del Mar Cinese Meridionale con gli Stati Uniti, è ancora preoccupante che Modi abbia già parlato della cosiddetta “libertà di navigazione” nella regione, comunemente pronunciato quale eufemismo per “contenere la Cina”. Concentrandosi verso l’Arabia Saudita, principale alleato unipolare degli Stati Uniti nella regione araba, il segretario generale nazionale del BJP e i funzionari del governo venivano citati da Reuters vantare nel modo più chiaro che il viaggio del Primo Ministro avesse lo scopo di “accordarsi con il Pakistan” tramite “legami affettivi, economici e strategici per convincere gli amici di Islamabad” nello “sforzo per ‘distaccare’ l’India dal Pakistan”. L’avvicinamento dell’India all’Arabia Saudita non solo è una premessa al semplice desiderio di “fare pressione sul Pakistan”, ma è invece parte di ciò che la dirigenza di Nuova Delhi probabilmente vede quale modo scaltro e preventivo di deviare il potenzialmente imminente pericolo del terrorismo filo-saudita nel Paese dalla maggioranza “di infedeli indù” (come sono spregiativamente visti dagli estremisti islamici). Al-Qaida, sempre legata a importanti personaggi e affaristi sauditi e alla loro “beneficenza”, annunciava nel settembre 2014 che sarebbe entrata nel subcontinente indiano, date le crescenti simpatie pro-SIIL e le tendenze fondamentaliste islamiche insediatesi in Bangladesh da allora, e l’India potrebbe cercare d’ingraziarsi uno dei principali sponsor mondiali del terrorismo internazionale per avere la garanzia che Riyadh faccia tutto il possibile per evitare che queste sue organizzazioni la colpiscano.

La scelta:
Russia e Cina non impongono condizioni ai loro partner o lasciano che le decisioni sovrane d’impegnarsi in relazioni geopolitiche diversificate sminuiscano i legami bilaterali, anche se lo stesso non si può dire per Stati Uniti e Arabia Saudita. Mentre è del tutto possibile per India e Pakistan impegnarsi pragmaticamente e contemporaneamente con vari attori internazionali, Stati Uniti ed Arabia Saudita, così come fecero storicamente con altri prima (in particolare nei casi di Ucraina e Yemen), costringeranno i due Stati dell’Asia meridionale a un falso “aut-aut” traducendosi in risultati a somma zero per i partner respinti. L’India probabilmente sfrutterà il divario della nuova guerra fredda in modo tale che il rapporto degli attori civili, sociali e affaristici con la Russia rimanga intatto, ma il coordinamento geopolitico tra i vertici di Nuova Delhi e Mosca indubbiamente ne soffrirà. Inoltre, se l’India riuscisse ad uscirsene dal suddetto scenario ottimistico mantenendo legami non governativi positivi con la Russia sotto una pesante pressione statunitense, lo sarebbe meramente a causa dell’affinità storica tra le due parti, non replicabile relativo allo spettro completo dei rapporti indo-cinesi. Ciò sarebbe ovviamente influenzato negativamente e l’attuale guerra fredda in corso tra New Delhi e Pechino sulla Grande Regione Oceano Indiano-Asia del Sud potrebbe accelerare e raggiungere livelli possibilmente ostili, soprattutto nel caso in cui l’“accordo di supporto” comporti una presenza militare statunitense (anche se temporanea) ai confini della Cina continentale. L’Arabia Saudita non è in grado di costringere l’India a fare una scelta, ma già cerca di farlo con il Pakistan, alleato da decenni e in cui è radicata l’influenza sul potere istituzionale che coltiva da tempo. Proprio come gli Stati Uniti cercheranno di spingere l’India a scegliere tra essi e la Russia, l’Arabia Saudita cercherà di fare qualcosa di simile costringendo il Pakistan a scegliere tra essa e la Cina. Vi sono alcune ipotesi fondamentali sugli obiettivi per cui tali attori fanno pressione, vale a dire gli statunitensi credono che gli indiani procederanno lungo un definita rotta geopolitica anti-cinese, mentre i sauditi ritengono che i legami pakistano-russi dipendono dalla convergenza verso le infrastrutture dell’One Belt One Road cinese nell’Asia centrale e meridionale. Di conseguenza, gli Stati Uniti non vedono la necessità di affrontare in modo esplicito la grande strategia dell’India verso la Cina, perché è già allineata in sostanza con gli interessi di Washington, mentre l’Arabia Saudita sa di conseguenza che la scelta del Pakistan verso Riyadh o Pechino determinerà l’azione finale verso Mosca.chinese-energyLa guerra fredda sino-saudita
Asia del sud:
Tangenzialmente al tema del cambiamento delle relazioni dell’Arabia Saudita verso India e Pakistan, va apertamente sottolineato che i legami nell’Asia meridionale dei sauditi si basano sui calcoli di Riyadh verso la Cina. Estrapolando dalla grande revisione strategica dell’Asia del Sud e del Corno d’Africa, c’è la guerra fredda tra Arabia Saudita e Cina in questo momento che sembra destinata a trasformarsi in serio fattore geopolitico in futuro. Per chiarire cosa s’intende con questo, è più facile iniziare dalla regione attualmente al centro della scena. Arabia Saudita e Cina sono in competizione sull’influenza in Pakistan e la fedeltà delle d’élite più influenti, militari e politiche, come già descritto. Spostandosi verso il Bangladesh, la Cina ha lavorato duramente per farne uno dei principali partner strategici negli ultimi due decenni, ma l’attuale agitazione politica centrata sul Partito nazionalista del Bangladesh pro-saudita, potrebbe invertire tutto questo se l’opposizione riuscisse a sfruttare gli eventi prendendo il potere. L’ultima area di concorrenza tra i due Paesi sono le Maldive, appena uscite da un periodo molto teso di guerra ibrida che l’autore ha analizzato al momento, ed ora sono più vicine all’Arabia Saudita che alla Cina. Ad esempio, anche se occupano una posizione cruciale lungo la rotta marittima dell’OBOR della Cina, le Maldive sono ormai parte della coalizione “antiterrorismo” dei sauditi e le due parti hanno deciso di aumentare i “legami religiosi”, tipicamente un’espressione che denota il proselitismo istituzionalizzato del violento wahhabismo saudita.

Corno d’Africa:
Qui la Cina collabora strettamente con l’Etiopia, l’economia in più rapida crescita al mondo e che dovrebbe presto divenire il leader continentale. Al centro della visione dell’OBOR c’è la convinzione che la Cina acquisisca l’accesso a nuovi mercati e sbocchi per gli investimenti sostenendone crescita e stabilità interna. L’Etiopia occupa un ruolo importante in questa strategia ed è essenziale che la Cina ne sfrutti il potenziale, spiegando perché la costruzione della ferrovia Etiopia-Gibuti si completerà molto presto. Completando questo imperativo geo-economico, appare anche la prima base militare all’estero a Gibuti, consentendole di esercitare una doppia influenza sulle rotte marittime di Bab-al-Mandeb e sul cuore etiope del Corno d’Africa. Parallelamente a ciò, i sauditi e il blocco militare del GCC che sovrintendono si muovono in questa regione apparentemente con il pretesto del supporto logistico per la guerra in Yemen. Un rapporto delle Nazioni Unite dell’ottobre 2015 documentava come “l’Eritrea abbia forgiato una nuova relazione strategica militare con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti permettendo alla coalizione saudita di usare suolo, spazio aereo e acque territoriali per la campagna anti-huthi nello Yemen“, e come “soldati eritrei fossero integrati nel contingente delle forze degli Emirati Arabi Uniti che combattono su suolo yemenita”. L’autore ha accuratamente analizzato cosa significhi tale sviluppo sull’equilibrio militare tra Eritrea e il rivale etiope, concludendo che il CCG potrebbe utilizzare il territorio del nuovo alleato come trampolino di lancio per un’influenza asimmetrica sull’Etiopia. Inoltre, il Qatar ha già truppe in Eritrea e Gibuti nel quadro del meccanismo di mediazione dei conflitti delle Nazioni Unite, mentre l’Arabia Saudita è in procinto di aprire una base, con supposta coincidenza con quella della Cina. Un altro sviluppo chiave da considerare è come gli Emirati Arabi Uniti siano presumibilmente interessati a una struttura militare sul Golfo di Aden, nella regione del Somaliland. Complessivamente, è evidente che un modello riconoscibile emerge, il GCC accerchia costantemente l’alleato etiope della Cina, ed inteso che ciò avvenga o meno, è molto probabile che un dilemma sulla sicurezza tra le due parti scoppi mentre puntellano l’influenza lungo il Mar Rosso e l’entroterra del Corno d’Africa. L’Etiopia è parte integrante della visione globale della Cina e ha un ruolo insostituibile essendo geograficamente un conveniente intermediario per le imprese cinesi in Africa, usandone la posizione vantaggiosa per facilitare l’interazione con i mercati europei ed asiatici attraverso l’accesso marittimo che acquisiranno con la ferroviaria Etiopia-Gibuti. Al contrario, gli Stati Uniti riconoscono tale enorme importanza ed è probabile che inviteranno gli alleati del CCG a fare pressione contro gli interessi cinesi per sovvertire i vantaggi geo-economici di Pechino. Questo potrebbe assumere la forma di Qatar ed Eritrea collegati al gruppo terroristico al-Shabab, utilizzando l’organizzazione militante quale leva per avere un’influenza destabilizzante contro l’Etiopia, in particolare orientando la parte nord-occidentale della regione somala di quest’ultima attraverso cui la ferroviaria Etiopia-Gibuti dovrebbe passare. Inoltre, anche se il GCC fornisce solo un supporto strategico al nuovo alleato del Mar Rosso (o illegalmente eludendo le sanzioni del Consiglio di sicurezza sil trasporto di armamenti), allora potrebbe lanciare una corsa per procura agli armamenti con la Cina, che sarebbe costretta ad incrementare le capacità dell’Etiopia per compensare l’imprevisto squilibrio militare dell’alleato verso l’Eritrea. E’ rilevante ricordare che l’Etiopia realmente immagina di giocare un ruolo importante nella rete infrastrutturale dell’OBOR, e che l’apertura della Cina della sua prima base militare estera a Gibuti è parzialmente dovuta alla sicurezza strategica del partner e alla supervisione del terminale della ferrovia Etiopia-Gibuti. Allo stesso modo, solo questo da agli Stati Uniti una motivazione ancora più grande nel cercare di compensare i piani del rivale, laddove il ruolo del GCC a guida saudita e relativo dispiegamento militare nel Corno d’Africa entrano in gioco. In relazione a ciò, non è un caso che Gibuti e Somalia aderiscano alla coalizione “antiterrorismo” dei sauditi, e mentre è dubbio che Gibuti faccia di tutto per distruggere l’enorme vantaggio che si aspetta di trarre dalla cooperazione con la Cina, lo stesso non si può dire per Mogadiscio nel raccordarsi con il blocco. La Somalia potrebbe non opporsi a che il suo territorio sia utilizzato per la destabilizzazione asimmetrica dell’Etiopia, soprattutto se si considera che gli alleati del GCC e l’estremista Stato della Turchia aprono basi nella capitale locale.Djibouti-Addis_Ababa-railroad-map-lgIndia e Pakistan nel processo geopolitico della nuova guerra fredda
La ricerca ha sostenuto fino a questo punto che gli Stati dell’Asia meridionale dell’India e del Pakistan si muovono in direzioni geopolitiche contrapposte, con Nuova Delhi e Islamabad che “scambiano” i tradizionali alleati russi e sauditi tra calcoli divergenti sull’atteggiamento verso la Cina. Il Pakistan è favorevole alla Cina e intensifica quindi le relazioni con la Russia in conformità alle motivazioni multipolari che ne guidano le relazioni verso Pechino, mentre l’India si oppone alla Cina e fa lo stesso con l’Arabia Saudita per animosità nei confronti di Islamabad e Pechino. E’ quest’ultimo aspetto della collaborazione emergente dell’India con l’Arabia Saudita ivolto contro la Cina che va ancora elaborato, quindi la prossima sezione descrive i principi geopolitici che guidano tale mossa e viceversa, catapultandone il significato multipolare globale del Pakistan su livelli ancora più alti di quanto siano mai stati prima.

Entra l’India:
Così com’è, l’India è pronta a svolgere un ruolo decisivo nell’emergente guerra fredda saudita-cinese e la visita di Modi nel Regno saudita va vista in questo contesto. Ricordando l’analisi precedente sulla rivalità tra Riyadh e Pechino dal Mar Rosso al Bengala, è ovvio in che modo l’inserimento dell’India in tale tesa equazione geopolitica possa cambiare a favore del mondo unipolare. Infatti, mentre l’India è sempre più dinamica nel proiettare i propri interessi marittimi, la complementarità strategica anti-cinese con l’Arabia Saudita (soprattutto sovrapponendosi nelle Maldive) alla fine metterebbe a repentaglio la libertà di navigazione da cui la Cina dipende nel proiettare la componente marittima dell’OBOR quale realtà realizzabile. Anche se non è previsto che la “coalizione” saudita-indiana possa mai chiudere queste rotte del tutto, dal punto di vista cinese tale partnership strategica potrebbe certamente rappresentare un avversario temibile in quanto relativo alla proverbiale “linea di fuoco” sui campi di battaglia di Bangladesh e Maldive. Qualora sauditi e indiani riuscissero a espellere questi due Paesi dall’orbita pragmatica della Cina, al punto che i progetti infrastrutturali pertinenti dell’OBOR ne siano negativamente influenzati, ciò complicherebbe gli sforzi della Cina nel creare affidabili linee di comunicazione marittime, quindi indebolendo l’affidabilità dell’accesso economico marittimo in Europa e Africa orientale. Conseguenza strutturale di tale sviluppo sarebbe una Cina inversamente dipendente dalla parte continentale della strategia della Nuova Via della Seta, che potrebbe quindi essere sproporzionatamente influenzata se Stati Uniti e alleati riuscissero ad innescare una serie di guerre ibride in Asia centrale.

L’alleanza del Rimland:
Mettendo le potenziali alleanze strategiche dell’India con Stati Uniti e/o Arabia Saudita nella prospettiva globale, Nuova Delhi essenzialmente sigillerebbe la maggior parte del Rimland eurasiatico quale parte integrante della nascente alleanza supercontinentale di Washington contro Russia e Cina. In questo momento, gli Stati Uniti cercano di costruire una coalizione “Miezymorze” di Stati anti-russi in Europa orientale che si colleghi con la Turchia di Erdogan e sia prossimo al lavoro strategico del CCG a guida saudita. Dall’altra parte dell’Eurasia, gli Stati Uniti si propongono di portare Giappone e Corea del Sud nel meccanismo di coordinamento militare apparentemente diretto contro la “Corea del Nord”, ma ovviamente dalla doppia funzione non dichiarata anticinese. Ampliando il ruolo del Giappone, lo Stato insulare diverrebbe per gli Stati Uniti il principale partner “eterodiretto” per riunire i teatri nord-est e sud-est asiatici in un grande ‘fronte di contenimento’ anti-cinese basato sui Paesi membri del TPP, dell’ASEAN e delle Filippine, ampliando la coalizione strategica del blocco economico guidato dagli Stati Uniti. Tra questi blocchi eurasiatico occidentale, mediorientale e orientale si piazza l’India che potrebbe forse giocare il ruolo fondamentale colmando il vuoto geografico tra gli alleati degli Stati Uniti GCC e Giappone-ASEAN. Tutto sommato, l’India è parte integrante della persistente alleanza del Rimland, motivo per cui è così aggressivamente corteggiata dagli Stati Uniti.

Il perno del Pakistan:
La possibilità che l’India possa unirsi strategicamente alle forze del mondo unipolare schierandosi con Stati Uniti e/o Arabia Saudita (entrambi raggiungerebbero i medesimi fini strutturali nei confronti dell’alleanza del Rimland) non sfugge a Russia e Cina che corrispondentemente reagiscono consolidando i rapporti con il Pakistan per pura necessità geopolitica. L’Iran è anche importante per entrambe le ancore eurasiatiche multipolari, ma a differenza del Pakistan, l’ex-Persia è circondata strategicamente dai sauditi e dalla loro settaria coalizione “antiterrorismo” che potrebbe prevedibilmente essere usata contro di essa, come misura non convenzionale di “contenimento”. Anche se esiste ancora una moltitudine di opportunità multipolari vantaggiose per l’Iran a cui Russia e Cina possono realisticamente attingere, resta lo scomodo fatto geostrategico che il Paese è una potenza continentale e che la maggior parte del suo potenziale marittimo (fatta eccezione per il porto indiano a Chabahar) dipende dalla Stretto di Hormuz e di conseguenza è soggetta a potenziale ostruzione da GCC e Stati Uniti similmente (anche se meno intensamente) allo Stretto di Malacca. Per non sbagliarsi, l’autore non respinge l’importanza dell’Iran per l’ordine mondiale multipolare emergente, il Paese ha un notevole peso strategico, ma ciò va temperato con una valutazione realistica dei limiti geografici. Il Pakistan, d’altra parte, è l’ultimo Stato-perno eurasiatico nella visione dell’OBOR della Cina, dato che esso solo può “connettere” i diversi blocchi economici che lo circondano collegando direttamente gli interessi di Russia e Cina. E’ vero che gli interessi economici continentali di Mosca e Pechino si intersecano anche con quelli di Teheran, ma quelli dello Stato orientale devono prima transitare per l’Asia centrale, per arrivare. Contando la possibilità molto reale che gli Stati Uniti cerchino d’inscenare una qualche guerra ibrida per interromperla nel prossimo futuro, forse innescata dall’inevitabile passaggio di Islam Karimov, il “Gheddafi uzbeko” che è riuscito miracolosamente ad unificare i vari clan del Paese, potendo proiettate la destabilizzazione dell’Asia centrale per ostacolare i piani della Cina per collegarsi economicamente direttamente con l’Iran. D’altra parte, il Pakistan, essendo un medesimo obiettivo, è assai meglio abituato a trattare con tali minacce grazie all’esperienza agguerrita del periodo post-11/9 e inoltre i progetti infrastrutturali russo-cino-pakistani attraverserebbero un Paese relativamente stabile e assai meno minacciato del Kazakhstan.7894Il Piano per spezzare il contenimento:
Gli assi militari-strategici congiunti Russia-Kazakistan e Cina-Pakistan che si uniscono sul porto Dzungarian sono abbastanza forti per creare un corridoio di sviluppo affidabile in Eurasia irrompendo tra l’Alleanza del Rimland dalla fondamentale porzione pakistana. Il Pakistan è assolutamente essenziale per Russia e Cina per avere accesso all’Oceano Indiano non unipolarmente influenzato, divenendo tanto più importante in quanto gli Stati Uniti stringono progressivamente il cappio del “contenimento” intorno alle rispettive periferie eurasiatiche occidentale ed orientale. La potenziale integrazione dell’India nell’alleanza del Rimland tramite la cooperazione con l’asse strategico USA-Arabia Saudita aumenta solo l’importanza del perno pakistano di Mosca e la pianificazione a lungo termine di Pechino, e il flirt di Nuova Delhi con il blocco unipolare inconsapevolmente accelera il compimento del medesimo corridoio di sviluppo che idealmente si desidera demolire. Può quindi essere osservato che la reazione permalosa dell’India al corridoio economico tra Cina e Pakistan e le successive puntate sull’asse strategico USA-Arabia Saudita possono realmente innescare un massiccio dilemma sulla sicurezza, se non l’hanno già fatto, con Brasile e Sud Africa che già affrontano le pressioni dagli Stati Uniti con il “colpo di Stato costituzionale”, la “defezione” dell’India presso le forze unipolari certamente significherebbe la fine dei BRICS e la sua riduzione al nucleo russo-cinese originale.

Conclusioni
La nuova guerra fredda, anche se ancora all’inizio, è già colma di incredibili giravolte, con la riunificazione della Crimea alla Russia o con l’intervento antiterrorismo in Siria della Russia. Sul fronte negativo, tuttavia, gli USA affermano una pesante influenza senza precedenti sulla maggior parte dell’Ucraina, mettendola contro la Russia, oltre a fare passi decisi nel “braccare” gli Stati strategici con le disposizioni restrittive del TPP per allontanarli dalla Cina. Con la guerra per procura globale in corso tra mondo unipolare e mondo multipolare, le due parti lottano per minare l’altra, e allo stesso tempo competono per la lealtà degli “Stati” neutrali ai margini. E’ in quest’ultima dinamica che l’India potrebbe svolgere un ruolo decisivo, in quanto impegnata con la multipolarità istituzionale ed economica (BRICS), deve ancora impegnarsi pienamente ad abbracciare gli aspetti geopolitici di questa responsabilità. Nel tentativo di stare ai margini il più a lungo possibile, ma facendo assai pubblicizzati passi geopolitici verso il mondo unipolare, l’India suscita presso gli alleati eurasiatici l’ansia che non sia completamente sincera nei dichiarati impegni multipolari, potendo “capovolgersi” verso gli Stati Uniti secondo il paradigma del cambio seguito dalla Cina negli anni ’70. Avvicinandosi all’asse strategico USA-Arabia Saudita, nel momento preciso in cui i due membri principali conducono azioni per procura contro Russia e Cina nel contesto della nuova guerra fredda, l’attività dell’India ispira sospetti fondati presso coloro che sostiene essere i suoi partner multipolari e legittima pienamente le loro nuove relazioni strategiche con il Pakistan. Il rimpianto che l’autore prevede, se l’attuale rotta geopolitica di Nuova Delhi continua a procedere a ritmo sostenuto, è l’India che potrebbe decidere di mutare gioco volgendo le spalle al mondo multipolare schierandosi con Stati Uniti e Arabia Saudita per grettezza mentale verso Pakistan e Cina, facendo tragicamente crollare le decennali relazioni con la Russia.Screen-Shot-2015-06-05-at-13.21.49Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.255 follower