Una partnership imprevista: Germania nazista e Repubblica cinese

Norton Yeung, War History online, 31 marzo 2016

Chiang_Wei-kuo_Nazi_1htlgMEbGuardate queste foto, un ufficiale nazista e truppe della Wehrmacht, giusto? Sbagliato. Un rapido sguardo non ingannerebbe gli appassionati di storia militare. Si verrebbe perdonati pensando che si tratti dell’esercito imperiale giapponese (IJA) addestrato dai tedeschi. Ma non c’è nulla di più lontano dalla verità, infatti sono soldati dell’Esercito Nazionale Rivoluzionario (NRA) cinese addestrati dai nazisti, destinati a combattere gli invasori giapponesi. L’ufficiale della Wehrmacht è Chiang Wei-Kuo, figlio adottivo del generalissimo Chiang Kai-shek. Chiang Wei-Kuo comandò un panzer tedesco durante l’Anschluss, venendo promosso tenente della Wehrmacht in previsione del Fall Weiss, prima di essere richiamato in Cina. Come è possibile che il figlio di un capo di Stato alleato della Seconda Guerra Mondiale fosse dal lato sbagliato della guerra, vi chiederete? Sappiamo tutti che la Cina fu la ‘prima a combattere’ il Giappone imperiale nel 1931, quando la Manciuria fu annessa formando il Manchukuo fantoccio del Giappone, solo per essere seguita dall’invasione del 1937. Di fronte a un nemico di gran lunga superiore tecnologicamente ed organizzativamente, con un’economia da guerra industrializzata, la Cina cercò naturalmente aiuto militare estero da chiunque fosse disponibile. Ironia della sorte, uno di questi partner fu la Germania nazista, il prossimo alleato del Giappone.
Il supporto nazista fu motivato da due ragioni: la necessità economica delle materie prime della Cina e l’anticomunismo del partito nazionalista di Chiang Kai-shek, o Kuomintang (KMT). Assai sorprendentemente, personalmente Hitler non considerò mai cinesi o giapponesi inferiori, escludendo i cinesi dall’antagonismo razziale nazista nelle relazioni con l’estero. Tale partnership inaspettata tra Germania e KMT in realtà precedette l’ascesa di Wang_and_NazisHitler al potere nel 1933. Dopo che il governo cinese di Beiyang dichiarò guerra alla Germania imperiale nel 1917, la cooperazione cino-tedesca si stabilì dopo la sconfitta tedesca. Se la Cina in realtà non combatté mai contro la Germania (contribuì con manodopera cinese per gli alleati con il Corpo del Lavoro cinese), oltre al fatto che la Germania di Weimar rinunciò alle rivendicazioni territoriali in Cina, la partnership rinnovata uscì dalla prima guerra mondiale in gran parte indenne. Con la firma del trattato di pace cino-tedesco nel 1921, furono poste le basi per la cooperazione: la Cina offrì accesso alle materie prime necessarie per la ricostruzione tedesca del dopoguerra, mentre la Germania di Weimar offrì materiale moderno e consulenza militare a una Cina minacciata. Nel mercato redditizio della guerra civile cinese tra signori della guerra, la Germania aveva un vantaggio. A differenza dell’altro importante sostenitore estero del KMT prima di Pearl Harbour, l’URSS, la Germania di Weimar non aveva alcuna agenda politica. Mentre i sovietici usarono l’assistenza militare per inserire politicamente i compagni del Partito Comunista Cinese (PCC) nel KMT, i tedeschi erano inizialmente interessati ad affari e anticomunismo, essendo stati privati della capacità o volontà d’imporre piani imperiali alla Cina. Attraverso ufficiali del KMT istruiti dai tedeschi come Chu Chia-hua, soldati di ventura come Max Bauer furono reclutati dalla Cina negli anni di Weimar, evitando il divieto sugli investimenti militari stranieri del Trattato con la Germania. Per lo più gli ufficiali della prima guerra mondiale, che condividevano i sentimenti anticomunisti con la fazione di destra del KMT guidata da Chiang Kai-shek (Bauer fu personalmente coinvolto nel putsch di Kapp), erano più che felici di consigliare il KMT. La famosa Whampoa Military Academy, equivalente cinese di Sandhurst/West Point, fu notevolmente rafforzata alla fine degli anni ’20 nell’intelligence e nell’addestramento militari da 20 alti ufficiali tedeschi reclutati da Bauer. Lo sviluppo delle infrastrutture industriali del KMT avvenne sotto la guida tedesca. La presenza di personale fu accoppiata alle esportazioni clandestine di armi tedesche, pari a oltre il 50% delle importazioni di armi della Cina nel 1925, mentre i vincitori democratici della Prima guerra mondiale esclusero la Germania dall’embargo sulle armi contro la Cina nel 1919. Alla vittoria nazista nelle elezioni del 1932 in Germania e successiva presa del potere di Hitler, i legami cino-tedeschi si rafforzarono con la rimozione degli obblighi della neutralità di Weimar. Su invito di Chiang, i fanatici della Hitlerjugend visitarono anche la Cina.
Seekt Hans von Seeckt, il generale responsabile delle vittorie sul fronte orientale del maresciallo von Mackensen, fu inviato come consigliere di Chiang nella lotta al PCC. Il suo ‘Piano delle 80 divisioni’ era la chiave per sostenere una piccola ma altamente centralizzata, mobile e ben attrezzata forza modernizzata, contrariamente alla maggior parte degli eserciti delle fazioni cinesi contemporanee. Adottando le idee tedesche, come la formazione di brigate di élite e l’eliminazione del regionalismo tra le diverse divisioni, i metodi di von Seeckt si materializzarono parzialmente nelle otto divisioni d’élite del KMT addestrate dai tedeschi (80000 uomini), tra cui la famosa 88.ma, destinate ad opporre la più feroce resistenza all’IJA nella famosa difesa dei magazzini Sihang di Shanghai. Alexander von Falkenhausen, comandante appena pensionato della scuola di fanteria di Dresda, fu incaricato di attuare il piano di von Seeckt. Von Falkenhausen ridimensionò l’ambiziosa visione di von Seeckt adattandosi alle capacità industriali limitate della Cina, che secondo von Seeckt era obsoleta all’80%, nel 1930, per una moderna produzione militare. Invece di 80 divisioni complete, von Falkenhausen spinse per la costruzione di una piccola forza mobile sufficientemente specializzata in armi tattiche di piccolo calibro, similmente alle Sturmtruppen della fine della Prima guerra mondiale, col compito d’infiltrarsi. Per tutto il tempo, la modernizzazione delle armi fu accelerata. Fu revisionato l’arsenale di Hanyang per la produzione di armi Maxim, tanto necessarie per il tiro di supporto automatico, così come il fucile Tipo 24 Chiang Kai-shek (copia del Mauser M1924, antenato della carabina 98K), mentre nuovi stabilimenti furono istituiti per la produzione di moderne attrezzature progettate dai tedeschi, come le MG-34 e anche qualche autoblindo che la Cina acquistò dal Reich. Fu ordinata l’importazione di armi, tra cui i caratteristici elmetti M35 e le pistole automatiche Mauser C96 Broomhandle così come artiglieria fabbricata da Rheinmetall e Krupp fu ordinata in grandi quantità per integrare la produzione locale.
3905 Von Falkenhausen consigliò Chiang di scatenare una guerra di logoramento contro i giapponesi, ritirandosi lentamente dal nord della Cina, evitando di attaccare a nord del Fiume Giallo. Sostenne le tattiche d’infiltrazione della guerriglia per completare l’approccio della difesa in profondità, rendendo costosa ai giapponesi ogni avanzata. Certamente, Chiang l’ascoltò e l’avanzata giapponese fu rallentata per mesi prima della caduta di Nanchino, permettendo al governo del KMT di spostare forze e industria bellica nell’interno del Sichuan. Ancora più importante, le riuscite azioni dilatorie prima della Seconda Battaglia di Shanghai e della Battaglia di Nanchino, infine, dimostrarono che l’NRA poteva rispondere ai giapponesi più tecnologicamente e organizzativamente avanzati. L’ultima ammirevole resistenza di Shanghai, per 76 giorni, nonostante le pesanti perdite, sollevò il morale cinese continuando la lotta, portando alle famose vittorie di Taierzhuang nel 1938, contro la fanteria giapponese supportata da blindati, e a Suixian-Zaoyang nel 1939, molto prima delle prime vittorie degli alleati occidentali o anche dello scoppio della guerra europea. Quindi la decisione di Chiang Kai-shek d’inviare Wei-Kuo ad istruirsi nella Wehrmacht non dovrebbe sorprendere. In effetti, i legami personali di Chiang con la Germania erano tali che, anche dopo lo scoppio della guerra cino-giapponese del 1937, una significativa ambasciata cinese rimase a Berlino, chiedendo il ripristino integrale dei rapporti nazi-cinesi nonostante il Patto di non aggressione cino-sovietico. Quando furono finalmente richiamati, von Falkenhausen e colleghi consiglieri tedeschi promisero di non condividere alcuna informazione sui piani di guerra cinesi con i nuovi alleati giapponesi. Quando il Patto tripartito del 1941 formalizzò l’asse Germania-Italia-Giappone, l’aiuto tedesco alla Cina cessò completamente, ma le basi militari che la partnership pose contribuirono alla vittoria finale cinese. Von Falkenhausen, da parte sua, mantenne la parola e continuò a scrivere a Chiang, scambiandosi doni anche molto tempo dopo la fine della guerra.Jo5eORO

Riferimenti
Kennedy, M., Il dimenticato Corpo del lavoro cinese della Prima guerra mondiale viene riconosciuto infine
Kirby, WC, Germania e Cina repubblicana, 1984, Stanford University Press.
Sawyers, M., La partecipazione del Soccorso unito cinese al Fondo Nazionale di Guerra degli Stati Uniti d’America
Taipei Times, Il generale nazionalista Sun Yuan-liang muore a 103 anni
Wikipedia, Alexander von Falkenhausen
Wikipedia, Chiang Wei-Kuo
Wikipedia, Ariani onorari
Wikipedia, Esercito Nazionale Rivoluzionario

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L'”incidente di Mukden”

Bruno Birolli, Fascinant Japon

La seconda guerra mondiale in Asia iniziò non a Pearl Harbor, ma dieci anni e tre mesi prima, in Manciuria, a Mukden, oggi Shenyang, nella notte del 18 e 19 settembre 1931. Evento decisivo nella storia del 20° secolo, oggi dimenticato. Eppure impressionò il contemporaneo Hergé che ne fece il centro dell’intrigo dell’albo di Tintin, Il Loto Blu.000Il piccolo corpo d’armata giapponese, l’armata del Kwantung, deve il suo nome al territorio del Kwantung, o Guandong in cinese moderno, Kanto in giapponese, nella penisola di Lioadong, dove si trova Dalian e un nome noto nei primi anni del 20° secolo: Port Arthur, la base navale russa conquistata dai giapponesi dopo un assedio estenuante nella guerra russo-giapponese (1904-1905). E’ la lontananza dell’arcipelago motivo per cui l’armata del Kwantung, nonostante il piccolo stato maggiore, divenne vivaio di cospiratori e matrice del fascismo giapponese.

Contesto storico
Il problema che affrontò il Giappone dopo la vittoria sulla Russia nel 1905, è che la sua presenza nel continente rimase fragile. In virtù del trattato di Portsmouth, il Giappone recuperò solo i diritti acquisiti dalla Russia in Manciuria. Una volta che tali diritti decaddero, nel 1923, il Giappone doveva abbandonare ciò per cui aveva combattuto e vinto al prezzo di 130000 morti. Posando da protettori della Cina, bloccando ogni tentativo di smembramento coloniale del Regno di Mezzo come fecero gli europei in Africa, gli Stati Uniti furono gli intermediari che a Portsmouth chiesero ed ottennero che il Giappone rinunciasse alle ambizioni in Manciuria. I semi della Guerra del Pacifico vennero gettati. Le tensioni non smisero di crescere tra Giappone e Stati Uniti. La sfida era in Cina. La conclusione del lento cumularsi di risentimenti, sospetti, incomprensioni e rivalità esplose a Pearl Harbour nel dicembre 1941. Ma nel tardo 19° secolo, conquistare il nord della Cina era considerato prioritario dagli strateghi giapponesi. Vedendo nelle province del nord-est della Cina il baluardo necessario per controllate la Corea, il cui possesso bloccava lo stretto di Tsushima e metteva l’arcipelago al riparo dalle invasioni. Nel 1895 questo fu il motivo della prima guerra cino-giapponese. Il Giappone poi conquistò la penisola del Lioadong. Col Trattato di Shimonoseki la Cina cedette territori al Giappone. Ma l’intervento vigoroso della Russia, sostenuta da Germania e Francia, costrinse l’esercito imperiale ad evacuare Port Arthur. Nel 1898, in cambio del sostegno di Mosca, Pechino cedette alla flotta russa la base navale di Port Arthur. Il Giappone ritenne l’alleanza russo-cinese volta a indebolirlo e privarlo dello status di grande potenza per, infine, ridurlo in schiavitù. Come si vide, gli eventi accelerarono di molto. Con ciascuna di tale manovre, come nel gioco del Go, l’occidente cessò di essere il modello di modernità e divenne l’usurpatore delle vittorie del Giappone. Il timore di vedere l’arcipelago schiacciato arrivò a suscitare una mentalità da assedio. Il primo nemico fu la Russia, da cui la guerra russo-giapponese. E dal 1905 gli Stati Uniti. L’idea di conquistare la Manciuria divenne urgente presso certi ambienti per allentare la pressione. Nel 1915, approfittando degli europei impantanati nella guerra in Europa e dello status di alleato di Francia e Gran Bretagna, il governo conservatore tentò la fortuna con le famose “Ventuno domande” che posero la Cina sotto il protettorato giapponese di fatto. Anche in questo caso gli Stati Uniti s’interposero. Il tentativo di mettere sotto protettorato la Cina fallì. Ma il Giappone non rimase a mani vuote: il contratto di affitto del Kwantung fu esteso fino al 1997. Parziale vittoria per il Giappone? O disastrosa sconfitta come sostennero le fazioni più radicali.Kwantung_territory_China_1921L’armata del Kwantung
Nei primi anni ’20 l’armata del Kwantung era una piccola forza. Se la flotta giapponese aveva il diritto di ancorare le navi a Port Arthur, i trattati internazionali limitavano la presenza dei soldati giapponesi a 10000 uomini. D’altra parte, gli stessi trattati internazionali proibivano le armi offensive: artiglieria pesante, aviazione, blindati… La missione era pattugliare un corridoio di 1 km lungo la ferrovia, la cui concessione fu strappata alla Russia nel 1905, da Port Arthur, a Dalian dopo 40 chilometri per unirsi ad Harbin al ramo manciuriano della Transiberiana. L’armata del Kwantung era quindi una forza di polizia per vigilare sulla sicurezza della rete ferroviaria minacciata dalle bande di saccheggiatori che sciamavano nell’immensa Manciuria attaccando i convogli. La Manciuria era quindi una sorta di “Wild West” asiatico popolato da nomadi, pastori, banditi, trafficanti di oppio mongoli, manciù e cinesi. Le sue forze erano composte da una divisione di fanteria sostituita ogni quattro anni. Gli ufficiali godevano di condizioni di vita lussuose a Dalian e Port Arthur, in cui aveva sede il quartier generale dell’armata del Kwantung, edificio che esiste ancora. I bilanci erano arrotondati con confortevoli diarie, le più alte dell’esercito imperiale. E soprattutto gli ufficiali avevano una libertà di manovra sconosciuta nelle caserme dell’arcipelago, dove la gerarchia era greve. Nel Kwantung militari e amministratori erano liberi di agire a piacimento. Il cambio del personale permanente ebbe effetti perversi, creando nell’esercito imperiale lo “spirito della Manciuria” che si fuse con la convinzione che la Manciuria andasse conquistata con la forza, bypassando l’accordo di Tokyo.Japanese skull regiment 1933La rivolta degli ufficiali
Due eventi accelerarono la rottura dell’armata del Kwangtung con le autorità del governo civile. Il primo fu la rapida democratizzazione vissuta dal Giappone alla morte dell’imperatore Meiji nel 1912, denominata “democrazia Taisho” dal nome del figlio di Meiji e padre del futuro imperatore Hirohito. Il riconoscimento dei sindacati, la legalizzazione del Partito Socialista, l’estensione del diritto di voto universale agli uomini, al fine di concedere il diritto di voto alle donne… il Giappone seguiva l’ondata di liberalizzazione nel mondo che usciva dalla prima guerra mondiale. Ma i liberali erano anche i sostenitori del disarmo. Il Giappone era uno dei cinque fondatori della Società delle Nazioni, precursore delle Nazioni Unite, creata dopo la prima guerra mondiale. E per i liberali, la sicurezza del Giappone non passava più attraverso la costituzione di un forte esercito, ossessione di Meiji, ma con la firma di accordi con le maggiori potenze. Già indignato dall’occidentalizzazione dei costumi in cui vide la rinuncia allo spirito guerriero dei samurai, l’esercito imperiale veniva colpito al cuore con la riduzione degli effettivi. Per motivi di bilancio, la difesa copriva il 30% del bilancio dello Stato, e politico, l’allineamento politico con Paesi importanti come Stati Uniti, Francia e Regno Unito che smobilitavano. Ad aggravare il senso di tradimento dell’élite giapponese, la resa dei beni giapponesi in Manciuria fu presa in considerazione a Tokyo per rilassare le relazioni con la Cina, che non riconobbe né il trattato di Portsmouth, né l’accordo Giappone-USA sulle “Ventuno domande”. L’altro evento decisivo fu la scomparsa degli uomini di Meiji a capo delle Forze armate. Obbedienti e spesso giunti ai vertici grazie più alla lealtà che alla competenza, conobbero la guerra civile e le battaglie per la restaurazione Meiji nel 1860-70; ora morivano uno dopo l’altro. L’ultimo a scomparire fu il maresciallo Aritomo Yamagata, il padre dell’esercito Meiji, nel 1922. Questo passaggio di generazioni mutò la presa dei clan vincitori della restaurazione Meiji, i clan di Satsuma e Choshu, e fece avanzare i giovani dei clan sconfitti originari delle provincia a nord di Tokyo, Tohoku. Assai meno rispettosi dell’ordine stabilito, se non addirittura in rivolta verso di esso, da cui si sentivano esclusi poiché il mondo economico gli era precluso, entrarono nell’esercito come cadetti all’età di dodici anni, sul modello dell’esercito di Bismark, riferimento nella costruzione dell’esercito imperiale giapponese. Per Ishiwara e Itagaki, e probabilmente per gli altri ufficiali giapponesi, tale tuffo brutale nell’universo rigidamente disciplinato delle scuole militari segnò la fine dell’infanzia, rimanendo un trauma che non riuscirono a superare completamente, come mostrano i testi che lasciarono. Soprannominati “giovani ufficiali”, perché al massimo erano colonnelli, ebbero dal 1920 responsabilità gerarchiche sempre più importanti. Un primo tentativo di conquistare con le armi la Manciuria si ebbe nel 1928, quando una bomba fu posta sotto il treno di Chang Tso-lin (Zhang Zuolin), il signore della guerra della Manciuria ancora “cliente” del Giappone. Il cervello dell’attentato fu il colonnello Daisaku Komoto. Komoto sperava che per vendicare il padre ucciso dall’esplosione, il figlio di Chang Tso-lin, Chang Hsue-liang (Zhang Xueliang) lanciasse le sue truppe all’assalto del Kwantung, fornendo il pretesto per invasione della Manciuria. Ma quest’ultimo, consapevole della trappola tesa e dell’impreparazione dell’esercito cinese, si limitò alle denunce verbali. Komoto fu sollevato dell’incarico senza essere processato per tale atto di terrorismo. Per paura della reazione ostile dell’esercito imperiale, fu costretto a lasciare l’esercito in sordina.

I protagonisti
744637 Una nuova cospirazione fu avviata, più forte. Il cervello del nuovo complotto era il colonnello Tetsuzan Nagata, che raccolse intorno a sé nomi che resteranno nella storia, perché saranno tutti processati e giustiziati dagli Alleati dopo il 1945, Hideki Tojo, Tomoyuki Yamashita che s’illustrerà conquistando Malesia e Singapore nei primi mesi del 1942, Kenji Doihara, uomo dei servizi segreti giapponesi, Seishiro Itagaki e Kanji Ishiwara il cui ruolo fu cruciale per il successo dell’invasione. Tali incontri furono clandestini. Nell’organizzazione politica istituita da Meiji era infatti vietato agli ufficiali incontrarsi per discutere di questioni politiche o militari. Solo i consulenti diretti dell’imperatore avevano tale privilegio. Ma alla fine degli anni ’20, le regole imposte da Meiji furono spazzate via dalla rivolta degli ufficiali infuriati dal mutare della società giapponese e dalla politica del disarmo. Ishiwara e Itagaki furono inviati da Nagata a sostituire Komoto a Port Arthur. Questo tandem provocò la guerra. Ishiwara fu responsabile della pianificazione dell’invasione. La funzione di Itagaki, teoricamente superiore di Ishiwara, era “politica”: avere contatti nell’esercito imperiale affinché il complotto fosse supportato e si preparasse l’amministrazione della Manciuria, una volta conquistata. Si sa dagli scritti di Ishiwara quali fossero le motivazioni di questi due ufficiali. Avviare la guerra in Manciuria non solo puntava a conquistare lo spazio considerato vitale per la difesa del Giappone, ma anche a fermare il programma del disarmo del Giappone, rovesciare il governo per sostituirlo con uno militare, o almeno influenzato dai militari, e militarizzare la società giapponese per l’obiettivo finale: affrontare con le armi gli Stati Uniti. Quindi fu una vera rivoluzione quella preparata dalla congiura, una rivoluzione paragonabile alla Restaurazione Meiji secondo i suoi fautori.

L’Incidente di Mukden
L’operazione scattò nella notte del 18 e 19 settembre 1931, quando una piccola bomba fu collocata dai soldati del Kwantung sotto la ferrovia, appena fuori Mukden. Nelle ore seguenti Mukden fu occupata assieme alle stazioni principali fino al confine settentrionale della concessione ferroviaria giapponese. Rinforzi di stanza in Corea, cinquemila uomini comandati da ufficiali guadagnati alle idee degli ammutinati, violarono l’ordine di non intervenire entrando in Manciuria. L’8 ottobre Ishiwara suscitò un’altra provocazione. Diresse il bombardamento aereo di Jinzhou. L’obiettivo questa volta era la linea ferroviaria gestita dagli inglesi; voleva estendere il conflitto per paralizzare il governo che cedeva alle richieste della SdN di por fine alle ostilità. La provocazione ebbe successo, incapace di trattenere l’armata del Kwantung temendo che sanzionando i cospiratori avrebbe causato un colpo di Stato militare in Giappone, il governo giapponese non poté che osservare la situazione in Manciuria sfuggirgli completamente. Mentre continuavano gli scontri, una massiccia campagna di disinformazione fu attuata. Tutti i media supportarono l’armata del Kwantung. Ci vorrà la sconfitta del 1945 affinché il pubblico giapponese sapesse che il Giappone non fu vittima di un’aggressione cinese a Mukden, ma che fu una provocazione ordita con freddezza da ufficiali giapponesi. Inebriato dalle vittorie, Ishiwara volle di slancio attaccare i sovietici sempre presenti a nord della Manciuria. Le sue truppe risalirono in treno fino a Tsitsihar. E presso questa città vi fu l’unica battaglia della campagna, nota alla storia come “Incidente Manciuriano”, Manchu Jiken. Ai primi di novembre 1931, a 30 gradi sottozero, le forze giapponesi schiacciarono quelle del generale cinese Ma Chan-shan (Ma Zhanshan), perdendo circa quattrocento uomini, due terzi per il freddo (più di cinquecento feriti per congelamento). I giapponesi presero Tsitsihar (Qiqihar) ma questa volta il più attento Itagaki trattenne l’impetuoso Ishiwara, e quando gli interessi ferroviari, il ramo manciuriano della Transiberiana, furono rispettati, i sovietici osservarono da spettatori i combattimenti. Il 31 dicembre 1931, l’armata del Kwantung entrò a Jinshou. Con 15000 uomini strapparono a 250000 soldati cinesi, male addestrati e mal curati è vero, un territorio grande quattro volte la Francia. Incapace di farli rientrare in caserma, il governo del Giappone fu rovesciato e l’esercito imperiale impose alla guida dello Stato personalità ad esso fedeli. Internazionalmente il Giappone fu isolato. I trattati sul disarmo abrogati e la militarizzazione avviata. Fu aperta la via all’alleanza con Germania nazista e Italia fascista. Nel settembre 1931 il Giappone avviò una guerra lunga quattordici anni, fino all’apocalisse finale di Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto 1945.CHINA-JAPAN-DIPLOMACY-HISTORYTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleanza blasfema, Cristianità e Nuovo Ordine Mondiale

Eric Jewell, Rense 14 maggio 2002
Traduzione di Alessandro Lattanzio4481874889_7fda3c861b_bBilderbergs, Trilateral Commission, Council of Foreign Relations, Central Intelligence Agency
Molti hanno sentito parlare di questi gruppi, e qualcuno sulle teorie cospirative che le riguardano, in relazione allo sviluppo del “Nuovo Ordine Mondiale”. Adesso immaginate per un momento che vi sia qualcosa del genere (e che appaia con le dovute documentazioni materiali che convalidino queste teorie). Ciò potrebbe significare quasi tutti i posti più importanti del governo e dell’economia, nel mondo, uomini e donne si sono infiltrati, e sono divenuti i controllori delle amministrazioni e che lavorino per un effettivo controllo su ogni aspetto della vita del singolo “cittadino”. Un aspetto di ciò, che non è stato appropriatamente analizzato è l’aspetto religioso. Certamente, parecchie persone nel mondo sono religiose, e nell’odierno regno della superpotenza USA, prevalentemente “cristiana” può avere solo un senso, che queste organizzazioni si siano infiltrate nelle chiese stesse e si adoperano attivamente a guidarle nel Nuovo Ordine Mondiale. Hanno, i cristiani evangelici, dei legami con queste organizzazioni? Si li hanno, e questa ne è la documentazione.

CONTINUA

Esercito francese, URSS e Polonia

Jacques Sapir, Russeurope 26 marzo 2016

G. Vidal, L’alleanza improbabile, esercito francese e Russia sovietica 1917-1939, Rennes, Presses Universitaires de Rennes, coll. Histoire, p. 307

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Il libro di Georges Vidal esplora un terreno finora in gran parte sconosciuto; i rapporti dell’esercito francese con la Russia sovietica e l’URSS. Il tema è importante per gli storici, sia per coloro che lavorano sulle relazioni internazionali (sollevando quindi la questione delle relazioni militari tra Francia e URSS) che coloro che lavorano sull’istituzione militare francese negli anni ’20 e ’30. Il contributo di questo libro risiede nelle fonti utilizzate. Vidal utilizza ampiamente i rapporti dei servizi segreti militari, il 2° Ufficio (che raccoglieva segnalazioni da altri Paesi sull’URSS) dello Stato Maggiore, ma opera anche, e questo contesto è stato praticamente ignorato finora, dai rapporti degli addetti militari francesi in URSS e dagli ufficiali osservatori nell’Armata Rossa. Questo aspetto, sfruttato sistematicamente, è il grosso dell’interesse del libro. Inoltre, Vidal utilizza abbastanza sistematicamente il quotidiano dell’esercito francese, La France Militaire, con numerosi articoli e dibattiti felpati ma importanti sulla valutazione del ruolo strategico dell’URSS e il potenziale dell’Armata Rossa. Sono fonti diverse, e la loro combinazione da al libro una base documentaria del tutto eccezionale rinnovando in parte la comprensione di certi problemi. Permettendo di relativizzare l’immagine di un esercito francese dedito all’anticomunismo, come porta a relativizzare l’idea di un'”alleanza” inevitabile contro la Germania tra Francia e URSS. Da questo punto di vista, il libro di Georges Vidal, con chiarezza di analisi e completezza di fonti, è un riferimento importante sul tema. Farà testo senza dubbio.

L’Armata Rossa agli occhi dei soldati francesi
cccp_ussr_035 Il libro è organizzato in tre parti. Il primo riguarda la “percezione del mondo sovietico”. Relativamente breve, fornisce un inventario delle rappresentazioni della Russia sovietica nell’esercito francese. Che l’esercito fosse anticomunista e usasse il vocabolario “antibolscevico” del tempo è evidente. Eppure, l’immagine del “nemico interno”, che si trascinava PCF e Comintern, non era mai del tutto decisiva. Questo è un punto da sottolineare. Alcuni ufficiali facevano una chiara distinzione tra opposizione politica all’URSS e analisi sul potenziale militare del Paese. Su questo particolare punto vale la pena ricordare che l’autore ha dedicato un precedente lavoro sull’argomento [1]. Non che i soldati fossero completamente immunizzati dagli stereotipi del tempo, o dagli stereotipi culturali sulla Russia. È il famoso “carattere asiatico” dei russi saturava le spiegazioni quando non si voleva capire. Ma i militari erano chiaramente meno colpiti di altri organismi (il Ministero degli Esteri in particolare) da tali stereotipi. Per realismo, alcuni membri della missione militare francese in Russia (come il General Lavergne [2], ma anche il generale Niessel) cercarono anche di sostenere il governo bolscevico nella primavera del 1918. I membri della MMF dimostrarono un robusto buon senso nel valutare i punti di forza di ognuno, all’inizio della guerra civile. Il passaggio sulla conclusione del progetto di cooperazione tra Trotzkij e MMF l’ha dimostrato [3]. Allo stesso modo, lo sviluppo economico dell’URSS, l’impatto dell’industrializzazione (e anche delle disastrose campagne di collettivizzazione), è relativamente ben inquadrato dalle varie fonti militari, tendendo a rafforzarsi con l’aumento degli addetti militari (che potevano muoversi nel Paese) e degli ufficiali osservatori. Naturalmente, significative differenze emersero nell’istituzione. Il 2° Ufficio avrà sempre una visione più negativa dell’Unione Sovietica (e dell’Armata Rossa), e sue capacità o potenziale, che non gli addetti dell’esercito. Nello Stato Maggiore apparvero chiaramente due sensibilità sulla relazione con la Russia. Vi era infatti una “linea Pétain” contraria a qualsiasi alleanza contro la “linea Weygand” che appariva più aperta.

Quanto valeva l’Armata Rossa?
4b5e25a44e8aaa6c2070e65ac09fe4f8 La seconda parte del libro si concentra giustamente sull’analisi del potenziale militare dell’URSS. I soldati francesi furono presto consapevoli del rafforzamento generale del regime sovietico e della costruzione dello strumento militare, però percepito essenzialmente difensivo. Almeno fino ai primi anni ’30 vi era consenso sul fatto che se l’URSS aveva più o meno importanti capacità difensive, non aveva la capacità di “proiezione delle forze” al di fuori dei confini, per usare un termine moderno. Questa visione, tuttavia, si perfezionò dal 1933-1935, cioè quando gli addetti militari furono a Mosca e quando, poco a poco, gli ufficiali osservatori francesi furono inviati in URSS e gli ufficiali sovietici accolti in Francia, permettendo di sviluppare gli scambi. Gli addetti militari erano sensibili alla crescita della Armata Rossa e alla sua professionalizzazione graduale nel 1935 – 1937. I rapporti di questi addetti sono migliori di quelli del 2° Ufficio. Hanno molto spesso una visione più equilibrata delle qualità (e difetti) dei mezzi dell’Armata Rossa e dei suoi uomini. Tuttavia, è deplorevole che qui, data l’importanza della questione del potenziale militare per il tema del libro, l’autore non l’abbia presentato in modo più sistematico, sotto forma di tabelle, confrontando i dati del 2° Ufficio con quelli degli addetti militari e la realtà nota oggi [4] . Tuttavia, è molto interessante notare che una certa sottostima della capacità dell’Armata Rossa non proveniva dal filtro ‘ideologico’ ma dal filtro della “dottrina” militare francese. Pertanto, il potenziale ruolo delle grandi unità corazzate o di paracadutisti fu ridotto a causa del fatto che tali unità non trovavano posto nella dottrina militare francese del momento. Al contrario, i più innovativi militari francesi (come il generale Loizeau o il colonnello de Gaulle) apprezzavano più correttamente tali potenziali, per via delle loro opzioni dottrinarie. Questo è importante, e possiamo ancora rammaricarci che ciò non sia indirizzato in modo più sistematico. Un esercito non può valutare un altro esercito dal punto di vista della propria dottrina. Qui, il ritardo e persino il declino dottrinale dell’esercito francese che probabilmente vietava di valutare il vero valore del potenziale dell’Armata Rossa. Vidal su ciò menziona, nell’introduzione, diversi libri [5]. E’ un peccato che non si sia cercato di approfondire cosa apportassero queste fonti, o il ruolo della dottrina nel conflitto latente nell’esercito francese sulla capacità di valutare la nuova dottrina dell’Armata Rossa sul tema delle “operazioni profonde”, formatasi nel 1929-1935 [6]. Il ruolo delle purghe nell’Armata Rossa, però, fu ridotto al minimo dagli addetti militari. Questi, così come gli addetti militari di Stati Uniti e altri Paesi, tendevano a ritenere le purghe volte a “rafforzare” l’Armata Rossa. Ma anche se alcuni rapporti analizzavano il problema dell’inquadramento, stretto tra il timore di nuove denunce e la mancanza di esperienza di ufficiali promossi troppo in fretta. Infatti, troviamo questa dicotomia tra le analisi del 2° Ufficio e quelli degli addetti militari. Il 2° Ufficio con una visione molto più pessimistica evocando il possibile “collasso” dell’Armata Rossa, aveva una visione non condivisa dagli addetti militari. La loro analisi era che ci fosse una transitoria diminuzione della capacità operativa dell’Armata Rossa, ma non vanno oltre. Anche in questo caso, sarebbe stato interessante confrontare il ‘sentimento’ degli ufficiali francesi su ciò che si sapeva dell’impatto delle purghe.

L’URSS nella prospettiva strategica dello scontro con la Germania
ussr0398 Sembra tuttavia, e questo è uno dei contributi dell’opera, che i pregiudizi ideologici che sicuramente esistevano, soprattutto nel 2° Ufficio, pesassero meno nell’alleanza con la Polonia che, ovviamente, ebbe un effetto strutturante sui piani militari contro la Russia. Il potenziale ruolo dell’URSS, ma anche della Cecoslovacchia, fu costantemente relativizzato dall’alleanza con la Polonia, anche se un certo numero di alti ufficiali ne era diffidente, fino al punto di considerare le scelte politiche dettate dalla passione e non dalla ragione. L’addetto militare colonnello Mendras scrisse nel suo rapporto mensile dell’ottobre 1934. “Ma oggi il fattore decisivo è l’atteggiamento della Polonia data la posizione geografica. I suoi leader attuali lo sanno e coraggiosamente giocano con questo gusto congenito per gli intrighi e il doppio gioco, che i loro trascorsi da cospiratori possono solo rafforzare. Dubito che possiamo sempre contarvi” [7]. Va inoltre ricordato che negli anni 1934-1939 i leader polacchi adottarono una politica veramente suicida verso la Germania, supportando Hitler perfino nel piano di smembramento della Cecoslovacchia. Eppure la decisione politica fu presa, e sembra definitivamente, nel 1935, concentrando la politica della difesa della Francia ad est della Germania, sulla Polonia [8]. La logica di tale politica era geografica. L’Unione Sovietica non aveva alcun confine comune con la Germania. Ma limitando il ruolo dell’URSS nel migliore dei casi alla “benevola neutralità” o semplicemente dimenticandone il ruolo di potenziale equilibrio delle forze europee, l’esercito francese sotto l’influenza di Pétain prese una strada dalle conseguenze drammatiche. Questa strada aveva molti sostenitori, soprattutto nel 2° Ufficio, ma anche in una parte dello Stato Maggiore Generale. Fu ciò che comportò l’incapacità di vedere il vero potenziale militare della Russia e non il filtro ‘ideologico’ o l’analisi delle conseguenze delle purghe. Georges Vidal dimostra che il punto di svolta, in questo senso, fu nel 1935, due anni prima delle purghe. Certo, la logica della prudenza volle che relativamente stretti contatti tra l’esercito francese e l’Armata Rossa fossero mantenuti. Ma non sembra, con l’eccezione di alcuni individui come Palasse, il Generale Loizeau, il colonnello de Gaulle, avessero mai avuto l’opportunità di materializzarsi nella logica alleanza reale. Il 1939 sarà la tragica dimostrazione di tale cecità. Quando lo Stato Maggiore cercò un sostegno contro la politica aggressiva della Germania volgendosi verso l’URSS, fu tardi, probabilmente troppo tardi. L’inclinazione del potere sovietico al patto nazi-sovietico, ribaltamento che Vidal fa risalire al periodo tra il 14 e il 17 agosto, è il prodotto di tale errore di prospettiva e della profonda credenza nel ruolo stabilizzante della Polonia che continuava ad impregnare lo Stato Maggiore Generale e in particolare il Ministero degli Esteri. I leader sovietici persero fiducia nella Francia, incapace di scelte chiare e di mettere i leader polacchi di fronte alle loro responsabilità. Le varie note negli archivi dello Stato Maggiore Generale sono abbastanza esplicite su questo punto. L’esercito francese, ma anche la diplomazia, viveva di illusioni nel 1934-1939 e la Francia ne pagò un alto prezzo nel maggio 1940. La sconfitta di maggio-giugno sorprese anche i leader sovietici, e avrà importanti conseguenze sulla loro consapevolezza dei limiti del patto tedesco-sovietico [9].

Tukhachevskij

Tukhachevskij

Note
[1] Vidal, G., L’esercito francese e il nemico interno (1917-1939). Questioni strategiche e cultura politica, Rennes, Presses Universitaires de Rennes, 2015, p. 260.
[2] Cfr. 30.
[3] Cfr. 32.
[4] I libri in inglese che affrontano questo problema: L. Samuelson, I piani della macchina da guerra di Stalin, Tukhachevskii e la pianificazione militare-economica, 1926-1941, Macmillan, Basingstoke, 2000 e Harrison M. e Davies R. W. Lo sforzo militare-economico sovietico durante il secondo piano quinquennale (1933-1937) in Euro-Asian Studies, 1997, n° 3.
[5] Di cui il mio libro del 1996, J. Sapir, Manciuria dimenticata, grandezza e smisuratezza dell’arte della guerra sovietica, Editions du Rocher, Parigi, Monaco, maggio 1996 (ripubblicato dallo stesso editore nel 2016).
[6] Sapir J., Le origini sovietiche del concetto di rivoluzione negli affari militari in L’Armement, NS, No. 51, Marzo 1996, pp. 143-150; vedi anche: Storia militare come strumento di legittimazione nel pensiero militare sovietico, in Cahiers du Centre d’Études d’Histoire de la Défense, No. 16, pp. 38-56.
[7] Cfr. 219.
[8] Cfr pp. 223-224.
[9] Sapir J., La sconfitta francese nel 1940 vista dai sovietici, in Cahiers du EEMC, No. 23, Nouvelle histoire bataille (II), pp. 273-281.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come Gorbaciov tradì l’URSS

Secondo Oleg Nazarov, del Club Zinoviev, Mikhail Gorbaciov non firmò la fine della guerra fredda al vertice di Malta nel 1989, ma la resa totale e irreversibile dell’URSS. Il PCF m’inviò a Malta per il vertice, quando una terribile tempesta scuoteva l’isola e Bush inviò un marinaio sulla nave in cui Gorbaciov lottava per riprendersi. Tutti i partiti progressisti e comunisti al potere furono invitati in quella strana isola dominata dagli inglesi e finanziata dal Colonnello Gheddafi. In realtà eravamo lì per festeggiare la fine della guerra fredda, ma aveva l’apparenza della dissoluzione e non solo per la tempesta. Oggi nel grande dibattito sull’URSS che si svolge in Russia, non solo viene discusso un processo a Gorbaciov, ma gli intellettuali del prestigioso Club Zinoviev denunciano il tradimento dei dirigenti comunisti e del loro massimo leader. Non si tratta solo dell’URSS, ma di ciò che l’allora regime inflisse ai suoi cittadini. Insomma la sconfitta dei leader comunisti come Gorbaciov chiarisce ciò che probabilmente successe nei Paesi occidentali dove i partito comunisti, miscelando venalità e stupidità nel capire i desideri del capitale, si auto-distrussero (Nota di Danielle Bleitrach)

Durante l’era sovietica questa ragazza sarebbe stata costretta ad entrare nell’esercito, studiare all’università o lavorare in una fattoria o fabbrica. Lo spietato sistema sovietico ne avrebbe annientato l’anima facendone una scienziata, una dottoressa, un’insegnante, un’operaia o un’impiegata. Grazie Mikey Gorby, per averla liberata potendo scegliere tra disoccupazione e prostituzione.

Durante l’era sovietica questa ragazza sarebbe stata costretta ad entrare nell’esercito, studiare all’università o lavorare in una fattoria o fabbrica. Lo spietato sistema sovietico ne avrebbe annientato l’anima facendone una scienziata, una dottoressa, un’insegnante, un’operaia o un’impiegata. Grazie Mikey Gorby, per averla liberata potendo scegliere tra disoccupazione e prostituzione.

Come Gorbaciov tradì il proprio Paese
Un membro del club Zinoviev, Oleg Nazarov, dà la sua opinione: Mikhail Gorbaciov non firmò al vertice di Malta del 1989 la fine della guerra fredda, ma la capitolazione totale e irreversibile dell’URSS

Oleg Nazarov SputnikHistoire et Societé 13/05/2015000_143312491Ognuno oggi è d’accordo sul fatto che l’incontro tra George HW Bush e Mikhail Gorbachev nel dicembre 1989 a Malta lasciò un segno profondo nella storia. Ma ciò è valutato in modi diversi. Alcuni pensano che fosse la fine della guerra fredda. Altri, che vi vedono il tradimento di Gorbaciov e della sua squadra, sono categoricamente contrari a quest’ultimo punto di vista. Per avvicinarsi alla verità, serve un’analisi scientifica.

Che cosa è un tradimento
article-1247290-080A6AD5000005DC-911_468x327La chiave per la risposta a questa domanda complessa è data dal grande filosofo e patriota russo Aleksandr Zinoviev, che usò la parola “tradimento” nel senso sociologico, morale e legale. Ne “il fattore tradimento” Zinoviev ha scritto: “Per qualificare le azioni del potere del Soviet Supremo tradimento o rifiutarlo, prima di tutto è necessario partire dal dovere delle autorità verso il popolo, salvaguardare e rafforzare il regime esistente, proteggere l’integrità territoriale, rafforzare e proteggere la sovranità del Paese in tutti gli aspetti dell’organizzazione sociale (alimentazione, diritto, economia, ideologia, cultura), garantire la sicurezza personale dei cittadini, difendere il sistema dell’istruzione, dei diritti sociali e civili… insomma, tutto quello che fu conseguito negli anni sovietici e che era la normale vita della popolazione. Le autorità sapevano che il popolo fosse convinto che la direzione del partito adempisse al dovere e aveva fiducia nei leader. Ma queste autorità fecero il loro dovere? E perché non lo fecero, se si da una risposta negativa? In secondo luogo, va capito se le autorità sovietiche agirono di propria iniziativa o furono manipolate dall’estero; se avevano obbedito a un comportamento pianificato da qualcuno all’estero o meno, o se il potere agì nell’interesse di forze estere“. Zinoviev fu il primo ad intuire che Gorbaciov era capace di tradire quella fiducia. “Prima dell’incarico a Segretario Generale del PCUS, fu nel Regno Unito e si rifiutò di visitare la tomba di Karl Marx ed invece so recò al ricevimento della regina. Mi fu poi chiesto di commentare ciò e dissi che iniziava un tradimento storico senza precedenti. Non mi sbagliavo“. A Londra, in occasione della visita, il futuro leader sovietico incontrò la Prima ministra della Gran Bretagna Margaret Thatcher. E’ interessante che subito dopo questa riunione, la lady di ferro partì per gli Stati Uniti per incontrare l’allora presidente Ronald Reagan, dicendo cosa era possibile fare con Gorbaciov. Nel marzo 1985 Thatcher andò a Mosca per i funerali del Segretario Generale del PCUS e leader sovietico Konstantin Chernenko ed incontrò Gorbaciov, che poco prima fu nominato a capo dell’URSS e del partito.

Il primo passo
GorbyPizzaHutUn mese dopo, il plenum del Comitato Centrale del PCUS annunciò l’accelerazione dello sviluppo socio-economico del Paese. La migliore applicazione delle conquiste della scienza e della tecnologia e dello sviluppo dell’ingegneria meccanica. La cosiddetta “perestrojka” iniziò bene. Nel febbraio 1986 fu approvata dal XXVII Congresso del PCUS. Il periodo di Breznev fu spesso chiamato periodo di stagnazione. Zinoviev protestò fortemente contro tale denominazione. Nel suo articolo “La controrivoluzione sovietica“, ricorda: “Negli anni dopo la guerra, la popolazione dell’Unione Sovietica aumentò di cento milioni di persone. Lo standard di vita aumentò. Crebbero i bisogni delle persone… Negli anni dal dopoguerra (e soprattutto della “stagnazione”) aumentarono di dieci volte aziende, istituzioni, organizzazioni e la società divenne più complessa e varia, così rapidamente e con una portata tale che l’umanità non aveva mai visto prima delle magnifiche realizzazioni dell’URSS. Tutti gli aspetti della vita divennero più complessi e diversi nell’istruzione, cultura, comunicazione, relazioni internazionali, ecc. Naturalmente apparvero problemi e difficoltà...” Per superarli, come disse Zinoviev, “Dovevamo difendere, rafforzare e sviluppare tutto ciò che criticavano e deridevano l’ideologia e la propaganda occidentali: era qualcosa su cui effettivamente si lavorava consentendo all’URSS di superare tali difficoltà. Ma i leader sovietici e i loro lacchè ideologici fecero tutto il contrario. Iniziarono la “perestrojka” con conseguenze negative già evidenti. La perestrojka scatenò una crisi universale, anche nel campo economico. Già Gorbaciov e altri critici della stagnazione annunciarono l’accelerazione. Tali parole pompose non si materializzarono mai. I sostenitori della ‘Perestrojka’ non sapevano superare i problemi, molti dovuti alla loro azione. Gorbaciov si rivelò un leader incapace di costruire qualcosa, causando nella società delusione ed irritazione crescenti. Quanto più la situazione peggiorava nel Paese, più Gorbaciov cercava il riconoscimento in occidente. Fu perfino disposto a rinunciare alle conquiste geopolitiche dalla seconda guerra mondiale, pagate con la vita di decine di milioni di cittadini sovietici“. L’ex-capo del Dipartimento di Chimica Analitica del KGB dell’URSS, Nikolaj Leonov, era sicuro che Gorbaciov avviò la caduta dell’impero sovietico dopo essersi recato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nell’autunno del 1988 con l’idea di allietare tutti affermando dal podio che l’URSS non avrebbe impedito con la forza cambiamenti negli altri Paesi dell’Europa orientale. Questo fu il primo passo, e poi non si poté più tornare indietro.

L’URSS non volle vedere gli Stati Uniti come avversari
Mikhail Gorbachev nobel prize 1990 Henry Kissinger nel suo libro Diplomacy racconta come dalla tribuna delle Nazioni Unite, dopo l’indicazione della riduzione unilaterale delle Forze Armate di 500000 effettivi e 10000 carri armati, Gorbaciov aggiunse con voce piuttosto modesta: “Speriamo che Stati Uniti ed europei facciano lo stesso“… la grande riduzione unilaterale era un esempio di fiducia nelle proprie forze o di debolezza. In quella fase era dubbio che l’URSS potesse dimostrare fiducia nelle proprie forze. In primo luogo, le parole di Kissinger si riferiscono a un Gorbaciov che dimostrò debolezza nei negoziati a Malta. Nel descrivere il comportamento del leader sovietico, l’ambasciatore USA in URSS Jack F. Matlock disse: “Voleva far vedere a tutti che negoziava con Bush alla pari e non da avversario sconfitto“. Ma Gorbaciov non convinse i politici che rispettano la forza, soprattutto degli Stati Uniti. Oggi sappiamo molto poco del contenuto dei negoziati. Ma esiste da qualche parte. I concisi commenti dei media contrastano con le stime pompose che ne diedero Gorbaciov, Bush e le loro cerchie. Tutti insistettero sul fatto che il risultato principale della riunione fu la fine della guerra fredda. Mentre oggi è ovvio che tali affermazioni non corrispondano alla realtà. Ognuno oggi è d’accordo sul fatto che l’incontro tra George HW Bush e Mikhail Gorbaciov a Malta, nel dicembre 1989, lasciò un segno profondo nella storia. Ma è valutato in modi diversi. Alcuni credono che fu la fine della guerra fredda. Altri un tradimento senza precedenti. Gorbaciov e la sua squadra sono categoricamente contrari a quest’ultimo parere. Per sapere la verità serva un’analisi scientifica. L’ex-ambasciatore sovietico negli Stati Uniti, Anatolij Dobrynin, disse che a Malta Gorbaciov ignorò la direttiva dell’Ufficio politico del Comitato Centrale del PCUS secondo cui la riunificazione tedesca era possibile solo se i due blocchi, NATO e Patto di Varsavia, venivano sciolti di comune accordo; Gorbaciov non solo accolse l’affermazione di Bush che “l’URSS non sarebbe stata vista come avversaria degli stati Uniti”, ma continuò a sollecitare gli statunitensi a mediare i mutamenti pacifici in Europa orientale. “Non vi considero nostro nemico” disse Bush. “Molte cose sono cambiate. Auguriamo la vostra presenza in Europa. La vostra presenza è importante per il futuro di questo continente. Perché dovremmo pensare dove andrete…” Non sorprende che alcune settimane dopo il vertice a Malta, l’amministrazione Bush si dimostrò pronta a svolgere il ruolo di mediatrice non solo tra Mosca e Patto di Varsavia, ma anche tra Mosca e la capitale della Repubblica Socialista Sovietica della Lituania, Vilnius. Lo storico Matvei Politnov disse: “Le forze separatiste in Lettonia, Lituania ed Estonia, avendo avuto l’appoggio degli Stati Uniti dopo il vertice di Malta, aumentarono notevolmente le attività per uscire dall’URSS“. Questo è il motivo per cui il diplomatico Anatolij Gromyko descrisse il vertice come la Monaco di Baviera sovietica. Per Gromyko era evidente che a Malta “Gorbaciov aveva perso ogni partita“. E nemmeno provò a vincere. In più, oserei dire che nemmeno cercò di vincere: a giudicare dagli eventi che si svolsero dopo il vertice (riunificazione della Germania, disintegrazione del blocco socialista, dissoluzione del Patto di Varsavia, deterioramento delle relazioni con Cuba, ecc.), Gorbaciov agì da solo a Malta firmando la resa completa e irreversibile dell’URSS.

Natale nel giugno 1990
La risposta alla domanda se Gorbaciov agì nell’interesse degli Stati Uniti o no, è ovvia. Gli stessi statunitensi furono sorpresi dalla velocità con cui il leader sovietico si allineò con le posizioni occidentali, una dopo l’altra. Come riconosciuto dallo storico statunitense Richard Michael Beschloss e dall’analista di politica estera Strobe Talbott, gli statunitensi cercarono di ringraziare Gorbaciov che negoziò una Germania riunificata nella NATO. E quando la visita di Gorbaciov negli Stati Uniti fu prevista nel giugno 1990, Robert D. Blackwill disse: “l’incontro dev’essere la festa di Natale di Gorbaciov a giugno“. Il neopresidente dell’URSS si recò negli Stati Uniti il 30 maggio. Beschloss e Talbott dissero: “Gorbaciov era ubriaco di gioia per il suo successo. Quando la folla l’accolse con un applauso, urlò con l’aiuto dell’interprete “Qui mi sento a casa!” Fu un’espressione inusuale, ma molto eloquente, perché nel suo Paese nessuno pensò di applaudirlo. Gorbaciov voleva tanto sentirsi benvoluto da tale società, e testimoniò la propria popolarità in occidente il giorno dopo, quando per quattro ore raccolse premi da varie organizzazioni (…) con un ampio sorriso ricevette i presidenti di quelle organizzazioni entrati solennemente nelle lussuose sale per ricevimenti dell’ambasciata sovietica, con gli emblemi sul muro, pronunciando discorsi lusinghieri su Gorbaciov davanti alle telecamere sovietiche e statunitensi“. Sempre nel 1990, Gorbaciov fu insignito del prestigioso Premio Nobel per la Pace. Dovette aspettare due anni per il successivo regalo. Nel 1992, quando l’URSS era già sepolta, Reagan invitò l’ex-presidente nel suo ranch e gli diede un cappello da cowboy. Gorbaciov lo scrisse nelle sue memorie. Commentando tali sviluppi, il politologo Sergej Cherniajovski disse con ironia “l’ex-Cesare di metà del mondo mostrò orgoglio per ciò. Così i servi erano orgogliosi quando lo zar gli offriva i suoi mantelli e cappotti. Come loro e Riccardo III di York che implorò al momento del pericolo “il mio regno per un cavallo“, il premio Nobel era orgoglioso dello scambio vantaggioso: la metà del mondo contro il cappello dell’ex-presidente degli Stati Uniti. Dopo, gli ospiti di Reagan pagarono 6000 dollari per una foto dell’ex-presidente dell’URSS con il cappello da bovaro dal Texas. Gorbaciov lo descrisse con orgoglio senza capire che ciò che interessava era vederlo con un cappello da pagliaccio.687474703a2f2f7777772e686f746e6577736761746f722e636f6d2f77702d636f6e74656e742f75706c6f6164732f323031332f30392f313338303031353934343533332e6361636865642e6a7067Epilogo
Nell’agosto 1991, tre giorni dopo il “cosiddetto golpe di agosto” in Unione Sovietica, Zinoviev scrisse parole profetiche: “Ora tutti credono che la guerra fredda sia finita credendo a Gorbaciov e alla sua squadra. Gli anni passano e i posteri valuteranno che ruolo avrà avuto: voglio dire, come traditore degli interessi nazionali del proprio Paese e del proprio popolo. Non conosco altro caso di tradimento paragonabile per dimensioni e conseguenze. La Grande Guerra Patriottica presentò alcuni casi di tradimento della Patria, ma sono nulla in confronto a ciò che Gorbaciov fece in tempo di pace. Se i capi occidentali l’avessero fatto, nessuno di loro avrebbe avuto lo stesso successo che gli offrì Gorbaciov. Agì da agente esperto dell’apparato del partito, utilizzando tutte le capacità e le leve disponibili dello Stato comunista“. Aleksandr Zinoviev rispose alla domanda che sollevò: “La realtà della storia sovietica dopo il 1985 è tale che un osservatore obiettivo non può esitare a qualificare come tradimento del proprio popolo l’azione delle autorità sovietiche“.

Occhio alle iene atlantiste travesite da volpini no-global

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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