L’industrializzazione della Polonia popolare e le sue conseguenze sociali

Il testo per il quale dei comunisti polacchi vengono incarcerati
Histoire et Societé 5 maggio132_HutaArcelorMittalWarszawaMonika presenta il caso dei quattro comunisti polacchi condannati senza diritto alla difesa per reato di opinione, che comincia ad essere noto… ma non vi è alcun reale sostegno. Invio un esempio del motivo per cui sono condannati! Un testo “ultraviolento” davvero… l’analisi di Beata Karon, una degli attivisti condannati per il seminario “Bilancio del Socialismo reale”, tenutosi presso il Forum Est Europeo di Wroclaw lo scorso marzo. Eco il testo, la storia dell’industria polacca e della sua distruzione da parte del capitalismo… Sarei molto felice se venisse pubblicata come petizione nei blog e giornali; in realtà non solo il contributo di questi giovani è importante per il bilancio della Polonia popolare, ma ancora si viene repressi per questo… Il sistema si fascistizza, finora si accontentava di privarci “solo” di posizione sociale, occupazione, riconoscimento e denaro, ma poi vanno dritti, come prima della guerra, dicendo che i comunisti devono stare in prigione! Naturalmente anche se questi giovani non sono condannati a nove mesi di carcere o al servizio sociale, si tratta di piegarli; è ben noto che la fedina penale impedisce di lavorare in scuole e servizi pubblici con i bambini… Anch’io penso che sia un test per vedere come reagiremo… E solo per un reato di opinione; si viene condannati per aver scritto su un giornale!

“L’industrializzazione della Polonia popolare e le sue conseguenze sociali”
Beata Karon, Partito Comunista Polacco

fso-prima-ii-02Negli ultimi 25 anni il quadro dei risultati economici della Polonia negli anni 1944-1989 è stata deliberatamente falsificato per giustificare interessi politici. Un esempio lampante di tale manipolazione è la famosa frase pronunciata nei primi anni ’90 da Jan Bielecki, allora primo ministro, che “i comunisti hanno distrutto l’economia polacca più dell’occupazione nazista“. L’anno scorso il presidente Komorowski ha detto che “la Polonia ha recuperato nel 1989 dalle mani dei comunisti un’economia in rovina“. Allo stesso modo istituzioni come l’Istituto della Memoria Nazionale evidenziava esagerando i problemi dell’economia defunta, mentre non presentava lo sviluppo raggiunto in quel periodo. Tale immagine di distruzione è completamente lontana dalla realtà. Nella Polonia popolare molti sviluppi positivi ebbero luogo, anche nel campo economico. L’industrializzazione meglio illustra le conquiste sociali del socialismo reale in Polonia. Ed è anche importante analizzare l’industrializzazione della Polonia popolare per capire come poté realizzarsi la trasformazione capitalistica.
Iniziamo presentando la Polonia nel 1945, una Polonia appena uscita dall’arretratezza economica della Seconda Repubblica e dalle rovine della guerra. Nel 1918-1939 la Polonia era un Paese agricolo e nel 1939 aveva un livello d’industrializzazione pari a quella dei territori polacchi nel 1913. Negli anni 1935-1939 furono costruite sotto la COP, Regione Industriale Centrale, solo 51 nuove imprese con 110000 dipendenti. Durante la Seconda guerra mondiale l’apparato produttivo fu quasi completamente distrutto. L’ufficio d’indennità di guerra cita nel rapporto del 1947 che il 64,5% delle strutture dell’industria chimica, il 64,3% delle tipografie, il 59,7% dell’elettrotecnica, il 55,4% del tessile, il 53,1% dell’alimentare e il 48% della metallurgia erano state distrutte. L’industrializzazione del dopoguerra fu il risultato delle trasformazioni politiche con la nazionalizzazione delle aziende, permettendo la ricostruzione senza l’intervento degli ex-proprietari e dei loro eredi. La nazionalizzazione della proprietà nelle città ne facilitò lo sviluppo consentendo la ricostruzione e la rapida costruzione di intere città laddove furono pianificati impianti di produzione. Le autorità crearono l’Istituto centrale di pianificazione (CUP) che attuò il Piano triennale per la ricostruzione economica negli anni 1947-1949. Il piano conteneva il programma per ricostruire rapidamente le fabbriche distrutte e sviluppare l’industria. Le statistiche dimostrano l’intensificazione degli investimenti. Se nel 1937 25 su 1000 persone lavoravano nell’industria, nel 1950 erano 85, più di tre volte tanto. Nel primo Piano Triennale furono costruite le maggiori aziende nella Polonia popolare come la Fabbrica di Automobili Personali (FSO) a Varsavia, nonché il famoso kombinat metallurgico di Nowa Huta. Nella seconda fase dell’industrializzazione nel 1951-1960, le autorità costruirono 519 aziende, il 32% degli impianti attivi nella Polonia popolare in quel periodo. Nei seguenti 10 anni furono costruite 617 imprese industriali. In totale, negli anni 1949-1988 furono aperte 1615 fabbriche con oltre 100 dipendenti. In queste aziende lavoravano più di 2 milioni di persone. Il valore della produzione di queste aziende fu di 17 miliardi di zloty, il 55% del valore dell’industria in Polonia. La metà della produzione industriale in Polonia si concentrava su cinque settori, acciaio, energia, industria chimica, trasformazione dei prodotti alimentari e miniere. Il maggior numero di aziende fu creato nel settore alimentare, 295, spesso più piccole di quelle dell’industria pesante. Furono inoltre create 142 imprese ad alta tecnologia.
L’industrializzazione comportò cambiamenti demografici. Nel 1946 oltre il 68% dei polacchi viveva nei villaggi. In seguito a sviluppo e costruzione di città correlate alle infrastrutture industriali, nel 1960 tale tasso scese al 51,7%. Tuttavia le disuguaglianze territoriali tra aree industriali ed agricole diminuirono perché aziende industriali furono aperte anche nelle città di medie dimensioni, trainando lo sviluppo delle piccole città e dei villaggi. Nacque la nuova classe operaia e nuove classi medie con la mobilità sociale consentita da industrializzazione e urbanizzazione. Lo sviluppo dell’industria creò stabilità occupazionale. I diplomati delle scuole professionali trovavano lavoro immediatamente con una prospettiva di carriera per diversi decenni. Le differenze di reddito tra capireparto e operai non erano molto grandi e furono accettate dalla società. Le aziende create nella Polonia popolare garantirono ai dipendenti, immediatamente dopo l’assunzione, notevoli benefici oltre allo stipendio. Questi benefici erano composti da case di cultura, centri medici aziendali, scuole professionali, alloggi aziendali. L’industrializzazione culminò negli anni ’70 con la costruzione di grandi industrie mentre le autorità cercarono in primo luogo di sviluppare tecnologie avanzate. Nel 1970 137 polacchi su 1000 lavoravano nell’industria, e nel 1980 erano 147 su 1000. Nelle aziende all’inizio degli anni ’70, furono creati 2 milioni di nuovi posti di lavoro, soprattutto nella metalmaccanica (202000), quindi nell’estrazione (187000) e nella siderurgia (173000 posti di lavoro). Negli anni ’80 il numero di addetti all’industria diminuì e comparvero i primi sintomi della de-industralizzazione, infatti iniziarono a chiudere alcune controllate già destinate alla privatizzazione. Le nuove joint venture ricevevano dalle società capitale gratuito, macchinario avanzato e personale meglio addestrato. Dal 1989 la “trasformazione” con la privatizzazione capitalista iniziò liquidando su larga scala le industrie. Dal 1989 al 2012 657 aziende delle 1615 costruite nella Polonia popolare furono chiuse, il 40% delle imprese costruite nella Polonia popolare fu così distrutto. Inoltre, date le grandi dimensioni, la distruzione ebbe conseguenze economiche e sociali gravi per intere regioni. Così i nuovi governi distrussero più di 834000 posti di lavoro, tra cui 640000 nelle maggiori imprese, quelle con oltre 1000 dipendenti. 242 aziende di queste dimensioni furono liquidate. Tra le 657 aziende defunte, solo 28 furono chiuse per obsolescenza tecnologica e 18 per tutela ambientale. Se si aggiungono 86 aziende chiuse per redditività non immediata, si hanno 132 aziende, meno di un quarto ebbe motivo di essere chiuso. Nelle 500 società rimanenti, la distruzione fu causata da “forza del mercato”, cattiva gestione e liquidazione per decisioni puramente politiche. Tali società furono svendute e i nuovi proprietari perseguivano accaparramento di capitali o mera distruzione, perché erano concorrenti. Un esempio è la compagnia di cellulosa e carta Kostrzyn venduta ad un capitalista svedese per 0,8 milioni di zloty, mentre il bilancio della società (valore meno il debito) era superiore a 250 milioni di zloty.
L’acciaieria Huta Warszawa è l’esempio della privatizzazione. Negli anni del boom impiegava 10000 dipendenti, aveva una propria scuola professionale che ogni anno diplomava 1000 allievi. La ristrutturazione dei primi anni ’90 ridusse il numero di dipendenti a 4500. Nel 1992 la società italiana Lucchini rilevò la fabbrica trasformandola in società a responsabilità limitata, riducendo ulteriormente i posti di lavoro, ma promettendo di mantenere i benefici e la modernizzazione della produzione. Lucchini però continuò a dislocare diversi settori produttivi. La liberalizzazione del mercato dell’acciaio fece il resto. Nel 1999 l’azienda aveva non più di 2000 impiegati. Ciò che rimaneva degli altiforni di Huta Warszawa non poteva competere sul mercato siderurgico globale. Nel 2005 ArcelorMittal acquistò l’impianto. Con la crisi del 2008 ArcelorMittal decise di rivendere la controllata polacca per recuperare le perdite dovute a multe per pratiche monopolistiche e danni ambientali altrove. Nel 2013 la maggior parte dei posti di lavoro di Huta Warszawa era persa e gli operai furono licenziati, rimanendone solo 200, costretti a licenziarsi per rallentamento della produzione e cessazione degli investimenti. Oggi la fabbrica è fallita e la sua produzione non ha alcun valore sul mercato. Un altro impianto emblematico della storia della Polonia e di Varsavia fu distrutto nello stesso modo. La FSO, Fabryka Samochodów Osobowych, Fabbrica di Automobili Personale. Per la FSO 13 aziende subappaltatrici producevano parti di auto nel Paese. La fabbrica impiegava molte persone che vivevano nei villaggi della regione o nei sobborghi di Varsavia. Dai primi anni ’90 molti posti di lavoro andarono persi. La società non investì nelle nuove produzioni, in attesa dell’acquisizione da parte di un investitore. Nel 1995 i politici decisero di privatizzarla chiudendola e trasferendone il patrimonio alla Società del Tesoro Pubblico, che firmò una joint venture con la Daewoo. L’accordo siglato con la multinazionale coreana prevedeva il mantenimento dei posti di lavoro per 3 anni e benefici ai lavoratori. Nel 1996, 20000 persone erano impiegate nella FSO, ma ci furono problemi finanziari anche per la Daewoo, portando alla chiusura della società polacca. L’azienda coreana prima chiuse molte aree dello stabilimento nel 2004 e quindi cessò la produzione. Per un certo periodo un oligarca ucraino fu proprietario dell’impianto, ma non fece alcun investimento. Nel 2009 vi erano 2500 dipendenti nella società di cui 600 rapidamente licenziati. La crisi del capitalismo fu mortale per la FSO: la General Motors che vendeva le Chevrolet prodotte a Varsavia violò nel 2011 gli accordi firmati. La produzione fu interrotta completamente e la SARL FSO non è che residuale. Produce serbatoi di carburante, impianti elettrici per auto, recinzioni da giardino, lampade, giocattoli Lego o componenti per lavatrice.
Attualmente il 30% dei dipendenti polacchi ancora lavora nell’industria. Tuttavia non vi sono grandi aziende, ma reti di piccole imprese che impiegano meno dipendenti e sono geograficamente disperse con una produzione diversificata. Il carattere della produzione è anche cambiato. Durante la Polonia popolare, la progettazione dei prodotti era il frutto di ingegneri locali e si vendevano prodotti creati dalla A alla Z in loco. Attualmente le aziende internazionali che investono in Polonia vogliono implementare elementi prodotti altrove o produrre solo componenti da assemblare in altri Paesi. Le imprese industriali hanno assai meno indipendenti e sono molto vulnerabili alle crisi del capitalismo. Analogamente, il processo di urbanizzazione s’è invertito con la distruzione dell’industria nata nella Polonia Popolare. Nel 1991 il 62% della popolazione polacca viveva in città nel 2009 meno del 61%, con tendenza alla diminuzione. La de-industrializzazione della Polonia dal 1989 fu più veloce e più massiccia rispetto agli altri Paesi europei, comportando disoccupazione di massa, regressione sociale e culturale, emigrazione, in particolare dei giovani. La distruzione delle imprese industriali in Polonia è in gran parte effetto di decisioni puramente politiche, uno degli obiettivi del nuovo potere era sbarazzarsi del bene pubblico nazionale, in modo che gli investitori stranieri ne disponessero liberamente senza preoccuparsi delle conseguenze sociali.z8330572Q,Budowa-sceny-na-niedzielne-przedstawienie-w-dawnejTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Port Arthur e la guerra di logoramento industriale

Tre domande a Bruno Birolli
Intervista a cura di Laurent Schang Le Polémarque 28 aprile 2016
Port Arthur 8 febbraio 1904-5 gennaio 1905, Economica, 2015, p. 125Russo-Japanese-WarEx-giornalista del Nouvel Observateur, corrispondente dall’Asia per ventitré anni del settimanale, Bruno Birolli è ora autore di documentari e scrittore. Il suo primo libro, Ishiwara, l’uomo che iniziò la guerra (Armand Colin, 2012) ha ricevuto critiche entusiaste. Ora ha completato il suo nuovo libro, dedicato alla battaglia di Port Arthur.

port-arthur-1904-1905-de-bruno-birolli-1037603642_LNel 1904, il piccolo Giappone entrò in guerra contro l’enorme impero russo. Per quali scopi?
L’obiettivo principale del governo giapponese era formare un baluardo sul continente occupando Corea e parte della Manciuria. Il globo era già diviso, tranne la Manciuria. Nel 1897 emerso vincitore della prima guerra sino-giapponese, il Giappone subì una sconfitta diplomatica umiliante in cui la Russia, sostenuta da Germania e Francia, costrinse i giapponesi a rinunciare a Port Arthur, facendone subito una base per la Flotta del Pacifico. Tutti questi sviluppi diedero al Giappone la sensazione di essere circondato, bisognava allentare la presa e molto presto: nel 1896, il Giappone entra in guerra con la Cina, otto anni dopo con la Russia.

La guerra russo-giapponese fu tutt’altro che una passeggiata. Port Arthur, scrive, annunciò in molti modi la guerra del 1914-18.
La guerra russo-giapponese e in particolare l’assedio di Port Arthur si ripeté nella guerra del 1914. C’erano naturalmente i materiali: la mitragliatrice dimostrò la sua spaventosa efficienza, l’artiglieria svolse un ruolo centrale. Ma ci fu anche l’anteprima della carneficina dei primi mesi della guerra del 1914. Le lezioni di Port Arthur non furono comprese in Europa. L’assedio di Port Arthur dimostra che la guerra aveva cambiato volto. La condizione della vittoria non era solo il numero degli uomini e l’abilità dei generali. Vincere o perdere dipendeva anche dalla massa del materiale che un Paese poteva schierare, dal numero dei fucili e dalla capacità di produrre munizioni. Con Port Arthur, si entrava nella guerra di logoramento industriale.

Il Giappone sconfisse la Russia, ma quale vittoria ottenne? Secondo voi, le conseguenze a lungo termine furono più problematiche che vantaggiose per l’arcipelago.
Il Giappone vinse, è indiscutibile. Ma per esaurimento. Le difficoltà politiche interne dell’Impero Russo, la rivoluzione del 1905, obbligarono lo Zar a gettare la spugna ben più che le sconfitte in Manciuria. Tra salvare la dinastia o perdere la Manciuria, lo Zar non esitò. L’esercito imperiale trascurò questo elemento nella sua analisi. Si deve comprendere che nel 1904, il ruolo dell’esercito imperiale nel sistema politico è ambiguo. È la spina dorsale ideologica e sociale della società Meiji ma sempre sottomesso alle decisioni del governo civile. Pertanto, cercherà di approfittare della vittoria del 1905 per liberarsi da questa tutela e sovvertire l’ordine facendo del governo un suo strumento. Questo cambiamento sarà graduale e, infine, completato nel 1930. Dottrinalmente la vittoria a Port Arthur accecò i tattici giapponesi. E’ vero che il coraggio della fanteria abbatté il forte russo. Ma lo Stato Maggiore dimenticò che i fanti furono aiutati dal lungo tiro concentrato dell’artiglieria. Questa riduzione delle analisi portò il Giappone ad ignorare il ruolo di artiglieria, blindati e aerei concentrandosi sulla carica della fanteria. Sarebbe ingiusto non riconoscere che il soldato giapponese fosse molto più deciso e fisicamente più forte dei GI. Ma nel Pacifico, il senso di sacrificio dimostrato a Port Arthur fu soverchiato dalla schiacciante potenza di fuoco degli statunitensi.F-Article5MapLgTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Zjuganov: La Rivoluzione d’Ottobre è stata un punto di svolta nell’evoluzione dell’umanità

Intervista al Presidente del Comitato Centrale del Partito Comunista Zjuganov dell’agenzia di stampa cinese Xinhua
KPRF, 21/04/2016 – Histoire et Societé5784A7F9-C3FC-4533-B120-A1A108E6EE52_cx0_cy8_cw0_mw1024_mh1024_sOggi in Russia valutare il ruolo e il significato della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre varia dal “colpo di Stato” al “più grande evento del ventesimo secolo”. Come valuta il ruolo storico della rivoluzione e l’importanza per la lotta di liberazione nazionale dei popoli di molti Paesi, tra cui la Cina?
La Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre è un evento importante nella storia del mondo. Vi ricordo: nel 2017 i comunisti e tutte le forze progressiste del mondo ne festeggeranno il centenario. Questo evento è stato un punto di svolta nell’evoluzione umana. È stato l’inizio della transizione dal capitalismo a una formazione socio-economico più progressiva. La rivoluzione socialista teoricamente si basava sulle opere di Karl Marx e Friedrich Engels. La sua attuazione pratica va ai bolscevichi russi, guidati da Vladimir Ilic Lenin, grande pensatore e leader del movimento rivoluzionario internazionale, creatore del primo Stato operaio e contadino del mondo. Va ricordato: l’inevitabilità degli sconvolgimenti rivoluzionari in Russia non fu prevista dai bolscevichi. Un monarchico convinto, Menshikov, ma uomo onesto ed intelligente, annunciò il crollo della monarchia dei Romanov. Dopo la rivoluzione borghese di febbraio scrisse che non dovevamo rimpiangere il passato, condannato a morte all’inizio della prima guerra mondiale. Chi definisce gli eventi dell’ottobre 1917 colpo dall’alto, denota la propria ignoranza completa o faziosità. Nonostante i tentativi di distorcere il valore della prima rivoluzione socialista, è probabile che continuerà finché esiste il capitalismo. Ma dobbiamo capire una cosa: alcuna cospirazione elitaria, anche in caso di successo, può cambiare le basi stesse della vita del Paese, può avere alcun effetto su scala planetaria. È giustamente sottolineato che la valutazione del ruolo della Grande Rivoluzione d’Ottobre nel nostro Paese è diversa. Ci sono coloro che credono, giustamente, che la Russia avrebbe cessato di esistere senza l’arrivo dei bolscevichi al potere. Sarebbe stata frantumate in vari protettorati inglesi, francesi, statunitensi, giapponesi. E questo non è solo un “punto di vista”. È una deduzione basata su fatti storici. Il Partito Comunista è fermo su questa posizione. Ci sono persone che oggi in Russia maledicono i bolscevichi e il regime sovietico. Tuttavia, ciò non è generale. Il popolo russo ha per lo più un giudizio positivo sugli eventi dell’ottobre 1917, sapendo che fu un bene per il Paese. Ciò è confermato da numerosi sondaggi degli ultimi venti anni. La frattura sul passato sovietico nel nostro Paese è tra il popolo da un lato e l'”élite” filo-occidentale dall’altro. Tale “élite” cerca solo di denigrare, diffamare le maggiori conquiste del nostro passato. Nella moderna propaganda russa, notevoli forze sono volte a falsificare la storia sovietica. Purtroppo, circoli liberali continuano ad occupare posizioni influenti nelle sfere politica, economia, informazione e culturale. Conducono una campagna antisovietica rabbiosa e sognano di abbattere dal piedistallo le eccezionali figure storiche di Lenin e Stalin. Attentano anche alla nostra vittoria, alla sacra memoria della Grande Guerra Patriottica. Il partito comunista respinge attivamente questi attacchi insidiosi, difende la verità e la giustizia.
ZuganoffOra il nostro partito si prepara per il 100° anniversario della Grande Rivoluzione d’Ottobre. L’anno scorso abbiamo organizzato a questo proposito due plenum del Comitato Centrale. Ci sarà una serie di eventi commemorativi, anche internazionali. Sottolineando l’importanza della Grande Rivoluzione d’Ottobre, il partito comunista insiste sulla natura non casuale, non fortuita della rivoluzione socialista in Russia. Molto prima dell’ottobre 1917, Lenin ne aveva dimostrato l’inevitabilità. Sviluppando la teoria marxista in modo creativo, analizzò il passaggio allo stadio superiore del capitalismo, l’imperialismo. Le caratteristiche principali di questa nuova fase sono: nascita di monopoli, formazione del capitale finanziario, completamento della divisione coloniale del mondo. In questa configurazione la concorrenza capitalistica continua e comporta lo sviluppo ineguale in diversi Paesi. Su questa base, Lenin trasse un’altra conclusione: l’emergere degli anelli deboli nella catena capitalista. Laddove la catena capitalista può essere rotta. La rivoluzione socialista poté ottenere la prima vittoria in alcuni Paesi o anche in un solo Paese. Ulteriori analisi convinsero Lenin che l’anello più debole della catena dell’imperialismo era l’Impero russo. Il nostro Paese era un groviglio di contraddizioni taglienti tra proletariato e borghesia, tra borghesia e sovrastruttura feudale zarista, tra proprietari terrieri e contadini. Il crescente divario tra i contadini, la questione agraria e la questione nazionale chiedevano una soluzione urgente. La Prima guerra mondiale esacerbò la povertà estrema e la condizione delle classi oppresse. In Russia c’era una situazione rivoluzionaria. Le condizioni oggettive della rivoluzione si riunirono con le azioni di massa della classe avanzata. I suoi migliori rappresentanti si organizzarono in un partito politico, il partito dei bolscevichi. Debuttando con “Iskra” (Scintilla) il bolscevismo di Lenin trovò la forma istituzionalizzata nel Secondo Congresso POSDR nel 1903. Già nella prima rivoluzione russa, confermò in pratica la correttezza della sua linea. Nell’ottobre 1917, il partito di Lenin ebbe il forte sostegno da tutti i lavoratori russi. I bolscevichi sapevano ascoltare, comprendere ed esprimere il linguaggio politico delle aspirazioni del popolo. Tutto il Paese ascoltò le loro parole d’ordine: “Pace al popolo!”, ” Terra ai contadini!”, “Le fabbriche agli operai!”, “Il pane contro la fame!” “Il potere ai soviet!”. Il successo della prima rivoluzione socialista del mondo fu garantito. Così, una delle più importanti realizzazioni di Lenin era aver specificatamente valutato il momento storico per la completa riuscita della rivoluzione socialista in Russia. Prima di allora, l’arena principale della lotta per il socialismo era l’Europa occidentale. Ma sulla base delle conclusioni del libro “Imperialismo, fase suprema del capitalismo”, Lenin brillantemente previde il passaggio di sede del movimento rivoluzionario in Russia. E aveva ragione! La rivoluzione socialista nel nostro Paese vinse. Tuttavia, era necessario non solo prendere il potere, ma anche mantenerlo. Contro la giovane Repubblica sovietica 14 Paesi presero le armi. Basandosi all’interno sulla controrivoluzione, cominciarono a lacerare la Russia dall’estero. La borghesia e i proprietari terrieri russi vendettero gli interessi nazionali a destra e a sinistra. Fu la forza e la volontà del partito bolscevico, facendo leva sulle masse, che salvò il nostro Paese dalla distruzione. Quando gli invasori e i loro complici furono espulsi, un altro compito apparve non meno difficile: garantire la costruzione di una nuova vita. Nei primi mesi del 1921, la Russia sovietica era in una situazione disperata. Il Paese era stato devastato da due guerre: la Prima guerra mondiale e la guerra civile. La produzione industriale scese di quasi cinque volte. Il volume della produzione agricola fu dimezzato. Le vittime di guerre, carestie, epidemie non furono meno di 25 milioni di persone. Oggi si può solo ammirare la saggezza dei bolscevichi, che in quegli anni cercarono diverse opzioni politiche, dal comunismo di guerra alla nuova politica economica e al piano di elettrificazione. Negli anni 1922-1929, poco prima del Primo piano quinquennale, furono costruite più di 2000 grandi imprese industriali. Economicamente, il Paese raggiunse il livello del 1913. Ma una nuova guerra mondiale si stava preparando. In queste circostanze fu necessario fare un enorme balzo in avanti, creare interi settori economici. Senza, la sopravvivenza dell’Unione Sovietica non sarebbe stata possibile. Nei 10 anni che precedettero la guerra, potemmo compiere i progressi compiuti dall’Europa in un secolo. 9000 nuove imprese furono costruite. Il nostro Pese semianalfabeta imparò a leggere e scrivere, e divenne il migliore nel campo delle scienze. Senza, non ci sarebbe la vittoria nella Grande Guerra Patriottica. E quindi non si possono separare le due date importanti: il 1945 e il 1917. Questi due eventi sono tappe strettamente correlate sulla via del socialismo. I risultati eccezionali dei bolscevichi non si espressero solo in campo economico. Posero fine all’oppressione nazionale e crearono una comunità unica, il popolo sovietico. Costruire il socialismo fu opera di tutte le nazionalità dell’URSS. La Rivoluzione d’Ottobre non aveva una dimensione russa. Fu un evento universale. Per il decimo anniversario dell’ottobre, Stalin scrisse, “non possiamo considerare la Rivoluzione d’Ottobre una rivoluzione “entro i confini nazionali”. È soprattutto una rivoluzione mondiale, internazionale, perché è la svolta radicale nella storia del mondo, transizione dal vecchio mondo capitalista al nuovo mondo socialista”. La prima vittoria del socialismo nel pianeta ebbe un’influenza decisiva sul processo storico mondiale. L’esempio fu dato, seguito in molti Paesi. Il movimento di liberazione nazionale dei popoli oppressi ebbe un impulso estremamente potente. La liberazione della schiavitù coloniale era possibile.
Per i cinesi, le idee dell’Ottobre furono di notevole importanza. Nel 1918 il leader del movimento rivoluzionario democratico cinese Sun Yat-sen inviò un telegramma a Lenin e al governo sovietico, in cui augurava ogni successo alla Russia sovietica ed espresse l’auspicio che “i partiti rivoluzionari della Cina e della Russia si uniscano nella lotta comune”. Recentemente mi sono imbattuto in un documento storico interessante: la proclamazione del Consiglio dei Commissari del Popolo della RSFSR al popolo cinese del 25 luglio 1919. Confermava il rifiuto completo da parte del regime sovietico di diritti speciali e privilegi ottenuti dal governo zarista in Cina per via dei trattati ineguali. Nella storia cinese, non ci sono altri casi in cui degli stranieri volontariamente rinunciarono ai propri vantaggi. Il documento, in particolare, dichiarava: “Se i cinesi vogliono diventare come i russi… un popolo libero, devono capire che i loro unici alleati e fratelli nella lotta per la libertà sono gli operai e i contadini russi e la loro Armata Rossa“. Il 1° luglio 1921 a Shanghai fu istituito il Partito Comunista Cinese, ispirato al patrimonio rivoluzionario della Grande Rivoluzione d’Ottobre. Fu un partito politico della classe operaia cinese, basato sui principi del marxismo-leninismo. Il PCC dovette seguire una strada molto ardua. Ma i suoi sforzi ebbero successo. Il partito poté mettersi a capo delle forze progressiste del Paese. Guidando fino alla vittoria il movimento antimperialista e la rivoluzione antifeudale in Cina, ponendo le basi a progressi e realizzazioni della Cina moderna. Vorrei ricordare le parole di Mao Zedong, “Le salve della Rivoluzione d’Ottobre ci hanno portato il marxismo-leninismo. La Rivoluzione d’Ottobre ha aiutato i progressisti di tutto il mondo, anche in Cina, a riconsiderare i propri problemi, applicando l’ideologia proletaria per decidere il destino del proprio Paese“. I comunisti cinesi sono riusciti, come i bolscevichi russi, a unire il Paese e portarlo su un percorso decisamente progressivo Così, la Grande Rivoluzione d’Ottobre, le idee di Lenin e Stalin non sono di proprietà dei soli russi, ma appartengono a tutta l’umanità. Appartengono alla Cina che, guidata del Partito comunista, ha dimostrato al mondo le meraviglie del suo sviluppo socio-economico.ZyuganovCome, in retrospettiva, valuta il ruolo di figure storiche come Lenin, Stalin, Gorbaciov?
La vita socio-politica della Russia moderna mostra chiaramente il confronto tra due principi ideologici, principio creativo e principio distruttivo. Ciascuno di essi è associato, nella mente dei cittadini, all’attività di varie figure storiche. I nomi di Lenin e Stalin sono associati al grande successo del nostro Paese nel ventesimo secolo. Sotto la bandiera della Grande Rivoluzione d’Ottobre fu istituito il primo Stato socialista del mondo, furono trasformate tutte le sfere della vita nella società sovietica, fu sconfitto il fascismo tedesco nella guerra più terribile e fu sconfitto il militarismo giapponese, fu rapidamente ripristinata l’economia nazionale. Poi creammo la parità nucleare con gli Stati Uniti e il primo lancio nello spazio. Tutto questo e molto altro fu il risultato diretto della Rivoluzione dell’Ottobre 1917. Lenin e Stalin furono i fondatori del nostro partito e dello Stato sovietico. Ma i loro personaggi non dovrebbero in alcun modo essere considerati pezzi da museo di un’epoca passata. Ci dovrebbero ispirare nella nostra vita, nella nostra lotta e nel nostro lavoro quotidiano. La loro eredità dovrebbe essere studiata, e le loro idee praticate e sviluppate. In risposta a coloro che cercano di screditare i nomi di questi grandi uomini, vi sono due citazioni. La prima: “Io rispetto Lenin quale uomo che con completa abnegazione fece di tutto per attuare la giustizia sociale… Persone come lui sono i custodi e restauratori della coscienza dell’umanità“. La seconda citazione si riferisce a Stalin: “Personalmente, non sento altro se non la più grande ammirazione per questo grande uomo, il Padre del suo Paese…” Chi fece queste affermazioni? Vi chiedete. L’autore della prima è Albert Einstein, una delle menti più profonde nella storia del mondo. La seconda è di Winston Churchill, che odiava il socialismo, ma ebbe il coraggio di riconoscere la grandezza dei risultati di Stalin. A tutti i pigmei che cercano d’infangare il nome dei giganti Lenin e Stalin, consiglio di memorizzare questi passi. Lenin era un uomo di Stato come nessun altro. È riuscito a creare un partito che si prese il compito di costruire il primo Stato socialista del mondo. Crebbe in una famiglia felice, circondato da amore e prosperità, completò con successo gli studi al liceo. Poteva condurre una vita tranquilla e felice. Ma Lenin si dedicò alla lotta per la giustizia e gli interessi dei lavoratori. Creò uno Stato in cui i valori principali erano umanesimo, lavoro, giustizia e in cui i rappresentanti di ogni nazione, grandi e piccoli, avevano fiducia nel futuro. Oggi troviamo le opere complete di Lenin in qualsiasi libreria seria nel mondo. I suoi scritti sono stati tradotti in quasi tutte le lingue. Dico spesso ai nostri avversari: fatemi un altro esempio di tale genio, pensatore, politico, uomo di Stato. Non ne esistono!
Due delle più gravi crisi del capitalismo hanno portato a due guerre mondiali. Il nostro Paese fu al centro di questi eventi. Dalla prima si ebbe la Rivoluzione d’Ottobre guidata da Lenin, dalla seconda la grande vittoria guidata da Stalin. L’URSS guidata da Stalin passò negli ultimi anni tra le prime tre nazioni più potenti del mondo. Fu istituito un sistema che rese possibile la vittoria sul fascismo. Gli elementi di questo sistema furono lo sviluppo dell’economia, della potenza dell’Armata Rossa e della scuola sovietica che addestrò combattenti coraggiosi, intelligenti e audaci. Hitler conquistò l’Europa continentale con le sue fabbriche, porti, aeroporti, ma si ruppe i denti contro l’eroismo del nostro popolo, del potere scientifico e tecnologico dell’Unione Sovietica. Il talento di leader militare di Stalin è riconosciuto da tutti coloro che collaborarono con lui durante la guerra, Zhukov, Rokossovskij, Konev, Vasilevskij e altri. Come comandante in capo, conosceva la situazione operativa e diresse tutte le principali operazioni offensive. Stalin capì che solo un potente blocco di Paesi socialisti poteva resistere all’aggressione del capitale globale. Il ruolo principale nella sua creazione dopo la seconda guerra mondiale, andava a URSS e Cina. L’Unione Sovietica fu il primo Paese a riconoscere la Repubblica Popolare Cinese, il 2 ottobre 1949, il giorno dopo la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese. Pochi mesi dopo, nel febbraio 1950 fu firmato il Trattato di amicizia, alleanza e mutua assistenza sino-sovietico. La leadership di Stalin tese al popolo cinese una mano fraterna per la costruzione dello Stato, dell’esercito, nella formazione di specialisti. L’alleanza strategica tra Mosca e Pechino fu una vera e propria minaccia per l’egemonia degli Stati Uniti d’America.
Quanto a Gorbaciov, non merita nemmeno una semplice menzione accanto a Lenin e Stalin. Gorbaciov, Jakovlev, Shevardnadze, Eltsin e i loro complici commisero il crimine più grave contro il loro popolo e tutta l’umanità, distrussero l’Unione Sovietica. Calpestarono apertamente i risultati del referendum nel marzo 1991. Mentre la stragrande maggioranza dei partecipanti votò per il mantenimento dell’Unione Sovietica. Va ricordato che l’URSS era una civiltà: 190 nazioni e nazionalità, 40 religioni e denominazioni, 10 fusi orari, quasi tutte le zone climatiche. Non esisteva nel mondo un sistema statale-politico più sofisticato. Ignorando tutto questo, Gorbaciov con le sue azioni minò l’unità nazionale e le fondamenta dello Stato. Come risultato, l’URSS fu distrutta. Il Paese sperimentò la vergogna del “ruggenti anni novanta”. Più di 80000 imprese furono distrutte. Uno dopo l’altro conflitti sanguinosi scoppiavano. Le vittime furono centinaia di migliaia e ci furono 9 milioni di rifugiati. Così oggi, quando Gorbaciov parla della restaurazione del capitalismo in Russia senza spargimento di sangue, suscita solo rabbia e risentimento. Basta guardare agli eventi cui sono immersi oggi i nostri fratelli ucraini. Caos, spargimento di sangue, impoverimento delle masse, ciò che vi accade negli ultimi anni. E questo è un risultato diretto del tradimento di Gorbaciov. Il nome di Gorbaciov in Russia oggi è visto come sinonimo di tradimento, simbolo del tradimento della causa socialista e disprezzo degli interessi dei lavoratori. Con questo nome fortemente associato agli eventi della nostra storia recente, come trascurare la negligenza verso il popolo sovietico, l’umiliazione di fronte agli Stati Uniti, l’accettazione delle politiche neo-coloniali dell’occidente. Nella mente popolare la “perestroika” di Gorbaciov è percepita come una serie di sconfitte e di crimini. Nei suoi documenti politici, il Partito Comunista ha dato una valutazione obiettiva delle attività distruttive di tale guitto.1458981961_V-Podmoskov-e-otkrylsya-X-martovskiiy-sovmestnyiy-Plenum-CK-i-CKRK-KPRFDopo il crollo dell’Unione Sovietica e la messa al bando del PCUS, il movimento comunista in Russia ha vissuto momenti difficili. Come lei e i suoi compagni siete riusciti a preservare dignità e fedeltà agli ideali, a superare tutte le difficoltà e ricostruire il partito comunista?
Il momento fu davvero difficile. La controrivoluzione borghese e la distruzione dell’Unione Sovietica furono un banco di prova per il nostro Paese e per il movimento comunista internazionale. Milioni di cittadini sovietici potevano immaginare nei peggiore incubi che la direzione del partito e del Paese prendessero la via del tradimento, la distruzione dello Stato. Tutto questo creò confusione nelle file dei comunisti e dei loro sostenitori. Ma nonostante il tradimento della direzione del partito, molti rimasero fedeli ai loro ideali. I comunisti russi non hanno permesso di seppellire la causa del socialismo nel nostro paese. Hanno ricreato il partito comunista, si sono impegnati con coraggio sulla via della lotta per la rinascita della patria socialista. Vi ricordo che nel periodo da agosto a novembre del 1991, le nuove autorità democratiche russe prima sospesero e poi vietarono le attività del PCUS e la sua organizzazione in Russia, il Partito Comunista della RSFSR. Le proprietà del partito furono confiscate. Nel momento in cui improvvisamente, erano apparentemente scomparsi i riferimenti ideologici e anche morali, molti membri del partito vietato erano demoralizzati. C’era anche chi partecipava alla “crociata” contro il socialismo. Il Paese subì una feroce campagna per screditare il partito e le idee comuniste. In Russia fu montato il “caso del PCUS”. Furono fatti tentativi di organizzare una causa contro il partito e l’ideologia che hanno guidato il popolo sovietico nella vittoria sul fascismo. A quel tempo, la “terapia d’urto” del governo Gajdar aumentò notevolmente la tensione sociale nel Paese. In poche settimane, la maggior parte dei nostri cittadini cadde in povertà. La rabbia del popolo si riversò sulle strade. E poi il nuovo governo presunto “democratico” si rivelò appieno. Eltsin e i suoi scagnozzi fecero ricorso più volte alla forza bruta. Così, il 23 febbraio 1992, anniversario dell’esercito sovietico, la manifestazione dei patrioti di sinistra fu schiacciata nel centro di Mosca. In seguito l’uso della forza contro i manifestanti pacifici cittadini si ripeté regolarmente. Il culmine dello scontro fu l’attacco al Soviet supremo eletto dal popolo della RSFSR e il massacro dei suoi sostenitori nel settembre-ottobre 1993. Per me è chiaro che l’esigenza di giustizia sociale nella società russa fosse molto forte. Ma negli eventi del 1992-1993 chiaramente mancava un nucleo organizzatore. L’obiettivo principale in queste circostanze era far rivivere il partito comunista, forza politica delle masse lavoratrici. I lavori per la sua ricostruzione continuarono senza sosta, nonostante la forte pressione politica, psicologica e amministrativa. Alla Corte costituzionale potemmo sfidare il decreto Eltsin che vietava le attività del partito. Il 13-14 febbraio 1993 si ebbe il II Congresso straordinario dei comunisti russi. Dopo un divieto di quasi un anno e mezzo, si annunciava la ripresa delle attività del partito, che prese il nome di Partito Comunista della Federazione Russa. Nel marzo dello stesso anno, il partito comunista fu ufficialmente registrato presso il Ministero della Giustizia della Russia. Dopo difficoltà, non solo il partito fu ufficialmente riattivato, ma divenne anche forza d’opposizione nel Paese. Naturalmente, la strada non fu facile. Dovemmo lavorare in condizioni particolari. Subimmo appieno la tirannia della macchina repressiva di Eltsin e l’orgia mediatica “democratica”. I nostri attivisti subirono tentativi di corruzione e minacce. Spesso le loro famiglie furono sotto pressione. Ma i nostri compagni hanno resistito con onore. E in queste condizioni difficili, l’esempio della Cina socialista, che si sviluppava rapidamente e con successo, fu molto importante per noi. Nel dicembre 1993, il partito comunista appena ricostituito ebbe il 12% nelle prime elezioni per la Duma di Stato. Solo due mesi dopo l’attacco al Soviet Supremo nei giorni dell”Ottobre nero”. Molti temevano apertamente le rappresaglie dal regime di Eltsin. Condurre la campagna sotto la bandiera del partito comunista dopo il tiro dei carri armati nel centro di Mosca fu un atto che richiese coraggio. E le persone avvicinatesi al partito comunista l’hanno dimostrato pienamente. Nelle elezioni per la Duma di due anni dopo ottenemmo già il 22% dei voti. E nelle elezioni presidenziali combattemmo ad armi pari con Eltsin, nel 1996. Il merito principale va ai militanti di base del Partito comunista, disposti a lavorare in condizioni estremamente difficili. Sollevarono il nostro partito in tutto il Paese, vi sono cellule negli angoli più remoti della Russia. Quando qualcuno solleva la questione del “partito d’oro”, dico con certezza che c’è davvero l’oro. Si tratta di queste persone eccezionali, dei nostri compagni combattenti.

Qual è oggi l’influenza del partito comunista in Russia? Quanti aderenti ha? Quali sono gli obiettivi decisi per le prossime elezioni per la Duma di Stato?
zuga Seguendo il partito bolscevico fondato da Lenin, il partito comunista ha sempre difeso i diritti dei lavoratori e gli interessi nazionali della Russia. Da un quarto di secolo, il nostro partito si batte contro la restaurazione capitalista, utilizzando sia la tribuna parlamentare che il lavoro tra le masse. Il nostro obiettivo strategico è costruire in Russia un rinnovato socialismo, il socialismo del XXI secolo. Nonostante la pressione amministrativa e la costante di propaganda anticomunista, continuiamo ad essere il principale partito di opposizione. A differenza di altri partiti russi, il partito comunista ha una struttura ramificata di organizzazioni in tutto il Paese. Solo il partito “Russia Unita” può essere paragonato a noi. Il partito comunista ha 81 federazioni regionali, più di duemila capitoli locali e quasi 14000 cellule di base. Nelle file del partito ci sono più di 160000 aderenti. Prendo atto presso il lettore cinese che alla vigilia della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, il partito bolscevico aveva circa 40000 membri. Oggi, possiamo solo rallegrarci del fatto che i ranghi del partito comunista accettino molti giovani. Per elevare la formazione dei giovani comunisti è stato istituito il Centro per gli studi politici del Comitato centrale del Partito comunista. Per quasi tre anni ha formato più di 600 nostri giovani compagni. Sono loro la riserva dei quadri di partito. Ma il potere del Partito comunista non si ferma lì. Il partito comunista ha milioni di sostenitori di diverse età e professioni. I comunisti operano nella Lega della Gioventù Comunista Leninista, nell'”Unione delle donne russe – Speranza della Russia”, in numerosi sindacati indipendenti, organizzazioni di veterani e organizzazioni patriottiche di sinistra. Insieme, formano una rete di propaganda senza precedenti. I gruppi parlamentari e gli eletti del partito comunista operano nella maggior parte delle regioni, distretti e comuni. I rappresentanti del partito Potomskij e Levchenko guidano le regioni di Orjol e Irkutsk. Il primo si trova nel cuore delle terre nere russe, e il secondo è la porta della Russia su Cina e Mongolia, ha un’industria sviluppata e vaste risorse naturali. Il comunista Lokot è stato eletto sindaco della terza città più grande della Russia, Novosibirsk. Nonostante la crisi economica, i nostri rappresentanti negli organi esecutivi ottengono grandi successi. Le elezioni si terranno il 18 settembre per la camera bassa del parlamento russo, la Duma di Stato. Ci presentiamo alle elezioni con un forte team di professionisti. Il partito comunista ha sviluppato un programma di sviluppo nazionale che assicura la ripresa dalla crisi economica e sociale. Faremo tutto il possibile per inviare questo programma a ciascun elettore, nelle profondità della provincia. Il Partito Comunista non ha solo l’ambizione di mantenere il ruolo di principale forza di opposizione in Russia. Credo che le prossime elezioni siano un’opportunità per tutte le forze nazional-patriottiche di unirsi attorno ad un programma di sviluppo su larga scala del nostro Paese. Vogliamo un risultato che ci permetta d’implementare il nostro programma anti-crisi. Per farlo, dobbiamo raggiungere un nuovo equilibrio di forze nella Duma di Stato, formare un governo di fiducia nazionale. A questo proposito, un buon esempio nella storia moderna della Russia è il governo Primakov-Masljukov creato su nostra iniziativa. A tempo di record superò le conseguenze disastrose della bancarotta del 1998. Oggi è urgente formare un governo di centro-sinistra che attui il programma di uscita dalla crisi del Paese. Il nostro programma anti-crisi comporta il ripristino della sovranità economica della Russia, sottraendosi al controllo del grande capitale occidentale. Allo stesso tempo, cerchiamo di rafforzare le relazioni economiche estere verso est. Crediamo che questo contribuirà allo sviluppo delle regioni remote della Russia e sarà una buona base per il riavvicinamento con la Cina, nostro partner strategico.l9NbFtXXAJNiLAykqKAoPQA8JCol1olSIl partito comunista è un partito di opposizione. Fortemente critico di molti aspetti della politica interna, ma sostiene la politica estera. Come costruite i vostri rapporti personali con il Presidente russo Vladimir Putin?
Prima di tutto voglio chiarire un punto. Noi non critichiamo aspetti specifici delle politiche socio-economiche liberali del governo Medvedev. Rifiutiamo completamente questo corso. Crediamo che abbia portato il Paese in un vicolo cieco e la sua continuazione è carica di conseguenze gravi per la Russia. Il blocco economico del governo difende in realtà interessi non nazionali, ed è la cinghia di trasmissione della distruttiva influenza occidentale. Questa politica liberale è oggi in conflitto con la politica estera attiva della Russia. Il nostro Paese deve difendere i propri interessi, in un momento in cui l’occidente guidato dagli Stati Uniti cerca d’isolare la Russia e provoca tensioni ai nostri confini. La Cina ha, ad esempio, una situazione simile nel Mar Cinese Meridionale, dove le navi della Settima Flotta degli Stati Uniti sono arrivate per compiere provocazioni. Allo stesso tempo, la loro Sesta Flotta viola sfacciatamente la Convenzione di Montreux, cercando di stabilirsi nel Mar Nero al largo delle coste russe. Per quanto riguarda l’Europa orientale, le colonne corazzate della NATO organizzano regolarmente marce di dimostrazione. Il Partito Comunista sostiene in generale gli sforzi della nostra diplomazia tentando di contrastare la politica estera avventurosa degli USA. Allo stesso tempo, il nostro partito è consapevole che per lottare in modo efficace contro l’aggressione dell’imperialismo siano necessarie ampie spalle. Fu così con l’Unione Sovietica nella lotta al fascismo tedesco e al militarismo giapponese. Senza un cambiamento decisivo nella politica socio-economica, sarà difficile contare sul successo in politica estera. I comunisti russi credono che la politica liberale del governo attuale non rifletta le aspirazioni delle masse: operai, contadini, intellettuali, piccole e medie imprese, giovani e pensionati. La politica finanziaria ed economica liberale continua a distruggere il complesso economico del Paese, impone il diritto degli oligarchi a decidere il destino della Russia, mettendola in condizione di dipendenza economica dall’occidente. Crediamo che questa linea sia in profonda contraddizione con la politica estera del Presidente Putin, che implica la tutela degli interessi nazionali della Russia e l’opposizione all’egemonia degli Stati Uniti nel mondo. Con Putin ho sviluppato rapporti di lavoro forti e pacifici. Tuttavia, il partito comunista sottolinea costantemente che le attività del potere centrale in Russia sono piene di contraddizioni. Dell’attuale progresso socio-economico non siamo assolutamente soddisfatti. Rientra del tutto nelle politiche di Eltsin-Gajdar 1990, inaccettabili per noi, così come la sfrenata propaganda antisovietica. In altre parole, la direzione della Russia non è omogenea. È costituita da forze divergenti. Nell’ambito di questo equilibrio complesso, il Partito Comunista cerca di far sì che le tendenze patriottiche prendano il sopravvento. A questo puntano i miei incontri personali con Putin e i membri del governo attuale.79358Lei è più volte stato in Cina e si è incontrato con il Presidente cinese Xi Jinping. Come valuta la natura dei rapporti tra il Partito Comunista Russo e il Partito Comunista Cinese?
Ha assolutamente ragione nel notare la solida natura del nostro rapporto con il Partito comunista cinese. Con il compagno Xi Jinping ci siamo incontrati prima che divenisse Presidente della Repubblica Popolare Cinese. Anche allora notavo la sua apertura, il suo approccio riflessivo e sobrio alle più complesse questioni delle sfere politica, ideologica, economica. Xi Jinping è uno degli statisti più influenti dell’era moderna. Queste persone non solo possono capire il contenuto della fase attuale dello sviluppo umano, ma anche prevedere la direzione dello sviluppo, cercando di sfruttare l’opportunità storica in nome della stabilità e della prosperità della Cina, per il sogno della Cina di un mondo armonioso. I comunisti russi hanno a lungo avuto legami fraterni con le controparti cinesi. Siamo legati da anni di lotta all’imperialismo in condizioni di segretezza, dal trionfo della Grande Rivoluzione d’Ottobre, dalle attività congiunte del Comintern, dalla tutela della libertà e dell’indipendenza delle nostre nazioni durante la Seconda guerra mondiale, dal rilancio economico e culturale dopo la guerra. Oggi siamo uniti dal rifiuto categorico del dominio statunitense sul mondo. Nel tentativo di costruire un ordine mondiale giusto, il Partito Comunista Russo e il Partito Comunista Cinese rafforzano attivamente le simpatie reciproche tra i cittadini di entrambi i Paesi, consolidando l’amicizia tra Cina e Russia. I rapporti tra il Partito Comunista Russo e il PCC hanno il carattere di un forte partenariato strategico. Nel 1990 fu firmato tra le due parti un accordo di cooperazione, regolarmente rinnovato, e il rapporto tra i nostri due Partiti riguarda sempre più aree. I giovani dirigenti del nostro partito vanno regolarmente in Cina per la formazione. Apprendono dall’esperienza unica della Cina applicando queste conoscenze nel Paese d’origine. Le nostre controparti si scambiano continuamente informazioni per sviluppare una visione comune sulle questioni più importanti all’ordine del giorno, bilaterali e internazionali. Oggi i rapporti tra i due partiti entrano in una nuova fase. Abbiamo firmato un memorandum di cooperazione interpartitico. Sviluppiamo scambi di delegazioni. Il Partito Comunista Russo studia attentamente le migliori pratiche del PCC nei programmi economici, sociali e umanitari nella costruzione del partito. I comunisti russi diffondono ampiamente i successi e le conquiste della Cina tra i cittadini russi. Il giornale “Pravda”, la rete del Partito Comunista “linea rossa”, i nostri siti partner seguono regolarmente la vita della Repubblica Popolare Cinese. Il Partito Comunista e il PCC considerano inaccettabili i tentativi di falsificare la storia, in particolare la seconda guerra mondiale e i suoi risultati. Un simbolo della vicinanza dei nostri Paesi fu il 70° anniversario della Vittoria sul fascismo tedesco e il militarismo giapponese. Le truppe cinesi presero parte alla parata del 9 maggio sulla Piazza Rossa, e la grande sfilata del 3 settembre a Pechino fu caratterizzata dalla presenza della leadership russa. Pochi giorni dopo, il 26 settembre a Khabarovsk, vi furono i festeggiamenti organizzati dal Partito comunista russo e dal Partito comunista cinese. Nel complesso, tenemmo la conferenza “70 anni di Vittoria comune. Contributo storico e ruolo dell’Unione Sovietica e della Cina nella seconda guerra mondiale contro il fascismo”. Dopo la conclusione, artisti cinesi e russi diedero un magnifico concerto. Accogliemmo una folta delegazione del Comitato centrale del PCC, guidato dal membro del Politburo, Segretario del Comitato centrale del partito, compagno Liu Qibao. Sono convinto che tali attività dovrebbero essere svolte regolarmente. In generale, siamo pronti a sviluppare ulteriormente il ricco potenziale della cooperazione tra i nostri due partiti, nell’interesse delle relazioni bilaterali tra la Russia e la Cina.

Oggi, molti esperti occidentali prevedono per l’economia cinese un “atterraggio duro”. Cosa ne pensa di tale previsione? Quali sono, a vostro parere, le prospettive per la costruzione della “società moderatamente prospera” della Cina?
zyuganov chavez Sa, possiamo sorridere di certi “esperti da divano” quando salutano la “crisi in Cina”. E’ necessario conoscere la situazione reale. La crescita dell’economia cinese è stata del 7% l’anno scorso, mentre in Europa fu inferiore al 2% e negli Stati Uniti, poco più del 2%, e in Russia fu negativa. Così proclamare dai tetti il collasso dell’economia cinese è a dir poco ridicolo. Naturalmente, a causa della crisi globale, la Cina deve affrontare alcune difficoltà, ma sono sicuro che sono solo temporanee, sono “disturbi della crescita”. Penso che la Cina abbia tutte le ragioni per avere fiducia in un futuro migliore. I comunisti cinesi hanno studiato attentamente l’esperienza del nostro Paese, compresa l’era di Gorbaciov con la sua “perestroika” e il crollo dell’URSS. Il PCC cerca di non ripetere gli errori commessi da noi. Per quanto riguarda l’economia in Cina, è considerata un sistema molto complesso che non permette volontarismi e avventurismi. Tutti i passi sono presi dopo un’attenta analisi delle possibili conseguenze. È possibile garantire continuità, potenza e riforme senza estremizzare. I comunisti cinesi combinano il marxismo-leninismo con il socialismo con caratteristiche cinesi, regolamentazione del governo e opportunità di mercato. A differenza dei liberali russi, i leader cinesi non si basano sulla onnipotenza della “mano invisibile del mercato”. Hanno trovato una relazione controllata tra forme di proprietà statale, proprietà collettiva e privata, senza distruggere il controllo dello Stato in alcuna di queste aree. È interessante notare che l’economia cinese non si basa sulle materie prime. Si osserva la rapida crescita della produzione di macchine utensili, aeromobili, automobili. Il sistema educativo cinese è in fase di sviluppo. Non è sorprendente che in soli due decenni la Cina sia passata da Paese prevalentemente agricolo al ruolo di locomotiva economica globale. Il tenore di vita aumenta. Le garanzie sociali migliorano. Il sistema pensionistico si sviluppa. Assistiamo ai fantastici risultati conseguiti nello sviluppo culturale e spirituale. L’Impero Celeste ha fatto i suoi passi avanti nello spazio, e ha grande successo nella scienza e nello sport. Ricordo bene la mia prima visita a Shanghai di più di venti anni fa. Era una grande città, ma povera con strade strette e baracche. Ora è diventata una grande magnifica metropoli con grattacieli e grande sviluppo infrastrutturale urbano. Basti dire che il numero di stazioni della metropolitana ammonta a quasi 400! Tutto questo è merito diretto del partito comunista e del governo cinesi. Ecco perché sono sicuro che l'”atterraggio duro” dell’economia cinese non sarà domani. Il popolo cinese, saggio e laborioso, continua a seguire con fermezza il percorso dello sviluppo socio-economico, culturale, scientifico e tecnologico, dello sviluppo complessivo del socialismo con caratteristiche cinesi, nella costruzione di una società moderatamente prospera.
A mio avviso, parlare di “atterraggio duro” non ha nulla a che fare con le previsioni. E’ piuttosto un desiderio e lo scopo di certuni. Infatti, Washington evita di accettare l’indebolimento del suo dominio nella politica economia e mondiale. E la Cina reagisce sempre più attivamente agli statunitensi. Naturalmente, il capitale occidentale lotterà per mantenere il dominio, utilizzando, come abbiamo visto, tutti i mezzi, anche i militari. Tuttavia, per la Repubblica Popolare Cinese e la Russia la pressione militare ha poco effetto. Pertanto, la guerra economica e la propaganda continuano ad essere utilizzate contro i nostri Paesi. Ovviamente, il trattato trans-Pacifico degli Stati Uniti ha carattere anti-cinese e anti-russo. E’ molto probabile che i circoli dirigenti degli Stati Uniti cerchino nel prossimo futuro di rafforzare radicalmente la loro politica anti-cinese. E tale politica è ben nota. Si creano artificialmente fattori economici esteri sfavorevoli alla Cina. Gli Stati Uniti creano blocchi economici chiusi ed impongono alte tariffe alle importazioni di molti prodotti cinesi. Washington ostacola l’investimento privato delle aziende cinesi all’estero e cerca d’isolare la Cina dalle fonti estere di materie prime. Queste azioni apertamente ostili verso il popolo cinese costituiscono il quadro generale della politica globalista statunitense. Nelle condizioni di profonda crisi economica globale, una base affidabile per lo sviluppo stabile dell’economia cinese può diventare l’autonomia, la domanda interna, lo sviluppo accelerato delle regioni occidentali del Paese. Un ruolo importante può essere svolto dal progetto della cintura economica della Via della Seta e lo sviluppo accelerato delle relazioni bilaterali con Paesi amici, tra cui la Russia. Cina e Russia sono partner strategici. Le relazioni tra i nostri due Paesi si sviluppano su un piano di parità, tenendo conto degli interessi e degli impegni reciproci. Il potenziale reciprocamente vantaggioso per la cooperazione economica tra Russia e Cina è molto alto. I nostri interessi geopolitici hanno un vettore comune. Nel contesto dell’egemonia aggressiva statunitense, dobbiamo perseguire una politica estera coordinata. Le economie di entrambi i Paesi sono in larga misura complementari. Nonostante un calo temporaneo nel commercio bilaterale lo scorso anno, all’inizio del 2016 questo trend negativo s’è invertito. Le vendite del primo trimestre sono aumentate del 3,6%. Allo stesso tempo, le esportazioni cinesi verso la Russia sono aumentate del 6,2%, mentre le esportazioni russe verso la Cina dell’1,1%. Un approfondimento completo dei nostri rapporti può essere un passo importante nella formazione di un nuovo ordine mondiale basato su principi del rispetto e della considerazione reciproca degli interessi di tutti i partecipanti. Naturalmente, non possiamo dire che la Cina sia esente da problemi. Il governo e il popolo cinesi sono impegnati a risolvere i problemi della corruzione, le contraddizioni tra città e campagna, l’inquinamento dell’ambiente. Ma il merito della leadership cinese è che non sembra lontano da questi problemi e cerca di risolverli. A questo proposito, sono fiducioso a che il 13° Piano quinquennale adottato di recente dalla Cina sia completato con successo. Sarà anche raggiunto l’obiettivo principale del piano, creare nel 2020 una “società moderatamente prospera”. Credo che la Cina oggi abbia tutte le ragioni per essere ottimista sul futuro. Credo che per il centenario della nascita del PCC, il Paese potrà non solo attuare pienamente tutte le decisioni per la costruzione di una società moderatamente prospera, ma anche conseguire nuove vittorie spettacolari nello sviluppo del socialismo con caratteristiche cinesi. Noi comunisti russi, seguendo da vicino lo sviluppo della Cina, non vediamo l’ora di vedere i vostri successi. Auspico di cuore al popolo cinese maggiore successo nel raggiungere i propri obiettivi!695562_1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una partnership imprevista: Germania nazista e Repubblica cinese

Norton Yeung, War History online, 31 marzo 2016

Chiang_Wei-kuo_Nazi_1htlgMEbGuardate queste foto, un ufficiale nazista e truppe della Wehrmacht, giusto? Sbagliato. Un rapido sguardo non ingannerebbe gli appassionati di storia militare. Si verrebbe perdonati pensando che si tratti dell’esercito imperiale giapponese (IJA) addestrato dai tedeschi. Ma non c’è nulla di più lontano dalla verità, infatti sono soldati dell’Esercito Nazionale Rivoluzionario (NRA) cinese addestrati dai nazisti, destinati a combattere gli invasori giapponesi. L’ufficiale della Wehrmacht è Chiang Wei-Kuo, figlio adottivo del generalissimo Chiang Kai-shek. Chiang Wei-Kuo comandò un panzer tedesco durante l’Anschluss, venendo promosso tenente della Wehrmacht in previsione del Fall Weiss, prima di essere richiamato in Cina. Come è possibile che il figlio di un capo di Stato alleato della Seconda Guerra Mondiale fosse dal lato sbagliato della guerra, vi chiederete? Sappiamo tutti che la Cina fu la ‘prima a combattere’ il Giappone imperiale nel 1931, quando la Manciuria fu annessa formando il Manchukuo fantoccio del Giappone, solo per essere seguita dall’invasione del 1937. Di fronte a un nemico di gran lunga superiore tecnologicamente ed organizzativamente, con un’economia da guerra industrializzata, la Cina cercò naturalmente aiuto militare estero da chiunque fosse disponibile. Ironia della sorte, uno di questi partner fu la Germania nazista, il prossimo alleato del Giappone.
Il supporto nazista fu motivato da due ragioni: la necessità economica delle materie prime della Cina e l’anticomunismo del partito nazionalista di Chiang Kai-shek, o Kuomintang (KMT). Assai sorprendentemente, personalmente Hitler non considerò mai cinesi o giapponesi inferiori, escludendo i cinesi dall’antagonismo razziale nazista nelle relazioni con l’estero. Tale partnership inaspettata tra Germania e KMT in realtà precedette l’ascesa di Wang_and_NazisHitler al potere nel 1933. Dopo che il governo cinese di Beiyang dichiarò guerra alla Germania imperiale nel 1917, la cooperazione cino-tedesca si stabilì dopo la sconfitta tedesca. Se la Cina in realtà non combatté mai contro la Germania (contribuì con manodopera cinese per gli alleati con il Corpo del Lavoro cinese), oltre al fatto che la Germania di Weimar rinunciò alle rivendicazioni territoriali in Cina, la partnership rinnovata uscì dalla prima guerra mondiale in gran parte indenne. Con la firma del trattato di pace cino-tedesco nel 1921, furono poste le basi per la cooperazione: la Cina offrì accesso alle materie prime necessarie per la ricostruzione tedesca del dopoguerra, mentre la Germania di Weimar offrì materiale moderno e consulenza militare a una Cina minacciata. Nel mercato redditizio della guerra civile cinese tra signori della guerra, la Germania aveva un vantaggio. A differenza dell’altro importante sostenitore estero del KMT prima di Pearl Harbour, l’URSS, la Germania di Weimar non aveva alcuna agenda politica. Mentre i sovietici usarono l’assistenza militare per inserire politicamente i compagni del Partito Comunista Cinese (PCC) nel KMT, i tedeschi erano inizialmente interessati ad affari e anticomunismo, essendo stati privati della capacità o volontà d’imporre piani imperiali alla Cina. Attraverso ufficiali del KMT istruiti dai tedeschi come Chu Chia-hua, soldati di ventura come Max Bauer furono reclutati dalla Cina negli anni di Weimar, evitando il divieto sugli investimenti militari stranieri del Trattato con la Germania. Per lo più gli ufficiali della prima guerra mondiale, che condividevano i sentimenti anticomunisti con la fazione di destra del KMT guidata da Chiang Kai-shek (Bauer fu personalmente coinvolto nel putsch di Kapp), erano più che felici di consigliare il KMT. La famosa Whampoa Military Academy, equivalente cinese di Sandhurst/West Point, fu notevolmente rafforzata alla fine degli anni ’20 nell’intelligence e nell’addestramento militari da 20 alti ufficiali tedeschi reclutati da Bauer. Lo sviluppo delle infrastrutture industriali del KMT avvenne sotto la guida tedesca. La presenza di personale fu accoppiata alle esportazioni clandestine di armi tedesche, pari a oltre il 50% delle importazioni di armi della Cina nel 1925, mentre i vincitori democratici della Prima guerra mondiale esclusero la Germania dall’embargo sulle armi contro la Cina nel 1919. Alla vittoria nazista nelle elezioni del 1932 in Germania e successiva presa del potere di Hitler, i legami cino-tedeschi si rafforzarono con la rimozione degli obblighi della neutralità di Weimar. Su invito di Chiang, i fanatici della Hitlerjugend visitarono anche la Cina.
Seekt Hans von Seeckt, il generale responsabile delle vittorie sul fronte orientale del maresciallo von Mackensen, fu inviato come consigliere di Chiang nella lotta al PCC. Il suo ‘Piano delle 80 divisioni’ era la chiave per sostenere una piccola ma altamente centralizzata, mobile e ben attrezzata forza modernizzata, contrariamente alla maggior parte degli eserciti delle fazioni cinesi contemporanee. Adottando le idee tedesche, come la formazione di brigate di élite e l’eliminazione del regionalismo tra le diverse divisioni, i metodi di von Seeckt si materializzarono parzialmente nelle otto divisioni d’élite del KMT addestrate dai tedeschi (80000 uomini), tra cui la famosa 88.ma, destinate ad opporre la più feroce resistenza all’IJA nella famosa difesa dei magazzini Sihang di Shanghai. Alexander von Falkenhausen, comandante appena pensionato della scuola di fanteria di Dresda, fu incaricato di attuare il piano di von Seeckt. Von Falkenhausen ridimensionò l’ambiziosa visione di von Seeckt adattandosi alle capacità industriali limitate della Cina, che secondo von Seeckt era obsoleta all’80%, nel 1930, per una moderna produzione militare. Invece di 80 divisioni complete, von Falkenhausen spinse per la costruzione di una piccola forza mobile sufficientemente specializzata in armi tattiche di piccolo calibro, similmente alle Sturmtruppen della fine della Prima guerra mondiale, col compito d’infiltrarsi. Per tutto il tempo, la modernizzazione delle armi fu accelerata. Fu revisionato l’arsenale di Hanyang per la produzione di armi Maxim, tanto necessarie per il tiro di supporto automatico, così come il fucile Tipo 24 Chiang Kai-shek (copia del Mauser M1924, antenato della carabina 98K), mentre nuovi stabilimenti furono istituiti per la produzione di moderne attrezzature progettate dai tedeschi, come le MG-34 e anche qualche autoblindo che la Cina acquistò dal Reich. Fu ordinata l’importazione di armi, tra cui i caratteristici elmetti M35 e le pistole automatiche Mauser C96 Broomhandle così come artiglieria fabbricata da Rheinmetall e Krupp fu ordinata in grandi quantità per integrare la produzione locale.
3905 Von Falkenhausen consigliò Chiang di scatenare una guerra di logoramento contro i giapponesi, ritirandosi lentamente dal nord della Cina, evitando di attaccare a nord del Fiume Giallo. Sostenne le tattiche d’infiltrazione della guerriglia per completare l’approccio della difesa in profondità, rendendo costosa ai giapponesi ogni avanzata. Certamente, Chiang l’ascoltò e l’avanzata giapponese fu rallentata per mesi prima della caduta di Nanchino, permettendo al governo del KMT di spostare forze e industria bellica nell’interno del Sichuan. Ancora più importante, le riuscite azioni dilatorie prima della Seconda Battaglia di Shanghai e della Battaglia di Nanchino, infine, dimostrarono che l’NRA poteva rispondere ai giapponesi più tecnologicamente e organizzativamente avanzati. L’ultima ammirevole resistenza di Shanghai, per 76 giorni, nonostante le pesanti perdite, sollevò il morale cinese continuando la lotta, portando alle famose vittorie di Taierzhuang nel 1938, contro la fanteria giapponese supportata da blindati, e a Suixian-Zaoyang nel 1939, molto prima delle prime vittorie degli alleati occidentali o anche dello scoppio della guerra europea. Quindi la decisione di Chiang Kai-shek d’inviare Wei-Kuo ad istruirsi nella Wehrmacht non dovrebbe sorprendere. In effetti, i legami personali di Chiang con la Germania erano tali che, anche dopo lo scoppio della guerra cino-giapponese del 1937, una significativa ambasciata cinese rimase a Berlino, chiedendo il ripristino integrale dei rapporti nazi-cinesi nonostante il Patto di non aggressione cino-sovietico. Quando furono finalmente richiamati, von Falkenhausen e colleghi consiglieri tedeschi promisero di non condividere alcuna informazione sui piani di guerra cinesi con i nuovi alleati giapponesi. Quando il Patto tripartito del 1941 formalizzò l’asse Germania-Italia-Giappone, l’aiuto tedesco alla Cina cessò completamente, ma le basi militari che la partnership pose contribuirono alla vittoria finale cinese. Von Falkenhausen, da parte sua, mantenne la parola e continuò a scrivere a Chiang, scambiandosi doni anche molto tempo dopo la fine della guerra.Jo5eORO

Riferimenti
Kennedy, M., Il dimenticato Corpo del lavoro cinese della Prima guerra mondiale viene riconosciuto infine
Kirby, WC, Germania e Cina repubblicana, 1984, Stanford University Press.
Sawyers, M., La partecipazione del Soccorso unito cinese al Fondo Nazionale di Guerra degli Stati Uniti d’America
Taipei Times, Il generale nazionalista Sun Yuan-liang muore a 103 anni
Wikipedia, Alexander von Falkenhausen
Wikipedia, Chiang Wei-Kuo
Wikipedia, Ariani onorari
Wikipedia, Esercito Nazionale Rivoluzionario

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L'”incidente di Mukden”

Bruno Birolli, Fascinant Japon

La seconda guerra mondiale in Asia iniziò non a Pearl Harbor, ma dieci anni e tre mesi prima, in Manciuria, a Mukden, oggi Shenyang, nella notte del 18 e 19 settembre 1931. Evento decisivo nella storia del 20° secolo, oggi dimenticato. Eppure impressionò il contemporaneo Hergé che ne fece il centro dell’intrigo dell’albo di Tintin, Il Loto Blu.000Il piccolo corpo d’armata giapponese, l’armata del Kwantung, deve il suo nome al territorio del Kwantung, o Guandong in cinese moderno, Kanto in giapponese, nella penisola di Lioadong, dove si trova Dalian e un nome noto nei primi anni del 20° secolo: Port Arthur, la base navale russa conquistata dai giapponesi dopo un assedio estenuante nella guerra russo-giapponese (1904-1905). E’ la lontananza dell’arcipelago motivo per cui l’armata del Kwantung, nonostante il piccolo stato maggiore, divenne vivaio di cospiratori e matrice del fascismo giapponese.

Contesto storico
Il problema che affrontò il Giappone dopo la vittoria sulla Russia nel 1905, è che la sua presenza nel continente rimase fragile. In virtù del trattato di Portsmouth, il Giappone recuperò solo i diritti acquisiti dalla Russia in Manciuria. Una volta che tali diritti decaddero, nel 1923, il Giappone doveva abbandonare ciò per cui aveva combattuto e vinto al prezzo di 130000 morti. Posando da protettori della Cina, bloccando ogni tentativo di smembramento coloniale del Regno di Mezzo come fecero gli europei in Africa, gli Stati Uniti furono gli intermediari che a Portsmouth chiesero ed ottennero che il Giappone rinunciasse alle ambizioni in Manciuria. I semi della Guerra del Pacifico vennero gettati. Le tensioni non smisero di crescere tra Giappone e Stati Uniti. La sfida era in Cina. La conclusione del lento cumularsi di risentimenti, sospetti, incomprensioni e rivalità esplose a Pearl Harbour nel dicembre 1941. Ma nel tardo 19° secolo, conquistare il nord della Cina era considerato prioritario dagli strateghi giapponesi. Vedendo nelle province del nord-est della Cina il baluardo necessario per controllate la Corea, il cui possesso bloccava lo stretto di Tsushima e metteva l’arcipelago al riparo dalle invasioni. Nel 1895 questo fu il motivo della prima guerra cino-giapponese. Il Giappone poi conquistò la penisola del Lioadong. Col Trattato di Shimonoseki la Cina cedette territori al Giappone. Ma l’intervento vigoroso della Russia, sostenuta da Germania e Francia, costrinse l’esercito imperiale ad evacuare Port Arthur. Nel 1898, in cambio del sostegno di Mosca, Pechino cedette alla flotta russa la base navale di Port Arthur. Il Giappone ritenne l’alleanza russo-cinese volta a indebolirlo e privarlo dello status di grande potenza per, infine, ridurlo in schiavitù. Come si vide, gli eventi accelerarono di molto. Con ciascuna di tale manovre, come nel gioco del Go, l’occidente cessò di essere il modello di modernità e divenne l’usurpatore delle vittorie del Giappone. Il timore di vedere l’arcipelago schiacciato arrivò a suscitare una mentalità da assedio. Il primo nemico fu la Russia, da cui la guerra russo-giapponese. E dal 1905 gli Stati Uniti. L’idea di conquistare la Manciuria divenne urgente presso certi ambienti per allentare la pressione. Nel 1915, approfittando degli europei impantanati nella guerra in Europa e dello status di alleato di Francia e Gran Bretagna, il governo conservatore tentò la fortuna con le famose “Ventuno domande” che posero la Cina sotto il protettorato giapponese di fatto. Anche in questo caso gli Stati Uniti s’interposero. Il tentativo di mettere sotto protettorato la Cina fallì. Ma il Giappone non rimase a mani vuote: il contratto di affitto del Kwantung fu esteso fino al 1997. Parziale vittoria per il Giappone? O disastrosa sconfitta come sostennero le fazioni più radicali.Kwantung_territory_China_1921L’armata del Kwantung
Nei primi anni ’20 l’armata del Kwantung era una piccola forza. Se la flotta giapponese aveva il diritto di ancorare le navi a Port Arthur, i trattati internazionali limitavano la presenza dei soldati giapponesi a 10000 uomini. D’altra parte, gli stessi trattati internazionali proibivano le armi offensive: artiglieria pesante, aviazione, blindati… La missione era pattugliare un corridoio di 1 km lungo la ferrovia, la cui concessione fu strappata alla Russia nel 1905, da Port Arthur, a Dalian dopo 40 chilometri per unirsi ad Harbin al ramo manciuriano della Transiberiana. L’armata del Kwantung era quindi una forza di polizia per vigilare sulla sicurezza della rete ferroviaria minacciata dalle bande di saccheggiatori che sciamavano nell’immensa Manciuria attaccando i convogli. La Manciuria era quindi una sorta di “Wild West” asiatico popolato da nomadi, pastori, banditi, trafficanti di oppio mongoli, manciù e cinesi. Le sue forze erano composte da una divisione di fanteria sostituita ogni quattro anni. Gli ufficiali godevano di condizioni di vita lussuose a Dalian e Port Arthur, in cui aveva sede il quartier generale dell’armata del Kwantung, edificio che esiste ancora. I bilanci erano arrotondati con confortevoli diarie, le più alte dell’esercito imperiale. E soprattutto gli ufficiali avevano una libertà di manovra sconosciuta nelle caserme dell’arcipelago, dove la gerarchia era greve. Nel Kwantung militari e amministratori erano liberi di agire a piacimento. Il cambio del personale permanente ebbe effetti perversi, creando nell’esercito imperiale lo “spirito della Manciuria” che si fuse con la convinzione che la Manciuria andasse conquistata con la forza, bypassando l’accordo di Tokyo.Japanese skull regiment 1933La rivolta degli ufficiali
Due eventi accelerarono la rottura dell’armata del Kwangtung con le autorità del governo civile. Il primo fu la rapida democratizzazione vissuta dal Giappone alla morte dell’imperatore Meiji nel 1912, denominata “democrazia Taisho” dal nome del figlio di Meiji e padre del futuro imperatore Hirohito. Il riconoscimento dei sindacati, la legalizzazione del Partito Socialista, l’estensione del diritto di voto universale agli uomini, al fine di concedere il diritto di voto alle donne… il Giappone seguiva l’ondata di liberalizzazione nel mondo che usciva dalla prima guerra mondiale. Ma i liberali erano anche i sostenitori del disarmo. Il Giappone era uno dei cinque fondatori della Società delle Nazioni, precursore delle Nazioni Unite, creata dopo la prima guerra mondiale. E per i liberali, la sicurezza del Giappone non passava più attraverso la costituzione di un forte esercito, ossessione di Meiji, ma con la firma di accordi con le maggiori potenze. Già indignato dall’occidentalizzazione dei costumi in cui vide la rinuncia allo spirito guerriero dei samurai, l’esercito imperiale veniva colpito al cuore con la riduzione degli effettivi. Per motivi di bilancio, la difesa copriva il 30% del bilancio dello Stato, e politico, l’allineamento politico con Paesi importanti come Stati Uniti, Francia e Regno Unito che smobilitavano. Ad aggravare il senso di tradimento dell’élite giapponese, la resa dei beni giapponesi in Manciuria fu presa in considerazione a Tokyo per rilassare le relazioni con la Cina, che non riconobbe né il trattato di Portsmouth, né l’accordo Giappone-USA sulle “Ventuno domande”. L’altro evento decisivo fu la scomparsa degli uomini di Meiji a capo delle Forze armate. Obbedienti e spesso giunti ai vertici grazie più alla lealtà che alla competenza, conobbero la guerra civile e le battaglie per la restaurazione Meiji nel 1860-70; ora morivano uno dopo l’altro. L’ultimo a scomparire fu il maresciallo Aritomo Yamagata, il padre dell’esercito Meiji, nel 1922. Questo passaggio di generazioni mutò la presa dei clan vincitori della restaurazione Meiji, i clan di Satsuma e Choshu, e fece avanzare i giovani dei clan sconfitti originari delle provincia a nord di Tokyo, Tohoku. Assai meno rispettosi dell’ordine stabilito, se non addirittura in rivolta verso di esso, da cui si sentivano esclusi poiché il mondo economico gli era precluso, entrarono nell’esercito come cadetti all’età di dodici anni, sul modello dell’esercito di Bismark, riferimento nella costruzione dell’esercito imperiale giapponese. Per Ishiwara e Itagaki, e probabilmente per gli altri ufficiali giapponesi, tale tuffo brutale nell’universo rigidamente disciplinato delle scuole militari segnò la fine dell’infanzia, rimanendo un trauma che non riuscirono a superare completamente, come mostrano i testi che lasciarono. Soprannominati “giovani ufficiali”, perché al massimo erano colonnelli, ebbero dal 1920 responsabilità gerarchiche sempre più importanti. Un primo tentativo di conquistare con le armi la Manciuria si ebbe nel 1928, quando una bomba fu posta sotto il treno di Chang Tso-lin (Zhang Zuolin), il signore della guerra della Manciuria ancora “cliente” del Giappone. Il cervello dell’attentato fu il colonnello Daisaku Komoto. Komoto sperava che per vendicare il padre ucciso dall’esplosione, il figlio di Chang Tso-lin, Chang Hsue-liang (Zhang Xueliang) lanciasse le sue truppe all’assalto del Kwantung, fornendo il pretesto per invasione della Manciuria. Ma quest’ultimo, consapevole della trappola tesa e dell’impreparazione dell’esercito cinese, si limitò alle denunce verbali. Komoto fu sollevato dell’incarico senza essere processato per tale atto di terrorismo. Per paura della reazione ostile dell’esercito imperiale, fu costretto a lasciare l’esercito in sordina.

I protagonisti
744637 Una nuova cospirazione fu avviata, più forte. Il cervello del nuovo complotto era il colonnello Tetsuzan Nagata, che raccolse intorno a sé nomi che resteranno nella storia, perché saranno tutti processati e giustiziati dagli Alleati dopo il 1945, Hideki Tojo, Tomoyuki Yamashita che s’illustrerà conquistando Malesia e Singapore nei primi mesi del 1942, Kenji Doihara, uomo dei servizi segreti giapponesi, Seishiro Itagaki e Kanji Ishiwara il cui ruolo fu cruciale per il successo dell’invasione. Tali incontri furono clandestini. Nell’organizzazione politica istituita da Meiji era infatti vietato agli ufficiali incontrarsi per discutere di questioni politiche o militari. Solo i consulenti diretti dell’imperatore avevano tale privilegio. Ma alla fine degli anni ’20, le regole imposte da Meiji furono spazzate via dalla rivolta degli ufficiali infuriati dal mutare della società giapponese e dalla politica del disarmo. Ishiwara e Itagaki furono inviati da Nagata a sostituire Komoto a Port Arthur. Questo tandem provocò la guerra. Ishiwara fu responsabile della pianificazione dell’invasione. La funzione di Itagaki, teoricamente superiore di Ishiwara, era “politica”: avere contatti nell’esercito imperiale affinché il complotto fosse supportato e si preparasse l’amministrazione della Manciuria, una volta conquistata. Si sa dagli scritti di Ishiwara quali fossero le motivazioni di questi due ufficiali. Avviare la guerra in Manciuria non solo puntava a conquistare lo spazio considerato vitale per la difesa del Giappone, ma anche a fermare il programma del disarmo del Giappone, rovesciare il governo per sostituirlo con uno militare, o almeno influenzato dai militari, e militarizzare la società giapponese per l’obiettivo finale: affrontare con le armi gli Stati Uniti. Quindi fu una vera rivoluzione quella preparata dalla congiura, una rivoluzione paragonabile alla Restaurazione Meiji secondo i suoi fautori.

L’Incidente di Mukden
L’operazione scattò nella notte del 18 e 19 settembre 1931, quando una piccola bomba fu collocata dai soldati del Kwantung sotto la ferrovia, appena fuori Mukden. Nelle ore seguenti Mukden fu occupata assieme alle stazioni principali fino al confine settentrionale della concessione ferroviaria giapponese. Rinforzi di stanza in Corea, cinquemila uomini comandati da ufficiali guadagnati alle idee degli ammutinati, violarono l’ordine di non intervenire entrando in Manciuria. L’8 ottobre Ishiwara suscitò un’altra provocazione. Diresse il bombardamento aereo di Jinzhou. L’obiettivo questa volta era la linea ferroviaria gestita dagli inglesi; voleva estendere il conflitto per paralizzare il governo che cedeva alle richieste della SdN di por fine alle ostilità. La provocazione ebbe successo, incapace di trattenere l’armata del Kwantung temendo che sanzionando i cospiratori avrebbe causato un colpo di Stato militare in Giappone, il governo giapponese non poté che osservare la situazione in Manciuria sfuggirgli completamente. Mentre continuavano gli scontri, una massiccia campagna di disinformazione fu attuata. Tutti i media supportarono l’armata del Kwantung. Ci vorrà la sconfitta del 1945 affinché il pubblico giapponese sapesse che il Giappone non fu vittima di un’aggressione cinese a Mukden, ma che fu una provocazione ordita con freddezza da ufficiali giapponesi. Inebriato dalle vittorie, Ishiwara volle di slancio attaccare i sovietici sempre presenti a nord della Manciuria. Le sue truppe risalirono in treno fino a Tsitsihar. E presso questa città vi fu l’unica battaglia della campagna, nota alla storia come “Incidente Manciuriano”, Manchu Jiken. Ai primi di novembre 1931, a 30 gradi sottozero, le forze giapponesi schiacciarono quelle del generale cinese Ma Chan-shan (Ma Zhanshan), perdendo circa quattrocento uomini, due terzi per il freddo (più di cinquecento feriti per congelamento). I giapponesi presero Tsitsihar (Qiqihar) ma questa volta il più attento Itagaki trattenne l’impetuoso Ishiwara, e quando gli interessi ferroviari, il ramo manciuriano della Transiberiana, furono rispettati, i sovietici osservarono da spettatori i combattimenti. Il 31 dicembre 1931, l’armata del Kwantung entrò a Jinshou. Con 15000 uomini strapparono a 250000 soldati cinesi, male addestrati e mal curati è vero, un territorio grande quattro volte la Francia. Incapace di farli rientrare in caserma, il governo del Giappone fu rovesciato e l’esercito imperiale impose alla guida dello Stato personalità ad esso fedeli. Internazionalmente il Giappone fu isolato. I trattati sul disarmo abrogati e la militarizzazione avviata. Fu aperta la via all’alleanza con Germania nazista e Italia fascista. Nel settembre 1931 il Giappone avviò una guerra lunga quattordici anni, fino all’apocalisse finale di Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto 1945.CHINA-JAPAN-DIPLOMACY-HISTORYTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.261 follower