Fidel Castro ha sfidato l’imperialismo degli USA fino all’ultimo

Finian Cunningham Strategic Culture Foundation 27/11/2016

13934813A 90 anni, Fidel Castro è morto dopo decenni di lotta eroica per la giustizia sociale, non solo per la nativa Cuba, ma per tutte i popoli del mondo. Anche nell’ultimo decennio di malattia, l’icona rivoluzionaria ancora combatteva attivamente scrivendo articoli sulla politica internazionale e sostenendo la causa del socialismo. Misura del suo peso storico è il fatto che sia sopravvissuto a 10 presidenti degli Stati Uniti quando si ritirò ufficialmente dalla politica, nel 2008, per motivi di salute. Contando Barack Obama, la vita politica di Fidel equivale a 11 presidenze degli Stati Uniti. Tutte dedite alla barbara politica di strangolamento economico di Cuba con il blocco commercio della piccola nazione caraibica. Molti capi degli Stati Uniti sanzionarono complotti criminali per assassinare Fidel e istigare il cambio di regime. Tutti falliti. Castro sconfisse tutti ed è morto serenamente nel suo letto dopo aver vissuto la vita pienamente. Quando la notizia della morte si è diffusa nel mondo, anche i Paesi occidentali che cospirarono in varia misura per contrastare la rivoluzione cubana, furono costretti a riconoscere l’enorme eredità di Fidel. Le TV hanno aperto con le “ultime notizie” sulla sua morte. CNN e BBC hanno subito tirato fuori la biografia di un uomo e del passato rivoluzionario. Tra le prevedibili offese verso una “figura autoritaria”, anche i propagandisti occidentali hanno dovuto ammettere che Fidel ha liberato il suo popolo dalla miseria e dalla povertà, lasciando in eredità una Cuba dall’immenso sviluppo sociale e probabilmente, ancor più importante, dando ai popoli del mondo l’ispirazione monumentale a sforzarsi continuamente per rendere questo mondo un posto giusto per tutti. Alla fine, ha sostenuto il socialismo denunciando lo sfruttamento capitalista e il suo distruttivo bellicismo imperialista. Due titoli spiccavano sul Washington Post, senza potersi astenere dal denigrarlo, “L’ex-dittatore cubano Fidel Castro è morto”. L’uso della parola “dittatore” è gratuito e senza dubbio per infangarne la grandezza anche nel momento della morte. Il New York Times sembrava essere un po’ più magnanimo col titolo: “Fidel Castro è morto a 90 anni. Il rivoluzionario cubano fu la nemesi di 11 presidenti statunitensi”. Ma le parole del tributo erano avvelenate dalla diffamazione. Il NY Times continuava a dire che l’“apostolo ardente della rivoluzione”, aveva “portato la guerra fredda nell’emisfero occidentale nel 1959… e il mondo sull’orlo della guerra nucleare (nel 1962)”. Non fu Castro che portò la guerra fredda nell’emisfero occidentale, né incitò la guerra nucleare. In entrambi i casi, furono i governi degli Stati Uniti. Eppure, insidiosamente, i media statunitensi imputano a Fidel il male dei loro governi. Nel 1960, mesi dopo che Fidel aveva rovesciato il corrotto dittatore sostenuto dagli Stati Uniti, Fulgencio Batista, il leader della rivoluzione visitò ufficialmente gli Stati Uniti come gesto di amicizia. Ma fu snobbato dall’allora presidente Eisenhower che si rifiutò d’incontrarlo. Eisenhower poi impose gli embarghi diplomatico e commerciale a Cuba per vendetta delle politiche economiche di Fidel volte ad eliminare la decennale povertà della maggioranza dei cubani, indotta dagli Stati Uniti.
Nell’aprile 1961, sotto la nuova presidenza di John F. Kennedy, la CIA e il Pentagono lanciarono sulla Baia dei Porci un esercito privato mercenario composto dai fedelissimi Batista. JFK fece marcia indietro sull’attacco su vasta scala e le forze di Fidel infine sconfissero gli aggressori. CIA ed esuli cubani non perdonarono mai a JFK questo “tradimento” e si vendicarono sparandogli in testa nel corteo di Dallas del 22 novembre 1963. Contrariamente al ritratto del New York Times, furono gli Stati Uniti di Eisenhower e Kennedy che portarono la guerra fredda nell’emisfero occidentale. Non Fidel Castro. Se Castro rispose alle aggressioni degli Stati Uniti, abbracciando l’Unione Sovietica ed i suoi missili nucleari, fu evidentemente per auto-difesa. La crisi dei missili di Cuba dell’ottobre 1962, quando JFK e il leader sovietico Nikita Krusciov si scontrarono con una drammatica prova di forza nucleare, gli Stati Uniti avevano già intrapreso la guerra contro Cuba. L’installazione di armi nucleari sovietiche sul territorio cubano, a 90 miglia dagli Stati Uniti, fu prima di tutto un atto di legittima sovranità del governo cubano e in secondo luogo un ragionevole atto di autodifesa data la criminale aggressione degli Stati Uniti dell’anno prima, nella baia dei Porci. Neanche in questo caso fu Fidel Castro che “portò il mondo sull’orlo della guerra nucleare”, ma la politica aggressiva contro una nazione povera da poco indipendente, il cui popolo esercitò il diritto all’autodeterminazione sostenendo un governo socialista. I vanitosi funzionari statunitensi amano raccontare come JFK costrinse i sovietici a ritirare i missili nucleari da Cuba. Ma un fatto trascurato è che l’accordo per evitare la guerra nucleare elaborato da Kennedy e Krusciov invocò l’impegno degli Stati Uniti ad abbandonare i piani di guerra segreti contro Cuba. Gli Stati Uniti non rispettarono a pieno la promessa di lasciare Cuba in pace. I piani per assassinare Castro e altri leader cubani continuarono durante le successive amministrazioni degli Stati Uniti, così come il sabotaggio e il terrorismo sponsorizzati dallo Stato, come l’abbattimento di un aereo civile cubano nel 1976. L’embargo commerciale imposto dagli Stati Uniti alla nazione di 11 milioni di abitanti iniziò nel 1961 e continua con Barack Obama, anche se con un leggero, alcuni direbbero “estetico”, allentamento. Tuttavia, il piccolo vantaggio avuto dall’“orlo della guerra nucleare” nel 1962 fu che gli Stati Uniti desistettero dal ripetere l’aggressione palese vista sulla Baia dei Porci.
Fidel Castro è un gigante che ha visto due secoli, un gigante dell’intelletto e dell’umanità, la cui compassione per gli oppressi e la loro liberazione dallo sfruttamento e dall’egemonia artificiale fu luminosa fin dai giorni della giovinezza. Fidel era la luce sul mondo, e anche nella morte, la luce della sua giustizia sociale brilla. Nemmeno i più formidabili nemici possono sminuire questa illuminazione rivoluzionaria. Il New York Times ha detto che “tormentò 11 presidenti degli Stati Uniti”. È solo un’altra spregevole calunnia. Fidel non li tormentò, li ha trascesi assieme ai loro malvagi piani, con un’umanità che fa ombra alla loro corruzione. Della sua splendida eredità, è forse un attributo che vita e lotta di Fidel dimostrino con chiarezza eloquente la distruttiva natura aggressiva e guerrafondaia del sistema politico degli Stati Uniti. Dalla sua vita, il mondo può chiaramente vedere che, nonostante le calunnie, furono i governi degli Stati Uniti che scatenarono la guerra fredda dimostrandosi abbastanza criminali da spingere il mondo verso una sconsiderata guerra nucleare. Questa è la lezione storica lasciata in eredità da Fidel, importante oggi come allora. L’aggressione degli Stati Uniti a Cuba è ancora attuale nella belligeranza verso Russia, Cina o qualunque altro Paese che ne sfidi l’egemonismo. Comprendere la storia della rivoluzione di Cuba e di Fidel Castro permette di comprendere le vere cause e i veri colpevoli delle aggressioni nel mondo di oggi. Anche nella morte, lo spirito rivoluzionario di Fidel vive, insegna, ispira.fidel-castroLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Fidel Castro – Morte di un Titano

Alexander Mercouris, The Duran 26 novembre 2016

La morte di Fidel Castro toglie dalla scena mondiale un genio politico che ha trasformato Cuba garantendone l’indipendenza dagli Stati Uniti e giocando un ruolo chiave nel determinare la caduta dell’apartheid nel Sud Africa.
1480139571_674437_1480151417_noticia_fotogramaLa morte del leader rivoluzionario cubano Fidel Castro ha provocato il solito elogio di alcuni e la condanna di altri. Ciò che nessuno nega è l’impatto colossale che ha avuto, non solo sul suo Paese, ma nel mondo. Questo fatto va ripetuto perché notevole. Cuba, il Paese che Fidel Castro ha guidato, è di piccole dimensioni (la sua popolazione attuale è di 11 milioni di abitanti) e relativamente povera. Non ha grandi ricchezze naturali né grandi industrie. Quando Fidel Castro salì al potere i  servizi sociali erano primitivi, la scuola e i sistemi sanitari estremamente squilibrati e arretrati, e gran parte della popolazione analfabeta. In alcun aspetto immaginabile Cuba era una grande potenza, e prima che Fidel Castro ne diventasse il leader, nessuno poteva pensarlo. Che il leader di un Paese così piccolo abbia avuto un impatto straordinario sulla scena mondiale è non poco sorprendente, e dice moltissimo sulla personalità di Fidel Castro, come del resto su Cuba e la rivoluzione che ha guidato. Basti dire che a confronto con le nazioni guidate da Mao Zedong, Ho Chih Minh, Ruhollah Khomeini e Nelson Mandela, i quattro altri grandi leader rivoluzionari del mondo dopo la seconda guerra mondiale, Cina, Vietnam, Iran e Sud Africa, in confronto a Cuba sono dei giganti (nel caso della Cina un titano) e non sorprende quindi se i loro leader rivoluzionari poterono attrarre l’attenzione mondiale. E’ vero, ma anche banale, dire che uno dei motivi per cui Fidel Castro e Cuba hanno avuto così tanta attenzione, fu perché nel 1960 divenne il fulcro della guerra fredda, con USA e URSS quasi in guerra per Cuba durante la crisi dei missili nel 1962. E’ banale, perché Cuba è diventata così importante nella Guerra Fredda solo perché Fidel Castro lo permise. Ci furono molti altri leader di sinistra e rivoluzionari nei Caraibi e in America Latina, prima e dopo Fidel Castro. Nessuno, nemmeno Hugo Chavez, si è mai avvicinato alla statura politica di Fidel Castro, o messo il proprio Paese al centro del conflitto tra superpotenze. La ragione per cui Fidel Castro è riuscito a farlo, è perché era disposto a fare ciò che nei Caraibi e in America Latina, cortile degli Stati Uniti, nessun altro leader era disposto a fare. A differenza di loro, negli anni ’60 rivoluzionò la società cubana, cosa che nessun altro leader di Caraibi e America Latina fece mai. Ciò significa, in pratica, che non vi è continuità istituzionale tra Cuba pre-Castro e Cuba di oggi. Esercito, polizia, burocrazia statale, media e magistratura sono completamente diversi, la ricchezza, tra terre e fabbriche, della vecchia oligarchia cubana fu espropriata in modo rivoluzionario globale e i sistemi economico, sanitario e istruttivo  furono interamente ricreati a propria immagine da Fidel Castro. Dire che ciò fu controverso sarebbe un eufemismo, in realtà sono  prima accusa e risentimento contro Fidel Castro degli esiliati di oggi, spiegandone l’implacabile ostilità. E sono anche motivo dell’embargo degli Stati Uniti.
I cambiamenti rivoluzionari di Fidel Castro effettuati a Cuba negli anni ’60 resero impossibile che il suo governo e la rivoluzione venissero sovvertiti, destino di ogni altra rivoluzione dei Caraibi e dell’America Latina, prima e dopo, privando gli Stati Uniti dei soliti strumenti usati per sovvertire queste rivoluzioni. Gli Stati Uniti, che non tolleravano nulla che somigliasse lontanamente a un cambiamento rivoluzionario nel cortile dei Caraibi e dell’America Latina per molto tempo, lottano per trovarvi una risposta, da allora. L’embargo imposto a Cuba fu un tentativo di risposta. Anche se da tempo è visibilmente fallito, le solite caparbietà e petulanza degli Stati Uniti e i potenti interessi costituiti che sostengono l’embargo, ne permettono la continuazione fin da allora. Ciò per dire quale fu la trasformazione rivoluzionaria della società cubana che Fidel Castro attuò negli anni ’60, rappresentandone sopravvivenza e successo, e tuttavia ponendo la questione di come sia avvenuto. Parte della risposta si trova senza dubbio nella personalità di Fidel Castro. E’ chiaro che aveva la massima chiarezza di idee, determinazione e spietatezza senza cui alcun leader rivoluzionario può avere successo. È comunque importante dire che Fidel Castro poté  farlo grazie al sostegno della società cubana. La ragione di ciò è in parte dovuta a una caratteristica peculiare della rivoluzione cubana, legata alla relazione insolita di Cuba con gli Stati Uniti. Ne discussi due anni fa, in un articolo per Sputnik, che riprendo qui, “La rottura delle relazioni tra Stati Uniti e Cuba fu conseguenza della rivoluzione castrista del 1959. Una rivoluzione lanciata dalla campagna contro l’oligarchia corrotta a L’Avana, che a sua volta aveva strettissimi legami con gli Stati Uniti, risalenti alla guerra di liberazione di Cuba contro la Spagna nel 1890. Gli Stati Uniti v’intervennero, arrivando a dominare Cuba fino alla rivoluzione di Castro nel 1959. Non sarebbe esagerato dire che in quel periodo Cuba fu essenzialmente un protettorato degli Stati Stati. È opportuno chiarire che si trattava di un rapporto che differiva in modo significativo da quello degli Stati Uniti gli altri Paesi dell’America Latina. Gli Stati Uniti ebbero un’influenza politica dominante, a tutti gli effetti partner non così silenziosi, sul sistema politico di ogni Stato latino-americano nel secolo scorso. Tuttavia in alcun altro Stato latino-americano, salvo Panama e Puerto Rico, si ebbe un impegno politico così diretto e aperto come a Cuba. Tale forma di dominio degli Stati Uniti ebbe un importante significato pratico. Non solo gli Stati Uniti acquisirono l’importante base militare di Guantanamo Bay (che mantengono ancora), ma ebbero il dominio totale del sistema politico ed economico di Cuba, facendone in effetti un appendice del sistema economico e politico degli Stati Uniti. Come è ben noto Cuba divenne gradualmente un importante parco giochi per i ricchi o quasi statunitensi. Dal 1920 al 1950 L’Avana fu il centro dei festini e del gioco d’azzardo degli Stati Uniti che concorreva con Miami e Las Vegas. Inoltre, molti ricchi statunitensi vi avevano la seconda casa, tra cui lo scrittore Ernest Hemingway e la ricca famiglia Dupont, la cui villa Xanadu ispirò il palazzo nel film di Orson Welles, Quarto Potere. Rimane un punto di riferimento nella località turistica di Varadero ad oggi. Fu il periodo in cui la discoteca Tropicana dell’Avana era al culmine dello splendore, quando l’edificio Capitolio dell’Avana fu costruito a imitazione del Campidoglio di Washington, quando la società del cioccolato statunitense Hershey costruì una ferrovia elettrica per le proprie piantagioni di zucchero e quando L’Avana divenne sinonimo di edonismo e vizio tropicali. Il controllo politico ed economico degli Stati Uniti arrivò assieme a una notevole corruzione. Lo status di protettorato era incompatibile con la democrazia, che mai prima della rivoluzione di Castro nel 1959 si ebbe davvero. Al tempo della rivoluzione cubana vi era la dittatura dell’ex-sergente Fulgencio Batista. Dietro la facciata della dittatura il vero potere a Cuba stava, come sempre, nell’oligarchia delle famiglie benestanti (le cui origini risalgono alla dominazione spagnola), nei militari, nell’ambasciata e negli affaristi degli Stati Uniti, molti dei quali dei ben noti banditi. Le figure chiave tra questi ultimi furono i mafiosi Meyer Lansky e Santos Trafficante, con il primo spesso considerato il vero sovrano di Cuba. L’immediato periodo pre-rivoluzionario a Cuba vide la povertà cronica e l’abbandono della campagna cubana in combinazione con il boom edilizio all’Avana. Il periodo in cui la discoteca Tropicana dell’Avana era al culmine e L’Avana era sinonimo di edonismo tropicale e prostituzione, fu anche un periodo di crescente disuguaglianza e tensioni sociali. In tutta onestà, fu anche un momento di notevole conquista culturale, la comparsa a L’Avana di una classe media consistente e la costruzione del sistema autostradale, unico in quel periodo tra gli altri Stati latino-americani. Tali intensi legami tra Cuba e Stati Uniti spiegano la successiva perenne ostilità. Per i cubani molti problemi sociali divennero spiegabili con la posizione subordinata agli Stati Uniti, per un popolo fiero era umiliante e dannoso. La rivoluzione di Castro fu la dichiarazione d’indipendenza dagli Stati Uniti di Cuba“.
Nello stesso articolo scrissi dei vari tentativi degli Stati Uniti di rovesciare Fidel Castro e come, proprio perché la rivoluzione cubana fu l’effettiva dichiarazione d’indipendenza di Cuba dagli Stati Uniti, si consolidò il sostegno a Fidel Castro e al suo governo rivoluzionario. “Le conseguenze furono cinque decenni di lotta degli Stati Uniti per rimettere Cuba sotto controllo. Ciò comportò il blocco economico e gli incessanti tentativi per destabilizzare e rovesciare il governo cubano. A volte ciò ebbe aspetti farseschi, come il complotto per assassinare Fidel Castro con una conchiglia esplosiva o il tentativo di reclutare artisti hip-hop cubani per rovesciare il governo. Ciò non dovrebbe tuttavia sminuire gli enormi danni materiali e psicologici inflitti a Cuba. La guerra economica e politica degli Stati Uniti contro Cuba fu ampliata da potenti interessi. perpetuandola. I gruppi anti-castristi ebbero il controllo politico della comunità cubana negli Stati Uniti negli anni ’60 e la perpetuazione della guerra non dichiarata degli Stati Uniti contro Cuba ne cementò il controllo sulla comunità e l’influenza politica negli Stati Uniti. Alleatisi a vari gruppi politici ed economici negli Stati Uniti, contrari alla riconciliazione per ragioni ideologiche, economiche o politiche, si formò una potente lobby politica che si oppose a qualsiasi riavvicinamento tra i due Paesi. Tuttavia, il conflitto tra Cuba e Stati Uniti fu anche lo scontro di una forza irresistibile con un ostacolo inamovibile. Proprio perché la rivoluzione cubana dichiarò l’indipendenza dagli Stati Uniti  di Cuba, la pressione politica degli Stati Uniti su Cuba, infine, consolidò il sostegno al governo cubano, piuttosto che indebolirlo“.
Naturalmente è anche vero, come già detto in questo articolo, che Fidel Castro e Cuba non avrebbero potuto vincere senza il supporto cruciale, negli anni ’60 e ’70, dell’URSS. Tuttavia dirlo anche se vero è anche banale, perché la ragione dell’URSS ad impegnarsi a Cuba nel modo che fece, e che non fece per qualsiasi altra rivoluzione nei Caraibi o nell’America Latina, fu proprio dovuto al cambio rivoluzionario globale che Fidel Castro effettuò a Cuba, dimostrando all’URSS che la rivoluzione cubana sarebbe durata, e lo è per davvero. Il genio di Fidel Castro non fu nella capacità di garantirsi l’aiuto sovietico per effettuare il cambiamento rivoluzionario a Cuba, ma che anche nel sapere sfruttare il sostegno dell’URSS per effettuare il cambiamento rivoluzionario in Africa australe. L’importanza del coinvolgimento di Cuba nelle guerre contro il regime dell’apartheid in Angola e Namibia è sempre stato riconosciuto dalla leadership dell’ANC (anche da Nelson Mandela), anche se in occidente viene completamente ignorato e contestato da certuni in Sud Africa. La mia opinione, avendo personalmente discusso la questione con testimoni oculari dei combattimenti in Angola e con protagonisti della lotta anti-apartheid, è che la sua importanza non può essere sopravvalutata, e che la vittoria di Cuba a Cuito Cuanavale nel 1987 fu decisiva, come Fidel Castro, Nelson Mandela e molti altri hanno sempre detto, catalizzando la fine del regime dell’apartheid. E’ chiaro che il regime sarebbe prima o poi caduto, in ogni caso. L’intervento di Cuba e Fidel Castro fu comunque decisivo per la caduta, quando avvenne. Dato che l’ulteriore perpetuarsi dell’apartheid negli anni ’90 sarebbe stato un disastro totale per la popolazione dell’Africa del Sud, qualcosa di cui loro e il resto del mondo devono essere enormemente grati a Fidel Castro. Come Fidel Castro in numerose occasioni ammise, l’intervento di Cuba nelle guerre nell’Africa australe non sarebbe stato possibile senza il supporto dell’URSS. La brillante abilità di Fidel Castro ad averne il sostegno e ad impiegarlo in modo eccezionale fu però decisiva. Dato che l’URSS era una superpotenza, fu l’abilità di Fidel Castro a sfruttarne il sostegno, che per un certo tempo fece di Cuba una grande potenza.
Nel riconoscere le colossali realizzazioni di Fidel Castro, è anche necessario ammettere che la sua rivoluzione ha fatto il suo corso, e da qualche tempo. Anche se la rivoluzione ha trasformato Cuba, in particolare la campagna esaurita, e diede a tutti sistemi sanitari e d’istruzione eccezionali, il grado di controllo politico e sociale che Fidel Castro fu costretto a imporre alla società cubana, per salvaguardarne la rivoluzione, secondo tutti aumenterebbe la frustrazione a Cuba, e come l’incommensurabilmente più istruita, sana e sicura di sé nuova generazione cubana ritenga sempre più, a torto o a ragione, il sistema attuale non dare il massimo per svilupparne le capacità. Nonostante le perenni critiche occidentali sulla situazione dei diritti umani a Cuba, Fidel Castro non impose il terrore noto in altre rivoluzioni, e questo in una regione dove la repressione politica continua ad essere comune e la vita precaria; e la vita della popolazione nella Cuba di Fidel Castro è immensamente più sicura e garantita di quanto non lo sia in alcuno dei Paesi vicini. Tuttavia la grande sfida per Cuba, oggi, è andare avanti nonostante il probabile protrarsi dell’ostilità statunitense, per fare di Cuba una società più libera e meno controllata, più adatta alle attuali esigenze degli abitanti, pur conservando l’indipendenza e le grandi conquiste sociali della rivoluzione di Fidel Castro. Ciò è qualcosa che Cuba quasi certamente può raggiungere ma, come Fidel Castro sapeva, data la vulnerabilità e le risorse limitate di Cuba, può raggiungere solo con l’aiuto estero. I grandi cambiamenti nel sistema internazionale fanno sì che tale aiuto sia presente. Già in risposta alla morte di Fidel Castro vi sono segnali della volontà di fornirlo.
15241168Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libro: Racconti dalla tenda di Muammar Gheddafi

copertina definitiva tigani.qxdTitolo: Racconti dalla tenda e altre riflessioni
Autore: Muammar Gheddafi
ISBN: 9788874427246
Prezzo: € 12,00
Anno: 2016
Pagine: 120
Editore: Armando Siciliano

Nella sofisticazione della Realtà capovolta, il demenziale “ribelle colorato” devoto al Califfo anglo-amerikano – che in­scena sgozzamenti sacrificali in video hollywoodiani per lo spaccio occidentale – diventa alibi e spada parodistica nello scannamento del Cinghiale. Il Cinghiale è il ribelle vero, il dissidente, l’incontrollados, perfino il Capo di Stato che nello spet­tacolo imperialista è da decenni rappresentato come cane rabbioso e mente diabolica dell’Asse del Male! (Reagan dixit, l’attore-presidente Usa). Gheddafi era odiato dai banditi imperialisti e dalle mo­narchie arabe ubriache fradicie di petrodollari. Gheddafi fu sempre irriverente verso quei Potenti della Terra che «quasi giunsero al conflitto per la divisione delle risorse della Luna, specialmente le risorse marine…, come scrive in uno dei racconti che pubblichiamo in questo volumetto. Gheddafi, l’ultimo Re dell’Africa, il più grande, colto e longevo leader anticolonialista che l’Antico Continente abbia mai avuto, aveva appena coniato la Moneta Africana di Sviluppo. … ecco il Cinghiale da sacrificare sugli altari dell’Alleanza Blasfema che saccheggia Madre Africa da secoli e tormenta il Mediterraneo dal 2011, riportandone indietro la Storia di al­meno un secolo. Gheddafi deve morire!

Cosa ne sai di Gheddafi?
Testamento
735223 Per 40 anni, o forse di più, ho fatto tutto quello che ho potuto per dare al popolo case, ospedali, scuole. E quando avevano fame, gli ho dato cibo. Ho trasformato Bengasi da un deserto in terra fertile, ho resistito agli attacchi del cowboy Reagan quando, tentando di uccidermi, ha ucciso un’orfana, mia figlia adottiva, una povera bambina innocente. Ho aiutato i miei fratelli e le mie sorelle africani con denaro per l’Unione Africana. Ho fatto d i tutto per aiutare il popolo a comprendere il concetto di vera democrazia, nella quale comitati popolari governano il nostro paese. Per alcuni tutto questo non bastava mai, gente che aveva case di 10 stanze, abbigliamento e mobilio ricchi. Egoisti come sono, chiedevano sempre di più a spese degli altri, erano sempre insoddisfatti e dicevano agli Statunitensi e ad altri visitatori che volevano “democrazia” e “libertà”. Non si volevano rendere conto che si tratta di un sistema di tagliagole, dove il cane più grosso divora tutto. Si facevano incantare da queste parole, non rendendosi conto che negli Usa non c’erano medicine libere, ospedali liberi, case libere, istruzione libera, cibo garantito. Per costoro non bastava nulla che facessi, ma per gli altri ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l’unico vero leader arabo e musulmano che avessimo avuto dai tempi di Saladino, un uomo che restituì il Canale di Suez al suo popolo come io ho rivendicato la Libia per il mio popolo. Sono state le sue orme che ho cercato di seguire, per mantenere il mio popolo libero dal dominio coloniale, dai predoni che ci vorrebbero derubare…
Ora sono sotto attacco dalla più grande forza militare della storia. Il mio piccolo figlio africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, le nostre libere abitazioni, la nostra libera medicina, la nostra libera istruzione, il nostro cibo sicuro, e sostituirlo con il ladrocinio stile Usa chiamato “capitalismo”. Ma noi tutti, nel Terzo Mondo, sappiamo cosa ciò significhi. Significa che le imprese governano i paesi, il mondo, e che i popoli soffrono. Così per me non c’è alternativa, devo resistere e, se Allah vorrà, morirò seguendone la via, la via che ha arricchito il nostro paese di campi fertili, viveri, salute e ci ha perfino consentito di aiutare i nostri fratelli africani e arabi a lavorare qui con noi, nella Jamahiriya libica.
Non desidero morire, ma se dovessi arrivarci, per salvare questa terra, il mio popolo, le migliaia di miei figli, che allora sia.
Lasciate che questo testamento sia la mia voce al mondo. Dica che mi sono opposto agli attacchi dei crociati Nato, alla crudeltà, al tradimento, all’Occidente e alle sue ambizioni colonialiste. Che ho resistito insieme ai miei fratelli africani, ai miei veri fratelli arabi e musulmani. Ho cercato di fare luce, quando altrove si costruivano palazzi, ho vissuto in una casa modesta e in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non ho sprecato le nostre ricchezze nazionali e, come Saladino, il nostro grande condottiero musulmano che salvò Gerusalemme per l’Islam, ho preso poco per me…
In Occidente qualcuno mi ha definito “pazzo” e “demente”. Conoscono la verità, ma continuano a mentire. Sanno che la nostra terra è indipendente e libera, non soggetta al colonialismo. Sanno che la mia visione e il mio cammino sono sempre stati onesti e nell’interesse del mio popolo. Sanno che lotterò fino all’ultimo respiro per mantenerci liberi. Che Dio ci aiuti.

Muammar Gheddafi – Terra e Liberazione

Come la Marina russa salvò gli Stati Uniti

Larry Jimenez, Knowledgenuts 1 febbraio 2015event_27092013flot_1Dio benedica i russi!“, Segretario della Marina degli USA Gideon Welles, sull’aiuto navale russo

Contrammiraglio S. S. Lesovskij

Contrammiraglio S. S. Lesovskij

L’alleanza poco nota tra Stati Uniti e Russia zarista portò la flotta russa a una dimostrazione di forza a New York e San Francisco. Avvenne in un momento cruciale, nel 1863, quando Gran Bretagna e Francia erano sul punto d’intervenire nella guerra civile dalla parte della Confederazione. Una guerra mondiale era all’orizzonte “avvolgendo il mondo nelle fiamme”, come disse il segretario di Stato William Seward. La possente presenza russa scoraggiò dall’invasione gli anglo-francesi e l’Unione fu salva. Nell’estate1863, l’anno delle battaglie di Gettysburg e Vicksburg, ci fu l’ultima crisi che afflisse il rapporto tra Stati Uniti e Gran Bretagna durante la guerra civile americana. Due potenti corazzate, chiamate gli Arieti di Laird, destinate alla Confederazione e in grado di spezzare il blocco dell’Unione dei porti meridionali, erano in costruzione in Gran Bretagna. L’ambasciatore statunitense Charles Francis Adams avvertì il ministro degli Esteri inglese Lord Russell che se le navi da guerra venivano consegnate ai ribelli, “Sarebbe superfluo sottolineare a Vostra Signoria che sarebbe la guerra“. La diplomazia contorta tra Stati Uniti e Gran Bretagna ebbe già un sussulto verso la guerra. Nel 1861-1862, due violatori confederati, Mason e Slidell, furono sequestrati sulla nave inglese Trent dall’US Navy mentre si recavano a Londra e Parigi per chiedere l’intervento europeo. L’isteria bellica travolse la Gran Bretagna, e il primo ministro Lord Palmerston ordinò il spiegamento di truppe in Canada in previsione del conflitto. In ogni caso, la strategia inglese s’incernierava sulla sua schiacciante forza navale. Fu anche discussa la secessione del Maine e di bombardare e incendiare Boston e New York. Quest’ultima era considerata dall’Ammiragliato “il cuore commerciale degli Stati Uniti… colpirlo paralizzerebbe le fabbriche“. Le tensioni si attenuarono, ma non scomparvero, quando Mason e Slidell furono rilasciati.
Il segretario dell’ambasciatore Adams, il figlio Henry, ebbe l’impressione che Lord Russell fosse deciso a distruggere l’Unione. La classe dirigente inglese simpatizzava con l’intenzione del Nord di liberare gli schiavi. Ma il presidente Abraham Lincoln inizialmente accantonò l’idea per trattenere gli Stati nell’Unione, così perdendo il sostegno della nobiltà. Nel frattempo, la Gran Bretagna riteneva che dividere gli Stati Uniti fosse nell’interesse inglese, rendendo i possedimenti in Nord America più sicuri. Era ufficialmente neutrale, ma di una neutralità che mascherava un’ostilità inconfondibile. Nell’ottobre 1862 un ultimatum fu emesso contro Nord e Sud affinché ponessero fine alla guerra o affrontassero “un’azione più decisa” inglese. Che significasse l’azione militare non è chiaro, ma l’implicazione finale era la sopravvivenza della Confederazione come nazione sovrana. La Francia, nel frattempo, rispecchiava la neutralità ostile della Gran Bretagna. Napoleone III aveva dei piani sul Messico, e la debolezza degli Stati Uniti gli avrebbe dato mano libera in America. Il morale nell’Unione era quindi al minimo nel 1863, nonostante le vittorie di Gettysburg e Vicksburg.
Nel pieno della crisi degli Arieti di Laird, la salvezza venne da una fonte insospettabile, la Russia zarista. In quel momento, la Russia affrontava l’insurrezione polacca, supportata da Gran Bretagna e Francia. Di fronte alla stessa coalizione ostile, i governi di Lincoln e dello zar Alessandro II si avvicinarono. Alessandro aveva liberato i servi russi e quindi solidarizzò con la causa dell’Unione. Nel settembre 1863 la Flotta del Baltico russa arrivò a New York e la Flotta dell’Estremo Oriente a San Francisco. La vera ragione per cui la Russia inviò la flotta negli Stati Uniti era per proteggersi: Non voleva che venisse imbottigliata nel caso la guerra con la Gran Bretagna, minacciata per la Polonia, scoppiasse. Ma la sua presenza comunque salvò l’Unione nell’ora della disperazione. “Dio benedica i russi!” esultò il segretario della Marina Gideon Welles. Dopo la guerra, Oliver Wendell Holmes salutò Alessandro “nostro amico quando il mondo era nostro nemico“. I russi si mostrarono disposti a combattere per gli Stati Uniti. Quando l’incrociatore confederato Shenandoah si preparò ad attaccare San Francisco, l’ammiraglio russo diede l’ordine di difendere la città, in assenza delle navi da guerra dell’Unione. Gli inglesi capirono che con la Russia al fianco degli Stati Uniti, il costo dell’intervento militare sarebbe stato troppo alto. Inoltre, le vittorie dell’Unione del 1863 indicarono che la Confederazione era una causa persa. Se gli inglesi avessero attaccato, ci sarebbe stata la guerra mondiale tra Stati Uniti e Russia, alleate forse con Prussia e Italia, contro Gran Bretagna e Francia sostenute da Spagna e Austria. La prima guerra mondiale nel 1860 fu una possibilità concreta. Fortunatamente, Gran Bretagna e Francia fecero marcia indietro davanti la presenza russa. Gli Arieti di Laird non andarono mai alla Confederazione, e l’Unione fu salva.russian-fleet-1500

1863-1864: la Flotta di spedizione russa in Nord America
Civil War Talk

russian-perry-officersQuesta spedizione fu una manifestazione militare dalla Russia durante la guerra civile degli Stati Uniti. Regno Unito e Francia sostenevano i ribelli del Sud. La Russia era amichevole verso il governo federale nel Nord, aumentando l’ostilità verso la Russia di Regno Unito e Francia, che si sforzavano di allentarne l’influenza internazionale. Il governo russo decise d’inviare due squadroni navali negli Stati Uniti per dimostrare sostegno ai nordisti, nonché creare una potenziale minaccia alle comunicazioni marittime di Regno Unito e Francia, per spingerle a rifiutare l’aiuto agli Stati del Sud. Gli squadroni russi pattugliarono le coste del Nord America nella seconda metà del 1863. Lo squadrone atlantico era comandato dal Contrammiraglio S. S. Lesovskij (fregate Aleksandr Nevskij, Peresvet, Osljabja, corvette Varjag, Vitjaz e clipper Almaz) e partì dal porto russo di Kronshtadt per New York. L’altro squadrone, del Pacifico, era comandato dal Contrammiraglio A. A. Popov (corvette Bogatyr, Kalevala, Rynda, Novik, clipper Abrek e Gajdamak), e partì dai porti dell’Estremo Oriente per San Francisco.
Nel settembre 1863 la squadra di Lesovskii arrivò nel porto di New York, e quella di Popov nel porto di San Francisco. Gli squadroni russi rimasero in quei porti del Nord America e navigarono lungo le coste occidentali e orientali fino all’agosto 1864. Singole navi della squadra dell’Atlantico, di stanza a New York visitarono Baltimora, Annapolis, Hampton, Caraibi, Golfo del Messico, Cuba, Honduras, L’Avana, Giamaica, Curaçao, Cartagena, Bermuda e Aspinwall. Le navi della squadra del Pacifico erano di stanza a San Francisco e navigarono per Honolulu, l’emisfero australe, Sitka e Vancouver. I marinai della Marina russa dimostrarono elevata abilità, disciplina e buona organizzazione in questi viaggi. Lo squadrone Atlantico ritornò in Russia alla fine di luglio. Lo squadrone del Pacifico ad agosto 1864.
La presenza degli squadroni russi al largo delle coste d’America suscitò una grande reazione politica e costrinse Regno Unito e Francia a cambiare posizione nei confronti di Russia e Stati del Nord d’America. Nel 1866, il governo degli Stati Uniti inviò un distaccamento navale con una deputazione speciale, per esprimere ufficialmente gratitudine al governo russo per l’aiuto ai nordisti nella lotta contro la schiavitù.

Le navi della squadra del Contrammiraglio A. A. Popov nella baia di San Francisco. Da sinistra le corvette Rynda, Bogatyr e Kalevala.

Le navi della squadra del Contrammiraglio A. A. Popov nella baia di San Francisco. Da sinistra le corvette Rynda, Bogatyr e Kalevala.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Restaurazione Meiji e la creazione del Giappone contemporaneo

Fascinant Japonslide-8Nel 1869 il governo abolì il sistema delle quattro caste impermeabili sostituendolo con una gerarchia:
Nobiltà, aristocratici e signori (Kazoku)
Guerrieri di rango superiore (Shizoku)
Guerrieri di rango inferiore (Satsu), la terza nobiltà fu abolita nel 1872, e i guerrieri si unirono al popolo (Heimin), il resto della popolazione.
Questo sistema di tre classi durò fino al 1945. Nel 1870, il divieto ai samurai di praticare il commercio fu abolita, come la proibizione del matrimonio tra individui di classi diverse. Ciò si tradusse in numerose alleanze tra samurai e commercianti, dando vita al ceto degli imprenditori (futuri Zaibatsu). Nel 1871, per compensare l’abolizione dei feudi (domini), lo Stato risarcì i samurai, ma fu costoso, e nel 1874 si decise di por fine ai privilegi feudali (compresa la retribuzione). L’ultima azione del governo verso i samurai fu una somma forfettaria distribuita ai nuovi disoccupati. Molti si trovarono in condizioni di povertà, mentre altri si legarono ai commercianti più esperti. Furono alla base del capitalismo in Giappone. Di fronte alla scomparsa volontaria dei samurai, il governo istituì l’esercito centralizzato di tipo occidentale, introducendo la coscrizione (servizio militare obbligatorio). Il nuovo esercito era essenziale per creare lo Stato moderno. La sua missione era difendere il Giappone dall’aggressione occidentale. La Cina veniva erosa dagli occidentali, spingendo i giapponesi a ripensare la politica estera. Nel Paese, l’esercito garantì la coesione del popolo sotto la guida dell’imperatore. Fu anche grazie all’esercito che si poté eliminare i samurai. Con la leva obbligatoria, l’ideologia imperiale si diffuse nella società. Il Bushido, l’etica confuciana militare, fu la base giuridica dello Stato nazionalista. Tale etica si rifletté nel Proclama imperiale ai soldati e marinai (1882).
17986aNel 1869 fu creata la guardia imperiale, reclutando samurai. Fu creata l’accademia militare e furono modernizzati e nazionalizzati gli arsenali. Nel 1871, con l’abolizione dei domini, fu emesso il decreto per l’integrazione degli eserciti della Corona nell’esercito imperiale dal monopolio sulle armi. Nel 1873, il servizio militare triennale fu reso obbligatorio per gli uomini di 21 anni, ma aristocratici della corte, famiglie dei Signori e capifamiglia ne furono esenti. Il costume tradizionale fu bandito ed imposta l’uniforme occidentale. La spada fu riservata agli ufficiali, simbolo del comando. Fu creata, assieme all’esercito, l’università, volta ad integrare la nazione. Prima del 1868 molti ancora s’istruivano negli istituti religiosi privati. L’istruzione andava riformata. Vi furono tre scuole di pensiero. I classici confuciani (che sostenevano lo studio dei principi etici), i sostenitori degli studi nazionali (spesso mitogaku che sostenevano le virtù di obbedienza, patriottismo e sacrificio per l’imperatore) e gli intellettuali (che viaggiavano ed erano molto vicini all’occidente, impressionati dal liberalismo). Insegnavano inglese, matematica e le virtù dell’uguaglianza o dell’autorealizzazione personale. Un famoso sostenitore di questa scuola fu Fukuzawa Yukichi. Fino ai primi anni del 1880, dominavano gli scolastici occidentali, era l’età dell’illuminismo liberale. Misero in discussione il vecchio regime volgendosi verso l’occidente. Ma dalla metà degli anni 1880, tornarono confucianesimo e nazionalismo. Tale cambiamento fu simboleggiato dal testo imperiale (Chokugo) sull’istruzione (Kyoiku) del 1890. Il Kyoiku Chokugo imponeva a tutte le classi il ritratto dell’imperatore, evidenziando i valori dell’obbedienza e del sacrificio. La scuola era mista e obbligatoria fino a 12 anni, affiancata dall’istruzione superiore. Il terzo grande veicolo della diffusione dell’ideologia nazionalista imperiale fu lo Shinto. Nel 1868 si manifestò la volontà imperiale del Saisei Ichi, l’unità tra rituale religioso e governo. Lo Shinto divenne religione di Stato, basandosi sul Kojiki per giustificare il potere imperiale. Fu creato lo Shinto ufficiale, depurato dal buddhismo che cadde in disuso. Nel 1871, la religione ufficiale fu lo Shinto e i suoi ministri furono nominati e salariati dal governo. Ogni cittadino si registrava nel santuario della città natale. Moriva lo Shinto popolare.
Per meglio regolare i rapporti tra i soggetti, il governo introdusse il diritto occidentale nella vita giapponese. Nel 1880, con il sostegno del giurista francese Gustave Boissonade fu promulgato il primo codice penale. Ma la legge francese fu considerata liberale e individualista, e le fu preferita la legge tedesca, basata soprattutto sulla figura dell’imperatore. Questo codice del 1907 è ancora in vigore. Vi si aggiunsero dal 1897 elementi originali quale il concetto di Ie, cioè la famiglia patriarcale. Un paradosso giapponese vuole che la legge del concetto dell’autodifesa dell’individuo (come la Magna Carta), in Giappone sia legata ai valori gerarchici patriarcali autoritari, in totale opposizione al concetto stesso d’individuo. Quindi vi è una contraddizione ideologica permanente che continua ad oggi. Idealismo e tradizionalismo s’inseriscono assieme nello Stato moderno. Non va dimenticato che tale progresso (nel senso neutro) avviene molto rapidamente. La restaurazione è anche una rivoluzione dall’alto. I samurai che vedono abolito il loro status, rinascono sotto nuove forme. Il fatto che il loro potere non si basasse sui beni valse certamente qualcosa.getimage-exeLa rivolta dei samurai e il movimento per i diritti e la libertà
Gli oligarchi si affidarono ai samurai di basso rango per abolirne la casta e assumerli. Lo Stato condannò severamente gli shishi che attaccavano gli stranieri. Furono metodicamente eliminati. L’introduzione della coscrizione promosse il monopolio delle armi e vietò l’uso delle spade (Hei Torei, 1876). Molti samurai capirono di essere stati manipolati. Due grandi ribellioni scoppiarono: a Saga nel 1874, e a Satsuma nel 1877. Nel 1874, a Saga i samurai si chiusero nella loro roccaforte rifiutando la sottomissione. Si tratta di un episodio famoso nella storia del Giappone (vedasi Ran di Akira Kurosawa). Nel 1873, l’oligarca Saigo Takamori fu dimissionato a seguito di una disputa con i membri del consiglio. Voleva invadere la Corea, ma gli oligarchi si opposero. Tornato nel suo feudo, si ribellò nel 1874 creando un esercito di 40000 samurai che si oppose per tre anni al nuovo esercito di leva. Gli storici chiamano questo episodio Seinan Senso. I coscritti armati di cannoni schiacciarono i samurai. Saigo Takamori fece seppuku nella sua roccaforte, secondo gli antichi principi. Una mossa che gli valse il riconoscimento postumo del Meiji, contro cui si era ribellato. Il malcontento dei samurai non si espresse solo con le ribellioni. L’opposizione politica insorse tra gli oligarchi, fu il Jiyu Minken Undo (Movimento popolare per i diritti e la libertà). Itagaki Taisuke fu l’istigatore del movimento. Impressionato dalle teorie liberali occidentali di Rousseau e Locke, fondò dal 1874 piccole società politiche locali. I samurai che frequentavano questi gruppi espressero la loro insoddisfazione. Erano circoli molto chiusi, elitari, che sostenevano l’elezione di un’assemblea e il diritto di voto per le élite mercantile e politica. Nel 1880 nacque il Kokka Kisei Domei (Lega per creare l’assemblea nazionale). I suoi membri diffusero petizioni. Il Kokka Kisei Domei creò il primo partito politico del Giappone, il Jiyuto, nel 1881. Le pressioni di Ito Hirobumi e altri oligarchi furono molte. Si pubblicò nel 1875 il decreto per controllare la stampa, mirando a sbarazzarsi della stampa politica. Nello stesso anno si pubblicò un decreto che limitava il diritto di assemblea. Il 1900 fu l’anno della Keisatsu Chian-ho, la legge di polizia contro la libertà di associazione, riunione ed espressione. Dominò la mentalità fino al 1945. L’opposizione cercò di convincere Ito Hirobumi dell’utilità delle concessioni e delle riforme per la democrazia. I movimenti di opposizione ebbero un ruolo nella costituzione del 1889.shiroyamabattleTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora