Come Hitler divenne Hitler e perché ciò è importante oggi

Igor Shumejko, Strategic Culture Foundation 03/11/ 2016

137Nell’ottobre 2016, la rivista statunitense The National Interest diede un’occhiata alla esperienza storica del 20° secolo, pubblicando l’articolo di David Axe intitolato “Il modo scioccante con cui Hitler divenne Hitler”. Molti autori si riferiscono allo stato attuale delle relazioni internazionali come “guerra fredda 2.0”, notando che il conflitto ideologico tra occidente e URSS durante l’ultima guerra fredda si basava sulle diverse interpretazioni del 20° secolo, tra cui l’importante soggetto della Seconda guerra mondiale. E in ciò, la questione di “chi ha la colpa” era più importante. Chi fu responsabile del fallimento del trattato di Versailles, dell’avvento al potere di Hitler e dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale? Questo sembra essere ciò di cui l’autore di National Interest scrive. Eppure l’attenzione sulla personalità del Fuehrer e l’emarginazione dell’influenza di potenti forze politiche che permisero l’ascesa di Hitler, sono la cortina fumogena che nasconde il problema. Da qui le bugie sul Patto di non aggressione tedesco-sovietico del 1939 (Patto Molotov-Ribbentrop) e la risoluzione 2009 del PACE, che eguaglia Unione Sovietica e Germania di Hitler come “due regimi totalitari”. Così, quando esattamente Hitler divenne Hitler?
Un dettaglio rivelatore notato dallo storico Jacques Bergier è che nell’estate 1938 gli abitanti di Berlino smisero di gridare “Heil!” tornando ai vecchi saluti. Nell’estate 1938, il potere di Hitler era considerato totale, ma il comandante del 3° Distretto Militare a Berlino, Feldmaresciallo Erwin von Witzleben, giustiziato da Hitler nel 1944, aveva apertamente provato la presa della Cancelleria del Reich. Molti generali tedeschi credevano che la Germania avrebbe affrontato l’inevitabile sconfitta tentando di occupare la Cecoslovacchia nel 1938. Dandone la prova al processo di Norimberga, il felmaresciallo tedesco Keitel, capo del Oberkommando der Wehrmacht (Comando Supremo delle Forze Armate), disse: “Eravamo straordinariamente felici che non ci fosse stata l’operazione militare, perché… eravamo sempre stati del parere che i nostri mezzi d’attacco alle fortificazioni sul confine della Cecoslovacchia fossero insufficienti. Da un punto di vista puramente militare ci mancavano i mezzi offensivi per sfondare le fortificazioni della frontiera”. Inoltre, i pacificatori occidentali cedettero a Hitler l’industria degli armamenti di prim’ordine della Cecoslovacchia, a Monaco di Baviera. La Germania mise le mani sulle officine Škoda, il secondo arsenale più importante dell’Europa. E così gestendo le famose Škoda, la Germania mise le mani sul parimenti gigante metalmeccanico CKD e il gigante aeronautico Aero Vodochody, che produsse il Focke-Wulf Fw-189 per tutta la guerra, e molto altro. All’epoca, i carri armati e i cannoni cecoslovacchi venivano venduti in tutto il mondo, rendendo Praga uno dei principali esportatori di armi al mondo.
Prima dell’accordo di Monaco, le forze armate dei due Paesi apparivano così: l’esercito cecoslovacco aveva 1582 velivoli, 469 carri armati e 2 milioni di soldati, mentre l’esercito tedesco aveva 2500 aeromobili, 720 carri armati e 2,2 milioni di soldati. Le dimensioni dei due eserciti erano paragonabili. Inoltre, il confine tra Cecoslovacchia e Germania erano i montuosi Sudeti. Fin da quando la Cecoslovacchia nacque nel 1919, costruì fortificazioni nel territorio dei Sudeti. La combinazione di fortificazioni moderne e terreno montagnoso resero la Cecoslovacchia inespugnabile all’aggressione tedesca. E tutto questo fu ceduto senza combattere. Così come i Sudeti fortificati, vi era anche l’accordo sovietico-cecoslovacco, ma l’assistenza militare che conteneva fu bloccata dalla Polonia. E Mosca sapeva che c’era già la guerra tra Unione Sovietica e Germania di Hitler nel 1938, solo che avveniva in Spagna, dove la vittoria era ancora in bilico. A Monaco di Baviera, gli inglesi diedero garanzie ai rappresentanti cecoslovacchi. Chamberlain gli disse: “I diritti delle minoranze nazionali sono sacri! Consegnate i Sudeti e avrete garanzie sui nuovi confini”. Tutte queste chiacchiere sulle garanzie occidentali furono inutili, dato che la montagnosa regione fortificata dei Sudeti garantiva la piena sicurezza alla Cecoslovacchia. Il 30 settembre 1938, tuttavia, l’esercito cecoslovacco si ritirò da Sudeti lasciandosi alle spalle le fortezze montane e i principali impianti industriali. Ma Hitler subito presentò alla Cecoslovacchia altre richieste e il 15 marzo 1939 la Germania occupò l’intero Paese.
Hitler fu salvato dall’accordo di Monaco con le democrazie occidentali, dandogli il potere fino all’aprile 1945. La domanda posta da The National Interest, “Quando Hitler divenne Hitler?”, ha una risposta semplice: “A Monaco di Baviera nel 1938”. L’accordo di Monaco di Baviera fu un accordo amichevole tra democrazie e Germania nazista, e ciò non può essere cancellato dalla storia. Fu l’accordo tra l’aggressore e i suoi amici. La ragione per cui dovremmo tutti ricordarlo oggi è chiara: l’occidente ancora una volta cerca di porsi da ‘pacificatore’ per evitare la sconfitta dei terroristi che hanno invaso la Siria e che ora minacciano l’Europa.republikaLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La più grande operazione della seconda guerra mondiale

Agosto 1945: l’URSS sconfigge il Giappone
Bruno Birolli, Fascinant Japon

75b09cc90b375e5d5b717275e13Il 15 agosto 1945, l’imperatore Hirohito ordinava via radio al popolo giapponese di “sopportare l’insopportabile”. L'”insopportabile” era la resa incondizionata negata con forza finché il Giappone fu l’ultimo Paese dell’Asse a continuare la guerra. Cosa spinse Hirohito a chiedere la pace, dopo esser rimasto in silenzio o complice del militarismo giapponese nei quattordici anni di guerra voluti dal Giappone in Asia e Pacifico? La risposta che viene in mente è l’impatto devastante del bombardamento atomico di Hiroshima il 6 agosto 1945 e di Nagasaki il 9 agosto 1945. Fu la distruzione delle due città ridotte in cenere da tali armi terrificanti che costrinse Tokyo ha gettare la spugna. Tale analisi trascura un fattore cruciale: l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica il 9 agosto 1945, tre giorni dopo Hiroshima e Nagasaki, poche ore prima della fulminea conquista della Manciuria da parte dell’Armata Rossa durante ciò che fu la più grande operazione militare della seconda guerra mondiale. La guerra al Giappone fu contemplata da Stalin fin dal 1943, ma voleva evitare che l’URSS combattesse ad ovest e ad est, decidendo l’impegno militare in Asia non prima dell’eliminazione della Germania nazista. Alla conferenza di Jalta nel febbraio 1945, Stalin disse che avrebbe attaccato il Giappone tre mesi dopo la fine delle operazioni in Europa, per dare all’Armata Rossa il tempo di schierarsi in Estremo Oriente. Ad aprile, quando il regime nazista era moribondo, Stalin denunciò unilateralmente il patto di non aggressione che l’Unione Sovietica firmò con il Giappone nel 1941. Da maggio, Stalin trasferì lungo il fiume Amur il corpo d’armata che sconfisse la Germania. Nel luglio 1945, alla Conferenza di Potsdam, ex-residenza del re di Prussia Federico il Grande, Stati Uniti, Gran Bretagna e Repubblica di Cina rinnovarono l’ultimatum minacciando il Giappone di “distruzione totale” se non deponeva le armi. In apertura della conferenza, il presidente degli Stati Uniti Harry Truman avvertì Stalin che gli Stati Uniti avevano testato un paio d’ore prima la bomba atomica e che decisero di utilizzare questa arma contro il Giappone. Tuttavia, tutt’altro che convinto che l’atomo ponesse fine alla guerra, Truman insistette ancora una volta che l’URSS s’impegnasse subito. Stalin accettò, voleva la sua parte dallo smembramento dell’impero giapponese. Ai primi di agosto 1945, l’Armata Rossa era pronta. In tre mesi, più di un milione e mezzo di soldati, 30000 pezzi di artiglieria e lanciarazzi, circa 5500 carri armati e cannoni d’assalto, 86000 autoveicoli e 3800 aerei attraversarono la Siberia, ammassandosi sul confine del Manchukuo, lo pseudo-Stato creato nel 1932 dai militari giapponesi dopo l’incidente di Mukden. La più grande operazione militare della seconda guerra mondiale era in preparazione. L’Armata Rossa non aveva mai concentrato tanti mezzi. Ma è vero che si lanciò alla conquista di un territorio grande quanto l’Europa occidentale.

Il piano di difesa giapponese
c__pia-de-a-manchuria-_8_1-1 Di fronte l’Armata Rossa agguerrita da quattro anni di combattimenti contro la potente Wehrmacht, sostenuta da un’industria bellica a pieno regime e indenne, che vantava una rete di comunicazione certamente ridotta ma intatta, il Giappone era solo l’ombra di se stesso. I suoi centri industriali venivano regolarmente rasi al suolo dall’Aeronautica statunitense. I suoi collegamenti marittimi con i territori ancora in possesso tagliati dalla flotta sottomarina e di superficie degli USA che, resa audace dall’assenza di risposta dei giapponesi, lanciava incursioni sulle coste dell’arcipelago e tutte le navi giapponesi ancora in navigazione. Il Giappone conservava ancora un’ultima carta: la Manciuria. La maggior parte delle città della Manciuria era fuori dalla portata dei bombardieri degli Stati Uniti e fu risparmiata. I raid aerei tentati contro Shenyang, come poi fu chiamata Mukden, ed altri centri industriali causarono pochi danni. L’armata principale dell’esercito imperiale prima del 1941, l’Armata del Kwantung in Manciuria, pur suddivisa, con il corpo che occupava il resto della Cina, erano le ultime forze del Giappone. Questo esercito di 700000 uomini, sulla carta, in realtà fu ridotto dai prelievi volti a rafforzare fronti come in Birmania. Se, in base ai criteri giapponesi, l’esercito Kwantung era ben equipaggiato, rispetto agli Alleati veniva surclassato nella maggior parte dei settori. Non aveva cannoni anticarro: i cannoni anticarro Modello 97 e Modello 98 (da 20 mm) e Modello 41 (da 47 mm) erano scadenti nei confronti delle pesanti corazzature sovietiche. I suoi blindati erano per lo più cingolette Modello 94 e 97 Te-Ke, e carri armati leggeri Modello 95 Ha-Go, progettati per supportare la fanteria e non per duellare con altri carri armati. I cannoni dei carri armati medi Modello 89 Chi-Ro, 94 e l’ultimo nato 97 Chi-Ha, non potevano perforare l’acciaio delle controparti sovietiche, ed erano molto vulnerabili alle potenti cariche sagomate degli avversari. L’Armata del Kwantung scontava la scelta del Comando di sacrificare i blindati alla fedeltà a una dottrina basata sulla fanteria e il risparmio (1). L’Aeronautica, circa 2000 velivoli, fu spogliata dei mezzi migliori, consegnati agli squadroni dei kamikaze nel Pacifico. La fanteria, chiave di volta del Kwangtung, fu gonfiata dall’immissione di ausiliari locali e coreani coscritti, che non avevano né la fedeltà né la tenacia degli effettivi giapponesi. Fu formata la cavalleria dei russi bianchi inquadrata dal partito fascista pan-russo del generale zarista V. A. Kislitsin, ma il suo valore militare era trascurabile (2). Infine, il comando non era dei più brillante: gli ufficiali più competenti erano finiti sotto il fuoco in altre aree.
Di fronte alla minaccia sovietica, l’Armata del Kwantung optò per una strategia ispirata alle battaglie del Pacifico. Non colpiva più l’avversario con tutte le forze alla ricerca della battaglia di annientamento, puntando sull’impatto frontale quale principio strategico più insegnato in Giappone dal 19° secolo. Dalla fine del 1942, i giapponesi erano sulla difensiva. Si trinceravano in capisaldi ingegnosamente sistemati per fare pagare a caro prezzo all’avversario l’avanzata. L’aggressività offensiva, la strategia dell’esercito imperiale, era divenuta una guerra di logoramento disposta a sacrificare fino all’ultimo uomo, nella speranza di esaurire l’avversario. Consapevole del fatto che le pianure centrali della Manciuria erano terreno per i carri armati sovietici, il piano giapponese mirava a rallentare l’Armata Rossa una volta che attraversava il fiume Amur, per dare il tempo all’Armata del Kwantung di ritirarsi nelle zone montuose al confine con la Corea. Influenzato dalla certezza che il soldato giapponese fosse il migliore del mondo, il comando giapponese intese riconquistare il vantaggio forzando i sovietici a combattere a piedi in queste aree boschive e scoscese, avverse ai carri armati. L’esperienza contro gli statunitensi nel Pacifico si rifletté ancora una volta: l’esercito imperiale abbandonò gli spazi aperti, le spiagge nel caso delle isole del Pacifico, sottolineando le infinite possibilità delle fortificazioni nel terreno accidentato e mimetizzate nella vegetazione. Dietro il piano giapponese si nascondeva un vecchio pensiero strategico. L’obiettivo non era tenersi la Manciuria, sapendone i giapponesi la vulnerabilità, ma fare di questa regione una zona cuscinetto a protezione della Corea. Annessa all’Impero nel 1910, separata dal Giappone dallo stretto di Tsushima, largo appena 100 km ed ancora più facile da attraversare, dato che in mezzo vi è l’isola che da il nome a questo canale tra Mar del Giappone e Mar Giallo, la penisola è un trampolino di lancio ideale per lo sbarco nell’arcipelago. Per bloccare questa porta, il Giappone entrò in guerra contro la Russia nel 1904. E seguendo lo stesso ragionamento, l’Armata del Kwantung preparò un santuario al confine coreano. I giapponesi vi arrivarono dopo la revisione strategica iniziata mezzo secolo prima. Se durante la prima guerra cino-giapponese (1896) e la guerra russo-giapponese tale discussione fu rilevante, nell’estate 1945 non aveva nulla a che fare con la comprensione razionale dei rapporti di forza, dimostrando il vuoto dottrinale dell’esercito imperiale compensata da una fede incrollabile nel senso di sacrificio del soldato giapponese nell’invertire il corso della storia.
In sintesi, l’obiettivo non era battere i sovietici, ma fare lo stesso di ciò che i giapponesi tentavano per fare esaurire gli statunitensi nel Pacifico. Non più la sconfitta ma suscitare disgusto nell’avversario provocando vittime a un livello insostenibile. Il piano giapponese aveva un difetto strutturale: l’errore ripetuto rigidamente dall’alto comando giapponese dagli anni Trenta. Le sue aspettative erano solo proiezioni di come i giapponesi avrebbero diretto la campagna se avessero mantenuto l’iniziativa. Il loro ragionamento corrispose perfettamente ai mezzi a disposizione dei militari, ma ignorò i profondi cambiamenti che la guerra in Europa comportò tra il 1939 e il 1945. Nel 1931, carente in blindati, tranne pochi carri Renault T4, mai utilizzati per il gelo, l’Armata del Kwantung conquistò la Manciuria seguendo le linee ferroviarie. I giapponesi dedussero quindi che i sovietici avrebbero fatto lo stesso. E dato che il confine con la Mongolia era inaccessibile via treno, i giapponesi non rafforzarono quel settore lasciandolo scoperto. Eppure è proprio da lì che i carri armati sovietici entrarono scatenando una delle blitzkrieg più brutali della Seconda Guerra Mondiale.

L’offensiva sovietica
7267051Il 9 agosto 1945, alle quattro del mattino, l’Armata Rossa iniziò l’offensiva. I servizi segreti sovietici compresero le intenzioni giapponesi e le operazioni furono adattate di conseguenza. L’offensiva generale seguì tre linee, ognuna con una funzione molto specifica. Un attacco in direzione est-ovest dalla provincia marittima tra Khabarovsk e Vladivostok. Allo stesso tempo, le forze sovietiche passavano il fiume Amur e si lanciavano verso il sud. Ma questi due fronti non erano volti a sferrare il colpo fatale: erano diversivi per spezzare, bloccare e ingannare l’Armata del Kwantung. Il cuore dell’offensiva sovietica partiva dalla Mongolia dove, con una manovra a tenaglia nella steppa, i sovietici intendevano massimizzare l’esperienza sui corazzati appresa contro i tedeschi. L’armamento di questi tre fronti corrispose esattamente al ruolo assegnatogli. I fronti orientale e settentrionale concentravano la gran parte dell’artiglieria pesante e della fanteria d’assalto per distruggere i bunker al confine, mentre il corpo occidentale la cui missione era effettuare lo sfondamento, era formato soprattutto da unità corazzate tra cui le famose divisioni d’élite della Guardia. Ben informati sui punti deboli dei mezzi anticarro dell’Armata del Kwantung grazie agli emigrati russi stabilitisi in Manciuria e ai disertori coreani e cinesi del Kwangtung, i sovietici deliberatamente si privarono del T-34, meglio armato ma troppo pesante per le paludi confinanti la Mongolia, a favore dei carri leggeri di vecchio modello ma molto più veloci. La chiave del successo del piano sovietico era la velocità. L’isola di Sakhalin, la cui metà meridionale era giapponese dalla guerra russo-giapponese, non fu dimenticata. L’11 agosto, i sovietici sfondarono la linea dei bunker che segnava il 50° parallelo sul confine tra i due Paesi. Lo stesso giorno sbarchi avvennero a nord delle coste orientali della Corea.
L’Armata Rossa usò tutte le tattiche con cui schiacciò la Wehrmacht, sbarramenti d’artiglieria fenomenali, bombardamenti aerei implacabili sulle retrovie, movimenti avvolgenti di concentramenti corazzati. Tuttavia, ad est, i sovietici impiegarono in modo innovativo flottiglie di chiatte e monitor in sostituzione di carri armati e artiglieria ostacolati dalle paludi gonfie per le piogge estive e dall’assenza di strade percorribili. Queste chiatte pesantemente armate risalirono il fiume Sungari (affluente del fiume Amur che attraversa la Manciuria) e permettevano con un pescaggio di 15 cm gli sbarchi al tergo dei capisaldi giapponesi. Queste operazioni, supportate da onnipresenti aerei, rimangono nella storia un raro esempio di guerra fluviale in acqua, terra e cielo. La scommessa del comando giapponese di bloccare o almeno ritardare l’Armata Rossa fallì. Costantemente sopraffatta, la Kwantung non poté riorganizzarsi. La fanteria giapponese tuttavia mostrò un fanatismo che sconvolse i veterani più incalliti dei pesanti combattimenti in Europa. Mai i tedeschi dimostrarono tale determinazione. Per compensare l’assenza di armi anticarro, i soldati giapponesi si gettarono in massa sotto i cingoli dei corazzati stringendo una mina o un carico di dinamite sul petto. I contrattacchi furono condotti come nel Pacifico, assalti banzai con la baionetta che i sovietici falciarono senza pietà (1). Questi sacrifici furono vani. Nonostante la resistenza suicida la Kwangtung crollò. L’Armata del Kwantung pagò il prezzo di una concezione della guerra obsoleta. I giapponesi non capirono il ruolo svolto dai blindati nella Battaglia di Khalkhin Gol, o incidente di Nomonhan per i giapponesi, contro i sovietici sei anni prima. Tuttavia, tali scontri limitati e diffusi da maggio a luglio 1939, furono un campo di addestramento per il futuro Maresciallo Georgij Zhukov. E’ in questa zona infestata da zanzare, tra la Mongolia e il Manciukuo, che i sovietici perfezionarono i principi dell’interazione tra artiglieria, blindati e fanteria d’assalto che poi opposero con successo ai tedeschi e portarono al culmine contro i giapponesi nell’agosto 1945.

Il sollievo degli Stati Uniti
1-image1308371029_type1 Non più di quanto gli statunitensi non informarono i sovietici sui dettagli del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, Stalin mantenne segreta la data dell’offensiva contro il Giappone. Alla notizia dell’invasione della Manciuria, gli statunitensi si sentirono sollevati. Il Viceammiraglio John H. Cassady, il secondo in comando nelle operazioni navali, subito espresse il sentimento degli statunitensi. Il blocco del Giappone era imperfetto a causa del Mar del Giappone, “non avevamo alcuna base in questa regione e anche se la Marina Imperiale era stata distrutta, portare le nostre navi in un mare chiuso era una manovra rischiosa. È evidente che i nuovi (l’entrata in guerra dell’URSS) risolvono il problema. Ora il Giappone sul fianco nord-ovest non solo affronta uno dei più grandi eserciti del mondo, ma questi territori consentiranno potenti attacchi aerei contro i suoi impianti militari e industriali… Ora possiamo preparare l’invasione del Giappone con fiducia. Questo non vuol dire che la guerra è vinta. Ma la nostra missione s’è ridotta e abbiamo tutte le ragioni per credere che il tempo si è notevolmente ridotto”. (2) Il New York Times credeva che il Giappone fosse in una situazione ancora più disastrosa della Germania dopo il fallimento dell’ultimo contrattacco nelle Ardenne. Il giorno dopo, lo stesso giornale espose la sua analisi: “La speranza che il Giappone continui a dividere gli Alleati respingendo l’assalto finale facendolo pagare caro agli alleati con gli attacchi suicidi, è ormai andata. L’impero usurpato è diviso in due dalle forze anglo-statunitensi in mare e in Cina e con le isole oggetto del blocco e di raid aerei devastanti; il Giappone subisce l’assalto diretto sull’ultima posizione, per molti aspetti più solida, la Manciuria. Qui è dove il Giappone ha consolidato le sue industrie di guerra e basa le forze più potenti rimastegli, la Kwantung… Come la Germania, il Giappone deve ora condurre una guerra su due fronti, ancora meno in grado di condurla dell’ex-alleata“. Il Generale Douglas MacArthur vide chiaramente il vantaggio militare dell’intervento sovietico, trasmettendo il giorno dell’entrata in guerra dell’URSS la seguente dichiarazione: “Sono felice dell’entrata in guerra dell’Unione Sovietica contro il Giappone. Rende possibile una vasta manovra a tenaglia, che non può non distruggere il nemico. In Europa, la Russia era l’est, gli alleati l’ovest. Ora siamo l’est e la Russia è l’ovest, ma il risultato sarà lo stesso“. (3) I sovietici liberarono gli statunitensi dalla paura di vedere la Kwangtung in Manciuria trasferita e trincerata in Giappone. Quindi, al momento, più che l’effetto dei due bombardamenti atomici, ancora stimati male, fu l’impatto dei sovietici in guerra che segnò gli strateghi statunitensi.

Hirohito si reincarnò pacifista
16541-img_2 Le reazioni nel Palazzo Imperiale alla distruzione di Hiroshima, all’attacco sovietico e al bombardamento di Nagasaki sono ancora poco note. I partecipanti alle discussioni le tennero segrete o diedero informazioni parziali e favorevoli all’imperatore. Questi tre eventi avvennero troppo rapidamente per dare all’entourage di Hirohito forti argomenti per costringere i militari a cedere le armi. Per salvare il trono, andava reinventato il suo occupante. Il capo bellicoso e indifferente al destino dei suoi sudditi in guerra, Hirohito, divenne in quei giorni decisivi un benevolo pacifista prigioniero di una consorteria estremista (4). Dopo aver esitato nella notte, Hirohito ordinò a Kido Koichi, guardiano del sigillo imperiale e consigliere più stretto, di scrivere il testo che poneva fine alla guerra. Per evitare qualsiasi suggerimento che potesse, in un modo o nell’altro, testimoniare contro l’imperatore e renderlo responsabile della guerra e della sconfitta, i due studiosi incaricati di redigere il testo lottarono per tre giorni prima di redigere una copia in stile arcaico greve di contorsionismi a malapena comprensibili. Il testo finale fu presentato ad Hirohito la notte del 14 agosto 1945 e lo lesse alla radio il giorno dopo, a mezzogiorno. La sconfitta della Germania e l’entrata in guerra dell’URSS furono evocate da questa frase criptica: “La tendenza generale nel mondo si è rivoltata contro i nostri interessi“. L’allusione alla bomba atomica è tuttavia più esplicita: l’enorme potere distruttivo dell’atomo impressionò e per salvare “la civiltà umana… dalla totale estinzione” che il Giappone si arrese, anche se quella parola, resa, non fu mai pronunciata. Anche prima della fine delle ostilità, la storia della Seconda Guerra Mondiale fu riscritta. Nelle settimane seguenti la capitolazione, il ruolo svolto dall’URSS nella sconfitta del Giappone fu riconosciuto. Naruhiko Higashikuni, nominato primo ministro il 16 agosto 1945, ammise nel suo primo discorso al parlamento del 5 settembre 1945 che la dichiarazione di guerra dell’Unione Sovietica mise il Giappone nella “peggiore situazione possibile“. Allo stesso tempo, il capo del governo di transizione riprese il mito della bomba atomica come unica causa della sconfitta giapponese. Fu per salvare il Giappone e la sua popolazione da tali terribili bombe che Hirohito cedette le armi “nell’interesse della pace e dell’umanità“. (5)
Negli anni, tale racconto si sviluppò. L’invasione della Manciuria nel 1931 e della Cina nel 1937 e la campagna in Manciuria nel 1945, altra tappa fondamentale della seconda guerra mondiale in Asia, furono ignorate. Non fu per gli errori strategici che il Giappone perse la guerra, ma per l’uso da parte degli statunitensi di armi inumane. Il riflesso naturale degli storici nel concentrarsi sulla parte degli Stati Uniti nella storia radicò tale visione. Ma dimenticare il ruolo dell’URSS fu anche motivato politicamente. Se la guerra fredda non era ancora iniziata ai primi di settembre 1945, gli statunitensi impedirono l’occupazione sovietica del Giappone, divenuto affare esclusivamente statunitense, se si prescinde dalla presenza di un piccolo contingente australiano ad Hiroshima che non ebbe alcun ruolo politico. Riconoscere i meriti dell’Armata Rossa avrebbe concesso un posto all’URSS nella riorganizzazione della società giapponese. La guerra fredda scoppiò in Asia prima che in Europa, aggravata dal confronto militare in Cina con la guerra civile vinta da Mao Zedong (1949) e in Corea (giugno 1950). Concentrarsi sul bombardamento di Hiroshima e Nagasaki e ripulire Hirohito furono essenziali per fare del Giappone il pilastro asiatico del sistema di difesa degli Stati Uniti.%d1%81%d0%bb%d0%b0%d0%b2%d0%b0-%d0%ba%d1%80%d0%b0%d1%81%d0%bd%d0%be%d0%b9-%d0%b0%d1%80%d0%bc%d0%b8%d0%b8-%d0%be%d1%81%d0%b2%d0%be%d0%b1%d0%be%d0%b4%d0%b8%d1%82%d0%b5%d0%bb%d1%8c%d0%bd%d0%b8%d1%86Note:
1) U.S. War Department, Handbook on Japanese Military Force, 1944, Louisiana State University Press, Baton Rouge, 1991.
2) Sabine Breillard. Harbin and Manchuria: Space, and Idendity, Duke University Press, Durham N.C., 2000.
3) Sabine Breillard. Harbin and Manchuria: Space, and Idendity, Duke University Press, Durham N.C., 2000.
4) The New York Time, 9 agosto 1945.
5) William Manchester, American Caesar, Douglas MacArthur 1880-1964, Little, Brown and Company, Boston Toronto, 1977, p 438-439.
6) Herbert P. Bix, Hirohito and The Making of Modern Japan, Perennial, New York, 2001.
7) The New York Time, 6 settembre 1945.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un’emigrazione boicottata: i lavoratori italiani in Cecoslovacchia negli anni ’40-’50

Luca Baldelli12445508-czechoslovakia-circa-1960-a-stamp-printed-in-czechoslovakia-shows-slovnaft-chemical-industry-base-de-stock-photoIl 10 febbraio 1947, la stampa salutava la conclusione di un Accordo tra Italia e Cecoslovacchia per l’emigrazione di lavoratori del nostro Paese verso la rinata Nazione dell’Europa centro-orientale. Quell’accordo era costato mesi e mesi d’impegno, di limature e di pazienti trattative non per colpa dei cecoslovacchi ma a causa delle titubanze interessate, dei freni e degli intoppi frapposti dai circoli anticomunisti italiani, saldamente arroccati nelle burocrazie ministeriali, appena sfiorate da un’epurazione all’acqua di rose. La capacità ed il tatto del Ministro degli Esteri Pietro Nenni, al quale dall’inizio di febbraio era succeduto il filoatlantico Carlo Sforza, erano stati decisivi per concludere l’intesa. Essa prevedeva, contestualmente al dettato, un flusso di 5000 lavoratori italiani verso la Cecoslovacchia, in modo particolare minatori, cavatori, operai metallurgici, operai agricoli. Nel dettaglio, si richiedevano: 600 minatori per i lavori di profondità, scelti fra gli addetti delle zolfare siciliane; 1400 minatori per i lavori di superficie, reclutati nei giacimenti toscani e sardi; 2000 operai agricoli (in modo particolare boscaioli); 500 tra cavatori e metallurgici. Assieme a questo, 20 lavoratori italiani affetti da talune patologie avrebbero ricevuto cure e trattamenti nelle principali stazioni di cura del Paese, mentre 20 lavoratori cecoslovacchi, egualmente in condizioni non ottimali di salute, avrebbero beneficiato di riposo e trattamenti presso le riviere italiane. Il Sindacato, nel quadro della definizione, regolamentazione e gestione di tali flussi, veniva ad assumere un ruolo di primo piano, sancito chiaramente nei termini dell’accordo: l’articolo 15 del medesimo, infatti, delegava alla CGIL, di concerto con il Sindacato cecoslovacco, i reclutamenti della manodopera intenzionata ad emigrare.
Qual era, allora, la situazione della Cecoslovacchia, dal punto di vista politico ed economico? Il Paese stava avviando, con enorme impegno e ampia profusione di volontarismo, il proprio processo di ricostruzione, dopo i danni, i saccheggi, le distruzioni apportate dai nazifascisti e dalla guerra in generale. Occorreva rimettere in piedi l’industria, spina dorsale dell’economia, con i suoi impianti, pesanti e leggeri, riconvertiti per sei lunghi anni alle esigenze dei monopoli e dell’apparato bellico tedeschi; in molti settori, da quello minerario a quello agricolo–forestale, si avvertiva un’acuta carenza di mano d’opera. Occorreva poi ripristinare condizioni di vita decorose per tutti, elevando, per quanto possibile, il benessere materiale dei cittadini. I comunisti erano all’avanguardia di tale processo, guidati con saggezza, equilibrio e insieme determinazione da fulgide figure di combattenti quali Klement Gottwald e Antonin Zapotocky. La loro battaglia era, principalmente, quella volta all’ampliamento dei diritti dei lavoratori e all’equa ripartizione degli inevitabili sacrifici che sempre accompagnano ogni processo di ricostruzione. Le forze della borghesia, però, facevano di tutto per frapporre ostacoli, nel tentativo di far ricadere sulla classe operaia tutti gli oneri e d’indebolire il Paese per legarlo poi, mani e piedi, al carro dell’imperialismo statunitense. Il patto italo–cecoslovacco sull’emigrazione si situava in questa dialettica di forze e di fermenti. Qual era il trattamento previsto, in terra cecoslovacca, per gli operai italiani che optavano per l’emigrazione? Grazie ai comunisti ed alle forze più sane del progressismo, le condizioni di vita di un lavoratore italiano che scegliesse di emigrare in Cecoslovacchia erano infinitamente migliori rispetto a quelle, semi–schiavili, degli emigrati nell’area del Benelux o in Francia, zone nelle quali i minatori stranieri, italiani in primis, erano spesso persino trattenuti forzosamente e, comunque e sempre, ospitati in baracche da lager, che in molti casi avevano accolto addirittura prigionieri di guerra del Terzo Reich. In Cecoslovacchia non esistevano poi tutte quelle “amenità” ampiamente diffuse nelle fabbriche lager del mondo capitalista: reparti–confino, punizioni arbitrarie, multe elevate per decurtare i salari senza alcuna giustificazione. Tutti i lavoratori stranieri ricevevano lo stesso, identico trattamento dei colleghi cecoslovacchi, beneficiando di un regime generoso di tessere annonarie, calibrate in base alle esigenze derivanti dal lavoro svolto. Una tessera annonaria normale dava, ad ogni lavoratore, il diritto di ricevere mensilmente:
17 kg di pane e farina
4 kg di carne
840 g di grassi
300 g di burro
1,4 kg di zucchero
3,5 litri di latte
Chi svolgeva lavori pesanti e faticosi aveva diritto ad una tessera speciale, con razione supplementare composta da 1 kg di zucchero, 3 kg di farina e pane, 1 kg di carne. Oltre al contingente di merci garantito dalle tessere, c’era ovviamente la possibilità di acquistare in libera vendita tutto ciò che non era razionato, o quantitativi aggiuntivi degli stessi generi distribuiti con le tessere. Il salario giornaliero di base era di 90/100 corone: in tutto, 2700–3000 corone al mese, benefit compresi. Se si superavano le norme di produzione, anche la retribuzione veniva notevolmente incrementata, fino a 4000–5000 corone. Per il vitto e l’alloggio, se ne andava il 20–30% appena del salario base: la spesa complessiva era infatti di 800/900 corone, comprendendo anche l’acquisto di generi alimentari non razionati. Da sottolineare il fatto che l’alloggio del lavoratore italiano non era la baracca o la sistemazione di fortuna degli operai che emigravano nei Paesi dell’Europa centro–occidentale, ma il convitto, l’albergo/locanda o anche la casa, dopo alcuni anni di lavoro. La quantità massima di denaro che si poteva spedire ai familiari rimasti in Italia era di 1400 corone. L’Ufficio Italiano Cambi aveva provveduto ad aprire un “conto lavoratori italiani” presso la Banca Nazionale di Cecoslovacchia, presso il quale affluivano le rimesse degli emigrati. Parte delle quote veniva utilizzata per pagare il carbone importato, l’altra parte era destinata alle famiglie dei lavoratori.

Klement Gottwald

Klement Gottwald

A sei mesi dalla firma dell’accordo, il primo contingente di lavoratori italiani partiva alla volta della Cecoslovacchia. Si erano frapposti e si sarebbero ancor di più frapposti in futuro, come vedremo, numerosi ostacoli da parte dei circoli anticomunisti e della burocrazia ministeriale italiana, piena zeppa di fascisti abilmente riciclatisi e ancora più arroganti dopo la mancata epurazione. L’idea che dei lavoratori italiani potessero vedere coi loro occhi la realtà di un Paese libero e veramente democratico e restarne “contagiati” spaventava tali circoli; in più, un’emigrazione rivolta verso un Paese in procinto di marciare verso il socialismo, creava un polo attrattore che “deviava” il flusso di manodopera dai Paesi capitalistici euro-occidentali ( n particolare, dal BENELUX) e non consentiva quindi, ai monopoli ed oligopoli di quei Paesi, lo sfruttamento a buon mercato della manodopera italiana. Il viaggio del primo contingente italiano veniva reso oltremodo rocambolesco prima da un’alluvione, che costringeva il convoglio ferroviario in marcia a cambiare percorso, poi dall’alt imposto dalle truppe inglesi di stanza in Austria. Se il primo evento era certamente inevitabile e riconducibile a forze non umanamente controllabili, il secondo d’inevitabile aveva ben poco: era un sabotaggio in piena regola, volto a rendere accidentata e quindi poco appetibile la rotta migratoria dei lavoratori occidentali, italiani in particolare, verso la Cecoslovacchia e altri Paesi socialisti. Si puntava a scoraggiare in ogni modo altri italiani dall’emigrare, anche facendo leva su un dato “antropologico” insopprimibile: il loro carattere mediterraneo, istintivo, impulsivo e poco paziente, esasperato per giunta da complicazioni create artificiosamente. Non a caso, con riferimento a quel primo tormentato viaggio, dopo la sua temporanea battuta d’arresto cominciavano repentinamente a giungere (c’informano di questo gli incartamenti del Ministero del Lavoro e della previdenza sociale, custoditi presso l’Archivio Centrale dello Stato) “notizie preoccupanti, poiché i lavoratori avevano esaurito i viveri, erano digiuni da circa 24 ore senza avere la possibilità di rifornirsi in territorio austriaco e chiedevano di essere rimpatriati”. Superati gli ostacoli, naturali e non, i lavoratori italiani del primo contingente riuscivano a mettere piede in terra cecoslovacca. Fin dal primo contatto con la realtà di quella Nazione, al di là delle chiacchiere e delle mene di elementi sobillatori al soldo della reazione, i lavoratori italiani potevano scoprire un Paese certamente attanagliato da difficoltà e problemi materiali causati dai nazifascisti e dalla guerra, ma anche ottimista, pieno di energia, desideroso di voltare pagina. Non è un caso che, in breve tempo, da poche decine di lavoratori italiani presenti si arriverà a 1000 circa! Una progressione numerica che non si era mai vista prima! Questo fatto non andava giù al Ministro del Lavoro Amintore Fanfani il quale, fresco di camicia nera, cominciava a dar credito ad ogni sorta di voce falsa e a far circolare deliberatamente tutta una serie di illazioni malevoli per mettere in cattiva luce la Cecoslovacchia e l’apparato del Ministero degli Esteri, presso il quale l’operato di Pietro Nenni, titolare del dicastero fino al principio del 1947, aveva conseguito eccellenti risultati. Vi è tutta una serie di rapporti (visionabili presso l’Archivio Centrale dello Stato, fondo Ministero del Lavoro e della previdenza sociale) volutamente disinformanti circa le reali condizioni di vita degli emigrati italiani, istruiti ed elaborati per forzare l’arresto della sempre più cospicua emigrazione verso la Cecoslovacchia. Rapporti anche ridicoli, palesemente non credibili, che parlano di vitto a base di caffelatte con pane al mattino, minestra con patate a pranzo e di nuovo caffelatte con pane a sera. Un vitto che, se realmente distribuito, avrebbe determinato la morte per inedia o l’impossibilità concreta di utilizzare la manodopera per qualsivoglia lavoro produttivo. Ovvero, un inconcepibile darsi la zappa sui piedi da parte dello Stato cecoslovacco! Si era “dimenticato”, in quelle note, che quelle pietanze erano le distribuzioni aggiuntive di viveri, elargite in più rispetto ai precedentemente menzionati generi alimentari garantiti dal tesseramento e a quelli reperibili in libera vendita. Si davano per attendibili e indiscutibili tutte le lamentele provenienti da individui asociali, vagabondi, perennemente scontenti di tutto e tutti, anziché mettere in rilievo i tanti apprezzamenti e le attestazioni di stima per il sistema economico cecoslovacco, provenienti dalla stragrande maggioranza dei lavoratori. In quel difficile 1947 si cercava anche di sfruttare in ogni modo, strumentalizzandolo, un episodio avvenuto il 1° dicembre: l’arresto di 8 operai italiani a Most, con l’accusa di eccessive assenze dal lavoro, sulla base dell’imputazione di sabotaggio contro il Piano biennale predisposto dal governo per risollevare l’economia. Si faceva gran chiasso attorno a questa vicenda, ben oltre la normale, legittima e sacrosanta preoccupazione umanitaria per la sorte di nostri connazionali, anche se una legge approvata pochi mesi prima, con chiarezza esemplare, aveva sancito l’arresto per prolungate e ingiustificate assenze dal posto di lavoro, pena giustificata dalla necessità di prevenire e colpire i sabotaggi che allora erano all’ordine del giorno ed erano indirizzati proprio a dimostrare l’inefficienza dell’economia socialista, dopo aver creato artatamente episodi di aritmie, disorganizzazione e carenza nell’apparato produttivo. La reazione non stava con le mani in mano, anzi era tentacolare e come tale andava colpita anche con misure draconiane, legittime in modo particolare perché dirette non contro il popolo, bensì, viceversa, proprio a difesa delle sue conquiste e contro una minoranza vile e subdola di eversori. Si aveva anche l’ardire di sostenere che quegli arresti erano illegali, perché avevano violato l’accordo sull’emigrazione: argomentazione destituita di ogni fondamento, visto che il lavoratore straniero era comunque sottoposto alle leggi del Paese ospitante, esattamente come ogni suo altro collega cecoslovacco, e che il suo status di emigrante non giustificava di certo condotte antisociali o pericolose. Il caso di Most, ad ogni buon conto, veniva preso in mano e risolto non certo grazie ai crociati della destra democristiana, ma grazie all’impegno e all’energia della CGIL, unitamente, dobbiamo ricordarlo per amor di verità, all’equilibrio dimostrato in quella fase dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi che, pur non rinnegando le proprie intime convinzioni, sapeva tenere a bada le spinte più oltranziste provenienti dal suo Partito, in primis da Fanfani, volte a far naufragare e rendere inoperante l’accordo italo–cecoslovacco. Un accordo che, con la testardaggine che solo i fatti possono avere, continuava a beneficiare un numero crescente di lavoratori, in barba alla propaganda anticomunista sempre più pervasiva e agguerrita. Certo, proprio per colpa dell’atteggiamento italiano, non si riuscì mai a raggiungere il numero di 5000 lavoratori contemplato nei termini dell’accordo, né tantomeno a predisporre le condizioni perché, negli anni, vi fosse la possibilità di inviarne anche 100000, numero questo che era stato proposto dalle autorità cecoslovacche a Nenni, Ministro degli Esteri, nei primi contatti risalenti all’agosto del ’46.
Quanto fossero false e ridicole le accuse mosse alla Cecoslovacchia, quanto fosse diverso, quel Paese, dal regno della fame descritto dai detrattori interessati, appare evidente dalle cifre e dalle percentuali di sviluppo registrate nel cruciale periodo 1947/53:
Produzione industriale pressoché raddoppiata (+93%)
Produzione di macchinari cresciuta del 294%!
Costruzione del colosso siderurgico “Klement Gottwald” a Kuncize, impianto destinato a spostare gli equilibri geoeconomici verso l’area est–europea, con grave scorno dei capitalisti mondiali
12 nuove centrali con produzione di energia elettrica cresciuta complessivamente del 65%
Produttività del lavoro elevatasi in misura del 73%
Come queste cifre potessero essere garantite da lavoratori messi a pane, caffelatte e sbobbe, solo la malafede della propaganda borghese ce lo può spiegare!

Antonin Zapotocky

Antonin Zapotocky

Ad ogni modo, il 1948 si apriva all’insegna di tensioni e sussulti che percorrevano come sangue avvelenato ogni vena, ogni capillare dell’economia cecoslovacca. All’inizio dell’anno, la reazione borghese latifondista, protetta dallo scudo statunitense, tentò di dare l’assalto allo Stato e di mettere i comunisti fuori legge: il PC e la milizia operaia, appoggiati dai lavoratori di tutto il Paese, rintuzzarono tale orribile minaccia e la rispedivano al mittente, consolidando il loro potere, espressione della volontà del 9 % dei cittadini, compresi i non comunisti che, con spirito leale e patriottico, collaborarono con il PC nella vasta opera riformatrice intrapresa e coraggiosamente portata avanti. In un contesto simile, dal gennaio–febbraio 1948 vi fu una battuta d’arresto dei flussi migratori provenienti dall’Italia, unitamente al rientro di diversi lavoratori per naturali ricongiungimenti con le famiglie e scadenza dei contratti di lavoro. Fino alla fine dell’anno, si registrerà un sostanziale blocco dei flussi. Gli USA, i circoli capitalisti e reazionari mondiali, mentre armavano la mano dei cospiratori a Praga, Bratislava e altri centri, al tempo stesso cercavano in ogni modo di ricattare la Cecoslovacchia, di strangolarla economicamente, bloccando crediti pattuiti da tempo e facendo balenare agli occhi dei governanti gli illusori luccichii del Piano Marshall. Il governo cecoslovacco non cadeva però nella trappola del ricatto e, appoggiandosi da un lato alle energie positive e all’orgoglio delle masse, dall’altro ad un aiuto internazionalista sempre più massiccio proveniente dall’URSS, riusciva a traghettare il Paese fuori dalle secche della destabilizzazione. Intanto, da parte cecoslovacca, pur nel contesto di difficoltà create dall’imperialismo nel 1947-48, evitava sempre di compromettere i termini dell’accordo con l’Italia, anche quando lo Stivale non si mostrava granché leale e limpido nei comportamenti. Addirittura, nel maggio–giugno 1948 toccava alla Cecoslovacchia, assieme all’URSS, spendere una parola a favore del patrimonio coloniale italiano affinché non fosse spartito tra gli imperialisti statunitensi ed inglesi, che d’ipocrita amicizia col Bel Paese facevano osceno quotidiano sfoggio, desiderando invece null’altro che mettere le mani sull’economia e i territori italiani. Vi era stato anche un periodo, poco prima, nel quale il carbone era parso in procinto di venir soppiantato, nelle partite commerciali, dal caolino e dalle argille, a causa delle pressioni esercitate dall’industriale Richard Ginori (autore di un piano di collaborazione economica per niente irragionevole ed anzi all’avanguardia, appoggiato da tutte le rappresentanze dei lavoratori), ma alla fine le ragioni dell’industria estrattiva e di quella energetica avevano avuto il sopravvento e il carbone cecoslovacco aveva ripreso il suo “posto” nelle dinamiche dell’interscambio, dopo alcuni incontri chiarificatori.
Nel fatidico 1948, approfittando anche della sostanziale pausa della corrente migratoria, il governo di Praga arrivava poi a proporre un nuovo sistema d’immigrazione, non più imperniato su contingenti collettivi, ma su flussi individuali regolamentati. Ai lavoratori italiani si offriva un ampio ventaglio di opzioni, tra le quali quella, particolarmente allettante, di costituire cooperative in territorio cecoslovacco con l’appoggio dello Stato e del sistema creditizio. In questo modo, gli emigrati venivano coinvolti ancor più attivamente nel processo di costruzione della società socialista. Queste novità venivano accolte con entusiasmo dai lavoratori, ma venivano, di converso, osteggiate in ogni modo da un governo sempre più spostato a destra per le irresistibili pressioni provenienti da Washington, che avevano provocato l’estromissione dall’Esecutivo di PCI e PSI. La diplomazia italiana aveva ormai una sola preoccupazione: quella di far rientrare il maggior numero di lavoratori dalla Cecoslovacchia, per poi dirottarli verso i Paesi capitalisti del BENELUX e verso la Francia, dove ad attenderli non sarebbero stati certo i caseggiati ampi ed ariosi o i confortevoli convitti della Cecoslovacchia socialista, ma le ben note baracche, regno della promiscuità e della precarietà economica ed esistenziale. Il governo italiano non si dava pace anche per un altro fatto: tra gli italiani presenti in Cecoslovacchia non solo regnava la piena soddisfazione per il benessere economico crescente, ma cominciava a maturare anche una coscienza politica a tutto tondo. Infatti, era stata costituita un’Associazione, “Democrazia popolare”, che appoggiava attivamente il governo e promuoveva la cultura marxista–leninista tra gli associati. Nonostante i fisiologici rientri nel Paese natio, le lusinghe, le minacce, i subdoli sistemi di “persuasione” messi in campo dalle autorità italiane, nel 1949 l’emigrazione verso la Cecoslovacchia riprendeva in maniera considerevole e, ancora all’inizio del 1951, erano presenti in Cecoslovacchia almeno 400 lavoratori, con sempre più figure qualificate nei loro ranghi. Il 30 novembre 1951, il Ministero degli Esteri tornava alla carica, invitando la Legazione di Praga a “fornire gli elenchi di quei connazionali che intendessero rimpatriare” (leggi: di quei lavoratori che si voleva costringere a tornare in Italia con l’inganno e le mendaci promesse di improbabili Bengodi). Nonostante quest’ennesima pressione, il 90% e oltre degli italiani presenti decideva di restare nel Paese est–europeo.
Nel 1954, a sette anni ormai dalla firma dell’accordo, i governi italiano e cecoslovacco non erano riusciti a definire e risolvere alcune questioni relative alle rimesse degli emigrati perché, dichiaravano gli stessi funzionari italiani, non era chiaro quanti fossero, costoro, in territorio cecoslovacco. Tutto vero, per una volta! Infatti, le centinaia di italiani che non ne volevano sapere di tornare a condividere il manganello di Scelba e la fame, avevano smesso di rivolgersi alla Legazione italiana e si erano resi “irreperibili” per proteggersi dall’invadenza della martellante propaganda anticomunista e dai maneggi dei funzionari. Essi però non solo esistevano ancora, ma tramite canali paralleli, continuavano pure a inviare alle famiglie, rimaste in Italia, notizie e denaro. Intanto, con lealtà assoluta, certamente incomprensibile agli occhi dell’immoralità e dell’inaffidabilità tipiche dei capitalisti, il governo cecoslovacco, pur nel contesto della guerra fredda ulteriormente acuito dalla guerra di Corea, continuava sempre ad onorare alla lettera, passo per passo, gli impegni per le spedizioni di carbone, senza trattenere nemmeno un grammo rispetto al dovuto. Molte industrie italiane marciavano e molti proletari italiani riscaldavano le proprie umili dimore grazie al carbone della Cecoslovacchia socialista! Questo, però, la propaganda borghese e filo–governativa si guardava bene al metterlo in evidenza…
Un capitolo poco conosciuto, quello dell’emigrazione economica degli italiani in Cecoslovacchia, Nazione da sempre dipinta come punto di arrivo di un’emigrazione di ben altro tipo, politica o addirittura terroristica (quante bugie in merito…) Un capitolo, meglio, che nulla si è fatto per far conoscere, nemmeno da parte della sinistra anticapitalista più cosciente. Speriamo, con questo studio, di aver sollecitato la curiosità di qualche altro studioso di buona volontà, unitamente all’“uzzolo investigativo” di tanti compagni.1382213985998515558Riferimenti:
Storia Universale dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, VOLL. 10, 11 e 12 (Tetri Editore, MILANO, 1975);
Studio assai pregevole e per niente di parte
L’Unità”, in particolare i seguenti numeri, per una comprensione dei termini dell’accordo e per una panoramica sulla condizione dei lavoratori nella Cecoslovacchia socialista, sulla situazione politica e sui rapporti tra Cecoslovacchia socialista e Italia: 9/2/1947; 15/2/1947; 6/7/1947; 21/2/1948; 28/2/1948; 4/3/1948; 2/6/1948.

Nel governo invisibile: guerra, propaganda, Clinton e Trump

John Pilger, Mondialisation, 29 ottobre 2016zwzx2aau5tbcum_3pcrxbj6ynmfynhmjx6iga-3mmvaIl giornalista statunitense Edward Bernays viene spesso presentato come l’inventore della propaganda moderna. Nipote di Sigmund Freud, il pioniere della psicoanalisi, Bernays inventò il termine “relazioni pubbliche” quale eufemismo per manipolazione e inganno. Nel 1929 convinse le femministe a promuovere le sigarette con donne che fumavano durante una parata a New York, un comportamento visto allora come assurdo. Una femminista, Ruth Booth, disse “Le donne! Devono accendere la nuova torcia della libertà! Combattere contro un altro tabù sessista!” L’influenza di Bernays va ben oltre la pubblicità. Il suo più grande successo fu convincere il pubblico statunitense ad entrare nella grande strage della prima guerra mondiale. Il segreto, disse, era “produrre il consenso” del popolo per “controllarlo e dirigerlo secondo la nostra volontà a sua insaputa“. Lo descrisse come “il vero potere decisionale nella nostra società” e lo chiamò “governo invisibile“. Oggi, il governo invisibile non è mai stato così potente e così poco compreso. Nella mia carriera di giornalista e regista non ho mai visto tale dilagante propaganda influenzare la nostra vita oggi, e così poco contestata. Immaginate due città. Entrambe sotto assedio da parte delle forze governative di questi Paesi. Le due città sono occupate da fanatici che commettono atrocità come le decapitazioni. Ma vi è una differenza essenziale. In una delle città, i giornalisti occidentali embedded coi soldati governativi li descrivono come liberatori e con entusiasmo annunciano battaglie e attacchi aerei. Ci sono immagini da prima pagina di questi eroici soldati che fanno la V di vittoria. C’è poca menzione di vittime civili. Nella seconda città, in un Paese vicino, accade quasi esattamente lo stesso. Le forze governative assediano una città controllata dagli stessi fanatici. La differenza è che questi fanatici sono supportati, attrezzati e armati da “noi”, Stati Uniti e Gran Bretagna. Hanno anche un centro mediatico finanziato da Gran Bretagna e Stati Uniti. Un’altra differenza è che le truppe governative che assediano questa città sono i cattivi, condannati per aver aggredito e bombardato la città, esattamente ciò che fanno i soldati buoni nella prima città. Confusione? Non proprio. È il doppio standard, essenza della propaganda. Parlo, naturalmente, dell’assedio di Mosul da parte delle forze governative irachene appoggiate da Stati Uniti e Gran Bretagna e dell’assedio di Aleppo da parte delle forze del governo della Siria, sostenute dalla Russia. Uno è buono; l’altro è cattivo. Ciò che viene raramente riportato è che entrambe le città non sarebbero state occupate da fanatici e devastate dalla guerra se Gran Bretagna e Stati Uniti non avessero invaso l’Iraq nel 2003. Tale crimine fu avviato da bugie sorprendentemente simili alla propaganda che ora distorce il quadro della guerra in Siria. Senza tale propaganda rullante travestita da informazioni, i mostruosi SIIL, al-Qaida, al-Nusra e il resto dei jihadisti non esisterebbero, e il popolo siriano non lotterebbe per la sopravvivenza.
1424287623278 Alcuni possono ricordare quei giornalisti della BBC che nel 2003 sfilavano davanti le telecamere per spiegare che l’iniziativa di Blair era “giustificata” da ciò che divenne il crimine del secolo. Le reti televisive degli Stati Uniti diffusero le stesse giustificazioni di George W. Bush. Fox News invitò Henry Kissinger a dissertare sulle menzogne di Colin Powell. Lo stesso anno, poco dopo l’invasione, ripresi un colloquio a Washington con Charles Lewis, il celebre giornalista investigativo. Gli chiesi: “Cosa sarebbe successo se i media più liberi del mondo avessero seriamente messo in discussione ciò che si è rivelata una rozza propaganda?” Disse che se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, “molto probabilmente non saremmo entrati in guerra con l’Iraq“. Fu una dichiarazione scioccante, confermata da altri giornalisti famosi a cui posi la stessa domanda, Dan Rather della CBS, David Rose dell’Observer e giornalisti e produttori della BBC, che vollero rimanere anonimi. In altre parole, se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, se avessero sfidato e studiato la propaganda invece di amplificarla, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sarebbero vivi oggi, e non ci sarebbero SIIL e assedi ad Aleppo e Mosul. Non ci sarebbe stata alcun atrocità nella metropolitana di Londra il 7 luglio 2005, né milioni di rifugiati in fuga e né campi miserabili. Quando l’atrocità terroristica ebbe luogo a Parigi a novembre, il presidente François Hollande inviò immediatamente aerei a bombardare la Siria, creando altro terrorismo, prevedibilmente prodotto dalla magniloquenza di Hollande sulla Francia “in guerra” e “spietata”. La violenza dello Stato e la violenza jihadista si nutrono a vicenda, un dato di fatto che nessun leader nazionale ha il coraggio di affrontare. “Quando la verità viene sostituita dal silenzio“, disse il dissidente sovietico Evtushenko, “il silenzio è una bugia”. L’attacco a Iraq, Libia, Siria si verificò perché i capi di ciascuno di questi Paesi non erano fantocci dell’occidente. Il record dei diritti umani di un Sadam o Gheddafi era irrilevante. Disobbedivano agli ordini e non cedettero il controllo del loro Paese. Lo stesso destino attese Slobodan Milosevic dopo aver rifiutato di firmare un “accordo” che richiedeva l’occupazione della Serbia e la conversione ad un’economia di mercato. I suoi abitanti furono bombardati e perseguiti a L’Aia. Tale indipendenza è intollerabile. Come ha rivelato WikLeaks, quando il leader siriano Bashar al-Assad nel 2009 respinse il gasdotto dal Qatar all’Europa, fu attaccato. Da quel momento la CIA programmò la distruzione del governo della Siria con fanatici jihadisti, gli stessi che attualmente tengono in ostaggio il popolo di Mosul e dei quartieri di Aleppo. Perché i media non ne parlano? Un ex-funzionario degli Esteri inglese, Carne Ross, responsabile delle sanzioni operative all’Iraq, disse, “Abbiamo fornito ai giornalisti pezzi accuratamente ordinati e li tenevamo a bada. Ecco come funzionava“.
L’alleata medievale dell’occidente, l’Arabia Saudita, a cui Stati Uniti e Gran Bretagna vendono miliardi di dollari in armi, attualmente distrugge lo Yemen, un Paese povero che nel migliore dei casi ha la metà dei bambini malnutrita. Guardate su YouTube e vedrete il tipo di bombe enormi, le “nostre” bombe, che i sauditi usano contro i villaggi della terra martoriata e contro matrimoni e funerali. Le esplosioni sembrano piccole bombe atomiche. Coloro che sganciano queste bombe dall’Arabia Saudita collaborano con ufficiali inglesi. Non se ne sente parlare al telegiornale della sera. La propaganda è più efficace quando il nostro consenso è prodotto da élite istruite ad Oxford, Cambridge, Harvard, Columbia e che fanno carriera nella BBC, The Guardian, New York Times, Washington Post. Tali media si presentano progressisti, illuminati, tribune progressive della moralità. Sono antirazzisti, ambientalisti, femministi e pro-LGBT. E amano la guerra. Allo stesso tempo difendono il femminismo e sostengono le guerre rapaci che negano i diritti a innumerevoli donne, anche alla vita. Nel 2011 la Libia, uno Stato moderno, fu distrutta con la scusa che Gheddafi compisse un genocidio contro il proprio popolo. Le informazioni fluivano, ma non vi era alcuna prova. Erano menzogne. In realtà, Gran Bretagna, Europa e Stati Uniti volevano ciò che amano chiamare “cambio di regime” in Libia, il più grande produttore di petrolio in Africa. L’influenza di Gheddafi sul continente e, in particolare, la sua indipendenza erano intollerabili. Così fu ucciso pugnalato alla schiena da fanatici sostenuti da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Davanti le telecamere Hillary Clinton ne applaudì la morte orribile, dicendo: “Siamo venuti, abbiamo visto ed è morto!” La distruzione della Libia fu un trionfo mediatico. Mentre rullavano i tamburi di guerra, Jonathan Freedland scrisse sul Guardian: “Anche se i rischi sono reali, il caso d’intervento rimane forte“. Intervento. Una parola educata, benigna, molto “Guardian“, il cui vero significato per la Libia fu morte e distruzione. Secondo i propri dati, la NATO lanciò 9700 “attacchi aerei contro la Libia”, di cui oltre un terzo su obiettivi civili. Tra questi, missili con testate all’uranio. Vedasi le foto delle macerie a Misurata e Sirte, e le fosse comuni individuate dalla Croce Rossa. Il rapporto dell’UNICEF sui bambini uccisi dice “la maggior parte aveva meno di dieci anni“. Risultato diretto, Sirte è diventata la capitale dello Stato Islamico. L’Ucraina è un altro trionfo mediatico. I rispettabili giornali liberal come New York Times, Washington Post e The Guardian, ed emittenti tradizionali come BBC, NBC, CBS e CNN, hanno svolto un ruolo cruciale nel fare accettare al loro pubblico una nuova e pericolosa guerra fredda. Tutti hanno distorto gli eventi in Ucraina per mostrare una Russia malvagia, mentre in realtà il colpo di Stato in Ucraina nel 2014 fu opera degli Stati Uniti, aiutati da Germania e NATO. Tale sovversione della realtà è così pervasiva che le minacce militari di Washington alla Russia vengono ignorate; tutto è oscurato da una campagna di denigrazione e paura come quella che vissi durante la prima guerra fredda. Ancora una volta, i Russkoffs cercano d’infastidirci guidati da un nuovo Stalin, che The Economist raffigura come il diavolo. L’occultamento della verità sull’Ucraina è uno delle più totali censura che abbia mai visto. Fascisti che hanno progettato il colpo di Stato a Kiev, dello stesso stampo di coloro che sostennero l’invasione nazista dell’Unione Sovietica nel 1941. Mentre si hanno timori sull’avanzata dell’antisemitismo fascista in Europa, alcun capo menziona i fascisti in Ucraina, ad eccezione di Vladimir Putin, ma non conta. Molti media occidentali lavorano duramente per presentare la popolazione russofona dell’Ucraina come stranieri nel proprio Paese, come agenti di Mosca, quasi mai come gli ucraini che vogliono la federazione dell’Ucraina, come cittadini ucraini che resistono a un colpo di Stato orchestrato dall’estero contro il governo legittimo. Tra i guerrafondai regna quasi la stessa eccitazione dell’assemblea di classe. I banditori del Washington Post incitano alla guerra contro la Russia sono gli stessi che pubblicarono le menzogne sulle armi di distruzione di massa di Sadam Husayn.
edward_bernays-remodified Per la maggior parte di noi, la campagna presidenziale degli Stati Uniti è un fenomeno da baraccone in cui Donald Trump interpreta il ruolo del cattivo. Ma Trump è odiato da chi è al potere negli Stati Uniti per ragioni che hanno poco a che fare con il suo comportamento e le opinioni odiosi. Per il governo invisibile di Washington, l’imprevedibile Trump è un ostacolo al piano statunitense per il 21° secolo, mantenere il dominio degli Stati Uniti ed attaccare la Russia e forse la Cina. Per i militaristi di Washington, il vero problema con Trump è che nei suoi momenti di lucidità non vuole la guerra con la Russia; vuole parlare con il presidente russo, non combatterlo; dice che vuole parlare con il presidente della Cina. Nel primo dibattito con Hillary Clinton, Trump ha promesso di non essere il primo ad usare le armi nucleari in un conflitto. Ha detto: “Io certamente non effettuerei il primo colpo. Dopo aver scelto l’opzione nucleare, è finita“. I media non ne hanno parlato. In realtà che pensa? Chi lo sa? Si contraddice più volte. Ma ciò che è chiaro è che Trump è considerato una grave minaccia allo status quo dall’ampio apparato della sicurezza nazionale che guida gli Stati Uniti, a prescindere dall’inquilino della Casa Bianca. La CIA vuole vederlo sconfitto. Il Pentagono vuole vederlo sconfitto. I media vogliono vederlo sconfitto. Anche il suo partito vuole vederlo sconfitto. È una minaccia per i capi mondiali, a differenza di Clinton che non lascia alcun dubbio di esser pronta alla guerra contro la Russia e la Cina, due Paesi che possiedono armi nucleari. La Clinton ha l’esperienza, come si vanta spesso. In effetti, non ha più nulla da dimostrare. Come senatrice ha sostenuto lo spargimento di sangue in Iraq. Quando concorreva contro Obama nel 2008 minacciò di “distruggere completamente” l’Iran. Come segretaria di Stato, ha voluto distruggere i governi di Libia e Honduras e provocò la Cina. Ha promesso la no-fly zone in Siria, una provocazione diretta alla Russia. Clinton potrebbe diventare il presidente più pericoloso degli Stati Uniti della mia vita, un titolo dalla dura concorrenza. Senza alcuna prova, ha accusato la Russia di sostenere Trump e piratare le sue e-mail. Pubblicate da Wikileaks, le e-mail rivelano ciò che ha detto in privato, nel suo discorso ai ricchi e potenti, il contrario di ciò che dice in pubblico. Ecco perché è così importante mettere a tacere e minacciare Julian Assange. A capo di Wikileaks, Julian Assange sa la verità. E permettetemi di rassicurare tutti gli interessati, sta bene e Wikileaks funziona a pieno.
Oggi c’è la maggiore corsa agli armamenti degli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale, nel Caucaso e in Europa orientale, al confine con la Russia, in Asia e Pacifico, dove la Cina è il bersaglio. Ricordatelo quando il circo delle elezioni presidenziali si concluderà l’8 novembre, se Clinton vincesse, un coro di commentatori senza cervello ne celebrerà l’incoronazione come importante passo avanti per le donne. Nessuno ricorda le vittime di Clinton: donne siriane, donne irachene, donne libiche. Nessuno menziona le esercitazioni della protezione civile in Russia. Nessuno ricorda la “torcia della libertà” di Edward Bernays. Un giorno, il portavoce presso la stampa di George Bush definì i media “utili complici”. Venendo da un alto funzionario di un’amministrazione le cui bugie, aiutate dai media, causarono tanta sofferenza, tale descrizione è un avvertimento dalla storia. Nel 1946, il procuratore del Tribunale di Norimberga disse dei media tedeschi: “Prima di ogni grande aggressione avviarono campagne stampa volte ad indebolire le vittime e a preparare psicologicamente il popolo tedesco all’attacco. Nel sistema di propaganda, la stampa quotidiana e la radio furono le armi più importanti“.14606287Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Peacemaker: come la Tsar Bomba sovietica impedì la guerra nucleare

Sputnik 30/10/2016par8260813Cinquantacinque anni fa l’Unione Sovietica fece esplodere una bomba da 50 megatoni su un’isola disabitata del circolo polare artico. L’arma termonucleare più potente mai costruita, giustamente chiamata Tsar Bomba, diede la parità nucleare all’URSS con gli Stati Uniti.

La Superbomba era necessaria
tsardrop0_500 Il “disgelo” nelle relazioni sovietico-statunitensi portò, tra l’altro, alla visita del premier sovietico Nikita Krusciov negli Stati Uniti, nell’autunno 1959, ma finì il 1° maggio 1960, quando un aereo spia U-2 della CIA, pilotato da Francis Gary Powers, fu abbattuto nello spazio aereo sovietico durante la ricognizione fotografica del cosmodromo di Bajkonur e di varie strutture militari e nucleari sovietiche. Powers si paracadutò, fu catturato ed ammise il carattere militare della missione. Di conseguenza, Krusciov annullò il previsto vertice est-ovest di Parigi. L’incidente indusse un marcato deterioramento delle relazioni USA-URSS, soprattutto dopo che emigranti cubani appoggiati dagli USA tentarono malamente d’invadere Cuba nell’aprile 1961. La moratoria proposta da Mosca sui test nucleari in Unione Sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna, in vigore dal 1958, ritardò l’URSS rispetto gli Stati Uniti nell’arsenale nucleare. Nel 1960 gli statunitensi usarono la moratoria per aumentare le loro testate nucleari e termonucleari da 7500 nel 1958 a 18600. Nel luglio 1961 Nikita Krusciov decise che ne aveva abbastanza della moratoria e s’iniziò a lavorare su super-potenti armi termonucleari per ripristinare la parità nucleare con gli Stati Uniti. Inoltre fu annunciata la necessità di costruire una bomba all’idrogeno da 100 megatoni per costringere gli statunitensi a vedere la realtà.

La Tsar Bomba
Il team di ricerca dei fisici nucleari Victor Adamskij, Jurij Babaev, Jurij Smirnov e Jurij Trutnev fu incaricato della progettazione e costruzione del dispositivo termonucleare a tre stadi in appena 15 settimane. Ufficialmente designata bomba all’idrogeno AN602, la Tsar Bomba utilizzò un progetto a tre stadi simile a quello di Teller-Ulam, la cui reazione a fissione primaria veniva utilizzata per comprimere un secondo strato misto di combustibile a fissione/fusione, che a sua volta comprimeva un grande terzo carico termonucleare che essenzialmente riuniva due reazioni a fissione d’idrogeno generando energia sufficiente ad attivare la fusione della carica di uranio.

Test da record
tsardrop1_500 Alle 09:00 del 30 ottobre 1961, un appositamente modificato bombardiere strategico Tu-95-202 con la Tsar Bomba a bordo, e un laboratorio volante Tu-16A, decollarono per il poligono sull’arcipelago Novaja Zemlja, nel Mar Glaciale Artico. Con 27 tonnellate, la Tsar Bomba pesava quasi quanto il Tu-95 che la trasportava ed era così grande che gli equipaggi dovettero togliere i portelli del vano bombe dell’aereo al fine di adattarvela. Alle 11.30 l’ordigno esplosivo fu paracadutato da 10500 metri in modo che bombardiere e laboratorio volante che raccoglieva i dati avessero il tempo, 188 secondi, di lasciare la zona. La bomba esplose ad una quota di 4200 metri. L’esplosione, senza precedenti, doveva misurare 51,5 megatoni. In realtà, la sua potenza fu stimata tra 57 e 58,6 megatoni. La palla di fuoco dell’esplosione fu ampia 4,6 chilometri e fu visibile da una distanza di 1000 chilometri, nonostante le nubi dense. Il fungo salì di quasi 70 chilometri e aveva un diametro di 95 chilometri. Per circa un’ora dall’esplosione, distorsioni del segnale radio furono osservate a centinaia di chilometri dall’epicentro, avendo ionizzato l’atmosfera. L’onda d’urto fece il giro del pianeta tre volte. Sull’isola Dikson, a oltre 800 km dal poligono, l’onda d’urto frantumò le finestre, accompagnata da un rombo.

Conseguenze
Anche se la Tsar Bomba non fu mai operativa, la realizzazione confermò la capacità dell’Unione Sovietica di avere una maggiore potenza nucleare per numero di megatoni, come forse desiderava. Fu con questa consapevolezza che gli Stati Uniti sospesero la loro proliferazione nucleare e il 5 agosto 1963, fu firmato il trattato che vieta i test nucleari nell’atmosfera, nello spazio e sott’acqua, da Unione Sovietica, Stati Uniti e Regno Unito, il 30 ottobre 1969, prova che la Tsar Bomba ebbe un ruolo cruciale nel raggiungere la parità nucleare tra Unione Sovietica e Stati Uniti e ad impedire la guerra nucleare.2f2677098be5629123ca4313008e1d0c1c8dc033111e9cb5fb361da8682941f1_1

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora