Guerra ed economia in Giappone (1911-1946)

Jean-Louis Margolin, Fascinant JaponC-BattleshipYamatoLo slogan preferito dei promotori della restaurazione Meiji (1868) era Kyohei Fukoku (prospero e forte esercito). Questo significava che subito con la riapertura, il Paese era impegnato a far avanzare di pari passo potere economico e militare. In particolare, i samurai spesso si riconvertirono in capitani d’industria, sotto l’esigente sorveglianza dello Stato. Inoltre, tra le industrie moderne da creare, il posto d’onore fu dato alle armi, la prima fabbrica di armi ebbe sede a Yokosuka nel 1860 con l’aiuto dei francesi. Ma i militari non erano molto efficaci come capi delle nuove società, molte delle quali furono recuperate nel 1880 dai mercanti diventati capitalisti, e solo all’inizio del XX secolo il Giappone svilupperà acciaierie e cantieri navali degni di questo nome. Se la necessità del coordinamento tra militari e industria è da subito prevista, le modalità pratiche rimasero incerte per non dire altro. Il dibattito continuerà nel periodo interessato, dentro e fuori un contesto sempre più urgente, senza mai trovare una soluzione realmente soddisfacente per le varie parti interessate e pienamente efficace per il Paese. Tuttavia vi furono progressi impressionanti: la guerra del 1914-18 in primo luogo promosse lo sviluppo economico e gli armamenti fornirono nuove modalità consentendo al Giappone d’impegnarsi nella politica di conquista, conclusasi con lo scontro con gli Stati Uniti. Questo, nonostante la grande mobilitazione di tutte le risorse del Giappone, dimostrò in definitiva che l’arcipelago non poteva competere con la potenza statunitense.

1911-1931: tra guerra e crisi, l’ambiguo trionfo del capitalismo industriale
La guerra al servizio dell’economia (fino al 1919)
mikasa Il Giappone aveva vinto la guerra nel 1905 contro la Russia. Ma nell’occasione s’indebitò fortemente approfittando della vicinanza alla finanza anglosassone, rassicurato dalla alleanza anglo-giapponese nel 1902 e dagli accordi Taft-Katsura (con gli USA) nel 1905. Lo scoppio della prima guerra mondiale permise di rompere con la politica deflazionistica e di rilanciare la crescita. Infatti, era una situazione ideale: dalla “parte giusta”, quella dei vincitori, poté cogliere i possedimenti tedeschi in Cina e nel Pacifico, e beneficiare dell’enorme spesa per gli armamenti degli alleati (poi, subito dopo la vittoria, iniziò la ricostruzione), senza dover combattere se non simbolicamente. Dovette disporre di una moderna industria sufficientemente aperta per poter rispondere all’aumento della domanda causato dal conflitto. Il triplice vantaggio del Giappone riposava nell’apertura dei nuovi mercati in Europa, nel blocco virtuale delle esportazioni verso l’Asia, promuovendo le propria attività, e il significativo aumento dei prezzi dei “prodotti strategici”: materie prime, ma soprattutto del cotone per le uniformi, delle navi per trasportale, e quindi dell’acciaio per costruirle. Il ritmo di crescita del PIL giapponese triplicò al 9%. In soli cinque anni, tra 1914 e 1919, la produzione industriale saliva del 72%, e la forza lavoro “solo” del 42%: il miglioramento della produttività fu importante. La capacità d’investire era notevole, dato che il tasso medio di profitto dal 15% di prima della guerra, passava a circa oltre il 50%! La quota di industria e settore estrattivo del PIL passò dal 20% al 30%: è allora che il Giappone divenne veramente un Paese industriale. Tra i settori chiave del periodo, la costruzione navale conobbe la crescita più impressionante, sostenuta dall’aumento di sette volte il prezzo delle navi; la manodopera quadruplicò e si passò da otto navi varate nel 1915 a 174 nel 1918. Questo progresso fu principalmente avviato dal settore privato, che cominciò a prosperare senza il cordone ombelicale che lo collegava allo Stato, e se ne ebbero anche le conseguenze politiche: l’affermazione dei partiti politici, i principali legati al mondo degli affari, e l’avanzamento del governo parlamentare. La chiave di volta dell’economia furono i zaibatsu, conglomerati industriali e finanziari gestiti dal 1900 da professionisti solitamente formatisi negli Stati Uniti e che si accaparravano la manodopera più qualificata, di piccole dimensioni, offrendo stipendi vantaggiosi e benefici. I primi cinque erano, in ordine decrescente d’importanza, Mitsui, Mitsubishi, Yasuda, Sumitomo e Daichi. Nel 1927 controllavano il 19% del capitale bancario, garantendosi un’autonomia cruciale nel finanziamento, a cui le PMI non potevano accedere. Le esportazioni di beni e servizi (in particolare noleggio marittimo per conto dell’Intesa) permisero al Giappone di passare da un debito netto di 1,1 miliardi di yen nel 1913 a un credito di 2 miliardi nel 1920: il Paese era diventato esportatore di capitali.

Il fallito tentativo di dissociare l’economia dalla guerra (1920-1931)
Verso l’avanzata dell’esercito
japans-empireI militari avrebbero voluto godere della nuova ricchezza del Paese per soddisfare i loro grandiosi piani di armamento, mentre le truppe, approfittando della confusione in Cina e della guerra civile russa, nel 1918 ebbero l’enorme spazio dalla Cina settentrionale alla Siberia orientale. Dopo 13 anni di reiterate richieste della Marina militare, la Dieta approvò nel 1920 un piano di costruzione di otto incrociatori da battaglia e otto navi da battaglia che, al momento del completamento nel 1927 avrebbe assorbito il 40% del bilancio dello Stato… Dal punto di vista giapponese, la Conferenza Navale Internazionale di Washington (novembre 1921 – febbraio 1922) fu un disastro: comportò infatti la grave limitazione degli armamenti navali (soprattutto niente più navi superiori alle 10000 tonnellate da costruire per dieci anni), fermare la costruzione della maggior parte delle fortificazioni costiere e insulari (mentre il Giappone aveva conquistato l’arcipelago tedesco nel Pacifico centrale), e l’obbligatoria proporzionalità tra le forze navali (5 per Stati Uniti e Regno Unito, 3 per il Giappone, 1,75 per Francia e Italia). Ma l’impero aveva quasi raggiunto i limiti: poteva sostituire solo le unità obsolete. Inoltre, la nuova amministrazione repubblicana degli Stati Uniti costrinse le truppe giapponesi a consegnare alla Cina le posizioni tedesche occupate nella penisola dello Shandong, e presto evacuarono la Siberia, mentre si ebbe la reazione nazionalistica in Cina contro gli abusi di Tokyo. La nuova conferenza a Londra nel 1930 estese il congelamento delle navi da guerra per sei anni e il contingente giapponese passò a 3,5. La logica economica sembrava superare i sogni di grandeur imperialista. Nel nuovo contesto della recessione economica, gli armamenti ad ogni costo sembravano assurdi per la nuova élite politica ed economica, intrisa di demo-liberalismo anglosassone, che sembrava trionfare nelle relazioni estere dove Shidehara Kijuro, ex-ambasciatore a Washington, divenne il primo diplomatico di carriera ad accedere alla carica di ministro degli Affari Esteri (1924-1927). La sua “nuova diplomazia” si basava su tre principi articolati nella “collaborazione internazionale” centrata sulla Lega e le buone relazioni con le potenze anglosassoni; nella “Diplomazia economica”, in particolare verso la Cina, sostituendo con il potere di mercato dei zaibatsu la pressione politico-militare; nel “non intervento negli affari interni della Cina”, accettando l’unità del Paese.

Il fallimento dei liberali e il rinnovo delle ambizioni militari
Il trionfo del capitale è insolente per gli esclusi dalla festa: accelera la concentrazione del capitale in favore dei zaibatsu e dei grandi cotonifici (Kanebo, Toyobo) sfruttando le enormi riserve accumulate durante la guerra. Tuttavia i liberali di stretta obbedienza al potere sono ossessionati dal ritorno al gold standard, la parità prima del 1914. Ciò impose severe misure deflazionistiche, causate dal deficit commerciale ritornato con forza nel 1920, e che non si riuscì ad eliminare. L’attività economica ne risentì molto perché le aziende giapponesi erano strutturalmente assai indebitate: alla minima crisi del credito venivano soffocate. Le conseguenze sociali furono formidabili. E soprattutto, fatali per il movimento di democratizzazione associato da molti giapponesi all’aggravarsi della povertà e al dominio egoistico di affaristi e zaibatsu. La demagogia fascista dei militari frustrati e dell’estrema destra ultranazionalista si scagliò contro i capitalisti più importanti, associati ai democratici. Molti ufficiali golpisti degli anni ’30 erano giovani delle aree rurali costretti dalla povertà ad arruolarsi nell’esercito, più o meno manipolati dai superiori per cercare di aumentare i bilanci e l’espansionismo. Il Paese passò di crisi in crisi, le cui concatenazioni ritardarono in modo irritante l’accesso a una stabilizzare sempre annunciata come a portata di mano. Il 1920 segnò la fine del boom bellico, periodo prolungato dall’esigenza della ricostruzione più urgente. Gli anni successivi dal grigio passano al nero con il collasso economico globale che inizia nell’ottobre 1929 a Wall Street. La crisi è particolarmente grave in Giappone, dato lo stato già deteriorato dell’economia e l’inettitudine del governo. In effetti, il partito Minseito persisteva nella politica liberale classica, nonostante l’assassinio nel 1930 del Primo Ministro Hamaguchi per mano di estremisti di destra legati ai militari (poi fino al 1936 vi furono altri omicidi di questo tipo). Data l’impossibilità di difendere la valuta, il governo nel dicembre 1931 cedette il posto al partito Seiyukai. Ebbe il tempo di accusare senza prove Mitsui e Mitsubishi, mentre la speculazione nei confronti dello yen era effettivamente diretta da banche estere e da singoli speculatori, nutrendo l’ostilità populista al “grande capitale”. Dal 13 dicembre il gold standard fu finalmente abbandonato, e la cartellizzazione della politica delle imprese, forse forzata, fu attuata: si assistette alla nascita dei monopoli legali, disciplinando i prezzi a proprio piacimento. Risultato della crisi fu l’acquisizione della Manciuria e la diffidenza crescente verso la comunità finanziaria anglosassone, finora strettamente associata allo sviluppo del Paese. Il contesto portò al potere i militari e Pearl Harbor fu in vista.

1932-1941: L’economia di fronte alla militarizzazione
1932-1936: La resistibile ascesa dei militari
10184-0-huge-resized-photo Il Giappone fu la prima delle grandi potenze a rispondere efficacemente alla crisi. Mentre il recupero si basava sulla formazione di un “blocco dello yen” semi-autarchico e la costituzione della Manciuria conquistata nel 1931, si tesero permanentemente i rapporti con l’occidente, specialmente gli USA. Ma fondamentale fu l’opera del ministro delle Finanze Takahashi Korekiyo, che gestì l’economia dal dicembre 1931 all’assassinio nel febbraio 1936. Ruppe con l’ortodossia liberale del decennio precedente, ma senza precipitare il Paese nell’economia diretta secondo Hitler e Mussolini. Questo interventismo moderato non era molto lontano dai principi del New Deal di Roosevelt del 1933. La rottura con l’atteggiamento deflazionistico fu confermata dal rapido aumento delle spese di bilancio. Riarmo e assistenza rurale erano privilegiati: tali settori conobbero un aumento del 32% rispetto al 1932 e gli investimenti privati aumentarono del 109%, contro il 58% dello Stato, dimostrando che lo stimolo pubblico riuscì grazie al dinamismo delle aziende private. L’armamento non giocò un ruolo decisivo: nel 1932 assicurava il 28% del mercato della metalmeccanica, ma solo il 18% nel 1936. Le misure protezionistiche si aggiunsero agli effetti del significativo incremento dei prezzi dei prodotti importati, dovuto alla svalutazione: siderurgia e chimica ne beneficiarono nel 1932, munizioni e automobili nel 1936, mentre l’ammodernamento dei cantieri fu aiutato dallo Stato. Nelle industrie “avanzate” come macchine utensili, macchine elettriche, aviazione (molto aiutate dall’esercito), la tecnologia più avanzata è talvolta raggiunta da società come Toshiba e Hitachi. L’industria pesante (meccanica inclusa) divenne il motore della crescita del 10% annuo, passando dal 35% del prodotto industriale complessivo del 1930 al 45% nel 1936. I “nuovi zaibatsu” (Nichitsu, Showa Denko e soprattutto Nissan), più specializzati e tecnologici dei vecchi, segnano il periodo dell’aggressione: i loro leader erano spesso ex-militari ed avevano un capitale pubblico sostanziale. Investirono nell’Impero, in particolare Corea e Manciuria. I rami considerati “strategici” furono aiutati, ma erano anche controllati dallo Stato: nel 1934 il petrolio, le automobili (dove Toyota iniziò l’espansione) nel 1936… In cambio di benefici fiscali e risarcimento delle potenziali perdite, dovettero accettare la supervisione dei loro progetti e metodi di produzione, ed essere pronti a rispondere alle richieste dell'”interesse collettivo” e dell’esercito. Nel Manchukuo e nel nord della Cina controllata dalla giapponese Kwangtung, forme molto più radicali di economia di comando furono sperimentate. Nella stretta interdipendenza con la metropoli, la pianificazione reale fu adottata, dove le industrie chiave (un monopolista per tipo d’industria) erano nelle mani dello Stato, in questo caso “governo” della Manciuria e Ferrovie della Manciuria meridionale (giapponese dal 1905), ciascuno con una quota del 30%, mentre il resto era pubblico; le imprese private ne furono escluse. I più grandi capitalisti metropolitani, ostili al programma, deviarono lavoratori qualificati e capitale, con conseguente fallimento totale. Ma ferro, carbone e sale, in quantità insufficienti nell’arcipelago, furono effettivamente sfruttati.

1937-1941: verso lo “Stato di difesa nazionale”
Takahashi fu tra le vittime del tentato golpe militare del febbraio 1936. Nonostante l’esecuzione dei suoi promotori, i leader dell’esercito ne approfittarono per restare al potere fino alla sconfitta del 1945. Nulla impedì l’emergere di forme di economia di guerra in Giappone. Un ambizioso piano quinquennale per gli armamenti fu ideato dal colonnello Ishiwara Kanji, “padre” del Manchukuo: questi niente meno pose la componente economica dello “Stato nazionale di difesa”, ispirato dagli esperimenti totalitari europei da cui i militaristi s’attendevano la salvezza. Il governo Konoe, tra cui il ministro delle Finanze Eiichi Baba interventista convinto e molto vicino allo Stato Maggiore, poté essere costituito che nel giugno 1937 dopo che Ishiwara aveva approvato il piano, basato sulla prospettiva della guerra contro l’URSS e prevedendo l’istituzione di una potente industria pesante nell’ambito del “blocco Giappone-Manchukuo”. Il piano previde l’aumento del 40% della spesa di bilancio nel 1937; l’esercito ne assorbì il 60%. Le tasse aumentarono, le importazioni di materie prime strategiche anche. Si svilupparono quindi controlli più severi sulle importazioni e i movimenti di capitali, per far rispettare le priorità. L’economia della Manciuria era governata da un piano quinquennale più vincolante; il capo della Nissan fu responsabile del coordinamento di tutte le industrie pesanti e chimiche. Gli anni successivi furono segnati dalla ricerca deludente dell’equilibrio dell’economia diretta e pianificata al servizio della produzione bellica, cercando di promuovere i militari e alleati, e di mantenere la proprietà privata aziendale, presentata dai dirigenti dei zaibatsu e dalle correnti politiche conservatrici come condizione per una gestione efficace. Konoe si presentò come l’uomo dei militari. Nel dicembre 1937 presentò alla Dieta, facendola approvare, la “legge di mobilitazione generale”, assicurando in caso di guerra la preminenza assoluta dello Stato su allocazione del lavoro, controllo dei salari e dell’orario di lavoro, investimenti sui macchinari, controllo dei trasporti, del commercio estero e dell’uso del territorio; creazione di associazioni di controllo e cartelli in tutti i settori economici con la presenza dello Stato; controllo di prezzi e profitti; sussidi agli armamenti; cambio dei programmi scolastici per la formazione di tecnici per gli armamenti. Ma conservatori e circoli capitalistici, raggiunti dall’opportunista Konoe, bloccarono l’applicazione della legge. I dirigisti tornarono alla carica nel 1940, mentre gli squilibri crescevano e la produzione era in calo. La prospettiva di un ampliamento delle ostilità permise di rafforzare i controlli su profitti e dividendi, e aumentare la tassazione. Ciò che mancava era il tempo: la guerra in Cina scoppiò troppo presto, si dovettero affrontare enormi spese immediate per consentire al milione di soldati nel continente di operare in modo efficace, e allo stesso tempo investire pesantemente per mantenere il vantaggio strategico navale sugli Stati Uniti, impegnandosi nel riarmo. La quadratura del cerchio che spiega le correzioni di rotta successive, sicuramente non si poté applicare il piano quinquennale, facendo disperare Ishiwara che si unì di colpo ai sostenitori del compromesso con la Cina. I perdenti, in ogni caso, furono le piccole e medie imprese controllate e cartellizzate con la forza, i dipendenti dallo stipendio bloccato e dall’orario di lavoro sbloccato, e i consumatori vittime di un razionamento sempre più stretto e costretti a ricorrere al mercato nero, facendo del blocco teorico dei prezzi (e degli affitti) un triste scherzo.

1942-1946: Dal trionfo al fallimento dell’economia di guerra
Da Pearl Harbor a Hiroshima: il compimento del dirigismo economico
20150122152242I capi dell’esercito sembravano aver raggiunto i loro obiettivi con il governo Tojo dell’ottobre 1941. Si abbandonavano gli interminabili accomodamenti con gli anglosassoni e i convenevoli con i zaibatsu. La scelta della guerra totale era presa, all’estero quanto all’interno. Uno studio dell’Ufficio della pianificazione del governo, nel dicembre del 1941, elencava i quattro colli di bottiglia che potevano paralizzare gli sforzi del Giappone: riso, petrolio, materie prime strategiche, mezzi di trasporto (marittimi soprattutto). Il loro fallimento comprometteva la guerra? La guerra li forniva: riso in Thailandia e Indocina, petrolio dalle Indie orientali olandesi, stagno e gomma dalla Malesia, rame dalle Filippine… La rapida aggressione giapponese catturò intatte molte preziose navi. Guerra ed economia erano oramai legate, vincevano o affondavano insieme. Le proprietà private industriali non furono espropriate, ma dovevano piegarsi aspettandosi succosi benefici dalle conquiste, almeno se si riuscivano a digerire… I militari imposero la presenza nelle principali aziende dei sovrintendenti, e il controllo delle strutture, l’assegnazione e la commercializzazione dallo Stato o dai cartelli privati proliferarono, creando molta confusione e burocrazia, senza un corpo centrale che ne garantisse la coerenza politica globale. Sordi scontri tra soldati e civili furono acuiti dalla forte concorrenza tra Esercito e Marina per l’assegnazione delle materie più preziosi: si alzarono a volte dei muri nelle fabbriche che lavorano per entrambe le forze armate, per evitare saccheggi reciproci… La creazione nell’autunno 1943 del Dipartimento delle Munizioni da parte del governo Tojo era volta a suddividerle, ma la Marina accusò il generale di parzialità per l’esercito e partecipò alla sua caduta nel luglio 1944. Il conflitto poi finì: dopo la battaglia del Golfo di Leyte di ottobre, il Giappone non ebbe praticamente più una Marina…

Mobilitazione totale
Le spese di guerra furono a lungo quasi equilibrati dai maggiori ricavi: l’imposta speciale sugli stipendi passò dal 10% al 18%, prestiti obbligatori, investimenti nel Tesoro pubblico attraverso le onnipresenti associazioni di quartiere, a cui non si poteva dire di no, coprivano dal 10% al 20% delle entrate. Alla fine delle ostilità, l’inflazione però balzò: la massa monetaria si moltiplicò per cinque dal 1941 al 1945. I vari prelievi e congelamenti dei salari avevano drasticamente ridotto i consumi a 6 miliardi di yen su un PIL di 84 miliardi nel 1944! Le razioni collassarono (il riso passò da 900 grammi a 400 grammi al giorno), e molti altri prodotti, dal sapone ai vestiti, semplicemente scomparvero. Il mercato nero era inaccessibile ai più: lo zucchero, ad esempio, lo si comprava a 250 volte il prezzo ufficiale. Quindi la riduzione dell’apporto calorico giornaliero medio da 2400 nel 1941 a 1500 nel 1945 (l’11% in meno rispetto alla Germania affamata del 1918). L’esaurimento era tale, nell’estate 1945, che i militari irriducibili prima di Hiroshima temevano soprattutto che il prolungamento del blocco e dei bombardamenti statunitensi, se non lo sbarco, avrebbero portato al crollo interno nel 1946. Si dovettero sostituire 9,5 milioni di uomini richiamati e fornire manodopera alle fabbriche di armi (due milioni di lavoratori solo per gli aerei!). Un vantaggio paradossale risiedeva nel relativamente scarso lavoro salariato tra le donne, attratte massicciamente dalle industrie belliche. Circa due milioni di coreani furono arruolati, e centinaia di migliaia di prigionieri di guerra furono costretti a lavorare a dispetto delle Convenzioni di Ginevra. I vuoti quantitativamente furono quasi riempiti, ma la qualificazione del nuovo personale lasciava molto a desiderare, con conseguenze disastrose per l’aeronautica.

Risultati vari
I risultati della produzione bellica furono impressionanti ed insufficienti, considerato l’enorme potenziale degli Stati Uniti. Dalla fine del 1944, sotto i bombardamenti a tappeto e mentre quasi nulla poteva essere importato, tutto cominciò a crollare. Il petrolio era il principale collo di bottiglia dato che la produzione nazionale scese (286000 tonnellate nel 1943) e il surrogato fu un fallimento quasi completo (135000 tonnellate nel 1944), nonostante il massacro di centinaia di migliaia di pini per estrarre alcol dalle radici, alla fine delle ostilità le riserve diminuirono a 46000 tonnellate, quasi tutte per l’aviazione. L’acciaio, per cui i minerali scarseggiavano in Giappone, doveva aumentare la produzione da 4,4 milioni di tonnellate nel 1941 a 10 milioni nel 1945. Difatti nel 1943 la produzione fu di solo 4,5 milioni di tonnellate e nel 1944 crollò a 2,7 milioni di tonnellate (250000 tonnellate nel primo trimestre del 1945). Ciò che fu più significativo nel grande fallimento giapponese fu l’incapacità di riorganizzare efficacemente le economie coloniali del sud-est asiatico, tradizionalmente orientate verso Europa e Nord America. I quadri competenti mancavano, le necessarie reti locali (a partire dai cinesi) non erano affidabili, fors’anche perché l’occupante li pagava con moneta svalutata. In particolare, nel 1943, le comunicazioni marittime furono compromesse dai sommergibili statunitensi e inglesi. Così della bauxite (per lo più malese), essenziale per l’aviazione, ne furono importate 460000 tonnellate nel 1941, 820000 nel 1943, 350000 nel 1944 e 1800 nel 1945… La Grande Sfera di Co-prosperità dell’Asia fu uno slogan praticamente vuoto. Ma è soprattutto nelle costruzioni navali che la guerra fu persa: nel 1942 la produzione a malapena riequilibrò l’usura delle navi mercantili; in totale 3,5 milioni di tonnellate furono costruite, 8,1 milioni di tonnellate furono colate (di cui 4,4 milioni dai sommergibili). Risultato: alla fine della guerra vi erano circa 800000 tonnellate di navi non troppo danneggiate, su una flotta di 6,4 milioni di tonnellate nel 1941. L’industria aeronautica visse un boom enorme: 64000 aerei prodotti (alla fine del 1944, ma il 70% uscito dalle officine era inadatto al combattimento), con un massimo mensile di 2800 nel giugno 1944, contro i 550 all’inizio della guerra; ce n’erano ancora 16000 nell’agosto 1945, ma la maggior parte non poteva volare a causa della carenza di cherosene. I problemi erano congiunturali e strutturali: i lavoratori non erano abbastanza qualificati, non ce n’erano abbastanza sulle cateea di montaggio, non c’era abbastanza produzione di macchine utensili (molte erano ancora anglosassoni) e neanche molte PMI ultraspecializzate, la cui distruzione nei bombardamenti moltiplichò i colli di bottiglia.

Disastro e riorganizzazione (agosto 1945-1946)
Al momento della capitolazione, il Giappone sembrava essere tornato a prima dell’era Meiji: le fabbriche, quelle non bombardate, non funzionavano più, le comunicazioni da una regione all’altra erano molto difficili, le carenze generali, la povertà estrema. Il 40% degli edifici cittadini fu raso al suolo dai bombardamenti. Inoltre, la società fu sconvolta dai morti (circa due milioni), centinaia di migliaia di prigionieri dei sovietici (molti non tornarono che nel 1952, o mai), 1,5 milioni di coreani e il rientro di circa tre milioni di civili giapponesi dalle colonie del sud-est asiatico o dalla Cina, cui trovare un impiego. Gli statunitensi erano decisi a trarre vantaggio da tale situazione eccezionale per sradicare le radici del militarismo. Presero quattro misure. L’esercito fu rapidamente dissolto, e l’articolo 9 della Costituzione, redatta nel 1946, vieta la belligeranza. Un’ampia epurazione fu avviata (200000), incidendo sugli ambienti militari, dell’amministrazione e dell’economia. La dissoluzione dei zaibatsu fu minacciata se non si decentralizzavano aprendosi a capitali esterni alla famiglia del fondatore; dovettero accettare il dialogo con i sindacati ora autorizzati e riconoscere il diritto di sciopero. Infine una riforma agraria audace, simile a quella lanciata dai comunisti cinesi, risolse senza violenze la maggior parte delle tensioni sociali nelle campagne, già vivaio degli estremisti di destra.Japan-PICT1836Conclusione
La guerra fu subordinata all’economia, e con essa portò al disastro. Ma un popolo può fare a meno dell’ambizione guerriera, e forse anche dei militari, ma non dell’economia. Questa, dopo il caos, partì su basi rinnovate e più potenti che mai, non cedendo più alle pesanti pretese di forze armate divoratrici di risorse. Nel frattempo, aveva dimostrato la sorprendente capacità di salire in sei-sette decenni ai vertici: da questo punto di vista, una grande guerra è un test che non inganna.wc21_japempiremTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

1939, Guerra aerea e guerra segreta contro la Polonia

Alessandro Lattanzio, 12/9/2015

PZL P.37 Los

PZL P.37 Los

Il 1° settembre 1939, la Polonia schierava 29 squadriglie suddivise tra 3 brigate caccia e 6 brigate da bombardamento-ricognizione, per 12000 effettivi, di cui 1181 piloti, 497 osservatori e 219 mitraglieri. L’aeronautica polacca disponeva di 115 caccia P.7, 185 caccia P.11, 240 aerei d’attacco P.23, 75 bombardieri P.37, 15 bombardieri LWS.4, 225 ricognitori R-XIII, 65 ricognitori RWD-14, 200 ricognitori Potez-25, 750 aerei d’addestramento, 39 aerei da trasporto.
L’esercito polacco era composto da 30 divisioni di fanteria, 12 brigate di cavalleria, 2 brigate motorizzate e 1 brigata corazzata. Ogni divisione disponeva di 27 cannoni anticarro, 92 fucili anticarro, 48 cannoni e 6 cannoni pesanti. Ogni brigata aveva 18 cannoni e 66 fucili anticarro. L’esercito polacco disponeva di 225 carri armati leggeri, 88 carri armati della IGM, 634 blindati 504 cannoni antiaerei e 750 mitragliatrici antiaeree.
La Marina polacca disponeva di 4 cacciatorpediniere, 5 sommergibili, 2 cannoniere, 1 posamine e 6 dragamine.
Il caccia PZL P.11, entrato in servizio nel 1935, nel 1939 era già superato. Il 1° settembre 1939 gli aerei polacchi erano stati spostati dagli aeroporti di stanza alle basi aeree segrete disperse sul territorio polacco. I bombardieri bimotori PZL P.37 potevano bombardare il territorio tedesco, ma non furono impiegati in tal senso da Varsavia per motivi politici. I P.37 furono prodotti in 88 esemplari, ed insieme ai P.37 distrussero 600 mezzi corazzati tedeschi nella campagna del 1939. L’ordine di mobilitazione dell’aeronautica polacca fu emesso il 23 agosto 1939, ma poi Londra e Parigi costrinsero Varsavia, il 29 agosto, a far rientrare l’ordine, per poi emanarlo un’altra volta il 30 agosto, creando confusione nelle forze armate polacche.

PZL P.23 Karas

PZL P.23 Karas

Il 1° settembre 1939, alle 4:26, decollavano tre Ju-87 Stuka tedeschi alla volta del ponte sulla Vistola di Dirschau. L’obiettivo era impedirne la distruzione da parte delle truppe polacche, spezzando i cavi degli esplosivi collocati sul ponte, e farlo cadere intatto nelle mani del colonnello Medem, al comando di un’unità corazzata tedesca. Ma l’operazione falliva. Alle 4:45, presso Cracovia, il tenente Wladek Gnys, sul suo P.11 abbatteva due bombardieri della Luftwaffe Dornier Do-17E. Furono i primi aerei tedeschi abbattuti nella Seconda Guerra Mondiale. I P.11 polacchi respinsero il primo attacco aereo su Varsavia, abbattendo 3 caccia tedeschi Bf-109E, mentre sulla base aerea di Rakowice i bombardieri tedeschi He-111 distruggevano 28 aerei polacchi. Ma si trattava di vecchi velivoli che i polacchi non avevano neanche pensato di spostare. Alle 16:30, 70 bombardieri He-111, scortati da 30 caccia Bf-109E della Luftflotte 2 tedesca, bombardavano Varsavia per la prima volta. Il colonnello Leopold Pamula abbatteva un bombardiere He-111 e uno Stuka, e andava a far collidere il suo caccia con un aereo tedesco, prima di paracadutarsi. Quel giorno i polacchi persero 10 caccia e i tedeschi 25 aerei.
Il 2 settembre, i polacchi perdevano 16 aerei e 88 bombardieri tedeschi He-111 attaccavano la città di Deblin. Ma la 141.ma squadriglia dell’Armata Pomorza polacca abbatteva ben 9 bombardieri tedeschi Do-17E. Aerei polacchi attaccavano diverse volte le forze blindate tedesche provenienti dalla Prussia orientale. Quel giorno i polacchi abbatterono 21 aerei tedeschi.
Il 3 settembre, i polacchi attaccavano le colonne corazzate tedesche, e aerei tedeschi affondavano a Gdynia il cacciatorpediniere Wicher e il posamine Gryf. I polacchi abbatterono 16 aerei tedeschi e persero 12 aerei d’attacco P.23 Karas e 3 caccia P.11.
Il 4 settembre, i bombardieri polacchi P.37 e P.23 infliggevano gravi danni alla 4.ta Divisione corazzata tedesca. I polacchi perdevano 20 aerei, i tedeschi 4 aerei.
Il 5 settembre, i caccia polacchi abbattevano 9 aerei tedeschi. Le unità di addestramento e supporto logistico polacche iniziavano a ritirarsi verso il confine con la Romania, in attesa dell’offensiva anglo-francese contro la Germania che non avverrà.
Il 6 settembre, Francia e Regno Unito avevano inviato, via mare, 50 aerei da combattimento per la Polonia, ma il 1° settembre, erano ancora in navigazione. 19 caccia P.11 polacchi attaccavano una formazione di bombardieri tedeschi Do-17Z e quindi un’altra formazione di Ju-87 Stuka, abbattendo 15-19 velivoli tedeschi. Nei primi sei giorni di guerra la Brigata da Caccia polacca aveva abbattuto 10 bombardieri He-111, 8 bombardieri Do-17, 2 bombardieri Ju-86, 10 Ju-87 Stuka, 6 caccia Bf-109, 4 caccia Bf-110, 1 ricognitore Hs-126 tedeschi. Ma la Brigata aveva perso 38 dei 54 caccia di cui disponeva il 1° settembre. I 63 caccia polacchi assegnati alle armate dell’Esercito avevano abbattuto 63 aerei tedeschi, ma 41 di essi andarono perduti. In totale 105 aerei tedeschi erano stati abbattuti dai polacchi, che avevano perso 79 aerei da caccia P.11 e P.7. La Brigata da Bombardamento polacca aveva effettuato 119 sortite contro le forze corazzate tedesche, perdendo 16 P.37 Los e 32 P.23 Karas, a cui andavano aggiunti 37 dei 77 ricognitori polacchi R-XIII operativi il 1° settembre.
Il 7 settembre, la Polonia disponeva in tutto di 40 caccia P.11 raggruppati a Wielki, presso Lublino.
Il 8-9 settembre, i tedeschi arrivavano alla periferia di Varsavia, sperando di entrarvi senza combattere. ‘Speranza’ vana. 140 Stuka bombardavano la capitale polacca.
Il 10 settembre, 200 tecnici polacchi arrivavano in Romania per ricevere i velivoli francesi e inglesi. 1 caccia tedesco Bf-109 veniva abbattuto.
L’11-13 settembre, i tedeschi scatenavano tutta la loro potenza aerea sull’Armata polacca della Bzura. 183 aerei tedeschi bombardarono Varsavia. I polacchi persero 8 aerei e abbatterono 1 caccia Bf-109D.
Il 14 settembre, i polacchi disponevano di 54 caccia P.11. Mentre 6000 militari dell’aeronautica polacca erano al confine con la Romania, Bucarest vietava il transito di materiale bellico per la Polonia.
Il 15-16 settembre, i tedeschi bombardavano l’Armata della Bzura polacca con tutti i velivoli disponibili e distruggevano 26 aerei polacchi. I P-23 e i P.37 compivano le ultime sortite contro i tedeschi.
Il 17 settembre, i caccia polacchi abbattevano 1 bombardiere Do-17 tedesco e 1 caccia sovietico. Le ultime vittorie dei polacchi che, nel frattempo, inviavano in Romania, sull’aeroporto di Cernauti, 150 aerei. Ma la Romania confiscava gli aerei e internava il personale.
Dal 7 al 17 settembre, la Brigata da Caccia polacca aveva abbattuto solo 5 aerei nemici, la Brigata da Bombardamento aveva effettuato 107 sortite, e i ricognitori compiuto 40 missioni.
Il 18-19 settembre, i tedeschi catturarono 170mila soldati polacchi, mentre la Luftwaffe compiva 1693 missioni. Le squadriglie da caccia polacche 131 e 132 abbattevano 31 aerei tedeschi.
Il 25-26 settembre, 420 bombardieri tedeschi attaccavano Varsavia, gli ultimi 9 caccia polacchi fuggivano in Ungheria, dopo che il capitano Stanislaw Riess era giunto in volo da Bucarest portando l’ultimo ordine del comando polacco: istituire l’esercito clandestino di resistenza contro l’occupazione tedesca.
Il 27 settembre, Varsavia capitolava.
Il 4 ottobre, due aerei da ricognizione polacchi bombardavano una colonna tedesca a Pyskor. Era l’ultima missione dell’aeronautica polacca nella guerra tedesco-polacca del 1939.

PZL P.11c

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La Luftwaffe, nella campagna polacca del settembre 1939, perse 285 velivoli: 67 caccia Bf-109, 12 caccia Bf-110, 31 Ju-87 Stuka, 91 bombardieri He-111, Do-17 e Ju-52, 63 ricognitori; inoltre altri 279 velivoli dovettero essere ritirati per i danni subiti. 413 furono i piloti e altro personale tecnico tedeschi perduti in combattimento.
I polacchi abbatterono 129 aerei tedeschi e persero 327 dei 435 aerei da combattimento di prima linea. 150 velivoli ripararono in Romania. Circa l’80% del personale dell’aeronautica polacca, 11500 effettivi, poté fuggire in Romania, Ungheria, Lituania e Lettonia. 1500 furono catturati dai sovietici. Altri 90000 soldati polacchi furono internati in Romania, in seguito evacuati in occidente su pressione di Londra e Parigi.
Gli slovacchi sostennero i tedeschi nelle operazioni contro la Polonia, impiegando le squadriglie da caccia 13.ma, 39.ma e 45.ma, e la squadriglia da ricognizione 16.ma, perdendo 2 caccia Avia B.534 e abbattendo un aereo da collegamento polacco RWD-8 in fuga verso la Romania.

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Il sabotaggio ucraino
5f349e759c67c8fc13a03ef4787564c4Nella primavera del 1939, pochi mesi prima dell’invasione nazista della Polonia, l’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN), organizzazione armata di estrema destra per l’indipendenza dell’Ucraina, formò un’unità militare per assistere i tedeschi nell’invasione. L’unità venne chiamata Bergbauernhilfe (BBH), o Legione ucraina, organizzata con l’aiuto dell’Abwehr, l’intelligence militare tedesca. L’unità doveva sostenere la rivolta armata dei nazionalisti ucraini nella Polonia orientale. Nel marzo 1939, durante la liquidazione della Cecoslovacchia, i capi del Sojm dei Carpazi ucraini dichiararono l’indipendenza. Ma l’Ungheria, che aveva annesso la regione, schiacciò le milizie nazionaliste ucraine composte da ex-soldati dell’esercito cecoslovacco, nazionalisti galiziani e attivisti dell’OUN, tra cui Roman Sushko, poi messo a capo della Legione ucraina. I superstiti fuggirono in Slovacchia, Austria e Germania, dove avrebbero formato la spina dorsale della Legione ucraina. Nell’aprile 1939, l’Alto Comando tedesco completò i piani dell’invasione della Polonia, il ‘Fall Weiss‘, secondo cui la 14.ma Armata del colonnello-generale Wilhelm List avrebbe invaso la Polonia dallo Stato fantoccio slovacco. Era nell’ambito di tale armata che la Legione ucraina doveva operare.
Nel giugno 1939, il capo dell’Abwehr, ammiraglio Wilhelm Canaris, incontrò i capi dell’OUN per decidere la creazione del Bergbauernhilfe, il cui scopo era organizzare un’insurrezione ucraina contro le autorità nella Polonia orientale. Il 13 giugno Sushko fu posto al comando dell’unità, e il colonnello Erwin von Lahousen, capo della Sezione II dell’Abwehr (sabotaggio) gli ordinò di addestrare 1300 ufficiali e 12000 soldati; ma ad agosto il gruppo comprendeva solo circa 600 soldati radunati ad Hammerstein, in Germania occidentale. L’Abwehr li aveva addestrati all’uso di armi ed esplosivo, topografia, sabotaggio e occupazione di posizioni strategiche, secondo un programma simile a quello delle forze speciali tedesche (le unità Brandenburg). La Legione ucraina doveva condurre operazioni di sabotaggio e intelligence nelle retrovie dell’esercito polacco in Polonia orientale, subito dopo l’invasione nazista, ed istigare la rivolta contro le autorità polacche tra gli ucraini locali. Insieme al Bergbauernhilfe, i terroristi dell’OUN in Polonia si prepararono alla rivolta su ordine del capo regionale Vladimir Lopatinskij, iniziando l’addestramento a luglio nei campi segreti in Polesia e Carpazi. Inoltre, Lopatinskij immaginò che le unità partigiane, dopo aver preso il potere locale, avrebbero proclamato lo Stato ucraino. La Legione, nell’agosto 1939, aveva quasi un migliaio di combattenti attivi nell’est della Polonia. Il controspionaggio militare polacco, sapeva dei maneggi tra OUN e Abwehr fin da aprile, e che a maggio Berlino aveva raddoppiato le sovvenzioni all’OUN. La BBH fu trasferita in Slovacchia a luglio ed attivata il 22 agosto, assieme a un altro distaccamento dell’Abwehr, il battaglione speciale Ebbinghaus, addestrato per operare nella Slesia polacca. Tuttavia, dopo la firma del patto Molotov-Ribbentrop del 23 agosto, che prevedeva la liberazione della Polonia orientale (Ucraina occidentale) da parte dell’Armata Rossa, l’Abwehr ordinò alla Legione ucraina di smobilitare dalla prima linea. Nel frattempo, l’OUN in Polonia continuava a prepararsi per l’insurrezione armata, in conformità con i piani, prevista per il 28 agosto.
Brandenburgers-01 Il 5 settembre, avviata l’invasione della Polonia, il battaglione Ebbinghaus occupò il nodo ferroviario di Katowice spianando la strada al Generale Busch, comandante dell’VIII Corpo d’Armata tedesco. I 3000 terroristi dell’OUN nel frattempo attaccarono avamposti dell’esercito e della polizia e, soprattutto, civili polacchi. Infatti, l’Abwehr ricevette dal ministro degli Esteri nazista Joachim von Ribbentrop l’ordine di utilizzare le organizzazioni nazionaliste ucraine per sterminare gli ebrei, l’intellighenzia polacca e “tutti coloro che incarnano la volontà della resistenza nazionale”. Il 15 settembre, i capi dell’Abwehr Canaris e Lahousen incontrarono il capo dell’OUN Andrej Melnik a Vienna, che propose di creare uno Stato filo-tedesco in Galizia. Lahousen, a sua volta, trasferì la Legione ucraina alla XIV Armata del generale Dehmel. Intanto, il 6 settembre il Bergbauernhilfe entrava in Polonia al seguito della 2.da Divisione slovacca, retroguardia della 57.ma Divisione tedesca del maggiore-generale Oskar Blum, che operava in prossimità di Lvov. Alla fine della campagna di Polonia, il Bergbauernhilfe fu sciolto e i suoi uomini assegnati alla polizia di guardia ai siti industriali in Polonia. Nel 1943, gli ex-soldati del BBH entrarono nell’Esercito insurrezionale ucraino, per combattere contro le forze sovietiche e polacche, e assassinando 100000 polacchi in Volinia e Galizia nel 1943-45.

Poland-15-09-39-px800Fonti:
Batailles Aeriennes 04 – La Campagne de Pologne, Marzo/Maggio 1998
Oriental Review
Sputnik

La storia mai raccontata del Patto Molotov-Ribbentrop

Ekaterina Blinova Sputnik, 25/08/2015

Il patto Molotov-Ribbentrop, firmato da Unione Sovietica e Germania nazista il 23 agosto 1939, è ora utilizzato da “esperti” e media occidentali er accusare l’Unione Sovietica di “collusione” con Hitler e “tradimento” degli alleati francese e inglesi, ma le prove suggeriscono il contrario.

Hitler, Ribbentrop, Chamberlaine

Ribbentrop e Chamberlain

Il 23 agosto 1939 Unione Sovietica e Germania nazista stipularono un trattato di non aggressione, noto anche come patto Molotov-Ribbentrop; il documento fa scattare ancora un aspro dibattito spingendo l’occidente ad accusare l’URSS di “collusione” con Hitler alla vigilia della seconda guerra mondiale. Inoltre, dal 2008, questo giorno viene segnato nei Paesi europei come “Giornata europea di commemorazione delle vittime dello stalinismo e del nazismo”. “E’ un evento annuale (23 agosto), atteso con ansia dai propagandisti russofobi occidentali, per ricordarci del ruolo iniquo sovietico nell’avviare la seconda guerra mondiale. Oggi, naturalmente, quando i media dicono “sovietico”, vogliono che si pensi alla Russia e al suo presidente Vladimir Putin. I “giornalisti occidentali non sanno decidersi su Putin: a volte è un altro Hitler, a volte un altro Stalin“, dice il professor Michael Jabara Carley dell’Università di Montreal in un articolo per Strategic Culture Foundation. Curiosamente, “esperti” e mass media occidentali tacciono sul fatto che la maggior parte delle potenze europee firmò trattati simili con Adolf Hitler prima dell’Unione Sovietica.

La Grande Alleanza che non ci fu
31C9Xm+AoIL__BO1,204,203,200_ Ad esempio, la Polonia, “vittima” dichiarata del patto di non aggressione sovietico-germanico, firmò un patto di non aggressione con la Germania nazista il 26 gennaio 1934. “Negli anni ’30 la Polonia ebbe un ruolo cruciale. Era una semi-dittatura di estrema destra, antisemita e vicina al fascismo. Nel 1934, mentre l’URSS lanciava l’allarme su Hitler, la Polonia firmava il patto di non aggressione con Berlino. Chi ha pugnalato alla schiena chi?” Carley si chiede retoricamente. Accusando l’URSS di prendersi territori della “Polonia” (quando alcun Stato polacco esisteva più dopo l’invasione tedesca del 1° settembre, 1939) alcuni storici occidentali ancora dimostrano una peculiare forma di amnesia, dimenticando che questi territori, Ucraina e Bielorussia occidentali, furono annessi dalla Polonia durante la guerra sovietico-polacca (1919-1921). La guerra fu scatenata unilateralmente da Varsavia contro l’URSS lacerata e devastata dalla guerra civile. In generale, l’URSS si riprese il suo territorio, con l’eccezione di un frammento di Bucovina, preso da altri attori europei durante il caos della rivoluzione del 1917 e della guerra civile del 1920, osserva la storica, politica e diplomatica russa Natalija Naroshnitskaja nel suo libro “Chi stavamo combattendo e per cosa”. “Fino al 1939, la Polonia fece di tutto per sabotare gli sforzi sovietici per costruire un’alleanza antinazista, basata sulla coalizione antitedesca della Prima Guerra Mondiale tra Francia, Gran Bretagna, Italia e dal 1917 Stati Uniti… Nel 1934-1935, quando l’Unione Sovietica cercò un patto di mutua assistenza con la Francia, la Polonia tentò di ostacolarla“, ha sottolineato Carley. E Gran Bretagna e Francia? Sorprendentemente, negli anni ’30 né Londra, né Parigi si affrettarono ad unirsi alla coalizione anti-tedesca dell’URSS. Carley sottolinea il fatto che Maksim Litvinov, il commissario sovietico per gli Affari Esteri sostenuto dal leader sovietico Josif Stalin, “per primo concepì la ‘Grande Alleanza’ contro Hitler“. Tuttavia “la coalizione di Litvinov divenne la grande alleanza che non ci fu“.

Congiurando con Hitler: le élites europee si affidano ai nazisti
Gli storici concordano sul fatto che le élite conservatrici europee vedevano in Adolf Hitler un “male” minore della Russia sovietica. Inoltre, secondo l’economista statunitense Guido Giacomo Preparata, per le istituzioni inglesi e statunitensi il nazismo era una forza trainante in grado di smantellare l’Unione Sovietica, finendo ciò che fu avviato dalla prima guerra mondiale, la completa dissoluzione dell’ex-impero russo. “A Churchill, (Stanley) Baldwin (primo ministro del Regno Unito) così riassunse nel luglio 1936: ‘Se c’è una lotta in Europa da fare, vedrei i bolscevichi (bolscevichi) e nazisti farla'”, ha scritto Preparata nel suo libro “Congiurando con Hitler: come Gran Bretagna e USA crearono il Terzo Reich“. Nel frattempo, le élite europee e statunitensi non erano solo disposte a creare eventuali alleanze contro l’Unione Sovietica, ma anche finanziarono l’economia della Germania nazista, favorendo la costruzione della macchina da guerra nazista. La prestigiosa industria bellica inglese Vickers-Armstrong fornì armi pesanti a Berlino, mentre le aziende statunitensi Pratt&Whitney, Douglas, Bendix Aviation, per citarne solo alcune, rifornirono aziende tedesche, BMW, Siemens e altre, di brevetti, segreti militari e avanzati motori aerei, sottolinea Preparata.

Il tradimento di Monaco del 1938
Conjuring Hitler Conclusione di tale gioco fu l’accordo di Monaco firmato dalle maggiori potenze d’Europa (Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia) escludendo Unione Sovietica e Cecoslovacchia, il 30 settembre 1938, permettendo alla Germania nazista di annettersi le regioni di confine settentrionali e occidentali della Cecoslovacchia. Imbarazzanti i documenti d’archivio inglesi pubblicati nel 2013 che denuncino come il Regno Unito non solo tradì la Cecoslovacchia, consentendo a Hitler d’invaderla, ma anche come volontariamente consegnò 9 milioni di dollari d’oro appartenenti alla Cecoslovacchia alla Germania nazista. I lingotti d’oro cecoslovacchi furono immediatamente inviati a Hitler nel marzo 1939, quando prese Praga. Il tradimento di Monaco di Baviera del 29-30 settembre 1938 è la data effettiva dell’inizio della seconda guerra mondiale, dice il direttore del Centro per gli Studi russi dell’Università di Lettere di Mosca e storico e pubblicista dell’Istituto di analisi dei sistemi strategici Andrej Fursov, citando la lettera di Churchill al maggiore Ewal von Kleist, membro del gruppo della resistenza tedesco ed emissario dello Stato Maggiore tedesco, poco prima dell’occupazione di Hitler della Cecoslovacchia: “Sono sicuro che la violazione della frontiera cecoslovacca di eserciti e aerei tedeschi porterà a una nuova guerra mondiale… Tale guerra, una volta iniziata, verrebbe combattuta come l’ultima (prima guerra mondiale) ad oltranza, e va considerato non ciò che potrebbe accadere nei primi mesi, ma dove saremo tutti alla fine del terzo o quarto anno“. E non è tutto. Per quanto incredibile possa sembrare, il governo inglese in realtà impedì un complotto contro Adolf Hitler nel 1938. Un gruppo di alti ufficiali tedeschi programmava di arrestare Hitler al momento di ordinare l’attacco alla Cecoslovacchia. Inspiegabilmente, la dirigenza politica inglese non solo rifiutò di aiutare la resistenza, ma ne rovinò i piani. Nel suo saggio “Il nostro miglior cambio di regime del 1938: Chamberlain ‘perse il treno’?“, l’autore inglese Michael McMenamin narra: “non c’è dubbio storico che la resistenza tedesca abbia ripetutamente avvertito gli inglesi sull’intenzione di Hitler di invadere la Cecoslovacchia nel settembre 1938… In risposta, tuttavia, il governo Chamberlain fece ogni passo diplomatico possibile… minando l’opposizione a Hitler“. Qualunque sia la motivazione di Chamberlain, invece di allarmare sull’aggressione di Hitler all’Europa, il 28 settembre 1939 “propose al (Fuhrer) una conferenza tra Gran Bretagna, Germania, Cecoslovacchia, Francia e Italia in cui Chamberlain assicurò Hitler che la Germania poteva ‘avere tutte le risorse essenziali senza guerra e senza indugio'”, scrive McMenamin citando documenti ufficiali e aggiungendo che Chamberlain chiuse un occhio sul fatto che la Germania escludesse la Cecoslovacchia dalla conferenza. Dopo che le quattro potenze decisero di accettare l’occupazione tedesca di Sudeti della Cecoslovacchia, prima di qualsiasi plebiscito e costringendo i cechi ad accettarla, Chamberlain e Hitler firmarono l’accordo di non aggressione anglo-tedesca, sottolinea l’autore. È interessante notare che, narra il professor Carley, durante la crisi cecoslovacca la Polonia (l’aspirante “vittima” del patto Molotov-Ribbentrop) si chiese se “Hitler ottiene i territori dei Sudeti, la Polonia dovrebbe avere il distretto di Teschen (in Cecoslovacchia). In altre parole, se Hitler si prende il bottino, noi polacchi ne vogliono uno“. Quindi, chi colluse con chi? Chi erano i traditori?

Perché l’occidente demonizza il patto Molotov-Ribbentrop?
Secondo Andrej Fursov, a Monaco di Baviera le quattro potenze crearono un “blocco proto-NATO” contro l’URSS. Il complesso industriale della Cecoslovacchia doveva facilitare la crescita della potenza militare tedesca e garantirne la capacità di scatenare una grande guerra contro i “bolscevichi” in Oriente, al fine di estendere il Lebensraum tedesco. E le élite europee erano interessate a tale guerra, che avrebbe esaurito Germania e Russia. Alla luce di ciò, l’unica mossa per minare questo piano e rimandarne la realizzazione fu concludere un simile patto di non aggressione tra URSS e Germania. Inoltre, il ritardo aiutò l’Unione Sovietica ad accumulare risorse al fronte per l’invasione inevitabile da occidente. Michael Jabara Carley cita Winston Churchill, allora Primo Lord dell’Ammiragliato, che disse il 1° ottobre 1939, in un’intervista all’emittente nazionale inglese, che l’azione sovietica “era chiaramente necessaria per la sicurezza della Russia contro la minaccia nazista“. Perché allora l’occidente fa ogni sforzo per demonizzare il trattato di non aggressione sovietico-tedesco, il patto Molotov-Ribbentrop? Il professor Carley nota che sia un vano tentativo di banalizzare i gravi errori nell’Europa degli anni ’30, vale a dire l’incapacità (o non volontà?) di arrestare l’avanzata della Germania nazista e di creare un’alleanza anti-hitleriana nei primi anni ’30. “Oggi i governi occidentali e i giornalisti da essi ‘ispirati’, se si possono chiamare giornalisti, non si badano agli argomenti ‘tendenziosi’ quando si tratta d’infangare la Federazione Russa. Tutto è permesso. Dovremmo lasciarli equiparare il ruolo di URSS e Germania nazista nell’avvio della seconda guerra mondiale? Certamente no. Fu Hitler che voleva la guerra, e francesi e inglesi, in particolare questi ultimi, più volte ne furono strumento rifiutando le proposte sovietiche sulla sicurezza collettiva e spingendo la Francia a fare lo stesso“, osserva il professor Carley.czechoslovakia-after-munich-mapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nell’Estremo Oriente l’Armata Rossa concluse la Seconda Guerra Mondiale

Jurij Rubtsov Strategic Culture Foundation 26/08/20152005101203bIl Ministero degli Esteri del Giappone non ha mai avuto un momento di noia nell’ultimo fine settimana, ed ha avuto il suo farsi. Il Primo Ministro russo Dmitrij Medvedev ha visitato Iturup, una delle isole Curili, il 22 agosto, nel suo viaggio in Estremo Oriente. Ha scatenato la reazione del Giappone. Il Paese del Sol Levante ha presentato una protesta per la Russia e poi annullato la visita del suo ministro degli Esteri a Mosca. Tokyo chiama le isole Curili “Territori del Nord”, Hoppo Ryodo. Secondo la posizione ufficiale giapponese, la terra è soggetta a rivendicazioni territoriali, ma la disputa territoriale non può essere unilaterale. Il Giappone è l’unico a vederla come questione controversa. La Russia dice che non c’è niente di cui parlare. Secondo la sua posizione, lo status delle isole Curili è chiaramente definito dalle conferenze di Jalta (febbraio 1945) e di Potsdam (la dichiarazione fu firmata il 26 luglio dello stesso anno), dagli Stati che componevano la coalizione anti-hitleriana. I tentativi del Giappone di dire ai leader russi come comportarsi sul proprio territorio non è altro che interferenza negli affari interni di un Paese straniero. Questo punto di vista è dato dalla dichiarazione del Ministero degli Esteri russo del 22 agosto in risposta alla reazione del Giappone al viaggio di lavoro del Primo Ministro Medvedev che includeva Iturup. Si rimprovera il Ministero degli Esteri giapponese d’ignorare le lezioni della storia e il Giappone do continuare a mettere in dubbio i risultati universalmente riconosciuti della seconda guerra mondiale alla vigilia del 70° anniversario dalla sua fine. Tale retorica mette in dubbio le assicurazioni del governo giapponese di voler rispettare la verità storica e la memoria di decine di milioni di persone che persero la vita nella guerra in Asia orientale. Il 70° anniversario della vittoria dell’Unione Sovietica sul Giappone si avvicina. Alcuni ricercatori la chiamano operazione di pacificazione contro il Giappone militarista. Il tempo è favorevole nel ricordare gli avvenimenti di quei giorni, soprattutto considerando che alcuni soffrono di amnesia.
La seconda guerra mondiale non si concluse con la capitolazione della Germania nazista. Il Giappone continuò a lottare contro Stati Uniti, Gran Bretagna e altri alleati dell’Unione Sovietica nel Pacifico. Secondo le stime del Comando alleato, la guerra in Estremo Oriente avrebbe potuto continuare per 1,5-2 anni causando la morte di 1,5 milioni di militari statunitensi e inglesi. L’URSS prese l’unica decisione giusta, per quanto difficile. Tre mesi dopo la fin della guerra con la Germania, l’Unione Sovietica entrò in guerra con il Giappone rispondendo alle numerose richieste degli alleati. Josif Stalin onorò gli impegni presi nelle conferenze di Teheran e Jalta. Il 5 aprile 1945 l’URSS denunciò il Patto neutralità sovietico-giapponese del 13 aprile 1941 lasciando il Giappone sapere che era vicina. La dichiarazione del governo sovietico diceva che “Il patto di neutralità tra Unione Sovietica e Giappone concluso il 13 aprile 1941, vale a dire prima dell’attacco della Germania contro l’URSS e prima dello scoppio della guerra tra Giappone e Inghilterra e Stati Uniti. Da allora la situazione si è sostanzialmente modificata. La Germania attaccò l’URSS, e il Giappone, alleato della Germania, aiutò quest’ultima nella guerra all’URSS. Inoltre il Giappone conduce una guerra con Stati Uniti e Inghilterra, alleati dell’Unione Sovietica. In queste circostanze il patto di neutralità tra Giappone e Unione Sovietica ha perso senso e il suo prolungamento è impossibile”. Su principi astratti alcuni politici, diplomatici e storici criticano il governo sovietico per aver denunciato il patto. Non andiamo nei dettagli o richiamiamo le numerose ragioni per giustificare la denuncia. In molti casi il Giappone apertamente violò il principio di neutralità, arrivando ad affondare navi sovietiche. Diciamo solo che la leadership dell’Unione Sovietica non violò la prassi internazionale. Non fu criminale decidere di denunciare il Patto, al contrario, inviò un segnale inequivocabile al governo giapponese che la situazione era cambiata drasticamente. Il Giappone affrontava la prospettiva di una guerra contro le Nazioni Unite e gli sarebbe stato più prudente capitolare. Ma Tokyo non sentì ragione, neanche dopo che i leader di Stati Uniti, Gran Bretagna e Cina rilasciarono la Dichiarazione di Potsdam del 26 luglio 1945 (l’URSS vi aderì l’8 agosto 1945), che diceva “Chiediamo al governo del Giappone di proclamare la resa incondizionata di tutte le forze armate giapponesi, e dare garanzie adeguate e sufficienti della sua buona fede in tale azione. L’alternativa per il Giappone è la distruzione rapida e totale”. C’era la tenue speranza di far capitolare il Giappone ed evitare altre vittime. Ahimè! Ciò non si realizzò. Non c’era altro che usare la forza.
AM_Vasilevsky-115 L’8 agosto, l’Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone. L’offensiva strategica dell’Operazione Manciuriana iniziò il 9 agosto1945 sconfiggendo rapidamente l”Armata del Kwantung giapponese e occupando le città nella Cina nord-orientale e in Corea del Nord. Le forze sovietiche iniziarono i combattimenti contemporaneamente su tre fronti a est, ovest e nord della Manciuria: le operazioni su Khingan-Mukden, Harbin-Kirin e Sungari furono eseguite dal Fronte Trans-Bajkal, dal Primo Fronte dell’Estremo Oriente e dal Secondo Fronte dell’Estremo Oriente al comando dei Marescialli dell’Unione Sovietica Malinovskij e Meretskov, del Generale dell’Esercito Purkaev, sostenuti dalla Flotta del Pacifico guidata dall’Ammiraglio Jumashev, dalla Flottiglia dell’Amur, da tre armate aeree e dall’Esercito Rivoluzionario del Popolo mongolo guidato dal Maresciallo Horloogijn Chojbalsan. Tutte le forze erano sotto il Comando dell’Estremo Oriente dell’Unione Sovietica appositamente costituito dal Maresciallo dell’Unione Sovietica Aleksandr Vasilevskij. La forza sovietica-mongola forte di oltre 1,7 milioni di soldati comprendeva 30000 pezzi di artiglieria e mortai, più di 5000 carri armati e pezzi d’artiglieria semoventi, 5200 aerei e 93 navi da guerra. Le forze di occupazione giapponesi con oltre 1 milione di soldati avevano 1200 carri armati, 6600 pezzi di artiglieria, 1900 velivoli e oltre 30 navi da guerra e cannoniere. Le forze sovietiche colpirono velocemente in modo magistrale. Nell’offensiva iniziata il 9 agosto, i fronti sovietici attaccarono il nemico a terra, aria e mare. Il fronte era esteso per oltre 5000 km. La Flotta del Pacifico interruppe le rotte marittime utilizzate per rifornire il Kwangtung e attaccò le basi navali giapponesi in Corea del Nord. Le unità meccanizzate e corazzate del Fronte di Trans-Bajkal e le formazioni della cavalleria dell’Esercito Rivoluzionario del Popolo mongolo avanzarono rapidamente. Il Fronte comprendeva le unità che acquisirono esperienza nella guerra contro la Germania fascista. Le forze sovietiche e mongole frantumarono e sfondarono le posizioni giapponesi fortemente fortificate lungo i fiumi Amur e Ussuri e sulla catena montuosa del Grande Khingan. Il quarto giorno dell’offensiva in Manciuria le unità della 6° Armata Corazzata della Guardia al comando del Colonnello-Generale Andrej Kravchenko attraversarono il Grande Khingan raggiungendo le pianure della Manciuria e avanzando in profondità sulle posizioni dell’Armata del Kwantung prima che le sue forze principali si avvicinassero alla catena montuosa. Nei sei giorni dell’offensiva il 1.mo Fronte dell’Estremo Oriente avanzò per 120-150 km, il Fronte di Trans-Bajkal per 50-450 km e il 2.ndo Fronte dell’Estremo Oriente per 50-200 km.
L’imperatore Hirohito firmò il Proclama imperiale di resa il 14 agosto e la leadership giapponese ordinò all’Armata del Kwantung di opporre maggiore resistenza all’Armata Rossa dopo aver cessato le ostilità contro le forze anglo-statunitensi. Il comandante in capo delle forze sovietiche in Estremo Oriente Maresciallo Vasilevskij inviò un ultimatum il 17 agosto 1945 al Generale Otsuzo Yamada, comandante dell’Armata del Kwantung, chiedendo di cessare tutte le ostilità contro le forze sovietiche alle 12:00 del 20 agosto lungo il fronte, deporre le armi e arrendersi. Per accelerare la capitolazione del Giappone, forze aeroportate atterrarono il 18-27 agosto a Harbin, Shenyang, Changchun, Kirin, Lushun, Dalian, Pyongyang, Hamhung e altre città di Cina e Corea. Il 19 agosto il comando giapponese sul continente ordinò di arrendersi senza condizioni. Il grande successo in Manciuria permise al comando sovietico di lanciare l’offensiva su Sakhalin meridionale. Il 18 agosto le forze sovietiche lanciarono le operazioni di sbarco sulle isole Curili. Le forze includevano elementi delle Forze aeree della Kamchatka e navi della Flotta del Pacifico. Di conseguenza, il primo settembre le truppe catturarono le isole settentrionali, tra cui Urup, mentre la squadra settentrionale della Flotta del Pacifico occupò le isole a sud di essa. Il colpo schiacciante contro l’Armata del Kwantung in Estremo Oriente fu uno dei fattori decisivi alla sconfitta del Giappone. La sua politica militarista e la resistenza inutile portarono alla perdita inutile di molte vite e rese inevitabile la capitolazione alle Nazioni Unite, ai Paesi che componevano la coalizione anti-hitleriana. Queste sono le lezioni storiche di cui il Ministro degli Esteri russo ha parlato nella suddetta dichiarazione. Non vanno dimenticate dal Giappone. Sergej Lavrov ha invitato Tokyo ad abbandonare i tentativi di rivedere la legge internazionale e a concentrarsi su sforzi costruttivi per migliorare il clima delle relazioni Russia-Giappone e sviluppare una cooperazione reciprocamente vantaggiosa. La domanda è il Giappone ascolterà i consigli alla ragione?

188_1La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’occidente odia Stalin?

Ekaterina Blinova Sputnik 25/08/2015

1476444Il 23 agosto l’Europa ha imposto la cosiddetta “Giornata europea di commemorazione delle vittime dello stalinismo e del nazismo”, in coincidenza con la data della firma del patto Molotov-Ribbentrop; scopo di tale “giorno della memoria” è equiparare Stalin a Hitler, l’URSS alla Germania nazista, dice a Sputnik il Professor Grover Carr Furr. Attaccando e stigmatizzando l’Unione Sovietica, Stati Uniti ed alleati della NATO puntano alla Russia di oggi e alla sua leadership, che non è disposta ad inchinarsi all’occidente; in ogni caso, l’Unione Sovietica non ha mai fatto nulla di lontanamente paragonabile a ciò che i principali Paesi occidentali hanno fatto nel secolo scorso, Stati Uniti e NATO furono di gran lunga le potenze più aggressive e criminali nel mondo dalla Seconda Guerra Mondiale, dice lo storico statunitense Professor Grover Carr Furr della Montclair State University, a Sputnik. Illogica per quanto può sembrare, nonostante l’Unione Sovietica sia crollata decenni fa, la macchina della propaganda occidentale continua a diffamare la Russia sovietica; prima lo storico anglo-statunitense Robert Conquest e poi lo studioso statunitense Timothy Snyder hanno contribuito molto alla propaganda antisovietica e antirussa. “Perché c’è tanto odio verso Stalin e il comunismo? L’anticomunismo perché il comunismo è l’antitesi del capitalismo. E l’antistalinismo perché il periodo di Stalin dell’URSS fu il periodo in cui il movimento comunista mondiale agì molto bene. Inoltre, vi è antistalinismo e anticomunismo davanti per via delle atrocità del capitalismo e dell’imperialismo nel 20° secolo, che continuano ancor oggi“, ha osservato il Professor Furr.

Guerra fredda: gli storici occidentali dell’intelligence service
Il professore ha sottolineato che lo storico Robert Conquest (autore de “Il Grande Terrore: le purghe di Stalin negli anni ’30” deceduto il 3 agosto 2015) aveva lavorato per l’Information Research Department (IRD) inglese dalla creazione al 1956. L’IRD, originariamente chiamato Communist Information Bureau, fu fondato nel 1947, quando la guerra fredda iniziò. “Il compito principale era combattere l’influenza comunista nel mondo diffondendo storie tramite politici, giornalisti e altri in grado d’influenzare l’opinione pubblica”, ha spiegato il Professor Furr. Il lavoro di Conquest era contribuire alla cosiddetta “storia nera” dell’Unione Sovietica, ha osservato il professore, “in altre parole, diffondere storie false tra giornalisti e altri in grado d’influenzare l’opinione pubblica”. “Il suo libro Il Grande Terrore, testo anticomunista sul tema della lotta di potere in Unione Sovietica nel 1937, in realtà lo compilò quando lavorava per i servizi segreti. Il libro fu pubblicato con l’aiuto dell’IRD. La terza edizione fu opera della Praeger Press che pubblicava testi provenienti dalla CIA“, ha sottolineato il Professor Furr, che osserva che oggi Conquest rimane una delle più importanti fonti sull’Unione Sovietica degli storici anticomunisti e russofobi. La propaganda era mascherata da borsa di studio contro l’URSS e coordinata dai servizi segreti anglostatunitensi. Furr nota che Conquest riceveva periodicamente pesanti critiche da eminenti studiosi occidentali, che l’accusavano di “falsificazioni consapevoli” sull’Unione Sovietica. Infatti Conquest usò qualsiasi fonte ostile a Stalin e all’URSS, chiudendo un occhio sul fatto se fosse affidabile o meno. Inutile dire che lo storico anglo-statunitense Robert Conquest ha molti “seguaci”, soprattutto oggi, quando le relazioni russo-occidentali sono peggiorate enormemente. La palese falsificazione della storia è uno strumento tradizionale della guerra fredda che viene rivitalizzato. “Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato“, come George Orwell scrisse nel suo famoso libro “1984”. Non sorprende, però, che il discorso storico occidentale sia attualmente invaso dai miti politicizzati su URSS e Josif Stalin. Uno di coloro che infangano la Russia sovietica è Timothy Snyder, professore di Storia di Yale e autore di Bloodlands. Come Conquest, è un celebre autore occidentale lodato da liberali e destra statunitensi. Attaccando Stalin, Snyder cerca di convincere i lettori che Hitler non fosse peggiore, ma in un certo senso “migliore” del leader sovietico. Snyder si spinge a suggerire che “per assassinare degli ebrei (Olocausto), … Adolf Hitler dipendesse da Stalin (e dai suoi metodi)”, come il Professor David A. Bell ha osservato nella sua recente revisione di “Terra Nera” di Snyder per National Interest. Sorprendentemente, Snyder segue le orme di Conquest, il suo racconto si basa su fonti controverse, voci, semi-verità sempre ostili all’URSS, come il professor Furr ha denunciato nel suo libro “Bugie di sangue: la prova che ogni accusa contro Josif Stalin e l’Unione Sovietica su Bloodlands di Timothy Snyder è falsa“.

Patto Molotov-Ribbentrop: verità e bugie
stalin La storia del patto Molotov-Ribbentrop del 1939 narrato da Snyder e altri storici anticomunisti è anche piena di presupposti errati. “Dicono che nel trattato Unione Sovietica e Germania nazista decisero di dividersi l’Europa. Questo è falso. Il trattato, in una clausola segreta, assegnava la Polonia orientale alla ‘sfera d’influenza sovietica’. Questo significava che quando l’esercito tedesco sconfisse l’esercito polacco, (a) l’esercito tedesco avrebbe dovuto ritirarsi dalla Polonia orientale, rimanendo a centinaia di miglia dal confine sovietico pre-1939; (b) la Polonia sarebbe rimasta e si sperava disposta ad allearsi con l’Unione Sovietica contro Hitler“, ha osservato il professor Furr, secondo cui l’URSS aveva tentato con decisione che Polonia, Regno Unito e Francia accettassero la “sicurezza collettiva” obbligando ogni Paese a dichiarare guerra alla Germania se Hitler attaccava la Polonia. Ahimè, Varsavia e Londra rifiutarono di concludere il trattato. “Gli accordi di Monaco” dell’ottobre 1938, in cui Regno Unito e Francia consegnarono a Hitler gran parte della Cecoslovacchia (più tardi gli diedero tutte le riserve auree cecoslovacche) dimostrarono che i capitalisti volevano che Hitler attaccasse l’Unione Sovietica. Il governo anticomunista e antisemita polacco ebbe anche un pezzo della Cecoslovacchia in quel momento”, ha sottolineato Grover Furr. Nel settembre 1939 l’esercito tedesco occupò la Polonia e il governo polacco lasciò il Paese per la Romania. Quando non c’è governo, non c’è Stato. “Gli uomini di Hitler dissero ai sovietici che erano pronti a permettere uno Stato ucraino filonazista e anticomunista nell’ex-Polonia orientale. Così i sovietici non ebbero scelta se non occupare la Polonia orientale. La ‘Polonia orientale’ non era polacca comunque. Fu tolta con la forza alla Russia sovietica dagli imperialisti, nel 1921. La maggior parte della popolazione era ucraina, bielorussa ed ebraica”, ha osservato il professore. Il Professor Furr ha sottolineato che l’importanza del Patto Molotov-Ribbentrop è enorme: contribuì a salvare l’Unione Sovietica, e di conseguenza tutta l’Europa, dal dominio di Hitler: “Se l’esercito tedesco avesse attaccato 300 miglia più vicino (al confine sovietico) le orde naziste avrebbero preso Mosca. Se Hitler avesse conquistato l’URSS avrebbe usato le immense risorse materiali e umane del gigantesco Paese contro l’Inghilterra. Hitler aveva già conquistato quasi tutta l’Europa“, ha sottolineato. Allora perché Snyder e soci si rifiutano di ammetterlo?

L’occidente attacca l’URSS per colpire la Russia di oggi
Il Professor Furr indica che gli “esperti” tradizionali occidentali non sono interessati alla verità. “Conquest era, e Snyder è, un propagandista. Il loro lavoro “è propaganda delle note”. Note e apparati sono necessari ad ingannare i media e quegli intellettuali che contribuiranno a diffondere menzogne contro Stalin ed anticomuniste“, ha detto a Sputnik. “L’obiettivo di Snyder, e non solo suo, ce ne sono molti altri, è equiparare Stalin a Hitler, l’URSS alla Germania nazista, il comunismo al nazismo. Questo è anche lo scopo del “Giorno del ricordo” del 23 agosto, e della posizione assunta dai governi di estrema destra polacco, ucraino, ungherese e altri“, ha sottolineato Furr. “L’indico alla fine di “Bugie di sangue: la prova che ogni accusa contro Josif Stalin e l’Unione Sovietica su Bloodlands di Timothy Snyder è falsa”, con qualche aiuto del Prof. Domenico Losurdo, che giustamente confronta Hitler a Churchill, Daladier o Chamberlain, ma non a Stalin. L’URSS era diversa dal nazismo, mentre Hitler e i nazisti erano abbastanza popolari tra i politici occidentali“, ha aggiunto.

Ma perché Washington è così russofoba?
Il professore ha spiegato che a differenza di Gorbaciov o Eltsin, Putin non s’inchina a Washington e NATO, aggiungendo che la concorrenza capitalista degli Stati Uniti porterà inevitabilmente alla concorrenza imperialista e alla guerra. “Nella mia esperienza, limitata l’ammetto, c’è molta ingenuità sulla politica estera degli USA. Gli Stati Uniti sono di gran lunga la potenza più aggressiva e criminale nel mondo dalla Seconda guerra mondiale, continuando ad avere basi militari in oltre 100 Paesi e la più grande macchina militare del mondo. Non dobbiamo ingannarci. Alcun Paese costruisce un tale esercito senza intenzione di usarlo. Così si preparano per la prossima guerra“, ha detto a Sputnik il Professor Furr. “Il mio punto è questo: URSS e movimento comunista mondiale non hanno mai fatto nulla di lontanamente paragonabile a quello che capitalisti e imperialisti fecero nel secolo scorso e questo è inaccettabile (per i capitalisti). Devono dimostrare che il comunismo e Stalin furono peggiori e non migliori di ciò che capitalisti e imperialisti facevano. La menzogna è la sola strada“, ha concluso il Professor Grover Furr.STALIN_1385662fTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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