La verità sull’arsenale nucleare segreto d’Israele

Julian Borger, The Guardian, 15 gennaio 2014

Israele ha rubato segreti nucleari e produce di nascosto bombe atomiche dagli anni ’50. E i governi occidentali, tra cui di Gran Bretagna e Stati Uniti, chiudono un occhio. Ma come possiamo aspettarci che l’Iran freni le ambizioni nucleari se gli israeliani non si chiariranno?4146483624cia-israel-dimonaNelle profondità delle sabbie del deserto, uno Stato mediorientale assediato ha costruito bombe nucleari in segreto, utilizzando tecnologie e materiali forniti da potenze amiche o rubati da una rete di agenti clandestini. E’ roba da thriller e il tipo di narrazione spesso usata per caratterizzare i peggiori timori sul programma nucleare iraniano. In realtà, però, le intelligence di Stati Uniti e Regno Unito credono che Teheran non abbia deciso di costruire una bomba, e i programmi atomici dell’Iran sono continuamente monitorati internazionalmente. Il racconto esotico della bomba nascosta nel deserto è una storia vera però. Solo che riguarda un altro Paese. Con una straordinaria serie di sotterfugi, Israele è riuscito ad assemblare un arsenale nucleare clandestino stimato in 80 testate, pari a India e Pakistan, ed ha anche testato una bomba quasi mezzo secolo fa, con scarse proteste internazionali o alcuna consapevolezza pubblica di ciò che facesse. Nonostante il fatto che il programma nucleare d’Israele sia un segreto di Pulcinella grazie a un tecnico scontento, Mordechai Vanunu, che lo denunciò nel 1986, la posizione ufficiale d’Israele è come sempre mai confermarne o negarne l’esistenza. Quando l’ex-presidente della Knesset Avraham Burg ruppe il tabù nel dicembre 2013, dichiarando il possesso israeliano di armi nucleari e chimiche e descrivendo la politica ufficiale di non divulgazione come “obsoleta e infantile“, un gruppo di destra chiese formalmente che venisse indagato per tradimento. Nel frattempo, i governi occidentali hanno supportato la politica dell'”opacità”, evitando ogni menzione della questione. Nel 2009, quando una giornalista veterana di Washington, Helen Thomas, chiese a Barack Obama nel primo mese di presidenza se sapesse di un Paese del Medio Oriente con armi nucleari, schivò la trappola dicendo solo che non voleva “speculare”. I governi del Regno Unito hanno generalmente seguito l’esempio. Alla domanda alla Camera dei Lord nel novembre 2013 sulle armi nucleari israeliane, la baronessa Warsi rispose tangenzialmente, “Israele non ha dichiarato un programma di armi nucleari. Abbiamo regolari contatti con il governo d’Israele su una serie di questioni legate al nucleare“, disse la ministra. “Il governo d’Israele non ci suscita dubbi. L’incoraggiamo a far parte del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT)“. Ma attraverso le crepe di questo muro di pietra, sempre più dettagli continuano ad emergere di come Israele abbia costruito armi nucleari con tecnologia contrabbandata e rubacchiata. Il racconto fa da contrappunto alla storica lotta di oggi sulle ambizioni nucleari dell’Iran. Il parallelo non è esatto, Israele, a differenza dell’Iran non firmò fino il TNP del 1968 e non ha potuto violarlo. Ma quasi sicuramente viola un trattato che bandisce i test nucleari, così come innumerevoli leggi nazionali e internazionali che limitano il traffico di materiali e tecnologie nucleari.
pic12 L’elenco delle nazioni che segretamente hanno venduto ad Israele materiale e competenze per produrre testate nucleari, o che hanno chiuso un occhio sul loro furto, includono gli attivisti più fedeli alla lotta alla proliferazione: Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna e anche Norvegia. Nel frattempo, gli agenti israeliani accusati di acquistare materiale fissile e tecnologia entrarono in alcuni degli stabilimenti industriali più sensibili del mondo. Questa rete di spie audaci dal notevole successo, nota come Lakam, acronimo ebraico per Ufficio dei collegamenti scientifici, dal suono innocuo, includeva figuri coloriti come Arnon Milchan, miliardario produttore di Hollywood di successi come Pretty Woman, LA Confidential e 12 Anni Schiavo, che infine ammise il suo ruolo. “Sai cosa vuol dire essere un ventenne e il tuo Paese permetterti di essere James Bond? Wow! Azione! E’ stato emozionante“, ha detto in un documentario israeliano. La storia della vita di Milchan è colorita e abbastanza probabilmente oggetto di uno dei blockbuster che vendono. Nel documentario, Robert de Niro ricorda le discussioni sul ruolo di Milchan nell’acquisto illecito di inneschi per testate nucleari. “A un certo punto chiesi qualcosa a tale proposito, essendo amici, ma non in modo accusatorio. Volevo solo sapere“, dice De Niro, “Disse: sì l’ho fatto per il mio Paese, Israele“. Milchan non rifuggiva dall’usare le connessioni con Hollywood per facilitare la sua seconda carriera oscura. A un certo punto, ammette nel documentario, usò il richiamo di una visita dell’attore Richard Dreyfuss per avvicinare un alto scienziato nucleare degli Stati Uniti, Arthur Biehl, e farlo entrare nel consiglio di una delle sue aziende. Secondo la biografia di Milchan dei giornalisti israeliani Meir Doron e Joseph Gelman, fu assunto nel 1965 dall’attuale presidente israeliano Shimon Peres, che incontrò in una discoteca di Tel Aviv (chiamata Mandy, dal nome dalla padrona di casa e moglie del proprietario Mandy Rice-Davies, nota per il suo ruolo nello scandalo sessuale Profumo). Milchan, che guidava l’azienda di fertilizzanti di famiglia, non si volse mai indietro nel giocare un ruolo centrale nel programma di acquisizione clandestina d’Israele. Fu responsabile per la protezione vitale della tecnologia di arricchimento dell’uranio, fotografando progetti di centrifughe che un dirigente tedesco corrotto aveva temporaneamente “smarrito” in cucina. Gli stessi progetti, appartenenti al Consorzio di arricchimento dell’uranio europeo, URENCO, furono rubati una seconda volta da un impiegato pachistano, Abdul Qadir Khan, che li usò per fondare il programma di arricchimento del suo Paese e creare il contrabbando globale di materiale nucleare, vendendo progetti a Libia, Corea democratica e Iran. Perciò, le centrifughe d’Israele sono quasi identiche a quelle dell’Iran, una convergenza che permise ad Israele di provare un worm, nome in codice Stuxnet, sulle proprie centrifughe prima di scatenarle contro l’Iran nel 2010. Probabilmente l’exploit del Lakam fu ancora più audace di quelle di Khan. Nel 1968, fece scomparire un intero cargo di uranio dal centro del Mediterraneo, in ciò che divenne noto come l’affare Plumbat; gli israeliani usarono una società di copertura per comprare una partita di ossido di uranio, noto come yellowcake, ad Anversa. Lo yellowcake era nascosto in fusti etichettati “plumbat”, derivato del piombo, e caricato su una nave da carico noleggiata da una società liberiana fasulla. La vendita fu camuffata da transazione tra aziende tedesche ed italiane con l’aiuto di funzionari tedeschi, in cambio di un’offerta d’Israele per aiutare i tedeschi nella tecnologia delle centrifughe. Quando la nave, la Scheersberg A, era ancorata a Rotterdam, e l’intero equipaggio fu licenziato con il pretesto che la nave era stata venduta e un equipaggio israeliano lo sostituì. La nave navigò nel Mediterraneo dove, sotto scorta della marina israeliana, il carico fu trasferito su un’altra nave. Documenti declassificati di Stati Uniti e Regno Unito nel 2013 rivelarono un acquisto israeliano finora sconosciuto di circa 100 tonnellate di yellowcake dall’Argentina, nel 1963 o 1964, senza le garanzie tipicamente usate nelle operazioni nucleari per evitare che il materiale sia utilizzato per le armi. Israele ebbe poche remore nella far proliferare la tecnologia di armi e materiali nucleari, aiutando il regime dell’apartheid del Sud Africa a sviluppare la propria bomba negli anni ’70 in cambio di 600 tonnellate di yellowcake. Il reattore nucleare d’Israele richiedeva ossido di deuterio, noto anche come acqua pesante, per moderare la reazione fissile. Perciò Israele si rivolse a Norvegia e Gran Bretagna. Nel 1959, Israele comprò 20 tonnellate di acqua pesante che la Norvegia aveva venduto al Regno Unito, ma era un surplus per il programma nucleare inglese. Entrambi i governi sospettarono che il materiale sarebbe stato utilizzato per la fabbricazione di armi, ma decisero di guardare da un’altra parte. Nei documenti visionati dalla BBC nel 2005, i funzionari inglesi sostennero che sarebbe stato “eccesso di zelo” imporre misure di salvaguardia. Da parte sua, la Norvegia compì solo una visita d’ispezione, nel 1961.
pic3 Il programma di armi nucleari d’Israele non avrebbe mai potuto decollare senza l’enorme contributo dalla Francia. Paese che adottava la linea dura sulla proliferazione verso l’Iran ma contribuì a gettare le basi del programma di armamento nucleare israeliano, spinto dal senso di colpa per aver abbandonato Israele durante il conflitto di Suez del 1956, dalla simpatia degli scienziati franco-ebrei, dalla condivisione dell’intelligence sull’Algeria e dalla volontà di vendere competenze francesi all’estero. “C’era la tendenza a cercare di esportare e c’era un diffuso sostegno ad Israele“, dice André Finkelstein, ex-vice commissario del Commissariato per l’energia atomica francese e vicedirettore generale presso l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ad Avner Cohen, storico israelo-statunitense. Il primo reattore in Francia divenne critico nel 1948, ma la decisione di costruire armi nucleari sembra sia stata presa nel 1954, dopo che Pierre Mendès France compì il suo primo viaggio a Washington da presidente del consiglio dei ministri della caotica Quarta Repubblica. Sulla via del ritorno disse a un aiutante: “E’ esattamente come un incontro tra gangster Ognuno mette la pistola sul tavolo, se non hai la pistola sei nessuno, quindi dobbiamo avere un programma nucleare…” Mendès France diede l’ordine di avviare la costruzione di bombe nel dicembre 1954. E costruendosi l’arsenale, Parigi vendette assistenza e materiale ad altri aspiranti alle armi nucleari, non solo Israele. “Andammo avanti per molti, molti anni finché facemmo certe esportazioni stupide, come l’Iraq e l’impianto di ritrattamento in Pakistan, che era pazzesco“, ricordava Finkelstein in un’intervista che può ora essere letta in una serie di articoli di Cohen presso il think tank Wilson Center di Washington. “Siamo stati il Paese più irresponsabile sulla non proliferazione“. A Dimona giunsero ingegneri francesi per costruirvi un reattore nucleare e un impianto molto più segreto per il ritrattamento per separare il plutonio dal combustibile spento del reattore. Questa fu la vera porta del programma nucleare d’Israele che mirava a produrre armi. Alla fine degli anni ’50 vi erano 2500 cittadini francesi che vivevano a Dimona, trasformandolo da villaggio a città cosmopolita completa di licei francesi e strade piene di Renault, eppure l’intero sforzo proseguì sotto uno spesso velo di segretezza. Il giornalista investigativo statunitense Seymour Hersh scrisse nel suo libro “L’opzione Sansone”: “ai lavoratori francesi a Dimona era proibito scrivere direttamente a parenti e amici in Francia e altrove, se non inviando la posta a una casella postale falsa in America Latina“. Agli inglesi, tenuti fuori dal giro, fu detto varie volte che l’enorme cantiere era un istituto di ricerca sulla coltivazione del deserto e un impianto di trasformazione del manganese. Gli statunitensi, tenuti anche all’oscuro da Israele e Francia, inviarono gli aerei spia U2 su Dimona nel tentativo di scoprire cosa facessero. Gli israeliani ammisero di avere un reattore, ma insistettero che avesse scopi del tutto pacifici. Il combustibile esaurito veniva inviato in Francia per il ritrattamento, sostenevano, fornendo anche filmati di esso presumibilmente caricato a bordo mercantili francesi. Nel corso degli anni ’60 fu categoricamente negata l’esistenza dell’impianto di ritrattamento sotterraneo di Dimona che sfornava il plutonio per le bombe.
pic11Israele si rifiutò di tollerare le visite da parte dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA), così negli anni ’60 il presidente Kennedy chiese di accettare gli ispettori statunitensi. I fisici statunitensi furono inviati a Dimona, ma furono raggirati fin dall’inizio. Le visite non furono mai due volte l’anno come concordato con Kennedy e furono oggetto di rinvii ripetuti. I fisici inviati a Dimona non ebbero il permesso di portare la propria attrezzatura o di raccogliere campioni. L’ispettore capo statunitense, Floyd Culler, esperto di estrazione di plutonio, osservò nei suoi rapporti che vi erano pareti di recente intonacate e tinteggiate in uno degli edifici. Si scoprì che prima di ogni visita, gli israeliani costruirono falsi muri intorno agli ascensori che scendevano di sei livelli nell’impianto di ritrattamento sotterraneo. Mentre sempre più prove del programma di armi d’Israele emergevano, il ruolo degli Stati Uniti passò da vittima inconsapevole a complice riluttante. Nel 1968 il direttore della CIA Richard Helms disse al presidente Johnson che Israele aveva effettivamente costruito armi nucleari e che la sua aviazione aveva condotto sortite per esercitarsi a sganciarle. Il momento non avrebbe potuto essere peggiore. Il TNP, volto ad evitare che troppi geni nucleari sfuggissero dalle loro bottiglie, era appena stato redatto e se la notizia che uno dei Paesi apparentemente privi di armi nucleari l’aveva segretamente prodotte, sarebbe diventato lettera morta dato che molti Paesi, in particolare arabi, avrebbero rifiutato di firmare. La Casa Bianca di Johnson decise di non dire nulla, e la decisione venne formalizzata in una riunione del 1969 tra Richard Nixon e Golda Meir, in cui il presidente degli Stati Uniti accettò di non fare pressione su Israele nel firmare il TNP, mentre la prima ministra israeliana accettò che il suo Paese non avrebbe “introdotto” per primo le armi nucleari in Medio Oriente e di non fare nulla per renderne l’esistenza pubblica. Infatti, il coinvolgimento degli Stati Uniti andò ben oltre il mero silenzio. In una riunione nel 1976, solo recentemente di dominio pubblico, il vicedirettore della CIA Carl Duckett informò una dozzina di funzionari della Nuclear Regulatory Commission degli Stati Uniti che l’agenzia sospettava che il combustibile fissile delle bombe d’Israele fosse uranio rubato sotto il naso degli Stati Uniti da un impianto di trasformazione in Pennsylvania. Non solo una quantità allarmante di materiale fissile mancava dall’azienda, la Nuclear Materials and Equipment Corporation (NUMEC), ma fu visitata da agenti segreti israeliani, tra cui Rafael Eitan, descritto alla società come “chimico” del Ministero della Difesa israeliano, ma in realtà dirigente del Mossad a capo del Lakam. “Fu uno shock. Tutti rimasero a bocca aperta“, ricorda Victor Gilinsky, uno dei funzionari nucleari statunitensi informato da Duckett. “Fu uno dei casi più eclatanti di materiale nucleare deviato, le cui conseguenze sembravano così terribili agli interessati e agli Stati Uniti che nessuno voleva davvero scoprire cosa succedesse”. L’indagine fu accantonata e alcuna accusa avanzata.
prince-edward-islands-3 Pochi anni dopo, il 22 settembre 1979, un satellite degli Stati Uniti, il Vela 6911, rilevò il doppio flash tipico di un test di armi nucleari al largo delle coste del Sud Africa. Leonard Weiss, matematico ed esperto di proliferazione nucleare, lavorava come consulente del Senato all’epoca e dopo essere stato informato dai servizi segreti statunitensi sui laboratori di armi nucleari del Paese, si convinse che un test nucleare, in violazione del Trattato sulla limitazione dei test, ebbe luogo. Fu solo dopo che le amministrazioni Carter e Reagan tentarono di imbavagliarlo sull’incidente cercando di cancellarlo con una poco convincente indagine, che Weiss comprese che gli israeliani, piuttosto che i sudafricani, effettuarono la detonazione. “Mi fu detto che avrebbe creato un gravissimo problema di politica estera per gli Stati Uniti, se dicevo che si trattava di un test. Qualcuno aveva fatto qualcosa che gli Stati Uniti non volevano che nessuno sapesse”, dice Weiss. Fonti israeliane dissero ad Hersh che il flash notato dal satellite Vela era in realtà il terzo di una serie di test nucleari nell’Oceano Indiano che Israele aveva condotto in cooperazione con il Sudafrica. “Fu una cazzata“, gli disse una fonte. “C’era una tempesta e pensammo che avrebbe bloccato Vela, ma c’era un buco, una finestra, e Vela fu accecato dal flash“. La politica del silenzio degli Stati Uniti continua fino ad oggi, anche se Israele sembra continuare ad operare sul mercato nero del nucleare, anche se a volumi molto ridotti. In un documento sul commercio illegale di materiale e tecnologia nucleari pubblicato nell’ottobre 2014, l’Istituto per la Scienza e la Sicurezza Internazionale (ISIS) di Washington osserva: “Su pressione degli Stati Uniti negli anni ’80 e inizio anni ’90, Israele… decise di fermare in gran parte l’illegale approvvigionamento del proprio programma di armamento nucleare. Oggi, vi è la prova che Israele può ancora compiere occasionali acquisti illeciti, operazioni sotto copertura degli Stati Uniti e cause legali lo dimostrano“. Avner Cohen, autore di due libri sulla bomba d’Israele, ha detto che la politica di opacità di Israele e Washington continua in gran parte per inerzia. “A livello politico, nessuno vuole averci a che fare per paura di aprire un vaso di Pandora. Per molti versi è un peso per gli Stati Uniti, ma a Washington tutti fino da Obama non lo toccano per paura che possa compromettere la base dell’intesa israelo-statunitense“.
Nel mondo arabo e non solo vi è una crescente insofferenza sul distorto status quo nucleare. L’Egitto, in particolare, ha minacciato di uscire dal TNP a meno che non vi sia un passo verso la creazione di una zona denuclearizzata in Medio Oriente. Le potenze occidentali hanno promesso d’indire una conferenza sulla proposta nel 2012, ma se ne uscirono, soprattutto su ordine degli Stati Uniti, riducendo la pressione su Israele a partecipare e dichiarare il proprio arsenale nucleare. “In qualche modo il kabuki va avanti“, dice Weiss. “Se si ammette che Israele possiede armi nucleari almeno si può avere una discussione onesta. Mi sembra che sia molto difficile una risoluzione della questione iraniana, senza essere onesti su questo“.

Arnon Milchan, al centro

Arnon Milchan, al centro

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Quando l’Aeronautica Sovietica sconfisse la Luftwaffe

Alexander Vershinin, RIR, 15 luglio 2016

All’inizio della guerra di Hitler sul fronte orientale, nel 1941, l’Aeronautica sovietica subì la peggiore sconfitta nella storia. Il disastro evidenziò carenze strutturali nella forza aerea sovietica, e vi vollero diversi anni e un grande sforzo per eliminarle.19-Покрышкин-самолет-звездочки

041-01-01Quando le armate naziste tedesche avanzarono in Unione Sovietica nel 1941, sostenute da un travolgente supporto aereo, divenne vitale per l’URSS seguire la Luftwaffe tecnologicamente. Questo, tuttavia, fu tutt’altro che un compito facile. Nel 1942, dopo le sconfitte inflitte nella prima fase della guerra, gli ingegneri sovietici modernizzarono gli aerei dell’Aeronautica dell’Armata Rossa. Furono fatti tentativi per risolvere il problema tecnico fondamentale dell’Aeronautica Sovietica: la minor resa dei motori. Apparvero in un primo momento un successo. Gli ‘yak’ sovietici erano paragonabili ai caccia tedeschi per velocità. Tuttavia, le prime battaglie nei cieli di Stalingrado dimostrarono che era troppo presto per festeggiare. I nuovi caccia tedeschi ancora una volta superarono quelli sovietici. Gli ultimi modelli di Messerschmitt quasi ripeterono la situazione del 1941. Tale ritardo nella tecnologia poté essere compensato solo dalla predominanza numerica. Secondo le stime degli specialisti sovietici, due aerei sovietici erano necessari per ogni aereo tedesco. La risposta fu un drammatico aumento nella produzione dwi caccia, anche a scapito di altri tipi di aerei militari, come aerei d’attacco e bombardieri. Nel frattempo, il lavoro continuò nel perfezionare i modelli validi già in servizio. Tuttavia, fu possibile risolvere completamente il problema solo costruendo nuovi aerei dal terzo anno di guerra. Non solo i caccia Jak-3 e La-7 da combattimento tenevano, ma in realtà superavano gli aerei tedeschi. Il processo di aggiornamento non fu facile: i difetti strutturali rimasero portando a un tasso di incidenti elevato. Verso la fine della guerra, oltre il 15 per cento della flotta aerea sovietica veniva indicato guasto. Tuttavia, attraverso tentativi ed errori, i problemi che afflissero l’Aeronautica dell’Armata Rossa, rendendola inferiore alla Luftwaffe, furono risolti.

Dalla quantità alla qualità
Di regola, la mera superiorità numerica nella battaglie aeree non porta alla vittoria. E’ difficile in volo schiacciare gli avversari con il numero. In caso di differenza di qualità tra forze aeree nemiche, un più moderno e manovrabile aereo da caccia, manovrando può facilmente distruggere più aerei in una sola battaglia. Ciò spiega come la forza aerea sovietica, nonostante la superiorità numerica nella maggior parte delle grandi battaglie della seconda guerra mondiale, subì spesso sconfitte. Il comando sovietico lo riconobbe rapidamente e mise a punto un modo per uscire da questo vicolo cieco. L’amministrazione dell’Aeronautica fu riorganizzata. Gli aerei furono assegnati a squadroni distinti, collegati a terra ai Fronti ed Armate corrispondenti. L’Aeronautica migliorò la cooperazione con le unità a terra compiendo operazioni congiunte. Allo stesso tempo, il contatto radio tra squadre e singoli aerei fu sviluppato. In precedenza, i piloti dovevano accordarsi a terra sul coordinamento in combattimento. In aria era quasi sempre necessario improvvisare e rompere le formazioni tattiche. I piloti tedeschi si orientavano rapidamente col contatto radio. Dal 1942-1943 in poi, i piloti sovietici cominciarono a fare lo stesso, e non ci volle molto prima che i risultati si vedessero. Le perdite della Luftwaffe in estate e autunno 1942 superarono i 7000 velivoli, oltre il 70 per cento di tutte le perdite totali a quel momento.originalConquista dei cieli
Le battaglie del 1942-1943 nei cieli della regione del Volga e di Kursk ebbero successi variabili per l’Aeronautica sovietica. Un difficile processo di sviluppo delle tecniche di combattimento aereo era in corso, regolando comunicazione e collaborazione negli squadroni. I tecnici aiutarono in modo che entro il 1943 gli aerei cominciassero ad essere dotati di nuove radio, che fungevano anche da radar. L’industria aeronautica raggiunse i massimi livelli di produttività. Il numero di motori prodotti superò le perdite in combattimento di tre volte. Nel 1944, la superiorità dell’Aeronautica militare sovietica divenne schiacciante, costringendo i tedeschi a prendere misure disperate riducendo la flotta di bombardieri e rafforzando le squadriglie dei caccia, invece. Gli Alleati diedero un notevole sostegno all’Aeronautica sovietica inviando aerei da combattimento statunitensi e inglesi attraverso il programma Lend-Lease, pari al 13 per cento del totale die velivoli fabbricati in Unione Sovietica, tra cui i noti AirCobra e KingCobra. Fu con un AirCobra che il celebre pilota sovietico Aleksandr Pokryshkin volò abbattendo 65 aerei tedeschi. L’intensità del lavoro e del sostegno degli alleati fu pienamente ripagato: verso la fine del 1944, la supremazia dell’Aeronautica dell’Armata Rossa era completa, gettando le fondamenta per la creazione di una tra le più avanzate forze aeree del mondo.samolet-bell-p-39q-airacobraTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Pensiero e storia di Subhas Chandra Bose

Subhas Chandra Bose, il nazionalista progressista che scelse l’Asse. Pensiero e storia di un leader controverso
Luca Baldelli
netaji-new-759Tra le figure più controverse del ‘900, un posto di rilevo spetta senz’altro a Subhas Chandra Bose, Padre (discusso e finanche rinnegato) dell’India indipendente, assieme a Jawaharlal Nehru (1889–1964) e al Mahatma Gandhi (1869–1948). Il nome di Bose ha subito una vera e propria damnatio memoriae, a causa del suo intransigente anticolonialismo che, diretto contro la Gran Bretagna imperialista e depredatrice dell’India e non solo, non esitò a cercare sponde nelle potenze fasciste, strumentalmente interessate a rovesciare il predominio di Albione in aree nevralgiche del pianeta. Se questa macchia resta, indelebile, sulla biografia del personaggio e sulla sua immagine, distinguendolo da Nehru, rigorosamente antifascista, è altrettanto vero che sarebbe ingiusto, storiograficamente assurdo, disconoscere il ruolo di Subhas Chandra Bose nella costruzione di una moderna autocoscienza nazionale indiana, nell’avvio di un possente movimento anticolonialista e antimperialista e, infine, nella fondazione della moderna India libera ed indipendente.
Subhas-Bose-AFPNato il 23 gennaio del 1897 nel Bengala, crogiolo di spiriti rivoluzionari, progressisti e nazionalisti, nonché territorio indipendente fino al 1757, data della Battaglia di Plassey, Bose è il nono nato in una famiglia di ben quattordici figli. Il padre, Janakinath Bose (1860–1934) è un avvocato di grido, vicino al movimento nazionale per l’indipendenza. Cresciuto in un ambiente fieramente nazionalista, Subhas riceve la sua istruzione negli Istituti gestiti dai religiosi protestanti di matrice battista. Espulso per aver aggredito un docente razzista, il giovane passa allo “Scottish Church College”, presso l’Università di Calcutta, dove inizia a studiare filosofia. Nel 1919, Subhas si trasferisce a Londra, per poi tornare nel 1921 nel Paese natio. Il suo animo focoso, ostile a qualsiasi sopruso, si manifesta in maniera ancora più evidente durante il suo mandato da Presidente dell’“All India Youth Congress” (Congresso giovanile pan–indiano) e da Segretario del “Bengal State Congress” (Congresso dello Stato del Bengala). Entrato in contatto con il nazionalista Chittaranjan Das (1869–1925), sindaco di Calcutta, Subhas ne diventa il braccio destro e nel 1925 viene arrestato in una retata di elementi anticolonialisti. Rinchiuso nel carcere di Mandalay, vi contrae la tubercolosi. Due anni dopo, liberato dalle sbarre, Bose riprende con fervore la militanza anticolonialista, facendo il suo ingresso nell’entourage di Jawaharlal Nehru e diventando un elemento di punta, riconosciuto e stimato, del Congresso Nazionale Indiano, prima formazione nazionalista indiana, fondata nell’anno 1885. Perseguitato più volte, arrestato e imprigionato per aver praticato la disobbedienza civile, sulle orme di Gandhi, Bose non si arrende mai, non demorde, non si fa intimidire e, il 22 agosto del 1930, viene eletto, a coronamento di un periodo giovanile intenso e burrascoso, Sindaco di Calcutta. Il suo astro brilla ormai di luce propria, non più di quella riflessa di altri leader e di altre personalità in vista. La sua tenacia nella lotta anticolonialista, la sua preparazione, il suo decisionismo, sono ammirati da sempre più persone. Negli anni ’30, Bose non si dedica solo alla sua comunità e alla causa della sua Nazione: egli gira pure l’Europa, in una serie di viaggi molto istruttivi, studiando a fondo i movimenti comunista e fascista, dai quali ricava, come vedremo, insegnamenti fondamentali per la sua vita e la sua militanza. La Gran Bretagna lo pone ormai nel mirino, come uno dei capi più pericolosi e insidiosi.
Il peso di Bose all’interno del Congresso Nazionale Indiano cresce costantemente; egli è ormai il Netaji, ossia “il venerabile”. Londra continua ad adoperare nei suoi riguardi, affinandola, la strategia del bastone e della carota, come risulta evidente nel caso dell’opera “The Indian Struggle” (La lotta indiana), pubblicata da Bose in due parti tra il 1935 e il 1942. La prima parte (la seconda uscirà in Italia), scritta a Vienna con il supporto della sua compagna Emilie Schenkl (1910–1996), viene pubblicata a Londra da Lawrence & Wishart nel 1935, ma messa al bando in India, dove potrebbe sicuramente generare fermenti, per volontà di Sir Samuel Hoare, Segretario di Stato britannico per l’India e poi Segretario di Stato per gli Affari Esteri. Il testo è un vero e proprio manifesto programmatico, articolato sul ritmo della narrazione storica delle vicende indiane, che offre tutte le sfaccettature della personalità e del pensiero del Netaji. In esso, la critica è particolarmente acuta nei riguardi di Gandhi, del suo rifiuto verso ogni azione decisa, energica, violenta, contro il dominio britannico. Se all’inizio il Mahatma era stato un faro per tutti i patrioti indiani, il loro punto di riferimento principale, la guida politica e spirituale, ora il suo attendismo, la sua nonviolenza assurta a dogma, lo rendono, di fatto, un uomo d’ordine, un personaggio gradito ai colonialisti, che ne avvertono il carattere pressoché innocuo. Per Bose, Gandhi è diventato “il miglior poliziotto dei Britisher (parola dispregiativa per indicare gli Inglesi, ndr )”. In un articolo pubblicato a Calcutta, Bose si riferisce ad una conversazione avuta con Romain Rolland, intellettuale di prestigio che, animato da sincero spirito fraterno, internazionalista e militante, cercava di tenere unite tutte le anime dell’anticolonialismo indiano: “Egli (Rolland, ndr) potrebbe essere dispiaciuto del fallimento della Satyagraha (la pratica della resistenza passiva nonviolenta di Gandhi, ndr), ma se così stanno le cose, l’impietosa realtà dovrebbe essere affrontata ed egli (Rolland, ndr) potrebbe allora gradire il fatto che il movimento sia condotto lungo altre direttrici”. Chiarezza e limpidezza di un pensiero già manifestatosi, d’altro canto, a partire dal 1931, quando Bose aveva criticato le Round Table Conferences (Conferenze della Tavola Rotonda), intavolate dal Governo britannico con la partecipazione di Gandhi e di altri esponenti indiani di tutte le religioni.

Gandhi e Bose nel 1938

Gandhi e Bose nel 1938

Per la rinascita della Nazione indiana, la sua vera indipendenza e sovranità, secondo Bose occorre una sintesi fra socialismo marxista e corporativismo fascista, accanto a metodi che, per raggiungere l’obiettivo dell’abbattimento del potere coloniale, non escludano la violenza contro i dominatori. Un sincretismo ideologico in chiave autoctona, originale e ardito, che Bose chiama Samyavada, parola indiana traducibile, approssimativamente, con “sintesi”. Il riferimento al corporativismo, corroborato dai viaggi e dalle frequentazioni del Netaji in Europa, è uno degli elementi che ha offerto buon gioco a chi, in malafede o con superficialità, ha pensato di liquidare il leader indiano, affibbiando ad esso l’etichetta di fascista, in una delegittimazione completa, radicale, della sua opera. In realtà, proprio quel riferimento, inserito nel contesto di un sincretismo ideologico assolutamente genuino e innovativo (al di là di ogni giudizio di merito), dimostra la complessità del pensiero di Bose e la sua irriducibilità a categorie storiografiche valide in altri contesti. La Samyavada, la sintesi delle ideologie e delle dottrine è, secondo Bose, la risorsa che sola può garantire, assieme al rispetto di tutti i popoli, le culture e le fedi del Subcontinente indiano, nella loro caleidoscopica diversità, la formazione di un “edificio nazionale” solido, stabile e prospero. “Nonostante l’asserita antitesi fra comunismo e fascismo, scrive Bose in “The Indian Struggle”, vi sono alcuni tratti in comune. Sia il comunismo che il fascismo credono nella supremazia dello Stato sull’individuo. Entrambi rifiutano la democrazia parlamentare. (…) Entrambi credono in una riorganizzazione pianificata dell’industria”. Non c’è alcun amore sviscerato per il “totalitarismo” (concetto sul quale bisognerebbe ampiamente discutere, tra l’altro…). Anzi, ad un’analisi attenta, rigorosa e priva di preconcetti dell’opera di Bose, emerge, in maniera lampante, il rifiuto di ogni ordine che neghi la libertà individuale e le prerogative del singolo. Esse sono beni preziosi, da non schiacciare, ma da ricondurre, armonizzandoli nel corpo sociale, all’interesse generale superiore, quello di uno Stato forte, autorevole e rispettato, retto da una struttura federale virtuosa, adatta alla complessità del quadro storico, sociale e demografico, che esalti il contributo delle comunità dal basso, impedendo al contempo spinte centrifughe rovinose per tutti. Bose, quindi, nel momento in cui ripercorre le tappe storiche dell’India, con l’occhio lucido di chi fa tesoro del passato per programmare il presente, si preoccupa anche di delineare i caratteri del futuro Stato sovrano, liberato dal dominio coloniale. La struttura politico–sociale dell’India indipendente dovrà essere retta sulle comunità di villaggio, sul loro potere d’iniziativa, con un ruolo fondamentale affidato ai panchayats, ovvero alle assemblee dei villaggi, nelle quali gli anziani avevano la preminenza. L’autorità centrale dovrà impedire ai particolarismi di prendere il sopravvento, garantendo l’unità nazionale, conquistata col sacrificio e l’abnegazione. Non solo: dovranno essere rimosse tutte le barriere castali, anacronistiche forme di oppressione e di oscurantismo. Una vasta e radicale riforma agraria dovrà beneficiare le masse contadine oppresse, mentre il credito dovrà essere controllato dallo Stato e orientato verso i bisogni del Paese, non più verso i capricci delle oligarchie. In tutti questi enunciati, come si può vedere, brilla la luce del più vivo e moderno progressismo, fatto incontrovertibile che già di per sé demolisce la meccanica e fuorviante assimilazione di Bose al fascismo corporativo. L’adesione del leader nazionalista indiano ai principi democratici è, però, ancora più chiara e netta in altri suoi scritti.
1417417962_netaji-subhas-chandra-boseIl 18 luglio del 1915, scrivendo all’amico Hemanta Kumar Sarkar, Bose afferma: “Nessuno può davvero vantare il diritto di interferire in qualsivoglia filosofia individuale di vita e di predicare contro di essa, ma (…) la base di quella filosofia deve essere sincera e autentica come la teoria di Spencer (Herbert Spencer, filosofo inglese progressista, ndr): ‘Egli (l’uomo, ndr) è libero di pensare ed agire fintantoché i suoi pensieri e le sue azioni non confliggano con le analoghe libertà di altri individui‘”. L’individuo, nella filosofia di Bose, non può mai essere schiacciato dallo Stato! La forma statale da eletta a modello non è autoritaria in senso verticale, come abbiamo visto, ma in quanto, con la sua autorevolezza e con i suoi strumenti di governo, evita al debole di essere schiacciato ed al potente di prevalere, in un‘illusoria e beffarda “libertà” somigliante alla lotta della gallina e della volpe nel pollaio. Il potere statale è contrappeso necessario alle spinte localistiche e particolaristiche e, in quanto tale, valorizza le comunità e gli individui al massimo, consentendo la loro libera espressione in un quadro unitario fondato sulla giustizia e l’eguaglianza. La struttura statale “funzionerà, sostiene e promette Bose, come un organo, ovvero al servizio delle masse”, senza mai prevaricare la collettività. Un’altra solenne testimonianza di questo carattere del pensiero di Bose, conflittuale con la dottrina nazionalsocialista e con il suo nazionalismo fanatico e gretto, è contenuta in una lettera inviata nel marzo del 1936 al Dr. Thierfelder della Deutsche Academie: “Mi dispiace dover ritornare in India con la convinzione che il nuovo nazionalismo della Germania è non solo ristretto e autoreferenziale, ma anche arrogante”. Nel 1938, sempre più famoso e stimato per il coraggio, il naturale carisma e la profondità dell’elaborazione politico–filosofica, Bose viene scelto come Presidente del Congresso Nazionale Indiano. Non ha, fin dal primo momento, vita facile. Gandhi, nonostante l’impegno di Bose per una conduzione unitaria, a prescindere dalle divergenze ideologiche, strategiche e tattiche, si pone alla testa di una fronda che, in breve tempo, costringe Subhas a lasciare la sua importante postazione. Indomito, egli fonda allora l’All India Forward Bloc (Blocco d’Avanguardia Pan–Indiano), con una piattaforma intransigentemente nazionalista e progressista. Per raggiungere i suoi scopi, che sono quelli di milioni e milioni di connazionali, Bose, con buona pace di certa storiografia faziosa e approssimativa, non chiude le porte alle formazioni progressiste e di sinistra europee, britanniche in particolare. Intesse relazioni con i principali leader laburisti, si incontra o scambia giudizi e pareri con Attlee, Lansbury, Murray e altri ancora. A chiudere le porte del tutto, senza appello, a Bose sono i conservatori, al potere in Gran Bretagna con Neville Chamberlain, Primo Ministro, assistito da un pezzo da novanta come Lord Halifax, già Vicerè dell’India e ora Ministro degli Esteri. I tories si oppongono ad ogni sia pur minima concessione nei riguardi delle rivendicazioni indiane, e manterranno questo atteggiamento anche col cambio della guardia e l’avvento, nel 1940, di Sir Winston Churchill come Primo Ministro. Tale condotta, sprezzante e storicamente anacronistica, miope, finirà col radicalizzare ancora di più settori nazionalisti come quello guidato da Bose, spingendoli definitivamente a far causa comune con l’Asse, con le potenze fasciste, viste, nell’ottica dei colonizzati, al di là di ogni giudizio di merito, come le uniche speranze per un rovesciamento del dominio imperialista britannico. Bose, invero, spera molto anche nell’URSS, anzi la difende a spada tratta. Invero, sia detto a mò di inciso, senza l’esempio di resistenza, orgoglio, e infine vittoria, offerto dall’eroica Unione Sovietica, senza il peso conquistato da questo immenso Paese dopo la fine della Seconda guerra mondiale, mai sarebbe stato possibile, per l’India, trovare una sponda nella sinistra laburista britannica e conseguire l’indipendenza. Ad ogni buon conto, nel 1939, al momento dello scoppio del secondo conflitto mondiale, Bose e i suoi seguaci sono fermamente determinati a portare avanti una lotta che si preannuncia carica di speranze.
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERANel corso della Conferenza di Nagpur del 20–22 giugno 1940, prima assise ufficiale nazionale del Blocco d’Avanguardia Pan–Indiano, i delegati ribadiscono il carattere socialista e progressista della formazione, assieme all’appello alla lotta senza mediazioni contro il colonialismo britannico, in nome dello slogan “tutto il potere al popolo indiano!”. Avendo optato per la costituzione di un Partito distinto dal Congresso Nazionale Indiano, Subhas Chandra Bose viene eletto Presidente e H.V. Kamath scelto come Segretario generale. Nello stesso periodo, il Partito Comunista Indiano, interpretando il sentimento più vivo e profondo delle masse popolari, in un suo documento condanna il nazifascismo aggressore, ma attacca frontalmente anche l’imperialismo britannico, che cerca in ogni modo di spingere l’aggressività nazifascista contro l’URSS. E’ una posizione saggia, equilibrata e coraggiosa, alla quale Bose avrebbe potuto unirsi, rafforzando il fronte progressista, che comprende anche il grande Nehru, rigorosamente antifascista ma non disposto a far sconti al dominio inglese, nemmeno con la scusa della guerra. Invece, nell’attaccare l’imperialismo britannico, nel lanciare strali più che giusti verso i conservatori indù della formazione Hindu Mahasabha e i liberali, proni ai voleri di Londra, Bose e i suoi seguaci esprimono ormai una chiara, irreversibile opzione per le potenze dell’Asse. La repressione britannica, pesante, spietata, sbatte in carcere altri patrioti, gettando ulteriore benzina sul fuoco. Nel luglio del 1940, Bose viene imprigionato a Calcutta. Nel gennaio del 1941 riesce a sottrarsi alla morsa della detenzione e intraprende clandestinamente un viaggio che, a partire dall’Afghanistan, passando per l’URSS, lo condurrà in Germania. L’Ambasciata italiana di Kabul gli mette a disposizione un passaporto falso, a nome Orlando Mazzotta. In Germania, Bose perora subito la causa di una Legione indiana da impiegare sui fronti di guerra, per la liberazione dell’India, e da contrapporre al British Indian Army, l’esercito indiano inquadrato nel dispositivo difensivo britannico, rimasto fedele a Londra ma percorso in profondità da fermenti anticolonialisti, che divamperanno con la fine del conflitto. Hitler e Rommel ironizzano sulle richieste di Bose, irridendo al suo entusiasmo patriottico. Il leader nazionalista non si scoraggia e pian piano persuade Berlino ad avallare la formazione di una Legione Indiana autonoma. Non solo: fonda pure l’Azad Hind Radio (Radio dell’India Libera), che trasmette da Berlino (si sposterà poi a Singapore, infine a Rangoon) nelle lingue inglese, indi, tamil, bengali, marathi, punjabi, pashtu e urdu. Intanto, nel Sud-Est asiatico, i patrioti indiani non stanno fermi e, desiderosi di ottenere l’indipendenza con l’appoggio del Giappone, potenza che ha messo al centro dei suoi programmi la cacciata di ogni avamposto coloniale europeo dall’Asia, nel 1942, sotto la guida di Mohan Singh (1909–1989), militare in vista, fondano l’Azad Hind Fauj (Esercito dell’India libera, letteralmente). Vi affluiscono, in larga misura, indiani del British Indian Army fatti prigionieri. A causa di disguidi con il Giappone, quest’armata sarà sul punto di sbriciolarsi irreversibilmente, poco dopo la sua fondazione, ma ecco che dalla Germania, nel 1943, fa ritorno Subhas Chandra Bose. Egli rimette in piedi l’Esercito, ne moltiplica le adesioni (che arriveranno fino a 50000 unità) e lo fa schierare su nevralgici teatri di guerra, con un’indipendenza mai avuta prima dai giapponesi e, tratto saliente che conferma il pensiero del Netaji, senza alcuna preclusione verso appartenenti a religioni differenti, dato significativo nel contesto indiano, se si pensa alle manovre imperialiste britanniche volte costantemente a mettere l’uno contro l’altro indù e musulmani. L’armata diventa il braccio operativo del “Governo provvisorio dell’India libera” (Arzi Hukumat e–Azad Hind), proclamato da Bose a Singapore nell’ottobre del 1943. L’Azad Hind Fauj partecipa quindi all’offensiva su Manipur in India (nome in codice U–go), che si conclude con la sconfitta dei giapponesi e dell’Esercito di Bose ad opera dei britannici, e combatte fino alla fine l’avanzata alleata in Birmania. Stremato dalla fame, decimato dagli Alleati, l’Esercito dell’India Libera si disperde in una ritirata rocambolesca e tremenda, con Bose che si rifiuta di lasciare i suoi soldati al loro destino. Convinto dai collaboratori a non consegnarsi ai britannici, Bose parte con un velivolo giapponese alla volta della Cina occupata, nella speranza di stabilire un contatto con i sovietici, ma la sua vicenda finisce nei cieli di Taiwan: qui l’aereo perde quota e precipita, con la morte del leader nazionalista come esito. E’ il 18 agosto del 1945. Il 2 settembre, il Giappone firmerà la resa. Ancora oggi sono molti gli interrogativi e i dubbi su quella fine, che certo nasconde molto più di quanto non abbiano rivelato le versioni ufficiali.

Bose ed Himmler

Bose ed Himmler

Ad ogni modo, la fine di Bose rappresenta, in quell’estate del 1945, il tragico, irreversibile tramonto di una figura controversa, ricca, complessa. Nonostante la scelta di parteggiare per l’Asse, unendo il proprio nome e quello dei suoi uomini a quello del feroce espansionismo hitleriano e del non meno ferale imperialismo nipponico, Bose resta un personaggio cardine nella storia del movimento anticolonialista indiano, alla pari di Nehru e Gandhi. Il suo pensiero socialista, innovatore, progressista resta, al netto delle scelte compiute sul terreno delle alleanze internazionali, un corpus da valutare con attenzione e riscoprire.Subhas Chandra BoseRiferimenti bibliografici:
Subhas Chandra Bose: “The Indian Struggle” (Oxford India Paperbacks, Oxford University press, 1998)
Accademia delle Scienze dell’URSS: “Storia Universale”, voll. 9 e 10 (Teti Editore, 1975).
Anton Pelinka: “Democracy Indian Style” ( Transaction Publishers, 2003).
R. C. Roy: “Social, Economic and Political Philosophy of Netaji Subhas Chandra Bose

La verità dimenticata di Lenin

Ilija Belus, Cont, 1 luglio 2016 – Fort Russ

s640x480Chi aveva bisogno dell’esecuzione della famiglia reale? Chi rovesciò lo Zar? Chi distrusse l’esercito russo? L’attuale generazione cresciuta sui libri di George Soros e Igor Chubais ha già dimenticato la verità su questi eventi. Cercherò di spiegare molto brevemente, succintamente e puntualmente.
1. L’interesse dell’Impero russo alla prima guerra mondiale consisteva nella soluzione della questione orientale, il controllo dello stretto del Bosforo e dei Dardanelli, vecchie esigenze geopolitiche del nostro Paese.
2. Regno Unito e Francia promisero all’impero russo di risolvere il problema del fronte orientale (contro Germania e Austria-Ungheria).
3. La Russia assolse al ruolo alleato, e il Regno Unito si rese conto che la sua promessa doveva essere mantenuta e che i “servizi” della Russia non erano più necessari.
4. Il Regno Unito decise di ritirare la Russia dalla guerra, incitando artificialmente il caos a Pietrogrado (San Pietroburgo) e di conseguenza, dopo una settimana l’autocrazia cadde come un castello di carte.
5. La quinta colonna nella Duma di Stato, composta da oligarchi e intellettuali, si alleò con il Regno Unito ed attuò la rivoluzione borghese di febbraio costringendo Nicola a firmare l’abdicazione. La rivoluzione borghese di febbraio può essere paragonata ad euromaidan. Guchkov, borghese come l’oligarca Poroshenko, e Shulgin, avvocato fondatore delle guardie bianche, secondo la terminologia moderna, rappresentavano la classe creativa. La vittoria più importante della CIA nella guerra dell’informazione è che milioni di persone oggi non distinguono la rivoluzione borghese di febbraio con la rivoluzione popolare di ottobre. Pensano che Lenin abbia arrestato lo zar personalmente. Possono mostraci questa foto? No, perché i bolscevichi tornarono in Russia solo 2 mesi dopo.
6. Il 6 aprile 1917, gli Stati Uniti presero il posto della Russia nell’Intesa.
7. Il consiglio menscevico di San Pietroburgo, su pressione del governo provvisorio, firmò il decreto n° 1 che introduceva l’elezione democratica di ufficiali e la subordinazione ai comitati dei soldati. Così la quinta colonna distrusse l’esercito russo.
8. Dopo la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, Lenin fu costretto a concludere con urgenza la pace perché non c’era nessuno e niente per combatterla. Insistette sull’uscita di tutte le parti dalla guerra senza annessioni.
9. Non fu un bene per l’Intesa, che vinceva. Fu costretta a negoziare con la Germania separatamente dalla Russia. Così si ebbe il trattato di pace di Brest.
10. L’Intesa impedì l’instaurazione della pace. Il 6 luglio 1918, il socialrivoluzionario Bljumkin uccise l’ambasciatore tedesco Mirbach.
11. Aleksandra Feodorovna e le figlie erano principesse tedesche, e ucciderle fu utile per il Regno Unito, deteriorando le relazioni tra Russia e Germania.
12. Secondo la testimonianza dei tre operatori telegrafici dell’ufficio postale di Ekaterinburg, Lenin, in una conversazione diretta con Berzin, ordinò “a scapito della vita, proteggete tutta la famiglia reale ed impedite qualsiasi violenza nei loro confronti”.
13. Per attenuare la dura reazione all’omicidio dell’ambasciatore Mirbach, la possibilità d’inviare uno o più membri della famiglia reale in Germania non fu esclusa.
14. Dal maggio 1918, l’intero Paese dagli Urali a Vladivostok non era più controllato dalla dirigenza bolscevica da Mosca. E fu così fino al 1922. Questa zona era governata da anarchici separatisti contrari allo zar e a Lenin.
15. I leader degli Urali avevano la propria posizione sulla famiglia reale. Il Presidio del Consiglio regionale degli Urali era pronto a sterminare i Romanov già nell’aprile 1918, durante il trasferimento da Tobolsk a Ekaterinburg.
16. La decisione sull’esecuzione dei Romanov fu del comitato esecutivo del Consiglio regionale degli Urali, mentre la leadership centrale sovietica ne fu informata solo dopo l’esecuzione.
17. Né Lenin né Sverdlov ebbero alcuna relazione coll’esecuzione dello Zar.
Questi sono i contenuti dei documenti storici. Questi sono i fatti. Tutto il resto è sciocchezza liberale statunitense.1446851885_5Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Patto Molotov–Ribbentropp. Vero patto, finti protocolli

Luca Baldellipakt-5bd5c784f2271f387f8586743659f790Chi non ha mai sentito ripetere, quasi ossessivamente, che URSS e Germania nel 1939 si spartirono la Polonia in barba ad ogni conflittualità ideologica fra comunismo e nazismo? Chi non ha mai sentito le trombe della propaganda anglofila, reazionaria e clericale ripetere che Stalin e Hitler, in quell’estate che segnò il principiare della guerra, fecero della “povera” Polonia una torta sacrificale, tagliata in succulenti pezzi tutti destinati alle mense moscovita e berlinese, con qualche briciola a guarnire i corredi slovacchi? Ebbene, gran parte di quel che avete sentito e letto in proposito è da archiviare nel già ricco archivio delle falsificazioni storiografiche. URSS e Germania non furono mai alleate, né tanto meno complici. Hitler, nel “Mein Kampf”, aveva messo nero su bianco quello che doveva essere il destino dei popoli dell’Est e degli spazi da essi occupati: dovevano diventare terreni di conquista per le armate neoteutoniche, fregiatesi con piglio usurpatorio dell’antico simbolo della svastica, ridotto a emblema di terrore, morte e di un imperialismo tra i più feroci mai visti. L’URSS, con le sue pianure sconfinate, traboccanti di grano e colture agricole, con le sue immense risorse minerarie, rigurgitanti dal ventre della terra, doveva diventare il Lebensraum (“spazio vitale”) della razza “ariana”, la preda del Drang nach Osten (“Spinta verso Est”), obiettivo fissato dalla geopolitica germanica, sia pure non sempre con modalità univoche, fin dal XIX secolo almeno. In particolare, la fertile Ucraina era il boccone al centro degli appetiti nazisti, sapientemente incoraggiati e nutriti dai monopoli tedeschi. Stalin sapeva tutto ciò, naturalmente, e per questo si preoccupò da un lato di potenziare l’apparato difensivo dell’URSS, facendolo assurgere al più alto livello, dall’altro di rafforzare il patrimonio produttivo della Nazione, l’industria in particolare, favorendo, attraverso la pianificazione centralizzata e allo stesso tempo partecipata dal basso, un balzo in avanti degli indici di crescita come mai si era visto nella storia non solo della vecchia Rus’, ma del mondo moderno in generale. La minaccia nazista andava parata e respinta in ogni modo, specie davanti alle sue chiare, aperte collusioni con le Nazioni borghesi, fatto questo che in molti, in troppi, hanno dimenticato. Basta ripercorre alcune date per comprendere l’accerchiamento che, da parte del mondo capitalista, e non solo della Germania, si cercò di attuare ai danni dell’URSS.
1343126186_06 E’ il 26 gennaio del 1934 quando Hitler sottoscrive con il dittatore fascista polacco Pilsudski l’Accordo polacco–tedesco “sulla soluzione pacifica delle vertenze”, che diventerà un paravento per coprire le trame antisovietiche; anche la Polonia, infatti, che ipocritamente rinnoverà un analogo patto con Mosca appena quattro mesi dopo, nutre appetiti espansionistici verso l’URSS. Quale migliore viatico, per dar loro concreto corso, di un’alleanza con il Satana di Berlino fieramente antislavo? La Polonia, in mano a un regime reazionario e antioperaio, sarà la principale causa scatenante del Secondo conflitto mondiale, con la sua inamovibile volontà di ostacolare qualsiasi efficace strategia difensiva antifascista, concertata tra URSS e governi occidentali. Intanto, dal 1934 al 1939, regimi reazionari si affermano e si consolidano in Europa centrale ed orientale, come un cordone sanitario attorno all’URSS. Oltre alla Polonia, Bulgaria, Romania, Stati baltici, Jugoslavia conoscono tutti regimi autoritari, d’impronta anticomunista e antisovietica. Non è, questo, né un caso né una fortuita incontranza spazio–temporale: la crisi economica morde le carni del mondo capitalista e bisogna in ogni modo contenere il Paese che, libero ormai dalle catene dello sfruttamento e interessato da un benessere crescente, inarrestabile, delle masse popolari, addita all’umanità intera mete di vera democrazia nemmeno immaginabili solo qualche lustro prima. Stalin, abile e scaltro quanto devoto alla causa del marxismo-leninismo, con talento diplomatico lavora per l’ingresso dell’URSS nella Società delle Nazioni, fatto questo che avviene il 18 settembre 1934, a un anno e qualche mese dalla presa del potere di Hitler in Germania. L’obiettivo è evitare l’isolamento e allontanare il più possibile i venti di guerra che spirano minacciosi. Già nel 1933 l’URSS ha contribuito più di ogni altra Nazione alla definizione, in sede internazionale, del concetto di aggressione, approfittando dell’occasione offerta dalla Conferenza Economica Internazionale di Londra. In quella circostanza, il delegato sovietico Litvinov ha tenuto banco, proponendo anche un accordo internazionale contro l’aggressione economica, proposta lasciata cadere dai Paesi capitalisti che, così indirettamente, hanno ribadito la loro “missione” storica. Un po’ come il Giappone fascista, che nel 1931, rifiutando di sottoscrivere un patto di non aggressione con l’Unione Sovietica, ha mostrato il suo volto. L’URSS, entrata a pieno titolo nella Società delle Nazioni, si batte indefessamente per un patto di sicurezza collettiva che, in Europa, stronchi sul nascere ogni proposito aggressivo del nazifascismo: tutte le Nazioni amanti della libertà debbono unire le forze e garantirsi reciprocamente aiuto in caso di attacchi provenienti dalle potenze fasciste. Una proposta seria, onesta e franca, davanti alla quale i Paesi capitalistici oppongono dapprima la cortina fumogena di vaghe promesse, poi il sipario di ferro del rifiuto. L’URSS, con grave scorno, deve constatare che il nazifascismo, rivale economico delle potenze “democratiche” borghesi, torna loro utile come testa d’ariete contro il primo Stato degli operai e dei contadini. Ciò appare evidente nell’inerzia occidentale dinanzi alla guerra scatenata dai fascisti spagnoli di Franco contro la Repubblica, sostenuta davvero, materialmente e moralmente, solo dall’URSS; ciò diviene addirittura eclatante con il Patto di Monaco del 1938, benedetto dalla Gran Bretagna di Chamberlain, che consegna la Cecoslovacchia alle fauci spalancate del pangermanesimo nazista, come rampa di lancio contro l’URSS. Anni dopo, nel primissimo dopoguerra, Churchill concepirà l’“Operazione Impensabile” (“Operation Unthinkable”), incentrata su un attacco concentrico contro l’URSS da parte di tutte le potenze occidentali e mitteleuropee. Solo la scienza sovietica, con la costruzione della bomba atomica, unita all’atteggiamento saggio ed equilibrato di alcune diplomazie e al rafforzamento del socialismo nel quadro est–europeo, eviterà scenari da Dr. Stranamore. L’omogeneità della strategia britannica, prima e dopo il secondo conflitto mondiale, si commenta da sola.
8671_original Dinanzi alla chiusura delle “democrazie” borghesi, alle loro trame segrete, l’URSS, che per lungo tempo ha reiterato le proposte di formazione di un possente dispositivo di difesa collettiva nel Vecchio Continente, è costretta a cercare… altri contatti! Ecco che si avvicina l’intesa, quindi, con la Germania nazista che, negli intenti collegiali del Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS e del Governo sovietico, deve servire a prendere tempo, rafforzare le difese del Paese e allontanare nel tempo un’aggressione e un conflitto che si danno per scontati, visti gli indirizzi hitleriani. Una scelta saggia, checché ne dicano gli sproloquianti revisionisti in servizio permanente, a cui l’URSS è costretta, in quel 1939 irto di pericoli e tensioni che trascineranno il mondo nella catastrofe. A spingere verso questa soluzione è anche, ancora una volta, l’atteggiamento della Polonia che con l’avvento di Rydz–Smigly ribadisce, ed anzi accentua, la sua linea antisovietica. Varsavia giocherà sempre a fare la vittima, con insolenza e ipocrisia tipicamente clericali, ma intanto, approfittando degli accordi di Monaco, nel 1938-39 si è pappata, infierendo su una Cecoslovacchia abbandonata da tutti meno che dall’URSS, l’area multietnica di Teschen/Teshin/Cieszyn, da lungo tempo nel mirino del nazionalismo polacco. La Polonia, in quel tempo, brandisce la spada del più aggressivo nazionalismo, fidando (a torto!) sull’appoggio anglo–francese: proclami che parlano di un mega-Stato esteso da Berlino al Mar Nero sono pane quotidiano nel 1938-39 e questo a Mosca impensierisce e a Berlino fa gioco per i disegni di Hitler. Intanto, con i sogni di gloria sempre balenanti ma di là da venire, il governo polacco mette un veto sui progetti di difesa comune europea proposti dall’URSS: le truppe sovietiche non dovranno mai entrare a Varsavia, nemmeno per proteggere il Paese dal nazismo col quale, del resto, si pensa di potersi accordare. Da occidente, si fa sponda a questa follia l’URSS difenda la Polonia e il Corridoio di Danzica ma… senza aspettarsi nulla da Londra e Parigi e, soprattutto, tenendo le truppe e gli avamposti difensivi arretrati… Come dire a una squadra di vincere facendo segnare il portiere e i difensori e tenendo immobili tutto l’attacco e pure il centrocampo! E’ così che Stalin e tutto il gruppo dirigente bolscevico fiutano l’inganno, il pericolo e… danno scacco al re, alla sua perfidia e disonestà, cercando un abboccamento con la Germania per guadagnar tempo, mettendo a punto le migliori difese possibili contro l’inevitabile “Drang nach Osten” e salvare l’URSS dal destino di schiavitù e sottomissione architettato da Hitler. Occorre battere sul tempo il Regno Unito di Chamberlain che, con piani e strategie per una crociata antisovietica che vedono tutti uniti, ha intrapreso trattative segrete col Fuhrer nell’estate del ’39, trattative che falliscono di lì a poco solo per una litigata molto poco oxfordiana e molto in stile templare/teutonico sulla ripartizione dei bottini e dei dividendi imperialisti.
Le porte sono aperte a gioco dei giochi: il 23 agosto del 1939, viene sottoscritto a Mosca il “Patto di non aggressione, neutralità e reciproca consultazione” sovietico-tedesco. Si pone così, da parte sovietica, la pietra tombale sulla strategia dei circoli anglosassoni e francesi volta a soddisfare gli appetiti nazisti a spese dell’URSS e del suo territorio. Il Giappone, che non digerisce il Patto, lo denuncia tirando in ballo la sua incoerenza con i protocolli segreti del Patto anti–Komintern, svelando così la natura aggressiva e non difensiva di quell’accordo. Il governo fascista di Tokyo è costretto a rimangiarsi le mire sull’URSS.
Il Patto tra URSS e Germania cosa recita? Molto semplicemente, sintetizzando, le due parti s’impegnano “ad astenersi da ogni azione di aggressione e da ogni aggressione sia individuale che comune”. Qualora sorgano problemi o dispute rilevanti, “le due parti, così si legge, regoleranno le questioni attraverso scambi di vedute amichevoli ed in caso di necessità a mezzo di una commissione di arbitraggio“. Nessun cenno a confini da mutare, Paesi da invadere, linee di confine da sancire. La storiografia di regime occidentale, borghese, ha tirato fuori, subito dopo la guerra, il falso dei cosiddetti “protocolli segreti” che sarebbero stati annessi al testo ufficiale. In queste postille “segrete” sarebbero state stabilite, di comune intesa tra URSS e Germania, le seguenti misure da adottare: il confine tra le sfere di influenza tedesca e sovietica doveva correre lungo i limina baltici, con l’Estonia, la Lettonia e la Finlandia sotto l’influenza di Mosca e la Lituania condotta sotto l’egida del Reich. In caso di mutamenti territoriali, il destino della Polonia sarebbe dovuto essere il seguente: ad est dei fiumi Narev, Vistola e San avrebbe spadroneggiato l’URSS, mentre nel resto del Paese, o nella sua quasi totalità, la croce uncinata avrebbe proiettato la sua inesorabile ombra. La Germania, poi, metteva nero su bianco il suo disinteresse per la Bessarabia, regione rumena abitata da una forte minoranza russa, ucraina ed ebraica. Quale migliore manovra per infangare l’immagine dell’URSS di una patacca nella quale si parla di spartizione delle sfere di influenza tra URSS e Germania ? Questo falso è dato per vero e assodato, purtroppo, anche da una parte rilevante della storiografia alternativa, a riprova di come le calunnie abbiano vita lunga, mentre la verità deve farsi strada tra mille ostacoli. Lo storico e militante comunista Kurt Gossweiler, ad esempio, nel suo pregevole testo pubblicato anche in Italia col titolo “Contro il revisionismo”, utilissimo per comprendere i passi della politica estera sovietica nel 1939-40, dà per scontata l’autenticità dei “protocolli”. Un’attenta analisi filologica e grafologica, unita ad una scrupolosa disamina dei fatti, chiarisce tutto e dissipa ogni dubbio, invece, sulla loro indubbia falsità. La Germania nazista, lanciata come è alla conquista degli spazi est–europei, se da un lato sottoscrive un patto temporaneo di non aggressione con il nemico giurato, ovvero l’URSS, per prendere tempo (stessa tattica usata da Stalin per prepararsi), dall’altro non può programmare nessuna intesa spartitoria con il nemico stesso, per il semplice motivo che ciò significherebbe legarsi le mani eccessivamente e precludersi, sullo scacchiere geopolitico, spazi di manovra assolutamente necessari nell’ottica di un espansionismo aggressivo come quello nazista. E’ la logica che lo dice, prima di ogni altra cosa. I fatti, naturalmente, sono a conferma di questa elementare verità.
6932220 L’URSS, che intende stare alla lettera dei patti sottoscritti, allo scoppiare del conflitto, con l’invasione della Polonia in data 1° settembre 1939, non muove le sue truppe. Se vi fossero stati davvero protocolli segreti incentrati sulla spartizione del Paese, l’Armata Rossa avrebbe quel giorno stesso, o nel giro di pochi giorni, invaso anch’essa, come la Wehrmacht, la Polonia e occupato i territori di suo interesse. Nulla di questo accade in quella calda fine d’estate del ’39, anzi, l’URSS rifiuta qualsiasi invito a un coinvolgimento diretto nel conflitto, in nome, in primis, del diritto internazionale e dei principi internazionalisti. Stalin, il Partito e il Governo sovietico sono anche consapevoli della trappola che s’intende tirare loro da parte di Hitler: un’URSS lanciata alla conquista delle regioni orientali della Polonia (anche se abitate in maggioranza da russi e ucraini, quindi usurpate dallo Stato fascista polacco!) la qualificherebbe davanti al mondo intero come Stato invasore, con tutte le conseguenze del caso. Mosca si rende anche conto che l’alleanza occidentale con la Polonia e la protezione accordata a Varsavia da Francia e Regno Unito esistono solo sulla carta. Nessuno vuole morire per Danzica, per il Corridoio polacco causa scatenante il conflitto! Qualcuno, invece, sia a Londra che a Parigi, vuole bandire, previo accordo con una Germania resa più ragionevole, una crociata antisovietica che ricompatti l’occidente cementando una nuova alleanza in nome dell’anticomunismo. E anche questo Mosca lo sa bene! Il volo di Rudolf Hess in Gran Bretagna, nella primavera del ’41, si situa in questa trama ancora oggi oscura, fatta di timide ammissioni e di documenti in larga parte secretati. Ad ogni modo, l’Armata Rossa fa il suo ingresso in Polonia solo il 17 settembre del 1939, quasi un mese dopo la sottoscrizione del Patto tra URSS e Germania e solo dopo che lo Stato polacco, mostrando il volto vigliacco e infido della sua classe dirigente, il velleitarismo della sua politica estera megalomane e pericolosa, nonché la totale impreparazione del suo Esercito, segnato da diserzioni in massa di appartenenti alle minoranze nazionali oppresse, si è dissolto completamente sotto i colpi delle armate naziste. Nel momento in cui lo Stato polacco cessa di esistere, con tanto di fuga ingloriosa del governo in Romania, l’URSS, giustamente, interviene per proteggere le minoranze russe e ucraine presenti nel territorio, all’interno del quale erano state vessate per venti lunghi anni. La Wehrmacht, infatti, sembra marciare senza impedimenti e milioni di russi e ucraini rischiano di venirsi a trovare sotto la giurisdizione tedesca. L’ingresso dell’Armata Rossa nel Paese, che non è un atto di guerra in quanto non esiste più alcuna autorità statale a Varsavia già da qualche giorno, evita a quei popoli un tragico destino. L’Esercito polacco, così debole e arrendevole verso i tedeschi, ridotto a bande sparse dalla spinta della Wehrmacht, sfoga contro l’Armata Rossa la sua frustrazione e il suo odio nutriti da anni di educazione anticomunista e antisovietica, con azioni violente e uccisioni di soldati. Nonostante questo, il settembre 1939 sarà tutto costellato di tentativi, da parte dell’URSS, per rimettere in piedi uno Stato polacco sovrano, amputato sia delle regioni a maggioranza russo–ucraina sia di quelle a maggioranza tedesca. Stalin si rende conto, assieme a tutti i dirigenti bolscevichi, che uno Stato cuscinetto è utile all’URSS e che una linea di confine con la Germania nazista è, invece, un rischio.
Il 18 settembre 1939, un documento del Governo sovietico, sulla cui autenticità nessuno può porre dubbi, afferma che è intenzione di Mosca “adottare tutte le misure per garantire la protezione del popolo polacco dalla sciagura della guerra, nella quale è stato gettato dalla sconsideratezza dei suoi capi, offrendo al popolo stesso la possibilità di condurre una vita tranquilla”. Non solo: il giorno seguente, il 19 settembre, un comunicato congiunto sovietico–tedesco manifesta la comune intenzione di “aiutare il popolo polacco a riorganizzare la propria compagine statale”. Strano lessico, quello dei documenti in questione, per chi avesse inteso condurre in porto una spartizione, un’annessione, distruggendo per intero la sovranità di uno Stato! Altro elemento che distrugge ogni tesi di “sacra unione” sovietico–tedesca: il 7 settembre, nei suoi diari, Halder, Capo di Stato Maggiore tedesco, aveva affermato che Hitler era pronto a riconoscere, entro certi limiti territoriali, una Polonia sovrana svincolata da Gran Bretagna e Francia. Parimenti, le aree a maggioranza ucraina e russa dovevano essere staccate dalla nuova compagine statale. Il 12 settembre, Canaris aveva ricevuto l’ordine di attivare focolai insurrezionali per creare una Galizia nazionalista e anticomunista sotto l’egida ucraina. E’ evidente che, se è vero questo, non esiste alcuna intesa con l’URSS! Infatti, solo l’intervento dell’Armata Rossa, il giorno 17, evita questo scenario, che avrebbe portato ad uno Stato anticomunista aggressivo e fanaticamente nazionalista alle porte dell’URSS, con rivalse inimmaginabili verso le popolazioni polacca ed ebraica, concepite come dominatrici e vessatrici. Grazie a quell’intervento, la Germania, rappresentata a Mosca da Von der Schulenburg, pezzo da novanta della diplomazia, capisce che l’URSS, corretta nel rispetto dei trattati, non intende avallare espansionismi eccessivi e incontrollati, e nemmeno Stati-fantoccio per essa pericolosi. Da parte sovietica si spera anche, e questo la storiografia non lo ha quasi mai messo in evidenza, che nella leadership nazista prevalga l’ala “eurasista“, non del tutto sopita, desiderosa di addivenire ad un patto organico con l’URSS buttando a mare le farneticazioni imperialiste del “Mein Kampf” e realizzando il “Drang nach osten” pacificamente, con il rafforzamento delle relazioni economiche e politiche con l’URSS e gli Stati dell’area centro–orientale e balcanica. Questa tendenza si paleserà, ad onta di storiografie manichee e tendenziose che nulla hanno di dialettico, tanto meno di marxista, quando nel giugno–luglio 1941 diversi studiosi, militari, politici nazionalsocialisti si dimetteranno dai loro posti, giudicando assurda e inammissibile l’invasione dell’URSS. Nel gruppo dirigente nazista c’è chi carezza l’ipotesi della Polonia indipendente per motivi contrastanti: l’ala eurasista, di cui abbiamo trattato, per rafforzare la propria concezione nel quadro politico–istituzionale del Reich; quella hitleriana ortodossa, per raggiungere, tramite una pace con il Regno Unito, l’obiettivo di una futura crociata unitaria dell’occidente e della Polonia stessa contro l’URSS.
2768 Come abbiamo visto, sono proprio i Polacchi, o meglio il loro gruppo dirigente, a rendere impossibile uno scenario gradito, per ragioni opposte, tanto all’URSS quanto alla Germania: la fuga ingloriosa del governo polacco in Romania distrugge ogni possibilità di accordi e obbliga URSS e Germania a stabilire un confine, in forma pattizia, pubblica e trasparente, in territorio polacco, il 28 settembre 1939. L’Urss si attesta lungo la linea Narev–Bug–San, lasciando la Vistola all’influenza tedesca. Lo Stato sovietico vede riconosciuta anche la Lituania come componente della sua sfera di influenza. Ora, la Vistola sarebbe dovuta entrare, secondo i “protocolli”, nell’area sovietica, mentre la Lituania avrebbe dovuto essere appannaggio della Germania. Se ciò non avviene è per mutamenti completamente indipendenti da inesistenti volontà pattizie presuntamente modificate nel tempo. La Germania, in quel 1939, vuol fare del Baltico un sol boccone, come provano movimenti e trame che dureranno fino a tutto il 1940 e che verranno sventati solo grazie alla volontà sovietica di pace, al movimento dei lavoratori e al barlume di saggezza di settori governativi estoni, lituani e lettoni, consapevoli del rischio di finire sudditi del Reich. Se nel 1940 quei Paesi entreranno a far parte della comunità sovietica, sarà per la loro volontà di non sottostare alle minacce naziste e con il grave scorno della Germania, dimostrato da note di protesta e minacce. Stesso ragionamento vale per la Finlandia che, lungi dall’essere una vittima, in quello stesso periodo provoca l’URSS in nome di un nazionalismo sapientemente rinfocolato da Berlino e finisce per pagarne il prezzo, rinunciando a propositi che prevedevano la conquista di una porzione consistente dell’area di Leningrado assieme all’esercito del Reich.
Alla luce di tutto ciò, le falsificazioni dei protocolli appaiono grossolane, nella loro somma incoerenza con la realtà effettiva delle scelte compiute e dei fatti avvenuti. Intanto, le presunte copie originali del documento nessuno le ha mai viste e mostrate, né negli archivi sovietici né in altri. La stessa indicazione dei “protocolli segreti” presente in calce al documento, avallata nella sua improbabile autenticità dalla storiografia ufficiale, è farlocca finanche dal punto di vista linguistico: lo studioso russo A. A. Kungurov mostra come l’espressione “i protocolli sono parte organica del patto” sia completamente incoerente con la struttura lessicale russa. Quest’ultima, infatti, prevede la dizione “parte integrante”, essendo l’organicità concepita e declinata come attributo scientifico, non filosofico, letterario o protocollare. “Неотъемлемую” (integrante) e “Oрганическую” (organico) non sono, nella lingua russa, parole intercambiabili come invece avviene nella lingua inglese o italiana. Evidentemente nei laboratori della CIA, che con ogni probabilità hanno confezionato i “protocolli”, s’ignorano queste sottigliezze. L’attenta analisi filologica poi, mostra come vi siano altri grossolani errori grammaticali e formali. come quando si parla di “Stato polacco” e “Stati baltici” mettendo maiuscole e minuscole a casaccio: nella fattispecie, lo Stato polacco è indicato come “Польского Государства” (“Stato Polacco”), mentre gli Stati baltici sono indicati come “рибалтийских государств” (“stati Baltici”), con un errore inammissibile in sede di accordi internazionali e, in assoluto, per persone letterate e colte. Sulla firma di Molotov, il documento è tutto un programma. Qui si intendono mostrare, a destra, le vere firme del Commissario del Popolo agli Affari Esteri e, a sinistra, le presunte firme dei protocolli, sia in alfabeto latino che in cirillico, evidentemente falsificate:

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009La differenza balza anche agli occhi di un profano, non esperto di grafologia. E perché Molotov avrebbe dovuto firmare anche in alfabeto latino, quando nella sottoscrizione dei patti con il Giappone gli ideogrammi nipponici gli furono stato risparmiati?
Il Processo di Norimberga, che segna il redde rationem verso i nazisti, fa emergere anche prove generali di guerra fredda attorno ai falsi “protocolli”: i nazisti Ernst Von Weizsacker (ambasciatore in Vaticano) e Alfred Seidl (avvocato di Rudolf Hess), assieme ad altri, cercano, evidentemente per mettere zizzania tra URSS e potenze alleate occidentali, di tirar fuori la storia di questi protocolli. E’ qui che nasce la leggenda degli stessi, alimentata dalla storiografia di regime delle varie centrali e think thankes legati a doppio filo a CIA e apparati di guerra psicologica. Seidl cita il generale Jodl come fonte per l’asserita verità di questi protocolli, ma negli interrogatori di Jodl non v’è traccia di cenni a quelle patacche. Weizsacker, messo alle strette dai giudici sulla questione, è costretto ad ammettere di non aver nulla in mano, se non copie molto dubbie di documenti, che vengono respinte come inservibili non solo dal Procuratore Rudenko, sovietico, ma anche dallo statunitense Thomas Dodd, obiettivo e imparziale come pochi altri suoi concittadini. Altri nazisti, quali Gustav Hilger, uomo di punta della cancelleria nazista, tentano di dar manforte alla tesi antisovietica dei protocolli senza produrre nulla di credibile, mentre ad elementi come Friedrich Gaus (consulente legale del Ministero degli Esteri) vengono messe in bocca parole mai pronunciate e comunque mai provate, con l’ausilio di documenti taroccati. Copie apocrife e fotocopie di fotocopie di documenti, con inspiegabili incoerenze e fin troppo spiegabili interpolazioni testuali, e filologiche: ecco i ridicoli assi nelle mani di ridicoli figuri, che sperano disperatamente di passare da imputati a giudici. Hilger ed altri nazisti sostenitori della tesi dei “protocolli”, ingrosseranno le fila degli specialisti degli apparati spionistici USA e delle articolazioni del Dipartimento di Stato. Ribbentrop, dal canto suo, nulla dice e nulla svela di particolarmente significativo, men che meno avalla i taroccamenti di certi suoi sodali. Questo, insomma, è il brodo di coltura dal quale è scaturita la fetida fiaba dei “falsi protocolli”: un caso montato ad arte per mettere l’URSS sullo stesso piano della Germania nazista ed oscurare l’impegno per la pace di Stalin e del gruppo dirigente bolscevico tutto, primo ad opporsi alle trame di guerra del Reich e ai maneggi delle potenze imperialiste occidentali, ammantate da velo della “democrazia”. Un caso orchestrato anche per nascondere il carattere guerrafondaio e reazionario della clericale Polonia, ancora oggi impegnata in una folle strategia di provocazione anti-russa per procura, che minaccia di far implodere non solo l’area est–europea, ma quella eurasiatica e il mondo intero. Gratta gratta sotto la superficie della storia e trovi l’attualità!00008azfRiferimenti bibliografici utili:
Storia universale” dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, vol. 9 (Teti Editore, 1975)
Ivan Majskij: “Perché scoppiò la seconda guerra mondiale” (Editori Riuniti, 1965)
A. A. Kungurov: Секретные протоколы, или Кто подделал пакт Молотова-Риббентропа
Kurt Gossweiler: “Contro il revisionismo” (Zambon Editore, 2009)

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