Esercito francese, URSS e Polonia

Jacques Sapir, Russeurope 26 marzo 2016

G. Vidal, L’alleanza improbabile, esercito francese e Russia sovietica 1917-1939, Rennes, Presses Universitaires de Rennes, coll. Histoire, p. 307

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Il libro di Georges Vidal esplora un terreno finora in gran parte sconosciuto; i rapporti dell’esercito francese con la Russia sovietica e l’URSS. Il tema è importante per gli storici, sia per coloro che lavorano sulle relazioni internazionali (sollevando quindi la questione delle relazioni militari tra Francia e URSS) che coloro che lavorano sull’istituzione militare francese negli anni ’20 e ’30. Il contributo di questo libro risiede nelle fonti utilizzate. Vidal utilizza ampiamente i rapporti dei servizi segreti militari, il 2° Ufficio (che raccoglieva segnalazioni da altri Paesi sull’URSS) dello Stato Maggiore, ma opera anche, e questo contesto è stato praticamente ignorato finora, dai rapporti degli addetti militari francesi in URSS e dagli ufficiali osservatori nell’Armata Rossa. Questo aspetto, sfruttato sistematicamente, è il grosso dell’interesse del libro. Inoltre, Vidal utilizza abbastanza sistematicamente il quotidiano dell’esercito francese, La France Militaire, con numerosi articoli e dibattiti felpati ma importanti sulla valutazione del ruolo strategico dell’URSS e il potenziale dell’Armata Rossa. Sono fonti diverse, e la loro combinazione da al libro una base documentaria del tutto eccezionale rinnovando in parte la comprensione di certi problemi. Permettendo di relativizzare l’immagine di un esercito francese dedito all’anticomunismo, come porta a relativizzare l’idea di un'”alleanza” inevitabile contro la Germania tra Francia e URSS. Da questo punto di vista, il libro di Georges Vidal, con chiarezza di analisi e completezza di fonti, è un riferimento importante sul tema. Farà testo senza dubbio.

L’Armata Rossa agli occhi dei soldati francesi
cccp_ussr_035 Il libro è organizzato in tre parti. Il primo riguarda la “percezione del mondo sovietico”. Relativamente breve, fornisce un inventario delle rappresentazioni della Russia sovietica nell’esercito francese. Che l’esercito fosse anticomunista e usasse il vocabolario “antibolscevico” del tempo è evidente. Eppure, l’immagine del “nemico interno”, che si trascinava PCF e Comintern, non era mai del tutto decisiva. Questo è un punto da sottolineare. Alcuni ufficiali facevano una chiara distinzione tra opposizione politica all’URSS e analisi sul potenziale militare del Paese. Su questo particolare punto vale la pena ricordare che l’autore ha dedicato un precedente lavoro sull’argomento [1]. Non che i soldati fossero completamente immunizzati dagli stereotipi del tempo, o dagli stereotipi culturali sulla Russia. È il famoso “carattere asiatico” dei russi saturava le spiegazioni quando non si voleva capire. Ma i militari erano chiaramente meno colpiti di altri organismi (il Ministero degli Esteri in particolare) da tali stereotipi. Per realismo, alcuni membri della missione militare francese in Russia (come il General Lavergne [2], ma anche il generale Niessel) cercarono anche di sostenere il governo bolscevico nella primavera del 1918. I membri della MMF dimostrarono un robusto buon senso nel valutare i punti di forza di ognuno, all’inizio della guerra civile. Il passaggio sulla conclusione del progetto di cooperazione tra Trotzkij e MMF l’ha dimostrato [3]. Allo stesso modo, lo sviluppo economico dell’URSS, l’impatto dell’industrializzazione (e anche delle disastrose campagne di collettivizzazione), è relativamente ben inquadrato dalle varie fonti militari, tendendo a rafforzarsi con l’aumento degli addetti militari (che potevano muoversi nel Paese) e degli ufficiali osservatori. Naturalmente, significative differenze emersero nell’istituzione. Il 2° Ufficio avrà sempre una visione più negativa dell’Unione Sovietica (e dell’Armata Rossa), e sue capacità o potenziale, che non gli addetti dell’esercito. Nello Stato Maggiore apparvero chiaramente due sensibilità sulla relazione con la Russia. Vi era infatti una “linea Pétain” contraria a qualsiasi alleanza contro la “linea Weygand” che appariva più aperta.

Quanto valeva l’Armata Rossa?
4b5e25a44e8aaa6c2070e65ac09fe4f8 La seconda parte del libro si concentra giustamente sull’analisi del potenziale militare dell’URSS. I soldati francesi furono presto consapevoli del rafforzamento generale del regime sovietico e della costruzione dello strumento militare, però percepito essenzialmente difensivo. Almeno fino ai primi anni ’30 vi era consenso sul fatto che se l’URSS aveva più o meno importanti capacità difensive, non aveva la capacità di “proiezione delle forze” al di fuori dei confini, per usare un termine moderno. Questa visione, tuttavia, si perfezionò dal 1933-1935, cioè quando gli addetti militari furono a Mosca e quando, poco a poco, gli ufficiali osservatori francesi furono inviati in URSS e gli ufficiali sovietici accolti in Francia, permettendo di sviluppare gli scambi. Gli addetti militari erano sensibili alla crescita della Armata Rossa e alla sua professionalizzazione graduale nel 1935 – 1937. I rapporti di questi addetti sono migliori di quelli del 2° Ufficio. Hanno molto spesso una visione più equilibrata delle qualità (e difetti) dei mezzi dell’Armata Rossa e dei suoi uomini. Tuttavia, è deplorevole che qui, data l’importanza della questione del potenziale militare per il tema del libro, l’autore non l’abbia presentato in modo più sistematico, sotto forma di tabelle, confrontando i dati del 2° Ufficio con quelli degli addetti militari e la realtà nota oggi [4] . Tuttavia, è molto interessante notare che una certa sottostima della capacità dell’Armata Rossa non proveniva dal filtro ‘ideologico’ ma dal filtro della “dottrina” militare francese. Pertanto, il potenziale ruolo delle grandi unità corazzate o di paracadutisti fu ridotto a causa del fatto che tali unità non trovavano posto nella dottrina militare francese del momento. Al contrario, i più innovativi militari francesi (come il generale Loizeau o il colonnello de Gaulle) apprezzavano più correttamente tali potenziali, per via delle loro opzioni dottrinarie. Questo è importante, e possiamo ancora rammaricarci che ciò non sia indirizzato in modo più sistematico. Un esercito non può valutare un altro esercito dal punto di vista della propria dottrina. Qui, il ritardo e persino il declino dottrinale dell’esercito francese che probabilmente vietava di valutare il vero valore del potenziale dell’Armata Rossa. Vidal su ciò menziona, nell’introduzione, diversi libri [5]. E’ un peccato che non si sia cercato di approfondire cosa apportassero queste fonti, o il ruolo della dottrina nel conflitto latente nell’esercito francese sulla capacità di valutare la nuova dottrina dell’Armata Rossa sul tema delle “operazioni profonde”, formatasi nel 1929-1935 [6]. Il ruolo delle purghe nell’Armata Rossa, però, fu ridotto al minimo dagli addetti militari. Questi, così come gli addetti militari di Stati Uniti e altri Paesi, tendevano a ritenere le purghe volte a “rafforzare” l’Armata Rossa. Ma anche se alcuni rapporti analizzavano il problema dell’inquadramento, stretto tra il timore di nuove denunce e la mancanza di esperienza di ufficiali promossi troppo in fretta. Infatti, troviamo questa dicotomia tra le analisi del 2° Ufficio e quelli degli addetti militari. Il 2° Ufficio con una visione molto più pessimistica evocando il possibile “collasso” dell’Armata Rossa, aveva una visione non condivisa dagli addetti militari. La loro analisi era che ci fosse una transitoria diminuzione della capacità operativa dell’Armata Rossa, ma non vanno oltre. Anche in questo caso, sarebbe stato interessante confrontare il ‘sentimento’ degli ufficiali francesi su ciò che si sapeva dell’impatto delle purghe.

L’URSS nella prospettiva strategica dello scontro con la Germania
ussr0398 Sembra tuttavia, e questo è uno dei contributi dell’opera, che i pregiudizi ideologici che sicuramente esistevano, soprattutto nel 2° Ufficio, pesassero meno nell’alleanza con la Polonia che, ovviamente, ebbe un effetto strutturante sui piani militari contro la Russia. Il potenziale ruolo dell’URSS, ma anche della Cecoslovacchia, fu costantemente relativizzato dall’alleanza con la Polonia, anche se un certo numero di alti ufficiali ne era diffidente, fino al punto di considerare le scelte politiche dettate dalla passione e non dalla ragione. L’addetto militare colonnello Mendras scrisse nel suo rapporto mensile dell’ottobre 1934. “Ma oggi il fattore decisivo è l’atteggiamento della Polonia data la posizione geografica. I suoi leader attuali lo sanno e coraggiosamente giocano con questo gusto congenito per gli intrighi e il doppio gioco, che i loro trascorsi da cospiratori possono solo rafforzare. Dubito che possiamo sempre contarvi” [7]. Va inoltre ricordato che negli anni 1934-1939 i leader polacchi adottarono una politica veramente suicida verso la Germania, supportando Hitler perfino nel piano di smembramento della Cecoslovacchia. Eppure la decisione politica fu presa, e sembra definitivamente, nel 1935, concentrando la politica della difesa della Francia ad est della Germania, sulla Polonia [8]. La logica di tale politica era geografica. L’Unione Sovietica non aveva alcun confine comune con la Germania. Ma limitando il ruolo dell’URSS nel migliore dei casi alla “benevola neutralità” o semplicemente dimenticandone il ruolo di potenziale equilibrio delle forze europee, l’esercito francese sotto l’influenza di Pétain prese una strada dalle conseguenze drammatiche. Questa strada aveva molti sostenitori, soprattutto nel 2° Ufficio, ma anche in una parte dello Stato Maggiore Generale. Fu ciò che comportò l’incapacità di vedere il vero potenziale militare della Russia e non il filtro ‘ideologico’ o l’analisi delle conseguenze delle purghe. Georges Vidal dimostra che il punto di svolta, in questo senso, fu nel 1935, due anni prima delle purghe. Certo, la logica della prudenza volle che relativamente stretti contatti tra l’esercito francese e l’Armata Rossa fossero mantenuti. Ma non sembra, con l’eccezione di alcuni individui come Palasse, il Generale Loizeau, il colonnello de Gaulle, avessero mai avuto l’opportunità di materializzarsi nella logica alleanza reale. Il 1939 sarà la tragica dimostrazione di tale cecità. Quando lo Stato Maggiore cercò un sostegno contro la politica aggressiva della Germania volgendosi verso l’URSS, fu tardi, probabilmente troppo tardi. L’inclinazione del potere sovietico al patto nazi-sovietico, ribaltamento che Vidal fa risalire al periodo tra il 14 e il 17 agosto, è il prodotto di tale errore di prospettiva e della profonda credenza nel ruolo stabilizzante della Polonia che continuava ad impregnare lo Stato Maggiore Generale e in particolare il Ministero degli Esteri. I leader sovietici persero fiducia nella Francia, incapace di scelte chiare e di mettere i leader polacchi di fronte alle loro responsabilità. Le varie note negli archivi dello Stato Maggiore Generale sono abbastanza esplicite su questo punto. L’esercito francese, ma anche la diplomazia, viveva di illusioni nel 1934-1939 e la Francia ne pagò un alto prezzo nel maggio 1940. La sconfitta di maggio-giugno sorprese anche i leader sovietici, e avrà importanti conseguenze sulla loro consapevolezza dei limiti del patto tedesco-sovietico [9].

Tukhachevskij

Tukhachevskij

Note
[1] Vidal, G., L’esercito francese e il nemico interno (1917-1939). Questioni strategiche e cultura politica, Rennes, Presses Universitaires de Rennes, 2015, p. 260.
[2] Cfr. 30.
[3] Cfr. 32.
[4] I libri in inglese che affrontano questo problema: L. Samuelson, I piani della macchina da guerra di Stalin, Tukhachevskii e la pianificazione militare-economica, 1926-1941, Macmillan, Basingstoke, 2000 e Harrison M. e Davies R. W. Lo sforzo militare-economico sovietico durante il secondo piano quinquennale (1933-1937) in Euro-Asian Studies, 1997, n° 3.
[5] Di cui il mio libro del 1996, J. Sapir, Manciuria dimenticata, grandezza e smisuratezza dell’arte della guerra sovietica, Editions du Rocher, Parigi, Monaco, maggio 1996 (ripubblicato dallo stesso editore nel 2016).
[6] Sapir J., Le origini sovietiche del concetto di rivoluzione negli affari militari in L’Armement, NS, No. 51, Marzo 1996, pp. 143-150; vedi anche: Storia militare come strumento di legittimazione nel pensiero militare sovietico, in Cahiers du Centre d’Études d’Histoire de la Défense, No. 16, pp. 38-56.
[7] Cfr. 219.
[8] Cfr pp. 223-224.
[9] Sapir J., La sconfitta francese nel 1940 vista dai sovietici, in Cahiers du EEMC, No. 23, Nouvelle histoire bataille (II), pp. 273-281.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come Gorbaciov tradì l’URSS

Secondo Oleg Nazarov, del Club Zinoviev, Mikhail Gorbaciov non firmò la fine della guerra fredda al vertice di Malta nel 1989, ma la resa totale e irreversibile dell’URSS. Il PCF m’inviò a Malta per il vertice, quando una terribile tempesta scuoteva l’isola e Bush inviò un marinaio sulla nave in cui Gorbaciov lottava per riprendersi. Tutti i partiti progressisti e comunisti al potere furono invitati in quella strana isola dominata dagli inglesi e finanziata dal Colonnello Gheddafi. In realtà eravamo lì per festeggiare la fine della guerra fredda, ma aveva l’apparenza della dissoluzione e non solo per la tempesta. Oggi nel grande dibattito sull’URSS che si svolge in Russia, non solo viene discusso un processo a Gorbaciov, ma gli intellettuali del prestigioso Club Zinoviev denunciano il tradimento dei dirigenti comunisti e del loro massimo leader. Non si tratta solo dell’URSS, ma di ciò che l’allora regime inflisse ai suoi cittadini. Insomma la sconfitta dei leader comunisti come Gorbaciov chiarisce ciò che probabilmente successe nei Paesi occidentali dove i partito comunisti, miscelando venalità e stupidità nel capire i desideri del capitale, si auto-distrussero (Nota di Danielle Bleitrach)

Durante l’era sovietica questa ragazza sarebbe stata costretta ad entrare nell’esercito, studiare all’università o lavorare in una fattoria o fabbrica. Lo spietato sistema sovietico ne avrebbe annientato l’anima facendone una scienziata, una dottoressa, un’insegnante, un’operaia o un’impiegata. Grazie Mikey Gorby, per averla liberata potendo scegliere tra disoccupazione e prostituzione.

Durante l’era sovietica questa ragazza sarebbe stata costretta ad entrare nell’esercito, studiare all’università o lavorare in una fattoria o fabbrica. Lo spietato sistema sovietico ne avrebbe annientato l’anima facendone una scienziata, una dottoressa, un’insegnante, un’operaia o un’impiegata. Grazie Mikey Gorby, per averla liberata potendo scegliere tra disoccupazione e prostituzione.

Come Gorbaciov tradì il proprio Paese
Un membro del club Zinoviev, Oleg Nazarov, dà la sua opinione: Mikhail Gorbaciov non firmò al vertice di Malta del 1989 la fine della guerra fredda, ma la capitolazione totale e irreversibile dell’URSS

Oleg Nazarov SputnikHistoire et Societé 13/05/2015000_143312491Ognuno oggi è d’accordo sul fatto che l’incontro tra George HW Bush e Mikhail Gorbachev nel dicembre 1989 a Malta lasciò un segno profondo nella storia. Ma ciò è valutato in modi diversi. Alcuni pensano che fosse la fine della guerra fredda. Altri, che vi vedono il tradimento di Gorbaciov e della sua squadra, sono categoricamente contrari a quest’ultimo punto di vista. Per avvicinarsi alla verità, serve un’analisi scientifica.

Che cosa è un tradimento
article-1247290-080A6AD5000005DC-911_468x327La chiave per la risposta a questa domanda complessa è data dal grande filosofo e patriota russo Aleksandr Zinoviev, che usò la parola “tradimento” nel senso sociologico, morale e legale. Ne “il fattore tradimento” Zinoviev ha scritto: “Per qualificare le azioni del potere del Soviet Supremo tradimento o rifiutarlo, prima di tutto è necessario partire dal dovere delle autorità verso il popolo, salvaguardare e rafforzare il regime esistente, proteggere l’integrità territoriale, rafforzare e proteggere la sovranità del Paese in tutti gli aspetti dell’organizzazione sociale (alimentazione, diritto, economia, ideologia, cultura), garantire la sicurezza personale dei cittadini, difendere il sistema dell’istruzione, dei diritti sociali e civili… insomma, tutto quello che fu conseguito negli anni sovietici e che era la normale vita della popolazione. Le autorità sapevano che il popolo fosse convinto che la direzione del partito adempisse al dovere e aveva fiducia nei leader. Ma queste autorità fecero il loro dovere? E perché non lo fecero, se si da una risposta negativa? In secondo luogo, va capito se le autorità sovietiche agirono di propria iniziativa o furono manipolate dall’estero; se avevano obbedito a un comportamento pianificato da qualcuno all’estero o meno, o se il potere agì nell’interesse di forze estere“. Zinoviev fu il primo ad intuire che Gorbaciov era capace di tradire quella fiducia. “Prima dell’incarico a Segretario Generale del PCUS, fu nel Regno Unito e si rifiutò di visitare la tomba di Karl Marx ed invece so recò al ricevimento della regina. Mi fu poi chiesto di commentare ciò e dissi che iniziava un tradimento storico senza precedenti. Non mi sbagliavo“. A Londra, in occasione della visita, il futuro leader sovietico incontrò la Prima ministra della Gran Bretagna Margaret Thatcher. E’ interessante che subito dopo questa riunione, la lady di ferro partì per gli Stati Uniti per incontrare l’allora presidente Ronald Reagan, dicendo cosa era possibile fare con Gorbaciov. Nel marzo 1985 Thatcher andò a Mosca per i funerali del Segretario Generale del PCUS e leader sovietico Konstantin Chernenko ed incontrò Gorbaciov, che poco prima fu nominato a capo dell’URSS e del partito.

Il primo passo
GorbyPizzaHutUn mese dopo, il plenum del Comitato Centrale del PCUS annunciò l’accelerazione dello sviluppo socio-economico del Paese. La migliore applicazione delle conquiste della scienza e della tecnologia e dello sviluppo dell’ingegneria meccanica. La cosiddetta “perestrojka” iniziò bene. Nel febbraio 1986 fu approvata dal XXVII Congresso del PCUS. Il periodo di Breznev fu spesso chiamato periodo di stagnazione. Zinoviev protestò fortemente contro tale denominazione. Nel suo articolo “La controrivoluzione sovietica“, ricorda: “Negli anni dopo la guerra, la popolazione dell’Unione Sovietica aumentò di cento milioni di persone. Lo standard di vita aumentò. Crebbero i bisogni delle persone… Negli anni dal dopoguerra (e soprattutto della “stagnazione”) aumentarono di dieci volte aziende, istituzioni, organizzazioni e la società divenne più complessa e varia, così rapidamente e con una portata tale che l’umanità non aveva mai visto prima delle magnifiche realizzazioni dell’URSS. Tutti gli aspetti della vita divennero più complessi e diversi nell’istruzione, cultura, comunicazione, relazioni internazionali, ecc. Naturalmente apparvero problemi e difficoltà...” Per superarli, come disse Zinoviev, “Dovevamo difendere, rafforzare e sviluppare tutto ciò che criticavano e deridevano l’ideologia e la propaganda occidentali: era qualcosa su cui effettivamente si lavorava consentendo all’URSS di superare tali difficoltà. Ma i leader sovietici e i loro lacchè ideologici fecero tutto il contrario. Iniziarono la “perestrojka” con conseguenze negative già evidenti. La perestrojka scatenò una crisi universale, anche nel campo economico. Già Gorbaciov e altri critici della stagnazione annunciarono l’accelerazione. Tali parole pompose non si materializzarono mai. I sostenitori della ‘Perestrojka’ non sapevano superare i problemi, molti dovuti alla loro azione. Gorbaciov si rivelò un leader incapace di costruire qualcosa, causando nella società delusione ed irritazione crescenti. Quanto più la situazione peggiorava nel Paese, più Gorbaciov cercava il riconoscimento in occidente. Fu perfino disposto a rinunciare alle conquiste geopolitiche dalla seconda guerra mondiale, pagate con la vita di decine di milioni di cittadini sovietici“. L’ex-capo del Dipartimento di Chimica Analitica del KGB dell’URSS, Nikolaj Leonov, era sicuro che Gorbaciov avviò la caduta dell’impero sovietico dopo essersi recato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nell’autunno del 1988 con l’idea di allietare tutti affermando dal podio che l’URSS non avrebbe impedito con la forza cambiamenti negli altri Paesi dell’Europa orientale. Questo fu il primo passo, e poi non si poté più tornare indietro.

L’URSS non volle vedere gli Stati Uniti come avversari
Mikhail Gorbachev nobel prize 1990 Henry Kissinger nel suo libro Diplomacy racconta come dalla tribuna delle Nazioni Unite, dopo l’indicazione della riduzione unilaterale delle Forze Armate di 500000 effettivi e 10000 carri armati, Gorbaciov aggiunse con voce piuttosto modesta: “Speriamo che Stati Uniti ed europei facciano lo stesso“… la grande riduzione unilaterale era un esempio di fiducia nelle proprie forze o di debolezza. In quella fase era dubbio che l’URSS potesse dimostrare fiducia nelle proprie forze. In primo luogo, le parole di Kissinger si riferiscono a un Gorbaciov che dimostrò debolezza nei negoziati a Malta. Nel descrivere il comportamento del leader sovietico, l’ambasciatore USA in URSS Jack F. Matlock disse: “Voleva far vedere a tutti che negoziava con Bush alla pari e non da avversario sconfitto“. Ma Gorbaciov non convinse i politici che rispettano la forza, soprattutto degli Stati Uniti. Oggi sappiamo molto poco del contenuto dei negoziati. Ma esiste da qualche parte. I concisi commenti dei media contrastano con le stime pompose che ne diedero Gorbaciov, Bush e le loro cerchie. Tutti insistettero sul fatto che il risultato principale della riunione fu la fine della guerra fredda. Mentre oggi è ovvio che tali affermazioni non corrispondano alla realtà. Ognuno oggi è d’accordo sul fatto che l’incontro tra George HW Bush e Mikhail Gorbaciov a Malta, nel dicembre 1989, lasciò un segno profondo nella storia. Ma è valutato in modi diversi. Alcuni credono che fu la fine della guerra fredda. Altri un tradimento senza precedenti. Gorbaciov e la sua squadra sono categoricamente contrari a quest’ultimo parere. Per sapere la verità serva un’analisi scientifica. L’ex-ambasciatore sovietico negli Stati Uniti, Anatolij Dobrynin, disse che a Malta Gorbaciov ignorò la direttiva dell’Ufficio politico del Comitato Centrale del PCUS secondo cui la riunificazione tedesca era possibile solo se i due blocchi, NATO e Patto di Varsavia, venivano sciolti di comune accordo; Gorbaciov non solo accolse l’affermazione di Bush che “l’URSS non sarebbe stata vista come avversaria degli stati Uniti”, ma continuò a sollecitare gli statunitensi a mediare i mutamenti pacifici in Europa orientale. “Non vi considero nostro nemico” disse Bush. “Molte cose sono cambiate. Auguriamo la vostra presenza in Europa. La vostra presenza è importante per il futuro di questo continente. Perché dovremmo pensare dove andrete…” Non sorprende che alcune settimane dopo il vertice a Malta, l’amministrazione Bush si dimostrò pronta a svolgere il ruolo di mediatrice non solo tra Mosca e Patto di Varsavia, ma anche tra Mosca e la capitale della Repubblica Socialista Sovietica della Lituania, Vilnius. Lo storico Matvei Politnov disse: “Le forze separatiste in Lettonia, Lituania ed Estonia, avendo avuto l’appoggio degli Stati Uniti dopo il vertice di Malta, aumentarono notevolmente le attività per uscire dall’URSS“. Questo è il motivo per cui il diplomatico Anatolij Gromyko descrisse il vertice come la Monaco di Baviera sovietica. Per Gromyko era evidente che a Malta “Gorbaciov aveva perso ogni partita“. E nemmeno provò a vincere. In più, oserei dire che nemmeno cercò di vincere: a giudicare dagli eventi che si svolsero dopo il vertice (riunificazione della Germania, disintegrazione del blocco socialista, dissoluzione del Patto di Varsavia, deterioramento delle relazioni con Cuba, ecc.), Gorbaciov agì da solo a Malta firmando la resa completa e irreversibile dell’URSS.

Natale nel giugno 1990
La risposta alla domanda se Gorbaciov agì nell’interesse degli Stati Uniti o no, è ovvia. Gli stessi statunitensi furono sorpresi dalla velocità con cui il leader sovietico si allineò con le posizioni occidentali, una dopo l’altra. Come riconosciuto dallo storico statunitense Richard Michael Beschloss e dall’analista di politica estera Strobe Talbott, gli statunitensi cercarono di ringraziare Gorbaciov che negoziò una Germania riunificata nella NATO. E quando la visita di Gorbaciov negli Stati Uniti fu prevista nel giugno 1990, Robert D. Blackwill disse: “l’incontro dev’essere la festa di Natale di Gorbaciov a giugno“. Il neopresidente dell’URSS si recò negli Stati Uniti il 30 maggio. Beschloss e Talbott dissero: “Gorbaciov era ubriaco di gioia per il suo successo. Quando la folla l’accolse con un applauso, urlò con l’aiuto dell’interprete “Qui mi sento a casa!” Fu un’espressione inusuale, ma molto eloquente, perché nel suo Paese nessuno pensò di applaudirlo. Gorbaciov voleva tanto sentirsi benvoluto da tale società, e testimoniò la propria popolarità in occidente il giorno dopo, quando per quattro ore raccolse premi da varie organizzazioni (…) con un ampio sorriso ricevette i presidenti di quelle organizzazioni entrati solennemente nelle lussuose sale per ricevimenti dell’ambasciata sovietica, con gli emblemi sul muro, pronunciando discorsi lusinghieri su Gorbaciov davanti alle telecamere sovietiche e statunitensi“. Sempre nel 1990, Gorbaciov fu insignito del prestigioso Premio Nobel per la Pace. Dovette aspettare due anni per il successivo regalo. Nel 1992, quando l’URSS era già sepolta, Reagan invitò l’ex-presidente nel suo ranch e gli diede un cappello da cowboy. Gorbaciov lo scrisse nelle sue memorie. Commentando tali sviluppi, il politologo Sergej Cherniajovski disse con ironia “l’ex-Cesare di metà del mondo mostrò orgoglio per ciò. Così i servi erano orgogliosi quando lo zar gli offriva i suoi mantelli e cappotti. Come loro e Riccardo III di York che implorò al momento del pericolo “il mio regno per un cavallo“, il premio Nobel era orgoglioso dello scambio vantaggioso: la metà del mondo contro il cappello dell’ex-presidente degli Stati Uniti. Dopo, gli ospiti di Reagan pagarono 6000 dollari per una foto dell’ex-presidente dell’URSS con il cappello da bovaro dal Texas. Gorbaciov lo descrisse con orgoglio senza capire che ciò che interessava era vederlo con un cappello da pagliaccio.687474703a2f2f7777772e686f746e6577736761746f722e636f6d2f77702d636f6e74656e742f75706c6f6164732f323031332f30392f313338303031353934343533332e6361636865642e6a7067Epilogo
Nell’agosto 1991, tre giorni dopo il “cosiddetto golpe di agosto” in Unione Sovietica, Zinoviev scrisse parole profetiche: “Ora tutti credono che la guerra fredda sia finita credendo a Gorbaciov e alla sua squadra. Gli anni passano e i posteri valuteranno che ruolo avrà avuto: voglio dire, come traditore degli interessi nazionali del proprio Paese e del proprio popolo. Non conosco altro caso di tradimento paragonabile per dimensioni e conseguenze. La Grande Guerra Patriottica presentò alcuni casi di tradimento della Patria, ma sono nulla in confronto a ciò che Gorbaciov fece in tempo di pace. Se i capi occidentali l’avessero fatto, nessuno di loro avrebbe avuto lo stesso successo che gli offrì Gorbaciov. Agì da agente esperto dell’apparato del partito, utilizzando tutte le capacità e le leve disponibili dello Stato comunista“. Aleksandr Zinoviev rispose alla domanda che sollevò: “La realtà della storia sovietica dopo il 1985 è tale che un osservatore obiettivo non può esitare a qualificare come tradimento del proprio popolo l’azione delle autorità sovietiche“.

Occhio alle iene atlantiste travesite da volpini no-global

Occhio alle iene atlantiste travestite da volpini no-global

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin: ‘Non bruciai la mia tessera di partito’

“Apprezzavo enormemente ed apprezzo tutt’oggi le idee comuniste e socialiste”
Histoire et Societé 26 gennaio 2016

Nel 2014, il 61% dei russi ritiene che Lenin dovrebbe essere rimosso dal mausoleo sulla Piazza Rossa e sepolto, secondo un sondaggio della Fondazione sull’opinione pubblica. Vladimir Putin, incontrando il 24 gennaio a Stavropol i membri del Fronte popolare pan-russo, un gruppo di associazioni e rappresentanti della società civile, ha parlato a lungo sulla questione e, più in generale, della sua relazione col passato sovietico.untitled_risultatoDiscorso diretto
Penso che questa domanda se o meno seppellire Lenin vada trattata con grande cautela, non dovremmo intraprendere nulla che possa dividere la società russa. È necessario tuttavia riunirla, questo è la cosa più importante. (…) Come 20 milioni di miei compagni sovietici, aderivo al Partito comunista sovietico e ho lavorato quasi 20 anni nell’organizzazione che allora si chiamava Comitato per la Sicurezza dello Stato dell’URSS (KGB). Il KGB era l’erede della CEKA, ed era anche soprannominato il braccio armato del partito. Non posso dire che fossi un comunista ideologicamente assai impegnato, ma ancora considero queste idee molto sul serio. Ci tengo a precisare che non ero un funzionario, ma un aderente del partito. A differenza di molti che erano funzionari da tempo, non ho stracciato la mia tessera di partito al momento del crollo dell’Unione, non l’ho bruciata. Ora non faccio processi alle persone, avevano varie ragioni, è affare di ognuno darsi un contegno. (…) Apprezzavo enormemente ed apprezzo tutt’oggi le idee comuniste e socialiste. Sapete, il Codice del costruttore del comunismo, stampato in grande quantità in Unione Sovietica, ricorda molto da vicino la Bibbia. Non scherzo, è davvero una sorta di estratto della Bibbia. I panorami sono bellissimi: uguaglianza, fratellanza, felicità; ma la realizzazione pratica di queste idee notevoli nel nostro Paese si è rivelata ben lontana da ciò che fecero i socialisti utopici Saint-Simon e Owen. Il nostro Paese non era la “Città del Sole”. Tutti accusavano il regime zarista di repressione. Ma qual era il fondamento della futura Unione Sovietica? Repressioni di massa. Prendete l’esempio più lampante: l’esecuzione di tutta la famiglia imperiale, compresi i bambini. Certamente ci potrebbero essere considerazioni ideologiche sull’eliminazione di tutti i discendenti. Ma perché uccidere il dottor Botkin? Perché hanno ucciso i servi: le persone di origine proletaria? Per cosa? Per nascondere un crimine, davvero. Vi preghiamo di comprendere, non abbiamo mai pensato su ciò prima. I primi bolscevichi combatterono individui affrontandoli armi alla mano, si capisce, ma perché sterminare i preti? 3000 sacerdoti furono uccisi solo nel 1918 e 10000 in dieci anni. Ne gettarono a centinaia nel Don, sotto il ghiaccio. Il giudizio è diverso quando si comincia a pensare a tutto ciò. Lenin scrisse in una lettera a Molotov, mi pare, “Più rappresentanti della borghesia reazionaria e del clero fuciliamo, è meglio sarà”… Questo approccio non si attaglia tanto a certe nostre vecchie rappresentazioni sull’essenza stessa del potere. Sappiamo anche del ruolo del partito bolscevico nella debacle al fronte nella Prima Guerra Mondiale. Perdemmo contro il Paese perdente, qualche anno dopo la Germania si arrese, e noi perdemmo contro la perdente, è un caso unico nella storia. E in nome di cosa? A nome della lotta per il potere. Sapendo questo ora, cosa dobbiamo pensare di quella situazione che provocò enormi perdite al nostro Paese? (…)
A proposito di economia, oggi. In pratica, perché il Paese passò alla NEP? Perché anche la Prodrazvjorstka, la politica della requisizione del surplus non funzionò, non poté garantire l’approvvigionamento alimentare delle grandi città. È perciò passammo a un’economia di mercato, la politica della NEP poi fu rapidamente abolita. Quello che ribadisco qui sono le mie conclusioni personali. L’economia pianificata presenta alcuni vantaggi, offre la possibilità di concentrare le risorse del governo verso l’adempimento dei compiti fondamentali. Ciò ha risolto i problemi della salute pubblica, merito indiscusso del Partito comunista del tempo. Così furono affrontate le questioni relative all’educazione, indubbio merito del Partito Comunista del tempo. Ciò risolse la questione dell’industrializzazione, soprattutto per la Difesa. Penso che senza la concentrazione delle risorse statali, l’Unione Sovietica non avrebbe potuto prepararsi alla guerra contro la Germania nazista. E grande era la possibilità di perderla, con conseguenze catastrofiche per la nostra struttura statale e per il popolo russo e gli altri popoli dell’Unione Sovietica. E così vi sono, infatti, vantaggi innegabili. Ma alla fine fu l’incapacità di capire i cambiamenti, di capire la rivoluzione tecnologica, le nuove tecniche, comportando la rovina dell’economia. Infine sono arrivato alla cosa più importante: perché dico che dobbiamo considerare diversamente le idee che Lenin formulò. (…) Ricordate la discussione tra Lenin e Stalin su come costruire il nuovo Stato, l’Unione Sovietica. Stalin formulò l’idea di rafforzare la futura Unione Sovietica. Secondo questa concezione, tutti gli altri soggetti aderivano all’URSS con un’autonomia dagli ampi poteri. Ma Lenin criticò aspramente la posizione di Stalin, dicendo che era un’idea impropria, erronea. Ed avanzò l’idea dell’unione di tutti i futuri soggetti di questo Stato, che erano quattro all’epoca: Russia, Ucraina, Bielorussia e federazione di Russia Meridionale e Caucaso del Nord. Lenin era per l’Unione Sovietica formata sulla piena parità di ciascun soggetto, con il diritto di lasciare l’Unione. Ciò in realtà fu una bomba a orologeria posta sotto le fondamenta del nostro Stato. I gruppi etnici dello Stato multinazionale e unitario (l’Impero russo, ndr) si trovarono legati a territori i cui confini erano delineati arbitrariamente, lungi dall’essere fondati. Con quale pretesto cedemmo il Donbas all’Ucraina? Loro (i bolscevichi) volevano aumentare la percentuale della popolazione proletaria originaria dell’Ucraina, in modo da avervi un ampio sostegno sociale. Un’assurdità, in altre parole, capite? E questo non è l’unico esempio, ce ne sono molti altri. L’autonomia culturale è una cosa, l’autonomia con ampi poteri un altra, e il diritto si uscire dallo Stato un’altra ancora. E questo è in definitiva ciò che portò, assieme all’inefficienza dell’economia e della politica sociale, al crollo dello Stato. Questo è ciò che chiamo bomba a orologeria.A woman displays gold watches with RussiTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ‘secolo cristiano’ che non sbocciò in Giappone

Michael Hoffman The Japan Times, 19 dicembre 2015

Hasekura Rokuemon  (Rokuemon Hasekura)

Hasekura Rokuemon (Rokuemon Hasekura)

Natale si avvicina. Cristiani e non, pensano a temi cristiani. Quali sono i temi cristiani? Amore. Perdono. Mansuetudine. Porgi l’altra guancia. Il regno dei cieli. C’era una volta il Giappone quasi cristianizzato. Nel 1549, un missionario basco di nome Francisco Xavier fu il primo a predicare la parola di Cristo sul suolo giapponese. Nel 1638, una rivolta cristiana guidata da contadini affamati nella provincia povera di Shimabara, presso Nagasaki, fu schiacciata con tanta furia genocida da seppellire la “dottrina perniciosa” per 250 anni. Quegli anni sono noti in Giappone come “secolo cristiano”.
Fin dall’inizio, Xavier vide qualcosa di proto-cristiano nel carattere giapponese. I giapponesi, disse, “sono tra i più desiderosi di conoscenza…. Mi sembra che tra i non credenti nessun popolo possa eccellere quanto loro“. I semi che piantò diedero i loro frutti. La dottrina attraeva offrendo la vita eterna in un mondo migliore. I missionari vagavano per la terra, convertendo feudatari uno a uno, e la gente comune in massa. Intorno al 1580 vi erano circa 200 chiese con 150000 fedeli giapponesi. Era l’onda del futuro? Nel 1582, si verificò un evento epocale nella storia del Giappone, la prima missione diplomatica del Giappone in Europa sponsorizzata da tre signori di Kyushu che abbracciarono la fede e volevano relazioni col papa. Gli ambasciatori furono cordialmente ricevuti in Vaticano e tornarono a casa dopo nove anni. Nel 1613, una seconda missione seguì, inviata da Date Masamune, Signore di Sendai. Le sue motivazioni erano in parte religiose e in parte commerciali. Scambi con Spagna e Nuova Spagna (Messico) erano una prospettiva allettante. Anche se non battezzato, Masamune fu istruito alla fede e simpatizzò fino al punto di accogliere nel suo remoto dominio settentrionale profughi cristiani, giapponesi e stranieri, quando la persecuzione stava rapidamente raggiungendo il culmine. Il suo ambasciatore a capo della missione, che per più di otto anni (1613-20) vagò dal Messico a Roma via Francia e Spagna, era un samurai di nome Hasekura Rokuemon (1571-1622), battezzato in Spagna come Francisco Felipe Faxicura. Aveva un messaggio di Masamune per Papa Paolo VI: “Al fine d’incoraggiare i miei sudditi a diventare cristiani, vi auguro d’inviare missionari della chiesa francescana. Vi garantisco che potrete costruire una chiesa e che i vostri missionari saranno protetti“. Era sincero senza dubbio, ma dalla parte sbagliata della storia. Decenni prima della ribellione di Shimabara, il primigenio fervore cristiano del Giappone cominciò a scemare. La prima repressione ufficiale avvenne nel 1587. Anche se applicata scarsamente, annunciò che il peggio doveva ancora venire. Nel 1596, 26 cristiani, sei francescani spagnoli e 20 giapponesi, furono crocifissi a Nagasaki. Quando la missione di Hasekura tornò nel 1620, quei cristiani che non avevano abiurato con la forzata o subito un martirio spaventoso, erano dei fuggitivi, una pietosa accozzaglia che sprofondava verso l’oblio. Hasekura morì in disgrazia nel 1622.
shusakoendo_3105971kLo incontriamo di nuovo, trasfigurato in un superbo romanzo, “Il Samurai” (1980) di Shusaku Endo (1923-1996). Battezzato da bambino, Endo anni dopo disse a un intervistatore, “Ci sono stati molti momenti in cui sentivo di volermi liberare del mio cattolicesimo, ma non fui mai capace di farlo”. L’ambivalenza di ciò pervade la sua opera. Il suo Hasekura, il “samurai” del titolo, sembra più vicino ad Endo che allo storico Hasekura. L’immaginario Hasekura non è il leader della missione, ma un suo membro subalterno, un’inarticolata e spaesata auto-immagine di Endo? E la sua conversione al cristianesimo, come quella di Endo, non è scelta ma imposta; va fino in fondo a malincuore in modo accigliato, per il bene della missione. Il suo disonore al ritorno, come membro di una disprezzata setta nemica, è tragicamente ironico. Gesù lo disgustava: “Era sulla croce, un uomo emaciato nudo, braccia tese e deboli, la testa penzoloni, eppure i barbari meridionali (europei) lo chiamano ‘salvatore’! Non capisco. L’unico uomo che un samurai può chiamare ‘salvatore’ è il suo padrone. Il Signore del guerriero impersona il potere, la forza, la gloria terrena. Cosa personifica Gesù sulla croce? Miseria, umiliazione e impotenza“. Poi, nel romanzo, a Roma, un conclave di alti ecclesiastici delibera su come rispondere alla missione giapponese. Un certo Padre Valenti, rientrato disperato dopo 30 anni di lavoro missionario in Giappone, consiglia di respingere l’apertura di Date. La causa è senza speranza, dice. Il giapponese non sarà mai cristiano. “Nessuno in questo mondo“, dice, “è meno adatto alla nostra fede dei giapponesi. “I giapponesi”, spiega, “sono fondamentalmente incapaci di concepire l’Assoluto, un Essere che trascenda l’uomo e la natura”. Gli dei giapponesi, scintoisti e buddisti, sono di questo mondo, non di altrove. Non c’è un “altrove“. “Questo mondo” è tutto quello che c’è. I cristiani giapponesi non sanno chi adorano, sostiene Valenti, non certo Dio Padre, Figlio e Spirito Santo del cattolicesimo romano. “È facile“, Valenti continua, “insegnare ai giapponesi la caducità di questo mondo. Fin qui tutto bene, hanno una sensibilità ben già sviluppata”. Ma dove i cristiani vedono un problema (la caducità) chiedendo una soluzione (eternità), i giapponesi vi vedono la bellezza. I giapponesi, dice Valenti, e lo dice quasi con orrore, celebrano la caducità. Si consideri la fioritura dei ciliegi; non fioriscono solo per appassire e cadere? Eppure non c’è nulla di più bello, niente per cui l’anima giapponese sia più reattiva?
L’amore, il perdono, porgere l’altra guancia, si esplora la tradizione nativa invano per trovarvi degli esempi. Il sacrificio di sé abbonda, ma sotto forma di morte in battaglia, in obbedienza ai supremi comandi del proprio signore. Il Gesù di Endo è una figura pietosa. È il “servo sofferente” del profeta Isaia del Vecchio Testamento, è divino, nella visione di Endo, non per il potere, ma per l’amore. “Disprezzato e reietto tra gli uomini, uomo del dolore“. Nel suo infinito amore, tutto abbraccia e tutto perdona. Il Gesù di Endo, in un certo senso, è il fiore di ciliegio della cultura occidentale. Quando il cristianesimo giunse a bussare alle porte del Giappone, il Giappone, ospitale in un primo momento, infine gli si rivoltò contro dicendo, in effetti “Abbiamo già i fiori di ciliegio“.d10009_ph00Il nuovo libro di Michael Hoffman è “Nella terra del Kami: Un viaggio nel cuore del Giappone“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le battaglie della missione cubana in Angola

Alessandro Lattanzio
Fonte: Soviet EmpiremilitarizationLa campagna internazionalista di Cuba in Angola viene spesso raffigurata in certi siti internet e articoli solo dal punto di vista del governo dell’apartheid del Sud Africa e dai suoi militari delle SADF, glorificando l’esercito di uno dei regimi più brutali del XX secolo e infangando la memoria storica dei combattenti internazionalisti che lottarono per abbattere il regime razzista. Tali elementi cercheranno sempre di farlo nelle loro opere, per la disperata frustrazione della fine dei privilegi della minoranza conservatrice bianca. Indipendentemente da tali tentativi vacui, il crollo definitivo del regime razzista ha sepolto tali nostalgismi, mentre la Rivoluzione cubana va avanti e i Paesi africani cercano la loro via al progresso.AngolaMapaBattaglia di Norton de Matros, 5 ottobre 1975
Vittoria temporanea tattica e strategica dei contro-rivoluzionari. Huambo cadde nelle mani dell’UNITA, ma fu liberata nel 1976. Le forze angolane cercarono di bloccare la città con 3 colonne; l’UNITA aveva “una colonna” e 3 blindati con numerosi consiglieri sudafricani. Si sostenne che il capo dell’UNITA Jonas Savimbi avesse partecipato alla battaglia.
In un primo momento le forze angolane sconfissero i banditi dell’UNITA, distruggendo 1 carro armato. Gli inesperti banditi si dispersero in preda al panico, e solo con molta fatica i consiglieri sudafricani riuscirono a radunarli e infine respingere le forze angolane, che avrebbero perso 100 uomini; sconosciute le perdite dell’UNITA. Il successo dell’UNITA fu temporaneo, l’anno successivo angolani e cubani liberarono Huambo nonostante l’attività controrivoluzionaria nella zona continuasse fino al 1992. L’area sarà una roccaforte dell’UNITA fino al 1995, dove il capo dell’UNITA, Jonas Savimbi, dirigeva le sue forze: considerando lo scarso rendimento del comando dell’UNITA, altra dimostrazione dell’incapacità di Savimbi, la battaglia fu una vittoria dell’UNITA solo grazie ai consiglieri sudafricani.Soldati_cubani_angola_AFP_zps018b45baBattaglia di Quifangondo, 10 novembre 1975
Vittoria strategica, tattica e morale decisiva. Luanda fu salvata, il FNLA fu distrutto, gli invasori sudafricani costretti a ritirarsi. Quando la Repubblica popolare era in pericolo, la battaglia cambiò le sorti della guerra. Una coalizione di 2000 controrivoluzionari del FNLA di Holden Roberto, 1200 soldati zairesi di Mamina Lama, 120 mercenari portoghesi di Santos e Castro e 52 sudafricani di Ben Roos affrontarono 850 angolani e 88 cubani (e non 188 come riportato spesso) e un solo ufficiale sovietico, sotto il comando del generale angolano Ndozi e del cubano Raul Diaz Arguelles.
Le Forze cubane tesero un’imboscata al nemico utilizzando 6 lanciarazzi BM-21, un’arma inaspettata, e il nemico non arrivò nemmeno vicino le posizioni dei cubano-angolani. Fu un massacro, quasi tutti i soldati dell’FNLA furono eliminati da razzi, tiri di mortaio e di armi leggere, i soldati razzisti bianchi li usarono come carne da cannone e solo 5 mercenari portoghesi furono eliminati. 6 jeep e 20 blindati Panhard furono distrutti o abbandonati. I 3 cannoni sudafricani da 140mm non spararono, mentre uno dei 2 cannoni ex-nordcoreani da 130mm dei zairesi esplose alla prima salva uccidendo i soldati addetti; non era stato pulito e riparato. Solo 2 cubani furono feriti e gli angolani ebbero 2 feriti e 1 morto, ucciso mentre era allo scoperto. Anche l’unico sovietico presente su ferito nell’operazione.
Questa importante vittoria, soprannominata dal nemico ‘Strada della Morte’, pose fine alla possibilità del nemico di distruggere i movimenti socialisti africani, e fu probabilmente la battaglia con il maggiore scarto tra vittime, un morto contro 2000 del gruppo controrivoluzionario FNLA noto per i sanguinosi massacri etnici contro la popolazione civile (anche con episodi di cannibalismo).

800px-Battle_of_quifangondoBattaglia di Cabinda, 8-13 novembre 1975
bmVittoria decisiva tattica e strategica. Cabinda fu salvata e lo Zaire capì che una guerra diretta contro l’Angola sarebbe stata assai costosa.
Una forza di 3000 banditi del FLEC, 1000 soldati zairesi e almeno 120 mercenari occidentali (statunitensi, francesi e portoghesi), sotto il comando del capo del FLEC Henrique Tiago e di un anonimo mercenario statunitense (eliminato in azione), contro 1231 combattenti angolani e cubani, sotto il comando del cubano Ramon Espinosa Martin. Nonostante un primo assalto del nemico costringesse gli angolani a ritirarsi, altri due attacchi furono respinti, e gli angolani si ritirarono a Cabinda mentre il nemico finì sui campi minati cubani e sotto il tiro delle mitragliere ZPU-14. Il nemico tentò un assalto diretto alla città, ma subì pesanti perdite e fu costretto a ritirarsi. Almeno 1600 nemici (solo contando le perdite del FLEC) furono eliminati nell’assalto, mentre gli angolani ebbero 30 morti e 50 feriti. La vittoria fu molto importante, perché l’enclave di Cabinda fu salvata dai controrivoluzionari e dai mercenari occidentali, e il governo dello Zaire decise di non rischiare altre azioni aperte contro l’Angola.

Battaglia di Ebo, 23 novembre 1975
Vittoria tattica e morale cubana.
Una squadra di 70 soldati cubani tese un’imboscata da un gruppo armato nemico, usando un lanciarazzi BM-21, mortai, RPG-7 e un cannone da 76mm. I sudafricani e i controrivoluzionari dell’UNITA subirono perdite enormi grazie al terreno difficile, 6 blindati sudafricani Eland furono distrutti e 1 catturato intatto. Il nemico subì 90 caduti. Anche un aereo da ricognizione Bosbok venne abbattuto, con la morte dei 2 piloti sudafricani. Durante la battaglia solo 1 soldato cubano cadde (Juan Tamayo Castro) e altri 5 furono feriti. Il nemico non seppe che fu attaccato da pochi soldati cubani (parlarono di “1300 nemici”). La battaglia fu indicata dal nemico come “dominata dai neri”, pensando ci fossero gli angolani, ma un gran numero di volontari cubani erano di colore.ANGOLA SOLDADOS DO MPLA NO KUITO FOTO FERNANDO RICARDOBattaglia del fiume Niha, 11-12 dicembre 1975
Vittoria tattica e morale del Sud Africa, strategicamente inutile.
Quando la vittoria era ormai assicurata, il nemico cercò la vendetta. Un gruppo di 300 sudafricani con 12 blindati Eland, assieme ad alcuni banditi dell’UNITA, attaccarono postazioni angolano-cubane sul fiume e nel ponte. Vi erano circa 1000 cubani e angolani che non si aspettavano l’attacco. 28 cubani caddero, mentre i sudafricani ebbero 4 morti e 12 feriti. Ma l’ultimo giorno di operazioni 1 elicottero nemico fu abbattuto, eliminando altri 7 sudafricani. Raul Diaz Arguelle, comandante della Battaglia di Quifangondo, fu tra i caduti cubani. Nonostante la perdita di alcune postazioni, il risultato non cambiò e l’operazione del nemico in Angola (Operazione Savannah) fallì perché il governo del MPLA rimase. La propaganda atlantista tentò di sfruttare tale operazione strategicamente insignificante, facendovi anche un film di guerra alla Rambo, sostenendo di aver ucciso centinaia di angolani e cubani.

Massacro di Cassinga, 4 maggio 1978
Fallimento strategico e disastro politico sudafricano.
angolami1720hip2028e29lw5L’esercito sudafricano, nel tentativo di reprimere la lotta della SWAPO in Namibia, ricorse a una serie di bombardamenti e di operazioni nel territorio angolano per distruggerne le basi. Nonostante gli sforzi, non sconfisse la guerriglia, che eluse l’assalto sudafricano. La propaganda atlantista prese l’abitudine si gonfiare il numero dei nemici uccisi. L’attacco più feroce fu il massacro di Cassinga. Il piano delle SADF era uccidere la leadership della SWAPO, nel campo profughi di Cassinga, dove erano rifugiati 3068 civili, protetti da 300 volontari.
Dimo Amaambo, il leader della SWAPO, fu oggetto di un’operazione per ucciderlo da parte di 370 paracadutisti sudafricani con supporto aereo. Soldati e paracadutisti massacrarono i civili, uccidendo 167 donne, 298 bambini e 159 anziani; altre 611 persone furono ferite. I sudafricani subirono 4 morti e 11 feriti. Una colonna cubana di 400 soldati con 4 carri armati, 17 blindati, 7 camion e 9 cannoni cercò di raggiungere Cassinga ma fu bombardato dagli aerei nemici e 17 cubani caddero e altri 68 furono feriti. Un bombardiere sudafricano Buccaneer fu danneggiato da mitragliatici da 14,5mm della contraerea angolana. Nonostante ciò i cubani raggiunsero il campo e il nemico fu costretto a ritirarsi, salvando migliaia di civili.

Battaglia di Cangamba, luglio – agosto 1983
Decisiva vittoria tattica e morale.
6000 banditi dell’UNITA attaccarono Cangamba difesa da 92 cubani e 818 angolani, militari e civili. Fu un lungo assedio, dove alla fine i difensori non avevano più cibo e acqua. Il nemico aveva 60 cannoni, mortai e lanciarazzi, e consiglieri sudafricani. Durante la battaglia un aereo da trasporto An-26 angolano fu distrutto su una piccola pista aerea. Infine grazie a un paio di incursioni delle Forze Speciali cubane dietro le linee nemiche, e l’arrivo di una colonna di rinforzi, il nemico fuggì subendo almeno 2000 morti, mentre i cubani ebbero 18 caduti e poco più gli angolani, compresi i civili. Un recente film cubano descrive la battaglia.

Battaglia di Sumbe, 25 marzo 1984
AngolaCubansVittoria tattica e morale.
3000 banditi dell’UNITA tentarono un secondo attacco, ma questa volta colpendo i civili. A Sumbe c’erano pochi militari ma numerosi civili cubani, sovietici, bulgari, portoghesi e italiani. Vi erano 250 cubani, di cui 175 civili, e 350 angolani, quasi tutti civili. Il nemico pensò di trovare una facile preda, ma i civili si armarono e scavarono le trincee. Grazie anche ai raid di caccia MiG-21 ed elicotteri Mi-8 cubani, il nemico fu respinto subendo almeno 150 morti. 2 soldati cubani caddero assieme a 7 civili, mentre altri 21 civili furono feriti. Gli angolani ebbero 2 caduti e 2 feriti. Un piccolo gruppo di portoghesi, mentre cercava di fuggire dall’assedio fu catturato e ucciso dall’UNITA.

Battaglia del fiume Lomba, 3 settembre – 7 ottobre 1987
Decisiva vittoria strategica, tattica e morale sudafricana.
L’esercito angolano, con 10000 uomini e 150 carri armati, tentò un grande attacco contro l’UNITA, senza il sostegno dei cubani. Il nemico era formato da 8000 banditi dell’UNITA e 4000 soldati del Sud Africa. Il 3 settembre un missile angolano SA-8 abbatteva un ricognitore sudafricano. Il 10 settembre ci fu il primo attacco di 2000 angolani e 6 carri armati T-55 contro 4 Ratel, 16 Casspir e 240 sudafricani assieme ai banditi dell’UNITA. L’attacco fu respinto dall’artiglieria sudafricana, gli angolani persero i 6 carri armati ed ebbero 100 perdite. Tre giorni dopo gli angolani attaccarono di nuovo, 40 mercenari dell’UNITA furono eliminati. I carri armati T-55 affrontarono i Ratel, 5 T-55 furono distrutti insieme a 3 Ratel, e i sudafricani subirono 8 morti e 4 feriti. Tra il 14 e il 23 settembre vi furono altri scontri, gli angolani ebbero 382 perdite, mentre i sudafricani 1 morto e 3 feriti. Ignote le perdite dell’UNITA. Il 3 ottobre il nemico distrusse un lanciamissili SA-9 su un ponte, bloccandolo e altri carri armati T-55 furono distrutti. Ma qui l’UNITA fuggì abbandonando i blindati Ratel, mentre un T-55 distrusse il Ratel del comandante sudafricano tenente Hind, eliminandolo. I sudafricani si ritirarono mentre gli angolani persero altri 2 T-55 e subirono altre 250 perdite, mentre 2 nuovi carri armati sudafricani Oliphant furono distrutti dalle mine. Alla fine gli angolani si ritirarono abbandonando 127 automezzi, molti dei quali impantanati nel terreno, che furono poi distrutti da un raid delle forze aeree cubane per non lasciarli al nemico. La propaganda sudafricana sostenne che 4000 angolani furono uccisi, ma in realtà furono 525, e persero in azione 18 carri armati, 1 blindato e 1 sistema SAM. I sudafricani ebbero 18 morti e 12 feriti, e persero 2 carri armati Oliphant, 4 blindati Ratel e 1 aereo da ricognizione; l’UNITA ebbe 270 morti almeno.DSC01332Battaglia di Cuito Cuanavale, dicembre 1987 – marzo 1988
Vittoria decisiva e definitiva tattica, strategica e morale. Fu la più grande battaglia africana dalla seconda guerra mondiale e fu soprannominata la Stalingrado africana.
Durante la battaglia 1500 cubani, 10000 angolani e 3000 namibiani della SWAPO e sudafricani dell’Umkhonto we Sizwe dell’ANC furono attaccati da 9000 sudafricani e 20000 banditi dell’UNITA. Leader della difesa fu il cubano Leopoldo Cinta Frias, aiutato dai comandanti angolani Mateus Miguel Angelo, soprannominato Vietnam, e Josè Domingues Ngueto. I comandanti sudafricani erano Deon Ferreira e Jan Geldenhuys, mentre i banditi dell’UNITA erano capeggiati da Demostene Amos Chilingutila e Arlindo Pena.
La prima fase della battaglia fu lo scontro aereo. Nell’autunno 1987 il caccia MiG-23 del pilota cubano Eduardo Gonzales Sarria abbatté 1 aereo d’attacco Impala sudafricano e poi 1 caccia Mirage sudafricano. Il 27 settembre, JCC Goden sul suo MiG-23 abbatté 1 Mirage sudafricano, e Alberto Ley Rivas ne abbatté un altro. Anche 1 elicottero Puma sudafricano fu abbattuto da un MiG-23. L’esercito cubano ebbe la superiorità aerea, e gli aerei sudafricani non si fecero vedere più.2013-04-01campbell-mapI sudafricani attaccarono sei volte le difese cubano-angolane:

13 gennaio 1988
Dopo un’ondata di banditi dell’UNITA, l’attacco sudafricano ebbe un successo iniziale, i sudafricani rivendicarono la distruzione di 4 carri armati e 1 blindato angolano-cubani, sebbene non ci fossero mezzi corazzati cubani e angolani sul posto… Le forze angolane erano composte dalle 21.ma e 51.ma Brigata. I sudafricani persero 2 blindati Ratel prima che MiG-21 e MiG-23 cubani distruggessero la colonna nemica. 7 carri armati Oliphant, alcuni blindati Eland e cannoni dei sudafricani furono distrutti. La 21.ma Brigata riprese le trincee occupate dall’UNITA.
Il 16 gennaio un raid aereo cubano colpiva un gruppo sudafricano, e il 21 gennaio il MiG-23 di Charlos R. Perez fu abbattuto dall’UNITA.

14 febbraio 1988
40 carri armati Oliphant e 100 blindati Casspir e Ratel sudafricani attaccarono la 59.ma Brigata angolana. I cubani raccolsero tutti i carri armati a disposizione per fermare l’assalto nemico: 14 carri armati T-54 e 1 carro armato T-55 del gruppo del comandante cubano Betancourt, ma solo 7 carri armati T-54 si scontrarono con il nemico; 6 furono distrutti e i cubani ebbero 14 caduti, ma il nemico di ritirò avendo perso 10 Oliphant e 4 Ratel. La battaglia dimostrò la superiorità del T-54 sui carri armati sudafricani Oliphant. L’azione dei carri armati cubani spinse l’UNITA ad abbandonare le trincee prese.
Il 15 febbraio il MiG-23 di John Rodriguez fu abbattuto dall’UNITA e Rodriguez fu ucciso.

Capitano John Rodriguez Gonzalez

Capitano John Rodriguez Gonzalez

19 febbraio 1988
25.ma e 59.ma Brigata angolane respinsero l’attacco dei sudafricani, che persero 1 Ratel, 1 Oliphant e 3 soldati. 1 caccia Mirage sudafricano fu abbattuto da un missile antiaereo portatile Strela-3 e da uno ZSU-23-4 Shilka cubano. Il pilota fu ucciso.

25 febbraio 1988
I sudafricani attaccarono, ma furono fermati dall’artiglieria e dai carri armati interrati degli angolano-cubani, perdendo 2 Ratel e 2 Oliphant, mentre altri 4 Oliphant e 1 Ratel furono gravemente danneggiati. La South African Air Force provò per l’ultima volta a riconquistare la superiorità aerea con una grande agguato dei Mirage contro 3 MiG-23 cubani, ma senza risultati.

29 febbraio 1988
Per la quinta volta i sudafricani attaccarono gli angolani, venendo respinti e subendo 20 morti e 59 feriti.

17 marzo, Ernesto Chavez sul suo MiG-23 veniva abbattuto e ucciso da un cannone antiaereo Ystervark da 20mm sudafricano. Fu l’unica vittoria della difesa antiaerea sudafricana. Il 19 marzo nel corso di una ricognizione il Mirage di Willie Van Coppenhagen fu abbattuto e il pilota ucciso.

23 marzo 1988
Sesto e ultimo attacco dei sudafricani; fu un disastro, il “disastro di Tumpo”.
L’UNITA subì una carneficina e i sudafricani ebbero 1 carro armato Oliphant distrutto, 2 danneggiati e altri 3 catturati dalle forze angolano-cubane. Almeno un carro armato Oliphant finì in Unione Sovietica. Con questo fallimento, il regime sudafricano si ritirò da Angola e Namibia, e pose fine agli aiuti ai terroristi controrivoluzionari dell’UNITA.1619414887671A Cuito 900 tra angolani, namibiani e sudafricani dell’ANC caddero e i cubani ebbero 39 caduti e persero 6 carri armati e 4 MiG. L’UNITA perse 6000 banditi negli assalti ad ondata umana contro le fortificazioni angolane. I sudafricani li usarono come carne da cannone. I sudafricani persero 715 effettivi, tra morti e dispersi, oltre a 24 carri armati, 21 blindati, 24 cannoni G-5, 6 cannoni semoventi G-6, 7 aerei e 7 droni.

Angola_unita_ENGBattaglia di Tchipa, 4 maggio – 27 giugno 1988
L’offensiva delle forze cubano-angolane e dello SWAPO al confine con la Namibia fu una decisiva vittoria morale e tattica, grazie alla superiorità totale dell’aeronautica cubana.

4 maggio: prima imboscata
La prima operazione iniziò quando un gruppo di 60 cubani e 21 namibiani del battaglione esplorativo Tiger attaccò la 2.da Compagnia del 101.mo Battaglione della SWATF. Il nemico fuggì senza opporre resistenza, dopo aver avuto 30 morti e 1 prigioniero, 5 veicoli distrutti e 1 Casspir catturato. I resti della colonna furono distrutti da un MiG-23 sulla strada per Lubango.

22 maggio: seconda imboscata
Un gruppo di cubani e namibiani della SWAPO tese un’imboscata al 32.mo battaglione Buffal. 2 cubani caddero ma l’attacco dei MiG-23 costrinse il nemico a ritirarsi. Il giorno successivo i sudafricani subirono un’imboscata e persero 3 veicoli Unimog, catturati intatti, ma altri 4 cubani caddero.

27 giugno: terza imboscata
Ultima azione della guerra. Un gruppo di namibiani e cubani formato da 30 effettivi del 5° Battaglione delle forze speciali cubane, con 3 blindati BMP-1, attaccò il 61.mo battaglione meccanizzato sudafricano, formata da 70 uomini e 8 veicoli Ratel. BMP-1 e RPG-7 spararono insieme distruggendo 4 Ratel. Il nemico fuggì dopo aver subito 20 morti, abbandonando 1 Ratel intatto che fu catturato. Una seconda colonna del nemico di rinforzo fu bombardata e distrutta dai MiG-23 cubani.
Bombardamento di Caluenque. Lo stesso giorno 11 MiG-23 cubani bombardarono la base sudafricana di Caluenque, illegalmente occupata. I sudafricani subirono 50 morti e un centinaio di feriti.033Battaglia di Huambo 9 gennaio – 7 marzo 1993
Vittoria morale e tattica, fallimento strategico. L’UNITA aveva ancora 20000 armati sotto il comando di Demostene Amos Chilingutila e di Jonas Savimbi, capo del gruppo terroristico. Tale forza si ammassò vicino Huambo, base principale dell’UNITA. Le forze angolane effettuarono un massiccio attacco al comando di Joao de Matos e Francisco Iginio Cameiro. Dopo mesi di scontri gli angolani eliminarono 15000 terroristi dell’UNITA e Savimbi fuggì, perseguendo una campagna terroristica fino alla morte, avvenuta il 22 febbraio 2002. Dopo di ché la guerra si concluse definitivamente.

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