Libro: Racconti dalla tenda di Muammar Gheddafi

copertina definitiva tigani.qxdTitolo: Racconti dalla tenda e altre riflessioni
Autore: Muammar Gheddafi
ISBN: 9788874427246
Prezzo: € 12,00
Anno: 2016
Pagine: 120
Editore: Armando Siciliano

Nella sofisticazione della Realtà capovolta, il demenziale “ribelle colorato” devoto al Califfo anglo-amerikano – che in­scena sgozzamenti sacrificali in video hollywoodiani per lo spaccio occidentale – diventa alibi e spada parodistica nello scannamento del Cinghiale. Il Cinghiale è il ribelle vero, il dissidente, l’incontrollados, perfino il Capo di Stato che nello spet­tacolo imperialista è da decenni rappresentato come cane rabbioso e mente diabolica dell’Asse del Male! (Reagan dixit, l’attore-presidente Usa). Gheddafi era odiato dai banditi imperialisti e dalle mo­narchie arabe ubriache fradicie di petrodollari. Gheddafi fu sempre irriverente verso quei Potenti della Terra che «quasi giunsero al conflitto per la divisione delle risorse della Luna, specialmente le risorse marine…, come scrive in uno dei racconti che pubblichiamo in questo volumetto. Gheddafi, l’ultimo Re dell’Africa, il più grande, colto e longevo leader anticolonialista che l’Antico Continente abbia mai avuto, aveva appena coniato la Moneta Africana di Sviluppo. … ecco il Cinghiale da sacrificare sugli altari dell’Alleanza Blasfema che saccheggia Madre Africa da secoli e tormenta il Mediterraneo dal 2011, riportandone indietro la Storia di al­meno un secolo. Gheddafi deve morire!

Cosa ne sai di Gheddafi?
Testamento
735223 Per 40 anni, o forse di più, ho fatto tutto quello che ho potuto per dare al popolo case, ospedali, scuole. E quando avevano fame, gli ho dato cibo. Ho trasformato Bengasi da un deserto in terra fertile, ho resistito agli attacchi del cowboy Reagan quando, tentando di uccidermi, ha ucciso un’orfana, mia figlia adottiva, una povera bambina innocente. Ho aiutato i miei fratelli e le mie sorelle africani con denaro per l’Unione Africana. Ho fatto d i tutto per aiutare il popolo a comprendere il concetto di vera democrazia, nella quale comitati popolari governano il nostro paese. Per alcuni tutto questo non bastava mai, gente che aveva case di 10 stanze, abbigliamento e mobilio ricchi. Egoisti come sono, chiedevano sempre di più a spese degli altri, erano sempre insoddisfatti e dicevano agli Statunitensi e ad altri visitatori che volevano “democrazia” e “libertà”. Non si volevano rendere conto che si tratta di un sistema di tagliagole, dove il cane più grosso divora tutto. Si facevano incantare da queste parole, non rendendosi conto che negli Usa non c’erano medicine libere, ospedali liberi, case libere, istruzione libera, cibo garantito. Per costoro non bastava nulla che facessi, ma per gli altri ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l’unico vero leader arabo e musulmano che avessimo avuto dai tempi di Saladino, un uomo che restituì il Canale di Suez al suo popolo come io ho rivendicato la Libia per il mio popolo. Sono state le sue orme che ho cercato di seguire, per mantenere il mio popolo libero dal dominio coloniale, dai predoni che ci vorrebbero derubare…
Ora sono sotto attacco dalla più grande forza militare della storia. Il mio piccolo figlio africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, le nostre libere abitazioni, la nostra libera medicina, la nostra libera istruzione, il nostro cibo sicuro, e sostituirlo con il ladrocinio stile Usa chiamato “capitalismo”. Ma noi tutti, nel Terzo Mondo, sappiamo cosa ciò significhi. Significa che le imprese governano i paesi, il mondo, e che i popoli soffrono. Così per me non c’è alternativa, devo resistere e, se Allah vorrà, morirò seguendone la via, la via che ha arricchito il nostro paese di campi fertili, viveri, salute e ci ha perfino consentito di aiutare i nostri fratelli africani e arabi a lavorare qui con noi, nella Jamahiriya libica.
Non desidero morire, ma se dovessi arrivarci, per salvare questa terra, il mio popolo, le migliaia di miei figli, che allora sia.
Lasciate che questo testamento sia la mia voce al mondo. Dica che mi sono opposto agli attacchi dei crociati Nato, alla crudeltà, al tradimento, all’Occidente e alle sue ambizioni colonialiste. Che ho resistito insieme ai miei fratelli africani, ai miei veri fratelli arabi e musulmani. Ho cercato di fare luce, quando altrove si costruivano palazzi, ho vissuto in una casa modesta e in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non ho sprecato le nostre ricchezze nazionali e, come Saladino, il nostro grande condottiero musulmano che salvò Gerusalemme per l’Islam, ho preso poco per me…
In Occidente qualcuno mi ha definito “pazzo” e “demente”. Conoscono la verità, ma continuano a mentire. Sanno che la nostra terra è indipendente e libera, non soggetta al colonialismo. Sanno che la mia visione e il mio cammino sono sempre stati onesti e nell’interesse del mio popolo. Sanno che lotterò fino all’ultimo respiro per mantenerci liberi. Che Dio ci aiuti.

Muammar Gheddafi – Terra e Liberazione

Come la Marina russa salvò gli Stati Uniti

Larry Jimenez, Knowledgenuts 1 febbraio 2015event_27092013flot_1Dio benedica i russi!“, Segretario della Marina degli USA Gideon Welles, sull’aiuto navale russo

Contrammiraglio S. S. Lesovskij

Contrammiraglio S. S. Lesovskij

L’alleanza poco nota tra Stati Uniti e Russia zarista portò la flotta russa a una dimostrazione di forza a New York e San Francisco. Avvenne in un momento cruciale, nel 1863, quando Gran Bretagna e Francia erano sul punto d’intervenire nella guerra civile dalla parte della Confederazione. Una guerra mondiale era all’orizzonte “avvolgendo il mondo nelle fiamme”, come disse il segretario di Stato William Seward. La possente presenza russa scoraggiò dall’invasione gli anglo-francesi e l’Unione fu salva. Nell’estate1863, l’anno delle battaglie di Gettysburg e Vicksburg, ci fu l’ultima crisi che afflisse il rapporto tra Stati Uniti e Gran Bretagna durante la guerra civile americana. Due potenti corazzate, chiamate gli Arieti di Laird, destinate alla Confederazione e in grado di spezzare il blocco dell’Unione dei porti meridionali, erano in costruzione in Gran Bretagna. L’ambasciatore statunitense Charles Francis Adams avvertì il ministro degli Esteri inglese Lord Russell che se le navi da guerra venivano consegnate ai ribelli, “Sarebbe superfluo sottolineare a Vostra Signoria che sarebbe la guerra“. La diplomazia contorta tra Stati Uniti e Gran Bretagna ebbe già un sussulto verso la guerra. Nel 1861-1862, due violatori confederati, Mason e Slidell, furono sequestrati sulla nave inglese Trent dall’US Navy mentre si recavano a Londra e Parigi per chiedere l’intervento europeo. L’isteria bellica travolse la Gran Bretagna, e il primo ministro Lord Palmerston ordinò il spiegamento di truppe in Canada in previsione del conflitto. In ogni caso, la strategia inglese s’incernierava sulla sua schiacciante forza navale. Fu anche discussa la secessione del Maine e di bombardare e incendiare Boston e New York. Quest’ultima era considerata dall’Ammiragliato “il cuore commerciale degli Stati Uniti… colpirlo paralizzerebbe le fabbriche“. Le tensioni si attenuarono, ma non scomparvero, quando Mason e Slidell furono rilasciati.
Il segretario dell’ambasciatore Adams, il figlio Henry, ebbe l’impressione che Lord Russell fosse deciso a distruggere l’Unione. La classe dirigente inglese simpatizzava con l’intenzione del Nord di liberare gli schiavi. Ma il presidente Abraham Lincoln inizialmente accantonò l’idea per trattenere gli Stati nell’Unione, così perdendo il sostegno della nobiltà. Nel frattempo, la Gran Bretagna riteneva che dividere gli Stati Uniti fosse nell’interesse inglese, rendendo i possedimenti in Nord America più sicuri. Era ufficialmente neutrale, ma di una neutralità che mascherava un’ostilità inconfondibile. Nell’ottobre 1862 un ultimatum fu emesso contro Nord e Sud affinché ponessero fine alla guerra o affrontassero “un’azione più decisa” inglese. Che significasse l’azione militare non è chiaro, ma l’implicazione finale era la sopravvivenza della Confederazione come nazione sovrana. La Francia, nel frattempo, rispecchiava la neutralità ostile della Gran Bretagna. Napoleone III aveva dei piani sul Messico, e la debolezza degli Stati Uniti gli avrebbe dato mano libera in America. Il morale nell’Unione era quindi al minimo nel 1863, nonostante le vittorie di Gettysburg e Vicksburg.
Nel pieno della crisi degli Arieti di Laird, la salvezza venne da una fonte insospettabile, la Russia zarista. In quel momento, la Russia affrontava l’insurrezione polacca, supportata da Gran Bretagna e Francia. Di fronte alla stessa coalizione ostile, i governi di Lincoln e dello zar Alessandro II si avvicinarono. Alessandro aveva liberato i servi russi e quindi solidarizzò con la causa dell’Unione. Nel settembre 1863 la Flotta del Baltico russa arrivò a New York e la Flotta dell’Estremo Oriente a San Francisco. La vera ragione per cui la Russia inviò la flotta negli Stati Uniti era per proteggersi: Non voleva che venisse imbottigliata nel caso la guerra con la Gran Bretagna, minacciata per la Polonia, scoppiasse. Ma la sua presenza comunque salvò l’Unione nell’ora della disperazione. “Dio benedica i russi!” esultò il segretario della Marina Gideon Welles. Dopo la guerra, Oliver Wendell Holmes salutò Alessandro “nostro amico quando il mondo era nostro nemico“. I russi si mostrarono disposti a combattere per gli Stati Uniti. Quando l’incrociatore confederato Shenandoah si preparò ad attaccare San Francisco, l’ammiraglio russo diede l’ordine di difendere la città, in assenza delle navi da guerra dell’Unione. Gli inglesi capirono che con la Russia al fianco degli Stati Uniti, il costo dell’intervento militare sarebbe stato troppo alto. Inoltre, le vittorie dell’Unione del 1863 indicarono che la Confederazione era una causa persa. Se gli inglesi avessero attaccato, ci sarebbe stata la guerra mondiale tra Stati Uniti e Russia, alleate forse con Prussia e Italia, contro Gran Bretagna e Francia sostenute da Spagna e Austria. La prima guerra mondiale nel 1860 fu una possibilità concreta. Fortunatamente, Gran Bretagna e Francia fecero marcia indietro davanti la presenza russa. Gli Arieti di Laird non andarono mai alla Confederazione, e l’Unione fu salva.russian-fleet-1500

1863-1864: la Flotta di spedizione russa in Nord America
Civil War Talk

russian-perry-officersQuesta spedizione fu una manifestazione militare dalla Russia durante la guerra civile degli Stati Uniti. Regno Unito e Francia sostenevano i ribelli del Sud. La Russia era amichevole verso il governo federale nel Nord, aumentando l’ostilità verso la Russia di Regno Unito e Francia, che si sforzavano di allentarne l’influenza internazionale. Il governo russo decise d’inviare due squadroni navali negli Stati Uniti per dimostrare sostegno ai nordisti, nonché creare una potenziale minaccia alle comunicazioni marittime di Regno Unito e Francia, per spingerle a rifiutare l’aiuto agli Stati del Sud. Gli squadroni russi pattugliarono le coste del Nord America nella seconda metà del 1863. Lo squadrone atlantico era comandato dal Contrammiraglio S. S. Lesovskij (fregate Aleksandr Nevskij, Peresvet, Osljabja, corvette Varjag, Vitjaz e clipper Almaz) e partì dal porto russo di Kronshtadt per New York. L’altro squadrone, del Pacifico, era comandato dal Contrammiraglio A. A. Popov (corvette Bogatyr, Kalevala, Rynda, Novik, clipper Abrek e Gajdamak), e partì dai porti dell’Estremo Oriente per San Francisco.
Nel settembre 1863 la squadra di Lesovskii arrivò nel porto di New York, e quella di Popov nel porto di San Francisco. Gli squadroni russi rimasero in quei porti del Nord America e navigarono lungo le coste occidentali e orientali fino all’agosto 1864. Singole navi della squadra dell’Atlantico, di stanza a New York visitarono Baltimora, Annapolis, Hampton, Caraibi, Golfo del Messico, Cuba, Honduras, L’Avana, Giamaica, Curaçao, Cartagena, Bermuda e Aspinwall. Le navi della squadra del Pacifico erano di stanza a San Francisco e navigarono per Honolulu, l’emisfero australe, Sitka e Vancouver. I marinai della Marina russa dimostrarono elevata abilità, disciplina e buona organizzazione in questi viaggi. Lo squadrone Atlantico ritornò in Russia alla fine di luglio. Lo squadrone del Pacifico ad agosto 1864.
La presenza degli squadroni russi al largo delle coste d’America suscitò una grande reazione politica e costrinse Regno Unito e Francia a cambiare posizione nei confronti di Russia e Stati del Nord d’America. Nel 1866, il governo degli Stati Uniti inviò un distaccamento navale con una deputazione speciale, per esprimere ufficialmente gratitudine al governo russo per l’aiuto ai nordisti nella lotta contro la schiavitù.

Le navi della squadra del Contrammiraglio A. A. Popov nella baia di San Francisco. Da sinistra le corvette Rynda, Bogatyr e Kalevala.

Le navi della squadra del Contrammiraglio A. A. Popov nella baia di San Francisco. Da sinistra le corvette Rynda, Bogatyr e Kalevala.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Restaurazione Meiji e la creazione del Giappone contemporaneo

Fascinant Japonslide-8Nel 1869 il governo abolì il sistema delle quattro caste impermeabili sostituendolo con una gerarchia:
Nobiltà, aristocratici e signori (Kazoku)
Guerrieri di rango superiore (Shizoku)
Guerrieri di rango inferiore (Satsu), la terza nobiltà fu abolita nel 1872, e i guerrieri si unirono al popolo (Heimin), il resto della popolazione.
Questo sistema di tre classi durò fino al 1945. Nel 1870, il divieto ai samurai di praticare il commercio fu abolita, come la proibizione del matrimonio tra individui di classi diverse. Ciò si tradusse in numerose alleanze tra samurai e commercianti, dando vita al ceto degli imprenditori (futuri Zaibatsu). Nel 1871, per compensare l’abolizione dei feudi (domini), lo Stato risarcì i samurai, ma fu costoso, e nel 1874 si decise di por fine ai privilegi feudali (compresa la retribuzione). L’ultima azione del governo verso i samurai fu una somma forfettaria distribuita ai nuovi disoccupati. Molti si trovarono in condizioni di povertà, mentre altri si legarono ai commercianti più esperti. Furono alla base del capitalismo in Giappone. Di fronte alla scomparsa volontaria dei samurai, il governo istituì l’esercito centralizzato di tipo occidentale, introducendo la coscrizione (servizio militare obbligatorio). Il nuovo esercito era essenziale per creare lo Stato moderno. La sua missione era difendere il Giappone dall’aggressione occidentale. La Cina veniva erosa dagli occidentali, spingendo i giapponesi a ripensare la politica estera. Nel Paese, l’esercito garantì la coesione del popolo sotto la guida dell’imperatore. Fu anche grazie all’esercito che si poté eliminare i samurai. Con la leva obbligatoria, l’ideologia imperiale si diffuse nella società. Il Bushido, l’etica confuciana militare, fu la base giuridica dello Stato nazionalista. Tale etica si rifletté nel Proclama imperiale ai soldati e marinai (1882).
17986aNel 1869 fu creata la guardia imperiale, reclutando samurai. Fu creata l’accademia militare e furono modernizzati e nazionalizzati gli arsenali. Nel 1871, con l’abolizione dei domini, fu emesso il decreto per l’integrazione degli eserciti della Corona nell’esercito imperiale dal monopolio sulle armi. Nel 1873, il servizio militare triennale fu reso obbligatorio per gli uomini di 21 anni, ma aristocratici della corte, famiglie dei Signori e capifamiglia ne furono esenti. Il costume tradizionale fu bandito ed imposta l’uniforme occidentale. La spada fu riservata agli ufficiali, simbolo del comando. Fu creata, assieme all’esercito, l’università, volta ad integrare la nazione. Prima del 1868 molti ancora s’istruivano negli istituti religiosi privati. L’istruzione andava riformata. Vi furono tre scuole di pensiero. I classici confuciani (che sostenevano lo studio dei principi etici), i sostenitori degli studi nazionali (spesso mitogaku che sostenevano le virtù di obbedienza, patriottismo e sacrificio per l’imperatore) e gli intellettuali (che viaggiavano ed erano molto vicini all’occidente, impressionati dal liberalismo). Insegnavano inglese, matematica e le virtù dell’uguaglianza o dell’autorealizzazione personale. Un famoso sostenitore di questa scuola fu Fukuzawa Yukichi. Fino ai primi anni del 1880, dominavano gli scolastici occidentali, era l’età dell’illuminismo liberale. Misero in discussione il vecchio regime volgendosi verso l’occidente. Ma dalla metà degli anni 1880, tornarono confucianesimo e nazionalismo. Tale cambiamento fu simboleggiato dal testo imperiale (Chokugo) sull’istruzione (Kyoiku) del 1890. Il Kyoiku Chokugo imponeva a tutte le classi il ritratto dell’imperatore, evidenziando i valori dell’obbedienza e del sacrificio. La scuola era mista e obbligatoria fino a 12 anni, affiancata dall’istruzione superiore. Il terzo grande veicolo della diffusione dell’ideologia nazionalista imperiale fu lo Shinto. Nel 1868 si manifestò la volontà imperiale del Saisei Ichi, l’unità tra rituale religioso e governo. Lo Shinto divenne religione di Stato, basandosi sul Kojiki per giustificare il potere imperiale. Fu creato lo Shinto ufficiale, depurato dal buddhismo che cadde in disuso. Nel 1871, la religione ufficiale fu lo Shinto e i suoi ministri furono nominati e salariati dal governo. Ogni cittadino si registrava nel santuario della città natale. Moriva lo Shinto popolare.
Per meglio regolare i rapporti tra i soggetti, il governo introdusse il diritto occidentale nella vita giapponese. Nel 1880, con il sostegno del giurista francese Gustave Boissonade fu promulgato il primo codice penale. Ma la legge francese fu considerata liberale e individualista, e le fu preferita la legge tedesca, basata soprattutto sulla figura dell’imperatore. Questo codice del 1907 è ancora in vigore. Vi si aggiunsero dal 1897 elementi originali quale il concetto di Ie, cioè la famiglia patriarcale. Un paradosso giapponese vuole che la legge del concetto dell’autodifesa dell’individuo (come la Magna Carta), in Giappone sia legata ai valori gerarchici patriarcali autoritari, in totale opposizione al concetto stesso d’individuo. Quindi vi è una contraddizione ideologica permanente che continua ad oggi. Idealismo e tradizionalismo s’inseriscono assieme nello Stato moderno. Non va dimenticato che tale progresso (nel senso neutro) avviene molto rapidamente. La restaurazione è anche una rivoluzione dall’alto. I samurai che vedono abolito il loro status, rinascono sotto nuove forme. Il fatto che il loro potere non si basasse sui beni valse certamente qualcosa.getimage-exeLa rivolta dei samurai e il movimento per i diritti e la libertà
Gli oligarchi si affidarono ai samurai di basso rango per abolirne la casta e assumerli. Lo Stato condannò severamente gli shishi che attaccavano gli stranieri. Furono metodicamente eliminati. L’introduzione della coscrizione promosse il monopolio delle armi e vietò l’uso delle spade (Hei Torei, 1876). Molti samurai capirono di essere stati manipolati. Due grandi ribellioni scoppiarono: a Saga nel 1874, e a Satsuma nel 1877. Nel 1874, a Saga i samurai si chiusero nella loro roccaforte rifiutando la sottomissione. Si tratta di un episodio famoso nella storia del Giappone (vedasi Ran di Akira Kurosawa). Nel 1873, l’oligarca Saigo Takamori fu dimissionato a seguito di una disputa con i membri del consiglio. Voleva invadere la Corea, ma gli oligarchi si opposero. Tornato nel suo feudo, si ribellò nel 1874 creando un esercito di 40000 samurai che si oppose per tre anni al nuovo esercito di leva. Gli storici chiamano questo episodio Seinan Senso. I coscritti armati di cannoni schiacciarono i samurai. Saigo Takamori fece seppuku nella sua roccaforte, secondo gli antichi principi. Una mossa che gli valse il riconoscimento postumo del Meiji, contro cui si era ribellato. Il malcontento dei samurai non si espresse solo con le ribellioni. L’opposizione politica insorse tra gli oligarchi, fu il Jiyu Minken Undo (Movimento popolare per i diritti e la libertà). Itagaki Taisuke fu l’istigatore del movimento. Impressionato dalle teorie liberali occidentali di Rousseau e Locke, fondò dal 1874 piccole società politiche locali. I samurai che frequentavano questi gruppi espressero la loro insoddisfazione. Erano circoli molto chiusi, elitari, che sostenevano l’elezione di un’assemblea e il diritto di voto per le élite mercantile e politica. Nel 1880 nacque il Kokka Kisei Domei (Lega per creare l’assemblea nazionale). I suoi membri diffusero petizioni. Il Kokka Kisei Domei creò il primo partito politico del Giappone, il Jiyuto, nel 1881. Le pressioni di Ito Hirobumi e altri oligarchi furono molte. Si pubblicò nel 1875 il decreto per controllare la stampa, mirando a sbarazzarsi della stampa politica. Nello stesso anno si pubblicò un decreto che limitava il diritto di assemblea. Il 1900 fu l’anno della Keisatsu Chian-ho, la legge di polizia contro la libertà di associazione, riunione ed espressione. Dominò la mentalità fino al 1945. L’opposizione cercò di convincere Ito Hirobumi dell’utilità delle concessioni e delle riforme per la democrazia. I movimenti di opposizione ebbero un ruolo nella costituzione del 1889.shiroyamabattleTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come Hitler divenne Hitler e perché ciò è importante oggi

Igor Shumejko, Strategic Culture Foundation 03/11/ 2016

137Nell’ottobre 2016, la rivista statunitense The National Interest diede un’occhiata alla esperienza storica del 20° secolo, pubblicando l’articolo di David Axe intitolato “Il modo scioccante con cui Hitler divenne Hitler”. Molti autori si riferiscono allo stato attuale delle relazioni internazionali come “guerra fredda 2.0”, notando che il conflitto ideologico tra occidente e URSS durante l’ultima guerra fredda si basava sulle diverse interpretazioni del 20° secolo, tra cui l’importante soggetto della Seconda guerra mondiale. E in ciò, la questione di “chi ha la colpa” era più importante. Chi fu responsabile del fallimento del trattato di Versailles, dell’avvento al potere di Hitler e dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale? Questo sembra essere ciò di cui l’autore di National Interest scrive. Eppure l’attenzione sulla personalità del Fuehrer e l’emarginazione dell’influenza di potenti forze politiche che permisero l’ascesa di Hitler, sono la cortina fumogena che nasconde il problema. Da qui le bugie sul Patto di non aggressione tedesco-sovietico del 1939 (Patto Molotov-Ribbentrop) e la risoluzione 2009 del PACE, che eguaglia Unione Sovietica e Germania di Hitler come “due regimi totalitari”. Così, quando esattamente Hitler divenne Hitler?
Un dettaglio rivelatore notato dallo storico Jacques Bergier è che nell’estate 1938 gli abitanti di Berlino smisero di gridare “Heil!” tornando ai vecchi saluti. Nell’estate 1938, il potere di Hitler era considerato totale, ma il comandante del 3° Distretto Militare a Berlino, Feldmaresciallo Erwin von Witzleben, giustiziato da Hitler nel 1944, aveva apertamente provato la presa della Cancelleria del Reich. Molti generali tedeschi credevano che la Germania avrebbe affrontato l’inevitabile sconfitta tentando di occupare la Cecoslovacchia nel 1938. Dandone la prova al processo di Norimberga, il felmaresciallo tedesco Keitel, capo del Oberkommando der Wehrmacht (Comando Supremo delle Forze Armate), disse: “Eravamo straordinariamente felici che non ci fosse stata l’operazione militare, perché… eravamo sempre stati del parere che i nostri mezzi d’attacco alle fortificazioni sul confine della Cecoslovacchia fossero insufficienti. Da un punto di vista puramente militare ci mancavano i mezzi offensivi per sfondare le fortificazioni della frontiera”. Inoltre, i pacificatori occidentali cedettero a Hitler l’industria degli armamenti di prim’ordine della Cecoslovacchia, a Monaco di Baviera. La Germania mise le mani sulle officine Škoda, il secondo arsenale più importante dell’Europa. E così gestendo le famose Škoda, la Germania mise le mani sul parimenti gigante metalmeccanico CKD e il gigante aeronautico Aero Vodochody, che produsse il Focke-Wulf Fw-189 per tutta la guerra, e molto altro. All’epoca, i carri armati e i cannoni cecoslovacchi venivano venduti in tutto il mondo, rendendo Praga uno dei principali esportatori di armi al mondo.
Prima dell’accordo di Monaco, le forze armate dei due Paesi apparivano così: l’esercito cecoslovacco aveva 1582 velivoli, 469 carri armati e 2 milioni di soldati, mentre l’esercito tedesco aveva 2500 aeromobili, 720 carri armati e 2,2 milioni di soldati. Le dimensioni dei due eserciti erano paragonabili. Inoltre, il confine tra Cecoslovacchia e Germania erano i montuosi Sudeti. Fin da quando la Cecoslovacchia nacque nel 1919, costruì fortificazioni nel territorio dei Sudeti. La combinazione di fortificazioni moderne e terreno montagnoso resero la Cecoslovacchia inespugnabile all’aggressione tedesca. E tutto questo fu ceduto senza combattere. Così come i Sudeti fortificati, vi era anche l’accordo sovietico-cecoslovacco, ma l’assistenza militare che conteneva fu bloccata dalla Polonia. E Mosca sapeva che c’era già la guerra tra Unione Sovietica e Germania di Hitler nel 1938, solo che avveniva in Spagna, dove la vittoria era ancora in bilico. A Monaco di Baviera, gli inglesi diedero garanzie ai rappresentanti cecoslovacchi. Chamberlain gli disse: “I diritti delle minoranze nazionali sono sacri! Consegnate i Sudeti e avrete garanzie sui nuovi confini”. Tutte queste chiacchiere sulle garanzie occidentali furono inutili, dato che la montagnosa regione fortificata dei Sudeti garantiva la piena sicurezza alla Cecoslovacchia. Il 30 settembre 1938, tuttavia, l’esercito cecoslovacco si ritirò da Sudeti lasciandosi alle spalle le fortezze montane e i principali impianti industriali. Ma Hitler subito presentò alla Cecoslovacchia altre richieste e il 15 marzo 1939 la Germania occupò l’intero Paese.
Hitler fu salvato dall’accordo di Monaco con le democrazie occidentali, dandogli il potere fino all’aprile 1945. La domanda posta da The National Interest, “Quando Hitler divenne Hitler?”, ha una risposta semplice: “A Monaco di Baviera nel 1938”. L’accordo di Monaco di Baviera fu un accordo amichevole tra democrazie e Germania nazista, e ciò non può essere cancellato dalla storia. Fu l’accordo tra l’aggressore e i suoi amici. La ragione per cui dovremmo tutti ricordarlo oggi è chiara: l’occidente ancora una volta cerca di porsi da ‘pacificatore’ per evitare la sconfitta dei terroristi che hanno invaso la Siria e che ora minacciano l’Europa.republikaLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La più grande operazione della seconda guerra mondiale

Agosto 1945: l’URSS sconfigge il Giappone
Bruno Birolli, Fascinant Japon

75b09cc90b375e5d5b717275e13Il 15 agosto 1945, l’imperatore Hirohito ordinava via radio al popolo giapponese di “sopportare l’insopportabile”. L'”insopportabile” era la resa incondizionata negata con forza finché il Giappone fu l’ultimo Paese dell’Asse a continuare la guerra. Cosa spinse Hirohito a chiedere la pace, dopo esser rimasto in silenzio o complice del militarismo giapponese nei quattordici anni di guerra voluti dal Giappone in Asia e Pacifico? La risposta che viene in mente è l’impatto devastante del bombardamento atomico di Hiroshima il 6 agosto 1945 e di Nagasaki il 9 agosto 1945. Fu la distruzione delle due città ridotte in cenere da tali armi terrificanti che costrinse Tokyo ha gettare la spugna. Tale analisi trascura un fattore cruciale: l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica il 9 agosto 1945, tre giorni dopo Hiroshima e Nagasaki, poche ore prima della fulminea conquista della Manciuria da parte dell’Armata Rossa durante ciò che fu la più grande operazione militare della seconda guerra mondiale. La guerra al Giappone fu contemplata da Stalin fin dal 1943, ma voleva evitare che l’URSS combattesse ad ovest e ad est, decidendo l’impegno militare in Asia non prima dell’eliminazione della Germania nazista. Alla conferenza di Jalta nel febbraio 1945, Stalin disse che avrebbe attaccato il Giappone tre mesi dopo la fine delle operazioni in Europa, per dare all’Armata Rossa il tempo di schierarsi in Estremo Oriente. Ad aprile, quando il regime nazista era moribondo, Stalin denunciò unilateralmente il patto di non aggressione che l’Unione Sovietica firmò con il Giappone nel 1941. Da maggio, Stalin trasferì lungo il fiume Amur il corpo d’armata che sconfisse la Germania. Nel luglio 1945, alla Conferenza di Potsdam, ex-residenza del re di Prussia Federico il Grande, Stati Uniti, Gran Bretagna e Repubblica di Cina rinnovarono l’ultimatum minacciando il Giappone di “distruzione totale” se non deponeva le armi. In apertura della conferenza, il presidente degli Stati Uniti Harry Truman avvertì Stalin che gli Stati Uniti avevano testato un paio d’ore prima la bomba atomica e che decisero di utilizzare questa arma contro il Giappone. Tuttavia, tutt’altro che convinto che l’atomo ponesse fine alla guerra, Truman insistette ancora una volta che l’URSS s’impegnasse subito. Stalin accettò, voleva la sua parte dallo smembramento dell’impero giapponese. Ai primi di agosto 1945, l’Armata Rossa era pronta. In tre mesi, più di un milione e mezzo di soldati, 30000 pezzi di artiglieria e lanciarazzi, circa 5500 carri armati e cannoni d’assalto, 86000 autoveicoli e 3800 aerei attraversarono la Siberia, ammassandosi sul confine del Manchukuo, lo pseudo-Stato creato nel 1932 dai militari giapponesi dopo l’incidente di Mukden. La più grande operazione militare della seconda guerra mondiale era in preparazione. L’Armata Rossa non aveva mai concentrato tanti mezzi. Ma è vero che si lanciò alla conquista di un territorio grande quanto l’Europa occidentale.

Il piano di difesa giapponese
c__pia-de-a-manchuria-_8_1-1 Di fronte l’Armata Rossa agguerrita da quattro anni di combattimenti contro la potente Wehrmacht, sostenuta da un’industria bellica a pieno regime e indenne, che vantava una rete di comunicazione certamente ridotta ma intatta, il Giappone era solo l’ombra di se stesso. I suoi centri industriali venivano regolarmente rasi al suolo dall’Aeronautica statunitense. I suoi collegamenti marittimi con i territori ancora in possesso tagliati dalla flotta sottomarina e di superficie degli USA che, resa audace dall’assenza di risposta dei giapponesi, lanciava incursioni sulle coste dell’arcipelago e tutte le navi giapponesi ancora in navigazione. Il Giappone conservava ancora un’ultima carta: la Manciuria. La maggior parte delle città della Manciuria era fuori dalla portata dei bombardieri degli Stati Uniti e fu risparmiata. I raid aerei tentati contro Shenyang, come poi fu chiamata Mukden, ed altri centri industriali causarono pochi danni. L’armata principale dell’esercito imperiale prima del 1941, l’Armata del Kwantung in Manciuria, pur suddivisa, con il corpo che occupava il resto della Cina, erano le ultime forze del Giappone. Questo esercito di 700000 uomini, sulla carta, in realtà fu ridotto dai prelievi volti a rafforzare fronti come in Birmania. Se, in base ai criteri giapponesi, l’esercito Kwantung era ben equipaggiato, rispetto agli Alleati veniva surclassato nella maggior parte dei settori. Non aveva cannoni anticarro: i cannoni anticarro Modello 97 e Modello 98 (da 20 mm) e Modello 41 (da 47 mm) erano scadenti nei confronti delle pesanti corazzature sovietiche. I suoi blindati erano per lo più cingolette Modello 94 e 97 Te-Ke, e carri armati leggeri Modello 95 Ha-Go, progettati per supportare la fanteria e non per duellare con altri carri armati. I cannoni dei carri armati medi Modello 89 Chi-Ro, 94 e l’ultimo nato 97 Chi-Ha, non potevano perforare l’acciaio delle controparti sovietiche, ed erano molto vulnerabili alle potenti cariche sagomate degli avversari. L’Armata del Kwantung scontava la scelta del Comando di sacrificare i blindati alla fedeltà a una dottrina basata sulla fanteria e il risparmio (1). L’Aeronautica, circa 2000 velivoli, fu spogliata dei mezzi migliori, consegnati agli squadroni dei kamikaze nel Pacifico. La fanteria, chiave di volta del Kwangtung, fu gonfiata dall’immissione di ausiliari locali e coreani coscritti, che non avevano né la fedeltà né la tenacia degli effettivi giapponesi. Fu formata la cavalleria dei russi bianchi inquadrata dal partito fascista pan-russo del generale zarista V. A. Kislitsin, ma il suo valore militare era trascurabile (2). Infine, il comando non era dei più brillante: gli ufficiali più competenti erano finiti sotto il fuoco in altre aree.
Di fronte alla minaccia sovietica, l’Armata del Kwantung optò per una strategia ispirata alle battaglie del Pacifico. Non colpiva più l’avversario con tutte le forze alla ricerca della battaglia di annientamento, puntando sull’impatto frontale quale principio strategico più insegnato in Giappone dal 19° secolo. Dalla fine del 1942, i giapponesi erano sulla difensiva. Si trinceravano in capisaldi ingegnosamente sistemati per fare pagare a caro prezzo all’avversario l’avanzata. L’aggressività offensiva, la strategia dell’esercito imperiale, era divenuta una guerra di logoramento disposta a sacrificare fino all’ultimo uomo, nella speranza di esaurire l’avversario. Consapevole del fatto che le pianure centrali della Manciuria erano terreno per i carri armati sovietici, il piano giapponese mirava a rallentare l’Armata Rossa una volta che attraversava il fiume Amur, per dare il tempo all’Armata del Kwantung di ritirarsi nelle zone montuose al confine con la Corea. Influenzato dalla certezza che il soldato giapponese fosse il migliore del mondo, il comando giapponese intese riconquistare il vantaggio forzando i sovietici a combattere a piedi in queste aree boschive e scoscese, avverse ai carri armati. L’esperienza contro gli statunitensi nel Pacifico si rifletté ancora una volta: l’esercito imperiale abbandonò gli spazi aperti, le spiagge nel caso delle isole del Pacifico, sottolineando le infinite possibilità delle fortificazioni nel terreno accidentato e mimetizzate nella vegetazione. Dietro il piano giapponese si nascondeva un vecchio pensiero strategico. L’obiettivo non era tenersi la Manciuria, sapendone i giapponesi la vulnerabilità, ma fare di questa regione una zona cuscinetto a protezione della Corea. Annessa all’Impero nel 1910, separata dal Giappone dallo stretto di Tsushima, largo appena 100 km ed ancora più facile da attraversare, dato che in mezzo vi è l’isola che da il nome a questo canale tra Mar del Giappone e Mar Giallo, la penisola è un trampolino di lancio ideale per lo sbarco nell’arcipelago. Per bloccare questa porta, il Giappone entrò in guerra contro la Russia nel 1904. E seguendo lo stesso ragionamento, l’Armata del Kwantung preparò un santuario al confine coreano. I giapponesi vi arrivarono dopo la revisione strategica iniziata mezzo secolo prima. Se durante la prima guerra cino-giapponese (1896) e la guerra russo-giapponese tale discussione fu rilevante, nell’estate 1945 non aveva nulla a che fare con la comprensione razionale dei rapporti di forza, dimostrando il vuoto dottrinale dell’esercito imperiale compensata da una fede incrollabile nel senso di sacrificio del soldato giapponese nell’invertire il corso della storia.
In sintesi, l’obiettivo non era battere i sovietici, ma fare lo stesso di ciò che i giapponesi tentavano per fare esaurire gli statunitensi nel Pacifico. Non più la sconfitta ma suscitare disgusto nell’avversario provocando vittime a un livello insostenibile. Il piano giapponese aveva un difetto strutturale: l’errore ripetuto rigidamente dall’alto comando giapponese dagli anni Trenta. Le sue aspettative erano solo proiezioni di come i giapponesi avrebbero diretto la campagna se avessero mantenuto l’iniziativa. Il loro ragionamento corrispose perfettamente ai mezzi a disposizione dei militari, ma ignorò i profondi cambiamenti che la guerra in Europa comportò tra il 1939 e il 1945. Nel 1931, carente in blindati, tranne pochi carri Renault T4, mai utilizzati per il gelo, l’Armata del Kwantung conquistò la Manciuria seguendo le linee ferroviarie. I giapponesi dedussero quindi che i sovietici avrebbero fatto lo stesso. E dato che il confine con la Mongolia era inaccessibile via treno, i giapponesi non rafforzarono quel settore lasciandolo scoperto. Eppure è proprio da lì che i carri armati sovietici entrarono scatenando una delle blitzkrieg più brutali della Seconda Guerra Mondiale.

L’offensiva sovietica
7267051Il 9 agosto 1945, alle quattro del mattino, l’Armata Rossa iniziò l’offensiva. I servizi segreti sovietici compresero le intenzioni giapponesi e le operazioni furono adattate di conseguenza. L’offensiva generale seguì tre linee, ognuna con una funzione molto specifica. Un attacco in direzione est-ovest dalla provincia marittima tra Khabarovsk e Vladivostok. Allo stesso tempo, le forze sovietiche passavano il fiume Amur e si lanciavano verso il sud. Ma questi due fronti non erano volti a sferrare il colpo fatale: erano diversivi per spezzare, bloccare e ingannare l’Armata del Kwantung. Il cuore dell’offensiva sovietica partiva dalla Mongolia dove, con una manovra a tenaglia nella steppa, i sovietici intendevano massimizzare l’esperienza sui corazzati appresa contro i tedeschi. L’armamento di questi tre fronti corrispose esattamente al ruolo assegnatogli. I fronti orientale e settentrionale concentravano la gran parte dell’artiglieria pesante e della fanteria d’assalto per distruggere i bunker al confine, mentre il corpo occidentale la cui missione era effettuare lo sfondamento, era formato soprattutto da unità corazzate tra cui le famose divisioni d’élite della Guardia. Ben informati sui punti deboli dei mezzi anticarro dell’Armata del Kwantung grazie agli emigrati russi stabilitisi in Manciuria e ai disertori coreani e cinesi del Kwangtung, i sovietici deliberatamente si privarono del T-34, meglio armato ma troppo pesante per le paludi confinanti la Mongolia, a favore dei carri leggeri di vecchio modello ma molto più veloci. La chiave del successo del piano sovietico era la velocità. L’isola di Sakhalin, la cui metà meridionale era giapponese dalla guerra russo-giapponese, non fu dimenticata. L’11 agosto, i sovietici sfondarono la linea dei bunker che segnava il 50° parallelo sul confine tra i due Paesi. Lo stesso giorno sbarchi avvennero a nord delle coste orientali della Corea.
L’Armata Rossa usò tutte le tattiche con cui schiacciò la Wehrmacht, sbarramenti d’artiglieria fenomenali, bombardamenti aerei implacabili sulle retrovie, movimenti avvolgenti di concentramenti corazzati. Tuttavia, ad est, i sovietici impiegarono in modo innovativo flottiglie di chiatte e monitor in sostituzione di carri armati e artiglieria ostacolati dalle paludi gonfie per le piogge estive e dall’assenza di strade percorribili. Queste chiatte pesantemente armate risalirono il fiume Sungari (affluente del fiume Amur che attraversa la Manciuria) e permettevano con un pescaggio di 15 cm gli sbarchi al tergo dei capisaldi giapponesi. Queste operazioni, supportate da onnipresenti aerei, rimangono nella storia un raro esempio di guerra fluviale in acqua, terra e cielo. La scommessa del comando giapponese di bloccare o almeno ritardare l’Armata Rossa fallì. Costantemente sopraffatta, la Kwantung non poté riorganizzarsi. La fanteria giapponese tuttavia mostrò un fanatismo che sconvolse i veterani più incalliti dei pesanti combattimenti in Europa. Mai i tedeschi dimostrarono tale determinazione. Per compensare l’assenza di armi anticarro, i soldati giapponesi si gettarono in massa sotto i cingoli dei corazzati stringendo una mina o un carico di dinamite sul petto. I contrattacchi furono condotti come nel Pacifico, assalti banzai con la baionetta che i sovietici falciarono senza pietà (1). Questi sacrifici furono vani. Nonostante la resistenza suicida la Kwangtung crollò. L’Armata del Kwantung pagò il prezzo di una concezione della guerra obsoleta. I giapponesi non capirono il ruolo svolto dai blindati nella Battaglia di Khalkhin Gol, o incidente di Nomonhan per i giapponesi, contro i sovietici sei anni prima. Tuttavia, tali scontri limitati e diffusi da maggio a luglio 1939, furono un campo di addestramento per il futuro Maresciallo Georgij Zhukov. E’ in questa zona infestata da zanzare, tra la Mongolia e il Manciukuo, che i sovietici perfezionarono i principi dell’interazione tra artiglieria, blindati e fanteria d’assalto che poi opposero con successo ai tedeschi e portarono al culmine contro i giapponesi nell’agosto 1945.

Il sollievo degli Stati Uniti
1-image1308371029_type1 Non più di quanto gli statunitensi non informarono i sovietici sui dettagli del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, Stalin mantenne segreta la data dell’offensiva contro il Giappone. Alla notizia dell’invasione della Manciuria, gli statunitensi si sentirono sollevati. Il Viceammiraglio John H. Cassady, il secondo in comando nelle operazioni navali, subito espresse il sentimento degli statunitensi. Il blocco del Giappone era imperfetto a causa del Mar del Giappone, “non avevamo alcuna base in questa regione e anche se la Marina Imperiale era stata distrutta, portare le nostre navi in un mare chiuso era una manovra rischiosa. È evidente che i nuovi (l’entrata in guerra dell’URSS) risolvono il problema. Ora il Giappone sul fianco nord-ovest non solo affronta uno dei più grandi eserciti del mondo, ma questi territori consentiranno potenti attacchi aerei contro i suoi impianti militari e industriali… Ora possiamo preparare l’invasione del Giappone con fiducia. Questo non vuol dire che la guerra è vinta. Ma la nostra missione s’è ridotta e abbiamo tutte le ragioni per credere che il tempo si è notevolmente ridotto”. (2) Il New York Times credeva che il Giappone fosse in una situazione ancora più disastrosa della Germania dopo il fallimento dell’ultimo contrattacco nelle Ardenne. Il giorno dopo, lo stesso giornale espose la sua analisi: “La speranza che il Giappone continui a dividere gli Alleati respingendo l’assalto finale facendolo pagare caro agli alleati con gli attacchi suicidi, è ormai andata. L’impero usurpato è diviso in due dalle forze anglo-statunitensi in mare e in Cina e con le isole oggetto del blocco e di raid aerei devastanti; il Giappone subisce l’assalto diretto sull’ultima posizione, per molti aspetti più solida, la Manciuria. Qui è dove il Giappone ha consolidato le sue industrie di guerra e basa le forze più potenti rimastegli, la Kwantung… Come la Germania, il Giappone deve ora condurre una guerra su due fronti, ancora meno in grado di condurla dell’ex-alleata“. Il Generale Douglas MacArthur vide chiaramente il vantaggio militare dell’intervento sovietico, trasmettendo il giorno dell’entrata in guerra dell’URSS la seguente dichiarazione: “Sono felice dell’entrata in guerra dell’Unione Sovietica contro il Giappone. Rende possibile una vasta manovra a tenaglia, che non può non distruggere il nemico. In Europa, la Russia era l’est, gli alleati l’ovest. Ora siamo l’est e la Russia è l’ovest, ma il risultato sarà lo stesso“. (3) I sovietici liberarono gli statunitensi dalla paura di vedere la Kwangtung in Manciuria trasferita e trincerata in Giappone. Quindi, al momento, più che l’effetto dei due bombardamenti atomici, ancora stimati male, fu l’impatto dei sovietici in guerra che segnò gli strateghi statunitensi.

Hirohito si reincarnò pacifista
16541-img_2 Le reazioni nel Palazzo Imperiale alla distruzione di Hiroshima, all’attacco sovietico e al bombardamento di Nagasaki sono ancora poco note. I partecipanti alle discussioni le tennero segrete o diedero informazioni parziali e favorevoli all’imperatore. Questi tre eventi avvennero troppo rapidamente per dare all’entourage di Hirohito forti argomenti per costringere i militari a cedere le armi. Per salvare il trono, andava reinventato il suo occupante. Il capo bellicoso e indifferente al destino dei suoi sudditi in guerra, Hirohito, divenne in quei giorni decisivi un benevolo pacifista prigioniero di una consorteria estremista (4). Dopo aver esitato nella notte, Hirohito ordinò a Kido Koichi, guardiano del sigillo imperiale e consigliere più stretto, di scrivere il testo che poneva fine alla guerra. Per evitare qualsiasi suggerimento che potesse, in un modo o nell’altro, testimoniare contro l’imperatore e renderlo responsabile della guerra e della sconfitta, i due studiosi incaricati di redigere il testo lottarono per tre giorni prima di redigere una copia in stile arcaico greve di contorsionismi a malapena comprensibili. Il testo finale fu presentato ad Hirohito la notte del 14 agosto 1945 e lo lesse alla radio il giorno dopo, a mezzogiorno. La sconfitta della Germania e l’entrata in guerra dell’URSS furono evocate da questa frase criptica: “La tendenza generale nel mondo si è rivoltata contro i nostri interessi“. L’allusione alla bomba atomica è tuttavia più esplicita: l’enorme potere distruttivo dell’atomo impressionò e per salvare “la civiltà umana… dalla totale estinzione” che il Giappone si arrese, anche se quella parola, resa, non fu mai pronunciata. Anche prima della fine delle ostilità, la storia della Seconda Guerra Mondiale fu riscritta. Nelle settimane seguenti la capitolazione, il ruolo svolto dall’URSS nella sconfitta del Giappone fu riconosciuto. Naruhiko Higashikuni, nominato primo ministro il 16 agosto 1945, ammise nel suo primo discorso al parlamento del 5 settembre 1945 che la dichiarazione di guerra dell’Unione Sovietica mise il Giappone nella “peggiore situazione possibile“. Allo stesso tempo, il capo del governo di transizione riprese il mito della bomba atomica come unica causa della sconfitta giapponese. Fu per salvare il Giappone e la sua popolazione da tali terribili bombe che Hirohito cedette le armi “nell’interesse della pace e dell’umanità“. (5)
Negli anni, tale racconto si sviluppò. L’invasione della Manciuria nel 1931 e della Cina nel 1937 e la campagna in Manciuria nel 1945, altra tappa fondamentale della seconda guerra mondiale in Asia, furono ignorate. Non fu per gli errori strategici che il Giappone perse la guerra, ma per l’uso da parte degli statunitensi di armi inumane. Il riflesso naturale degli storici nel concentrarsi sulla parte degli Stati Uniti nella storia radicò tale visione. Ma dimenticare il ruolo dell’URSS fu anche motivato politicamente. Se la guerra fredda non era ancora iniziata ai primi di settembre 1945, gli statunitensi impedirono l’occupazione sovietica del Giappone, divenuto affare esclusivamente statunitense, se si prescinde dalla presenza di un piccolo contingente australiano ad Hiroshima che non ebbe alcun ruolo politico. Riconoscere i meriti dell’Armata Rossa avrebbe concesso un posto all’URSS nella riorganizzazione della società giapponese. La guerra fredda scoppiò in Asia prima che in Europa, aggravata dal confronto militare in Cina con la guerra civile vinta da Mao Zedong (1949) e in Corea (giugno 1950). Concentrarsi sul bombardamento di Hiroshima e Nagasaki e ripulire Hirohito furono essenziali per fare del Giappone il pilastro asiatico del sistema di difesa degli Stati Uniti.%d1%81%d0%bb%d0%b0%d0%b2%d0%b0-%d0%ba%d1%80%d0%b0%d1%81%d0%bd%d0%be%d0%b9-%d0%b0%d1%80%d0%bc%d0%b8%d0%b8-%d0%be%d1%81%d0%b2%d0%be%d0%b1%d0%be%d0%b4%d0%b8%d1%82%d0%b5%d0%bb%d1%8c%d0%bd%d0%b8%d1%86Note:
1) U.S. War Department, Handbook on Japanese Military Force, 1944, Louisiana State University Press, Baton Rouge, 1991.
2) Sabine Breillard. Harbin and Manchuria: Space, and Idendity, Duke University Press, Durham N.C., 2000.
3) Sabine Breillard. Harbin and Manchuria: Space, and Idendity, Duke University Press, Durham N.C., 2000.
4) The New York Time, 9 agosto 1945.
5) William Manchester, American Caesar, Douglas MacArthur 1880-1964, Little, Brown and Company, Boston Toronto, 1977, p 438-439.
6) Herbert P. Bix, Hirohito and The Making of Modern Japan, Perennial, New York, 2001.
7) The New York Time, 6 settembre 1945.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora