Beautiful Dreamer

Un-Go, Beautiful Dreamer (performed by Narasaki)

Magia, fascismo e razza in David Bowie

Rahm Bambam, Pop Matters 11 gennaio 2016

Blackstar affronta la tensione fra attrazione dichiarata di David Bowie per le ideologie del sangue e del suolo, e l’ossessione ugualmente impegnativa con forme musicali e tropismi afroamericani.blackstar_650_400Il 20 novembre 2015, David Bowie riemergeva senza fretta o necessità, con un nuovo singolo intitolato ★, approssimata dal più pronunciabile “Blackstar“. Il lavoro (cerchiamo di sostenere la quintessenza dell’artista rocker con le etichette pretenziose a cui ha diritto) è un contorto viaggio nevrotico di quasi dieci minuti, che incorpora percussioni che fondono krautrock e jazz, poesia pagana, dissonanza, canto melismatico, stringhe zuccherate e turbinii di sax soulful passando dal sassy allo spettrale. “Blackstar” è un saluto sorprendente, tanto più provocante per il fatto che segue una rinascita di fine carriera dopo i percorsi maestosi e rispettabili favoriti dai veterani dell’avanguardia (vedasi i precedenti album post-millenari come Heathen, Reality e The Next Day). L’eredità di Bowie s’è già scolpita nella nostra coscienza collettiva con la fermezza di un epitaffio inciso in una lapide. Tuttavia, “Blackstar“, richiamandosi in modo convincente al mix inquietante di sperimentazione e melodismo del classico Bowie, sfida la perfettamente ragionevole aspettativa che il Bowie di “fine carriera” (il termine connota il declino con il sicuro avvicinarsi del nemico perenne della musica pop, “l’età”) può essere ignorato in quanto pallido prodotto della senescenza. Molti osservatori analiticamente favorevoli a Bowie (e come questo saggio e i commenti possono testimoniare, sono molti) sicuramente si fissano su quanto la canzone rievochi le vecchie ossessioni del Dame per l’ultraterreno, l’origine nel buio dello spazio o l’occultismo. Questi sono i temi che appaiono e riappaiono in tutta l’opera di Bowie quasi fin dall’inizio della sua discografia (vedasi “Space Oddity” e L’uomo che vendette il Mondo). Anche il simbolo del pentagramma che funge da vero titolo di Blackstar (★) tradisce la consapevolezza del potere di un simbolo al centro delle numerose tradizioni spirituali, tra cui satanismo, rosacrocianesimo, gnosticismo e wiccanismo. Inoltre, il video della canzone, oggetto circondato da una nube di commenti, è pieno di immagini che invitano a speculare. Bowie in un primo momento appare con un velo che lo rende il cieco Eli, mentre dirige un rituale cosmico, facendo sobbalzare vari organismi legati alla terra, che nel video formano cerchi magici e si agitano in estasi. Bowie si comporta quindi da medium e mago, incanalando energie astrali per fini decisamente terrestri, aggiornando quella sciamanica di Starman sbarcato sulla Terra per “fra ballare tutti i bambini” nei primi anni settanta. Tuttavia, i principali motivi lirici e le tematiche di “Blackstar” non possono essere del tutto separati dalla relazione complicata di Bowie con la razza, cioè con l’appropriazione delle tradizioni musicali afroamericane come Jazz, R&B e Soul che coabitano con il suo eurocentrismo imperioso impregnato di tradizioni esoteriche, portandolo a famosi flirt con la gestualità del fascismo, se non le relative idee.
Original_photography_for_the_Earthling_album_cover_1997__Frank_W_Ockenfels_3Bowie assume, nella seconda metà del singolo, le sembianze di un sole oscuro contrapposto nettamente all’illuminazione e alle sfere brillanti. Canta “Non sono una Whitestar/Sono una Blackstar“, e attraverso questo annuncio la ricerca trionfale e anche spavalda del confronto con il candore della Whitestar, parallela e ripudiata dalla popstar, pornostar, filmstar. Cos’è che accomuna tutte queste identità disparate? In primo luogo è evidente che ogni titolo sia al crocevia tra potere e profitto a beneficio del titolare dei nomignoli stellari, sempre in mezzo a tale empio bivio. In secondo luogo, sembra che per il suo camaleontismo cosciente o per le contingenze della carriera, Bowie stesso abbia svolto tutti questi ruoli ogni volta. Nelle interviste Bowie rinnegava il suo periodo degli anni ’80, quando era al culmine del successo come popstar internazionale, la fase con Phil Collins. Più recentemente ha scartato altre bardature del periodo di onorata popstar convenzionale, delle performance live e dei tour di concerti, il cui essenziale ed attuale produttore di Bowie, Tony Visconti, dice probabilmente non si avrà più. E verso ciò che si può ragionevolmente considerare come suo principale contributo allo sviluppo dell’iconografia della rock star, la creazione del sessualmente carismatico Ziggy Stardust, Bowie ha mostrato un’avversione simile. Nell’intervista con Russell Harty, quest’ultimo insisteva petulante a guardare a Ziggy, anche se Bowie stesso non aveva alcun interesse a rivisitare la carnalità grossolana di una figura che a lungo ne rappresentò l’intero periodo glam rock. Infatti, in “Blackstar” Bowie rifiuta lo status di Whitestar e diverse altre identità astrali sotto tale ombrello, non solo con insistenza mantrica ma anche con accanimento cercando di fugare ogni dubbio, esorcizzando il passato impegno. Bowie nei panni della Blackstar, che con orgoglio e anche con gioia, usa con potenza, ricorda il personaggio del Thin White Duke di metà-fine anni ’70, che rappresentò la diserzione di Bowie della scena rock il cui firmamento aveva già scalato con successo, ma che sempre gli sembrò comunque un’aberrazione. L’album, come la nave di Station to Station de Thin White Duke del 1976, indica dal punto di vista sonoro e tematico, l’uscita volontaria dalla cultura mainstream ben illuminata e dal consumismo contemporaneo. Station to Station indica l’allontanamento da Hollywood, i cui valori Bowie sembrava celebrare e che scimmiottava, non senza cinismo, in Young Americans dell’anno precedente. Le devastazioni psicologiche dovute al periodo di Los Angeles, la paranoia e lo sconvolgimento risultanti dallo stile di vita hollywoodiano ed attese conseguenze, lo riempirono del desiderio atavico di qualcosa di simile a una patria sacra, l’Heimat dei tedeschi. Questo desiderio non era dissimile da ciò che lo spinse nell’oscuro sogno del fascismo d’incenerire la Terra per ricrearla nel perduto cielo nordico che, naturalmente, non è mai esistito, innanzitutto. Bowie non trasse vantaggio nel chiarire se il fascino per la Germania non comprese solo l’amore per i gruppi Kosmische e krautrock, al centro delle avanguardie musicali di Berlino, ma anche per il recente passato totalitario da cui tali gruppi cercavano di forgiare un’alternativa controculturale. Ironia della sorte, Bowie radicò il suo desiderio per la Vecchia Europa, nato dalla sradicamento che sentì negli USA, nella musica fondendo gli amati ritmi krautrock con l’esuberanza rock ‘n’ roll entrambe ancorate solidamente su una base funk. “Station to Station“, il titolo-traccia in cima all’album che annunciava l’arrivo del Duca stesso, manifesta tale tensione tra queste fonti apparentemente contraddittorie. Ritmi motori lasciano il posto a una melodia celebrativa e marziale, un brindisi ai vigili soldati di guardia a un occidente immaginario. Questa sezione lascia il posto a una stompbox pianoforte-e-chitarra che, mentre segnala l’arrivo del “cannone europeo”, non può nascondere la vecchia festa del boogie rock dalla spina dorsale molto americana.
Possiamo concepire “Blackstar” come un modo di affrontare tale tensione tra attrazione dichiarata di Bowie per le ideologie del sangue e suolo e i miti esoterici marginali, e l’ossessione ugualmente densa per le forme musicali e i tropismi dei neri americani. Mentre “Blackstar“, come Station, attinge dal profondo pozzo degli arcani tradizionali, del soprannaturalismo e della magia, probabilmente Bowie tentava, attraverso il sistema di valori dualistico della canzone e il punto di vista interiore adottato da lui stesso, una presa di coscienza, attraverso la performance, della concezione della negritudine (particolare per un vecchio bianco) ma molto diverso da quella associata ad arti oscure, cappe grigie e bafometti rosso sangue. Questo è il nero che Bowie ha saccheggiato per diventare il praticante ‘plastic soul’ di Young Americans; era pienamente consapevole che mentre era impegnato a ricreare lo stile soul, ha prodotto “i resti frantumati di una musica etnica… scritta e cantata da un bianco calcareo“. Anche se questo sembra la feticizzazione di un bianco della negritudine e della musica nera, dovremmo ricordare che Bowie mise in discussione il suo rapporto con la musica e la cultura statunitensi, in generale, in termini analoghi. Parlò del suo approccio al rock ‘n’ roll come sforzo inautentico di un inglese per spiegare esteriormente come “fondamentalmente cosa americana … dal valore intrinseco americano” sia imitare gesti estremamente teatrali del genere. La logica di ‘plastic soul’ di Bowie ne permea tutti gli sforzi; sradica gli oggetti del suo entusiasmo, siano essi Kabuki, Crowley o Kabbalah, dalle tradizioni emerse, e abilmente l’integra nella sua visione, che sempre contiene prodotti culturali precedentemente assimilati. Tale logica, naturalmente, può produrre ed ha portato ad additivi instabili e inquietanti, come l’esemplarmente inquietante Station-to-station che, anche se conserva uno scheletro funk e R&B, suona come la colonna sonora di un film horror su un vampiro europeo alla ricerca di risposte in una biblioteca stregata di grimori e vangeli gnostici. “Blackstar” è un ritorno agli elementi esoterici così centrali nell’opera di Bowie, che cerca comunque di sbarazzarsidi tutto ciò reca le ultime tracce di quel fascismo che l’avrebbero ossessionato fin dal facile nietzschismo di “The Supermen“. Infatti, in “Blackstar“, la stessa gerarchia abbracciata così presto in ode al superamento della mera mortalità degli umili, è caricaturale come tante fumettistiche banalità messe da parte e rigettate da Bowie con il suo “Non sono una Marvel Star“. Questo informale licenziamento colpisce in virtù della sua stessa spensieratezza. Bowie non può essersi preso la briga di tollerare seriamente gli avatar della Whitestar; non sono altro che fastidi. Tale atteggiamento parallelo alla mancanza d’interesse che Bowie espresse per i periodi fastidiosi del suo passato, preferendo andare avanti senza, come il saluto, spesso menzionato, dato ai fan che affollavano Victoria Station per riceverlo, e che molti continuano a identificare come un saluto nazista. Quando gli intervistatori ponevano questi punti di discussione, lui di solito rispondeva ridimensionando quei momenti imbarazzanti con sarcasmo e autoironia, quindi declinandoli e non prendendoli, o prendendo se stesso, troppo sul serio.
2-414533-nazi In “Blackstar“, la litania della derisione rivolta al tipo di stella che non è, e che è anche l’auto-affermazione del titolare della Blackstar, viene cantata con piacere misto a sfacciataggine. La gioia di Bowie si esprime nell’indicare le debolezze della Whitestar contestando la solennità imperiosa della personalità del Thin White Duke e del fascismo in generale. Questo tipo di serietà è terrificante quando in realtà è dotato di potere, ma assolutamente non minacciosa e ridicola quando i satanisti col mantello se l’autoconferiscono da sé. Vi è anche un passo in cui Bowie, come la Blackstar, racconta a un potenziale convertito alla sua specie di misteriosa spiritualità, che ne prenderà passaporto, scarpe e sedativi. Tale passo evoca il concetto, emerso negli anni ’60 con il femminismo, della presa di coscienza come mezzo per rifuggire dalla miriade di oppiacei della società a favore della ricerca di una causa comune nella propria comunità oppressa. Non è irrilevante che Blackstar faccia riferimento a questo interlocutore immaginato, invitandolo vivamente ad intraprendere una nuova vita come “boo“, un termine per affetto ormai utilizzato globalmente e di origine afro-americana. C’è familiarità tra Blackstar e il boo, che mina la distanza delle divisioni tradizionali tra le sfere sacerdotali e laiche, separazioni che persistono anche in alcuni degli ultimi nuovi movimenti religiosi. Ciò è particolarmente sovversivo quando accoppiato al fatto che Blackstar prenda il sottotitolo da ciò che Dio disse incontrando Mosè sul monte Oreb, il “Grande Io Sono”. Se Freud va seguito, Mosè in origine era un devoto del culto del faraone Akhenaton dell’unico dio Sole, noto come Aten, e la fede che diede agli ebrei era un’emanazione di tale primo esempio egizio di monoteismo. Nella variante dell’atonismo che Mosè diede agli ebrei, però, la rappresentazione di Dio come disco solare scomparve e nascose l’origine di Dio come oggetto di un culto del Sole. Il Dio Sole diventa il Dio irrappresentabile e nascosto, Deus absconditus. Il sole raggiante diventa un sole scuro, la Blackstar. Tuttavia, mentre il protagonista della canzone è consapevole della propria condizione divina, e perfino respinge ogni altro aspirante a questa santità come “fuoco di paglia” irrisorio rispetto alla sua permanenza, ha facile e sicura fiducia nella vera energia trascendente. Blackstar è in netto contrasto con il potere terrestre e temporaneo del filmstar, pornostar, popstar o “gangstar”, il cui mandato proviene da minacce e violenze. Può raggirare se stesso e gli altri, perché è la “starstar”, la stella a cui queste stelle si volgono, è il sole oscuro che la Whitestar cerca di mettere in ombra per imporre un ordine sulla Terra, ma la Blackstar è solo allegra sovversione. Blackstar incarna la libertà di fronte a tutti i fascismi, grandi e piccoli, che possono nascondersi in bella vista perché non guidano sfilate di camicie brune, ma creano musica pop, Hollywood, il complesso porno-industriale e, naturalmente, lo Stato stesso, con i suoi controlli dei passaporti e i confini.
Quello che Blackstar rappresenta, confrontandosi con la musica che lo circonda, l’irrefrenabile falso-gospel che saluta la sua presenza dove fiati e ritmi volgari lo circondano mentre si erge contro i falsi idoli. Non è un caso che a metà passo, la musica di “Blackstar” passi ai vocaboli gospel e R&B manifestando il credo alla libertà della Blackstar. Tuttavia, Bowie non cerca di presentare una qualche essenza della cultura musicale nera, sempre che una cosa così ordinata possa anche essere concettualizzata. Dopo tutto abbiamo a che fare con un maestro dell’ironia. Invece, ricrea quella liberazione sentita da giovane bianco della classe lavoratrice inglese nato a Brixton che, insieme a molti altri come lui, fu elettrizzato e cambiato dalle forme d’arte afroamericane create ad un oceano di distanza. Ciò che il tipo di musica rappresentata dai molti musicisti inglesi della generazione di Bowie, che secondo Tony Visconti avevano tutti “l’occulto desiderio di essere neri“, era uscire dall’ossificato Vecchio Mondo e avere qualcosa di artisticamente eccitante e meno stratificato o, come diceva Bowie, “la via per uscire da Londra che mi avrebbe portato in America“. In Blackstar, Bowie ha creato un avversario dal talento soprannaturale di tutte le pratiche e le istituzioni soffocanti, l’incarnazione del sovvertimento radicale che proclama di essere “nato nel momento sbagliato” con in più un pizzico di faccia tosta. Bowie ha circondato questo perdente devoto con suoni ispirati a una musica dalla dimensione emancipatrice, per lui, che ha così profondamente tracciato la propria strada. Il nostro incontro con Blackstar così può essere interpretato come rievocazione di ‘Plastic Soul‘ quando un giovane David Jones sentì la disincarnata, inconfondibile voce di Dio mentre Little Richard cantava “Tutti Frutti“. Come Blackstar, la voce di Little Richard significava libertà, ma era anche dotata di un potere soprannaturale, e così Jones l’ascoltò quando gli ordinò di prendere il sax per recarsi in un’America immaginaria, divenendo così David Bowie.Bowie SS ii

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2013DavidBowie_Press_300713Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nonostante Tutto

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Ryokushoku no kioku (Green Memories)


Ryokushoku no kioku (Green Memories), Durarara!! Original Soundtrack, composer: Makoto Yoshimori

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