Syrian Arab Army Song – Fulfilling the Promise

Syrian Arab Army Song – Fulfilling the Promise (No gessetti kolorati, no saviano, no tommasi saverio, no boldrini, no papa-boy di Videla&Massera)

Syrian Arab Army Song – Syrian Arab Army: Military Song “Honour, Homeland, Sincerity” (No gessetti kolorati, no saviano, no tommasi saverio, no boldrini, no papa-boy di Videla&Massera)

البنت السورية – كليب تراب الوطن – سوسن الحسن (No gessetti kolorati, no saviano, no tommasi saverio, no boldrini, no papa-boy di Videla&Massera)

La Cina costringe gli USA a porre fine alla “guerra delle parole”

Alexander Mercouris, The Duran 16/08/2017

Come previsto diplomazia e avvertimenti dei cinesi hanno costretto Washington e Pyongyang a fermare la “guerra delle parole” che accelerava la crisi nel Pacifico settentrionale. Quattro giorni prima, dopo l’avvertimento della Cina agli Stati Uniti che avrebbe difeso la Corea democratica se l’avessero attaccata e cercato di cambiarne regime, e dopo la chiamata del Presidente Xi Jinping al presidente degli Stati Uniti Trump, dicendogli si smetterla, scrissi che pensavo che la diplomazia cinese avrebbe avuto successo e che la guerra verbale tra Stati Uniti e Corea democratica sarebbe finita. “Quando si ha che fare con la Corea democratica e un leader orgoglioso, inesperto e volubile come Donald Trump, non è mai facile essere sicuri, ma la mia ipotesi è che la diplomazia cinese negli ultimi due giorni sia stata efficace e che il grosso della crisi sia finita. In caso affermativo mi aspetto che lo scontro verbale tra Washington e Pyongyang inspiegabilmente e misteriosamente esploso negli ultimi giorni, si affievolisca”. Nello stesso articolo osservai che il presidente degli Stati Uniti Trump non era sicuramente l’unico capo straniero che i cinesi avrebbero contattato nel corso della crisi. I cinesi senza dubbio avranno parlato anche con i nordcoreani, probabilmente coi sudcoreani, e naturalmente erano a stretto contatto con l’alleato russo. Oggi è chiaro che la diplomazia cinese ha effettivamente avuto successo. Kim Jong-un ha mollato il piano provocatorio di lanciare missili Hwasong-12 presso Guam (dove gli Stati Uniti hanno una grande base aeronavale) e Donald Trump si congratulava con Kim Jong-un per aver preso una “saggia e ben motivata decisione”. Sebbene i cinesi abbiano ottenuto ciò che volevano, la fine della fastidiosa guerra verbale tra Washington e Pyongyang delle ultime due settimane, sarebbe sbagliato dire che Washington e Pyongyang abbiano ceduto. Ciò significherebbe che i due governi si minacciassero sul serio, cosa di cui dubito fortemente. Sono sicuro che non c’è mai stata la minima intenzione degli Stati Uniti di attaccare la Corea democratica o che Kim Jong-un e leadership nordcoreana volessero la dimostrazione missilistica assai provocatoria e inutile su Guam di cui si parlava. L’esercito statunitense s’è opposto con assoluta nettezza all’attacco militare alla Corea democratica, e nessun presidente statunitense, certamente non uno dalla posizione politica debole come Donald Trump, andrà mai andato contro l’esercito statunitense su cose del genere. Il modello coerente del comportamento militare statunitense è che, sebbene le forze armate statunitensi eseguano senza esitazione l’ordine presidenziale di attaccare un avversario debole giudicato incapace di combattere (esempio la Jugoslavia nel 1999, i taliban nel 2001, l’Iraq nel 2003 e la Libia nel 2011) si sforza sempre di evitare un nemico che possa rispondere e causare seri danni ai militari statunitensi. Perciò l’esercito statunitense si è sempre opposto a un confronto con l’esercito russo in Siria, nonostante la superiorità militare statunitense rispetto alle forze russe nella zona. Contro la Corea democratica, armata di armi nucleari e missili balistici che possono raggiungere il territorio degli USA e sostenuta pubblicamente dalla Cina, non ci fu mai la minima possibilità di un attacco statunitense. Per la Corea democratica, la proposta di lanciare missili Hwasong-12 verso Guam ha sempre avuto un aspetto melodrammatico. Dubito che ci abbiano mai pensato seriamente.
Se non si può affermare che nessuno dei due abbia ceduto, gli Stati Uniti sembrano comunque i perdenti della vicenda. Come rilevava il quotidiano cinese Global Times, gli Stati Uniti sono sempre in svantaggio quando ingaggiano con la Corea democratica una guerra verbale. “Gli Stati Uniti di solito non possono vincere in queste guerre verbali, dato che Pyongyang sceglie la forma che preferisce e ciò che Washington dice non può essere sentito dalla società nordcoreana. Ma l’opinione statunitense presta grande attenzione a tutto ciò che dice la Corea democratica”. L’amministrazione Trump ha comunque scelto d’ingaggiare la Corea democratica in tale guerra. Il risultato è stato rafforzare il sostegno della Cina alla Corea democratica, offrendole ciò che appare la garanzia pubblica della sua sicurezza, mentre sconvolge gli alleati statunitensi come la Corea del Sud sempre più preoccupata da intenzioni e azioni degli Stati Uniti; e la Germania che sulla questione coreana va contro gli Stati Uniti affiancando Cina e Russia. Peggio ancora, Kim Jong-un, secondo il presidente Trump, esce da tale confronto in questa lunga crisi, apparendo “saggio e ben motivato”. Difficilmente un risultato che piacerà a Washington.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le sanzioni statunitensi sono sintomatiche di un impero fallito

James Oneill New Eastern Outlook 5.08.2017

Il 26 luglio 2017 il Congresso degli USA approvava in via straordinaria un disegno di legge che prevede nuove sanzioni contro Corea democratica, Russia e Iran. Il passaggio di tale legge e il tipo di sostegno nel Congresso degli Stati Uniti sono istruttivi per vari aspetti. Il primo punto è che le fazioni statunitensi, precisamente le istituzioni statunitensi, sono disposte a perseguire politiche indipendentemente dall’assenza di basi evidenti; in contrasto con gli interessi dei supposti amici ed alleati e completamente prive di qualsiasi conoscenza o riferimento alle realtà storiche. Il risultato delle ultime sanzioni è creare una situazione singolarmente pericolosa che potrebbe facilmente portare a una guerra nucleare. Contrariamente alle credenze bizzarre di certi politici statunitensi, non ci sarebbero vincitori con tale risultato. Questi punti possono essere illustrati riguardo le sanzioni all’Iran. Per anni la retorica degli Stati Uniti e dell’alleato Israele era che l’Iran era “sul punto di sviluppare una bomba nucleare”. Per più di un decennio, il governo israeliano diceva che l’Iran era “a solo pochi mesi” da tale sviluppo. Che le date siano passate senza incidenti, non impediva la ripetizione di ciò che era una manifesta falsità. Il primo ministro israeliano Netanyahu apparve all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, presentando un disegno che rappresentava la presunta “minaccia imminente”. I media occidentali omisero di menzionare che Israele è la sola potenza nucleare del Medio Oriente; non ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, e si rifiuta di consentire l’ispezione dell’AIEA delle proprie strutture nucleari. Non solo non vi era alcuna prova che l’Iran abbia o volesse sviluppare armi nucleari, fu opinione unanime delle 17 agenzie d’intelligence statunitensi in due occasioni che l’Iran non avesse un programma per armi nucleari. Per risolvere la prospettiva della costante propaganda antiiraniana che istiga all’attacco di Stati Uniti e alleati all’Iran, il governo russo fu determinante nel raggiungere l’accordo del 2015 che impediva che l’inesistente programma di armi nucleari giustificasse la guerra. L’esempio dell’Iraq illustra come demonizzazione costante, minacce di sanzioni e false accuse su armi nucleari e altre armi di distruzione di massa, possano rapidamente portare alla devastazione totale di una nazione in precedenza prospera. Le lezioni da trarre da Iraq, Libia e Siria sono decisamente ignorate dai media occidentali che attualmente rullano i tamburi di guerra contro la Corea democratica, ancora una volta ignorando storia, logica e realtà militari.
Il piano d’azione comune globale (JCPOA) negoziato nel 2015 e concordato dai partecipanti, compresi gli Stati Uniti, forniva lo strumento con cui si rende praticamente impossibile all’Iran divenire una potenza nucleare. I meccanismi per garantirne la conformità comprendevano ispezioni regolari dell’AIEA e relazioni semestrali che attestano la conformità dell’Iran. Queste relazioni sono inviate al Congresso degli Stati Uniti. Per gli statunitensi e i loro alleati, tuttavia, non basta. Sebbene il JCPOA li privi del casus belli immediato per la guerra, la retorica anti-iraniana continua senza sosta. Un esempio della falsa propaganda è l’affermazione che l’Iran sostenga i gruppi sciiti intenti a promuovere terrorismo e destabilizzazione in Medio Oriente e altrove. Tale affermazione non ha alcuna attinenza coi fatti. La Fondazione Carnegie USA, ad esempio, in un rapporto intitolato “L’aiuto dell’Iran in Yemen” criticava la rappresentazione dell’Iran come sostenitore dei “ribelli sciiti” contro le forze del presidente Hadi. La realtà è che Hadi fu eletto in un’elezione dove era l’unico candidato e che l’opposizione popolare fece fuggire in Arabia Saudita. Gli huthi, la principale opposizione ad Hadi, sono zaiditi, teologicamente del ramo sunnita dell’Islam piuttosto che sciita. La guerra brutale in corso nello Yemen è guidata dai sunniti sauditi, sostenuta da Regno Unito, Stati Uniti e dalla grave presenza di mercenari, anche australiani, su cui il governo australiano tace. La realtà ha più a che fare con la posizione strategica dello Yemen, che si affaccia sullo stretto tra Mar Rosso e Mar Arabico e gli enormi giacimenti di petrolio ambiti dai sauditi, piuttosto che a un qualsiasi presunto sostegno iraniano. Anche Gibuti, sullo stretto dello Yemen, ha attirato l’interesse strategico statunitense e cinese, senza essere devastato dalla guerra. L’Iran offre sostegno politico e morale a Hamas in Palestina, ai musulmani nel Kashmir e ai rohingya in Myanmar, tutti sunniti. La caratteristica che hanno in comune è che sono repressi e soggetti a politiche genocide di altri gruppi politici e religiosi.
L’amministrazione Trump dimostra la verità dell’osservazione del Presidente Putin sulla precedente amministrazione Obama, secondo cui “non sono capaci di un accordo”. Trump ha detto al Wall Street Journal: “se fosse per me avrei trovato (gli iraniani) non conformi 180 giorni fa” (quando giurò). Secondo un articolo del Journal of Foreign Policy, Trump riprese il mantra all’ufficio ovale accusando i suoi consiglieri in politica estera (Tillerson, Mattis e McMaster) di non aver trovato modo per affermare che l’Iran violi le disposizioni del JCPOA. Il New York Times diffuse una storia simile. Infatti, gli Stati Uniti violano il JCPOA, sia nella lettera che nello spirito, e anche la risoluzione 2231 (2015) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che approvò l’accordo. L’articolo 29 del JCPOA impegna gli Stati Uniti ad astenersi da qualsiasi politica intesa a incidere sulla normalizzazione delle relazioni commerciali e economiche con l’Iran. Le ultime sanzioni e la retorica bellicosa che le accompagna sono manifestamente non conformi all’articolo 29. Tra le tante falsità contro l’Iran c’è l’affermazione che i test missilistici dell’Iran violino il JCPOA. Non c’è nulla nell’accordo che impedisca all’Iran di sviluppare l’autodifesa, tra cui l’uso di tecnologie antiaeree e antimissili. Un diritto sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. L’Iran ha adottato il sistema antimissile S300 della Russia nel 2016, in virtù del diritto all’autodifesa. Date le quotidiane minaccia all’Iran; i due ultimi incidenti dei “colpi di avvertimento” sparati a navi iraniane da navi militari statunitensi che operavano presso le acque territoriali dell’Iran; e la storia sulle azioni statunitensi nei Paesi confinanti, le misure di autodifesa sono una prudenza. L’osservanza dell’Iran dei termini del JCPOA ha consentito d’intervenire in un’altra area probabilmente più importante delle misure di autodifesa militare. L’Iran ha compiuto rapidi progressi nel rafforzare i legami economici con Cina, India e Russia. Sono stati firmati memorandum d’intesa per 40 miliardi di dollari con la Russia e società russe. La società Gazprom ha firmato un accordo da miliardi di dollari per sviluppare il giacimento Farzad B. Gazprom sviluppa anche i campi petroliferi Azar e Ghanguleh nella provincia del Luristan dove si stimano 3,5 miliardi di barili di riserve di petrolio. L’Iran ha anche 7 miliardi di dollari in riserve di gas naturale. I 200 miliardi di dollari necessari per sviluppare tali riserve verranno da Russia, Cina e altre fonti non occidentali. L’Iran annunciava che darà la preferenza ad infrastrutture e ad altre iniziative di sviluppo alle nazioni che l’hanno sostenuto negli anni delle sanzioni e delle altre forme di guerra. La Cina, che attualmente costruisce un collegamento ferroviario ad alta velocità tra Mashad e Teheran (per collegarsi con altre linee dell’Est asiatico), vede l’Iran quale fattore chiave nella grande Belt and Road Initiative (BRI) che trasforma il quadro economico e geopolitico eurasiatico. L’Iran è anche attore chiave nel corridoio dei trasporti Sud – Nord che collega l’India attraverso Iran e Azerbaigian alla Russia, trasportando merci ad una frazione del costo e del tempo delle rotte convenzionali esistenti e vulnerabili alle interferenze della Marina statunitense. Significativamente importante è anche l’associazione all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, con l’adesione a pieno titolo probabilmente nel 2018. La SCO è una componente centrale del BRI con legami sempre più stretti con l’Unione economica euroasiatica (EEU). La Russia è il denominatore comune di BRICS, SCO, UEE, SCO e NSTC. I Paesi di questi quattro gruppi, così come altre nazioni (ora più di 60) che hanno aderito al BRI, sempre più negoziano altri accordi non denominati in dollari. I giorni del dominio del dollaro USA sono chiaramente contati.
Questa combinazione di grandi cambiamenti economici e geopolitici nell’equilibrio di potere, allontanandosi dal dominio statunitense degli ultimi sette decenni, è la chiave per capire perché gli statunitensi reagiscono in modo disperato, pericoloso ed irrazionale. È la classica sindrome della fine dell’impero. Si spera che gli adulti costringano gli Stati Uniti ad evitare la via che porterebbe alla fine dell’umanità.James O’Neill, avvocato australiano, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sul “Corridoio di sviluppo Asia-Africa”

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 4.08.2017

Con i recenti collocazioni e slogan sui diversi progetti economici internazionali, a fine maggio si aggiunse il nuovo “Corridoio di sviluppo dell’Asia-Africa”, AAGR. L’aspetto di questo progetto fu predeterminato dalla dichiarazione congiunta dei primi ministri di Giappone ed India, l’11 novembre 2016, che riassunse la visita di Shinzo Abe a Delhi su invito di Narendra Modi. Il quarto comma del documento afferma, tra l’altro, che “la migliore connettività tra Asia e Africa, realizzando una libera e aperta regione Indo-Pacifica, è vitale per la prosperità dell’intera regione“. A tal fine, si prevedeva di stabilire uno “stretto coordinamento, sia bilaterale che con altri partner”. Sei mesi dopo, alcune considerazioni relative al progetto AAGR furono discusse a margine della riunione annuale (52.ma) della Banca africana di sviluppo, svoltasi a fine maggio (cosa notevole) nella città indiana di Ahmedabad, sulle coste occidentali del Paese. Più di 3000 delegati provenienti dai 54 Paesi africani parteciparono al forum dell’ADB. Uno degli eventi chiave a margine del forum fu l’incontro tra esperti e funzionari tripartiti (giapponesi-indiani-africani), in particolare i ministri delle finanze di India e Giappone, nonché la leadership dell’ADB. Una dichiarazione sul sito della banca afferma che durante questi incontri, funzionari di India e Giappone, nonché imprenditori privati di entrambi i Paesi discussero della cooperazione bilaterale con l’obiettivo di creare le condizioni più appropriate per lo sviluppo economico dell’Africa. I commenti sull’AAGR sono piuttosto inutili, dato che il progetto sembra non abbia ancora superato l'”accordo di intenti”. Per noi è interessante come nuovo elemento, molto importante, del gioco politico globale in cui le maggiori potenze asiatiche, quali Cina, India e Giappone, abbiano sempre più influenza. Uno degli strumenti utilizzati dagli attori è l’avvio di progetti d’integrazione, con l’apparente scopo politico di attrarre nell’orbita dei propri interessi il massimo numero di “altri” Paesi in Asia, Africa, America Latina e persino Europa.
Su NEO, la motivazione di Cina, India e Giappone nel concentrarsi sui Paesi non solo del proprio continente ma anche dell’Africa, è stata discussa più volte. Inoltre, vi è la tendenza alla formazione del tandem Giappone-India, sempre più coordinato contro la Cina. Ciò fu dimostrato, in particolare, dall’ultima riunione dei premier giapponese ed indiano. Nel gioco geopolitico di oggi, è una delle tendenze più allarmanti. Tuttavia, la sua presenza è indubbia e il peggio che qualsiasi osservatore del Pacifico può fare è ignorare le realtà negative associate a tale tendenza. Tuttavia, non vanno persi di vista i risultati positivi (scarsi), ad esempio nelle relazioni cino-giapponesi. Il confronto con la Cina del tandem giapponese-indiano è indubbiamente uno dei motivi principali del progetto AAGR. Questo fatto è ben chiaro a Pechino, dove l’Africa è da tempo considerata una delle aree principali per la diffusione della propria influenza. Tuttavia, il quotidiano cinese Global Times esprime la speranza che l’AAGR possa diventare un complemento, piuttosto che un concorrente, al progetto della rinascita della “Grande Via della Seta”, in cui l’Africa è considerata importante partner. Ancora una volta, va notato che, per entrambi gli avversari regionali della RPC, l’adesione alla Grande Via della Seta (o l’accordo con il progetto AAGR) potrebbe essere molto vantaggiosa. In particolare, sarebbe molto più facile per l’India realizzare i propri progetti di costruzione di diversi corridoi di trasporto e industriali pronti ad attraversare il Paese da nord a sud e da ovest ad est. India e Giappone, continua il Global Times, troverà molto più facile operare in Africa in collaborazione e non in concorrenza con la Cina, che da tempo è leader negli scambi ed investimenti nel continente. Il volume dei soli beni commerciali sino-africano si avvicina ai 200 miliardi di dollari, tre volte quello dell’India, il secondo maggiore in questo indicatore.
Un recente studio di McKinsey&Company, nota società di consulenza, esamina in dettaglio tutti gli aspetti della politica di sviluppo della Cina sul continente africano. I principali progetti cinesi (già attuati e pianificati), il volume degli investimenti finanziari e altri aspetti della cooperazione tra Cina e Africa, sono davvero impressionanti. Vi sono oltre 10000 aziende cinesi che attualmente operano nel continente, con l’aiuto di cui circa il 30% dei prodotti africani sono fabbricati. L’attività cinese è presente nel 90% delle aziende private africane. Entro il 2025 il volume del commercio bilaterale potrebbe raggiungere i 440 miliardi di dollari. Né India né Giappone possono vantare nulla di simile. Pertanto, l’appello della RPC alla cooperazione, piuttosto che alla concorrenza, in Africa ai primi due dovrebbe sembrare molto attraente. Tuttavia, come è stato notato su NEO più volte, vi sono serie sfide politiche alla cooperazione reciprocamente vantaggiosa del tandem giapponese-indiano con la Cina. E, come dimostrato recentemente, hanno solo esacerbato le relazioni sino-indiane. È quindi difficile prevedere una risposta positiva alla proposta di Pechino a Tokyo e Nuova Delhi di allineare il progetto AAGR alla Via della Seta.Vladimir Terekhov, esperto di questioni della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La politica nucleare degli USA è il problema

Finian Cunningham SCF 13.08.2017Le minacce del presidente Donald Trump e del Pentagono di “distruggere il popolo nordcoreano”, dette con fervida freddezza, dimostrano che la classe dirigente statunitense non è inconsapevole di commettere il crimine supremo di genocidio di civili inermi. Le minacce alla Corea democratica, nella stessa settimana in cui il mondo celebrava il 72° anniversario del bombardamento atomico statunitense delle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki nel 1945, uccidendo oltre 200000 persone, sono profondamente connesse. Comprenderlo è essenziale per avere una soluzione pacifica della crisi attuale ed evitare una guerra catastrofica. Parlando dal suo golf club privato di New Jersey, Trump spiegava che la potenza che gli Stati Uniti avrebbero scatenato contro la Corea democratica sarebbe “qualcosa che il mondo non ha mai visto prima”. Tale arroganza nel compiere una simile devastazione dimostra la mentalità genocida dei governanti statunitensi. Le parole di Trump furono ripetute dal capo del Pentagono James Mattis che avvertiva il popolo nord-coreano di un’imminente “distruzione”. Una qualsiasi equivalenza tra Stato comunista nordcoreano e governanti statunitensi è assurda. I grandi arsenali nucleari sproporzionati sono un problema, per iniziare. Anche la differenza nella postura geografica: le forze statunitensi in Corea del Sud sono al confine con la Corea democratica, e non viceversa. Anche la retorica: Kim Jong-un può usarla trasformando gli Stati Uniti “in cenere”, ma la politica nordcoreana è sempre nel contesto dell’autodifesa e della risposta a ciò che vede come aggressione statunitense. La retorica di Washington, d’altra parte, è offensiva, e da decenni. “Avere tutte le opzioni sul tavolo” è il codice del diritto esplicito di lanciare un attacco preventivo, anche usando armi nucleari. Non solo la mentalità genocida dei governanti statunitensi è coerente con l’orribile crimine contro il Giappone di 72 anni fa e con la geopolitica. Il vero motivo per cui Washington sganciò le bombe atomiche il 6 e il 9 agosto 1945 era impedire la caduta del Giappone e della penisola coreana per mano dell’Unione Sovietica che avanzava. Gli statunitensi già pensavano alla divisione globale del dopoguerra ed erano decisi ad impedire al comunismo di trarre vantaggio territoriale dalla sconfitta del nazismo e del fascismo giapponese. Come Martin Hart-Landsberg racconta nel suo superbo libro di storia coreana, lo scopo del primo bombardamento nucleare statunitense del Giappone era terrorizzare la regione e fermare l’avanzata delle forze sovietiche nel Pacifico. Soprattutto impedire la totale liberazione della Corea tramite l’alleanza delle guerriglie della resistenza comunista coreana che combattevano per rovesciare l’occupazione coloniale giapponese. Dal genocidio nucleare in Giappone sorse l’inevitabile divisione della Corea con un Nord comunista e un sud filo-occidentale, ricostruito da quisling usciti dall’occupazione imperiale giapponese (1910-45). Sebbene la politica democratica progressista abbia acquisito forza e potere governativo nella Corea del Sud negli ultimi due decenni, lo Stato sudcoreano fu segnato nei primi quattro decenni del dopoguerra da un’eredità politica colonialista giapponese, autoritaria, fascista e ovviamente filo-statunitense.
Durante la guerra di Corea (1950-53), l’esercito statunitense che sostenne il Sud contemplò l’uso di armi nucleari contro il Nord comunista e l’alleato cinese. I bombardieri nucleari statunitensi sorvolarono il territorio settentrionale per deliberati atti di terrorismo. Le persone furono costrette a vivere in grotte perché gli statunitensi avevano distrutto ogni città con le armi convenzionali, uccidendo due milioni di civili. Quando le forze statunitensi oggi fanno volare bombardieri nucleari B-1 sulla penisola coreana, come hanno fatto questa settimana proprio mentre Trump rilasciava la sua diatriba su “fuoco e furia”, il popolo della Corea democratica ha tutte le ragioni di temere l’Armageddon dai cieli. Se lo ricorda e fin dalla fine della guerra ha dovuto vivere nell’ombra del genocidio statunitense. Gli statunitensi si rifiutarono di firmare il trattato di pace alla fine della guerra coreana nel 1953. Tecnicamente, quindi, gli Stati Uniti sono ancora in guerra nella penisola. La presenza perenne di forze militari statunitensi in Corea del Sud e le manovre di guerra multiple condotte ogni anno, ricordano chiaramente al Nord che le ostilità potrebbero riprendere in qualsiasi momento. Mettiamo ciò in una prospettiva adeguata, invece di farsi avvelenare dalla distorsione dei media occidentali. La Corea democratica è uno Stato chiuso soprattutto perché ha subito l’assedio illegale delle forze statunitensi per 64 anni. Ciò che il pubblico occidentale sa della Corea democratica è una caricatura della propaganda statunitense che mira a demonizzare il nemico. Ma da ciò che possiamo dire dai frammenti d’informazione, il popolo è soddisfatto del proprio sistema politico. Allora perché non li lasciamo vivere in pace? Dopo tutto, la Corea democratica non ha attaccato nessuno dei vicini, né interferisce nella regione. Tutto ciò che vuole è il diritto di esistere in modo pacifico e non sotto la continua minaccia dell’annientamento nucleare dagli Stati Uniti. Quindi, dedica gran parte delle risorse nazionali al programma di armi nucleari.
Lawrence Wilkerson, che lavorò nel dipartimento di Stato degli Stati Uniti durante la presidenza GW Bush, ammette candidamente che i negoziati con la Corea democratica non sono mai stati onorati da Washington. Wilkerson lavorò con i nordcoreani sul precedente accordo nucleare del 2000, in cui Pyongyang s’impegnò ad abbandonare il programma di armi nucleari in cambio degli aiuti occidentali per sviluppare l’energia atomica civile. Ma, dice, l’amministrazione Bush rinunciò all’accordo, definendo la Corea democratica “asse del male”. Ragionevolmente, Pyongyang riprese a costruire le difese nucleari. Quando il Presidente Trump questa settimana ha disprezzato “i fallimenti” delle precedenti amministrazioni Clinton, Bush e Obama nel trattare con la Corea democratica, mentiva o ignorava, più probabilmente quest’ultima. Il “fallimento” della politica statunitense in Corea è impedire alla diplomazia di avere successo. Questo perché la geopolitica statunitense è fondamentalmente basata sulle ambizioni di dominio egemonico, non solo in Asia-Pacifico ma in ogni altra regione del mondo. È parte essenziale del capitalismo statunitense. Tale dominio è sostenuto dall’aggressione militare statunitense, e in particolare dal diritto di fare la guerra a chiunque sfidi l’ordine globale statunitense, anche usando per primi le armi nucleari sui civili. L’ex-ministro degli Esteri inglese Malcolm Rifkind, in un articolo per il forum di Valdai in Russia, affermava: “Non esiste una soluzione semplice per questa crisi”. Perché gli intelligenti russi si sentono obbligati ad ascoltare uno come Rifkind è un mistero. In ogni caso, Rifkind sbaglia. Può sembrare che non ci sia una soluzione semplice per gente dalla mentalità di Rifkind, imbevuta di propaganda imperialista USA e che senza dubbio considera la Corea democratica “il problema”. (Proprio come costoro considerano Iran, Russia, Venezuela, Siria, Cuba e così via dei problemi). Ma in realtà c’è una soluzione diretta e precisa al conflitto continuo in Corea. Cioè, gli Stati Uniti ritirino i loro militari e le continue minacce d’aggressione alla Corea democratica. Gli Stati Uniti devono sedersi con la Corea democratica e le altre nazioni della regione, tra cui Cina e Russia e discutere da pari sui requisiti per una convivenza pacifica. Per cominciare, gli Stati Uniti dovrebbero essere obbligati a firmare un trattato di pace con la Corea democratica e dichiarare apertamente il rifiuto dell’uso della violenza a scopi politici. Una soluzione a portata di mano. Richiede semplicemente che gli Stati Uniti cominciano a rispettare il diritto internazionale e a rinunciare alla loro prerogativa genocida di distruggere altri popoli. Le maggiori potenze della regione, Russia e Cina, devono insistere su questo requisito fondamentale. Devono affermare chiaramente che i colloqui con tutti dovrebbero essere convocati immediatamente e che tutte le parti devono impegnarsi a un accordo pacifico. Senza eccezioni e scuse.
Ciò che è in ultima analisi problematico, e il mondo lo vedrà, è che gli Stati Uniti come li conosciamo col loro sistema dirigente, non potranno e non possono rispettare questa semplice soluzione. Perché sono intrinsecamente un aggressivo regime canaglia che “eccezionalmente” s’arroga il “diritto” di minacciare l’annientamento del resto del mondo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora