L’intesa India-Pakistan trasformerà l’Eurasia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 31/01/2016modi-sharifNegli ultimi mesi, l’India del nuovo dinamico premier Narendra Modi e il primo ministro del Pakistan Nawaz Sharif hanno fatto i primi passi verso la soluzione di 70 anni di tensioni di confine. Le due grandi nazioni eurasiatiche puntano all’armonia politica e infine economica, che potrebbe cambiare notevolmente in meglio la geopolitica di guerre e caos mondiale. Saranno i Paesi chiave del cuore eurasiatico dell’emergente Shanghai Cooperation Organization, di cui entrambi sono gli ultimi aderenti. Provocherà infarti a Londra, New York e Riyadh.
E’ utile studiare la metodologia storica effettiva della strategia dell’equilibrio dei poteri inglese, quando l’impero crebbe dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo nel 1815. In sostanza fu il dominio inglese sui mari del mondo, attraverso la Royal Navy, controllando il commercio mondiale pur mantenendo l’Europa continentale quale potenziale sfidante sottomessa, mantenendo sempre alleanze con gli Stati o le potenze avversari più deboli per condurre attriti o guerre contro l’avversario più forte, il che significava schierarsi una volta con la Prussia contro la Francia, e nell’altra con la Francia contro la Germania, e così via. Era chiaro alla fine della seconda guerra mondiale che gli Stati Uniti d’America, l’egemone emerso dalla guerra, non avevano alcuna intenzione di aiutare l’alleata Gran Bretagna a mantenere la zona commerciale favorita della sterlina imperiale inglese, per ripristinare infine l’impero e sfidare la nuova egemonia degli USA. Gli Stati Uniti decisero prima di smembrare quell’impero e infine dare alle società statunitense ciò che rimase. Dopo la guerra, crearono la Comunità europea del carbone per fare dell’Europa continentale devastata dalla guerra un loro vassallo economico, sempre con lo spauracchio dell’Unione Sovietica per mantenere l’Europa docile. Era il sistema di potere statunitense. Truman, nell’agosto 1945, su consiglio delle banche di Wall Street, scioccò Londra interrompendo bruscamente il programma affitti e prestiti di guerra con cui la fallita Gran Bretagna, di fatto, poteva importare beni vitali come il cibo. Washington perseguì la negoziazione di un prestito le cui condizioni chiesero che Il Regno Unito rendesse la sterlina convertibile.

Il sole tramonta sull’impero
La combinazione di richieste finanziarie di Washington nel dopoguerra al governo laburista di Clement Attlee e rovina dell’economia di guerra della devastata Gran Bretagna, rese mantenere l’impero, soprattutto l’India, fiscalmente impossibile. Quando il governo inglese nel 1947 nominò Lord Mountbatten in Birmania, zio del principe Filippo, a supervisore del passaggio del Raj indiano degli inglesi, allora comprendente anche Pakistan e Bangla Desh, all’indipendenza, Mountbatten fece in modo di gettare i semi di più di sei decenni di conflitti. Il suo piano, realizzato in sei mesi, puntava a ciò che chiamò “Teoria delle due nazioni”, tutte le aree con popolazione a maggioranza musulmana sarebbero diventate parte del Pakistan, e quelle con maggioranza indù si sarebbero unite all’India. I conflitti religiosi furono programmati dal divide et impera giocato dagli inglesi. Le placche tettoniche che Mountbatten pose in collisione furono l’India, Stato prevalentemente indù, e il Pakistan, Stato dalla schiacciante maggioranza musulmana sunnita. Sul Kashmir, territorio contestato oggi da India, Pakistan e Repubblica popolare cinese, Mountbatten lasciò che si decidesse in futuro se diventare parte dell’India o del Pakistan. Era come se avesse deciso di porre una bomba pronta al confine delle nuove nazioni. Incastrato nella valle dell’Himalaya tra le tre grandi nazioni asiatiche, il Kashmir è stato ed è oggi il centro della crisi che può, e troppo spesso è, esplodere nello scontro incontrollato tra India e Pakistan, entrambi in possesso di armi nucleari. Inoltre, il Kashmir è geopoliticamente strategico non solo per India e Pakistan, ma anche per la Cina. Oggi l’India vi staziona 700000 forze di sicurezza per mantenere sotto stretto controllo una popolazione di 7 milioni di musulmani nella valle del Kashmir. Ben 80000 persone furono uccise nel conflitto sul Kashmir negli ultimi due decenni ed 8000 civili sono i dispersi in Kashmir. Poco nota è l’affermazione della Cina sull’impatto del Kashmir nella sicurezza della provincia della Cina occidentale dello Xinjiang, al confine col Kashmir conteso, e sede della minoranza uigura musulmana Cina. Nel 1962, dopo una breve guerra di confine con l’India, la Cina prese il pieno controllo dell’Aksai Chin in Kashmir, al confine con la strategica provincia cinese dello Xinjiang. Dopo la guerra di confine del 1962 tra Cina e India, la Cina sviluppò la “solida amicizia” con il Pakistan, sostenendolo nelle guerre contro l’India nel 1965 e 1971, e sostenendone le pretese sul Kashmir. Il cosiddetto Movimento islamico del Turkestan Oriente (ETIM), così come SIIL e altri gruppi terroristici radicali, sono sempre più attivi nello Xinjiang, il cuore della produzione di petrolio e gas della Cina, e nodo dei gasdotti per Kazakistan e Russia. L’irrisolta partizione del Kashmir è la chiave geopolitica per risolvere le guerre infinite in Afghanistan, il conflitto tra Pakistan e India, e aprire l’intera regione al notevole futuro sviluppo economico cooperando con la Cina sui progetti infrastrutturali per strade, ferrovie e porti.

L’adesione alla SCO apre nuove porte
Negli ultimi mesi, aiutata dal governo poco filo-USA di Najendra Modi, l’India ha compiuto sottili passi per la distensione e infine porre fine al conflitto infinito tra India e Pakistan sul Kashmir. Dalla rielezione nel 2013 il regime pakistano del primo ministro Nawaz Sharif, capo della Lega musulmana pakistana e punjabi del Kashmir, ha allontanato da Washington il Pakistan che sotto il Generale Musharraf dipendeva dagli Stati Uniti dal 2001, nella guerra al terrorismo e nella disastrosa guerra in Afghanistan. Sharif, pur mantenendo relazioni amichevoli con Washington non è malleabile ed ha cercato migliori legami con la Cina, vecchia alleata del Pakistan, e con la Russia, forte alleata dell’India dalla guerra fredda. Modi, leader nazionalista indù del Bharatiya Janata Party (BJP), da quando è primo ministro indiano, nel maggio 2014, ha lanciato un’impressionante ripulita della burocrazia statale della pianificazione indiana, agendo per rendere gli investimenti esteri più attraenti. Il risultato è che nel 2015 l’India era il Paese leader negli investimenti esteri diretti nel mondo, superando anche la Cina. Modi ha compiuto grandi passi per migliorare le infrastrutture dei trasporti in India, in particolare autostrade e reti ferroviarie, riformando per prima le ferrovie. L’India di Modi ha lanciato la costruzione in joint venture francesi e statunitensi di 1000 nuove locomotive diesel col piano “Make in India”. A fine dicembre 2015, il suo governo ha firmato un accordo con il Giappone per costruire un sistema di treni ad alta velocità che collega Mumbai e Ahmadabad, e la massiccia espansione della rete autostradale in India, creando moderni collegamenti per le aree più remote per la prima volta. Inoltre, 101 fiumi saranno convertiti in corsi d’acqua nazionali per il trasporto di merci e passeggeri. Mentre l’agenda economica nazionale finora è impressionante, Modi sa chiaramente che il futuro della robusta trasformazione economica indiana è collegare la seconda nazione più popolosa del mondo allo spazio economico eurasiatico emergente, dominato da Cina e Russia. Nel luglio 2015 l’eurasiatica Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, gruppo sempre più strategico creato nel 2001 a Shanghai per incrementare la cooperazione nello spazio eurasiatico tra Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan, ha votato per estendere lo status di piena adesione nel 2016 di Pakistan e India. E’ la prima espansione in 15 anni di storia della SCO, e potenzialmente la più significativa, in quanto apre l’intera area eurasiatica dalla Cina all’India attraverso Pakistan, Kazakistan, Russia e gli altri Stati aderenti all’Unione economica eurasiatica, tra cui oltre a Russia e Kazakistan, Bielorussia, Armenia e Kirghizistan. Gli aderenti alla SCO nel 2015 approvavano ufficialmente la partecipazione al vasto programma per le infrastrutture stradali e marittime del Grande Progetto Via e Cintura della Cina. Modi prevede chiaramente di collegare la rete ferroviaria indiana aggiornata al progetto della Via della Seta della Cina. La distensione con il Pakistan è la chiave geografica di ciò. L’agenda economica eurasiatica è chiaramente il motivo trainante della visita a sorpresa di Modi nella capitale del Pakistan, Lahore, per incontrare il Primo ministro Sharif il 25 dicembre, di ritorno dai colloqui a sorpresa a Kabul, in Afghanistan e prima ancora, con Putin in Russia, dove entrambi i Paesi hanno deciso i principali programmi di Difesa ed energia nucleare. Il primo ministro del Jammu e Kashmir, Mufti Muhamad Sayid, ha salutato i colloqui Modi-Sharif affermando che rafforzeranno “l’amicizia e inaugureranno un’era di pace e stabilità nella regione. È un processo evolutivo e un passo nella giusta direzione“. Fu il primo viaggio in Pakistan di un primo ministro indiano dal 2004.
Sharif negli ultimi mesi ha impegnato il Pakistan in un cambio geopolitico sottile ma significativo. Per decenni l’Arabia Saudita aveva considerato il Pakistan uno Stato vassallo, economicamente arretrato e dipendente dalla generosità finanziaria saudita. Negli anni ’80, l’operazione Ciclone della CIA era il nome in codice per l’operazione degli Stati Uniti per addestrare i fanatici terroristi nominalmente musulmani, soprannominati Mujahidin, per la guerriglia contro i sovietici dell’Armata Rossa in Afghanistan, con l’intelligence pakistana, l’ISI dell’ultra-conservatore generale Muhammad Zia-ul-Haq, il dittatore scelto dall’amministrazione Reagan-Bush per la loro guerra empia, o come Zbigniew Brzezinski ha definito “Vietnam della Russia”. I mujahidin in Afghanistan furono reclutati dal giovane saudita Usama bin Ladin, che allora lavorava per l’operazione Ciclone della CIA gestita da Turqi al-Faysal, il capo dell’intelligence saudita fino a poco prima dell’11 settembre 2001, una persona vicina alla famiglia Bush Al-Faysal inviò il giovane ricco saudita Usama bin Ladin in Pakistan negli anni ’80 per reclutare terroristi fanatici sunniti nell’operazione Ciclone; migliaia di reclute dall’ultra-rigida Arabia Saudita wahhabita. Tale intimo corrotto legame saudita-pakistano chiaramente s’indebolisce col regime di Sharif, nonostante le riunioni di vertice tra l’esercito pakistano e il re saudita lo scorso novembre. Quando il ministro della Difesa saudita e di fatto presente sovrano, principe Salman, annunciava il 14 dicembre la formazione di una coalizione a guida saudita degli Stati sunniti che hanno accettato di combattere lo SIIL in Siria. Il Ministero degli Esteri del Pakistan annunciò che non gli fu formalmente chiesto e che non avrebbe aiutato i sauditi a schierare truppe in Siria. Potenzialmente molto più importante è lo sviluppo, tuttavia, dei rapporti tra Pakistan e India. Modi e Sharif si sono incontrati privatamente nel luglio 2015 ad Ufa, in Russia, al vertice della Shanghai Cooperation Organization, dove entrambi decisero la collaborazione diretta sulle misure antiterrorismo e Sharif invitò Modi al vertice del 2016 dell’Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC). Ora, con la chiara volontà di Sharif e Modi di disinnescare il Kashmir e altri conflitti che hanno tenuto Pakistan e India in stato di tensione continua dal 1947, la prospettiva è più reale che mai, negli ultimi decenni, per la distensione e anche la cooperazione economica.
Con Cina e Russia impegnate nel dialogo positivo con entrambi i Paesi, e le immense prospettive economiche dei grandi progetti infrastrutturali della Via e Cintura della Cina, insieme all’Unione economica eurasiatica della Russia, il peggior incubo di Zbigniew Brzezinski, l’unione economica delle nazioni dell’Eurasia India, Cina e Russia è a portata di mano. L’Iran, le cui sanzioni imposte dagli Stati Uniti sono in procinto di essere tolte, chiaramente aderirà allo spazio economico eurasiatico. Si tratta dell’adesione di un osservatore della Shanghai Cooperation Organization che attende la revoca delle sanzioni. Una vista alla mappa eurasiatica mostra il vasto ed entusiasmante nuovo spazio geopolitico emergente. Nel suo famigerato libro del 1997, La Grande Scacchiera, Brzezinski, nel 1979 architetto della guerra dei Muhjaidin della CIA contro i sovietici in Afghanistan, osserva che “è imperativo che nessun sfidante eurasiatico emerga, capace di dominare l’Eurasia, e quindi anche di sfidare l’America”. Brzezinski continuò ad elaborare la minaccia di tale formazione eurasiatica: “Una potenza che domina l’Eurasia controllerebbe due delle tre regioni più avanzate ed economicamente produttive del mondo. Un semplice sguardo alla mappa suggerisce anche che il controllo dell’Eurasia comporterebbe quasi automaticamente la subordinazione dell’Africa, rendendo emisfero occidentale e Oceania (Australia) geopoliticamente periferici rispetto al continente centrale del mondo. Circa il 75 per cento della popolazione mondiale vive in Eurasia, e la maggior parte della ricchezza fisica del mondo è lì, sia industriale che del sottosuolo. L’Eurasia rappresenta circa i tre quarti delle risorse energetiche conosciute al mondo”. La sfida per le nazioni eurasiatiche della SCO, con Pakistan e India ora, sarà impedire che “terrore” e altre interruzioni sabotino la distensione emergente tra Pakistan e India. Possiamo essere certi che il ministro della Difesa saudita, principe Salman, fa gli straordinari per trovare un modo per far deragliare la collaborazione assieme certe reti vicine ai falchi neoconservatori di Obama. I prossimi mesi saranno cruciali per il futuro dell’Eurasia e, per estensione, della pace e dello sviluppo politico-economico globali. Ancora una volta, Russia e Cina giocano un ruolo di mediazione costruttiva e l’occidente, in particolare Washington e gli alleati, fa di tutto per ostacolarlo.modi-sharif-1F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Test termonucleare, la Corea democratica si protegge?

Aleksandr Vorontsov Strategic Culture Foundation 31/01/2016article-2380055-1B0420D6000005DC-611_964x906Il 2016 ha iniziato con una nota preoccupante nella penisola coreana. C’è stato un altro test nucleare di Pyongyang che avrà egualmente conseguenze a lungo termine, innescando l’ennesima censura dal Consiglio di Sicurezza con un ampio pacchetto di sanzioni, e verrà anche chiesto di aumentare l’attività militare nella regione di Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud. Ciò porterà inevitabilmente a nuove crescenti tensioni nella penisola coreana.

I motivi di Pyongyang
I leader della Corea democratica non sono spaventati dalla prospettiva di azioni di ritorsione, sono pronti a soffrire ancor di più in cambio del diritto a rafforzare le “forze di deterrenza nucleare” della nazione. Una serie di dichiarazioni ufficiali di Pyongyang non lascia alcun dubbio su questo punto. Spiegando la decisione, i leader della Corea democratica ancora una volta indicano i criminali interventi militari statunitensi per cacciare i regimi indesiderabili degli Stati indipendenti. Confutando le terribili previsioni dei politici occidentali, Pyongyang insiste: “Non diffondiamo armi nucleari, né trasferiamo mezzi o tecnologia legati alle armi nucleari. Continueremo i nostri sforzi per denuclearizzare il mondo. Ancora sono valide le proposte per preservare pace e stabilità nella penisola e in Asia del nord-est, inclusi la fine dei nostri test nucleari e la stipula del trattato di pace, in cambio della fine delle esercitazioni militari congiunte degli Stati Uniti”. Eppure le domande rimangono. Perché questo test ora? Era del tutto inaspettato? Lungo quale traiettoria e a quale velocità corre il programma nucleare della Corea democratica? I Paesi vicini corrono un rischio maggiore? Quali sono le possibili conseguenze legali, militari e internazionali di questo test?
Iniziamo cercando di capire che tipo di test si è svolto il 6 gennaio quando Pyongyang ha annunciato ufficialmente di aver testato una piccola bomba a idrogeno, e che solo i limiti geografici della repubblica impediva ai fisici della Corea democratica di testare un serie di testate all’idrogeno da diverse centinaia di kilotoni o megaton. Naturalmente tale messaggio ha attratto l’attenzione del mondo. La produzione nordcoreana di una nuova e molto più potente arma nucleare suscita naturalmente profonde preoccupazioni. Tuttavia, guardando i dati sismici dell’esplosione da 5-6 kiloton, oltre ad altri dettagli, la maggior parte degli esperti nucleari tende a credere che sia stata soltanto la detonazione di una semplice bomba atomica, dato che l’ordigno termonucleare, secondo alcuni scienziati, avrebbe una potenza di almeno un centinaio di kilotoni. Tuttavia, molti esperti avvertono che i fisici nucleari della Corea democratica, questa volta, hanno utilizzato un nuovo tipo di bomba ibrida “potenziata” che permette che la reazione nucleare sia più attentamente controllata e che il combustibile nucleare sia utilizzato in modo più economico ed efficiente, anche se il vero problema è che il test era volto ad iniziare la produzione dell’arma termonucleare.
Pyongyang mostrò sincera moderazione nel 2014 e nei primi mesi del 2015, presentando numerose proposte di pace a quasi tutte le parti interessate. Gli avversari etichettarono le proposte come “propaganda” e le respinsero. Pyongyang avanzò una proposta l’8 gennaio 2015, respinta senza risposta, suggerendo l’annullamento delle manovre militari bilaterali di Stati Uniti-Corea del Sud in cambio del congelamento dei test missilistici e nucleari Pyongyang. In una intervista su YouTube del 22 gennaio 2015, il presidente statunitense Barack Obama ammise con franchezza scioccante che l’obiettivo di un cambiamento di regime a Pyongyang si faceva sempre più complicato: date le notevoli capacità militari della Corea democratica tra cui missili e armi nucleari, non era chiaramente possibile eliminarla con mezzi militari. Tuttavia, Washington, calcolando che la Corea del Sud possa inghiottire rapidamente il vicino settentrionale, spera che la Corea democratica crolli dall’interno. Con ciò, Washington ha distrutto completamente la base per eventuali contatti bilaterali sostanziali con Pyongyang in futuro, confermando la validità della scelta dei leader della repubblica “di una politica incentrata sulla costruzione delle capacità economiche e nucleari”. Non va sottovalutato il capitale politico interno guadagnato effettuando il test nucleare durante la preparazione del 7° Congresso del Partito dei Lavoratori di Corea (PLC), previsto nel maggio 2016 (il primo in 36 anni). Al congresso il giovane leader della Corea democratica potrà annunciare con sicurezza che la repubblica è entrata nella nuova era termonucleare del “Kimjongunismo” ed è oggi ancora più protetta dalla minaccia di aggressione estera. A noi sembra che la Corea democratica abbia aggiunto il concetto di “pazienza strategica” al suo arsenale di armi per difendersi dagli Stati Uniti e far sì che essi si abituino a convivere con una Corea democratica potenza nucleare. Il Ministero degli Esteri della Corea democratica ha inviato un messaggio chiaro sull’argomento nelle dichiarazioni di gennaio: “Dato che atti ostili degli Stati Uniti sono un ‘fatto comune’… Gli Stati Uniti devono ora abituarsi allo status nucleare della Corea democratica, che lo vogliano o meno”. Allo stesso tempo, il colpo di “tuono nucleare” del 6 gennaio 2016 era la risposta di Pyongyang all’idea, piuttosto avulsa dalla realtà, dell’inevitabile collasso imminente della Corea democratica e sua annessione dalla Corea del Sud.

Le conseguenze del “tuono nucleare” per Corea democratica, penisola coreana e nord-est dell’Asia
1379774 A causa della violazione di Pyongyang delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che le proibiscono di effettuare test missilistici e nucleari, sembra inevitabile che il Consiglio di Sicurezza adotti un nuovo più duro documento. Alcuni negoziati difficili avvengono a porte chiuse e, come sempre, Stati Uniti e Cina sono i principali architetti del piano. Possiamo tranquillamente presumere che in questo momento queste potenze facciano dure contrattazioni e che Washington spinga per sanzioni più dure possibili, mentre Pechino sia a favore di un documento più moderato ed equilibrato. In occidente, le azioni della Corea democratica sono definite “bullismo irresponsabile del giovane Kim” e “grave minaccia alla pace mondiale”, ed altre richieste sono avanzate per una “punizione draconiana” di quel regime ribelle. Si suggerisce che “le sanzioni non funzionano solo perché non ce ne sono abbastanza”. Le raccomandazioni possono essere ridotte all’embargo totale della Corea democratica, richiedendo che il Paese sia posto sulla lista ufficiale degli Stati Uniti degli Stati che sponsorizzano il terrorismo, commettono crimini finanziari o riciclaggio di denaro. Bruce Klingner, ricercatore presso l’Heritage Foundation, suggerisce che gli Stati Uniti abbiano il diritto d’imporre sanzioni a Paesi terzi e privare gli istituti finanziari in quei Paesi dell’accesso al sistema finanziario statunitense, se avesse alcun contatto con le aziende della Corea democratica. Non è difficile intuire che la lama di tale politica punitiva punta principalmente a società ed enti finanziari ed economici di Cina e Russia. E’ stato anche consigliato alla Camera dei Rappresentanti che aerei e navi nordcoreani siano fermati e internati, ovunque si trovino, nel tentativo di espandere la giurisdizione statunitense sul mondo intero, segno della tenace determinazione nell’imporre volontà e dettami di Washington. In tale contesto, la posizione contenuta della Russia appare sobria e lucida. Mosca continua a insistere sulla possibilità di utilizzare i negoziati per risolvere il problema coreano in generale, e la componente nucleare in particolare. Il Ministero degli Esteri russo ha preso atto che il test nucleare in Corea democratica rappresenta “… il successivo passo dello sviluppo di Pyongyang delle armi nucleari, in flagrante violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza”. Inoltre, il documento sottolinea la necessità di trovare una via d’uscita diplomatica da questa situazione: “...chiediamo a tutte le parti interessate alla moderazione e ad evitare azioni che potrebbero creare ulteriori tensioni incontrollate nell’Asia nordorientale. Ribadiamo il nostro sostegno a una soluzione diplomatica della situazione nella penisola coreana nel formato dei colloqui a sei, e nel dialogo volto a creare al più presto possibile un sistema affidabile per la pace e la sicurezza nella regione“.
Esperti razionali negli Stati Uniti sono giunti alla conclusione che in 25 anni i tentativi di Washington per fermare e distruggere il programma nucleare di Pyongyang attraverso sanzioni e pressione sono stati un fallimento completo. Gli unici successi degli statunitensi in questi anni furono episodi associati ai loro passi verso un dialogo sostanziale con la Corea democratica: il ritiro unilaterale delle armi nucleari tattiche dalla Corea del Sud di George HW Bush (1991), aprendo la via alla firma della dichiarazione comune delle due Coree sulla denuclearizzazione della penisola coreana, nel 1992, e la conclusione dell’accordo quadro tra Stati Uniti d’America e Repubblica democratica popolare di Corea, nel 1994, che congelò il programma nucleare di Pyongyang per dieci anni. Mentre tale accordo era in vigore (1994-2002), la penisola coreana visse il periodo più tranquillo dal dopoguerra. Attenti scienziati, oltre a un certo numero ex-diplomatici, negli Stati Uniti spingono il governo a riconoscere la necessità di una soluzione diplomatica globale al problema coreano, quale unico modo per risolvere la questione nucleare. Purtroppo, tali raccomandazioni non vengono ascoltate dalla Casa Bianca oggi. Ciò significa che, in assenza del dialogo USA-Corea democratica e dato il continuo confronto, Pyongyang mantiene incentivi e mano libera nel sviluppare ulteriormente il programma nazionale missilistico e nucleare. Una valutazione realistica suggerisce che avendo la Corea democratica effettuato quattro test nucleari, la moderazione sia ora necessaria, proseguendo gli sforzi per una soluzione diplomatica. E questa non è la politica per placare un “piantagrane” o incoraggiare “il cattivo comportamento” di un trasgressore delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Si tratta della comprensione razionale dell’ovvio fatto che non vanno ignorate le preoccupazioni del tutto valide di Pyongyang sulla sicurezza. L’unica via d’uscita dalla situazione attuale (in realtà un vicolo cieco) va basata su equi colloqui a sei, rivelatisi utili nel 2003-2009 e che sono un formato per i negoziati da riprendere. Tutto ciò che serve è la buona volontà di tutte le parti, senza eccezioni.ss-130213-kim-jong-un-tease.photoblog900

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Siria ampliano la guerra al terrorismo

I Ministri della Difesa russo e siriano ampliano la cooperazione nella guerra al terrorismo
Ziad Fadil, Syrian Perspective 29/1/201656aa51c2c3618882438b45c7Quando i ministri della Difesa s’incontrano faccia a faccia a Mosca, si sa che l’argomento è cruciale. Il Generale Sergej Shojgu, Ministro della Difesa russo, avrebbe potuto facilmente telefonare all’omologo siriano, Tenente-Generale Fahd Jasim al-Furayj, e parlargli su linee sicure. Ma l’argomento ha richiesto la massima segretezza in un mondo in cui tutte le conversazioni sono vulnerabili alle intercettazioni. SyrPer ha appreso da una fonte che l’incontro era previsto in concomitanza con la conferenza di Ginevra-III che, crediamo, non tradurrà alcuna fine immediata del conflitto. In realtà, questa posizione è sostenuta dalla stessa dichiarazione di Stefan Demistura secondo cui i colloqui non finiranno per 6 mesi. La Russia non è disposta ad aspettare che l’opposizione siriana in esilio rinsavisca e adotti una posizione unitaria. Ci sono altri sviluppi che vanno affrontati. La mia fonte ha scritto che il governo russo è profondamente preoccupato dai movimenti turchi a nord di Jarablus e al-Manbij dove le forze curde siriane pianificano l’assalto finale per togliere quelle città allo SIIL. Questa è la prima area d’interesse. La seconda, secondo Wail, è la tempistica dell’assalto di EAS e RVVS su Jisr al-Shughur. Il Generale Shojgu spinge l’Alto Comando siriano a finirla a Qinsiba al più presto possibile, nonostante condizioni meteo e geografia grottesca della zona. La terza preoccupazione è il rapido schieramento dei nuovi sistemi d’arma che i siriani non hanno mai visto prima e che i russi ritengono concluderanno la guerra più velocemente. L’EAS, tuttavia, va addestrato all’impiego dei nuovi equipaggiamenti e i due Generali hanno discusso la logistica per l’adozione e l’addestramento. Ancora più importante, l’Esercito russo si prepara a contrastare i movimenti turchi nel nord della Siria, che ritengono essenzialmente volti a placare le scimmie saudite riguardo due condizioni: 1. lo SIIL non deve essere sconfitto dai curdi e 2. la Turchia deve stabilire un saliente nella Siria, in cui i terroristi di Ahrar al-Sham, Jaysh al-Fatah e Jabhat al-Nusra/al-Qaida operino liberamente pretendendo il territorio siriano. Quest’ultima condizione è estremamente pericolosa, perché la Turchia dovrà usare l’aviazione sul territorio siriano, facendo scattare l’uso dei noti sistemi missilistici antiaerei russi S-300 e S-400, per non parlare dei formidabili missili russi della Siria. Cercano all’avvio di una grande guerra e i russi chiariscono la loro posizione all’Alto Comando dell’Esercito arabo siriano. Mi è stato detto che un gruppo di coordinamento verrà istituito per affrontare le nuove avanzate a nord.
La Turchia partecipando a tale folle piano ordito dagli inetti e scimmieschi sauditi, testimonia la follia di Erdoghan. Con il suo Paese che si dibatte economicamente dopo l’imposizione delle sanzioni russe e i curdi che scalpitano per creare un proprio Stato de facto, si potrebbe pensare che Erdoghan temporeggiasse, o addirittura esitasse all’idea di coinvolgere il Paese in una lotta esistenziale con una nazione che la Turchia non ha mai sconfitto in battaglia, nonostante 18 puntate. Dove porterà tale follia è da vedere. È tale disordine mentale che provoca i colpi di Stato dei militari. Attendiamo la prossima mossa del Generale Necdet Ozel. Wail dice che i sauditi hanno promesso di compensare la Turchia delle eventuali perdite economiche. Ma i sauditi sono quasi in bancarotta. Hanno chiuso i piani per la nuova politica sanitaria nel Paese per via della diminuzione dei finanziamenti. Come ho già scritto, il ministero degli Interni saudita ha avvertito 12000 studenti che non avranno assistenza finanziaria per studiare all’estero, nel prossimo futuro, per via del deficit di bilancio. La guerra allo Yemen comincia a costare al regno delle scimmie miliardi di dollari in mezzi e mercenari, dimenticando il costo del supporto alle decine di migliaia di terroristi in Siria. I sauditi devono aver visto Erdoghan arrivare. Nel buio passaggio di questa fase, gli iraniani devono ancora mostrare i muscoli. Ciò sarà cruciale.

Generale Necdet Ozel

Generale Necdet Ozel

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La NATO verso il collasso

Alessandro Lattanzio, 29/01/2016

Generale Philip Breedlov

Generale Philip Breedlove

Il 27 gennaio il comando europeo delle Forze Armate degli Stati Uniti (EUCOM) stilava l’aggiornamento della strategia in Europa per “Impedire l’aggressione russa sotto forma di crescente comportamento aggressivo e militarizzazione dell’Artico. La Russia è una sfida seria ai nostri alleati e partner in diverse regioni, è un problema globale che richiede una risposta globale”. Il rappresentante permanente della Russia presso la NATO, Aleksandr Grushko, ha detto “è impossibile commentare nelle forme corrette, perché tale tesi è completamente al di fuori della realtà. Tale formulazione prevede che gli Stati Uniti riuniscano gli alleati, i cui ranghi sono ultimamente dispersi. Dato che nuove minacce e sfide richiedono risposte collettive, devono riunirsi sotto l’ala degli Stati Uniti ed esser costretti ad investire nella difesa per rafforzare il fianco orientale con una nuova cortina di ferro. Le ragioni dell’adozione della nuova strategia sono più profonde del mero desiderio degli Stati Uniti di radunare gli alleati europei” dichiarava il Vicedirettore del Centro informazioni analitiche di Tauride Sergej Ermakov. “La grave esacerbazione delle relazioni con la Russia è il compito principale del comando europeo degli Stati Uniti, per “garantirsi un ambiente sicuro”. Intendendo esattamente l’allineamento degli alleati europei a ranghi serrati e il rafforzamento della NATO come strumento per normalizzare la presenza militare degli Stati Uniti nella regione. Gli USA vogliono rafforzare la NATO, ma non tutti i Paesi membri dell’Alleanza hanno fretta di aumentare la spesa per la difesa”. Alcuni Paesi come Polonia ed Estonia hanno aumentato la spesa militare ben al 2% del PIL, un contributo insignificante. Inoltre il comando europeo degli Stati Uniti negli ultimi 10 anni ha seriamente ridotto il dispiegamento militare. “La copertura dei territori controllati dall’EUCOM è addirittura aumentata verso la regione artica. Formalmente la zona di responsabilità del Comando Europeo ha lasciato l’Africa perché è stato creato il Comando Africa degli Stati Uniti, ma in realtà AFRICOM si basa sulle risorse di EUCOM. Obiettivi vaghi, risorse limitate e assenza di serie minacce militari all’Europa, fino a poco prima, permisero ad EUCOM una vita rilassata… Ma dopo i fatti di Crimea si è scatenato l’inferno”. Il fatto che l’esercito russo potesse operare con successo in condizioni di combattimento quasi reale fu una sorpresa sgradevole, in particolare effettuando quelle operazioni che la NATO classifica come “intervento umanitario”. “Ciò ha comportato cambiamenti nella cosiddetta concezione dello schieramento avanzato volto a rafforzare la presenza statunitense in Europa. L’obiettivo di EUCOM è creare una fitta rete di piccole basi in Europa, permettendo agli USA di rischierarvi le proprie forze contro la Russia. Ma se durante la Guerra Fredda gli USA avevano 400000 soldati in Europa, dopo il “rafforzamento della presenza statunitense in Europa” saranno circa 80000”.
Ciò impone alla Federazione russa d'”Investire nella Difesa e a costruire una linea difensiva. Questo è necessario, anche se tali azioni possono scatenare una nuova corsa agli armamenti… Oggi c’è un graduale cambio di leadership nello spazio geopolitico globale“, dichiarava l’accademico dell’Accademia dei problemi geopolitici, l’ex-direttore del Primo Dipartimento per la Cooperazione Militare Internazionale del Ministero della Difesa della Federazione Russa, Colonnello-Generale Leonid Ivashov. “L’occidente si è esaurito ed ora molla, mentre l’età dell’Oriente si afferma. In questo processo assistiamo ad una rivolta contro il diktat statunitense. Come sempre, gli alleati di ieri iniziano ad agire contro Washington. Arabia Saudita e Turchia vedono che l’Iran ha raggiunto il suo obiettivo liberandosi dalle sanzioni. Il processo globale di liberazione dalla dittatura statunitense appare ovvio anche all’Europa. Perciò gli Stati Uniti cercano di sopprimere l’aspirazione russa all’indipendenza, per mantenere anche l’Europa sotto controllo. In caso contrario, c’è il rischio che la liberazione dalla dittatura statunitense diventi un massiccio movimento coordinato. Per riunire l’Europa, è necessario esibire una minaccia estera comune, pratica comune degli Stati Uniti. Quando la minaccia diventa lo SIIL e i profughi da Medio Oriente e Nord Africa, la Russia passa in secondo piano e la solidarietà della NATO comincia ad andare a pezzi. Così gli statunitensi fanno tutto il possibile per presentare i russi nel familiare ruolo di principale nemico. Nel 2015, ricordo, gli Stati Uniti adottarono la nuova strategia di sicurezza nazionale. Nel documento la Russia veniva indicata 13 volte sempre in un contesto negativo. La Russia è il principale nemico nella dottrina militare aggiornata degli Stati Uniti, che ora cercano di riscrivere i punti chiave della strategia della NATO. E’ impossibile aspettarsi altro dagli Stati Uniti date le attuali condizioni“.
Merkel+Erdogan+Mark+50+Years+Turkish+Immigration+o9d5qvOzmvPxE a proposito di ‘flussi di rifugiati’, l’agenzia stampa turca Dogan riferiva che a Diyarbakir si svolgevano gravi scontri tra le forze armate e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), che avevano spinto migliaia di persone a fuggire dalla città, nel sud-est della Turchia, dopo che 23 persone, tra cui 3 soldati turchi, erano state uccise. Il 27 gennaio l’esercito turco uccise 11 curdi a Cizre, al confine siriano, e altri 9 a Diyarbakir. Già dal 14 dicembre 2015 134 curdi furono uccisi dall’esercito turco a Diyarbakir. Oltre 2000 civili abbandonavano la città. Dopo il collasso del processo di pace tra le autorità turche e il PKK, nell’estate 2015, Erdogan impose il coprifuoco in varie città curde. Da allora, gli scontri tra le forze turche e PKK sono in corso, dove almeno 198 civili, tra cui 39 bambini, sono stati uccisi dalle operazioni militari iniziate nell’agosto 2015. E il 24 gennaio, Joe Biden, vicepresidente degli USA, incontrava ad Ankara il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il primo ministro Davutoglu, per esprimere sostegno alla pulizia etnica della popolazione curda mascherata da guerra contro il PKK. Inoltre, Biden, annunciava che se i colloqui di Ginevra sulla Siria fallivano “Siamo preparati, pronti a una soluzione militare nell’operazione contro lo Stato islamico“, dichiarando che Washington non avrebbe impedito alla Turchia di posizionare truppe in Iraq nei pressi dei giacimenti petroliferi di Mosul, attualmente occupati dallo SIIL, approvando di fatto l’invasione turca dell’Iraq. Inoltre, il vicepresidente degli Stati Uniti non ha detto nulla sul contrabbando di petrolio iracheno e siriano in Turchia, con cui il SIIL finanzia il terrorismo contro la Siria. Biden sa bene che Erdogan e il capo dei servizi segreti turchi, Hakan Fidan, sostengono apertamente lo SIIL, addestrandolo e armandolo nella guerra contro la Siria. Il 18 ottobre 2015 Fidan dichiarò l’aperto sostegno turco allo SIIL: “L’Emirato islamico è una realtà e dobbiamo accettare di non poter debellare una ben organizzata e popolare istituzione come lo Stato islamico. Pertanto, esorto i miei colleghi occidentali a rivedere il proprio modo di pensare sulle correnti politiche islamiche, a mettere da parte la loro mentalità cinica e a contrastare Putin che vuole schiacciare i rivoluzionari islamisti siriani“. Lo Stato islamico è un alleato della NATO, creato dalla struttura clandestina terroristica atlantista StayBehind/Gladio turco-anglo-franco-italiana, o Gladio-B in Medio Oriente, per distruggere il governo baathista siriano, col coinvolgimento diretto della Turchia di Erdogan e della monarchia wahhabita guidata da re Salman e dal figlio militarmente incompetente, ma ministro della Difesa, principe Muhamad bin Salman. “C’è oggi un’alleanza militare ed economica tra l’osceno megalomane Erdogan e la monarchia wahabita saudita. Da parte loro, il monarca saudita Salman e il principe Muhamad bin Salman vogliono strappare altri giacimenti per aumentare la propria ricchezza. Questo non perché la monarchia sia indigente, ma perché ha l’illusione che possedendo altro petrolio potrà finalmente “sedersi al tavolo del padrone”, e non essere trattata dagli arroganti oligarchi occidentali come beduini primitivi in Rolls Royce”, afferma F. William Engdahl. Nel frattempo l’Arabia Saudita organizzava i colloqui Turchia-Egitto nell’ambito dell’accordo per il passaggio della presidenza dell’OIC (Organizzazione degli Stati islamici), dall’Egitto alla Turchia. Nel 2013 Erdogan condannò il rovesciamento del regime dei Fratelli musulmani rifiutando di riconoscere la legittimità del presidente egiziano al-Sisi. Ora, secondo l’accordo saudita, al-Sisi cederà la presidenza dell’OIC e consegnerà centinaia di Fratelli musulmani egiziani detenuti al regime islamista di Erdogan che, secondo Engdahl, diverrebbe il “protettore” di Fratelli musulmani e Stato islamico, spianando la strada alla riesumazione del califfato islamico del nuovo Gran Sultano Recep Tayyip Erdogan. E in tale quadro va inserita l’alleanza slavofoba tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente turco Erdogan. Dove difatti la Germania ignora la strage dei curdi nel sud-est della Turchia, il contrabbando di petrolio e la collaborazione di Ankara con i terroristi dello SIIL. Secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt la cancelliera tedesca Merkel “ha bisogno di Erdogan per la propria sopravvivenza politica… Erdogan ha creato la carta vincente per evitare l’intervento dell’Europa: i rifugiati“, dice l’articolo. Il presidente turco sfrutta la fiducia dei Paesi europei e “senza intoppi conduce una guerra sporca” nel proprio Paese, che si traduce ancora una volta in nuovi flussi di migranti in fuga dal sud-est del Paese con l’aumento delle violenze.
Intanto si amplia il ‘fronte orientale’ nell’Unione europea, il serio scontro sulla sovranità tra la Polonia e l’ingerenza dell’UE guidata dalla Germania. Nella frattura intra-europa tentano d’infiltrarsi gli interessi statunitensi, guidati dal solito George Soros, che fa il diavolo in quattro per cercare di salvare la creatura mostruosa su cui ha speso il proprio capitale finanziario-mediatico, il governo golpista neo-banderista di Kiev, oramai sull’orlo della bancarotta economica e della disintegrazione territoriale, e che attrae l’attenzione di Varsavia e Berlino. Si tratta del vero oggetto occulto del contenzioso tedesco-polacco: come affrontare il fallimento ucraino. Nel frattempo, sebbene i polacchi continuino a parlare di una vaga “minaccia russa” invocando l’insediamento permanente della NATO nel Paese, la Polonia compie discreti tentativi di riavvicinamento alla Russia. Su iniziativa del nuovo governo polacco, si svolgeva un incontro russo-polacco il 22 gennaio a Mosca, tra i viceministri degli Esteri dei relativi Paesi. I russi chiedevano un forte intervento delle autorità polacche contro i vandalismi sui monumenti che commemorano i caduti dell’Armata rossa durante la Seconda guerra mondiale, “La retorica ostile va respinta se si vuole un rapporto russo-polacco normalizzato, affermava il Ministero degli Esteri russo dopo le consultazioni bilaterali tra i viceministri degli Esteri. La Russia è pronta a costruire in modo pragmatico contatti con il nuovo governo polacco, avanzando laddove è possibile, dichiarava dopo le consultazioni del Primo Viceministro degli Esteri russo Vladimir Titov con il Viceministro degli Esteri polacco Marek Ziolkowski. “Non è dovuto alla Russia il blocco del dialogo”, dichiarava il Ministero. “Fu sottolineato che se c’è un tentativo di normalizzare le relazioni, un’atmosfera adeguata va creata, e retorica ed azioni ostili vanno evitati”, continuava la dichiarazione. “L’accento era posto sul mantenimento delle debite misure per la protezione di monumenti e sepolture militari russi in Polonia, dato che gli atti di vandalismo sono sempre più frequenti. Le parti hanno deciso a breve l’organizzazione della riunione di un gruppo di lavoro secondo l’attuazione dell’accordo intergovernativo del 22 febbraio 1994 sui monumenti alle vittime di guerre e repressioni. Inoltre, l’articolo indicava che la parti hanno deciso consultazioni per risolvere pragmaticamente le liti sulle proprietà diplomatiche in entrambi i Paesi. “Le parti hanno deciso di spianare la strada ai negoziati con la prospettiva per un accordo intergovernativo”.” Osserva Philppe Grasset, “i polacchi dovranno agire con estrema cautela per evitare di dare altri argomenti a coloro che gli fanno pressione, UE e Germania, NATO e Stati Uniti. Tuttavia, con la solita deriva massimalista degli Stati Uniti che accompagna il “totalitarismo democratico” di Unione europea e Germania, e dato che UE e Germania sono in grave crisi, ci sarà ancora più pressione rigorosa sulla Polonia e altre pressioni si avrebbero se la Polonia stringesse un’alleanza con la Russia. A nostro avviso, le relazioni in tale direzione potranno solo peggiorare, con molto probabili soliti tentativi di cambio di regime per destabilizzare la Polonia. L’incognita riguarda i russi. Putin avrà una “parte” in Polonia o andrà avanti senza altro scopo che iniziare a migliorare le relazioni, a condizione che i polacchi rispettino i monumenti commemorativi, vale a dire intervenendo pesantemente in questo senso? Troviamo qui l’incertezza russa con l’ambiguità di Putin nei rapporti diretti con il blocco BAO (UE, Germania, Stati Uniti d’America). E’ il caso del “piede” nella Russia di Putin (“dentro e fuori il sistema”) assai più percepito, in questo caso, nelle strutture finanziarie e monetarie e in certi oligarchi, ancora visti come “filo-occidentali”, vicini al sistema e alla globalizzazione nonostante le promesse di cambiamento al culmine della crisi in Ucraina; aspetto criticato a Putin anche dai “filo-putiniani” più conseguenti… L'”attacco alla Polonia” s’inscrive in tale contesto, per la Russia, da cui la sua massima cautela se non riluttanza. D’altra parte, i russi possono ritenere di non avere a che fare con un nuovo scenario “greco” (Tsipras che chiede aiuto a Mosca contro l’Unione europea, per capitolare completamente verso UE e Germania). D’altra parte, ancora, la Polonia non è la Grecia e vi sono molti elementi nella crisi da renderla molto più grave della crisi greca, con aspetti geopolitici cruciali. I russi avrebbero grande difficoltà a non prestarvi maggiore attenzione”. I polacchi si troverebbero, spinti dall’arroganza di UE, Germania, USA e NATO, bloccati nel dilemma di dover scegliere tra una posizione intransigente, da rafforzare con ulteriori legami con la Russia, o arrendersi completamente avviandosi verso una rinnovata russofobia. “E’ quindi possibile che a un certo punto i russi ritengano che sia più dannoso non rispondere con maggior entusiasmo alle richieste polacche“. E difatti, il Ministero della Difesa (MON) della Polonia annunciava la creazione di forze di difesa territoriali, che potrebbero includere 46000 effettivi e modellati sulla Guardia nazionale degli USA. L’idea fu avviata dall’eurofila Piattaforma civica (PO) ed ora viene accelerata dall’euroscettico Partito Legge e Giustizia (PiS) al potere. Nel novembre 2015, il neo-ministro della Difesa Antoni Macierewicz dichiarava che l’organizzazione della difesa territoriale è uno dei compiti più importanti del suo ministero. I piani iniziali prevedono la creazione di 3 brigate nel nord-est della Polonia, ai confini con Russia e Bielorussia. In definitiva il MON vuole creare una dozzina di tali brigate, suddivise in due componenti: quella della difesa territoriale, dotate di armi leggere, e la componente mobile dotata di missili anticarro e antiaerei, carri armati e blindati, da usare per rinforzare l’esercito, mentre la difesa territoriale garantirebbe l’ordine nelle retrovie. La Guardia nazionale diverrebbe la quinta forza armata della Polonia, posta sotto il diretto controllo del governo centrale, soprattutto pronta ad affrontare rivolgimenti interni, piuttosto che combattere minacce estere. Chiaramente l’obiettivo è prepararsi contro un ‘nemico interno’, percepibile nella componente filo-europeista della società polacca, e nelle temute rivoluzioni colorate, sempre incombenti anche per chi non si allinea perfettamente alle direttive della NATO.
Germany_Tornado_recce-e1437554848656 Secondo il giornale Rzeczpospolita, gli USA dopo aver promesso la creazione di basi permanenti in Polonia, cambiavano idea dopo l’intervento della Russia in Siria, per evitare d’irritare Mosca con la costruzione di basi in Polonia. La richiesta del presidente polacco Andrzej Duda di creare basi permanenti della NATO fu discussa col segretario generale della NATO Jens Stoltenberg e col Comandante supremo della NATO in Europa (SACEUR), l’instabile russofobo Generale Philip Breedlove. Inoltre, il ministro degli Esteri Witold Waszczykowski aveva offerto a Londra un accordo di scambio tra la posizione della Polonia sui diritti sociali dei cittadini polacchi residenti in Gran Bretagna e il sostegno inglese all’installazione di basi permanenti atlantiste in Polonia, senza ricevere una risposta conclusiva, però. Il ministro della Difesa Macierewicz parlando all’omologo inglese Michael Fallon, ebbe la promessa della presenza, su rotazione periodica ma non permanente, di 1000 soldati inglesi. Con il mutare della situazione geopolitica, la NATO non vuole peggiorare i rapporti con Mosca, tanto più che la capacità operativa delle forze armate atlantiste è gravemente compromessa, di cui l’intervento della NATO in Siria, la cui inoperatività dimostrava aver oramai assunto aspetti grotteschi: i 6 cacciabombardieri Tornado tedeschi, schierati in Siria per le missioni di ricognizione, non possono volare di notte, tutti i giorni Bild ha riportato Martedì in un nuovo imbarazzo per il Ministero della Difesa, poiché i piloti venivano accecati dalle luci del cockpit, la cabina di pilotaggio, ritenute eccessivamente luminose. Il ministero della Difesa tedesco ammetteva che c’è “un piccolo problema tecnico riguardo l’illuminazione della cabina di pilotaggio. E’ possibile che gli occhiali notturni indossati da piloti provochino riflessi”. Perfino l’arma di ordinanza dell’esercito federale, il fucile d’assalto G36 creava problemi nel ritmo di tiro, mentre Der Spiegel rivelava che solo 4 dei 39 elicotteri NH90 in servizio delle forze armate federali tedesche erano operativi. Ciò da la misura dello stato dell’esercito e dell’aeronautica tedeschi, la punta di lancia della NATO. E questo nonostante le deliranti velleità russofobe dei vertici burocratici della NATO.

Antoni Macierewicz

Antoni Macierewicz

Fonti:
Dedefensa
Defense News
FARS
Fort Russ
NEO
South Front
South Front
South Front

L’Esercito Arabo Siriano alla riconquista

Samir R. Zughayb, al-Ahad, 28 gennaio 2016 – Reseau International1033860990A pochi giorni dai negoziati di Ginevra per trovare una soluzione politica alla crisi in Siria, che dipende dalla composizione di una delegazione che rappresenti le varie opposizioni, l’Esercito arabo siriano ed alleati continuano l’implacabile avanzata sul campo, liberando Rubayah, ultima roccaforte dei terroristi presso Lataqia, e continuando ad avanzare su al-Bab, a est di Aleppo, così come a Shayq Misqin, presso Dara, nel sud.
Approfittando dell’offensiva lampo su due fronti, l’Esercito Arabo Siriano (EAS) e Forze di Difesa Nazionale (FDN) liberavano Rubayah, l’ultimo bastione dei terroristi nella provincia di Lataqia. La città era difesa da islamisti turcomanni e del Jabhat al-Nusra, ramo siriano di al-Qaida, rapidamente crollato prima davanti l’assalto dell’Esercito arabo siriano sostenuto dagli attacchi aerei russi. I sopravvissuti fuggivano nella vicina Turchia prima che Ankara chiudesse i confini. Il direttore dell’Osservatorio siriano per i diritti umani (OSDH di Londra e vicino all’opposizione), Rami Abdalrahman, ha detto che con la liberazione di Rubayah l’Esercito arabo siriano tagliava le linee dei rifornimenti agli estremisti dal confine turco, a nord della Siria. L’Esercito arabo siriano e le truppe alleate liberavano in due giorni 120 chilometri quadrati di territorio a nord di Lataqia. Il 2 gennaio avevano liberato la città di Salma, considerata la “capitale dell’emirato” della provincia. Prima dell’inizio dell’offensiva siriana a Lataqia nell’ottobre 2015, i terroristi occupavano dal 2012, con Rubayah e Salma, quasi il 20% della provincia. Oggi, Lataqia è quasi interamente tornata allo Stato. Il prossimo obiettivo dell’Esercito arabo siriano e degli alleati è la città di Qinsaba che gli permetterà di combattere per Jisr al-Shughur, bastione strategico tra Idlib e Lataqia, al confine con la Turchia. Un altro obiettivo, Qabayna, aprirà la battaglia par Sarmaniyah, principale roccaforte di Jabhat al-Nusra a Idlib. La liberazione a nord di Lataqia permette all’esercito di riprendere l’offensiva nella piana di al-Ghab, tra le province di Hama e Idlib, sospesa dopo alcuni successi iniziali ad ottobre per concentrarsi su Lataqia, dando alle truppe siriane un vantaggio importante.

Il cappio si stringe intorno ad al-Bab
Insieme alla battaglia di Lataqia, l’Esercito arabo siriano, supportato da unità di volontari e dalle aeronautiche siriana e russa, continua l’offensiva in diverse province. Le operazioni sono concentrate ad oriente di Aleppo, con l’obiettivo di eliminare per sempre i terroristi dello SIIL dalla regione. Dopo l’espansione dell’area liberata intorno all’aeroporto di Quwayris, le truppe siriane puntavano sulla città di al-Bab, a 38 chilometri ad est di Aleppo. Questa città è uno dei baluardi più importanti dello SIIL in Siria, occupata dal 2013 dall’organizzazione terroristica. Questi ultimi due giorni, l’Esercito arabo siriano ha liberato i villaggi Qatar e Tal Hatabat dopo aspri combattimenti con lo SIIL. Quest’avanzata gli permette di stringere il cappio su al-Bab, dove il panico comincia a correre tra i sostenitori dell’organizzazione terroristica. Secondo varie fonti, alti funzionari dello “Stato islamico” nella città cominciano ad evacuare le famiglie nella roccaforte di Raqqa. A sud di Aleppo, il fronte è relativamente calmo dopo mesi di combattimenti che hanno permesso all’Esercito di liberare il 90% della provincia a sud della seconda città della Siria. L’esercito completa i preparativi per riprendere l’offensiva per liberare la provincia ad ovest di Aleppo, in previsione dell’accerchiamento completo della città, riconquistando i quartieri controllati dai terroristi. Gli analisti si aspettano l’inizio della grande battaglia di Aleppo nelle prossime settimane. Gli esperti ritengono che l’Esercito arabo siriano sia entrato, dall’inizio dei raid aerei russi il 30 settembre 2015, nella dinamica della liberazione che sarà difficile da fermare. Dall’inizio dell’offensiva, tre mesi e mezzo prima, l’EAS ha liberato quasi 240 città, cittadine e villaggi a nord, presso Damasco e presso Dara, per una superficie di 2000 chilometri quadrati.

Tra liberazione e riconciliazione
Oltre al successo nel nord, l’Esercito ha liberato una decina di villaggi a sud e ad est di Hama e diverse città a nord di Homs. Nel Ghuta orientale, presso Damasco, ha liberato l’aeroporto di Marj al-Sultan e il relativo villaggio. Sempre presso la capitale, il processo di riconciliazione ha successo pacificando grandi aree. A Dara l’Esercito ha liberato la città strategica di Shayq Misqin. Nella provincia di Qunaytra ha ripreso diverse colline importanti, riducendo in cenere la proposta d’istituire una cintura di sicurezza lungo il Golan occupato, una zona controllata dai terroristi e protetta dagli “israeliani”. Più ad est, l’Esercito arabo siriano sembra essere riuscito a stabilizzare il fronte a Baqaliya, nella città di Dair al-Zur, dopo una violenta offensiva dello SIIL preceduta da 30 attentatori suicidi. L’attacco ha permesso al gruppo terroristico di occupare questo quartiere, dove ha commesso un orribile massacro uccidendo quasi 300 persone, in gran parte civili e tutti sunniti, perché sostenitori dello Stato siriano. Lo SIIL, che ha subito pesanti perdite in tale battaglia, non è riuscito a dinamizzare tale successo relativo, permettendogli di continuare l’avanzata. Dunque i colloqui di Ginevra dovrebbero iniziare in condizioni favorevoli questo fine settimana, con qualche giorno di ritardo. A meno che Arabia Saudita e Turchia, sponsor regionali dei terroristi, preferiscano rimandare l’appuntamento, sperando in giorni migliori. Ma col passare del tempo, la situazione militare dei loro agenti sul campo e la loro situazione politica peggiorano.Latakia20160124

Shayq Misqin: La vittoria più importante dell’EAS nel fronte meridionale
Sputnik 28/01/2016

All’inizio della settimana, l’Esercito siriano, supportato dall’Aeronautica militare russa e dalle milizie filo-governative, liberava la strategica città al confine meridionale di Shayq Misqin. La liberazione della città, suggerisce un giornalista russo sul campo, è forse la vittoria più importante sul fronte meridionale fino ad oggi.CZvMwTsUAAA62ugLa città, situata nella provincia di Dara della Siria, vicino al confine giordano, in precedenza fu un ‘trampolino di lancio’ delle azioni dei terroristi nella zona, essendo snodo fondamentale tra Damasco nel nord e il confine giordano a sud. Feroci battaglie per la città infuriarono per quasi un mese. Miracolosamente, le forze governative riuscivano a liberarla con perdite minime. Un corrispondente della RIA Novosti è uno dei primi giornalisti ad entrare in città, il giorno dopo la liberazione, e riuscendo a parlare con i comandanti delle brigate d’assalto dell’esercito, traeva uno scoop su una delle operazioni di maggior successo dell’Esercito arabo siriano sul fronte meridionale, fino ad oggi. “La città di Shayq Misqin è a solo un’ora di auto da Damasco“, scrive il corrispondente Mikhail Aladin. “Da ogni direzione si ha la visuale delle cime innevate delle alture del Golan… Se non fosse per la guerra, si potrebbe immaginare questo posto come un’opzione per una bella e tranquilla vacanza in famiglia. Ma il viaggio di oggi non è una gita turistica. Shayq Misqin è completamente distrutta. A parte l’esercito, non c’è anima viva. Anche gli animali sembrano averla abbandonata“. “Feroci battaglie per la città imperversarono per 28 giorni. 12 gruppi terroristici, tra cui i noti Jabhat al-Nusra e SIIL, dimenticarono le differenze e si unirono per mantenere il controllo sulla città a tutti i costi. E’ facile capire le motivazioni dei terroristi“, spiega Aladin. “La città è sullo snodo delle strade che collegano Damasco, Dara e Qunaytra. E’ anche la via più breve e conveniente per rifornire il fronte meridionale. Le stesse strade furono utilizzate dai terroristi, che ricevevano rinforzi e munizioni dal territorio giordano. Ai primi di dicembre visitammo il fronte, a 70 metri dal centro abitato. Poi, i terroristi tentarono di assaltare le posizioni dell’esercito per tagliare ciò che al momento era l’unica strada che collegava Damasco al sud del Paese. Oggi, il quadro è dipinto con colori diversi. Arrivando alla piazza centrale“, scrive il giornalista: “i giornalisti incontrano il comandante della divisione, Generale di Brigata Samir Uasilya. Ha guidato l’assalto alla città, e ora spiegava qualcosa agli ufficiali su una mappa posta sul cofano di un’auto. Quando finì dedicò un paio di minuti per parlare ai media dell’assalto“. “Abbiamo preso il nemico di sorpresa. Ieri abbiamo iniziato l’assalto da nord della città. Il nemico non si aspettava tale rapida avanzata da quella direzione. Riuscimmo a sfondare avanzando da est. Dall’aria ricevemmo molto sostegno dagli attacchi di precisione degli aerei russi“, ha detto il comandante, incapace di nascondere il sorriso. “All’inizio dell’assalto”, osservava Aladin, “c’erano circa 2500 terroristi. Nel giro di poche ore più di cento furono eliminati. Ufficiali siriani hanno detto che i capibanda fuggirono in Giordania, mentre i terroristi si ritiravano nelle città vicine. L’Esercito, dal canto suo, ebbe perdite minime grazie a una preparazione accurata e a un’elaborata pianificazione dell’attacco“. “Una delle principali attrazioni turistiche della città è l’altura Faras Muhamad, dal nome del comandante del distaccamento d’assalto che l’ha liberata dai terroristi. Faras è un eroe, non c’è alcun dubbio“, ha detto il comandante del distaccamento Aqidah Huazim ad Aladin. “Lui e i suoi ebbero l’ordine di catturare l’altura, a sinistra della zona. L’esito dell’assalto alla città dipendeva da lui. Dall’altura tutta la città è a portata di mano. Il nemico poteva rilevare l’offensiva da nord e rispondere con l’artiglieria. Faras prese un piccolo gruppo e nella notte attaccò le posizioni nemiche. La lotta fu terribile, ma il tempo ci aiutò. I ragazzi salirono sull’altezza inosservati, sotto un’intensa pioggia, ma poi furono attaccati da ogni lato e il mio distaccamento fu tra quelli giunti in soccorso“. Faras rimase ferito, nota Huazim, ma rimase sul campo fino all’arrivo dei rinforzi. Prima di perdere conoscenza, riuscì a dare un ultimo ordine: “Mantenere l’altura a tutti i costi, è la chiave per la città“. “I soldati“, osserva Aladin, “rispettarono gli ordini del comandante“. “Camminando per tutta la città è difficile non guardare le ville con colonne di marmo ed archi. A quanto pare, prima della guerra, sembrava bella e ricca, e la terra intorno non era sconvolta dai proiettili, ma aveva verdi giardini di aranci e ulivi. Si può camminare solo al centro della strada. Nella ritirata, i terroristi hanno minato quasi tutte le case. Ai lati della strada s’incontrano proiettili inesplosi e contenitori ‘ignoti’. Da diversi angoli della città si sentono potenti esplosioni, è il lavoro dei genieri. L’ufficiale ci ha detto che alcuni ordigni vanno distrutti sul posto, altrimenti potrebbero esplodere al minimo contatto. Ascoltando le gesta della guerra, i giornalisti inaspettatamente si avvicinarono all’ex-base di una delle brigate di Jabhat al-Nusra, in una scuola, dove nel parco giochi videro una scena orribile: decine di nuove tombe e due trincee profonde, a quanto pare scavate per altri morti. L’unico pensiero positivo è che le fosse sono piene di cadaveri di terroristi, e non di militari o civili. Il numero delle tombe conferma la dichiarazione dell’esercito sulle perdite del nemico. La liberazione di Shayq Misqin“, conclude Aladin, “è un grande successo delle Forze Armate siriane, sollevandone significativamente il morale. Gli ufficiali sono pronti ad andare avanti, a sfondare con i loro uomini verso Dara, combattendo per liberare tutta la provincia meridionale, e il Paese tutto. L’impressione è che i soldati, stremati da cinque anni di guerra, abbiano una nuova motivazione e il traguardo di tale ‘tragica maratona’ non è lontano, ora“.10151377_1257072507642420_3396670396933389758_n

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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