Stalin e i tecnici

Come Stalin, il partito ed il potere sovietico posero fine allo iato tra quadri tecnico-dirigenziali e classe operaia nell’URSS del primo Piano Quinquennale
Luca BaldelliIl problema delle relazioni tra classe operaia e mondo intellettuale si pose, in tutta la sua drammatica cogenza, fin dalla vittoria della Rivoluzione socialista bolscevica del 1917. La guerra contro le bande monarchiche e scioviniste che, appoggiate dai circoli imperialisti internazionali, misero a ferro e fuoco il Paese durante la Guerra civile del 1918/21, con l’intento di rovesciare il neonato potere sovietico, vide numerosi intellettuali schierarsi a fianco del socialismo, della causa degli operai e dei contadini: V.V. Majakovskij, A.V. Lunacharskij, A. A. Blok, solo per citarne tre. Altrettante figure del mondo della cultura, però, coltivarono i germi nefasti dello scetticismo e del disfattismo o peggio ancora scelsero il fronte opposto, quello della reazione: M. A. Bulgakov fu assai tiepido verso il nuovo ordine sociale; Anna Achmatova si chiuse in un atteggiamento di snobistico disprezzo, mentre M. Gorkij additò addirittura come pericolo mondiale il mugik russo oppresso da secoli di sfruttamento e ora pronto, liberate le catene, a dare l’assalto ad ogni “civiltà” con la sua indole “barbara ed asiatica”. Fin qui abbiamo illustrato le posizioni di poeti e scrittori; il grandangolo dello storico, però, il suo obiettivo più acuto e potente, non può però che andare a catturare anche altre figure di intellettuali: per la precisione, migliaia e migliaia di ingegneri, tecnici, economisti, specialisti vari i quali si trovarono davanti, potente e trascinante come nessun altro, il ciclone dell’Ottobre. Non sempre la convivenza fu facile tra questi e il nuovo assetto di potere e le ragioni sono anche abbastanza semplici da comprendere: di estrazione alto–borghese, quando non addirittura aristocratica, la gran parte di questi quadri tecnico–scientifici nutriva sentimenti di aperta ostilità verso chi aveva spazzato via, con la ramazza della più autentica giustizia sociale e della più radicale rottura col passato, vecchi privilegi di casta e rendite di posizione accademiche anacronistiche e regressive. In altri termini, era perfettamente fisiologico, secondo le bronzee leggi della dialettica storica e sociale, il fatto che una parte consistente di questi “cervelli” si schierasse contro la marea montante della Rivoluzione proletaria. Contro gli elementi visceralmente antisovietici, il governo bolscevico dovette per forza prendere provvedimenti limitativi della libertà, pena difficoltà insormontabili in settori strategici della produzione. Vi furono altri esponenti del mondo tecnico–scientifico che, pur essendo di origine borghese, si dichiararono pronti a servire la causa del socialismo, con lealtà, abnegazione e spirito costruttivo. Verso questi, il potere sovietico, all’inizio, non sempre si distinse per acume e correttezza: se alcuni raggiunsero da subito posizioni elevate e prestigiose, in funzione delle loro capacità, altri furono penalizzati nell’accesso ad alcuni canali professionali e accademici e i loro figli, per diverso tempo, non poterono iscriversi a determinati istituti e università o, pur potendolo fare, incontrarono diverse difficoltà, diversamente dai figli degli operai e dei contadini. Questo stato di cose, se da una parte poteva essere interpretato come il giusto, inevitabile contrappasso sociale, di classe, per secoli e secoli di discriminazione, ghettizzazione, esclusione ai danni delle classi subalterne, per un potere eticamente superiore quale quello sovietico, pervaso dai più nobili valori universalisti, poneva grandi problema di ordine etico, politico, sociale. Problemi di merito e di metodo, di valori e di opportunità al medesimo tempo.
Il governo degli operai e dei contadini, teso alla liberazione di tutta la società dalle catene dello sfruttamento e della tirannia, non poteva tollerare al lungo alcuna discriminazione deliberata sulla base dell’estrazione sociale dei cittadini; anche giustificata in parte dall’azione eversiva dei ceti spodestati, essa rappresentava sia una violazione dei principi marxisti–leninisti sia un ostacolo controproducente, illogico, antisociale al pieno sviluppo dell’URSS tutta. A metà degli anni ’20, sempre più scienziati e quadri tecnico–dirigenziali formatisi in epoca zarista iniziarono a convincersi della superiorità del socialismo e, mano a mano che esso mostrava i suoi innegabili vantaggi, decisero contribuire al suo ulteriore sviluppo, di lavorare alla sua definitiva vittoria come faro per tutta l’umanità. Vincendo la diffidenza e l’ostilità di ambienti dogmatici e settari ancora influenti all’interno del Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS, quasi tutti legati a Trotzkij, un gruppo di scienziati e luminari di varie branche fondò, fin dal 1928, l’Associazione panrussa degli scienziati e dei tecnici, per coadiuvare in ogni modo il processo di edificazione del nuovo ordine sociale. Questo simposio non fu di certo un organismo esclusivamente accademico, bensì rappresentò un avanzato fronte di lotta e di proposta, un punto di raccordo fondamentale tra i lavoratori del braccio e delle mente, tra la politica e la scienza, nel rifiuto di ogni separazione castale ma anche di ogni visione operaistica grezza, infantilmente estremistica e massimalista. Tra le figure più eminenti dell’Associazione panrussa degli scienziati e dei tecnici ricordiamo il biochimico A.N. Bach, fondatore del prestigiosissimo Laboratorio chimico centrale sovietico, il patologo A.I. Abrikossov, figlio di proprietari terrieri, fornitori ufficiali della cioccolata per la Corte imperiale, il microbiologo ed epidemologo N. Gamaleja, figlio di nobili di estrazione cosacca, campione della lotta al tifo e al vaiolo, il chimico N.S. Kurnakov, fondatore dell’analisi fisico–chimica a livello mondiale e autore del test usato nell’estrazione del platino.
Man mano che nella compagine del VK(b)P prendeva forza la linea equilibrata e saggia di Stalin, retrocedevano, irreversibilmente, le posizioni dogmatiche, avventuriste, sterilmente volontariste o pseudo–operaiste della “sinistra” trotzkista, assieme a quelle rinunciatarie, capitolarde, pervase di sopravvivenze piccolo–borghesi, della “destra” di stampo principalmente buchariniano. Questo si rifletté inevitabilmente anche sul ruolo e sulla posizione degli scienziati, degli intellettuali e dei tecnici nel quadro della costruzione del socialismo. Se nel campo letterario e artistico Maksim Gorkij iniziò a cantare le lodi del nuovo sistema, mettendo in evidenza l’opera di recupero sociale effettuato dall’OGPU e del sistema dei GULAG (nel 1929 visita le Isole Solovetskij, nel 1934 effettuerà un reportage dal mastodontico cantiere del Canale Mar Bianco – Mar Baltico ), se M. A. Bulgakov abbandonò vecchi pregiudizi e timori infondati, frutti della mendace propaganda controrivoluzionaria e dell’azione di elementi deleteri presenti in seno al Partito e allo Stato, da parte dei quadri tecnico–scientifici sempre più numerosi giunsero i contributi innovativi, le invenzioni, i suggerimenti costruttivi per lo sviluppo, l’affinamento, la trasformazione, l’evoluzione dei processi produttivi.
Nel 1928, con il concorso e l’attiva partecipazione di ogni istanza economica, sociale, politica, culturale, venne elaborato il Primo Piano Quinquennale per gli anni 1928/1933, gigantesca, formidabile, ineguagliata opera di ingegneria sociale, destinata a mutare per sempre il volto della vecchia Russia e dell’URSS e ad affermare ritmi di sviluppo mai visti in nessuna parte del mondo. Il ruolo degli scienziati, dei tecnici, degli ingegneri, dei quadri dirigenziali nella definizione delle linee del Piano non fu secondo a quello di altri attori sociali e di altri portatori di interesse. Tutto si contemperò armonicamente nel quadro dell’interesse generale e nella lotta per l’avanzamento del socialismo. L’ostilità e la diffidenza reciproche tra quadri e classe operaia cedettero il passo, progressivamente ma inesorabilmente, alla reciproca comprensione e intesa, nell’interesse dello scopo supremo: la creazione di una nuova civiltà di liberi ed eguali. La classe operaia sempre più fece tesoro del patrimonio di nozioni e saperi trasmesso dagli esponenti dell’apparato tecnico–scientifico; dal canto suo, tale apparato sempre più si compenetrò della vivida energia sperimentatrice e creatrice del proletariato, con le sue intuizioni, le sue opere concrete, i prodigiosi stimoli e le innovazioni studiate e messe in atto nella trincea della produzione.
Nel 1928, nell’industria lavoravano ancora soltanto 13700 ingegneri: lo 0,52% della classe operaia. Sgomberato il campo da sabotatori e quinte colonne, il potere bolscevico valorizzò sempre più l’opera dei quadri intellettuali onesti e leali, mentre, al contempo, potenziò al massimo le fila degli ingegneri, dei tecnici, degli scienziati: se nel 1928, nei vari Politecnici e Istituti ad essi collegati, studiavano 18900 persone, nel 1933 erano diventate 233500. Un dato eccezionale, di per sé eloquente, della capacità di organizzazione e promozione dei saperi nel quadro della società sovietica. Segnatamente, nel 1928/29 il Partito inviò a studiare e a formarsi, nei Politecnici e negli Istituti tecnici superiori, 1000 militanti di avanguardia, tutti di estrazione operaia e contadina, i quali sarebbero diventati in seguito rinomati direttori di produzione, tecnici, pedagoghi, medici. Il meglio che il nuovo potere sovietico poteva offrire alla società tutta, liberando energie, talenti e geni compressi e soffocati per secoli dai macigni dell’oppressione di classe. Un’altra cifra, meglio di ogni altra, offre il quadro dello sviluppo incessante, prodigioso della Terra dei Soviet lungo l’asse del Primo Piano Quinquennale: se nel 1926 vi erano, in tutta l’URSS, 11000000 di operai e impiegati, nel 1933 se ne censirono 22900000. Il numero dei quadri intellettuali tecnico–dirigenziali crebbe in maniera ancora più impressionante. A dirigere la massima autorità della pianificazione dal 1925 al 1934, ovvero il GOSPLAN, furono due figure lucide, coraggiose, integerrime: Gleb Maksimilianovic Krzhizhanovskij e Valerian Vladimirovic Kujbyshev, ambedue di origini altolocate: borghese di rango il primo, di ascendenza nobile il secondo (era figlio di un militare di carriera). Assieme a Stalin e ai vertici del Partito, degli organi istituzionali e del potere popolare, furono i “capitani” della grande svolta del Paese verso la modernità, la prosperità, la libertà dalle residue catene del capitalismo. Nell’eroica attuazione del Piano Quinquennale, tra difficoltà, sabotaggi, complotti internazionali mai cessati, poterono contare su figure di specialisti di primo piano: I.V. Bardin, ingegnere capo nella costruzione del Complesso metallurgico di Kuznetsk; I.M. Gubkin, geologo, Presidente del prestigiosissimo Congresso Geologico Internazionale con sede a Mosca; I. G. Aleksandrov, autore del progetto della gigantesca centrale sul Dnepr; A. V. Winter e altri ancora.
Naturalmente, nel vivo di una lotta e di un impegno indefesso per la trasformazione del Paese, non mancarono contrasti, polemiche e anche processi a carico di sabotatori annidati negli apparati tecnico–dirigenziali e scientifici. Nel 1930 fu la volta del Processo del Partito industriale, a carico di otto ingegneri sovietici che, in combutta con circoli imperialisti internazionali, avevano attuato sabotaggi sistematici alla produzione, organizzando anche un partito segreto che avrebbe dovuto prendere il potere con l’aiuto della Francia, lanciata in un’invasione militare del territorio sovietico. La storiografia anticomunista ha intinto e intinge il pane in alcuni aspetti poco chiari del processo che però, in gran parte, sono stati e sono tali solo per la volontà dei circuiti anti-marxisti e antisovietici di non comprendere implicazioni, legami, scaricabarile che non mancarono e che fecero finire nel tritacarne anche persone in buona fede, colpevoli solo di cattive frequentazioni. Non vi fu alcun processo farsa: le accuse erano vere, fondate, inoppugnabilmente provate anche da dichiarazioni di personaggi tutt’altro che teneri verso il potere sovietico. Louis Fischer, in “Machines and men in Russia”, scrisse: “che ingegneri russi si siano dedicati e si dedichino al sabotaggio è fuori dubbio. Gli specialisti statunitensi che lavorano in Russia lo hanno ripetutamente affermato in privato e alla stampa. E prove particolareggiate confermano le loro asserzioni. Ma questo fatto non costituisce legittimo motivo per arrestare e condannare una intera classe, molti dei cui componenti sono cittadini leali e devoti”.
Obiettivamente, Fischer mise in risalto due aspetti incontrovertibili, sui quali ci siamo soffermati ed abbiamo argomentato: tantissimi ingegneri e tecnici, la stragrande maggioranza, erano ormai del tutto solidali con il potere sovietico e non concepivano alcun progetto eversivo ai suoi danni. Allo stesso tempo, il complotto per far crollare l’URSSera tutto meno che fantasia, e trovava terreno fertile tra vari specialisti e quadri che mantenevano posizioni da infiltrati e agenti dormienti. Individuate e chiarite con cura, rigore e precisione le posizioni di ciascuno degli imputati, il processo e l’insieme dei provvedimenti restrittivi adottati videro numerose revisioni e molti ingegneri e tecnici, arrestati all’inizio del processo, vennero liberati. I massimi organismi della pianificazione economica, accanto al Partito e ai vertici dello Stato, criticarono gli eccessi della OGPU e gli sconfinamenti dell’azione penale in campi impropri. Fu la prova provata, questa, che in URSS non esisteva né poteva esistere uno Stato di polizia: grazie alla vigilanza del Partito e del popolo tutto, la giustizia sovietica funzionava a puntino e nessuno correva il rischio, avendo a che fare con essa, di finire in un tritacarne a tempo indeterminato, come avviene ai poveri cristi perseguitati dalla giustizia dei Paesi borghesi, ai quali può capitare di trascorrere anni e anni in cella senza alcuna colpevolezza effettiva riscontrata. Nel 1931 fu la volta del processo contro 14 professori menscevichi e funzionari dello Stato, accusati di attività controrivoluzionaria mirata alla restaurazione del potere di grandi capitalisti espropriati nel 1917, in combutta con circoli imperialisti francesi e britannici. Nel 1933, infine, vi fu il processo contro sei ingegneri inglesi, dieci ingegneri russi e una segretaria sempre russa, accusati di sabotaggio a danno di centrali elettriche, con il contorno solito di spionaggio e corruzione. Un copione tipico e ricorrente nelle cucine delle trame imperialiste, specie inglesi. La reazione al processo fu la riprova della colpevolezza degli inglesi: l’ambasciatore britannico, infatti, sin dall’inizio si profuse in dichiarazioni incendiarie e toni rabbiosi contro l’URSS, anche se si era istituito un processo davanti ad un Tribunale regolare di un Paese sovrano, con prove inoppugnabili. Il verdetto, dopo che accusa e difesa si erano confrontati su un terreno di correttezza giuridica e formale indiscutibile, fu il seguente: 16 condannati, un assolto (un ingegnere inglese). In spregio ad ogni rispetto della sovranità e della giustizia di un Paese straniero, ad ogni principio di non ingerenza e, infine, ad ogni considerazione di tatto ed opportunità, la Gran Bretagna impose un blocco commerciale su alcune merci che, se scalfì appena il potenziale produttivo sovietico, procurò gravi danni ad alcuni interessi economici inglesi. Un pesante boomerang tornava così in testa a chi l’aveva lanciato in aria nello spazio eurasiatico della grande URSS, con l’intenzione di coprire altarini e complotti eversivi ai danni del primo governo operaio e contadino del mondo.  Più tardi, riferendosi a fatti avvenuti nel 1928, anche John Littlepage, ingegnere statunitense tutt’altro che comunista, presente in URSS nel quadro dei progetti di cooperazione, riconobbe in maniera inconfutabile la realtà dei sabotaggi, compiuti non solo da alcuni quadri, ma anche da elementi infidi presenti tra gli operai: “un giorno del 1928 entrai in un’officina di generatori nelle miniere di Koshkar. Per caso, la mia mano affondò nel recipiente principale di una grande macchina Diesel ed ebbi la sensazione di qualcosa di grumoso nell’olio. Feci immediatamente fermare la macchina e togliemmo circa un litro di sabbia di quarzo, che non poteva che esservi stata gettata intenzionalmente. A varie riprese abbiamo trovato, nelle nuove installazioni delle officine di Koshkar, della sabbia in ingranaggi come i riduttori di velocità che sono interamente chiusi e possono essere aperti solo sollevando il coperchio per il manico. Questo meschino sabotaggio industriale era così comune in tutti i settori dell’industria sovietica, che gli ingegneri russi non se ne occupavano per nulla e furono sorpresi della mia preoccupazione quando lo constatai per la prima volta (…) parecchie persone non possono vedere le cose allo stesso modo e restano dei nemici implacabili dei comunisti e delle loro idee, anche quando sono entrati in un’industria di Stato”.
Riguardo agli episodi giudiziari sopra ricordati, mai si udirono toni sguaiati e demagogici contro ingegneri, tecnici e quadri dirigenziali, nella stampa e nel Paese: alla sbarra erano alcuni di loro, non l’intero gruppo sociale e professionale! Alcuni rantoli estremistici si sentirono, ma vennero subito soffocati non dalla censura, che non esisteva se non nelle teste dei propagandisti borghesi e filo–capitalisti, ma dal buonsenso, dalla linea generale del Partito che si era andata consolidando, dalla considerazione della quale godevano tantissimi tecnici e intellettuali che in tutto il Paese stavano lavorando alla costruzione ed al potenziamento di dighe, centrali elettriche, strade, ferrovie, industrie. Nel 1931, Stalin, rafforzando la sua posizione in maniera democratica, con la forza delle idee e dell’appoggio di milioni di uomini e donne in tutto il Paese, aveva pronunciato alcune parole inequivocabili: “Nessuna classe governante è mai riuscita ad andare avanti senza i suoi intellettuali (…). I bolscevichi devono seguire una politica tale da attirare a noi gli intellettuali e devono occuparsi del loro benessere”. Non vi dovevano essere più persecuzioni immotivate di ingegneri, azioni ostili contro chi era leale e trasparente nel pensiero e nell’azione all’interno dei quadri tecnico–dirigenziali, nessuna frattura artificiosa e assurda tra lavoratori del braccio e della mente, né sulla base di scelte inopinate né, tantomeno, sulla base di demenziali considerazioni sulle origini di classe. Dopo il pronunciamento di Stalin, gli organi del potere sovietico, in armonia con la discussione sviluppatasi dentro al Partito, nei Sindacati, nelle fabbriche, lavorarono assieme, nell’anno 1931, alla formulazione di un nuovo Decreto che sancì alcune misure di importanza storica a beneficio dei quadri tecnico–dirigenziali e degli specialisti: uniformità di razioni alimentari e di trattamento in sanatori e case di riposo tra questi e gli operai; assegnazione di appartamenti confortevoli, adeguati soprattutto per l’attività di studio e approfondimento (gli appartamenti dei quadri avevano una stanza o anche due in più); rimodulazione delle aliquote sul reddito in senso premiante; ammissione dei figli in tutte le scuole di ogni ordine e grado, senza alcun impedimento o potenziale riserva ostativa.
A questi provvedimenti fece seguito un clima di grande fiducia e distensione: molti ingegneri, medici, tecnici, architetti, specialisti di differenti branche furono liberati dal carcere, promossi a posizioni di prestigio e responsabilità, decorati con onorificenze prestigiose quali l’Ordine di Lenin. Nessun ingegnere avrebbe potuto più essere accusato di sabotaggio se, per fare solo un esempio, avesse proposto di compiere prospezioni geologiche in un punto del Paese, senza poi aver la fortuna di trovare i giacimenti di petrolio ipotizzati in prima istanza. Arnold Soltz, autorevolissimo giurista sovietico, scrisse sulle “Izvestija”: “Il ritirare uomini da posti importanti dell’industria e nell’amministrazione civile ha causato allo Stato perdite enormi”. Per il futuro non si doveva più ammettere nemmeno l’ipotesi del carcere, in assenza di una sufficiente e solida base probatoria. La civiltà giuridica sovietica aveva risolto in gran parte un nodo, quello dei diritti dell’imputato e dell’uso arbitrario del carcere, che per le “democrazie” borghesi è, ancora oggi, ben lungi dall’esser stato districato. Ancora più forte e deciso fu il Commissario del Popolo alla Giustizia Nikolaj Krilenko: egli biasimò e destituì un Procuratore provinciale che aveva istituito un procedimento legale a carico di alcuni ingegneri, senza un sufficiente carniere di prove a supporto dell’azione penale. Insomma, la società sovietica, con il consolidamento della linea di Stalin e della stragrande maggioranza dei militanti, si avviò sul felice e radioso sentiero dello sviluppo più pieno nella libertà, nella vera democrazia e nella coesione sociale tra profili professionali e sociali differenti, prima artatamente messi l’uno contro l’altro da correnti disgreganti, da visioni settarie dei rapporti sociali e da complotti etero–diretti dai circoli imperialisti. Quella compattezza consentì al Paese di fare il suo ingresso nel mondo sviluppato e di prepararsi, più tardi, all’inevitabile scontro con la bestia nazi–fascista.Riferimenti bibliografici e sitografici
Sidney e Beatrice Webb: “Il comunismo sovietico: una nuova civiltà” – Volume secondo (Einaudi, 1950).
Storia universale” dell’Accademia delle Scienze dell’URSS – Volume 9 (Teti Editore, 1975).
Ludo Martens: “Stalin, un altro punto di vista” (Zambon editore, 2005).
Lineamenti di storia dell’URSS”, Vol. II (Progress Edizioni, 1982)
Louis Fischer: “Machines and men in Russia” (Harrison Smith, 1932)
John D. Littlepage: “A la recherche des mines d’or de Siberie, 1928-1937” (Ed. Payot, 1939).

I terroristi in Siria, perdono terreno

Ziad Fadil, Syrian Perspective 13/8/2017Il Qatar continua ad utilizzare i suoi vasti depositi di denaro per sponsorizzare il terrorismo in Siria. È dunque difficile capire perché l’Iran non convinca i derelitti di Doha a finirla con la loro politica folle e autodistruttiva del “cambio di regime” a Damasco. Con i sauditi che guidano la coalizione dei Paesi del Golfo-Egitto per porre fine alla connivenza del Qatar con Turchia e Fratellanza musulmana, si potrebbe pensare che l’Iran sfrutti l’isolamento del Qatar per portarlo a un comportamento più razionale. La rapida mossa della Turchia per aiutare il Qatar è parallela alla manovra dell’Iran per frustrare l’Arabia Saudita, sua principale nemesi nel Golfo. La Turchia è guidata da un membro della fratellanza, Erdoghan, che gelosamente protegge gli interessi del movimenti anti-primogenitura fondamentalista sunnita della fratellanza mussulmana; una posizione non troppo contraria agli atteggiamenti anti-monarchici dell’Iran. Ma qui finiscono le somiglianze. L’Iran è impegnato nella piena liberazione della Palestina, mentre i turchi restano nel mondo dell’accordo sionista. L’Iran costruisce una mezzaluna sciita nel nord del Medio Oriente, mentre la Turchia intende annettersi intere regioni per interdire i piani curdi su una nuova repubblica al confine meridionale. Tutto ciò rende è argomento per le sessioni rap nei college di fine settimana. Tuttavia, è anche un problema intrattabile per chi cerca di porre fine alla carneficina in Siria e Iraq. Lo provano gli eventi nel Ghuta sud-orientale. Il Faylaq al-Rahman, finanziato e armato dal Qatar, avviava un grande assalto sulle postazioni dell’EAS nell’area del Wadi Ayn Tarma. L’attacco principale si concentrava sui villaggi al-Muhamadiya e Aftaris e la zona della compagnia al-Lahma. I terroristi attaccarono i soldati siriani con i nuovi lanciamissili TOW acquisiti attraverso il MOK, o ex-comando dei terroristi sostenuto dagli statunitensi in Giordania. L’operazione fu chiamata “Wala Tahzani” o “Non essere triste”, se ci credete.
I TOW furono disattivati dal dispositivo d’intercettazione Sarab-1 sviluppato nazionalmente e che si trova oggi su tutti i carri armati dell’EAS. Il dispositivo invia segnali ai missili anticarro facendoli sbandare. Ha avuto un effetto rivoluzionario sulle operazioni dell’EAS nel Paese. E ora, con gli Stati Uniti che ritirano il sostegno ai gruppi terroristici, assieme alla svolta dell’Arabia Saudita nella politica sulla Siria, i terroristi si ritrovano in condizioni di combattimento sempre più pericolose. E così il Faylaq al-Rahman perdeva in un giorno 29 ratti e oltre 120 rimanevano feriti, anche seriamente. Coi terroristi che si lamentano apertamente della modalità dell’attacco, vi sono chiacchierate che indicano la completa dissoluzione della fiducia nel capo del gruppo Abdulnasir Shamir, ex-capitano dell’Esercito arabo siriano che disertò passando al terrorismo inflitto alla Siria nel 2012. Inoltre, il Faylaq al-Rahman non rientra negli accordi di “de-escalation” di Astana, Kazakhstan, né in quelli di Putin e Trump durante il faccia a faccia nell’ultimo vertice dei G-20. Come avevamo già scritto, i terroristi della CIA lasciano la nave che affonda, portandosi vassoi di baqlava e tavolini da backgammon fabbricati a Damasco. Ciò che rimane è l’equipaggio di scheletri degli “imprenditori indipendenti”, principalmente ex-spie ed ufficiali di medio rango che ricevono lo stipendio dal Qatar. Ciò non è di buon augurio per i gruppi terroristici rimasti nel Ghuta. Soprattutto perché l’Esercito arabo siriano ha ormai sradicato la presenza dello SIIL ad al-Suwayda, lasciando 15000 soldati liberi di tornare sul fronte di Damasco con migliaia di volontari addestrati in Iran a mantenere al-Suwayda libera dai ratti.
Credo francamente che l’operazione del Wadi Ayn Tarma fosse destinata ad accontentare i qatarioti, per continuare il flusso di denaro dal Qatar mostrando che il gruppo era ancora operativo. Guardando come il gruppo ha svolto la missione, sembra che non abbia altro scopo che uccidere quanto più soldati dell’EAS. Come si è scoperto, nessun soldato siriano è stato ucciso nei combattimenti. Ciò probabilmente grazie alla reazione delle forze aeree sulle posizioni chiave, mettendo a rischio l’assalto e costringendo i ratti terroristici a cedere altro territorio, nelle aree agricole, all’Esercito arabo siriano che avanza. Una volta capito, vedremo il capo di Faylaq al-Rahman dirigersi verso il ceppo del boia, molto presto. Lo SIIL sta anche peggio. La SAAF l’ha bombardato nel Qalamun, in particolare sulle colline al-Hashishat, al-Jarajir, Qara, snodo Mira, e a Martabiya e Shumays, dove sono stati distrutti i centri di comando. Anche ad Hama lo SIIL viene bastonato, dove l’EAS liberava tutte le colline intorno alla città di Salba. Si potrebbe pensare che qualcuno del gruppo possa capire quale sia la situazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La cooperazione militar-tecnica tra Russia e India continua

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 9.08.2017L’India è ampiamente nota come il maggiore importatore dei prodotti dell’industria della Difesa russa e la Russia è il fornitore principale di armamenti dell’India. L’India collabora nell’ambito militar-tecnico con molti altri Paesi, tra cui i tecnologicamente avanzati Stati Uniti, Francia, Corea del Sud e Giappone. Pertanto, la leadership della Russia nel mercato indiano può essere considerata un attestato dell’alta qualità dei prodotti russi. Inoltre, ciò dimostra l’affidabilità delle relazioni Russia-India e la grande fiducia tra i due Paesi. Tuttavia, negli ultimi anni, l’India ha iniziato seriamente a sviluppare la propria industria della Difesa. Nel settembre 2014, il Primo ministro indiano Narendra Modi lanciò l’iniziativa “Make in India”, intesa a portare l’industria indiana ad un nuovo livello, creando molti posti di lavoro e assicurandosi un flusso di investimenti esteri. Secondo il programma, l’India intende sviluppare vari tipi di produzione ad alta tecnologia sul proprio territorio e in tutti i campi. Oltre all’effetto economico, grazie al “Make in India”, l’India si aspetta di compiere un salto nel campo tecnico-scientifico. Il programma copre un’ampia gamma di settori, tra cui la tecnologia militare. Di fronte alla crescente concorrenza dei produttori indiani, alcuni esportatori esteri potrebbero essere costretti a ridurre le forniture o addirittura a ritirarsi dall’India. Tuttavia, è improbabile che ciò influenzi la Russia. La cooperazione militar-tecnica Russia-India (MTC) ottiene slancio. Uno dei motivi per cui la Russia ritiene di restare nel mercato indiano è che la Russia non solo vende mezzi all’India, ma fornisce anche tecnologia. Molti tipi di armamenti sviluppati dall’industria della Difesa russa sono ora prodotti su licenza in India. Ciò è coerente con il programma “Make in India” e contribuisce al progresso scientifico e tecnologico indiano. A questo proposito è indicativa la storia della cooperazione russo-indiana nei blindati. Dal 1980 al 1990, il carro armato sovietico T-72M1 fu prodotto in India. L’assemblaggio del carro armato T-90S nel territorio indiano iniziò nel 2003. Nel settembre 2015, si ebbe la notizia che l’India negoziava con la Federazione russa l’acquisto della versione aggiornata T-90MS. E nel marzo 2016, la società statale russa Rosoboronexport annunciò l’inizio dei negoziati relativi alla produzione di T-90MS in India. Nel novembre 2016, i media indiani riferirono dell’acquisto in Russia di una grande quantità di armi, tra cui 464 carri armati T-90MS. Nel febbraio 2017, la Russia estese agli indiani la licenza per la produzione dei T-90S. I veicoli blindati sono solo una delle molte direzioni della cooperazione militar-tecnica russo-indiana. Nel marzo 2017, i media riferirono che quest’anno Russia e India concluderanno i contratti per la vendita di 48 elicotteri Mi-17V-5 e 4 fregate. Gli elicotteri e le navi russi sono già a disposizione delle forze armate indiane. Il desiderio dell’India di acquisirne di ulteriori indica che è soddisfatta delle acquisizioni passate.
Particolarmente importante da notare è la cooperazione russo-indiana sul programma BrahMos, dove la società aerospaziale russa NPO Mashinostroenia e l’Organizzazione indiana di Ricerca sulla Difesa hanno sviluppato un missile supersonico antinave che supera le controparti estere in velocità e potenza di fuoco. Il lavoro iniziò nel 1998, il primo lancio avvenne nel 2001 e ora il missile BrahMos è in servizio nell’esercito indiano da diversi anni. Lo sviluppo russo-indiano interessa anche altri Paesi; numerosi Stati di Africa e America Latina hanno deciso di acquistarne per un valore complessivo superiore ai 10 miliardi di dollari. Nel 2011 l’India ordinò 200 missili per 4 miliardi di dollari per le proprie forze armate. Il programma BrahMos continua. In questi anni esperti russi e indiani hanno collaborato per migliorare i progetti, adattandoli per risolvere nuovi problemi. Furono sviluppate versioni terrestri e navali del missile. Nel 2011 furono confermate le notizie che fossero in corso progetti per dotare gli aerei da combattimento FGFA dei missili BrahMos. Questo velivolo, unitamente ai velivoli russi Su-30MKI (ora prodotti su licenza in India), è un altro sviluppo russo-indiano. Fu una decisione molto audace, dato che finora nessuno ha ancora osato installare tali armi pesanti sui caccia. Nel 2017, l’obiettivo è stato raggiunto, fu necessario creare una versione leggera del missile pesante 2,5 tonnellate, 500 kg in meno del prototipo. Così il BrahMos è diventato il primo missile nella storia con tali velocità e gittata ad essere installabile sui caccia. Nel marzo 2017, il missile BrahMos ER aggiornato fu testato per la prima volta in India. Il nuovo missile può colpire bersagli a una distanza di 450 km. La società russo-indiana BrahMos Aerospace attualmente lavora su un nuovo missile in grado di raggiungere 5000 km all’ora. Presumibilmente, sarà pronto tra 2-3 anni.
Nel giugno 2017, il Ministero della Difesa russo ospitò una riunione della Commissione russo-indiana per la cooperazione tecnico-militare cui parteciparono il Ministro della Difesa Sergej Shoygu e l’omologo indiano Arun Jaitley. Le parti adottarono un piano di ulteriore cooperazione. Secondo Sergej Shojgu, Russia e India rafforzeranno la cooperazione per aumentare la disponibilità al combattimento delle forze armate. Ricordava che un partenariato strategico privilegiato esiste da molti anni tra i due Paesi. Il ministro inoltre affermò che parte importante di queste relazioni sono le esercitazioni militari congiunte regolari e che le manovre russo-indiane annuali “Indra-2017” si terranno nel territorio russo, come previsto, nell’autunno 2017. Quindi si può concludere che la cooperazione con la Russia aiuta l’India ad acquisire non solo equipaggiamenti militari moderni, ma anche a sviluppare il proprio potenziale scientifico e tecnico, che per il programma Make in India è solo utile. Ma non è l’unico motivo per cui la cooperazione militare-tecnica russo-indiana continuerà a crescere. Come è noto, la cooperazione militar-tecnica non esiste solo nell’ambito del commercio internazionale. Quando i due Paesi permettono il reciproco accesso a settori legati alla propria sicurezza, vi è dimostrazione di grande fiducia ed interessi strategici comuni. Parlando al 18° vertice russo-indiano all’inizio di giugno 2017, il Presidente Vladimir Putin notava soprattutto che la cooperazione militar-tecnica tra Russia e India è un fattore che attribuisce particolare significato alle relazioni russo-indiane. Secondo lui, la Russia non ha tale stretta collaborazione con altri Paesi nei settori delicati della difesa. L’India ha bisogno del sostegno russo per mantenere la posizione nella concorrenza con Pakistan e Cina, nonché per combattere la minaccia terroristica che proviene dal Medio Oriente. La Russia ha bisogno di un’India potente per assicurare la stabilità dell’Asia centrale, soprattutto nelle ex-repubbliche sovietiche al confine russo. Così, la cooperazione strategica russo-indiana è molto importante per entrambi i Paesi.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Trump continua l’azione di Bush e Obama verso la Corea

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 13.08.2017Gli Stati Uniti hanno minacciato in modo provocatorio la Corea democratica con “fuoco e furia”. Dopo di che, The Guardian riferiva nell’articolo “Trump sulla Corea democratica: forse “fuoco e furia” non sono una minaccia abbastanza dura“, di ulteriori minacce: “Donald Trump ha rilasciato un altro avvertimento provocatorio alla Corea democratica, suggerendo che la sua minaccia di scatenare “fuoco e furia” sul Paese non fosse “abbastanza dura”. Il presidente statunitense ha detto ai giornalisti che la Corea democratica “farebbe meglio a collaborare o sarà in difficoltà come poche nazioni lo furono in questo mondo”.The Guardian non indaga su esattamente quale “difficoltà” si riferisse o sulle “poche nazioni” che gli Stati Uniti suggerivano. Tuttavia, le minacce avvenivano nel noto sbarramento di frasi, terrorismo e fabbricazioni tipiche di ogni aggressione militare degli USA nel mondo, in particolare l’Iraq dove l'”intelligence” fu fabbricata intenzionalmente per trascinare gli statunitensi e il mondo in una guerra devastante che costò oltre 1 milione di vite, trilioni di dollari e i cui effetti si sentono ancora in Iraq e in Medio Oriente.

Il conflitto con la Corea non è iniziato con Trump
The Guardian e gli altri media occidentali non inquadrano le ultime minacce degli Stati Uniti alla Corea democratica nel contesto delle relazioni tra Stati Uniti e Corea risalenti alla seconda guerra mondiale e alla guerra di Corea che, ufficialmente, si chiuse con un armistizio fragile, ma da risolvere a pieno. Il governo della Corea del Sud, come osserva l’articolo di The Week, “E’ il momento per le forze armate statunitensi di lasciare la Corea del Sud“, sfrutta appieno la presenza militare degli USA che utilizzano le proprie risorse per influenzare l’Asia anziché per la difesa dalle minacce, reali o immaginarie, del vicino del nord. Probabilmente, l’accordo è preferito dagli Stati Uniti che usano il regime cliente che occupa Seoul come agente d’influenza e della politica statunitense in Asia, come manipola e interferisce in Medio Oriente attraverso ascari come Arabia Saudita, Qatar, Israele e Turchia. Per giustificare e perpetuare la presenza degli USA non solo sulla penisola coreana, ma in tutta l’Asia, Stati Uniti e i partner della Corea del Sud hanno ripetutamente ed intenzionalmente provocato la Corea democratica, non solo con la retorica e le manovre militari, ma attraverso tentativi d’infiltrare e rovesciare il governo.

Tentativi di destabilizzazione e cambio di regime
Il dipartimento di Stato USA attraverso facciate che si spacciano da organizzazioni non governative (ONG), tentò d’inondare la Corea democratica di media intenti a minarne la stabilità politica. Secondo il programma denominato “Flashdrives for Freedom“, governo e Fondazione per i diritti umani finanziata dalle aziende assieme al Forum280, una facciata guidata da ex-membri del dipartimento di Stato USA, contrabbandarono 20000 USB in Corea democratica. Come osservato dal Guardian nell’articolo, “Flashdrives per la libertà? 20000 USB contrabbandati in Corea democratica“, non era il primo programma del genere intrapreso dal governo degli Stati Uniti attraverso diverse facciate. Mentre le mere accuse a nazioni come Russia o Cina che tenterebbero d’influenzare il quadro politico negli Stati Uniti sono state etichettate come minacce chiari e attuali alla sicurezza nazionale degli USA, essi attuano apertamente operazioni simili in tutto il mondo, anche contro la Corea democratica. Quando tali nazioni reagiscono, gli Stati Uniti parlano di aggressione non provocata, alimentando ulteriormente le sovversione dall’estero. Poiché la sovversione si espande fino alla sanzioni economiche paralizzanti, la crisi umanitaria risultante viene sempre attribuita alla nazione presa di mira, aprendo nuovi “pretesti” per l’intervento statunitense. Le attività che interessano la Corea democratica sono in corso da anni, ben prima dell’amministrazione Trump. Le aspirazioni statunitensi a sconvolgere e rovesciare l’ordine politico della Corea democratica possono essere citate in un documento del 2009 del Consiglio sulle Relazioni Estere (CFR), un think tank politico statunitense che rappresenta gli interessi di alcune delle più potenti aziende del mondo. Il documento del 2009, “Preparazione del cambiamento improvviso nella Corea democratica“, esplorava la possibilità di invadere e occupare la Corea democratica, se si potesse creare caos tra la leadership militare e civile della nazione. Arrivando a proporre il dispiegamento di 460000 soldati e un ambizioso programma socioeconomico e politico per integrare la Corea democratica al regime cliente degli Stati Uniti nella vicina Corea del Sud. Si tratta di un programma che dava una straordinaria opportunità non solo alle imprese sudcoreane, ma anche a Wall Street, che finanzia le attività del CFR. Un’occasione per trasformare la Corea democratica in un’altra economia asiatica forte, ma in cui le barriere commerciali tra imprese coreane e statunitensi sarebbero state impedite dall’occupazione militare immensa e permanente degli Stati Uniti, secondo i tentativi degli Stati Uniti dopo l’invasione ed occupazione dell’Iraq nel 2003, nell’ambito dell’autorità provvisoria della coalizione (CPA). Presso il presidente statunitense Donald Trump, la retorica non è frutto di una conclusione indipendente che egli e il suo governo hanno tratto legittimamente su minacce alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, bensì della continuazione dei vecchi obiettivi, precedenti la sua amministrazione, decisi da interessi speciali non elettivi che perseguono il cambio di regime nella Corea democratica da decenni.

Continuità dell’agenda
È chiaro che sin dalla seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno cercato di ristabilire la propria presenza e influenza in tutta l’Asia e persino di ampliarle. La guerra del Vietnam combattuta tra gli anni ’50 e ’70 non fu solo il tentativo di mantenere l’egemonia occidentale sull’Indocina, ma fu certo un tentativo per circondare e contenere la Cina. Sui cosiddetti “Pentagon Papers” pubblicati nel 1969 fu rivelato che il conflitto faceva parte di una grande strategia intesa a contenere e controllare la Cina. Tre citazioni importanti da questi documenti lo rivelano, dichiarando innanzitutto che: “…la decisione di febbraio di bombardare il Vietnam del Nord e l’approvazione a luglio dell’avvio della Fase I hanno senso solo se sostengono la politica a lungo termine degli Stati Uniti per contenere la Cina”. Sostenendo inoltre: “La Cina come la Germania nel 1917, come la Germania in occidente e il Giappone in Oriente alla fine degli anni ’30, e come l’URSS nel 1947, è una grande potenza minacciosa che riduce nostre importanza ed efficacia nel mondo e, più avanti ma più minacciosamente, di organizzare tutta l’Asia contro di noi”. Infine, delineava l’immenso teatro regionale che gli Stati Uniti ingaggiarono contro la Cina all’epoca, affermando: “…ci sono tre fronti dello sforzo a lungo termine per contenere la Cina (rendendosi conto che l’URSS “contiene” la Cina a nord e nord-ovest): a) il fronte Giappone-Corea; b) il fronte India-Pakistan; e c) il fronte sud-est asiatico”. I Pentagon Papers, infatti, forniscono oggi il contesto per tener conto correttamente delle tensioni attuali in Asia Pacifico. Gli Stati Uniti sono attualmente e profondamente impegnati in ogni fronte descritto nei documenti del Pentagono. Vi sono forze militari che occupano l’Afghanistan, confinante con la Cina ad occidente; che occupano e provocano conflitti ad est della Cina sul fronte Giappone-Corea; e sono profondamente coinvolte nei tentativi di rovesciare e sostituire gli ordini politici nel Sud-Est asiatico per creare un fronte unito contro Pechino. Nel Sud-Est asiatico, gli sforzi statunitensi sono più importanti in Myanmar, dove l’agente statunitense Aung San Suu Kyi ha già assunto il potere; in Thailandia, dove gli Stati Uniti sono coinvolti nei tentativi di rovesciare e sostituire l’intero ordine politico nazionale con un regime cliente; nelle Filippine, dove i terroristi sponsorizzati da USA e sauditi creano una crisi sfruttata per espandere la propria presenza militare nella nazione. Complessivamente, gli Stati Uniti hanno tentato di manipolare l’Asia sud-orientale, innanzitutto attraverso la crisi del Mar Cinese che hanno prodotto e tentato di perpetrare, e quindi importando terroristi dalla Siria per minacciare e ricattare la regione, similmente a come le Filippine sono ora minacciate e ricattate. I media occidentali tentano d’inquadrare l’attuale crisi che gli Stati Uniti creano con la Corea democratica come lotta dell’ego tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Presidente nordcoreano Kim Jong-un. In realtà la crisi è stata prodotta in decenni, e non è guidata dai presidenti statunitensi ma da interessi speciali oscuri che promuovono i think tank politici che, a loro volta, generano la politica per i governanti e dibattiti sui media. Comprenderlo permette ad osservatori ed attivisti di vedere le trame dei politici e denunciare gli interessi che guidano la politica che spacciano al pubblico. Denunciare tali interessi permette di prendere decisioni più coscienziose su come affrontarli, deviando il denaro da tali grandi imprese finanziarie verso alternative locali, sottraendo potere e influenza di Wall Street e Washington nel trascinare gli statunitensi in guerre distruttive e costose all’estero, per reinvestirle su comunità più forti e resilienti in patria.Tony Cartalucci, ricercatore e autore geopolitico di Bangkok, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Rostislav Ishenko: Guerra civile globalista

Geopolitika n. 103, marzo-aprile 2017
Rostislav Ishenko è un noto analista politico russo e presidente del Centro per l’analisi e la previsione del sistema, intervistato per “Geopolitika” da Slobodan EricSignor Ishenko, Lei, tra l’altro, è un ottimo conoscitore della situazione in Ucraina. Come valuta la situazione in Ucraina? Pensa che il regime di Kiev cercherà di ricorrere a una soluzione militare quest’anno?
– L’Ucraina è sull’orlo della guerra civile nei territori controllati dal regime di Kiev e a un passo dalla dissoluzione. Non escludo la possibilità di provocazioni nel Donbas per distrarre l’attenzione dai problemi interni e stabilizzare il regime per un breve periodo. Ma tale provocazione non può avere successo né essere seria, poiché Kiev non può risolvere nulla nel Donbas con mezzi militari. Non ha semplicemente la forza per farlo. In linea generale, con l’inizio dei combattimenti tra le varie formazioni militari e paramilitari dell’attuale regime, la pressione sul Donbas dovrebbe indebolirsi. Le unità che ora sono in prima linea per Kiev, avranno un ruolo più importante all’interno dell’Ucraina.

Come vede le cose nel vicino, dove l’occidente spinge Lukashenko, e d’altra parte, i rapporti tra Minsk e Mosca sono complessi?
– Non la definirò pressione occidentale su Lukashenko. È solo che le autorità bielorusse, che si sentono a disagio per il rafforzamento della Russia e desiderano avere una preferenza economica ingiustificata da Mosca, cercano di giocare il ruolo tradizionale chiamato “multilateralismo” nello spazio post-sovietico. Minsk mostra a Mosca che se i suoi appetiti finanziari ed economici non sono soddisfatti, può rivolgersi all’occidente. Tali pratiche della leadership bielorussa non possono essere efficaci. Sono semplicemente fuori tempo. Oggi la Russia è abbastanza forte ed è un partner attraente per tutti i Paesi dello spazio eurasiatico, per poter consentire a Lukashenko di seguire il destino di Janukovich. Se vuole giocare con l’occidente, tanto meglio. Dopo tutto, se la leadership bielorussa non ha imparato nulla dal caso ucraino, Mosca non può aiutarla. Comunque, finora tutto ciò non è andato troppo oltre, quindi Lukashenko è ancora in tempo per rinsavire.

Indipendentemente dall’atteggiamento verso la Russia, Donald Trump, come patriota statunitense che mette avanti gli interessi nazionali e economici degli Stati Uniti, danneggia gravemente la nomenclatura politica ed economica mondiale? L’influenza globalista sul mondo di oggi diminuisce? Anche Lei ne ha parlato.
– Indubbiamente, l’influenza dei globalisti è stata ridotta, almeno perché hanno perso il presidente degli Stati Uniti. Tuttavia, i globalisti hanno perso la battaglia, non la guerra. L’élite e la società statunitensi sono divise. Gli Stati Uniti furono in una situazione simile solo una volta, prima della guerra civile tra Nord e Sud. All’epoca non fu trovato alcun compromesso. Ora Trump cerca di concordare un compromesso nazionale con i suoi avversari. La totale soppressione dei globalisti dalla politica senza una guerra civile è altrettanto impossibile quanto rimuovere l’affarista dal governo senza gravi scosse negli Stati Uniti. Per ora, i negoziati nelle élite statunitensi sono molto dure. Le parti tendono ad esercitare pressioni sull’altra. Vedremo cosa accadrà. Se Trump riesce a stabilizzare la situazione negli Stati Uniti, i globalisti perderanno definitivamente influenza nella politica mondiale. Ma se non sarà così, allora tutto sarà deciso dalla guerra che dilagherà oltre i confini degli Stati Uniti. Tale guerra non può essere chiamata solo civile, né solo tra Stati. Prima di tutto, sarà una guerra civile globalisti-antiglobalisti internazionale. Questa è la cosa peggiore che può succedere all’umanità. Peggio della Terza Guerra Mondiale. Vogliamo augurare pace, stabilità e un compromesso nazionale negli Stati Uniti.

C’è molta pressione nei media mondiali, nella dirigenza politica e militare su Trump per cessare contrattazione e accordi con la Russia. Come prevede le relazioni USA-Russia?
– Le relazioni tra i due Stati globali non possono essere complicate. Saranno sempre separate da contraddizioni oggettive. Ma dobbiamo capire che il tentativo di Trump di negoziare con la Russia non deriva da alcuna relazione speciale con Mosca. Semplicemente, gli Stati Uniti sono stati sconfitti, giocando al poliziotto mondiale. Hanno bisogno di tempo e risorse per la stabilizzazione interna, e ciò può essere ottenuto solo con la rapida riduzione dell’attività estera. È pertanto necessario concordare con la Russia. Se non altro perché Mosca controlla attualmente il punto strategicamente importante per gli Stati Uniti, il Medio Oriente. Gli avversari di Trump cercano di risolvere tale problema. Ma vogliono piegare la Russia, costringerla alla capitolazione, ricattarla con un eventuale conflitto nucleare. È un gioco pericoloso. Il gioco che porta il mondo verso la guerra. Ecco perché spero che Mosca e Washington abbiano comunque successo nel concordare un compromesso temporaneo. Ma se gli Stati Uniti possono preservare lo status di potenza mondiale, poi, dopo un po’, quando penseranno di aver nuovamente forze sufficienti, il confronto ricomincerà.

L’Unione europea è ora il centro del globalismo ideologico? Come valuta le relazioni tra Bruxelles e Mosca? Bruxelles abolirà le sanzioni a Mosca o le aumenterà? Russia o Paesi europei? Il rafforzamento dei partiti patriottici cristiani (Fronte Nazionale, Partito Libertario dell’Austria, Lega Nord, Alternativa per la Germania) sono una speranza per la futura ricostruzione di buone relazioni tra Europa e Russia?
– Temo che nessuno a Mosca sia entusiasta dell’Unione se abolirà le sanzioni. L’Unione europea ha ignorato la splendida opportunità di stabilire relazioni economiche dirette con Mosca, per la quale la Russia era molto interessata nel 2010-2015. Oggi non è più certo che l’UE esisterà tra cinque anni. Si muove rapidamente verso la disintegrazione. Inoltre, l’UE si disgrega non tanto su conflitti tra Stati ma tra globalisti e nazionalisti. È possibile che Mosca continui ancora in modo inerziale a raggiungere altri accordi con l’Unione europea, ma sembra che all’Unione europea non interessi.Vede il mondo nei prossimi anni andare verso la normalizzazione e l’armonizzazione nei rapporti tra gli Stati, o verso la destabilizzazione globale?
– Credo che due forze opposte agiscano. Una parte dell’élite mondialista cercherà di risolvere i suoi problemi acuendo la crisi internazionale. E una parte punterà a un accordo e a una temporanea stabilizzazione delle relazioni politiche globali. Purtroppo mi sembra che la realtà oggettiva non dia ragione d’essere particolarmente ottimisti. Vi sono troppi, nei punti strategici del pianeta, conflitti interni e internazionali irrisolti. Le ambizioni di molti protagonisti internazionali sono troppo grandi. La responsabilità dell’élite è scarsa. Inoltre, siamo sopravvissuti alla crisi sistemica globale. Ciò significa che il sistema attuale di relazioni politiche ed economiche globali ha cessato di corrispondere alla realtà e che la sua sostituzione radicale con un altro sistema sia necessaria. Ma nessuno sa quale sia questo sistema. La speranza di stabilizzazione appare vaga. Molto probabilmente, nei prossimi anni il mondo sarà assai instabile. E gli Stati che preserveranno la stabilità interna in un mondo instabile avranno un grande vantaggio all’avvio della creazione del nuovo ordine mondiale.

Qui nei Balcani, la situazione in Macedonia è sempre più complicata, dove NATO e UE istigano alla presa del potere i socialdemocratici di Zaev e gli albanesi. Come commenta ciò? Il fattore albanese, non solo in Kosovo, ma anche nei Balcani, è uno strumento dell’occidente?
– Sì, è vero, ma adesso non importa. L’occidente ha perso l’unità interna. Alcune strutture occidentali (come NATO ed eurocrati) continuano un’espansione inerziale dell’integrazione. E allo stesso tempo, a livello nazionale, i politici sono sempre più costretti a dover pensare come soddisfare le richieste delle masse nel condurre una politica più pragmatica ed economica. È ciò che vediamo nei Balcani, in Ucraina, in Siria, tali conflitti non hanno più un ruolo positivo per l’occidente. Questi conflitti inghiottono sempre più risorse ed anche se lo volesse, l’occidente non può fermarsi perché i suoi capi politici dovrebbero ammettere i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra commessi lanciando guerre d’aggressione e disordini interni in Paesi terzi. Perciò oggi l’occidente indebolito viene messo da parte, costretto a guardare ciò che ha creato, perdendone il controllo.

Come valuta le relazioni tra Russia e Serbia? La Serbia deve continuare la lotta per il Kosovo e avrà il sostegno della Russia? È stato annunciato che la Russia consegnerà aerei alla Serbia. Si deve, secondo Lei, rafforzare la cooperazione tra Serbia e Russia su tutti i piani, anche militare?
– La Serbia dovrebbe continuare la lotta per il Kosovo. Nessun Paese smette di combattere per i territori persi, anche se la composizione etnica della popolazione vi è cambiata. Semplicemente, combattere non è necessariamente un’attività militare. A volte gli sforzi diplomatici, economici e politici possono essere più efficaci. Dopo tutto, la situazione nei Balcani oggi è così complessa ed esplosiva che non va esclusa la possibilità di cambiamenti molteplici degli attuali confini con mezzi militari. E la cooperazione con la Russia, come con qualsiasi altro Paese, va rafforzata nelle aree in cui può essere reciprocamente vantaggiosa. Per quanto mi sembra, la cooperazione nella difesa è una delle aree promettenti della cooperazione. Ma la cooperazione nella difesa comporta la cooperazione militare-tecnica, e questo significa sviluppare la cooperazione economica. Se l’integrazione economica raggiunge un certo livello, s’inizia a discutere di moneta e unione doganale, cioè di mercati aperti ed interazione finanziaria, che sono già questioni di cooperazione politica. Pertanto, se ci si avvicina a ciò in modo pragmatico e senza fretta inutile, penso che il potenziale delle relazioni bilaterali, così come dell’interazione in altri molteplici formati, sia elevata. Basta usarla ragionevolmente.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora