La storia del carro armato sovietico che fermò i nazisti a Minsk

Sputnik 10.09.2017Il giornalista militare Aleksandr Khrolenko ritorna sull’incredibile storia di come un solitario carro armato medio sovietico T-28 condusse un audace scontro nella Minsk occupata dai nazisti nelle prime settimane della Grande Guerra Patriottica. Il 10 settembre la Russia festeggia la giornata dei carristi, la festa ufficiale degli equipaggi dei carri armati fondata nel 1946 in onore della vittoria delle forze meccanizzate nella Grande Guerra Patriottica. Alla luce della celebrazione, l’autore di RIA Novosti Aleksandr Khrolenko ha scritto un pezzo su uno degli episodi più sorprendenti sull’eroismo dei carristi durante la guerra: il caso incredibile dell’equipaggio di un carro armato sovietico T-28 a Minsk, nel luglio 1941.

12.mo giorno di guerra
All’inizio di luglio 1941, il carro armato medio T-28 comandato dal Sergente-Maggiore Dmitrij Malko fu colpito dalla Luftwaffe mentre si ritirava con una colonna meccanizzata sovietica nei pressi di Berezino, 90 km ad est di Minsk occupata dai nazisti subito dopo l’inizio della guerra. Il motore del carro armato fu danneggiato. Malko, un esperto meccanico, riuscì a ripararlo ma perse i contatti col resto della colonna. Piuttosto che cercare di raggiungerla, il sottufficiale e il suo equipaggio decisero di dirigersi verso ovest e visitare i tedeschi a Minsk. Recuperando le munizioni da un deposito abbandonato, il T-28 si diresse verso la capitale bielorussa. Le forze armate del feldmaresciallo Hans Guderian erano già avanzate verso est, e il solitario T-28 sovietico che viaggiava lungo le strade non attirò l’attenzione dei tedeschi, abituati a vedere i blindati nemici catturati.Scontro feroce
Dirigendosi verso ovest, i carristi di Malko incontrarono una colonna di motociclisti tedeschi a 40 km da Minsk, sul ponte sul fiume Svislach. Khrolenko scrive: “Il T-28 piombò sulla colonna, sparando alle forze nemiche con il cannone e le quattro mitragliatrici. Dopo di che, l’equipaggio distrusse due camion, un blindato Hanomag e decine di soldati tedeschi di fronte a una distilleria. Recandosi in città, il T-28 correva sparando alle truppe naziste nelle strade e nel parco Gorkij (che ospitava un campo militare)“. “Nel corso dell’attacco a Minsk, i sei carristi sovietici distrussero 10 carri armati e blindati, 14 camion e 3 batterie di artiglieria nemici. Le truppe tedesche subirono perdite per circa 360 soldati e ufficiali”. Il coraggioso equipaggio del T-28 attraversò Minsk, sparando finché non finirono le munizioni, prima che il comando tedesco avesse finalmente capito cosa succedesse. Un cannone anticarro della Wehrmacht sparò sul carro armato sovietico, ma la corazzatura frontale assorbì il colpo, dopo di che il Sergente-Maggiore Vasechkin rispose al fuoco, distruggendo il cannone. Khrolenko scrive che dopo aver completato la missione, “il T-28 uscì dalla città, ma alla periferia, nell’area del cimitero Kalvarijskoe, fu colpito dal tiro di un pezzo d’artiglieria nemico e prese fuoco”. I soldati dell’Armata Rossa riuscirono ad abbandonare il carro armato.Il destino dell’equipaggio
L’equipaggio del carro armato subì diverse sorti. Il Sergente-Maggiore Vasechkin lasciò il carro armato dal portello del comandante, sparando con la pistola TT prima di essere ucciso dai nazisti. I cadetti Aleksandr Rachitskij e Sergej (cognome sconosciuto) caddero anche nella battaglia. Il cadetto Nikolaj Pedan fu preso prigioniero e detenuto per quattro anni in un campo di concentramento nazista. Fu infine liberato, reintegrato nell’esercito e smobilitato nel 1946. Il cadetto Fjodor Naumov si nascose e aderì al potente movimento partigiano della Bielorussia. Fu ferito gravemente nel 1943 ed evacuato verso est. Il Sergente-Maggiore Malko riuscì a scappare verso est, incontrando le truppe sovietiche. Khrolenko scrive: “Combatté nelle truppe corazzate per il resto della guerra, il suo carro armato fu colpito sedici volte… vide il Giorno della Vittoria nella Prussia orientale, promosso al momento vicecomandante di una compagnia di carri armati. Esattamente tre anni dopo il raid del 1941, nel luglio 1944, il Tenente-Maggiore Malko si trovò nella Minsk liberata e vide lo scafo bruciato del suo T-28“. “Più tardi, nella primavera del 1945, la controintelligence statunitense interrogò il maggiore tedesco Rudolf Hale, prigioniero nella Ruhr. Durante l’interrogazione, il maggiore disse agli statunitensi che nell’estate del 1941 la sua compagnia fu quasi completamente distrutta dall’apparizione inaspettata di un T-28 sovietico a Minsk; il comando statunitense consegnò questa testimonianza agli organi appropriati delle controparti sovietiche, ma nessuno credette alla storia del carrista Dmitrij Malko e del maggiore Rudolf Hale. Nikolaj Pedan la confermò, per cui fu assegnato a Malko l’Ordine della Guerra Patriottica di Prima Classe“.
Ombreggiato dal cugino più giovane, il leggendario T-34, il T-28 era uno dei carri armati medi più formidabili del mondo durante il periodo pre-bellico. Il mostro d’acciaio aveva una corazzatura frontale spessa 80 mm e una laterale e posteriore di 40 mm. L’insolita configurazione multi-torretta del carro armato comprendeva un cannone da 76 mm e quattro mitragliatrici da 7,62 mm. Il cannone del carro armato poteva penetrare corazze spesse 50 mm alla distanza di 1000 metri. Il suo motore da 500cv gli permetteva di muoversi a velocità superiori ai 40 km/h e di attraversare fossati, scarpate e altri ostacoli. La stazione radio a bordo permetteva di comunicare fino a 60 km. Il carro armato aveva un equipaggio standard di sei elementi. Nel giugno 1941, l’Armata Rossa aveva in servizio circa 250 T-28. L’ultimo impiego in combattimento del T-28 avvenne nel 1944.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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ARMIR e campi di prigionia sovietici: le bugie della propaganda smontate da fonti insospettabili

Luca BaldelliL’ARMIR, l’Esercito fascista di occupazione dell’URSS al seguito delle armate naziste, continua a tenere banco nelle ricostruzioni storiche di parte e nelle polemiche che, con cadenza regolare, riaffiorano ogni qualvolta occorre distogliere l’attenzione dalla rinascita della potenza russa e dalla riscoperta dei valori e delle conquiste del socialismo reale, che è poi l’unico socialismo realizzato, con buona pace delle anime candide che coi loro irenismi non hanno costruito non solo il comunismo, ma nemmeno una seria socialdemocrazia di transizione. Sull’ARMIR, come abbiamo avuto modo di constatare varie volte, la confusione regna sovrana: cifre ballerine, oscillanti secondo le modalità del pendolo propagandistico, documenti palesemente falsificati o di dubbia autenticità; testimonianze di comodo, contrastanti tra loro e senza il crisma della minima scientificità ed obiettività. Ci fu un periodo, nel 1992, in cui i tromboni dell’anticomunismo nostrano, addirittura, vollero convincere l’opinione pubblica che i soldati in URSS li aveva mandati a morire Togliatti e non, invece, Benito Mussolini, con le armi e i gagliardetti benedetti dai preti. Negli anni passati, addirittura, è stato scoperto, alle porte di Mosca, un centro per la falsificazione “scientifica” dei documenti d’archivio del periodo comunista, con timbri, carte, bolli e tutto un apparato logistico-materiale approntato per il taroccamento. A denunciare il tutto fu, alla Duma, il Deputato comunista Iljukhin, guarda caso morto poco dopo, in circostanze assai dubbie…
Si esaminarono documenti sulle fosse di Katyn, su Beria, su Stalin, sulle trattative tra URSS e Germania e si riconobbero, inconfutabilmente, le “stimmate” della falsificazione, dell’inquinamento, dell’interpolazione di interi incartamenti. Personaggi al vertice della politica ai tempi di Gorbaciov e di Eltsin, storici, militari, archivisti, furono chiamati in causa e riconobbero le malefatte, ma il manto protettivo della politica compiacente intervenne a coprire tutto. Come si poteva riconoscere, ufficialmente, e dalle più alte cariche dello Stato, che tutta la storia diffusa sul comunismo dopo il 1989 era composta da bufale preconfezionate in modo tale da trarre in inganno persino inossidabili comunisti in buona fede? E’ lecito supporre che, tra i documenti falsificati, ve ne fossero e ve ne siano ancora anche molti riguardanti l’ARMIR, naturalmente costruiti ad arte per accreditare il mito di decessi in massa nei campi di prigionia sovietici (come se, oltretutto, un Paese devastato dai nazifascisti, che aveva avuto anche per mano nostra 20 milioni di morti, fosse tenuto a garantire caviale e champagne a chi l’aveva aggredito!).
A distanza di 70 e più anni, si è più o meno siamo riusciti a sapere quale fu la consistenza numerica dell’8.va Armata italiana in Russia, ossia 230000 uomini agli ordini del Generale Italo Gariboldi (c’è però anche chi sostiene che il numero sia eccessivo, utilizzato per gonfiare artatamente il numero dei caduti e dispersi), molti sono i margini di incertezza circa il numero effettivo di soldati caduti prigionieri, per via di documenti tra loro contrastanti, in aperta contraddizione. Le autorità russe anticomuniste, dopo il 1991, ci hanno propinato la cifra di 40000 morti italiani nei campi di prigionia sovietici: una cifra, questa, assurda, che presto si dovette ridurre per evidenti, palesi incongruità. Si trovarono, infatti, ben 6000 nomi ripetuti più volte e si dovette scendere, in prima battuta, a 34000 nominativi. Dopo anni di ricerche, raffronti e “ripuliture” operate da storici di provata fede anticomunista ed antisovietica, si scese (udite udite!) a 24200 nominativi e qui il colpo di scena: anche questi 24200 cognomi, a parte poche eccezioni, non è stato possibile associarli ad una morte certa, effettivamente avvenuta. Si tratta di dispersi per i quali non v’è alcuna notizia sicura, tanto che i familiari ancora vivi, sulla pelle dei quali si è consumata la cinica operazione di criminalizzazione del comunismo, quasi che a mandarli in guerra fosse stato Stalin, hanno alla fine protestato e chiesto i dovuti chiarimenti alle reticenti autorità che il lavoro degli storici avevano “patrocinato”. Naturalmente, da parte del Ministero della Difesa (lo stesso che, assieme alla Procura generale militare, per decenni aveva “dimenticato” negli scantinati e negli “armadi della vergogna” faldoni interi sui crimini nazisti) non sono venuti mai lumi e risposte soddisfacenti. Una fonte al di sopra di ogni sospetto, Carlo Vicentini, dell’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia, chiarisce in maniera esemplare come avveniva la registrazione dei decessi: “la registrazione giornaliera dei decessi era compito dei soldati incaricati del controllo delle presenze: essi annotavano per lo più, solo cognome e nome del morto (qualcuno aggiungeva la classe ed il grado) in base alle dichiarazioni dei compagni di bunker o di baracca”. I dati compilati frettolosamente, e con larghi margini di errori, data la fonetica sconosciuta ai russi, venivano poi inviati alle autorità centrali, che provvedevano a riscriverli. Ebbene, come vennero riscritti questi nomi? Nel caos della guerra, vi furono comprensibilissime difficoltà logistiche, la disorganizzazione regnava e tutto questo non poté influenzare la redazione dei registri dei decessi dei campi di prigionia. Come abbiamo sopra accennato, vi furono sbagli anche clamorosi, con ripetizioni frequenti degli stessi nominativi; “le trascrizioni successive di questi dati, fatte manualmente in corsivo (solo di rado dattilografate) hanno quasi sempre mutato il testo iniziale, ammesso che fosse esatto. In base a tali dati sono state redatte, sempre a mano, le schede individuali dello schedario generale di Mosca e queste sono state la base per la compilazione computerizzata degli elenchi giunti fino a noi”. Moltissimi nominativi forniti dalle autorità russe, si faccia attenzione a questo elemento centrale, non trovavano corrispondenza alcuna negli elenchi dei soldati dispersi sul fronte russo. Anche in ordine ai soldati catturati, i bollettini sovietici del 1943 parlavano di 80/100000 prigionieri, ridotti poi, chissà perché, a 70000, poi a 60000 e anche meno, a seconda delle fonti. Degli 8268 nominativi di deceduti ricondotti al famigerato campo di Tambov, solo per fare un esempio, alla fine ne vennero certificati solo 4053. Insomma, non c’è che dire: un bel groviglio! in queste ambiguità, incongruenze, inesattezze, non è difficile scorgere i segni di una falsificazione volta a deviare l’attenzione da altre scoperte ben più corpose: ricordiamo che, alla fine degli anni ’80, lo storico polacco nazionalista Jacek Wilczur, (il quale, alla faccia degli anticomunisti ululanti contro la Polonia popolare, poté sempre operare in piena libertà sotto la democrazia socialista) scoprì varie tombe ricollegabili ai soldati italiani dell’ARMIR catturati dai nazisti e uccisi in vari modi. La congiura del silenzio cercò di soffocare questo lavoro, poi, quando i suoi strateghi non poterono più farlo, quella congiura si tramutò in deviazione dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale verso i campi di prigionia sovietici e verso i “crimini” dell’NKVD, ovvero verso crimini commessi dai nazisti e addossati all’URSS (Katyn, tanto per citare un caso).
Anche sul numero dei decessi “accertati” di prigionieri, però, la partita è tutt’altro che chiusa: i campi di prigionia sovietici, nei primi tempi (primavera 1943), erano sottoposti ad una vigilanza che definire all’“acqua di rose” è una gentile concessione. In un Paese devastato dai nazifascisti e da ricostruire, è evidente che le forze dell’NKVD e dell’Armata Rossa avessero altro a cui pensare che non piantonare prigionieri italiani smunti, laceri, spesso abbandonati dai loro superiori in grado e, nella maniera più vile e cinica, dai nazisti. Di questo ci offre uno spaccato eloquente un’altra fonte al di sopra di ogni sospetto, lo storico Arrigo Petacco, che nessuno può tacciare di simpatie comuniste. Ne “L’Armata scomparsa”, egli scrive: “l’organizzazione interna (nei campi di Tambov, Khrinovoje, Miciurinsk, Suzdal, Oranki e altri ancora, ndr) era praticamente inesistente. A Khrinovoje, per esempio, il campo era formato da alcune costruzioni adibite in passato a scuderie (…). Anche la vigilanza era relativa: all’interno del campo i prigionieri erano lasciati liberi di scannarsi a vicenda per una coperta o un tozzo di pane. All’esterno poche guardie, immerse nella neve, coperte dal pelliccione da scolta scampanato e lungo fino a terra, voltavano indifferenti le spalle. Il lato che confinava con la steppa o con il bosco non era neppure vigilato o chiuso da un recinto. Tanto, fuggire equivaleva a morire”. Se la conclusione macabra è una deduzione impropria dell’autore, dal momento che il bosco russo è, da sempre, anche tesoro di preziose risorse alimentari da sempre (si pensi alle battute di caccia e alle raccolte massicce di funghi narrate da un’altra fonte di parte anticomunista, Varlam Shalamov, autore de “I racconti di Kolyma”), Petacco non mente quando descrive il livello di vigilanza presente nei campi sopra richiamati nei primi tempi della loro istituzione. Questo fatto, inoppugnabilmente, rendeva facilissime le fughe di prigionieri; dal momento che, come abbiamo visto, i decessi venivano segnalati alle guardie dagli stessi prigionieri, è consequenziale e logico pensare che la gran parte delle morti annotate nei registri fossero, in realtà, fughe mascherate da decessi da parte dei compagni dei fuggiaschi, i quali avevano buon gioco ad agire così in quanto, il più delle volte, le sepolture avvenivano in maniera sommaria e nessuno tra i guardiani, o quasi nessuno, pretendeva l’esibizione del cadavere. Petacco però è illuminante nel suo racconto, anche rispetto alle modalità di redazione dei registri dei decessi e, nella sua esposizione, approfondisce e va oltre la stessa disamina di Carlo Vicentini, pur da lui citato in cinque pagine della sua opera. Nel capitolo “Il mistero dei dispersi”, leggiamo: “anche dopo il crollo dell’URSS, quando gli archivi del KGB furono aperti agli inviati del nostro governo, non fu ugualmente possibile venire a capo della vicenda. Risultò infatti che i prigionieri arrivati ai campi venivano registrati al loro ingresso e controllati alla fine di ogni mese. Ma i controllori si limitavano ad elencare dei numeri senza fornire spiegazioni quando quei numeri non corrispondevano. Un esempio per tutti: il 1° maggio del 1943 figurano presenti nel lager n° 188 di Tambov 2500 prigionieri italiani. All’inizio del mese successivo i prigionieri risultano 160. Ma non è spiegata la causa della drastica riduzione. Ossia se sono morti, se sono trasferiti o l’una e l’altra cosa insieme”. In poche parole, le registrazioni dei morti potrebbero esser state, almeno in certi casi, dettate più da approssimazione e da stime eseguite, che non da una prassi scientifica e rigorosa di registrazione. Certo, le condizioni nei campi di prigionia sovietici non erano idilliache e questo per ovvi motivi; specie nei primi tempi, lo ripetiamo, vi furono difficoltà insormontabili, situazioni ai limiti dell’emergenza, in un Paese saccheggiato e messo a ferro e fuoco dai nazifascisti. Se il pane mancò per lungo tempo, fu per colpa di chi aveva distrutto granai e incendiato kolkhoz e sovkhoz, non certo del potere sovietico che anzi fece di tutto per migliorare le condizioni dei prigionieri, portando ordine, rigore, disciplina e regolarità degli approvvigionamenti nei vari campi, dopo i primi mesi tremendi del ’43.
Innanzitutto, va detto che molti soldati italiani arrivarono ai campi di prigionia già stremati dai combattimenti, dal “si salvi chi può” imperante dopo la disfatta dell’ARMIR, con generali e colonnelli fascisti (e anche qualcuno della truppa) che, spesso, alla faccia della solidarietà umana, pensarono a salvarsi la pelle e basta, quando addirittura non bruciarono, d’intesa coi nazisti, depositi di vettovaglie e magazzini con indumenti e altri generi di conforto (le denunce precise ed articolate di Robotti e di altri in questo senso, non furono mai confutate in sede giornalistica e giudiziaria). In secondo luogo, va sottolineato che, specie nei primi tempi, il vero potere all’interno dei campi di prigionia era nelle mani degli stessi militari italiani internati. A dirigere e coordinare tutto, i sovietici, che avevano ben altri pensieri e priorità, collocarono generali, colonnelli, tenenti e soldati anziani. Laddove questi erano umani, comprensivi, onesti e magari pure di fede antifascista, per i prigionieri i patimenti erano meno pesanti; laddove invece vi erano dei fascisti inveterati, che fingevano soltanto agli occhi dei sovietici, per puro opportunismo, di essersi convertiti al credo democratico e al marxismo-leninismo, le traversie e, spesso, le tragedie, erano assicurate per i poveri soldati prigionieri. Cibo distribuito con criteri discrezionali ai loro tirapiedi, soprusi e soperchierie quotidiane, corvée imposte ai compagni di prigionia: nel carniere delle malefatte dei kapò fascisti vi fu ogni nefandezza possibile, e ciò non poté che incidere anche sull’andamento della mortalità nei campi, specie dal febbraio al giugno del ’43. Accanto agli italiani, vi furono i rumeni della Bessarabia che avevano combattuto con l’Asse e gli ungheresi, a distinguersi per crudeltà contro italiani e prigionieri di altre nazionalità. Al contrario di quelli nazisti, però, questi kapò non poterono contare su protezioni in alto loco. Infatti, venute all’orecchio di Stalin e del Vk(b)P le vergogne e i crimini di questi aguzzini e dei loro complici, si abbatté sulle loro teste la mannaia della giustizia sovietica, equa ed inflessibile come sempre. Ancora una volta, affidiamo la narrazione di questi fatti all’anticomunista e antisovietico Petacco; egli cita, come testimone, nientemeno che don Guido Turla, feroce nemico dell’ideologia comunista e dello Stato sovietico, presente nella Campagna di Russia tra le forze italiane: “Don Guido Turla riferisce che, in quei giorni (siamo nella tarda primavera del ’43. Ndr), un fuoriuscito italiano comunista (Vincenzo Bianco?) visitò per la prima volta il campo (quello di Khrinovoje, dove le condizioni di vita erano ai limiti della vivibilità, ndr) e promise il suo intervento. Qualche tempo dopo le sentinelle sovietiche informarono i prigionieri che era giunto un prikaz, un ordine: Stalin non vuole più morti. ‘I russi, racconta il cappellano, mi riferiscono quest’ordine e non nascondono la loro paura. Sanno che se qualcuno ha sbagliato ora dovrà pagare’. Infatti, nei giorni seguenti il comandante del campo e i suoi subalterni furono tutti passati per le armi nel piazzale del lager”. Altro che tolleranza verso i criminali! Altro che Stalin complice del lassismo, dei crimini, della corruzione di alcuni funzionari periferici infedeli. L’occhio del Piccolo Padre tutto vedeva e pesava, anche in quei tragici giorni, senza nulla concedere a giustizie sommarie e ad abusi. La superiorità della civiltà sovietica stava anche nel trattare umanamente chi con una divisa straniera aveva invaso il Paese non per sua volontà, ma perché costretto. E, naturalmente, nell’individuare e colpire i nemici travestiti opportunisticamente da amici, ora che i rovesci dei vari fronti minacciavano l’uragano sulla peste bruna. Si è parlato anche (principalmente per bocca di Don Guido Turla) di atti di cannibalismo compiuti nei campi di prigionia nei primissimi tempi, atti che sarebbero poi stati puniti severamente dai sovietici e dai sorveglianti interni. Su questo terreno, però, preferiamo non entrare e non per ritrosia nel parlare di argomenti certamente scabrosi, macabri e anche velati di bestialità, la bestialità che ogni guerra porta con sé, ma perché sono davvero flebili le prove a sostegno della realtà di simili azioni che, se fossero state davvero compiute, chiamerebbero in causa non certo l’URSS, ma chi aveva portato ovunque fame in terra straniera fino alla disperazione. Anche quando certi fatti rientrano nei documenti sovietici, essi vi rientrano come ipotesi di reato da perseguire, non come crimini certamente commessi e puniti, come pretendono certuni, che allo scrupoloso lavoro filologico di analisi delle fonti preferiscono un sensazionalismo da film horror. Finché i contorni di quei fatti non saranno chiariti, preferiamo, per rispetto umano e per onestà intellettuale, non profonderci in racconti che farebbero la gioia di un Lovercraft, ma non quella di un amante della verità.
Dal momento in cui Stalin impartì l’ordine di portare legalità e rigore nei campi di prigionia, le cose per i soldati andarono sempre meglio. Il numero dei decessi, quali che siano i dati che s’intende prendere a riferimento, diminuirono drasticamente e le condizioni di vita divennero accettabili, a volte persino migliori di quelle di tanti cittadini sovietici che, avendo perso tutto per colpa delle belve hitleriane, si ritrovarono a dover costruire tutto da zero, vivendo in capanne, rifugi sotterranei (zemljanki), parti di stazioni non distrutte ecc. La grande URSS si tolse il pane di bocca per sfamare chi l’aveva occupata e calpestata coi suoi stivali: se i criminali di guerra conobbero l’inesorabile pugno della giustizia operaia e contadina, la truppa, specie italiana, fu trattata con clemenza e sopravvisse solo grazie alla generosità del popolo sovietico, prima e dopo la prigionia. Abbandonati dagli “alleati” nazisti, i soldati italiani vennero nutriti e scaldati a decine di migliaia nelle izbe di pacifici e umanissimi contadini russi, gente che magari aveva figli e parenti stretti al fronte, ma sapeva distinguere, come solo sa fare il popolo lavoratore, tra capi e gregari, tra guerrafondai e uomini che la guerra la stavano subendo loro malgrado. Molti dei soldati salvati in questo modo da morte sicura, nel dopoguerra non vollero tornare e divennero cittadini sovietici, cambiando nome e cognome: questo fatto, negato da tutta la pubblicistica anticomunista, è invece ribadito e messo in evidenza da varie fonti. L’Italia che li aveva mandati in guerra era, da questi uomini, talmente odiata e disprezzata che, al termine del sanguinosissimo conflitto, essi decisero di voltarle le spalle e di rifarsi una vita nella nuova Patria sovietica. Diverse persone date per morte (ecco l’attendibilità di certi documenti!) furono comprese in certificati di morte presunta, non essendo possibile indicare i loro cadaveri e, d’altro canto, non essendovi prova della loro esistenza in vita dopo il 1944-45 e, in particolar modo, dopo l’ultimo rimpatrio del 1954. In “Lettere dal Don” di Pino Scaccia, giornalista rigoroso e non certo di fede bolscevico-stalinista, racconta la storia di un villaggio, Filonovo, presso il quale vivono o sono vissute varie donne figlie di soldati italiani; viene poi menzionato un reduce, La Guidara, autore di “Ritorniamo sul Don” (1963), che parlò di numerosi italiani, ex-soldati dell’ARMIR, da lui incontrati nel 1960 in Ucraina vivi e vegeti (li presentò come trattenuti dal regime, ma ciò è ragionevolmente impossibile, visto che poté incontrarli liberamente, senza impedimenti). Lo stesso Scaccia, nel blog di “Lettere dal Don” ricorda, in un commento interlocutorio: “Il caso di Arturo Campalto, il camionista di Vicenza che vive e lavora a Kiev, è sintomatico: nel paese di origine c’è anche il nome nella lapide dei caduti. Ovvio che lo hanno dato per deceduto. E’ sicuro, per esempio, che molti antifascisti sono rimasti in Russia perché in Italia c’era ancora il regime. Una cosa è certa: sia la prima volta che sono stato nella valle del Don che la seconda ho raccolto molte testimonianze che parlavano degli ‘italiani‘”.
Ancora oggi, ammettere che tanti italiani preferirono fingersi morti, e magari produrre documenti in tal senso per avvalorare la bugia, piuttosto che tornare in un’Italia dove i fascisti non mollavano la presa e già si stavano riciclando in massa, è per gli anticomunisti in servizio permanente effettivo un trauma da evitare in ogni modo. Il loro costante rivolgere la testa all’indietro impedisce ogni analisi obiettiva, onesta e spassionata di ciò che fu. Figuriamoci se questi anticomunisti ottusi e subdoli hanno la franchezza e l’onestà intellettuale di un Arrigo Petacco o di un Enrico Reginato o di un Egisto Corradi nel raccontare come si viveva nelle izbe o nei campi dopo le sane misure di “pulizia” disposte da Stalin e dal governo sovietico contro aguzzini, grassatori e criminali! Abbiamo scelto questi tre autori, tutti anticomunisti a mille carati, proprio per rimarcare la differenza tra loro e certa pubblicistica e memorialistica accecata dall’odio antisovietico. “Per trascorrere le lunghe giornate, scrive Petacco, i prigionieri si dedicavano al lavoro di ristrutturazione degli ambienti improvvisandosi falegnami o muratori. Altri rileggevano i loro gualciti diari correggendo o aggiungendo impressioni. Di tanto in tanto, all’improvviso, una squadra di soldati invadeva le camerate per periodiche perquisizioni (…). Malgrado la mancanza degli utensili necessari, fioriva l’artigianato. Con l’aiuto di un seghetto sdentato o di un coltello arrugginito, venivano realizzati autentici capolavori: bastimenti, giocattoli, pettini d’osso, fermacapelli, medaglioni, cinghie intrecciate che poi venivano usati come merce di scambio con la popolazione civile. Racconta Carlo Vicentini che due ufficiali riuscirono addirittura a costruire un orologio a pendolo con ingranaggi di legno e rotelle fatte a chiodi. Era anche preciso: tardava di appena un’ora al giorno e il successo fu grande. Dopo il primo ne dovettero costruire altri perché il mercato, fra i russi, tirava molto. Più tardi qualcuno si ricordò di aver ricevuto pochi anni prima una certa istruzione (…) fu così che alla produzione di calzini, carte da gioco e utensili vari, si aggiunse una consistente attività culturale. Un nobile pugliese, di nome Ferrante, cominciò a dare lezioni d’inglese. Un certo Martelli, bolognese, laureando in ingegneria, insegnò ai suoi volonterosi allievi la geometria analitica, i medici dissertarono di anatomia e di biologia. Il tenente Sandulli (…) tenne un corso di diritto civile e costituzionale (…) Un tenente umbro portò a termine un lavoro che pareva irrealizzabile. Intervistando uno per uno i compagni più colti e stimolando i loro ricordi di scuola, riuscì a compilare una storia della letteratura italiana che conteneva i brani più noti della Divina Commedia, del Petrarca, del Boccaccio e del Tasso, del Foscolo, del Leopardi, del Carducci fino a D’Annunzio”.
Un quadro che, incontestabilmente, pone i campi di prigionia sovietici su un terreno ben diverso dai campi nazisti e, anche, dai campi alleati, nei quali i prigionieri morivano come le mosche tra l’abbrutimento, la fame più nera, il più crudele terrore. L’ufficiale medico degli alpini Enrico Reginato, nel suo libro dal titolo “12 anni di prigionia nell’URSS”, parla, tra l’altro, della festa per il suo compleanno il 5 febbraio del 1946: “Tutti concorsero con regali e auguri a farmi trascorrere lietamente quella giornata. Ebbi in dono una scatola di sigarette, una saponetta e un paio di calze. Un ungherese mi fece omaggio di un astuccio in legno sul quale era stato artisticamente scolpito il profilo del Monte Cervino. Per l’occasione ci fu anche un pranzetto, che terminò con un brindisi in versi di Italo Stagno (…)”. Ogni commento ci appare superfluo. Non è tutto: Reginato riconosce che, contro i soprusi di alcuni appartenenti agli organi di sicurezza sovietica, la giustizia del primo Stato operaio e contadino puntualmente riconobbe i diritti dei prigionieri. “Un secondo sciopero, si legge nell’opera sopra citata, venne iniziato quando i sovietici pretesero di imporci il lavoro. Avevamo accettato di andare nella foresta a spaccar legna, ma ciò non doveva costituire un obbligo. Le stesse autorità russe, in analoghe precedenti circostanze, avevano riconosciuto la facoltà del lavoro volontario per gli ufficiali delle cosiddette piccole nazionalità, cioè per tutti, esclusi i tedeschi. Di fronte alle ingiuste imposizioni del comando piantammo una grana formidabile e riuscimmo ad ottenere l’intervento di un ufficiale di polizia, giunto espressamente dalla capitale della Repubblica dei Mari. La questione fu a lungo dibattuta, con esito conforme ai nostri diritti. L’ufficiale riconobbe che la ragione stava dalla nostra parte”. Ce lo vedete un uomo di Himmler discutere una controversia di lavoro con gli ebrei dei lager e, alla fine, dar loro ragione dopo una disamina obiettiva del nodo del contendere?
Egisto Corradi, autore de “La ritirata di Russia”, è infine prezioso non per la descrizione dei campi di prigionia, ma per aver sviscerato una per una le menzogne fasciste sulla guerra e i contorni non certo chiari di battaglie pur esaltate ed epicamente assurte a simboli intoccabili dell’immaginario della Campagna di Russia. Egli analizza uno per uno i bollettini fascisti e nazisti sulle operazioni belliche in URSS, mettendo in evidenza le macroscopiche falsità, le montature, le distorsioni sistematiche operate in nome di una propaganda menzognera e criminale. Due esempi, in questo senso: “21 gennaio 1943. ‘Forti attacchi ovunque respinti. A Stalingrado, i tedeschi lottano eroicamente in condizioni sempre più difficili’. Da una corrispondenza italiana da Berlino: ‘L’Armir ha respinto gli assalti talora successivi di ben sette armate sovietiche’. (Non si comprende il senso di questa corrispondenza. L’Armir era in dissoluzione)”. “31 gennaio 1943. ‘Dai giornali italiani: ‘Mussolini nel ventennale della Milizia: Non molleremo mai fino a quando saremo capaci di tenere in pugno un’arma’. (I resti del Corpo d’Armata alpino giungono sulle linee tedesche a nord di Karkov dopo due settimane di ritirata)”. Un quadro impietoso, quello di Corradi, delle menzogne sulla base delle quali fu scatenato un conflitto immane, bestiale, in odio alla prima Patria che aveva portato al potere i lavoratori, liquidando il giogo dello sfruttamento, e che pertanto era, oltre ad un Paese immenso e ricchissimo, anche un “cattivo esempio da estirpare”. Si potrebbe parlare poi delle scuole di antifascismo attivate in URSS per iniziativa del PCI e del VK(b)P, con l’entusiastica partecipazione di esuli antifascisti di indistruttibile fede comunista, primo tra tutti il compagno Paolo Robotti. Si potrebbe raccontare nel dettaglio la gloriosa storia del giornale “L’Alba”, narrare le vicende di tanti prigionieri dell’ARMIR convertiti non certo con la coercizione, ma con la forza dell’esempio e del messaggio liberatore del marxismo-leninismo, alla fede antifascista e progressista… Si potrebbe certamente, ma sviliremmo un capitolo di importanza capitale che preferiamo trattare degnamente in un prossimo studio, sempre con al centro le vicende umane dei protagonisti e fonti al di sopra di ogni sospetto.Riferimenti bibliografici e sitografici:
Arrigo Petacco: “L’Armata scomparsa” (Mondadori, 1998)
Enrico Reginato: “12 anni di prigionia nell’URSS” (Garzanti, 1971)
Egisto Corradi: “La ritirata di Russia” (Longanesi & C., 1965)
Pino Scaccia: “Lettere dal Don” (RAI-ERI, 2011)
Lettere dal Don
Plini Alpini

Zoja Kosmodemjanskaja, eroina dell’umanità

Luca Baldelli

Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all’Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita”. Con queste brevi, incisive parole, il sublime scrittore Ernest Hemingway, progressista, antifascista, amico dell’Unione Sovietica, della pace e della mutua comprensione tra gli uomini, sintetizzava magistralmente l’importanza del tributo al primo Stato mondiale degli operai e dei contadini, mettendone in evidenza il contributo incancellabile nella lotta alla tirannide nazifascista e nella difesa del mondo dalle mire guerrafondaie dell’imperialismo. Non sminuiremo certamente l’immortale autore de “Il vecchio e il mare” se, accanto alla sua affermazione vibrante di sincerità e schiettezza, ne collochiamo un’altra, non meno pregnante e realistica: ogni essere umano che ami la libertà e la pace non può non riconoscere e non onorare, fin nel profondo del cuore, il sacrificio di Zoja Kosmodemjanskaja. Questa figura è infatti patrimonio non solo dell’URSS e della Russia, terre in cui ogni zolla era ed è impregnata del sangue degli eroi combattenti per la libertà nella Grande Guerra Patriottica, ma anche di tutta l’umanità progressiva, nemica del bellicismo, della reazione, del revisionismo infausto, della negazione dei diritti e della dignità del lavoratore in quanto tale e in quanto persona.
Chi era Zoja Kosmodemjanskaja? Nata da una famiglia di insegnanti nel villaggio di Osino Guj, nella Regione di Tambov, nella zona centrale del bassopiano del Don, il 13 settembre 1923, Zoja Kosmodemjanskaja compì gli studi prima in Siberia (dove i suoi si erano trasferiti), quindi a Mosca. Sull’onda dell’entusiasmo per l’avanzata impetuosa del socialismo, nel 1938 si iscrisse al Komsomol, la Gioventù comunista sovietica, e si dette da fare in una vasta opera di lavoro sociale e pedagogico volta ad eliminare le ultime sacche di analfabetismo esistenti in URSS, Paese dove il potere socialista aveva insegnato a leggere e scrivere a contadini ed operai che mai avevano tenuto una penna o un libro in mano, conseguendo in pochissimi anni l’obiettivo del 90% di alfabetizzazione, traguardo conquistato dalle società borghesi in un secolo (e con tanto di analfabetismo di ritorno!) Zoja, come tutte le persone “speciali”, non aveva un carattere facile: il suo zelo, il suo fervore militante, furono causa di invidie ed incomprensioni che la fecero soffrire enormemente. Alla fine, però, il bene trionfò ed anche i malevoli aprirono il loro cuore e apprezzarono, come si apprezza un dono particolare, l’infinita umanità della ragazza, autentica e mai affettata negli slanci più profondi del cuore. Sul Paese, intanto, si addensava, minacciosa ed oscura, la tremenda nube del nazifascismo coi suoi folli piani di conquista messi a punto anni prima nel “Mein Kampf”. Il tragico giugno del ’41 non trovò Zoja impreparata, né titubante, come non trovò né impreparati né titubanti 200 milioni di onesti cittadini sovietici, guidati dal grande Stalin, la cui lampada mai si spegneva nelle concitate notti di riflessione, programmazione, azione per difendere la Patria. L’attività antifascista, rivolta contro l’occupante, marciava senza sosta nel Komsomol e in ogni ambito della società sovietica.
Nell’ottobre 1941 Zoja, assieme ad altri 2000 volontari del Komsomol, raggiunse il proprio posto di combattimento, ingaggiando una lotta per la vita o per la morte contro i barbari invasori che razziavano, uccidevano, deportavano. Il gruppo di Zoja non dette pace al nemico: agguati, attacchi, incendi di avamposti e depositi utilizzati dai nazifascisti per far partire attacchi contro gli inermi cittadini, o per stoccare beni rubati col terrore al popolo, si succedettero da Petrishevo a Gribtsovo, da Pushkino a Korovino e in tutti i villaggi della Regione di Mosca interessati dai più intensi combattimenti. I tentativi dei nazifascisti di creare terra bruciata attorno ai partigiani sovietici fallirono uno dopo l’altro: l’unità tra tutte le genti dell’URSS contro il feroce invasore era, ogni giorno, più forte che mai e a nulla o a molto poco servivano le minacce, i ricatti, le false promesse. Quando i nazifascisti, a ottobre–novembre ’41, provarono a costituire una milizia collaborazionista nei villaggi per neutralizzare il movimento partigiano e garantire alle loro armate il successo senza intoppi delle barbare azioni pianificate, non trovarono a seguirli che pochi, sparuti elementi rinnegati ed opportunisti, la gran parte dei quali oltretutto disertò non appena ne ebbe l’occasione. Uno di questi elementi, la spia Sviridov, per una bottiglia di vodka consegnò Zoja ai nazisti assetati di sangue ed inferociti dall’efficienza militare dei partigiani del gruppo in cui Zoja militava.
La giovane combattente fu interrogata in maniera brutale, con un allucinante corredo di bestiali torture, dagli sgherri nazisti, alla presenza anche di alti militari. Nonostante l’indicibile supplizio, reso ancor più straziante dal coraggio e dall’abnegazione della ragazza, Zoja non si fece uscire dalla bocca alcun nome di compagni e fiancheggiatori: i combattenti della libertà sovietici, che sempre più andavano ingrossando le file dei partigiani con i mitra, i fucili da caccia, le “molotov” e ogni tipo di arma utile a cacciare le belve naziste, nulla ebbero da temere da questa intrepida amazzone sovietica che andava al martirio serena, con gli occhi pieni di quell’odio per l’ingiustizia, la tirannia, la prepotenza, che è vivido amore dell’umanità.
Zoja Kosmodemjanskaja venne condotta al patibolo nel villaggio di Petrishevo in un tragico 29 novembre 1941. Neppure tra i boia del Nuovo Ordine Europeo retto dalle baionette di Hitler, Himmler e Goering e disseminato di cadaveri, Zoja poté però tacere trattenendosi: anzi, l’inumana violenza che era stata usata sul suo corpo aveva sortito l’effetto di un diluvio di benzina su una fiamma. La giovane, prima di venire impiccata tra lo sdegno, l’incredulità e la bile dei suoi aguzzini, incitò il popolo con parole vibranti a resistere: “Cittadini! Non state in piedi a guardare mentre c’è bisogno di combattenti!” E ancora: “Compagni, la vittoria sarà nostra! L’URSS è invincibile e non verrà sconfitta! Stalin verrà! Non possono uccidere 200 milioni di persone!” Ciechi di rabbia, incapaci di concepire altro dall’odio e dalla sopraffazione, i carnefici portarono a termine il loro sporco lavoro compiendo l’esecuzione di Zoja. La fulgida luce dell’esempio di questa eroina però era destinato a trionfare! Un esempio unico di sprezzo del pericolo, attaccamento lucido e indefettibile alla verità, alla giustizia, alla libertà, amore inestinguibile per i valori della società socialista, brilla ancora su tutta l’umanità progressiva e ha un nome scritto a caratteri indelebili: Zoja Kosmodemjanskaja.

Europa unita contro la “barbarie russa”: il 70° anniversario dello scoppio della Grande Guerra Patriottica

Olga Chetverikova Strategic Culture 22/06/2011

In netto contrasto, l’Europa aveva commemorato pomposamente il 70.esimo anniversario dello scoppio della seconda guerra mondiale e della firma del Patto Molotov-Ribbentrop, ma sembra al momento ignorare un’altra data chiave storica – il 22 giugno, il 70° anniversario della inizio della grande guerra patriottica della Russia che ha avuto inizio con l’invasione fascista dell’Unione Sovietica … Una circostanza chiave da tener presente, nel contesto che il 22 giugno 1941, la Russia finì sotto l’attacco lanciato dall’Europa unita guidata Berlino, e inchinata all’ordine mondiale nazista, piuttosto che dalla sola Germania. Come risultato, l’anniversario tragico della Russia – il 22 giugno – dovrebbe confrontarsi con la classe dirigente europea con memorie storiche inquietanti come, ad esempio, quelle evocate dal 30 settembre, una data altrettanto sconosciuta, su cui l’Occidente ha inflitto su se stessa una disgrazia senza precedenti, suggellando con Hitler il famigerata Patto di Monaco.
Nell’estate del 1941, l’elenco delle conquiste tedesche contava 11 paesi: Austria, Cecoslovacchia, Polonia, Danimarca, Norvegia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Francia, Jugoslavia e Grecia, che furono tutti divisi e stesero degli status allineati con i disegni di Berlino. Alcuni dei paesi e territori – Austria, Sudeti, Danzica, la Prussia, Poznan, Slesia, Lussemburgo, Eupen e Malmedy del Belgio, Alsazia, Mosella, e Nord della Slovenia – furono occupati e annessi. Altri sono stati messi sotto diretta amministrazione tedesca, militare o civile, come il Governatorato generale polacco, Norvegia, Paesi Bassi e Francia settentrionale, o gestiti da regimi fantoccio come il Protettorato di Boemia e Moravia, Slovacchia, Danimarca, Francia di Vichy, Croazia, Serbia, Montenegro, e Grecia. Tra gli altri paesi la cui indipendenza de facto evaporò, Italia, Finlandia, Ungheria, Romania e Bulgaria divennero i cosiddetti satelliti della Germania all’interno di un blocco aggressivo e che contribuirono alla forza militare inviata al fronte orientale, mentre gli altri, nominalmente neutrali – Spagna, Portogallo, Svezia, Svizzera, Irlanda – in vari modi cooperarono con Berlino. La Svezia fornì minerali, cuscinetti a sfera e anche i canoni alla Germania, e la Svizzera fornì ai tedeschi prodotti  ottici, cannoni automatici e da difesa aerea. Oltre a questo, la Svizzera fornì una considerevole assistenza finanziaria alla Germania e un corridoio di transito attraverso le Alpi. Il Portogallo esportò in Germania wolframio e servì come hub di transito chiave dei quest’ultima. La Spagna aveva anche inviato la Divisione Azzurra per combattere contro l’Armata Rossa, e rivendette alla Germania del petrolio importato dall’America Latina, senza in particolare incontrare nessuna resistenza dagli Anglo-Sassoni.
Forze Norvegese, slovacco, croato, danese, olandese, e francesi (il reggimento SS Charlemagne) combatterono contro l’Armata Rossa insieme alla Wehrmacht. Come recenti studi hanno mostrato, il contributo polacco alla causa nazista fu seriamente sottovalutato: secondo un articolo su Gazeta Wyborcza di Ryszard Kaczmarek, l’autore dei ‘Polacchi nella Wehrmacht‘, dell’Università della Slesia, all’epoca 2-3 milioni di polacchi dovrebbero essere consapevoli del fatto che qualcuno dei loro antenati servì nell’esercito tedesco. Kaczmarek stima il numero dei polacchi morti al fronte orientale a 250.000.
Pertanto, l’Unione Sovietica affrontò l’assalto di praticamente tutta l’Europa sottoposta al controllo dell’enorme complesso militare-industriale della Germania, un paese con una strategia volta a creare una barriera tra Europa e Asia, di cui, secondo Hitler, la Russia era parte. Nelle parole dello stesso Hitler, il piano nazista era “spingere questa frontiera (tra Europa e Asia), più a est possibile e se necessario, al di là degli Urali … Pietroburgo, il nido velenoso da cui per tanto tempo il veleno asiatica è stato sputato nel Baltico, deve scomparire dalla superficie della terra … Gli asiatici e i bolscevichi devono essere cacciati dall’Europa, l’era di 250 anni di asiaticità era giunta al termine“.
Quanto sopra mostra l’essenza della missione che Churchill intendeva prendere da Hitler. Il leader britannico scrisse, nell’ottobre 1942, un memorandum segreto: “Sarebbe un disastro smisurato  se la barbarie russa si sovrapponesse alla cultura e all’indipendenza degli antichi stati d’Europa. Difficile sarebbe dirlo ora, confido nella famiglia europea, che possa agire unita come sotto un Consiglio d’Europa. Prevedo gli Stati Uniti d’Europa“. La missione ascese al vertice del programma della Gran Bretagna nel 1944, quando l’Armata Rossa attraversò il confine sovietico, liberando l’Europa dal fascismo. Descrivendo l’epoca nelle sue memorie, Churchill sottolineò che dal momento in cui l’approccio alla strategia e alla tattica doveva essere premessa dalle seguenti ipotesi: “la Russia sovietica era diventata un pericolo per il mondo libero … Un nuovo fronte deve essere creato contro la sua schiacciante avanzata… Questo fronte in Europa deve essere il più possibile a Oriente … “L’intensificazione dei preparativi degli Stati Uniti e dei britannici per l’apertura del secondo fronte, che si materializzò in Francia nel giugno 1944, fu interamente attribuibile alle osservazioni di sopra. Gli “sforzi per l’unificazione”  di Churchill, culminarono nel marzo 1945, quando il piano per l’Operazione Unthinkable – un attacco contro l’Unione Sovietica con 112-113 divisioni, compresi quelle della Wehrmacht, avrebbe dovuto iniziare il 1° luglio 1945 – venne ideato. Ad oggi, l’esistenza del piano, originariamente misterioso, è un segreto di Pulcinella.
L’inevitabile conclusione è che mentre la guerra in Europa era in gran parte un “conflitto familiare” sul primato, l’Unione Sovietica ha combattuto la sua grande guerra patriottica in nome della sopravvivenza della Russia e dei russi.  La commemorazione dello scoppio della Grande Guerra Patriottica dovrebbe automaticamente mettere sotto i riflettori la questione dolorosa della responsabilità delle élite occidentali nel scatenare il conflitto globale e, soprattutto, non può essere dissociata da una condanna ferma e inequivocabile del fascismo, mentre la sua riabilitazione sorprendente, è in corso in tutto l’Occidente. Il processo cammina in forma mascherata in Europa orientale, ed ha la forma del revisionismo strisciante – la rianimazione dell’ideologia che giustifica il diritto di una cerchia di eletti di esercitare la governance globale – in Occidente.
La verità da affrontare è che stiamo assistendo all’ordine mondiale testato nella Germania fascista e sul resto dell’Europa occupata nazista, che viene applicato su scala molto più ampia. Fin da quando Z. Brzezinski l’ha ammesso, l’attuale nuovo ordine mondiale è costruito a spese della Russia, contrario agli interessi della Russia e, infatti, sulle rovine della Russia, le élite occidentali sono determinate a escludere la Russia dal processo decisionale nella grande partita giocata dalle loro regole arbitrarie. La situazione era lucida nel 2009, quando l’Assemblea parlamentare dell’OSCE approvò una risoluzione che metteva su un piano di parità l’Unione Sovietica e la Germania nazista, come due paesi che presumibilmente condividono la responsabilità di aver scatenato la seconda guerra mondiale. Ad oggi, il comportamento dell’Europa è altrettanto odioso – il 9 giugno, il Parlamento europeo è intervenuto negli affari interni della Russia con una risoluzione che include tutta una serie di dichiarazioni intrusive, che vanno dalle espressioni di malcontento presso le norme che devono essere osservate dai partiti di opposizione in Russia, all’appello per il ritiro delle forze russe dall’Abkhazia e dall’Ossezia del Sud, o per la “rettifica di contrasti commerciali, come l’unione doganale Russia-Kazakistan-Bielorussia“. L’Europa sta cercando di schiaffare la Russia nel ruolo di partner minore, che deve rendere conto all’Occidente di ogni suo passo.
Stiamo commemorando il 70° anniversario dell’inizio della Grande Guerra Patriottica nel momento in cui l’Occidente lancia apertamente l’aggressione alla Libia. La pratica compromessa di placare l’aggressore non funziona – l’aggressione contro un paese sovrano deve essere condannato verbalmente e con estrema chiarezza. In questi giorni, nei circoli dominanti Europei si sentono liberi di calpestare il diritto internazionale e noi, russi, tradiamo la memoria dei nostri padri e nonni, non esprimendo opposizione agli atti illeciti e immorali che causano morti tra i civili e che rischiano catastrofi umanitarie, capitolando davanti le forze contro cui, le generazioni precedenti russe, combatterono audacemente e con spirito di sacrificio.

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

Rianimato il mito storico fascista

Jurij Rubtsov Strategic Culture 11/06/2011

Non c’è carenza di argomenti nel contestare la pretesa infondata e profondamente ingiusta secondo cui l’Unione Sovietica e la Germania fascista sono ugualmente responsabili dello scoppio della seconda guerra mondiale. Anche abbozzando una giustapposizione dei piani militari di Berlino e Mosca di prima della guerra, si mette in evidenza la differenza fondamentale nelle intenzioni dei due paesi.
Hitler aveva approvato il concetto alla base del piano di Operazione Barbarossa per la guerra contro l’URSS, il 18 dicembre 1940. Il piano prevedeva una rapida offensiva: Berlino sperava di sconfiggere l’Unione Sovietica in un periodo di tempo relativamente breve, pur continuando a lottare contro la Gran Bretagna. Entro cinque mesi dalla data iniziale dell’attacco, la Germania avrebbe dovuto distruggere le forze principali dell’Armata Rossa concentrate in prossimità della frontiera occidentale della Russia, per evitare che la ritirata delle divisioni sovietiche ne mantenesse la piena operatività, dopo il primo colpo tedesco, e di avanzare in profondità nel territorio dell’URSS, abbastanza da rendere  impossibili i raid aerei sovietici contro il territorio tedesco. L’obiettivo finale della campagna tedesca era quello di creare una barriera protettiva contro la Russia, un mostro asiatico nella propaganda di Goebbels, da Arkhangelsk al Volga … Gli obiettivi chiave designato dai pianificatori militari tedeschi erano stati Leningrado, Mosca, la Regione centrale industriale della Russia e il bacino carbonifero del Donbass. I raid aerei avrebbero dovuto paralizzare un’altra area chiave industriale della Russia, negli Urali.
I preparativi per l’aggressione dovevano essere completati entro il 15 maggio 1941. Perciò, la Germania aveva urgentemente messo insieme una forza d’attacco per l’offensiva che, dalla metà del 1941, contava circa 5 milioni di soldati, oltre 47.000 cannoni e lanciamine, circa 4.400 carri armati e cannoni d’assalto e 4.400 aerei. Il 22 maggio, il sistema di trasporto della Germania era passato agli orari di punta, con l’obiettivo di accelerare il dispiegamento di forze per l’attacco verso est. Circa 300 treni al giorno diretti nelle regioni confinanti con la frontiera sovietica. Il mascheramento dell’attività fu attuato da una sofisticata campagna di inganni, e Stalin, che monopolizzava il processo di valutazione dei rischi che al momento affrontava l’Unione Sovietica, perse la partita della disinformazione, messa in moto dai dirigenti nazisti.
Hitler scrisse nel suo diario, il 30 maggio, che il passaggio al quadro dell’Operazione Barbarossa era stato completato come previsto e riaffermò l’operazione poco prima della data di avvio. Dettagliò il piano per gli ultimi preparativi per l’aggressione contro l’URSS, il 5 giugno e il 10 giugno ordinò al comandante dell’esercito tedesco, Walther von Brauchitsch, di avviare l’operazione alle 3:30 del mattino del 22 giugno 1941. Il nome in codice Dortmund era il segnale con cui, una volta ricevuto alle 13:00 del 21 giugno, l’esercito tedesco avrebbe abbandonato ogni mimetizzazione nella preparazione dell’attacco.
Il 20 giugno, il quartier generale tedesco aveva ricevuto l’indirizzo di Hitler riguardo l’Operazione Barbarossa, in cui affermava che l’offensiva era una misura forzata. Hitler mentì dicendo che i russi ammassavano forze alla frontiera orientale della Germania, che solo poche settimane prima la Germania non aveva divisioni corazzate o motorizzate nella regione (cosa ovviamente falsa), e che il numero di divisioni russe al confine, regolarmente violato dai sovietici, raggiungeva le 160. Sulla base di tutto questo, Hitler ordinò l’attacco contro “i guerrafondai ebrei e anglo-sassoni ed i padroni ebrei del centro bolscevico di Mosca“. Fu più chiaro su quello che stava accadendo, anche se non più onesto, in una riunione con i suoi colleghi di partito a Monaco, nel novembre 1941: “Nei mesi di aprile-maggio, ho seguito gli sviluppi, pronti ad agire 24 ore prima del nemico, non appena mi fossi reso conto che stesse per attaccare. La situazione aveva iniziato ad apparire minacciosa entro metà giugno, e nella seconda metà di giugno non c’erano dubbi che si trattava di una questione di settimane, se non giorni. Allora ho ordinato di attaccare il 22 giugno. Miei vecchi camerati, credetemi, questa è stata la decisione più difficile della mia vita, perché sapevo che di conseguenza saremmo stati trascinati in una lotta estremamente difficile, ma speravo che più si precedeva il nemico, maggiore sarebbe stata la nostra possibilità di vincere“.
Uno  sguardo alla pianificazione militare anteguerra sovietica, rivela un netto contrasto. Anche se l’esercito sovietico era cresciuto di numero notevolmente – da 1,9 milioni nel 1939 a 4,9 entro il 1 giugno 1941 – la sua prontezza al combattimento era in realtà in declino. I nuovi leader militari russi – il commissario della difesa SK Timoshenko e il capo di stato maggiore dell’esercito, GK Zhukov – erano pienamente consapevoli che l’esercito non era preparato per la guerra imminente, e fecero seri sforzi per invertire la tendenza, ma il compito si rivelò difficile e furono compiuti gravi errori nel processo. Per esempio, il piano di schieramento dell’Armata Rossa in tempo di guerra fu concluso, ovviamente, oltre il tempo necessario. Il piano subì almeno tre revisioni generali nel 1940-1941. Il primo fu attuato dallo spostamento di 300 km delle linee di difesa occidentale e nord-occidentale dell’Unione Sovietica, nel 1940, ma errori di calcolo di profondo carattere strategico furono compiuti nella nuova versione, in quel momento. L’alta vulnerabilità fu attribuita alla direzione sud-ovest – quella di un attacco contro l’Ucraina, mentre la storia alla fine ha dimostrato che la Germania si è concentrata sulla direttiva ovest, attraverso il quale ha attaccato la Bielorussia. La previsione sbagliata rimase in vigore quando il piano fu sottoposto a una revisione, nel  febbraio-aprile 1941.
Tuttavia, il piano deve essere accreditato della valutazione realistica della situazione generale. Dichiarava che l’Unione Sovietica doveva essere pronta a combattere delle guerre parallele in Occidente – contro la Germania, sostenuta da Italia, Ungheria, Romania e Finlandia – e a oriente – contro il Giappone.  Importante, l’esame non mostrava indicazioni che un attacco contro la Germania fosse, in nessuna forma, nell’agenda strategica sovietica.
Il piano subì una ultima grande revisione nel maggio-giugno 1941. La sua versione modificata, intitolata ‘Il concetto di schieramento strategico delle Forze dell’Unione Sovietica in caso di guerra con la Germania’ fu presentato a Stalin da Timoshenko e Zhukov, il 15 maggio 1941. Meglio conosciuto come memorandum Zhukov, fu esaminato in una riunione segreta convocata da Stalin il 24 maggio, dove fu riaffermata la previsione che l’attacco tedesco chiave sarebbe stato diretto verso l’Ucraina. Stalin ordinò di inviare forze aggiuntive nel distretto militare di Kiev, che in tal modo raccolse circa il 50% delle divisioni schierate in prossimità della frontiera occidentale dell’Unione Sovietica. Zhukov ammise, in seguito, che l’inesattezza della previsione ha avuto conseguenze disastrose nella prima fase della campagna di difesa sovietica.
L’idea che dal 22 giugno 1941 l’Unione Sovietica stesse per colpire la Germania, e che Berlino ha agito in risposta alla minaccia imminente può, come già detto, essere fatta risalire a Hitler e Goebbels. Brandendo tale reclamo, i criminali fascisti semplicemente negarono di essere responsabili dell’aggressione. I documenti segreti tedeschi mettono in luce il quadro reale. Hitler disse in via confidenziale, nel luglio 1940, in un incontro con i vertici della Germania, che i russi non volessero la guerra. Il progetto del Generalplan Ost del 5 agosto 1940, il primo documento che riflette l’intenzione di iniziare una guerra contro l’URSS, affermava che i russi avrebbero fatto un favore alla Germania se avessero attaccato per primi, ma Berlino doveva aspettare che le forze di terra della Russia fossero poste in difesa. Il 22 marzo 1941, tre mesi prima dell’inizio della aggressione contro l’URSS, il capo di stato maggiore dell’esercito tedesco, il generale Franz Halder, lasciò una nota nel suo diario, secondo cui non credeva che i russi avrebbero iniziato la guerra.
Alla vigilia della guerra, il 13 giugno 1941, l’intelligence militare tedesco, guidato da Franz Wilhelm Canaris, riferì che, come prima, i russi avrebbero dovuto essere in modalità difensiva. Le menzogne dei governanti tedeschi, che la loro guerra di rapina contro l’Unione Sovietica fosse preventiva, vennero esposte al Processo di Norimberga, nel 1945-1946. La sentenza del tribunale, sulla base di prove documentali e una serie di testimonianze, tra cui quella del feldmaresciallo tedesco F. Paulus, dichiarò che l’attacco della Germania contro l’URSS era un aggressione senza ombra di giustificazione legale.
In altre parole, sembra che ci sia la massima chiarezza sulla situazione, ma nel corso degli ultimi anni, la versione della storia prodotto da Hitler e Goebbels, secondo cui la leadership sovietica voleva attaccare in qualche modo la Germania, ha iniziato a ricorrere. Quanto sopra è stato dimostrato più e più volte: il governo sovietico stava cercando di evitare la guerra ad ogni costo, o almeno di avere la quantità massima di tempo per attuare una riforma dell’esercito, che doveva essere pronto ad affrontare l’aggressione al Paese.  E’ infatti sorprendente che, in questi giorni, gli oppositori della Russia invochino così audacemente i vili miti propagandati da Hitler e Goebbels.

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru