Gli investitori esteri si riversano in Russia

Mentre l’economia si rafforza la Russia supera l’India come primo Paese per gli investitori esteri e i fondi azionari
Alexander Mercouris, Russia Feed 8 ottobre 2017La crescente fiducia degli investitori nella Russia mentre l’inflazione storicamente elevata continua a diminuire, e l’economia supera la recessione, ha ricevuto una forte conferma con la notizia che per la prima volta la Russia ha superato l’India come opzione d’investimento preferito dagli investitori sui mercati emergenti. Questa conferma proviene dalla fonte più autorevole possibile, un articolo del Financial Times, negli ultimi anni fortemente critico verso la Russia. “La Russia ha superato l’India come prima posizione per i fondi azionari sui mercati emergenti. Nonostante l’imposizione di sanzioni sempre più severe a Mosca, i prezzi del petrolio ancora bassi e un’economia che ora esce da una grave recessione, ancora assalita da tassi d’interesse reali adattati all’inflazione del 5,2 per cento. Al contrario, l’India era da tempo preferita dagli investitori esteri che si leccavano i baffi alla prospettiva del Paese più popoloso del mondo che cresceva a un alto tasso, grazie allo zelo riformista del Primo ministro Narendra Modi. “La Russia è ora la maggiore opzione per i gestori dei mercati emergenti, per la prima volta dai record avutisi all’inizio del 2011, superando la lungamente preferita India”, dichiarava Steven Holden, fondatore della Copley Fund Research, che ha compilato i dati e confessato “sorpresa” per la nuova popolarità della Russia. Il fondo di investimenti ormai attribuisce alla Russia 1,46 punti percentuali, superando gli 1,4 punti percentuali dell’India, dove i gestori dei fondi avevano una esposizione media del 4,4 per cento all’inizio del 2015, secondo Copley, come mostrato nel primo grafico. I dati si basano sulle partecipazioni di 126 fondi con attività combinate per 300 miliardi di dollari. Di questi fondi, il 72,8 per cento oramai punta alla Russia, contro solo il 60 per cento per l’India…” L’articolo osserva correttamente che gli interessi degli investitori esteri in Russia partono da una base molto bassa e che la Russia ha superato l’India per via della recente perdita di attrattiva, mentre aumenta quella della Russia. Tuttavia, l’articolo chiarisce che l’aumento dell’interesse degli investitori per la Russia è determinata dai suoi fondamentali sempre più forti. “Il signor Jain, tea gli investitori dal grande fervore per la Russia, di cui è sorpreso essendo un “ultra ribassista da 15 anni”, è CIO della Vontobel Asset Management svizzera, che gestisce 32 miliardi di dollari. Ancora oggi il suo fondo GQG Partners Emerging Markets Equity ha un’esposizione del 10,2 per cento in Russia, più di tre volte l’indice. “Ero pubblicamente critico nell’investire in Russia. L’ho seguita per 25 anni e questo è il massimo che ho avuto”, ha detto. Nicholas Field, stratega EM di Schroders e co-direttore del fondo del gruppo Global Emerging Market Opportunities, è un altro convertito, con l’aumento dell’attribuzione del 14,2 per cento. “Molti dei titoli che si leggono sulla Russia riguardano geopolitica e relazioni con gli Stati Uniti e così via, ma quando si guarda all’economia si vedono alcune cose interessanti per gli investitori”, ha detto. La tesi di Jain è che le sanzioni imposte alla Russia da Stati Uniti e UE e la scivolata nei prezzi del petrolio, sono state utili agli investitori esteri perché hanno costretto le compagnie russe a ridurre i costi. L’India è molto costosa. È divenuta da molto economica a uno dei mercati più costosi. In particolare, le compagnie petrolifere russe furono costrette a sviluppare in proprio complesse tecnologie di trivellazione, aiutandosi a lungo termine, mentre alcune aziende agricole nazionali, come i caseifici, hanno beneficiato della riduzione della concorrenza estera con le contro-sanzioni russe alle importazioni alimentari europee. “Le sanzioni sono state positive per le aziende russe, costrette ad agire insieme, con un massiccio sforzo nel tagliare i costi”, secondo Jain. “A causa di questa riduzione dei costi, i profitti operativi sono superiori alle stime. Gli utili aziendali cominciano a recuperare dopo un lungo crollo. Vanno seguiti i profitti aziendali”. Vede anche positivi i travagli di Otkritie e B&N Bank, due banche private espunte dalla banca centrale e nazionalizzate nelle ultime settimane, dopo aver subito difficoltà finanziarie. Circa il 4,2 per cento del fondo Jain è investito nella Sberbank, la più grande banca della Russia. Ha detto: “L’industria bancaria ha visto un massiccio consolidamento. Ora tre banche controllano il 70% degli attivi”. Sberbank è assai ben gestita, con profitti per sei volte. Quante banche fanno il 20% del ROE (ritorno sul patrimonio) in piena recessione? La posizione che hanno avuto non sarebbe consentita in molti Paesi, e ora c’è una straordinaria crescita del credito e i NPL (prestiti non performanti) escono”. Nel complesso, vede spazio per l’ulteriore crescita del reddito, l’espansione dei margini e la riqualificazione del mercato, dato che Mosca attualmente ha un rapporto prezzo/profitto di solo 7,8 e un rendimento dei dividendi del 4,7 per cento”.
I lettori di RussiaFeed e The Duran avranno già familiarità con ciò. A titolo esemplificativo, ecco un articolo scritto per The Duran sui progressi della Russia nella tecnologia della trivellazione petrolifera (uno dei soggetti affrontati nell’articolo di Financial Times di Rajiv Jain), mentre il rapido avanzamento dell’agricoltura russa, in parte come conseguenza delle contro-sanzioni russe (un tema anche toccato da Rajiv Jain) è stato discusso su RussiaFeed qui. La crescente forza del sistema finanziario e bancario russo, storicamente tallone d’Achille dell’economia post-sovietica della Russia, è stata discussa molte volte (ad esempio qui e qui). Ciò che accade è che la comunità internazionale degli investimenti, e il Financial Times, finalmente comprende la verità. Dato l’enorme “rumore” negativo di cui soffre la Russia e la lunga ostilità del Financial Times, l’articolo sugli investitori internazionali che vanno in Russia non sorprende che alla fine sia piccato. “Il crescente interesse per la Russia non è dovuto presumibilmente alle prospettive economiche a lungo termine buone, ma alla ripresa della Russia dalla recessione. L’ottimismo del signor Field è alimentato dalla ripresa economica del Paese, che prevede di proseguire almeno fino alla metà del 2018. “La domanda è depressa, per cui il recupero dovrebbe continuare per un po’. L’inflazione è scesa al 3,3 per cento, abbastanza inaudita per la Russia. Nei prossimi 12-24 mesi c’è spazio per riduzioni dei tassi di interesse certamente stimolando l’economia. L’unica cosa che può sconvolgere è un’altra mossa importante sul prezzo del petrolio”, secondo Field. Tuttavia, non durerà a lungo. “Non pensiamo che la crescita strutturale sia a lungo termine molto elevata, così molti acquistano in Russia ora non perché ha 10 o 20 anni gloriosi davanti, ma perché recupera“. Sentiremo numerosi commenti nei prossimi mesi, poiché la crescita economica rinnovata della Russia è impossibile negarla anche da chi in precedenza disse non ci sarebbe mai stata. Tali commenti sono in realtà inutili. In che senso il recupero dell’economia dalla recessione sarebbe un motivo per dubitarne della futura crescita? Mettendo ciò da parte, l’articolo fornisce esempi abbondanti sui “motivi strutturali” per cui è probabile una forte crescita in futuro. Riprendendo le osservazioni nell’articolo di Rajiv Jain, “…Le compagnie petrolifere russe sono state costrette a sviluppare in proprio complesse tecnologie per la perforazione, aiutandole a lungo termine, mentre alcune aziende agricole nazionali, come i caseifici, hanno beneficiato della riduzione della concorrenza straniera con le contro-sanzioni russe ai prodotti alimentari europei importati. Le sanzioni sono state positive per le aziende russe, costrette ad agire insieme, con un massiccio sforzo per ridurre i costi”, secondo Jain. “A causa di questa riduzione dei costi, i profitti operativi sono superiori alle stime. Gli utili aziendali cominciano a recuperare dopo un lungo crollo. Vanno seguiti i profitti aziendali”. Vede anche positivi i travagli di Otkritie e B&N Bank, due banche private espunte dalla banca centrale e nazionalizzate nelle ultime settimane dopo aver subito difficoltà finanziarie. Circa il 4,2 per cento del fondo Jain è investito nella Sberbank, la più grande banca della Russia. Ha detto: “L’industria bancaria ha visto un massiccio consolidamento. Ora tre banche controllano il 70% degli attivi. “Sberbank è molto ben gestita, con profitti per sei volte. Quante banche fanno il 20% di ROE (ritorno sul patrimonio) in piena recessione? La posizione che hanno avuto non sarebbe consentita in molti Paesi, e ora c’è una straordinaria crescita del credito e i NPL (prestiti non performanti) escono”.”
Cosa significa riduzione dei costi, maggiore efficienza, sviluppo di nuovi prodotti e nuove tecnologie, elevati profitti operativi e (nel sistema bancario) consolidamento dell’industria se non la prova che l’economia affronta con successo i propri problemi strutturali, garantendosi così la crescita a lungo termine in futuro? Non c’è dubbio che c’è ancora molto da fare, ma perché continuare a fingere che nulla accade quando è tutto chiaro? Una delle discussioni perenni sui problemi dell’economia della Russia è che i suoi critici occidentali insistono ad averli in entrambi i sensi. Sono costretti a concedere che l’economia russa si adatta con successo alle dure condizioni economiche post-2014 in cui si trovava (bassi prezzi petroliferi e sanzioni occidentali) e ora recupera da una recessione che la maggior parte di loro pensava dirompente, ma allo stesso tempo si rifiutano di ammettere questo successo dell’economia russa, nelle stesse condizioni economiche, danneggiando profondamente le loro critiche, spesso anche apocalittiche. In realtà, l’economia che si adatta così rapidamente e con successo alle sfide che affrontava nel 2014 non può essere inefficiente, corrotta, mal gestita, ‘cleptocratica’ e sottovalutata come il ‘Zaire innevato’ immaginato dai critici occidentali. L’articolo del Financial Times dimostra che sempre più gestori di fondi, tra cui Rajiv Jain e Nicholas Field che avevano già acquistato in un quadro cupo, cominciano a vedere la verità.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Disperazione energetica e fallimento di Trump

Caleb Maupin, NEO 24.09.2017Nonostante i discorsi sulla Russia nel 2016 ed argomentazioni ed accuse al riguardo, la politica statunitense verso il Paese più grande della Terra permane. Ciò è dovuto al fatto che la politica è guidata dalla ricerca di Wall Street dei profitti, non da buoni o cattivi desideri dei singoli politici. Nelle elezioni del 2016, sembrava che una delle maggiori differenze tra Donald Trump e Hillary Clinton fosse la posizione sulla Russia. Trump disse “se possiamo andare avanti con la Russia, sarà è molto bello“. Hillary Clinton tentò di collegare Trump al Presidente Vladimir Putin, che definì “Grande padrino del nazionalismo globale“. Dalle elezioni, i dirigenti politici continuano ad allarmare sulla presunta “ingerenza russa” che avrebbe influenzato la votazione.

La guerra fredda soffia all’Assemblea Generale
Proprio come Barack Obama, le relazioni degli Stati Uniti con la Russia non sono migliorate dalla dipartita di Bush, con Trump che calca la mano anti-russa. Nel discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Donald Trump ha fatto del suo meglio nel rilanciare affermazioni nazionalistiche. Ha ripetuto l’amata frase “America First“. Oltre a un passaggio sull’Ucraina, non ha criticato direttamente la Russia, ma questa omissione era un trucco. Trump ha scelto diversi Paesi da criticare e minacciare. Se Trump fosse stato veramente preoccupato dei diritti umani e dell’esportazione del terrorismo, avrebbe criticato l’Arabia Saudita, come fece per le elezioni. Tuttavia, non l’ha criticata. Se Trump fosse stato preoccupato del caos creato dai narcos, avrebbe criticato il governo del Messico, come fece spesso nella campagna elettorale. Tuttavia, non disse niente. Da comandante degli Stati Uniti, non da politico che cerca voti, Trump attacca solo Paesi amici o alleati con la Russia. Trump fece false dichiarazioni sull’economia iraniana, ignorando i grandi successi della Repubblica Islamica e invocava la possibilità di rivedere l’accordo nucleare. Trump attaccava Cuba, ignorando i vasti miglioramenti nel Paese e la notevole reputazione nell’assistenza medica nel mondo. Trump attaccò il governo del Venezuela, accusandone delle difficoltà il governo socialista bolivariano e nient’altro. Da lì, Trump ha continuato a ripetere il cliché ideologico statunitense: “Il problema in Venezuela non è che il socialismo sia stato attuato male, ma che il socialismo è stato attuato fedelmente. Dall’Unione Sovietica a Cuba fino al Venezuela, ovunque sia stato adottato il vero socialismo o il comunismo, ha provocato angosce, devastazioni e fallimenti. Chi predica i principi di queste ideologie screditate contribuisce solo alla continua sofferenza delle persone che vivono in questi crudeli sistemi“. Per gli spettatori internazionali, ciò appare una dichiarazione strana per un discorso delle Nazioni Unite. Non per nulla, pause sparse e tentativi di farsi applaudire illustravano l’ignoranza di Trump della politica internazionale. Dopo tutto, il vago concetto di “socialismo” è l’ideologia dichiarata del Partito laburista inglese, nonché da numerosi governi socialdemocratici in Europa, Africa e altrove vicini agli Stati Uniti e che non hanno alterato il capitalismo. Tuttavia, per milioni di statunitensi che guardano Trump alla CNN, il discorso ha suscitato l’immagine di un Paese in particolare. Quando Trump cominciò a parlare di “ideologie screditate” e di “vero socialismo o comunismo”, l’immagine richiamata negli USA, nonostante il crollo dell’URSS, era un ufficiale russo in colbacco che abbaiava ordini con greve accento. Lanciandosi in fraseologie da guerra fredda accanto alla frase “America First“, Donald Trump invitava gli statunitensi a ricordarsi il discorso sull'”impero del male” di Ronald Reagan. Non menzionava direttamente il governo della Russia, e non badava ai suoi scopi internazionali. A coloro che hanno visto il discorso negli Stati Uniti, Trump, in effetti, riportava gli statunitensi a 40 anni prima, con slogan “Abbasso i russi! Abbasso i russi!

La politica estera statunitense non è cambiata, ecco perché
Il professore di Harvard, Dr. Marshall Goldman, avrebbe detto “è comprensibile perché il popolo russo consideri Vladimir Putin suo salvatore“. Il successo della leadership di Putin in Russia e la base del fanatismo russofobo di USA ed alleati della NATO poggia su due entità: Gazprom e Rosneft. Da studente di dottorato, Vladimir Putin scrisse sul concetto di “campioni nazionali” o aziende che lavorerebbero non solo per i propri profitti, ma a beneficio del Paese. Scrisse: “il processo di ristrutturazione dell’economia nazionale deve avere l’obiettivo di creare società più efficaci e competitive sul mercato nazionale e mondiale“. Mentre andò al potere alla fine del XX secolo, Putin adottò una rapida riforma economica, imponendo la flat tax del 13%, e soprattutto cominciando a costituire due società statali che divenissero centrali nell’economia. Nel 2006, Gazprom, un’impresa controllata dal governo russo, aveva il monopolio sull’esportazione del gas naturale del Paese. British Petroleum, tra gli altri enti controllati dall’estero o da oligarchie, fu espulsa dagli affari. Nel 2011 Gazprom controllava il 17% della produzione di gas naturale del mondo e il 18,4% delle riserve di gas naturale mondiali. Mentre Gazprom fornisce gas alla Russia ad un tasso ridotto stimolando l’economia nazionale, esporta gas in 25 Paesi. Circa il 60% delle entrate di Gazprom proviene dai mercati esteri. Il 38% del gas naturale dell’Unione europea è ora importato dalla Russia. Perché Wall Street odia Gazprom? La ragione è semplice. Ogni oncia di gas naturale che Francia, Italia, Germania, Repubblica Ceca, Turchia, Austria, Romania, Bosnia-Erzegovina, Polonia, Bulgaria, Finlandia, Macedonia, Lettonia e Lituania acquistano dalla Russia è un’oncia di gas naturale che non viene acquistato negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Questo ente statale e produttivo crea entrate per Putin tagliandogli mercato e profitti. Gazprom è stato utilissimo per il popolo russo, che ha visto espandere notevolmente la propria economia, ma è stato dannoso per i miliardari di Stati Uniti e Gran Bretagna. Anche Rosneft, la compagnia petrolifera controllata dallo Stato, si è allargata. È la 51.ma azienda del mondo dal 2016. Rosneft vende petrolio in tutto il pianeta, non solo in Europa, ma anche in India. British Petroleum e altre corporazioni occidentali sono state costrette a collaborare con Rosneft e a vederla esplorare il fondale artico per l’estrazione di petrolio e gas naturale. La Cina ha continuato a crescere rapidamente negli ultimi decenni e ha bisogno di importare più combustibile per alimentare il crescente apparato produttivo. La Russia fornisce quantità crescenti di petrolio e gas naturale. Nel 2014, Gazprom accettò di fornire alla Cina ogni anno 38 miliardi di metri cubi di gas naturale. Nel 2019, il gasdotto Power of Siberia, in fase di costruzione, inizierà a fornire gas naturale alla Repubblica popolare cinese.Disperazione energetica, non “dominio energetico”
Le sanzioni statunitensi adottate contro la Russia il 2 agosto hanno specificamente preso di mira il progetto Nordstream 2, la costruzione di un nuovo gasdotto con cui la Russia aumenterà le esportazioni nei mercati europei. Mentre si preparavano a votare le sanzioni, i legislatori statunitensi cinguettavano cinicamente di “diritti umani”, “Ucraina” e “omosessualità”. Tuttavia, la lingua usata e gli enti che le sanzioni avrebbero dovuto colpire indicano direttamente le vere motivazioni dell’attacco economico. Il relatore Tim Ryan dell’Ohio dichiarava, alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, senza alcuna vergogna o imbarazzo: “Dobbiamo continuare a concentrarci su come vendere il nostro gas agli alleati in Europa”. La traduzione evidente delle sue parole è “gli europei dovranno acquistare gas naturale dalle società statunitensi, non dai russi“. Mentre varie figure della NATO e dell’Unione europea hanno ceduto alla pressione di USA e Gran Bretagna, e si sono detti contrari al Nordstream 2, la Germania no. La Germania ha votato nettamente per il progetto, poiché l’importazione di gas naturale dalla Russia è molto più conveniente che dal Nord America, in un altro continente oltreoceano. Non dovrebbe sorprendere che i funzionari tedeschi fossero furiosi per le nuove sanzioni statunitensi imposte alla Russia. Le politiche dall’amministrazione Trump guardano allo sfruttamento di petrolio e gas naturale con ottimismo. La frase usata è “dominio energetico”. In realtà, si dovrebbe parlare di “disperazione energetica”. Gli Stati Uniti erano una volta dipendenti da Paesi come Arabia Saudita, Venezuela e Nigeria per il petrolio. Nel 1974, il Congresso USA vietò l’esportazione di petrolio in qualsiasi Paese, tranne il Canada, nel boicottaggio dell’OPEC. Ma ciò fu tutto. L’invenzione dell’estrazione idraulica, in cui petrolio e gas naturale possono essere estratti dallo scisto nel sottosuolo statunitense, ha reso gli USA “indipendenti nell’energia”, e con una produzione di petrolio e gas naturale a livelli record, il divieto dell’esportazione è stato rimosso. Gli Stati Uniti non sono più dipendenti dalle importazioni di energia e il prezzo del petrolio e del gas naturale è diminuito. I produttori statunitensi di petrolio e gas naturale hanno più da vendere che mai e quindi hanno disperatamente bisogno di clienti se vogliono mantenere i profitti. La natura “libera del mercato” disorganizzato della produzione petrolifera ha spinto il mercato statunitense ad essere estremamente inefficiente. Le grandi quattro “super”-compagnie petrolifere competono per esempio con piccole imprese come Devon Energy e Haliburton, tra le altre, in un’irrazionale caccia al profitto. Nonostante l’abbondanza nazionale, gli USA continuano ad importare petrolio da Medio Oriente, Africa e America Latina, mentre ne esportano. Donald Trump non è più responsabile solo dei suoi traffici. È il “capo dello Stato” del Paese. Pressione gli viene posta da forze di tutti i settori dell’economia statunitense. Gas e petrolio vanno venduti e vanno trovati nuovi clienti. Mentre Trump potrebbe avere favorito migliori rapporti con la Russia per ragioni politiche, l’economia statunitense urla con “disperazione energetica”. Wall Street vuole profitti, e ciò significa cacciare la Russia dal mercato. Quindi, nessuno si sorprenda vedendo Trump prendere il podio alle Nazioni Unite e condannare numerosi alleati della Russia, suscitando immagini russofobe da guerra fredda nella psiche statunitense. Non sorprenda che molti Paesi attaccati da Trump siano esportatori di petrolio. Il Venezuela è un concorrente dei magnati petroliferi di Wall Street, così come l’Iran. Va notato che Sadam Husayn e Muamar Qadafi guidavano compagnie petrolifere statali in concorrenza con le supermajor occidentali.

La retorica del mercato libero rifiutata dalla storia
La realtà ironica è che quando Trump ha fatto le sue rampogne anti-comuniste, la prova che fossero dichiarazioni false si trovano nella loro motivazione. Negli anni ’90 la Russia abbracciò il liberismo avanzato da FMI, Banca mondiale e Jeffrey Sachs, economista dell’Università della Colombia. Il risultato fu caos e povertà con Boris Yeltsin, l’amato amico di Bill Clinton. Il ripristino della forza economica della Russia è il risultato della proprietà statale e della pianificazione centrale. La Russia si è allontanata dalla povertà e dal caos con lo sviluppo pianificato di Putin dei “campioni nazionali” sotto controllo statale come entità centrali. Mentre le ciance da guerra fredda di Trump erano ovviamente destinate ad evocare sentimenti negativi sulla Russia, un’altra entità presente era la Cina. La Cina è guidata da un Partito Comunista e la sua economia centralizzata e controllata dallo Stato l’ha resa la seconda economia del mondo. La Cina ha cessato d’essere il malato dell’Asia per essere al centro del progresso e dello sviluppo economico. Solo pochi giorni dopo che Trump spiegò al mondo che socialismo e comunismo falliscono sempre, il treno più veloce del mondo, che collega Pechino e Shanghai, è stato inaugurato. Questo “treno-proiettile” è stato creato da un’ente statale, la Chinese Railway Corporation, secondo un “Piano quinquennale”. Si può immaginare una più definitiva confutazione dell’anticomunismo ciarlatano di Trump? All’Assemblea Generale la Cina annunciò che il prossimo Congresso Nazionale del Partito Comunista del 18 ottobre sarà un “momento chiave nello sviluppo del socialismo con caratteristiche cinesi”. Il fatto che i media statunitensi come la CNN abbiano elogiato Trump per il suo discorso da guerra fredda, e si siano concentrati solo sui commenti sul “Rocket Man” della Corea democratica, dimostra che Trump è stato messo in riga. Come capo del governo degli Stati Uniti, Trump fa il suo lavoro cercando di assicurare profitti all’élite miliardaria degli Stati Uniti, come quasi tutti gli altri presidenti. Questo è più difficile, perché nonostante la mitologia nel discorso di Trump, è il capitalismo, in particolare quello neoliberista statunitense, che fallisce.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il discorso di Trump era tutto sul dollaro

Tom Luongo, 20 settembre 2017C’era poco di accettabile nel discorso all’ONU di Donald Trump. Una tiritera di mezze verità, omissioni e menzogne spuntando tutte le caselle pro-USA, piazzando un teatrino e facendo sapere a tutti che il nuovo sceriffo segue le stesse regole di sempre.
Ho parlato con un amico del discorso all’ONU di Donald Trump e mi ha ricordato che la politica internazionale segue i principi della mutua aggressione nella necessità di garantirsi le risorse. Sembra triste ricordarlo a tutti, ma è anche importante data l’intensità del rumore politico di ogni giorno. Il discorso di Trump annunciava a Russia, Cina e Iran che gli Stati Uniti non saranno gentili in questa buonanotte. Che la nostra leadership userà tutto ciò che ha disposizione per mantenere posizione e leva sulla corsa globale ai minerali, metalli ed idrocarburi che alimenteranno l’economia mondiale nei prossimi cento anni. Questo è ciò che che fa ribollire il vociante Trump. Non meno di Obama o Bush il minore. Il Presidente Vladimir Putin lo sa. I presidenti cambiano ma la politica no, come dice. Perché, quando si è spinti, nessuno al potere crede per un secondo che il commercio sia questione di accordi mutualmente vantaggiosi. Quando si è spinti, si prendono i giacimenti di petrolio/minerari e lo s’impedisce agli altri. Inserire i baffi di Sam Elliott e il frappè al contenuto del tuo cuore. Questa è la mentalità di chi frequenta i corridoi del potere. Tutte le chiacchiere su minacce esistenziali e difesa degli alleati sono semplicemente il codice delle tipica visione coloniale occidentale su gestione e negazione delle risorse. Il resto è fuffa.
Gli Stati Uniti sono giustamente minacciati dal potere crescente dell’alleanza russo-cino-iraniana che si volge rapidamente ad integrare l’economia eurasiatica, Corea democratica compresa, facendo dei nemici politici attuali degli alleati economici. Putin ha già preso la Turchia. La Corea del Sud è all’ordine del giorno con l’iniziativa Fascia e Via? Si corre per impedire a Corea democratica e Iran la reciproca esternalizzazione dei programmi nucleari prima che il cambio di regime da parte degli Stati Uniti sia fuori questione. Non permetteremo una Corea democratica nucleare. L’abbiamo detto per quindici anni. E non ci s’inganni, Trump ha detto a piena bocca che si tratta di cambiare regime. Finché sei un regime approvato dagli Stati Uniti, non si è soggetti alla nostra ira. Com’è diverso da qualsiasi presidente statunitense degli ultimi venti anni? In cosa? Trump più enfant terrible dei presidenti passati? Quindi aggravando le minacce più di prima?

Il tallone d’Achille del dollaro
No. È solo il turno di Trump di attuare l’ultimo round della ‘diplomazia del dollaro’ col mirino del Pentagono. Guardate, non ‘è una coincidenza che il giorno prima che la Federal Reserve annunciasse l’abbandono del suo decennale esperimento coi QE, Trump andasse all’ONU per annunciare che “siamo tutti neocon”. Niente. Zero. Vi dissi il mese scorso che fece un accordo con loro per 1) rimanere al potere e 2) far passare parte della sua agenda a un congresso ostile. Questo è il culmine dell’accordo. Gli Stati Uniti hanno appena dichiarato la guerra finanziaria e militare a tutti coloro che cercheranno di sfidarne o ignorarne il dominio. Dopo nove mesi di pessimismo sui mercati, il dollaro sarà ai minimi nelle prossime settimane e avrà una svolta. La FED si riprende ciò che ha dato al mondo. Ci sono trilioni di nuovi dollari negli emergenti mercati del debito che aspettano di essere schiacciati da tassi d’interesse più alti, ristretta liquidità del dollaro e panico nella politica europea. Questa è la politica, gente. Questo era da sempre il piano. La Russia annunciava poco prima del discorso di Trump che i suoi porti non accetteranno più il dollaro per le transazioni commerciali. Putin ha appena escluso il maggiore esportatore di petrolio e gas dal dollaro. Questa è guerra. Concordo con Martin Armstrong, il volume degli scambi mondiali non si confronta con il volume dei capitali finanziari sui mercati valutari e obbligazionari.

La piramide degli strumenti finanziari di Exter
Penso anche che abbiamo raggiunto il picco di quel rapporto. Russia e Cina mollano il dollaro ma non importa finché non ci sarà il crollo del valore del debito che gonfia i prezzi di ogni bene. In breve, la Piramide di Exter prima o poi crollerà. Ciò significa che il debito denominato in dollari esploderà e/o sarà messo da parte, e il dollaro non sarà la valuta commerciale dominante in futuro, come lo è oggi. Tale quota di mercato non sarà mai più recuperata. Ma ciò non accadrà domani o l’anno prossimo, è accaduto ieri, segnando l’inizio della nuova politica. Trump s’è inginocchiato, baciando anelli e imbellettando il più grosso alligatore della palude. E il mondo ora ha l’ordine di marcia.

L’obiettivo del dollaro
Il deflagrare della nuova guerra finanziaria del dollaro sarà l’ultima che la FED potrà fare. Si pensi alla crisi asiatica del 1997 o al crollo di Lehman Brothers nel 2008. Fu la stessa cosa, sottraendo liquidità al dollaro per distruggere le economie di mercato emergenti, ubriache di debiti a basso interesse. Ma il problema questa volta è che abbiamo zero-bound da un decennio. Abbiamo consumato la nostra borghesia e mandato in bancarotta i nostri sistemi pensionistici. Alcuna riforma fiscale può cambiare ciò. E siamo seri, non c’è voglia a Washington di ridurre di un dollaro la spesa. Il sistema bancario è infinitamente più fragile di quanto lo fosse nel 2008, nonostante le proteste della banca centrale. Quindi, la coppia Trump-Yellen inizierà la prossima grande ondata di dollari USA. L’euro sarà schiantato insieme all’oro. Sì, la curva dei rendimenti si appiattirà leggermente, ma che importa. Si avranno tassi più alti propagando onde d’urto nel mondo che non avranno niente a che fare con le bombe della Corea democratica, i terremoti in Messico o le ciabattate diplomatiche all’ONU. Sarà come sempre, il denaro e la capacità valutarie del Paese che controlla quelle degli altri mantenendo una presa di ferro sui prezzi di petrolio e gas. Questo è ciò che Trump diceva nel suo discorso. Russia e Cina hanno ascoltato, ma hanno già sentito tale discorso. Non ci si aspetti che nulla cambi, tutto farà veramente paura d’ora in poi.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Petroyuan: nuovo sistema monetario multipolare e difesa anti-sanzioni

AVN, 17 settembre 2017Le sanzioni economiche imposte dal governo degli Stati Uniti hanno spinto il Venezuela a implementare un nuovo sistema di pagamento internazionale, con l’idea di aprirsi al mercato multipolare e limitare il blocco economico dal Nord America. Il 7 settembre il Presidente della Repubblica Nicolás Maduro annunciava il nuovo piano “per liberarci dal dollaro”, utilizzando “valute di conversione libera, come yuan, euro, yen, rupia e valute internazionali, abbandonando il laccio del dollaro valuta oppressiva”, come affermava al Parlamento Federale, presentando il suo Piano Economico per la Pace all’Assemblea Nazionale Costituente (ANC). La prima azione s’è riflessa sul prezzo del greggio venezuelano, che per la prima volta veniva prezzato in yuan dal Ministero del Petrolio, pari a 306,26 yuan per barile, cioè 46,75 dollari. Inoltre, alcuni giorni prima il Vicepresidente della Repubblica Tariq al-Aysami informava che il Venezuela firmerà “il primo accordo commerciale in yuan per la vendita di petrolio alla Cina“. Venivano inoltre effettuate rettifiche per l’avvio delle operazioni con un paniere di valute del sistema di cambio dalla variazione complementare svincolata del mercato (Dicom), schema del Governo Nazionale che consente le operazioni di cambio valutario a società e persone fisiche ad un prezzo deciso dal mercato, fulcro del controllo dei cambi.

Russia e Cina: i pionieri
Con queste azioni, il Venezuela entra nel progetto già avanzato da Russia e Cina. L’economista messicano Ariel Noyola Rodríguez osservava in un articolo pubblicato da Actualidad RT nel maggio 2016, che “Mosca e Pechino commerciano petrolio con un canale di transizione volto verso il sistema monetario multipolare, cioè non basato solo sul dollaro ma su diverse valute e soprattutto che riflette i rapporti di forza dell’attuale ordine mondiale“. Un’azione decisa appunto dalle sanzioni economiche imposte nel 2015 da Washington e Bruxelles che, secondo l’analista, “incoraggiano i russi ad eliminare dollaro ed euro dalle transazioni commerciali e finanziarie, o altrimenti sarebbero stati esposti al sabotaggio nelle operazioni di vendita coi principali partner“. Quindi, da metà 2015, “gli idrocarburi che la Cina acquista dalla Russia vengono pagati in yuan e non in dollari“, permettendo di neutralizzare il blocco imposto a Mosca dalla crisi in Ucraina. “Vengono poste le fondamenta di un nuovo ordine finanziario basato sul petroyuan: la moneta cinese si prepara a diventare il fulcro del commercio Asia-Pacifico con le maggiori potenze petrolifere“, sottolinea Noyola Rodríguez nel testo: Il ‘petroyuan’ è la grande scommessa di Russia e Cina. L’analista prevede che in futuro l’OPEC adotterà questo modello di marketing petrolifero, una volta che Pechino lo richiederà e sottolinea che altre nazioni seguono questa premessa perché, “hanno capito che per costruire un sistema monetario equilibrato, la de-dollarizzazione dell’economia mondiale è una priorità“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Un accordo ha appena cambiato il quadro energetico globale

La Rosneft fa acquisizioni in India e la Cina entra in Rosneft con un’interessante partnership a tre vie
Dave Forest, Russia Insider 19/9/2017

Uno dei più grandi eventi sull’energia quest’anno è la Rosneft che acquista l’Essar Oil indiana, dando alla società russa l’aggancio a uno dei più grandi mercati petroliferi e gasiferi emergenti del mondo. E questa settimana la storia è diventata più complessa. Con Rosneft che stipula un altro grande accordo, interessando un altro peso massimo nell’energia, la Cina. Rosneft ha annunciato la vendita di una quota significativa del proprio patrimonio a investitori cinesi. In questo caso, la piccola società di esplorazione e produzione CEFC China Energy. Anche se pochi investitori la conoscono, la CEFC porta un importante capitale nell’accordo, accettando di versare 9 miliardi di dollari per acquisire il 14,16% della Rosneft. L’accordo è storico essendo il primo grande acquisto della Cina nell’industria energetica russa (anche se le imprese cinesi finanziano progetti di esportazione di LNG nell’Artico russo), dimostrando la forza dei legami sempre più stretti tra Russia e Cina nell’ambito energetico. Rosneft e CEFC sono al centro di questi rapporti crescenti. Con le due società che hanno firmato un accordo nel settembre scorso, per l’approvvigionamento a lungo termine di greggio russo per la Cina. L’acquisto delle azioni di questa settimana consolida ulteriormente i rapporti commerciali, e dimostra che la Cina vede la Russia come alleato cruciale nel gioco sull’energia. Ma vi sono implicazioni che vanno oltre. Con la Cina ora ha un accesso ai mercati dell’India, attraverso le aziende da Rosneft recentemente acquisite nel Paese. Questo è uno sviluppo cruciale nel quadro energetico mondiale. Dato che le aziende cinesi non hanno direttamente accesso all’India, nonostante la nazione sia uno dei più importanti soggetti emergenti sul piano energetico. La proprietà della Rosneft potrebbe cambiare ciò e potrebbe aprire opportunità in altre parti del mondo, dato che Rosneft attualmente opera dall’Egitto al Brasile al Venezuela.
Una nota intrigante della storia: CEFC acquista la quota di Rosneft da Glencore e dal fondo sovrano del Qatar, che l’avrebbe acquistato solo nove mesi prima per 12 miliardi di dollari. Ciò significa che questi titolari si accollano una perdita del 25% nella vendita, a meno di un anno dall’acquisto. Ma nel frattempo, Glencore ha stipulato un accordo lucroso scambiando il greggio russo della Rosneft, probabilmente per compensare le perdite con la Rosneft e qualcos’altro. Tutto ciò mostra la complessità di questa rapida evoluzione del mondo dell’energia. Osservando altri accordi energetici di Cina e Russia e l’influenza emergente di queste due superpotenze energetiche in altri mercati chiave, come l’India.

L’accordo Rosneft-Cina risponde a molte domande
Tom Luongo Seeking Alpha 13.09.2017Glencore e l’Autorità per gli investimenti del Qatar vendono la quota della Rosneft, azienda petrolifera russa, a una piccola società cinese, CEFC China Energy Co., per 9 miliardi di dollari. Questo accordo pone molte domande ma risponde anche ad altre. La joint venture tra QIA e Glencore si dividerà la maggior parte della quota di Rosneft con Glencore che mantiene lo 0,5% e QIA il 4,7%. CEFC ottiene il rimanente 14,6% dal gigante petrolifero russo. Inoltre, Glencore conserva l’accordo per 220000 barili al giorno dalla Rosneft. I termini dell’operazione sono stati erroneamente segnalati da Zerohedge con QIA e Glencore che acquistano il 25% della quota con l’accordo stipulato a dicembre. Ma l’accordo da 12 miliardi di dollari è ancora in vigore, con la CEFC che acquista il 75% della quota per 9 miliardi di dollari.

Domande sul Qatar
Quindi, la domanda è perché il QIA vende la quota della Rosneft ora? Il collaboratore della Fellow SA Craig Pirro lo studia da ciò che esce dalla Russia, ritenendolo solo una mossa di Putin. Non sono del tutto in disaccordo, ma Pirro non considera i massicci cambiamenti geopolitici negli ultimi dieci mesi dall’accordo originale. In primo luogo, tali accordi sono sempre motivati dal punto di vista geopolitico. Tutto ciò che coinvolge Qatar, Russia e petrolio è prima e soprattutto geopolitica e non politica del profitto/perdita. Il Qatar acquistò Rosneft come passo per far firmare ai russi la riduzione della produzione OPEC incrementata con forza dai sauditi. Inoltre, il Qatar doveva convincere Putin che non finanziava più i gruppi di al-Qaida che combattono il governo di Assad a Idlib. Dopo che l’accordo fu annunciato, la resistenza nella Siria nordoccidentale cominciò a sbriciolarsi, e il Qatar deve trovare amici più grossi prima di finire appeso da qualche parte. L’Arabia Saudita non ha potuto convincere Putin ad accettare le riduzioni perché non aveva nulla da dare alla Russia. Si ricordi che il rublo ora galleggia liberamente, mentre il riyal saudita no, poiché i sauditi sono in crisi finanziaria e politica mentre i russi escono da una recessione che li avrebbe paralizzati se non avessero svincolato il rublo nel novembre 2014. Quindi, il Qatar entrò a mediare l’accordo, come riportato da Bloomberg e Financial Times lo scorso anno, dando a Putin ciò che voleva per firmare il taglio della produzione. Rosneft ottiene molta liquidità, il Qatar guadagna un alleato nella Russia, il prezzo del petrolio si stabilizza e Glencore ottiene un buon accordo sul petrolio russo. Vincono tutti. Arrivando ad oggi, col Qatar che subisce la forte pressione dei sauditi che ne bloccano le attività, gli Stati Uniti che impongono rigorose sanzioni alle banche europee che fanno affari con l’industria energetica russa e la Cina presa di mira dall’amministrazione Trump su più fronti. Quindi, mentre l’economia di questo accordo sul prezzo corrente delle azioni della Rosneft non ha molto senso, come ha sottolineato Pirro, c’è molto più in gioco, per chi ne è interessato, di qualche centinaio di milioni di azioni di un arbitrato che potrebbe cambiare in pochi giorni.

Risposte dalla Cina
La Cina entra qui per salvare non solo BancaIntesa, la banca italiana che ha provveduto a far fluire gran parte del finanziamento per l’accordo, ma anche il Qatar che ottiene una grande infusione di liquidità in dollari assai necessari. La Russia s’integra ulteriormente nel sistema di negoziazione petrolifera della Cina di Shanghai, tra cui i molto discussi contratti futures convertibili in oro (GLD). Ciò scansa l’accordo dalle nuove sanzioni statunitensi. Infatti, compie un perno perfetto da tali sanzioni. Si ricordi che il segretario al Tesoro Steve Mnuchin ha apertamente minacciato, di nuovo, le banche cinesi di espulsione dal sistema SWIFT. Era per la Corea democratica, ma intimamente collegato all’acquisto di petrolio dei cinesi. Tale minaccia è credibile contro le banche del Qatar. Russia e Stati Uniti hanno già scambi così esigui in dollari da essere irrilevanti sul grande piano delle cose. La Russia già sostituisce Visa con il proprio sistema di pagamento interno denominato Mir. La Cina ha già UnionPay. Ma tale minaccia non è semplicemente credibile contro la Cina, il più grande partner commerciale degli Stati Uniti. Sarebbe un atto di autodistruzione dei mercati globali dei capitali. Inoltre, testerebbe il sistema di pagamento interbancario cinese (CIPS) sulla capacità di gestire il finanziamento del commercio della Cina. CIPS è conforme al protocollo SWIFT. Questo accordo consolida ancor più Cina e Russia quali alleati strategici, sempre più vicini e più importanti ad ogni tentativo di punirle per perseguire ciò che ritengono loro interesse nazionale. Inoltre, sottolinea l’impegno della Cina con il Qatar. La Cina è un suo importante partner commerciale. E questo accordo è una dichiarazione importante ai sauditi che la Cina è disposta a correre in difesa di un suo importante fornitore di energia e di dettare i termini. A un certo punto, la Cina smetterà di offrire dollari per il petrolio dell’Arabia Saudita. Compiendo ogni mossa per garantirsi di pagare le fonti in yuan, il cambio col dollaro saudita s’indebolisce. Rosneft su questo accordo è neutrale. È semplicemente un mezzo per le grandi manovre geopolitiche. Per il Qatar è un passo positivo, visto l’ovvio scambio con l’investimento originale di dicembre, per comprarsi alcuni mesi per resistere alla pressione economica saudita, prima di decidere di far fluttuare la propria moneta. Per la Cina, l’accordo è una vittoria netta perché assicura un flusso maggiore di petrolio russo nei propri mercati petroliferi, continuando a consolidare fiducia tra gli investitori e nel tempo. E questa è veramente la vittoria definitiva per tutti loro.Traduzione di Alessandro Lattanzio