Washington corre a vendere le sue armi ormai obsolete

Martin Berger New Eastern Outlook 13.03.2018

“Attenzione! Svendita Armi Obsolete statunitensi!”, annunci simili potrebbero presto apparire in quasi tutte le prime pagine dei principali siti di produttori di armi e degli innumerevoli media degli Stati Uniti che elogiarono la potenza di tali armi nel tentativo di venderle al mondo: alleati della NATO, terroristi che operano in Siria, Iraq, Afghanistan, Ucraina e in ogni altro angolo remoto di questo pianeta. Il piano di Washington di dettare la volontà al resto del mondo attraverso l’aggressione continua si è fermata bruscamente dopo il recente discorso del Presidente Vladimir Putin all’Assemblea federale della Federazione russa. Nonostante ciò, il sottosegretario per la politica alla Difesa USA John Charles Rood annunciava che le rivelazioni di Putin sui nuovi armamenti strategici sviluppati e testati in Russia non erano una sorpresa per Washington, anche se tali dichiarazioni sono difficili da credere. L’anno scorso, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunciò di avere il più grande pulsante nucleare del mondo, ma dopo l’annuncio di Putin, Trump potrebbe rivedere tale affermazione. La Russia ha presentato una nuova serie di armi nucleari avanzate, come notato da numerose fonti tedesche. Ecco perché Washington si è affretta a vendere le proprie armi obsolete ed inutili, mentre può ancora convincere alcuni acquirenti. Mentre Mosca ha scelto di rivedere la posizione sulla vendita di armi avanzate come il sistema di difesa aerea S-400, Washington è sempre più disperata. Come rileva il notiziario iracheno Shafaq, oltre alla Turchia, a fine febbraio l’Iraq annunciava l’intenzione di acquistare un certo numero di sistemi di difesa aerea S-400. Mentre l’Egitto è nelle ultime fasi dei negoziati per l’acquisto di armi russe, l’Arabia Saudita ha anche quasi concluso un accordo per i sistemi S-400. Ciò che è ancor più curioso è che se il Presidente Putin decidesse di vendere armi ipersoniche, allora Washington non potrà usare la sua “schiacciante potenza militare” per abbattere anche gli Stati più piccoli. Al contrario, non sarà la prima volta che Washington si ritrova a vendere armi obsolete, facendo finta che siano di qualche utilità per chi le acquista.
Nel 2001, in risposta a una richiesta formale del governo di Taiwan d’acquisto di moderne armi statunitensi, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush decise di venderne di obsolete, come i cacciatorpediniere classe Kidd dismessi, diversi aerei antisom obsoleti insieme a un mucchio di altre apparecchiature chiaramente vecchie. Ci sono anche i fucili M-14 leggermente modernizzati che Washington vendette alla Lituania dal 1999. Quest’arma era in servizio nelle Forze Armate degli USA dal 1959 al 1970. Nel 2014, tutti gli M-14 esistenti furono consegnati al Fondo Armeria, che vendette le vecchie scorte trasformando la Lituania in un immenso museo militare. Si può anche ricordare come alcuni funzionari statunitensi corrotti abbiano iniziato a vendere all’Ucraina ed altri Paesi clienti lanciagranate RPG-7 di fabbricazione sovietica, alcuni dei quali vecchi di cinquantanni. L’ironia qui è che il processo di liquidazione di armi vecchie di mezzo secolo con decorazioni in plastica viene descritta come “messa a punto” dai funzionari statunitensi, che vendono materiale obsoleto agli alleati, esprimendo la crisi dell’industria della Difesa USA. Finora, tale processo non fu formalizzato in quanto interessa varie gare e contratti riflessi dal mercato libero. Tuttavia, oggi ci occupiamo delle pressioni dirette agli Stati-cliente da numerosi rappresentanti di spicco degli Stati Uniti. Tale passo non cambia molto il grande piano delle cose, poiché finora la maggior parte del mondo mantiene l’industria della difesa statunitense. Un chiaro esempio è l’aereo da combattimento F-16 o i missili Patriot fabbricati negli Stati Uniti, per cui la Polonia è pronta a spendere miliardi insieme ai Paesi baltici. Sfortunatamente, gran parte della NATO dovrà percorrere la stessa strada della Polonia. Allo stesso tempo, non va dimenticato che i missili Patriot sono armi non più utilizzate dagli stessi statunitensi, ma sono altamente redditizie per i produttori di armi statunitensi che continuano a vendere il sistema obsoleto alle nazioni più povere.
La propaganda anti-russa occidentale mira a creare l’impressione che la Russia rappresenti una minaccia imminente per la NATO, una scusa per l’acquisto di armi statunitensi. Il presidente Trump ha chiesto che almeno il 2% del PIL di ciascun membro della NATO sia assegnato alle armi, armi che sarebbero certamente “Made in USA”. Oggi, gli Stati Uniti esportano armi attraverso tre canali: governo, Pentagono ed industrie sotto il controllo del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, e varie società che hanno chiesto di liberarsi delle loro armi obsolete. È risaputo che gli acquirenti di armi russe subiscono forti pressioni dagli Stati Uniti. Washington chiede regolarmente che queste nazioni pongano fine alla cooperazione con Mosca. Ci sono molti conflitti e guerre nel mondo e molti acquirenti tradizionali dei russi possono trovarvisi in mezzo. Inoltre, la Russia ha mostrato la potenza delle proprie armi in Siria. Tuttavia, non ha provocato tali conflitti per esportarle. Ad esempio, l’Iraq nel 2015 è diventato il secondo cliente di armi russe dopo l’India. Lo shock provocato dall’assalto alla Libia guidato dagli Stati Uniti, che comprendeva i membri europei della NATO, contribuì all’acquisto di armi russe di nazioni come l’Algeria. Gran parte delle armi di fabbricazione statunitense vengono acquistate dalle monarchie del Golfo Persico in cambio della sicurezza da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Ma così stanno solo ringraziano i funzionari occidentali, ma li corrompono. Come ha dimostrato la campagna siriana, la Russia è altrettanto competitiva nel fornire garanzie di sicurezza. Finora Arabia Saudita e Qatar non sono riusciti a percepire la Russia in tale veste, quindi non acquistano praticamente nulla dalla Russia. Tuttavia i tempi cambiano.
Le armi russe sono solitamente acquistate da quei Paesi che perseguono una politica di difesa indipendente da Washington. In alcuni casi, questa politica potrebbe essere fortemente anti-americana. Eppure, Stati come Cina, Malesia ed Indonesia non perseguono politiche anti-americane, ma perseguono una posizione indipendente sulla scena internazionale, perché hanno fonti diversificate di armamenti. L’India è una questione complessa. New Delhi vive l’euforia del riavvicinamento cogli Stati Uniti. È necessario aspettare e vedere se l’India avrà l’amara delusione della maggior parte degli alleati degli Stati Uniti. E ci sono numerose delusioni in tale “riavvicinamento”, come nel gennaio 2014, quando Delhi espulse l’ambasciatore USA dal Paese, in risposta alla detenzione a New York del Viceconsole indiano Devyani Khobragade. Non va inoltre dimenticato che oggi l’India ha bisogno di Washington solo per bilanciare il potere di Pechino. Gli Stati Uniti non hanno bisogno di partner alla pari, ma solo di satelliti o vassalli, e l’India non vi si adatta. Il vero pericolo per occidente e Stati Uniti non è la capacità della Russia d’attacco nucleare schiacciante. Ciò che è molto più pericoloso sono le opportunità che si presentano con l’introduzione di armi ipersoniche dalla grandi gittate. E ora la Russia sembra avanti a tutti, non lasciando praticamente alcuna zona di Anti-Accesso ed Interdizione (A2/AD) agli Stati Uniti, il che significa che non ci sono territori protetti dalle armi di fabbricazione russa. Pertanto, la vendita urgente di armi obsolete fabbricate negli USA è la massima priorità per Washington oggi.Martin Berger è un giornalista freelance e analista geopolitico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La modernizzazione dell’F-35 potrebbe costare 16 miliardi di dollari

Valerie Insinna Defense News 09/03/2018Secondo l’ultimo piano dell’ufficio del programma congiunto F-35, la modernizzazione del Joint Strike Fighter potrebbe ammontare a 16 miliardi di dollari, confermava il capo del dipartimento della Difesa. Rispondendo alle domande dei congressisti sul costo della nuova strategia di sviluppo e schieramento operativo (C2D2), il Viceammiraglio Mat Winter riconosceva che i clienti statunitensi ed internazionali dovrebbero versare 10,8 miliardi di dollari per lo sviluppo e 5,4 miliardi per l’acquisto degli aggiornamenti dell’F-35 dal 2018 al 2024. Lo scorso settembre alla conferenza di Defence News, Winter annunciò che il JPO aveva ripensato il piano di modernizzazione dei F-35, noto anche come Block 4, come processo più iterativo in cui gli aggiornamenti del software venivano adottati ogni sei mesi. Nuovi sistemi informatici, sensori e armi saranno inseriti nello stesso periodo. Tra le 53 funzionalità da introdurre col C2D2, circa l’80 percento è legato al software, secondo Winter durante un’audizione sul programma con la sottocommissione tattica delle forze aeree e terrestri del Comitato Servizi Armati della Camera. “È soprattutto il software ciò che ci ha spinto a perseguire un processo agile, ripetitivo ed iterativo per rapidi aggiornamenti dei moduli software e fornirli ai caccia“, affermava. “Mi rendo conto che questo non è tradizionale, e ciò che dobbiamo fare è dare fiducia sull’obiettivo che possiamo raggiungere e completare“. Poiché la quota USA dei costi di sviluppo ammonta a 7,2 miliardi di dollari, gli Stati Uniti potrebbero rimanere con un’esposizione di circa 1 miliardo all’anno per sette anni prima che i costi di approvvigionamento siano presi in considerazione. Winter affermava che è “pari ai costi di post-sviluppo” di un programma di aggiornamento di tali dimensioni. “La stima molto probabilmente si abbasserà, molto probabilmente“, aveva detto ai giornalisti dopo l’udienza. “Ma non garantisco nulla”. Il costo di approvvigionamento di 5,4 miliardi rappresenta il “caso peggiore”, se i servizi statunitensi decidessero di adottare tutti gli aggiornamenti hardware del Blocco 4 verso la conclusione del periodo di modernizzazione. “Se si avessero tutti gli aggiornamenti hardware nel primo anno, l’approvvigionamento costerebbe meno” perché i nuovi aeromobili uscirebbero dalla linea di produzione con tutti i nuovi sistemi già integrati, affermava. Se i servizi decidono di eseguire gli aggiornamenti hardware verso il 2024, sarà necessario installarli su più aeromobili. “Questo presuppone anche che i servizi degli Stati Uniti vogliano che ognuno dei loro aeroplani, ognuno, sia aggiornato al Blocco 4″, affermava. “Ci sarà una decisione da prendere, se rimanere al blocco 3 o no? E poi i servizi degli Stati Uniti decideranno“.

Critiche del Congresso
Durante l’audizione, i due principali membri della sottocommissione, il presidente Mike Turner, Repubblicano dell’Ohio, e la congressista Niki Tsongas, Democratica del Massashusettes, criticavano il JPO per un rapporto al Congresso che non avrebbe incluso la richiesta di informazioni sul Blocco 4, ad esempio la stima dei costi dettagliati per il piano di ammodernamento. Turner affermava che il rapporto “fornisce solo un’intuizione iniziale” sul costo della modernizzazione successiva, “il che ovviamente riduce la nostra generale fiducia che il dipartimento della Difesa sappia effettivamente la risposta alla domanda“. Tsongas criticava le stime iniziali fornite al comitato come “ammontare sorprendentemente alto” che “per quanto ne sappia, supera di gran lunga qualsiasi cifra precedentemente fornita al Congresso“. A prima vista, la cifra di 16 miliardi citata da Tsongas sembra significativamente più alta delle stime precedenti, anche se non c’è un pieno confronto tra cifre passate. Nel 2017, il Government Accountability Office previde che la fase di sviluppo della modernizzazione al Blocco 4 sarebbe costata 3,9 miliardi di dollari, ma tale cifra arrivava solo al 2022 e non includeva i costi di approvvigionamento. Winter riconosceva che i dati presentati al Congresso erano solo “informazioni preliminari“, con una stima iniziale dei costi, un programma e un piano dei test. Tuttavia, la dirigenza del dipartimento della Difesa, incluso Ellen Lord, il direttore delle acquisizioni, non firmerà formalmente la certifica della strategia di acquisizione finale fin quando Winter non incontrerà l’ufficio acquisizione della difesa a giugno. Sebbene i comitati dei servizi armati di Camera e Senato siano ampiamente favorevoli verso il programma F-35, hanno criticato il programma del Blocco 4 e ora lo sforzo C2D2, ritenendoli provo di supervisione. Alcuni congressisti sostenevano che la modernizzazione dell’F-35 dovrebbe essere gestita separatamente, poiché i costi superano quelli di molti importanti programmi della difesa. Tuttavia, il JPO si è bruscamente opposto a tali sforzi, sostenendo che la scissione del programma potrebbe effettivamente far salire i costi. Interpellato da Tsongas sul C2D2, il vicecomandante dell’aviazione dei Marines era cautamente ottimista. “Penso che nessuno dei servizi starà a suo agio fin quando non inquadreremo la portata dei costi“, affermava il tenente-generale Steven Rudder. Tuttavia, osservava che l’approccio C2D2 potrebbe consentire all’aereo di essere più adattabile alle minacce. “Una cosa riguardo al C2D2 penso che a volte sia offuscata, la rapidità con cui le minacce e il ritmo degli sviluppi tecnologici degli avversari fanno progressi“, aveva detto. “Ci saranno alcune decisioni sul budget da prendere. Se il lavoro arriva al livello proposto… potremo gestirlo”. Il Generale Jerry Harris, vicecapo di Stato Maggiore dell’Air Force per piani, programmi e requisiti, affermava che l’ama intende finanziare completamente il programma, ma è alla ricerca dei modi per ridurre i costi.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le 7 volte in cui gli Stati Uniti si persero armi nucleari

Rachel Blevins, Activist Post 28 gennaio 2018Anche se può sembrare assurdo pensare a un governo che perde armi nucleari nel mondo, la verità è che il governo degli Stati Uniti ha una lunga storia del genere, ed alcune sono scomparse da 70 anni. Qui le sette volte che il governo degli Stati Uniti ha perso armi nucleari mai ritrovate:

1. Febbraio 1950. La prima perdita nota di arma nucleare si ebbe quando un bombardiere B-36 volando dall’Alaska al Texas perse potenza in tre motori. I rapporti affermarono che quando l’aereo iniziò a perdere quota, l’equipaggio cercò di alleggerire il carico sganciando una bomba nucleare da 30 kiloton Mark 4 (Fat Man), nell’Oceano Pacifico. Mentre i componenti d’uranio della bomba andarono persi e vanno ancora recuperati, un subacqueo affermò di aver trovato i resti della bomba nucleare al largo delle coste della British Columbia, nel novembre 2016.

2. Marzo 1956. Un B-47 Stratojet dell’US Air Force volando dalla Base Aerea MacDill, in Florida, verso una base oltreoceano, trasportava due nuclei per armi nucleari. Sebbene l’aereo completasse il primo aerorifornimento in volo, non raggiunse mai la seconda aerocisterna e si presume si sia schiantato. Secondo AerospaceWeb, gli esperti ritengono che l’aereo e il suo carico siano dispersi nel Mar Mediterraneo, ma “alcuna traccia dell’aereo, del suo equipaggio o del suo carico nucleare fu mai trovata nonostante ampie ricerche“.

3. Luglio 1957. Il successivo incidente avvenne quando un aereo C-124 dell’US Air Force lasciò la base aerea di Dover nel Delaware, trasportando tre bombe nucleari sull’Oceano Atlantico. Quando l’aereo perse potenza, l’equipaggio sganciò due bombe nucleari, che non furono mai ritrovate e si presume siano ancora localizzate nell’Oceano Atlantico, a 100 miglia da Atlantic City. L’Asbury Park Press riportò che quando la prima bomba fu gettata fuori bordo a una quota di 800 metri, “non ci fu alcuna esplosione visibile quando colpì l’acqua svanendo rapidamente dalla vista. La seconda bomba fu gettata nello stesso modo. Di nuovo, non ci fu alcuna detonazione osservabile degli elementi ad alto esplosivo“.

4. Febbraio 1958. Quando un bombardiere B-47 dell’USAF si scontrò con un F-86 Sabre durante una missione di addestramento presso la base aerea Homestead in Florida, il pilota dell’F-86 si eiettò, e il pilota del B-47 tentò di atterrare sulla base aerea Hunter in Georgia. Dopo vari tentativi di atterraggio falliti, il B-47 sganciò la bomba nucleare Mark 15 Mod 0 che trasportava sull’Oceano Atlantico, vicino Tybee Island, in Georgia. Secondo Aerospace Web, la ricerca delle armi durò nove settimane, e poi “un’altra ricerca fallita fu avviata nel 2001, e le segnalazioni di radiazioni rilevate a meno di un miglio dalle coste portarono a speculazioni sulla scoperta della bomba nel 2004“, ma la bomba non fu mai trovata.

5. Gennaio 1961. Il successivo incidente “Broken Arrow” si verificò quando un B-52 che trasportava due bombe nucleari da 24 megatoni si schiantò dopo essere decollato dalla base aerea di Goldsboro, nel North Carolina. L’incendio alla struttura causò l’incidente, uccidendo tre dei suoi otto membri dell’equipaggio e sganciando le due armi. Una cadde a terra affondando in terreni paludosi, e se l’Air Force ne recuperò il plutonio, la maggior parte dello stadio termonucleare, compreso l’uranio altamente arricchito che costituiva il nucleo della bomba, non fu mai trovata. I rapporti sostengono che l’USAF abbia risposto acquistando la servitù permanente concedendo al governo il permesso di scavare nel terreno.

6. Dicembre 1965. Un aereo d’attacco A-4E Skyhawk che trasportava una bomba termonucleare B-43 affondò nell’Oceano Pacifico dopo essere caduto dall’USS Ticonderoga mentre ritornava nella base navale di Yokosuka, Giappone, dopo il dispiegamento in Vietnam. L’aereo, il pilota e l’arma andarono persi in oltre 5000 metri di profondità e non furono mai recuperati. Non fu che nel 1989 che i funzionari statunitensi ammisero che l’incidente avvenne a 70 miglia da Okinawa. Il Los Angeles Times osservò che l’incidente “provò che gli aerei da guerra statunitensi che operavano in Vietnam trasportavano bombe nucleari e che le navi da guerra statunitensi portavano armi atomiche nei porti giapponesi violando la politica del Giappone“.

7. Maggio 1968. Il sottomarino d’attacco USS Scorpion stava rientrando nella base di Norfolk, in Virginia, dopo una missione di tre mesi, quando affondò misteriosamente nell’Oceano Atlantico, a circa 500 miglia a sud-ovest delle Isole Azzorre. Il sottomarino, con 99 membri dell’equipaggio, il reattore nucleare e due siluri a testata nucleare a bordo, andarono persi e devono ancora essere recuperati. Mentre domande rimangono su ciò che portò alla tragica perdita, Aerospace Web riferiva che una delle teorie più importanti è che “la batteria di uno dei siluri del sottomarino si surriscaldò e si accese, provocando la detonazione della testata e aprendo il portello di carico del siluro nella parte superiore del compartimento di prua“, che portò all’inondazione che affondò lo Scorpion per oltre 3000 metri nell’oceano.

Rachel Blevins è una giornalista indipendente del Texas, che aspira a infrangere il falso paradigma sinistra/destra nei media e nella politica perseguendo la verità e contestando le narrative esistenti. L’articolo è apparso per la prima volta su The Free Thought Project.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

F-35: Problemi infiniti

Colin Clark, Breaking Defense 26 gennaio 2018

F-35B dell’Aeronautica Militare italiana

Forse la cosa peggiore che un Direttore di Test e Valutazione Operativa possa dire di un sistema d’arma è che non è “operativamente adatto”. Ecco cosa dice il nuovo DOTE, Robert Behler, del Joint Strike Fighter F-35 nell’ultimo rapporto annuale: “L’idoneità operativa della flotta F-35 rimane al di sotto dei requisiti e dipende da soluzioni che non soddisfano le aspettative di servizio in situazioni di combattimento. Nell’anno precedente, la maggior parte delle misure d’idoneità è rimasta pressoché la stessa o è cambiata solo marginalmente, insufficiente per parlare di cambiamento nelle prestazioni. I tassi mensili globali di disponibilità della flotta si mantengono intorno al 50%, una condizione che non è migliorata dall’ottobre 2014, nonostante il numero crescente di nuovi aeromobili. Una tendenza degna di nota è l’aumento della percentuale della flotta che non può volare in attesa di parti di ricambio, come indicato dal Not Mission Capable a causa della ritmo delle forniture. La crescita dell’affidabilità è ferma. È improbabile che il programma raggiunga i requisiti di soglia JSF ORD (Documento dei requisiti operativi) alla scadenza, nella maggior parte delle misure di affidabilità. In particolare, il programma non raggiunge la soglia delle ore di volo medie tra guasti critici, senza ridisegnare le componenti degli aeromobili”. Mentre la maggior parte dei test è stata eseguita prima che la nomina di Behler venisse approvata dal Senato, nell’introduzione della relazione annuale affermava di averne esaminato il contenuto, e si è certi che abbia esaminato le informazioni dell’F-35 in modo particolarmente approfondito. Tra le altre questioni significative affrontate dal programma, è improbabile che diventi pietra miliare di Prove e Valutazione Iniziale (IOT&E) necessari per legge, entro la fine di quest’anno, perché i test di sviluppo potrebbero non terminare prima di maggio. Il problema maggiore ora sono quelli notevolmente persistenti. Ecco cosa Michael Gilmore, precedente DOTE, dichiarò alla Commissione sui servizi armati della Camera nel marzo 2016: “Esistono carenze significative e correggibili nell’US Reprogramming Laboratory (USRL) che precluderà lo sviluppo e l’adeguata verifica dei dati di missione efficaci (software) del Block 3F“. Questi problemi non sono cambiati molto, secondo il rapporto di Behler: “L’US Reprogramming Laboratory (USRL) continua a funzionare con software ingombranti e hardware obsoleto od incompleto. L’USRL iniziava a creare i file di missione (MDF) del Block 3F nell’estate 2017 e ci vorranno 12-15 mesi per fornire i dati di missione (MDL) completamente verificati, composti con la compilazione MDF per lo IOT&E“. Questa è la libreria delle minacce dell’F-35, con cui i lettori Breaking-D sono assai familiari. Il sistema logistico e di pianificazione ALIS rimane vulnerabile agli attacchi informatici, scrive Behler. Essi e la minaccia al sistema sono così gravi che “il programma F-35 e i servizi condurrebbero test operativi degli aeromobili senza accesso ad ALIS per lunghi periodi di tempo”. Behler dice che l’aereo può operare fino a 30 giorni alla volta senza agganciarsi ad ALIS. Sappiamo che il programma fa tutto il possibile per aggiornare le cyber vulnerabilità. Se c’è sicuramente un ciclo infinito di minacce, correzioni, nuove minacce, correzioni, ecc., ALIS viene identificato come grave cybervulnerabilità per l’F-35 da anni e il programma deve fare qualcosa per mutare questo ciclo.

I pneumatici dell’F-35B
Il più pesante dei tre velivoli, l’F-35B, non solo sopporta i stress-test meno degli altri due aerei (vedi sotto) ma, come sottolinea il DOTE, “Il programma ha faticato a trovare un pneumatico per l’F-35B abbastanza forte per gli atterraggi ad alta velocità convenzionali, abbastanza morbido da ammortizzare gli atterraggi verticali, e abbastanza leggero per la struttura dell’aereo. La durata media del pneumatico dell’F-35B è inferiore a 10 atterraggi, ben al di sotto del requisito di 25 atterraggi completi a sosta normale. Il programma ancora lavora su questo problema, che non sarà risolto nell’SDD“. Infine, il rapporto Behler indica un problema nel rifornimento di carburante affrontato da F-35B e F-35C. Le punte della sonda di aerorifornimento si rompono troppo spesso, con la conseguenza che gli squadroni impongono restrizioni al rifornimento di carburante. Il programma ancora indaga sul problema. Ho sentito che il programma si concentra sulla manutenzione migliorata del meccanismo avvolgitubo, nonché sulle modifiche di progettazione della sonda. C’è un altro problema importante che renderà molto difficile per l’Air Force sostenere di poter sostituire l’A-10 con l’F-35A, come previsto: “Il cannone dell’F-35A ha costantemente mancato i bersagli a terra durante i test di raffica; il programma ancora deve risolvere il problema“. L’arma spara “lungo e a destra”. I cannoni di F-35B dei Marines e F-35C della Marina, che non sono integrati, apparentemente funzionano meglio. “I primi test di precisione dei cannoni di F-35B e F-35C hanno mostrato risultati migliori rispetto a quelli del modello F-35A“, scrive Behler. “Sia il cannone dell’F-35B che dell’F-35C hanno mostrato lo stesso problema dell’F-35A, tuttavia ciò non si manifesta nei sistemi dei cannoni su gondola“. L’altra brutta notizia è che “i ritardi nel completamento dei rimanenti test delle armi e nella correzione delle carenze relative all’arma nell’ambito dell’SDD, in particolare per l’F-35A, aggiungono rischi al programma IOT&E“, afferma il rapporto.

Guasti strutturali dell’F-35B
L’F-35B usato per vedere se l’aereo sopravviverà alle 8000 ore necessarie di operatività è andato a pezzi l’anno scorso e va sostituito. “L’effetto dei guasti osservati e le riparazioni richieste durante i primi due test per la certificazione della durata in servizio dell’F-35B vanno ancora determinati”, scrive Behler. La vita operativa delle tre versioni è prevista in 8000 ore; tuttavia, la vita utile dell’F-35B sarebbe inferiore, anche con ampie modifiche per rafforzare gli aeromobili già prodotti. E questo è coerente con ciò che riteniamo le intenzioni del programma. Ho sentito anche che Lockheed Martin studia quanto ancora l’aereo dovrà essere testato. Essi e il Joint Program Office cercano di limitare i costi usando solo parti dell’aereo, la paratia centrale forse e le connessioni alari, e nessuno è sicuro di quale sia l’approccio migliore. I test in corso sembrano dimostrare un cambio di tono dell’ultimo DOTE su questo. Nell’introduzione al rapporto annuale, Behler dice che ha intenzione di essere “flessibile sui test integrati” e sottolinea l’approvazione per i test sulle basse temperature pre-IOT&E, che sarebbero già in corso.Di seguito è riportato il grafico OTE che mostra la disponibilità dell’F-35. Come osserva il rapporto, “il tasso FMC degli F-35A al 34 percento era significativamente più alto delle altre versioni, con l’F-35B al 14 percento e l’F-35C al 15 percento. Il tasso medio di utilizzo mensile misura le ore di volo per aeromobile al mese. Il tasso di utilizzo era di 16,5 ore di volo, riflettendo un tasso di disponibilità stabile ma basso. La flotta di F-35A aveva una media di 18 ore di volo, mentre le flotte di F-35B e F-35C avevano una media di 14,1 e 15,1 ore rispettivamente“.

Disponibilità in 12 mesi dell’F-35, al Settembre 2017 (1)
Base operativa – Media – Aerei assegnati (2)
Tutti, 50%, 235 velivoli
Eglin, 38%, 25 F-35A
Eglin, 57%, 12 F-35C
Yuma, 60%, 10 F-35B
Edwards, 51%, 8 F-35A
Edwards, 35%, 7 F-35B
Edwards, 41%, 7 F-35C
Nellis, 53%, 16 F-35A
Luke, 50%, 60 F-35A
Beaufort, 38%, 28 F-35B
Hill, 70%, 27 F-35A
Amendola, 60%, 4 F-35A (3)
Iwakuni, 58%, 16 F-35B (4)
Lemoore, 54%, 8 F-35C (4)
Nevatim, 45%, 7 F-35A (5)Note
1. I dati rappresentano aeromobili in campo e non includono i simulacri SDD.
2. Aerei assegnati alla fine di settembre 2017.
3. Le operazioni ad Amendola sono iniziate nel dicembre 2016.
4. Le operazioni ad Iwakuni e Lemoore sono iniziate a gennaio 2017.
5. Le operazioni a Nevatim sono iniziate a settembre 2017.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il fenomeno OSNI in Argentina

Basi biologiche sottomarine?
Luis Burgos (FAO – ICOU)C’è del marcio nell’Atlantico del Sud
A seguito dei tragici eventi verificatisi con l’ARA San Juan il 15 novembre 2017, vi sono state numerose richieste se tale caso potesse essere correlato a una parte del nostro tema. Inutile dire che sarebbe dolorosamente rischioso suggerirne una qualche associazione. Il tempo sarà testimone di ciò che è realmente accaduto una volta completate le ricerche sottomarine. L’unica cosa che possiamo fare è indovinare o aggiungere opinioni. Quindi vale il seguente contributo: Dopo il periodo di confusione generalizzata dalle varie versioni (sette chiamate, rumori biologici, anomalie idroacustiche, zattere galleggianti, boe, ecc.) e avendo la certezza dell’incidente, localizzati tempo e spazio del soggetto attraverso due assi fondamentali: cause dell’esplosione e rischio operativo.

Cause dell’esplosione
A – Interno per difetti delle batterie, il più accreditato “ufficialmente”.
B – Interno per immersione a profondità critiche a causa di un guasto.
C – Collisione con un “oggetto sconosciuto”.
D – Attacco da un “oggetto sconosciuto”.
Indubbiamente, questo ultimo punto è il più inquietante di tutti. L’ARA San Juan partecipava all’operazione Cormoran nelle acque del sud insieme a forze internazionali. Per la sua destinazione, sebbene fosse Mar del Plata, passava molto vicino all’area d’esclusione imposta dagli inglesi e, nonostante si sia in tempo di pace e non di guerra, l’ipotesi del conflitto è un problema che aleggia spettralmente.

Soccorso operativo
Un imponente schieramento di Paesi offre aiuto logistico e umanitario all’Argentina, tra cui quattro dei cinque membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Russia, Regno Unito e Cina). Ciò è d’importanza superlativa, ma c’è buona ragione per una riflessione che scivola tra tre ipotesi:
A – Offrono aiuto in cambio di nulla perché sono “bravi ragazzi”.
B – Offrono aiuto, ma allo stesso tempo cercano di “approfittare” della situazione: risorse marittime, spionaggio, trattati futuri, ecc.
C – Vogliono davvero scoprire cos’è successo col pretesto del famoso rischio sicurezza.
E qui dobbiamo fermarci di nuovo: l’Argentina fa parte del famoso Trattato di non Proliferazione delle Armi Nucleari (1968) composto da numerosi Paesi e dalle potenze mondiali. Non appena la notizia divenne nota in tutto il mondo, molte di queste nazioni si sono mobilitate presso la nostra Patagonia, inviando subito truppe e tecnologia all’avanguardia. Una mega-operazione unica che coinvolge 4000 persone. In effetti, resteranno fin quando non scopriranno cos’è successo al San Juan, dato che la morte dei quarantaquattro membri dell’equipaggio è scontata. È ovvio, in questo momento, che qualcosa non quadra. La stessa dichiarazione ufficiale della Marina argentina è agghiacciante: “evento anomalo, singolare, breve, violento e non nucleare“. Sapendo anche che l’onda d’urto subacquea fu avvertita in Sud Africa e, probabilmente, nell’Oceano Indiano. E la domanda si pone… l’élite dei Paesi che operano nella zona zero (Stati Uniti, Russia, Francia, Regno Unito e Germania) sospettano qualcos’altro? Nell’ipotetico piano, valutano la possibilità che l’ARA San Juan avesse un’arma nucleare che avrebbe messo a rischio non solo l’ecologia marina, ma anche la politica internazionale e della difesa. Una questione fondamentale gioca contro di noi come Paese e questo ci fa riflettere. Il tema ricorda il missile Condor II e le sue conseguenze (1989). E la cosa più triste di tutte è che non potranno mai dirci le vere cause di tale incidente, ma questa ipotesi, una tra le tante, può portarci con una scorciatoia a “rispondere” sul perché siano tutti nel nostro mare… Nello specifico, non si può ignorare la storia dell'”oggetto subacqueo” rilevato dall’aereo yankee a 300 chilometri da Puerto Madryn, Chubut, a settanta metri di profondità, svelata il giorno successivo, quando era noto che il luogo in cui si trovava il sottomarino nel momento dell’esplosione era verso il Golfo di San Jorge, cioè a circa 140 miglia nautiche più a sud (?)…Riflessione finale
A conclusione di tutto ciò, l’unica cosa che sappiamo è che l’Argentina deve ripensare le proprie Forze Armate, ma con un ripensamento imminente e serio, che vada preso come tale dalle autorità coinvolte, cioè i tre poteri della Nazione (esecutivo, legislativo e giudiziario) e le tre armi (Aeronautica, Esercito e Marina). È la priorità di oggi, non domani o nei prossimi anni, non è uno scherzo. Purtroppo, e sebbene sia difficile dirlo, il “colpevole” dello stato in cui sono oggi le Forze Armate è… la democrazia. Sono passati trentaquattro anni dal suo ritorno del 1983 e alcun governo ha fatto nulla a favore… ma sempre contro: taglio del budget, mancanza di corretta manutenzione, smantellamento, ecc. Incredibilmente, in questi giorni, vediamo molti leader politici di questi tre decenni preoccupati nel dare ogni genere di spiegazioni. Bene, riguarda tutti il proverbio “la corruzione uccide”, quindi “il crack” è in sottofondo… con reverendo attuale ribollire!Introduzione
Successivamente, esamineremo il traffico non identificato in quei luoghi lontani. Dalla nascita stessa del fenomeno, piatti volanti all’epoca e UFO oggi, sono intimamente legati all’acqua. Gli oggetti non identificati proliferano nella casistica mondiale, emergendo o immergendosi in fiumi, laghi, lagune e mari. Da lì alla possibilità di basi nelle zone lacustri c’è un passo. Pertanto, sono nati gli OSNI, oggetti sommersi non identificati. Altri ricercatori parlano tacitamente di sottomarini od oggetti sottomarini. La cosa trascendente è che il nostro Paese non è sfuggito a tali eventi e già dagli anni ’40 incidenti in numerose zone idriche del territorio argentino furono segnalati. Qui circola una mia nota intitolata “Luci nei laghi” su episodi con queste caratteristiche, con la possibilità che possano essere usati come habitat o rifugio permanenti o temporanei.

Il primo OSNI nel Paese
Non era trascorsa una settimana dal “primo caso di piatto volante in Argentina” (10 luglio 1947 a La Plata, Buenos Aires) quando l’associazione UFO-AGUA si era già delineata, incredibilmente. In effetti, alle 09:00 del mattino del 15 luglio dello stesso anno, i membri dell’equipaggio di una nave polacca ormeggiata a Puerto Nuevo, così come il personale della prefettura uruguaiana, rilevarono la caduta sul Río de la Plata di uno “strano artefatto simile a un aeroplano“. Di fronte tale reclamo, un’inchiesta fu avviata dalle compagnie aeree se uno qualsiasi dei loro aerei avesse subito un incidente. Risultato negativo. Una domanda inquietante galleggiava sulle acque del Rio de la Plata: quale oggetto volante precipitò quel giorno d’inverno?

Segnalazioni negli anni ’50
E gli episodi continuarono negli anni successivi. Notizie dalle coste della Patagonia parlavano di oggetti enigmatici emergenti o immersi nelle acque marine, come accaduto a Rio Grande (Tierra del Fuego) e Puerto Coig (Santa Cruz) nel 1950, o a Comodoro Rivadavia (Chubut) nel 1953. Ma ciò che era veramente sconcertante fu che incidenti furono segnalati anche alle porte della capitale federale:Un curioso oggetto simile a “una mina sottomarina” di colore rosso fu osservato galleggiare davanti al pontone Recalada del Río de la Plata, il 19 febbraio 1953. Si trovava a 35° di latitudine sud e 56° di longitudine ovest e fu confermato dal capitano della nave San Jorge e dall’equipaggio del vapore Coracero. La ricerca non ebbe successo. Nel giugno 1959, secondo le informazioni ufficiali, un oggetto sommerso non identificato fu avvistato nelle acque del Rio de la Plata… Infine, una notte dell’agosto dello stesso anno, alle 21:15, il residente Victorio Perea, del quartiere Villa Lynch, distinse un oggetto volante luminoso simile a “un dirigibile” che cadeva sul Rio de la Plata.

I misteriosi anni ’60
E così arriviamo al decennio controverso dove vi furono numerosi “inseguimenti” della Marina argentina di “oggetti sottomarini non identificati”, strani e sfuggenti, nei golfi della Patagonia, specialmente nelle acque del Golfo Nuevo nella penisola di Valdés e nel golfo di San Jorge. Tutto ciò portò alla formazione delle famose Commissioni ufficiali e a tre presidenti interessati alla questione di questi comitati: Arturo Frondizi, Arturo Illia e il generale Juan Carlos Onganía. Intercettazioni e bombardamenti di profondità furono vani. Per anni, gli OSNI imperversarono nelle regioni meridionali fin quando gli incidenti non diminuirono nei decenni successivi. La Marina, quindi, ignorò la situazione e ogni episodio relativo ad oggetti enigmatici sommersi o emersi al largo delle coste proveniva da pescatori, turisti, automobilisti o residenti. Forse l’esempio più ricordato è quello dell’agricoltore Carlos Corosan, che nel 1966 fu testimone privilegiato di “un grosso oggetto metallico dall’aspetto rastremato che, lasciando una nuvola di fumo, precipitò alla luce del sole al largo di Puerto Deseado (Santa Cruz), producendo un grande rumore nelle acque“.Quindi, l’ipotesi che acquisì sempre più forza negli anni notava che potrebbero esistere sotto i nostri mari ricoveri permanenti che svolgerebbero la funzione di vere basi per OSNI. In breve, un’intensa attività biologica sconosciuta protetta da ogni rischio da queste profondità… Come aneddoto, in quegli anni mio fratello, Pedro Trachsler, prestava servizio sul cacciatorpediniere ARA Cervantes. In un’occasione l’allerta fu data quando un oggetto non identificato fu rilevato nelle acque del Golfo Nuevo. Procedendo all’intercettazione, furono lanciate bombe di profondità e poi una salva di siluri, che non colpendo il bersaglio furono poi prelevati in superficie e riportati a bordo. Continuando con la sua storia, prima di scomparire, l’OSNI “passò incredibilmente sotto la nave da guerra“…

ARA Cervantes

L’intruso del 1975
Tra le molte storie degli anni ’70, ce n’è una molto significativa per la qualità dei testimoni, sebbene desiderassero rimanere anonimi. Verso le 13:30 del mattino del 16 luglio, queste quattro persone, due uomini d’affari e due viaggiatori commerciali, stavano pescando nel molo di Caleta Olivia (Santa Cruz). La notte era serena. All’improvviso, uno di loro individuò a circa 100 metri sotto la superficie marina una strana sagoma fusiforme lunga circa dieci metri, in completo silenzio, con spigoli vivi e colorazione giallo-verdastra. Così, per venti minuti, l’OSNI scivolò lentamente lungo la costa verso sud finché non scomparve. La mattina dopo, molti abitanti di Caleta Olivia videro un gran numero di pesci morti sulle loro coste, oltre a gabbiani e albatros. Per l’intera giornata la pesca fu impossibile…Il caso di San Blas
E ancora, a metà degli anni ’80, un’altra presenza OSNI fu ufficialmente corroborata. Questa volta nella Baia di San Blas, a sud di Buenos Aires, conosciuta come “paradiso dei pescatori”. Infatti, la notte del 3 giugno 1988, la petroliera Puerto Rosales informò la Prefettura Navale di aver rilevato prima sul radar e poi visivamente, un enigmatico oggetto flottante non identificato a venti miglia dalle coste, di dimensioni regolari e che non rispondeva ad alcuno dei segnali fatti. L’allerta fu immediato e la Marina argentina dispiegò una grande operazione comprendente aerei della base Comandante Espora, la corvetta Grandville, il cacciatorpediniere Sarandí e un velivolo Electra 6 P-101 che decollò dalla base Almirante Zar di Trelew, Chubut. Dopo ore di monitoraggio il Ministero della Difesa chiuse la ricerca. Va notato che l’area in cui si muoveva l’intruso, di fronte al secondo faro di Barranca, non ha grande profondità, quindi sarebbe stato molto rischioso per una nave convenzionale sfuggire a tali acque, e forse a causa di ciò il rapporto della Marina sostituì la parola sottomarino con oggetto galleggiante…Epilogo
Trent’anni fa, in diversi articoli giornalistici sostenni l’esistenza di queste “basi sottomarine”. E molto poco o quasi nulla è cambiato oggi. Questi OSNI continuano a muoversi e a comportarsi come negli anni ’40 o ’50, con la stessa impunità di sempre, come se il territorio gli appartenesse o lo facessero da tempo, abitando sott’acqua. Si muovono sia in mare aperto stupendo navi e pescherecci, che a pochi metri dalle coste stupendo pescatori e residenti. Pertanto, l’esistenza di una presenza ignota operante sotto le acque del Mar Argentino e, quindi, dell’Oceano Atlantico, si allontana dalla mera ipotesi e si avvicina alla realtà. La casistica lo dimostra e gli eventi continueranno a ripetersi… dimostrando ancora una volta che nonostante la super tecnologia delle grandi potenze, capace di “localizzare” una targa automobilistica o una pallina da tennis dai satelliti, quando si paragonano alle capacità del fenomeno OVNI, si nota la grande differenza…Riferimenti:
Bollettino UFO PRESS, n. 13, ottobre 1979
Clarín, 5 giugno 1988
Expedientes OVNIs (Los Archivos Clasificados Argentinos), Luis Burgos, ottobre 2015.

Traduzione di Alessandro Lattanzio