Tre fronti per la Russia: come Washington susciterà il caos in Asia centrale

Ivan Lizan Odnako  - Vineyard Saker

1009158-LAsie_centrale_1992La dichiarazione del Generale “Ben” Hodges degli Stati Uniti secondo cui nel giro di quattro o cinque anni la Russia potrebbe sviluppare la capacità di combattere contemporaneamente su tre fronti non è solo un riconoscimento del crescente potenziale militare della Federazione russa, ma anche una promessa che Washington premurosamente si garantirà che i tre fronti siano ai confini della Federazione russa. Nel contesto dell’inevitabile ascesa della Cina e della crisi finanziaria che si aggrava, con lo scoppio contemporaneo di diverse bolle speculative, l’unico modo per gli Stati Uniti di mantenere l’egemonia globale è indebolire gli avversari. E l’unico modo per raggiungere tale obiettivo è innescare il caos nelle repubbliche confinanti con la Russia. È per questo che la Russia inevitabilmente entrerà in un periodo di conflitti e crisi ai confini. Così il primo fronte, infatti, esiste già in Ucraina, il secondo sarà probabilmente tra Armenia e Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh, e il terzo, naturalmente, sarà aperto in Asia centrale. Se la guerra in Ucraina porta milioni di rifugiati, decine di migliaia di morti e la distruzione di città, lo sbrinamento del conflitto del Karabakh minerebbe completamente la politica estera della Russia nel Caucaso. Ogni città in Asia centrale corre il pericolo di esplosioni e attentati. Finora questo “fronte imminente” non ha attirato l’attenzione dei media, la Nuova Russia domina sui canali televisivi nazionali, giornali e siti, ma questo teatro di guerra potrebbe diventare uno dei più complessi dopo il conflitto in Ucraina.

Una filiale del califfato nel ventre della Russia
La tendenza indiscutibile in Afghanistan, la principale fonte di instabilità nella regione, è un’alleanza tra taliban e Stato islamico. Anche così, la formazione imminente di tale unione ha scarsi e frammentati riferimenti, e la vera portata delle attività degli emissari IS è chiara quanto un iceberg la cui punta emerge poco al di sopra della superficie dell’acqua. Ma è stabilito che agitatori sono attivi in Pakistan e province meridionali dell’Afghanistan, controllate dai taliban. Ma, in questo caso, la prima vittima del caos in Afghanistan è il Pakistan, con insistenza e aiuto dei taliban alimentati dagli Stati Uniti negli anni ’80. Tale piano ha una sua vita ed è l’incubo ricorrente di Islamabad, che ha deciso di stabilire rapporti amichevoli con Cina e Russia. Questa tendenza può essere vista negli attentati dei taliban contro le scuole pakistane, i cui insegnanti hanno ora il diritto di portare armi, negli arresti di terroristi nelle grandi città e nel’inizio delle attività a sostegno di tribù ostili ai taliban nel nord. L’ultimo sviluppo legislativo in Pakistan è un emendamento costituzionale per espandere la giurisdizione dei tribunali militari (sui civili). In tutto il Paese terroristi, islamisti e simpatizzanti sono detenuti. Solo nel nord-ovest sono stati effettuati più di 8000 arresti, anche di membri del clero. Le organizzazioni religiose sono state bandite e gli emissari del IS vengono catturati. Dato che gli statunitensi non amano mettere tutte le uova nello stesso paniere, aiuteranno il governo di Kabul permettendogli di rimanere nel Paese legittimamente, e allo stesso tempo i taliban, che diventano IS. Il risultato sarà uno stato di caos in cui gli statunitensi non prenderanno formalmente parte; invece, porranno le loro basi militari in attesa di vedere chi vince. E poi Washington aiuterà il vincitore. Si noti che i suoi servizi di sicurezza hanno sostenuto i taliban per molto tempo e in modo abbastanza efficace: alcuni ufficiali delle forze di sicurezza e deòla polizia in Afghanistan sono ex-taliban e mujahidin.

Metodo di distruzione
Il primo modo per destabilizzare l’Asia centrale è creare problemi ai confini, insieme alla minaccia che i mujahidin penetrino nella regione. Il collaudo sui vicini è già iniziato; problemi sono sorti in Turkmenistan, che ha anche dovuto chiedere a Kabul di attuare operazioni militari su larga scala nelle province di confine. Il Tagikistan fu costretto dai taliban a negoziare il rilascio delle guardie di frontiera da loro rapite, e il servizio di confine tagiko riferisce di un grande gruppo di mujahidin ai confini. In generale, tutti i Paesi confinanti con l’Afghanistan hanno intensificato la sicurezza delle frontiere. Il secondo modo è inviare islamisti dietro le linee. Il processo è già iniziato: il numero di estremisti nel solo Tagikistan è cresciuto di tre volte l’anno scorso; tuttavia, anche se vengono catturati, ovviamente non sarà possibile catturarli tutti. Inoltre, la situazione è aggravata dal ritorno dei lavoratori migranti dalla Russia, espandendo la base del reclutamento. Se il flusso di rimesse dalla Russia inaridisce, il risultato sarà malcontento popolare e rivolte eterodirette. L’esperto del Kirghizistan Kadir Malikov riporta che 70 milioni dollari sono stati stanziati per il gruppo armato del IS a Maverenahr, comprendente rappresentanti di tutte le repubbliche dell’Asia centrale, per compiere atti di terrorismo nella regione. Particolare enfasi è posta sulla valle di Fergana, nel cuore dell’Asia centrale. Un altro punto di vulnerabilità sono le elezioni parlamentari del Kirghizistan, in programma per questo autunno. L’apertura di una nuova serie di rivoluzioni colorate porterà caos e disintegrazione dei Paesi.

Le guerre autosufficienti
La guerra è costosa, quindi la destabilizzazione della regione deve essere autosufficiente o almeno redditizia per il complesso militare-industriale statunitense. In questa zona Washington ha avuto un certo successo: ha dato all’Uzbekistan 328 blindati che Kiev aveva chiesto per la sua guerra con la Nuova Russia. A prima vista, l’affare non è redditizio, perché i mezzi sono un dono, ma in realtà l’Uzbekistan sarà legato agli USA da ricambi e munizioni. Washington ha preso una decisione analoga sul trasferimento di equipaggiamenti e armi ad Islamabad. Ma gli Stati Uniti non hanno avuto successo nel tentativo d’imporre propri sistemi d’arma all’India: gli indiani non hanno firmato alcun contratto, e Obama ha visto materiale militare russo quando ha presenziato a una parata militare. Così gli Stati Uniti trascinano i Paesi della regione in una guerra con i propri pupilli, i taliban e Stato islamico, e allo stesso tempo riforniscono di armi i nemici. Quindi il 2015 sarà caratterizzato dai preparativi per la destabilizzazione dell’Asia centrale e la diffusione della filiale dello Stato islamico dall’AfPak ai confini di Russia, India, Cina e Iran. L’inizio di una guerra su vasta scala, che inevitabilmente seguirà una volta che il caos sommergerà la regione, portando a un bagno di sangue nei “Balcani eurasiatici”, coinvolgendo automaticamente più di un terzo della popolazione del mondo e quasi tutti i rivali geopolitici degli Stati Uniti. Un’opportunità che Washington troverà troppo bella per perderla. La risposta della Russia a tale sfida deve essere multiforme: coinvolgere la regione nel processo d’integrazione eurasiatica, fornendo aiuto militare, economico e politico, lavorando a stretto contatto con gli alleati di Shanghai Cooperation Organization e BRICS, rafforzando l’esercito pakistano e naturalmente aiutare la cattura dei servi barbuti del Califfato. Ma la risposta più importante dovrà essere la modernizzazione accelerata delle proprie forze armate, nonché quelle degli alleati, rafforzare la Collective Security Treaty Organization e dargli il diritto di aggirare le assai inefficienti Nazioni Unite.
La regione è estremamente importante: se l’Ucraina è un fusibile della guerra, l’Asia centrale è un deposito di munizioni. Se esplode, metà del continente sarà colpito.

dNt58u6sQBTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il nuovo re saudita è il maggiore sostenitore di al-Qaida

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 25/01/2015

Salman bin Abdulaziz al-Saud con l'ex-capo della CIA Leo Panetta

Salman bin Abdulaziz al-Saud con l’ex-capo della CIA Leo Panetta

Il nuovo re dell’Arabia Saudita, Salman bin Abdulaziz al-Saud, fratellastro di re Abdullah, morto a 90 anni per le complicazioni di una polmonite, dovrebbe governare in senso ancor più wahabita e concentrarsi a limitare la prudente politica di riforme iniziata da Abdullah. Salman dovrebbe anche dedicare energia ad aumentare la sicurezza nazionale saudita. La devozione di Salman alla sicurezza saudita è ipocrita, dato il suo passato sostegno ad al-Qaida, tra cui alcuni soggetti implicati nell’attacco dell’11 settembre contro gli Stati Uniti. Il coinvolgimento di Salman nel finanziamento dei terroristi dell’11 settembre, ed altri, probabilmente rafforzerà il rifiuto dell’amministrazione Obama di declassificare le 28 pagine mancanti dal rapporto del Comitato sull’Intelligence del Senato, del 2002, sui fallimenti dell’intelligence riguardo l’attacco. Allora governatore di Riyadh, Salman probabilmente appare tra i responsabili nelle 28 pagine del rapporto del Senato. In apparenza Salman non governerà assai diversamente dal predecessore su politica del petrolio e sicurezza nazionale. Salman sarà assistito dal figlio, principe Muhammad bin Salman, ministro della difesa e capo della corte reale. Muhammad fu principale consigliere del padre quando era governatore della provincia di Riyadh. Il principe Muhammad è divenuto ministro della Difesa quando il padre è salito al trono dopo la morte di Abdullah. L’altro consulente di Salman sarà Muhammad bin Nayaf, ministro degli interni dal 2012 e attuale secondo principe ereditario e secondo viceprimo ministro. Nayaf, nipote di re Salman, è secondo in linea al trono dopo il principe ereditario Muqrin bin Abdulaziz al-Saud. Muqrin era il capo del Muqabarat al-Amah, l’agenzia d’intelligence saudita nel 2005-2012. Nel 2006, i capi dell’opposizione democratica saudita in Gran Bretagna accusarono Salman, allora governatore della provincia di Riyadh, di fornire aiuti materiali ad al-Qaida in Afghanistan, prima e dopo l’11 settembre. L’opposizione rivelò che i membri di al-Qaida viaggiavano regolarmente da Riyadh al Pakistan e poi alle regioni governate dai taliban in Afghanistan. Questi sauditi riferirono anche che il governatorato di Salman pagava in contanti hotel e voli aerei ai membri di al-Qaida. Non c’è dubbio che le attività di Salman per conto di al-Qaida siano note alla Central Intelligence Agency (CIA), che approvò i rifornimenti sauditi ai guerriglieri arabi tra i mujahidin in Afghanistan fin dai primi giorni del coinvolgimento di Langley nella campagna jihadista per abbattere il governo socialista e laico dell’Afghanistan. Poco prima della sospetta morte in Scozia nel 2005, l’ex-ministro degli Esteri inglese Robin Cook scrisse su The Guardian che “al-Qaida” era l’archivio dei mercenari, finanzieri ed interlocutori utilizzati dalla CIA per combattere i sovietici in Afghanistan: “Per tutti gli anni ’80, lui (Usama bin Ladin) fu armato dalla CIA e finanziato dai sauditi per la jihad contro l’occupazione russa dell’Afghanistan. Al-Qaida, letteralmente ‘l’archivio’, era in origine i file dei computer di migliaia di mujahidin reclutati e addestrati dalla CIA per sconfiggere i russi”.
Secondo l’opposizione saudita e Cook, è inconcepibile che Salman non fosse a conoscenza delle attività del personale del suo governatorato a Riyadh. Quando un principe saudita e noto parente di re Salman, il primo consigliere principe Muhammad bin Nayaf, chiamato anche Nayif, fu arrestato in Francia per narcotraffico nel 1999, il ministero degli Interni saudita informò Parigi nel 2000 che se la Francia trascinava in tribunale il principe Nayaf, il contratto da 7 miliardi di dollari per il radar della difesa del progetto SBGDP (“Garde Frontiere”) con la ditta francese Thales, sarebbe stato annullato. I dettagli si trovano in un cablo diplomatico francese riservato, datato 21 febbraio 2000. Il tema del cablo era un incontro tra funzionari francesi e il ministro degli Interni saudita principe Nayaf, sul caso di un aereo saudita sospettato di narcotraffico (“Prince Nayef, ministre saoudien de l’interieure. Affaire de l’avion saoudien soupçonne d’avoir servi a un traffic stupefiants“.) Il cablo fu inviato dal consulente tecnico del ministero degli interni francese François Gouyette al ministero della giustizia francese e all’ambasciata francese a Riyadh. Gouyette divenne ambasciatore francese negli Emirati Arabi Uniti nel 2001. La cocaina spacciata da Nayaf era, secondo un documento riservato dell’US Drug Enforcement Administration (DEA), utilizzata per finanziare al-Qaida in Afghanistan. Il denaro del ministero dell’Interno per pagare le reclute del terrorismo che passavano per Riyadh, era i proventi del narcotraffico detenuti in conti bancari segreti. La CIA lo sapeva e incoraggiava i pagamenti sottobanco delle reclute di al-Qaida, proprio come fa oggi con le reclute di al-Qaida liberate dalle carceri saudite e pagate dai mediatori governativi sauditi. Nel 1999, la DEA sventò una cospirazione, per contrabbandare cocaina colombiana dal Venezuela, del principe Nayaf a sostegno di certe “intenzioni future” basate su una profezia coranica. Le operazioni della DEA erano contenute in un memorandum “di declassificazione del documento segreto 6 della DEA ufficio di Parigi” del 26 giugno 2000. Nel giugno 1999, 808 chilogrammi di cocaina furono sequestrati a Parigi. Nello stesso tempo, la DEA conduceva una grande inchiesta sul cartello della droga di Medellin, chiamata Operazione Millennio. Attraverso un fax intercettato, l’ufficio di Bogota della DEA apprese della cocaina sequestrata a Parigi e collegò l’operazione ai sauditi. L’indagine della DEA s’incentrava sul principe saudita Nayaf al-Saud, il cui alias era “El Principe”. Il nome completo di Nayaf è Nayaf (o Nayif) bin Fawaz al-Shalan al-Saud. Nel perseguimento dei suoi traffici di droga internazionali, Nayaf viaggiava con il suo Boeing 727 e sfruttò il suo status diplomatico per evitare i controlli doganali. Il rapporto della DEA affermava che Nayaf aveva studiato presso l’Università di Miami, in Florida, di proprietà di una banca in Svizzera, parla otto lingue, aveva pesantemente investito nell’industria petrolifera del Venezuela, visitava regolarmente gli Stati Uniti e viaggiava con milioni di dollari statunitensi.
Nayaf aveva anche investito nell’industria petrolifera della Colombia. Nayef avrebbe incontrato i membri del cartello della droga a Marbella, in Spagna, dove la famiglia reale saudita ha una grande palazzina. La relazione afferma che, quando un gruppo di membri del cartello si recò a Riyadh per incontrare Nayaf, “furono accolti da una Rolls Royce appartenente a Nayaf e portati all’hotel Holiday Inn Riyadh. Il giorno successivo furono accolti da Nayaf e dal fratello (che si credeva si chiamasse Saul (sic). Il fratello gemello è il principe Saud. Il fratello maggiore, principe Nawaf, è sposato con la figlia di re Abdullah)… Il secondo giorno viaggiarono nel deserto su fuoristrada (Hummer). Durante il viaggio nel deserto discussero di narcotraffico. “UN” (informatore della DEA) e Nayaf accettaono di spedire 2000 kg di cocaina a Caracas, usando gente di UN, da cui Nayaf poteva facilitarne il trasporto a Parigi. Nayaf spiegò che avrebbe utilizzare il suo jet di linea 727, sotto copertura diplomatica, per il trasporto della cocaina. Nayaf disse a “UN” che poteva trasportare 20000 chilogrammi di cocaina nel suo aereo di linea, e propose ad “UN” di inviarne 10-20000 chilogrammi in futuro. “UN” chiese perché Nayaf, presumibilmente devoto musulmano, fosse coinvolto nel narcotraffico. La risposta di Nayaf illumina ciò che oggi è noto del finanziamento del terrorismo saudita, meritevole di attenta lettura. Durante l’incontro di Riyadh, Nayaf rispose alla domanda di “UN” affermando che “è un rigoroso sostenitore del Corano musulmano (sic)”. “UN” dichiarò, “Nayaf non beve, non fuma né viola qualsiasi precetto del Corrano (sic)”. “UN” chiese a Nayaf perché voleva vendere cocaina e Nayaf rispose che il mondo è già condannato e che era stato autorizzato da Dio a venderla. Nayaf disse a “UN” che poi avrebbe capito le vere intenzioni del suo narcotraffico, sebbene poi non dicesse altro. Il narcotraffico del principe saudita fu distrutto da DEA e polizia francese nell’ottobre 1999. Il riciclaggio di narcodollari a sostegno dei terroristi di al-Qaida in Afghanistan e Pakistan, la rigida interpretazione del Corano nel futuro governo dell’Arabia Saudita, il ritorno della temuta polizia religiosa, la “mutawin” e la repressione del legittimo dissenso interno in Arabia Arabia: questo è lo stile di governo che re Salman porta all’Arabia Saudita.

Muhammad bin Nayaf con Hillary Clinton

Muhammad bin Nayaf con Hillary Clinton

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La sconfitta delle ONG degli USA in Asia centrale

Washington userà le ONG in Asia centrale
Vladimir Odintsov New Eastern Outlook 08/01/2015Central-Asia-Map2Gli Stati Uniti ed i loro satelliti hanno usato le organizzazioni non governative (ONG) per preparare e attuare le “rivoluzioni colorate” in Nord Africa, Medio Oriente e Paesi ex-sovietici, facendo notizia sui media internazionali. Le conseguenze di tale “attività democratica” svolta da Washington si possono vedere chiaramente in Libia, Iraq, Ucraina e molti altri Paesi in cui tale strategia ha portato al caos incontrollato. Le tattiche delle ONG di Washington possono essere riassunte da una citazione famosa dell’ex-tenente-colonnello degli USA Ralph Peters: “Hollywood prepara il campo di battaglia e gli hamburger precedono proiettili. La bandiera segue il traffico“. Come regola generale, l’obiettivo di tali “attività di copertura” svolte dalle ONG è la lotta per i mercati dell’energia o contro gli avversari politici, tra cui la Casa Bianca mette Russia, Cina e Iran. Ciò spiega molto deugli ultimi eventi a Hong Kong. Washington ha effettivamente creato una rete di organizzazioni non governative che promuovono gli interessi statunitensi con il pretesto di promuovere la “democrazia”, utilizzando i social network per diffondere la sua agenda. Tale modello è stato duplicato numerose volte nel mondo, tentando il cambio di regime nei Paesi che la Casa Bianca percepisce quali minacce al dominio degli USA. Per sponsorizzare tali attività Washington ha assegnato miliardi di dollari ogni anno tramite il National Endowment for Democracy (NED), organizzazione responsabile di innumerevoli colpi di Stato nel mondo assieme alla CIA, al pari di numerose fondazioni private. Non è un caso quindi che solo in Russia c’erano 650 ONG straniere nel 2012, che ricevevano un miliardo di dollari all’anno, di cui 20 milioni consegnati direttamente dalle missioni diplomatiche occidentali. Quindi, se vogliamo badare alla regione post-sovietica, negli ultimi anni le ONG occidentali sono state particolarmente attive negli Stati dell’Asia centrale, dove accanitamente cercano d’innescare “rivoluzioni colorate”, ovunque possibile. L’avidità di Washington verso tale regione è dovuta a una serie di fattori, tra cui i notevoli giacimenti di risorse naturali e la possibilità di controllarne il flusso insediandosi solidamente nella regione, come nel destabilizzato Afghanistan. Ma il fattore “chiave” del pensiero di Washington è la capacità d’influenzare il futuro geopolitico e la stabilità del continente asiatico e della Russia. Ecco perché il territorio dell’Asia centrale è considerato dai think tank degli USA area primaria per la proiezione dell’influenza politica su Russia e Cina, lanciando campagne militari contro l’Afghanistan e potenzialmente l’Iran. In questo caso, gli Stati Uniti cercano di staccare gli Stati dell’Asia centrale dall’influenza russa, con l’ampio ricorso ad organizzazioni internazionali e ONG. Dopo aver fallito nel ridisegnare il panorama politico dell’Asia centrale, dopo la cosiddetta “rivoluzione dei tulipani” in Kirghizistan nel 2005 e il conseguente spostamento dell’interesse della Casa Bianca alle “riforme politiche democratiche” in Ucraina e Hong Kong, il dipartimento di Stato e l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) nel 2011 hanno ridotto drasticamente il finanziamento ai loro “progetti” in Asia centrale, passando a 126 milioni di dollari dagli iniziali 436 milioni. Nel 2013 il finanziamento è stato ridotto ulteriormente a 118 milioni di dollari (con un decremento del 12% di rispetto al 2012). Tuttavia, a causa della crescente forza politica ed economica della Russia e della partecipazione attiva degli Stati dell’Asia centrale al progetto dell’Unione doganale attuato dalla Federazione russa e ad altre iniziative per l’integrazione, la Casa Bianca ha adottato significative modifiche nella politica verso i Paesi dell’Asia centrale. Pertanto, per “promuovere l’accesso a liberi e imparziali” media, l’USAID ha stanziato altri 3,8 milioni di dollari per le ONG in Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan nel 2014. Allo stesso tempo, George Soros ha speso 80 milioni di dollari in convulse “riforme democratiche” in Kirghizistan negli ultimi 11 anni. Nel novembre 2014, l’84enne investitore e filantropo s’è recato in Kirghizistan attirando ampia attenzione mediatica, insieme a “considerevole” assistenza finanziaria fornita alle organizzazioni non governative per la “rivoluzione” in Ucraina. George Soros ha espresso chiaramente la sua posizione anti-russa in una conferenza stampa del Gruppo di crisi internazionale di Bruxelles, dove ha esortato l’Europa a “svegliarsi”. Questo è il motivo per cui la sua visita in Kirghizistan è stata considerata dalla maggior parte degli osservatori stranieri un tentativo d’impedire l’ingresso del Kirghizistan nell’Unione doganale e il riavvicinamento alla Russia. Non è un caso che durante la visita, l’ambasciata statunitense in Kirghizistan abbia assistito a numerose manifestazioni dove i manifestanti invitavano le ONG locali ad astenersi dal “farsi compare”. E’ ovvio che Washington continuerà a perseguire attivamente i propri interessi in Asia centrale con le organizzazioni non governative, cogliendo ogni possibile occasione per aumentare l’influenza sugli affari interni degli ex-territori sovietici e portando al potere capi fedeli in quegli Stati che ritiene di priorità assoluta. E’ ovvio che la Casa Bianca tenterà di sfruttare il fattore religioso per destabilizzare, soprattutto ha già testato lo scenario dello “Stato islamico” insieme ai suoi satelliti nel Golfo, dimostratosi molto efficace nel diffondere il caos non solo in una determinata regione, ma anche in tutto il mondo.

Vladimir Odintsov commentatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

image2Il Nuovo Grande Gioco n°82
Christoph Germann

Dalla fine del 2013, la Turchia è travolta dall’implacabile lotta di potere tra Recep Tayyip Erdogan, che ha lasciato la carica di primo ministro turco lo scorso anno per diventare il 12° presidente del Paese, e l’influente movimento appoggiato dalla CIA dell’auto-descritto “imam, predicatore e attivista della società civile” Fethullah Guelen, che vive negli Stati Uniti da quando fu costretto a fuggire in Turchia nel 1999. Il conflitto tra gli ex-alleati ha ormai raggiunto un punto in cui il presidente Erdogan si prepara ad aggiungere il movimento di Guelen nel ‘libro nero’ della Turchia, dato che l’organizzazione sarà classificata minaccia alla sicurezza nazionale della Turchia. Anche se la lotta per il potere in gran parte ha luogo in Turchia, altri Paesi, come l’Azerbaigian, ne sono colpiti ed Erdogan non è l’unico che cerca di contenere le attività dell’oscuro movimento. I regimi in Asia Centrale sono sempre più sospettosi verso le scuole di Guelen e con buona ragione. Dopo Russia e Uzbekistan, che avevano già chiuso le scuole oltre un decennio fa, il Turkmenistan ha seguito l’esempio, negli ultimi anni, e le scuole di Guelen in Tagikistan sono ora sotto esame, come il quotidiano filo-Erdogan Sabah ha trionfalmente annunciato questa settimana:
Il Tajikistan chiude le scuole di Guelen, definendole ‘missione ombra’
Sajdov Nuriddin Sajdovich, ministro dell’educazione e della scienza del Tagikistan, ha annunciato che non estenderà l’accordo con il Movimento Guelen sul permesso di aprire scuole nel Paese, in quanto considera la missione delle scuole del gruppo come “oscura”. Secondo la stampa locale, un funzionario del ministero, Rohimjon Sajdov, ha anche detto che sarà dissolto l’accordo tra il movimento Guelen e il governo tagiko sulle sue scuole nella regione. Sajdov ha aggiunto che l’accordo con gli istituti d’istruzione in questione scade nel 2015 e che il Paese non lo prorogherà. Attualmente vi sono 10 scuole in Tagikistan gestite dal movimento. La prima scuola del gruppo fu aperte nel 1992. Negli ultimi dieci anni, le finalità delle scuole sono al centro di un acceso dibattito nel governo turco. Vi sono state numerose richieste di chiusura da parte di Ankara”.

tadjikistan-2Il Tagikistan controlla le scuole di Guelen, preparandosi al caos afgano
È interessante notare che, secondo i media tagiki, Sajdov non ha menzionato la parola “ombra”. Invece ha detto che il governo tagiko sta per rivedere le licenze per le scuole Guelen perché la loro missione è “poco chiara”. Il quotidiano Sabah è noto caricare il caso quando si tratta del movimento Guelen, ma dato che le scuole di Guelen svolgono un ruolo decisivo nell’islamizzazione di Asia centrale e Caucaso e furono utilizzate per varie operazioni segrete della CIA, le autorità tagike dovrebbero considerare la missione delle scuole come “oscura”. Dushanbe ha a lungo lamentato che i giovani tagiki, che studiano illegalmente nelle scuole religiose islamiche all’estero, “possono facilmente radicalizzarsi ed essere reclutati nei gruppi estremisti o militanti”, mentre si fa poco per fermare indottrinamento e reclutamento dei terroristi interi. Tuttavia, le ultime azioni indicano che ciò potrebbe cambiare nel prossimo futuro:
Un presunto capo islamista e suoi subordinati detenuti in Tagikistan
Il presunto capo di una cellula del Movimento islamico dell’Uzbekistan (IMU) e 10 presunti collaboratori sono stati arrestati in Tagikistan. Il ministero dell’Interno tagiko ha detto in una dichiarazione televisiva, il 7 gennaio, che Ikrom Halilov, ex-imam di una moschea locale e altri erano stati arrestati nel distretto di Shakhrinav, a 50 chilometri ad ovest della capitale Dushanbe. Secondo il ministero, il gruppo è sospettato di pianificare l’attacco a una stazione di polizia, al fine di rubarne le armi”.
Negli ultimi mesi, il Movimento islamico dell’Uzbekistan (IMU) fa notizia nel nord dell’Afghanistan, dove i combattenti dell’Asia centrale appartenenti al gruppo IMU o a schegge, come Jamat Ansarullah, e le alleate forze taliban si ammassano ai confini di Tagikistan e Turkmenistan. Alla fine dello scorso anno, Zamir Kabulov, rappresentante speciale del presidente russo Vladimir Putin per l’Afghanistan, ha rilasciato una lunga intervista ad Interfax avvertendo della minaccia all’Asia centrale e alla Russia, ma stranamente ha detto che i jihadisti nel nord dell’Afghanistan provengono dallo Stato islamico (SIIL). Kabulov ha descritto in dettaglio come molti combattenti si concentrino sulle teste di ponte in Tagikistan e Turkmenistan e sottolineato che “i nostri alleati Tagikistan e Uzbekistan lo sanno, confermando le stesse informazioni e prendendo misure“. Perché per Kabulov gli insorti siano combattenti del SIIL non è chiaro. Alcuni jihadisti tagiki del SIIL hanno recentemente proclamato l’intenzione di “combattere gli infedeli” in Tagikistan, ma non hanno ancora ottenuto il permesso:
I militanti del SIIL chiedono a Baghdadi il permesso di combattere gli ‘infedeli’ in Tagikistan
I militanti dello Stato Islamico (IS) in Iraq hanno pubblicato un video dicendo di aver chiesto il permesso al gruppo dirigente per la jihad in Tagikistan, ha riferito RFE/RL tagiko. Abu Umarijon dice che lui e i suoi camerati tagiki hanno chiesto a Baghadi, capo dello Stato islamico, il permesso di tornare in Tagikistan e combattere con il gruppo estremista Jamat Ansarullah. Tuttavia, Baghdadi non gliel’ha concesso. “Agli emiri (capi) militanti che hanno trasmesso il messaggio ad Baghdadi è stato detto che in questo momento devono attendere”, spiega il militante tagiko”.
Il video ha causato scalpore in Tagikistan e il Centro Islamico del Tagikistan ha condannato i jihadisti chiedendo come sia possibile “la jihad in uno Stato la cui popolazione è al 99 per cento musulmana“. Ma anche senza il ritorno dei combattenti tagiki del SIIL, le autorità tagike hanno tutte le ragioni di preoccuparsi della situazione nel nord dell’Afghanistan. I sequestri sul confine tagiko-afgano evidenziano recentemente la gravità della minaccia. Questa settimana, i funzionari tagiki hanno reso pubblica l’identità delle quattro guardie di frontiera tagiki rapite il mese scorso, e hanno respinto le affermazioni secondo cui i taliban avevano fatto richieste per il loro rilascio. A causa del deterioramento della situazione della sicurezza, i servizi speciali del Tagikistan avrebbero preso “una serie di misure per rafforzare i tratti più vulnerabili” del confine tagiko-afghano e ora sorvegliano molto da vicino le attività degli insorti nel nord dell’Afghanistan. Oltre a questo, il Tagikistan ha anche creato una nuova base militare vicino al confine:
Per sorvegliare i taliban, il Tagikistan crea una nuova base militare al confine afghano
Le forze armate del Tagikistan creano una nuova base vicino al confine con l’Afghanistan in risposta all’apparente aumento dei combattenti sul lato afghano del confine. La base, chiamata “Khomijon”, sarà nella regione di Kuljab. “Carri armati, veicoli corazzati e altri armamenti” saranno impiegati nella base che “unità di tutte le strutture di sicurezza del Paese utilizzeranno per le manovre operative”, ha riferito RFE/RL citando una fonte del Ministero della Difesa del Tagikistan. Mentre non vi è alcuna “minaccia immediata” del concentramento di combattenti taliban al confine con il Tagikistan, Dushanbe ha scelto di adottare “misure preventive”, ha detto il funzionario. Una fonte anonima nel Comitato di Stato sulla Sicurezza Nazionale (GKNB) del Tagikistan ha detto all’agenzia russa TASS che “gruppi non controllati da Kabul” si sono ammassati sul lato afgano del confine”.

afghan_pakistan_786I taliban smentiscono le affermazioni del governo, mentre Ghani chiede agli USA di rimanere per sempre
Lo stesso giorno, un anonimo funzionario del servizio di sicurezza nazionale dell’Uzbekistan con linguaggio simile avvertiva dell'”aumento della presenza di formazioni armate non controllate dal governo dell’Afghanistan“. L’Uzbekistan prende alcune misure per affrontare il problema, ma le autorità uzbeke non costruiscono nuove basi militari, perché sono meglio preparate ad affrontare la minaccia dei vicini Tagikistan o Turkmenistan. Dopo che i taliban si sono avvicinati al Turkmenistan un mese fa, riprendendosi Khamjab nel distretto afgano di Jowzjan, il governo afgano ora cerca di calmare i nervi di Ashgabat. Il capo della polizia di Jowzjan, generale Fakir Muhammad Jaujani ha annunciato, la scorsa settimana, che le forze armate afgane preparano operazioni su vasta scala nelle province di Jowzjan e Faryab, dove gli insorti hanno ripetutamente provocato problemi negli ultimi mesi. Anche se l’International Security Assistance Force (ISAF) della NATO ha concluso la guerra in Afghanistan solo di nome, il presidente afgano Ashraf Ghani non ha perso tempo nel rimpiangere le truppe della coalizione:
Il presidente afgano dice agli USA di ‘riesaminare’ la data del ritiro
Il presidente afghano Ashraf Ghani ha detto in un’intervista che gli Stati Uniti dovrebbero “rivedere” il calendario della ritirata delle restanti truppe della coalizione nel Paese entro la fine del 2016. Le “scadenze sono dettate dalla mente ma non dovrebbero essere dei dogmi”, ha detto Ghani al programma della CBS “60 Minutes” sulla questione. Alla domanda cosa avesse detto al presidente USA Barack Obama, Ghani ha detto: “Il presidente Obama mi conosce, non abbiamo bisogno di spiegarci”.
Dato che Ghani è l’uomo di Washington, le sue parole sono una vera sorpresa e questa intervista probabilmente gli guadagnerà altri tributi sulla stampa statunitense. Ma mentre i funzionari e i media degli Stati Uniti non perdono occasione per elogiare il nuovo leader dell’Afghanistan, il popolo afgano è meno impressionato dalle prestazioni di Ghani, finora. Secondo l’ultimo sondaggio del notiziario afgano TOLOnews e dell’istituto di ricerca ART, Ghani ha perso popolarità tra la popolazione afgana, quasi il 50 per cento, dal suo insediamento a fine settembre. Uno dei motivi probabili è che Ghani non ha formato un governo con il direttore generale del suo governo di unità nazionale, Abdullah Abdullah. Anche se i due uomini hanno raggiunto un accordo per la condivisione del potere a settembre, c’è lo stallo sulle cariche governative. Ghani ha anche sperato di portare tre capi taliban nel suo governo, ma il gruppo ha respinto l’offerta:
I taliban rifiutano l’offerta di posti nel governo afghano
Ai taliban sono stati offerti posti nel nuovo governo afghano, ma hanno rifiutato, afferma la BBC. L’offerta proviene dal nuovo presidente Ashraf Ghani, nel tentativo di porre fine alla ribellione che minaccia il Paese. I tre uomini che il presidente Ghani aveva sperato di attirare nel suo governo erano Mullah Zaif, ex-ambasciatore talib in Pakistan, che ha vissuto relativamente apertamente a Kabul per alcuni anni, Wakil Muttawakil, ex-ministro degli Esteri talib, e Ghairat Bahir, un parente di Gulbuddin Hekmatyar, le cui forze sono alleate ai taliban”.
Se Ghani non riesce a raggiungere un accordo con i taliban, la situazione in Afghanistan può solo peggiorare e il presidente afghano avrà difficoltà a restare al potere. Così l’appello di Ghani agli Stati Uniti di “riesaminare” la scadenza del ritiro ha perfettamente senso. Tuttavia, come già detto, le preoccupazioni di Ghani sul cosiddetto ritiro della NATO sono completamente infondate. L’esercito statunitense ha risposto all’intervista di “60 minutes” dicendo che gli Stati Uniti “prevedono di restare in forze e non ci sono stati cambiamenti sul ritiro”, ma anche se gli Stati Uniti proseguono con il piano per avere una “normale” ambasciata a Kabul alla fine del 2016, ciò significa tenere migliaia di contractor nel Paese devastato dalla guerra. Tuttavia, al momento non sembra come gli Stati Uniti prendano sul serio il piano della ritirata:
A Camp Lejeune i marines si preparano a schierarsi in Afghanistan
Pochi mesi dopo la presunta fine delle operazioni di combattimento del Corpo in Afghanistan, ufficiali rivelano che i marines sono diretti di nuovo nel Paese dilaniato dalla guerra, ma i dettagli dell’operazione sono pochi. La notizia arriva con un comunicato stampa del Corpo dei Marines che delinea i preparativi compiuti dalla 2.nda Compagnia di collegamento d’artiglieria aero-navale di Camp Lejeune, North Carolina. La compagnia ha testato ls disponibilità della squadra di collegamento inter-arma Alpha a uno schieramento imminente in Afghanistan per la soluzione di vari scenari “reali” tra l’8 e l’11 dicembre, secondo il comunicato. Oltre al comunicato stampa, ufficiali del Corpo dei Marines si sono rifiutati di discutere dell’imminente schieramento del 2° ANGLICO. Citando la sicurezza operativa, un portavoce della Marine Expeditionary Force ha rifiutato di specificare quando, e per quanto, verrà schierata l’unità, dove opererà in Afghanistan e se altre unità dei marines l’accompagneranno”.

Azerbaijan_mapLa lotta agli agenti del ‘regime change’ di Washington nel Caucaso meridionale
Oltre alle truppe statunitensi, l’operazione Resolute Support, la missione di prosieguo dell’ISAF, conta su numerose truppe di altri Paesi della NATO e alleati, come Georgia e Azerbaigian. Un gruppo di soldati azeri è appena partito per l’Afghanistan a sostegno della missione della NATO, nonostante le tensioni tra il regime del leader dell’Azerbaigian Ilham Aliev e l’occidente. Negli ultimi mesi, l’Azerbaigian ha ripetutamente fatto notizia per la repressione di ONG, attivisti per i diritti umani e giornalisti, molti supportati da Stati Uniti e Unione europea. Dopo che le autorità azere avevano già arrestato Khadija Ismailova, giornalista investigativa che collabora per il servizio azero del portavoce della CIA, Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL), all’inizio del mese scorso, le relazioni tra Baku e Washington peggioravano quando il regime di Aliev ha chiuso l’ufficio di RFE/RL di Baku, un paio di settimane dopo:
USA ‘allarmati’ dall’Azerbaijan che chiude gli uffici a Baku di RFE/RL
Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti è preoccupato per la situazione dei diritti umani in Azerbaigian, aggravatosi dopo che le autorità hanno fatto irruzione e chiuso l’ufficio di RFE/RL a Baku ed interrogato dipendenti e collaboratori. Il portavoce del dipartimento di Stato Jeff Rathke ha riferito alla conferenza del 29 dicembre a Washington: “Queste azioni, insieme alla negazione dell’assistenza legale in tali interrogatori, sono ulteriore motivo di preoccupazione. Gli uffici azeri di RFE/RL, conosciuta come Radio Azadliq, sono stati perquisiti il 26 dicembre dagli investigatori del pubblico ministero confiscando documenti, file e attrezzature, prima di sigillare i locali”.
Com’era prevedibile, la guerra verbale tra Stati Uniti e Azerbaigian s’è intensificata dopo il giro di vite su RFE/RL. L’ex-presidente di RFE/RL Jeffrey Gedmin ha condannato l’azione di Aliev contro “una delle poche agenzie di stampa indipendenti rimaste in Azerbaigian” nei termini più forti possibili e ha avvertito l’amministrazione Obama che la visione di Washington di un’Europa “libera e unita” è a rischio. “Tutta l’Europa libera” è un codice spesso usato ma raramente spiegato, perché in pratica significa il consolidamento di un’Europa unita controllata da Bruxelles per conto degli Stati Uniti. L’Azerbaigian supportava la visione di Washington, ma al momento cruciale il regime Aliev è più interessato alla sua sopravvivenza che a un'”Europa unita e libera”. Anche se le tensioni sono forti al momento, resta da vedere se l’Azerbaigian davvero “snobberà l’occidente”, come alcuni suggeriscono:
L’Azerbaijan snobba l’occidente
Questi eventi sono stati segnalati all’estero soprattutto come ulteriore restrizione del già piccolo spazio in Azerbaigian per le opinioni alternative. Ed è così, suggerendo anche un drastico cambio geopolitico nell’instabile regione del Mar Caspio: crescente ostilità del governo azero verso Washington, con l’attacco a RFE/RL dopo mesi di retorica estrema anti-occidentale. Alti funzionari governativi azeri hanno accusato l’ambasciatore degli Stati Uniti a Baku di “gravi interferenze” e l’ex-ministro degli Esteri della Svezia Carl Bildt di essere una spia statunitense. Ai primi di dicembre, il capo dello staff presidenziale, Ramiz Mehdiev, ha pubblicato un articolo di 13000 parole sostenendo che la CIA escogita cambi di regime nello spazio post-sovietico (le cosiddette rivoluzioni colorate) definendo gli attivisti per i diritti umani in Azerbaigian “quinta colonna” degli Stati Uniti”.
Vale la pena sottolineare che la stampa israeliana suona l’allarme sul presunto cambio della politica estera dell’Azerbaigian, ma l’ambasciatore d’Israele a Baku Rafael Harpaz ha affrontato tali articoli dopo pochi giorni placando i timori e sottolineando che nulla cambia nei rapporti azerbaigiano-israeliani. Pertanto, i rapporti allarmistici nei media occidentali sul cambio geopolitico di Baku devono essere presi con cautela. Gli Stati Uniti non accetteranno di perdere l’Azerbaigian, considerando che la vicina Armenia è ufficialmente membro dell’Unione economica eurasiatica (UEE) cementando i legami con Mosca. Dopo i falliti tentativi d’impedire l’adesione dell’Armenia al blocco commerciale guidato dalla Russia, Washington apparentemente non è più interessata a “far progredire valori, pratiche e istituzioni democratici” in Armenia e decidendo di chiudere l’ufficio locale del National Democratic Institute (NDI), per “problemi finanziari”, ovviamente una scusa:
NDI sospende le attività in Armenia
L’ufficio armeno del National Democratic Institute (NDI) degli Stati Uniti, che opera in Armenia dal 1995, sospende le operazioni per problemi finanziari, ha detto Gegam Sargsjan, capo dell’ufficio, il 7 gennaio. Il NDI non riceve finanziamenti dal suo sponsor principale, l’USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale), quindi da marzo 2015 l’ufficio blocca le attività “per un tempo indefinito, fino a quando i fondi saranno disponibili” ha detto Sargsjan. “L’USAID sospese il finanziamento del NDI un anno fa e poi ricevemmo fondi dal National Endowment for Democracy degli USA” ha detto Gegam Sargsjan aggiungendo che oggi USAID preferisce sostenere organizzazioni locali piuttosto che internazionali, mentre “per la NDI non sono una priorità attuale“.

11120114176d0ec302adaa11b1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Turkmenistan sarà lo scudo anti-jihadisti?

Stanislav Ivanov New Eastern Outlook 10/01/2015

Dmitry_Medvedev_in_Turkmenistan_13_September_2009-1Dopo il ritiro delle forze NATO dall’Afghanistan, un aumento dell’attività islamista è previsto nel Paese e nella regione. Washington e i suoi alleati occidentali non sono riusciti ad infliggere una seria sconfitta al movimento dei taliban afghani, inoltre questo potrebbe non solo mantenere il controllo su un certo numero di province afghane, ma anche sviluppare stretti legami con il movimento talib pakistano e i capi del califfato islamico creato nel territorio di Siria e Iraq. Oggi, i cosiddetti “jihadisti” cercano di ampliare al massimo l’area d’influenza, anche penetrando nei Paesi dell’Asia centrale e del Caucaso. Esperti e scienziati politici discutono attivamente la possibilità del ripetersi di una “primavera araba”, questa volta nei Paesi dell’Asia centrale e in Azerbaigian. Questi Stati hanno alcune caratteristiche comuni con i Paesi vittime della “primavera araba”. Il Turkmenistan potrebbe divenire l’anello debole o al contrario lo scudo contro i “jihadisti” dei Paesi dell’Asia centrale e Caucaso? Il Turkmenistan occupa un posto speciale nel sistema di sicurezza regionale. La caratteristica della sua storia post-sovietica è lo status di neutralità riconosciuta dalle Nazioni Unite, conseguenza della sua non-partecipazione ad alleanze e associazioni militari e politiche. L’assenza di potenziali avversari esteri permette al governo del Paese di mantenere delle insignificanti, in dimensioni e potenza, forze armate. L’equidistanza di Ashgabat da tutti i centri globali e regionali e i giacimenti di idrocarburi del Paese dalla rilevanza mondiale permettono anche di costruire riuscite relazioni commerciali ed economiche reciprocamente vantaggiose con più di cento Paesi; i Paesi principali partner commerciali del Turkmenistan sono Iran (21,7%), Russia (18%), Turchia (16,4%) e Cina (10,8%). La principale voce dell’esportazione del Turkmenistan rimane il gas, ma c’è una tendenza alla diversificazione delle esportazioni aumentando la produzione di petrolio e prodotti petroliferi, energia elettrica, materiali da costruzione, cotone e altri beni. USA e UE mostrano interesse per lo sviluppo degli scambi economici e altri rapporti con il Turkmenistan. Vi sono piani per costruire nuovi gasdotti, oltre a quello esistente verso nord, a ovest e sud-est, in particolare il gasdotto TAPI di 1735 chilometri dal Turkmenistan ad Afganistan, Pakistan e India. La sua capacità è pari a 33 miliardi di metri cubi di gas all’anno, il costo è stimato in 7,9 miliardi di dollari. La Turchia ha un ruolo particolare nelle relazioni bilaterali del Turkmenistan con altri Paesi. La somiglianza in cultura, lingua, religione, tradizioni, costumi e abitudini favoriscono ulteriormente tale ravvicinamento in tutti i settori. In particolare, durante la visita del presidente turco R. Erdogan ad Ashgabat nel novembre 2014, l’attenzione era attirata sul fatto che più di 600 imprese ed aziende turche lavorano con successo nel Paese, mentre il valore complessivo dei progetti realizzati dalle aziende turche in Turkmenistan ammonta a 42 miliardi di dollari. Certo, rimane la forte concorrenza tra i Paesi interessati agli idrocarburi turkmeni e al mercato delle materie prime e dei servizi; tuttavia la concorrenza non è accompagnata da tentativi di rafforzarvi l’influenza di un particolare Paese o alleanza militare. La concorrenza è per lo più limitata al lobbying su alcuni gasdotti (da UE, Turchia, Iran, Pakistan, Cina, India). Sembra che tutti gli attori internazionali siano soddisfatti dalla neutralità di Ashgabat in politica estera e dal suo netto status neutrale. Il governo turkmeno ritiene che il Paese rimarrebbe ai margini in caso di conflitto regionale o internazionale, mantenendo così integrità territoriale e sovranità. Tuttavia, è sempre più chiaro ad Ashgabat che la minaccia alla sicurezza del Paese può provenire da attori non statali, soprattutto da gruppi islamici stranieri. È dimostrato che taliban turkmeni combattano insieme ad afghani e pakistani in Siria e Iraq, e che “Movimento islamico del Turkestan orientale” e “Movimento islamico dell’Uzbekistan” sono stati creati nel Waziristan settentrionale (Pakistan). Vi sono notizie su “taliban turkmeni” che controllano quasi tutti i territori in cui il gasdotto TAPI dovrebbe essere costruito (nei territori afghani e pakistani).
big Nel 2014 gli attacchi contro i posti di controllo di frontiera turkmeni al confine afghano-turkmeno sono aumentati. Centinaia di cittadini sono stati uccisi, alcuni decapitati, le loro proprietà saccheggiate, bestiame derubato e decine di case bruciate. Le guardie di frontiera turkmene subiscono non solo perdite, ma anche prigionieri per mano degli islamisti. Si parla di prime operazioni “di pulizia” dei militanti che cacciano le popolazioni dalle aree adiacenti al confine e preparano corridoi per ulteriori puntate in profondità nel Paese. Controllano l’autostrada al confine turkmeno e possono, in ogni momento, marciare sulla valle Murgaba (Bagdis) e sulla provincia di Andkhoya (Faryab). Le autorità afghane e turkmene non controllano alla frontiera il traffico di droga, il contrabbando e l’infiltrazione dei gruppi islamici, né possono controllare i movimenti degli allevatori che pascolano il bestiame su entrambi i lati del confine. Si dovrebbe ricordare che quando il movimento basmachi venne sconfitto in URSS, negli anni ’20-’30, una serie di grandi e influenti clan turkmeni fuggì in Afghanistan, nelle regioni al confine. Ancora pretendono la restituzione delle loro terre ancestrali, oggetto del ricatto continuo del governo del Turkmenistan. La questione ha acquisito particolare importanza quando due grandi giacimenti di gas, le oasi Serakh e Murgab, si ritrovano vicino alle terre reclamate dai turkmeni afghani. Quindi, vi è la crescente possibilità di attacchi di taliban e “jihadisti” afghani di ogni risma e colore contro il Turkmenistan, nella primavera 2015. I molti popoli che stabilmente vi risiedono, hazara, turkmeni, curdi, uzbeki e tagiki, sono raggiunti, ultimamente, da un numero crescente di persone provenienti da altre province dell’Afghanistan e da “jihadisti” stranieri. Si prevede che possano invadere il Turkmenistan dal velayat Bagdis lungo la valle del fiume Murgab. Nonostante il fatto che l’area abbia fortificazioni e la presenza di un’unità di guardie di frontiera, la valle di Murgab attrae i militanti essendo la via più veloce alla successiva marcia verso nord. Vi è una popolazione (che potrebbe essere presa in ostaggio), molto bestiame, depositi, buone strade, numerosi veicoli e perfino armi. Da Takhta-Bazar, si può facilmente arrivare, su una strada asfaltata, alla città strategica di Jolotan, nei pressi della quale vi è il grande giacimento di gas di Galkynysh, fonte del “TransCaspio” per l’Europa. E’ da questo luogo che il nuovo gasdotto strategico “Est-Ovest” parte per le rive del Caspio.
Il governo turkmeno, anche se con un certo ritardo, reagisce alla crescente minaccia dall’Afghanistan. Sono state adottate rapide misure per rafforzare il controllo delle frontiere e altre agenzie della difesa in questa parte del confine di Stato costruiscono nuove fortificazioni. Un fossato, largo quattro metri e profondo cinque, è stato scavato lungo il confine afgano, rinforzato da una rete metallica. Inoltre, si sviluppano i contatti con i potenziali alleati nella lotta agli islamisti. Così, il 14 settembre 2014, il Generale Khossein Dehgan, ministro della Difesa iraniano, ha visitato il Turkmenistan per coordinare gli sforzi dei due Paesi nella sicurezza regionale. Il tema principale dei negoziati Iran-Turkmenistan è l’interazione in caso d’invasione dei “jihadisti” dall’Afghanistan. La parte iraniana ha espresso disponibilità a svolgere, al più presto, manovre dell’esercito iraniano nella provincia nord-orientale, invitando i militari turkmeni in qualità di osservatori. L’11 settembre 2014, il Presidente del Turkmenistan G. M Berdymukhammedov improvvisamente arrivò a Dushanbe per partecipare al vertice SCO da ospite d’onore, anche se il suo Paese non è membro dell’organizzazione e aveva già dimostrativamente preso le distanze da qualsiasi iniziativa regionale. Nel corso del vertice, il presidente del Turkmenistan ha incontrato i presidenti di Iran, Mongolia, Repubblica popolare cinese, nonché i rappresentanti di India e Pakistan. Si potrebbe suggerire che le questioni di sicurezza regionale furono discusse in questi incontri. Nell’agosto 2014, il governo turkmeno effettuò la “de-islamizzazione” del suo sistema educativo. Nel quadro dell’attuazione del trattato bilaterale sulla cooperazione nell’istruzione, concluso tra i governi di Turkmenistan e Turchia, il 15 agosto 2014, furono chiuse la scuola turkmeno-turca e l’Università turkmeno-turca. La scuola turca fu lasciata solo per i figli dei dipendenti dell’ambasciata e delle società turche che lavorano in Turkmenistan. L’Università è divenuta un’università nazionale, i suoi programmi sono stati rivisti e una sostanziale (in termini locali) tassa viene riscossa per gli studi. Allo stesso tempo, il nuovo trattato concluso tra Turkmenistan e Turchia sull’istruzione ha completamente eliminato qualsiasi interferenza non statale. I soggetti relativi agli studi religiosi sono stati rimossi dai programmi scolastici, le ore di preghiera (obbligatorie) sono state abolite. Tutte le innovazioni nell’educazione, introdotte su iniziativa del noto chierico turco Fethullah Gulen, sono state liquidate. Pertanto, il governo del Turkmenistan adotta misure preventive per difendere lo Stato contro eventuali attentati alla sovranità da parte di gruppi islamisti afghani. Nonostante il carattere autoritario ancora conservato dal governo e alcuni elementi da “primavera araba” che gli sono propri, non si attende un rovesciamento violento del governo e l’espansione “jihadista” in Turkmenistan nei prossimi anni. Il Paese ha solide tradizioni di potere secolare contro cui, oggi, non c’è alternativa visibile o opposizione organizzata. La maggioranza dei turkmeni pratica un Islam tradizionale moderato, i 5 milioni di abitanti del Paese si distinguono su carattere tribale e vivono su un territorio comune, vi sono salari minimi garantiti e sufficienti per tutte le categorie della cittadinanza, e il governo presta attenzione allo sviluppo di industria, infrastrutture, alloggi, al miglioramento dei sistemi di istruzione e assistenza sanitaria, ed altri aspetti di vitale importanza per la vita sociale.
In caso d’invasione “jihadista” del Turkmenistan, Ashgabat avrà un rapido aiuto da autorevoli organizzazioni internazionali, prima di tutto l’Organizzazione delle Nazioni Unite, così come dalle grandi potenze (Russia, Cina, Stati Uniti) e dai partner regionali (Turchia, Iran, ecc).

Turkeys President Recep Tayyip Erdogan visits TurkmenistanStanislav Ivanov, ricercatore presso l’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa, ricercatore in Storia ed editorialista di “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’attacco False Flag della CIA a Peshawar

AanirfanPAKISTAN-UNREST-NORTHWEST-SCHOOLLa CIA è alleata con tutti i gruppi sospettati del massacro della scuola in Pehawar. La CIA è alleata con i seguenti:
Taliban del Pakistan
La propaggine del SIIL dei taliban del Pakistan
La ‘D Company’ gestita dal gangster Dawood Ibrahim
Elementi chiave dei servizi segreti del Pakistan (ISI)
Generali e capi della polizia
Politici importanti
Vari signori della guerra coinvolti nel traffico di eroina e armi
Diverse compagnie mercenarie private
Il supporto degli spettri ai musulmani pazzi

2008424205La mappa qui sopra è promossa dai neoconservatori statunitensi. Stati Uniti e Israele vogliono creare un Pakistan più piccolo, più debole e denuclearizzato. Da qui gli attacchi terroristici continui in Pakistan organizzati da CIA e alleati. Il Pakistan deve essere trattato come Iraq, Afghanistan, Libia, Siria… La Guerra in Pakistan.
Il Pakistan è stato distrutto dalla CIA. Zia ul-Haq è stato presidente del Pakistan nel 1977-1988 e con l’aiuto della CIA ha cercato di radicalizzare il Pakistan. Zia-ul-Haq e i suoi amici della CIA hanno fatto “milioni e milioni” con l’eroina. The overthrow of Pakistan presidents by the CIA/ India to help in Attack on Pakistan?/ US and UK links to the terrorists in India and Pakistan/Anglo-American-Israeli plans for Pakistan and beyond

GANGSTER DAWOOD IBRAHIML’agente della CIA è il gangster di Pakistan e India Dawood Ibrahim, apparentemente protetto da CIA, ISI pakistano e RAW indiano. È collegato a diversi attacchi terroristici. C’è il sospetto che Dawood Ibrahim possa avere qualche collegamento con l’attacco alla scuola di Peshawar. Agenti dell’intelligence indiana RAW dovevano eliminarlo nel settembre 2013. Ma l’operazione fu interrotta quando il RAW ricevette una misteriosa telefonata. Dawood Ibrahim vivrebbe nella zona di Peshawar. “Alti funzionari di ISI ed esercito pakistano avrebbero la responsabilità di proteggere Dawood.Underworld don Dawood Ibrahim. “Dawood Ibrahim sarebbe uno dei responsabili degli attacchi terroristici a Mumbai“.

241E1DC800000578-2877262-image-a-5_1418821454991Dawood Ibrahim, 15 anni, non andò a scuola il giorno della strage. Dawood Ibrahim è ora l’unico scolaro rimasto della 9.na classe della Public School dell’Esercito in Peshawar, dopo che i ‘terroristi’ hanno assassinato tutti i suoi compagni di classe. DailyMail
Secondo quanto riferito, Dawood Ibrahim, il gangster, ha interessi nel casinò della CIA a Kathmandu. Secondo quanto riferito, si tratta di riciclaggio di denaro dei politici indiani. (Wayne Madsen collega Dawood Ibrahim agli attentati di Mumbai) “Gli Stati Uniti hanno mostrato ‘mancanza di entusiasmo’ nel deportare il malavitoso Dawood Ibrahim in India dal Pakistan, nonostante alcuni sforzi iniziali, dice il leader del BJP, LK Advani. “Advani, nel suo libro di memorie ‘My Country My Life’, prende atto con profonda delusione della reticenza degli Stati Uniti a spingere il Pakistan a consegnare Dawood, ricercato in connessione con gli attentati del 1993 a Mumbai, in India“. (Fun on the Net)

23Il ‘compound di Usama bin Ladin’ nella città di Abbottabad in Pakistan, aveva un design speciale. Secondo quanto riferito, è un progetto utilizzato dai militari degli Stati Uniti. L’esercito statunitense  usa tale progetto per la costruzione di case segrete e sicure per alti ufficiali nelle zone pericolose. “Fonti altolocate di intelligence indiana” rivelano che il contratto per la costruzione di tali abitazioni in Pakistan è stato siglato dalla Safari Construction. La Safari sarebbe di proprietà di Dawood Ibrahim. (Forse la ditta di costruzione di Dawood ha costruito la casa ‘di Osama’ ad Abbottabad?)

peshawar-classroom1. Quando c’è un attacco sotto falsa bandiera organizzato dalla CIA, di solito c’è un’esercitazione in corso nel frattempo. L’attacco alla scuola di Peshawar: Uno degli studenti feriti, Abdullah Jamal, ha detto che era con un gruppo di adolescenti che si stava addestrando al pronto soccorso, con un team di medici dell’esercito pakistano, quando la violenza è esplosa. Irfan Shah ha detto che era in classe alle 10:30 quando ha sentito il rumore degli spari. Shah ha detto al MailOnline: “Stavamo studiando studi sociali. La nostra insegnante ci aveva detto prima che una qualche esercitazione era in corso e che non dovevamo preoccuparci.”
2. Quando c’è un attacco sotto falsa bandiera organizzato dalla CIA, i servizi di sicurezza spesso ritardano a rispondere. “Dopo mezz’ora dall’attacco, l’esercito è arrivato e ha sigillato la scuola“, ha detto un insegnante che era scappato a una rete televisiva privata.
3. Quando c’è un attacco sotto falso bandiera organizzato dalla CIA, vi sono “capri espiatori” e vi sono dei veri assassini. A Peshawar, i “capri espiatori” hanno scelto di non uccidere i bambini. “I nostri attentatori suicidi sono entrati nella scuola, non avevano istruzioni di colpire i bambini, ma il personale dell’esercito”, ha detto un portavoce del taliban pakistani a Reuters.
4. Quando c’è un attacco sotto falsa bandiera organizzato dalla CIA, la CIA di solito corre in aiuto della polizia e dei militari locali. Testimoni oculari hanno detto che gli aggressori erano vestiti con uniformi dell’esercito. Nel 2009, il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman disse che il Pakistan era una minaccia per il suo Paese peggiore dell’Iran. In Pakistan, sembra che ci sia un’operazione tipo Gladio, che mira a promuovere gli interessi di certi gangster. Il 16 dicembre 2014 è stato riferito che misteriosi uomini armati avevano ucciso 132 bambini in una scuola ‘fortemente protetta’ per i familiari dei militari, a Peshawar (sopra) in Pakistan. Questo attacco alla scuola sembra un lavoro interno sotto falsa bandiera dei servizi di sicurezza. Diversi bambini hanno detto che gli uomini armati comunicavano tra loro in una lingua straniera. Testimoni hanno detto che alcuni degli uomini armati indossavano uniformi militari pakistane. L’attacco del 2004 a una scuola di Beslan in Russia, che uccise più di 330 persone, è stato imputato alla CIA. L’esercito pakistano userebbe i militanti islamici per compiere attentati in luoghi come Kashmir e Afghanistan. Killing spree at Pakistan school, 132 students dead.

david_headley_coleman630David Headley, trafficante di droga e agente della CIA.

Peshawar è un settore in cui le narcomafie armate sono attive, ed è una zona conosciuta bene dall’agente della CIA David Headley. Secondo quanto riferito, il cosiddetto terrorismo islamico in Pakistan è una guerra tra bande. Secondo Rakesh S. (Il Pakistan e il mito del terrorismo islamico):

1. Nella North West Frontier Province del Pakistan troviamo
A) gente comune che spesso non ha terra, lavoro e poco da mangiare, spesso trattata da schiava.
B) la ricca élite composta da generali dell’esercito che gestiscono imprese, grandi proprietari terrieri, signori della guerra che vendono droga e armi, e alcuni mullah collegati alla criminalità.
2. Le persone comuni sono spesso costrette a lavorare per i signori della guerra locali. Queste persone comuni sembrano essere terroristi islamici, ma sono in realtà mercenari involontari dei signori della guerra. Questi mercenari involontari vengono massacrati nelle guerre tra i signori della guerra e le guerre contro il governo del Pakistan.
Rakesh.S scrive che secondo un politico di Peshawar: “La Grande Jihad degli anni ’80 è un mito… persone come Usama bin Ladin e Gulbuddin Hekmateyar fondamentalmente dirigevano operazioni con i mercenari e il racket con i soldi del Golfo e dell’Arabia Saudita, le armi fornite da CIA e MI6, e sotto la tutela della famigerata agenzia Inter-servizi segreti (ISI) del Pakistan”.

Reagan_sitting_with_people_from_the_Afghanistan-Pakistan_region_in_February_1983I taliban sono accusati dell’attacco alla scuola di Peshawar. Il presidente pakistano Asif Ali Zardari ha detto che CIA e ISI pakistano hanno creato i taliban. “ISI e CIA li hanno creato insieme”, ha detto Zardari alla NBC in un’intervista. (InformationLiberation – CIA e ISI hanno creato i taliban)

wali_1470974eBaytullah Mahsud

Per anni gli Stati Uniti si sono misteriosamente rifiutati di uccidere con un drone l’ex-capo dei taliban del Pakistan Baytullah Mahsud, pur avendo avuto la sua posizione precisa dalle autorità dell’intelligence pakistana“. (Pakistan’s conspiracy cottage industry)
Si ritiene che i taliban siano gestiti dai servizi di sicurezza di Stati Uniti, Regno Unito, Israele, India e Pakistan. A quanto pare i taliban del Pakistan sono armati dagli Stati Uniti.

dawood-ibrahim-kaskar_416x416Dawood Ibrahim, gangster pakistano e agente della CIA

A quanto pare gli Stati Uniti controllano molti capi pakistani. (US Security Firm Bribes Pakistani Officials, Top Interior Ministry Officer Arrested)
Funzionari degli Stati Uniti hanno detto che la CIA aveva regolarmente inviato agenti dell’ISI in una struttura di addestramento segreta in North Carolina. (‘No smoking gun linking command to militants’)
Alcuni degli “attentatori” del Pakistan “hanno riconosciuto di esser stati addestrati dalle agenzie d’intelligence israeliana e indiana nei campi in Afghanistan”. (Il terrorismo contro l’Islam – Rawalpindi Blast)
Il 5 novembre 2009, The Nation (Pakistan), parlava di giornalisti-spie nella FATA (al confine del Pakistan con l’Afghanistan)?
Matthew Rosenberg, corrispondente del Wall Street Journal, viaggiava frequentemente tra Washington, Islamabad, Peshawar e Nuova Delhi negli ultimi due mesi… Secondo un funzionario di un’agenzia di sicurezza, Matthew Rosenberg è un capo operativo di CIA e Blackwater a Peshawar. Le forze dell’ordine, ha detto, avevano anche tracciato i suoi legami con l’agenzia d’intelligence israeliana Mossad. Secondo la BBC, “il giorno di Natale del 2007, il governo afgano disse di aver espulso due alti diplomatici, un esperto di affari politici inglese delle Nazioni Unite, l’altro, un irlandese, capo ad interim della missione dell’Unione europea” (BBC ‘Grande Gioco’ o solo malinteso?)
Secondo l’Independent: “La Gran Bretagna prevede di costruire un campo di addestramento per 2000 taliban nel sud dell’Afghanistan“.

karzai-articleMatthew Rosenberg

Un post su questo sito ci racconta del collegamento tra governo inglese e terrorismo in Pakistan. Nel 2007 l’intelligence pakistana rintracciò la fonte di gran parte del terrorismo in Pakistan, presso un campo di ‘terroristi’ nella provincia di Helmand in Afghanistan. Il campo era diretto da Michael Semple e Mervyn Patterson. Entrambi questi spettri inglesi lavoravano apparentemente per organizzazioni umanitarie. A seguito degli straordinari lavori d’intelligence dell’ISI, Karzai in Afghanistan e alti funzionari del governo Musharraf si scambiarono visite che portarono all’arresto e all’espulsione di Patterson e Semple dall’Afghanistan. La vera storia è che questi campi di addestramento furono istituiti per creare i taliban del Pakistan o Tehrik-e Taliban-e Pakistan (TTP); ma perché? Se i taliban dovessero occupare alcune aree del Pakistan e una parte della capitale, allora potrebbero essere una scusa sufficiente per gli Stati Uniti per bombardare gli impianti nucleari pakistani e distruggerne le armi nucleari. C’erano seri piani di guerra ed esercitazioni militari delle forze statunitensi per tale scenario.

BritishCitizensOfNote8Mervyn Patterson

Il 19 ottobre 2009, fu riferito che i capi del TTP furono evacuati con ponti aerei misteriosi. “Misteriosi elicotteri hanno trasporto alcuni taliban dalle aree di confine tra Pakistan e Afghanistan al Waziristan, secondo diverse fonti, e con crescenti timori che i terroristi anti-Pakistan del TTP vengano salvati dai loro “alleati stranieri” d’oltre confine. I movimenti inspiegabili di elicotteri e aerei non contrassegnati sono stati segnalati negli ultimi giorni al confine afgano-pachistano e una fonte ha affermato che sono stati trasportati nell’Afghanistan orientale. Alcuni esperti ritengono che gli alleati segreti dei taliban hanno agito per salvare i militanti da un assalto nel Sud Waziristan delle forze armate pakistane, mentre altri ritengono che l’evacuazione segreta sia parte di un accordo più ampio tra certi Stati occidentali e i “taliban buoni”. Il trasporto in elicottero e l’evacuazione dei capi del TTP dal Sud Waziristan coincise con notizie sui meda stranieri su un’evacuazione misteriosa similare di “militanti” dal Sud al Nord dell’Afghanistan. Un sito iraniano, il 18 ottobre ha riferito che l’esercito inglese trasferisce taliban da sud a nord dell’Afghanistan, fornendogli mezzi da trasporto. Citando diplomatici che hanno parlato in condizione di anonimato, il sito iraniano ha affermato che i ribelli sono stati aviotrasportati dalla provincia meridionale di Helmand, a nord, nell’aumento delle violenze nelle regioni settentrionali del Paese. PressTV ha inoltre affermato che “gli aeromobili utilizzati per il trasferimento sono stati identificati come elicotteri inglesi Chinook”. La notizie suggerisce che l’operazione segreta sia lanciata sotto la supervisione del ministro degli Interni afghano Mohammad Hanif Atmar, che “ancora opera sotto la guida inglese”. L’agenzia stampa afghana Pajhwok ha riferito che l’ambasciatore statunitense ha respinto le speculazioni sul Paese che aiuta i terroristi nel nord, dicendo che gli USA non hanno nulla a che fare con l’aviotrasporto di uomini armati con elicotteri nelle province di Samangan, Baghlan e Kunduz’. In una conferenza stampa dell’11 ottobre a Kabul, il presidente Hamid Karzai aveva affermato che “alcuni elicotteri non identificati hanno sbarcato di notte uomini armati nelle province settentrionali”. Secondo Pajhowk il presidente Karzai ha rivelato “che il governo aveva ricevuto la prova dell’elisbarco di uomini armati da elicotteri misteriosi nelle province, negli ultimi cinque mesi”. Un’indagine completa è in corso per determinare di quale Paese fossero gli elicotteri, perché gli uomini armati sono stati infiltrati nella regione, e se la crescente insicurezza nel nord sia legata a ciò“. Pakobserver

wali-ur-rehmanBaythullah Mahsud, ‘defunto’ capo tribale in Pakistan avrebbe avuto legami con la CIA. (Winter Patriot: Is Pakistan’s “Public Enemy Number One” A CIA Asset?)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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