La verità sull’arsenale nucleare segreto d’Israele

Julian Borger, The Guardian, 15 gennaio 2014

Israele ha rubato segreti nucleari e produce di nascosto bombe atomiche dagli anni ’50. E i governi occidentali, tra cui di Gran Bretagna e Stati Uniti, chiudono un occhio. Ma come possiamo aspettarci che l’Iran freni le ambizioni nucleari se gli israeliani non si chiariranno?4146483624cia-israel-dimonaNelle profondità delle sabbie del deserto, uno Stato mediorientale assediato ha costruito bombe nucleari in segreto, utilizzando tecnologie e materiali forniti da potenze amiche o rubati da una rete di agenti clandestini. E’ roba da thriller e il tipo di narrazione spesso usata per caratterizzare i peggiori timori sul programma nucleare iraniano. In realtà, però, le intelligence di Stati Uniti e Regno Unito credono che Teheran non abbia deciso di costruire una bomba, e i programmi atomici dell’Iran sono continuamente monitorati internazionalmente. Il racconto esotico della bomba nascosta nel deserto è una storia vera però. Solo che riguarda un altro Paese. Con una straordinaria serie di sotterfugi, Israele è riuscito ad assemblare un arsenale nucleare clandestino stimato in 80 testate, pari a India e Pakistan, ed ha anche testato una bomba quasi mezzo secolo fa, con scarse proteste internazionali o alcuna consapevolezza pubblica di ciò che facesse. Nonostante il fatto che il programma nucleare d’Israele sia un segreto di Pulcinella grazie a un tecnico scontento, Mordechai Vanunu, che lo denunciò nel 1986, la posizione ufficiale d’Israele è come sempre mai confermarne o negarne l’esistenza. Quando l’ex-presidente della Knesset Avraham Burg ruppe il tabù nel dicembre 2013, dichiarando il possesso israeliano di armi nucleari e chimiche e descrivendo la politica ufficiale di non divulgazione come “obsoleta e infantile“, un gruppo di destra chiese formalmente che venisse indagato per tradimento. Nel frattempo, i governi occidentali hanno supportato la politica dell'”opacità”, evitando ogni menzione della questione. Nel 2009, quando una giornalista veterana di Washington, Helen Thomas, chiese a Barack Obama nel primo mese di presidenza se sapesse di un Paese del Medio Oriente con armi nucleari, schivò la trappola dicendo solo che non voleva “speculare”. I governi del Regno Unito hanno generalmente seguito l’esempio. Alla domanda alla Camera dei Lord nel novembre 2013 sulle armi nucleari israeliane, la baronessa Warsi rispose tangenzialmente, “Israele non ha dichiarato un programma di armi nucleari. Abbiamo regolari contatti con il governo d’Israele su una serie di questioni legate al nucleare“, disse la ministra. “Il governo d’Israele non ci suscita dubbi. L’incoraggiamo a far parte del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT)“. Ma attraverso le crepe di questo muro di pietra, sempre più dettagli continuano ad emergere di come Israele abbia costruito armi nucleari con tecnologia contrabbandata e rubacchiata. Il racconto fa da contrappunto alla storica lotta di oggi sulle ambizioni nucleari dell’Iran. Il parallelo non è esatto, Israele, a differenza dell’Iran non firmò fino il TNP del 1968 e non ha potuto violarlo. Ma quasi sicuramente viola un trattato che bandisce i test nucleari, così come innumerevoli leggi nazionali e internazionali che limitano il traffico di materiali e tecnologie nucleari.
pic12 L’elenco delle nazioni che segretamente hanno venduto ad Israele materiale e competenze per produrre testate nucleari, o che hanno chiuso un occhio sul loro furto, includono gli attivisti più fedeli alla lotta alla proliferazione: Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna e anche Norvegia. Nel frattempo, gli agenti israeliani accusati di acquistare materiale fissile e tecnologia entrarono in alcuni degli stabilimenti industriali più sensibili del mondo. Questa rete di spie audaci dal notevole successo, nota come Lakam, acronimo ebraico per Ufficio dei collegamenti scientifici, dal suono innocuo, includeva figuri coloriti come Arnon Milchan, miliardario produttore di Hollywood di successi come Pretty Woman, LA Confidential e 12 Anni Schiavo, che infine ammise il suo ruolo. “Sai cosa vuol dire essere un ventenne e il tuo Paese permetterti di essere James Bond? Wow! Azione! E’ stato emozionante“, ha detto in un documentario israeliano. La storia della vita di Milchan è colorita e abbastanza probabilmente oggetto di uno dei blockbuster che vendono. Nel documentario, Robert de Niro ricorda le discussioni sul ruolo di Milchan nell’acquisto illecito di inneschi per testate nucleari. “A un certo punto chiesi qualcosa a tale proposito, essendo amici, ma non in modo accusatorio. Volevo solo sapere“, dice De Niro, “Disse: sì l’ho fatto per il mio Paese, Israele“. Milchan non rifuggiva dall’usare le connessioni con Hollywood per facilitare la sua seconda carriera oscura. A un certo punto, ammette nel documentario, usò il richiamo di una visita dell’attore Richard Dreyfuss per avvicinare un alto scienziato nucleare degli Stati Uniti, Arthur Biehl, e farlo entrare nel consiglio di una delle sue aziende. Secondo la biografia di Milchan dei giornalisti israeliani Meir Doron e Joseph Gelman, fu assunto nel 1965 dall’attuale presidente israeliano Shimon Peres, che incontrò in una discoteca di Tel Aviv (chiamata Mandy, dal nome dalla padrona di casa e moglie del proprietario Mandy Rice-Davies, nota per il suo ruolo nello scandalo sessuale Profumo). Milchan, che guidava l’azienda di fertilizzanti di famiglia, non si volse mai indietro nel giocare un ruolo centrale nel programma di acquisizione clandestina d’Israele. Fu responsabile per la protezione vitale della tecnologia di arricchimento dell’uranio, fotografando progetti di centrifughe che un dirigente tedesco corrotto aveva temporaneamente “smarrito” in cucina. Gli stessi progetti, appartenenti al Consorzio di arricchimento dell’uranio europeo, URENCO, furono rubati una seconda volta da un impiegato pachistano, Abdul Qadir Khan, che li usò per fondare il programma di arricchimento del suo Paese e creare il contrabbando globale di materiale nucleare, vendendo progetti a Libia, Corea democratica e Iran. Perciò, le centrifughe d’Israele sono quasi identiche a quelle dell’Iran, una convergenza che permise ad Israele di provare un worm, nome in codice Stuxnet, sulle proprie centrifughe prima di scatenarle contro l’Iran nel 2010. Probabilmente l’exploit del Lakam fu ancora più audace di quelle di Khan. Nel 1968, fece scomparire un intero cargo di uranio dal centro del Mediterraneo, in ciò che divenne noto come l’affare Plumbat; gli israeliani usarono una società di copertura per comprare una partita di ossido di uranio, noto come yellowcake, ad Anversa. Lo yellowcake era nascosto in fusti etichettati “plumbat”, derivato del piombo, e caricato su una nave da carico noleggiata da una società liberiana fasulla. La vendita fu camuffata da transazione tra aziende tedesche ed italiane con l’aiuto di funzionari tedeschi, in cambio di un’offerta d’Israele per aiutare i tedeschi nella tecnologia delle centrifughe. Quando la nave, la Scheersberg A, era ancorata a Rotterdam, e l’intero equipaggio fu licenziato con il pretesto che la nave era stata venduta e un equipaggio israeliano lo sostituì. La nave navigò nel Mediterraneo dove, sotto scorta della marina israeliana, il carico fu trasferito su un’altra nave. Documenti declassificati di Stati Uniti e Regno Unito nel 2013 rivelarono un acquisto israeliano finora sconosciuto di circa 100 tonnellate di yellowcake dall’Argentina, nel 1963 o 1964, senza le garanzie tipicamente usate nelle operazioni nucleari per evitare che il materiale sia utilizzato per le armi. Israele ebbe poche remore nella far proliferare la tecnologia di armi e materiali nucleari, aiutando il regime dell’apartheid del Sud Africa a sviluppare la propria bomba negli anni ’70 in cambio di 600 tonnellate di yellowcake. Il reattore nucleare d’Israele richiedeva ossido di deuterio, noto anche come acqua pesante, per moderare la reazione fissile. Perciò Israele si rivolse a Norvegia e Gran Bretagna. Nel 1959, Israele comprò 20 tonnellate di acqua pesante che la Norvegia aveva venduto al Regno Unito, ma era un surplus per il programma nucleare inglese. Entrambi i governi sospettarono che il materiale sarebbe stato utilizzato per la fabbricazione di armi, ma decisero di guardare da un’altra parte. Nei documenti visionati dalla BBC nel 2005, i funzionari inglesi sostennero che sarebbe stato “eccesso di zelo” imporre misure di salvaguardia. Da parte sua, la Norvegia compì solo una visita d’ispezione, nel 1961.
pic3 Il programma di armi nucleari d’Israele non avrebbe mai potuto decollare senza l’enorme contributo dalla Francia. Paese che adottava la linea dura sulla proliferazione verso l’Iran ma contribuì a gettare le basi del programma di armamento nucleare israeliano, spinto dal senso di colpa per aver abbandonato Israele durante il conflitto di Suez del 1956, dalla simpatia degli scienziati franco-ebrei, dalla condivisione dell’intelligence sull’Algeria e dalla volontà di vendere competenze francesi all’estero. “C’era la tendenza a cercare di esportare e c’era un diffuso sostegno ad Israele“, dice André Finkelstein, ex-vice commissario del Commissariato per l’energia atomica francese e vicedirettore generale presso l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ad Avner Cohen, storico israelo-statunitense. Il primo reattore in Francia divenne critico nel 1948, ma la decisione di costruire armi nucleari sembra sia stata presa nel 1954, dopo che Pierre Mendès France compì il suo primo viaggio a Washington da presidente del consiglio dei ministri della caotica Quarta Repubblica. Sulla via del ritorno disse a un aiutante: “E’ esattamente come un incontro tra gangster Ognuno mette la pistola sul tavolo, se non hai la pistola sei nessuno, quindi dobbiamo avere un programma nucleare…” Mendès France diede l’ordine di avviare la costruzione di bombe nel dicembre 1954. E costruendosi l’arsenale, Parigi vendette assistenza e materiale ad altri aspiranti alle armi nucleari, non solo Israele. “Andammo avanti per molti, molti anni finché facemmo certe esportazioni stupide, come l’Iraq e l’impianto di ritrattamento in Pakistan, che era pazzesco“, ricordava Finkelstein in un’intervista che può ora essere letta in una serie di articoli di Cohen presso il think tank Wilson Center di Washington. “Siamo stati il Paese più irresponsabile sulla non proliferazione“. A Dimona giunsero ingegneri francesi per costruirvi un reattore nucleare e un impianto molto più segreto per il ritrattamento per separare il plutonio dal combustibile spento del reattore. Questa fu la vera porta del programma nucleare d’Israele che mirava a produrre armi. Alla fine degli anni ’50 vi erano 2500 cittadini francesi che vivevano a Dimona, trasformandolo da villaggio a città cosmopolita completa di licei francesi e strade piene di Renault, eppure l’intero sforzo proseguì sotto uno spesso velo di segretezza. Il giornalista investigativo statunitense Seymour Hersh scrisse nel suo libro “L’opzione Sansone”: “ai lavoratori francesi a Dimona era proibito scrivere direttamente a parenti e amici in Francia e altrove, se non inviando la posta a una casella postale falsa in America Latina“. Agli inglesi, tenuti fuori dal giro, fu detto varie volte che l’enorme cantiere era un istituto di ricerca sulla coltivazione del deserto e un impianto di trasformazione del manganese. Gli statunitensi, tenuti anche all’oscuro da Israele e Francia, inviarono gli aerei spia U2 su Dimona nel tentativo di scoprire cosa facessero. Gli israeliani ammisero di avere un reattore, ma insistettero che avesse scopi del tutto pacifici. Il combustibile esaurito veniva inviato in Francia per il ritrattamento, sostenevano, fornendo anche filmati di esso presumibilmente caricato a bordo mercantili francesi. Nel corso degli anni ’60 fu categoricamente negata l’esistenza dell’impianto di ritrattamento sotterraneo di Dimona che sfornava il plutonio per le bombe.
pic11Israele si rifiutò di tollerare le visite da parte dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA), così negli anni ’60 il presidente Kennedy chiese di accettare gli ispettori statunitensi. I fisici statunitensi furono inviati a Dimona, ma furono raggirati fin dall’inizio. Le visite non furono mai due volte l’anno come concordato con Kennedy e furono oggetto di rinvii ripetuti. I fisici inviati a Dimona non ebbero il permesso di portare la propria attrezzatura o di raccogliere campioni. L’ispettore capo statunitense, Floyd Culler, esperto di estrazione di plutonio, osservò nei suoi rapporti che vi erano pareti di recente intonacate e tinteggiate in uno degli edifici. Si scoprì che prima di ogni visita, gli israeliani costruirono falsi muri intorno agli ascensori che scendevano di sei livelli nell’impianto di ritrattamento sotterraneo. Mentre sempre più prove del programma di armi d’Israele emergevano, il ruolo degli Stati Uniti passò da vittima inconsapevole a complice riluttante. Nel 1968 il direttore della CIA Richard Helms disse al presidente Johnson che Israele aveva effettivamente costruito armi nucleari e che la sua aviazione aveva condotto sortite per esercitarsi a sganciarle. Il momento non avrebbe potuto essere peggiore. Il TNP, volto ad evitare che troppi geni nucleari sfuggissero dalle loro bottiglie, era appena stato redatto e se la notizia che uno dei Paesi apparentemente privi di armi nucleari l’aveva segretamente prodotte, sarebbe diventato lettera morta dato che molti Paesi, in particolare arabi, avrebbero rifiutato di firmare. La Casa Bianca di Johnson decise di non dire nulla, e la decisione venne formalizzata in una riunione del 1969 tra Richard Nixon e Golda Meir, in cui il presidente degli Stati Uniti accettò di non fare pressione su Israele nel firmare il TNP, mentre la prima ministra israeliana accettò che il suo Paese non avrebbe “introdotto” per primo le armi nucleari in Medio Oriente e di non fare nulla per renderne l’esistenza pubblica. Infatti, il coinvolgimento degli Stati Uniti andò ben oltre il mero silenzio. In una riunione nel 1976, solo recentemente di dominio pubblico, il vicedirettore della CIA Carl Duckett informò una dozzina di funzionari della Nuclear Regulatory Commission degli Stati Uniti che l’agenzia sospettava che il combustibile fissile delle bombe d’Israele fosse uranio rubato sotto il naso degli Stati Uniti da un impianto di trasformazione in Pennsylvania. Non solo una quantità allarmante di materiale fissile mancava dall’azienda, la Nuclear Materials and Equipment Corporation (NUMEC), ma fu visitata da agenti segreti israeliani, tra cui Rafael Eitan, descritto alla società come “chimico” del Ministero della Difesa israeliano, ma in realtà dirigente del Mossad a capo del Lakam. “Fu uno shock. Tutti rimasero a bocca aperta“, ricorda Victor Gilinsky, uno dei funzionari nucleari statunitensi informato da Duckett. “Fu uno dei casi più eclatanti di materiale nucleare deviato, le cui conseguenze sembravano così terribili agli interessati e agli Stati Uniti che nessuno voleva davvero scoprire cosa succedesse”. L’indagine fu accantonata e alcuna accusa avanzata.
prince-edward-islands-3 Pochi anni dopo, il 22 settembre 1979, un satellite degli Stati Uniti, il Vela 6911, rilevò il doppio flash tipico di un test di armi nucleari al largo delle coste del Sud Africa. Leonard Weiss, matematico ed esperto di proliferazione nucleare, lavorava come consulente del Senato all’epoca e dopo essere stato informato dai servizi segreti statunitensi sui laboratori di armi nucleari del Paese, si convinse che un test nucleare, in violazione del Trattato sulla limitazione dei test, ebbe luogo. Fu solo dopo che le amministrazioni Carter e Reagan tentarono di imbavagliarlo sull’incidente cercando di cancellarlo con una poco convincente indagine, che Weiss comprese che gli israeliani, piuttosto che i sudafricani, effettuarono la detonazione. “Mi fu detto che avrebbe creato un gravissimo problema di politica estera per gli Stati Uniti, se dicevo che si trattava di un test. Qualcuno aveva fatto qualcosa che gli Stati Uniti non volevano che nessuno sapesse”, dice Weiss. Fonti israeliane dissero ad Hersh che il flash notato dal satellite Vela era in realtà il terzo di una serie di test nucleari nell’Oceano Indiano che Israele aveva condotto in cooperazione con il Sudafrica. “Fu una cazzata“, gli disse una fonte. “C’era una tempesta e pensammo che avrebbe bloccato Vela, ma c’era un buco, una finestra, e Vela fu accecato dal flash“. La politica del silenzio degli Stati Uniti continua fino ad oggi, anche se Israele sembra continuare ad operare sul mercato nero del nucleare, anche se a volumi molto ridotti. In un documento sul commercio illegale di materiale e tecnologia nucleari pubblicato nell’ottobre 2014, l’Istituto per la Scienza e la Sicurezza Internazionale (ISIS) di Washington osserva: “Su pressione degli Stati Uniti negli anni ’80 e inizio anni ’90, Israele… decise di fermare in gran parte l’illegale approvvigionamento del proprio programma di armamento nucleare. Oggi, vi è la prova che Israele può ancora compiere occasionali acquisti illeciti, operazioni sotto copertura degli Stati Uniti e cause legali lo dimostrano“. Avner Cohen, autore di due libri sulla bomba d’Israele, ha detto che la politica di opacità di Israele e Washington continua in gran parte per inerzia. “A livello politico, nessuno vuole averci a che fare per paura di aprire un vaso di Pandora. Per molti versi è un peso per gli Stati Uniti, ma a Washington tutti fino da Obama non lo toccano per paura che possa compromettere la base dell’intesa israelo-statunitense“.
Nel mondo arabo e non solo vi è una crescente insofferenza sul distorto status quo nucleare. L’Egitto, in particolare, ha minacciato di uscire dal TNP a meno che non vi sia un passo verso la creazione di una zona denuclearizzata in Medio Oriente. Le potenze occidentali hanno promesso d’indire una conferenza sulla proposta nel 2012, ma se ne uscirono, soprattutto su ordine degli Stati Uniti, riducendo la pressione su Israele a partecipare e dichiarare il proprio arsenale nucleare. “In qualche modo il kabuki va avanti“, dice Weiss. “Se si ammette che Israele possiede armi nucleari almeno si può avere una discussione onesta. Mi sembra che sia molto difficile una risoluzione della questione iraniana, senza essere onesti su questo“.

Arnon Milchan, al centro

Arnon Milchan, al centro

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Email di Hillary, dinari d’oro e Primavera araba

F. William Engdahl, New Eastern Outlook 17 marzo 2016

Sepolto tra decine di migliaia di pagine e-mail segrete dell’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton, ora rese pubbliche dal governo degli Stati Uniti, c’è un devastante scambio di e-mail tra Clinton e il suo confidente Sid Blumenthal su Gheddafi e l’intervento degli Stati Uniti coordinato nel 2011 per rovesciare il governante libico. Si tratta dell’oro quale futura minaccia esistenziale al dollaro come valuta di riserva mondiale. Si trattava dei piani di Gheddafi per il dinaro-oro per l’Africa e il mondo arabo.golddinar6Due paragrafi in una e-mail di recente declassificate dal server privato illegalmente utilizzato dall’allora segretaria di Stato Hillary Clinton durante la guerra orchestrata dagli Stati Uniti per distruggere la Libia di Gheddafi nel 2011, rivelano l’ordine del giorno strettamente segreto della guerra di Obama contro Gheddafi, cinicamente chiamata “Responsabilità di proteggere”. Barack Obama, presidente indeciso e debole, delegò tutte le responsabilità presidenziali della guerra in Libia alla segretaria di Stato Hillary Clinton, prima sostenitrice del “cambio di regime” arabo utilizzando in segreto i Fratelli musulmani ed invocando il nuovo bizzarro principio della “responsabilità di proteggere” (R2P) per giustificare la guerra libica, divenuta rapidamente una guerra della NATO. Con l’R2P, concetto sciocco promosso dalle reti dell’Open Society Foundations di George Soros, Clinton affermava, senza alcuna prova, che Gheddafi bombardasse i civili libici a Bengasi. Secondo il New York Times, citando fonti di alto livello dell’amministrazione Obama, fu Hillary Clinton, sostenuta da Samantha Power, collaboratrice di primo piano al Consiglio di Sicurezza Nazionale e oggi ambasciatrice di Obama alle Nazioni Unite, e Susan Rice, allora ambasciatrice di Obama alle Nazioni Unite, e ora consigliere per la Sicurezza Nazionale, che spinse Obama all’azione militare contro la Libia di Gheddafi. Clinton, affiancata da Powers e Rice, era così potente che riuscì a prevalere sul segretario alla Difesa Robert Gates, Tom Donilon, il consigliere per la sicurezza nazionale di Obama, e John Brennan, capo antiterrorismo di Obama ed oggi capo della CIA. La segretaria di Stato Clinton guidò la cospirazione per scatenare ciò che venne soprannominata “primavera araba”, l’ondata di cambi di regime finanziati dagli USA nel Medio Oriente arabo, nell’ambito del progetto del Grande Medio Oriente presentato nel 2003 dall’amministrazione Bush dopo l’occupazione dell’Iraq. I primi tre Paesi colpiti dalla “primavera araba” degli USA nel 2011, in cui Washington usò le sue ONG per i “diritti umani” come Freedom House e National Endowment for Democracy, in combutta come al solito con le Open Society Foundations dello speculatore miliardario George Soros, insieme al dipartimento di Stato degli Stati Uniti e ad agenti della CIA, furono la Tunisia di Ben Ali, l’Egitto di Mubaraq e la Libia di Gheddafi. Ora tempi e obiettivi di Washington della destabilizzazione via “primavera araba” del 2011 di certi Stati in Medio Oriente assumono nuova luce in relazione alle email declassificate sulla Libia di Clinton con il suo “consulente” e amico Sid Blumenthal. Blumenthal è l’untuoso avvocato che difese l’allora presidente Bill Clinton nello scandalo sessuale di Monika Lewinsky quando era Presidente e affrontava l’impeachment.

Il dinaro d’oro di Gheddafi
Per molti rimane un mistero perché Washington abbia deciso che Gheddafi dovesse essere ucciso, e non solo esiliato come Mubaraq. Clinton, quando fu informata del brutale assassinio di Gheddafi da parte dei terroristi di al-Qaida dell'”opposizione democratica” finanziata dagli USA, pronunciò alla CBS News una perversa parafrasi di Giulio Cesare, “Siamo venuti, l’abbiamo visto, è morto” con una fragorosa risata macabra. Poco si sa in occidente di ciò che Muammar Gheddafi fece in Libia o anche in Africa e nel mondo arabo. Ora, la divulgazione di altre e-mail di Hillary Clinton da segretaria di Stato, al momento della guerra di Obama a Gheddafi, getta nuova drammatica luce. Non fu una decisione personale di Hillary Clinton eliminare Gheddafi e distruggerne lo Stato. La decisione, è ormai chiaro, proveniva da ambienti molto potenti dell’oligarchia monetaria degli Stati Uniti. Era un altro strumento a Washington del mandato politico di tali oligarchi. L’intervento era distruggere i piani ben definiti di Gheddafi per creare una moneta africana e araba basata sull’oro per sostituire il dollaro nei traffici di petrolio. Da quando il dollaro USA ha abbandonato il cambio in oro nel 1971, il dollaro rispetto all’oro ha perso drammaticamente valore. Gli Stati petroliferi dell’OPEC hanno a lungo contestato il potere d’acquisto evanescente delle loro vendite di petrolio, che dal 1970 Washington impone esclusivamente in dollari, mentre l’inflazione del dollaro arrivava ad oltre il 2000% nel 2001. In una recentemente declassificata email di Sid Blumenthal alla segretaria di Stato Hillary Clinton, del 2 aprile 2011, Blumenthal rivela la ragione per cui Gheddafi andava eliminato. Utilizzando il pretesto citato da una non identificata “alta fonte”, Blumenthal scrive a Clinton, “Secondo le informazioni sensibili disponibili a questa fonte, il governo di Gheddafi detiene 143 tonnellate di oro e una quantità simile in argento… l’oro fu accumulato prima della ribellione ed era destinato a creare una valuta panafricana basata sul dinaro d’oro libico. Questo piano era volto a fornire ai Paesi africani francofoni un’alternativa al franco francese (CFA)“. Tale aspetto francese era solo la punta dell’iceberg del dinaro d’oro di Gheddafi.

Dinaro d’oro e molto altro ancora
cadafi Nel primo decennio di questo secolo, i Paesi OPEC del Golfo persico, tra cui Arabia Saudita, Qatar e altri, iniziarono seriamente a deviare una parte significativa dei ricavi delle vendite di petrolio e gas sui fondi sovrani, basandosi sul successo dei fondi petroliferi norvegesi. Il crescente malcontento verso la guerra al terrorismo degli Stati Uniti, con le guerre in Iraq e Afghanistan e la loro politica in Medio Oriente dal settembre 2001, portò la maggior parte degli Stati arabi dell’OPEC a deviare una quota crescente delle entrate petrolifere su fondi controllati dallo Stato, piuttosto che fidarsi delle dita appiccicose dei banchieri di New York e Londra, come era solito dagli anni ’70, quando i prezzi del petrolio schizzarono alle stelle creando ciò che Henry Kissinger affettuosamente chiamò “petrodollaro” per sostituire il dollaro-oro che Washington mollò il 15 agosto 1971. L’attuale guerra tra sunniti e sciiti o lo scontro di civiltà sono infatti il risultato delle manipolazioni degli Stati Uniti nella regione dal 2003, il “divide et impera”. Nel 2008 la prospettiva del controllo sovrano in un numero crescente di Stati petroliferi africani ed arabi dei loro proventi su petrolio e gas causava gravi preoccupazioni a Wall Street e alla City di Londra. Un’enorme liquidità, migliaia di miliardi, che potenzialmente non potevano più controllare. La primavera araba, in retrospettiva, appare sempre più sembra legata agli sforzi di Washington e Wall Street per controllare non solo gli enormi flussi di petrolio dal Medio Oriente arabo, ma ugualmente lo scopo era controllarne il denaro, migliaia di miliardi di dollari che si accumulavano nei nuovi fondi sovrani. Tuttavia, come confermato dall’ultimo scambio di email Clinton-Blumenthal del 2 aprile 2011, dal mondo petrolifero africano e arabo emergeva una nuova minaccia per gli “dei del denaro” di Wall Street e City di Londra. La Libia di Gheddafi, la Tunisia di Ben Ali e l’Egitto di Mubaraq stavano per lanciare la moneta islamica indipendente dal dollaro USA e basata sull’oro. Mi fu detto di questo piano nei primi mesi del 2012, in una conferenza finanziaria e geopolitica svizzera, da un algerino che sapeva del progetto. La documentazione era scarsa al momento e la storia mi passò di mente. Ora un quadro molto più interessante emerge indicando la ferocia della primavera araba di Washington e l’urgenza del caso della Libia.

‘Stati Uniti d’Africa’
Nel 2009 Gheddafi, allora Presidente dell’Unione africana, propose che il continente economicamente depresso adottasse il “dinaro d’oro”. Nei mesi precedenti la decisione degli Stati Uniti, col sostegno inglese e francese, di aver una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per aver la foglia di fico del diritto alla NATO di distruggere il regime di Gheddafi, Muammar Gheddafi organizzò la creazione del dinaro-oro che sarebbe stato utilizzato dagli Stati africani petroliferi e dai Paesi arabi dell’OPEC per vendere petrolio sul mercato mondiale. Al momento Wall Street e City di Londra erano sprofondati nella crisi finanziaria del 2007-2008, e la sfida al dollaro quale valuta di riserva l’avrebbe aggravata. Sarebbe stata la campana a morto per l’egemonia finanziaria statunitense e il sistema del dollaro. L’Africa è uno dei continenti più ricchi del mondo, con vaste inesplorate ricchezze in minerali ed oro, volutamente mantenuto per secoli sottosviluppato o preda di guerre per impedirne lo sviluppo. Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale negli ultimi decenni furono gli strumenti di Washington per sopprimere un vero sviluppo africano. Gheddafi invitò i Paesi produttori di petrolio africani dell’Unione africana e musulmani ad entrare nell’alleanza che avrebbe fatto del dinaro d’oro la loro valuta. Avrebbero venduto petrolio e altre risorse a Stati Uniti e resto del mondo solo in dinari d’oro. In qualità di Presidente dell’Unione africana, nel 2009 Gheddafi presentò all’Unione Africana la proposta di usare il dinaro libico e il dirham d’argento come unico denaro con cui il resto del mondo poteva comprare il petrolio africano. Insieme ai fondi sovrani arabi dell’OPEC, le altre nazioni petrolifere africane, in particolare Angola e Nigeria, creavano i propri fondi nazionali petroliferi quando nel 2011 la NATO bombardava la Libia. Quei fondi nazionali sovrani, legati al concetto del dinaro d’oro di Gheddafi, avrebbe realizzato il vecchio dell’Africa indipendente dal controllo monetario coloniale, che fosse sterlina, franco francese, euro o dollaro statunitense. Gheddafi attuava, come capo dell’Unione africana, al momento dell’assassinio, il piano per unificare gli Stati sovrani dell’Africa con una moneta d’oro negli Stati Uniti d’Africa. Nel 2004, il Parlamento panafricano di 53 nazioni aveva piani per la Comunità economica africana, con una moneta d’oro unica entro il 2023. Le nazioni africane produttrici di petrolio progettavano l’abbandono del petrodollaro e di chiedere pagamenti in oro per petrolio e gas; erano Egitto, Sudan, Sud Sudan, Guinea Equatoriale, Congo, Repubblica democratica del Congo, Tunisia, Gabon, Sud Africa, Uganda, Ciad, Suriname, Camerun, Mauritania, Marocco, Zambia, Somalia, Ghana, Etiopia, Kenya, Tanzania, Mozambico, Costa d’Avorio, oltre allo Yemen che aveva appena scoperto nuovi significativi giacimenti di petrolio. I quattro Stati africani nell’OPEC, Algeria, Angola, Nigeria, gigantesco produttore di petrolio e primo produttore di gas naturale in Africa dagli enormi giacimenti di gas, e la Libia dalle maggiori riserve, avrebbero aderito al nuovo sistema del dinaro d’oro. Non c’è da stupirsi che il presidente francese Nicolas Sarkozy, che da Washington ricevette il proscenio della guerra contro Gheddafi, arrivò a definire la Libia una “minaccia” alla sicurezza finanziaria del mondo .

I “ribelli” di Hillary creano una banca centrale
liarsliars_large Una delle caratteristiche più bizzarre della guerra di Hillary Clinton per distruggere Gheddafi fu che i “ribelli” filo-USA di Bengasi, nella parte petrolifera della Libia, nel pieno della guerra, ben prima che fosse del tutto chiaro che avrebbero rovesciato il regime di Gheddafi, dichiararono di aver creato una banca centrale di tipo occidentale “in esilio”. Nelle prime settimane della ribellione, i capi dichiararono di aver creato una banca centrale per sostituire l’autorità monetaria dello Stato di Gheddafi. Il consiglio dei ribelli, oltre a creare la propria compagnia petrolifera per vendere il petrolio rubato, annunciò: “la nomina della Banca Centrale di Bengasi come autorità monetaria competente nelle politiche monetarie in Libia, e la nomina del governatore della Banca centrale della Libia, con sede provvisoria a Bengasi“. Commentando la strana decisione, prima che l’esito della battaglia fosse anche deciso, di creare una banca centrale per sostituire la banca nazionale sovrana di Gheddafi che emetteva dinari d’oro, Robert Wenzel del Economic Policy Journal, osservò, “non ho mai sentito parlare di una banca centrale creata poche settimane dopo una rivolta popolare. Ciò suggerisce che c’è qualcos’altro che non una banda di straccioni ribelli e che ci sono certe piuttosto sofisticate influenze“. È chiaro ora, alla luce dei messaggi di posta elettronica Clinton-Blumenthal, che tali “influenze abbastanza sofisticate” erano legate a Wall Street e City di Londra. La persona inviata da Washington a guidare i ribelli nel marzo 2011, Qalifa Haftar, aveva trascorso i precedenti venti anni in Virginia, non lontano dal quartier generale della CIA, dopo aver lasciato la Libia quando era uno dei principali comandante militari di Gheddafi. Il rischio per il futuro del dollaro come valuta di riserva mondiale, se Gheddafi avesse potuto procedere insieme a Egitto, Tunisia e altri Stati arabi di OPEC e Unione Africana, introducendo le vendite di petrolio in oro e non dollari, sarebbe stato chiaramente l’equivalente finanziario di uno tsunami.

La Nuova Via della Seta d’oro
Il sogno di Gheddafi di un sistema basato sull’oro arabo e africano indipendente dal dollaro, purtroppo è morto con lui. La Libia, dopo la cinica “responsabilità di proteggere” di Hillary Clinton che ha distrutto il Paese, oggi è lacerata da guerre tribali, caos economico, terroristi di al-Qaida e SIIL. La sovranità monetaria detenuta dal 100% dalle agenzie monetarie nazionali statali di Gheddafi e la loro emissione di dinari d’oro, è finita sostituita da una banca centrale “indipendente” legata al dollaro. Nonostante ciò, va notato che ora un nuovo gruppo di nazioni si unisce per costruire un sistema monetario basato sull’oro. Questo è il gruppo guidato da Russia e Cina, terzo e primo Paesi produttori di oro nel mondo. Questo gruppo è legato alla costruzione del grande progetto infrastrutturale eurasiatico della Nuova Via della Seta della Cina, comprendente 16 miliardi di fondi in oro per lo sviluppo della Cina, decisa a sostituire City di Londra e New York come centri del commercio mondiale dell’oro. L’emergente sistema d’oro eurasiatico pone ora una serie completamente nuova di sfide all’egemonia finanziaria statunitense. Questa sfida eurasiatica, riuscendo o fallendo, deciderà se la nostra civiltà potrà sopravvivere e prosperare in condizioni completamente diverse, o affondare con il fallimentare sistema del dollaro.399935F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Terrorismo false flag e lotta di classe

Mentre scioperi e manifestazioni continuano in Francia, lo Stato fa ricorso a una vecchia tecnica di repressione di classe, il terrorismo.
Gearóid Ó Colmáin, AHTribune 12 giugno 2016COP21 Climate Change Conference - Solutions COP21...epa05054453Mentre le partite dell’eurocampionato attirano migliaia di tifosi nella capitale francese, le tensioni sociali restano alte con i lavoratori che continuano a scendere in piazza per protestare contro le riforme proposte dal governo sulle leggi sul lavoro. L’intera nazione francese è in agitazione. I lavoratori fanno la fila ai servizi ferroviari acutamente interrotti dallo sciopero della SNCF (Société nationale des chemins de fer français). Anche se solo l’8,5 per cento dei lavoratori ferroviari attualmente sciopera, la maggioranza dei macchinisti della SNCF ha smesso di lavorare. Scioperi e proteste s’intensificano nel Paese, con i controllori che ora aderiscono. In risposta alle mobilitazioni della classe operaia, le agenzie governative ricorrono a repressione e terrorismo per aver il sopravvento in questa guerra di classe. Un teppista incappucciato è stato colto dalle telecamere lanciare sbarre di ferro sulle vetrine dei negozi nel corso di una recente manifestazione contro i tagli alle pensioni. Quando uno dei manifestanti ha tentato di fermare il criminale, è stato prontamente raggiunto da un collega che mostrava un chiaro addestramento militare, aggredendo il dimostrante con un tipico calcio da arti marziali. Nel frattempo, la polizia, presente sulla scena, stava semplicemente a guardare. Era chiaro che i due teppisti erano agenti provocatori della polizia. L’incidente è stato denunciato alla televisione francese dal capo della coalizione Front de Gauche Jean-Luc Mélanchon. indicando fortemente che l’azione criminale della polizia è orchestrata dal Ministero degli Interni guidato da Bernard Cazaneuve. L’uso di agenti provocatori da parte dello Stato per dare il pretesto per la repressione di classe è una vecchia tecnica della classe dominante.
L’uso dimostra che il terrorismo sotto falsa bandiera, attacchi terroristici effettuati da agenzie statali per accusarne nemici reali o immaginari, è una caratteristica comune nel governo moderno. Questo fatto va tenuto presente da coloro che sostengono che le democrazie occidentali non praticano il terrorismo contro i propri cittadini. Lo sciopero dei controllori francesi fornisce il contesto appropriato per estendere la nostra analisi alle frontiere dell’imperialismo francese. Nel novembre 2004 mercenari bielorussi, arruolati dai servizi segreti francesi (DGSE), bombardarono una base militare francese a Bouaké, Costa d’Avorio, uccidendo 9 soldati francesi, un cittadino statunitense, e ferendone altri 40 militari. Parigi accusò il Presidente Laurent Gbagbo, che i francesi tentavano di deporre con un’insurrezione terroristica nel nord del Paese. I militari francesi distrussero immediatamente l’aeronautica della Costa d’Avorio e i carri armati francesi entrarono nella capitale Abidjan, circondando il palazzo presidenziale e occupando l’aeroporto. Quando centinaia di migliaia di cittadini ivoriani scesero in piazza per protestare pacificamente contro tale aggressione neo-coloniale, le truppe francesi aprirono il fuoco sui manifestanti assassinando oltre 56 persone. L’incidente fu a malapena ripreso dalle agenzie di stampa metropolitane. Alcuni militari coinvolti furono successivamente decorati per tali crimini dal presidente francese Jacques Chirac. Dopo l’attacco alla base militare francese, i corpi furono gettati nei sacchi e subito trasportati in Francia. Contrariamente alla procedura standard, non furono effettuare autopsie e le famiglie non furono autorizzate a vedere i corpi nelle bare. Una famiglia seppellì il corpo sbagliato e dovette riesumarlo. Diversi giudici dell’Alta Corte si dimisero per il rifiuto del governo di cooperare sull’inchiesta. Tutte prove di una falsa bandiera. Diversi militari e legali importanti lo confermarono. Non fu negato dai media, ma massicciamente tralasciato e rapidamente dimenticato, dimostrando il disprezzo criminale della classe dirigente francese sua per gli africani che per i cittadini francesi. E’ improbabile che il governo francese sia mai perseguito per alto tradimento e crimini contro l’umanità in Costa d’Avorio. Pochi europei si preoccupano di ciò che i loro governi fanno nel ‘Terzo Mondo’. Il doppio standard è profondamente radicato nella coscienza occidentale.
Razzismo ed etnocentrismo pervadono anche molte organizzazioni operaie. Da molto un genuino internazionalismo proletario è stato sostituito dalla spuria mentalità piccolo-borghese del politicamente corretto con sinistra e ‘antirazzisti’ che declamano l”imperialismo occidentale, piuttosto che opporvisi. Ogni sera al tramonto, africani arrivano nei quartieri francesi eleganti per raccogliere la spazzatura della stessa borghesia che deruba le risorse dei loro Paesi; è umiliante e solo la menzione va ben evitata nei circoli istruiti. Per un vero cambiamento politico, gli operai degli Stati dell’emisfero settentrionale devono mantenere i contatti, organizzare e fraternizzare con quelli del sud del mondo. Devono capire che la stessa classe conduce la guerra ai lavoratori francesi; che le stesse aziende che chiedono maggiori profitti in Europa a scapito della vita umana sono complici di genocidi e crimini contro l’umanità nell’emisfero australe. Devono cercare il legame tra terrorismo e guerra di classe. La coscienza delle masse di ciò permette di superare ogni tentativo degli Stati oligarchici di reprimere col terrorismo la lotta della classe operaia per l’emancipazione.t1larg.ivory.coast.french.troops.afp.gettyTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La via dell’Egitto tra Cina, Russia e USA

Alessandro Lattanzio, 1/6/2016

Strait_tiran_83-2Il 9 aprile, il Primo ministro egiziano Sharif Ismail e il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman firmavano l’accordo sui confini marittimi dei due Paesi, restituendo le isole Sanafir e Tiran ai sauditi. “Questo risultato arriva dopo un duro lavoro durato sei anni, durante cui si ebbero 11 incontri con il comitato per la delimitazione marittima tra Arabia Saudita ed Egitto“, dichiarava il Governo egiziano. La delimitazione delle frontiere marittime si basa su un decreto presidenziale del maggio 1990, che delineava le acque territoriali che l’Egitto aveva comunicato alle Nazioni Unite. Le isole di Tiran e Sanafir erano sotto controllo amministrativo egiziano dal 1950. Il Presidente al-Sisi aveva dichiarato il 14 aprile, in un discorso pronunciato davanti a funzionari politici e giornalisti e trasmesso in diretta dalla televisione di Stato, che “Non abbiamo abbandonato i nostri diritti, abbiamo restituito il giusto a chi ne aveva diritto. L’Egitto aveva solo due scelte sulle isole, o entrare in conflitto con l’Arabia Saudita o restituirle ciò che è suo di diritto. Non violiamo nulla. Inoltre, non diamo via la nostra terra, e non ne prendiamo da nessuno“. Essendo le due isole all’ingresso del Golfo di Aqaba, dove si affacciano Israele e Giordania, il ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon dichiarava di aver ricevuto la documentazione ufficiale secondo cui l’Arabia Saudita avrebbe permesso agli israeliani libertà di navigazione. Inoltre secondo il quotidiano israeliano Haaretz, il piano di trasferimento aveva avuto l’approvazione di Israele e Stati Uniti e della missione di osservazione multinazionale sulle isole. Le isole sono importanti essendo nello Stretto di Tiran, appunto l’ingresso del Golfo di Aqaba, all’estremità settentrionale del Mar Rosso, ad est della penisola del Sinai e ad ovest della penisola araba, e su cui si affacciano Egitto, Israele, Giordania e Arabia Saudita. Quindi l’Egitto riconosceva la sovranità dell’Arabia Saudita sulle isole Tiran e Sanafir, all’ingresso del Golfo di Aqaba, ricevendo in cambio un prestito a lungo termine di 16 miliardi di dollari. Come detto, sul Golfo di Aqaba si affaccia anche Israele con il porto di Eilat e quasi 10 km di coste. Da Eilat parte il terminale di un oleodotto costruito per scavalcare il canale di Suez e rifornire le due raffinerie e il porto di Ashkelon sulle coste mediterranee d’Israele; inoltre attualmente delle imprese cinesi costruiscono una linea TGV Eilat-Tel Aviv e studiano un canale tra Golfo di Aqaba e Mar Morto. Le due isole deserte hanno sempre fatto parte del territorio saudita, ma nel 1950 Riyadh permise all’Egitto di usarle come avamposti militari per bloccare la navigazione israeliana sul Golfo di Aqaba, a condizione che le due isole non fossero integrate nel territorio egiziano. Nel 1956 Israele occupò Tiran. Nel giugno 1967 l’Egitto riprese possesso delle isole. L’accordo tra Egitto ed Arabia Saudita riguarda le acque territoriali intorno alle due isole, il cui peso strategico, tra l’altro, si è drasticamente ridotto con il raddoppio del Canale di Suez avvenuto nell’estate 2015, rendendo l’Egitto assai meno sensibile a una possibile concorrenza del collegamento Eilat-Ashkelon.
Nel gennaio 2016, l’Arabia Saudita prestava all’Egitto 3,2 miliardi di dollari: 1,5 miliardi per sviluppare la penisola del Sinai, 1,2 miliardi di dollari per finanziare l’acquisto di petrolio dell’Egitto, e altri 500 milioni di dollari per acquistare prodotti sauditi. Il Presidente al-Sisi visitò l’Arabia Saudita nell’agosto 2015, firmando la “Dichiarazione di Cairo”, secondo cui i due Paesi s’impegnavano a rafforzare la cooperazione negli investimenti, trasporti, energia e “sicurezza nazionale araba”. Tuttavia, contrariamente alle attese saudite, che credevano che l’Egitto avrebbe seguito una politica estera favorevole a Riyadh, Cairo riteneva che gli interessi nazionali non sempre coincidono con le “raccomandazioni” saudite. Diversamente da Riyadh, Cairo non considera Teheran un nemico. Per l’Egitto è inaccettabile che l’Arabia Saudita persegua la rivalità con l’Iran al punto da creare una coalizione sunnita volta a contrastare l’ascesa iraniana, che per di più comprende i Fratelli musulmani e gruppi affini come al-Islah, Hamas e altri. Infatti Riyadh aveva concesso l’amnistia a numerosi attivisti dei Fratelli musulmani condannati nel regno saudita, e aveva avuto contatti con i capi dei Fratelli musulmani. Secondo il giornale egiziano al-Shuruq, dei funzionari sauditi ebbero una riunione nell’estate 2015 con il miliardario Yusuf Nada, responsabile finanziario della Fratellanza residente in Svizzera, mentre nel luglio 2015 il capo di Hamas, Qalid Mishal, visitò il regno saudita incontrando re Salman, e nell’ottobre 2015 il capo spirituale della Fratellanza musulmana Yusuf Qardawi fu ospite dell’ambasciata saudita a Doha. I media egiziani interpretarono tali iniziative quali passi di Riyadh per riconciliarsi con i Fratelli musulmani, ritenuti una minaccia per la sicurezza nazionale dell’Egitto.
Il 4 maggio 2016, il Presidente al-Sisi riceveva il ministro del Commercio, dell’Industria e dell’Energia della Corea del Sud Joe Hong Hwan, alla testa di una delegazione di 143 rappresentanti di 63 aziende sudcoreane, confermando l’interesse di Seoul di aumentare e sviluppare gli investimenti in Egitto, tramite accordi di libero scambio, alla luce degli accordi commerciali preferenziali tra Egitto e diversi Paesi africani, europei ed arabi. La delegazione sudcoreana partecipava al Forum sul business egiziano – coreano incentrato su zona economica del canale di Suez, infrastrutture, industria tessile, strumentazione elettro-medica, impianti di desalinizzazione, elettronica, informatica ed autoveicoli. Inoltre, Seoul intende esportare tecnologia ed esperienza industriale in Egitto per svilupparne l’industria, con un accordo finanziario di 3 miliardi di dollari volto a rafforzare la cooperazione economica tra i due Paesi. Quindi era la volta di Cairo e Beijing. La China State Construction Engineering Corp. finanzierà la costruzione della nuova capitale amministrativa dell’Egitto con 15 miliardi di dollari, un terzo del costo totale del progetto, di cui le aziende egiziane hanno già iniziato i lavori su strade, reti fognarie e delle telecomunicazioni nel sito scelto per la nuova capitale, a 48 km ad est di Cairo. La nuova città avrà 20 quartieri residenziali per 7 milioni di abitanti, un aeroporto più grande di Heathrow a Londra, e un parco pubblico quattro volte più grande di Disneyland. La China State Construction Engineering Corp. costruirà un centro congressi, il Parlamento e dodici edifici governativi. Inoltre, il Consiglio delle industrie tessili egiziane e la China National Textile and Apparel Council (CNTAC) firmavano un accordo quadro per creare una zona di 1,2 milioni di metri quadrati per le industrie tessili ad al-Matahra, nel governatorato di Minya. Il Ministro del Commercio e dell’Industria egiziano Tariq Qabil, incontrando il Vicepresidente del CNTAC Gao Yong, affermava che l’accordo era un passo importante per ridare all’Egitto un ruolo di primo piano nel settore tessile in Medio Oriente, contribuendo direttamente alla strategia per sviluppare l’industria tessile dell’Egitto, così come allo sviluppo socio-economico delle zone meno sviluppate del Paese. L’industria tessile egiziana costituisce circa il 3 per cento del PIL del Paese ed ha circa 1,2 milioni di lavoratori e tecnici, il 30 per cento della forza lavoro industriale egiziana, e i tessuti prodotti rappresentano il 16 per cento delle esportazioni annuali dell’Egitto per un valore di 2,6 miliardi di dollari. Egitto e Cina nel gennaio 2015 avevano concluso 21 accordi e protocolli d’intesa su sviluppo tecnologico ed economico. E la Cina concedeva anche un prestito di 1 miliardo di dollari alla Banca centrale egiziana. Inoltre, il 18 maggio, il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi firmava un decreto che approvava un prestito di 25 miliardi di dollari dal governo russo per la prima centrale nucleare dell’Egitto, dalla potenza di 4800 megawatt, da costruire ad al-Daba, nel nord-est dell’Egitto. Il finanziamento è oggetto di un accordo siglato nel novembre 2015 tra il presidente egiziano e l’omologo russo Vladimir Putin, che prevede che l’azienda russa Rosatom costruisca l’impianto, consegni il combustibile nucleare, addestri i lavoratori e si occupi della manutenzione delle unità produttive, i quattro reattori nucleari. L’impianto dovrebbe essere completato nel 2022 ed entrare in produzione nel 2024. Il prestito russo copre l’85% del costo del progetto, e il restante 15% viene finanziato dall’Egitto. A un tasso d’interesse annuo del 3%, erogato dal 2016 al 2028, il rimborso inizierà dall’ottobre 2029, con 43 rate in 22 anni.
Il 25 maggio, l’esercito egiziano in un’operazione contro le posizioni dei terroristi a Shayq Zuwayd e a Rafah, nel Sinai settentrionale, eliminava 85 terroristi del SIIL, ne arrestava altri 3 militanti e distruggeva 15 loro autoveicoli. Nel frattempo gli Stati Uniti iniziavano a consegnare all’Egitto i 762 blindati tipo MRAP, a titolo gratuito. Si trattava probabilmente del surplus di blindati che gli USA avevano ordinato per le operazioni in Afghanistan e Iraq, e che in un primo momento volevano semplicemente distruggere, non avendo l’esigenza di impiegarli. Questo rientrava nei 1,3 miliardi di dollari di aiuti militari che l’amministrazione Obama aveva stanziato per l’Egitto nel 2016. Era un tentativo di Washington di corrompere l’amministrazione e le Forze Armate egiziani. Ma nel marzo 2016 l’Accademia militare Nasser del Ministero della Difesa dell’Egitto informava il Parlamento sulla guerra di 4.ta generazione condotta dagli “occidentali per dividere il Medio Oriente”; “La maggior parte delle organizzazioni della società civile opera per demolire lo Stato egiziano con la guerra di quarta generazione, in cambio di qualche dollaro“, scriveva Charles Fuad al-Masry sul Daily News Egypt, e l’opinionista televisivo Amr Amar spiegava che la rivolta del 2011 fu un complotto degli Stati Uniti per distruggere l’Egitto. Va ricordato che il nuovo governo egiziano, dopo aver eliminato la presidenza dei Fratelli mussulmani, aveva espulso le organizzazioni sovversive statunitensi International Republican Institute e Freedom House, e indagato Husam Bahgat, fondatore dell’iniziativa egiziana per i diritti personali, Jamal Ayd, direttore esecutivo della Rete d’informazione araba per i diritti umani, e Bahaydin Hasan, fondatore dell’Istituto degli studi sui diritti umani di Cairo.45629797.cmsNote
al-Sisi Official
Egyptian Streets
Egyptian Streets
Global Research
Jeune Afrique
Mondialisation
Reseau International
South Front
South Front
Washington Post

I 10 motivi per cui l’occidente ha ucciso la Guida libica Muammar Gheddafi

Panafricain 20 maggio 201625304-26tyxxL’ex-leader libico Muammar Gheddafi fu ucciso “perché pensava che l’Africa era matura per sfuggire alla povertà coi propri mezzi, svolgendo il proprio ruolo nella governance globale“, aveva detto il presidente del Ciad Idris Deby, in un’intervista. Secondo il Capo di Stato ciadiano, era essenziale “farlo tacere”, aggiungendo che “la storia registrerà che gli africani non hanno fatto molto. Ci hanno ignorato e non fummo consultati. Gheddafi era sconvolto e imbarazzato“. “Fu lo stesso con Patrice Lumumba, in Congo. Perché l’uccisero? Perché Gheddafi fu ucciso? (…) Siamo fornitori di materie prime. Ma guardate dove siamo? Siamo molto arretrati“, ha detto il leader del Ciad da Abeche, la seconda città del Ciad.
Ecco in 10 punti perché Gheddafi doveva morire:ras1_continental_world1) – Il primo satellite africano RASCOM-1
Fu la Libia di Gheddafi ad offrire la prima vera rivoluzione in Africa dei tempi moderni: assicurando la copertura universale del continente per telefonia, televisione, radio e molte altre applicazioni come telemedicina e istruzione a distanza; per la prima volta, una connessione a basso costo diventava disponibile nel continente, anche nelle zone rurali, con il sistema del ponte radio WMAX. La storia inizia nel 1992, quando 45 Paesi africani crearono la società RASCOM per avere un satellite africano e ridurre i costi di comunicazione nel continente. Le chiamate da e verso l’Africa allora avevano le tariffe più costose del mondo, perché c’era una tassa di 500 milioni di dollari che l’Europa incassava ogni anno dalle conversazioni telefoniche, anche all’interno dei Paesi africani, per il transito dei satelliti europei come Intelsat. Il satellite africano costava solo 400 milioni da pagare una sola volta, senza mai più pagare 500 milioni di affitto all’anno. Quale banchiere non finanzierebbe un progetto del genere, ma l’equazione più difficile fu: come lo schiavo si sbarazza dello sfruttamento servile dal padrone se cerca aiuto da quest’ultimo per raggiungere questo obiettivo? Così, Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Stati Uniti, Unione europea ingannarono questi Paesi per 14 anni. Nel 2006, Gheddafi pose fine all’inutile agonia dell’elemosina dai presunti benefattori occidentali che praticano prestiti a tassi usurari; la Guida libica mise sul tavolo 300 milioni di dollari, la Banca di Sviluppo africana 50 milioni, la Banca per lo Sviluppo dell’Africa occidentale 27 milioni, così l’Africa dal 26 dicembre 2007 ebbe il suo primo satellite per telecomunicazioni della storia. Nel processo, Cina e Russia s’inserivano, questa volta vendendo la loro tecnologia e permettendo il lancio di nuovi satelliti sudafricani, nigeriani, angolani, algerini e anche di un secondo satellite africano, lanciato nel luglio 2010. Ci aspettiamo per il 2020 il primo satellite al 100% tecnologicamente costruito sul suolo africano, in particolare in Algeria. Il satellite competerà con i migliori del mondo, ma a un costo 10 volte inferiore, una vera e propria sfida. Ecco come un piccolo semplice gesto simbolico di 300 milioni può cambiare la vita di un intero continente. La Libia di Gheddafi è costata all’occidente non solo 500 milioni di dollari all’anno, ma miliardi di dollari di debito ed interessi che tale debito avrebbe generato all’infinito e in modo esponenziale, mantenendo il sistema occulto per spogliare l’Africa.rascom-1__12) – Base monetaria dell’Africa, Banca centrale africana, Banca di investimenti africana
I 30 miliardi di dollari sequestrati da Obama appartengono alla Banca centrale libica, previsti dalla Libia per la creazione della federazione africana attraverso tre progetti faro:

3) – Banca di investimenti africana a Sirte, in Libia e creazione nel 2011 del Fondo monetario africano con capitale di 42 miliardi di dollari a Yaounde,

4) – Banca centrale africana ad Abuja, in Nigeria, la cui prima emissione monetaria africana significava la fine del franco CFA attraverso cui Parigi domina alcuni Paesi africani da 50 anni.

5) – E’ comprensibile dunque ancora una volta la rabbia di Parigi contro Gheddafi. Il Fondo monetario africano doveva sostituire eventualmente tutte le attività sul suolo africano con cui il Fondo monetario internazionale, con solo 25 miliardi di dollari di capitale, ha saputo piegare un intero continente con privatizzazioni discutibili, obbligando i Paesi africani a passare dai monopoli pubblici a quelli privati. Sono gli stessi Paesi occidentali che chiesero di divenire membri del Fondo monetario africano e, unanimemente, il 16-17 dicembre 2010 a Yaounde gli africani respinsero tali lussuriosi, decidendo che solo i Paesi africani fossero membri del FMA.

I cinque fattori che motivarono Nicolas Sarkozy a combattere la guerra contro la Libia, secondo David Ignatius del Washington Post, “Blumenthal ricevette le informazioni sulla Libia da un ex-agente della CIA:
6) – Desiderio di una maggiore quota di petrolio libico;
7) – Aumentare l’influenza francese in Nord Africa;
8) – Migliorare la situazione politica interna in Francia;
9) – Offrire all’esercito francese la possibilità di ripristinare la sua posizione nel mondo;
10) – Rispondere alle preoccupazioni dei suoi consiglieri sui piani a lungo termine di Gheddafi per soppiantare la Francia come potenza dominante in Africa occidentale”.
Su quest’ultimo punto, il memorandum menziona l’esistenza del tesoro di Gheddafi, 143 tonnellate d’oro e quasi altrettanto di argento, trasferite da Tripoli a Sabha nel sud della Libia, una quindicina di giorni dopo l’avvio dell’operazione militare. “Quest’oro fu accumulato prima della ribellione e aveva lo scopo di creare della valuta panafricana supportata dal dinaro d’oro libico. Questo piano doveva fornire ai Paesi africani francofoni l’alternativa al franco CFA“.detteTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.294 follower