La dichiarazione di vittoria di Putin in Siria apre la via agli attacchi russi in Libia

La notizia della Russia che negozia l’uso delle basi egiziane ha molto più senso
Marko Marjanovic, Checkpoint Asia 12 dicembre 2017Se la Russia dichiara vittoria sullo SIIL in Siria e chiede basi in Egitto, si preparebbe a colpire lo SIIL in Libia.
Quando due settimane fa il Cremlino ordinò pubblicamente al Ministero degli Esteri di negoziare l’accordo dell’Aeronautica della Russia per l’utilizzo delle basi militari egiziane, confesso che non sapevo di cosa si trattasse. Pensai alla possibilità che fosse il preludio al coinvolgimento militare della Russia in Libia, ma poi dissi che non credevo che accadesse con l’intervento della Russia in Siria ancora in pieno svolgimento: “Ammetto che onestamente non lo so. L’Egitto è troppo lontano per essere direttamente utile all’intervento russo in Siria. L’uso delle basi egiziane sarebbe necessario se Mosca avesse intenzione di combattere lo SIIL nel Sinai egiziano o d’intervenire in Libia, ma non vedo alcun segno che la Russia sia interessata ad ulteriori avventure prima che la Siria sia chiusa”. Beh indovinate? Putin ha appena dichiarato vittoria in Siria, affermando che gli obiettivi dell’intervento russo sono stati ampiamente raggiunti e ordinava il massiccio ritiro che vedrà il grosso delle forze russe lasciare il Paese: “Forze speciali, polizia militare, squadre di genieri e 25 aeromobili russi lasceranno la Siria e l’ospedale da campo sarà rimosso. Consiglieri, difese aeree e alcuni velivoli rimarranno”. Avevo ragione nel dire che Putin non vorrebbe essere visto aumentare portata e dimensioni dell’intervento militare della Russia all’estero, soprattutto a pochi mesi dalla rielezione. Quello che non avevo previsto era che avrebbe usato la sconfitta dello SIIL come opportunità per dichiarare la vittoria in Siria e ritirarvi la maggior parte delle truppe. Le avventure estere chiaramente infinite sono una cosa. Ma dopo aver dato il benvenuto alla maggior parte delle truppe dalla Siria, il pubblico russo ha la prova che possono finire. Il massiccio ritiro dalla Siria che Putin ha ordinato elimina il problema chiave che l’intervento in Libia dovrebbe affrontare, la percezione in Russia che si c’impantani in infinite avventure estere. Inoltre il fatto che Mosca abbia annunciato pubblicamente di negoziare l’uso delle basi militari egiziane dice due cose:
I negoziati sono una mera formalità, tutt’al più per risolvere problemi tecnici. La Russia ha già assicurazioni che l’Egitto firmerà.
Il Cremlino testa e gradualmente prepara il pubblico a qualcosa di più serio a cui pensa.
Bene, cosa potrebbe essere? Cosa richiederebbe basi egiziane e attenta preparazione e misurazione del polso del pubblico russo? Un altro intervento militare pare adattarvisi. In effetti, c’è chi crede che l’esercito russo sia già presente nell’Egitto occidentale da cui colpisce lo SIIL in Libia assieme all’Egitto. Se è così, i negoziati annunciati pubblicamente sulla concessione dell’accesso alla Russia sono semplicemente kabuki per regolarizzare una situazione già esistente. Mosca e Cairo hanno già svolto un teatro simile. Nel 1972 l’Egitto di Sadat e l’Unione Sovietica inscenarono l’espulsione rabbiosa dall’Egitto dei consiglieri sovietici. Di fatto, l'”espulsione” fu pianificata con l’Unione Sovietica per coprire il ritiro segreto di migliaia di truppe sovietiche regolari e non riconosciute dall’Egitto. I veri consiglieri intanto rimasero in Egitto fino alla fine della guerra dello Yom Kippur del 1973. In ogni caso, appare chiaro che la Russia consideri l’intervento militare aperto in Libia, che potrebbe essere annunciato dopo le elezioni di marzo. Ciò che si vede ora è il Cremlino gettare le basi necessarie per l’intervento, se vi optasse.
Nell’ottobre 2015 un aereo di linea russo fu abbattuto da una bomba dello SIIL in Egitto, uccidendo 224 russi. La Russia perseguirà lo SIIL per questo fino in Libia? Tale intervento sarebbe molto più piccolo rispetto a quello in Siria, semplicemente perché lo SIIL non è così potente in Libia. Ritirandone la maggior parte dopo la vittoria sullo SIIL, penso che Putin abbia dimostrato in modo conclusivo che non è interessato ad avere personale militare russo combattere tutti i nemici di Assad (come le SDF sostenute dagli Stati Uniti) e acuire il confronto con gli Stati Uniti. SIIL, al-Qaida e loro alleati sono gli unici che la Russia ritiene di combattere direttamente in Siria. Allo stesso modo, penso che Mosca non abbia alcun interesse a decidere il vincitore tra i due governi rivali in Libia, coi quali ha contatti, e almeno uno è sostenuto dalla NATO. Invece sarebbe un intervento contro SIIL e gruppi di al-Qaida, che verrebbe pubblicizzato come “conclusione del lavoro” per non permettere allo SIIL di fuggire, evidenziando il fatto scomodo che dove l’occidente semina caos e distrugge Paesi, la Russia invece raccoglie i cocci per stabilizzarli. Per inciso, subito dopo la proclamazione della vittoria dalla base aerea russa in Siria, Putin saliva sull’aereo per giungere in… Egitto. L’astuto MK Bhradakumar pensa che il viaggio sia incentrato sulla creazione di qualcosa per la Libia: “Il punto è che il “dossier libico” è stato riaperto. Lo Stato islamista vi si trasferisce dopo la schiacciante sconfitta in Iraq e Siria. Russia ed Egitto avvertono l’imperativo di mobilitarsi rapidamente e affrontare i gruppi estremisti in Libia. Entrambi appoggiano il comandante dell’Esercito nazionale libico Qalifa Haftar, trincerato a Bengasi, che (giustamente) vedono come baluardo all’estremismo in Libia. Il vuoto di potere in Libia e la crescente insicurezza nell’Egitto occidentale minacciano la stabilità dell’Egitto e il prestigio del Presidente Sisi è in gioco. D’altra parte, il coinvolgimento egiziano in Libia influisce sugli equilibri di potere in Medio Oriente. È interessante notare che le monarchie del Golfo sono coinvolte anche nella crisi libica. Per prima cosa, Mosca si rivolge all’ONU su questioni chiave e contatta anche il governo di Saraj a Tripoli. Il che suggerisce che Mosca potrebbe agire da intermediaria tra i partner rivali della Libia Saraj e Haftar, ed infine a manovrare per compensare le perdite finanziarie subite nel 2011 a seguito del cambio di regime, stimate oltre 10 miliardi di dollari in contratti ferroviari, progetti di costruzione, accordi energetici e vendite di armi”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’ultima vittoria di Muammar Gheddafi

Oriental Review 09/03/2011Il 6 marzo 2011 era chiaro che il regime libico aveva soppresso la rivolta interna e sospeso il caos nel mondo arabo. Una missione clandestina di un diplomatico inglese protetto da 8 ufficiali delle SAS nella base orientale dell’opposizione libica si concluse con la loro detenzione e “interrogatorio” da parte dei capi ribelli. L’articolo del Sunday Times fu la “bandiera bianca” issata dagli organizzatori delle proteste in Medio Oriente e Nord Africa del 2010-2011. Fin dall’inizio la catena di eventi in Libia ebbe una svolta inaspettata per le élite globali. Muammar Gheddafi si rifiutò di abbandonare Tripoli e, insieme alla famiglia e al clan, mantenne i contatti coi libici attraverso la TV nazionale e regolari apparizioni pubbliche. Nell’impressionante discorso del 22 febbraio 2011, ripristinò il sostegno pubblico ed incoraggiò i libici a resistere alla rivolta. Da allora i media mainstream internazionali diffusero bugie inaudite sugli eventi in Libia. Si sentì parlare di “mercenari stranieri che uccidono civili”, “attacchi aerei sui dimostranti”, “bombardamenti delle posizioni ribelli”, “grandi proteste contro Gheddafi a Tripoli”, “migliaia di rifugiati libici” e tanti altri annunci che, come risultò, non avevano nulla a che fare con la realtà. Le fonti interne libiche, ad esempio del Centro di San Pietroburgo per il Medio Oriente moderno, descrivevano una realtà piuttosto diversa. Non c’erano proteste a Tripoli e dintorni. Pochi gruppi di emarginati operavano ad al-Zawiya (sobborgo occidentale di Tripoli) e al centro (l’incendio doloso della Sala del Popolo la notte del 21 febbraio è apparentemente l’atto più noto) furono prontamente neutralizzati dalla polizia municipale. Gli “attacchi aerei” dell’Aeronautica libica prendevano di mira depositi di munizioni nelle vicinanze di Bengasi, quando la minaccia che venissero catturati dai separatisti orientali era ancora alta. La questione dei “mercenari stranieri che proteggevano Gheddafi”, è apparentemente la più interessante. È chiaro che qualsiasi mercenario combatte per soldi. Quindi nel conflitto in cui sono coinvolti gli interessi delle mafie petrolifere internazionali, i mercenari sono la forza meno affidabile. Avrebbero tradito Gheddafi ben prima. Quindi Gheddafi è un uomo intelligente e ne è perfettamente consapevole. Non poteva arruolarli. Ma supponiamo che la loro presenza in Libia fosse un fatto provato. Potevano essere “gentilmente” proposti a Gheddafi dai vicini “simpatizzanti” africani? Si, perché no. Qual era la loro missione? Dovevano avere l’ordine dai loro veri padroni di essere spietati e feroci contro i “manifestanti” locali il più possibile per intensificare il conflitto. Non c’è da stupirsi che dopo i primi scontri con la loro partecipazione e annunci nel mondo dei media, i mercenari siano “scomparsi”. Certamente avremo modo di conoscere dettagli sorprendenti sulle operazioni militari dell’esercito libico contro i mercenari “alleati” di fine febbraio 2011. Guardando la CNN riportare la “guerra civile” in Libia va capito che ciò significa che le forze governative localizzavano ed eliminavano questi “alleati”.
Ora, perché tale scenario rischioso? Perché il regime di Gheddafi era il più stabile in Medio Oriente. Si noti che tutti i “dittatori arabi” andati al potere col sostegno degli Stati Uniti negli anni ’80 furono facilmente eliminati nel gennaio-febbraio 2011, prontamente “caduti in coma”. Non avevano l’autorità morale per combattere per un potere ottenuto illegittimamente. Qual era la componente chiave di tale illegittimità? Quando aspirarono al potere, si allearono segretamente con una nazione straniera che li sostenne completamente. Da allora non sono leader sovrani. Questo è il motivo per cui non possono sconfiggere la rivoluzione. Non possono dire la verità al popolo e alla comunità internazionale, perché iniziare a dire la verità significa dirla TUTTA. E TUTTA la verità include le circostanze della loro ascesa al potere… Ma c’è una soluzione per tale situazione di “stallo”. Se un leader politico riconosce i vergognosi rapporti clandestini con una potenza straniera, non sarà mai condannato ma PERDONATO e sostenuto dal popolo. Dopo di che lealtà e professionalità delle guardie del corpo impediranno che il futuro politico sia il caos. Le alternative sono la forca di Sadam, i letti da moribondi di Mubaraq e Ben Ali.
Torniamo alle “rivoluzioni popolari in Medio Oriente”. Vediamo che per avere successo c’era disperatamente bisogno di “masse infuriate”. Quindi qualcuno doveva infuriarle. Come in Iran nel giugno 2009? Cecchini sconosciuti uccisero astanti a Teheran durante le proteste (i dettagli sono nell’articolo “Cosa decidono i Bilderberger dell’Iran“). Cosa successe in Egitto nel gennaio 2011? Ancora una volta cecchini sconosciuti spararono alla folla dal tetto dell’edificio del Ministero degli Interni di Cairo. Si noti che in entrambi i casi fu fatto di tutto per convincere il pubblico che i perpetratori fossero le forze governative. Ma dov’era la prova? C’è qualche logica nei servizi di sicurezza che uccidono dimostranti per provocarli a commettere atti violenti? Al contrario, la loro missione è disperdere pacificamente la folla, identificare e arrestare le “teste calde” tra i manifestanti ed evitare vittime! Allora, chi sparava dal tetto del Ministero degli Interni egiziano? Non lo sappiamo ancora. Ma chi fece lo stesso in Tunisia durante l’agitazione pubblica fu catturato e mostrato da RT. Si guardi il seguente video:

Credete che costoro dai passaporti svedesi e inlgesi cacciassero davvero cinghiali per le strade di Tunisi?
Ora possiamo fare alcune conclusioni. Innanzitutto, non c’era nulla di spontaneo nell’ondata delle rivoluzioni del Nord Africa e Medio Oriente del 2011. I disordini popolari in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, ecc. furono accuratamente preparati, organizzati, finanziati e sostenuti dai media internazionali. Abbastanza sorprendentemente, al-Jazeera svolse un ruolo fondamentale nel sostenere i conflitti nelle società arabe diffondendo disinformazione e silenziando le voci della verità e sobrie. In secondo luogo, chi architettò tali insurrezioni, generalmente fallì. Non c’è dubbio che l’idea era organizzare caos e guerre civili nel mondo arabo, provocare imbarazzo nelle élite nazionali, imporre l’opposizione radicale anti-progressista al potere nei Paesi chiave della regione. Poi si aspettavano che, a tempo debito, standard sociali degradati e cattiva gestione del governo catalizzata dalla propaganda dei media internazionali creassero le condizioni per imporre il controllo estero su questi Stati islamici. La Libia con le sue ricche riserve naturali era il premio più ambito. Ma con Muammar Gheddafi ancora al potere che riacquistava sostegno pubblico e si sbarazzava dei rami “secchi” tra gli alti funzionari, gli attori globali soffrivano molto mentre il fantasma del presidente Bush Jr. si profila di nuovo al largo delle coste libiche. Apparentemente le élite non ebbero altra scelta che attivare le super-portaerei statunitensi. Messi all’angolo e sotto la pressione schiacciante della piramide del dollaro. Terzo e più importante, questi eventi rivelavano il legame occulto tra “islamisti” ed élite globali. Muammar Gheddafi combattendo gli islamisti di al-Qaida e allo stesso tempo sostituendo solennemente bin Ladin come incarnazione del “Male assoluto” nei media tradizionali, fu un cambiamento notevole. I radicali dovevano essere la nuova generazione di leader arabi. Non avrebbero portato prosperità o giustizia nelle loro società. La loro missione era stringere saldamente la pentola a pressione del mondo musulmano con regole e retorica pseudo-islamiche. Una volta esplosa, l’energia di milioni di giovani fanatici ignoranti che si diffondono nel mondo avrebbe aperto la strada allo scaltro Gran Pacificatore. I semi di tale misteriosa simbiosi furono piantati dall’intelligence inglese nel XIX secolo. Per esempio, se si segue la storia del fondatore della Fratellanza musulmana Hasan al-Bana, si vedrà che il “controllore generale” inglese in Egitto dal 1878 era Evelyn Baring, rampollo di una vecchia dinastia di banchieri che nominò lo sceicco Muhamad Abduh Gran Mufti d’Egitto. Non ne va sottovalutata l’importanza. Il Gran Mufti d’Egitto del tempo era la massima autorità spirituale nel mondo musulmano. Perché lo sceicco Abduh, noto salafita, fu scelto dal residente inglese? Perché lo scenario della falsa guida del mondo islamico delle élite globali era già stato scritto. Volevano che i musulmani fossero carne da cannone per imporre il loro dominio. Dovevano corrompere la fede islamica, sostituirla con un surrogato pseudo-islamico. Ecco perché Evelyn Baring scrisse dei salafiti: “Sono gli alleati naturali del riformatore europeo” (Goodgame, Peter. La Fratellanza Musulmana: l’arma segreta dei globalisti). A quel tempo Sheikh Adbuh divenne murshid (insegnante) di Muhamad al-Bana, padre di Hasan…
Quindi entriamo in tempi molto interessanti, forse decisivi. Muammar Gheddafi ha vinto la sua ultima battaglia nonostante vigore e pressione insolente da ogni parte. Ci saranno nuovi Gheddafi nati da madri musulmane che resisteranno al nuovo ordine mondiale? Speriamo e preghiamo di sì.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Israele è responsabile della morte di centinaia di migranti

al-Manar 27 novembre 2017Il regime di Vichy non uccise gli ebrei, si “accontentò” di consegnarli ai loro carnefici tedeschi; Israele non uccide i richiedenti asilo, li manda a morte a centinaia, con la complicità attiva di Ruanda ed Uganda, rivela una lunga indagine del quotidiano Haaretz. Il sistema sviluppato dai leader dei tre Paesi per liberare Israele dai migranti privi di documenti, in particolare quelli che fuggono dalla dittatura in Eritrea, credendo di trovare la salvezza nella “Terra Promessa”, è intelligente. Innanzitutto, Israele ha adottato una legislazione che le consente di mantenere indefinitamente in detenzione i richiedenti asilo arrestati durante i raid di massa, come il sistema di detenzione amministrativa imposto a centinaia di palestinesi in modo permanente. Ma poi c’è il problema di rimandare questi sfortunati non nel loro Paese di origine, ma su una cosiddetta base “volontaria” in un altro Paese ospitante: questo è il contributo di Ruanda ed Uganda. Israele paga così 5000 dollari a questi due Paesi per ogni immigrato espulso “volontariamente”. Per avere il “consenso” di questi ultimi, i servizi contro l’immigrazione clandestina vanno nei centri di detenzione e li ricattano: “O resti a tempo indeterminato in prigione, o vai in Ruanda dove ti verrà rilasciato un permesso di soggiorno e un permesso di lavoro“. Senza dare per scontato il discorso della polizia, centinaia di africani privi di documenti, rimasti in terra israeliana per anni, accettano la proposta, secondo il giornalista Lior Birger del quotidiano Haaretz. Dopo una lunga inchiesta sui sopravvissuti che l’ha portato per tutta Europa, Birger, in collaborazione con i colleghi Shahar Shoham e Liat Boltzman, ha scoperto che l’arrivo in Rwanda era il più delle volte l’inizio di un lungo calvario, segnato da traffico di carne umana, tortura e spesso morte, tra Libia e acque del Mediterraneo. “Appena arrivati all’aeroporto di Kigali in Ruanda, ai deportati confiscano l’unica documentazione in possesso, il lasciapassare datogli dagli israeliani all’imbarco. Sono rinchiusi in una stanza d’albergo. Quindi vengono informati che devono lasciare rapidamente il Paese. I ruandesi poi li consegnano ai contrabbandieri che li trasferiscono, contro il pagamento di centinaia o addirittura migliaia di dollari, in Uganda, poi nel Sud Sudan, in Sudan e da lì in Libia, da dove cercheranno di guadagnare l’Europa“, scrivono gli autori dell’inchiesta. “In considerazione delle decine di testimonianze che abbiamo raccolto e delle nostre ricerche, stimiamo che diverse centinaia di questi rifugiati siano morti per tortura e maltrattamenti in Libia, o siano annegati nel Mediterraneo”, aggiungono.
La testimonianza di Tesfay (nome di fantasia), espulso da Israele nel dicembre 2015 dopo aver lavorato per diversi anni come addetto alle pulizie in un hotel nella località turistica di Eilat, incontrava gli autori in una piccola città della Germania nell’estate del 2017: “La nostra barca lasciò la Libia verso le 4 del mattino; due ore dopo, il suo motore si fermò; dei 500 passeggeri, non più di 100 sopravvissero; in 10 eravamo da Israele, e siamo sopravvissuti solo tre. Perché? Non siamo anche noi esseri umani?” Dawit (nome di fantasia) fu trovato dai giornalisti israeliani a Berlino. Anche lui, prima di essere fermato, aveva trascorso 5 anni a Tel Aviv dove lavorava in un ristorante. “Se ne andò ‘volontariamente’ in Ruanda circa due anni fa. Alcuni mesi prima si era recato alla stazione di polizia per il rinnovo del permesso di soggiorno provvisorio e fu immediatamente inviato al centro di detenzione dell’immigrazione di Holot nel deserto del Negev; lì fu messo sotto pressione, lasciandogli la “scelta” tra anni di prigione o partenza per il Ruanda. Dawit cedette e se ne andò con la moglie incinta di due mesi“. In Libia, i contrabbandieri misero Dawit su una barca e la moglie su un’altra che affondò subito, affogando le centinaia di sfortunati a bordo. “I sopravvissuti all’azione del governo israeliano che abbiamo incontrato in Europa sono fortunati, ma c’è il dubbio che un giorno possano curare le conseguenze psicologiche del loro calvario. In Germania, dove finalmente arrivarono Tesfay e Dawit, il 99% degli eritrei ottiene il permesso di soggiorno e nel 2016 l’81% di loro ebbe riconosciuto lo status di rifugiato”. Ma Tesfay e Dawit esortano i compagni ancora in Israele a non accettare, se vengono arrestati, la deportazione “volontaria” in Ruanda, poiché il pericolo è grave.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il presidente sudanese visita la Russia: cerca protezione dagli Stati Uniti

Peter Korzun SCF 25.11.2017Sognavamo questa visita da tempo“, affermava il presidente sudanese Umar al-Bashir mentre veniva salutato dal Presidente Vladimir Putin il 23 novembre presso Sochi sul Mar Nero. “Siamo grati alla Russia per la sua posizione nell’arena internazionale, inclusa sulla protezione del Sudan“, aggiungeva, è la prima volta che il capo sudanese visitava la Russia, su cui riponeva grandi speranze. L’agenda includeva la cooperazione economica e militare. Il capo sudanese dichiarava di aver discusso la modernizzazione dell’esercito sudanese col Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu prima d’incontrare il Presidente Putin. “Abbiamo concordato col Ministro della Difesa che la Russia aiuti in questo“, informava. Le parti concordavano l’aumento del personale addetto alla difesa. Umar al-Bashir chiedeva al presidente russo “protezione dagli atti aggressivi degli Stati Uniti“, esprimendo preoccupazione per la situazione nel Mar Rosso, dove vede la presenza militare statunitense come un problema, dicendo, “vorremmo discutere la questione dell’uso delle basi nel Mar Rosso“. Il capo sudanese riteneva che il conflitto in Siria sia risultato dell’interferenza degli Stati Uniti e il Paese sarebbe perduto se la Russia non l’aiutasse. La Siria aumenta la reputazione di Mosca e fa sì che altri Paesi in via di sviluppo ne cerchino amicizia e cooperazione. Secondo il presidente al-Bashir, il Sudan potrebbe essere la porta d’ingresso in Africa della Russia. Khartoum non vede l’ora di collaborare con Mosca su esplorazioni petrolifere, trasporti e agricoltura. Nel 2015, la compagnia Siberian for Mining scoprì grandi giacimenti di oro in Sudan con riserve esplorate pari a 46000 tonnellate e firmò il più grande accordo d’investimento nella storia del Paese. Grandi giacimenti d’oro furono scoperti in due province: Mar Rosso e Nilo. Il valore di mercato dell’oro ammonta a 298 miliardi di dollari. Al-Bashir, salito al potere nel 1989, è nella lista dei ricercati della Corte penale internazionale (ICC) per presunti crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio nella regione del Darfur. I procuratori della CPI hanno emesso due mandati d’arresto nel 2009 e nel 2010. Il governo russo riconosce al-Bashir legittimo presidente del Paese. Nel 2016, Mosca formalmente uscì dall’ICC. Il motivo fu il fallimento dell’ICC nel “…diventare un organismo della giustizia internazionale veramente indipendente e rispettato“. Secondo Mosca, l’organo giudiziario è inefficace ed unilaterale. Alcune disposizioni dello Statuto di Roma contraddicono la Costituzione della Russia, inclusi estradizione obbligatoria di indagati presso la CPI, diritto di citare in giudizio capi di Stato e di governo e mancato rispetto del principio secondo cui nessuno va ritenuto responsabile due volte per lo stesso crimine (“ne bis in idem“).
Il vertice Russia-Sudan è la dimostrazione del crescente impatto di Mosca in Africa. La Russia ha più di 40 rappresentanze diplomatiche nel continente ed ha missioni commerciali speciali per contribuire a facilitare scambi ed investimenti in numerosi Paesi africani. La Russia ha relazioni speciali col Sudafrica. Entrambi i Paesi collaborano nel quadro dei BRICS. L’Egitto, tradizionale alleato degli Stati Uniti, cambia lato alleandosi con la Russia da quando il Presidente Sisi è al potere. I rapporti della Russia coi Paesi del continente si approfondiscono. Ciò è facilitato dai negoziati ai vertici. Le relazioni si sviluppano con le principali associazioni regionali, come l’Unione africana. Gli ultimi due anni hanno visto l’aumento del commercio tra Russia e Africa, con un fatturato aggregato che ha raggiunto i 14,5 miliardi di dollari nel 2016, con un aumento di 3,4 miliardi rispetto l’anno precedente. La maggior parte (10,1 miliardi) avviene con quattro Paesi, Egitto (4,16 miliardi), Algeria (3,98 miliardi), Marocco (1,29 miliardi) e Sudafrica (718 milioni). 28 nazioni su 55 africane vantano crescenti scambi commerciali con la Russia, come Etiopia, Camerun, Angola, Sudan e Zimbabwe. Secondo la Commissione economica euroasiatica, l’Africa è l’unica regione ad aver esteso il commercio con la Russia nel 2016 (a differenza di UE, MERCOSUR, APEC e altri). Le opzioni per lo sviluppo dell’energia nucleare in Africa sono ora un tema scottante, con accordi già siglati con Sudan, Zambia, Marocco, Sud Africa e altri Paesi. L’Africa è un mercato promettente per il grano e le macchine agricole russi, con esportazioni di grano in Marocco, Sud Africa, Libia, Kenya, Sudan, Nigeria ed Egitto. Sudan, Congo e Senegal hanno recentemente manifestato interesse nei progetti congiunti su petrolio e gas. Le attività russe detengono una posizione di primo piano nell’esplorazione mineraria (bauxite, oro, rame, cobalto, diamanti e molte altre). La società diamantifera russa ALROSA è attiva in Sudafrica, Sierra Leone, Namibia e Angola (dove, a quanto riferito, controlla il 60% di tutti i diamanti estratti). Un accordo coi partner africani sulla cooperazione economica e commerciale per evitare la doppia imposizione e per la protezione della proprietà intellettuale è all’ordine del giorno. La Russia è un importante fornitore di armi per l’Africa settentrionale e sub-sahariana. La Russia continua a guadagnare terreno in Nord Africa, aumentando le esportazioni militari verso Algeria ed Egitto, rafforzando i legami economici con Marocco e Tunisia. Le armi russe sono un’alternativa sempre più popolare alle armi statunitensi. Il commercio di armi storicamente forte di Mosca coi Paesi africani è cresciuto negli ultimi anni, nonostante la forte concorrenza. La Russia occupa il primo posto tra le importazioni di armi nell’Africa subsahariana e rappresenta il 30% di tutte le forniture. Missili, artiglieria, armi leggere ed aerei sono i principali elementi dell’esportazione russa in Africa, cogli elicotteri che assumono una quota sempre più importante.
C’è qualcosa in più a promuovere il riavvicinamento Russia-Africa. Hanno interesse comune nella formazione di un ordine mondiale giusto e democratico, basato su un approccio collettivo alla risoluzione dei problemi internazionali e alla superiorità del diritto internazionale. Sia Russia che Africa rifiutano il modello unipolare, i tentativi di un Paese o numero limitato di Paesi d’imporre la propria volontà al resto del mondo. Il Sudan è un buon esempio di Paese africano che si avvicina alla Russia in risposta alla pressione occidentale. Cerca nuovi partner per contrastare il diktat degli Stati Uniti. Lo sviluppo dei legami con Mosca offre un’opportunità del genere.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Mugabe, vittima dello Stato profondo dello Zimbabwe

Alessandro Lattanzio, 16/11/2017Il 15 novembre 2017, i militari assumevano il controllo dello Zimbabwe mettendo in custodia il Presidente Robert Mugabe e arrestando diversi alti funzionari governativi, tra cui il ministro del Governo locale Salvatore Kasukuwere, il ministro delle Finanze Ignatius Chombo, e il nipote di Mugabe Patrick Zhuwayo, tutti della fazione G40 del ZANU-PF, guidata da Grace Mugabe, moglie del presidente. Mentre il Generale Constantino Chiwenga, comandante delle Forze di Difesa dello Zimbabwe, indiceva una conferenza-stampa presso il comando dell’Esercito, ad Harare, i soldati occupavano la ZBC, la TV di Stato. Ciò era il culmine di mesi di tensioni nel partito ZANU-PF, e solo la settimana prima Emmerson Mnangagwa, ex-vicepresidente ed ex-ministro della Giustizia dello Zimbabwe, era fuggito in Sud Africa dopo essere stato licenziato ed espulso dal partito con l’accusa di “slealtà” e complotto contro il presidente. Boris Johnson, segretario agli esteri della Gran Bretagna, col solito tono arrogante affermava, “Un governo autoritario, sia nello Zimbabwe che altrove, non dovrebbe avere posto in Africa… Le elezioni si terranno nella prima metà del prossimo anno. Faremo tutto il possibile coi nostri partner internazionali per garantire che ciò dia opportunità concreta agli abitanti dello Zimbabwe di decidere il loro futuro“. Ma nonostante ciò, mentre i militari prendevano il controllo dello Zimbabwe, l’“opposizione” neo-colonialista e sorosiana si allarmava ugualmente; Austin Moyo, del Movimento per il cambiamento democratico (MDC), organizzazione sorosiana al servizio degli interessi atlantisti, si dichiarava allarmato dalla mossa delle Forze Armate, legate al Partito dei Movimenti di Liberazione Nazionale socialisti e anticolonialisti ZANU-PF. Il leader dei militari interventisti, Generale Sibusiso Moyo, aveva dichiarato che le Forze di Difesa dello Zimbabwe garantiranno la sicurezza di Mugabe e contrasteranno l’infiltrazione di “criminali intorno a lui che commettono i crimini che causano sofferenze socio-economiche nel Paese. Non appena avremo completato la missione, ci aspettiamo che la situazione torni alla normalità“.
Nella settimana precedente fu svelata l’esistenza di un complotto per spodestare Mugabe, cui aderivano almeno da settembre i proprietari terrieri bianchi del Sindacato dei Fattori Commerciali; la fazione del Movimento dei Veterani della Guerra di Liberazione Nazionale guidata da Chris Mutsvangwa, ambasciatore in Cina e portavoce di Emmerson Mnangagwa, il vicepresidente licenziato l’8 novembre dal Presidente Robert Mugabe e fuggito in Sud Africa; da gruppi religiosi, probabilmente gruppi d’influenza statunitensi; e dal movimento sorosiano MDC dell’agente d’influenza anglostatunitense Morgan Tsvangirai. Il 13 novembre il comandante delle Forze di Difesa Costantino Chiwenga, che avrebbe incontrato Mnangagwa in Cina, avvertì Mugabe che doveva sospendere l’epurazione ai vertici del ZANU-PF, affermando “Dobbiamo ricordare a chi è dietro queste faide insidiose che quando si tratta di proteggere la nostra rivoluzione, i militari non esiteranno ad intervenire”. Chris Mutsvangwa, dopo l’intervento dei militari, dichiarava che il Generale Constantino Chiwenga aveva eseguito “un’azione correttrice incruenta contro un grave abuso di potere“, e che l’esercito restituirà lo Zimbabwe a una “democrazia genuina” facendone una “nazione moderna”. Nel frattempo, il segretario dello ZANU-PF per gli affari giovanili, Kudzanayi Chipanga, scusandosi col Generale Constantino Chiwenga, col comandante dell’Esercito Tenente-Generale Phillip Valerio Sibanda e col Comandante dell’Aeronautica militare Maresciallo dell’Aria Perrence Shiri, per la sua primitiva posizione contro l’intervento dell’esercito, riconoscendone la legittimità anche a nome del partito; “Come leader della Lega della gioventù dello ZANU-PF, ho riflettuto e personalmente ammetto di aver commesso un errore insieme al mio gruppo dirigente denigrando le vostre alte cariche. Siamo ancora giovani e facciamo errori e abbiamo imparato molto da questo errore. Non sono persuaso a presentarmi sui media statali, ma ho personalmente riflettuto e capito il mio errore, grazie“. Chipanga, prendendo così le distanze dalla fazione di Grace Mugabe, si posizionava a sostegno dei militari e della fazione del ZANU-PF dell’ex-vicepresidente Mnangagwa, consolidando l’intervento dell’esercito. E difatti, non va dimenticato che il 30 luglio 2017, il Presidente Robert Mugabe avvertì che avrebbe preso in considerazione il licenziamento dei vertici militari, accusandoli d’ingerenza nelle lotte interne allo ZANU-PF; “Ecco come vengono gestiti i governi. Rispettiamo le nostre forze di difesa, specialmente i vertici. Naturalmente andranno in pensione, ma gli troveremo una posizione nel governo in modo che non languiscano“. Mugabe lo stesso giorno accusò i dirigenti del partito di complottare contro di lui, mentre il ministro dell’Istruzione superiore Jonathan Moyo, a giugno, denigrò il Generale Constantino Chiwenga definendolo politico disperato in uniforme. Chiwenga riteneva che Moyo fosse una minaccia alla sicurezza nazionale quando attaccò il vicepresidente Emmerson Mnangagwa, allora ancora in carica. Anche il comandante dell’Aeronautica Maresciallo Perance Shiri redarguì Moyo. Mugabe aveva infine dichiarato che non si sarebbe ritirato, nonostante le pressioni nello ZANU-PF, “si dice che il presidente se ne andrà, ma io non me ne vado. Il presidente sta morendo, ma io non sto morendo e ringrazio Dio per aver vissuto fino ad oggi. Ringrazio Dio per avermi dato una buona vita. Ho qualche acciacco e vado dai dottori come chiunque altro, ma tutti i miei organi, il fegato, il cuore stanno molto bene, sono forti. So che potrebbero esserci alcuni che ambiscono divenire persino presidente, va bene. Ma penso anche e riconosco che avendo guidato il partito per così tanto tempo e avendo riunito il popolo, ci sia questa unità. Un nuovo uomo, che l’opposizione dirà ora possibile, un nuovo leader dello ZANU-PF non avrà alcuna possibilità contro l’opposizione. Persino l’MDC di Tsvangirai dirà che questo nuovo uomo non è conosciuto come me, dato il consenso che sono riuscito ad ottenere negli anni. Quindi, mi piacerebbe vedere se la situazione sia matura. Vorrei anche vederci uniti. Ma trovo che non lo siamo. Alcuni sono divisi da linee tribali, alcuni non rispettano gli altri e altri dicono che non vogliono uno Zezuru (leader) questa volta; neanche noi. Una volta che si fa questo tipo di discorso, allora non si ha intenzione di guidare e unire il partito. Non faccio tali discorsi“. Nel frattempo, a luglio, lo scontro s’inaspriva quando i Generali Constantino Guveya Chiwenga e Perrance Shiri accusarono Moyo di essere stato un disertore durante la guerra di liberazione. Moyo, elemento chiave della fazione G40, avrebbe preparato un documentario sul ruolo del vicepresidente Emmerson Mnangagwa durante la lotta di liberazione. Diversi giornalisti avrebbero visitato le aree del Matebeleland e Midlands per raccogliere testimonianze sull’operato di Mnangagwa. Negli anni ’60-’70, Mnangagwa fu arrestato e imprigionato per 10 anni. Fu in quel periodo che incontrò Mugabe e altri leader nazionalisti.Lo Stato Profondo dello Zimbabwe
Nello Zimbabwe, il Joint Operation Command (JOC) riunisce i comandanti di esercito, polizia e servizi segreti, che hanno sempre appoggiato la politica del ZANU-PF. E nel 2008 e nel 2013, il JOC ebbe de facto il controllo del governo, operando affinché il sistema governativo dello Zimbabwe non venisse compromesso o sabotato. Finché Mugabe e Mnangagwa erano allineati, li sosteneva entrambi, ma quando il G40 intervenne contro Mnangagwa per sostenere Grace Mugabe, il JOC, coinvolto nello scontro interno allo ZANU-PF, decise si sostenere il vicepresidente Mnangagwa anche contro i coniugi Mugabe. Il licenziamento di Emmerson Mnangagwa dell’8 novembre era volto ad impedire che potesse subentrare a Mugabe facendo leva sui legami con le forze armate. Ma non si era tenuto conto che, dopo gli scontri nei mesi estivi, l’esercito aveva già deciso su quale cavallo puntare. Inoltre, va notato che il 12-19 novembre erano previste le elezioni di 300 membri del Comitato centrale del ZANU-PF, il cui responsabile supervisore era il ministro Ignatius Chombo. “Il processo elettorale dovrebbe iniziare con effetto immediato, essere completato entro il 17 novembre 2017 e presentato al Segretario per l’amministrazione il 19 novembre 2017. L’assegnazione combinata dei seggi del Comitato centrale per ogni provincia sarà suddivisa come segue: 100 membri assegnati su base paritaria, 94 attraverso il voto al partito nelle elezioni del 2013, 20 dirigenti nazionali della gioventù, 20 donne dirigenti nazionali, 4 membri del Presidium, i segretari della Gioventù e della Lega femminile e 10 incaricati presidenziali“. Non era un caso, quindi, che l’intervento dei militari scattasse il primo giorno delle elezioni interne al Partito al governo. Nel frattempo, il ZANU-PF aveva avviato anche la campagna per le elezioni generali del 2018 e il portavoce del partito, Simon Khaya Moyo, avvertiva che “Abbiamo iniziato la campagna come partito. Gli individui non possono farlo ancora. Come sapete, appoggiamo il Presidente Mugabe come nostro candidato e incoraggiamo tutti a sostenerlo come candidato del partito. Tutte le nostre strutture lavorano per garantire una clamorosa vittoria al partito il prossimo anno. Al momento abbiamo detto che i deputati in carica non vanno disturbati. Quello che cerchiamo, al momento, è che i deputati svolgano le loro funzioni indisturbati. Continuiamo ad incoraggiare la nostra gente a registrarsi per votare. Vogliamo che si registrino tutti. Le strutture del partito lavorano instancabilmente per mobilitare i sostenitori per la registrazione. Abbiamo fiducia verso una vittoria clamorosa nel 2018“. Lo ZANU-PF doveva tenere un Congresso straordinario dal 12 al 17 dicembre 2017.
Il governo di Harare, nel frattempo, dal luglio 2017 iniziava a costituire riserve di oro e diamanti per sostenere la futura reintroduzione della valuta locale. A proporre l’iniziativa era proprio l’ex-vicepresidente Emmerson Mnangagwa. “Stiamo costruendo riserve di oro e diamanti che, se raggiungono un certo livello, che non dirò qui, ci permetteranno d’introdurre una nostra moneta sostenuta da questi minerali. Non sono libero di rivelarvi la quantità voluta di questi minerali, prima che possano sostenere la nostra moneta“, affermò Mnangagwa. La carenza di liquidità nello Zimbabwe era iniziata dopo che il Paese aveva intrapreso la riforma agraria. Il governo aveva introdotto obbligazioni per bloccare il contrabbando di dollari USA dal Paese. “Otteniamo solo valuta straniera quando esportiamo qualcosa o attraverso le ONG nel nostro Paese. Il Forex proviene anche dal sostegno finanziario bilaterale e multilaterale o dagli investimenti esteri diretti e se non li otteniamo non ci sarà forex, perché il dollaro USA che usiamo è la valuta di riserva“. Il vicepresidente Mnangagwa dichiarava anche che il governo era preoccupato dalle note obbligatorie rinvenute nei Paesi limitrofi, affermando che le relative indagini erano in corso. “C’è stato un periodo in cui la gestione dell’economia nello Zimbabwe era molto apprezzata negli ambienti occidentali. Durante il primo decennio d’indipendenza, l’economia dello Zimbabwe crebbe in media del 4 per cento all’anno, e furono fatti sostanziali progressi in campo educativo e sanitario. Lo Zimbabwe gestiva bene le finanze e tra il 1985 e il 1989 dimezzò il rapporto debito/servizio. Tuttavia, la fine del socialismo in Europa creò un ambiente inospitale per le nazioni che seguivano un corso indipendente, e lo Zimbabwe fu costretto dalle richieste occidentali a liberalizzare l’economia. Nel gennaio 1991, lo Zimbabwe adottò il programma di aggiustamento strutturale economico (ESAP), progettato dalla Banca mondiale. Il programma richiedeva la solita prescrizione di azioni sostenute dalle istituzioni finanziarie occidentali, tra cui privatizzazione, deregolamentazione, riduzione delle spese governative per i bisogni sociali e taglio del disavanzo. Furono istituite tasse per gli utenti di sanità e istruzione e furono eliminati i sussidi alimentari. Furono inoltre ritirate le misure volte a proteggere l’industria locale dalla concorrenza straniera. L’impatto fu immediato. Pur soddisfacendo gli investitori occidentali, il risultato fu un disastro per il popolo dello Zimbabwe. Secondo uno studio, le famiglie più povere di Harare videro il reddito diminuire del 12% nel 1991-1992, mentre i salari reali crollarono di un terzo. Il calo dei redditi costrinse le persone a spendere una percentuale maggiore del reddito per il cibo, ed abiti usati furono importati per compensare l’incapacità della maggioranza dei cittadini di acquistare nuovi vestiti. Un’indagine del 1994 ad Harare rilevò che il 90% degli intervistati riteneva che l’ESAP avesse influito negativamente sulle loro vite. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari fu visto come un problema importante dal 64% degli intervistati, mentre molti indicarono che furono costretti a ridurre l’acquisto di cibo. L’ESAP provocò licenziamenti di massa e paralizzò il mercato del lavoro tanto che molti non trovarono alcun impiego. Nelle aree comuni, l’aumento dei prezzi dei fertilizzanti fece sì che gli agricoltori di sussistenza non potessero più fertilizzare le terre, con conseguenti rendimenti inferiori. L’ESAP ordinò l’eliminazione dei controlli sui prezzi, consentendo ai proprietari di negozi nell’area comune, liberi dalla concorrenza, di aumentare i prezzi in modo drammatico. Nel 1995, il FMI ridusse i fondi per il programma quando ritenne che lo Zimbabwe non riducesse il bilancio e licenziasse gli impiegati pubblici abbastanza velocemente. Inoltre, il FMI si lamentò del ritmo della privatizzazione non abbastanza rapido. Ma l’implementazione dell’ESAP fu abbastanza veloce per il popolo dello Zimbabwe. Nel 1995 oltre un terzo dei cittadini non poteva permettersi cibo, tetto e abbigliamento. Dal 1991 al 1995, lo Zimbabwe subì una forte deindustrializzazione, poiché la produzione industriale diminuì del 40%. Secondo un economista del Fronte patriottico dell’Unione nazionale africana dello Zimbabwe (ZANU-PF), “c’è il consenso generale tra la popolazione dello Zimbabwe secondo cui l’ESAP ha portato alla povertà molte famiglie. Il programma avvantaggiò una minoranza privilegiata a spese della maggioranza”. Come previsto dalle istituzioni finanziarie occidentali, si potrebbe obiettare”.

Emmerson Mnangagwa

Forze della Difesa
L’Esercito Nazionale dello Zimbabwe è formato da 7 Brigate, composte da 1 reggimento corazzato, 23 battaglioni di fanteria, 2 reggimenti di artiglieria, 1 reggimento di supporto tecnico, 3 battaglioni della Guardia Presidenziale, 1 battaglione commando, e dispongono di 65 carri armati T-54/55, 162 blindati, 12 sistemi di artiglieria e 64 lanciarazzi multipli. Gli effettivi e i riservisti sono circa 60000.
L’Aeronautica, che una volta disponeva di aviogetti da caccia Mikojan MiG-23 donati dalla Jamahiriya Libica, dispone di 7 caccia Chengdu F-7II/N, 9 aerei d’addestramento Hongdu K-8Z Karakorum, 18 aerei d’addestramento SIAI-Machetti SF.260M/TP/W, 11 aerei da trasporto Aviocar CASA C212-200, 4 aerei da trasporto Islander Britten-Norman BN-2A, 16 aerei da collegamento Cessna FTB337G e O-2A Skymaster, 6 elicotteri d’attacco Mi-35, 1 elicottero Mil Mi-8T, 4 elicotteri Aerospatiale SA316B Alouette III, 7 elicotteri Agusta-Bell 412SP, schierati presso le basi aeree di Thornhill (Gweru) e Manyame (Harare). L’Aeronautica dello Zimbabwe invia ufficiali ogni anno presso la Scuola Comando operativo della PAF e la Scuola della Difesa Aerea del Pakistan.
Le forze di polizia contano 20000 effettivi.
Nell’aprile 2014, l’Esercito di Liberazione Popolare cinese donò 4,2 milioni di dollari alle Forze di Difesa dello Zimbabwe, per finanziare vari programmi. Il ministro della Difesa Sekeramayi discusse della cooperazione con i cinesi. “Abbiamo discusso della cooperazione tra i nostri due Paesi. La cooperazione nella difesa e i programmi futuri sono andati molto bene. Ci sono altri programmi studiati ed esplorati“. Il Generale Qi Jianguo, parlando al comandante delle Forze di Difesa dello Zimbabwe, Generale Constantine Chiwenga, ad Harare, dichiarò “Gli ufficiali e i soldati della Cina ammirano le ZDF, in particolare il vostro comandante in capo Mugabe, che è riuscito a contrastare le macchinazioni delle potenze occidentali per destabilizzare il continente africano. Il vostro presidente è uno dei pochi leader del calibro di Fidel Castro, Vladimir Putin e altri schieratisi contro le potenze occidentali. Pochi leader hanno il coraggio di opporsi agli Stati Uniti d’America e ai loro alleati. Come sapete sulla questione della Crimea in Ucraina, il Presidente Putin è riuscito ad affrontare Obama. Una volta dissi a un generale degli Stati Uniti che non dovrebbero dimenticare la storia dei loro tentativi in Russia falliti“.
Invece, nell’ottobre 2015, le ZDF ricevettero decine autoveicoli ed automezzi dalla fabbrica indiana Ashok Leyland Ltd., acquistati con 50 milioni di dollari prestati dalla Banca per l’esportazione e l’importazione dell’India.
Il 5 settembre 2016, le forze armate di Zimbabwe e Angola dichiaravano di rafforzare le relazioni bilaterali. Il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate angolane Geraldo Sachipengo Nunda dichiarò che, “La mia visita nello Zimbabwe rafforza le relazioni tra i due Paesi, così come tra le due Forze di Difesa nazionali. Voglio riaffermare al nostro popolo che Zimbabwe e Angola sono nazioni fraterne“. Il Generale Nunda visitò il National Defence College, la Zimbabwe Defense Industry, la Zimbabwe Military Academy e il National Heroes Acre. Nell’aprile 2015 una delegazione guidata dal Segretario Generale del Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA), Juliao Mateus Paulo, incontrò il Presidente Mugabe per condividere le esperienze dei due Paesi sulla lotta di liberazione nazionale e le modalità per rafforzare i rapporti tra ZANU-PF e MPLA.Fonti:
Air Heads Fly
Businesslive
Herald
Khuluma Afrika
Moon of Alabama
News24
Pindula
Sunday News
Swans
Telegraph
The Event Chronicle
The Independent
The Standard
ZBC
Zimbabwe National Army