Email di Hillary, dinari d’oro e Primavera araba

F. William Engdahl, New Eastern Outlook 17 marzo 2016

Sepolto tra decine di migliaia di pagine e-mail segrete dell’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton, ora rese pubbliche dal governo degli Stati Uniti, c’è un devastante scambio di e-mail tra Clinton e il suo confidente Sid Blumenthal su Gheddafi e l’intervento degli Stati Uniti coordinato nel 2011 per rovesciare il governante libico. Si tratta dell’oro quale futura minaccia esistenziale al dollaro come valuta di riserva mondiale. Si trattava dei piani di Gheddafi per il dinaro-oro per l’Africa e il mondo arabo.golddinar6Due paragrafi in una e-mail di recente declassificate dal server privato illegalmente utilizzato dall’allora segretaria di Stato Hillary Clinton durante la guerra orchestrata dagli Stati Uniti per distruggere la Libia di Gheddafi nel 2011, rivelano l’ordine del giorno strettamente segreto della guerra di Obama contro Gheddafi, cinicamente chiamata “Responsabilità di proteggere”. Barack Obama, presidente indeciso e debole, delegò tutte le responsabilità presidenziali della guerra in Libia alla segretaria di Stato Hillary Clinton, prima sostenitrice del “cambio di regime” arabo utilizzando in segreto i Fratelli musulmani ed invocando il nuovo bizzarro principio della “responsabilità di proteggere” (R2P) per giustificare la guerra libica, divenuta rapidamente una guerra della NATO. Con l’R2P, concetto sciocco promosso dalle reti dell’Open Society Foundations di George Soros, Clinton affermava, senza alcuna prova, che Gheddafi bombardasse i civili libici a Bengasi. Secondo il New York Times, citando fonti di alto livello dell’amministrazione Obama, fu Hillary Clinton, sostenuta da Samantha Power, collaboratrice di primo piano al Consiglio di Sicurezza Nazionale e oggi ambasciatrice di Obama alle Nazioni Unite, e Susan Rice, allora ambasciatrice di Obama alle Nazioni Unite, e ora consigliere per la Sicurezza Nazionale, che spinse Obama all’azione militare contro la Libia di Gheddafi. Clinton, affiancata da Powers e Rice, era così potente che riuscì a prevalere sul segretario alla Difesa Robert Gates, Tom Donilon, il consigliere per la sicurezza nazionale di Obama, e John Brennan, capo antiterrorismo di Obama ed oggi capo della CIA. La segretaria di Stato Clinton guidò la cospirazione per scatenare ciò che venne soprannominata “primavera araba”, l’ondata di cambi di regime finanziati dagli USA nel Medio Oriente arabo, nell’ambito del progetto del Grande Medio Oriente presentato nel 2003 dall’amministrazione Bush dopo l’occupazione dell’Iraq. I primi tre Paesi colpiti dalla “primavera araba” degli USA nel 2011, in cui Washington usò le sue ONG per i “diritti umani” come Freedom House e National Endowment for Democracy, in combutta come al solito con le Open Society Foundations dello speculatore miliardario George Soros, insieme al dipartimento di Stato degli Stati Uniti e ad agenti della CIA, furono la Tunisia di Ben Ali, l’Egitto di Mubaraq e la Libia di Gheddafi. Ora tempi e obiettivi di Washington della destabilizzazione via “primavera araba” del 2011 di certi Stati in Medio Oriente assumono nuova luce in relazione alle email declassificate sulla Libia di Clinton con il suo “consulente” e amico Sid Blumenthal. Blumenthal è l’untuoso avvocato che difese l’allora presidente Bill Clinton nello scandalo sessuale di Monika Lewinsky quando era Presidente e affrontava l’impeachment.

Il dinaro d’oro di Gheddafi
Per molti rimane un mistero perché Washington abbia deciso che Gheddafi dovesse essere ucciso, e non solo esiliato come Mubaraq. Clinton, quando fu informata del brutale assassinio di Gheddafi da parte dei terroristi di al-Qaida dell'”opposizione democratica” finanziata dagli USA, pronunciò alla CBS News una perversa parafrasi di Giulio Cesare, “Siamo venuti, l’abbiamo visto, è morto” con una fragorosa risata macabra. Poco si sa in occidente di ciò che Muammar Gheddafi fece in Libia o anche in Africa e nel mondo arabo. Ora, la divulgazione di altre e-mail di Hillary Clinton da segretaria di Stato, al momento della guerra di Obama a Gheddafi, getta nuova drammatica luce. Non fu una decisione personale di Hillary Clinton eliminare Gheddafi e distruggerne lo Stato. La decisione, è ormai chiaro, proveniva da ambienti molto potenti dell’oligarchia monetaria degli Stati Uniti. Era un altro strumento a Washington del mandato politico di tali oligarchi. L’intervento era distruggere i piani ben definiti di Gheddafi per creare una moneta africana e araba basata sull’oro per sostituire il dollaro nei traffici di petrolio. Da quando il dollaro USA ha abbandonato il cambio in oro nel 1971, il dollaro rispetto all’oro ha perso drammaticamente valore. Gli Stati petroliferi dell’OPEC hanno a lungo contestato il potere d’acquisto evanescente delle loro vendite di petrolio, che dal 1970 Washington impone esclusivamente in dollari, mentre l’inflazione del dollaro arrivava ad oltre il 2000% nel 2001. In una recentemente declassificata email di Sid Blumenthal alla segretaria di Stato Hillary Clinton, del 2 aprile 2011, Blumenthal rivela la ragione per cui Gheddafi andava eliminato. Utilizzando il pretesto citato da una non identificata “alta fonte”, Blumenthal scrive a Clinton, “Secondo le informazioni sensibili disponibili a questa fonte, il governo di Gheddafi detiene 143 tonnellate di oro e una quantità simile in argento… l’oro fu accumulato prima della ribellione ed era destinato a creare una valuta panafricana basata sul dinaro d’oro libico. Questo piano era volto a fornire ai Paesi africani francofoni un’alternativa al franco francese (CFA)“. Tale aspetto francese era solo la punta dell’iceberg del dinaro d’oro di Gheddafi.

Dinaro d’oro e molto altro ancora
cadafi Nel primo decennio di questo secolo, i Paesi OPEC del Golfo persico, tra cui Arabia Saudita, Qatar e altri, iniziarono seriamente a deviare una parte significativa dei ricavi delle vendite di petrolio e gas sui fondi sovrani, basandosi sul successo dei fondi petroliferi norvegesi. Il crescente malcontento verso la guerra al terrorismo degli Stati Uniti, con le guerre in Iraq e Afghanistan e la loro politica in Medio Oriente dal settembre 2001, portò la maggior parte degli Stati arabi dell’OPEC a deviare una quota crescente delle entrate petrolifere su fondi controllati dallo Stato, piuttosto che fidarsi delle dita appiccicose dei banchieri di New York e Londra, come era solito dagli anni ’70, quando i prezzi del petrolio schizzarono alle stelle creando ciò che Henry Kissinger affettuosamente chiamò “petrodollaro” per sostituire il dollaro-oro che Washington mollò il 15 agosto 1971. L’attuale guerra tra sunniti e sciiti o lo scontro di civiltà sono infatti il risultato delle manipolazioni degli Stati Uniti nella regione dal 2003, il “divide et impera”. Nel 2008 la prospettiva del controllo sovrano in un numero crescente di Stati petroliferi africani ed arabi dei loro proventi su petrolio e gas causava gravi preoccupazioni a Wall Street e alla City di Londra. Un’enorme liquidità, migliaia di miliardi, che potenzialmente non potevano più controllare. La primavera araba, in retrospettiva, appare sempre più sembra legata agli sforzi di Washington e Wall Street per controllare non solo gli enormi flussi di petrolio dal Medio Oriente arabo, ma ugualmente lo scopo era controllarne il denaro, migliaia di miliardi di dollari che si accumulavano nei nuovi fondi sovrani. Tuttavia, come confermato dall’ultimo scambio di email Clinton-Blumenthal del 2 aprile 2011, dal mondo petrolifero africano e arabo emergeva una nuova minaccia per gli “dei del denaro” di Wall Street e City di Londra. La Libia di Gheddafi, la Tunisia di Ben Ali e l’Egitto di Mubaraq stavano per lanciare la moneta islamica indipendente dal dollaro USA e basata sull’oro. Mi fu detto di questo piano nei primi mesi del 2012, in una conferenza finanziaria e geopolitica svizzera, da un algerino che sapeva del progetto. La documentazione era scarsa al momento e la storia mi passò di mente. Ora un quadro molto più interessante emerge indicando la ferocia della primavera araba di Washington e l’urgenza del caso della Libia.

‘Stati Uniti d’Africa’
Nel 2009 Gheddafi, allora Presidente dell’Unione africana, propose che il continente economicamente depresso adottasse il “dinaro d’oro”. Nei mesi precedenti la decisione degli Stati Uniti, col sostegno inglese e francese, di aver una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per aver la foglia di fico del diritto alla NATO di distruggere il regime di Gheddafi, Muammar Gheddafi organizzò la creazione del dinaro-oro che sarebbe stato utilizzato dagli Stati africani petroliferi e dai Paesi arabi dell’OPEC per vendere petrolio sul mercato mondiale. Al momento Wall Street e City di Londra erano sprofondati nella crisi finanziaria del 2007-2008, e la sfida al dollaro quale valuta di riserva l’avrebbe aggravata. Sarebbe stata la campana a morto per l’egemonia finanziaria statunitense e il sistema del dollaro. L’Africa è uno dei continenti più ricchi del mondo, con vaste inesplorate ricchezze in minerali ed oro, volutamente mantenuto per secoli sottosviluppato o preda di guerre per impedirne lo sviluppo. Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale negli ultimi decenni furono gli strumenti di Washington per sopprimere un vero sviluppo africano. Gheddafi invitò i Paesi produttori di petrolio africani dell’Unione africana e musulmani ad entrare nell’alleanza che avrebbe fatto del dinaro d’oro la loro valuta. Avrebbero venduto petrolio e altre risorse a Stati Uniti e resto del mondo solo in dinari d’oro. In qualità di Presidente dell’Unione africana, nel 2009 Gheddafi presentò all’Unione Africana la proposta di usare il dinaro libico e il dirham d’argento come unico denaro con cui il resto del mondo poteva comprare il petrolio africano. Insieme ai fondi sovrani arabi dell’OPEC, le altre nazioni petrolifere africane, in particolare Angola e Nigeria, creavano i propri fondi nazionali petroliferi quando nel 2011 la NATO bombardava la Libia. Quei fondi nazionali sovrani, legati al concetto del dinaro d’oro di Gheddafi, avrebbe realizzato il vecchio dell’Africa indipendente dal controllo monetario coloniale, che fosse sterlina, franco francese, euro o dollaro statunitense. Gheddafi attuava, come capo dell’Unione africana, al momento dell’assassinio, il piano per unificare gli Stati sovrani dell’Africa con una moneta d’oro negli Stati Uniti d’Africa. Nel 2004, il Parlamento panafricano di 53 nazioni aveva piani per la Comunità economica africana, con una moneta d’oro unica entro il 2023. Le nazioni africane produttrici di petrolio progettavano l’abbandono del petrodollaro e di chiedere pagamenti in oro per petrolio e gas; erano Egitto, Sudan, Sud Sudan, Guinea Equatoriale, Congo, Repubblica democratica del Congo, Tunisia, Gabon, Sud Africa, Uganda, Ciad, Suriname, Camerun, Mauritania, Marocco, Zambia, Somalia, Ghana, Etiopia, Kenya, Tanzania, Mozambico, Costa d’Avorio, oltre allo Yemen che aveva appena scoperto nuovi significativi giacimenti di petrolio. I quattro Stati africani nell’OPEC, Algeria, Angola, Nigeria, gigantesco produttore di petrolio e primo produttore di gas naturale in Africa dagli enormi giacimenti di gas, e la Libia dalle maggiori riserve, avrebbero aderito al nuovo sistema del dinaro d’oro. Non c’è da stupirsi che il presidente francese Nicolas Sarkozy, che da Washington ricevette il proscenio della guerra contro Gheddafi, arrivò a definire la Libia una “minaccia” alla sicurezza finanziaria del mondo .

I “ribelli” di Hillary creano una banca centrale
liarsliars_large Una delle caratteristiche più bizzarre della guerra di Hillary Clinton per distruggere Gheddafi fu che i “ribelli” filo-USA di Bengasi, nella parte petrolifera della Libia, nel pieno della guerra, ben prima che fosse del tutto chiaro che avrebbero rovesciato il regime di Gheddafi, dichiararono di aver creato una banca centrale di tipo occidentale “in esilio”. Nelle prime settimane della ribellione, i capi dichiararono di aver creato una banca centrale per sostituire l’autorità monetaria dello Stato di Gheddafi. Il consiglio dei ribelli, oltre a creare la propria compagnia petrolifera per vendere il petrolio rubato, annunciò: “la nomina della Banca Centrale di Bengasi come autorità monetaria competente nelle politiche monetarie in Libia, e la nomina del governatore della Banca centrale della Libia, con sede provvisoria a Bengasi“. Commentando la strana decisione, prima che l’esito della battaglia fosse anche deciso, di creare una banca centrale per sostituire la banca nazionale sovrana di Gheddafi che emetteva dinari d’oro, Robert Wenzel del Economic Policy Journal, osservò, “non ho mai sentito parlare di una banca centrale creata poche settimane dopo una rivolta popolare. Ciò suggerisce che c’è qualcos’altro che non una banda di straccioni ribelli e che ci sono certe piuttosto sofisticate influenze“. È chiaro ora, alla luce dei messaggi di posta elettronica Clinton-Blumenthal, che tali “influenze abbastanza sofisticate” erano legate a Wall Street e City di Londra. La persona inviata da Washington a guidare i ribelli nel marzo 2011, Qalifa Haftar, aveva trascorso i precedenti venti anni in Virginia, non lontano dal quartier generale della CIA, dopo aver lasciato la Libia quando era uno dei principali comandante militari di Gheddafi. Il rischio per il futuro del dollaro come valuta di riserva mondiale, se Gheddafi avesse potuto procedere insieme a Egitto, Tunisia e altri Stati arabi di OPEC e Unione Africana, introducendo le vendite di petrolio in oro e non dollari, sarebbe stato chiaramente l’equivalente finanziario di uno tsunami.

La Nuova Via della Seta d’oro
Il sogno di Gheddafi di un sistema basato sull’oro arabo e africano indipendente dal dollaro, purtroppo è morto con lui. La Libia, dopo la cinica “responsabilità di proteggere” di Hillary Clinton che ha distrutto il Paese, oggi è lacerata da guerre tribali, caos economico, terroristi di al-Qaida e SIIL. La sovranità monetaria detenuta dal 100% dalle agenzie monetarie nazionali statali di Gheddafi e la loro emissione di dinari d’oro, è finita sostituita da una banca centrale “indipendente” legata al dollaro. Nonostante ciò, va notato che ora un nuovo gruppo di nazioni si unisce per costruire un sistema monetario basato sull’oro. Questo è il gruppo guidato da Russia e Cina, terzo e primo Paesi produttori di oro nel mondo. Questo gruppo è legato alla costruzione del grande progetto infrastrutturale eurasiatico della Nuova Via della Seta della Cina, comprendente 16 miliardi di fondi in oro per lo sviluppo della Cina, decisa a sostituire City di Londra e New York come centri del commercio mondiale dell’oro. L’emergente sistema d’oro eurasiatico pone ora una serie completamente nuova di sfide all’egemonia finanziaria statunitense. Questa sfida eurasiatica, riuscendo o fallendo, deciderà se la nostra civiltà potrà sopravvivere e prosperare in condizioni completamente diverse, o affondare con il fallimentare sistema del dollaro.399935F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Terrorismo false flag e lotta di classe

Mentre scioperi e manifestazioni continuano in Francia, lo Stato fa ricorso a una vecchia tecnica di repressione di classe, il terrorismo.
Gearóid Ó Colmáin, AHTribune 12 giugno 2016COP21 Climate Change Conference - Solutions COP21...epa05054453Mentre le partite dell’eurocampionato attirano migliaia di tifosi nella capitale francese, le tensioni sociali restano alte con i lavoratori che continuano a scendere in piazza per protestare contro le riforme proposte dal governo sulle leggi sul lavoro. L’intera nazione francese è in agitazione. I lavoratori fanno la fila ai servizi ferroviari acutamente interrotti dallo sciopero della SNCF (Société nationale des chemins de fer français). Anche se solo l’8,5 per cento dei lavoratori ferroviari attualmente sciopera, la maggioranza dei macchinisti della SNCF ha smesso di lavorare. Scioperi e proteste s’intensificano nel Paese, con i controllori che ora aderiscono. In risposta alle mobilitazioni della classe operaia, le agenzie governative ricorrono a repressione e terrorismo per aver il sopravvento in questa guerra di classe. Un teppista incappucciato è stato colto dalle telecamere lanciare sbarre di ferro sulle vetrine dei negozi nel corso di una recente manifestazione contro i tagli alle pensioni. Quando uno dei manifestanti ha tentato di fermare il criminale, è stato prontamente raggiunto da un collega che mostrava un chiaro addestramento militare, aggredendo il dimostrante con un tipico calcio da arti marziali. Nel frattempo, la polizia, presente sulla scena, stava semplicemente a guardare. Era chiaro che i due teppisti erano agenti provocatori della polizia. L’incidente è stato denunciato alla televisione francese dal capo della coalizione Front de Gauche Jean-Luc Mélanchon. indicando fortemente che l’azione criminale della polizia è orchestrata dal Ministero degli Interni guidato da Bernard Cazaneuve. L’uso di agenti provocatori da parte dello Stato per dare il pretesto per la repressione di classe è una vecchia tecnica della classe dominante.
L’uso dimostra che il terrorismo sotto falsa bandiera, attacchi terroristici effettuati da agenzie statali per accusarne nemici reali o immaginari, è una caratteristica comune nel governo moderno. Questo fatto va tenuto presente da coloro che sostengono che le democrazie occidentali non praticano il terrorismo contro i propri cittadini. Lo sciopero dei controllori francesi fornisce il contesto appropriato per estendere la nostra analisi alle frontiere dell’imperialismo francese. Nel novembre 2004 mercenari bielorussi, arruolati dai servizi segreti francesi (DGSE), bombardarono una base militare francese a Bouaké, Costa d’Avorio, uccidendo 9 soldati francesi, un cittadino statunitense, e ferendone altri 40 militari. Parigi accusò il Presidente Laurent Gbagbo, che i francesi tentavano di deporre con un’insurrezione terroristica nel nord del Paese. I militari francesi distrussero immediatamente l’aeronautica della Costa d’Avorio e i carri armati francesi entrarono nella capitale Abidjan, circondando il palazzo presidenziale e occupando l’aeroporto. Quando centinaia di migliaia di cittadini ivoriani scesero in piazza per protestare pacificamente contro tale aggressione neo-coloniale, le truppe francesi aprirono il fuoco sui manifestanti assassinando oltre 56 persone. L’incidente fu a malapena ripreso dalle agenzie di stampa metropolitane. Alcuni militari coinvolti furono successivamente decorati per tali crimini dal presidente francese Jacques Chirac. Dopo l’attacco alla base militare francese, i corpi furono gettati nei sacchi e subito trasportati in Francia. Contrariamente alla procedura standard, non furono effettuare autopsie e le famiglie non furono autorizzate a vedere i corpi nelle bare. Una famiglia seppellì il corpo sbagliato e dovette riesumarlo. Diversi giudici dell’Alta Corte si dimisero per il rifiuto del governo di cooperare sull’inchiesta. Tutte prove di una falsa bandiera. Diversi militari e legali importanti lo confermarono. Non fu negato dai media, ma massicciamente tralasciato e rapidamente dimenticato, dimostrando il disprezzo criminale della classe dirigente francese sua per gli africani che per i cittadini francesi. E’ improbabile che il governo francese sia mai perseguito per alto tradimento e crimini contro l’umanità in Costa d’Avorio. Pochi europei si preoccupano di ciò che i loro governi fanno nel ‘Terzo Mondo’. Il doppio standard è profondamente radicato nella coscienza occidentale.
Razzismo ed etnocentrismo pervadono anche molte organizzazioni operaie. Da molto un genuino internazionalismo proletario è stato sostituito dalla spuria mentalità piccolo-borghese del politicamente corretto con sinistra e ‘antirazzisti’ che declamano l”imperialismo occidentale, piuttosto che opporvisi. Ogni sera al tramonto, africani arrivano nei quartieri francesi eleganti per raccogliere la spazzatura della stessa borghesia che deruba le risorse dei loro Paesi; è umiliante e solo la menzione va ben evitata nei circoli istruiti. Per un vero cambiamento politico, gli operai degli Stati dell’emisfero settentrionale devono mantenere i contatti, organizzare e fraternizzare con quelli del sud del mondo. Devono capire che la stessa classe conduce la guerra ai lavoratori francesi; che le stesse aziende che chiedono maggiori profitti in Europa a scapito della vita umana sono complici di genocidi e crimini contro l’umanità nell’emisfero australe. Devono cercare il legame tra terrorismo e guerra di classe. La coscienza delle masse di ciò permette di superare ogni tentativo degli Stati oligarchici di reprimere col terrorismo la lotta della classe operaia per l’emancipazione.t1larg.ivory.coast.french.troops.afp.gettyTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La via dell’Egitto tra Cina, Russia e USA

Alessandro Lattanzio, 1/6/2016

Strait_tiran_83-2Il 9 aprile, il Primo ministro egiziano Sharif Ismail e il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman firmavano l’accordo sui confini marittimi dei due Paesi, restituendo le isole Sanafir e Tiran ai sauditi. “Questo risultato arriva dopo un duro lavoro durato sei anni, durante cui si ebbero 11 incontri con il comitato per la delimitazione marittima tra Arabia Saudita ed Egitto“, dichiarava il Governo egiziano. La delimitazione delle frontiere marittime si basa su un decreto presidenziale del maggio 1990, che delineava le acque territoriali che l’Egitto aveva comunicato alle Nazioni Unite. Le isole di Tiran e Sanafir erano sotto controllo amministrativo egiziano dal 1950. Il Presidente al-Sisi aveva dichiarato il 14 aprile, in un discorso pronunciato davanti a funzionari politici e giornalisti e trasmesso in diretta dalla televisione di Stato, che “Non abbiamo abbandonato i nostri diritti, abbiamo restituito il giusto a chi ne aveva diritto. L’Egitto aveva solo due scelte sulle isole, o entrare in conflitto con l’Arabia Saudita o restituirle ciò che è suo di diritto. Non violiamo nulla. Inoltre, non diamo via la nostra terra, e non ne prendiamo da nessuno“. Essendo le due isole all’ingresso del Golfo di Aqaba, dove si affacciano Israele e Giordania, il ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon dichiarava di aver ricevuto la documentazione ufficiale secondo cui l’Arabia Saudita avrebbe permesso agli israeliani libertà di navigazione. Inoltre secondo il quotidiano israeliano Haaretz, il piano di trasferimento aveva avuto l’approvazione di Israele e Stati Uniti e della missione di osservazione multinazionale sulle isole. Le isole sono importanti essendo nello Stretto di Tiran, appunto l’ingresso del Golfo di Aqaba, all’estremità settentrionale del Mar Rosso, ad est della penisola del Sinai e ad ovest della penisola araba, e su cui si affacciano Egitto, Israele, Giordania e Arabia Saudita. Quindi l’Egitto riconosceva la sovranità dell’Arabia Saudita sulle isole Tiran e Sanafir, all’ingresso del Golfo di Aqaba, ricevendo in cambio un prestito a lungo termine di 16 miliardi di dollari. Come detto, sul Golfo di Aqaba si affaccia anche Israele con il porto di Eilat e quasi 10 km di coste. Da Eilat parte il terminale di un oleodotto costruito per scavalcare il canale di Suez e rifornire le due raffinerie e il porto di Ashkelon sulle coste mediterranee d’Israele; inoltre attualmente delle imprese cinesi costruiscono una linea TGV Eilat-Tel Aviv e studiano un canale tra Golfo di Aqaba e Mar Morto. Le due isole deserte hanno sempre fatto parte del territorio saudita, ma nel 1950 Riyadh permise all’Egitto di usarle come avamposti militari per bloccare la navigazione israeliana sul Golfo di Aqaba, a condizione che le due isole non fossero integrate nel territorio egiziano. Nel 1956 Israele occupò Tiran. Nel giugno 1967 l’Egitto riprese possesso delle isole. L’accordo tra Egitto ed Arabia Saudita riguarda le acque territoriali intorno alle due isole, il cui peso strategico, tra l’altro, si è drasticamente ridotto con il raddoppio del Canale di Suez avvenuto nell’estate 2015, rendendo l’Egitto assai meno sensibile a una possibile concorrenza del collegamento Eilat-Ashkelon.
Nel gennaio 2016, l’Arabia Saudita prestava all’Egitto 3,2 miliardi di dollari: 1,5 miliardi per sviluppare la penisola del Sinai, 1,2 miliardi di dollari per finanziare l’acquisto di petrolio dell’Egitto, e altri 500 milioni di dollari per acquistare prodotti sauditi. Il Presidente al-Sisi visitò l’Arabia Saudita nell’agosto 2015, firmando la “Dichiarazione di Cairo”, secondo cui i due Paesi s’impegnavano a rafforzare la cooperazione negli investimenti, trasporti, energia e “sicurezza nazionale araba”. Tuttavia, contrariamente alle attese saudite, che credevano che l’Egitto avrebbe seguito una politica estera favorevole a Riyadh, Cairo riteneva che gli interessi nazionali non sempre coincidono con le “raccomandazioni” saudite. Diversamente da Riyadh, Cairo non considera Teheran un nemico. Per l’Egitto è inaccettabile che l’Arabia Saudita persegua la rivalità con l’Iran al punto da creare una coalizione sunnita volta a contrastare l’ascesa iraniana, che per di più comprende i Fratelli musulmani e gruppi affini come al-Islah, Hamas e altri. Infatti Riyadh aveva concesso l’amnistia a numerosi attivisti dei Fratelli musulmani condannati nel regno saudita, e aveva avuto contatti con i capi dei Fratelli musulmani. Secondo il giornale egiziano al-Shuruq, dei funzionari sauditi ebbero una riunione nell’estate 2015 con il miliardario Yusuf Nada, responsabile finanziario della Fratellanza residente in Svizzera, mentre nel luglio 2015 il capo di Hamas, Qalid Mishal, visitò il regno saudita incontrando re Salman, e nell’ottobre 2015 il capo spirituale della Fratellanza musulmana Yusuf Qardawi fu ospite dell’ambasciata saudita a Doha. I media egiziani interpretarono tali iniziative quali passi di Riyadh per riconciliarsi con i Fratelli musulmani, ritenuti una minaccia per la sicurezza nazionale dell’Egitto.
Il 4 maggio 2016, il Presidente al-Sisi riceveva il ministro del Commercio, dell’Industria e dell’Energia della Corea del Sud Joe Hong Hwan, alla testa di una delegazione di 143 rappresentanti di 63 aziende sudcoreane, confermando l’interesse di Seoul di aumentare e sviluppare gli investimenti in Egitto, tramite accordi di libero scambio, alla luce degli accordi commerciali preferenziali tra Egitto e diversi Paesi africani, europei ed arabi. La delegazione sudcoreana partecipava al Forum sul business egiziano – coreano incentrato su zona economica del canale di Suez, infrastrutture, industria tessile, strumentazione elettro-medica, impianti di desalinizzazione, elettronica, informatica ed autoveicoli. Inoltre, Seoul intende esportare tecnologia ed esperienza industriale in Egitto per svilupparne l’industria, con un accordo finanziario di 3 miliardi di dollari volto a rafforzare la cooperazione economica tra i due Paesi. Quindi era la volta di Cairo e Beijing. La China State Construction Engineering Corp. finanzierà la costruzione della nuova capitale amministrativa dell’Egitto con 15 miliardi di dollari, un terzo del costo totale del progetto, di cui le aziende egiziane hanno già iniziato i lavori su strade, reti fognarie e delle telecomunicazioni nel sito scelto per la nuova capitale, a 48 km ad est di Cairo. La nuova città avrà 20 quartieri residenziali per 7 milioni di abitanti, un aeroporto più grande di Heathrow a Londra, e un parco pubblico quattro volte più grande di Disneyland. La China State Construction Engineering Corp. costruirà un centro congressi, il Parlamento e dodici edifici governativi. Inoltre, il Consiglio delle industrie tessili egiziane e la China National Textile and Apparel Council (CNTAC) firmavano un accordo quadro per creare una zona di 1,2 milioni di metri quadrati per le industrie tessili ad al-Matahra, nel governatorato di Minya. Il Ministro del Commercio e dell’Industria egiziano Tariq Qabil, incontrando il Vicepresidente del CNTAC Gao Yong, affermava che l’accordo era un passo importante per ridare all’Egitto un ruolo di primo piano nel settore tessile in Medio Oriente, contribuendo direttamente alla strategia per sviluppare l’industria tessile dell’Egitto, così come allo sviluppo socio-economico delle zone meno sviluppate del Paese. L’industria tessile egiziana costituisce circa il 3 per cento del PIL del Paese ed ha circa 1,2 milioni di lavoratori e tecnici, il 30 per cento della forza lavoro industriale egiziana, e i tessuti prodotti rappresentano il 16 per cento delle esportazioni annuali dell’Egitto per un valore di 2,6 miliardi di dollari. Egitto e Cina nel gennaio 2015 avevano concluso 21 accordi e protocolli d’intesa su sviluppo tecnologico ed economico. E la Cina concedeva anche un prestito di 1 miliardo di dollari alla Banca centrale egiziana. Inoltre, il 18 maggio, il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi firmava un decreto che approvava un prestito di 25 miliardi di dollari dal governo russo per la prima centrale nucleare dell’Egitto, dalla potenza di 4800 megawatt, da costruire ad al-Daba, nel nord-est dell’Egitto. Il finanziamento è oggetto di un accordo siglato nel novembre 2015 tra il presidente egiziano e l’omologo russo Vladimir Putin, che prevede che l’azienda russa Rosatom costruisca l’impianto, consegni il combustibile nucleare, addestri i lavoratori e si occupi della manutenzione delle unità produttive, i quattro reattori nucleari. L’impianto dovrebbe essere completato nel 2022 ed entrare in produzione nel 2024. Il prestito russo copre l’85% del costo del progetto, e il restante 15% viene finanziato dall’Egitto. A un tasso d’interesse annuo del 3%, erogato dal 2016 al 2028, il rimborso inizierà dall’ottobre 2029, con 43 rate in 22 anni.
Il 25 maggio, l’esercito egiziano in un’operazione contro le posizioni dei terroristi a Shayq Zuwayd e a Rafah, nel Sinai settentrionale, eliminava 85 terroristi del SIIL, ne arrestava altri 3 militanti e distruggeva 15 loro autoveicoli. Nel frattempo gli Stati Uniti iniziavano a consegnare all’Egitto i 762 blindati tipo MRAP, a titolo gratuito. Si trattava probabilmente del surplus di blindati che gli USA avevano ordinato per le operazioni in Afghanistan e Iraq, e che in un primo momento volevano semplicemente distruggere, non avendo l’esigenza di impiegarli. Questo rientrava nei 1,3 miliardi di dollari di aiuti militari che l’amministrazione Obama aveva stanziato per l’Egitto nel 2016. Era un tentativo di Washington di corrompere l’amministrazione e le Forze Armate egiziani. Ma nel marzo 2016 l’Accademia militare Nasser del Ministero della Difesa dell’Egitto informava il Parlamento sulla guerra di 4.ta generazione condotta dagli “occidentali per dividere il Medio Oriente”; “La maggior parte delle organizzazioni della società civile opera per demolire lo Stato egiziano con la guerra di quarta generazione, in cambio di qualche dollaro“, scriveva Charles Fuad al-Masry sul Daily News Egypt, e l’opinionista televisivo Amr Amar spiegava che la rivolta del 2011 fu un complotto degli Stati Uniti per distruggere l’Egitto. Va ricordato che il nuovo governo egiziano, dopo aver eliminato la presidenza dei Fratelli mussulmani, aveva espulso le organizzazioni sovversive statunitensi International Republican Institute e Freedom House, e indagato Husam Bahgat, fondatore dell’iniziativa egiziana per i diritti personali, Jamal Ayd, direttore esecutivo della Rete d’informazione araba per i diritti umani, e Bahaydin Hasan, fondatore dell’Istituto degli studi sui diritti umani di Cairo.45629797.cmsNote
al-Sisi Official
Egyptian Streets
Egyptian Streets
Global Research
Jeune Afrique
Mondialisation
Reseau International
South Front
South Front
Washington Post

I 10 motivi per cui l’occidente ha ucciso la Guida libica Muammar Gheddafi

Panafricain 20 maggio 201625304-26tyxxL’ex-leader libico Muammar Gheddafi fu ucciso “perché pensava che l’Africa era matura per sfuggire alla povertà coi propri mezzi, svolgendo il proprio ruolo nella governance globale“, aveva detto il presidente del Ciad Idris Deby, in un’intervista. Secondo il Capo di Stato ciadiano, era essenziale “farlo tacere”, aggiungendo che “la storia registrerà che gli africani non hanno fatto molto. Ci hanno ignorato e non fummo consultati. Gheddafi era sconvolto e imbarazzato“. “Fu lo stesso con Patrice Lumumba, in Congo. Perché l’uccisero? Perché Gheddafi fu ucciso? (…) Siamo fornitori di materie prime. Ma guardate dove siamo? Siamo molto arretrati“, ha detto il leader del Ciad da Abeche, la seconda città del Ciad.
Ecco in 10 punti perché Gheddafi doveva morire:ras1_continental_world1) – Il primo satellite africano RASCOM-1
Fu la Libia di Gheddafi ad offrire la prima vera rivoluzione in Africa dei tempi moderni: assicurando la copertura universale del continente per telefonia, televisione, radio e molte altre applicazioni come telemedicina e istruzione a distanza; per la prima volta, una connessione a basso costo diventava disponibile nel continente, anche nelle zone rurali, con il sistema del ponte radio WMAX. La storia inizia nel 1992, quando 45 Paesi africani crearono la società RASCOM per avere un satellite africano e ridurre i costi di comunicazione nel continente. Le chiamate da e verso l’Africa allora avevano le tariffe più costose del mondo, perché c’era una tassa di 500 milioni di dollari che l’Europa incassava ogni anno dalle conversazioni telefoniche, anche all’interno dei Paesi africani, per il transito dei satelliti europei come Intelsat. Il satellite africano costava solo 400 milioni da pagare una sola volta, senza mai più pagare 500 milioni di affitto all’anno. Quale banchiere non finanzierebbe un progetto del genere, ma l’equazione più difficile fu: come lo schiavo si sbarazza dello sfruttamento servile dal padrone se cerca aiuto da quest’ultimo per raggiungere questo obiettivo? Così, Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Stati Uniti, Unione europea ingannarono questi Paesi per 14 anni. Nel 2006, Gheddafi pose fine all’inutile agonia dell’elemosina dai presunti benefattori occidentali che praticano prestiti a tassi usurari; la Guida libica mise sul tavolo 300 milioni di dollari, la Banca di Sviluppo africana 50 milioni, la Banca per lo Sviluppo dell’Africa occidentale 27 milioni, così l’Africa dal 26 dicembre 2007 ebbe il suo primo satellite per telecomunicazioni della storia. Nel processo, Cina e Russia s’inserivano, questa volta vendendo la loro tecnologia e permettendo il lancio di nuovi satelliti sudafricani, nigeriani, angolani, algerini e anche di un secondo satellite africano, lanciato nel luglio 2010. Ci aspettiamo per il 2020 il primo satellite al 100% tecnologicamente costruito sul suolo africano, in particolare in Algeria. Il satellite competerà con i migliori del mondo, ma a un costo 10 volte inferiore, una vera e propria sfida. Ecco come un piccolo semplice gesto simbolico di 300 milioni può cambiare la vita di un intero continente. La Libia di Gheddafi è costata all’occidente non solo 500 milioni di dollari all’anno, ma miliardi di dollari di debito ed interessi che tale debito avrebbe generato all’infinito e in modo esponenziale, mantenendo il sistema occulto per spogliare l’Africa.rascom-1__12) – Base monetaria dell’Africa, Banca centrale africana, Banca di investimenti africana
I 30 miliardi di dollari sequestrati da Obama appartengono alla Banca centrale libica, previsti dalla Libia per la creazione della federazione africana attraverso tre progetti faro:

3) – Banca di investimenti africana a Sirte, in Libia e creazione nel 2011 del Fondo monetario africano con capitale di 42 miliardi di dollari a Yaounde,

4) – Banca centrale africana ad Abuja, in Nigeria, la cui prima emissione monetaria africana significava la fine del franco CFA attraverso cui Parigi domina alcuni Paesi africani da 50 anni.

5) – E’ comprensibile dunque ancora una volta la rabbia di Parigi contro Gheddafi. Il Fondo monetario africano doveva sostituire eventualmente tutte le attività sul suolo africano con cui il Fondo monetario internazionale, con solo 25 miliardi di dollari di capitale, ha saputo piegare un intero continente con privatizzazioni discutibili, obbligando i Paesi africani a passare dai monopoli pubblici a quelli privati. Sono gli stessi Paesi occidentali che chiesero di divenire membri del Fondo monetario africano e, unanimemente, il 16-17 dicembre 2010 a Yaounde gli africani respinsero tali lussuriosi, decidendo che solo i Paesi africani fossero membri del FMA.

I cinque fattori che motivarono Nicolas Sarkozy a combattere la guerra contro la Libia, secondo David Ignatius del Washington Post, “Blumenthal ricevette le informazioni sulla Libia da un ex-agente della CIA:
6) – Desiderio di una maggiore quota di petrolio libico;
7) – Aumentare l’influenza francese in Nord Africa;
8) – Migliorare la situazione politica interna in Francia;
9) – Offrire all’esercito francese la possibilità di ripristinare la sua posizione nel mondo;
10) – Rispondere alle preoccupazioni dei suoi consiglieri sui piani a lungo termine di Gheddafi per soppiantare la Francia come potenza dominante in Africa occidentale”.
Su quest’ultimo punto, il memorandum menziona l’esistenza del tesoro di Gheddafi, 143 tonnellate d’oro e quasi altrettanto di argento, trasferite da Tripoli a Sabha nel sud della Libia, una quindicina di giorni dopo l’avvio dell’operazione militare. “Quest’oro fu accumulato prima della ribellione e aveva lo scopo di creare della valuta panafricana supportata dal dinaro d’oro libico. Questo piano doveva fornire ai Paesi africani francofoni l’alternativa al franco CFA“.detteTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Scontro al Cremlino sulle email segrete di Hillary Clinton

What Does It Mean 6 maggio 2016

largeUn intrigante rapporto del Consiglio di Sicurezza che circola al Cremlino suggerisce che una “guerra di parole” sia scoppiata tra il Direttore del Servizio di Sicurezza Federale (FSB) Aleksandr Bortnikov e la Presidentessa del Consiglio della Federazione Valentina Matvienko sulla questione della diffusione ai media occidentali di decine di migliaia di e-mail classificate top secret ottenute dall’Intelligence Estera (SVR) dal computer (server di posta elettronica) privato ma non protetto dell’ex-segretaria di Stato e candidata presidenziale degli USA Hillary Clinton. Secondo il rapporto, dal 2011 gli analisti della SVR hanno seguito “seriamente” l’hacker rumeno Marcel Lazar Lehel (alias Guccifer) dopo che aveva tentato, senza successo, di entrare nel sistema informatico della Rete TV della Federazione RT. A seguito del monitoraggio del SVR sugli hacker internazionali, continua il rapporto, le attività di Guccifer furono seguite e registrate (sia fisicamente che elettronicamente) permettendo agli analisti dell’intelligence, nel 2013, non solo di rilevare la violazione del computer privato della segretaria Clinton, ma di copiarne tutto il contenuto. Poco dopo che il SVR aveva ottenuto decine di migliaia di messaggi di posta elettronica classificati top secret dal computer privato della segretaria Clinton, nota la relazione, la presidentessa di RT Matvienko ne autorizzava personalmente la pubblicazione “parziale”, il 20 marzo 2013, pubblicando l’articolo “Piratate le email su Bengasi di Hillary Clinton: articolo completo, ma che i media mainstream occidentali quasi ignorarono all’epoca. Non fu che lo scorso gennaio (2016), la relazione rileva, che i media statunitensi riferivano della fuga sulle e-mail della segretaria Clinton, quando Vice News pubblicava l’articolo intitolato Petrolio libico, oro e Gheddafi: la strana email di Sidney Blumenthal ad Hillary Clinton del 2011 che confermava il nostro rapporto del 1° agosto 2014 su ciò che realmente spinse la segretaria Clinton ad ordinare la distruzione della Libia. Il direttore dell’FSB Bortnikov era “assai furioso” verso la presidentessa Matvienko per l’autorizzazione della pubblicazione dei messaggi di posta elettronica della segretaria Clinton, continua il rapporto, per via dei timori che gli statunitensi potessero scoprire la fonte originale della violazione al sistema, come gli Stati Uniti fecero esattamente aiutando il governo rumeno nelle indagini che provocarono l’arresto di Guccifer in Romania, il 22 gennaio 2014, perseguito anche negli Stati Uniti a giugno dello stesso anno. Dopo l’arresto, Guccifer, secondo il rapporto, fu condannato per pirateria informatica a 7 anni di carcere in Romania. Nel marzo (2016), il rapporto continua, la presidentessa Matvienko “suggeriva” ai “colleghi” che, per via delle “opinioni” del Presidente Putin favorevoli al candidato presidenziale Donald Trump, il Consiglio di Sicurezza della Federazione doveva considerare la pubblicazione di tutte le mail top secret della segretaria Clinton, nel tentativo di aiutarlo contro una persona (Hillary Clinton) le cui catastrofi globali sono ben documentate e che è anche “odiata” dal popolo russo.
Pochi giorni dopo che la presidentessa Matvienko aveva espresso il suo pensiero al Consiglio di Sicurezza sulle email della segretaria Clinton, nota il rapporto, il regime di Obama, il 31 marzo scagliava Guccifer dalla cella in Romania agli Stati Uniti dove rimane imprigionato in attesa di un processo o di una trattativa su ciò che sa dei fatti nascosti al popolo statunitense da NBC News. Dopo che il regime di Obama ha preso Guccifer in Romania, secondo il rapporto, gli Stati Uniti lanciavano un contrattacco disinformativo contro la Federazione diffondendo, il 15 aprile, i documenti trattati dalla CIA denominati Panama Papers, diffondendo accuse infondate e non documentate contro molti uomini d’affari e politici della Federazione, e che l’FSB descrive come “avvertimento” al Cremlino che la pubblicazione di messaggi di posta elettronica classificati top secret della segretaria Clinton creerebbe ancor più danni al popolo russo. Anche se il rapporto del Consiglio di Sicurezza non dimostra in modo conclusivo chi vincerà questo braccio di ferro sulla pubblicazioni delle email top secret della segretaria Clinton, porrebbe alcune domande sull’effetto che potrebbero avere (se pubblicate) non solo sulle presidenziali negli Stati Uniti, ma anche sulle relazioni USA-Russia.usru4Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.288 follower