MI5, MI6 e la morte di al-Liby negli USA: UK, al-Qaida, al-Shabab e Lee Rigby

Murad Makhmudov e Lee Jay, Modern Tokyo Times, 5 gennaio 20152013-10-12T002304Z_1954488326_GM1E9AC0JB601_RTRMADP_3_USA-LIBYA_0MI5 e MI6 inglesi saranno profondamente sollevati dalla fortunosa morte di Anas al-Liby negli USA. La sua morte sarà stata accolta con un sospiro di sollievo sul processo che stava per avere luogo a New York. Dopo tutto, MI5 e MI6 avevano profondi legami con Anas al-Liby e altri terroristi internazionali. Naturalmente, il Regno Unito non è unico in ciò. Tuttavia, la brutale morte di Lee Rigby e la realtà degli innumerevoli terroristi di tale nazione spediti in Siria è un’ulteriore prova che c’è del marcio nel cuore della comunità d’intelligence. Pertanto, l’annuncio della morte di Anas al-Liby occulterà le molte ratlines terroristiche nel cuore della dirigenza inglese.
5930486-8837001Anas al-Liby era ritenuto un capo di al-Qaida nei corridoi del potere a Washington, pertanto fu sequestrato dalle forze statunitensi nello Stato fallito libico. Ciò accadde nel 2013 a causa delle pericolose forze interne allo Stato fallito e altri importanti fattori legati ai fallimenti politici degli USA. La BBC riporta: “Un presunto capo di al-Qaida è morto pochi giorni prima del processo a New York per gli attentati alle ambasciate degli Stati Uniti in Africa nel 1998… Doveva essere processato il 12 gennaio per quegli attentati che uccisero più di 220 persone in Kenya e Tanzania“. Purtroppo, il caso Anas al-Liby è un’ulteriore prova della grave ingenuità dei servizi segreti inglesi, come MI5 e MI6. E’ noto che una delle persone coinvolte nel barbaro assassinio di Lee Rigby doveva essere reclutato dal servizio segreto inglese. Allo stesso modo, al-Liby ebbe asilo politico nel Regno Unito, nonostante i suoi ben noti legami con al-Qaida e l’MI6 aveva anche cercato di reclutarlo. Modern Tokyo Times dichiarò sul caso Lee Rigby che: “Riguardo le agenzie di sicurezza del Regno Unito, troppi appaiono assai ingenui. Inoltre, alcuni ignorano le leggi a protezione dei cittadini inglesi. Michael Adebolajo, un religioso taqfiro islamista fu arrestato dalla polizia del Kenya, vicino al confine con la Somalia, per terrorismo. Eppure, invece d’imprigionare i cittadini inglesi che si recano all’estero per uccidere in nome dell’Islam, il Regno Unito li accoglie a braccia aperte. Perciò il Terrorism Act del 2006 è spesso manipolato. Non solo, ma MI5 ritiene che ciò dia la grande opportunità di avere come informatore, retribuito con i soldi dei contribuenti, una persona che sostiene l’odio di massa“. Modern Tokyo Times proseguiva: “Ora, se non si capisce la mentalità di al-Shabab in Somalia, allora va bene, chiaramente per i servizi di sicurezza ed élite politiche del Regno Unito. Pertanto, nonostante al-Shabab in Somalia uccida ogni convertito al cristianesimo che scovi e distrugga i santuari sufi, non sembra importare. Al-Shabab non solo decapita musulmani convertiti al cristianesimo, mentre loda Allah, ma sostiene anche la lapidazione delle donne e il taglio delle mani per reati minori. Tale realtà viene sorvolata fin troppo e lo stesso vale per le nazioni islamiche che hanno buoni rapporti con il governo inglese“. In altre parole, MI5 e MI6 faranno di tutto per reclutare persone che disprezzano l’occidente, pur di attuare le trame del governo inglese. Lee Rigby fu massacrato barbaramente a Londra, similmente a quanto fanno gli assassini taqfiri in Siria contro alawiti, cristiani, sciiti e sunniti fedeli al governo siriano.
Tale fiasco pericoloso non è una novità per Pakistan, Arabia Saudita, Stati Uniti, Regno Unito e altre nazioni del Golfo, che supportavano e addestravano jihadisti internazionali negli anni ’80 e ’90 in Afghanistan e Pakistan. Le convulsioni di tali eventi e le ratlines jihadiste che collegano la Bosnia all’11 settembre e a Madrid continuano ad affliggere il mondo. Nonostante ciò, gli stessi attori hanno deciso di “andare a letto con al-Qaida, taqfiri e salafiti in Libia“, come in Siria. Nel 2002 The Guardian riferiva: “La cellula libica di al-Qaida includeva Anas al-Liby nella lista dei ricercati del governo degli Stati Uniti, con una taglia di 25 milioni di dollari. È ricercato per il coinvolgimento negli attentati alle ambasciate in Africa. Al-Liby era con bin Ladin in Sudan prima che il capo di al-Qaida tornasse in Afghanistan nel 1996“. La stessa fonte dice: “Sorprendentemente, nonostante i sospetti che fosse un capo di al-Qaida, al-Liby ricevette asilo politico in Gran Bretagna e visse a Manchester fino al maggio 2000, quando eluse un raid della polizia fuggendo all’estero. Il raid scoprì ‘il manuale per la jihad’ di 180 pagine di al-Qaida contenenti istruzioni per attacchi terroristici“. Poi, nello stesso articolo si affermava che “The Observer può oggi rivelare che gli agenti dell’MI6 coinvolti nel presunto complotto erano Richard Bartlett, già noto con il nome in codice PT16, responsabile generale dell’operazione, e David Watson, nome in codice PT16B. Come l’omologo di Shayler nell’MI6, Watson era responsabile della gestione dell’agente libico ‘Tunworth’, che informava dall’interno della cellula. Secondo Shayler, MI6 passò 100000 sterline ai sicari di al-Qaida“.
Pertanto, la morte di Anas al-Liby sarà salutata dalla comunità dell’intelligence e dai corridoi del potere nel Regno Unito perché molte ratlines rimarranno nascoste. Analogamente, le domande sulla barbara morte di Lee Rigby saranno evitate. Tale realtà significa che altri petrodollari del Golfo diffonderanno l’odio nel Regno Unito. Allo stesso tempo, intrighi politici contro Stati nazionali come la Siria, continueranno, intrecciando obiettivi politici occidentali e di al-Qaida nonostante cerchino risultati diversi.

Police probe 'spy' death

Comando del MI6

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, guerra ‘civile’ petrolifera

Alessandro Lattanzio 7/1/20156391178467_e323e94fc7_bL’inviato speciale del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, Emrullah Isler, incontrava il 25 ottobre il presidente del Parlamento Ayla Salah Isa, a Tobruq, ma poi si recava a Misurata, sede della fazione islamista Fajr al-Libya (Alba Libica) e a Tripoli ad incontrare il primo ministro islamista Umar al-Hasi. Emrullah Isler era il primo rappresentante di un Stato estero ad incontrare ufficialmente il capo del governo islamista libico, opposto al governo ufficiale di Abdallah al-Thani. Nel corso della visita Isler annunciava il ristabilimento dei collegamenti aerei regolari tra Istanbul e Misurata. Nel frattempo, 2 aerei da trasporto turchi erano atterrati a Misurata, il 24 e 25 ottobre, carichi di armi e munizioni per le milizie islamiste in lotta contro le forze del governo di Tobruq. Il 13 novembre 2014 venivano fatte esplodere due autobombe davanti le ambasciate di Egitto e EAU a Tripoli. In Libia, da metà giugno 2014, si sono avuti oltre 500 omicidi, tra cui quello del colonnello Aqila Ibrahim, capo dei servizi segreti, nominato nel marzo 2012 dal Consiglio nazionale di transizione. Aqila Ibrahim aveva deciso di rivelare una cospirazione islamista che coinvolgeva milizie, militari, poliziotti e servizi segreti turchi e qatarioti per trasformare la Libia in una base per i terroristi islamisti dell'”Esercito libero di Egitto”. In effetti, Sayfallah bin Hasin (Abu Iyadh), capo di Ansar al-Sharia, assieme ad altri cinque terroristi, tra cui l’iracheno Abu Nabil al-Ambari rappresentante del SIIL a Derna, sarebbe fuggito su una nave maltese diretta a Creta, dove un aereo qatariota li avrebbe poi trasportati a Mosul. Da oltre due settimane lo “Stato islamico” di Derna subiva gli attacchi da parte delle truppe di Qalifa Haftar. Nonostante l’arrivo a Derna di una nave carica di armi noleggiata dal Qatar, i jihadisti di Fajr al-Libya e circa 1000 terroristi del SIIL, hanno subitno gravi perdite nelle operazioni condotte dall’esercito di Haftar. A Sabrata gli islamisti subivano ancora diverse perdite da parte delle truppe di Haftar, come anche gli islamisti tunisini radunatisi in Libia, a Ben Gardan e a Madinin, al comando di Muqhtar Belmuqtar. Sayfallah bin Hasin, alias Abu Iyadh, ex-membro del partito islamico tunisino al-Nahda, stava scontando una condanna di 43 anni per omicidio. Nel marzo 2011 fu liberato da Farhat Rajhi, ministro degli Interni tunisino, su pressione delle ONG teleguidate da Washington. Quindi Sayfallah bin Hasin creò l’organizzazione jihadista Ansar al-Sharia con il supporto di al-Nahda. Nell’ottobre 2014, il fratello di Sayfallah, Hafadh bin Hasin, fu arrestato assieme a una dozzina di altri terroristi, per aver pianificato un attentato con un’autobomba.
Dal 4 al 6 dicembre le forze di Qalifa Haftar bombardarono i terroristi del Fajr al-Libya e, appoggiate dalle forze speciali algerine, scacciarono i terroristi dalle loro basi a Ras Jadir, Buqamash, Tuyrat al-Ghazala, Zuara, Bir al-Ghanam, Bengasi, Derna e Sabrata. Il 4 dicembre 2014 la rivista Maghreb Confidential riferiva di un incontro segreto ad Algeri tra due capi libici, Ali Salabi, capo spirituale della coalizione islamista Fajr al-Libiya, e Mahmud Jibril, leader della cosiddetta Alleanza delle forze nazionali (NFA) che supporta il governo di Tobruq. Mahmud Jibril è anche uno dei capi dei warfala, uno dei più grandi e influenti gruppi tribali della Tripolitania, ancora neutrali nel confronto armato in Libia. L’Algeria cercava di prendere l’iniziativa nel risolvere la crisi in Libia, mentre Cairo vedeva nella riunione ad Algeri il tentativo di neutralizzare l’operazione al-Qarama, guidata da Haftar, volta ad eliminare i terroristi in Libia. Gli egiziani, quindi, si dichiaravano pronti a permettere ad Ahmad Gheddafi al-Dam, il leader dei gheddafiani, a condurre negoziati con gli islamisti. Il 7 dicembre 2014, il giornale Asharq al-Awsat affermava che il governo di Tobruq intendeva nominare Qalifa Belqasim Haftar comandante delle forze armate libiche. A quanto pare era la risposta di Cairo alla riunione segreta di Algeri.
Il 27 dicembre, a Sidra venivano incendiati 5 serbatoi di petrolio, colpiti dalle milizie islamiste di Fajr al-Libiya, secondo un tecnico della al-Waha Oil Company. Sidra si trova sulla costa libica, a 180 chilometri ad est di Sirte. Il tecnico affermava che ognuno dei 19 serbatoi presenti a Sidra aveva una capacità di oltre 326000 barili. Difatti, i pozzi di petrolio tra Bengasi e Sirte erano il nuovo teatro degli scontri tra l’esercito di Haftar e gli islamisti di Fajir al-Libiya. Entrambe le fazioni vogliono prendere il controllo dei giacimenti, anche a costo di distruggerne gli impianti. Secondo il quotidiano al-Akhbar diplomatici statunitensi e inglesi avrebbero detto esplicitamente alle parti in conflitto che chi controlla i pozzi di petrolio e i terminali avrà il riconoscimento internazionale come governo libico. Mentre l’occidente sosterrà chi gli dimostrerà maggiore fedeltà, sarebbe iniziata la spartizione delle risorse petrolifere libiche, con la ricomparsa della Francia. Negli ultimi mesi sono esplosi i combattimenti tra le tribù tabu al confine con il Ciad, e i tuareg o amazigh che abitano nel sud della Libia, Algeria, Niger e Mali. La Francia aveva inviato rinforzi in Niger e Ciad, dove ha ristrutturato la vecchia base militare di Madama, a 100 km dalla Libia, e spinge il presidente ciadiano ad inviare forze in Libia per combattere assieme ai tabu contro i tuareg. Il ministro della Difesa francese Le Drian aveva visitato Niger e Ciad, invocando l’intervento internazionale contro il terrorismo in Libia. Difatti, la regione Ubari, patria dei tuareg, galleggia su un mare di petrolio. La regione ha molti pozzi di petrolio che il regime di Gheddafi chiuse preservandoli per le generazioni future, oltre anche ad enormi giacimenti di petrolio inesplorati; mentre i monti del Tibesti, terra dei tabu, al confine tra Libia e Ciad, ospitano migliaia di tonnellate di oro e uranio. Se la Francia intervenisse nel sud della Libia, aizzerebbe ancora la disputa Libia-Ciad sulla striscia di Aozou, ricca di uranio, permettendole d’insediarvisi ancora una volta. Riguardo l’Italia, con il precedente regime e grazie alle cordiali relazioni tra il primo ministro Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi, il gigante petrolifero ENI gestiva oltre il 35 per cento della produzione di petrolio libico, ricavandovi circa il 32 per cento del fabbisogno nazionale italiano. “L’Italia accetta di lasciare una zona in cui ha avuto una notevole influenza storica?
A fine dicembre 2014, la banca centrale libica avvertiva che stava esaurendo le riserve in valuta estera. A giugno 2014, aveva riserve per 109 miliardi di dollari. Nel frattempo, il portavoce del parlamento islamista di Tripoli, Umar Humaydan, dichiarava, “Ci sarà il rigoroso perseguimento di politiche di austerità. Chiediamo ai libici di essere pazienti e di sopportare le circostanze attuali“. Va ricordato che la metà delle attività estere della banca centrale libica è costituita da partecipazioni in banche italiane o del Bahrayn, obbligazioni e depositi in franchi CFA, la moneta coloniale francese dell’Africa occidentale. In Libia i servizi di base e i ministeri non funzionano più, come ad esempio l’operatore pubblico della telefonia cellulare al-Madar, mentre i black-out sono regolari per mancanza di manutenzione o carenza di pezzi di ricambio per riparare le strutture danneggiate nei combattimenti. Negli ospedali di Bengasi i pazienti devono portarsi i farmaci o farsi visitare in laboratori privati. “C’è grave carenza di farmaci. Non abbiamo un budget dal ministero della salute“, aveva detto il portavoce del più grande ospedale di Bengasi. Anche la benzina scarseggia e le persone fanno la coda per il pane. Le importazioni sono ferme da due mesi. Non vi è neanche il denaro per ricostruire infrastrutture come aeroporti e impianti petroliferi, che costerebbe 38 miliardi di dollari. Inoltre, secondo l’analista di IHS Richard Cochrane, “L’occidente è distratto da Siria e Iraq, ma probabilmente la Libia è la maggiore minaccia. I jihadisti, dello stesso stampo dello Stato islamico, si consolidano e avanzano. Non c’è nulla che fermi i combattenti che usano la Libia come via per arrivare in Europa. Si tratta di un campo di addestramento proprio sulla porta d’ingresso dell’Europa“. I diplomatici occidentali fanno freneticamente la spola tra il governo di Tobruq e gli islamisti a Tripoli, finora invano. Paesi confinanti come Niger e Ciad, anche su istigazione di Parigi, avevano chiesto l’intervento militare per arginare l’avanzata dei jihadisti, ma la NATO ha esaurito le risorse, “Un’operazione NATO? Non è che un sogno”, dichiarava una fonte del governo francese, smentendo così il ministro Le Drian, “Non abbiamo intenzione di ricominciare con l’idea che si possa far cadere alcune bombe per portare democrazia e unità nazionale“. Infatti, una forza d’intervento dovrebbe essere massiccia per avere un qualche effetto sul caos in Libia. “Qualsiasi forza di pace senza una piena potenza sarebbe molto vulnerabile“, afferma Cochrane. “Sarebbe bloccata nei compound e ripetutamente colpita da IED (dispositivi esplosivi improvvisati) fiaccandone il morale“. Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si oppongono le milizie islamiste, braccio militare dei Fratelli musulmani che cercano di sradicare nei loro Paesi, mentre Qatar e Turchia li sostengono. “Le potenze regionali istigano, piuttosto che mediare, rifornendoli di armi“. Secondo Geoff Porter, responsabile della North Africa Risk Consultancy,Ci sono due possibili scenari per una soluzione politica. Uno è che i libici accettino una sorta di federalismo, condivisione di potere e risorse. Ma l’altro è un nuovo uomo forte che s’imponga sulle varie tribù e fazioni in guerra, che governi più o meno come Gheddafi“.
Nel frattempo, il governo di Tobruq, vieta l’ingresso di palestinesi, sudanesi e siriani in Libia perché ne sospetta l’appartenenza a gruppi terroristici attivi in quei Paesi. Umar al-Sanqi, ministro degli interni della Libia, basa tale decisione sull’esame accurato di tali cittadini. Inoltre, il ministero avrebbe richiesto ai cittadini maltesi di ricevere il nulla osta di sicurezza prima di entrare in Libia, perché si sospetta che alcuni di loro aiutino le milizie islamiste in Libia. Va ricordato, infatti, che in Siria, sarebbero presenti, secondo fonti del controterrorismo, 1200 terroristi provenienti dalla Francia, 550 dalla Germania, 500 dal Regno Unito, 440 dalla Georgia, 210 dal Belgio, 164 dall’Austria, 123 dall’Olanda, 90 dall’Albania, 90 dalla Svezia, 70 dalla Spagna, 53 dall’Italia; 28 dalla Norvegia, 27 dalla Svizzera e 6 dal Portogallo. In Spagna, ad esempio, nell’operazione Javer, del maggio 2014, polizia e Guardia Civil dissolsero una cellula dedita al reclutamento e addestramento di jihadisti da inviare in Mali, tra cui 6 militari e un poliziotto spagnoli. Secondo le forze di polizia europee, sarebbero rientrati in Europa circa 500 jihadisti. “L’influenza che questi rimpatriati esercitano nelle rispettive comunità può accelerare radicalizzazione e reclutamento di alcuni membri, aumentando in modo esponenziale il rischio di attentati”.

democraciaenlibiaFonti:
al-Akhbar
el Pais
Haaretz
New Eastern Outlook
Marianne
Modern Tokyo Times
Relief
Reuters
Sputnik
Tunisie Secret
Tunisie Secret
VIP

La Via della seta marittima della Cina passa per Suez

M K Bhadrakumar Indian Punchline 25 dicembre 20142014122320221021256La cintura economica della Via della seta marittima della Cina del 21.mo secolo compie un grande balzo in avanti con la visita del presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi al Presidente Xi Jinping a Beijing, indicando nei due progetti una “opportunità importante per rinvigorire” il suo Paese. Sisi era in visita di Stato in Cina. (Xinhua) Secondo le fonti, la Cina ha segnato un importante colpo diplomatico, come evidenzia l’annuncio di Xi e Sisi nell’elevare i rapporti tra i due Paesi a “partnership strategica globale”. Xi ha assicurato Sisi che la Cina “integrerà le iniziative per costruire congiuntamente la cintura della seta e la via della seta marittima con grandi piani inerenti lo sviluppo dell’Egitto, rafforzandone la cooperazione nelle industrie delle infrastrutture, nucleare, delle nuove energie ed aerospaziale, integrandola con investimenti appropriati e accordi di finanziamenti”. Interessante, la cooperazione militare e nella sicurezza era anche all’ordine del giorno. Xi avrebbe indicato che i due Paesi potrebbero “congiuntamente reprimere il terrorismo”. La dichiarazione congiunta firmata dai due leader comprende una sezione su ‘settori militari e della sicurezza’. Sisi resta vigile sull’Islam radicale e la Cina ha un utile partner nell’Egitto nel rintracciare gli islamisti che fomentano problemi nello Xinjiang. Data la natura della struttura di potere egiziana, la Cina vorrà favorire le relazioni militari. Infatti, mentre la marina cinese si espande ulteriormente e si farà vedere nel Mediterraneo nei prossimi decenni, il canale di Suez sarà di grande importanza per la strategia militare di Pechino. Sisi ha lanciato la partecipazione cinese nel progetto per il nuovo canale di Suez. Per la Cina è una miniera d’oro strategica, poiché attraverso il canale di Suez la Via della seta marittima arriverà al Mediterraneo e a Venezia, dove s’incontrerà con la nuova Via della seta terrestre (proveniente da Xian nella Cina centrale passando per Xinjiang e Asia centrale, nord dell’Iran, prima di volgere a occidente attraverso Iraq, Siria e Turchia e a nord-ovest verso l’Europa passando da Bulgaria, Romania, Repubblica Ceca e Germania, per Rotterdam, in Olanda, e subito dopo a sud, verso Venezia in Italia). La Via della seta marittima parte da Quanzhou nella Provincia di Fujian e passa per lo stretto di Malacca e l’Oceano Indiano per raggiungere Nairobi, da dove punta a nord passando per il Corno d’Africa e il mare rosso, arrivando al Mediterraneo attraverso il canale di Suez. (A proposito, le Maldive sono entrate con lo Sri Lanka nel progetto).
Xinhua osserva evidenziando che l’aspetto principale per la Cina è l’espansione dei legami economici con l’Egitto, dove vede enormi opportunità. Ma la crescente dimensione strategica del rapporto è immediatamente evidente. Il punto è che l’Egitto è cruciale nella strategia della Via della seta marittima della Cina. Sembra che Xi visiterà l’Egitto nel prossimo futuro per suggellare il partenariato strategico. La Cina ha evitato scrupolosamente d’immischiarsi nella primavera araba e Xi ha chiarito a Sisi che il sistema politico dell’Egitto o il relativo sviluppo è solo una questione interna. Xi ha adottato la posizione del presidente russo Vladimir Putin (Sisi visitò Mosca ad agosto). I rapporti di Sisi con Russia e Cina dovrebbero essere elevati. Il primo ministro egiziano ha recentemente costituito un’unità speciale per monitorare, promuovere e accelerare i legami con la Russia e la Cina. Cairo spera di sfruttare i legami con Russia e Cina per scongiurare l’invadenza politica statunitense. Naturalmente, Washington non può che preoccuparsi per tali inconfondibili segnali dell’approfondimento dei rapporti dei russi e cinesi con l’Egitto, alleato chiave degli Stati Uniti fino a poco prima. Il presidente Barack Obama deve essere abbastanza preoccupato da chiamare al-Sisi e chiacchierarci la scorsa settimana, poco prima che il leader egiziano volasse a Pechino.

xinjiang-graphicTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Burkina Faso: rivolta contro il dominio neo-coloniale

Abayomi Azikiwe Global Research, 4 novembre 2014burkinaCentinaia di migliaia di persone in Burkina Faso hanno costretto il vecchio capo filo-imperialista, presidente Blaise Compaore, a rassegnare le dimissioni con manifestazioni di massa e rivolte in diverse città del Paese dell’Africa occidentale. Compaore prese il potere con un colpo di Stato, supportato dai francesi, il 15 ottobre 1987, contro il leader rivoluzionario pan-africanista e socialista Capitano Thomas Sankara. Diversi partiti e movimenti politici che cercano di recuperare l’eredità di Sankara erano assai presenti nei disordini culminati il 30 ottobre, quando migliaia di persone assaltarono il palazzo del parlamento incendiandolo. Il corpo legislativo aveva deciso di votare una mozione per estendere i 27 anni di dominio di Compaoré, che pur essendo un militare ha più volte assunto la carica da candidato civile. Compaore ha cercato di riaffermare la sua autorità rifiutando di dimettersi formalmente dalla presidenza fino alla sera del 31 ottobre, quando il Generale Honore Traore annunciava, dopo la rivolta del 30 ottobre, di assumere il potere e sciogliere il parlamento. Immediatamente i militanti dei vari partiti di opposizione hanno iniziato ad opporsi a Traore. Il giorno seguente, 1 novembre, un altro leader militare pretendeva la carica. Questa volta è il tenente colonnello Isaac Zida, vicecomandante della guardia presidenziale. Le notizie dal Burkina Faso affermano che i militari hanno approvato la guida di Zida. Dopo l’incontro con i diplomatici stranieri, il 3 novembre, Zida ha detto che l’esercito cederà il potere a un’autorità di transizione civile vicina al popolo. Se il capo militare non passa rapidamente a questo proposito, ci potrebbero essere altre violente agitazioni.

Le masse chiedono il ritorno al governo civile
Il 1 novembre le forze di opposizione avevano indetto una grande mobilitazione per il 2 novembre, per esigere che Zida ceda il potere. Migliaia sono scesi in piazza e si sono riuniti davanti la stazione televisiva nazionale (RTB) nella capitale Ouagadougou. I manifestanti tentavano di entrare negli studi televisivi, ma furono fermati dall’esercito. I soldati avevano sparato uccidendo una persona. Le notizie indicano che il leader dell’opposizione, signora Saran Sereme, era nella stazione televisiva dicendo che lei e un generale erano pronti a guidare un team di transizione. Sereme poi ha negato tale affermazione e ha detto che vi era stata portata con la forza. L’esercito continuava a sottolineare, il 3 novembre, che non vuole il potere, ma creare le condizioni per una transizione graduale al controllo civile. Tuttavia, le forze di opposizione chiedono un rapido cambio verso figure non militari alla guida del Paese. Il portavoce dell’esercito Barry Auguste ha detto che, a seguito degli scontri del 2 novembre, che “l’esercito non vuole il potere. Ma l’anarchia deve essere fermata. Ogni violazione sarà punita con la massima energia“, in riferimento alla sparatoria alla stazione televisiva. Poi il 2 novembre, dopo aver lasciato gli studi di RTB, la folla si recava a Place de la Nation, dove i tumulti del 30 ottobre provocarono l’assalto al parlamento. Le forze militari hanno eretto barricate per impedire ai manifestanti di avvicinarsi al luogo incendiato.

Il Burkina Faso maggiore produttore d’oro in Africa
Storicamente il Burkina Faso, già noto come Alto Volta, era conosciuto come uno Stato agricolo. Negli ultimi anni la produzione di oro e altri minerali come granito, marmo, fosfato, cemento, dolomite e pomice s’è accelerata. Allo stato attuale il Burkina Faso è il quarto maggiore produttore di oro in Africa, con almeno sei grandi miniere in funzione. Tuttavia, le entrate generate dall’esportazione di oro e altri minerali non vengono suddivise presso la maggioranza dei lavoratori, contadini e giovani. Il tasso ufficiale di disoccupazione è del 77 per cento e il Paese è 183.mo su 186 dell’indice del tenore di vita mondiale. Il Burkina Faso ha ancora stretti legami con l’ex potenza coloniale francese. Parigi ha usato il Paese come retrovia delle operazioni contro i ribelli nel nord del Mali. Gli stretti legami con l’industria mineraria non hanno dato alcun beneficiato alla popolazione del Paese. Una delle principali aziende coinvolte nell’estrazione è l’Orezone Gold Corporation di Ottawa, Canada. In uno studio del 2011 dell’Orezone si osserva che il Burkina Faso è al sesto posto come potenziale per la produzione di minerali, compreso l’oro. Orezone è presente nel Paese dalla fine degli anni ’90. Nell’analisi dell’Orezone del 2011 si afferma che: “Abbiamo riconosciuto l’enorme potenziale del Burkina Faso 15 anni fa, quando abbiamo iniziato a esplorare la zona. Anche se abbiamo scoperto più di 10 milioni di once di oro fino ad oggi, e ci aspettiamo di aprire nuove miniere d’oro nei prossimi anni, riteniamo di aver appena scalfito la superficie in termini di potenziale reale. I risultati dell’indagine dimostrano l’impegno nel Burkina Faso nel creare un clima favorevole agli investimenti di aziende come Orezone Gold, e siamo lieti di lavorare in questo Paese“. (Orezone.com, 2011)
I recenti disordini nel Paese avrebbero sospeso la produzione d’oro. Orezone ha rilasciato una dichiarazione il 3 novembre indicando di seguire da vicino la situazione politica alla luce degli interessi economici nel Paese. Il comunicato pubblicato sul suo sito dice che “Orezone Gold Corporation ha bloccato temporaneamente le attività in Burkina Faso fino a quando la situazione politica nel Paese si sarà stabilizzata. Tutto il personale è al sicuro e seguito“. (Orezone.com, 3 novembre) La stessa dichiarazione continua: “Anche se la zona intorno a Bomboré era relativamente calma durante i recenti eventi, atti di vandalismo secondario si sono verificati nel campo Bomboré nel fine settimana. Il nostro staff e la comunità locale di Bomboré, compresi polizia e rappresentanti locali, sono stati di grande aiuto riguardo la sicurezza dei nostri dipendenti, del campo e dei nostri sforzi per continuare a sviluppare il progetto; per questo ne siamo grati”.

L’eredità di Sankara é ancora attuale
Durante la sua presidenza, il Capitano Thomas Sankara (1983-1987), leader del Burkina Faso, sostenne la cancellazione del debito internazionale che gli Stati africani sono obbligati a pagare a causa del retaggio del colonialismo e del neocolonialismo. Sankara avviò politiche volte alla produzione locale di cotone e altre materie prime per il consumo interno. Il Burkina Faso non ha sbocchi sul mare, ed è essenziale sviluppare legami commerciali in collaborazione con i Paesi confinanti. Tuttavia, gli imperativi delle multinazionali degli Stati imperialisti è sfruttare le risorse naturali e il lavoro degli Stati africani, senza migliore le condizioni della maggioranza delle popolazioni di questi Paesi. Sankara tentò di costruire organizzazioni di massa e gruppi di studio marxisti nel Paese. I suoi sforzi furono compromessi dalla Francia e del suo principale alleato regionale dell’epoca, la Costa d’Avorio allora guidata dal presidente Felix Houphouet-Boigny. Negli ultimi mesi, agitazioni e scioperi della classe operaia sono aumentati in Africa occidentale. In Ghana, a sud del Burkina Faso, uno sciopero generale ha riguardato lavoratori del petrolio, maestri ed altri dipendenti del settore pubblico, avviando azioni legali da parte del governo per costringere i lavoratori a ritornare al lavoro. Ghana e Burkina Faso sono stati lodati per l’aumento dei tassi di crescita economica. Tuttavia, se i profitti derivanti dalla produzione di oro e altri minerali strategici non sono condivisi con il popolo, classe operaia e gioventù continueranno a manifestare e a scioperare contro il dominio neo-coloniale.

FRANCE-THOMAS SANKARACopyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’epidemia di ebola collegata alla CIA

Kurt Nimmo Global Research, 21 ottobre 2014ebola-ciaIl giornalista investigativo ed ex-funzionario della NSA Wayne Madsen ha detto a PressTV che l’ultima epidemia di ebola in Africa potrebbe collegarsi a precedenti epidemie legate alla CIA. “S’è visto nel 1976 quando gli Stati Uniti violarono una legge del Senato che proibiva agli USA d’impegnarsi nella guerra civile angolana, utilizzando lo Zaire come esca della CIA, quindi si vede l’epidemia di ebola in Zaire. Lo stesso anno in cui George HW Bush era direttore della CIA“, ha detto Madsen. “Negli anni ’80 si vide l’esplosione del virus HIV in Zaire e Angola, dove la CIA operava. Penso che ciò che si debba vedere è un’indagine sull’intenso programma di guerra biologica della CIA in Zaire e Angola nel 1976 – 1980; ciò che ha colpito Sierra Leone e altri Paesi è il ceppo di ebola dello Zaire“. Madsen ha detto che la militarizzazione statunitense per l’ebola in Africa occidentale è sospetta. “E’ assai strano che gli Stati Uniti inviano militari quando ovviamente sono necessari operatori sanitari e medici“, ha detto.
Il coinvolgimento militare di CIA e Stati Uniti nell’uso di agenti patogeni biologici come armi è ben documentato. Nel 1970, prove furono svelate dal Comitato Church. “Anche se tale ricerca militare era altamente classificata, nel 1975 la preoccupazione per le rivelazioni sulle miriadi di abusi dell’intelligence comportarono l’indagine completa del Comitato Church, del Senato degli Stati Uniti, che pubblicò un memorandum della CIA che elencava agenti chimici e tossine mortali stoccate a Fort Detrick, tra cui antrace, encefalite, tubercolosi, veleno letale di serpente, tossine dei crostacei e una mezza dozzina di veleni alimentari letali, alcuni dei quali, il comitato seppe, furono spediti negli anni ’60 in Congo e a Cuba per gli infruttuosi tentativi della CIA di assassinare Patrice Lumumba e Fidel Castro“, scrivono Ellen Ray e Willam H. Schaap in Bioterrorismo: la via americana alla guerra.
Citando gli esperimenti di sifilide a Tuskegee e gli esperimenti di epatite-B del 1978 come precedenti, i ricercatori ritengono che anche la CIA sia responsabile dell’epidemia di AIDS nell’Africa centro-occidentale. Molti leader africani, tra cui l’ex-presidente sudafricano Thabo Mbeki e Wangari Mathai, vincitore del Premio Nobel per la Pace, credono che la CIA ne sia responsabile. Negli anni ’80, John Stockwell, ex-paramilitare e agente dell’intelligence della CIA di stanza in Angola, disse che vi erano prove circostanziali che la CIA fosse coinvolta nella diffusione del virus mortale. Stockwell suggerì che l’origine dell’AIDS possa collegarsi ad una vaccinazione contro il vaiolo condotta dall’OMS e che la malattia sia stata utilizzata dall’agenzia intenzionalmente per colpire gay e consumatori di droga.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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