La caduta di Sarkozy: vendetta di Gheddafi e della Libia

John Wight, Sputnik 30.03.2018

Nientemeno che Giulio Cesare ci ricorda che “la fortuna, il cui potere è molto grande in tutti i campi, ma in particolare in guerra, spesso provoca grandi sovversioni con una leggera piega dell’equilibrio“.
La saggezza delle parole dell’imperatore più famoso e illustre di Roma, un uomo il cui stesso nome è sinonimo di potere, è confermata dalla piega di Nicolas Sarkozy, ex-presidente della Repubblica francese che invoca ignominia con la notizia dell’accusa di corruzione e traffico d’influenza. In particolare, è accusato di aver tentato di subornare il giudice che conduce l’inchiesta sulla sua campagna presidenziale del 2007, riguardante le illegalità elettorali. L’annuncio che le autorità francesi hanno deciso di accusare l’ex-presidente di reati in materia arrivava rivelando un’altra inchiesta avviata per l’accusa a Sarkozy di aver accettato milioni donati illegalmente da Muammar Gheddafi per finanziarne la cosa del 2007 per la presidenza. Esaminando questa svolta degli eventi, insisto perché mi si conceda un momento per rallegrarmi alla prospettiva della caduta di tale piccolo avventuriero opportunista. Un uomo che, una volta entrato nella società francese come un meccanico furbo che si gode per una settimana la guida della Bentley di un cliente, spacciandosene per il proprietario. Atteggiamento di un Sarkozy archetipo del mezzo-uomo, ben noto nella destra politica. Chiamatelo kismet, karma, il fatto che Muammar Gheddafi sarà il nome che accompagnerà Sarkozy in prigione se dovesse scontare la prigione, appare giustizia poetica. Perché raggiunto dalla tomba in cui il corpo violentato e massacrato riposa da qualche parte nel vasto deserto della Libia, l’ex-leader libico ora è sulla giusta via nel rovinare il francese. Il destino della Libia nel 2011 sarà per sempre un atto d’accusa contro la politica estera occidentale. Conferma il ruolo della NATO come strumento dell’imperialismo occidentale, sganciando “bombe democratiche” su un Paese nordafricano assediato e coinvolto dai fumi di una primavera araba che era già riuscita a rimuovere le dittature filo-occidentali in Tunisia e in Egitto. La rivolta in Libia, emanata a Bengasi, nell’est del Paese, fu presentata in occidente come rivoluzione contro un dittatore brutale e per la democrazia e la libertà. L’intervento della NATO, dal marzo 2011 sotto gli auspici della Risoluzione ONU 1973, si basava sull’affermazione secondo cui le forze di Gheddafi, avvicinandosi a Bengasi per annullare la rivolta, ebbero direttive dal leader libico a non mostrare “alcuna pietà” pere i residenti della città. Tuttavia, tale versione fu confutata. In un articolo del Boston Globe nell’aprile 2011, Alan J. Kuperman scrisse: “L’avvertimento ad ‘alcuna misericordia’ del 17 marzo aveva come bersaglio solo i ribelli, come riportato dal New York Times, che osservò che il leader libico promise l’amnistia a ‘chi gettava via le armi“. Gheddafi persino offrì ai ribelli una via di fuga col confine aperto con l’Egitto, per evitare una lotta “fino alla fine”. Arrivando al carattere specifico di tale rivoluzione libica, nell’agosto 2011 la BBC confermò che “gli islamisti vi giocarono un ruolo importante“. In particolare, il capo islamista Abdalhaqim Bilhaj, ex-capo della consociata libica di al-Qaida, il gruppo combattente islamico libico (LIFG), fu una figura chiave dell’insurrezione del 2011. Per inciso, sotto la direzione di Bilhaj, il LIFG tentò di assassinare Gheddafi tre volte negli anni ’90, prima che il gruppo fosse schiacciato dalle forze di sicurezza del Paese nel 1998.
In realtà, piuttosto che intervenire per proteggere i civili, come previsto dalla risoluzione ONU 1973, la NATO intervenne a fianco dell’insurrezione degli islamisti, aderenti alla stessa ideologia abbracciata da chi commise le atrocità terroristiche dell’11 settembre negli Stati Uniti, del 7/7 a Londra, di Madrid nel 2006, insieme a una litania di altri simili attentai in Europa e Stati Uniti, di cui allora erano l’avanguardia. Questa verità colloca l’apparizione ormai famigerata di Sarkozy in Libia nel settembre 2011 in un contesto schiacciante. L’allora presidente francese scese sul Paese in compagnia dell’omologo inglese David Cameron crogiolandosi tra l’adulazione delle folle lanciando banalità su illuminismo e libertà. Certamente, l’entusiasmo di Cameron e Sarkozy per l’intervento militare nel 2011 non aveva a che fare con la democrazia, per niente, ma con la prospettiva di assicurarsi contratti petroliferi che sarebbero stati messi in palio dalla “nuova Libia”. Perché, non pensarci. Sette anni dopo, la Libia è un Paese impantanato in conflitti, e le promesse fatte al suo popolo di un domani migliore, nate dalle labbra di Sarkozy e Cameron insieme a Obama e Clinton, si sono rivelare come il più crudele degli scherzi. L’ex-presidente della Francia ora ha un appuntamento col destino sotto forma di processo per corruzione e seconda indagine sulle frodi finanziarie elettorali che coinvolgono lo stesso Muammar Gheddafi, che lo portarono ad attuarne la più macabra fine. In tali occasioni, Shakespeare è indispensabile: “Il corvo gracidante urla vendetta”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Interferenze criminali in Libia da parte di Italia, Turchia e Qatar

Libyan War The Truth 25/2/2018Italia, Qatar e Turchia sostengono apertamente i terroristi in Libia. Queste attività sono atti criminali contro l’umanità e sono crimini di guerra internazionali. Il popolo libico ha sofferto sotto le milizie (terroristi) e altri mercenari infiltrati nel Paese con la guerra illegale iniziata sotto falsa bandiera nel 2011. Se tali terroristi venivano lasciati a se stessi, le grandi tribù della Libia (tutti i popoli libici) li avrebbero rimossi purificando il Paese e riportando stabilità e sovranità da anni. Ma non era il piano dei criminali sionisti del Nuovo Ordine Mondiale (Clinton, Obama, Cameron, Sarkozy, Qatar, Turchia, ecc.). Il loro piano è la distruzione della Libia, il furto di tutte le risorse libiche. La Libia era completamente solvibile, senza debiti, con 500 miliardi nelle riserva europea e federale, molte tonnellate di oro, argento, metalli preziosi e enormi quantità di petrolio. Questo era il suo crimine, non averli sotto il controllo dei banchieri sionisti (Rothschilds, ecc.) Con la loro moneta legale e senza debiti verso FMI, Banca Mondiale o altre banche controllate da Rothchild. Gheddafi stava creando una valuta basata sull’oro per tutta l’Africa perché capiva le attività criminali dei banchieri e il loro piano del debito per controllare il mondo col dollaro fasullo. La creazione del Dinaro d’oro per l’Africa fu ciò che lo fece uccidere.
Negli ultimi anni l’Italia ha lentamente inviato soldati in terra libica. Non è legale, né voluto dal popolo libico. È già abbastanza grave che invadano la Libia illegalmente ma, peggio ancora, si sono schierati coi terroristi contro il popolo libico. Ancora una volta, l’Italia dimostra la propria corruzione preoccupando la Libia. L’Italia collabora col governo fantoccio illegittimo delle Nazioni Unite di Saraj a Tripoli, un governo di terroristi. L’Italia invia anche truppe a Misurata, sede delle peggiori milizie criminali in Libia. La scorsa settimana, Derna, nell’est della Libia, veniva assediata dall’Esercito nazionale libico, la ragione è la patria dell’islam radicale in Libia ed è piena di terroristi, molti dei quali ricercati dalle autorità mondiali. L’esercito egiziano ha iniziato a bombardare i noti nascondigli di questi terroristi a Derna. Questo aiuta il popolo libico nella lotta per ripulire il Paese e anche aiuta a proteggere l’Egitto dai terroristi che l’attraversano. Con un atto di estrema arroganza, il governo italiano ha contattato quello egiziano chiedendogli di smettere di attaccare Derna. Ha detto all’Egitto che non era autorizzato a bombardare in Libia. Chi diavolo pensa di essere l’Italia? Non ha il controllo della Libia, e non è certamente responsabili dell’Egitto e del suo diritto di proteggere il proprio popolo. Questa è l’arroganza degli italiani che lavorano per i sionisti passandogli la Libia per una caramella, essendo al verde e disperatamente bisognosi di derubare ancora le ricchezze della Libia. Ovviamente gli italiani devono schierarsi coi mercenari terroristi perché i libici li butterebbero fuori se potessero scegliere
Per chi non sa cosa fece l’Italia in Libia in passato…
La storia dei crimini di guerra italiani contro il popolo libico è orrenda. C’è un eccellente film realizzato anni fa, intitolato il “Leone del Deserto”, con Anthony Quinn. (scaricabile qui). Questo film fu realizzato nel 1981 ed è la storia di Omar Muqtar, un grande eroe libico che combatté l’esercito fascista di Mussolini nel deserto. Il film è vicino a fatti storici. L’Italia non poteva combattere i beduini nel deserto; perdeva, e così Mussolini inviò uno spietato capo militare (Graziani. NdT) che pose il filo spinato nel deserto, uccidendo persone e animali. Imprigionò tutti i libici nei campi di concentramento e ne uccise molti per fame e sete. Quando l’Italia finì in Libia, rimasero vivi solo 250000 cittadini libici. Dopo di che l’Italia occupò la Libia, prendendosi terra, beni, città, ecc. Si costruirono ville e case estive. Il popolo libico non era autorizzato a possedere terra ed era schiavo dei ricchi italiani. Nel 1969, la Libia era il Paese più povero dell’Africa, cogli italiani che rubavano la ricchezza della Libia e Stati Uniti, Regno Unito e Francia che ne prendevano il petrolio. Il Regno Unito piazzò un vecchio re dispotico (i libici non ne ha mai avuti) e ne fu il burattino. Il salario medio di un libico era 60 dinari all’anno. Questo portò il colpo di Stato incruento (Rivoluzione di al- Fatah del 1969) delle grandi tribù della Libia allontanando il Paese da ladri ed occupanti illegali. Dal 1969 alla rivoluzione fasulla sotto falsa bandiera della NATO e alla guerra illegale, la Libia divenne il Paese più sviluppato e ricco d’Africa. Questo sotto la guida di Muamar al-Qadafi.
Ora Qatar e Turchia sostennero la destabilizzazione della Libia dall’inizio della falsa bandiera del 2011. Il Qatar è un Paese piccolo con risorse limitate ma grande appetito. È sede della più grande base militare degli Stati Uniti nel mondo e ospita i più grandi campi di addestramento per terroristi mercenari. Il Qatar cercò avidamente di rubare le risorse della Libia per anni ed approfittò dell’aiuto offerto da Hillary Clinton nel 2011 unendosi nell’attacco alla Libia. Finora il Qatar sostiene apertamente i terroristi e le milizie islamiste che occupano la Libia e opprimono il popolo libico. Il Qatar arma e finanzia apertamente le milizie criminali in Libia e impedisce intenzionalmente al legittimo popolo libico di controllare i propri governo e terra. Questi sono atti di guerra e crimini contro l’umanità in quanto tali milizie sono spietate, prendendo libertà e denaro del popolo libico. La Turchia arma, finanzia e invia mercenari in Libia ogni giorno. La Turchia è ora casa e rifugio di tutti i principali terroristi del mondo. Bilhaj, fondatore del Libya Islamic Fighting Group, nota organizzazione terroristica, vive felicemente in Turchia godendo dei miliardi che ha rubato alla Libia e usa l’LIFG per controllare Tripoli; e sempre pianifica il terrorismo nel mondo. Tripoli è ora sede di alcuni dei peggiori estremisti islamici, che lavorano con LIFG, governo fantoccio delle Nazioni Unite di Saraj e milizie di Misurata di Hillary Clinton. Tripoli è controllata da tali milizie terroristiche. Gli abitanti di Tripoli vivono in una prigione, sono controllati e maltrattati da tali milizie armate. Non c’è governo ma solo i dittatori terroristici che derubano dalla Libia e abusano del popolo libico ogni giorno. Ancora una volta, il sostegno della Turchia a terrorismo e corruzione in Libia è un crimine contro l’umanità e contro tutte le leggi internazionali.
A proposito di crimini contro l’umanità, va fatta una dichiarazione sulla tribù dei Tawargha. Una tribù libica di colore, rimasta senza case per mano dalle milizie di Misurata (terroristi) che distrussero le loro città negli ultimi 7 anni. Il 1° febbraio 2018 è il giorno in cui tutta la Libia (incluso il governo fantoccio) decise che i Tawargha tornino a case. Naturalmente, non vi è alcun rispetto per lo Stato di diritto quando bande e milizie controllano il Paese. Di conseguenza, la tribù dei Tawargha viaggiò per rientrare casa per centinaia di miglia nel deserto, ma prima che raggiungesse le proprie case, le milizie di Misurata bloccarono le strade e non li lasciò passare. Ora, dal 1° febbraio, circa 60000 uomini, donne e bambini vivono nel deserto senza acqua, cibo o rifugio. Il mondo chiude gli occhi su tali atrocità mentre i media favoriscono le milizie di Misurata che compiono tale terrorismo. Dimostrando ancora una volta che chi ha preso la Libia con la forza, ha distrutto il Paese e continua a mantenere uno Stato fallito è la stessa Cabala del Nuovo Ordine Mondiale Sionista che controlla i media in tutto il mondo. Non si basano all’umanità, si preoccupano solo della loro agenda, Paesi, famiglie e vite distrutti sono solo danni collaterali accettabili. Le Grandi Tribù della Libia lavorano ogni giorno per ripulire il Paese da tali intrusi e terroristi. Il popolo libico non è estremista, odia l’Islam radicale, quindi è un bersaglio dei radicali. Le tribù lavoreranno per una nuova elezione quest’anno, una in cui un nuovo governo e un nuovo leader saranno eletti dal popolo libico (non piazzato con la forza delle Nazioni Unite o dai sionisti). Dei circa 5 milioni di libici legittimi, oltre 3,5 milioni sono ora registrati per votare. Questa è la stragrande maggioranza della popolazione adulta. Tribù e popolo libici non hanno perso la volontà di ottenere sovranità e libertà. Sanno che è un compito difficile quando i terroristi che occupano il Paese sono sostenuti ogni giorno da altri Paesi. Sanno che hanno bisogno di aiuto anche dall’estero perché sono stati appositamente esclusi dai loro fondi e dalla capacità di acquistare armi (embargo dell’ONU dal 2011). Le grandi tribù della Libia hanno bisogno di più voci che gridino al mondo l’ingiustizia commessa ogni giorno nel loro Paese con le interferenze illegali di altri Paesi. Hanno bisogno di aiuto per liberare il proprio Paese (e il mondo) dai terroristi in Libia. Guardano ai vicini per l’aiuto perché anch’essi sono minacciati dagli stessi mercenari terroristi e rivolgono gli occhi alla madre Russia, che vedono come forse l’unico Paese giusto per chi ha perso Paese nei continui crimini della Cabala sionista del Nuovo ordine mondiale.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Francia, Nazioni Unite e colloqui di pace in Libia

Richard Galustian, Global Research, 26 dicembre 2017L’attuale situazione in Libia mostra che i processi che l’ONU e l’occidente hanno cercato d’attuare continuano a fallire. Ciononostante, c’è una nuova tendenza in Libia sulla risoluzione delle dispute sul campo, riordinando una varietà di attori, i troppi e complessi dettagli, anche se la Francia inviava il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian in Libia, nel continuo tentativo futile d’imporre il matrimonio forzato tra Fayaz Saraj, scelto e sostenuto dalle Nazioni Unite, e il capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), a Camp Marshall, nella Libia Orientale, Qalifa Haftar. Un’assoluta impossibilità.
Non sembra esserci realismo nel modo di pensare delirante della Francia e delle Nazioni Unite. Il fatto è che LNA e Haftar controllano quasi tutto il petrolio in Libia e nella maggior parte del Paese. Considerando che Saraj non può andare oltre la piccola base navale vicino Tripoli, fortemente protetta da milizie mercenarie. Dopo l’incontro di Le Drian a Tripoli con Saraj, Le Drian volava a Bengasi per incontrare Haftar, “per discutere del processo politico in Libia e della guerra al terrorismo guidata dall’esercito libico”. Haftar aveva detto a Le Drian che l’esercito non smetterà di combattere il terrorismo in Libia. Per risposta, Le Drian avrebbe informato Haftar del rispetto della comunità internazionale per i sacrifici dell’esercito contro i gruppi terroristici. Allo stesso tempo, tuttavia, Le Drian chiese ad Haftar e al comando dell’esercito di rispettare il processo politico dell’Accordo politico libico (LPA) e di lavorare a un accordo completo con tutte le parti libiche. Le Drian, Nazioni Unite e potenze occidentali non riescono ancora a capire che l’LPA è respinto dal popolo libico come totalmente illegittimo e completamente irrilevante per il processo di pace. Haftar non s’impegna nel processo politico come dettato dall’ONU, e continua a sottolineare l’importanza del riconoscimento da parte delle Nazioni Unite e della comunità internazionale degli sforzi dell’LNA contro il terrorismo. Haftar presumibilmente aggiunse con fermezza, “Togliere l’embargo sulle armi all’esercito, se deciso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sarà molto apprezzato”. Il Comando del LNA crede ancora che alcune potenze cerchino di mantenere l’embargo sulle armi per dare una leva a un certo partito politico nel Paese, forse per ricreare un altro partito islamista in Libia; per deduzione, si presume che Haftar parlasse principalmente del chiaro appoggio internazionale di Regno Unito, Stati Uniti, Nazioni Unite e UE al partito dei fratelli musulmani e ai suoi membri, a cui Haftar si oppone con veemenza. A questo punto va notato che la maggior parte dei libici sa che Serraj ‘è schiavo’ della Confraternita. Inoltre, siamo molto chiari. Haftar annunciava che l’accordo politico libico “è scaduto” due anni dopo che le parti politiche libiche l’avevano firmato, dicendo “A partire dal 17 dicembre 2017, scade il cosiddetto accordo politico. Pertanto, tutti gli organismi risultanti da tale accordo hanno automaticamente perso legittimità, messa in discussione sin dal primo giorno“, in un discorso televisivo. Haftar e la maggior parte della popolazione libica dicono “no” al LPA. Se l’ONU persiste con questa fantasia significa che è drogata o incompetente, o forse entrambe, perdonando l’irriverenza. L’LPA non ci sarà. È impossibile. Tornate sulla terra.
Innanzitutto, ai libici non interessano i migranti che secondo la stampa occidentale liberale e l’Unione europea sono una priorità. Per i libici non lo sono, vogliono che i migranti se ne vadano a casa e l’ONU smetta d’interferire e lasci che l’attore più forte in Libia porti ordine e pace nel Paese. Quell’attore sono Haftar e la LNA, e l’unica cosa che impedisce questa naturale evoluzione è la continua interferenza inutile del mondo occidentale. Francia e ONU continuano i colloqui con istituzioni ed entità superflue di Libia orientale e occidentale, ostacolando la soluzione al pantano libico. In parole semplici, l’occidente ha scelto la parte sbagliata sostenendo la Libia occidentale quando l’orientale possiede e occupa, per gentile concessione del LNA di Haftar, la maggior parte del petrolio e della nazione della Libia. I sauditi sono importanti; con l’accordo di varie fazioni, tra cui Haftar, inviarono alcuni religiosi a gestire la mappa religiosa di Misurata (e di tutta la Libia). L’assassinio di pochi giorni prima del sindaco di Misurata è parte di tale lotta globale contro l’ideologia dello SIIL e il suo opposto, il secolarismo. Alcuni vedono il salafismo come “casa a metà strada”, per così dire. Anche se non può essere confermato, Haftar sembra aver fatto un accordo coi sauditi affinché una manciata di loro chierici “risolvesse” Misurata permettendo la promozione del salafismo nella convinzione che distrugga i resti dell’estremismo dello SIIL presso Misurata e ovviamente altrove nel Paese. Questo “compromesso” tra il minore dei due mali, i salafiti e l’ideologia dello SIIL, deve trovare spazio affinché un certo secolarismo si evolva, cosa che la maggior parte dei libici vuole. Niente è facile.
Anche gli Emirati Arabi Uniti sono cruciali per il futuro della Libia. Sia causa della vicinanza alla nuova generazione della leadership saudita che dal punto di vista pratico, per via della base aerea stabilita due anni fa nella Libia orientale. La costruzione della base aerea al-Qadim degli Emirati Arabi Uniti nella Libia orientale, significa che in meno di qualche settimana potranno dispiegare vari aerei per supportare Haftar. Spiegando la presenza dei loro jet nel teatro della guerra civile in Libia. Chiaramente, gli EAU si preparano ad intervenire in Libia militarmente. Molti l’accettano. La base aerea al-Qadim si trova nella provincia di al-Marj, vicino al quartier generale principale di Haftar, e ha recentemente aggiunto un nuovo ampio parcheggio e rifugi per aeromobili che ne ospiteranno vari.
Haftar non aderirà mai al LPA dettato dall’ONU e l’ha detto molto chiaramente. In sintesi, questa è la realtà: Politicamente, solo il ruolo della Russia, non di Nazioni Unite, UE o Stati Uniti, principalmente attraverso gli amici della Cecenia, rimane uno dei più cruciali e sarà veramente efficace nel riportare la pace in Libia. E militarmente, Haftar alla fine vincerà, con l’assistenza militare principalmente di Egitto ed Emirati Arabi Uniti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Situazione mutevole in Libia: Haftar passa all’offensiva

Aleksandr Orlov, New Eastern Outlook 21.12.2017Il 18 dicembre, il Comandante supremo dell’Esercito libico, Feldmaresciallo Qalifa Haftar, annunciava la fine dell’accordo di Shqirat per la riconciliazione nazionale firmato il 17 dicembre 2015 sotto l’egida delle Nazioni Unite. Uno dei suoi partecipanti era il governo di Fayaz al-Saraj, a cui manca il sostegno del Parlamento e delle Forze Armate libiche. L’accordo, firmato in Marocco, fu rinnovato solo una volta e prevedeva la formazione di un governo, concordato da tutte le parti, per un anno. Nonostante il mandato del governo di al-Saraj si sia concluso il 17 dicembre, il Consiglio di sicurezza dell’ONU notava che l’accordo di Shqirat dovrebbe rimanere l’unico modo per la risoluzione della crisi in Libia fino alle elezioni generali del prossimo anno. In un discorso alla televisione, di meno di sette minuti, Haftar dichiarava: “la legalità di tale cosiddetto accordo politico è scaduta insieme a tutte le strutture create con esso. Le Forze Armate non seguiranno gli ordini di alcun partito che non abbia ricevuto legittimità dal popolo libico“. Il feldmaresciallo osservava che il Comando supremo delle Forze Armate libiche è in diretta comunicazione con la comunità internazionale per risolvere la situazione libica e indicava la sua visione del processo politico e dello svolgimento delle elezioni generali. In questo modo, Haftar confermava che d’ora in poi il governo di al-Saraj è illegale, avendo perso la legittimità ricevuta in conformità all’accordo di Shqirat, e che ora tutto il potere è passato nelle mani dell’esercito. Ciò significa che il comandante dell’Esercito nazionale libico è disposto a entrare in conflitto con al-Saraj se decidesse di opporsi. Quest’ultimo, burattino dell’UE, in particolare di Francia e Italia, visitava l’Algeria il giorno prima, incontrando il primo ministro algerino. Al-Saraj osservava che l’Accordo di Shqirat “ha i meccanismi per giungere a un accordo superando ogni ostacolo politico” e si schierava contro la soluzione militare alla crisi. Il 17 dicembre si teneva in Tunisia una riunione dei ministri degli Esteri di Egitto, Tunisia e Algeria per discutere del processo politico e della situazione della sicurezza in Libia. Il Ministero degli Esteri tunisino dichiarava che l’incontro mirava a dare l’opportunità per elaborare un piano d’azione tripartito per la fase imminente ed esprimeva sostegno agli sforzi delle Nazioni Unite, che prendevano le parti di al-Saraj, anche se l’aveva accusato dell’inattuazione dell’Accordo di Shqirat ed ha stretti legami coi gruppi estremisti finanziati dal Qatar. Il rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite in Libia, Ghasan Salamah dichiarava che la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) aveva fornito il necessario supporto tecnico alla Commissione elettorale nazionale (HNEC) e cercava intensamente di stabilire le condizioni politiche e legislative appropriate, così come la sicurezza, per le elezioni che si terranno entro la fine del 2018.
In queste condizioni, il figlio maggiore di Muammar Gheddafi, Sayf al-Islam, annunciava l’intenzione di partecipare alle elezioni presidenziali che si terranno nel 2018. Secondo un rappresentante di Gheddafi, presenterà il manifesto politico nel prossimo futuro. In particolare, le misure che “dovranno aiutare la Libia ad attraversare un periodo di transizione verso la stabilità“, saranno enfatizzate nel manifesto. Il ritorno di Gheddafi nella politica libica fu segnalato a metà ottobre. Al momento, l’avvocato disse che Sayf al-Islam aveva cominciato a ricostruire i contatti coi leader della comunità e tribali per formare un programma completo. Nel 2015, Sayf al-Islam fu condannato a morte a Tripoli per crimini di guerra. Il processo fu criticato dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani per le numerose violazioni e perché avvenuto in contumacia, essendo l’imputato in prigione nella città di Zintan. Tuttavia, dopo la sentenza, i capi delle autorità armate di Zintan si rifiutarono di trasferirlo a Tripoli per l’esecuzione. Nell’estate 2017, Sayf al-Islam fu rilasciato con un’amnistia generale (secondo dati non ufficiali, infatti, avrebbe potuto essere rilasciato qualche mese prima). I rappresentanti del gruppo Abu Baqr al-Sidiq, che l’aveva detenuto, in precedenza affermò che Gheddafi fu rilasciato con un’amnistia annunciata dal Parlamento. L’ufficio del procuratore generale libico rifiutò di annullare il mandato d’arresto dato che il processo di Gheddafi era stato tenuto in contumacia, e continuava a chiederne la comparizione dinanzi al tribunale. Un mandato d’arresto fu emesso anche dalla Corte penale internazionale (CPI) nei confronti di Gheddafi per perseguirlo per crimini contro l’umanità, torture e omicidi di civili durante la guerra civile. Tuttavia, la Libia non riconosce la giurisdizione della Corte penale internazionale e Gheddafi respinge tali accuse. Molto probabilmente, l’occidente dichiarerà la candidatura di Gheddafi illegittima per presunti crimini. Le accuse dalla CPI per “crimini contro l’umanità” pendono ancora contro di lui. Tuttavia, non gli impediranno di partecipare alle elezioni in quanto affare interno della Libia. C’è un precedente, quando la stessa accusa fu pronunciata contro il leader keniota Uhuru Kenyatta che vinse alle urne nel 2013. Prima che Gheddafi annunciasse la propria candidatura, gli esperti pensavano a uno scenario da “struttura militare integrata”, la creazione di un consiglio militare attraverso cui tutti gli attori politici risolvessero i problemi associati al terrorismo. La possibilità della formazione di un nuovo governo dopo le elezioni non viene esclusa. Se Gheddafi va alle urne, una nuova prospettiva è possibile. Gli scettici credono che il giovane leader non avrà il dominio assoluto in Libia, dato che non potrà raccogliere abbastanza fedelissimi per resistere a Tripoli. La milizia tribale Warshafana, sostenitrice di Gheddafi, fino a poco tempo prima controllava le aree intorno a Tripoli, incontrando la resistenza dalle forze di Zintan e, se prima erano alleate, ora competono per aver influenza sui posti di controllo e le strade. D’altra parte, Gheddafi è popolare, specialmente nelle regioni meridionali. Nell’ovest del Paese, anche gli imprenditori vorrebbero il successore del precedente regime stabile. Anche la nostalgia per i giorni del padre di Gheddafi è diffusa: l’immagine di suo padre, sotto il quale la nazione prosperava, viene avanzata dal figlio. Il popolo è stanco di guerra, crimini e potere frammentato e vuole la pace.
Tale scetticismo scompare se si afferma lo scenario in cui Gheddafi può unire i suoi compagni con le forze del Generale Haftar, e/o con Zintan e le singole fazioni, nel qual caso il potere di Tripoli può essere scosso. Haftar ha buoni rapporti con Egitto ed Emirati Arabi Uniti, mentre Mosca dialoga con lui e con Tripoli. Il giorno prima, Haftar negoziava coi militari di Tripoli, da cui dipende il futuro di al-Saraj. Inoltre, a giudicare dalle tendenze, Tripoli perde il sostegno degli Stati Uniti. Ad esempio, in un incontro col presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il primo ministro non otteneva da Washington l’intervento attivo o garanzie sulla sicurezza personale. Sebbene il fatto stesso che la visita avesse luogo indichi che la Casa Bianca continua ad essere presente in Libia, in realtà, ogni anno si rafforzano le posizioni dei sostenitori della famiglia Gheddafi. Molto dipende da al-Saraj, Francia e Italia. Se questi Paesi spingono l’attuale ex-capo del governo libico allo scontro, Haftar dovrà avviare le operazioni militari, e i seguaci di Gheddafi lo sosterranno. È difficile agire per Parigi, dato che un libro recentemente pubblicato in Francia rivela che l’ex-presidente N. Sarkozy ricevette ingenti somme dal compianto leader libico nelle elezioni del 2007, e fu Sarkozy a essere il più attivo nel fomentare la guerra alla Libia, sperando che l’eliminazione fisica della famiglia di Gheddafi avrebbe coperto i suoi legami finanziari con loro. In particolare, si parla di tangenti da uno Stato estero e ci si aspetta che il sistema giudiziario francese reagisca. Per Haftar, oltre a parlamento libico, Egitto ed Arabia Saudita che lo sostengono, la Russia mostra una predilezione per lui ed è pronta a dare al maresciallo assistenza militare e tecnica. Per l’Italia, la cosa più importante è avere contratti per ripristinare l’economia libica, ed è improbabile che combatta per al-Saraj. Quindi le probabilità sono chiaramente a favore di Haftar. Perciò, ha smesso di partecipare militarmente all’accordo di Shqirat.Aleksandr Orlov, politologo e esperto orientalista, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Antifas senza cappuccio

Fernand Le Pic, Medium 5 novembre 2017Colpiscono ovunque, ma sembrano venire dal nulla. Denunciano un “fascismo” onnipresente e fantasticato. Non hanno alcuna esistenza legale ma beneficiano di incredibili indulgenze giudiziarie. Chi sono? Gli Antifa amano vestire nero, sempre incappucciati e mascherati come i Black Blocks, di cui sono l’avatar. Come sappiamo, il nome Schwarzer Block fu ideato negli anni ’80 dalla polizia di Berlino Ovest per designare gli autonomi di Kreuzberg. Questo distretto adiacente al “Muro” faceva ancora parte dell’area d’occupazione degli Stati Uniti fino al 1990. In altre parole, i Black Blocks nacquero in un territorio sotto il controllo militare degli Stati Uniti. Questo è importante perché allo stesso tempo la Rete di Azione Anti-Razzista (ARA) apparve a Minneapolis (Minnesota). Questo gruppo fu reclutato dalle stesse provette punk e squat del laboratorio di Berlino Ovest. Tra gli scienziati dell’agitprop si collabora. Sciolto nel 2013 per resuscitare col nome Torch Antifa Network, l’obiettivo di tale movimento fu, sin dall’inizio, combattere sessismo, omofobia, idee anti-immigrazione, nativismo, antisemitismo o anti-abortismo. In breve, alcune leve per lo smantellamento della società tradizionale delineata da confini ignobili, che si ritrova nei programmi ufficiali della Commissione di Bruxelles e delle sue ONG di facciata, come nelle tabelle di marcia della galassia Soros.

Gli strani canali finanziari “umanitari”
Ma per quanto si voglia farsi chiamare col dolce nome Anti-Racist Action Network, non basta: ci vuole una base. Guardando in giro, la si trova in Alabama col SPLC (Southern Poverty Law Center), ONG che si vanta, sul proprio sito web, di essere la matrice dell’ARA. In altre parole, la genesi degli Antifa statunitensi ovviamente non ha nulla di spontaneo. È perciò che l’SPLC molto ricco ha avuto il compito di creare in laboratorio questo ARA. È vero che con una dotazione finanziaria di oltre 300 milioni di dollari, l’SPLC ha abbastanza per campare, anche sottraendo lo stipendio netto del suo presidente, di oltre 300000 dollari l’anno. È il bello della politica “non-profit” nel paese dello zio Sam! Ma se costoro hanno i mezzi, non permettono trasparenza sull’origine dei fondi. È vero che non si è mai veramente capito perché tali fondi debbano passare per le Isole Cayman o come conoscessero i forzieri di un certo Bernard Madoff. Ma perché lo SPLC? Molto semplice, a parte la difesa delle minoranze preferite, la sua specialità è presentare gli oppositori politici, sistematicamente chiamati “fascisti”, che lo siano o meno, e quindi pubblicarne le liste nere, molto elaborate e costantemente aggiornate. Un lavoro professionale diventato un riferimento nel suo genere.

E gli spioni interessati
Questo modello di attivismo e registrazione molto professionale non proviene da alcuna parte. Si basa sul modello immaginato dal movimento Friends of Democracy, in realtà una branca statunitense dei servizi segreti inglesi durante la seconda guerra mondiale. Il suo obiettivo ufficiale era spingere gli statunitensi in guerra, mentre ingannava i recalcitranti, e continuò fino alla fine del conflitto. Il suo canale di comunicazione si chiamava Propaganda Battlefront, copie delle quali possono ancora essere trovate online. Va notato, solo di passaggio, che questo nome è stato rianimato nel 2012 da Jonathan Soros, figlio di George Soros. Tale scelta non è ovviamente una coincidenza. Tornando ai nostri inglesi, erano anche molto attivi a casa loro, dato che, ancora negli anni ’80, fondarono a Londra l’Anti-Fascist Action (AFA), reclutando di nuovo negli stessi ambienti punk e squat. L’etichetta “antifascista” fu inventata dai comunisti europei degli anni ’30. Violazione di un marchio politico non registrato che aveva il vantaggio di dare l’illusione di una legittima filiazione. (Sembra sia questione d’appropriazione indebita d’immagine, sanno lavorare molto bene nei servizi). Alla vigilia della caduta del Muro, le stesse affiliazioni a un antifascismo “Canada Dry”, che ha il sapore e l’odore dell’antifascismo comunista storico, ma senza una goccia di comunismo nella composizione chimica. Un modo per monopolizzare l’uso della famigerata etichetta “fascista” contro qualsiasi avversario del post-comunismo 100% americanizzato, come apparve dal 1989 con la caduta del muro.

Una galassia fuorilegge
C’è quindi una ragione oggettiva per la simultaneità dell’apparizione degli antifas in quegli anni. Ma come oggi, furono attenti a non creare alcuna struttura legale che potesse indicare organizzatori e finanziatori. È sempre meglio così, specialmente quando si collabora col banditismo. Un nome fu svelato effettivamente collegato alla mafia di Manchester. Era Desmond “Dessie” Noonan, grande antifa al pubblico ma soprattutto ladro professionista e bandito, sospettato di cento omicidi (1). Oltre alle sue responsabilità dirette nell’AFA, è stato anche uno degli esecutori della manovalanza dell’IRA. Alla fine è morto pugnalato davanti casa a Chorlton (South Manchester) nel 2005. Suo fratello Dominic Noonan prese il potere. Oltre alle sue attività mafiose, fu filmato guidare i gravi scontri di Manchester nel 2011, causati dalla morte del nipote Mark Duggan, sospettato di coinvolgimento nel traffico di cocaina, ucciso a colpi di arma da fuoco il 4 agosto 2011 dopo aver resistito all’arresto nel distretto di Tottenham. Seguì una settimana di insurrezioni che si estese a Liverpool, Birmingham, Leicester o Greater London, uccidendo cinque persone e ferendone quasi 200 solo tra i poliziotti (2). La porosità tra servizi d’intelligence, mafia ed attivisti di estrema sinistra ricorda il ruolo delle Brigate rosse nella rete Gladio della NATO. Succede che gli autonomisti di Berlino Ovest, alla fine della Guerra Fredda, fossero affiliati al movimento italiano Autonomia Operaia, molto vicina alle Brigate Rosse. Il mondo è piccolo!

Ciò che la polizia non osa fare
Ma il punto comune più specifico di tutti questi antifas rimane il dossieraggio. Dietro le nubi di gas lacrimogeni, i cappucci neri e le vetrine dei negozi che fanno sempre titolo, sono essenzialmente responsabili del dossieraggio degli avversari politici rendendone pubblica identità ed occupazioni, esclusivamente secondo le opinioni politiche o religiose. Un compito proibito alle autorità, in una democrazia. Tali movimenti sono quindi, oggettivamente, integrati a polizia e servizi d’intelligence. Ciò ne spiega in particolare la vicinanza, ed anche facilità d’infiltrazione, impunità od estrema difficoltà quando si tratta d’identificarli.

Il caso Joachim Landwehr
Questo è ad esempio il caso di Joachim Landwehr (28 anni), cittadino svizzero, condannato a 7 anni di carcere l’11 ottobre dal Tribunale penale di Parigi per aver sparato il 18 maggio 2016 dentro un’auto della polizia con un dispositivo pirotecnico, coi due occupanti ancora bloccati a bordo. Una sentenza piuttosto leggera per l’attentato alla vita degli agenti di polizia. Si sa che Landwehr è legato al gruppo svizzero “Action Autonome”, i cui slogan passano in particolare dal sito rage.noblogs.org, e cui il 90% dei contenuti riguarda il dossieraggio, con un grado di precisione che supera in gran parte quelle di una squadra di dilettanti, anche se a tempo pieno. Ci si chiede cosa stia aspettando il responsabile cantonale della protezione dei dati per occuparsene. Sappiamo anche che era presente alla dimostrazione antifa di Losanna nel maggio 2011, ed è probabilmente lui che pubblicò un video di propaganda in gloria della sua passeggiata. Infine, si sa che fu assolto nell’agosto 2017 dal Tribunale di Ginevra, mentre partecipò a una manifestazione vietata.

Agitatori dall'”alto”
D’altra parte, conosciamo meglio i profili dei complici parigini. Ad esempio, Antonin Bernanos, condannato a 5 anni di prigione, 2 dei quali sospesi, è il pronipote del grande scrittore Georges Bernanos. Si resta in un ambiente piuttosto coltivato e protetto tra gli Antifas. S’immagina che il lavoro dell’illustre nonno avesse ancora il suo posto nelle discussioni familiari. Yves, il padre del colpevole e regista senza successo di cortometraggi, lo confermò in un’intervista per KTO, l’organo catodico dell’arcidiocesi di Parigi, che trasmise anche uno di questi cortometraggi, per carità cristiana, senza dubbio. Ma non è troppo difficile capire che è la moglie, Genevieve, a mantenere la famiglia. Ha la sicurezza del lavoro come dipendente pubblico. È infatti direttrice della progettazione e sviluppo del municipio di Nanterre. Dal lato ideologico, è orgogliosa di non aver perso una sola festa dell’Huma da quando aveva 15 anni. Dopo l’arresto dei due figli (Angel, il più giovane, si è messo fuori questione), i Bernanos hanno visitato radio, redazioni, collettivi e manifestazioni di ogni genere per denunciare l’ignominia poliziesca montata dallo Stato fascista contro la loro degna prole. Hanno ricevuto la migliore accoglienza, in particolare da Médiapart, riuscendo persino ad arruolare il vecchio Henri Leclerc, il quale osò paragonare l’arresto del giovane Bernanos ai noti morti della metropolitana della Charonne, durante la guerra in Algeria. A volte la fine delle carriere è patetica…
Ciò che colpisce è la facilità con cui i media si sono mobilitati a favore di un trasgressore, il cui razzismo è stato completamente ignorato, sapendo che uno dei poliziotti che aggredì era nero. Nelle reti dello Stato profondo, si forniscono sia servizio post-vendita che anestesia morale. Stesso ambito borghese per Ari Runtenholz, anch’egli condannato a 5 anni di prigione sospesa per aver spaccato il retro dell’auto della polizia con una palla di metallo. Si classificò 34.mo nella gara di spade ai campionati della Federazione di scherma della Francia. Veleggia anche a Granville (Normandia) e partecipa a regate ufficiali. Sport molto popolari, come tutti sanno. Nicolas Fensch, informatico disoccupato, si distingue per la sua età (40 anni). Sostiene di esserci capitato per caso, mentre i video lo mostrano colpire il poliziotto nero con ciò che appare una frusta. La perfetta padronanza dell’atto tradisce tuttavia un certo allenamento. Chi è veramente? I poliziotti sentiti all’udienza infiltrato nella banda non dissero altro. Ricevette 5 anni, di cui 2 sospesi. Infine c’è il servizio LGBT: David Brault, 28 anni, diventa Miss Kara, senza fissa dimora in Francia. Questo cittadino statunitense ha attraversato l’Atlantico per una festicciola improvvisata. Ci si chiede se non sia l’SLPC che gli ha pagato il biglietto e le spese? Verdetto: 4 anni di carcere di cui 2 sospesi per aver lanciato una biglia metallica sul parabrezza per colpire i passeggeri. Non molto dolce, il trans. Alle udienze, davanti al tribunale, diverse centinaia di antifas arrivarono, come dovuto, provocando violentemente la polizia sostenendo i loro camerati di scelta. Si deve sapere mantenere la forma e la nebbia.

Profonde confluenze
Ma spaccare una finestra o un poliziotto non è tutto. C’è l’ideologia. Guardando da vicino, certamente ha poco a che fare con marxismo, trotskismo o anarchismo, o anche con le guardie rosse di Mao. D’altra parte, riassume tutti gli slogan che si leggono su tutti i siti delle ONG di facciata dello Stato profondo euro-atlantico e sorosiano: difesa di LGBT, della teoria del genere, dei migranti, del multiculturalismo, dell’inesistenza dei confini, del velo islamico e persino del Kurdistan libero. E l’inevitabile complemento: attacchi a Trump, Vladimir Putin, “regime” alawita siriano, ecc. I negozi di ferramenta online antifas, ovviamente, hanno la panoplia completa del perfetto sovversivo protetto e consigli pratici derivanti. Una modalità di propagazione ampiamente dimostrata dalle rivoluzioni colorate. La routine del “nessun limite”, perché è sempre necessario motivare questi giovani! Precisamente, è l’abolizione dei limiti la prima condizione per godere del gran tumulto. Ma non è la cosa più importante. Ciò che importa è che, col pretesto di combattere il fascismo fantasticato dai bisogni della causa, si pesta chiunque e lo si rende pubblico. E questo non scandalizza nessuno, ovviamente. L’agit-prop manipolato e infiltrato dai “servizi” è quindi un’esca. Mentre ci si chiede quali siano le scuse sociali della loro violenza urbana, o la definizione legale dei loro crimini telecomandati, i fochisti dell’antifascismo sono, ai nostri occhi, un ramo amministrativo della polizia politica dello Stato profondo, che non ha nulla da invidiare alle reclute della Stasi.

Note:
Vediasi Sean Birchall, Beating The Fascists, Freedom Press, Londra, 2010.
Articolo pubblicato nella sezione “Angolo morto” dell’Antipita n° 101 del 05/11/2017.Traduzione di Alessandro Lattanzio