La lotta dei bolscevichi e dei lavoratori sovietici al sabotaggio economico nei Kolkhoz

Luca BaldelliUn capitolo poco noto della lotta di classe combattuta dai contadini, dagli operai e dai quadri tecnici e impiegatizi onesti delle aziende agricole collettive dell’URSS negli anni ’30 è senza dubbio quello relativo alla vigilanza e alla battaglia contro gli abusi, le soperchierie, le diversioni, i furti e le malversazioni compiuti da alcuni economi, contabili e revisori dei conti. In tutta l’URSS, all’inizio del processo imponente e spesso vorticoso di collettivizzazione delle terre, vi fu chi intese sabotare, con ogni mezzo a sua disposizione, i progressi nel campo dell’organizzazione del lavoro, i miglioramenti delle tecniche di conduzione dei fondi agricoli, l’elevamento del benessere generale delle masse contadine, l’arricchimento del patrimonio sociale, economico e infrastrutturale delle aziende agricole collettive (kolkhoz e sovkhoz). I ceti sfruttatori e parassitari, spodestati dalla Rivoluzione d’Ottobre, fin dagli albori del nuovo ordine sovietico imbracciarono le armi e dettero fuoco alla miccia della controrivoluzione e del sabotaggio pur di difendere i loro privilegi attaccati frontalmente e aboliti dal governo degli operai e dei contadini. Chi, piangendo lacrime di coccodrillo, e spargendo il più delle volte menzogne e imposture storiche, deplora la sorte dei kulaki e vaneggia di un loro inesistente “sterminio” da parte delle autorità comuniste, dovrebbe tener presente che i kulaki, assieme agli esponenti dei vecchi ceti mercantili, agli ex-gendarmi e scherani dell’impero zarista, furono deportati solo in minima parte in Siberia o in altri luoghi di nuovo insediamento e quasi mai d’imperio, bensì sempre per una forte volontà espressa dal basso, dai contadini poveri e medi. In gran parte, i rappresentanti dei ranghi sociali espropriati, aboliti o ridimensionati nel loro peso e nella loro capacità d’interdizione sociale e politica, trovarono impiego nei gangli della pubblica amministrazione e negli organi di gestione economico-contabile delle aziende agricole e industriali. Alcuni di loro, va detto per amor di verità e di obiettività storica, scrollatisi di dosso il fardello dell’inglorioso passato e delle tramontate idee, furono leali, fedeli e specchiati servitori dello Stato degli operai e dei contadini; altri, invece, irriducibili nemici di ogni principio di uguaglianza, di reale libertà ed emancipazione delle classe sociali subalterne, sfruttarono il loro livello di istruzione, senz’altro superiore alla media, visto che per secoli ne avevano negato uno dello stesso livello a milioni di uomini e donne, per tessere trame eversive, minare l’economia del Paese, provocare il crollo del potere sovietico nel vortice di un malcontento scientificamente coltivato e nutrito.
Molti avranno letto sicuramente dei numerosi incendi dolosamente appiccati a kolkhoz e sovkhoz negli anni 1929-1933 con depositi distrutti, ricoveri per animali ridotti in cenere, raccolti arsi nel rogo dell’egoismo e dell’odio di classe spinto fino a negare il pane al popolo, a distruggerlo in maniera crudele e spietata. Accanto a questi truci aspetti della reazione dello strato sociale capitalista e benestante delle campagne, ve ne furono altri meno indagati in sede storiografica, più sottili ed insidiosi, ma non per questo meno devastanti per la costruenda economia collettiva sovietica: contabilità falsificate per far apparire passività inesistenti, giornate lavorative dei kolkhosiani misconosciute o pagate per metà (il trudoden, la giornata lavorativa effettivamente prestata sulle terre collettive, era la base per il conteggio delle paghe degli agricoltori delle fattorie colletive, in natura e in denaro), fannulloni amici del contabile di turno, o ad esso legati da antichi rapporti di protectio-oboedientia, retribuiti in maniera ingiustificata sulle spalle dei contadini onesti e laboriosi, coi fondi che a questi ultimi avrebbero dovuto essere destinati. Infine, mancata registrazione di raccolti, prodotti orticoli, capi di bestiame, pollame e uova, al fine di spianare la strada ad appropriazioni indebite, corruttele e ruberie attuate in forma “consortile” tra ex-kulaki espropriati, economi, ragionieri, revisori dei conti. Contro questa piaga che, specie nei primissimi anni ’30, minacciò di scardinare l’organizzazione economica agricola in tutto il Paese, si eresse un potente vallo da parte della vigilanza operaia e contadina; assediata dall’esterno e minata all’interno dall’azione dei nemici del popolo e degli elementi politicamente ostili, l’Unione Sovietica reagì potentemente stroncando complotti e fermenti rovinosi, nelle città e nelle campagne. L’NKVD (Comissariato del Popolo agli Affari Interni), coadiuvò in maniera indefessa l’operato del Partito, dei Sindacati, dei Soviet (specie i Sel’ Soviet, i Soviet di villaggio) per stanare i nemici infiltrati negli organismi economici e gestionali delle campagne, nelle articolazioni deputate ad assicurare gli approvvigionamenti e i materiali necessari all’economia agricola. Nel 1935, la partita era vinta ormai quasi al 90%: un documento dell’NKVD, uscito dagli archivi ex-sovietici, ci mostra con dovizia di dati la situazione sul campo in quell’anno, anno di resoconto, verifica e bilancio di un’epurazione sacrosanta e necessaria per il Paese e per la stabilità del socialismo.
Il Segretario politico del GUGB (Direttorato principale per la sicurezza di Stato) Molchanov, in data 19/07/1935 scrisse alle massime cariche del VK b)P (denominazione allora in uso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica), ripercorrendo le tappe dell’azione degli organi ispettivi e di sicurezza dell’URSS in merito al controllo e alla verifica degli apparati amministrativi e contabili dei kolkhoz. L’inchiesta, svolta con la costante e fruttuosa collaborazione delle articolazioni istituzionali e politiche del potere sovietico, marciò a ritmi serrati e coinvolse vari territori dell’URSS, di capitale importanza per le dinamiche sociali ed economiche legate al cammino della collettivizzazione dell’agricoltura e, più in generale, alla costruzione del socialismo (si va dalla Siberia Occidentale all’Ucraina, passando per l’Uzbekistan, la regione caucasica, l’area del Mar Nero, la zona delle ubertose Terre nere centrali). Dal documento inoltrato da Molchanov, veniamo a conoscere dati e particolari assai significativi per una comprensione completa ed approfondita del ruolo di sabotaggio esercitato, tenacemente ed in varie forme, da personaggi infiltrati negli apparati contabili e di gestione delle aziende agricole collettive. In 14 Repubbliche, con relativi Oblast’ (Regioni), Kraj (Territori) e Rajoni (Distretti), furono controllati 1940 kolkhoz e più della metà risultarono infiltrati, negli uffici deputati alla conduzione amministrativo-contabile, da elementi di estrazione diversa da quella operaia e contadina, quasi sempre socialmente e politicamente ostili, spesso protagonisti di episodi di malcostume e di sabotaggio. Per la precisione, vennero individuati 1013 individui espressione di ceti espropriati dalla Rivoluzione, 491 ex-kulaki e commercianti, 83 ex-ministri del culto (pope, mullah ecc..), 15 ex-poliziotti in servizio nell’epoca zarista, 25 ex-banditi controrivoluzionari, 90 ex-guardie bianche (alcune delle quali ancora attive, legati a circoli revanscisti e reazionari vivi e foraggiati dallo spionaggio imperialista), 7 ex-funzionari imperiali, 17 ex-menscevichi e socialisti rivoluzionari, 22 elementi criminali di vario tipo, 162 persone sottoposte a indagini, 37 alcoolisti ed elementi antisociali. Un panorama tetro, che certamente spiegava e spiega meglio di mille parole, l’insopprimibile realtà delle manovre di diversione e sabotaggio volte a mandare in frantumi l’economia agricola collettiva e lo Stato sovietico tutto, alla faccia dei tanto pubblicizzati storici “revisionisti”, sempre pronti a brandire in funzione antistaliniana ed antisovietica la memorialistica falsa e tendenziosa di pseudo-testimoni, nonché la pamphlettistica d’accatto di pennivendoli al servizio degli apparati spionistici del mondo capitalista.
Scendendo nel dettaglio, veniamo a sapere che in 245 kolkhoz ucraini, nelle Regioni di Vinnitsa, Kharkov, Dnepropetrovsk, nonché nella Repubblica socialista sovietica autonoma moldava, su 264 economi, ragionieri e revisori sottoposti a verifica, 60 erano ex-kulaki o discendenti di kulaki, 25 erano compresi nel novero degli ex (ex?) seguaci del fascista Petljura, 25 appartenevano a sette religiose o ad ambienti clericali, 9 avevano ingrossato, in passato, le fila degli ufficiali e dei funzionari zaristi, 7 erano ex-soldati delle armate bianche o appartenenti a bande controrivoluzionarie, 8 erano elementi schedati nei casellari penali, 27 avevano subito condanne a vario titolo e in diversi periodi. Molti economi, contabili e revisori dei conti agivano in diretto collegamento coi kulaki, orchestrando sistematici sabotaggi, sperperi di risorse collettive preziose, fino al dissesto dei kolkhoz nei quali lavoravano, al termine del quale c’era chi ne usciva con le tasche piene e chi ne usciva, invece, rovinato (i più). Kharkov, Vinnycja, Kharkov… non erano e non sono, forse, gli stessi luoghi da sempre indicati, dalla mendace propaganda holodomorista, come luoghi di tremende carestie e privazioni, di tragedie da film horror da addebitare tutte ai trinariciuti bolscevichi, affamatori e dispotici, nel periodo 1932-33? Come sempre, le donne di strada debbono dare delle prostitute a quelle oneste per passare da pulite! Se in quelle terre, negli anni sopra menzionati, vi furono difficoltà alimentari, di produzione ed approvvigionamento di derrate agricole, ciò avvenne non certo per l’azione decisa dei comunisti i quali, stroncando le trame controrivoluzionarie, salvarono anzi il Paese dalla fame vera e dal tracollo, ma per l’opera subdola e viscida dei nemici del popolo annidati e infiltrati ovunque, a partire dalle aziende agricole. Essi, unitamente all’influenza di calamità naturali e fenomeni climatici avversi, non prevedibili né del tutto arginabili, tentarono nel 1930-33 di dare la spallata al potere degli operai e dei contadini e, non riuscendovi, anzi venendo scoperti, sparsero a macchia d’olio le loro menzogne su carestie mai avvenute e su tragedie esistenti solo nelle loro menti perverse. Dove più forti furono il controllo, la vigilanza operaia e contadina contro i sabotatori, dove più rilevanti furono i successi della lotta di classe contro gli elementi controrivoluzionari, tanto più velenose, macroscopiche e grottesche furono le invenzioni e le menzogne dei circoli colpiti dalla spada implacabile del potere sovietico.
Anche lontano da questi “epicentri”, nelle Repubbliche e nei territori dell’Asia centrale, la lotta non fu di poco conto e le situazioni venute alla luce grazie all’indagine promossa congiuntamente dagli organi di sicurezza, dal Partito, dagli organismi istituzionali centrali e periferici dell’URSS, dai tribunali, furono assai eloquenti: in Uzbekistan, ad esempio, su 100 contabili sottoposti a verifica e controllo in 97 kolkhoz di 30 Rajon, 83 appartenevano ai vecchi ceti feudali-capitalistico-clericali. Tra questi, 5 erano ex-kulaki, 28 figli di ex-kulaki, 10 ex-mercanti e sensali, 6 ex-ministri del culto, 13 figli di ministri del culto. Solo 17 ragionieri, economi e revisori su 83 erano di estrazione operaia e contadina. Nella Regione di Ivanovo, il 39% dei contabili e dei quadri amministrativi dei kolkhoz appartenevano agli ambienti socialmente ostili al potere sovietico e il 16% manifestava disarmante impreparazione teorica e tecnica, così da spianare la strada alle malversazioni ed alle ruberie dei più “esperti”. Lo spartito della musica non era granchè diverso nella Regione di Kirov, presso la quale, nel Distretto di Vozhgalsk, su 11 contabili sottoposti a controlli, 7 risultarono esser figli di kulaki e mercanti, 2 erano ex-impiegati perseguiti, dopo la Rivoluzione, per appropriazione indebita e corruzione, mentre gli altri due provenivano dallo strato sociale dei contadini medi, ma la loro origine non era di per sé una garanzia: infatti, uno era stato condannato per l’incendio doloso degli essiccatoi di un kolkhoz, l’altro era stato invece processato e condannato per il sabotaggio delle semine, atto riprovevole che, in varie parti dell’URSS, determinò situazioni di pesante difficoltà al popolo onesto e laborioso. Al termine dell’indagine, vennero allontanate decine di individui dagli organismi contabili, gestionali ed amministrativi dei kolkhoz e 20 contabili, colpevoli di abusi, malversazioni, corruttele, sabotaggi, furono denunciati ed arrestati. Si voltò pagina, con tutti i conseguenti positivi riflessi sulla stabilità economico–patrimoniale delle aziende agricole collettive: non si sentì più parlare di paghe non corrisposte ad agricoltori e braccianti, di accantonamenti ingiustificati che privavano i kolkhoz di risorse vitali per le gestioni correnti, di semine ritardate deliberatamente, di inspiegabili ammanchi, di incendi dolosi, di morie ingiustificate di bestiame. Non tutto andò a posto subito e ovunque, certo (in quale luogo della Terra e in quale ambito della vita associata domina la perfezione?), ma il quadro economico dei kolkhoz migliorò rapidamente in ogni angolo dell’URSS, fino a raggiungere livelli ottimali verso la fine degli anni ’30. Verso la fine del 1937, si contarono in URSS 243700 kolkhoz, con dentro 18500000 aziende contadine, ovvero il 99,1% di tutte le aree coltivate. Possiamo altresì vedere come nel 1930 vi fossero, in tutta l’URSS, 31100 trattori, diventati appena due anni dopo 74800 e nel 1937 ben 365800.
La grandezza del potere sovietico rifulse non solo nella prontezza con la quale vennero stanati i sabotatori, i delinquenti, i parassiti, i disonesti travestiti nei nobili panni del contabile, ma anche e soprattutto nell’intelligenza con la quale il problema venne affrontato e risolto. Contro l’estremismo ed il settarismo di precisi ambienti del Partito e dello Stato, i quali identificavano frettolosamente e ingiustamente ogni contabile, revisore, economo in un nemico di classe, e contro il lassismo di altri settori, ingenui quando non collusi e complici, i quali peroravano la linea della tolleranza sempre e comunque, la linea maggioritaria nel Partito e negli organismi istituzionali seppe scegliere la via giusta: quella del rigore, manifestatosi in un sano repulisti di elementi infidi o criminali, abbinato alla selezione ed alla promozione di quadri contabili ed amministrativi di provenienza sì borghese o feudale, ma onesti, scrupolosi e leali. In questo modo, gli agenti del caos e dell’eversione furono messi alle corde, privati del teatro nel quale attuare le loro malefatte, mentre le figure positive e costruttive furono fidelizzate, guadagnate stabilmente alla causa del socialismo. Parallelamente a ciò, si investì molto nella formazione di nuovi contabili esperti di schietta estrazione operaia e contadina, facendo piazza pulita di quell’impreparazione generale, di quelle deboli e frammentarie nozioni da computista dell’abaco, sulle quali avevano giocato e costruito le loro fortune i più “esperti” contabili nemici del potere sovietico, pronti ogni volta a sorridere col loro ghigno beffardo di coloro i quali, onesti ma sprovveduti, cercavano di districarsi disperatamente tra partite doppie, coefficienti di ammortamento, accantonamenti. Sorse autorevole, ben istruita ed addestrata, nonché strettamente legata alla causa del proletariato rivoluzionario, una nuova leva di ragionieri, revisori, economi delle aziende collettive, i cui successi rappresentarono un vanto per tutto l’immenso Paese dei Soviet. Gli operai e i contadini sapevano, nella loro stragrande maggioranza formata da individui maturi e coscienti, che il contabile non era un nemico, ma un insostituibile alleato nella difesa e nella valorizzazione della proprietà socialista, un presidio fondamentale contro i furti, le azioni economicamente nocive, le gestioni antieconomiche. Ancora oggi, solo per fare un esempio, si rimane incantati ed ammirati nel constatare come, in URSS, qualsiasi bene fosse, almeno fino alle controriforme gorbacioviane, scrupolosamente censito, inventariato, descritto, dai grandi, avveniristici macchinari agricoli ed industriali, fino ai più banali soprammobili. E’ questo un piccolo indice di come, in URSS, accanto agli operai e contadini, operò per lungo tempo un apparato contabile di prima qualità. Anche grazie a quell’apparato, il socialismo uscì vittorioso negli anni ’30 e poté veder dissolversi, sotto i caldi raggi del Sol dell’avvenire, tra le messi rigogliose dei campi estesi a perdita d’occhio, il ghigno perfido dei nemici del popolo.Nota.
Il documento analizzato e descritto nel presente articolo è reperibile a questo indirizzo
Per le vicende dei kolkhoz e dei sovkhoz, per l’analisi della loro consistenza economica e patrimoniale, per i progressi nel campo della meccanizzazione dell’agricoltura, è utile consultare il secondo volume di “Lineamenti di storia dell’URSS” (Edizioni Progress, Mosca, 1982, in italiano).

L’economia della Russia emerge più forte dalle sanzioni

Jon Hellevig Russia Insider 29/6/2017Secondo una relazione speciale di Russia Insider sull’economia russa, commissionata dall’impresa di Mosca Awara Accounting, l’economia russa si è ripresa con successo dal doppio shock delle sanzioni occidentali e del prezzo del petrolio nel 2014. Nei tre anni di sanzioni, il PIL russo ha perso solo il 2,3%, ma una forte performance nel 2017 promette d’invertire le perdite in un solo anno con una crescita del PIL attesa del 2-3%. La produzione industriale è rimasta stabile dal 2014 al 2016, ed è aumentata il 5 maggio con una crescita del 5,3%. La sorprendente forza dell’economia si contrappone a un’altra significativa diminuzione della quota di petrolio e gas nell’economia nazionale. La relazione dimostra che la quota di petrolio e gas nel PIL è scesa al di sotto del 10% (2015). La stessa tendenza è sostenuta dai dati relativi alle entrate del bilancio del Paese, poiché le entrate relative all’energia sono ora il 17% (2016). Il rapporto sottolinea che è quindi tempo di mettere da parte il meme della presunta dipendenza dagli idrocarburi della Russia. Il rapporto completo di Awara dal titolo Ciò che non uccide rende più forti – l’economia russa nel 2014 – 2016, gli anni delle sanzioni sono accessibili qui.

Le finanze pubbliche della Russia restano solide
Tra gli altri risultati fondamentali, la relazione mostra che la crisi del debito prevista dagli esperti occidentali non è riuscita a materializzarsi. Le riserve della Banca Centrale sono rimaste intatte (attualmente circa 400 miliardi di dollari) ed anche i fondi sovrani. Il disavanzo di bilancio non è mai sceso al di sotto del -3,9%, mentre il bilancio si è equilibrato nel primo trimestre del 2017 dato che la raccolta fiscale è salita. L’inflazione è scesa al 4%, mentre la disoccupazione è rimasta al 5% in questi anni di sanzioni. I soli dati chiaramente negativi riguardano reddito e consumo delle persone: stipendi, redditi disponibili e consumo sono scesi del 10% e le vendite al dettaglio hanno registrato un calo totale del 12,9% in tre anni. Tuttavia, gli indicatori demografici contrastano su ciò, con la tendenza al benessere della popolazione. La maggior parte dei principali indicatori demografici ora sono i migliori di sempre. Nascite e decessi hanno raggiunto la quasi parità e la popolazione russa è pari a 146,8 milioni, raggiungendo il massimo di tutti i tempi recenti.

Nel 2014 – 2016, non si tratta dei soliti affari, ma di guerra
I media imprenditoriali occidentali ora senza dubbio ammettono che l’economia russa si sia ripresa, ma ancora vogliono denigrarne il successo parlando di “crescita anemica” o “lenta”. Fingono di perdere il punto che le sanzioni erano volte a schiacciare l’economia russa e sprofondare il Paese nella disoccupazione di massa e nel caos, preparando il cambio di regime. Secondo tutti gli esperti occidentali, almeno il crollo drammatico del prezzo del petrolio doveva finire l’economia russa. In sostanza, le sanzioni sono un atto di guerra. Considerando questo sfondo, i principali obiettivi strategici dei concorrenti geopolitici della Russia e gli effetti previsti, non è il caso di parlare di nonsense anemico. Pensiamo che l’occasione sia piuttosto adatta a dichiarare vittoria. Oltre a una certa stretta sui consumatori, nulla è stato ottenuto, non c’è stato alcun danno serio alla struttura economica della Russia. Non solo non s’è concluso nulla, ma la Russia ha dimostrato la giustezza della massima di Nietzsche: quello che non ci uccide ci rende più forti. Sì, la Russia è emersa più forte che mai dopo questi tre anni di difesa economica. Ora raggiunge il ruolo inedito di quadruplice superpotenza: industriale, agricola, militare e geopolitica. Ora la Russia ha l’economia più autosufficiente e diversificata del mondo e capace di produrre qualsiasi cosa. E la Russia ora per la prima volta nella storia ha l’autosufficienza alimentare e contemporaneamente esporta più cibo che mai.

I leader dei G7 si scavano la tomba, non avendo potuto distruggere l’economia russa

La Russia è ora l’economia più diversificata del mondo
La relazione mostra che lungi dall’essere una “stazione di servizio mascherata da Paese”, come afferma la propaganda, la Russia ora gestisce l’economia più diversificata del mondo. La Russia emerge da potenza industriale dalla notevole diversificazione economica. È vero, le esportazioni rimangono relativamente non diversificate, ma la produzione interna è altamente diversificata e il Paese è praticamente autosufficiente. La denuncia ampiamente diffusa che la Russia sembra non modernizzare e diversificare la propria economia fu diffusa con false dichiarazioni, e relazioni sprezzanti, sulla quota sproporzionata di petrolio e gas di PIL ed entrate fiscali, e soprattutto sul fatto che petrolio e gas dominano le esportazioni. Ma la cosa è che, mentre è vero che le esportazioni della Russia rimangono relativamente non diversificate, va anche considerato che le importazioni della Russia sono le più basse al mondo rispetto al PIL. Ciò significa che, mentre la Russia importa l’essenziale, produce la maggior parte di ciò che viene consumato e investito nel Paese.Il rapporto sostiene il fallimento dalle proporzioni epiche degli “esperti” che affermano che l’economia della Russia non è diversificata solo perché le esportazioni (componente relativamente piccola dell’economia) non sono diversificate. Se tali esperti non fossero così pigri, avrebbero anche guardato l’altro lato dell’equazione, importazioni e produzione nazionale. Per maggiori dettagli, si rimanda allo studio completo, disponibile qui.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bollicine e Leninismo: Storia dello champagne sovietico

Luca BaldelliIl socialismo reale, nella sua epopea di liberazione, trasformazione sociale, emancipazione, promozione della dignità umana a tutti i livelli e in tutti i campi del vivere associato, non è stata né una gigantesca caserma con i fortini posti a presidiare quasi ogni angolo dell’Eurasia, né un universo dove il grigiore, lo squallore, l’appiattimento e la routine spersonalizzante dei rituali ideologici rappresentavano la nota dominante del panorama. Questo è vero solo nelle narrazioni fantasiose, infamanti, denigratorie, di tutta una schiera di rinnegati, professionisti dell’anticomunismo, convertiti “sulla via di Damasco”, corifei della borghesia proprietaria dei media del “mondo libero”, i quali trovano la loro massima espressione di libertà nel servire i loro padroni da sinistra e da destra, passando per il centro. Nella realtà dei fatti, il microcosmo del “socialismo reale” (quello “irreale”, dei trotskisti e dei “comunisti libertari”, non si è mai capito cosa sia) è stato sempre contraddistinto da vitalità, mobilitazione delle migliori energie, lotta nobile ed eroica, sull’arena della storia e dei rapporti sociali concreti, per affermare una nuova società di liberi ed eguali, mondata dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dalla ricerca del profitto come elemento centrale della dinamica economica. In questo panorama, tutto, dal “macro” al “micro”, è stato percorso dal fermento, dall’innovazione, dalla volontà pionieristica di costruire un nuovo ordine a misura d’uomo. L’esperienza dello “champagne sovietico” è una dimostrazione chiara, evidente, di tutto ciò.
Il 26 agosto 1923, il Comitato Centrale Esecutivo ed il Consiglio dei Commissari del Popolo dell’URSS, cancellarono la legislazione anti–alcoolica allora vigente, di netto stampo proibizionistico, per virare in direzione di una nuova linea, più matura, efficace e razionale, in virtù della quale l’URSS evitò l’esplosione del mercato nero verificatasi negli USA in quello stesso periodo: questo nuovo corso s’incentrò sulla tutela del patrimonio vitivinicolo nazionale, concentrato in poche regioni, quelle a clima più mite, sulla difesa della tradizione della distillazione della vodka, il tutto accompagnato dalla promozione di una cultura del bere consapevole, basato sulla morigeratezza, su stili di vita sobri, lontani da ogni eccesso. In questo contesto di rilancio della produzione di bevande alcooliche, Aleksej Rykov, Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo (Primo Ministro) dell’URSS, lanciò a tutto il Paese, alle sue migliori energie, ai suoi più acuti ingegni, il guanto di una sfida destinata ad essere vinta oltre ogni più rosea previsione: bisognava creare un vino spumante destinato a raggiungere le più vaste masse, quindi preparato a prezzi remunerativi per i produttori ma, anche e soprattutto, a prezzi al consumo accessibili ai più. I raggi del Sol dell’Avvenire avrebbero dovuto brillare non più soltanto dei bagliori e delle scintille prodotti nelle operose fucine metallurgiche e metalmeccaniche dei moderni Efesto del nuovo mondo socialista, non più soltanto dei vivissimi e mai sopiti fuochi degli altiforni, ma anche delle frizzanti bollicine ristoratrici di una nuova bevanda, concepita non per stordire, ma per rinfrancare e ritemprare. Un novello nettare corposo, gradevole al palato, ad un tempo economico e di qualità. Gli economisti, i contadini individuali e associati in cooperative, i viticoltori, gli scienziati, gli enologi, gli amatori, tutti assieme, coralmente, in un compatto sodalizio che solo in un Paese socialista era possibile, lavorarono con impegno al concepimento di questo “ritrovato”, compulsando vecchi tomi polverosi, moderni trattati, valorizzando recenti acquisizioni, operando una certosina ricognizione del patrimonio di saperi tramandato e carsicamente inabissatosi sotto il manto ribelle, sconnesso e accidentato dello sviluppo storico, del mutamento dei costumi, dell’avvicendarsi febbrile di mode e morali.
A supervisionare l’alacre operato di quest’affiatatissima squadra, pervasa da pionieristico entusiasmo, stava un pezzo da novanta del mondo della scienza russa e sovietica: Anton Mikhajlovich Frolov–Bagreev (1877–1953), chimico, enologo e ricercatore, uomo amabilissimo, generoso e per nulla prigioniero di vecchi pregiudizi castali, lontano anni luce da spocchie pseudo–accademiche, eclettico come pochi (era anche poeta e pittore). Formatosi in epoca zarista, Frolov–Bagreev aveva sempre nutrito una vibrante passione per la lotta contro gli oppressori e i loro soprusi: nel 1905 era stato licenziato da un’azienda, per aver preso parte ai fermenti rivoluzionari, a fianco dei contadini sfruttati dagli insaziabili proprietari terrieri e dalla burocrazia statale, nel Distretto di Abrau–Djurso, situato nelle pittoresca cornice del Caucaso del Nord. Con l’avvento della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, Frolov–Bagreev prese subito le parti del nuovo potere sovietico, nel quale vide, a ragione, la premessa fondamentale per un rilancio pieno della sua attività scientifica, libera da costrizione e da ricatti. Nel 1923, lo scienziato intraprese dei viaggi in Germania ed in Francia per verificare sul campo i più recenti metodi di vinificazione. In Russia, e poi in URSS, si era giunti a buoni livelli, anche oltre quelli conquistati in occidente, ma la curiosità, la sete di confronto, la voglia di vedere “nuovi mondi e nuove terre” erano assai vive. Per l’homo sovieticus, checché ne abbiano scritto gli apologeti della reazione, la chiusura verso il mondo esterno era una categoria inesistente del pensare e dell’agire, al pari della sudditanza verso lo straniero e le sue borie. Tutto veniva conosciuto, sperimentato, filtrato, attraverso il prisma della consapevolezza della propria forza e in base ai propri legittimi interessi, in una visione imperniata sullo scambio di saperi ed esperienze, non sull’imposizione di criteri erroneamente giudicati infallibili da questo o quello. Nel 1924, a Novocerkassk, nelle vicinanze di Rostov sul Don, venne allestito, sotto l’egida di Frolov–Bagreev, un laboratorio destinato a rivoluzionare la scienza e la filiera vitivinicola. Nel 1936, lo stesso scienziato divenne membro dell’Accademia delle Scienze Agrarie, compiendo gli ultimi viaggi in Germania, Francia e Italia. Specie negli ultimi due Paesi, le miti e propizie condizioni climatiche avevano fatto sì che, storicamente, i vini diventassero, tutti assieme, una voce importante dell’economia, oltre che una cultura ricca e diffusa. In URSS, la situazione ambientale era, ovviamente, di netto svantaggio, da questo punto di vista; eppure, partendo da tale innegabile dato, il Paese dei Soviet, facendo leva sulle sue eccellenze, sulle limitate risorse materiali esistenti in questo campo, riuscì a salire sul podio dei più apprezzati produttori mondiali di vini e liquori. Dopo anni ed anni di studi, esperimenti, scambi culturali e scientifici, il 28 luglio del 1936 il Politburo del VK(b)P esaminò ed approvò, portandola poi sul tavolo del Consiglio dei Commissari del Popolo per il decisivo passaggio di verifica, integrazione e votazione finale istituzionale, la risoluzione denominata “Sulla produzione dello champagne sovietico, dei dessert e dei vini da tavola”. Con tale provvedimento, si intese colmare un gap pesante, ovvero la scarsa produzione di vini da tavola e spumanti in un Paese contraddistinto da una benessere sempre maggiore della masse popolari, da una loro sempre più forte capacità di spesa, incomparabilmente superiore a quella dei lavoratori del mondo capitalistico–borghese decadente e pronto a scatenare guerre in ogni dove, pur di salvare se stesso dall’abisso, con i plutocrati morbosamente attaccati ai loro averi, costruiti sul più bieco sfruttamento.
L’anno scelto per l’entrata in vigore della risoluzione fu, in questo senso, quantomai azzeccato: nel 1935 era stato abolito il razionamento su tutti i generi alimentari prima contingentati e, quindi, il popolo sovietico, sempre più benestante, poteva ormai spendere nella rete commerciale statale e cooperativa, senza restrizioni, il frutto del proprio lavoro, in forma di stipendi o di risparmi accantonati negli anni dei sacrifici necessari al decollo della pianificazione quinquennale. Leggi e risoluzioni, in URSS, contrariamente a quanto avveniva ed avviene nei Paesi capitalisti, con ricorrente frequenza o sistematicamente, non rimanevano sulla carta, ma diventavano subito effettive. Infatti, nel 1937, le grandi cantine dell’area di Rostov sul Don, poi razionalmente aggregate nel Kombinat di Rostov per la produzione di vini e spumanti, produssero la bottiglia numero 1 dello “champagne sovietico”. Un evento storico memorabile, reso possibile da anni di studi, dall’efficacia della pianificazione economica, dall’elevamento degli standard tecnici in tutto il Paese e, in subordine, all’importazione di tecnologie innovative esistenti nella disponibilità della Società francese “Shossepe”. Sottolineo in subordine, in quanto l’URSS già aveva messo a punto, autonomamente, tutta una filiera di macchinari e processi produttivi rivoluzionari, i quali rappresentarono il 90% del successo. D’altronde, non sembri paradossale, gli apparati spionistici di Parigi (e su questo bisognerebbe indagare e scrivere…. avevano garantito alla Francia stessa, Patria dello champagne, l’elevamento dei criteri qualitativi e dei procedimenti, a partire dalle innovazioni messe a punto in Bessarabia da Frolov–Bagreev fin dal 1914/15. Qui, infatti, il geniale e poliedrico scienziato aveva notevolmente migliorato il metodo di vinificazione “Akratofor” (dal greco akratophoros, “vaso di vino puro”). Il metodo “Akratofor”, così come messo a punto da Frolov–Bagreev, differiva sia dall’antico “Metodo Champenois” (diffuso a partire dal ‘600), sia dal “Metodo Martinotti–Charmat”, brevettato attorno al 1910 e fondato sulla seconda fermentazione del vino in capienti contenitori pressurizzati, denominati “autoclavi”. Il metodo russo-sovietico prevedeva un dispositivo formato da dei cilindri d’acciaio con capacità media di 5/10000 litri, con due parti collegate mediante flange a fondo sferico, funzionanti con un sistema di coperchi. Nella parte interna dei cilindri, smaltata, vi erano tre camere di raffreddamento diversamente regolate. La fermentazione secondaria durava 25-27 giorni, dopodiché la pressione veniva ridotta fino ad un valore di 5 atmosfere. Il prodotto finale, conservato per un certo periodo di tempo al freddo, veniva poi imbottigliato attraverso un sottile filtro, con la necessaria pressione dell’anidride carbonica a generare le bollicine. L’intero processo, complessivamente, durava circa un mese.
Nel 1939, un ulteriore salto di qualità: nelle cantine di Gorkij furono installate ben 22 apparecchiature funzionanti in base alle coordinate del Metodo Frolov–Bagreev, con notevole abbattimento della percentuale di materia prima scartata e perduta.
Nel 1940, solo presso gli impianti industriali di Rostov sul Don (RSFSR), Kharkov (Ucraina ) e Avchalakh (Georgia), furono prodotte 3800000 bottiglie di champagne sovietico (8000000 in tutto il Paese). Numeri assolutamente eccezionali, visti i tempi, le priorità di investimento (si avvicinava la guerra voluta dagli imperialisti borghesi e nazifascisti), la rapidità di approntamento della base tecnico–materiale necessaria all’avvio dei processi produttivi. Questo prodigio assicurò a Frolov–Bagreev, nel 1942, il “Premio Stalin”. Il grande Segretario generale del VK(b)P, guida solida e sicura dell’URSS, non aveva mai nascosto, del resto, la sua attenzione per lo “champagne sovietico”: “Stalin, disse nel 1936 Anastas Mikojan, Commissario del Popolo per l’Industria alimentare, tiene sotto la sua attenzione tutte le grandi questioni dell’economia nazionale, ma non dimentica le piccole cose, perché anche queste hanno il loro peso. Gli stakanovisti, gli ingegneri, i lavoratori, oggi guadagnano un sacco di soldi e, se si intende produrre champagne, lo si può fare, non è più un sogno, bensì un segno del benessere materiale, della prosperità del nostro Paese”.
In URSS, i criteri qualitativi delle produzioni non erano, come nel mondo capitalista, delle prescrizioni esistenti solo sulla carta, variabili dipendenti dal volume dei profitti. Spumanti prodotti a partire da dozzinali cartine, spacciati per nettari di pregiatissime uve, non esistevano in URSS. Tutto era genuino, rigorosamente controllato, verificato. Le uve coltivate in Moldavia, Ucraina, Georgia e Asia Centrale venivano colte raggiunta la piena maturità, mentre nella produzione dello champagne venivano scrupolosamente rispettati parametri quali il contenuto di zuccheri (16–19%) e l’acidità titolabile (8–11g/l). L’imbottigliamento avveniva con tappi speciali di corteccia e, più tardi, di polietilene.
Nel dopoguerra, l’industria dello “champagne sovietico” conobbe una vera e propria esplosione, con il contributo qualificato ed attento di un altro scienziato e studioso di eccelso valore: il Professor G. G. Agabeljants (1904– 1967), vincitore del Premio Lenin nel 1961 assieme ad A. A. Merzhanian e S. A. Brusilov, attivi anch’essi nel ramo enologico. Agabeljants concepì un nuovo sistema, denominato “a flusso continuo”, in virtù del quale il processo di fermentazione non si svolgeva nel chiuso dei vecchi recipienti, ma in 7/8 contenitori sottoposti a pressione costante. Introdotto nel 1954 nel ramo industriale, il metodo “a flusso continuo” consentì di ridurre del 20% il prezzo di vendita di ogni bottiglia di “champagne sovietico”, mentre il prodotto diventò, in virtù dei nuovi accorgimenti, più frizzante, spumoso e gradevole al palato. I primi impianti industriali, organizzati secondo il criterio del flusso in continuo, furono quelli di Mosca e di Leningrado. I dati sulla produzione parlano da soli: nel 1970, 30/40 fabbriche esistenti su tutto il territorio nazionale, produssero 249 milioni di bottiglie di “champagne sovietico”. In pratica, una bottiglia per ogni cittadino, neonati e bambini compresi. Il prezzo di vendita si mantenne sostanzialmente costante fino al 1990, in rapporto all’evoluzione degli stipendi e dei salari: una bottiglia costava, in media, 4,37 rubli (200 rubli lo stipendio mensile medio, ognuno può fare i suoi conti…) In tutto il mondo, il prestigio e la fama dello “champagne sovietico” (sia dolce che secco) si diffusero a dismisura, tanto che non risultano esagerate e ampollosamente retoriche, bensì ampiamente realistiche, le entusiastiche parole dell’esperto Aram Pirizjan: “Nel nostro Paese abbiamo sviluppato le tecnologie più avanzate al mondo nella produzione dello champagne. Un certo numero di Paesi occidentali (Francia, Germania, Spagna) ha acquistato le licenze per la produzione dello champagne secondo il nostro metodo, concepito da esperti nazionali, mentre in altri Paesi (la stessa Francia, Jugoslavia, Bulgaria) sono state costruite industrie di vini spumanti a partire da nostri progetti”. Basti pensare al fatto, di per sé eloquente, che nel 1975 “Moet”, il più celebre produttore francese, acquistò licenze per la produzione di champagne secondo il metodo sovietico. I francesi, grazie al “sovetskij champagne”, riuscirono ad ingannare anche i più raffinati ed eruditi palati, risparmiando notevoli quantità di denaro nella commercializzazione di milioni e milioni di bottiglie.
Negli anni ’80, la deleteria campagna “per la sobrietà” varata da Gorbaciov (in realtà, fu una campagna mirata alla distruzione dell’economia nazionale, ben diversa dalle efficaci e mirate misure adottate nel 1981-83 da Breznev e Andropov) portò alla distruzione di un numero imprecisato di vigneti: la produzione di champagne declinò in maniera impressionante, rimpiazzata, in parte, in ossequio al disegno gorbacioviano di colonizzazione dell’economia, da prodotti d’importazione spesso scadenti, adulterati, pessimi nel gusto. Su questo periodo finale della storia sovietica non si spenderanno mai abbastanza parole di condanna e biasimo, ma… per limitarci in maniera salutare agli anni fino al 1985, e non rovinarci il fegato ben più di quanto non possano smodate bevute, possiamo ben dire, tracciando un bilancio obiettivo e disincantato, che l’epopea eroica dello “champagne sovietico “fu resa possibile grazie all’alto livello di progresso scientifico, tecnico e materiale conseguito dall’URSS attraverso la pianificazione quinquennale. Questa mise il Paese dei Soviet su un piede di parità e non, come insistono a sostenere certi pseudo-studiosi, in posizione ancillare rispetto alle potenze capitaliste dell’occidente. L’URSS non aveva bisogno di nulla, non doveva andare ad elemosinare nulla e, se di qualcosa non disponeva, ciò che dava in cambio per averla era nettamente superiore a quanto riceveva. Dimenticare questa verità significa non solo ignorare la storia dell’URSS, o fingere di ignorarla, ma anche e soprattutto negare all’umanità progressista la possibilità di sperare ancora, per la salvezza di un mondo sempre più in rovina, nel rilancio di quell’enorme potenziale scientifico e tecnico, mai del tutto smantellato, anzi oggi in ripresa, il quale potrebbe dare senz’altro risposte preziose alla crisi planetaria che stiamo vivendo.Riferimenti bibliografici e sitografici:
Kommersant
Sparkling Union

Analisi climatologica dell’agricoltura sovietica. Un miracolo geografico ed economico

Luca Baldelli

climatedependenceQuante volte abbiamo sentito tuonare dai pulpiti del capitalismo circa l’“arretratezza “ dell’agricoltura sovietica, la sua bassa produttività, il carattere antieconomico dell’economia agricola dell’Urss in genere? Sembra assurdo, ma la propaganda capitalistico–borghese è riuscita a spacciare per insuccesso quello che è e resta uno dei progressi più imponenti e sorprendenti registrati nella storia dell’umanità: l’affermazione, nei confini dell’URSS, di una moderna produzione di derrate alimentari, a partire dal grano e dalla segale, con il superamento di una secolare arretratezza, di residui feudali e parassitari, con la sconfitta di sabotatori, avidi incettatori e nemici dell’alleanza tra classe operaia e contadina. La collettivizzazione delle terre, avviata su base volontaria, con un ciclopico, corale sforzo di tutto il popolo sovietico, ha costituito uno dei capitoli più eroici della lotta della classi subalterne per la loro emancipazione e, sia pure non esente da problemi, errori, eccessi di speranza, ostacoli frapposti dai fautori del vecchio ordine reazionario (si vedano quei potenti affreschi che sono le opere letterarie “Placido Don” e “Terre vergini” di Sholokov) garantì a quasi duecento milioni di persone, negli anni ’30, il nutrimento necessario, in misura largamente superiore, quantitativamente e qualitativamente, rispetto a qualsiasi altra parte del mondo. Successivamente, negli anni ’60 e ’70, vi furono errori imputabili a Krusciov (il depotenziamento di kolchoz e sovkhoz, la disorganizzazione delle Stazioni di macchine e trattori, le leggendarie STM), poi, corretti quegli errori, si registrarono anni con importazioni anche massicce di grano dai Paesi capitalisti, importazioni che si pretese di far assurgere a simboli di inefficienza, vulnerabilità, crisi del sistema agricolo sovietico. Montature indegne e infondate, ripetute e amplificate dalla grancassa della propaganda e mai corredate né di analisi tecniche sul flusso delle esportazioni sovietiche di derrate alimentari in anni normali (sempre copioso), né di un’analisi climatologica del territorio sovietico. Su questo secondo aspetto, se scarso è stato il contributo di approfondimento e conoscenza sul fronte borghese, altrettanta disattenzione si è avuta in seno al movimento marxista, forse in ossequio ad un malinteso baconismo, ad un positivismo acritico permeato della prometeica illusione di dominare la Natura in ogni suo aspetto piegandola, sempre e comunque, all’esigenza di costruire una nuova società, anche a dispetto di insormontabili aspetti legati a posizione geografica, clima, densità abitativa, aspetti che non pregiudicano certo il raggiungimento di quell’obiettivo, ma ne spiegano, in ogni caso, le dinamiche contrastanti e le difficoltà. Una felice eccezione, in questo contesto, è rappresentata da uno studio, poco o nulla conosciuto, del sovietico Nikolaj M. Dronin e dello statunitense Edward G. Bellinger, pubblicato dalla “ Central European University Press” di Budapest nel 2005: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900–1990” (“Dipendenza climatica e problemi alimentari in Russia 1900 – 1990”). Tale testo ci si è ben guardati dal tradurlo e dal farlo conoscere e si può ben capire perché, in fondo: partendo da un approccio tutt’altro che ideologico, esso fa ben comprendere come l’agricoltura sovietica, scontando un differenziale negativo in termini di condizioni di partenza, naturali e di sviluppo complessivo, abbia garantito alla Nazione successi prodigiosi in assoluto e relativamente ad altri contesti socio–economici.
Bellinger e Dronin sottolineano come Wladimir Koppen (1846 – 1940), geografo, botanico e climatologo tedesco, nato in Russia, mise in evidenza, nei suoi lavori, quanto l’URSS, rispetto agli USA, fosse penalizzata dal punto di vista climatico, premessa questa necessaria, imprescindibile, per comprendere le dinamiche delle varie produzioni agricole.
L’URSS, infatti, presentava un clima “umido–continentale”, caratterizzato dalla presenza di precipitazioni, non abbondantissime, per tutto l’arco dell’anno, con estati calde e inverni rigidissimi. I caratteri più marcati e avvertibili di questo profilo climatico interessavano il 31% della superficie dell’URSS, con temperature e situazioni assimilabili a quelle dell’Alaska. Negli USA, invece, prevaleva (e prevale) un clima di tipo “umido–temperato”, con piogge distribuite lungo tutto il corso dell’anno, estati calde e inverni miti. Questo clima si avverte, in maniera particolare, nel 34% della superficie degli USA, ma solo nello 0,5% della superficie sovietica (nella fattispecie, l’area del Mar Nero). Il clima statunitense è ideale per l’agricoltura, mentre quello sovietico è il peggiore immaginabile, quello che pone più problemi e difficoltà nella pianificazione e realizzazione di un’economia agricola solida e diversificata. L’80% del territorio sovietico si trovava in condizioni ambientali sfavorevoli al normale sviluppo dell’agricoltura, contro il 19% del territorio statunitense. Le condizioni climatiche migliori, più favorevoli in assoluto, allo sviluppo dell’agricoltura, si riscontravano nel 32% del territorio statunitense, ma solo nel 4% di quello sovietico. Insomma, in URSS solo il 4% del territorio era pienamente adatto, dal punto di vista climatico, alle attività agricole, mentre l’80% era sfavorevole e il 16% si trovava “a cavallo” tra i due estremi. L’URSS era nettamente penalizzata anche rispetto all’umidità e alle precipitazioni: non aveva estese aree umide, paragonabili alle regioni statunitensi dell’Est, del Sud–Est e del Nord–Ovest, che subiscono il positivo influsso delle correnti oceaniche, in assenza di barriere naturali. La media delle precipitazioni negli USA era, negli anni ’60, ’70 e ’80, di 782mm, mentre il dato riferito all’URSS era di appena 490mm.
Se si allarga l’angolo di osservazione all’interazione tra condizioni ottimali di temperatura, precipitazioni e ventilazione, allora si scopre che solo l’1,4% della terra coltivabile a cereali, in URSS, era situata nel punto di congiunzione più favorevole tra questi fattori, mentre negli USA la percentuale corrispondente era del 56%. In URSS, i 4/5 delle terre disponibili erano a rischio agricolo, mentre negli USA solo 1/5 delle terre ricadeva in quella classificazione. La stagione adatta alla crescita dei raccolti poi, durava (e dura) 260 – 300 giorni negli USA, ma solo 130–160 nelle Terre Nere (il fertile cernozem, ricco di sostanza organica), 110 – 130 nelle Regioni centrali della Russia europea, 165–200 nel Caucaso del Nord e nel bacino del Volga, 115–130 nella Siberia occidentale, meno di 110 nella Regione di Arkhangelsk.
Il grano era la coltura prevalente nell’URSS (occupava più del 50% delle terre disponibili), mentre negli USA prevaleva il mais. Ora, il grano è più vulnerabile al clima e all’acidità del suolo rispetto ad altri cereali; in più è coltivato solo nelle aree più adatte climaticamente. Il grano invernale era ed è un’assoluta rarità, specie nella Siberia occidentale e nel Kazakhstan del Nord. Il mais, più “duttile” e meno delicato del grano, in URSS era coltivabile solo in Ucraina occidentale e nel Caucaso del Nord, mentre il 35% delle terre americane si prestava e si presta a questo tipo di coltura. A causa delle severe condizioni climatiche, la produttività per ettaro, in URSS, era certamente inferiore a quella che si riscontrava negli USA: nella prima metà del XX secolo, essa era di 0,6–0,8 t per ettaro, contro le 1,4–1,6 t degli USA e dell’Europa occidentale e, anche dopo gli imponenti processi di modernizzazione agricola, compiuti tra il 1965 e il 1975, e senza pari nel mondo per intensità degli investimenti ed estensione delle nuove terre messe a coltura, gli indici generali sono rimasti più bassi in URSS.
poster_01_82La siccità, rilevano nel loro studio Dronin e Bellinger, anche attingendo a documenti riservati, è stato un fenomeno che si è accanito sull’URSS in maniera particolarmente violenta, a riprova di quanto fosse saggia, giusta e necessaria la politica staliniana di valorizzazione giudiziosa, armonica e integrata delle risorse idriche: tale calamità fu responsabile del 48% degli episodi di perdita dei raccolti dal 1917 al 1990, guadagnando il primo posto nella “classifica”; al secondo posto abbiamo le piogge torrenziali, concentrate in autunno e particolarmente violente nelle parti centrali e settentrionali della Russia; al terzo posto, la grandine. Il freddo, inaspettatamente, è al quarto posto. La siccità era ed è un’inevitabile conseguenza della circolazione atmosferica sopra la gran parte delle zone agricole della Russia. Essa si verifica, nel dettaglio, quando una massa d’aria artica secca invade la Russia europea e forma un anticiclone; se a questo si aggiunge l’anticiclone delle Azzorre, la siccità è ancora più marcata e distruttiva. Le aree della Russia/URSS sono state interessate da fenomeni di siccità particolarmente pesanti nelle annate del 1901, del 1906, del 1920, 1921, 1924, 1931, 1936, 1939, 1946, 1948, 1951, 1957, 1963, 1965, 1972, 1979, 1981, 1984. Invano si cercherà un altro Paese del mondo avanzato, con una frequenza calamitosa simile! Eppure, grazie all’organizzazione scientifica, alla pianificazione, alla mobilitazione delle risorse umane ed economiche, che solo il socialismo poteva garantire, negli anni dell’URSS non si ebbero mai carestie o situazioni da emergenza alimentare, eccezion fatta per gli anni 1932/33, quando i sabotaggi dei kulaki, uniti ad alcuni fenomeni siccitosi gravi, rischiarono di far collassare i rifornimenti alimentari del Paese; non vi fu alcun holodomor, non vi furono le morti per fame di cui vaneggia la propaganda anticomunista, ma certamente, in quel biennio, ci si dovette confrontare con tante difficoltà e i fattori naturali, anche in quel caso, fecero sentire il loro peso. Nel 1946, la siccità colpì addirittura il 50% del complesso delle terre sovietiche, ma grazie all’organizzazione capillare, efficiente e rodata dell’agricoltura collettiva, non vi furono catastrofi da annoverare.
Tra il 1955 e il 1965, la superficie coltivabile venne accresciuta di ben 42000000 di ha (+23%), soprattutto in Kazakhstan e Siberia occidentale, nonostante l’abbandono dei cardini della politica agricola staliniana, abbandono che condusse ad aritmie e disfunzioni nelle produzioni e negli approvvigionamenti, segnatamente nel 1962/63 (fenomeni peraltro enfatizzati ed ingigantiti dalla propaganda borghese e filo–capitalista). Dalla metà degli anni ’60, rilevano Dronin e Bellinger, riabilitando implicitamente l’era Brezhnev, sommariamente definita “di stagnazione”, l’attenzione fu concentrata sull’incremento delle rese per ettaro: dal 1965 al 1975, infatti, la resa media per ettaro aumentò del 50%, passando da 1 a 1,5 tonnellate, mentre dal 1900 al 1950 la resa media era stata di 0,6–0,8 t per ettaro. Questo rilevantissimo progresso, rilevano gli autori dello studio, fu dovuto in maniera particolare allo sviluppo dell’industria dei fertilizzanti (nel ’65 la produzione era già 3/5 di quella statunitense e nel ’70 risulterà aumentata dell’80%), ma a questo fattore, senz’altro importante, dobbiamo aggiungere tutto il complesso di misure radicali, profonde e coerenti impostate ed attuate dal potere sovietico: messa a coltura di vaste estensioni prima abbandonate a se stesse, meccanizzazione imponente nei kolchoz e nei sovkhoz, moderni e funzionali criteri di conduzione delle imprese agricole ecc… Il lavoro degli animali fu via via sostituito da quello dei trattori e dei moderni macchinari combinati, specie a partire dal 1930, con la vittoria della collettivizzazione: all’inizio del 1933, lo ricordiamo agli smemorati, il parco macchine agricole consisteva di 148 trattori, 14000 camion e altrettante mietitrici; nel 1941, alla vigilia della guerra, i kolchoz e i sovkhoz potevano contare su 684000 trattori, 228000 camion e 182000 mietitrici. All’inizio del 1970, nei campi lavoravano più di 1900000 trattori e 600000 mietitrebbie; nello stesso anno, nei kolchoz e nei sovkhoz lavoravano circa 3500000 tecnici specializzati, che costantemente, con tenacia e passione, sperimentavano nuove tecniche e acquisizioni. Gli investimenti compiuti in agricoltura crebbero da 379000000 di rubli a 4983000000 di rubli nel 1935. Negli anni successivi, specie dopo la tragica parentesi bellica, essi crebbero vertiginosamente, tanto che, se nel 1961/65 i sovkhoz erano in perdita per 5,3 miliardi di rubli, nel 1970 essi erano in attivo per 7,5 miliardi di rubli: spese in conto capitale mirate e rigidamente controllate, avevano portato, specie dopo l’allontanamento di Krusciov, ad un arricchimento della base materiale delle imprese e ad un elevamento marcato della redditività delle stesse. Fatta 100 la produzione agricola e zootecnica dell’Impero zarista nel 1913, nel 1962 l’indice era già di 234 (235 per la produzione agricola, 232 per quella zootecnica). La messa a coltura della cosiddetta “Steppa della Fame”, compresa tra Uzbekistan, Kazakhstan e Tagikistan, per 900000 ha di terreno circa, con tutte le opere di irrigazione correlate, consentì il sorgere in loco di kolchoz e sovkhoz con una produzione annua di centinaia di migliaia di tonnellate di frutta, ortaggi e cotone.
Interessante è pure la riflessione che Dronin e Bellinger compiono in ordine al patrimonio zootecnico: l’agricoltore sovietico era oltremodo penalizzato, rispetto a quello europeo e statunitense, anche rispetto al bestiame. A causa del clima, infatti, esso doveva rimanere 180–200 giorni nelle stalle, nutrito coi raccolti, mentre il bestiame dell’Europa occidentale rimaneva in media nei ricoveri 90 – 105 giorni. In Virginia, notano gli autori, gli animali sono sempre al pascolo e, nell’intero territorio USA, i giorni di stalla sono molti meno di quelli che occorrono negli URSS, spesso appena la metà. Ebbene, nonostante queste condizioni, il patrimonio zootecnico crebbe in questi termini in URSS:
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Da notare che negli USA, nel 1990, i bovini ammontavano a 98 milioni, i suini a 53 milioni, gli ovini a 11 milioni! La bufala della zootecnia sovietica arretrata è smascherata e ricondotta a più appropriati… campi zootecnici ove farla pascolare in compagnia dei suoi corifei!
E vediamo il confronto tra URSS e USA nel campo delle produzioni agricole principali, sempre nel 1990, tenendo conto del fatto che quello, per l’URSS, non fu certo l’anno più florido, rappresentando il vertice della strategia di destabilizzazione economica e distruzione del socialismo nota come “perestrojka”… Senza la strategia gorbaciovana di demolizione del primo Paese socialista del mondo, certamente si sarebbero registrati dati di gran lunga migliori!
2Come si può ben vedere, l’URSS superava gli Usa nella produzione di quasi tutte le principali colture, eccezion fatta per il mais, per le ragioni che abbiamo evidenziato nel presente studio, e per il pomodoro, frutto tipico ed originario delle Americhe, lo xitomatl dei gloriosi Aztechi.
Alla luce di tutti questi dati, soprattutto dello studio condotto da Dronin e Bellinger, possiamo dire che l’URSS attuò un prodigio in campo agricolo: nelle peggiori condizioni climatico–territoriali di partenza, e lasciandosi alle spalle l’arretratezza di secoli, riuscì ad edificare non solo una potente agricoltura, con varie annate di raccolti record, ma anche a vincere la competizione internazionale con le agricolture di numerosi Paesi capitalisti, prima fra tutte quella statunitense, avvantaggiata da condizioni climatiche, geologiche, geografiche decisamente premianti, in assoluto e in relativo. Citare mancanze, carenze, difetti, importazioni di cereali in alcune annate sfavorevoli (i Paesi euro-occidentali le loro produzioni le distruggono sistematicamente, per promuovere poi importazioni in massa di derrate alimentari dall’estero…), evidenziando sempre l’eccezione e mai la regola, ossia le abbondanti produzioni, l’imponente processo di diversificazione delle colture, il massiccio flusso di esportazioni promosso dall’URSS, è una malattia che ha contagiato e interessato anche la sinistra e la pubblicistica del fronte comunista. Restaurare la verità significa anche, in primo luogo, conoscere i limiti fisici, geografici, climatici in cui l’URSS dovette attuare la propria rivoluzione agraria: questi dati ci fanno meglio apprezzare i risultati conseguiti nei 70 anni di storia del Paese con gli operai e i contadini al potere. A Dronin e Bellinger, al di là e al di sopra di ogni considerazione di partigianeria politica, dobbiamo essere grati per aver messo in luce tutto ciò, con l’analiticità e l’obiettività propri del miglior criterio scientifico possibile.4e39f409-920f-46ba-8afd-0c2d60079dab-1301x2040Riferimenti bibliografici e sitologici:
E. G. Bellinger e N. M. Dronin: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900 – 1990” (Central European University Press, 2005)
Lineamenti di storia dell’URSS, Vol. 2, Edizioni Progress, Mosca, 1981
L’Unione sovietica – piccola enciclopedia, Novosti, 1967
Calendario atlante De Agostini, 1993

La lunga strada verso l’inganno. Fatti e antefatti di Pearl Harbor

Luca Baldelli1280px-Imperial_Japan_map_19397 dicembre 1941, il Giappone militarista e filo-fascista di Hirohito, Konoye (Primo Ministro), Matsuoka (abile e inflessibile Ministro degli Esteri), Shiratori (Ambasciatore nipponico a Roma), sferra l’attacco aereo contro la flotta statunitense a Pearl Harbor. Gli USA di Franklin Delano Roosevelt hanno offerto su un piatto d’argento, anzi dorato, il pretesto per rompere la cortina avvolgente dell’isolazionismo ed entrare in guerra contro l’Asse. Nel Paese, gli umori contrari ad ogni coinvolgimento nel conflitto mondiale erano stati, almeno fino al 1940, maggioritari tra l’opinione pubblica e con assoluta trasversalità in riferimento al mosaico delle forze politiche: democratici, repubblicani, per tacer dei populisti di Padre Coughlin, fervente filofascista, animatore di trasmissioni radiofoniche trasudanti odio verso le “plutocrazie”, tutti, in stragrande maggioranza, desideravano stare alla finestra a guardare svilupparsi un conflitto che, nelle intenzioni dei centri di potere yankee, doveva, ad un tempo, provocare la reciproca distruzione di Germania e URSS e, poiché ciò non dispiaceva, anche logorare la potenza economica e l’impero coloniale inglesi. Poi, sulle macerie del Reichstag, del Cremlino e dei vari lembi isolani e coloniali di Albione, il giovane Impero USA avrebbe consolidato e moltiplicato le sue fortune, facendole ricadere nelle tasche dei suoi tycoons attraverso l’ineffabile cornucopia della dominazione militare, valutaria e finanziaria estesa a tutto l’orbe terracqueo. Non era in fondo una novità, questa: negli anni ’20 e ’30 l’azione del Partito Repubblicano, con personaggi quali il Senatore Henry Cabot Lodge, del Massachusetts, e William E. Borah, dell’Idaho, era stata improntata al più marcato isolazionismo che naturalmente non precludeva, anzi mascherava, un imperialismo accentuato nel “cortile di casa” sudamericano e in altre aree. A partire dal 1940, con il crescere del confronto nippo–statunitense e anglo–nipponico nel quadrante asiatico, cresce il bisogno di agitare il “pericolo giallo”, spauracchio al quale il fascismo giapponese offre, con il suo volto aggressivo ed espansionista (molto simile a quello anglo-statunitense, d’altro canto), notevoli appigli.
franklin-roosevelt-biography-colorL’astro dell’isolazionismo, pertanto, appare calante. I megafoni della propaganda anglo-statunitense martellano inesorabilmente e senza pausa l’opinione pubblica: il Sol Levante viene dipinto come ricettacolo di ogni male e di ogni pericolo, come una minaccia alla sopravvivenza stessa dell’Occidente e del suo ordine economico. Naturalmente, che lì vi sia un regime fascista non impensierisce l’establishment statunitense: a Washington sono stati allevati e protetti i peggiori tiranni, dal nicaraguense Somoza, mandante dell’assassinio di Sandino, al dominicano Trujillo, razzista incallito, passando per il cubano Batista e l’haitiano Duvalier. Ciò che turba i sonni dell’Impero yankee è la possibilità che l’Asia, quantunque sotto la fascistissima “Sfera comune di prosperità della Grande Asia Orientale” egemonizzata da Tokyo, una sorta di Nuovo Ordine Europeo in salsa orientale, possa scuotersi di dosso il giogo del capitalismo di rapina occidentale, a netta prevalenza inglese (in misura minore statunitense) e inaugurare un’era di nuovi rapporti di forza in quella parte del Pianeta. Contro questa iattura, l’isolazionismo, caldeggiato all’inizio anche da Franklin Delano Roosevelt per poter essere rieletto, non solo non basta ma è controproducente. Bisogna passare all’opzione militarista, con buona pace dei Prescott Bush e di quanti, per interessi economici opposti ma coincidenti, e per sentimenti filofascisti, sostengono l’appeasement tanto con la Germania quanto con il Giappone. Bisogna provocare l’Impero del Sol Levante e spingerlo a fare il passo falso, in modo tale da giustificare una dichiarazione di guerra, per la quale il terreno è stato d’altro canto preparato, nell’opinione pubblica, con la demonizzazione del Giappone. Ancora nel luglio 1941, un sondaggio Gallup rileva come il 79% dell’opinione pubblica statunitense sia contro la guerra e a favore di una non ingerenza negli affari europei. A novembre, la percentuale dei contrari, nonostante il martellamento mediatico nippofobico, tocca la soglia rilevante del 61%. Roosevelt, la cui fretta di entrare in guerra è notata persino, a più riprese, da vari uomini politici nell’arco temporale 1940/41 (in modo particolare da Churchill, nel corso della Conferenza Atlantica dell’agosto ’41), diviene l’alfiere della linea interventista, anche se deve guardarsi le spalle dalla fronda di infiltrati e isolazionisti duri a morire.
Attraverso i media, come abbiamo visto, l’entourage presidenziale cerca di manipolare in ogni modo l’opinione pubblica, unendo, al consueto antisovietismo radicato nella mentalità statunitense, la più truculenta greuelpropaganda contro il Giappone. Tutto ciò non è però sufficiente! Occorre concepire piani militari, provocazioni, azioni false flag capaci di scuotere l’opinione pubblica, finanche di scioccarla, per spostare l’asse delle scelte verso l’impopolare opzione bellica. Occorre, in ambito militare, procedere anche con purghe di vasta entità, se necessario; non sono ammesse deroghe, critiche o distinguo in merito ai piani di guerra (folli, come quelli nipponici!) che si stanno preparando. Gli USA, al contrario dell’URSS, non sono un Paese invaso, attaccato e dunque legittimato a muovere guerra per salvare se stesso, la sua gente, le sue conquiste sociali; anzi, con i “Neutrality Acts”, Washington ha sancito di non volersi impicciare delle sorti del Vecchio Continente e di altre aree del Pianeta che non siano il proprio “courtyard”. Alla guerra ci si deve arrivare con l’inganno, “by the way of deception”, per dirla alla yankee. E’ l’ottobre del 1940 quando il Capitano di Corvetta Arthur H. McCollum confeziona un documento molto importante per capire lo svolgersi dei fatti: un memorandum in otto punti (“Eight Action Memo”), incentrato sulle migliori strategie per spingere il temuto Giappone alla guerra. Vediamoli uno per uno:
1. Stabilire un’alleanza con la Gran Bretagna per utilizzare le basi militari di Singapore;
2. Cementare un’ intesa con i Paesi Bassi per l’utilizzo delle basi nelle Indie olandesi;
3. Intraprendere ogni azione utile per appoggiare il Governo di Chiang Kai Shek in Cina;
4. Inviare un’intera divisione di incrociatori pesanti nelle acque dell’Estremo Oriente;
5. Inviare due divisioni di sottomarini nella sfera di influenza giapponese;
6. Tenere il grosso della flotta statunitense in prossimità delle Hawaii;
7. Spingere gli olandesi a non accordare concessioni di alcun tipo al Giappone, in particolare nell’ambito dei commerci petroliferi;
8. Varare un embargo totale verso il Giappone, assieme alla Gran Bretagna.
Gli storici ancora discutono su quale fosse il reale livello di conoscenza di Roosevelt rispetto a questo memorandum, ma appare ovvio che il Presidente ne sapesse almeno qualcosa! Infatti, tutte le azioni intraprese da Franklin Delano Roosevelt verso il Giappone, a partire dal 1940, sono coerenti con il dettato e con i propositi contenuti nei punti sopra riportati. Roosevelt, infatti, nel 1940/41, mette a segno uno dopo l’altro dei colpi che finiranno per convincere il Sol Levante circa l’inevitabilità della guerra con gli USA.
Sul piano delle relazioni estere ed economiche, l’embargo statunitense sui minerali e i metalli, diretti verso un Giappone ormai lanciato sull’Indocina in “disimpegno coloniale” da parte del governo di Vichy, apre le danze belliche: esso pesa notevolmente sull’economia nipponica, dal momento che, ancora nel 1938/39, oltre il 70% dei metalli ferrosi e più del 93% del rame utilizzati in Giappone venivano importati dagli USA. Sul piano strettamente interno, l’Ammiraglio Richardson, Comandante in capo della Marina, viene estromesso a causa del suo rifiuto di accettare deliberate provocazioni antinipponiche e di avallare una linea suicida su tutti i fronti: il governo statunitense, infatti, mentre fa spostare le flotta verso le Hawaii, a Pearl Harbor, non organizza e non rende possibili le più adeguate difese del caso contro attacchi aerei e a mezzo di siluri, assolutamente imprescindibili per assicurare l’integrità e l’invulnerabilità dei “pezzi da novanta” del patrimonio militare navale. Il Pacifico, è chiaro, deve tingersi di sangue, perché solo così si può avere la scusa per entrare in guerra: questo è il messaggio che arriva alle orecchie dei più accorti e a nulla serve nasconderlo con la cortina fumogena dei frasari di convenienza. Pearl Harbor, la località destinata ad assurgere alle massime vette della storia contemporanea, comincia a venir adocchiata e scrutata dal mirino giapponese, paradossalmente (si fa per dire…) secondo i piani statunitensi. Del resto, non è la prima volta che il nome di questa esotica località fa il proprio ingresso nei piani bellici, reali e virtuali, e nelle esercitazioni militari: nel 1932, l’Ammiraglio Yarnell, nel contesto di una simulazione, fa attaccare da 152 aeroplani la postazione navale di Pearl Harbor; nel 1938, poi, l’Ammiraglio King, sempre nell’ambito di un’esercitazione, fa attaccare la postazione navale da velivoli levatisi in volo dalla portaerei Saratoga. C’è però dell’altro e ha a che fare con… la “magia”. Niente di esoterico, per carità (almeno in questo cas…)! Si tratta del sistema “MAGIC”, complesso di sistemi di decodifica delle comunicazioni cifrate giapponesi. Ebbene, in quel burrascoso biennio 1940/41, l’intelligence statunitense è arrivata ormai a decodificare quasi tutti i messaggi in codice provenienti da Tokyo. Il sistema “MAGIC” è una sorta di scatola magica dentro alla quale vi sono vari scompartimenti, corrispondenti a diversi livelli di codifica: RED (poi PURPLE, usato dalle Ambasciate), TSU (J–19) e OITE (PA–K2), utilizzati dai Consolati, JN–25 (Codice della Marina Imperiale Giapponese, poi sostituito da BAKER 9). La querelle tra gli storici, ancora oggi, investe un argomento centrale: al dicembre del 1941, gli statunitensi avevano decifrato davvero i messaggi in codice nipponici? La tesi ufficiale è che l’attacco di Pearl Harbor non poteva essere previsto, dato che i messaggi criptati non erano stati decifrati in tempo. In particolare, si è sostenuto, la trasmissione dei dispacci era avvenuta con un’ora e quaranta minuti di ritardo rispetto al blitzkrieg nipponico: il messaggio sarebbe giunto infatti sulle scrivanie del Dipartimento di Stato alle 14,05. Questa la tesi ufficiale, giustificativa e assolutoria; la realtà, come vedremo, attesta ben altri fatti.
hideki-tojo-2Un passo indietro, per riallacciarci ai preparativi bellici e inquadrare nelle giuste coordinate spazio-temporali il tutto. Il 1940 segna dunque, come abbiamo ricordato, le prime misure commerciali di boicottaggio degli USA verso il Giappone, la formulazione del Piano McCollum, l’allontanamento dell’Ammiraglio Richardson, l’escalation della preparazione bellica mirata a colpire il Sol Levante. Matsuoka, Ministro degli Esteri nipponico, dichiara l’Indocina e le Indie francesi zone d’interesse giapponese. L’ala dura dei fascisti giapponesi, come desiderato dagli anglo–statunitensi, si rafforza sempre più, a scapito dei moderati. Si va estendendo, come conseguenza del titanico bracco di ferro ingaggiato, l’area di penetrazione economica e politica di Tokyo nel quadrante asiatico. L’anno successivo, il 1941, segna una tappa ancora più avanzata di questa strategia, con il tandem anglo–statunitense in cabina di regia. Il Giappone viene fatto oggetto di rappresaglie economiche e politiche con funzione di aperte provocazioni, di catalizzatori del conflitto che si vuole in ogni modo. In Inghilterra si procede con arresti in massa di cittadini nipponici incolpevoli, o meglio colpevoli solo di appartenere ad un Paese messo ormai nel mirino. Quando, nel luglio del 1941, Tokyo ottiene dal Governo di Vichy la possibilità di piazzare forze militari e avamposti difensivi nel cuore della vecchia Indocina francese, le contraddizioni inter–imperialiste con l’occidente si acuiscono sempre più. Ogni passo in avanti rassicurante della diplomazia giapponese, guidata in gran parte da elementi borghesi o vetero–aristocratici moderati, quantunque legati a concezioni imperialiste e nazionaliste, viene sabotato in maniera premeditata dagli USA: in tale maniera, prende quota il “Partito dello scontro bellico”, la fazione radicale, oltranzista, guidata da Hideki Tojo, Ministro della Guerra. Se nel 1940 il boicottaggio economico statunitense aveva interessato i minerali e i metalli, nel 1941 la giugulazione economica colpisce il Sol Levante in maniera ancora più pesante: nel mese di luglio, tutti i beni del Giappone vengono infatti congelati, all’indomani dell’accordo tra Tokyo e Vichy. Ad agosto, nel caldo canicolare che infiamma il mondo, e non solo meteorologicamente (la grande, eroica URSS combatte per fermare il tedesco invasore in totale solitudine!), gli USA avanzano con tutte le pedine più insidiose sullo scacchiere, sferrando un colpo esiziale: l’embargo totale sul petrolio e i carburanti diretti verso il Giappone. Tokyo, per rendere l’idea, importa, nell’anno di grazia 1939 ben l’80% del petrolio dagli USA! E’ chiaro il messaggio che si vuol lanciare: via ogni residua trattativa, Tokyo sia stritolata nella morsa del boicottaggio e la parola passi alle armi. Come può, infatti, un Paese poverissimo di materie prime e sovrappopolato come il Giappone, fare a meno di approvvigionamenti vitali per la sua economia? Se si chiudono in faccia al Sol Levante le porte degli scambi commerciali in settori di importanza vitale, è evidente che si spera che Tokyo stesso cerchi di riaprirsele con azioni di forza nella regione asiatica, precisamente nell’area del Borneo e delle Indie olandesi, compiendo così il fatidico passo falso.
L’imperialismo porta la guerra come le nuvole la pioggia: questa verità, elementare per ogni militante marxista–leninista e antimperialista, emerge chiaramente osservando sul quadrante internazionale le mosse degli USA nel periodo da noi preso in considerazione, oltre naturalmente a quelle della Germania e degli altri Paesi alleati o vicini all’Asse, Giappone incluso (con l’ala dura dei militari in azione di rafforzamento speculare a quella dei falchi yankee). Gli Stati maggiori preparano piani di guerra sempre più dettagliati, con la previsione di attuarli nel più breve tempo possibile. I giapponesi sono agguerriti e non intendono lasciare l’iniziativa a Roosevelt, per trovarsi poi impreparati e costretti a impaludare le proprie truppe nelle secche degli Oceani, con esiti rovinosi. Così, l’aeronautica giapponese, con spirito di iniziativa e dinamismo superiori a quelli degli altri corpi militari, rispolvera il vecchio progetto (prima appartenuto al capitolo “varie ed eventuali”) di colpire Pearl Harbor, ovvero quella stessa base navale delle Hawaii che, con perfetta coerenza rispetto agli intenti provocatori di Roosevelt, e in spregio agli inviti alla prudenza di parte dei vertici militari della Marina USA, è stata trasformata nella piazzaforte yankee del Pacifico. Quel luogo esotico, evocante coralli e corone di fiori a cingere il collo dei turisti, sta per diventare la dependance fisica e storica dell’Harmageddon… E lo sanno in molti, anche se per decenni si darà ad intendere che non è così!
Nel gennaio del 1941, Ricardo Shreiber, inviato peruviano a Tokyo, confida a Max Bishop, terzo Segretario dell’Ambasciata USA, di essere a conoscenza di un piano giapponese per attaccare Pearl Harbor. Di questa informazione viene messo al corrente il Dipartimento di Stato, assieme all’Ammiraglio Kimmel, nuovo comandante della flotta, il quale sarà poi destinato a fare da capro espiatorio per una mancata difesa della base navale voluta scientemente da chi già aveva programmato la guerra, non certo da lui. Il 31 marzo successivo, la relazione navale Bellinger–Martin ribadisce, nero su bianco, che si sta preparando un attacco giapponese, con Pearl Harbor come bersaglio. Ad agosto è Dusko Popov, uno dei principali agenti inglesi, nome in codice “Triciclo”, a rivelare all’FBI il piano di attacco a Pearl Harbor. Più o meno nello stesso periodo, il senatore Guy Gillette, venuto a conoscenza dei preparativi bellici in maniera dettagliata, allerta il Dipartimento di Stato e lo stesso Franklin Delano Roosevelt. Nell’ottobre del 1941, l’agente segreto Sorge, messosi a disposizione dell’URSS per la suprema causa della pace mondiale, informa del prossimo attacco a Pearl Harbor il Cremlino che, prontamente, gira la preziosa dritta agli USA, anche se dai verbali del governo statunitense sparirà ogni riferimento al fatto (ben 32000 passaggi “sbianchettati” dagli omissis!) Oltre a questi avvertimenti, tutti convergenti verso un unico obiettivo, chiaro e preciso, c’è l’attività di decifrazione dei messaggi in codice giapponesi da parte degli USA, che procede inarrestabile come un Panzer. Altro che messaggi tradotti in ritardo o trasmessi in maniera non tempestiva, magari per le rivalità tra Marina ed Esercito Usa! In quel 1941, il Governo americano sa tutto. I “non c’ero e se c’ero dormivo” fanno inorridire ogni serio storico che valuti prove e riscontri!
f6897f415d8ae039b2187294b592b00b Il Capitano J.Holtwick, nel giugno 1971, scrive a corredo dei documenti del “Naval Security Group History to World War II“: “Dal 1° dicembre del 1941, noi avevamo decifrato il codice giapponese in maniera quasi integrale”. Winston Churchill, dal canto suo, afferma: “Dalla fine del 1940, gli statunitensi avevano penetrato la barriera dei cifrari giapponesi e avevano decodificato la gran parte dei messaggi militari e diplomatici” (si veda, in particolare, il volume “La seconda Guerra Mondiale – La Grande Alleanza”, Arnoldo Mondadori Editore, 1965). Non finisce qui: nel 1979, la NASA rende pubblici 2413 messaggi JN–25 decodificati (relativi alle comunicazioni della Marina giapponese) sui 26581 intercettati dagli USA tra il 1° e il 4 dicembre 1941. Si scopre che essi contengono importanti dettagli concernenti l’esistenza, l’organizzazione logistica e gli obiettivi dell’attacco di Pearl Harbor. In quel periodo, Roosevelt viene informato non una, ma due volte al giorno su tali messaggi dal suo aiutante, John Beardell. Insomma, i vertici del potere statunitense, a partire dal Presidente Roosevelt, sanno tutto o quasi. e nonostante ciò nessuno prende misure di sicurezza degne di questo nome per proteggere Pearl Harbor, indicato espressamente nei messaggi come target. La scusa dell’incertezza circa gli obiettivi nel mirino dei giapponesi, mutevoli e plurimi nelle intenzioni “captate” dai crittografi, quindi, non regge, specie alla luce del fatto che proprio a Pearl Harbor gli USA avevano voluto concentrare la parte più rilevante della loro flotta, nell’intento di farne il bersaglio principe che potesse poi giustificare la rottura della neutralità e l’ingresso in guerra, con forze fresche e mezzi dispiegati in quantità. Lo storico Robert Stinnet, con rigore, imparzialità e ricchezza di riferimenti documentali, ha trattato magistralmente l’argomento, dimostrando l’insostenibilità di certe tesi assolutorie. Sta di fatto che il 7 dicembre, nel Pacifico, a Pearl Harbor, la potenza di fuoco dell’aviazione giapponese giunge indisturbata e quasi indisturbata riparte, dopo aver spedito tra le fiamme e i flutti selvaggi, distrutti o danneggiati, 6 corazzate, 3 incrociatori, 188 velivoli e via elencando. I morti sono 2403 tra gli statunitensi, dei quali 68 civili; 1178 i feriti. Stranamente (si fa per dire…) nella baia, quel giorno, non sono però all’ancora le tre portaerei USA che costituiscono il vero obiettivo dell’attacco: l’Enterprise, la “Hornet e la Yorktown. Questi assi nella manica, misteriosamente celati agli artigli dei falchi dell’aria nipponici, saranno determinanti per le sorti del conflitto a partire dalla battaglia delle Midway. Fortunosa coincidenza? O piano premeditato per sacrificare parte della flotta in nome della più alta esigenza di dar fuoco alle polveri? Roosevelt, del resto, non aveva sempre detto che era pronto a immolare sull’altare della guerra, come vittime sacrificali, alcune imbarcazioni della Marina statunitense e taluni equipaggiamenti dell’Esercito?
L’attacco giapponese, certamente congegnato con maestria, è un fatto che non parla da solo, decontestualizzato e preso in sé e per sé! Infatti, a chi addebitarlo? Al fascismo militarista giapponese e basta? Certamente l’espansionismo nipponico, che doveva mascherare le proprie mire dietro lo schermo della retorica anticoloniale della liberazione dell’Asia dal dominio occidentale, ha giocato il suo ruolo. Accanto ad esso, però, va collocata la tigre di carta che, col suo fiato e i suoi artigli, l’ha rafforzato e, in quel frangente, ne ha condizionato le mosse come con un telecomando: l’imperialismo statunitense, sempre anelante all’individuazione di un nemico attorno al quale coalizzare l’opinione pubblica per propositi bellici. L’11 settembre, in fondo, non è una data ma una filosofia, una strategia della provocazione vecchia quanto l’Impero statunitense, dall’affondamento della nave USS Maine che fece scoppiare la guerra ispano–americana nel 1898, alle Due Torri, passando per Pearl Harbor.
Il Giappone sarà sconfitto nel secondo conflitto mondiale, in primo image_book.phpluogo dai popoli liberi che, se da un lato volevano scuotere il giogo dell’imperialismo occidentale, dello sfruttamento dei monopoli con le loro teste d’uovo a Londra, Parigi e Washington, dall’altro non desideravano finire da questa padella nella brace degli zaibatsu nipponici, del capitalismo castale e di rapina del Sol Levante. La Cina di Mao, lottando contro i fascisti e i fantocci dell’imperialismo, mostrerà ai popoli asiatici la giusta via per la liberazione, additandogli una vera, reale “sfera di coprosperità” eguale per tutti e foriera di vero sviluppo per tutti: quella di un socialismo in cui modernità e tradizione si fondevano nel crogiolo della storia millenaria di un popolo. Gli ordigni di Hiroshima e Nagasaki colpiranno vigliaccamente un Paese, il Giappone, quando esso già si era di fatto arreso, il tutto per dimostrare all’URSS chi era che comandava nel mondo e chi doveva tenere strette in pugno le redini del comando. Quegli ordigni, però, non potranno frenare né l’avanzata dell’URSS né il movimento mondiale delle masse oppresse dall’imperialismo nei quattro continenti, fatto che diventerà evidente con la decolonizzazione dell’Africa, l’ingresso della Cina e dell’India sulla scena internazionale, la vittoria del Vietnam, una vittoria in cui patriottismo e socialismo si sono fusi nella bandiera rossa. Se oggi il mondo è diverso, se la Cina si affaccia sullo scenario internazionale e lo condiziona in misura determinante, facendo saltare con la Russia il paradigma dell’unipolarismo USA, nonché rimettendo in moto la stessa parte sana e progressista del nazionalismo giapponese, il merito è di chi, un tempo, ha saputo sconfiggere l’imperialismo occidentale e quello nipponico assieme, facendo saltare i fronti che a Pearl Harbor, con la provocazione e l’inganno, qualcuno aveva immaginato irreversibili e imperituri.colour-flag_2076771iRiferimenti utili:
Robert Stinnett, “Il giorno dell’inganno” (Milano, Il Saggiatore, 2001)
What Really Happened
Peter Herde, “Pearl Harbor” (Milano, BUR, 2001)
Winston Churchill, “La Seconda Guerra Mondiale”, Vol. III (Milano, Mondadori, 1965)