Analisi climatologica dell’agricoltura sovietica. Un miracolo geografico ed economico

Luca Baldelli

climatedependenceQuante volte abbiamo sentito tuonare dai pulpiti del capitalismo circa l’“arretratezza “ dell’agricoltura sovietica, la sua bassa produttività, il carattere antieconomico dell’economia agricola dell’Urss in genere? Sembra assurdo, ma la propaganda capitalistico–borghese è riuscita a spacciare per insuccesso quello che è e resta uno dei progressi più imponenti e sorprendenti registrati nella storia dell’umanità: l’affermazione, nei confini dell’URSS, di una moderna produzione di derrate alimentari, a partire dal grano e dalla segale, con il superamento di una secolare arretratezza, di residui feudali e parassitari, con la sconfitta di sabotatori, avidi incettatori e nemici dell’alleanza tra classe operaia e contadina. La collettivizzazione delle terre, avviata su base volontaria, con un ciclopico, corale sforzo di tutto il popolo sovietico, ha costituito uno dei capitoli più eroici della lotta della classi subalterne per la loro emancipazione e, sia pure non esente da problemi, errori, eccessi di speranza, ostacoli frapposti dai fautori del vecchio ordine reazionario (si vedano quei potenti affreschi che sono le opere letterarie “Placido Don” e “Terre vergini” di Sholokov) garantì a quasi duecento milioni di persone, negli anni ’30, il nutrimento necessario, in misura largamente superiore, quantitativamente e qualitativamente, rispetto a qualsiasi altra parte del mondo. Successivamente, negli anni ’60 e ’70, vi furono errori imputabili a Krusciov (il depotenziamento di kolchoz e sovkhoz, la disorganizzazione delle Stazioni di macchine e trattori, le leggendarie STM), poi, corretti quegli errori, si registrarono anni con importazioni anche massicce di grano dai Paesi capitalisti, importazioni che si pretese di far assurgere a simboli di inefficienza, vulnerabilità, crisi del sistema agricolo sovietico. Montature indegne e infondate, ripetute e amplificate dalla grancassa della propaganda e mai corredate né di analisi tecniche sul flusso delle esportazioni sovietiche di derrate alimentari in anni normali (sempre copioso), né di un’analisi climatologica del territorio sovietico. Su questo secondo aspetto, se scarso è stato il contributo di approfondimento e conoscenza sul fronte borghese, altrettanta disattenzione si è avuta in seno al movimento marxista, forse in ossequio ad un malinteso baconismo, ad un positivismo acritico permeato della prometeica illusione di dominare la Natura in ogni suo aspetto piegandola, sempre e comunque, all’esigenza di costruire una nuova società, anche a dispetto di insormontabili aspetti legati a posizione geografica, clima, densità abitativa, aspetti che non pregiudicano certo il raggiungimento di quell’obiettivo, ma ne spiegano, in ogni caso, le dinamiche contrastanti e le difficoltà. Una felice eccezione, in questo contesto, è rappresentata da uno studio, poco o nulla conosciuto, del sovietico Nikolaj M. Dronin e dello statunitense Edward G. Bellinger, pubblicato dalla “ Central European University Press” di Budapest nel 2005: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900–1990” (“Dipendenza climatica e problemi alimentari in Russia 1900 – 1990”). Tale testo ci si è ben guardati dal tradurlo e dal farlo conoscere e si può ben capire perché, in fondo: partendo da un approccio tutt’altro che ideologico, esso fa ben comprendere come l’agricoltura sovietica, scontando un differenziale negativo in termini di condizioni di partenza, naturali e di sviluppo complessivo, abbia garantito alla Nazione successi prodigiosi in assoluto e relativamente ad altri contesti socio–economici.
Bellinger e Dronin sottolineano come Wladimir Koppen (1846 – 1940), geografo, botanico e climatologo tedesco, nato in Russia, mise in evidenza, nei suoi lavori, quanto l’URSS, rispetto agli USA, fosse penalizzata dal punto di vista climatico, premessa questa necessaria, imprescindibile, per comprendere le dinamiche delle varie produzioni agricole.
L’URSS, infatti, presentava un clima “umido–continentale”, caratterizzato dalla presenza di precipitazioni, non abbondantissime, per tutto l’arco dell’anno, con estati calde e inverni rigidissimi. I caratteri più marcati e avvertibili di questo profilo climatico interessavano il 31% della superficie dell’URSS, con temperature e situazioni assimilabili a quelle dell’Alaska. Negli USA, invece, prevaleva (e prevale) un clima di tipo “umido–temperato”, con piogge distribuite lungo tutto il corso dell’anno, estati calde e inverni miti. Questo clima si avverte, in maniera particolare, nel 34% della superficie degli USA, ma solo nello 0,5% della superficie sovietica (nella fattispecie, l’area del Mar Nero). Il clima statunitense è ideale per l’agricoltura, mentre quello sovietico è il peggiore immaginabile, quello che pone più problemi e difficoltà nella pianificazione e realizzazione di un’economia agricola solida e diversificata. L’80% del territorio sovietico si trovava in condizioni ambientali sfavorevoli al normale sviluppo dell’agricoltura, contro il 19% del territorio statunitense. Le condizioni climatiche migliori, più favorevoli in assoluto, allo sviluppo dell’agricoltura, si riscontravano nel 32% del territorio statunitense, ma solo nel 4% di quello sovietico. Insomma, in URSS solo il 4% del territorio era pienamente adatto, dal punto di vista climatico, alle attività agricole, mentre l’80% era sfavorevole e il 16% si trovava “a cavallo” tra i due estremi. L’URSS era nettamente penalizzata anche rispetto all’umidità e alle precipitazioni: non aveva estese aree umide, paragonabili alle regioni statunitensi dell’Est, del Sud–Est e del Nord–Ovest, che subiscono il positivo influsso delle correnti oceaniche, in assenza di barriere naturali. La media delle precipitazioni negli USA era, negli anni ’60, ’70 e ’80, di 782mm, mentre il dato riferito all’URSS era di appena 490mm.
Se si allarga l’angolo di osservazione all’interazione tra condizioni ottimali di temperatura, precipitazioni e ventilazione, allora si scopre che solo l’1,4% della terra coltivabile a cereali, in URSS, era situata nel punto di congiunzione più favorevole tra questi fattori, mentre negli USA la percentuale corrispondente era del 56%. In URSS, i 4/5 delle terre disponibili erano a rischio agricolo, mentre negli USA solo 1/5 delle terre ricadeva in quella classificazione. La stagione adatta alla crescita dei raccolti poi, durava (e dura) 260 – 300 giorni negli USA, ma solo 130–160 nelle Terre Nere (il fertile cernozem, ricco di sostanza organica), 110 – 130 nelle Regioni centrali della Russia europea, 165–200 nel Caucaso del Nord e nel bacino del Volga, 115–130 nella Siberia occidentale, meno di 110 nella Regione di Arkhangelsk.
Il grano era la coltura prevalente nell’URSS (occupava più del 50% delle terre disponibili), mentre negli USA prevaleva il mais. Ora, il grano è più vulnerabile al clima e all’acidità del suolo rispetto ad altri cereali; in più è coltivato solo nelle aree più adatte climaticamente. Il grano invernale era ed è un’assoluta rarità, specie nella Siberia occidentale e nel Kazakhstan del Nord. Il mais, più “duttile” e meno delicato del grano, in URSS era coltivabile solo in Ucraina occidentale e nel Caucaso del Nord, mentre il 35% delle terre americane si prestava e si presta a questo tipo di coltura. A causa delle severe condizioni climatiche, la produttività per ettaro, in URSS, era certamente inferiore a quella che si riscontrava negli USA: nella prima metà del XX secolo, essa era di 0,6–0,8 t per ettaro, contro le 1,4–1,6 t degli USA e dell’Europa occidentale e, anche dopo gli imponenti processi di modernizzazione agricola, compiuti tra il 1965 e il 1975, e senza pari nel mondo per intensità degli investimenti ed estensione delle nuove terre messe a coltura, gli indici generali sono rimasti più bassi in URSS.
poster_01_82La siccità, rilevano nel loro studio Dronin e Bellinger, anche attingendo a documenti riservati, è stato un fenomeno che si è accanito sull’URSS in maniera particolarmente violenta, a riprova di quanto fosse saggia, giusta e necessaria la politica staliniana di valorizzazione giudiziosa, armonica e integrata delle risorse idriche: tale calamità fu responsabile del 48% degli episodi di perdita dei raccolti dal 1917 al 1990, guadagnando il primo posto nella “classifica”; al secondo posto abbiamo le piogge torrenziali, concentrate in autunno e particolarmente violente nelle parti centrali e settentrionali della Russia; al terzo posto, la grandine. Il freddo, inaspettatamente, è al quarto posto. La siccità era ed è un’inevitabile conseguenza della circolazione atmosferica sopra la gran parte delle zone agricole della Russia. Essa si verifica, nel dettaglio, quando una massa d’aria artica secca invade la Russia europea e forma un anticiclone; se a questo si aggiunge l’anticiclone delle Azzorre, la siccità è ancora più marcata e distruttiva. Le aree della Russia/URSS sono state interessate da fenomeni di siccità particolarmente pesanti nelle annate del 1901, del 1906, del 1920, 1921, 1924, 1931, 1936, 1939, 1946, 1948, 1951, 1957, 1963, 1965, 1972, 1979, 1981, 1984. Invano si cercherà un altro Paese del mondo avanzato, con una frequenza calamitosa simile! Eppure, grazie all’organizzazione scientifica, alla pianificazione, alla mobilitazione delle risorse umane ed economiche, che solo il socialismo poteva garantire, negli anni dell’URSS non si ebbero mai carestie o situazioni da emergenza alimentare, eccezion fatta per gli anni 1932/33, quando i sabotaggi dei kulaki, uniti ad alcuni fenomeni siccitosi gravi, rischiarono di far collassare i rifornimenti alimentari del Paese; non vi fu alcun holodomor, non vi furono le morti per fame di cui vaneggia la propaganda anticomunista, ma certamente, in quel biennio, ci si dovette confrontare con tante difficoltà e i fattori naturali, anche in quel caso, fecero sentire il loro peso. Nel 1946, la siccità colpì addirittura il 50% del complesso delle terre sovietiche, ma grazie all’organizzazione capillare, efficiente e rodata dell’agricoltura collettiva, non vi furono catastrofi da annoverare.
Tra il 1955 e il 1965, la superficie coltivabile venne accresciuta di ben 42000000 di ha (+23%), soprattutto in Kazakhstan e Siberia occidentale, nonostante l’abbandono dei cardini della politica agricola staliniana, abbandono che condusse ad aritmie e disfunzioni nelle produzioni e negli approvvigionamenti, segnatamente nel 1962/63 (fenomeni peraltro enfatizzati ed ingigantiti dalla propaganda borghese e filo–capitalista). Dalla metà degli anni ’60, rilevano Dronin e Bellinger, riabilitando implicitamente l’era Brezhnev, sommariamente definita “di stagnazione”, l’attenzione fu concentrata sull’incremento delle rese per ettaro: dal 1965 al 1975, infatti, la resa media per ettaro aumentò del 50%, passando da 1 a 1,5 tonnellate, mentre dal 1900 al 1950 la resa media era stata di 0,6–0,8 t per ettaro. Questo rilevantissimo progresso, rilevano gli autori dello studio, fu dovuto in maniera particolare allo sviluppo dell’industria dei fertilizzanti (nel ’65 la produzione era già 3/5 di quella statunitense e nel ’70 risulterà aumentata dell’80%), ma a questo fattore, senz’altro importante, dobbiamo aggiungere tutto il complesso di misure radicali, profonde e coerenti impostate ed attuate dal potere sovietico: messa a coltura di vaste estensioni prima abbandonate a se stesse, meccanizzazione imponente nei kolchoz e nei sovkhoz, moderni e funzionali criteri di conduzione delle imprese agricole ecc… Il lavoro degli animali fu via via sostituito da quello dei trattori e dei moderni macchinari combinati, specie a partire dal 1930, con la vittoria della collettivizzazione: all’inizio del 1933, lo ricordiamo agli smemorati, il parco macchine agricole consisteva di 148 trattori, 14000 camion e altrettante mietitrici; nel 1941, alla vigilia della guerra, i kolchoz e i sovkhoz potevano contare su 684000 trattori, 228000 camion e 182000 mietitrici. All’inizio del 1970, nei campi lavoravano più di 1900000 trattori e 600000 mietitrebbie; nello stesso anno, nei kolchoz e nei sovkhoz lavoravano circa 3500000 tecnici specializzati, che costantemente, con tenacia e passione, sperimentavano nuove tecniche e acquisizioni. Gli investimenti compiuti in agricoltura crebbero da 379000000 di rubli a 4983000000 di rubli nel 1935. Negli anni successivi, specie dopo la tragica parentesi bellica, essi crebbero vertiginosamente, tanto che, se nel 1961/65 i sovkhoz erano in perdita per 5,3 miliardi di rubli, nel 1970 essi erano in attivo per 7,5 miliardi di rubli: spese in conto capitale mirate e rigidamente controllate, avevano portato, specie dopo l’allontanamento di Krusciov, ad un arricchimento della base materiale delle imprese e ad un elevamento marcato della redditività delle stesse. Fatta 100 la produzione agricola e zootecnica dell’Impero zarista nel 1913, nel 1962 l’indice era già di 234 (235 per la produzione agricola, 232 per quella zootecnica). La messa a coltura della cosiddetta “Steppa della Fame”, compresa tra Uzbekistan, Kazakhstan e Tagikistan, per 900000 ha di terreno circa, con tutte le opere di irrigazione correlate, consentì il sorgere in loco di kolchoz e sovkhoz con una produzione annua di centinaia di migliaia di tonnellate di frutta, ortaggi e cotone.
Interessante è pure la riflessione che Dronin e Bellinger compiono in ordine al patrimonio zootecnico: l’agricoltore sovietico era oltremodo penalizzato, rispetto a quello europeo e statunitense, anche rispetto al bestiame. A causa del clima, infatti, esso doveva rimanere 180–200 giorni nelle stalle, nutrito coi raccolti, mentre il bestiame dell’Europa occidentale rimaneva in media nei ricoveri 90 – 105 giorni. In Virginia, notano gli autori, gli animali sono sempre al pascolo e, nell’intero territorio USA, i giorni di stalla sono molti meno di quelli che occorrono negli URSS, spesso appena la metà. Ebbene, nonostante queste condizioni, il patrimonio zootecnico crebbe in questi termini in URSS:
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Da notare che negli USA, nel 1990, i bovini ammontavano a 98 milioni, i suini a 53 milioni, gli ovini a 11 milioni! La bufala della zootecnia sovietica arretrata è smascherata e ricondotta a più appropriati… campi zootecnici ove farla pascolare in compagnia dei suoi corifei!
E vediamo il confronto tra URSS e USA nel campo delle produzioni agricole principali, sempre nel 1990, tenendo conto del fatto che quello, per l’URSS, non fu certo l’anno più florido, rappresentando il vertice della strategia di destabilizzazione economica e distruzione del socialismo nota come “perestrojka”… Senza la strategia gorbaciovana di demolizione del primo Paese socialista del mondo, certamente si sarebbero registrati dati di gran lunga migliori!
2Come si può ben vedere, l’URSS superava gli Usa nella produzione di quasi tutte le principali colture, eccezion fatta per il mais, per le ragioni che abbiamo evidenziato nel presente studio, e per il pomodoro, frutto tipico ed originario delle Americhe, lo xitomatl dei gloriosi Aztechi.
Alla luce di tutti questi dati, soprattutto dello studio condotto da Dronin e Bellinger, possiamo dire che l’URSS attuò un prodigio in campo agricolo: nelle peggiori condizioni climatico–territoriali di partenza, e lasciandosi alle spalle l’arretratezza di secoli, riuscì ad edificare non solo una potente agricoltura, con varie annate di raccolti record, ma anche a vincere la competizione internazionale con le agricolture di numerosi Paesi capitalisti, prima fra tutte quella statunitense, avvantaggiata da condizioni climatiche, geologiche, geografiche decisamente premianti, in assoluto e in relativo. Citare mancanze, carenze, difetti, importazioni di cereali in alcune annate sfavorevoli (i Paesi euro-occidentali le loro produzioni le distruggono sistematicamente, per promuovere poi importazioni in massa di derrate alimentari dall’estero…), evidenziando sempre l’eccezione e mai la regola, ossia le abbondanti produzioni, l’imponente processo di diversificazione delle colture, il massiccio flusso di esportazioni promosso dall’URSS, è una malattia che ha contagiato e interessato anche la sinistra e la pubblicistica del fronte comunista. Restaurare la verità significa anche, in primo luogo, conoscere i limiti fisici, geografici, climatici in cui l’URSS dovette attuare la propria rivoluzione agraria: questi dati ci fanno meglio apprezzare i risultati conseguiti nei 70 anni di storia del Paese con gli operai e i contadini al potere. A Dronin e Bellinger, al di là e al di sopra di ogni considerazione di partigianeria politica, dobbiamo essere grati per aver messo in luce tutto ciò, con l’analiticità e l’obiettività propri del miglior criterio scientifico possibile.4e39f409-920f-46ba-8afd-0c2d60079dab-1301x2040Riferimenti bibliografici e sitologici:
E. G. Bellinger e N. M. Dronin: “Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900 – 1990” (Central European University Press, 2005)
Lineamenti di storia dell’URSS, Vol. 2, Edizioni Progress, Mosca, 1981
L’Unione sovietica – piccola enciclopedia, Novosti, 1967
Calendario atlante De Agostini, 1993

La lunga strada verso l’inganno. Fatti e antefatti di Pearl Harbor

Luca Baldelli1280px-Imperial_Japan_map_19397 dicembre 1941, il Giappone militarista e filo-fascista di Hirohito, Konoye (Primo Ministro), Matsuoka (abile e inflessibile Ministro degli Esteri), Shiratori (Ambasciatore nipponico a Roma), sferra l’attacco aereo contro la flotta statunitense a Pearl Harbor. Gli USA di Franklin Delano Roosevelt hanno offerto su un piatto d’argento, anzi dorato, il pretesto per rompere la cortina avvolgente dell’isolazionismo ed entrare in guerra contro l’Asse. Nel Paese, gli umori contrari ad ogni coinvolgimento nel conflitto mondiale erano stati, almeno fino al 1940, maggioritari tra l’opinione pubblica e con assoluta trasversalità in riferimento al mosaico delle forze politiche: democratici, repubblicani, per tacer dei populisti di Padre Coughlin, fervente filofascista, animatore di trasmissioni radiofoniche trasudanti odio verso le “plutocrazie”, tutti, in stragrande maggioranza, desideravano stare alla finestra a guardare svilupparsi un conflitto che, nelle intenzioni dei centri di potere yankee, doveva, ad un tempo, provocare la reciproca distruzione di Germania e URSS e, poiché ciò non dispiaceva, anche logorare la potenza economica e l’impero coloniale inglesi. Poi, sulle macerie del Reichstag, del Cremlino e dei vari lembi isolani e coloniali di Albione, il giovane Impero USA avrebbe consolidato e moltiplicato le sue fortune, facendole ricadere nelle tasche dei suoi tycoons attraverso l’ineffabile cornucopia della dominazione militare, valutaria e finanziaria estesa a tutto l’orbe terracqueo. Non era in fondo una novità, questa: negli anni ’20 e ’30 l’azione del Partito Repubblicano, con personaggi quali il Senatore Henry Cabot Lodge, del Massachusetts, e William E. Borah, dell’Idaho, era stata improntata al più marcato isolazionismo che naturalmente non precludeva, anzi mascherava, un imperialismo accentuato nel “cortile di casa” sudamericano e in altre aree. A partire dal 1940, con il crescere del confronto nippo–statunitense e anglo–nipponico nel quadrante asiatico, cresce il bisogno di agitare il “pericolo giallo”, spauracchio al quale il fascismo giapponese offre, con il suo volto aggressivo ed espansionista (molto simile a quello anglo-statunitense, d’altro canto), notevoli appigli.
franklin-roosevelt-biography-colorL’astro dell’isolazionismo, pertanto, appare calante. I megafoni della propaganda anglo-statunitense martellano inesorabilmente e senza pausa l’opinione pubblica: il Sol Levante viene dipinto come ricettacolo di ogni male e di ogni pericolo, come una minaccia alla sopravvivenza stessa dell’Occidente e del suo ordine economico. Naturalmente, che lì vi sia un regime fascista non impensierisce l’establishment statunitense: a Washington sono stati allevati e protetti i peggiori tiranni, dal nicaraguense Somoza, mandante dell’assassinio di Sandino, al dominicano Trujillo, razzista incallito, passando per il cubano Batista e l’haitiano Duvalier. Ciò che turba i sonni dell’Impero yankee è la possibilità che l’Asia, quantunque sotto la fascistissima “Sfera comune di prosperità della Grande Asia Orientale” egemonizzata da Tokyo, una sorta di Nuovo Ordine Europeo in salsa orientale, possa scuotersi di dosso il giogo del capitalismo di rapina occidentale, a netta prevalenza inglese (in misura minore statunitense) e inaugurare un’era di nuovi rapporti di forza in quella parte del Pianeta. Contro questa iattura, l’isolazionismo, caldeggiato all’inizio anche da Franklin Delano Roosevelt per poter essere rieletto, non solo non basta ma è controproducente. Bisogna passare all’opzione militarista, con buona pace dei Prescott Bush e di quanti, per interessi economici opposti ma coincidenti, e per sentimenti filofascisti, sostengono l’appeasement tanto con la Germania quanto con il Giappone. Bisogna provocare l’Impero del Sol Levante e spingerlo a fare il passo falso, in modo tale da giustificare una dichiarazione di guerra, per la quale il terreno è stato d’altro canto preparato, nell’opinione pubblica, con la demonizzazione del Giappone. Ancora nel luglio 1941, un sondaggio Gallup rileva come il 79% dell’opinione pubblica statunitense sia contro la guerra e a favore di una non ingerenza negli affari europei. A novembre, la percentuale dei contrari, nonostante il martellamento mediatico nippofobico, tocca la soglia rilevante del 61%. Roosevelt, la cui fretta di entrare in guerra è notata persino, a più riprese, da vari uomini politici nell’arco temporale 1940/41 (in modo particolare da Churchill, nel corso della Conferenza Atlantica dell’agosto ’41), diviene l’alfiere della linea interventista, anche se deve guardarsi le spalle dalla fronda di infiltrati e isolazionisti duri a morire.
Attraverso i media, come abbiamo visto, l’entourage presidenziale cerca di manipolare in ogni modo l’opinione pubblica, unendo, al consueto antisovietismo radicato nella mentalità statunitense, la più truculenta greuelpropaganda contro il Giappone. Tutto ciò non è però sufficiente! Occorre concepire piani militari, provocazioni, azioni false flag capaci di scuotere l’opinione pubblica, finanche di scioccarla, per spostare l’asse delle scelte verso l’impopolare opzione bellica. Occorre, in ambito militare, procedere anche con purghe di vasta entità, se necessario; non sono ammesse deroghe, critiche o distinguo in merito ai piani di guerra (folli, come quelli nipponici!) che si stanno preparando. Gli USA, al contrario dell’URSS, non sono un Paese invaso, attaccato e dunque legittimato a muovere guerra per salvare se stesso, la sua gente, le sue conquiste sociali; anzi, con i “Neutrality Acts”, Washington ha sancito di non volersi impicciare delle sorti del Vecchio Continente e di altre aree del Pianeta che non siano il proprio “courtyard”. Alla guerra ci si deve arrivare con l’inganno, “by the way of deception”, per dirla alla yankee. E’ l’ottobre del 1940 quando il Capitano di Corvetta Arthur H. McCollum confeziona un documento molto importante per capire lo svolgersi dei fatti: un memorandum in otto punti (“Eight Action Memo”), incentrato sulle migliori strategie per spingere il temuto Giappone alla guerra. Vediamoli uno per uno:
1. Stabilire un’alleanza con la Gran Bretagna per utilizzare le basi militari di Singapore;
2. Cementare un’ intesa con i Paesi Bassi per l’utilizzo delle basi nelle Indie olandesi;
3. Intraprendere ogni azione utile per appoggiare il Governo di Chiang Kai Shek in Cina;
4. Inviare un’intera divisione di incrociatori pesanti nelle acque dell’Estremo Oriente;
5. Inviare due divisioni di sottomarini nella sfera di influenza giapponese;
6. Tenere il grosso della flotta statunitense in prossimità delle Hawaii;
7. Spingere gli olandesi a non accordare concessioni di alcun tipo al Giappone, in particolare nell’ambito dei commerci petroliferi;
8. Varare un embargo totale verso il Giappone, assieme alla Gran Bretagna.
Gli storici ancora discutono su quale fosse il reale livello di conoscenza di Roosevelt rispetto a questo memorandum, ma appare ovvio che il Presidente ne sapesse almeno qualcosa! Infatti, tutte le azioni intraprese da Franklin Delano Roosevelt verso il Giappone, a partire dal 1940, sono coerenti con il dettato e con i propositi contenuti nei punti sopra riportati. Roosevelt, infatti, nel 1940/41, mette a segno uno dopo l’altro dei colpi che finiranno per convincere il Sol Levante circa l’inevitabilità della guerra con gli USA.
Sul piano delle relazioni estere ed economiche, l’embargo statunitense sui minerali e i metalli, diretti verso un Giappone ormai lanciato sull’Indocina in “disimpegno coloniale” da parte del governo di Vichy, apre le danze belliche: esso pesa notevolmente sull’economia nipponica, dal momento che, ancora nel 1938/39, oltre il 70% dei metalli ferrosi e più del 93% del rame utilizzati in Giappone venivano importati dagli USA. Sul piano strettamente interno, l’Ammiraglio Richardson, Comandante in capo della Marina, viene estromesso a causa del suo rifiuto di accettare deliberate provocazioni antinipponiche e di avallare una linea suicida su tutti i fronti: il governo statunitense, infatti, mentre fa spostare le flotta verso le Hawaii, a Pearl Harbor, non organizza e non rende possibili le più adeguate difese del caso contro attacchi aerei e a mezzo di siluri, assolutamente imprescindibili per assicurare l’integrità e l’invulnerabilità dei “pezzi da novanta” del patrimonio militare navale. Il Pacifico, è chiaro, deve tingersi di sangue, perché solo così si può avere la scusa per entrare in guerra: questo è il messaggio che arriva alle orecchie dei più accorti e a nulla serve nasconderlo con la cortina fumogena dei frasari di convenienza. Pearl Harbor, la località destinata ad assurgere alle massime vette della storia contemporanea, comincia a venir adocchiata e scrutata dal mirino giapponese, paradossalmente (si fa per dire…) secondo i piani statunitensi. Del resto, non è la prima volta che il nome di questa esotica località fa il proprio ingresso nei piani bellici, reali e virtuali, e nelle esercitazioni militari: nel 1932, l’Ammiraglio Yarnell, nel contesto di una simulazione, fa attaccare da 152 aeroplani la postazione navale di Pearl Harbor; nel 1938, poi, l’Ammiraglio King, sempre nell’ambito di un’esercitazione, fa attaccare la postazione navale da velivoli levatisi in volo dalla portaerei Saratoga. C’è però dell’altro e ha a che fare con… la “magia”. Niente di esoterico, per carità (almeno in questo cas…)! Si tratta del sistema “MAGIC”, complesso di sistemi di decodifica delle comunicazioni cifrate giapponesi. Ebbene, in quel burrascoso biennio 1940/41, l’intelligence statunitense è arrivata ormai a decodificare quasi tutti i messaggi in codice provenienti da Tokyo. Il sistema “MAGIC” è una sorta di scatola magica dentro alla quale vi sono vari scompartimenti, corrispondenti a diversi livelli di codifica: RED (poi PURPLE, usato dalle Ambasciate), TSU (J–19) e OITE (PA–K2), utilizzati dai Consolati, JN–25 (Codice della Marina Imperiale Giapponese, poi sostituito da BAKER 9). La querelle tra gli storici, ancora oggi, investe un argomento centrale: al dicembre del 1941, gli statunitensi avevano decifrato davvero i messaggi in codice nipponici? La tesi ufficiale è che l’attacco di Pearl Harbor non poteva essere previsto, dato che i messaggi criptati non erano stati decifrati in tempo. In particolare, si è sostenuto, la trasmissione dei dispacci era avvenuta con un’ora e quaranta minuti di ritardo rispetto al blitzkrieg nipponico: il messaggio sarebbe giunto infatti sulle scrivanie del Dipartimento di Stato alle 14,05. Questa la tesi ufficiale, giustificativa e assolutoria; la realtà, come vedremo, attesta ben altri fatti.
hideki-tojo-2Un passo indietro, per riallacciarci ai preparativi bellici e inquadrare nelle giuste coordinate spazio-temporali il tutto. Il 1940 segna dunque, come abbiamo ricordato, le prime misure commerciali di boicottaggio degli USA verso il Giappone, la formulazione del Piano McCollum, l’allontanamento dell’Ammiraglio Richardson, l’escalation della preparazione bellica mirata a colpire il Sol Levante. Matsuoka, Ministro degli Esteri nipponico, dichiara l’Indocina e le Indie francesi zone d’interesse giapponese. L’ala dura dei fascisti giapponesi, come desiderato dagli anglo–statunitensi, si rafforza sempre più, a scapito dei moderati. Si va estendendo, come conseguenza del titanico bracco di ferro ingaggiato, l’area di penetrazione economica e politica di Tokyo nel quadrante asiatico. L’anno successivo, il 1941, segna una tappa ancora più avanzata di questa strategia, con il tandem anglo–statunitense in cabina di regia. Il Giappone viene fatto oggetto di rappresaglie economiche e politiche con funzione di aperte provocazioni, di catalizzatori del conflitto che si vuole in ogni modo. In Inghilterra si procede con arresti in massa di cittadini nipponici incolpevoli, o meglio colpevoli solo di appartenere ad un Paese messo ormai nel mirino. Quando, nel luglio del 1941, Tokyo ottiene dal Governo di Vichy la possibilità di piazzare forze militari e avamposti difensivi nel cuore della vecchia Indocina francese, le contraddizioni inter–imperialiste con l’occidente si acuiscono sempre più. Ogni passo in avanti rassicurante della diplomazia giapponese, guidata in gran parte da elementi borghesi o vetero–aristocratici moderati, quantunque legati a concezioni imperialiste e nazionaliste, viene sabotato in maniera premeditata dagli USA: in tale maniera, prende quota il “Partito dello scontro bellico”, la fazione radicale, oltranzista, guidata da Hideki Tojo, Ministro della Guerra. Se nel 1940 il boicottaggio economico statunitense aveva interessato i minerali e i metalli, nel 1941 la giugulazione economica colpisce il Sol Levante in maniera ancora più pesante: nel mese di luglio, tutti i beni del Giappone vengono infatti congelati, all’indomani dell’accordo tra Tokyo e Vichy. Ad agosto, nel caldo canicolare che infiamma il mondo, e non solo meteorologicamente (la grande, eroica URSS combatte per fermare il tedesco invasore in totale solitudine!), gli USA avanzano con tutte le pedine più insidiose sullo scacchiere, sferrando un colpo esiziale: l’embargo totale sul petrolio e i carburanti diretti verso il Giappone. Tokyo, per rendere l’idea, importa, nell’anno di grazia 1939 ben l’80% del petrolio dagli USA! E’ chiaro il messaggio che si vuol lanciare: via ogni residua trattativa, Tokyo sia stritolata nella morsa del boicottaggio e la parola passi alle armi. Come può, infatti, un Paese poverissimo di materie prime e sovrappopolato come il Giappone, fare a meno di approvvigionamenti vitali per la sua economia? Se si chiudono in faccia al Sol Levante le porte degli scambi commerciali in settori di importanza vitale, è evidente che si spera che Tokyo stesso cerchi di riaprirsele con azioni di forza nella regione asiatica, precisamente nell’area del Borneo e delle Indie olandesi, compiendo così il fatidico passo falso.
L’imperialismo porta la guerra come le nuvole la pioggia: questa verità, elementare per ogni militante marxista–leninista e antimperialista, emerge chiaramente osservando sul quadrante internazionale le mosse degli USA nel periodo da noi preso in considerazione, oltre naturalmente a quelle della Germania e degli altri Paesi alleati o vicini all’Asse, Giappone incluso (con l’ala dura dei militari in azione di rafforzamento speculare a quella dei falchi yankee). Gli Stati maggiori preparano piani di guerra sempre più dettagliati, con la previsione di attuarli nel più breve tempo possibile. I giapponesi sono agguerriti e non intendono lasciare l’iniziativa a Roosevelt, per trovarsi poi impreparati e costretti a impaludare le proprie truppe nelle secche degli Oceani, con esiti rovinosi. Così, l’aeronautica giapponese, con spirito di iniziativa e dinamismo superiori a quelli degli altri corpi militari, rispolvera il vecchio progetto (prima appartenuto al capitolo “varie ed eventuali”) di colpire Pearl Harbor, ovvero quella stessa base navale delle Hawaii che, con perfetta coerenza rispetto agli intenti provocatori di Roosevelt, e in spregio agli inviti alla prudenza di parte dei vertici militari della Marina USA, è stata trasformata nella piazzaforte yankee del Pacifico. Quel luogo esotico, evocante coralli e corone di fiori a cingere il collo dei turisti, sta per diventare la dependance fisica e storica dell’Harmageddon… E lo sanno in molti, anche se per decenni si darà ad intendere che non è così!
Nel gennaio del 1941, Ricardo Shreiber, inviato peruviano a Tokyo, confida a Max Bishop, terzo Segretario dell’Ambasciata USA, di essere a conoscenza di un piano giapponese per attaccare Pearl Harbor. Di questa informazione viene messo al corrente il Dipartimento di Stato, assieme all’Ammiraglio Kimmel, nuovo comandante della flotta, il quale sarà poi destinato a fare da capro espiatorio per una mancata difesa della base navale voluta scientemente da chi già aveva programmato la guerra, non certo da lui. Il 31 marzo successivo, la relazione navale Bellinger–Martin ribadisce, nero su bianco, che si sta preparando un attacco giapponese, con Pearl Harbor come bersaglio. Ad agosto è Dusko Popov, uno dei principali agenti inglesi, nome in codice “Triciclo”, a rivelare all’FBI il piano di attacco a Pearl Harbor. Più o meno nello stesso periodo, il senatore Guy Gillette, venuto a conoscenza dei preparativi bellici in maniera dettagliata, allerta il Dipartimento di Stato e lo stesso Franklin Delano Roosevelt. Nell’ottobre del 1941, l’agente segreto Sorge, messosi a disposizione dell’URSS per la suprema causa della pace mondiale, informa del prossimo attacco a Pearl Harbor il Cremlino che, prontamente, gira la preziosa dritta agli USA, anche se dai verbali del governo statunitense sparirà ogni riferimento al fatto (ben 32000 passaggi “sbianchettati” dagli omissis!) Oltre a questi avvertimenti, tutti convergenti verso un unico obiettivo, chiaro e preciso, c’è l’attività di decifrazione dei messaggi in codice giapponesi da parte degli USA, che procede inarrestabile come un Panzer. Altro che messaggi tradotti in ritardo o trasmessi in maniera non tempestiva, magari per le rivalità tra Marina ed Esercito Usa! In quel 1941, il Governo americano sa tutto. I “non c’ero e se c’ero dormivo” fanno inorridire ogni serio storico che valuti prove e riscontri!
f6897f415d8ae039b2187294b592b00b Il Capitano J.Holtwick, nel giugno 1971, scrive a corredo dei documenti del “Naval Security Group History to World War II“: “Dal 1° dicembre del 1941, noi avevamo decifrato il codice giapponese in maniera quasi integrale”. Winston Churchill, dal canto suo, afferma: “Dalla fine del 1940, gli statunitensi avevano penetrato la barriera dei cifrari giapponesi e avevano decodificato la gran parte dei messaggi militari e diplomatici” (si veda, in particolare, il volume “La seconda Guerra Mondiale – La Grande Alleanza”, Arnoldo Mondadori Editore, 1965). Non finisce qui: nel 1979, la NASA rende pubblici 2413 messaggi JN–25 decodificati (relativi alle comunicazioni della Marina giapponese) sui 26581 intercettati dagli USA tra il 1° e il 4 dicembre 1941. Si scopre che essi contengono importanti dettagli concernenti l’esistenza, l’organizzazione logistica e gli obiettivi dell’attacco di Pearl Harbor. In quel periodo, Roosevelt viene informato non una, ma due volte al giorno su tali messaggi dal suo aiutante, John Beardell. Insomma, i vertici del potere statunitense, a partire dal Presidente Roosevelt, sanno tutto o quasi. e nonostante ciò nessuno prende misure di sicurezza degne di questo nome per proteggere Pearl Harbor, indicato espressamente nei messaggi come target. La scusa dell’incertezza circa gli obiettivi nel mirino dei giapponesi, mutevoli e plurimi nelle intenzioni “captate” dai crittografi, quindi, non regge, specie alla luce del fatto che proprio a Pearl Harbor gli USA avevano voluto concentrare la parte più rilevante della loro flotta, nell’intento di farne il bersaglio principe che potesse poi giustificare la rottura della neutralità e l’ingresso in guerra, con forze fresche e mezzi dispiegati in quantità. Lo storico Robert Stinnet, con rigore, imparzialità e ricchezza di riferimenti documentali, ha trattato magistralmente l’argomento, dimostrando l’insostenibilità di certe tesi assolutorie. Sta di fatto che il 7 dicembre, nel Pacifico, a Pearl Harbor, la potenza di fuoco dell’aviazione giapponese giunge indisturbata e quasi indisturbata riparte, dopo aver spedito tra le fiamme e i flutti selvaggi, distrutti o danneggiati, 6 corazzate, 3 incrociatori, 188 velivoli e via elencando. I morti sono 2403 tra gli statunitensi, dei quali 68 civili; 1178 i feriti. Stranamente (si fa per dire…) nella baia, quel giorno, non sono però all’ancora le tre portaerei USA che costituiscono il vero obiettivo dell’attacco: l’Enterprise, la “Hornet e la Yorktown. Questi assi nella manica, misteriosamente celati agli artigli dei falchi dell’aria nipponici, saranno determinanti per le sorti del conflitto a partire dalla battaglia delle Midway. Fortunosa coincidenza? O piano premeditato per sacrificare parte della flotta in nome della più alta esigenza di dar fuoco alle polveri? Roosevelt, del resto, non aveva sempre detto che era pronto a immolare sull’altare della guerra, come vittime sacrificali, alcune imbarcazioni della Marina statunitense e taluni equipaggiamenti dell’Esercito?
L’attacco giapponese, certamente congegnato con maestria, è un fatto che non parla da solo, decontestualizzato e preso in sé e per sé! Infatti, a chi addebitarlo? Al fascismo militarista giapponese e basta? Certamente l’espansionismo nipponico, che doveva mascherare le proprie mire dietro lo schermo della retorica anticoloniale della liberazione dell’Asia dal dominio occidentale, ha giocato il suo ruolo. Accanto ad esso, però, va collocata la tigre di carta che, col suo fiato e i suoi artigli, l’ha rafforzato e, in quel frangente, ne ha condizionato le mosse come con un telecomando: l’imperialismo statunitense, sempre anelante all’individuazione di un nemico attorno al quale coalizzare l’opinione pubblica per propositi bellici. L’11 settembre, in fondo, non è una data ma una filosofia, una strategia della provocazione vecchia quanto l’Impero statunitense, dall’affondamento della nave USS Maine che fece scoppiare la guerra ispano–americana nel 1898, alle Due Torri, passando per Pearl Harbor.
Il Giappone sarà sconfitto nel secondo conflitto mondiale, in primo image_book.phpluogo dai popoli liberi che, se da un lato volevano scuotere il giogo dell’imperialismo occidentale, dello sfruttamento dei monopoli con le loro teste d’uovo a Londra, Parigi e Washington, dall’altro non desideravano finire da questa padella nella brace degli zaibatsu nipponici, del capitalismo castale e di rapina del Sol Levante. La Cina di Mao, lottando contro i fascisti e i fantocci dell’imperialismo, mostrerà ai popoli asiatici la giusta via per la liberazione, additandogli una vera, reale “sfera di coprosperità” eguale per tutti e foriera di vero sviluppo per tutti: quella di un socialismo in cui modernità e tradizione si fondevano nel crogiolo della storia millenaria di un popolo. Gli ordigni di Hiroshima e Nagasaki colpiranno vigliaccamente un Paese, il Giappone, quando esso già si era di fatto arreso, il tutto per dimostrare all’URSS chi era che comandava nel mondo e chi doveva tenere strette in pugno le redini del comando. Quegli ordigni, però, non potranno frenare né l’avanzata dell’URSS né il movimento mondiale delle masse oppresse dall’imperialismo nei quattro continenti, fatto che diventerà evidente con la decolonizzazione dell’Africa, l’ingresso della Cina e dell’India sulla scena internazionale, la vittoria del Vietnam, una vittoria in cui patriottismo e socialismo si sono fusi nella bandiera rossa. Se oggi il mondo è diverso, se la Cina si affaccia sullo scenario internazionale e lo condiziona in misura determinante, facendo saltare con la Russia il paradigma dell’unipolarismo USA, nonché rimettendo in moto la stessa parte sana e progressista del nazionalismo giapponese, il merito è di chi, un tempo, ha saputo sconfiggere l’imperialismo occidentale e quello nipponico assieme, facendo saltare i fronti che a Pearl Harbor, con la provocazione e l’inganno, qualcuno aveva immaginato irreversibili e imperituri.colour-flag_2076771iRiferimenti utili:
Robert Stinnett, “Il giorno dell’inganno” (Milano, Il Saggiatore, 2001)
What Really Happened
Peter Herde, “Pearl Harbor” (Milano, BUR, 2001)
Winston Churchill, “La Seconda Guerra Mondiale”, Vol. III (Milano, Mondadori, 1965)

Una partnership imprevista: Germania nazista e Repubblica cinese

Norton Yeung, War History online, 31 marzo 2016

Chiang_Wei-kuo_Nazi_1htlgMEbGuardate queste foto, un ufficiale nazista e truppe della Wehrmacht, giusto? Sbagliato. Un rapido sguardo non ingannerebbe gli appassionati di storia militare. Si verrebbe perdonati pensando che si tratti dell’esercito imperiale giapponese (IJA) addestrato dai tedeschi. Ma non c’è nulla di più lontano dalla verità, infatti sono soldati dell’Esercito Nazionale Rivoluzionario (NRA) cinese addestrati dai nazisti, destinati a combattere gli invasori giapponesi. L’ufficiale della Wehrmacht è Chiang Wei-Kuo, figlio adottivo del generalissimo Chiang Kai-shek. Chiang Wei-Kuo comandò un panzer tedesco durante l’Anschluss, venendo promosso tenente della Wehrmacht in previsione del Fall Weiss, prima di essere richiamato in Cina. Come è possibile che il figlio di un capo di Stato alleato della Seconda Guerra Mondiale fosse dal lato sbagliato della guerra, vi chiederete? Sappiamo tutti che la Cina fu la ‘prima a combattere’ il Giappone imperiale nel 1931, quando la Manciuria fu annessa formando il Manchukuo fantoccio del Giappone, solo per essere seguita dall’invasione del 1937. Di fronte a un nemico di gran lunga superiore tecnologicamente ed organizzativamente, con un’economia da guerra industrializzata, la Cina cercò naturalmente aiuto militare estero da chiunque fosse disponibile. Ironia della sorte, uno di questi partner fu la Germania nazista, il prossimo alleato del Giappone.
Il supporto nazista fu motivato da due ragioni: la necessità economica delle materie prime della Cina e l’anticomunismo del partito nazionalista di Chiang Kai-shek, o Kuomintang (KMT). Assai sorprendentemente, personalmente Hitler non considerò mai cinesi o giapponesi inferiori, escludendo i cinesi dall’antagonismo razziale nazista nelle relazioni con l’estero. Tale partnership inaspettata tra Germania e KMT in realtà precedette l’ascesa di Wang_and_NazisHitler al potere nel 1933. Dopo che il governo cinese di Beiyang dichiarò guerra alla Germania imperiale nel 1917, la cooperazione cino-tedesca si stabilì dopo la sconfitta tedesca. Se la Cina in realtà non combatté mai contro la Germania (contribuì con manodopera cinese per gli alleati con il Corpo del Lavoro cinese), oltre al fatto che la Germania di Weimar rinunciò alle rivendicazioni territoriali in Cina, la partnership rinnovata uscì dalla prima guerra mondiale in gran parte indenne. Con la firma del trattato di pace cino-tedesco nel 1921, furono poste le basi per la cooperazione: la Cina offrì accesso alle materie prime necessarie per la ricostruzione tedesca del dopoguerra, mentre la Germania di Weimar offrì materiale moderno e consulenza militare a una Cina minacciata. Nel mercato redditizio della guerra civile cinese tra signori della guerra, la Germania aveva un vantaggio. A differenza dell’altro importante sostenitore estero del KMT prima di Pearl Harbour, l’URSS, la Germania di Weimar non aveva alcuna agenda politica. Mentre i sovietici usarono l’assistenza militare per inserire politicamente i compagni del Partito Comunista Cinese (PCC) nel KMT, i tedeschi erano inizialmente interessati ad affari e anticomunismo, essendo stati privati della capacità o volontà d’imporre piani imperiali alla Cina. Attraverso ufficiali del KMT istruiti dai tedeschi come Chu Chia-hua, soldati di ventura come Max Bauer furono reclutati dalla Cina negli anni di Weimar, evitando il divieto sugli investimenti militari stranieri del Trattato con la Germania. Per lo più gli ufficiali della prima guerra mondiale, che condividevano i sentimenti anticomunisti con la fazione di destra del KMT guidata da Chiang Kai-shek (Bauer fu personalmente coinvolto nel putsch di Kapp), erano più che felici di consigliare il KMT. La famosa Whampoa Military Academy, equivalente cinese di Sandhurst/West Point, fu notevolmente rafforzata alla fine degli anni ’20 nell’intelligence e nell’addestramento militari da 20 alti ufficiali tedeschi reclutati da Bauer. Lo sviluppo delle infrastrutture industriali del KMT avvenne sotto la guida tedesca. La presenza di personale fu accoppiata alle esportazioni clandestine di armi tedesche, pari a oltre il 50% delle importazioni di armi della Cina nel 1925, mentre i vincitori democratici della Prima guerra mondiale esclusero la Germania dall’embargo sulle armi contro la Cina nel 1919. Alla vittoria nazista nelle elezioni del 1932 in Germania e successiva presa del potere di Hitler, i legami cino-tedeschi si rafforzarono con la rimozione degli obblighi della neutralità di Weimar. Su invito di Chiang, i fanatici della Hitlerjugend visitarono anche la Cina.
Seekt Hans von Seeckt, il generale responsabile delle vittorie sul fronte orientale del maresciallo von Mackensen, fu inviato come consigliere di Chiang nella lotta al PCC. Il suo ‘Piano delle 80 divisioni’ era la chiave per sostenere una piccola ma altamente centralizzata, mobile e ben attrezzata forza modernizzata, contrariamente alla maggior parte degli eserciti delle fazioni cinesi contemporanee. Adottando le idee tedesche, come la formazione di brigate di élite e l’eliminazione del regionalismo tra le diverse divisioni, i metodi di von Seeckt si materializzarono parzialmente nelle otto divisioni d’élite del KMT addestrate dai tedeschi (80000 uomini), tra cui la famosa 88.ma, destinate ad opporre la più feroce resistenza all’IJA nella famosa difesa dei magazzini Sihang di Shanghai. Alexander von Falkenhausen, comandante appena pensionato della scuola di fanteria di Dresda, fu incaricato di attuare il piano di von Seeckt. Von Falkenhausen ridimensionò l’ambiziosa visione di von Seeckt adattandosi alle capacità industriali limitate della Cina, che secondo von Seeckt era obsoleta all’80%, nel 1930, per una moderna produzione militare. Invece di 80 divisioni complete, von Falkenhausen spinse per la costruzione di una piccola forza mobile sufficientemente specializzata in armi tattiche di piccolo calibro, similmente alle Sturmtruppen della fine della Prima guerra mondiale, col compito d’infiltrarsi. Per tutto il tempo, la modernizzazione delle armi fu accelerata. Fu revisionato l’arsenale di Hanyang per la produzione di armi Maxim, tanto necessarie per il tiro di supporto automatico, così come il fucile Tipo 24 Chiang Kai-shek (copia del Mauser M1924, antenato della carabina 98K), mentre nuovi stabilimenti furono istituiti per la produzione di moderne attrezzature progettate dai tedeschi, come le MG-34 e anche qualche autoblindo che la Cina acquistò dal Reich. Fu ordinata l’importazione di armi, tra cui i caratteristici elmetti M35 e le pistole automatiche Mauser C96 Broomhandle così come artiglieria fabbricata da Rheinmetall e Krupp fu ordinata in grandi quantità per integrare la produzione locale.
3905 Von Falkenhausen consigliò Chiang di scatenare una guerra di logoramento contro i giapponesi, ritirandosi lentamente dal nord della Cina, evitando di attaccare a nord del Fiume Giallo. Sostenne le tattiche d’infiltrazione della guerriglia per completare l’approccio della difesa in profondità, rendendo costosa ai giapponesi ogni avanzata. Certamente, Chiang l’ascoltò e l’avanzata giapponese fu rallentata per mesi prima della caduta di Nanchino, permettendo al governo del KMT di spostare forze e industria bellica nell’interno del Sichuan. Ancora più importante, le riuscite azioni dilatorie prima della Seconda Battaglia di Shanghai e della Battaglia di Nanchino, infine, dimostrarono che l’NRA poteva rispondere ai giapponesi più tecnologicamente e organizzativamente avanzati. L’ultima ammirevole resistenza di Shanghai, per 76 giorni, nonostante le pesanti perdite, sollevò il morale cinese continuando la lotta, portando alle famose vittorie di Taierzhuang nel 1938, contro la fanteria giapponese supportata da blindati, e a Suixian-Zaoyang nel 1939, molto prima delle prime vittorie degli alleati occidentali o anche dello scoppio della guerra europea. Quindi la decisione di Chiang Kai-shek d’inviare Wei-Kuo ad istruirsi nella Wehrmacht non dovrebbe sorprendere. In effetti, i legami personali di Chiang con la Germania erano tali che, anche dopo lo scoppio della guerra cino-giapponese del 1937, una significativa ambasciata cinese rimase a Berlino, chiedendo il ripristino integrale dei rapporti nazi-cinesi nonostante il Patto di non aggressione cino-sovietico. Quando furono finalmente richiamati, von Falkenhausen e colleghi consiglieri tedeschi promisero di non condividere alcuna informazione sui piani di guerra cinesi con i nuovi alleati giapponesi. Quando il Patto tripartito del 1941 formalizzò l’asse Germania-Italia-Giappone, l’aiuto tedesco alla Cina cessò completamente, ma le basi militari che la partnership pose contribuirono alla vittoria finale cinese. Von Falkenhausen, da parte sua, mantenne la parola e continuò a scrivere a Chiang, scambiandosi doni anche molto tempo dopo la fine della guerra.Jo5eORO

Riferimenti
Kennedy, M., Il dimenticato Corpo del lavoro cinese della Prima guerra mondiale viene riconosciuto infine
Kirby, WC, Germania e Cina repubblicana, 1984, Stanford University Press.
Sawyers, M., La partecipazione del Soccorso unito cinese al Fondo Nazionale di Guerra degli Stati Uniti d’America
Taipei Times, Il generale nazionalista Sun Yuan-liang muore a 103 anni
Wikipedia, Alexander von Falkenhausen
Wikipedia, Chiang Wei-Kuo
Wikipedia, Ariani onorari
Wikipedia, Esercito Nazionale Rivoluzionario

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L'”incidente di Mukden”

Bruno Birolli, Fascinant Japon

La seconda guerra mondiale in Asia iniziò non a Pearl Harbor, ma dieci anni e tre mesi prima, in Manciuria, a Mukden, oggi Shenyang, nella notte del 18 e 19 settembre 1931. Evento decisivo nella storia del 20° secolo, oggi dimenticato. Eppure impressionò il contemporaneo Hergé che ne fece il centro dell’intrigo dell’albo di Tintin, Il Loto Blu.000Il piccolo corpo d’armata giapponese, l’armata del Kwantung, deve il suo nome al territorio del Kwantung, o Guandong in cinese moderno, Kanto in giapponese, nella penisola di Lioadong, dove si trova Dalian e un nome noto nei primi anni del 20° secolo: Port Arthur, la base navale russa conquistata dai giapponesi dopo un assedio estenuante nella guerra russo-giapponese (1904-1905). E’ la lontananza dell’arcipelago motivo per cui l’armata del Kwantung, nonostante il piccolo stato maggiore, divenne vivaio di cospiratori e matrice del fascismo giapponese.

Contesto storico
Il problema che affrontò il Giappone dopo la vittoria sulla Russia nel 1905, è che la sua presenza nel continente rimase fragile. In virtù del trattato di Portsmouth, il Giappone recuperò solo i diritti acquisiti dalla Russia in Manciuria. Una volta che tali diritti decaddero, nel 1923, il Giappone doveva abbandonare ciò per cui aveva combattuto e vinto al prezzo di 130000 morti. Posando da protettori della Cina, bloccando ogni tentativo di smembramento coloniale del Regno di Mezzo come fecero gli europei in Africa, gli Stati Uniti furono gli intermediari che a Portsmouth chiesero ed ottennero che il Giappone rinunciasse alle ambizioni in Manciuria. I semi della Guerra del Pacifico vennero gettati. Le tensioni non smisero di crescere tra Giappone e Stati Uniti. La sfida era in Cina. La conclusione del lento cumularsi di risentimenti, sospetti, incomprensioni e rivalità esplose a Pearl Harbour nel dicembre 1941. Ma nel tardo 19° secolo, conquistare il nord della Cina era considerato prioritario dagli strateghi giapponesi. Vedendo nelle province del nord-est della Cina il baluardo necessario per controllate la Corea, il cui possesso bloccava lo stretto di Tsushima e metteva l’arcipelago al riparo dalle invasioni. Nel 1895 questo fu il motivo della prima guerra cino-giapponese. Il Giappone poi conquistò la penisola del Lioadong. Col Trattato di Shimonoseki la Cina cedette territori al Giappone. Ma l’intervento vigoroso della Russia, sostenuta da Germania e Francia, costrinse l’esercito imperiale ad evacuare Port Arthur. Nel 1898, in cambio del sostegno di Mosca, Pechino cedette alla flotta russa la base navale di Port Arthur. Il Giappone ritenne l’alleanza russo-cinese volta a indebolirlo e privarlo dello status di grande potenza per, infine, ridurlo in schiavitù. Come si vide, gli eventi accelerarono di molto. Con ciascuna di tale manovre, come nel gioco del Go, l’occidente cessò di essere il modello di modernità e divenne l’usurpatore delle vittorie del Giappone. Il timore di vedere l’arcipelago schiacciato arrivò a suscitare una mentalità da assedio. Il primo nemico fu la Russia, da cui la guerra russo-giapponese. E dal 1905 gli Stati Uniti. L’idea di conquistare la Manciuria divenne urgente presso certi ambienti per allentare la pressione. Nel 1915, approfittando degli europei impantanati nella guerra in Europa e dello status di alleato di Francia e Gran Bretagna, il governo conservatore tentò la fortuna con le famose “Ventuno domande” che posero la Cina sotto il protettorato giapponese di fatto. Anche in questo caso gli Stati Uniti s’interposero. Il tentativo di mettere sotto protettorato la Cina fallì. Ma il Giappone non rimase a mani vuote: il contratto di affitto del Kwantung fu esteso fino al 1997. Parziale vittoria per il Giappone? O disastrosa sconfitta come sostennero le fazioni più radicali.Kwantung_territory_China_1921L’armata del Kwantung
Nei primi anni ’20 l’armata del Kwantung era una piccola forza. Se la flotta giapponese aveva il diritto di ancorare le navi a Port Arthur, i trattati internazionali limitavano la presenza dei soldati giapponesi a 10000 uomini. D’altra parte, gli stessi trattati internazionali proibivano le armi offensive: artiglieria pesante, aviazione, blindati… La missione era pattugliare un corridoio di 1 km lungo la ferrovia, la cui concessione fu strappata alla Russia nel 1905, da Port Arthur, a Dalian dopo 40 chilometri per unirsi ad Harbin al ramo manciuriano della Transiberiana. L’armata del Kwantung era quindi una forza di polizia per vigilare sulla sicurezza della rete ferroviaria minacciata dalle bande di saccheggiatori che sciamavano nell’immensa Manciuria attaccando i convogli. La Manciuria era quindi una sorta di “Wild West” asiatico popolato da nomadi, pastori, banditi, trafficanti di oppio mongoli, manciù e cinesi. Le sue forze erano composte da una divisione di fanteria sostituita ogni quattro anni. Gli ufficiali godevano di condizioni di vita lussuose a Dalian e Port Arthur, in cui aveva sede il quartier generale dell’armata del Kwantung, edificio che esiste ancora. I bilanci erano arrotondati con confortevoli diarie, le più alte dell’esercito imperiale. E soprattutto gli ufficiali avevano una libertà di manovra sconosciuta nelle caserme dell’arcipelago, dove la gerarchia era greve. Nel Kwantung militari e amministratori erano liberi di agire a piacimento. Il cambio del personale permanente ebbe effetti perversi, creando nell’esercito imperiale lo “spirito della Manciuria” che si fuse con la convinzione che la Manciuria andasse conquistata con la forza, bypassando l’accordo di Tokyo.Japanese skull regiment 1933La rivolta degli ufficiali
Due eventi accelerarono la rottura dell’armata del Kwangtung con le autorità del governo civile. Il primo fu la rapida democratizzazione vissuta dal Giappone alla morte dell’imperatore Meiji nel 1912, denominata “democrazia Taisho” dal nome del figlio di Meiji e padre del futuro imperatore Hirohito. Il riconoscimento dei sindacati, la legalizzazione del Partito Socialista, l’estensione del diritto di voto universale agli uomini, al fine di concedere il diritto di voto alle donne… il Giappone seguiva l’ondata di liberalizzazione nel mondo che usciva dalla prima guerra mondiale. Ma i liberali erano anche i sostenitori del disarmo. Il Giappone era uno dei cinque fondatori della Società delle Nazioni, precursore delle Nazioni Unite, creata dopo la prima guerra mondiale. E per i liberali, la sicurezza del Giappone non passava più attraverso la costituzione di un forte esercito, ossessione di Meiji, ma con la firma di accordi con le maggiori potenze. Già indignato dall’occidentalizzazione dei costumi in cui vide la rinuncia allo spirito guerriero dei samurai, l’esercito imperiale veniva colpito al cuore con la riduzione degli effettivi. Per motivi di bilancio, la difesa copriva il 30% del bilancio dello Stato, e politico, l’allineamento politico con Paesi importanti come Stati Uniti, Francia e Regno Unito che smobilitavano. Ad aggravare il senso di tradimento dell’élite giapponese, la resa dei beni giapponesi in Manciuria fu presa in considerazione a Tokyo per rilassare le relazioni con la Cina, che non riconobbe né il trattato di Portsmouth, né l’accordo Giappone-USA sulle “Ventuno domande”. L’altro evento decisivo fu la scomparsa degli uomini di Meiji a capo delle Forze armate. Obbedienti e spesso giunti ai vertici grazie più alla lealtà che alla competenza, conobbero la guerra civile e le battaglie per la restaurazione Meiji nel 1860-70; ora morivano uno dopo l’altro. L’ultimo a scomparire fu il maresciallo Aritomo Yamagata, il padre dell’esercito Meiji, nel 1922. Questo passaggio di generazioni mutò la presa dei clan vincitori della restaurazione Meiji, i clan di Satsuma e Choshu, e fece avanzare i giovani dei clan sconfitti originari delle provincia a nord di Tokyo, Tohoku. Assai meno rispettosi dell’ordine stabilito, se non addirittura in rivolta verso di esso, da cui si sentivano esclusi poiché il mondo economico gli era precluso, entrarono nell’esercito come cadetti all’età di dodici anni, sul modello dell’esercito di Bismark, riferimento nella costruzione dell’esercito imperiale giapponese. Per Ishiwara e Itagaki, e probabilmente per gli altri ufficiali giapponesi, tale tuffo brutale nell’universo rigidamente disciplinato delle scuole militari segnò la fine dell’infanzia, rimanendo un trauma che non riuscirono a superare completamente, come mostrano i testi che lasciarono. Soprannominati “giovani ufficiali”, perché al massimo erano colonnelli, ebbero dal 1920 responsabilità gerarchiche sempre più importanti. Un primo tentativo di conquistare con le armi la Manciuria si ebbe nel 1928, quando una bomba fu posta sotto il treno di Chang Tso-lin (Zhang Zuolin), il signore della guerra della Manciuria ancora “cliente” del Giappone. Il cervello dell’attentato fu il colonnello Daisaku Komoto. Komoto sperava che per vendicare il padre ucciso dall’esplosione, il figlio di Chang Tso-lin, Chang Hsue-liang (Zhang Xueliang) lanciasse le sue truppe all’assalto del Kwantung, fornendo il pretesto per invasione della Manciuria. Ma quest’ultimo, consapevole della trappola tesa e dell’impreparazione dell’esercito cinese, si limitò alle denunce verbali. Komoto fu sollevato dell’incarico senza essere processato per tale atto di terrorismo. Per paura della reazione ostile dell’esercito imperiale, fu costretto a lasciare l’esercito in sordina.

I protagonisti
744637 Una nuova cospirazione fu avviata, più forte. Il cervello del nuovo complotto era il colonnello Tetsuzan Nagata, che raccolse intorno a sé nomi che resteranno nella storia, perché saranno tutti processati e giustiziati dagli Alleati dopo il 1945, Hideki Tojo, Tomoyuki Yamashita che s’illustrerà conquistando Malesia e Singapore nei primi mesi del 1942, Kenji Doihara, uomo dei servizi segreti giapponesi, Seishiro Itagaki e Kanji Ishiwara il cui ruolo fu cruciale per il successo dell’invasione. Tali incontri furono clandestini. Nell’organizzazione politica istituita da Meiji era infatti vietato agli ufficiali incontrarsi per discutere di questioni politiche o militari. Solo i consulenti diretti dell’imperatore avevano tale privilegio. Ma alla fine degli anni ’20, le regole imposte da Meiji furono spazzate via dalla rivolta degli ufficiali infuriati dal mutare della società giapponese e dalla politica del disarmo. Ishiwara e Itagaki furono inviati da Nagata a sostituire Komoto a Port Arthur. Questo tandem provocò la guerra. Ishiwara fu responsabile della pianificazione dell’invasione. La funzione di Itagaki, teoricamente superiore di Ishiwara, era “politica”: avere contatti nell’esercito imperiale affinché il complotto fosse supportato e si preparasse l’amministrazione della Manciuria, una volta conquistata. Si sa dagli scritti di Ishiwara quali fossero le motivazioni di questi due ufficiali. Avviare la guerra in Manciuria non solo puntava a conquistare lo spazio considerato vitale per la difesa del Giappone, ma anche a fermare il programma del disarmo del Giappone, rovesciare il governo per sostituirlo con uno militare, o almeno influenzato dai militari, e militarizzare la società giapponese per l’obiettivo finale: affrontare con le armi gli Stati Uniti. Quindi fu una vera rivoluzione quella preparata dalla congiura, una rivoluzione paragonabile alla Restaurazione Meiji secondo i suoi fautori.

L’Incidente di Mukden
L’operazione scattò nella notte del 18 e 19 settembre 1931, quando una piccola bomba fu collocata dai soldati del Kwantung sotto la ferrovia, appena fuori Mukden. Nelle ore seguenti Mukden fu occupata assieme alle stazioni principali fino al confine settentrionale della concessione ferroviaria giapponese. Rinforzi di stanza in Corea, cinquemila uomini comandati da ufficiali guadagnati alle idee degli ammutinati, violarono l’ordine di non intervenire entrando in Manciuria. L’8 ottobre Ishiwara suscitò un’altra provocazione. Diresse il bombardamento aereo di Jinzhou. L’obiettivo questa volta era la linea ferroviaria gestita dagli inglesi; voleva estendere il conflitto per paralizzare il governo che cedeva alle richieste della SdN di por fine alle ostilità. La provocazione ebbe successo, incapace di trattenere l’armata del Kwantung temendo che sanzionando i cospiratori avrebbe causato un colpo di Stato militare in Giappone, il governo giapponese non poté che osservare la situazione in Manciuria sfuggirgli completamente. Mentre continuavano gli scontri, una massiccia campagna di disinformazione fu attuata. Tutti i media supportarono l’armata del Kwantung. Ci vorrà la sconfitta del 1945 affinché il pubblico giapponese sapesse che il Giappone non fu vittima di un’aggressione cinese a Mukden, ma che fu una provocazione ordita con freddezza da ufficiali giapponesi. Inebriato dalle vittorie, Ishiwara volle di slancio attaccare i sovietici sempre presenti a nord della Manciuria. Le sue truppe risalirono in treno fino a Tsitsihar. E presso questa città vi fu l’unica battaglia della campagna, nota alla storia come “Incidente Manciuriano”, Manchu Jiken. Ai primi di novembre 1931, a 30 gradi sottozero, le forze giapponesi schiacciarono quelle del generale cinese Ma Chan-shan (Ma Zhanshan), perdendo circa quattrocento uomini, due terzi per il freddo (più di cinquecento feriti per congelamento). I giapponesi presero Tsitsihar (Qiqihar) ma questa volta il più attento Itagaki trattenne l’impetuoso Ishiwara, e quando gli interessi ferroviari, il ramo manciuriano della Transiberiana, furono rispettati, i sovietici osservarono da spettatori i combattimenti. Il 31 dicembre 1931, l’armata del Kwantung entrò a Jinshou. Con 15000 uomini strapparono a 250000 soldati cinesi, male addestrati e mal curati è vero, un territorio grande quattro volte la Francia. Incapace di farli rientrare in caserma, il governo del Giappone fu rovesciato e l’esercito imperiale impose alla guida dello Stato personalità ad esso fedeli. Internazionalmente il Giappone fu isolato. I trattati sul disarmo abrogati e la militarizzazione avviata. Fu aperta la via all’alleanza con Germania nazista e Italia fascista. Nel settembre 1931 il Giappone avviò una guerra lunga quattordici anni, fino all’apocalisse finale di Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto 1945.CHINA-JAPAN-DIPLOMACY-HISTORYTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guerra ed economia in Giappone (1911-1946)

Jean-Louis Margolin, Fascinant JaponC-BattleshipYamatoLo slogan preferito dei promotori della restaurazione Meiji (1868) era Kyohei Fukoku (prospero e forte esercito). Questo significava che subito con la riapertura, il Paese era impegnato a far avanzare di pari passo potere economico e militare. In particolare, i samurai spesso si riconvertirono in capitani d’industria, sotto l’esigente sorveglianza dello Stato. Inoltre, tra le industrie moderne da creare, il posto d’onore fu dato alle armi, la prima fabbrica di armi ebbe sede a Yokosuka nel 1860 con l’aiuto dei francesi. Ma i militari non erano molto efficaci come capi delle nuove società, molte delle quali furono recuperate nel 1880 dai mercanti diventati capitalisti, e solo all’inizio del XX secolo il Giappone svilupperà acciaierie e cantieri navali degni di questo nome. Se la necessità del coordinamento tra militari e industria è da subito prevista, le modalità pratiche rimasero incerte per non dire altro. Il dibattito continuerà nel periodo interessato, dentro e fuori un contesto sempre più urgente, senza mai trovare una soluzione realmente soddisfacente per le varie parti interessate e pienamente efficace per il Paese. Tuttavia vi furono progressi impressionanti: la guerra del 1914-18 in primo luogo promosse lo sviluppo economico e gli armamenti fornirono nuove modalità consentendo al Giappone d’impegnarsi nella politica di conquista, conclusasi con lo scontro con gli Stati Uniti. Questo, nonostante la grande mobilitazione di tutte le risorse del Giappone, dimostrò in definitiva che l’arcipelago non poteva competere con la potenza statunitense.

1911-1931: tra guerra e crisi, l’ambiguo trionfo del capitalismo industriale
La guerra al servizio dell’economia (fino al 1919)
mikasa Il Giappone aveva vinto la guerra nel 1905 contro la Russia. Ma nell’occasione s’indebitò fortemente approfittando della vicinanza alla finanza anglosassone, rassicurato dalla alleanza anglo-giapponese nel 1902 e dagli accordi Taft-Katsura (con gli USA) nel 1905. Lo scoppio della prima guerra mondiale permise di rompere con la politica deflazionistica e di rilanciare la crescita. Infatti, era una situazione ideale: dalla “parte giusta”, quella dei vincitori, poté cogliere i possedimenti tedeschi in Cina e nel Pacifico, e beneficiare dell’enorme spesa per gli armamenti degli alleati (poi, subito dopo la vittoria, iniziò la ricostruzione), senza dover combattere se non simbolicamente. Dovette disporre di una moderna industria sufficientemente aperta per poter rispondere all’aumento della domanda causato dal conflitto. Il triplice vantaggio del Giappone riposava nell’apertura dei nuovi mercati in Europa, nel blocco virtuale delle esportazioni verso l’Asia, promuovendo le propria attività, e il significativo aumento dei prezzi dei “prodotti strategici”: materie prime, ma soprattutto del cotone per le uniformi, delle navi per trasportale, e quindi dell’acciaio per costruirle. Il ritmo di crescita del PIL giapponese triplicò al 9%. In soli cinque anni, tra 1914 e 1919, la produzione industriale saliva del 72%, e la forza lavoro “solo” del 42%: il miglioramento della produttività fu importante. La capacità d’investire era notevole, dato che il tasso medio di profitto dal 15% di prima della guerra, passava a circa oltre il 50%! La quota di industria e settore estrattivo del PIL passò dal 20% al 30%: è allora che il Giappone divenne veramente un Paese industriale. Tra i settori chiave del periodo, la costruzione navale conobbe la crescita più impressionante, sostenuta dall’aumento di sette volte il prezzo delle navi; la manodopera quadruplicò e si passò da otto navi varate nel 1915 a 174 nel 1918. Questo progresso fu principalmente avviato dal settore privato, che cominciò a prosperare senza il cordone ombelicale che lo collegava allo Stato, e se ne ebbero anche le conseguenze politiche: l’affermazione dei partiti politici, i principali legati al mondo degli affari, e l’avanzamento del governo parlamentare. La chiave di volta dell’economia furono i zaibatsu, conglomerati industriali e finanziari gestiti dal 1900 da professionisti solitamente formatisi negli Stati Uniti e che si accaparravano la manodopera più qualificata, di piccole dimensioni, offrendo stipendi vantaggiosi e benefici. I primi cinque erano, in ordine decrescente d’importanza, Mitsui, Mitsubishi, Yasuda, Sumitomo e Daichi. Nel 1927 controllavano il 19% del capitale bancario, garantendosi un’autonomia cruciale nel finanziamento, a cui le PMI non potevano accedere. Le esportazioni di beni e servizi (in particolare noleggio marittimo per conto dell’Intesa) permisero al Giappone di passare da un debito netto di 1,1 miliardi di yen nel 1913 a un credito di 2 miliardi nel 1920: il Paese era diventato esportatore di capitali.

Il fallito tentativo di dissociare l’economia dalla guerra (1920-1931)
Verso l’avanzata dell’esercito
japans-empireI militari avrebbero voluto godere della nuova ricchezza del Paese per soddisfare i loro grandiosi piani di armamento, mentre le truppe, approfittando della confusione in Cina e della guerra civile russa, nel 1918 ebbero l’enorme spazio dalla Cina settentrionale alla Siberia orientale. Dopo 13 anni di reiterate richieste della Marina militare, la Dieta approvò nel 1920 un piano di costruzione di otto incrociatori da battaglia e otto navi da battaglia che, al momento del completamento nel 1927 avrebbe assorbito il 40% del bilancio dello Stato… Dal punto di vista giapponese, la Conferenza Navale Internazionale di Washington (novembre 1921 – febbraio 1922) fu un disastro: comportò infatti la grave limitazione degli armamenti navali (soprattutto niente più navi superiori alle 10000 tonnellate da costruire per dieci anni), fermare la costruzione della maggior parte delle fortificazioni costiere e insulari (mentre il Giappone aveva conquistato l’arcipelago tedesco nel Pacifico centrale), e l’obbligatoria proporzionalità tra le forze navali (5 per Stati Uniti e Regno Unito, 3 per il Giappone, 1,75 per Francia e Italia). Ma l’impero aveva quasi raggiunto i limiti: poteva sostituire solo le unità obsolete. Inoltre, la nuova amministrazione repubblicana degli Stati Uniti costrinse le truppe giapponesi a consegnare alla Cina le posizioni tedesche occupate nella penisola dello Shandong, e presto evacuarono la Siberia, mentre si ebbe la reazione nazionalistica in Cina contro gli abusi di Tokyo. La nuova conferenza a Londra nel 1930 estese il congelamento delle navi da guerra per sei anni e il contingente giapponese passò a 3,5. La logica economica sembrava superare i sogni di grandeur imperialista. Nel nuovo contesto della recessione economica, gli armamenti ad ogni costo sembravano assurdi per la nuova élite politica ed economica, intrisa di demo-liberalismo anglosassone, che sembrava trionfare nelle relazioni estere dove Shidehara Kijuro, ex-ambasciatore a Washington, divenne il primo diplomatico di carriera ad accedere alla carica di ministro degli Affari Esteri (1924-1927). La sua “nuova diplomazia” si basava su tre principi articolati nella “collaborazione internazionale” centrata sulla Lega e le buone relazioni con le potenze anglosassoni; nella “Diplomazia economica”, in particolare verso la Cina, sostituendo con il potere di mercato dei zaibatsu la pressione politico-militare; nel “non intervento negli affari interni della Cina”, accettando l’unità del Paese.

Il fallimento dei liberali e il rinnovo delle ambizioni militari
Il trionfo del capitale è insolente per gli esclusi dalla festa: accelera la concentrazione del capitale in favore dei zaibatsu e dei grandi cotonifici (Kanebo, Toyobo) sfruttando le enormi riserve accumulate durante la guerra. Tuttavia i liberali di stretta obbedienza al potere sono ossessionati dal ritorno al gold standard, la parità prima del 1914. Ciò impose severe misure deflazionistiche, causate dal deficit commerciale ritornato con forza nel 1920, e che non si riuscì ad eliminare. L’attività economica ne risentì molto perché le aziende giapponesi erano strutturalmente assai indebitate: alla minima crisi del credito venivano soffocate. Le conseguenze sociali furono formidabili. E soprattutto, fatali per il movimento di democratizzazione associato da molti giapponesi all’aggravarsi della povertà e al dominio egoistico di affaristi e zaibatsu. La demagogia fascista dei militari frustrati e dell’estrema destra ultranazionalista si scagliò contro i capitalisti più importanti, associati ai democratici. Molti ufficiali golpisti degli anni ’30 erano giovani delle aree rurali costretti dalla povertà ad arruolarsi nell’esercito, più o meno manipolati dai superiori per cercare di aumentare i bilanci e l’espansionismo. Il Paese passò di crisi in crisi, le cui concatenazioni ritardarono in modo irritante l’accesso a una stabilizzare sempre annunciata come a portata di mano. Il 1920 segnò la fine del boom bellico, periodo prolungato dall’esigenza della ricostruzione più urgente. Gli anni successivi dal grigio passano al nero con il collasso economico globale che inizia nell’ottobre 1929 a Wall Street. La crisi è particolarmente grave in Giappone, dato lo stato già deteriorato dell’economia e l’inettitudine del governo. In effetti, il partito Minseito persisteva nella politica liberale classica, nonostante l’assassinio nel 1930 del Primo Ministro Hamaguchi per mano di estremisti di destra legati ai militari (poi fino al 1936 vi furono altri omicidi di questo tipo). Data l’impossibilità di difendere la valuta, il governo nel dicembre 1931 cedette il posto al partito Seiyukai. Ebbe il tempo di accusare senza prove Mitsui e Mitsubishi, mentre la speculazione nei confronti dello yen era effettivamente diretta da banche estere e da singoli speculatori, nutrendo l’ostilità populista al “grande capitale”. Dal 13 dicembre il gold standard fu finalmente abbandonato, e la cartellizzazione della politica delle imprese, forse forzata, fu attuata: si assistette alla nascita dei monopoli legali, disciplinando i prezzi a proprio piacimento. Risultato della crisi fu l’acquisizione della Manciuria e la diffidenza crescente verso la comunità finanziaria anglosassone, finora strettamente associata allo sviluppo del Paese. Il contesto portò al potere i militari e Pearl Harbor fu in vista.

1932-1941: L’economia di fronte alla militarizzazione
1932-1936: La resistibile ascesa dei militari
10184-0-huge-resized-photo Il Giappone fu la prima delle grandi potenze a rispondere efficacemente alla crisi. Mentre il recupero si basava sulla formazione di un “blocco dello yen” semi-autarchico e la costituzione della Manciuria conquistata nel 1931, si tesero permanentemente i rapporti con l’occidente, specialmente gli USA. Ma fondamentale fu l’opera del ministro delle Finanze Takahashi Korekiyo, che gestì l’economia dal dicembre 1931 all’assassinio nel febbraio 1936. Ruppe con l’ortodossia liberale del decennio precedente, ma senza precipitare il Paese nell’economia diretta secondo Hitler e Mussolini. Questo interventismo moderato non era molto lontano dai principi del New Deal di Roosevelt del 1933. La rottura con l’atteggiamento deflazionistico fu confermata dal rapido aumento delle spese di bilancio. Riarmo e assistenza rurale erano privilegiati: tali settori conobbero un aumento del 32% rispetto al 1932 e gli investimenti privati aumentarono del 109%, contro il 58% dello Stato, dimostrando che lo stimolo pubblico riuscì grazie al dinamismo delle aziende private. L’armamento non giocò un ruolo decisivo: nel 1932 assicurava il 28% del mercato della metalmeccanica, ma solo il 18% nel 1936. Le misure protezionistiche si aggiunsero agli effetti del significativo incremento dei prezzi dei prodotti importati, dovuto alla svalutazione: siderurgia e chimica ne beneficiarono nel 1932, munizioni e automobili nel 1936, mentre l’ammodernamento dei cantieri fu aiutato dallo Stato. Nelle industrie “avanzate” come macchine utensili, macchine elettriche, aviazione (molto aiutate dall’esercito), la tecnologia più avanzata è talvolta raggiunta da società come Toshiba e Hitachi. L’industria pesante (meccanica inclusa) divenne il motore della crescita del 10% annuo, passando dal 35% del prodotto industriale complessivo del 1930 al 45% nel 1936. I “nuovi zaibatsu” (Nichitsu, Showa Denko e soprattutto Nissan), più specializzati e tecnologici dei vecchi, segnano il periodo dell’aggressione: i loro leader erano spesso ex-militari ed avevano un capitale pubblico sostanziale. Investirono nell’Impero, in particolare Corea e Manciuria. I rami considerati “strategici” furono aiutati, ma erano anche controllati dallo Stato: nel 1934 il petrolio, le automobili (dove Toyota iniziò l’espansione) nel 1936… In cambio di benefici fiscali e risarcimento delle potenziali perdite, dovettero accettare la supervisione dei loro progetti e metodi di produzione, ed essere pronti a rispondere alle richieste dell'”interesse collettivo” e dell’esercito. Nel Manchukuo e nel nord della Cina controllata dalla giapponese Kwangtung, forme molto più radicali di economia di comando furono sperimentate. Nella stretta interdipendenza con la metropoli, la pianificazione reale fu adottata, dove le industrie chiave (un monopolista per tipo d’industria) erano nelle mani dello Stato, in questo caso “governo” della Manciuria e Ferrovie della Manciuria meridionale (giapponese dal 1905), ciascuno con una quota del 30%, mentre il resto era pubblico; le imprese private ne furono escluse. I più grandi capitalisti metropolitani, ostili al programma, deviarono lavoratori qualificati e capitale, con conseguente fallimento totale. Ma ferro, carbone e sale, in quantità insufficienti nell’arcipelago, furono effettivamente sfruttati.

1937-1941: verso lo “Stato di difesa nazionale”
Takahashi fu tra le vittime del tentato golpe militare del febbraio 1936. Nonostante l’esecuzione dei suoi promotori, i leader dell’esercito ne approfittarono per restare al potere fino alla sconfitta del 1945. Nulla impedì l’emergere di forme di economia di guerra in Giappone. Un ambizioso piano quinquennale per gli armamenti fu ideato dal colonnello Ishiwara Kanji, “padre” del Manchukuo: questi niente meno pose la componente economica dello “Stato nazionale di difesa”, ispirato dagli esperimenti totalitari europei da cui i militaristi s’attendevano la salvezza. Il governo Konoe, tra cui il ministro delle Finanze Eiichi Baba interventista convinto e molto vicino allo Stato Maggiore, poté essere costituito che nel giugno 1937 dopo che Ishiwara aveva approvato il piano, basato sulla prospettiva della guerra contro l’URSS e prevedendo l’istituzione di una potente industria pesante nell’ambito del “blocco Giappone-Manchukuo”. Il piano previde l’aumento del 40% della spesa di bilancio nel 1937; l’esercito ne assorbì il 60%. Le tasse aumentarono, le importazioni di materie prime strategiche anche. Si svilupparono quindi controlli più severi sulle importazioni e i movimenti di capitali, per far rispettare le priorità. L’economia della Manciuria era governata da un piano quinquennale più vincolante; il capo della Nissan fu responsabile del coordinamento di tutte le industrie pesanti e chimiche. Gli anni successivi furono segnati dalla ricerca deludente dell’equilibrio dell’economia diretta e pianificata al servizio della produzione bellica, cercando di promuovere i militari e alleati, e di mantenere la proprietà privata aziendale, presentata dai dirigenti dei zaibatsu e dalle correnti politiche conservatrici come condizione per una gestione efficace. Konoe si presentò come l’uomo dei militari. Nel dicembre 1937 presentò alla Dieta, facendola approvare, la “legge di mobilitazione generale”, assicurando in caso di guerra la preminenza assoluta dello Stato su allocazione del lavoro, controllo dei salari e dell’orario di lavoro, investimenti sui macchinari, controllo dei trasporti, del commercio estero e dell’uso del territorio; creazione di associazioni di controllo e cartelli in tutti i settori economici con la presenza dello Stato; controllo di prezzi e profitti; sussidi agli armamenti; cambio dei programmi scolastici per la formazione di tecnici per gli armamenti. Ma conservatori e circoli capitalistici, raggiunti dall’opportunista Konoe, bloccarono l’applicazione della legge. I dirigisti tornarono alla carica nel 1940, mentre gli squilibri crescevano e la produzione era in calo. La prospettiva di un ampliamento delle ostilità permise di rafforzare i controlli su profitti e dividendi, e aumentare la tassazione. Ciò che mancava era il tempo: la guerra in Cina scoppiò troppo presto, si dovettero affrontare enormi spese immediate per consentire al milione di soldati nel continente di operare in modo efficace, e allo stesso tempo investire pesantemente per mantenere il vantaggio strategico navale sugli Stati Uniti, impegnandosi nel riarmo. La quadratura del cerchio che spiega le correzioni di rotta successive, sicuramente non si poté applicare il piano quinquennale, facendo disperare Ishiwara che si unì di colpo ai sostenitori del compromesso con la Cina. I perdenti, in ogni caso, furono le piccole e medie imprese controllate e cartellizzate con la forza, i dipendenti dallo stipendio bloccato e dall’orario di lavoro sbloccato, e i consumatori vittime di un razionamento sempre più stretto e costretti a ricorrere al mercato nero, facendo del blocco teorico dei prezzi (e degli affitti) un triste scherzo.

1942-1946: Dal trionfo al fallimento dell’economia di guerra
Da Pearl Harbor a Hiroshima: il compimento del dirigismo economico
20150122152242I capi dell’esercito sembravano aver raggiunto i loro obiettivi con il governo Tojo dell’ottobre 1941. Si abbandonavano gli interminabili accomodamenti con gli anglosassoni e i convenevoli con i zaibatsu. La scelta della guerra totale era presa, all’estero quanto all’interno. Uno studio dell’Ufficio della pianificazione del governo, nel dicembre del 1941, elencava i quattro colli di bottiglia che potevano paralizzare gli sforzi del Giappone: riso, petrolio, materie prime strategiche, mezzi di trasporto (marittimi soprattutto). Il loro fallimento comprometteva la guerra? La guerra li forniva: riso in Thailandia e Indocina, petrolio dalle Indie orientali olandesi, stagno e gomma dalla Malesia, rame dalle Filippine… La rapida aggressione giapponese catturò intatte molte preziose navi. Guerra ed economia erano oramai legate, vincevano o affondavano insieme. Le proprietà private industriali non furono espropriate, ma dovevano piegarsi aspettandosi succosi benefici dalle conquiste, almeno se si riuscivano a digerire… I militari imposero la presenza nelle principali aziende dei sovrintendenti, e il controllo delle strutture, l’assegnazione e la commercializzazione dallo Stato o dai cartelli privati proliferarono, creando molta confusione e burocrazia, senza un corpo centrale che ne garantisse la coerenza politica globale. Sordi scontri tra soldati e civili furono acuiti dalla forte concorrenza tra Esercito e Marina per l’assegnazione delle materie più preziosi: si alzarono a volte dei muri nelle fabbriche che lavorano per entrambe le forze armate, per evitare saccheggi reciproci… La creazione nell’autunno 1943 del Dipartimento delle Munizioni da parte del governo Tojo era volta a suddividerle, ma la Marina accusò il generale di parzialità per l’esercito e partecipò alla sua caduta nel luglio 1944. Il conflitto poi finì: dopo la battaglia del Golfo di Leyte di ottobre, il Giappone non ebbe praticamente più una Marina…

Mobilitazione totale
Le spese di guerra furono a lungo quasi equilibrati dai maggiori ricavi: l’imposta speciale sugli stipendi passò dal 10% al 18%, prestiti obbligatori, investimenti nel Tesoro pubblico attraverso le onnipresenti associazioni di quartiere, a cui non si poteva dire di no, coprivano dal 10% al 20% delle entrate. Alla fine delle ostilità, l’inflazione però balzò: la massa monetaria si moltiplicò per cinque dal 1941 al 1945. I vari prelievi e congelamenti dei salari avevano drasticamente ridotto i consumi a 6 miliardi di yen su un PIL di 84 miliardi nel 1944! Le razioni collassarono (il riso passò da 900 grammi a 400 grammi al giorno), e molti altri prodotti, dal sapone ai vestiti, semplicemente scomparvero. Il mercato nero era inaccessibile ai più: lo zucchero, ad esempio, lo si comprava a 250 volte il prezzo ufficiale. Quindi la riduzione dell’apporto calorico giornaliero medio da 2400 nel 1941 a 1500 nel 1945 (l’11% in meno rispetto alla Germania affamata del 1918). L’esaurimento era tale, nell’estate 1945, che i militari irriducibili prima di Hiroshima temevano soprattutto che il prolungamento del blocco e dei bombardamenti statunitensi, se non lo sbarco, avrebbero portato al crollo interno nel 1946. Si dovettero sostituire 9,5 milioni di uomini richiamati e fornire manodopera alle fabbriche di armi (due milioni di lavoratori solo per gli aerei!). Un vantaggio paradossale risiedeva nel relativamente scarso lavoro salariato tra le donne, attratte massicciamente dalle industrie belliche. Circa due milioni di coreani furono arruolati, e centinaia di migliaia di prigionieri di guerra furono costretti a lavorare a dispetto delle Convenzioni di Ginevra. I vuoti quantitativamente furono quasi riempiti, ma la qualificazione del nuovo personale lasciava molto a desiderare, con conseguenze disastrose per l’aeronautica.

Risultati vari
I risultati della produzione bellica furono impressionanti ed insufficienti, considerato l’enorme potenziale degli Stati Uniti. Dalla fine del 1944, sotto i bombardamenti a tappeto e mentre quasi nulla poteva essere importato, tutto cominciò a crollare. Il petrolio era il principale collo di bottiglia dato che la produzione nazionale scese (286000 tonnellate nel 1943) e il surrogato fu un fallimento quasi completo (135000 tonnellate nel 1944), nonostante il massacro di centinaia di migliaia di pini per estrarre alcol dalle radici, alla fine delle ostilità le riserve diminuirono a 46000 tonnellate, quasi tutte per l’aviazione. L’acciaio, per cui i minerali scarseggiavano in Giappone, doveva aumentare la produzione da 4,4 milioni di tonnellate nel 1941 a 10 milioni nel 1945. Difatti nel 1943 la produzione fu di solo 4,5 milioni di tonnellate e nel 1944 crollò a 2,7 milioni di tonnellate (250000 tonnellate nel primo trimestre del 1945). Ciò che fu più significativo nel grande fallimento giapponese fu l’incapacità di riorganizzare efficacemente le economie coloniali del sud-est asiatico, tradizionalmente orientate verso Europa e Nord America. I quadri competenti mancavano, le necessarie reti locali (a partire dai cinesi) non erano affidabili, fors’anche perché l’occupante li pagava con moneta svalutata. In particolare, nel 1943, le comunicazioni marittime furono compromesse dai sommergibili statunitensi e inglesi. Così della bauxite (per lo più malese), essenziale per l’aviazione, ne furono importate 460000 tonnellate nel 1941, 820000 nel 1943, 350000 nel 1944 e 1800 nel 1945… La Grande Sfera di Co-prosperità dell’Asia fu uno slogan praticamente vuoto. Ma è soprattutto nelle costruzioni navali che la guerra fu persa: nel 1942 la produzione a malapena riequilibrò l’usura delle navi mercantili; in totale 3,5 milioni di tonnellate furono costruite, 8,1 milioni di tonnellate furono colate (di cui 4,4 milioni dai sommergibili). Risultato: alla fine della guerra vi erano circa 800000 tonnellate di navi non troppo danneggiate, su una flotta di 6,4 milioni di tonnellate nel 1941. L’industria aeronautica visse un boom enorme: 64000 aerei prodotti (alla fine del 1944, ma il 70% uscito dalle officine era inadatto al combattimento), con un massimo mensile di 2800 nel giugno 1944, contro i 550 all’inizio della guerra; ce n’erano ancora 16000 nell’agosto 1945, ma la maggior parte non poteva volare a causa della carenza di cherosene. I problemi erano congiunturali e strutturali: i lavoratori non erano abbastanza qualificati, non ce n’erano abbastanza sulle cateea di montaggio, non c’era abbastanza produzione di macchine utensili (molte erano ancora anglosassoni) e neanche molte PMI ultraspecializzate, la cui distruzione nei bombardamenti moltiplichò i colli di bottiglia.

Disastro e riorganizzazione (agosto 1945-1946)
Al momento della capitolazione, il Giappone sembrava essere tornato a prima dell’era Meiji: le fabbriche, quelle non bombardate, non funzionavano più, le comunicazioni da una regione all’altra erano molto difficili, le carenze generali, la povertà estrema. Il 40% degli edifici cittadini fu raso al suolo dai bombardamenti. Inoltre, la società fu sconvolta dai morti (circa due milioni), centinaia di migliaia di prigionieri dei sovietici (molti non tornarono che nel 1952, o mai), 1,5 milioni di coreani e il rientro di circa tre milioni di civili giapponesi dalle colonie del sud-est asiatico o dalla Cina, cui trovare un impiego. Gli statunitensi erano decisi a trarre vantaggio da tale situazione eccezionale per sradicare le radici del militarismo. Presero quattro misure. L’esercito fu rapidamente dissolto, e l’articolo 9 della Costituzione, redatta nel 1946, vieta la belligeranza. Un’ampia epurazione fu avviata (200000), incidendo sugli ambienti militari, dell’amministrazione e dell’economia. La dissoluzione dei zaibatsu fu minacciata se non si decentralizzavano aprendosi a capitali esterni alla famiglia del fondatore; dovettero accettare il dialogo con i sindacati ora autorizzati e riconoscere il diritto di sciopero. Infine una riforma agraria audace, simile a quella lanciata dai comunisti cinesi, risolse senza violenze la maggior parte delle tensioni sociali nelle campagne, già vivaio degli estremisti di destra.Japan-PICT1836Conclusione
La guerra fu subordinata all’economia, e con essa portò al disastro. Ma un popolo può fare a meno dell’ambizione guerriera, e forse anche dei militari, ma non dell’economia. Questa, dopo il caos, partì su basi rinnovate e più potenti che mai, non cedendo più alle pesanti pretese di forze armate divoratrici di risorse. Nel frattempo, aveva dimostrato la sorprendente capacità di salire in sei-sette decenni ai vertici: da questo punto di vista, una grande guerra è un test che non inganna.wc21_japempiremTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora