L’economia della Russia accelera

I BRICS superano le aspettative dell’economista che ne coniò l’acronimo
Xinhua,15/08/2017

I risultati economici delle cinque maggiori economie emergenti del mondo, conosciute come i “BRICS”, superano le aspettative di Jim O’Neill, l’economista che coniò l’acronimo. L’ex-capo economista della Goldman Sachs coniò l’acronimo “BRIC” nel 2001 per descrivere Brasile, Russia, India e Cina, le cui economie, secondo le sue stime, sarebbero emerse nel ventunesimo secolo svolgendo un ruolo di primo piano nel mondo degli affari. Il Sud Africa in seguito entrò nel gruppo, rinominato “BRICS”. “Sedici anni dopo, la quota dei Paesi BRICS del PIL mondiale è molto più alta di quanto avevo immaginato“, afferma O’Neill in un’intervista a Xinhua. Nell’articolo intitolato “Il miglior sviluppo delle economie globali dei BRIC” del 2001, O’Neill ritenne che i Paesi BRIC avrebbero avuto un valore economico complessivo di circa 11600 miliardi di dollari oggi. Tuttavia, il valore attuale è pari a 16600 miliardi. Gli anni 2000 furono un periodo nel quale il gruppo superò le stime di O’Neill, attirando l’attenzione del mondo. Per il Fondo monetario internazionale (FMI), tra il 2001 e il 2011 il tasso di crescita medio annuo dei Paesi BRICS fu: 3,8% per il Brasile, 4,8% per la Russia, 7,8% per India, 10,7% per la Cina e 3,7% per il Sud Africa. Questo progresso tuttavia fu rallentato nel successivo decennio, nel periodo in cui l’economia mondiale si riprendeva dalla grave crisi finanziaria e con alcuni Paesi, come la Cina, entrati in una nuova fase di sviluppo. O’Neill, tuttavia, ha respinto le accuse di certi esperti che credono che i Paesi BRICS siano in declino. Non è ragionevole considerare un rallentamento della crescita delle economie combinate, ritiene O’Neill. L’economia cinese ha continuato ad espandersi nel primo semestre di quest’anno, con una crescita del PIL del 6,9%, circa 38200 miliardi di yuan (5600 miliardi di dollari), secondo il National Bureau of Statistics della Cina. Inoltre, Russia e Brasile hanno subito flessioni negli ultimi anni, ma l’economia brasiliana è salita di nuovo nel primo trimestre del 2017 dopo un calo prolungato, mentre la Russia ha registrato un tasso di crescita del 2,5% annuo nel secondo trimestre. “Il fatto che la crescita sia rallentata è insignificante, dato che i risultati sono già migliori di quelli che previdi 16 anni fa, principalmente in Cina, ma anche in India, nonostante i problemi di Brasile e Russia. […] E’ ridicolo dire che la crescita non è così importante semplicemente perché sono cresciuti di meno”, ha detto. Inoltre, O’Neill guarda anche ad altri Paesi che potrebbero sorprendere il mondo nei prossimi decenni. “Direi che nei prossimi 50 anni, forse quattro Paesi potrebbero diventare importanti quanto Russia o Brasile (economicamente)“, affermava O’Neill. “Certamente Indonesia, probabilmente Messico e Turchia e, cosa meravigliosa, forse la Nigeria. Ma vedremo. Il fatto che abbiano la capacità di diventarlo non significa che accadrà“, ha detto. “I Paesi BRICS hanno già detto di essere aperti a nuovi membri. Ma non credo che accadrà nel prossimo futuro, finché uno dei quattro Paesi non sarà chiaramente diventato molto più importante (economicamente)“, ha detto. La città di Xiamen nella Cina sud-orientale ospiterà presto il 9° vertice dei Paesi BRICS.L’economia della Russia accelera
Maggiore crescita della produzione in controtendenza a un’inflazione in rapida espansione e a un risparmio più elevato
Russia Feed  15/08/2017

Rosstat, l’agenzia statistica statale russa, forniva cifre ufficiali a conferma di ciò che è già noto; l’economia russa è accelerata notevolmente nel secondo trimestre, crescendo ad un tasso annuo del 2,5% nel periodo aprile-giugno, contro lo 0,5% del periodo gennaio-marzo. Inoltre, la banca centrale normalmente assai prudente prevede un’inflazione negativa o deflazione (cioè i prezzi in calo) per agosto. Questo è probabile in quanto la produzione alimentare in Russia continua a crescere, con la vendemmia che si prevede maggiore di quanto stimato e una produzione totale alimentare in Russia che dovrebbe superare il totale dell’anno scorso, nonostante la primavera e l’inizio dell’estate freddi. La produzione alimentare più alta nei mesi estivi, tradizionalmente, si traduce nel calo dei prezzi alimentari, trascinando in basso l’inflazione globale, e sembra che ciò sarà ancora il modello di quest’anno. La crescita del PIL in Russia tende ad essere più elevata nella seconda metà dell’anno che nella prima, anche se questo non è un modello fisso. Tuttavia, con l’inflazione che continua a scendere e la produzione alimentare a salire, probabilmente sarà così quest’anno. Se sarà così, la possibilità che la produzione dell’economia russa quest’anno ripiani completamente le perdite subite dalla recessione, sarà adempiuta presto. Dato che il recupero è guidato da investimento e produzione, come hanno sempre voluto le autorità russe, ci vorrà altro tempo prima che il tenore di vita russa torni completamente al livello pre-recessione, anche se sembra accada molto prima di quanto previsto (anche delle stesse autorità russe).
Indipendentemente dal punto di vista economico, l’economia crescerà costantemente fino alle elezioni presidenziali del prossimo anno, con la popolazione sempre più consapevole di ciò. Se si suppone che la politica economica russa, come la politica economica in occidente, sia guidata da preoccupazioni politiche, cosa che non credo affatto, allora le autorità russe hanno raggiunto l’obiettivo di creare le condizioni per l’ottimismo economico prima delle elezioni. L’osservazione spesso fatta sui tassi di crescita russi di quest’anno è che a la crescita del 2-3% in Russia rimane inspiegabile per gli standard mondiali. Ciò tuttavia trascura il punto chiave che la priorità per le autorità russe non è il tasso di crescita complessivo ma una bassa inflazione, mantenendola sotto il tasso annuo del 4%. Il risultato è che ora la Russia ha tassi d’interesse reali di circa il 5%, in contrasto con le economie occidentali che generalmente crescono poco meno del tasso di crescita trimestrale corrente della Russia, ma dove i tassi di interesse reali sono nulli o addirittura sotto zero. Il risultato è che la crescita in Russia è in controtendenza con l’aumento del risparmio, di cui ora vi sono i primi segnali netti, mentre in occidente, a fronte dell’aumento del debito garantito si gonfiano i prezzi dei beni (principalmente terra e azioni). Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, il risparmio maggiore si ha solitamente quando le imprese e soprattutto i consumatori devono pagare il debito, generalmente causando una recessione basata su tagli a investimenti e domanda. La Russia, al contrario, attraverso le azioni deliberate del governo, gradualmente diventa un’economia, come quella della Germania e dell’Estremo Oriente, in cui investimenti e domanda sono finanziati non dal debito garantito contro l’inflazione dei titoli, ma dai risparmi accumulati in ciò che diventa un ambiente dalla bassa inflazione. Inoltre, gli alti tassi d’interesse reali, impedendo ai prezzi di beni come terra e azioni di aumentare troppo rapidamente, spingono gli investimenti da questi settori a settori come produzione e agricoltura che il governo vede più produttivi.
Ciò ha storicamente guidato i Paesi che seguono il modello degli investimenti maggiori in quei settori dell’economia, innanzitutto la produzione, ma anche l’agricoltura in Russia, che comportano una maggiore produzione, proprio ciò che inizia a vedersi ora in Russia.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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L’economia della Russia emerge più forte dalle sanzioni

Jon Hellevig Russia Insider 29/6/2017Secondo una relazione speciale di Russia Insider sull’economia russa, commissionata dall’impresa di Mosca Awara Accounting, l’economia russa si è ripresa con successo dal doppio shock delle sanzioni occidentali e del prezzo del petrolio nel 2014. Nei tre anni di sanzioni, il PIL russo ha perso solo il 2,3%, ma una forte performance nel 2017 promette d’invertire le perdite in un solo anno con una crescita del PIL attesa del 2-3%. La produzione industriale è rimasta stabile dal 2014 al 2016, ed è aumentata il 5 maggio con una crescita del 5,3%. La sorprendente forza dell’economia si contrappone a un’altra significativa diminuzione della quota di petrolio e gas nell’economia nazionale. La relazione dimostra che la quota di petrolio e gas nel PIL è scesa al di sotto del 10% (2015). La stessa tendenza è sostenuta dai dati relativi alle entrate del bilancio del Paese, poiché le entrate relative all’energia sono ora il 17% (2016). Il rapporto sottolinea che è quindi tempo di mettere da parte il meme della presunta dipendenza dagli idrocarburi della Russia. Il rapporto completo di Awara dal titolo Ciò che non uccide rende più forti – l’economia russa nel 2014 – 2016, gli anni delle sanzioni sono accessibili qui.

Le finanze pubbliche della Russia restano solide
Tra gli altri risultati fondamentali, la relazione mostra che la crisi del debito prevista dagli esperti occidentali non è riuscita a materializzarsi. Le riserve della Banca Centrale sono rimaste intatte (attualmente circa 400 miliardi di dollari) ed anche i fondi sovrani. Il disavanzo di bilancio non è mai sceso al di sotto del -3,9%, mentre il bilancio si è equilibrato nel primo trimestre del 2017 dato che la raccolta fiscale è salita. L’inflazione è scesa al 4%, mentre la disoccupazione è rimasta al 5% in questi anni di sanzioni. I soli dati chiaramente negativi riguardano reddito e consumo delle persone: stipendi, redditi disponibili e consumo sono scesi del 10% e le vendite al dettaglio hanno registrato un calo totale del 12,9% in tre anni. Tuttavia, gli indicatori demografici contrastano su ciò, con la tendenza al benessere della popolazione. La maggior parte dei principali indicatori demografici ora sono i migliori di sempre. Nascite e decessi hanno raggiunto la quasi parità e la popolazione russa è pari a 146,8 milioni, raggiungendo il massimo di tutti i tempi recenti.

Nel 2014 – 2016, non si tratta dei soliti affari, ma di guerra
I media imprenditoriali occidentali ora senza dubbio ammettono che l’economia russa si sia ripresa, ma ancora vogliono denigrarne il successo parlando di “crescita anemica” o “lenta”. Fingono di perdere il punto che le sanzioni erano volte a schiacciare l’economia russa e sprofondare il Paese nella disoccupazione di massa e nel caos, preparando il cambio di regime. Secondo tutti gli esperti occidentali, almeno il crollo drammatico del prezzo del petrolio doveva finire l’economia russa. In sostanza, le sanzioni sono un atto di guerra. Considerando questo sfondo, i principali obiettivi strategici dei concorrenti geopolitici della Russia e gli effetti previsti, non è il caso di parlare di nonsense anemico. Pensiamo che l’occasione sia piuttosto adatta a dichiarare vittoria. Oltre a una certa stretta sui consumatori, nulla è stato ottenuto, non c’è stato alcun danno serio alla struttura economica della Russia. Non solo non s’è concluso nulla, ma la Russia ha dimostrato la giustezza della massima di Nietzsche: quello che non ci uccide ci rende più forti. Sì, la Russia è emersa più forte che mai dopo questi tre anni di difesa economica. Ora raggiunge il ruolo inedito di quadruplice superpotenza: industriale, agricola, militare e geopolitica. Ora la Russia ha l’economia più autosufficiente e diversificata del mondo e capace di produrre qualsiasi cosa. E la Russia ora per la prima volta nella storia ha l’autosufficienza alimentare e contemporaneamente esporta più cibo che mai.

I leader dei G7 si scavano la tomba, non avendo potuto distruggere l’economia russa

La Russia è ora l’economia più diversificata del mondo
La relazione mostra che lungi dall’essere una “stazione di servizio mascherata da Paese”, come afferma la propaganda, la Russia ora gestisce l’economia più diversificata del mondo. La Russia emerge da potenza industriale dalla notevole diversificazione economica. È vero, le esportazioni rimangono relativamente non diversificate, ma la produzione interna è altamente diversificata e il Paese è praticamente autosufficiente. La denuncia ampiamente diffusa che la Russia sembra non modernizzare e diversificare la propria economia fu diffusa con false dichiarazioni, e relazioni sprezzanti, sulla quota sproporzionata di petrolio e gas di PIL ed entrate fiscali, e soprattutto sul fatto che petrolio e gas dominano le esportazioni. Ma la cosa è che, mentre è vero che le esportazioni della Russia rimangono relativamente non diversificate, va anche considerato che le importazioni della Russia sono le più basse al mondo rispetto al PIL. Ciò significa che, mentre la Russia importa l’essenziale, produce la maggior parte di ciò che viene consumato e investito nel Paese.Il rapporto sostiene il fallimento dalle proporzioni epiche degli “esperti” che affermano che l’economia della Russia non è diversificata solo perché le esportazioni (componente relativamente piccola dell’economia) non sono diversificate. Se tali esperti non fossero così pigri, avrebbero anche guardato l’altro lato dell’equazione, importazioni e produzione nazionale. Per maggiori dettagli, si rimanda allo studio completo, disponibile qui.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una partnership imprevista: Germania nazista e Repubblica cinese

Norton Yeung, War History online, 31 marzo 2016

Chiang_Wei-kuo_Nazi_1htlgMEbGuardate queste foto, un ufficiale nazista e truppe della Wehrmacht, giusto? Sbagliato. Un rapido sguardo non ingannerebbe gli appassionati di storia militare. Si verrebbe perdonati pensando che si tratti dell’esercito imperiale giapponese (IJA) addestrato dai tedeschi. Ma non c’è nulla di più lontano dalla verità, infatti sono soldati dell’Esercito Nazionale Rivoluzionario (NRA) cinese addestrati dai nazisti, destinati a combattere gli invasori giapponesi. L’ufficiale della Wehrmacht è Chiang Wei-Kuo, figlio adottivo del generalissimo Chiang Kai-shek. Chiang Wei-Kuo comandò un panzer tedesco durante l’Anschluss, venendo promosso tenente della Wehrmacht in previsione del Fall Weiss, prima di essere richiamato in Cina. Come è possibile che il figlio di un capo di Stato alleato della Seconda Guerra Mondiale fosse dal lato sbagliato della guerra, vi chiederete? Sappiamo tutti che la Cina fu la ‘prima a combattere’ il Giappone imperiale nel 1931, quando la Manciuria fu annessa formando il Manchukuo fantoccio del Giappone, solo per essere seguita dall’invasione del 1937. Di fronte a un nemico di gran lunga superiore tecnologicamente ed organizzativamente, con un’economia da guerra industrializzata, la Cina cercò naturalmente aiuto militare estero da chiunque fosse disponibile. Ironia della sorte, uno di questi partner fu la Germania nazista, il prossimo alleato del Giappone.
Il supporto nazista fu motivato da due ragioni: la necessità economica delle materie prime della Cina e l’anticomunismo del partito nazionalista di Chiang Kai-shek, o Kuomintang (KMT). Assai sorprendentemente, personalmente Hitler non considerò mai cinesi o giapponesi inferiori, escludendo i cinesi dall’antagonismo razziale nazista nelle relazioni con l’estero. Tale partnership inaspettata tra Germania e KMT in realtà precedette l’ascesa di Wang_and_NazisHitler al potere nel 1933. Dopo che il governo cinese di Beiyang dichiarò guerra alla Germania imperiale nel 1917, la cooperazione cino-tedesca si stabilì dopo la sconfitta tedesca. Se la Cina in realtà non combatté mai contro la Germania (contribuì con manodopera cinese per gli alleati con il Corpo del Lavoro cinese), oltre al fatto che la Germania di Weimar rinunciò alle rivendicazioni territoriali in Cina, la partnership rinnovata uscì dalla prima guerra mondiale in gran parte indenne. Con la firma del trattato di pace cino-tedesco nel 1921, furono poste le basi per la cooperazione: la Cina offrì accesso alle materie prime necessarie per la ricostruzione tedesca del dopoguerra, mentre la Germania di Weimar offrì materiale moderno e consulenza militare a una Cina minacciata. Nel mercato redditizio della guerra civile cinese tra signori della guerra, la Germania aveva un vantaggio. A differenza dell’altro importante sostenitore estero del KMT prima di Pearl Harbour, l’URSS, la Germania di Weimar non aveva alcuna agenda politica. Mentre i sovietici usarono l’assistenza militare per inserire politicamente i compagni del Partito Comunista Cinese (PCC) nel KMT, i tedeschi erano inizialmente interessati ad affari e anticomunismo, essendo stati privati della capacità o volontà d’imporre piani imperiali alla Cina. Attraverso ufficiali del KMT istruiti dai tedeschi come Chu Chia-hua, soldati di ventura come Max Bauer furono reclutati dalla Cina negli anni di Weimar, evitando il divieto sugli investimenti militari stranieri del Trattato con la Germania. Per lo più gli ufficiali della prima guerra mondiale, che condividevano i sentimenti anticomunisti con la fazione di destra del KMT guidata da Chiang Kai-shek (Bauer fu personalmente coinvolto nel putsch di Kapp), erano più che felici di consigliare il KMT. La famosa Whampoa Military Academy, equivalente cinese di Sandhurst/West Point, fu notevolmente rafforzata alla fine degli anni ’20 nell’intelligence e nell’addestramento militari da 20 alti ufficiali tedeschi reclutati da Bauer. Lo sviluppo delle infrastrutture industriali del KMT avvenne sotto la guida tedesca. La presenza di personale fu accoppiata alle esportazioni clandestine di armi tedesche, pari a oltre il 50% delle importazioni di armi della Cina nel 1925, mentre i vincitori democratici della Prima guerra mondiale esclusero la Germania dall’embargo sulle armi contro la Cina nel 1919. Alla vittoria nazista nelle elezioni del 1932 in Germania e successiva presa del potere di Hitler, i legami cino-tedeschi si rafforzarono con la rimozione degli obblighi della neutralità di Weimar. Su invito di Chiang, i fanatici della Hitlerjugend visitarono anche la Cina.
Seekt Hans von Seeckt, il generale responsabile delle vittorie sul fronte orientale del maresciallo von Mackensen, fu inviato come consigliere di Chiang nella lotta al PCC. Il suo ‘Piano delle 80 divisioni’ era la chiave per sostenere una piccola ma altamente centralizzata, mobile e ben attrezzata forza modernizzata, contrariamente alla maggior parte degli eserciti delle fazioni cinesi contemporanee. Adottando le idee tedesche, come la formazione di brigate di élite e l’eliminazione del regionalismo tra le diverse divisioni, i metodi di von Seeckt si materializzarono parzialmente nelle otto divisioni d’élite del KMT addestrate dai tedeschi (80000 uomini), tra cui la famosa 88.ma, destinate ad opporre la più feroce resistenza all’IJA nella famosa difesa dei magazzini Sihang di Shanghai. Alexander von Falkenhausen, comandante appena pensionato della scuola di fanteria di Dresda, fu incaricato di attuare il piano di von Seeckt. Von Falkenhausen ridimensionò l’ambiziosa visione di von Seeckt adattandosi alle capacità industriali limitate della Cina, che secondo von Seeckt era obsoleta all’80%, nel 1930, per una moderna produzione militare. Invece di 80 divisioni complete, von Falkenhausen spinse per la costruzione di una piccola forza mobile sufficientemente specializzata in armi tattiche di piccolo calibro, similmente alle Sturmtruppen della fine della Prima guerra mondiale, col compito d’infiltrarsi. Per tutto il tempo, la modernizzazione delle armi fu accelerata. Fu revisionato l’arsenale di Hanyang per la produzione di armi Maxim, tanto necessarie per il tiro di supporto automatico, così come il fucile Tipo 24 Chiang Kai-shek (copia del Mauser M1924, antenato della carabina 98K), mentre nuovi stabilimenti furono istituiti per la produzione di moderne attrezzature progettate dai tedeschi, come le MG-34 e anche qualche autoblindo che la Cina acquistò dal Reich. Fu ordinata l’importazione di armi, tra cui i caratteristici elmetti M35 e le pistole automatiche Mauser C96 Broomhandle così come artiglieria fabbricata da Rheinmetall e Krupp fu ordinata in grandi quantità per integrare la produzione locale.
3905 Von Falkenhausen consigliò Chiang di scatenare una guerra di logoramento contro i giapponesi, ritirandosi lentamente dal nord della Cina, evitando di attaccare a nord del Fiume Giallo. Sostenne le tattiche d’infiltrazione della guerriglia per completare l’approccio della difesa in profondità, rendendo costosa ai giapponesi ogni avanzata. Certamente, Chiang l’ascoltò e l’avanzata giapponese fu rallentata per mesi prima della caduta di Nanchino, permettendo al governo del KMT di spostare forze e industria bellica nell’interno del Sichuan. Ancora più importante, le riuscite azioni dilatorie prima della Seconda Battaglia di Shanghai e della Battaglia di Nanchino, infine, dimostrarono che l’NRA poteva rispondere ai giapponesi più tecnologicamente e organizzativamente avanzati. L’ultima ammirevole resistenza di Shanghai, per 76 giorni, nonostante le pesanti perdite, sollevò il morale cinese continuando la lotta, portando alle famose vittorie di Taierzhuang nel 1938, contro la fanteria giapponese supportata da blindati, e a Suixian-Zaoyang nel 1939, molto prima delle prime vittorie degli alleati occidentali o anche dello scoppio della guerra europea. Quindi la decisione di Chiang Kai-shek d’inviare Wei-Kuo ad istruirsi nella Wehrmacht non dovrebbe sorprendere. In effetti, i legami personali di Chiang con la Germania erano tali che, anche dopo lo scoppio della guerra cino-giapponese del 1937, una significativa ambasciata cinese rimase a Berlino, chiedendo il ripristino integrale dei rapporti nazi-cinesi nonostante il Patto di non aggressione cino-sovietico. Quando furono finalmente richiamati, von Falkenhausen e colleghi consiglieri tedeschi promisero di non condividere alcuna informazione sui piani di guerra cinesi con i nuovi alleati giapponesi. Quando il Patto tripartito del 1941 formalizzò l’asse Germania-Italia-Giappone, l’aiuto tedesco alla Cina cessò completamente, ma le basi militari che la partnership pose contribuirono alla vittoria finale cinese. Von Falkenhausen, da parte sua, mantenne la parola e continuò a scrivere a Chiang, scambiandosi doni anche molto tempo dopo la fine della guerra.Jo5eORO

Riferimenti
Kennedy, M., Il dimenticato Corpo del lavoro cinese della Prima guerra mondiale viene riconosciuto infine
Kirby, WC, Germania e Cina repubblicana, 1984, Stanford University Press.
Sawyers, M., La partecipazione del Soccorso unito cinese al Fondo Nazionale di Guerra degli Stati Uniti d’America
Taipei Times, Il generale nazionalista Sun Yuan-liang muore a 103 anni
Wikipedia, Alexander von Falkenhausen
Wikipedia, Chiang Wei-Kuo
Wikipedia, Ariani onorari
Wikipedia, Esercito Nazionale Rivoluzionario

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L'”incidente di Mukden”

Bruno Birolli, Fascinant Japon

La seconda guerra mondiale in Asia iniziò non a Pearl Harbor, ma dieci anni e tre mesi prima, in Manciuria, a Mukden, oggi Shenyang, nella notte del 18 e 19 settembre 1931. Evento decisivo nella storia del 20° secolo, oggi dimenticato. Eppure impressionò il contemporaneo Hergé che ne fece il centro dell’intrigo dell’albo di Tintin, Il Loto Blu.000Il piccolo corpo d’armata giapponese, l’armata del Kwantung, deve il suo nome al territorio del Kwantung, o Guandong in cinese moderno, Kanto in giapponese, nella penisola di Lioadong, dove si trova Dalian e un nome noto nei primi anni del 20° secolo: Port Arthur, la base navale russa conquistata dai giapponesi dopo un assedio estenuante nella guerra russo-giapponese (1904-1905). E’ la lontananza dell’arcipelago motivo per cui l’armata del Kwantung, nonostante il piccolo stato maggiore, divenne vivaio di cospiratori e matrice del fascismo giapponese.

Contesto storico
Il problema che affrontò il Giappone dopo la vittoria sulla Russia nel 1905, è che la sua presenza nel continente rimase fragile. In virtù del trattato di Portsmouth, il Giappone recuperò solo i diritti acquisiti dalla Russia in Manciuria. Una volta che tali diritti decaddero, nel 1923, il Giappone doveva abbandonare ciò per cui aveva combattuto e vinto al prezzo di 130000 morti. Posando da protettori della Cina, bloccando ogni tentativo di smembramento coloniale del Regno di Mezzo come fecero gli europei in Africa, gli Stati Uniti furono gli intermediari che a Portsmouth chiesero ed ottennero che il Giappone rinunciasse alle ambizioni in Manciuria. I semi della Guerra del Pacifico vennero gettati. Le tensioni non smisero di crescere tra Giappone e Stati Uniti. La sfida era in Cina. La conclusione del lento cumularsi di risentimenti, sospetti, incomprensioni e rivalità esplose a Pearl Harbour nel dicembre 1941. Ma nel tardo 19° secolo, conquistare il nord della Cina era considerato prioritario dagli strateghi giapponesi. Vedendo nelle province del nord-est della Cina il baluardo necessario per controllate la Corea, il cui possesso bloccava lo stretto di Tsushima e metteva l’arcipelago al riparo dalle invasioni. Nel 1895 questo fu il motivo della prima guerra cino-giapponese. Il Giappone poi conquistò la penisola del Lioadong. Col Trattato di Shimonoseki la Cina cedette territori al Giappone. Ma l’intervento vigoroso della Russia, sostenuta da Germania e Francia, costrinse l’esercito imperiale ad evacuare Port Arthur. Nel 1898, in cambio del sostegno di Mosca, Pechino cedette alla flotta russa la base navale di Port Arthur. Il Giappone ritenne l’alleanza russo-cinese volta a indebolirlo e privarlo dello status di grande potenza per, infine, ridurlo in schiavitù. Come si vide, gli eventi accelerarono di molto. Con ciascuna di tale manovre, come nel gioco del Go, l’occidente cessò di essere il modello di modernità e divenne l’usurpatore delle vittorie del Giappone. Il timore di vedere l’arcipelago schiacciato arrivò a suscitare una mentalità da assedio. Il primo nemico fu la Russia, da cui la guerra russo-giapponese. E dal 1905 gli Stati Uniti. L’idea di conquistare la Manciuria divenne urgente presso certi ambienti per allentare la pressione. Nel 1915, approfittando degli europei impantanati nella guerra in Europa e dello status di alleato di Francia e Gran Bretagna, il governo conservatore tentò la fortuna con le famose “Ventuno domande” che posero la Cina sotto il protettorato giapponese di fatto. Anche in questo caso gli Stati Uniti s’interposero. Il tentativo di mettere sotto protettorato la Cina fallì. Ma il Giappone non rimase a mani vuote: il contratto di affitto del Kwantung fu esteso fino al 1997. Parziale vittoria per il Giappone? O disastrosa sconfitta come sostennero le fazioni più radicali.Kwantung_territory_China_1921L’armata del Kwantung
Nei primi anni ’20 l’armata del Kwantung era una piccola forza. Se la flotta giapponese aveva il diritto di ancorare le navi a Port Arthur, i trattati internazionali limitavano la presenza dei soldati giapponesi a 10000 uomini. D’altra parte, gli stessi trattati internazionali proibivano le armi offensive: artiglieria pesante, aviazione, blindati… La missione era pattugliare un corridoio di 1 km lungo la ferrovia, la cui concessione fu strappata alla Russia nel 1905, da Port Arthur, a Dalian dopo 40 chilometri per unirsi ad Harbin al ramo manciuriano della Transiberiana. L’armata del Kwantung era quindi una forza di polizia per vigilare sulla sicurezza della rete ferroviaria minacciata dalle bande di saccheggiatori che sciamavano nell’immensa Manciuria attaccando i convogli. La Manciuria era quindi una sorta di “Wild West” asiatico popolato da nomadi, pastori, banditi, trafficanti di oppio mongoli, manciù e cinesi. Le sue forze erano composte da una divisione di fanteria sostituita ogni quattro anni. Gli ufficiali godevano di condizioni di vita lussuose a Dalian e Port Arthur, in cui aveva sede il quartier generale dell’armata del Kwantung, edificio che esiste ancora. I bilanci erano arrotondati con confortevoli diarie, le più alte dell’esercito imperiale. E soprattutto gli ufficiali avevano una libertà di manovra sconosciuta nelle caserme dell’arcipelago, dove la gerarchia era greve. Nel Kwantung militari e amministratori erano liberi di agire a piacimento. Il cambio del personale permanente ebbe effetti perversi, creando nell’esercito imperiale lo “spirito della Manciuria” che si fuse con la convinzione che la Manciuria andasse conquistata con la forza, bypassando l’accordo di Tokyo.Japanese skull regiment 1933La rivolta degli ufficiali
Due eventi accelerarono la rottura dell’armata del Kwangtung con le autorità del governo civile. Il primo fu la rapida democratizzazione vissuta dal Giappone alla morte dell’imperatore Meiji nel 1912, denominata “democrazia Taisho” dal nome del figlio di Meiji e padre del futuro imperatore Hirohito. Il riconoscimento dei sindacati, la legalizzazione del Partito Socialista, l’estensione del diritto di voto universale agli uomini, al fine di concedere il diritto di voto alle donne… il Giappone seguiva l’ondata di liberalizzazione nel mondo che usciva dalla prima guerra mondiale. Ma i liberali erano anche i sostenitori del disarmo. Il Giappone era uno dei cinque fondatori della Società delle Nazioni, precursore delle Nazioni Unite, creata dopo la prima guerra mondiale. E per i liberali, la sicurezza del Giappone non passava più attraverso la costituzione di un forte esercito, ossessione di Meiji, ma con la firma di accordi con le maggiori potenze. Già indignato dall’occidentalizzazione dei costumi in cui vide la rinuncia allo spirito guerriero dei samurai, l’esercito imperiale veniva colpito al cuore con la riduzione degli effettivi. Per motivi di bilancio, la difesa copriva il 30% del bilancio dello Stato, e politico, l’allineamento politico con Paesi importanti come Stati Uniti, Francia e Regno Unito che smobilitavano. Ad aggravare il senso di tradimento dell’élite giapponese, la resa dei beni giapponesi in Manciuria fu presa in considerazione a Tokyo per rilassare le relazioni con la Cina, che non riconobbe né il trattato di Portsmouth, né l’accordo Giappone-USA sulle “Ventuno domande”. L’altro evento decisivo fu la scomparsa degli uomini di Meiji a capo delle Forze armate. Obbedienti e spesso giunti ai vertici grazie più alla lealtà che alla competenza, conobbero la guerra civile e le battaglie per la restaurazione Meiji nel 1860-70; ora morivano uno dopo l’altro. L’ultimo a scomparire fu il maresciallo Aritomo Yamagata, il padre dell’esercito Meiji, nel 1922. Questo passaggio di generazioni mutò la presa dei clan vincitori della restaurazione Meiji, i clan di Satsuma e Choshu, e fece avanzare i giovani dei clan sconfitti originari delle provincia a nord di Tokyo, Tohoku. Assai meno rispettosi dell’ordine stabilito, se non addirittura in rivolta verso di esso, da cui si sentivano esclusi poiché il mondo economico gli era precluso, entrarono nell’esercito come cadetti all’età di dodici anni, sul modello dell’esercito di Bismark, riferimento nella costruzione dell’esercito imperiale giapponese. Per Ishiwara e Itagaki, e probabilmente per gli altri ufficiali giapponesi, tale tuffo brutale nell’universo rigidamente disciplinato delle scuole militari segnò la fine dell’infanzia, rimanendo un trauma che non riuscirono a superare completamente, come mostrano i testi che lasciarono. Soprannominati “giovani ufficiali”, perché al massimo erano colonnelli, ebbero dal 1920 responsabilità gerarchiche sempre più importanti. Un primo tentativo di conquistare con le armi la Manciuria si ebbe nel 1928, quando una bomba fu posta sotto il treno di Chang Tso-lin (Zhang Zuolin), il signore della guerra della Manciuria ancora “cliente” del Giappone. Il cervello dell’attentato fu il colonnello Daisaku Komoto. Komoto sperava che per vendicare il padre ucciso dall’esplosione, il figlio di Chang Tso-lin, Chang Hsue-liang (Zhang Xueliang) lanciasse le sue truppe all’assalto del Kwantung, fornendo il pretesto per invasione della Manciuria. Ma quest’ultimo, consapevole della trappola tesa e dell’impreparazione dell’esercito cinese, si limitò alle denunce verbali. Komoto fu sollevato dell’incarico senza essere processato per tale atto di terrorismo. Per paura della reazione ostile dell’esercito imperiale, fu costretto a lasciare l’esercito in sordina.

I protagonisti
744637 Una nuova cospirazione fu avviata, più forte. Il cervello del nuovo complotto era il colonnello Tetsuzan Nagata, che raccolse intorno a sé nomi che resteranno nella storia, perché saranno tutti processati e giustiziati dagli Alleati dopo il 1945, Hideki Tojo, Tomoyuki Yamashita che s’illustrerà conquistando Malesia e Singapore nei primi mesi del 1942, Kenji Doihara, uomo dei servizi segreti giapponesi, Seishiro Itagaki e Kanji Ishiwara il cui ruolo fu cruciale per il successo dell’invasione. Tali incontri furono clandestini. Nell’organizzazione politica istituita da Meiji era infatti vietato agli ufficiali incontrarsi per discutere di questioni politiche o militari. Solo i consulenti diretti dell’imperatore avevano tale privilegio. Ma alla fine degli anni ’20, le regole imposte da Meiji furono spazzate via dalla rivolta degli ufficiali infuriati dal mutare della società giapponese e dalla politica del disarmo. Ishiwara e Itagaki furono inviati da Nagata a sostituire Komoto a Port Arthur. Questo tandem provocò la guerra. Ishiwara fu responsabile della pianificazione dell’invasione. La funzione di Itagaki, teoricamente superiore di Ishiwara, era “politica”: avere contatti nell’esercito imperiale affinché il complotto fosse supportato e si preparasse l’amministrazione della Manciuria, una volta conquistata. Si sa dagli scritti di Ishiwara quali fossero le motivazioni di questi due ufficiali. Avviare la guerra in Manciuria non solo puntava a conquistare lo spazio considerato vitale per la difesa del Giappone, ma anche a fermare il programma del disarmo del Giappone, rovesciare il governo per sostituirlo con uno militare, o almeno influenzato dai militari, e militarizzare la società giapponese per l’obiettivo finale: affrontare con le armi gli Stati Uniti. Quindi fu una vera rivoluzione quella preparata dalla congiura, una rivoluzione paragonabile alla Restaurazione Meiji secondo i suoi fautori.

L’Incidente di Mukden
L’operazione scattò nella notte del 18 e 19 settembre 1931, quando una piccola bomba fu collocata dai soldati del Kwantung sotto la ferrovia, appena fuori Mukden. Nelle ore seguenti Mukden fu occupata assieme alle stazioni principali fino al confine settentrionale della concessione ferroviaria giapponese. Rinforzi di stanza in Corea, cinquemila uomini comandati da ufficiali guadagnati alle idee degli ammutinati, violarono l’ordine di non intervenire entrando in Manciuria. L’8 ottobre Ishiwara suscitò un’altra provocazione. Diresse il bombardamento aereo di Jinzhou. L’obiettivo questa volta era la linea ferroviaria gestita dagli inglesi; voleva estendere il conflitto per paralizzare il governo che cedeva alle richieste della SdN di por fine alle ostilità. La provocazione ebbe successo, incapace di trattenere l’armata del Kwantung temendo che sanzionando i cospiratori avrebbe causato un colpo di Stato militare in Giappone, il governo giapponese non poté che osservare la situazione in Manciuria sfuggirgli completamente. Mentre continuavano gli scontri, una massiccia campagna di disinformazione fu attuata. Tutti i media supportarono l’armata del Kwantung. Ci vorrà la sconfitta del 1945 affinché il pubblico giapponese sapesse che il Giappone non fu vittima di un’aggressione cinese a Mukden, ma che fu una provocazione ordita con freddezza da ufficiali giapponesi. Inebriato dalle vittorie, Ishiwara volle di slancio attaccare i sovietici sempre presenti a nord della Manciuria. Le sue truppe risalirono in treno fino a Tsitsihar. E presso questa città vi fu l’unica battaglia della campagna, nota alla storia come “Incidente Manciuriano”, Manchu Jiken. Ai primi di novembre 1931, a 30 gradi sottozero, le forze giapponesi schiacciarono quelle del generale cinese Ma Chan-shan (Ma Zhanshan), perdendo circa quattrocento uomini, due terzi per il freddo (più di cinquecento feriti per congelamento). I giapponesi presero Tsitsihar (Qiqihar) ma questa volta il più attento Itagaki trattenne l’impetuoso Ishiwara, e quando gli interessi ferroviari, il ramo manciuriano della Transiberiana, furono rispettati, i sovietici osservarono da spettatori i combattimenti. Il 31 dicembre 1931, l’armata del Kwantung entrò a Jinshou. Con 15000 uomini strapparono a 250000 soldati cinesi, male addestrati e mal curati è vero, un territorio grande quattro volte la Francia. Incapace di farli rientrare in caserma, il governo del Giappone fu rovesciato e l’esercito imperiale impose alla guida dello Stato personalità ad esso fedeli. Internazionalmente il Giappone fu isolato. I trattati sul disarmo abrogati e la militarizzazione avviata. Fu aperta la via all’alleanza con Germania nazista e Italia fascista. Nel settembre 1931 il Giappone avviò una guerra lunga quattordici anni, fino all’apocalisse finale di Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto 1945.CHINA-JAPAN-DIPLOMACY-HISTORYTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guerra ed economia in Giappone (1911-1946)

Jean-Louis Margolin, Fascinant JaponC-BattleshipYamatoLo slogan preferito dei promotori della restaurazione Meiji (1868) era Kyohei Fukoku (prospero e forte esercito). Questo significava che subito con la riapertura, il Paese era impegnato a far avanzare di pari passo potere economico e militare. In particolare, i samurai spesso si riconvertirono in capitani d’industria, sotto l’esigente sorveglianza dello Stato. Inoltre, tra le industrie moderne da creare, il posto d’onore fu dato alle armi, la prima fabbrica di armi ebbe sede a Yokosuka nel 1860 con l’aiuto dei francesi. Ma i militari non erano molto efficaci come capi delle nuove società, molte delle quali furono recuperate nel 1880 dai mercanti diventati capitalisti, e solo all’inizio del XX secolo il Giappone svilupperà acciaierie e cantieri navali degni di questo nome. Se la necessità del coordinamento tra militari e industria è da subito prevista, le modalità pratiche rimasero incerte per non dire altro. Il dibattito continuerà nel periodo interessato, dentro e fuori un contesto sempre più urgente, senza mai trovare una soluzione realmente soddisfacente per le varie parti interessate e pienamente efficace per il Paese. Tuttavia vi furono progressi impressionanti: la guerra del 1914-18 in primo luogo promosse lo sviluppo economico e gli armamenti fornirono nuove modalità consentendo al Giappone d’impegnarsi nella politica di conquista, conclusasi con lo scontro con gli Stati Uniti. Questo, nonostante la grande mobilitazione di tutte le risorse del Giappone, dimostrò in definitiva che l’arcipelago non poteva competere con la potenza statunitense.

1911-1931: tra guerra e crisi, l’ambiguo trionfo del capitalismo industriale
La guerra al servizio dell’economia (fino al 1919)
mikasa Il Giappone aveva vinto la guerra nel 1905 contro la Russia. Ma nell’occasione s’indebitò fortemente approfittando della vicinanza alla finanza anglosassone, rassicurato dalla alleanza anglo-giapponese nel 1902 e dagli accordi Taft-Katsura (con gli USA) nel 1905. Lo scoppio della prima guerra mondiale permise di rompere con la politica deflazionistica e di rilanciare la crescita. Infatti, era una situazione ideale: dalla “parte giusta”, quella dei vincitori, poté cogliere i possedimenti tedeschi in Cina e nel Pacifico, e beneficiare dell’enorme spesa per gli armamenti degli alleati (poi, subito dopo la vittoria, iniziò la ricostruzione), senza dover combattere se non simbolicamente. Dovette disporre di una moderna industria sufficientemente aperta per poter rispondere all’aumento della domanda causato dal conflitto. Il triplice vantaggio del Giappone riposava nell’apertura dei nuovi mercati in Europa, nel blocco virtuale delle esportazioni verso l’Asia, promuovendo le propria attività, e il significativo aumento dei prezzi dei “prodotti strategici”: materie prime, ma soprattutto del cotone per le uniformi, delle navi per trasportale, e quindi dell’acciaio per costruirle. Il ritmo di crescita del PIL giapponese triplicò al 9%. In soli cinque anni, tra 1914 e 1919, la produzione industriale saliva del 72%, e la forza lavoro “solo” del 42%: il miglioramento della produttività fu importante. La capacità d’investire era notevole, dato che il tasso medio di profitto dal 15% di prima della guerra, passava a circa oltre il 50%! La quota di industria e settore estrattivo del PIL passò dal 20% al 30%: è allora che il Giappone divenne veramente un Paese industriale. Tra i settori chiave del periodo, la costruzione navale conobbe la crescita più impressionante, sostenuta dall’aumento di sette volte il prezzo delle navi; la manodopera quadruplicò e si passò da otto navi varate nel 1915 a 174 nel 1918. Questo progresso fu principalmente avviato dal settore privato, che cominciò a prosperare senza il cordone ombelicale che lo collegava allo Stato, e se ne ebbero anche le conseguenze politiche: l’affermazione dei partiti politici, i principali legati al mondo degli affari, e l’avanzamento del governo parlamentare. La chiave di volta dell’economia furono i zaibatsu, conglomerati industriali e finanziari gestiti dal 1900 da professionisti solitamente formatisi negli Stati Uniti e che si accaparravano la manodopera più qualificata, di piccole dimensioni, offrendo stipendi vantaggiosi e benefici. I primi cinque erano, in ordine decrescente d’importanza, Mitsui, Mitsubishi, Yasuda, Sumitomo e Daichi. Nel 1927 controllavano il 19% del capitale bancario, garantendosi un’autonomia cruciale nel finanziamento, a cui le PMI non potevano accedere. Le esportazioni di beni e servizi (in particolare noleggio marittimo per conto dell’Intesa) permisero al Giappone di passare da un debito netto di 1,1 miliardi di yen nel 1913 a un credito di 2 miliardi nel 1920: il Paese era diventato esportatore di capitali.

Il fallito tentativo di dissociare l’economia dalla guerra (1920-1931)
Verso l’avanzata dell’esercito
japans-empireI militari avrebbero voluto godere della nuova ricchezza del Paese per soddisfare i loro grandiosi piani di armamento, mentre le truppe, approfittando della confusione in Cina e della guerra civile russa, nel 1918 ebbero l’enorme spazio dalla Cina settentrionale alla Siberia orientale. Dopo 13 anni di reiterate richieste della Marina militare, la Dieta approvò nel 1920 un piano di costruzione di otto incrociatori da battaglia e otto navi da battaglia che, al momento del completamento nel 1927 avrebbe assorbito il 40% del bilancio dello Stato… Dal punto di vista giapponese, la Conferenza Navale Internazionale di Washington (novembre 1921 – febbraio 1922) fu un disastro: comportò infatti la grave limitazione degli armamenti navali (soprattutto niente più navi superiori alle 10000 tonnellate da costruire per dieci anni), fermare la costruzione della maggior parte delle fortificazioni costiere e insulari (mentre il Giappone aveva conquistato l’arcipelago tedesco nel Pacifico centrale), e l’obbligatoria proporzionalità tra le forze navali (5 per Stati Uniti e Regno Unito, 3 per il Giappone, 1,75 per Francia e Italia). Ma l’impero aveva quasi raggiunto i limiti: poteva sostituire solo le unità obsolete. Inoltre, la nuova amministrazione repubblicana degli Stati Uniti costrinse le truppe giapponesi a consegnare alla Cina le posizioni tedesche occupate nella penisola dello Shandong, e presto evacuarono la Siberia, mentre si ebbe la reazione nazionalistica in Cina contro gli abusi di Tokyo. La nuova conferenza a Londra nel 1930 estese il congelamento delle navi da guerra per sei anni e il contingente giapponese passò a 3,5. La logica economica sembrava superare i sogni di grandeur imperialista. Nel nuovo contesto della recessione economica, gli armamenti ad ogni costo sembravano assurdi per la nuova élite politica ed economica, intrisa di demo-liberalismo anglosassone, che sembrava trionfare nelle relazioni estere dove Shidehara Kijuro, ex-ambasciatore a Washington, divenne il primo diplomatico di carriera ad accedere alla carica di ministro degli Affari Esteri (1924-1927). La sua “nuova diplomazia” si basava su tre principi articolati nella “collaborazione internazionale” centrata sulla Lega e le buone relazioni con le potenze anglosassoni; nella “Diplomazia economica”, in particolare verso la Cina, sostituendo con il potere di mercato dei zaibatsu la pressione politico-militare; nel “non intervento negli affari interni della Cina”, accettando l’unità del Paese.

Il fallimento dei liberali e il rinnovo delle ambizioni militari
Il trionfo del capitale è insolente per gli esclusi dalla festa: accelera la concentrazione del capitale in favore dei zaibatsu e dei grandi cotonifici (Kanebo, Toyobo) sfruttando le enormi riserve accumulate durante la guerra. Tuttavia i liberali di stretta obbedienza al potere sono ossessionati dal ritorno al gold standard, la parità prima del 1914. Ciò impose severe misure deflazionistiche, causate dal deficit commerciale ritornato con forza nel 1920, e che non si riuscì ad eliminare. L’attività economica ne risentì molto perché le aziende giapponesi erano strutturalmente assai indebitate: alla minima crisi del credito venivano soffocate. Le conseguenze sociali furono formidabili. E soprattutto, fatali per il movimento di democratizzazione associato da molti giapponesi all’aggravarsi della povertà e al dominio egoistico di affaristi e zaibatsu. La demagogia fascista dei militari frustrati e dell’estrema destra ultranazionalista si scagliò contro i capitalisti più importanti, associati ai democratici. Molti ufficiali golpisti degli anni ’30 erano giovani delle aree rurali costretti dalla povertà ad arruolarsi nell’esercito, più o meno manipolati dai superiori per cercare di aumentare i bilanci e l’espansionismo. Il Paese passò di crisi in crisi, le cui concatenazioni ritardarono in modo irritante l’accesso a una stabilizzare sempre annunciata come a portata di mano. Il 1920 segnò la fine del boom bellico, periodo prolungato dall’esigenza della ricostruzione più urgente. Gli anni successivi dal grigio passano al nero con il collasso economico globale che inizia nell’ottobre 1929 a Wall Street. La crisi è particolarmente grave in Giappone, dato lo stato già deteriorato dell’economia e l’inettitudine del governo. In effetti, il partito Minseito persisteva nella politica liberale classica, nonostante l’assassinio nel 1930 del Primo Ministro Hamaguchi per mano di estremisti di destra legati ai militari (poi fino al 1936 vi furono altri omicidi di questo tipo). Data l’impossibilità di difendere la valuta, il governo nel dicembre 1931 cedette il posto al partito Seiyukai. Ebbe il tempo di accusare senza prove Mitsui e Mitsubishi, mentre la speculazione nei confronti dello yen era effettivamente diretta da banche estere e da singoli speculatori, nutrendo l’ostilità populista al “grande capitale”. Dal 13 dicembre il gold standard fu finalmente abbandonato, e la cartellizzazione della politica delle imprese, forse forzata, fu attuata: si assistette alla nascita dei monopoli legali, disciplinando i prezzi a proprio piacimento. Risultato della crisi fu l’acquisizione della Manciuria e la diffidenza crescente verso la comunità finanziaria anglosassone, finora strettamente associata allo sviluppo del Paese. Il contesto portò al potere i militari e Pearl Harbor fu in vista.

1932-1941: L’economia di fronte alla militarizzazione
1932-1936: La resistibile ascesa dei militari
10184-0-huge-resized-photo Il Giappone fu la prima delle grandi potenze a rispondere efficacemente alla crisi. Mentre il recupero si basava sulla formazione di un “blocco dello yen” semi-autarchico e la costituzione della Manciuria conquistata nel 1931, si tesero permanentemente i rapporti con l’occidente, specialmente gli USA. Ma fondamentale fu l’opera del ministro delle Finanze Takahashi Korekiyo, che gestì l’economia dal dicembre 1931 all’assassinio nel febbraio 1936. Ruppe con l’ortodossia liberale del decennio precedente, ma senza precipitare il Paese nell’economia diretta secondo Hitler e Mussolini. Questo interventismo moderato non era molto lontano dai principi del New Deal di Roosevelt del 1933. La rottura con l’atteggiamento deflazionistico fu confermata dal rapido aumento delle spese di bilancio. Riarmo e assistenza rurale erano privilegiati: tali settori conobbero un aumento del 32% rispetto al 1932 e gli investimenti privati aumentarono del 109%, contro il 58% dello Stato, dimostrando che lo stimolo pubblico riuscì grazie al dinamismo delle aziende private. L’armamento non giocò un ruolo decisivo: nel 1932 assicurava il 28% del mercato della metalmeccanica, ma solo il 18% nel 1936. Le misure protezionistiche si aggiunsero agli effetti del significativo incremento dei prezzi dei prodotti importati, dovuto alla svalutazione: siderurgia e chimica ne beneficiarono nel 1932, munizioni e automobili nel 1936, mentre l’ammodernamento dei cantieri fu aiutato dallo Stato. Nelle industrie “avanzate” come macchine utensili, macchine elettriche, aviazione (molto aiutate dall’esercito), la tecnologia più avanzata è talvolta raggiunta da società come Toshiba e Hitachi. L’industria pesante (meccanica inclusa) divenne il motore della crescita del 10% annuo, passando dal 35% del prodotto industriale complessivo del 1930 al 45% nel 1936. I “nuovi zaibatsu” (Nichitsu, Showa Denko e soprattutto Nissan), più specializzati e tecnologici dei vecchi, segnano il periodo dell’aggressione: i loro leader erano spesso ex-militari ed avevano un capitale pubblico sostanziale. Investirono nell’Impero, in particolare Corea e Manciuria. I rami considerati “strategici” furono aiutati, ma erano anche controllati dallo Stato: nel 1934 il petrolio, le automobili (dove Toyota iniziò l’espansione) nel 1936… In cambio di benefici fiscali e risarcimento delle potenziali perdite, dovettero accettare la supervisione dei loro progetti e metodi di produzione, ed essere pronti a rispondere alle richieste dell'”interesse collettivo” e dell’esercito. Nel Manchukuo e nel nord della Cina controllata dalla giapponese Kwangtung, forme molto più radicali di economia di comando furono sperimentate. Nella stretta interdipendenza con la metropoli, la pianificazione reale fu adottata, dove le industrie chiave (un monopolista per tipo d’industria) erano nelle mani dello Stato, in questo caso “governo” della Manciuria e Ferrovie della Manciuria meridionale (giapponese dal 1905), ciascuno con una quota del 30%, mentre il resto era pubblico; le imprese private ne furono escluse. I più grandi capitalisti metropolitani, ostili al programma, deviarono lavoratori qualificati e capitale, con conseguente fallimento totale. Ma ferro, carbone e sale, in quantità insufficienti nell’arcipelago, furono effettivamente sfruttati.

1937-1941: verso lo “Stato di difesa nazionale”
Takahashi fu tra le vittime del tentato golpe militare del febbraio 1936. Nonostante l’esecuzione dei suoi promotori, i leader dell’esercito ne approfittarono per restare al potere fino alla sconfitta del 1945. Nulla impedì l’emergere di forme di economia di guerra in Giappone. Un ambizioso piano quinquennale per gli armamenti fu ideato dal colonnello Ishiwara Kanji, “padre” del Manchukuo: questi niente meno pose la componente economica dello “Stato nazionale di difesa”, ispirato dagli esperimenti totalitari europei da cui i militaristi s’attendevano la salvezza. Il governo Konoe, tra cui il ministro delle Finanze Eiichi Baba interventista convinto e molto vicino allo Stato Maggiore, poté essere costituito che nel giugno 1937 dopo che Ishiwara aveva approvato il piano, basato sulla prospettiva della guerra contro l’URSS e prevedendo l’istituzione di una potente industria pesante nell’ambito del “blocco Giappone-Manchukuo”. Il piano previde l’aumento del 40% della spesa di bilancio nel 1937; l’esercito ne assorbì il 60%. Le tasse aumentarono, le importazioni di materie prime strategiche anche. Si svilupparono quindi controlli più severi sulle importazioni e i movimenti di capitali, per far rispettare le priorità. L’economia della Manciuria era governata da un piano quinquennale più vincolante; il capo della Nissan fu responsabile del coordinamento di tutte le industrie pesanti e chimiche. Gli anni successivi furono segnati dalla ricerca deludente dell’equilibrio dell’economia diretta e pianificata al servizio della produzione bellica, cercando di promuovere i militari e alleati, e di mantenere la proprietà privata aziendale, presentata dai dirigenti dei zaibatsu e dalle correnti politiche conservatrici come condizione per una gestione efficace. Konoe si presentò come l’uomo dei militari. Nel dicembre 1937 presentò alla Dieta, facendola approvare, la “legge di mobilitazione generale”, assicurando in caso di guerra la preminenza assoluta dello Stato su allocazione del lavoro, controllo dei salari e dell’orario di lavoro, investimenti sui macchinari, controllo dei trasporti, del commercio estero e dell’uso del territorio; creazione di associazioni di controllo e cartelli in tutti i settori economici con la presenza dello Stato; controllo di prezzi e profitti; sussidi agli armamenti; cambio dei programmi scolastici per la formazione di tecnici per gli armamenti. Ma conservatori e circoli capitalistici, raggiunti dall’opportunista Konoe, bloccarono l’applicazione della legge. I dirigisti tornarono alla carica nel 1940, mentre gli squilibri crescevano e la produzione era in calo. La prospettiva di un ampliamento delle ostilità permise di rafforzare i controlli su profitti e dividendi, e aumentare la tassazione. Ciò che mancava era il tempo: la guerra in Cina scoppiò troppo presto, si dovettero affrontare enormi spese immediate per consentire al milione di soldati nel continente di operare in modo efficace, e allo stesso tempo investire pesantemente per mantenere il vantaggio strategico navale sugli Stati Uniti, impegnandosi nel riarmo. La quadratura del cerchio che spiega le correzioni di rotta successive, sicuramente non si poté applicare il piano quinquennale, facendo disperare Ishiwara che si unì di colpo ai sostenitori del compromesso con la Cina. I perdenti, in ogni caso, furono le piccole e medie imprese controllate e cartellizzate con la forza, i dipendenti dallo stipendio bloccato e dall’orario di lavoro sbloccato, e i consumatori vittime di un razionamento sempre più stretto e costretti a ricorrere al mercato nero, facendo del blocco teorico dei prezzi (e degli affitti) un triste scherzo.

1942-1946: Dal trionfo al fallimento dell’economia di guerra
Da Pearl Harbor a Hiroshima: il compimento del dirigismo economico
20150122152242I capi dell’esercito sembravano aver raggiunto i loro obiettivi con il governo Tojo dell’ottobre 1941. Si abbandonavano gli interminabili accomodamenti con gli anglosassoni e i convenevoli con i zaibatsu. La scelta della guerra totale era presa, all’estero quanto all’interno. Uno studio dell’Ufficio della pianificazione del governo, nel dicembre del 1941, elencava i quattro colli di bottiglia che potevano paralizzare gli sforzi del Giappone: riso, petrolio, materie prime strategiche, mezzi di trasporto (marittimi soprattutto). Il loro fallimento comprometteva la guerra? La guerra li forniva: riso in Thailandia e Indocina, petrolio dalle Indie orientali olandesi, stagno e gomma dalla Malesia, rame dalle Filippine… La rapida aggressione giapponese catturò intatte molte preziose navi. Guerra ed economia erano oramai legate, vincevano o affondavano insieme. Le proprietà private industriali non furono espropriate, ma dovevano piegarsi aspettandosi succosi benefici dalle conquiste, almeno se si riuscivano a digerire… I militari imposero la presenza nelle principali aziende dei sovrintendenti, e il controllo delle strutture, l’assegnazione e la commercializzazione dallo Stato o dai cartelli privati proliferarono, creando molta confusione e burocrazia, senza un corpo centrale che ne garantisse la coerenza politica globale. Sordi scontri tra soldati e civili furono acuiti dalla forte concorrenza tra Esercito e Marina per l’assegnazione delle materie più preziosi: si alzarono a volte dei muri nelle fabbriche che lavorano per entrambe le forze armate, per evitare saccheggi reciproci… La creazione nell’autunno 1943 del Dipartimento delle Munizioni da parte del governo Tojo era volta a suddividerle, ma la Marina accusò il generale di parzialità per l’esercito e partecipò alla sua caduta nel luglio 1944. Il conflitto poi finì: dopo la battaglia del Golfo di Leyte di ottobre, il Giappone non ebbe praticamente più una Marina…

Mobilitazione totale
Le spese di guerra furono a lungo quasi equilibrati dai maggiori ricavi: l’imposta speciale sugli stipendi passò dal 10% al 18%, prestiti obbligatori, investimenti nel Tesoro pubblico attraverso le onnipresenti associazioni di quartiere, a cui non si poteva dire di no, coprivano dal 10% al 20% delle entrate. Alla fine delle ostilità, l’inflazione però balzò: la massa monetaria si moltiplicò per cinque dal 1941 al 1945. I vari prelievi e congelamenti dei salari avevano drasticamente ridotto i consumi a 6 miliardi di yen su un PIL di 84 miliardi nel 1944! Le razioni collassarono (il riso passò da 900 grammi a 400 grammi al giorno), e molti altri prodotti, dal sapone ai vestiti, semplicemente scomparvero. Il mercato nero era inaccessibile ai più: lo zucchero, ad esempio, lo si comprava a 250 volte il prezzo ufficiale. Quindi la riduzione dell’apporto calorico giornaliero medio da 2400 nel 1941 a 1500 nel 1945 (l’11% in meno rispetto alla Germania affamata del 1918). L’esaurimento era tale, nell’estate 1945, che i militari irriducibili prima di Hiroshima temevano soprattutto che il prolungamento del blocco e dei bombardamenti statunitensi, se non lo sbarco, avrebbero portato al crollo interno nel 1946. Si dovettero sostituire 9,5 milioni di uomini richiamati e fornire manodopera alle fabbriche di armi (due milioni di lavoratori solo per gli aerei!). Un vantaggio paradossale risiedeva nel relativamente scarso lavoro salariato tra le donne, attratte massicciamente dalle industrie belliche. Circa due milioni di coreani furono arruolati, e centinaia di migliaia di prigionieri di guerra furono costretti a lavorare a dispetto delle Convenzioni di Ginevra. I vuoti quantitativamente furono quasi riempiti, ma la qualificazione del nuovo personale lasciava molto a desiderare, con conseguenze disastrose per l’aeronautica.

Risultati vari
I risultati della produzione bellica furono impressionanti ed insufficienti, considerato l’enorme potenziale degli Stati Uniti. Dalla fine del 1944, sotto i bombardamenti a tappeto e mentre quasi nulla poteva essere importato, tutto cominciò a crollare. Il petrolio era il principale collo di bottiglia dato che la produzione nazionale scese (286000 tonnellate nel 1943) e il surrogato fu un fallimento quasi completo (135000 tonnellate nel 1944), nonostante il massacro di centinaia di migliaia di pini per estrarre alcol dalle radici, alla fine delle ostilità le riserve diminuirono a 46000 tonnellate, quasi tutte per l’aviazione. L’acciaio, per cui i minerali scarseggiavano in Giappone, doveva aumentare la produzione da 4,4 milioni di tonnellate nel 1941 a 10 milioni nel 1945. Difatti nel 1943 la produzione fu di solo 4,5 milioni di tonnellate e nel 1944 crollò a 2,7 milioni di tonnellate (250000 tonnellate nel primo trimestre del 1945). Ciò che fu più significativo nel grande fallimento giapponese fu l’incapacità di riorganizzare efficacemente le economie coloniali del sud-est asiatico, tradizionalmente orientate verso Europa e Nord America. I quadri competenti mancavano, le necessarie reti locali (a partire dai cinesi) non erano affidabili, fors’anche perché l’occupante li pagava con moneta svalutata. In particolare, nel 1943, le comunicazioni marittime furono compromesse dai sommergibili statunitensi e inglesi. Così della bauxite (per lo più malese), essenziale per l’aviazione, ne furono importate 460000 tonnellate nel 1941, 820000 nel 1943, 350000 nel 1944 e 1800 nel 1945… La Grande Sfera di Co-prosperità dell’Asia fu uno slogan praticamente vuoto. Ma è soprattutto nelle costruzioni navali che la guerra fu persa: nel 1942 la produzione a malapena riequilibrò l’usura delle navi mercantili; in totale 3,5 milioni di tonnellate furono costruite, 8,1 milioni di tonnellate furono colate (di cui 4,4 milioni dai sommergibili). Risultato: alla fine della guerra vi erano circa 800000 tonnellate di navi non troppo danneggiate, su una flotta di 6,4 milioni di tonnellate nel 1941. L’industria aeronautica visse un boom enorme: 64000 aerei prodotti (alla fine del 1944, ma il 70% uscito dalle officine era inadatto al combattimento), con un massimo mensile di 2800 nel giugno 1944, contro i 550 all’inizio della guerra; ce n’erano ancora 16000 nell’agosto 1945, ma la maggior parte non poteva volare a causa della carenza di cherosene. I problemi erano congiunturali e strutturali: i lavoratori non erano abbastanza qualificati, non ce n’erano abbastanza sulle cateea di montaggio, non c’era abbastanza produzione di macchine utensili (molte erano ancora anglosassoni) e neanche molte PMI ultraspecializzate, la cui distruzione nei bombardamenti moltiplichò i colli di bottiglia.

Disastro e riorganizzazione (agosto 1945-1946)
Al momento della capitolazione, il Giappone sembrava essere tornato a prima dell’era Meiji: le fabbriche, quelle non bombardate, non funzionavano più, le comunicazioni da una regione all’altra erano molto difficili, le carenze generali, la povertà estrema. Il 40% degli edifici cittadini fu raso al suolo dai bombardamenti. Inoltre, la società fu sconvolta dai morti (circa due milioni), centinaia di migliaia di prigionieri dei sovietici (molti non tornarono che nel 1952, o mai), 1,5 milioni di coreani e il rientro di circa tre milioni di civili giapponesi dalle colonie del sud-est asiatico o dalla Cina, cui trovare un impiego. Gli statunitensi erano decisi a trarre vantaggio da tale situazione eccezionale per sradicare le radici del militarismo. Presero quattro misure. L’esercito fu rapidamente dissolto, e l’articolo 9 della Costituzione, redatta nel 1946, vieta la belligeranza. Un’ampia epurazione fu avviata (200000), incidendo sugli ambienti militari, dell’amministrazione e dell’economia. La dissoluzione dei zaibatsu fu minacciata se non si decentralizzavano aprendosi a capitali esterni alla famiglia del fondatore; dovettero accettare il dialogo con i sindacati ora autorizzati e riconoscere il diritto di sciopero. Infine una riforma agraria audace, simile a quella lanciata dai comunisti cinesi, risolse senza violenze la maggior parte delle tensioni sociali nelle campagne, già vivaio degli estremisti di destra.Japan-PICT1836Conclusione
La guerra fu subordinata all’economia, e con essa portò al disastro. Ma un popolo può fare a meno dell’ambizione guerriera, e forse anche dei militari, ma non dell’economia. Questa, dopo il caos, partì su basi rinnovate e più potenti che mai, non cedendo più alle pesanti pretese di forze armate divoratrici di risorse. Nel frattempo, aveva dimostrato la sorprendente capacità di salire in sei-sette decenni ai vertici: da questo punto di vista, una grande guerra è un test che non inganna.wc21_japempiremTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora