E il giudice si tolse la toga: “Non sopportavo più l’idiozia di troppi colleghi”

Per 42 anni al servizio dello Stato, 80mila sentenze e mai un giorno d’assenza. Sei volte davanti al Csm per le critiche alla corporazione: “Sempre prosciolto”
Stefano Lorenzetto Il Giornale 18/09/2011Magistrati, alzatevi! Stavolta gli imputati siete voi e a processarvi è un vostro collega, il giudice Edoardo Mori. Che un anno fa, come in questi giorni, decise di strapparsi di dosso la toga, disgustato dall’impreparazione e dalla faziosità regnanti nei palazzi di giustizia. «Sarei potuto rimanere fino al 2014, ma non ce la facevo più a reggere l’idiozia delle nuove leve che sui giornali e nei tiggì incarnano il volto della magistratura. Meglio la pensione».
Per 42 anni il giudice Mori ha servito lo Stato tutti i santi i giorni, mai un’assenza, a parte la settimana in cui il figlioletto Daniele gli attaccò il morbillo; prima per otto anni pretore a Chiavenna, in Valtellina, e poi dal 1977 giudice istruttore, giudice per le indagini preliminari, giudice fallimentare (il più rapido d’Italia, attesta il ministero della Giustizia), nonché presidente del Tribunale della libertà, a Bolzano, dov’è stato protagonista dei processi contro i terroristi sudtirolesi, ha giudicato efferati serial killer come Marco Bergamo (cinque prostitute sgozzate a coltellate), s’è occupato d’ogni aspetto giurisprudenziale a esclusione solo del diritto di famiglia e del lavoro.
Con un’imparzialità e una competenza che gli vengono riconosciute persino dai suoi nemici. Ovviamente se n’è fatti parecchi, esattamente come suo padre Giovanni, che da podestà di Zeri, in Lunigiana, nel 1939 mandò a farsi friggere Benito Mussolini, divenne antifascista e ospitò per sei mesi in casa propria i soldati inglesi venuti a liberare l’Italia.
Mori confessa d’aver tirato un sospirone di sollievo il giorno in cui s’è dimesso: «Il sistema di polizia, il trattamento dell’imputato e il rapporto fra pubblici ministeri e giudice sono ancora fermi al 1930. Le forze dell’ordine considerano delinquenti tutti gli indagati, i cittadini sono trattati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interrogatori degenerano in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i diritti dell’inquisito. E il Gip pensa che sia suo dovere sostenere l’azione del Pm».
Da sempre studioso di criminologia e scienze forensi, il dottor Mori è probabilmente uno dei rari magistrati che già prima di arrivare all’università si erano sciroppati il Trattato di polizia scientifica di Salvatore Ottoleghi (1910) e il Manuale del giudice istruttore di Hans Gross (1908). Le poche lire di paghetta le investiva in esperimenti su come evidenziare le impronte digitali utilizzando i vapori di iodio. Non c’è attività d’indagine (sopralluoghi, interrogatori, perizie, autopsie, Dna, rilievi dattiloscopici, balistica) che sfugga alle conoscenze scientifiche dell’ex giudice, autore di una miriade di pubblicazioni, fra cui il Dizionario multilingue delle armi, il Codice delle armi e degli esplosivi e il Dizionario dei termini giuridici e dei brocardi latini che vengono consultati da polizia, carabinieri e avvocati come se fossero tre dei 73 libri della Bibbia.
Nato a Milano nel 1940, nel corso della sua lunga carriera Mori ha firmato almeno 80.000 fra sentenze e provvedimenti, avendo la soddisfazione di vederne riformati nei successivi gradi di giudizio non più del 5 per cento, un’inezia rispetto alla media, per cui gli si potrebbe ben adattare la frase latina che Sant’Agostino nei suoi Sermones riferiva alle questioni sottoposte al vaglio della curia romana o dello stesso pontefice: «Roma locuta, causa finita». Il dato statistico può essere riportato solo perché Mori è uno dei pochi, o forse l’unico in Italia, che ha sempre avuto la tigna di controllare periodicamente com’erano andati a finire i casi passati per le sue mani: «Di norma ai giudici non viene neppure comunicato se le loro sentenze sono state confermate o meno. Un giudice può sbagliare per tutta la vita e nessuno gli dice nulla. La corporazione è stata di un’abilità diabolica nel suddividere le eventuali colpe in tre gradi di giudizio. Risultato: deresponsabilizzazione totale. Il giudice di primo grado non si sente sicuro? Fa niente, condanna lo stesso, tanto – ragiona – provvederà semmai il collega in secondo grado a metterci una pezza. In effetti i giudici d’appello un tempo erano eccellenti per prudenza e preparazione, proprio perché dovevano porre rimedio alle bischerate commesse in primo grado dai magistrati inesperti. Ma oggi basta aver compiuto 40 anni per essere assegnati alla Corte d’appello. Non parliamo della Cassazione: leggo sentenze scritte da analfabeti».
Soprattutto, se il giudice sbaglia, non paga mai. «La categoria s’è autoapplicata la regola che viene attribuita all’imputato Stefano Ricucci: “È facile fare il frocio col sedere degli altri”. Le risulta che il Consiglio superiore della magistratura abbia mai condannato i giudici che distrussero Enzo Tortora? E non parliamo delle centinaia di casi, sconosciuti ai più, conclusi per l’inadeguatezza delle toghe con un errore giudiziario mai riparato: un innocente condannato o un colpevole assolto. In compenso il Csm è sempre solerte a bastonare chi si arrischia a denunciare le manchevolezze delle Procure».
Il dottor Mori parla con cognizione di causa: ha dovuto subire ben sei provvedimenti disciplinari e tutti per aver criticato l’operato di colleghi arruffoni e incapaci. «Dopo aver letto una relazione scritta per un pubblico ministero pugliese, con la quale il perito avrebbe fatto condannare un innocente sulla base di rivoltanti castronerie, mi permisi di scrivere al procuratore capo, avvertendolo che quel consulente stava per esporlo a una gran brutta figura. Ebbene, l’emerita testa mi segnalò per un procedimento disciplinare con l’accusa d’aver “cercato di influenzarlo” e un’altra emerita testa mi rinviò a giudizio. Ogni volta che ho segnalato mostruosità tecniche contenute nelle sentenze, mi sono dovuto poi giustificare di fronte al Csm. E ogni volta l’organo di autogoverno della magistratura è stato costretto a prosciogliermi. Forse mi ha inflitto una censura solo nel sesto caso, per aver offuscato l’immagine della giustizia segnalando che un incolpevole cittadino era stato condannato a Napoli. Ma non potrei essere più preciso al riguardo, perché, quando m’è arrivata l’ultima raccomandata dal Palazzo dei Marescialli, l’ho stracciata senza neppure aprirla. Delle decisioni dei supremi colleghi non me ne fregava più nulla».Perché ha fatto il magistrato?
«Per laurearmi in fretta, visto che in casa non c’era da scialare. Fin da bambino me la cavavo un po’ in tutto, perciò mi sarei potuto dedicare a qualsiasi altra cosa: chimica, scienze naturali e forestali, matematica, lingue antiche. Già da pretore mi documentavo sui testi forensi tedeschi e statunitensi e applicavo regole che nessuno capiva. Be’, no, a dire il vero uno che le capiva c’era: Giovanni Falcone».

Il magistrato trucidato con la moglie e la scorta a Capaci.
«Mi portò al Csm a parlare di armi e balistica. Ma poi non fui più richiamato perché osai spiegare che molti dei periti che i tribunali usavano come oracoli non erano altro che ciarlatani. Ciononostante questi asini hanno continuato a istruire i giovani magistrati e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma guai a parlar male dei periti ai Pm: ti spianano. Pensi che uno di loro, utilizzato anche da un’università romana, è riuscito a trovare in un residuo di sparo tracce di promezio, elemento chimico non noto in natura, individuato solo al di fuori del sistema solare e prodotto in laboratorio per decadimento atomico in non più di 10 grammi».

Per quale motivo i pubblici ministeri scambiano i periti per oracoli?
«Ma è evidente! Perché i periti offrono ai Pm le risposte desiderate, gli forniscono le pezze d’appoggio per confermare le loro tesi preconcette. I Pm non tollerano un perito critico, lo vogliono disponibile a sostenere l’accusa a occhi chiusi. E siccome i periti sanno che per lavorare devono far contenti i Pm, si adeguano».

Ci sarà ben un organo che vigila sull’operato dei periti.
«Nient’affatto, in Italia manca totalmente un sistema di controllo. Quando entrai in magistratura, nel 1968, era in auge un perito che disponeva di un’unica referenza: aver recuperato un microscopio abbandonato dai nazisti in fuga durante la seconda guerra mondiale. Per ottenere l’inserimento nell’albo dei periti presso il tribunale basta essere iscritti a un ordine professionale. Per chi non ha titoli c’è sempre la possibilità di diventare perito estimatore, manco fossimo al Monte di pietà. Ci sono marescialli della Guardia di finanza che, una volta in pensione, ottengono dalla Camera di commercio il titolo di periti fiscali e con quello vanno a far danni nelle aule di giustizia».Sono sconcertato.
«Anche lei può diventare perito: deve solo trovare un amico giudice che la nomini. I tribunali rigurgitano di tuttologi, i quali si vantano di potersi esprimere su qualsiasi materia, dalla grafologia alla dattiloscopia. Spesso non hanno neppure una laurea. Nel mondo anglosassone vi è una tale preoccupazione per la salvaguardia dei diritti dell’imputato che, se in un processo si scopre che un perito ha commesso un errore, scatta il controllo d’ufficio su tutte le sue perizie precedenti, fino a procedere all’eventuale revisione dei processi. In Italia periti che hanno preso cantonate clamorose continuano a essere chiamati da Pm recidivi e imperterriti, come se nulla fosse accaduto».

Può fare qualche caso concreto?
«Negli accertamenti sull’attentato a Falcone vennero ricostruiti in un poligono di tiro – con costi miliardari, parlo di lire – i 300 metri dell’autostrada di Capaci fatta saltare in aria da Cosa nostra, per scoprire ciò che un esperto già avrebbe potuto dire a vista con buona approssimazione e cioè il quantitativo di esplosivo usato. È chiaro che ai fini processuali poco importava che fossero 500 o 1.000 chili. Molto più interessante sarebbe stato individuare il tipo di esplosivo. Dopo aver costruito il tratto sperimentale di autostrada, ci si accorse che un manufatto recente aveva un comportamento del tutto diverso rispetto a un manufatto costruito oltre vent’anni prima. Conclusione: quattrini gettati al vento. Nel caso dell’aereo Itavia, inabissatosi vicino a Ustica nel 1980, gli esami chimici volti a ricercare tracce di esplosivi su reperti ripescati a una profondità di circa 3.500 metri vennero affidati a chimici dell’Università di Napoli, i quali in udienza dichiararono che tali analisi esulavano dalle loro competenze. Però in precedenza avevano riferito di aver trovato tracce di T4 e di Tnt in un sedile dell’aereo e questa perizia ebbe a influenzare tutte le successive pasticciate indagini, orientate a dimostrare che su quel volo era scoppiata una bomba. Vuole un altro esempio di imbecillità esplosiva?».

Prego. Sono rassegnato a tutto.
«Per anni fior di magistrati hanno cercato di farci credere che il plastico impiegato nei più sanguinosi attentati attribuiti all’estrema destra, dal treno Italicus nel 1974 al rapido 904 nel 1984, era stato recuperato dal lago di Garda, precisamente da un’isoletta, Trimelone, davanti al litorale fra Malcesine e Torri del Benaco, militarizzata fin dal 1909 e adibita a santabarbara dai nazisti. Al processo per la strage di Bologna l’accusa finì nel ridicolo perché nessuno dei periti s’avvide che uno degli esplosivi, asseritamente contenuti nella valigia che provocò l’esplosione e che pareva fosse stato ripescato nel Benaco dai terroristi, era in realtà contenuto solo nei razzi del bazooka M20 da 88 millimetri di fabbricazione statunitense, entrato in servizio nel 1948. Un po’ dura dimostrare che lo avessero già i tedeschi nel 1945».Ormai non ci si può più fidare neppure dell’esame del Dna, basti vedere la magra figura rimediata dagli inquirenti nel processo d’appello di Perugia per l’omicidio di Meredith Kercher.
«Si dice che questo esame presenti una probabilità d’errore su un miliardo. Falso. Da una ricerca svolta su un database dell’Arizona, contenente 65.000 campioni di Dna, sono saltate fuori ben 143 corrispondenze. Comunque era sufficiente vedere i filmati in cui uno degli investigatori sventolava trionfante il reggiseno della povera vittima per capire che sulla scena del delitto era intervenuta la famigerata squadra distruzione prove. A dimostrazione delle cautele usate, il poliziotto indossava i guanti di lattice. Restai sbigottito vedendo la scena al telegiornale. I guanti servono per non contaminare l’ambiente col Dna dell’operatore, ma non per manipolare una possibile prova, perché dopo due secondi che si usano sono già inquinati. Bisogna invece raccogliere ciascun reperto con una pinzetta sterile e monouso. I guanti non fanno altro che trasportare Dna presenti nell’ambiente dal primo reperto manipolato ai reperti successivi. E infatti adesso salta fuori che sul gancetto del reggipetto c’era il Dna anche della dottoressa Carla Vecchiotti, una delle perite che avrebbero dovuto isolare con certezza le eventuali impronte genetiche di Raffaele Sollecito e Amanda Knox. Non è andata meglio a Cogne».

Cioè?
«In altri tempi l’indagine sulla tragica fine del piccolo Samuele Lorenzi sarebbe stata chiusa in mezza giornata. Gli infiniti sopralluoghi hanno solo dimostrato che quelli precedenti non erano stati esaustivi. Il sopralluogo è un passaggio delicatissimo, che non consente errori. Gli accessi alla scena del delitto devono essere ripetuti il meno possibile perché ogni volta che una persona entra in un ambiente introduce qualche cosa e porta via altre cose. Ma il colmo dell’ignominia è stato toccato nel caso Marta Russo».

Si riferisce alle prove balistiche sul proiettile che uccise la studentessa nel cortile dell’Università La Sapienza di Roma?
«E non solo. S’è preteso di ricostruire la traiettoria della pallottola avendo a disposizione soltanto il foro d’ingresso del proiettile su un cranio che era in movimento e che quindi poteva rivolgersi in infinite direzioni. In tempi meno bui, sui libri di geometria del ginnasio non si studiava che per un punto passano infinite rette? Dopodiché sono andati a grattare il davanzale da cui sarebbe partito il colpo e hanno annunciato trionfanti: residui di polvere da sparo, ecco la prova! Peccato che si trattasse invece di una particella di ferodo per freni, di cui l’aria della capitale pullula a causa del traffico. La segretaria Gabriella Alletto è stata interrogata 13 volte con metodi polizieschi per farle confessare d’aver visto in quell’aula gli assistenti Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro. Uno che si comporta così, se non è un pubblico ministero, viene indagato per violenza privata. Un Pm non può usare tecniche da commissario di pubblica sicurezza, anche se era il metodo usato da Antonio Di Pietro, che infatti è un ex poliziotto».Un sistema che ha fatto scuola.
«La galera come mezzo di pressione sui sospettati per estorcere confessioni. Le manette sono diventate un moderno strumento di tortura per acquisire prove che mancano e per costringere a parlare chi, per legge, avrebbe invece diritto a tacere».

Che cosa pensa delle intercettazioni telefoniche che finiscono sui giornali?
«Non serve una nuova legge per vietare la barbarie della loro indebita pubblicazione. Quella esistente è perfetta, perché ordina ai Pm di scremare le intercettazioni utili all’indagine e di distruggere le altre. Tutto ciò che non riguarda l’indagato va coperto da omissis in fase di trascrizione. Nessuno lo fa: troppa fatica. Ci vorrebbe una sanzione penale per i Pm. Ma cane non mangia cane, almeno in Italia. In Germania, invece, esiste uno specifico reato. Rechtsverdrehung, si chiama. È lo stravolgimento del diritto da parte del giudice».

Come mai la giustizia s’è ridotta così?
«Perché, anziché cercare la prova logica, preferisce le tesi fantasiose, precostituite. Le statistiche dimostrano invece che nella quasi totalità dei casi un delitto è banale e che è assurdo andare in cerca di soluzioni da romanzo giallo. Lei ricorderà senz’altro il rasoio di Occam, dal nome del filosofo medievale Guglielmo di Occam».

In un ragionamento tagliare tutto ciò che è inutile.
«Appunto. Le regole logiche da allora non sono cambiate. Non vi è alcun motivo per complicare ciò che è semplice. Il “cui prodest?” è risolutivo nel 50 per cento dei delitti. Chi aveva interesse a uccidere? O è stato il marito, o è stata la moglie, o è stato l’amante, o è stato il maggiordomo, vedi assassinio dell’Olgiata, confessato dopo 20 anni dal cameriere filippino Manuel Winston. Poi servono i riscontri, ovvio. In molti casi la risposta più banale è che proprio non si può sapere chi sia l’autore di un crimine. Quindi è insensato volerlo trovare per forza schiaffando in prigione i sospettati».

Ma perché si commettono tanti errori nelle indagini?
«I giudici si affidano ai laboratori istituzionali e ne accettano in modo acritico i responsi. Nei rari casi in cui l’indagato può pagarsi un avvocato e un buon perito, l’esperienza dimostra che l’accertamento iniziale era sbagliato. I medici i loro errori li nascondono sottoterra, i giudici in galera. Paradigmatico resta il caso di Ettore Grandi, diplomatico in Thailandia, accusato nel 1938 d’aver ucciso la moglie che invece si era suicidata. Venne assolto nel 1951 dopo anni di galera e ben 18 perizie medico-legali inconcludenti».E si ritorna alla conclamata inettitudine dei periti.
«L’indagato innocente avrebbe più vantaggi dall’essere giudicato in base al lancio di una monetina che in base a delle perizie. E le risparmio l’aneddotica sulla voracità dei periti».

No, no, non mi risparmi nulla.
«Vengono pagati per ogni singolo elemento esaminato. Ho visto un colonnello, incaricato di dire se 5.000 cartucce nuove fossero ancora utilizzabili dopo essere rimaste in un ambiente umido, considerare ognuna delle munizioni un reperto e chiedere 7.000 euro di compenso, che il Pm gli ha liquidato: non poteva spararne un caricatore? Ho visto un perito incaricato di accertare se mezzo container di kalashnikov nuovi, ancora imballati nella scatola di fabbrica, fossero proprio kalashnikov. I 700-800 fucili mitragliatori sono stati computati come altrettanti reperti. Parcella da centinaia di migliaia di euro. Per fortuna è stata bloccata prima del pagamento».

In che modo se ne esce?
«Nel Regno Unito vi è il Forensic sciences service, soggetto a controllo parlamentare, che raccoglie i maggiori esperti in ogni settore e fornisce inoltre assistenza scientifica a oltre 60 Stati esteri. Rivolgiamoci a quello. Dispone di sette laboratori e impiega 2.500 persone, 1.600 delle quali sono scienziati di riconosciuta autorità a livello mondiale».

E per le altre magagne?
«In Italia non esiste un testo che insegni come si conduce un interrogatorio. La regola fondamentale è che chi interroga non ponga mai domande che anticipino le risposte o che lascino intendere ciò che è noto al pubblico ministero o che forniscano all’arrestato dettagli sulle indagini. Guai se il magistrato fa una domanda lunga a cui l’inquisito deve rispondere con un sì o con un no. Una palese violazione di questa regola elementare s’è vista nel caso del delitto di Avetrana. Il primo interrogatorio di Michele Misseri non ha consentito di accertare un fico secco perché il Pm parlava molto più dello zio di Sarah Scazzi: bastava ascoltare gli scampoli di conversazione incredibilmente messi in onda dai telegiornali. Ci sarebbe molto da dire anche sulle autopsie».

Ci provi.
«È ormai routine leggere che dopo un’autopsia ne viene disposta una seconda, e poi una terza, quando non si riesumano addirittura le salme sepolte da anni. Ciò dimostra solamente che il primo medico legale non era all’altezza. Io andavo di persona ad assistere agli esami autoptici, spesso ho dovuto tenere ferma la testa del morto mentre l’anatomopatologo eseguiva la craniotomia. Oggi ci sono Pm che non hanno mai visto un cadavere in vita loro».Ma in mezzo a questo mare di fanghiglia, lei com’è riuscito a fare il giudice per 42 anni, scusi?
«Mi consideri un pentito. E un corresponsabile. Anch’io ho abusato della carcerazione preventiva, ma l’ho fatto, se mai può essere un’attenuante, solo con i pregiudicati, mai con un cittadino perbene che rischiava di essere rovinato per sempre. Mi autoassolvo perché ho sempre lavorato per quattro. Almeno questo, tutti hanno dovuto riconoscerlo».

Non è stato roso dal dubbio d’aver condannato un innocente?
«Una volta sì. Mi ero convinto che un impiegato delle Poste avesse fatto da basista in una rapina. Mi fidai troppo degli investigatori e lo tenni dentro per quattro-cinque mesi. Fu prosciolto dal tribunale».

Gli chiese scusa?
«Non lo rividi più, sennò l’avrei fatto. Lo faccio adesso. Ma forse è già morto».

Intervistato sul Corriere della Sera da Indro Montanelli nel 1959, il giorno dopo essere andato in pensione, il presidente della Corte d’appello di Milano, Manlio Borrelli, padre dell’ex procuratore di Mani pulite, osservò che «in uno Stato bene ordinato, un giudice dovrebbe, in tutta la sua carriera e impegnandovi l’intera esistenza, studiare una causa sola e, dopo trenta o quarant’anni, concluderla con una dichiarazione d’incompetenza».
«In Germania o in Francia non si parla mai di giustizia. Sa perché? Perché funziona bene. I magistrati sono oscuri funzionari dello Stato. Non fanno né gli eroi né gli agitatori di popolo. Nessuno conosce i loro nomi, nessuno li ha mai visti in faccia».

Si dice che il giudice non dev’essere solo imparziale: deve anche apparirlo. Si farebbe processare da un suo collega che arriva in tribunale con Il Fatto Quotidiano sotto braccio? Cito questa testata perché di trovarne uno che legga Il Giornale non m’è mai capitato.
«Ho smesso d’andare ai convegni di magistrati da quando, su 100 partecipanti, 80 si presentavano con La Repubblica e parlavano solo di politica. Tutti espertissimi di trame, nomine e carriere, tranne che di diritto».Quanti sono i giudici italiani dai quali si lascerebbe processare serenamente?
«Non più del 20 per cento. Il che collima con le leggi sociologiche secondo cui gli incapaci rappresentano almeno l’80 per cento dell’umanità, come documenta Gianfranco Livraghi nel suo saggio Il potere della stupidità».

Perché ha aspettato il collocamento a riposo per denunciare tutto questo?
«A dire il vero l’ho sempre denunciato, fin dal 1970. Solo che potevo pubblicare i miei articoli unicamente sul mensile Diana Armi. Ha chiuso otto mesi fa».

Anche i giudici, i magistrati (o magist-ratti), i PM (o PR del PD), hanno un cuore, ma solo per mafiosi, terroristi, pedofili, fascisti, casalingue di al-Qaida, spacciatori, infanticidi, assassini di vecchiette importati e/o dagli argomenti convincentemente lunghi e duri, ecc…

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Ergastolo al terrorista islamista ospite della RAI e di Gad Lerner

Alessandro Lattanzio, 17/2/2017

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Il narcoterrorista islamista Haysam Umar Saqan

La Corte Distrettuale di Stoccolma, il 16 febbraio, ha condannato all’ergastolo il terrorista siriano Haysam Umar Saqan, per aver partecipato all’assassinio di sette prigionieri in Siria, nel maggio 2012. I sette uomini assassinati erano stati sequestrati da un gruppo islamista fondato nel 2011, la compagnia di Sulayman, attivo sul jabal al-Zawiya, presso Idlib. Il gruppo terroristico era guidato dal trafficante di droga e terrorista salafita Abu Sulayman al-Hamawi.
Saqan era attivo in Italia nel 2011 e nel 2012, dove protetto dai servizi segreti e dalla polizia politica italiana, irruppe nell’ambasciata della Repubblica Araba di Siria. E sempre protetto da servizi segreti e polizia politica italiani, emanazioni del partito neofascista al potere, il PD, Saqan ha potuto godere di un’ampia visibilità mediatica presso la RAI (TG-3) e La7 (trasmissione di Gad Lerner), come foto con l’inviata di Rai3 Lucia Goracci, sfegata propagandista del terrorismo islamista in Libia e Siria, e del golpe neonazista e dell’aggressione armata al Donbas in Ucraina.

Lucia Goracci con il suo sodale, il narco-terrorista salafita Saqan

L’inviata della Rai, e guerrafondaia furiosa, Lucia Goracci con il suo sodale, il narco-terrorista salafita Saqan (il tizio con berretto e occhiali da sole sarebbe un agente della CIA).

L’arresto di Saqan è stato possibile dopo la comparsa di un video dove partecipa alla strage del 2012 commessa dal suo gruppetto terroristico in Siria. La polizia italiana avrebbe aiutato gli investigatori in Svezia ad identificarlo, grazie ai video di quando irruppe nell’Ambasciata siriana a Roma. Saqan, partito dall’Italia per la Siria nel 2012, cercò asilo in Svezia nel 2013, Paese dove si nascose occultando i crimini che aveva compiuto e pretendendo lo status di rifugiato ed ottenendo il permesso di soggiorno nel 2016, ma già a marzo fu arrestato. “In una dichiarazione, la corte ha detto che il crimine di Saqan è così grave che la punizione decisa è l’ergastolo”. Ma c’è un pericolo, in Svezia la condanna all’ergastolo di uno straniero equivale a dieci anni di carcere seguiti dall’espulsione. E’ prevedibile che il circo islamonazista di sinistra si attiverà, complici i media di regime, il PD, le ONG dei servizi segreti, i servizi segreti, la fratellanza mussulmana piddina e i nazipiddini filo-Kiev per chiederne l’estradizione in Italia e conferire al terrorista stragista la nazionalità italiana e relativa residenza per “meriti democratici e umanitari”. Boldrini, Grasso e Mattarella (alias Mozzarella-mafia) prontamente esprimeranno solidarietà al “povero” Saqan, vittima della brutalità del “regime siriano”, conferendogli oltre all’immunità per i suoi crimini, vitto, alloggio e vitalizio, come già fatto con diversi altri ben noti terroristi, come il capo taqfirita Qraqar, oggi ospite di una galera a 5 stelle della Norvegia.
I media e i giornalisti (Berlinguer, Goracci, Lerner e infiniti altri) che hanno sempre coccolato tale feccia sanguinaria, sono i medesimi che hanno sempre attribuito i crimini commessi dai loro sodali, appunto i terroristi islamisti, alle loro vittime, cioè ai siriani, come dimostra la favola degli infiniti “ospedali pediatrici” distrutti “ogni santo giorno” ad Aleppo o altrove in Siria.

Saqan al momento della strage

Saqan al momento della strage

Quando Saqan era protetto dai servizi segreti e dalla polizia politca del PD

Il terrorista Saqan ospite di Gad Lerner, sorridente mentre sionisti e terroristi spiegano come esportare la democrazia in Siria

L’operato “democratico” del “combattente per la libertà” Haysam Umar Saqan, il terrorista coccolato da RAI e La7

Fonte: Daily Mail

Agenti segreti infiltrati nei media

Hisham Hamza, Réseau International 17 settembre 2013

Ufficialmente, la DGSE è l’unico a contare tra le sue fila agenti sotto copertura inseriti nella vita civile, compresi dei giornalisti impiegati nei media mainstream.”
La spia del Presidente”, Didier Hassoux, Christophe Labbé e Olivia Recassens 2012

Bernard Bajolet

Bernard Bajolet, nuovo direttore della DGSE

La stampa e la radiotelevisione francesi hanno diffuso una nota declassificata dell’intelligence circa le “prove” del coinvolgimento del regime siriano nell’uso di armi chimiche contro i “ribelli” e la popolazione civile. Il presente documento (disponibile su diversi siti, tra cui quello della CRIF) è una sintesi sviluppata congiuntamente dal DGSE (Servizio d’intelligence estera) e dalla DRM (Direzione dell’intelligence militare).
In 48 ore, si sono visti dibattiti audiovisivi o leggere editoriali che mettano in discussione la veridicità del documento? Nessuno. Si deve andare su social network, blog di attivisti e siti alternativi per vedere analisi o pareri che svelino l’argomentazione fallace di questa nota ufficiale. Una doppia leggenda continua però ad avere vita facile: la stampa francese è piuttosto di “sinistra” e la sinistra è naturalmente incline all’antimilitarismo. L’apatia dei giornalisti francesi davanti alle “prove” dell’intelligence militare, per giustificare l’intervento militare in Siria, dimostra che non è così. Come spiegarlo? Al di là della mentalità da mandria degli uni e dell’indifferenza degli altri, una terza causa può illuminare un atteggiamento così rassegnato tra molti giornalisti, che si pretende costituiscano un contropotere.
Pubblicato nel gennaio 2012, l’e-book ‘La spia del Presidente‘ sull’ex-direttore del DCRI, conferma un segreto di pulcinella: i servizi segreti francesi, sia esterni (DGSE) che interni (DCRI), impiegano agenti coperti e giornalisti infiltrati nei grandi media francesi. La loro missione? Spiare i loro colleghi che indagano e, se necessario, intervenire per disinformare il pubblico su questioni relative alle questioni di sicurezza nazionale. I servizi possono anche finanziare l’addestramento di un futuro giornalista, come confermato da Jean Guisnel nel suo libro sulla storia della DGSE. Infine, alcuni giornalisti già sul posto, possono essere attivati per missioni specifiche con il pretesto del patriottismo e/o del denaro. Tranne ai loro reclutatori, non è noto il loro numero o identità. Solo con la pubblicazione di un libro pieno di rivelazioni, alcuni nomi poterono esser fatti. Come nel caso di Jean-Pierre Van Geirt, ex giornalista di TF1 che fu ‘smascherato’ dall’ex direttore dell’intelligence generale. Altri possono scegliere di confessarlo, come avvenne ad aprile con Denaud Patrick, ex-corrispondente di guerra.
Ma la questione si pone, evidentemente, in periodo di guerra, se la Francia decidesse di attaccare la Siria, l’opinione pubblica potrà essere deliberatamente presa di mira dalla propaganda e dalla disinformazione per garantirsi che sostenga qualsiasi manovra militare su larga scala. Quando il DGSE pubblica un documento rilanciato dai media, in cui sono già inseriti alcuni suoi agenti (travestiti da giornalisti), diventa necessario, in relazione alla verità e all’interesse generale,  dubitare di sostenitori e approfittatori di questa operazione di comunicazione. Ovviamente, molti giornalisti non hanno bisogno di essere pagati dai servizi segreti, se del caso, per farsi strumentalizzare fornendo specifici servizi o, più in generale, chiudendo gli occhi sulla disinformazione fomentata dai loro capi di redazione. La crescente insicurezza del lavoro contribuisce all’auto-censura e all’anestesia del pensiero critico. È per questo che i media mainstream non hanno ritenuto necessario soffermarsi sul significato e le conseguenze della nomina di Hollande Christophe Bigot, a direttore strategico del DGSE, il 1 settembre. La coincidenza è gustosa: l’ex-ambasciatore in Israele, ammiratore delle pulizie etniche di David Ben Gurion e vicino alla classe politica di Tel Aviv, inizia i suoi compiti, mentre la Francia è in procinto di entrare in guerra contro la Siria, un Paese per cui il clan Netanyahu aspetta con ansia (dal 1996) un cambiamento di regime. E la sua nomina certamente contribuirà a rafforzare la stretta collaborazione occulta, tessuta fin dagli anni ’50 e descritta dallo storico Yvonnick Denol, tra servizi segreti francesi ed israeliani. Ecco perché la DGSE e la DCRI non dovrebbero incontrare difficoltà nel tentativo di modellare l’opinione pubblica attraverso le redazioni francesi da esse infiltrate. Oltre alla docilità dei veri giornalisti, vi sono ancor più numerosi agenti segreti sotto copertura, sempre pronti a farsi prendere la mano giocando al “soldatino” dell’ombra.
A titolo di esempio, una rivista regionale ha, con ogni probabilità, reso un favore al nuovo direttore della DGSE. Ad aprile, ho scritto per Oumma un breve ritratto di Bernard Bajolet. In particolare mi ricordo un aneddoto: il grande capo dei servizi segreti giocava a backgammon con Bashar al-Assad in gioventù. Per rendere visibile l’aura del personaggio, ho inserito un video di Bernard Bajolet, ripreso da La Presse di Vesoul. Come un signore aristocratico, ha mostrato le sue belle fontane  suggerendo di esser felice di avere acquisito l’opulenta proprietà nella regione. Nulla di scandaloso, a priori. Tuttavia, di recente ho scoperto, guardando l’articolo su Oumma, che questo video, pubblicato da La Presse di Vesoul a dicembre, era stato eliminato dopo la pubblicazione del mio articolo. Qualcuno della DGSE, direttamente a Dailymotion o tramite il giornale locale, ha fatto ritirare senza spiegazione questo video. Non c’era alcun rischio per la vita e la reputazione di Bernard Bajolet. Se il personaggio è in realtà discreto, immagini del suo viso circolano su internet e il suo domicilio presso Vesoul è facilmente identificabile. Non importa: lo zelo di un alto funzionario della DGSE ha rimosso un innocuo video dalla rete.
Se si è in grado, stando ai vertici dello Stato, di censurare un video innocuo prodotto da un giornale locale, è facile immaginare quali significativi mezzi di pressione vengono usati per nascondere informazioni che potrebbero influire sulla sicurezza nazionale. O, più precisamente, sull’immagine dei nostri leader.
Addendum 08/09: il quotidiano inglese The Guardian ha oggi dedicato un articolo sui giornalisti-spia nel Regno Unito e sull’impatto di questo doppio impiego nella presentazione politico-multimediale della questione siriana.

Il terrorista Haisam abu Omar, già arrestato per l'assalto dell'ambasciata siriana a Roma del 10 febbraio 2012, è il criminale cerchiato di rosso nella fotografia, invece, la signorina, è l'inviata della RAI Tg-3 Lucia Goracci.

Il terrorista e criminale Haisam ‘abu Omar’, arrestato per l’assalto all’ambasciata siriana del 10 febbraio 2012, assieme all’inviata speciale del TG-3 della RAI Lucia Goracci, velina della NATO, propagandista islamista e supporter del terrorismo in Libia e Siria.

Lucia Goracci e Hasaim 'abu Omar'

Lucia Goracci e Haisam ‘abu Omar’

Husaim 'abu Omar' cerchiato in rosso

Haisam ‘abu Omar’, cerchiato in rosso

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Padre ratto, Fuffington Post e la legione islamista

45122Ma guardiamo alla cosa dal punto di vista etico della rivoluzione siriana. Ammettiamo per un istante che ci fossimo appropriati di armi chimiche sottratte agli arsenali di regime conquistati eroicamente. Immaginiamo di avere la capacità di usarle contro le forze armate del regime per risolvere il conflitto a nostro favore e salvare il nostro popolo da morte certa. Cosa ci sarebbe d’immorale? Tutte le armi possibili sono usate contro di noi. È ampiamente dimostrato che il regime fa esperimenti micidiali d’uso delle armi chimiche contro i partigiani rivoluzionari e la popolazione civile, proprio per vedere di superare quella maledetta linea rossa impunemente. … Invece se ci lasciate sbranare dal regime assassino, allora, ve lo promettiamo, la necessaria doverosa e disperata autodifesa ci consiglierà, ci obbligherà a costituire un tale micidiale pericolo alla sicurezza regionale da obbligarvi ad assumervi comunque le vostre responsabilità. … Non è per minacciare, è invece per allarmare riguardo ad un pericolo oggettivo e già reale che mi lascio andare a propositi così drammatici.”
Ecco, aldilà della diretta conferma e rivendicazione delle accuse di uso di armi chimiche da parte delle bande terroristiche, lanciate dal governo di Damasco, queste sono le vagamente minacciose parole di ‘pace’ del prete islamistofilo e terroristofilo Paolo Dalloglio, un gesuita fulminato sulla via di Damasco dal Dio della Jihad taqfirita. Il taqfirismo è una corrente del wahhabismo militante che invoca lo sterminio per tutti coloro, mussulmani o meno, che non accettano l’ottusa visione medievale del mondo che hanno. Ma a quanto pare, ora sembrerebbe che il prete jihadista sia rimasto vittima degli scontri intestini esplosi tra le sue amate bande terroristiche che affliggono la popolazione siriana e appestano il territorio della Siria. Ci risiamo con la vicenda dei quattro ‘giornalisti’ filo-terroristi italiani sequestrati qualche mese fa. Una messinscena o un tentativo di riscattare qualche altra tonnellata di armi e munizioni che il governo Berlusconi, il 7 marzo 2011, mise a disposizione dei golpisti-terroristi islamisti di Bengasi, all’inizio della distruzione della Jamahiriya Libica, e che oggi operano in Siria? Dalloglio, un gesuita che è stato espulso dalla Siria l’anno scorso per il suo manifesto ed entusiastico sostegno ai terroristi infiltratisi in territorio siriano, sarebbe rientrato illegalmente in Siria, come i suddetti ‘giornalisti’, per compiere una ‘missione’ nella città di Raqqah controllata dalle bande di al-Qaida; sulla sua sua pagina facebook invocava “dai cari amici l’augurio per la sua riuscita … la Rivoluzione non è un auspicio di buona sorte, ma un impegno”. Il 24 luglio Dalloglio aveva chiesto al Papa di promuovere “un’iniziativa diplomatica urgente e incisiva per la Siria, che assicuri la fine del regime, salvaguardi l’unità nella molteplicità del paese e consenta, per mezzo della autodeterminazione democratica assistita internazionalmente, l’uscita dalla guerra tra estremisti armati”, avviando una petizione su Change.org, un sito sponsorizzato da CNN, New York Time e Bloomberg.
Dalloglio è un ‘autorevole esperto’ dei fatti siriani del noto sito Huffington Post, della sezione italiana dell’omonimo sito d’informazione politica statunitense Huffington Post, fondato dall’omonima Arianna Huffington, potente giornalista obamiana. Non è un caso che Dalloglio scriva per tale sito d’informazione statunitense; ad esempio altri ‘esperti e opinionisti’ filo-islamisti, e tutti impiegati di al-Jazeera, la TV che ha inventato la ‘Primavera araba’, svolgono ruoli importanti. Da ciò si può arguire da dove provengano i proventi che hanno permesso l’esplosione mediatica dell’Huffington Post. Al Qatar non è bastato inventarsi al-Jazeera o comprarsi gli intellettuali alla moda francesi e decine di accademici italiani a colpi di assegni da 10.000 dollari.
Tra i redattori dell’Huffington Post, ad esempio, vi è Mahdi Hasan, redattore politico di The Huffington Post – Regno Unito oltre che conduttore dello show The Café di al-Jazeera English. Pur essendo sciita, Hasan, che è anche a capo dell’Islamic Relief, una potente ONG anglo-islamica, propone la sua ricetta per trovare una ‘soluzione’ in Siria: “I nostri ministri (occidentali) dovrebbero fare pressione e offrire incentivi a Mosca per mollare Damasco, i nostri diplomatici dovrebbero cercare di convincere gli Stati del Golfo a tenere a freno i ribelli, in particolare quelli ultra-islamisti, i nostri avvocati dovrebbero minacciare Assad e suoi subalterni di rinvio a giudizio alla Corte penale internazionale.” Non c’è che dire, una via di mezzo nell’intrusione atlantista in Siria, credendo ancora, nel maggio 2013, che la Russia abbandoni un suo alleato strategico in cambio di perline di vetro… certo, comunque, Hasan ha cambiato tono, oggi, rispetto quel che diceva nel dicembre 2011, quando definiva Bashar al-Assad “ridacchiante e sbuffante dittatore siriano” le cui truppe ‘abbattevano’ “i giovani della Siria, coraggiosi, disarmati e idealisti…”. Le sonore legnate  prese dai terroristi islamisti in Siria, hanno portato a più miti consigli questo cheerleader dell’ex-emiro del Qatar. Ma Hasan non è l’unico islamista ad avere un certo peso nell’Huffington Post.
Il direttore esecutivo dell’MPAC Salam al-Marayati è uno dei blogger più popolari del sito The Huffington Post. Ecco un estratto dal suo primo post: “Come musulmani americani, quando prestiamo il giuramento di fedeltà all’America…, dobbiamo rimanere fedeli alla nostra parola. Si tratta di un obbligo islamico difendere quello che abbiamo giurato, vale a dire la costituzione degli Stati Uniti d’America. Ciò non equivale a sostenere le politiche del governo. Il patriottismo non è agitare la bandiera o utilizzarlo per intimidire gli altri, il patriottismo è amore di patria e quando noi musulmani americani vediamo un pericolo per il nostro paese, come il terrorismo o la xenofobia, ovvero le politiche che danneggiano l’immagine e gli interessi degli Stati Uniti, è nostra responsabilità di americani e islamici agire per il miglioramento dell’America...”. L’MPAC è il braccio lobbistico dei Fratelli mussulmani negli USA, che ha sviluppato ampie relazioni con il governo degli Stati Uniti tramite numerosi incontri con il dipartimento di Giustizia e l’FBI.
L’americano-palestinese Ahmed Shihab-Eldin, a sua volta, è editorialista e gestore del sito Huffington Post Live, ha lavorato per il New York Times nel 2008, per al-Jazeera English e The Doha Film Institute, e infine ha creato il Tribeca Film Festival di Doha. Segue dei progetti sul giornalismo digitale per conto della Carnegie-Knight Initiative on the Future of Journalism Education ed ha anche lavorato per la Fondazione Rockefeller. Con l’esplosione delle rivolte arabe nel 2011, è divenuto opinionista di riferimento sulla ‘democratizzazione’ dei media e la ‘primavera araba’. E a proposito della ‘primavera araba’, nel dicembre 2010 Shihab-Eldin lavorava a un format televisivo, The Stream, un talk show di al-Jazeera destinato al mondo arabofono. Casualmente, si trovava in Tunisia quando esplose la rivolta contro il governo: “Quella stessa settimana, ero arrivato a Washington per lanciare The Stream per al-Jazeera, un talk show interattivo che mirava a riprendere le conversazioni sui social media e a sfruttarle per raccontare storie non note. Mi sono imbattuto nell’hashtag ‘Sidibouzid’, la città di Mohamad Bouazizi. Immediatamente ebbi centinaia di foto e video che mostravano gli studenti che protestavano, gli abusi della polizia e scontri a fuoco sporadici. Nel giro di pochi minuti sono riuscito a intervistare uno studente via Skype che mi ha detto che la scuola era stata chiusa. Mi aveva mandato le foto di un manifestante la cui testa era esplosa, in ospedale. Ho provato a cercare sulla rete per avere conferma del video, ma non c’era niente. Ero lì, a guardare questo video orribile, sapendo nell’intimo che era reale, ma non trovavo una fonte nei media mainstream che lo confermassero, chiedendomi dove diavolo fosse la storia? Quando i messaggi divennero virali, le proteste scoppiarono in tutto il mondo, mostrando solidarietà alla Tunisia in Svizzera, Egitto, Algeria, Berlino e anche a Londra. Ho capito che era l’inizio di una rivoluzione e io, grazie ai social media, avevo un posto in prima fila.” E con lui, anche al-Jazeera e l’ex-sceicco del Qatar Hamad al-Thani, furono in prima fila al momento dell’esplosione della ‘primavera araba’…
L’Huffington Post dichiara di ricevere il contributo di 1.500 influenti blogger, tra cui: Barack Obama, Hillary Clinton, Wesley Clark, Nora Ephron, Ari Emanuel, Mia Farrow, Russ Feingold, Al Franken, Gary Hart, Edward Kennedy, John Kerry, Bill Maher, Nancy Pelosi, Margaret Cho e Alec Baldwin. Inoltre, l’Huffington Post gode del sostegno di una lunga serie di grandi inserzionisti come: AT&T, al-Jazeera, American Airlines, Audi, Ford, GM, Gillette, Levi Strauss, Microsoft, Sheraton, Shell Oil, Verizon. È notevole che Huffington Post sia riuscito ad attirare tali e tanti inserzionisti, al contrario di tutti gli altri blog/siti politico-informativi dalle dimensioni comparabili. L’Huffington Post non è un giornale, ma solo un sito dalla redazione di 200 persone in tutto il mondo, quindi tutt’altro che gigantesche. Ma nel maggio 2009, Derek J. Murphy, ex-responsabile per lo sviluppo di partnership strategiche della CNN, entrò nello staff di The Huffington Post, sviluppandone notevolmente le capacità contrattuali nel campo pubblicitario.
I legami tra disinformazione strategia anglosassone, propaganda islamista e aggressione imperialista a Stati socialisti e nazionalisti, viene dimostrato per l’ennesima volta nel caso di Delloglio e dei suoi oscuri legami con il terrorismo islamista in Siria. Infatti Dalloglio, prima di recarsi a Raqqah, si era recato negli USA, su invito del SAC (Syrian American Council) per “partecipare a molteplici impegni per evidenziare la sua esperienza di vita in Siria, compresi i dettagli del suo sostegno alla rivoluzione siriana”. In quel tour Dalloglio è stato ospitato dalle seguenti organizzazioni: Interfaith Collaboration for Social Change, Carnegie Endowment for International Peace, storica organizzazione statunitense dedita all’infiltrazione e alle interferenze nei Paesi oggetto degli interessi di Washington, e infine New America Foundation (un think tank per la sicurezza nazionale degli USA e la ‘costruzione di asset’ all’estero, ovvero di enti ed agenti al servizio di Washington). New America Foundation è attualmente diretta da Eric Schmidt, presidente di Google, e da Anne-Marie Slaughter, ex-direttrice della Pianificazione Politica del Dipartimento di Stato degli USA dal gennaio 2009 al febbraio 2011. In sostanza è l’ufficio che ha direttamente pianificato l’infiltrazione e la sovversione islamista-atlantista in Siria. Dalloglio è quindi un agente operativo dell’imperialismo statunitense, e precisamente della sua ala più aggressiva e intrusiva. La ‘missione’ che Dalloglio svolge a Raqqah, a quanto pare urgente e importante, gli è stata ordinata direttamente da elementi del governo statunitense, nel tentativo di protrarre il più possibile la devastazione della Siria e le afflizioni del suo popolo. Altro che amore verso il popolo siriano di cui sproloquia questo gesuita islamista, sostenitore del terrorismo e dell’ingerenza imperialista. Il Syrian American Council, l’ente che ha invitato Dalloglio, ha nel suo consiglio di amministrazione Ghassan Hitto, ex-‘Primo ministro’ dell’opposizione islamo-atlantista siriana, affiliato ai Fratelli mussulmani e fondatore della pseudo-ONG Shaam Relief Foundation, organizzazione che camuffa da aiuti umanitari l’infiltrazione di terroristi e mercenari islamisti in Siria. Il Syrian American Council ha tra i suoi obiettivi ufficiali collaborare con il governo degli Stati Uniti e la comunità internazionale per ‘portare la pace in Siria’ e promuovere ‘relazioni amichevoli’ tra gli statunitensi e i siriani. Il SAC, oltre che con la Shaam Relief Foundation, coopera con altre pseudo-ONG, come la Syrian Sunrise Foundation, un’ONG che invia terroristi e sovvenzioni ai famigliari dei terroristi eliminati in Siria, la Syrian Relief and Development, facciata del Brookings Institution e del Saban Center, pesantemente coinvolti nella pianificazione della sovversione islamo-atlantista in Siria, e la Zakat Foundation, presente in 30 Paesi mussulmani e che coopera strettamente con il governo USA nei suoi piani di destabilizzazione. In effetti, l’unica operazione di rilievo di tale organizzazione è stata la realizzazione di un documentario, nel 2008, da parte di un suo ‘volontario’, tale Kevin McKiernan, girato a Fu-Xing, nella provincia cinese del Gansu, riguardante la locale comunità musulmana. Lo scopo perseguito dall’autore e dai suoi committenti era presentare a tinte fosche la situazione dei mussulmani in Cina, dipingendo l’ennesimo quadro fasullo su una minoranza religiosa ‘oppressa’ in Cina e aspirante alla ‘liberty’; ciò allo scopo sia di suscitare tensioni interne in Cina, sia d’avviare l’ennesima campagna di disinformazione strategica a livello internazionale.

Fonti:
La morale cristiana e l’arma chimica siriana
The Arab World and the Media’s Symbiotic Revolutions
If We Arm the Syrian Rebels, How Do We Stop British Bombs and Bullets Getting to Al Qaeda?
MPAC Director Newest Blogger On Huffington Post
Priest Expelled by Assad Regime Speak in Washington, D.C.
Syria’s brave but divided opposition will have to take down Assad on their own

Alessandro Lattanzio, 30/7/2013

La tragedia della tensione

Dedefensa 9 marzo 2013

Beppe_Grillo-e1346315633785Si cercheranno di analizzare gli eventi italiani, soprattutto la vittoria del Movimento 5 Stelle (M5S) e di Beppe Grillo, il 25 febbraio (vedi in particolare 26 febbraio 2013), dal momento che questo evento, secondo un approccio generalista e anti-sistema, ci pone in particolare relazione all’attuale posizione dell’Italia, ma anche in relazione al suo sviluppo storico, secondo la posizione molto importante dell’Italia nel sistema europeo, come si è creato nel 1945-1950. (Per “sistema europeo” s’intende questo tipo di conglomerato di influenze e pressioni, dirette e indirette, degli Stati Uniti e della NATO, e poi dei federalisti europei, con l’allineamento di molti di questi federalisti agli Stati Uniti, delle istituzioni europee pienamente integrate nel sistema dell’economia generale e, infine, delle principali entità nazionali.)
L’Italia è stata, fin dall’inizio, una delle principali aree di intervento per l’attuazione di questo sistema, soprattutto a causa della sua importanza strategica, della potenza della presenza alleata (USA) nel corso della guerra, del delicato equilibrio tra le forze filo-occidentali da un lato (democristiani (DC) soprattutto con i loro legami con la mafia) e un potente partito comunista dall’altro. L’intervento massiccio della CIA, nelle elezioni del 1948, per consentire alla DC di vincere, istituzionalizzò questa importanza italiana fin da allora, così come l’intervento della CIA difatti divenne “istituzionale”. Nei decenni successivi, l’Italia rimaneva un importante punto di stress del Sistema, in particolare attraverso le attività delle reti Gladio della NATO, soprattutto dal 1970. La nostra idea principale è che questa tensione sia un fattore chiave per comprendere e analizzare, anche e forse più che mai oggi, la situazione italiana. (La tensione attuale si riferisce al termine “strategia della tensione”, soprattutto riguardante in particolare l’Italia. Questa “strategia della tensione” è stata utilizzata dalle forze che costituiscono il potere nel sistema europeo, descrivendo la tattica della provocazione e della disgregazione in Italia, negli anni ’70, gli “anni di piombo”, che terminarono con la morte di Aldo Moro, nel maggio 1978).
Da qui, l’interesse a fare affidamento su testi e commenti dell’ex deputato e analista Richard Cottrell, in particolare dopo le elezioni del 25 febbraio. I suoi interventi servono come punto di partenza per la nostra analisi. Con Cottrell, si può avere una visione di uno specialista “dissidente” confermato e polemico, ma in genere ben informato anche se a volte un po’ troppo fantasioso, soprattutto e in particolare sulle diverse manipolazioni di Gladio in Europa. Tenteremo di avere un quadro di riferimento per una valutazione della situazione in Italia, che è diventata il nuovo centro della crisi del Sistema, “sezione europea”. (Abbiamo accennato più volte a Cottrell, soprattutto sulla Grecia il 17 maggio 2012, o sulla Turchia il 15 ottobre 2012, di volta in volta sullo sfondo della questione delle reti Gladio. Nel testo finale del 15 ottobre 2012, identifichiamo Cottrell e lo qualifichiamo in questo modo: “Un altro autore, intenditore degli arcani della storia segreta, soprattutto europea nel suo caso […] Questo autore è Richard Cottrell, ex deputato al Parlamento europeo (conservatore inglese) specialista della “guerra segreta” della NATO (reti Gladio) e in questo contesto ottimo conoscitore della storia segreta della Turchia…” Cottrell è l’autore del recentissimo (giugno 2012) Gladio: Il pugnale della NATO nel cuore dell’Europa.
Ovviamente, è molto probabile che, come ex deputato, in particolare come partecipe delle commissioni del Parlamento europeo su Gladio, e molto vendicativo verso esso, Cottrell avrà formato una rete di fonti che certamente danno credito a molte delle sue informazioni e, soprattutto, sono alla base del suo lavoro di documentazione personale. Ciò non impedisce eccessi o errori, ma questa struttura analizza e si differenzia fortemente da molti “complottisti” che hanno scarse fonti dirette e esperienze documentarie molto limitate, se non nulle). L’interesse in questa circostanza è che Cottrell ha pubblicato cinque articoli sull’Italia dopo le elezioni del 25 febbraio, che mostrano l’evoluzione, la diversificazione e l’espansione della sua analisi della situazione. (In qualità di specialista di Gladio, Cottrell è necessariamente interessato all’Italia, essendo stato uno dei Paesi europei più colpiti dalle attività di Gladio, e il Paese da cui è partito, il 24 ottobre 1990, lo svelamento al pubblico, da parte del Presidente del consiglio Giulio Andreotti, dell’esistenza di queste reti. L’Italia, attraverso la voce inaspettata del più duro, ma anche del più ambiguo rappresentante della sua costituzione, è il Paese che ha messo pubblicamente in questione le reti Gladio).
• Nel primo testo sul sito EndtheLie.com (come su altri), del 26 febbraio 2013, Cottrell semplicemente registra i commenti sulla vittoria di M5S e dei Grillini. La sua valutazione è riassunto dal titolo in riferimento al fenomeno degli Stati Uniti: “Il Tea Party in Italia compie la svolta“. (In un certo senso simbolico, più circostanziale, vi è una caratteristica generale molto specifica che avvicina il M5S al Tea Party: l’assenza istituzionale di un dirigente. Era una cosa nota per il Tea Party. Nel caso del M5S, agisce la personale vicenda di Grillo. L’M5S rifiuta, nella sua “carta d’intenti”, l’elezione a parlamentari di persone con una fedina penale sporca, come nel caso di Grillo, che è stato condannato a 18 mesi di carcere per omicidio colposo negli anni ’80, per tre passeggeri morti in un incidente automobilistico di cui è stato ritenuto responsabile; quindi non si è presentato ed è assente dal principale campo di battaglia politico, il Parlamento; inoltre, questa circostanza si presenta come corrispondente alla filosofia del M5S che rifiuta la struttura dei partiti tradizionali, ma Grillo ha un’influenza determinante nell’insieme).
In questo articolo del 26 febbraio, Cottrell fa piuttosto un quadro del clima generale in Italia, dopo le elezioni, e ricorda le minacce di Gladio. “L’atmosfera generale in Italia da la sensazione che per tutti la politica sia finalmente emozionante, incerta e imprevedibile, un senso profondo di cui gli italiani stessi parlano, in modo forte e chiaro. C’è la sensazione che i giovani siano nello stato d’animo di riprendersi l’Italia. Se ci riusciranno, le conseguenze potranno essere sorprendenti: ma ricordate sempre la terribile tendenza delle rivoluzioni a consumarsi definitivamente. La luna di miele del movimento con il popolo italiano potrebbe dimostrarsi ancora una volta tragicamente breve. Certamente le forze del contrattacco si stanno già accumulando. L’Italia ha una lunga storia di violenze politiche. Nel mio recente lavoro su questo argomento, ho sottolineato la famosa ‘strategia della tensione’ degli anni ’70 e ’80, un altro momento di grande crisi politica. Questo fu un periodo di attentati mortali, sparatorie e uccisioni di perfetti innocenti, sempre attribuiti a guerriglieri urbani che si definivano Brigate Rosse. Oggi sappiamo che si trattava assai più di violenze orchestrate dallo Stato profondo, in combutta con i neo-fascisti e la criminalità organizzata, volti a spaventare gli italiani e portarli tra le braccia sicure dei governi di destra, quindi della ‘strategia della tensione’. Coloro che ora si sentono colpiti dall’usurpazione di Grillo, non staranno fermi. Grillo fa frequenti riferimenti pubblici ai reati dei politici commessi in passato. Sa bene di doversi guardare le spalle costantemente.”
• Il 27 febbraio 2013 Cottrell espande la sua argomentazione. Passa bruscamente alla questione delle dimissioni di Papa Benedetto XVI, vale a dire, secondo lui, alla crisi profonda della Chiesa, e così Roma diventa la scena di due drammi paralleli, di diversi drammi: “Tintinnio di sciabole a Roma: il Vaticano si sbriciola mentre il principe pagliaccio [Beppe Grillo] afferra il cappello del partito.” Nelle sue tesi e ricerche, Cottrell ha sempre legato gli scandali del Vaticano, tra cui la Banca del Vaticano, al caso della Loggia P2 e, più in generale, alle attività di Gladio. Il nesso intercorrente tra la crisi della Chiesa, considerata di natura quasi scismatica, e la crisi politica italiana con l’M5S, diventa logico, se non ovvio, anche se diventa difficile da identificare,  o anche indiretto e circostanziato… E la crisi interna della Chiesa, che si riflette nel contesto ristretto della crisi della religione davanti all’anticlericalismo, s’inserisce subito nell’ambito molto più ampio della crisi di civiltà e di senso (quindi, della crisi del Sistema). “Lo scisma, quindi, è potenzialmente all’ordine del giorno in Vaticano e nel Parlamento italiano. Per fortuna di Grillo, sembra che Roma, per un certo tempo almeno, avrà il privilegio di avere tre sacerdoti in città nello stesso tempo.” (Poi, il 5 marzo 2013, Cottrell completa il dossier sulla crisi in Vaticano, esponendo le “dimissioni forzate” di Benedetto XVI, le pressioni dell’Opus Dei in Vaticano, e così via.)
• Il 28 febbraio 2013, Cottrell si occupa dell’allarme generale lanciato delle elezioni del 25 febbraio. Per lui, l’analogia con la dialettica degli “anni di piombo” riappare in un documento del servizio di intelligence militare italiano, il Servizio Informazioni Difesa. A proposito di Grillo, che Cottrell ha rapidamente battezzato “il Castro del Mediterraneo“… “Meno di 24 ore dopo la conferma giunge un rapporto del ‘Dipartimento d’informazioni sulla sicurezza’ e del suo direttore nazionale, Giampiero Massolo, che indica lo scoppio di “Potenzialmente massicci disordini sociali, del dissenso e dell’antagonismo in vaste aree della società italiana.” […] Visto da Bruxelles, Francoforte e Washington, ciò rende Grillo niente di meno che il Castro del Mediterraneo.”
• Il 3 marzo 2013, Cottrell ritorna su M5S e Beppe Grillo, questa volta in modo ottimistico. Da un lato, analizza l’M5S come movimento dal futuro brillante, forse con una maggioranza sufficiente per formare rapidamente un governo (in caso di nuove elezioni), promettendo anche di creare movimenti simili in Europa. (“Praticamente ignorata dai media in Europa e Nord America, una straordinaria rivoluzione è in corso in Italia. A dir poco una rivoluzione popolare che, non riuscendo a perdere velocità e forza di trazione, come accade alla maggior parte di queste dopo la prima alba luminosa, sembra guadagnare terreno in tutte le componenti della società italiana.”) D’altra parte, fa notare che anche alcuni segmenti della dirigenza cominciano a prendere in considerazione Grillo in modo più favorevole… “Uno dei giornali più conservatori del Paese, il Corriera della Sera, stampato a Milano, la vera City d’Italia, ha stupito i lettori esprimendo ammirazione per la ‘rivoluzione silenziosa’, con l’avvertenza, naturalmente, che ‘non vincerà’. […] Per la prima volta un tale messaggio risuona nel media più conservatore d’Italia, come un testo alternativo che supporti l’austerità. Gli italiani di tutte le classi risentono dell’imposizione di Mario Monti, ex commissario europeo, a dittatore effettivo del Paese, governando con un gruppo di compari selezionati con cura.”
La questione del caso italiano è definita, nel suo contesto più ampio possibile, da Cottrell nei suoi tre articoli. In generale, tiene in conto, in questo caso, del rapporto tra la situazione attuale, la politica di austerità, la situazione dell’euro, che spinge alla distruzione della sovranità degli Stati dell’Unione europea e, al logico antagonista, la spinta implicita al recupero di questa sovranità, posta al centro del movimento anti-sistema dell’M5S. Ma tornando alla dimensione di Gladio, e al suo aspetto più grande, che coinvolge le sorti della Chiesa, Cottrell invita efficacemente ad affrontare la questione, sollevando domande circa l’attivismo di Gladio oggi, così come il legame tra la situazione attuale e il periodo di massima attività di Gladio stessa (nel caso italiano, gli anni di piombo). (Inoltre, vediamo un altro innegabile specialista di Gladio, lo studioso Daniele Ganser, confermare la presenza di Gladio oggi, in una forma o nell’altra. Si vedano due testi, 27 dicembre 2005 e 27 dicembre 2005). Noi apprezziamo Gladio come struttura e concetto, e pertanto riteniamo che Gladio, o la sua emanazione dopo la fine della guerra fredda, sia rimasta attiva nel caso specifico dell’egemonia degli Stati Uniti in Europa. Questo è il caso soprattutto della questione della “scelta” del JSF da parte dell’Olanda, nel 2002, o della “gestione della scelta” come dovremmo dire piuttosto.
ZONDAG 10 JAAR TERUG DAT PIM FORTUYN OVERLEEDQuesto caso ha avuto luogo in un’atmosfera drammatica, con l’assassinio del capo populista Pim Fortuyn. Abbiamo notato, in quel momento, aspetti estremamente fastidiosi del caso (vedi 30 giugno 2002), nel momento in cui non era saggio farlo. Abbiamo ripreso questi elementi nelle ‘Note sullo sviluppo egemonico’ riguardante l’imposizione “obbligatoria” all’Europa del velivolo JSF, in cinque paesi europei (Danimarca, Olanda, Italia, Norvegia, Regno Unito). L’abbiamo notato nel testo del 18 novembre 2009 ; (in questo testo, “SB” significa Stay-Behind, un’altra designazione di Gladio): “…Il risultato di questa implementazione crea i mercati europei, con l’eccezione della Francia, un territorio conquistato da gestire. L’esempio olandese e la scelta del JSF illustrano tale gestione. Nel 1998, un incontro segreto tra i vertici militari olandesi (senza mandato politico) e i loro  omologhi industriali statunitensi, raggiunse un accordo per la scelta del JSF. Nel marzo 2002, il governo prese una decisione in tal senso, che il Parlamento doveva ratificare. Il 5 maggio 2002, il capo populista Pym Fortuyn, probabile vincitore delle elezioni del 16 maggio, incontrava una delegazione statunitense guidata dall’ambasciatore Clifford Sorel, dove vi erano anche dei generali olandesi. Fortuyn comunicò il rifiuto di votare il programma JSF, il che significava la sconfitta del programma in Parlamento. Il giorno dopo, Fortuyn fu assassinato in condizioni assai contestate. Fu sostituito dallo sconosciuto populista Herben Mat, che si scoprì aver lavorato per 22 anni nei servizi di informazione della difesa, un ramo dell’intelligence militare olandese. Broos Schnez, alla direzione del partito populista, dichiarò il 28 giugno 2002, dopo che il suo partito fu portato da Herben a votare per il JSF: “Siamo rimasti sbalorditi. I Paesi Bassi hanno bisogno di sapere che tipo di persona sia e se non sia onesto. E’ un ex-ufficiale del ministero della difesa e il suo compito era infiltrarsi. Forse un’operazione per spingere il partito a votare per il caccia, contro cui siamo stati sempre contro. L’ho consigliato di andare da un buon avvocato e ripulire il suo nome, ma non è successo niente, e questo è strano. Avviata l’adesione al programma JSF, Herben si dimise dalla direzione del partito fondato da Fortuyn e scomparve. Il caso è stato chiuso. Fu un’operazione notevole eseguita nello stile SB, la cui gestione dell’intelligence olandese (da cui proveniva Herben) fin dalla fine degli anni ’40 è ben documentata. Se questa è la manifestazione più drammatica delle attività di questa rete europea/NATO d’influenza degli Stati Uniti, non è meno esemplare. Troviamo questo tipo di modello in molti paesi europei. La sua efficacia non ha mai vacillato.”
Questa valutazione collega il caso del JSF con le attività della rete Gladio in Italia. Nel secondo governo di centro-sinistra Prodi (maggio 2006-maggio 2008), i suggerimenti per mettere in discussione l’acquisto del JSF fatti a questa squadra presuntamente europea, ricevettero un rifiuto terrorizzato. Bisogna sempre suggerire che secondo i contatti avuti in quel momento dal governo italiano, un ritorno sulla scelta del JSF era impensabile, queste affermazioni indicano che fu davvero un caso in cui sono vennero minacciati di morte. Il riferimento a Fortuyn/Paesi Bassi non è inutile… La scelta del JSF rimane una pietra angolare dell’egemonia degli Stati Uniti in Europa, anche per via del terrorismo e dell’illegalità totale, in questo contesto, del programma JSF, che ha una dimensione globale ed egemonica che va ben oltre il semplice status di programma di armamenti, ma che ha anche una dimensione tragica dal punto di vista del destino europeo, come noi lo concepiamo. La sua vicinanza alle attività di Gladio si basa su questo aspetto, e riferendosi all’Italia quale Paese dalla singolare importanza, probabilmente la più grande tragedia europea è la distruzione del principio della sovranità del continente, provocando la disgregazione delle nazioni e la dissoluzione del conseguente principio.

Dalla “strategia della tensione” alla tragedia della tensione
GladioEmblemCome notato da Cottrell, Beppe Grillo è ben consapevole della “storia moderna” d’Italia, comprese le attività d’insediamento di Gladio, che rappresentano una maledizione per l’Italia. Si legga una breve cronaca sul blog di Grillo, che torna ai testi attuali di questo blog, si tratta di un testo datato 19 novembre 2011 dal titolo, per analogia al libro di Malaparte, “Tecnica del colpo di stato“. (Malaparte è anche ampiamente citato nel testo.)
Grillo ha espresso il parere che l’Italia si è trovata in una situazione di “permanente colpo di Stato“, in particolare dagli anni ’70. Cita, naturalmente, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro come uno degli eventi che segnarono questo “colpo di Stato permanente”, il caso archetipico tragico del periodo della “strategia della tensione” e quindi di ogni sospetto e intuizione sulle azioni di Gladio in Italia. Renzo Martinelli, regista dell’eccellente film del 2003, Piazza delle cinque lune, a proposito della morte di Aldo Moro, trattata in maniera assai aderente alla realtà, ha detto che l’evento ha avuto sull’Italia lo stesso effetto dell’assassinio di Kennedy begli USA: “Il caso Moro ha influenzato la storia, la vita politica e culturale di questo Paese per molti decenni“, vale a dire, fino ad oggi e fino alle elezioni del 25 febbraio…
Così si può considerare come un modello storico, con la sua dimensione tragica, prenda l’aspetto metastorico definendo meglio l’importanza degli eventi del 25 febbraio in Italia. Nello stesso testo, già citato dal suo blog, Grillo arriva al cuore della sua argomentazione con la definizione del “colpo perfetto” con  l’avvento di Monti e di chi lo sostiene. (Monti, divenuto primo ministro il 16 novembre 2011, non è mai nominato da Grillo nel suo testo, ma un primo piano del suo volto domina il testo e mette in evidenza il titolo, in modo da non lasciare incertezze, trasformando l’accusa in simbolo.) “Il colpo di Stato è la negazione della democrazia. Il colpo di Stato che s’ignora, quello in cui il cittadino esulta per un cambiamento che lo spossessa di ogni partecipazione pubblica, è il colpo di Stato perfetto“.)
In qualche modo, secondo Grillo, potremmo scoprire che il “colpo perfetto” di Monti sia finito, sperando di bloccare per un periodo di tre o quattro decenni il “colpo di stato permanente”, dove l’agitazione, presumendo che un artefatto di Gladio sia sulla poltrona, ostacoli l’applicazione del sistema, ma non certamente la sua preparazione. Infine, Monti è arrivato, ed è stato il “colpo perfetto” senza complotto, secondo le normali regole, diciamo pseudo-democratiche. Tuttavia, questa normalità è eccezionale, come il “golpe perfetto”, che ci fa scoprire il motivo centrale e di grande peso che l’ha permesso. Così l’evidenza s’impone: il “colpo di stato perfetto” è un successo, ma in un senso assai carico di senso!, perché non vi è più uno Stato… Questo è esattamente ciò che dimostra il pseudo-complotto di Monti (pseudo perché non è segreto, né illegale): la mancanza di Stato, quindi la mancanza di principio… Questa è la sua debolezza mortale, come quella del sistema, questa mancanza di principi. Il “golpe perfetto” effettuato sul quasi-nulla (lo Stato ridotto alle sue procedure, al voto alla camera, al discorso delle autorità-Sistema della repubblica, ecc., lo Stato completamente castrato dei suoi principi, lo Stato-eunuco).
Il “golpe perfetto” in realtà ha completato un’inversione perfetta, dimostrando e realizzando l’annientamento perfetto dello Stato. Scoprendo subito, in pieno giorno, l’applicazione spudoratamente rabbiosa, sprezzante e insultante di una politica supportata dal Sistema che è, ovviamente, senza alcuna legittimità. Mentre per la gente della sua risma e del suo partito, Monti è l’esempio perfetto di uomo molto intelligente che fa cose molto stupide: una tecnica perfetta per applicare un criterio necessariamente inapplicabile, perché lo priva del sigillo della legittimità, che sola può permettere al popolo di chiedere uno sforzo eroico. Qui, Beppe ha tecnicamente ragione, ma non del tutto, riferendosi dopo tutto all’idea di Malaparte, prendendola troppo frettolosamente in considerazione, secondo cui il colpo di Stato è una “tecnica”. In realtà, lasciandola in questo ruolo e in questo campo della tecnica perfetta, il golpe di Monti è perfetto. Ma viene applicato secondo la nozione di un altro italiano (lo storico e filosofo della storia Guglielmo Ferrero) di potenza ideale che, in sostanza, respinge la perfezione ignorando la necessità del principio e, quindi, guastando subito la perfezione del colpo di Stato con la sua politica assurda, assurda proprio perché opera senza alcuna legittimità, priva com’è di ogni principio…
C’è da meravigliarsi se da parte sua, Monti, che proviene direttamente dai centri di potere quali sono le “banche”, l’Unione europea e tutti quanti, tutti questi poteri perfettamente privi di legittimità, e così investiti del solo ideale del potere, siano del tutto estranei all’ideale della perfezione che solo comprende la necessità della posizione di principio? (I due concetti, di Ferrero, sono esplicitati in entrambi i testi di riferimento.) Vorremmo anche dire che Monti, dopo il suo “golpe perfetto”, è stato un “dittatore perfetto”, senza la necessità di forze di polizia, coercizione brutale, saluti diversi, pugni o mani alzati, stivali e elmetti; lasciato in questo ambito “tecnico” e puramente perfetto, molto più efficace della vera-falsa dittatura in cui veniamo trascinati fino alla nausea in difesa permanente dei diritti umani. Ma se vi è la “dittatura perfetta”, ciò accade perché non vi è più uno Stato, un principio, niente di niente.
Così il paradosso supremo, il “paradosso perfetto” è che Monti ha dimostrato tutto ciò; nella creazione di tutte queste perfezioni invertite dall’ideale del potere, ma in contrasto con l’ideale della perfezione, mostrando “tecnicamente” e perfettamente sia la sua illegittimità assoluta, sia l'”impostura perfetta” che è stato. La batosta elettorale ne è conseguita, impeccabilmente. Questa è la perfezione dell’operazione, che ha necessariamente portato Monti alla sua caduta, senza fanfare, senza rivolte, senza violenze, attraverso le urne, onorevoli colleghi, come vuole la democrazia tale e quale.
Il golpe di Monti non era ideologico, era dominio del principio, vale a dire anti-principio come si suol dire, contrariamente ai suoi avversari anti-Sistema, contro il principio di sovranità e, naturalmente, di legittimità… E a questo punto appare Beppe. Si, Beppe intervenendo in questa situazione di illegittimità e inversione delle autorità stabilite, emerge come motore anti-Sistema potendo portare con sé la rivendicazione della restaurazione dei principi. È allora che Grillo e i suoi Grillini possono realizzare ciò che può essere indicato come un “contro-golpe perfetto”, e questa volta con una perfezione totalmente assunta, poiché attivata dall’ideale di perfezione che è il principio, per definizione, contro l’ideale del potere che ha dimostrato il suo “inganno perfetto”. Il fatto che appare essenziale, in tal caso, è la storia stessa dei suoi attori (sconfitta del “golpe perfetto”, bloccando per tre o quattro decenni del “colpo di Stato permanente”), insinuando nel suo significato la stessa prospettiva dei 3-4 decenni precedenti. Questa è la tragica storia d’Italia, che avevamo citato riguardo alla tragedia politica dell’Europa, nella sua battaglia tra l’arbitrarietà dell’austerità (grande potere) e la resistenza anti-Sistema dei popoli (con le elezioni del 25 febbraio, l’ideale di perfezione).
Qui è dove abbiamo potuto, malgrado le avventure, giungere rapidamente (tra cui, forse, nuove elezioni che potrebbero mettere il leader del M5S al vertice), e veder mescolarsi nell’attuale battaglia dell’austerità, tutta la tragica storia d’Italia degli ultimi quaranta anni. La possibile coincidenza delle due cose può essere esplosiva, al di là di tutto. Allora… ecco gli elementi che per il momento sono ancora un enigma. L’instabilità assai insolita dell’Italia, dal 25 febbraio, con l’elemento Beppe Grillo che si mescola con elementi eccezionali, come la crisi in Vaticano e potenzialità che non sono da meno. Naturalmente, abbiamo insistito sull’elemento Gladio collegandolo all’elemento del JSF, perché circostanze destabilizzanti possono sorgere e integrare gli eventi, accelerando in questo settore la crisi generale e il crollo del Sistema che stiamo osservando. Quindi possiamo isolare tre di questi elementi della crisi italiana:
• La crisi del Vaticano e della Chiesa è stata resa operativa dalle dimissioni di Benedetto XVI. Il più delle volte visto, dal punto di vista dei commentatori anticlericali, come uno scontro all’interno del sistema, nel quadro generale delle polemiche definite “sociali” che nascondono la crisi fondamentale, che sta mutando significato e s’inserisce nella crisi fondamentale. Che abbia (acquisisca) o no una connessione con la crisi italiana, la crisi della Chiesa è impegnata ad evolvere verso una terribile manifestazione di ciò che costituisce la crisi generale del senso. In questo Paese cattolico, il simbolo ha una forza notevole, nel contesto italiano e in generale nel quadro della crisi del collasso del Sistema: vi s’incarna l’idea della caduta (questa volta della Chiesa stessa) e s’inserisce non più nel contesto della crisi della religione, ma come elemento chiave della crisi di civiltà, per noi la crisi di dissoluzione  del Sistema.
• Il caso di Gladio si situa naturalmente tra le risposte alle minacce al Sistema nella crisi italiana. Può anche essere considerato, dal punto di vista operativo e dal punto di vista del simbolo della tragedia italiana. In quest’ultimo caso, quello che preferiamo, aiuta a rafforzare e aumentare il significato e la potenza della crisi italiana.
• Il caso del JSF, spesso indicato come infinitamente più importante di un semplice programma di armamenti, ha noti legami con Gladio e con il rapporto tra gli Stati Uniti e l’Europa. (Come abbiamo scritto sopra: “La scelta del  JSF rimane la pietra angolare dell’egemonia degli Stati Uniti in Europa, anche per via dei suoi mezzi terroristici e totalmente illegali.”) Lo stesso JSF è in profonda crisi, crisi del collasso anche per esso, riflettendo così le fondamenta della crisi del tecnologismo e dell’americanismo. Nelle circostanze note della crisi in Italia, il suo caso può finire in qualsiasi momento al centro del dibattito politico, e quindi essere visto come un caso drammatico si rottura tra l’Italia (Europa) e gli Stati Uniti d’America. Allora, ciò implicherebbe che, da questo punto di vista, si potrebbe vedere la messa in discussione dell’omogeneizzazione del blocco BAO come avviata fin dal 2008, così come l’abbiamo definita il 10 dicembre 2012, e la disintegrazione e la dissoluzione finale di questo gruppo, generate dalla crisi di dissoluzione del Sistema.
logoUno dei documenti più interessanti e più rivelatori di Gladio è un documentario della BBC della serie Time Watch (Operazione Gladio, in tre episodi), realizzato nel 1992, ma pubblicato dopo un ritardo significativo (disponibile su YouTube, dal 10 giugno 1992). Il documentario è incentrato sulle attività di Gladio in Belgio e in Italia, anche se abbraccia l’intero concetto. (Ne abbiamo parlato in particolare, il 20 gennaio 2005). C’è un momento caratterizzante, che conclude la serie con le scarse ultime parole di Federico Umberto Amato, presentato come il “capo della polizia politica del ministero degli Interni italiano, 1972-1974“, piccolo brav’uomo, probabilmente, dal sorriso cinico che avrebbe rappresentato il beffardo d’altri tempi. Ormai in pensione, aveva on sé un paio di “automi” assai diffusi nei salotti del XVIII.mo secolo, dell’epoca beffarda. Le teorie meccanicistiche di Cartesio avevano i loro sostenitori, e l’automa rappresenterebbe il vero sapiens, sembra suggerire il beffardo ex-poliziotto italiano, presentando “Il Giocoliere”. Parlando di misteri, manipolazioni, doppi e tripli giochi, sembrava suggerire che Gladio gestisse tutto, finendo per chiedersi se le persone che affermano di agire in buona fede, per conto di Gladio o secondo Gladio, non siano state, secondo lui, inclusi nel “tutti”.
Gladio prende, nel documentario, una dimensione mitica e tragica, improvvisamente percepito come entità che manipola “tutti”, tra cui questa voce beffarda… Queste parole concludevano la serie, mentre risuonano nelle orecchie, assieme alla musica aspra e meccanica, il sottofondo del documentario, l’Agnus Dei e l’Hostias del solenne, terribile ed enigmatico Requiem Opera 5 di Berlioz o “Grande Messa dei morti“… Quindi, riteniamo che si tratti di una tragedia che va oltre la sua epoca, perché suggerisce l’idea di perdita del controllo del proprio destino da parte della specie sapiens, come nel caso della crisi di dissoluzione del Sistema. Sentiamo questo uomo beffardo ghignare in questo documentario, come se il dramma sbiadisca nel tempo, collegando e fondendo le tragedie passate con ciò che conosciamo…
Questa tragedia arriva fino a noi, in modo molto logico, allargandosi alla situazione italiana, andando oltre la situazione europea, arrivando al cuore della crisi di dissoluzione del sistema, offrendo una circostanza diversa che potrebbe accelerare questa crisi con un attacco destrutturante, dissolvendo il blocco BAO istituito nel 2008. Si tratterebbe dell’estensione ultima della fase finale del collasso del sistema.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora