Yemen, un’altra guerra wahhabita-atlantista

Alessandro Lattanzio, 27 marzo 2015 CBDYxqRUkAEV4yCI media, sia ufficiali che ‘alternativi’, affermano che Ryadh avrebbe schierato 150000 soldati ai confini dello Yemen; ma le forze armate saudite contano 75000 militari nell’esercito; 34000 nell’aeronautica; 15500 nella marina e 100000 membri della Guardia nazionale saudita (contando 25000 riservisti mobilitabili in caso di emergenza), e ciò senza badare al fatto che le forze saudite devono presidiare i confini con Iraq, Giordania, Quwayt, Qatar e sorvegliare le regioni a maggioranza sciita dell’Arabia Saudita che si affacciano sul Golfo Persico, e ancora senza contare i militari e gli agenti dell’intelligence sauditi attivi in Siria e Iraq al fianco dei terroristi islamisti che sponsorizzano. Ma le cause dell’intervento aereo saudita nello Yemen, che va ricordato ha una popolazione superiore a quella dell’Arabia Saudita, vanno ricercate più che altro nel tentativo di Ryadh di sabotare un eventuale accordo Iran-USA sul programma elettronucleare di Tehran, che dovrebbe essere firmato entro il 31 marzo 2015. Tale indizio potrebbe svelare anche la vera natura del crollo dei prezzi mondiali del petrolio, istigato da Ryadh per contrastare l’ascesa del petrolio di scisto sul mercato statunitense, piuttosto che per condurre una guerra petrolifera contro Iran, Russia e Venezuela per conto di Obama. Difatti l’Arabia Saudita ha scoperto di aver perso 18 miliardi di dollari negli ultimi mesi. Quindi, è probabile che Ryadh imbastisca una sorta di ‘Guerra fasulla’ contro Sana, non avendo risorse finanziarie e umane per attuarne una vera. L’esercito saudita, inoltre, soprattutto per quanto riguarda specialisti come carristi, artiglieri, tecnici, meccanici, ecc., è composto da mercenari pakistani, giordani o egiziani che prestano servizio per conto di Raydh, dato che la monarchia wahhabita teme e diffida della propria popolazione, concedendo accesso alle armi solo gli elementi tribali più fidati o corruttibili. La natura di tale guerra fasulla è stata compresa per primo dal presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi, che in cambio dell’espressione di solidarietà ai principini wahhabiti terrorizzati e di una parata navale egiziana sul Mar Rosso, raccoglierà dai sauditi e dalle petro-monarchie del Golfo quei dividendi finanziari per il programma di rilancio economico dell’Egitto.
Nel 2009 l’esercito saudita combatté contro le tribù yemenite al confine saudita-yemenita, in tre mesi i sauditi persero almeno 133 uomini e la guerra. Ai primi di marzo i sauditi chiesero truppe al Pakistan per combattere contro il movimento yemenita Anasarullah, ma il Pakistan respinse la richiesta. Il 19 marzo un commando della Polizia guidato da un generale fedele all’ex Presidente Salah attaccava l’aeroporto di Aden, provocando 13 morti, e lo stesso giorno, il palazzo ‘presidenziale’ di Aden veniva bombardato da 2 velivoli non identificati. Il 20 marzo, 5 attentatori del ‘Wilayat Sana‘ del SIIL, si fecero esplodere presso due moschee zaydite di Sana, uccidendo 126 persone e ferendone altre 250. Il 21 marzo l’esercito yemenita liberava la terza città dello Yemen, Taiz, mentre gli USA evacuavano le restanti proprie forze speciali dal Paese. Il 24 marzo l’esercito yemenita liberava la città di Huta, capitale della provincia di Lahj, espelleva i taqfiri dalla città di Shariha e liberava al-Qarsh, a 50 chilometri dalla provincia di Aden. Inoltre, l’esercito yemenita e i comitati popolari si scontravano con miliziani dell’ex-presidente uscente Abdarabu Mansur Hadi nella provincia di Bayda, provocando 30 morti. Nel frattempo, scontri infuriavano a Marib, ad est di Sana, dove avanzavano le truppe dell’esercito. Hadi cercava di consolidare la sua base di potere ad Aden tentando d’innescare la guerra civile, dopo aver rovesciato l’accordo nazionale firmato da vari partiti ed invocato l’intervento militare delle Nazioni Unite, ma gli ufficiali del Comitato Supremo per la preservazione delle forze armate e di sicurezza yemenite respingevano l’idea di un’ingerenza straniera, “Esprimiamo il nostro rifiuto totale e assoluto a qualsiasi interferenza esterna negli affari dello Yemen, sotto qualsiasi pretesto, con qualsiasi forma e da qualsiasi parte. Tutti i membri delle forze armate e di sicurezza, tutti i figli del fiero popolo dello Yemen e tutti i suoi componenti affronteranno con tutte le forze ed eroismo qualsiasi tentativo di danneggiare la pura terra della Patria, la sua indipendenza e sovranità, o di minacciarne unità ed integrità territoriale”. Il leader dello Yemen e del movimento Ansarullah, Abdalmaliq al-Huthi, dichiarava che l’Arabia Saudita, “nostra sorella maggiore, non rispetta gli yemeniti e vuole imporre qui, nello Yemen, gli eventi e le divisioni avutisi in Libia”.
Il 25 marzo l’Arabia Saudita schierava una task force al confine con lo Yemen, dopo che l’esercito yemenita aveva liberato la base aera di al-Anad e la città di Aden, roccaforte dell’ex-presidente Abdarabu Mansur Hadi, fuggito in Oman, mentre l’ex-ministro della Difesa, generale Mahmud Subayhi, veniva arrestato. L’esercito yemenita, sostenuto dai comitati popolari, controllava Aden compresi aeroporto e palazzo presidenziale, e si dirigeva verso il governatorato di Abyan per liberarlo dai taqfiriti. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Quwayt evacuavano i consolati ad Aden. Nel frattempo gli Stati Uniti inviavano 3000 militari al largo del Quwayt per le esercitazioni Eagle Resolve 2015 che si svolgevano con la partecipazione di forze di terra, mare e aeree di diverse nazioni, che includevano operazioni di sbarco anfibio e navali e che si chiudevano “con un seminario tra i comandanti per discutere questioni d’interesse regionale”. “L’esercitazione non è intesa come un segnale all’Iran“, affermava il CENTCOM, “Se c’è un messaggio, è che tutti i partecipanti hanno interesse nella sicurezza regionale. E’ importante sottolineare che si tratta di un’esercitazione periodica, pianificata da più di un anno. L’obiettivo è il rafforzamento di funzionalità utili per una vasta gamma di scenari per preservare e rafforzare la sicurezza regionale, con operazioni simulate contro un avversario immaginario“. Eppure, il 21 marzo l’ex-direttore della CIA, l’ex-generale David Petraeus, aveva definito l’Iran la peggiore grande minaccia alla stabilità regionale. Il 25 marzo, alle 19:00, i sauditi effettuavano bombardamenti aerei su Sana, capitale dello Yemen, uccidendo 18 civili; mentre il presidente degli USA Obama autorizzava il supporto logistico e d’intelligence alle operazioni del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) contro lo Yemen, confermando che Washington agiva in stretta cooperazione con Hadi, i sauditi e il GCC nell’operazione militare. L’operazione saudita “Resolute Storm” contro lo Yemen fu decisa dal re saudita Salman bin Abdalaziz e dal principe Muhamad Salman bin Abdalaziz, che comanda l’operazione. Prima di lanciare l’operazione, l’Arabia Saudita aveva chiesto il sostegno del Consiglio di cooperazione del Golfo. Cacciabombardieri F-15S della Royal Saudi Air Force, decollati dalla base di Qamis Mushayt, bombardarono l’aeroporto della capitale, la base aerea al-Dulaymi, distruggendo 1 elicottero Agusta-Bell AB.412, 1 elicottero UH-1H e 1 aereo da trasporto militare CN-235, gli ultimi due forniti allo Yemen dagli USA; le difese aeree di Sana, tra cui 1 batteria di missili antiaerei (SAM) S-125, 3 batterie di SAM S-75 e 2 di SAM 2K12; e un deposito nella base della 4.ta e della 5.ta Brigata della Guardia Repubblicana, sulla collina Faj Atan presso Sana, che ospitava missili tattici R-17 Elbrus (Scud-B) e 10 relativi veicoli di lancio (TEL). Ma i sauditi perdevano almeno un aereo, un cacciabombardiere F-15S, i cui piloti venivano salvati da un elicottero HH-60 statunitense decollato da Gibuti. I sauditi avrebbero schierato 100 velivoli per le operazioni contro lo Yemen, mentre UAE ne avrebbe schierato 30, Bahrayn e Quwayt 15, Qatar 10, Giordania e Marocco 6, Sudan 3. Secondo fonti yemenite, erano stati abbattuti 2 aerei della Royal Saudi Air Force (RSAF) e 2 degli United Arab Emirates Air Force (UAEAF).

Aeroporto al-Dulaymi, carcasse di un AB-204 e di un Huey II

Aeroporto al-Dulaymi, carcasse di un AB-204 e di un Huey II

Nel frattempo, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Qatar, Quwayt dichiaravano di aver “deciso di cacciare le milizie Huthi, al-Qaida e lo Stato islamico dal Paese” e di voler “proteggere e difendere il governo legittimo” dell’ex-presidente Abdarabu Mansur Hadi. I leader di Ansarullah denunciavano l’aggressione saudita e avvertivano che trascinava l’intera regione del Golfo in un conflitto. “E’ un’aggressione allo Yemen e l’affronteremo coraggiosamente“, dichiarava Muhamad al-Buqayti dell’ufficio politico di Ansarullah, “le operazioni militari trascineranno la regione in guerra“. Decine di migliaia di yemeniti manifestavano a Sana contro l’intervento saudita. Il 27 marzo, i sauditi attaccavano la base e i radar della 2.nda Brigata aerea di Sana e la città di Saada. Almeno 39 civili erano stati uccisi dagli attacchi aerei sauditi, mentre l’esercito yemenita conquistava la città di Shaqra, a 100 km ad est di Aden, sul Mar Arabico. Abdurabu Mansur Hadi affermava che gli attacchi aerei sauditi dovevano continuare fino a quando Ansarullah non si arrenderà, definendolo “fantoccio dell’Iran” accusando la Repubblica islamica di averlo cacciato dal potere. Mentre il re saudita Salman dichiarava che l’operazione militare continuerà “fino quando non raggiungerà gli obiettivi e il popolo dello Yemen la sicurezza“. Il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi dichiarava che il mondo arabo affronta delle “gravi sfide, ha una responsabilità enorme, pesante e gravosa“. L’ex-presidente dello Yemen Ali Abdullah Salah dichiarava, sollecitando la fine delle incursioni aeree e degli scontri a terra, che gli attacchi aerei “non risolveranno nulla. Invito il popolo yemenita a fermare qualsiasi scontro armato ovunque nello Yemen“. La Turchia saluatva l’intervento saudita mentre l’Iran chiedeva “l’immediata cessazione di tutti gli attacchi militari ed aerei contro lo Yemen e il suo popolo“. Il suo ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif, a Losanna, nel contesto dei negoziati nucleari, avvertiva i Paesi occidentali dal sostenere l’Arabia Saudita nello Yemen, garantendo al contempo che ciò non avrebbe avuto alcun effetto sulla questione nucleare.
I senatori statunitensi John McCain e Lindsey Graham dichiaravano “L’Arabia Saudita ed i nostri partner arabi meritano il nostro sostegno cercando di ristabilire l’ordine in Yemen, caduto nella guerra civile. Comprendiamo perché i nostri partner saudita ed arabi sentano il dovere d’intervenire. La prospettiva di gruppi radicali come al-Qaida, così come dei militanti filo-iraniani, che trovano rifugio al confine con l’Arabia Saudita andava oltre ciò che i nostri partner arabi potessero sopportare. La loro azione deriva anche dalla percezione del disimpegno statunitense dalla regione e dall’assenza di leadership degli Stati Uniti. Un Paese che il presidente Obama ha recentemente elogiato come modello dell’antiterrorismo è ormai finito in un conflitto settario e una guerra per procura regionale minaccia d’inghiottire il Medio Oriente. Quel che è peggio, mentre i nostri partner arabi conducono raid aerei per fermare l’offensiva degli agenti iraniani in Yemen, gli Stati Uniti conducono attacchi aerei in sostegno dell’offensiva degli agenti iraniani a Tiqrit. Questo è bizzarro quanto fuorviante… altro tragico caso di direzione estera”. Dal 2007 il Pentagono aveva consegnato armamenti ed equipaggiamenti allo Yemen del valore di 65 milioni di dollari: 1,25 milioni di proiettili, 400 fucili d’assalto M4, 200 pistole Glock, 300 visori notturni, 250 giubbotti antiproiettile, 2 motovedette, veicoli, 4 elicotteri UH-1H Huey II, 3 aerei da collegamento, 4 droni, rilevatori di esplosivi Joint Improvised Explosive Device Defeat Organization (JIEDDO), sistemi di rilevamento termico OASYS e sistemi per la visione notturna CNVD-T Clip-On. Il Pentagono ammetteva che tali armi ed equipaggiamenti “dobbiamo presumerli completamente compromessi e perduti“. Il movimento Ansarullah aveva occupato molte basi militari yemenite di Sana e Taiz, e la base aerea di al-Anad, sede delle unità antiterrorismo addestrate dai militari statunitensi. Pentagono e CIA avevano fornito assistenza attraverso programmi classificati, rendendo difficile sapere esattamente la cifra spesa per gli aiuti militari allo Yemen. Nel 2011, l’amministrazione Obama sospese gli aiuti e ritirò i consiglieri militari statunitensi quando l’allora presidente Ali Abdullah Salah si oppose alla ‘Primavera araba’. Il programma riprese nel 2012, quando Salah fu sostituito dal suo vicepresidente Abdarabu Mansur Hadi, imposto da Washington. Sana aveva ricevuto dagli USA equipaggiamenti vecchi e scadenti come i 160 fuoristrada Humvees privi dei pezzi di ricambio, l’aereo-cargo CN-235, che prima di essere consegnato rimase per un anno in un deposito in Spagna, sottolineando la mancanza di entusiasmo dello Yemen nel ricevere l’aereo, o i 4 vecchissimi elicotteri Bell Huey II, rimasti quasi sempre a terra mentre la YAF (Aeronautica yemenita) preferiva utilizzare gli elicotteri russi Mi-171Sh, più adatti al compito. Secondo gli ufficiali degli Stati Uniti attivi nello Yemen, le forze armate locali erano riluttanti a combattere al-Qaida, e tutte le unità yemenite addestrate dagli Stati Uniti erano comandate da parenti stretti di Salah. Anche dopo la sua rimozione, molte di tali unità restavano fedeli a Salah e alla sua famiglia. Il figlio dell’ex-presidente, Ahmad Ali Salah, a febbraio aveva saccheggiato un arsenale della Guardia repubblicana, trasferendo le armi in una base presso Sana controllata dalla famiglia Salah, tra cui migliaia di fucili d’assalto M-16 fabbricati negli Stati Uniti, decine di autoveicoli Humvee e Ford, pistole Glock. Ansarullah inoltre, dopo aver rilevato l’Ufficio della Sicurezza nazionale dello Yemen a Sana, che aveva strettamente collaborato con la CIA in varie operazioni antiterrorismo, aveva accesso ai documenti segreti sulle operazioni antiterrorismo degli USA, compresi nomi e posizioni dei loro agenti ed informatori. Molti funzionari statunitensi e yemeniti accusavano Salah di cospirare con il movimento Ansarullah, quindi su ordine di Washington, nel novembre 2014, le Nazioni Unite imposero sanzioni all’ex-presidente Salah e ai due leader di Ansarullah.CBAaLuSXEAA-NbOIl 22 gennaio, dopo che l’ex-presidente Abdurabu Mansur Hadi e il suo gabinetto si dimisero, il Comitato supremo per la sicurezza di Aden invitava le forze armate ad ignorare gli ordini di Sana e a restare fedeli alle autorità locali. Lo stesso giorno, il movimento Hiraqi al-Janubi chiedeva la separazione delle province di Aden e Hadramaut. In effetti, nello Yemen del Sud erano nati, nel 2007, i Comitati popolari meridionali (SPC) che avevano ricevuto dall’USAID 695000 dollari, contemporaneamente il Centro per i diritti umani dello Yemen aveva ricevuto 193000 dollari da ‘fondazioni’ europee e degli Stati Uniti. Un altro progetto finanziato dall’USAID per 43 milioni di dollari era il Progetto per un Governo Responsabile (RGP), che dal maggio 2010 aveva “addestrato giovani leader ai nuovi Social Media per permettere a gruppi giovanili yemeniti l’uso dei media per migliorarne la partecipazione nella formulazione delle questioni pubbliche, concentrandosi su creazione di leadership e formazione nell’educazione civica delle ONG giovanili”. Inoltre, sempre l’USAID finanziava nel 2012 il progetto da 3,58 milioni di dollari Promuovere la Gioventù all’Impegno Civico (PYCE), per addestrare i giovani di Aden “nel PACA (formazione delle attività politica), pronto soccorso, autodifesa, fotografia, calligrafia e competenze mediatiche“. Il programma fu sospeso dopo che l’ex-presidente Hadi era salito al potere. Dopo la fallita ‘primavera araba’ del 2011, gli SPC assunsero compiti militari; il 4 giugno 2012 un comandante dei Comitati Popolari disse a Yemen Times che il gruppo combatteva contro Ansar al-Sharia al fianco del governo di Hadi. Ma il 23 settembre 2014, due giorni dopo che Ansarullah era entrata a Sana, SPC invitava i militari a “svolgere il loro ruolo storico nel garantire sicurezza e proprietà delle persone, preservando la rivoluzione, massimo risultato raggiunto dal popolo yemenita“, e contemporaneamente chiedeva la separazione dello “Stato del Sud Arabia”; quindi dal marzo 2105, gli SPC combattono contro Ansarullah.
Il 26 marzo, il ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqry dichiarava che l’Egitto si coordinava con i sauditi riguardo lo Yemen e sospendeva i voli civili per Sana. Nel 2014 l’Egitto svolse un ruolo importante nel conflitto tra GCC e l’asse Qatar-Turchia. Il 24 marzo, l’ex-ministro degli Esteri yemenita Riyad Yassin aveva chiesto all’Egitto di agire velocemente per controllare lo stretto di Bab al-Mandab, per evitare che Ansarullah ne prendesse il controllo. Shuqry nelle ultime settimane aveva più volte avvertito delle gravi preoccupazioni dell’Egitto sulla situazione nello Yemen. Infine il Presidente Abdalfatah al-Sisi dichiarava “In risposta all’appello dello Yemen e in linea con la decisione dal Consiglio di cooperazione del Golfo a sostegno della legittimità del popolo yemenita sotto la presidenza di Abdarabu Mansur Hadi, e sulla base dell’accordo arabo di difesa comune, è inevitabile per l’Egitto prendersi le responsabilità e rispondere all’appello del popolo yemenita per riportare stabilità ed identità araba“. Mentre i ministri degli Esteri arabi avevano una riunione a Sharm al-Shayq, 4 navi della marina militare egiziana si dirigevano verso il Golfo di Aden, avendo l’Egitto dichiarato in precedenza che avrebbe usato tutti i mezzi possibili per proteggere Bab al-Mandab. Ma il portavoce di Anasrullah Muhamad Abdalsalam aveva dichiarato che lo Stretto di Bab al-Mandab non “sarà mai chiuso” e la navigazione nel Mar Rosso non sarà “mai fermata“. “Rispettiamo l’Egitto, il suo popolo, il suo presidente e tutti gli accordi sottoscritti tra Yemen e Paesi vicini“, aveva concluso Abdalsalam.

Andamento dei prezzi petroliferi al momento dell'aggresione saudita allo Yemen

Andamento dei prezzi petroliferi al momento dell’aggresione saudita allo Yemen

Negli ultimi giorni il mercato azionario saudita assisteva viveva i momenti peggiori da 4 anni; tra prezzi bassi del petrolio, spese sociali e la guerra contro lo Yemen, marzo 2015 ha visto il maggior calo delle riserve valutarie saudite in oltre 15 anni, pari a 18 miliardi di dollari, suggerendo una fuga di capitali di ampiezza mai vista prima. Inoltre, sebbene lo Yemen produca meno dello 0,2 per cento della produzione mondiale di petrolio, la sua posizione geografica lo mette al centro del traffico mondiale di petrolio. La nazione confina con l’Arabia Saudita, il maggiore esportatore di greggio al mondo, e si affaccia sullo stretto di Bab al-Mandab attraversato dalle petroliere sulla rotta Mediterraneo – Golfo Persico. Nel 2013, ogni giorno 3,8 milioni di barili di petrolio attraversarono Bab al-Mandab. Più della metà del traffico passa per il canale di Suez e la Pipeline Sumed che collega i porti egiziani di Ayn Suqna sul Mar Rosso e Sidi Qarir sul Mediterraneo. I prezzi del petrolio erano saliti del 5 per cento dopo l’attacco aereo su Sana.

RFI_Yemen-AS_620_0Riferimenti:
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BBC
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Washington Post
Zerohedge
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I taqfiriti assassinano 150 persone nello Yemen: SIIL, operativi o al-Qaida?

Boutros Hussein, Noriko Watanabe e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 20 marzo 2015houthi-rebels-3L’unico tema costante in Egitto, Kosovo, Libia, Siria, Ucraina e ora probabilmente Yemen, è che certi massacri ed eventi sembrano avere un’origine occulta. Ciò include l’utilizzo di varie forze terroristiche, consentendo ad agenti speciali di cospirare, manipolare media, far emergere rapidamente nuove forze, pianificare importanti operazioni di destabilizzazione, e così via. Pertanto, l’annuncio del SIIL (Stato islamico) rivendicando la strage in due moschee, non appare aderente ai fatti sul terreno. Dopo tutto, in Yemen al-Qaida è nota avere potenti forze, per cui attualmente rimane oscuro chi ci sia veramente dietro i barbari attentati alle due moschee. Nello Yemen accadono importanti eventi perché il movimento sciita Huthi consolida la sua base di potere. Nonostante ciò, lo Yemen è estremamente vario per divisioni religiose, politiche, regionali ed intrighi esteri. Tuttavia, una realtà certa è che le monarchie feudali del Golfo sono assai scontente per la nascita del movimento sciita Huthi. Soprattutto, i militari si oppongono al movimento e le élite politiche cacciate dal potere sono contrarie all’avanzata degli sciiti in questa nazione. Pertanto, con gli huthi che vogliono stabilizzare la situazione, sembra che i barbari attentati alle due moschee siano volti a diffondere settarismo e a destabilizzare la nazione.
Il Daily Telegraph riferisce del brutale attentato alle due moschee, affermando: “Quasi 150 persone sono state uccise e 350 ferite in un triplice attentato suicida nello Yemen di una sconosciuta fazione dello Stato islamico dell’Iraq e Levante (SIIL) che rivendica l’attentato“. Tale gruppo anti-sciita taqfirita, finora sconosciuto nello Yemen, ha dichiarato: “gli infedeli huthi dovrebbero sapere che i soldati dello Stato islamico non si fermeranno fino a quando non li sradicheranno… e taglieranno il braccio del piano safavide (iraniano) nello Yemen“. Tuttavia, tale rivendicazione sembra più l’atto di una forza estera che attua il complotto di una nazione straniera. Sicuramente, per il SIIL sovra-esteso in Iraq e Siria è il momento sbagliato per creare altro caos nella regione. Inoltre, come mai il SIIL continua ad evitare Israele, Giordania, Qatar, Arabia Saudita e Turchia? Dopo tutto, se il SIIL è contro lo status quo e l’ingerenza di potenze occidentali e monarchie corrotte, allora com’è possibile che sembri agire su volere di forze estere che cercano di rovesciare il governo siriano e di arginare l’ondata sciita? PressTV riporta: “il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Marzieh Afkham ha detto che in un momento in cui lo Yemen ha bisogno di stabilità e pace “più che mai”, i suoi nemici intendono raggiungere i loro laidi obiettivi creando insicurezza e instabilità con tali atti terroristici“. Data tale realtà, allora quali mani sono dietro gli attentati agli sciiti huthi? E’ davvero il SIIL? Una fusione di altre forze? Vi sono coinvolti occulti agenti della sicurezza interna? Agenti segreti al servizio delle monarchie feudali? Al-Qaida? Se improvvisamente il SIIL apparisse concependo un tale complotto, allora cosa dire di al-Qaida nello Yemen? Inoltre, a differenza di al-Nusra in Siria, è chiaro che il SIIL abbia grandi piani in Iraq e Siria, generati dagli intrighi di attori esteri che aiutano tale gruppo terroristico islamista. Ciò vale in particolare per la NATO in Turchia, dove anche i tribunali nazionali menzionano il legame tra MIT e SIIL. Infatti, immagini e video mostrano le forze armate turche muoversi liberamente nelle aree del SIIL lungo il confine tra Turchia e Siria. Allo stesso modo, esponenti del SIIL sono apertamente presenti in Turchia e molti combattenti sono curati negli ospedali turchi. Allo stesso tempo, Quwayt, Qatar e Arabia Saudita finanziano ampiamente le varie forze taqfirite per rovesciare il governo laico del Presidente Bashar al-Assad. Abdulmaliq al-Huthi ha dichiarato: “Ci muoviamo con passi studiati. Non faremo collassare il Paese“. Tuttavia, molte forze interne ed estere cercano di smantellare la base di potere del movimento Huthi. Ciò porta a speculazioni sul SIIL secondo cui non sia responsabile del barbaro attentato alle due moschee yemenite. O, nel caso che il SIIL ne sia responsabile, sarebbe accaduto senza l’aiuto di “una terza forza”?
In un recente articolo su Modern Tokyo Times si diceva: “La paura nel movimento sciita Huthi, e nelle altre aree di potere nello Yemen, è che nazioni come Arabia Saudita, Qatar e Quwayt possano immischiarsi negli affari interni della nazione. Se accadesse, allora è chiaro che lo Yemen dovrà affrontare stragi e disintegrazione. Tuttavia, con tanti problemi politici e confessionali nella regione, è nell’interesse dei potenti Stati del Golfo aprire un nuovo vaso di Pandora? ” Sembra che il barbaro attentato alle due moschee indichi chiaramente che forze estere cerchino la destabilizzazione per limitare il movimento sciita Huthi. Pertanto, resta da vedere chi ci sia davvero dietro tali atrocità, perché il SIIL non appariva al centro della mappa terrorista e settaria nello Yemen, prima di essi. Muhamad al-Ansi, testimone oculare delle stragi, ha detto: “teste, gambe e braccia erano sparse sul pavimento della moschea… il sangue fluiva come un fiume.” Il brutale attentato dovrebbe diffondere caos e odio nello Yemen. Pertanto, è essenziale che il movimento sciita Huthi non cada in tale trappola interna o estera.

13ad9_Yemen-MapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I segreti della pioggia di miliardi sull’Egitto

Nasser Kandil 16 marzo 2015, Top News Nasser Kandil (dal 48° minuto)
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation 19 marzo 2015

Il 13-15 marzo si sarebbe tenuto a Sharm al-Shayq la “Conferenza sul futuro dell’Egitto”. Quattro Paesi del Golfo hanno promesso investimenti e aiuti per 12,5 miliardi di dollari, e Cairo ha firmato accordi di investimenti diretti per 36,2 miliardi. Vari ministri occidentali vi si sono recati, tra cui il capo diplomatico statunitense John Kerry [1]. Alcuni analisti si sono chiesti quale fosse lo scopo di questo sostegno finanziario, altamente politico, da Stati del Golfo e occidente, in particolare dagli Stati Uniti. Evitare il riavvicinamento tra Egitto e Siria nella lotta al terrorismo e alla Fratellanza musulmana? Allontanare l’Egitto dalla Russia? Impedire all’Egitto di svolgere un ruolo storico nel Medio Oriente e mondo arabo? Per Nasser Kandil, senza negare queste ipotesi che appaiono contraddirsi, ciò che accade in Egitto è in relazione diretta con ciò che accade nello Yemen.

MapsLibyaRegion_2012Per comprendere le ragioni della pioggia di miliardi di dollari sull’Egitto vanno considerati due aspetti dell’evento:
• Il rapporto tra la manna concessa all’Egitto dai Paesi del Golfo e i problemi che affrontano nello Yemen (dalla presa di Sana dai ribelli huthi, il 21 settembre 2014).
• Il perché del sostegno occidentale senza cui gli Stati del Golfo non avrebbero potuto usare il loro denaro per affrontare la situazione politica e finanziaria dell’Egitto.
In realtà si tratta di un’equazione bi-fattoriale egiziano-yemenita geografica, demografica ed economica. Perché se lo Yemen è al centro dei Paesi arabi del Golfo, l’Egitto è al centro dei Paesi arabi dell’Africa, e tutte e due sono sul Mar Rosso. Pertanto, quando si parla dei Paesi del Golfo, si considera solo lo Yemen. La prova è che l’Arabia Saudita, che sembrava essere preoccupata da Siria e Libano, non ha occhi che per ciò che succede nello Yemen. [2] I sauditi hanno combattuto con tutte le risorse finanziarie e relazionali della loro capitale, Riyadh, sede del dialogo tra yemeniti. Ma hanno fallito. Quindi, cosa fare, non avendo la forza militare per imporre i propri requisiti, come ad esempio il riconoscimento di Mansur al-Hadi (Il presidente uscente yemenita che ha subordinato il proseguimento dei negoziati inter-yemeniti al trasferimento dei colloqui da Sana al Consiglio di cooperazione del Golfo Persico di Riad) o alla nomina di Aden a capitale dello Yemen? Come affrontare le forze degli huthi [3] nelle loro incursioni oltre frontiera? Da qui la scommessa sull’Egitto. Il presidente egiziano Muhamad al-Sisi non dichiarò al quotidiano al-Sharq che la sicurezza del Golfo era parte della sicurezza dell’Egitto?[4] Allora, si paghino gli egiziani per precipitare le loro forze in Yemen per imporvi il nostro dominio. Ma gli egiziani si comportano come i turchi. I sauditi hanno tentato di conciliarvisi nella speranza di spingerli a collaborare nello Yemen. Ma l’ovvia risposta turca è stata: “Se saremo pronti ad intervenire militarmente da qualche parte, andremo in Siria“. E la risposta altrettanto ovvia degli egiziani è stata: “Se saremo pronti ad intervenire militarmente da qualche parte, andremo in Libia”. Non restava che offrirgli la garanzia di una sorta di “blocco marittimo” dello Yemen con un’alleanza “locale” turco-egiziano-saudita. Perché? Perché va strangolata Sana e impedito agli huthi di prendere la capitale dello Yemen, mentre l’Arabia Saudita decide diversamente invitando gli Stati a trasferire le loro ambasciate ad Aden. Tale pressione sulle regioni acquisite dai rivoluzionari dovrebbe spingerli a negoziare una soluzione a Riyadh e non nello Yemen, consentendo d’impedirne il consolidamento del loro rapporto con l’Iran.
Senza contare la rabbia del popolo egiziano per l’esecuzione di ventuno compatrioti da parte del SIIL o Stato islamico in Libia; rabbia che ha costretto le autorità egiziane a considerare una risposta militare [5] e spingere il Consiglio di sicurezza a nominare una speciale operazione internazionale contro il terrorismo in Libia, sostenuta da Francia [6], Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Ciò mentre l’Egitto si rifiuta di aderire alla coalizione internazionale degli Stati Uniti creata dopo l’invasione di Mosul, non essendo riuscito a far includere nella guerra al terrorismo la lotta ai Fratelli musulmani. Ma qual è stata la sorpresa quando il ministro degli Esteri egiziano che, alle Nazioni Unite (Consiglio di sicurezza del 18 febbraio 2015), osservava che il Qatar si era opposto a qualificare la richiesta egiziana “domanda degli Stati arabi” e quando, al momento del voto, l’Arabia Saudita ha sostenuto il Qatar! Qui la decisione fu dettata dal governo degli Stati Uniti, ed è legata allo Yemen: “Lasciate i Fratelli musulmani. Chi altro difende i vostri interessi nello Yemen?” Pertanto l’Arabia Saudita, dovendo scegliere tra la volontà dell’Egitto e quella dei Fratelli musulmani, che contribuiscono a ripristinare l’equilibrio delle forze nello Yemen, ha scelto la seconda. Da qui la dichiarazione del ministro degli Esteri saudita Saud al-Faysal, che in sostanza ha detto: “Non abbiamo alcun contenzioso con i Fratelli musulmani“, ripristinando le relazioni tra Arabia Saudita e Qatar. Da qui il voltafaccia saudita contro l’Egitto e in favore del Qatar. Quindi, dobbiamo ammettere, l’Egitto è spinto dal rifiuto alla richiesta di uno speciale intervento internazionale in Libia, avendo l’amministrazione USA fatto sapere che la soluzione deve essere politica, passando per la Fratellanza musulmana e la ricerca di un accordo tra Arabia Saudita, Turchia e Qatar. Il regime egiziano quindi s’è adattato, nonostante il sostegno della Russia pronta a collaborare, e la coalizione antiterrorismo in Libia non si è avuta; ma i Paesi del Golfo furono incaricati di aprire le casseforti per distrarre il popolo egiziano con la futura manna finanziaria, recandosi così a Sharm al-Shayq per strombazzare 10, 18 e 30 miliardi di dollari, che potrebbero raggiungere i 100 miliardi l’anno prossimo se gli investimenti saranno redditizi. In realtà sono essenzialmente progetti e prestiti i cui interessi andranno alle rendite, e gli investimenti bancari saranno destinati ad impedire il collasso della moneta egiziana; ciò non cambierà molto il reddito reale dei cittadini egiziani, schiacciati dalla povertà. Da qui si può rispondere alle seguenti domande:
• L’equazione yemenita va in favore dell’Arabia Saudita? NO.
• L’equazione libica va in favore dell’Egitto? NO.
• L’Egitto accetta l’avventura di una guerra contro lo Yemen? NO.
• La Turchia accetta l’avventura di una guerra contro lo Yemen? NO.
• L’Arabia Saudita è costretta ad accettare il dialogo inter-yemenita che dovrebbe portare a un governo degli huthi quale controparte di peso? SÌ.
• Il governo egiziano sarà costretto al confronto, perché se i Fratelli musulmani vanno al potere in Libia, anche con un governo di unità nazionale (attualmente vi sono due governi e due legislature) si rafforzeranno in Egitto? SÌ.
In altre parole, la situazione contro gli interessi di coloro che seguono gli Stati Uniti, dal lato saudita o dal lato egiziano. Ciò mentre il destino dell’Egitto è collaborare con la Siria nella guerra a SIIL, Jabhat al-Nusra e Fratellanza Musulmana, e il destino di Arabia Saudita è riconoscere con umiltà che gli huthi sono ora fattore vincolante nei negoziati e nel dialogo inter-yemeniti, e che il loro rapporto con l’Iran, se si concretizzerà, non li influenzerà essendo una forza patriottica che può allentare le tensioni, e non viceversa.

_81062129_yemen_houthi_controll_624_v2Note:
[1] L’Egitto sigla accordi per 36,2 miliardi di dollari in tre giorni
[2] Yemen. Le ultime notizie di domani… di Hedy Belhassine
[3] Il ritorno degli sciiti sulla scena yemenita
[4] al-Sisi: La sicurezza nel Golfo è la linea rossa ed è inseparabile dalla sicurezza egiziana
[5] L’Egitto bombarda lo Stato islamico in Libia e chiede sostegno internazionale
[6] L’Egitto spinge per un intervento internazionale delle Nazioni Unite in Libia

Nasser Kandil è un ex-deputato libanese, direttore di TopNews-Nasser Kandil e del quotidiano libanese al-Bina.
Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Qatar dietro la strage di Tunisi

Uno dei terroristi di Tunisi, era un attivista di al-Nahda
Karim Zmerli Tunisie Secret 19 marzo 2015

Si chiamava Sabar Qashnawi, in questa foto accanto ad Abdalfatah Muru, attuale Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale! Tale spettacolare attacco terroristico, che ha ucciso 23 persone, tra cui 18 turisti europei, avrebbero potuto essere evitato se certi quadri del ministero degli Interni avessero preso sul serio le informazioni fornitegli da un esperto di computer tunisino, esiliato in Francia.

7585833-11711322Il terrorista di al-Nahda Sabar Qashnawi con l’islamista “moderato” Abdalfatah Muru, attuale vicepresidente dell’Assemblea Nazionale. Foto scattata a Tunisi nel 2012.

Sabar Qashnawi e Yasin Labidi, i due individui che hanno guidato l’azione terroristica al Bardo e sono stati eliminati dalla polizia, erano entrambi originari di Sabatla nel governatorato di Qasarin. Amin Salama, giovane esperto d’informatica specializzato in cyber-terrorismo, li seguiva da mesi, come molti altri terroristi. Sono tornati dalla Libia meno di tre mesi fa, precisamente il 28 dicembre 2014, per nascondersi ad al-Tahrir, non lontano da Tunisi, presso un fruttivendolo dello stesso gruppo, l’Uqba Ibn Nafa, un nome diversivo perché tale cellula e i due terroristi uccisi, in realtà aderivano ad Ansar al-Sharia guidata da Sayfalah bin Hasin, alias Abu Iyadh. Entrambi i terroristi, insieme ad altri due complici ancora in libertà, si erano meticolosamente preparati all’azione. Dalla città Ibn Qaldun in cui Yasin Labidi si trovava, presero la metropolitana per il Bardo. Entrarono nel palazzo del Bardo dalla porta posteriore incustodita. Il loro primo obiettivo era l’Assemblea Nazionale, confinante con il museo. Contrariamente a quanto è stato detto da tutti i media, tra cui Tunisie Secret, non indossavano uniformi militari. Visti dai militari e dagli elementi della brigata responsabile della protezione dei VIP a guardia l’Assemblea nazionale, gettarono una granata e aprirono il fuoco. Dopo aver subito la replica delle forze di sicurezza, corsero nel parcheggio del Museo Bardo, dove immediatamente spararono su due autobus di turisti appena arrivati. In quel momento vi fu il maggior numero di morti e feriti. Presero in ostaggio alcuni turisti già rifugiati nel museo, poi liberati abbastanza rapidamente dalle forze speciali. Risultato immediato dell’azione terroristica: 23 morti, tra cui 18 turisti, di cui due francesi e 50 feriti alcuni dei quali in gravi condizioni. Tra le vittime Najat, tunisina madre di tre figli che lavorava al museo, e Ayman Morjan, un agente della polizia.
Tale spettacolare azione terroristica si sarebbe potuta evitare se certi quadri del ministero dell’Interno avessero preso sul serio i tracciati di Amin Salama degli ultimi due mesi. Ciò si sarebbe potuto evitare se la legge antiterrorismo del 2003 fosse stata in vigore e se i terroristi di ritorno dalla jihad in Siria e Iraq fossero stati neutralizzati una volta in Tunisia. Dopo un soggiorno nei campi di addestramento libici supervisionati da Qatar e Turchia, Sabar Qashnawi andò a combattere in Siria. Ciò che non è stato detto nei media è che Sabar Qashnawi era un militante di al-Nahda, relativizzando la dichiarazione di Rashid Ghanushi che condanna l’attentato “con cui volevano minare la giovane democrazia tunisina“! Anche il Qatar è stato il primo Paese a condannare l’attentato! Peggio, due anni fa l’islamista “moderato” Sabar Qashnawi posava con l’islamista “molto moderato” Abdalfatah Muru, che recentemente ha visitato il Gran Mufti della NATO e supremo imam del jihadismo transnazionale Yusif Qaradawi, padre spirituale del precedente e attuale emiro del Qatar. Casualmente la pagina facebook di Sabar Qashnawi è scomparsa poche ore dopo l’attentato. Non poteva averla disattivata lui dato che era già morto e identificato dalla polizia. Quindi è evidente che gli attivisti di al-Nahda hanno rimosso la compromettere pagina facebook. Purtroppo per loro, gli scienziati informatici di Tunisie Secret hanno avuto il tempo di registrarne informazioni e immagini contenute, tra cui quelle sul pranzo di Sabar Qashnawi con Abdalfatah Muru, pubblicate qui.

Rashid Ghanushi e Abdalfatah Muru

Rashid Ghanushi e Abdalfatah Muru

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Arabia Saudita rispolvera i legami con il Pakistan

MK Bhadrakumar Indian Punchline 6 marzo 2015

Nawaz Sharif

Nawaz Sharif

I media pachistani potrebbero essere devastanti nel criticare la leadership del Paese. Tuttavia, era eccessivo suggerire che il primo ministro Nawaz Sharif sarebbe stato “convocato” a Riyadh per una lavata di capo dal re Salman bin Abdulaziz. Sharif compie una visita di Stato in Arabia Saudita, tuttavia la storia della convocazione non è priva di credibilità, nella misura in cui i fraterni legami saudita-pakistani sono traviati ultimamente da alcune dichiarazioni e allusioni strani e chiarimenti pubblici sul finanziamento saudita di organizzazioni sunnite in Pakistan. Nel frattempo, la correzione di rotta del Pakistan verso i gruppi islamisti già interessa parte di tali progenie saudite. I media pakistani riferivano che Abdo-Sattar Rigi, il capo di Jundollah, gruppo terrorista wahabita legato ai sauditi che indulgeva in attività sovversive della provincia del Sistan-Baluchistan, al confine con il Pakistan, veniva arrestato in un’operazione nei pressi di Quetta. Anche in questo caso, fonti pakistane rivelavano che il cugino di Rigi, Rigi Salam che guidava l’organizzazione wahabita Jaysh al-Adi era stato anche arrestato. Il Pakistan apparentemente reagisce al Jundollah, che ha intrapreso orribili attacchi transfrontalieri contro l’Iran dalle basi in Pakistan, negli ultimi anni. Senza dubbio, Teheran è felice e vuole l’estradizione dei cugini Rigi. Pertanto, guardando in un certo modo l’invito saudita a Sharif, può darsi effettivamente che Riyadh sia agitata. Usando una metafora, il venditore saudita potrebbe fare un’offerta al tossicodipendente, vendendogli droga con grandi sconti. In ogni caso, i media detrattori di Sharif sono storditi fino al silenzio, mentre i sauditi l’accoglievano con tappeti rosse e re Salman, accompagnato dal seguito dei vertici, che personalmente lo salutava all’aeroporto di Riyadh; un gesto raro. Quali potrebbero essere le intenzioni saudite? A mio avviso, si tratta di politica regionale. Le politiche estera e di sicurezza saudite affrontano una crisi senza precedenti mentre i colloqui USA-Iran si avvicinano al traguardo entro la fine del mese. Lo scenario da incubo, nel calcolo saudita, si avvera; Riyadh sta per perdere lo status fondamentale nelle strategie degli Stati Uniti in Medio Oriente. Un’era iniziata con l’appuntamento storico tra il Presidente Franklin Roosevelt e re Faysal ad Alessandria nel 1945 volge al termine, dopo 70 anni di stretta alleanza.
Ci sono profonde implicazioni e i primi segni appaiono nel tacito accordo tra Stati Uniti e Iran per sconfiggere e distruggere lo Stato islamico in Iraq. L’intesa potrebbe allargarsi in altre aree di stabilizzazione, Iraq, Siria, Libano, Yemen e così via, una volta che i protagonisti iniziano a condividere pensieri e punti di vista sui problemi maggiori della trasformazione della regione. Il punto è, nonostante la propaganda statunitense che demonizza l’Iran (guidata dalla lobby israeliana negli Stati Uniti), Washington è abbastanza scaltra da capire che l’Iran è un alleato naturale nella stabilizzazione del Medio Oriente e che la normalizzazione statunitense-iraniana consente inoltre all’Iran di comportarsi da Paese ‘normale’. Il nocciolo della questione è che per l’Arabia Saudita (e Israele), la normalizzazione USA-Iran li priva dell’alibi della politica della paura. Se per Israele la sfida ora è che non ha ormai nessuna scusa per rifiutarsi di affrontare il problema palestinese, per l’Arabia Saudita la situazione riguarda il potenziamento popolare della riforma e della modernizzazione. In ogni caso, i sauditi non si aspettavano che gli Stati Uniti si attaccassero al collo o spargessero sangue statunitense per puntellare il regime di Riyadh (o Manama) e che gli Stati Uniti preferiscono una possibile transizione ordinata, in Arabia Saudita o altri Stati sunniti del Golfo, a successivi regimi moderati e disposti a ragionare con l’occidente con spirito cooperativo.
Arrivando al Pakistan. Il regime saudita ha sempre contato su esso per avere i pretoriani del regime, in caso di bisogno. Notizie iraniane suggeriscono che ci potrebbero essere 100000 pakistani attivi nella sicurezza in Arabia Saudita. La visita di Sharif è stata frettolosamente organizzata prima del viaggio regionale del presidente cinese Xi Jinping, che lo porterà in Pakistan e Iran. Ora, il viaggio di Xi giunge a un momento cruciale per Pechino, l’iniziativa ‘Cintura e Via’. I primi megaprogetti della Via della Seta nel circuito asiatico sud-occidentale potrebbero benissimo essere svelati durante la visita di Xi. I sauditi sicuramente comprendono che il gasdotto Iran-Pakistan sia eminentemente un progetto ‘vantaggioso per tutti’ del programma ‘Cintura e Via’. L’Arabia Saudita ha sempre visto il gasdotto per l’Iran in termini a somma zero, temendo che tale collaborazione strategica nella sicurezza energetica tra Islamabad e Teheran possa eroderne l’influenza regionale.
In sintesi, i sauditi ritengono sia il caso che il Pakistan ricambdi, e re Salman conta sull’obbligo di Sharif di ricambiare la passata buona volontà di Riyadh durante i suoi anni d’esilio. Il clan Sharif ha anche ampi interessi economici in Arabia Saudita. In realtà, Sharif è accompagnato in questa visita dal fratello Shahbaz Sharif, primo ministro della provincia del Punjab.

0,,6411198_4,00Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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