Le guerre di quarta e quinta generazione arrivano sui teatri europeo e mediorientale

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 21/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I senatori statunitensi Chris Murphy e John McCain, e il capo del partito neo-nazista ucraino Svoboda, Oleg Tjagnibok.

I senatori statunitensi Chris Murphy e John McCain, e il capo del partito neo-nazista ucraino Svoboda, Oleg Tjagnibok.

Statunitensi, inglesi, canadesi e altri militari occidentali addestrano le forze ucraine che includono gangster neonazisti di Ucraina e altre parti d’Europa, e il sostegno di NATO/CIA all’addestramento in Turchia e Giordania fornito ai jihadisti islamisti di Stato islamico, al-Nusra e al-Qaida, sono l’applicazione sul campo di battaglia delle tattiche della guerra di 4.ta generazione (4GW) e di 5.ta generazione (5GW) dei think tank di Pentagono e Central Intelligence Agency. Le 4GW/5GW riguardano principalmente l’uso dei cosiddetti “attori violenti non statali” (VNSA). Nel caso dell’Ucraina, questi, con l’integrazione dei battaglioni neonazisti nell’esercito ucraino regolare, sono divenuti “attori violenti statali” o VSSA. Il concetto di 4GW fu redatto da un gruppo del collegio di guerra del Pentagono alla fine degli anni ’80, per descrivere la minaccia degli insorti VNSA negli Stati falliti. Dopo aver affinato il concetto di 4GW, il mondo affronta gruppi come SIIL e derivati annidatisi negli Stati falliti come Yemen, Siria, Iraq, Afghanistan e Libia, grazie all’intervento militare e d’intelligence delle amministrazioni repubblicane e democratiche degli USA, minacciando la stabilità regionale e globale. La nomina del capo della milizia neo-nazista ucraina Dmitrij Jarosh a consulente del Comandante in Capo delle Forze Armate Viktor Muzhenko e l’integrazione dei gangster della milizia neo-nazista nell’esercito ucraino è un chiaro esempio di VNSA divenuti VSSA. Ciò è anche il passo di CIA e NATO dalla 4GW alla molto più pericolosa 5GW, in cui organizzazioni criminali, hacker e terroristi statali hanno un ruolo significativo. Jarosh ebbe un ruolo significativo nella rivolta “Euromajdan” che rovesciò il governo eletto ucraino con un colpo di Stato nei primi mesi del 2014. Una situazione simile esiste con lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (SIIL), il cui auto-proclamato “califfo” Abu Baqr al-Baghdadi fu visto nel nord della Siria in compagnia di politici neo-conservatori come John McCain e ufficiali di collegamento dell’ambasciata USA ad Ankara e della CIA. In ciò che è un cattivo auspicio per la sicurezza globale, Jarosh è divenuto un culto tra i capi neo-nazisti, così come numerosi nazionalisti ucraini, in particolare a Lvov, che collaborerebbro con i volontari del SIIL provenienti dai fronti siriano e iracheno. Jarosh e al-Baghdadi, una volta prigioniero delle forze di occupazione statunitense, sono VNSA da manuale. Jarosh è diventato un VSSA mentre le connessioni di al-Baghdadi con il “Milli Istihbarat Teshkilati” (MIT), l’Organizzazione Nazionale dell’Intelligence, e con il “Muqabarat al-Ama”, Direzione Generale dell’Intelligence saudita, indicano che anche lui è passato da VNSA a VSSA.
lead_large Le reclute neonaziste e del SIIL si battono per entità quasi-statali pesantemente coinvolte nella criminalità organizzata internazionale. Il regime ucraino si basa sul supporto di oligarchi come l’ucraino-israeliano Igor Kolomojskij, a capo di una mafia in Ucraina e all’estero. Gli irregolari dello Stato islamico giurano fedeltà a un califfato che sequestra persone, traffica le antichità saccheggiate (a volte in concerto con organizzazioni criminali ucraine e israeliane), infiltra reti informatiche e deruba banche. Organizzazioni criminali e VNSA/VSSA sono al centro della 5GW. Alcuni esperti vedono la 5GW come combinazione di barbarie e guerriglia. Certo, sotto tale definizione, decapitazioni e stragi del SIIL in Libia, Siria e Iraq e gli omicidi ben pianificati dai gangster statali di politici e giornalisti in Ucraina, critici del regime Kiev, seguono i piani dettati dalla 5GW. Un organigramma del SIIL recuperato dal campo di battaglia in Iraq e pubblicato da “Der Spiegel” rivela che il SIIL agisce come un servizio segreto. Ciò non dovrebbe sorprendere se si considera che tra i padroni del SIIL vi sono i servizi di sicurezza di Arabia Saudita e Turchia, agendo con più dei semplici “ammiccamenti e cenni” da CIA, MI-6 e Mossad. Il SIIL è affiliato all’“Esercito libero siriano” addestrato e armato dagli USA, in gran parte formato da leali ad al-Nusra, al-Qaida e SIIL. Gli ascari sauditi che combattono i ribelli huthi nello Yemen sono affiliati ad “al-Qaida nella penisola arabica” (AQAP) che ha saccheggiato con piacere dalle armerie abbandonate da Sana, a Muqala, Taiz e Aden, le armi statunitensi fornite ai passati regimi yemeniti. AQAP ha assaltato Muqala nello Yemen del Sud, liberando dal carcere il sedicente emiro dell’AQAP della provincia di Abyan, Qalid Batarfi. Non solo al-Baghdadi s’è guadagnato un altro alleato nello Yemen, ma i sauditi hanno un altro capo jihadista da usare per combattere gli huthi. L’armamento dell’AQAP con armi statunitensi catturate nello Yemen rispecchia la cattura da parte del SIIL delle armi statunitensi dalle basi abbandonate dell’esercito iracheno nelle regioni settentrionali ed occidentali dell’Iraq. Gli Stati Uniti sono i primi responsabili dell’inondazione di armi leggere in Medio Oriente, più di qualsiasi altra nazione. Tuttavia, permettendo a gruppi come SIIL e AQAP di armarsi, il Medio Oriente entra in una 5GW in piena regola.
8736718 E’ stato recentemente rivelato che i guerriglieri siriani che “catturarono” il corrispondente della NBC Richard Engel e il suo team nel 2012, non erano sciiti fedelissimi del presidente siriano Bashar al-Assad, come originariamente riportato dalla NBC, ma dell’Esercito siriano libero filo-USA. Engel mentì consapevolmente dopo il suo rilascio: “Penso di avere una buona idea di chi siano (i sequestratori). È un gruppo noto come Shabiha, milizia governativa. Costoro sono fedeli al Presidente Bashar al-Assad. Sciiti che parlavano apertamente della loro fedeltà al governo, esprimendo apertamente la loro fede sciita. Sono addestrati dalla Guardia Rivoluzionaria iraniana e sono alleati di Hezbollah”. Le dichiarazioni di Engel erano totalmente false, ma NBC News le diffuse. Engel inoltre spargeva la propaganda israeliana secondo cui Hezbollah e Iran erano i principali responsabili della guerra civile siriana. Se non fosse stato per il rovesciamento per mano USA e NATO della Libia di Muammar Gheddafi, il Boko Haram in Nigeria non potrebbe avere le armi dai jihadisti che hanno proclamato l’emirato nella Libia orientale. Infatti, i jihadisti libici e nigeriani hanno giurarono fedeltà allo Stato islamico di al-Baghdadi. Il presidente della Nigeria Goodluck Jonathan, aspramente criticato per non fare abbastanza per arginare Boko Haram, poi sconfitto alle elezioni, tuttavia raccolse enormi quantità di aiuti militari statunitensi grazie allo “spauracchio” del Boko Haram. L’inazione di Jonathan ha portato Boko Haram ad essere non solo una minaccia per il nuovo governo nigeriano di Muhammadu Buhari, ma anche per i vicini Niger, Camerun e Ciad. Tutto ciò ovviamente rientra nella strategia della 5GW dell’US Africa Command per l’Africa, continente divenuto fonte importante di materie prime per la macchina da guerra degli Stati Uniti.
Con la decisione del Pentagono di armare i neo-nazisti integrati nell’esercito ucraino, i pianificatori militari di Stati Uniti e NATO hanno ora intrapreso la pericolosa strada della 5GW. Oggi, VNSA come le bande neonaziste di Ucraina e altri Paesi europei, e i jihadisti islamici che da tutto il mondo aderiscono a Jabhat al-Nusra e altri gruppuscoli allineati allo Stato Islamico, passano da VNSA a VSSA. La “dottrina Obama”, in parte basata sull’intervento nelle nazioni destabilizzate, ha permesso l’introduzione della 5GW sulla scena mondiale.

Al-Baghdadi, pimo a sinistra, McCain primo a destra.

Al-Baghdadi, pimo a sinistra, McCain primo a destra.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Obama eredita la guerra yemenita dell’Arabia Saudita

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 10 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraYemenL’intervento militare saudita sostenuto dagli USA nello Yemen entra in una fase pericolosa. Chiaramente, gli attacchi aerei sauditi, guidati dai servizi segreti e con logistica degli USA, non hanno avuto alcun impatto, finora, sulla campagna di Ansarullah per prendere il controllo della città portuale di Aden. Ma il Pakistan potrebbe aver inferto un colpo mortale alla campagna statunitense-saudita. Il parlamento del Paese ha chiesto all’unanimità che il Pakistan rimanga neutrale nel conflitto nello Yemen, tranne nell’eventualità improbabile che l’integrità territoriale dell’Arabia Saudita sia violata. In termini operativi, ciò significa che il Pakistan non parteciperà a un qualche attacco via terra allo Yemen, che a sua volta significa che l’intervento saudita sarà seriamente limitato dato che esperti ed analisti militari dubitano dell’efficacia saudita nell’ottenere risultati validi con i soli attacchi aerei. Senza il Pakistan, la tanto decantata “coalizione” saudita diventa un macabro scherzo. Si legga l’articolo del Guardian qui, sull’effettiva composizione della cosiddetta coalizione saudita. E’ fuori discussione che il feldmaresciallo egiziano Abdalfatah al-Sisi abbia dimenticato che l’Egitto di Nasser si bruciò le dita nello Yemen. A dire il vero, l’Iran continuerà a fare pressioni sull’Arabia Saudita. La Guida Suprema Ali Khamenei ha usato eccezionalmente un linguaggio duro per condannare l’intervento saudita nello Yemen, definendolo “genocidio”. Naturalmente, l’intervento iraniano diretto nello Yemen è da escludere. L’Iran non ricorre all’avventurismo militare. (Leggasi il mio Yemen: si muove la diplomazia dell’Iran). In ogni caso, l’Iran lentamente e costantemente cuoce la leadership saudita nel bollente calderone yemenita. Gli huthi possono far mangiare la polvere ai sauditi, come Khamenei ha avvertito. Teheran potrebbe decidere che la debacle in Yemen aggraverebbe la lotta nella Casa dei Saud e le riforme delle arcaiche strutture di potere del Paese potrebbero divenire inevitabili, in particolare rafforzando le oppresse comunità sciite nelle province confinanti con lo Yemen.
Tutto ciò costringe l’amministrazione Obama a una correzione, gli Stati Uniti potrebbero considerare tale guerra come propria in un futuro molto prossimo. L’unica cosa buona per Washington, finora, sono i sauditi che velocemente esauriscono le scorte militari e un ordine miliardario per altri acquisti di armamenti statunitensi è sicuramente previsto. Ciò, a favore di Obama, crea molti nuovi posti di lavoro nell’economia statunitense. Ma c’è uno scenario cupo, altrimenti. Gli Stati Uniti speravano contro ogni aspettativa che il Pakistan svolgesse il tradizionale ruolo di coolie delle strategie regionali degli Stati Uniti. Ora, gli Stati Uniti non hanno altra alternativa che un diretto interventismo per salvare il prestigio dell’alleato chiave, la Casa dei Saud. Ma è dubbio che Obama inizi una guerra nello Yemen coinvolgendo forze statunitensi. La cosa più intelligente sarebbe teleguidare la guerra saudita e capitalizzarla politicamente. Allo stesso modo, per ora c’è la consapevolezza che in realtà non si tratta di un conflitto tra sunniti e sciiti, ma di lotte fratricide per l’emancipazione politica. Gli huthi sono zayditi sciiti, ma dottrinalmente più vicini ai sunniti. Ciò che accade nello Yemen è l’inevitabile ricaduta della primavera araba fallita quattro anni fa.
Stati Uniti e Arabia Saudita pagano un prezzo pesante per manipolare la trasformazione democratica dello Yemen e il loro errore d’imporre un nuovo fantoccio al potere al posto dello screditato vecchio burattino dei sauditi Muhamad Salah. Tutto sommato, il conflitto nello Yemen diventa la principale crisi regionale dell’amministrazione Obama. La cosa migliore sarà avviare una mediazione guidata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU. Obama dovrebbe discutere la questione dello Yemen con i suoi omologhi del Consiglio di sicurezza dell’ONU e cercare un consenso. Il tempo è l’essenza della questione, tanto più che al-Qaida è in attesa dietro le quinte. Dopo tutto ciò che è accaduto, è praticamente impossibile insediare un altro fantoccio dei sauditi a Sana. Un accordo inclusivo per condivisione il potere con gli huthi è inevitabile, se si cerca una pace duratura. Non sarà un male se accade, non per la profonda politica tribale del Paese. Con le vittime civili che aumentano di giorno in giorno, lo Yemen potrebbe presto subire un’ondata di sentimenti anti-sauditi, che potrebbe rivelarsi il Vietnam del regime saudita. Si legga l’ottimo commento sulla rivista Foreign Policy.537950F0-6E55-4AAE-B8D6-29D48AB59D22_mw1024_s_nTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’aggressione saudita allo Yemen è fallita

Viktor Titov New Eastern Outlook 08/04/2015sanaaSullo sfondo del conflitto in Yemen e dei massicci bombardamenti delle forze aeree saudite, s’iniziano a notare i segnali secondo cui le parti coinvolte potrebbero presto cercare una soluzione politica al conflitto. Due settimane di raid aerei hanno dimostrato che la coalizione araba è impotente verso gli huthi senza forze sul terreno, ma un’operazione via terra è troppo rischiosa per essa. Solo un Paio di Stati, Egitto ed Arabia Saudita, è disposto a fornire truppe per l’assalto allo Yemen, ma le scaramucce sul terreno montagnoso, seguite dalla guerriglia, causerebbero numerose vittime tra gli invasori, rischiando la sconfitta militare della coalizione o anche un possibile colpo di Stato nei suddetti Stati, dato che le posizioni dei regimi egiziano e saudita sono seriamente indebolite per vari motivi. Nel frattempo, gli huthi fiduciosamente avanzano, prendendo il controllo di nuovi territori a sud. Ora controllano le principali città del Paese, tra cui i più importanti porti di Aden e Hudaydah. Ciò rende una possibile operazione di sbarco estremamente impegnativa per le forze della coalizione mettendo alle corde Arabia Saudita, Qatar e altri sostenitori di Abdurabu Mansur Hadi, dato che non possono più creare una testa di ponte che gli avrebbe consentito di nominare una capitale provvisoria con una sorta di “governo legittimo”. E’ curioso che da qualche giorni i media di Riyadh siano occupati a diffondere la voce che i militari sauditi verrebbero aiutati dai marines degli Stati Uniti in future operazioni di sbarco. Ciò sembra beffardo dato che, nella situazione attuale, Barack Obama non avrebbe mai il coraggio d’inviare soldati statunitensi a morte certa. Ma nonostante il successo degli huthi sul campo di battaglia, non rifiutano la possibilità di negoziati pacifici sapendo che, prima o poi, dovranno dialogare con gli attori stranieri per legittimare il loro potere. Inoltre, hanno anche dichiarato la volontà di avviare il dialogo politico nello Yemen, ma a condizione che Mansur Hadi non sia più il capo del Paese. Fuggito dallo Yemen, portato via dalle forze saudite, è un traditore del Paese agli occhi degli huthi. I leader degli huthi non sono disposti a perdonare facilmente il fatto che seguirono le condizioni che aveva imposto prima della guerra, mentre i negoziati erano seguiti dal consigliere speciale delle Nazioni Unite Jamal Benomar, a cui subito seguì la guerra.
In questa fase il miglior affare per l’Arabia Saudita sarebbe un cessate il fuoco con gli huthi. Fughe di informazioni suggeriscono che i ribelli sciiti potrebbero ritirare le proprie forze da Aden e alcune province del sud, dove verranno sostituite dalle forze armate regolari yemenite a loro fedeli. Allora sarà possibile riprendere il dialogo nazionale tra tutte le forze politiche yemenite, interrotto dalla guerra, sotto l’occhio vigile del consigliere speciale delle Nazioni Unite Jamal Benomar. Ma prima le parti dovranno scegliere il luogo per i negoziati. E’ chiaro che gli huthi preferiscono discutere fuori dalla regione, per esempio a Mosca che si oppone all’aggressione allo Yemen, anche se senza dubbio sauditi e statunitensi insisteranno su una capitale araba o europea. In ogni caso, è chiaro che i ribelli sciiti s’impegneranno nei colloqui di pace solo quando l’Arabia Saudita abbandonerà i piani per altri attacchi aerei. Il funzionario huthi Salah al-Samad ha dichiarato il 6 aprile che il gruppo non ha condizioni per i negoziati tranne che la fine dell’aggressione. Inoltre, il problema della crescente influenza di al-Qaida in Yemen, rafforzata dai bombardamenti sauditi, dev’essere affrontato. Le forze radicali hanno potuto occupare la grande città portuale di al-Muqala nel sud, liberando tutti i terroristi dalle carceri locali, alcuni dei quali indicati dagli Stati Uniti come i più pericolosi della regione. Inoltre, la città è stata ora proclamata capitale dello Stato islamico in Arabia. L’unica domanda è se Riyadh sarà disposta a perseguire la soluzione pacifica del conflitto. Gli attacchi aerei aumentano ogni giorno anche se non hanno danneggiato seriamente gli huthi. Dall’avvio dell’operazione il 26 marzo, oltre 500 persone state uccise; la maggior parte delle vittime sono civili. I piloti sauditi hanno distrutto diversi depositi, posti di comando, lanciamissili Scud, obsoleti mezzi antiaerei e aerei da combattimento. Ma ciò non può influenzare le forza degli huthi e delle truppe fedeli al loro alleato, Ali Abdullah Salah.
Tutto ciò irrita estremamente il nuovo re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud, che si crede il nuovo leader pan-arabo alla pari di Jamal Abdal Nasir e Sadam Husayn. Nel frattempo, la situazione nel regno peggiora sempre più. Le tribù locali sono contrariate da guerra e calo dei ricavi per la caduta dei prezzi del petrolio. Pertanto, non è un caso che i sauditi abbiano iniziato a rialzarli. Nel frattempo, uno scontro tra sciiti e polizia si è verificato nella provincia orientale del regno saudita, con gravi perdite. Gli esperti sottolineano la possibilità di manifestazioni della popolazione sciita saudita, disposta a mostrare solidarietà agli huthi. La situazione rimane piuttosto tesa anche in Bahrayn. Ma le scintille esploderebbero prima sul confine saudita-yemenita, abitato da tribù yemenite che da sempre combattono i funzionari di Riyadh. Così il conflitto in Yemen prende una nuova dimensione che va ben oltre i suoi confini, ed è chiaro che finché gli huthi prevalgono mentre la coalizione non può sostanzialmente fare nulla, i sauditi presto saranno costretti a negoziare con lo Yemen, secondo una risoluzione delle Nazioni Unite.CBguaOAXIAAlSexViktor Titov, Ph.D, è un commentatore politico sul Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Giornata nera alla roccia nera: i palestinesi all’ultima spiaggia, o aiutano la Siria e il Baath o spariscono

Ziad al-Fadil, Syrian Perspective 6 aprile 2015CB68JiSWAAAlP5nSe un movimento di liberazione sembra un accordo finanziario, questo è il movimento di liberazione palestinese. Non importa ciò che i palestinesi dicono di se stessi; con un clamore troppo ostentato per un rispetto immeritato poiché, come si suol dire, hanno il più alto livello d’istruzione pro-capite del mondo e più importanti conquiste dell’auto-vittimizzazione rispetto a nativi americani, armeni, ebrei e tartari della Crimea. Anche il nome, al-Fatah, descrive la discesa di un popolo dai picchi del diritto all’ipocrisia dell’auto-immolazione in una tragedia granguignolesca perché, come vedrete, al-Fatah è un acronimo così moribondo che puzza di morte, quasi come se il nome sia stato inventato da un sionista su incarico di certi sauditi che si crede discendano dagli ebrei Qaybar d’Arabia. Ecco cos’è: al-Fatah deriva da Haraqat al-Tahrir al-Watani al-Filastini, il cui acronimo è Hataf, che significa “morte”, non proprio incoraggiante per i volontari provenienti dai numerosi campi profughi che punteggiano i confini arbitrari della Palestina storica. Beh, i palestinesi intelligenti decisero di sistemare le lettere (metatesi) capovolgendo “Hataf” in “Fatah” che (mutatis mutandis), significa “conquista” o “apertura”, molto meglio, anche se col retrogusto sgradevole di sapere il vero acronimo e dove tale movimento va a parare. Fin dall’inizio della tragedia, il Movimento di liberazione palestinese venne sussunto dal grandioso Movimento di liberazione arabo guidato da demagoghi carismatici come Jamal Abdal Nasir in Egitto e Huari Bumidiyan in Algeria, fino al fallimento del nazionalismo arabo nella debacle del giugno 1967, quando i palestinesi capirono che non c’era la reale speranza di ritornare in patria, al minimo, o di liberarla completamente, al massimo. Il mondo arabo era troppo fragile, troppo dilaniato dal settarismo, troppo oberato da sconvolgimento sociale, cupidigia, ideologie altisonanti radicate nel primo marxismo, leninismo, trotskismo, maoismo e tutte gli altri ossessioni-ismi europeidi, con chiacchierate in società, concerti rap e sciocchezze da sala biliardo dell’università americana di Bayrut. Decisero di fare da sé. Quando gli arabi cercavano di affiancarli, imploravano di non adottare la modalità dei vendicatori. Dall’orribile guerra del 1967 i palestinesi non riuscirono ad acquisire nuovi diritti, benefici o terre. Al contrario, i loro diritti furono strangolati dal regime sionista guidato da neonazisti come Yitzhak Shamir (Icchak Jeziernicky), Menahem Begin (Mieczyslaw Biegun) e Benjamin Netanyahu (Benjamin Mileikowski). I loro diritti furono radicalmente ridotti arrivando a servitù involontaria, servilismo e alla strana sensazione di essere ancora vivi. Le loro terre? Beh, ricorda solo l’incredibile contrazione del bastoncino di zucchero. Tutto ciò era terribile, non avevano dove andare.
SYRIA PEACE CYCLING TOUR ISRAEL Fin dall’inizio, la loro leadership fu irresponsabile, ondivaga e amorale. Quando Yasir Arafat, il loro iconico capo la cui diversità comportamentale difficilmente si distingueva da quella degli animali domestici, disse di aver permesso ai suoi collaboratori di rubare e accettare tangenti in modo da essere sazi e leali, diceva al mondo che la rivoluzione palestinese si era magicamente trasformata in una sorta di versione levantina della mafia di New York o della dogana dell’aeroporto di Bayrut. Furono così danneggiati che negli anni ’70 al-Fatah e OLP crearono la Qiyadat al-Qifah al-Musalah al-Filastini, una specie di polizia militare il cui compito era monitorare le trasgressioni nei propri ranghi. Come è andata a finire, non c’era nessuno a controllare il controllore e la corruzione divenne ancora più pervasiva in Libano, creando infine acrimonia continua e quindi la guerra civile. In Giordania, dove i palestinesi furono sconfitti nel settembre 1970 (settembre nero) dal regime hashemita supportato da sionisti e USA, o in Libano dove la loro presenza infastidiva le trincerate oligarchie maronite filo-occidentali, o in Siria dove, poi, divennero il bersaglio dei fanatici wahabiti, la loro fu una vita di continua rovina, degrado e masochismo imperturbabile. Ascoltandone i capi di oggi, Mahmud Abbas o Sayb Urayqat, la cui unica realizzazione è la biancheria da letto di Tzipi Livni, si potrebbe pensare che dovremmo stappare le bottiglie di Veuve Clicquot per un brindisi. E se si è fortunati, stappare bottiglie di Huis Clos. Infine conclusero il gioco nel successivo abominio dei cosiddetti vertici della Lega Araba che a malapena li cita, relegandoli allo status di terza classe, non diverso da quello sotto il tallone dei criminali sionisti. I palestinesi negoziarono lo “status speciale” nei Paesi arabi, dove i loro campi rimangono off-limits ai “regimi” arabi. L’esercito libanese da sempre molesta i funzionari del campo per avere qualche favore, qualche atto di rispetto. Che fosse il campo di Ayn al-Hilwa nel sud del Libano, o di Nahr al-Barid a nord dove l’esercito libanese assediò la banda omicida di Shaqir al-Absi, o di Baqah in Giordania, o qualunque enclave in cui fossero riusciti ad infilarsi, ricordando la loro dipendenza dagli inetti arabi, protessero la loro “rivoluzione” con una ferocia raramente dimostrata contro il peggiore degli oppressori. Vedete, quando il killer sionista e i suoi alleati in Libano vollero entrare a Sabra e Shatila, non negoziarono per nulla. Entrarono e massacrarono più di 3000 palestinesi. Ma non avete vissuto per vedere Yasir Arafat a Damasco scuotere la testa dimostrando finta repulsione con l’ex-vicepresidente siriano, traditore disgraziato e catamita dei francesi Abdulhalim Qadam, mentre guardavano in TV i corpi di famiglie palestinesi uccise da Samir Geagea e dai drogati di Eli Hobayqa, con l’ufficiale sionista Amir Drori che schioccava le labbra di soddisfazione. Indimenticabili. Diedi un gancio destro al muro più vicino rompendone l’intonaco. Arafat si faceva solo gli affari suoi.
Campo Yarmuq fu aperto nel 1958 e divenne un sobborgo di Damasco. Vi vivono per lo più palestinesi e alcune famiglie siriane, ed è esclusivamente sunnita, perché non potrebbero fare altrimenti! Considerando che una volta erano capanne fatiscenti, oggi vi sono appartamenti, boutique, mercati e altri indizi dell’intraprendenza finanziaria palestinese. Ma è anche un campo off-limits per l’esercito siriano, a meno che l’Autorità palestinese non tolga il divieto d’ingresso, ma s’è rifiutata di farlo perché la PA è un’organizzazione settaria al servizio dello Stato sionista, che blandisce gli statunitensi e coccola gli scimmioni trogloditi arabi. Vedete, quando si tratta di Mammona, non c’è peggiore supplicante del cosiddetto rivoluzionario palestinese. Tre giorni fa gli invasori del gruppo terroristico saudita-statunitense SIIL, aiutati dai nuovi alleati del gruppo terroristico saudita-statunitense Jabhat al-Nusra di al-Qaida, sono entrati da sud, dalla zona di Hajar al-Aswad (la roccia nera) nel campo Yarmuq, intrappolando 20000 abitanti e imponendo il loro nichilismo soffocante, nella canonica forma di un diritto adatto alle tribù del 10000 a.C. della valle di Olduvai. Fortunatamente, 2000 donne e bambini sono fuggiti verso l’esercito siriano che assedia il campo; l’esercito del governo legittimo della Siria ha rapidamente messo in sicurezza i profughi ad al-Tadamun e al-Zahiriya. L’esercito siriano ha ormai circondato il campo, manovrando per facilitare l’espulsione dei terroristi da Hajar al-Aswad. Una delle ragioni dell’attacco furono le informazioni ricevute dai terroristi secondo cui i palestinesi avevano stipulato tra loro un qualche patto per togliersi di mezzo gli ultimi cannibali nichilisti rimasti. I ratti non volevano nulla di tutto ciò e decisero di rendere la vita dei palestinesi ancora più miserabile di quanto i maroniti di destra libanesi e il loro padrone, l’Abominio sionista, avessero mai fatto.
Popular-Front-for-the-Liberation-of-Palestine-general-command Allora, di chi è la colpa di quest’ultimo fiasco? Si può accusare l’Esercito Arabo Siriano cui la miserabile e mercenaria PA non permise di entrare nel campo? Si possono accusare i selvaggi terroristi per la voglia istintiva di fare del Dio dell’Islam una specie di mostro patogeno? Oppure si può accusare la fallimentare leadership prostituita dei palestinesi, per aver trascinato in tale miseria coloro che guardano alla PA come una sorta di centro di gravità, e fors’anche come governo capace di prendere decisioni razionali volte ad alleviarne le sofferenze? Decisioni razionali? Considerando che il movimento sionista non teme di promuovere organizzazioni internazionali, gruppi di riflessione, associazioni di consulenza ed altri centri ebraici per raccogliere le conoscenze necessarie per mantenere il suo Stato-Ghetto sionista, i palestinesi, con tutto le loro arie sul maggiore numero pro-capite di laureati, non hanno bisogno di tali organizzazioni, gruppi di riflessione o associazioni. Al diavolo, la leadership palestinese è così straordinariamente abile nelle forme più profonde di pensiero politico che l’infusione di ulteriori consigli, conoscenze e aiuto dai geni della diaspora sarebbe superflua, quasi patetica. Con Abbas e Urayqat al timone, i palestinesi non rischiano il successo; fallimento e frustrazione sono sempre dietro l’angolo. Come Robert Gates disse una volta, “i palestinesi non si lasciano sfuggire l’occasione di perdere una chance“.
Il governo siriano, per decenni, ha dovuto intercettare il campo palestinese attraverso una serie di sotterfugi, creando al-Sayqa, risposta siriana a Fatah al-Asifa. Al-Sayqa era una milizia palestinese con molti ufficiali siriani. Poté agire nel campo e trasmettere informazioni su ciò che i palestinesi facevano sul piano militare. Un altro era il ramo palestinese dell’intelligence generale siriana che controllava e gestiva centinaia di residenti palestinesi in Siria e che avevano il compito di riferire sulle questioni relative alla “rivoluzione”. Altre fonti d’informazione furono il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Comando Generale) guidato dal capitano dell’esercito siriano Ahmad Jibril, palestinese di Yazur, Palestina, il cui interesse per l’ideologia era parallela all’interesse di un coccodrillo nel farsi spuntare le ali per volare. Jibril era ossessionato dalle dottrine militari, non da Marx, Lenin o Mao. Ogni volta i palestinesi rigettarono gli sforzi siriani per portare la rivoluzione nell’ambito del pensiero nazionalista arabo. Vi furono momenti in cui palestinesi, per motivi che possono essere imputabili solo a stupidità o settarismo, in realtà cercavano il conflitto con l’unica nazione araba il cui impegno per la Palestina era inattaccabile. Oggi, con il campo ancor più in frantumi con l’arrivo delle forze demoniache filo-saudite, la PA dev’essere dura con se stessa e decidere da che parte stare sul serio. Se sarà con gli Stati Uniti, continuerà a subire sconfitte. Non si rivolga a chiedere aiuto alla Lega araba, che ha sospeso l’adesione della Siria. Se sarà dalla parte dei sauditi, allora al diavolo la Palestina, perché è una causa persa. L’Arabia Saudita non è diversa dalla spazzatura sionista che protegge. Ma se i palestinesi pensano alla rivoluzione del 1967 e di come fallì forse, solo per questa volta, si uniranno al governo siriano e al Baath per riorganizzarsi sul modo con cui affrontare i nemici interni ed esteri, i nemici acquistati dagli arabi della penisola, i nemici che disperdono il patrimonio antico dei popoli di questa terra e che non esiteranno a distruggere ogni reliquia delle terre ricche di storia della Siria meridionale e della Palestina. Questa è la loro ultima possibilità. Ora o mai più.

Sayad Nasrallah e Ahmad Jibril

Sayad Nasrallah e Ahmad Jibril

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mentre lo cercavano ovunque, Putin guidava una rivoluzione silenziosa

PolitRussiaReseau International 5 aprile 2015EEU-kashagan.today_-938x535Sono sempre sorpreso dalle teorie cospirative sul nostro presidente. Putin è un uomo politico unico, è estremamente sincero; sincero per quanto possibile date le limitazioni del capo di una superpotenza nucleare. Lo stile comunicativo di Putin ha inevitabilmente un forte impatto sul lavoro dei suoi subordinati. Così, quando Peskov disse in diretta su Eco di Mosca che “L’ordine del giorno è ormai molto fitto, soprattutto per la crisi. Attualmente vi sono comunicazioni continue tra governo, imprese pubbliche e naturalmente banche, ci vuole tempo“, e ciò andrebbe considerato come il più affidabile. Non è necessario fare appello alle teorie del complotto quando economicamente in Russia e all’estero, vi sono cambiamenti realmente rivoluzionari. Perché i media vi prestano così poca attenzione? È un altro problema su cui torneremo. Allora cos’è successo nell’economia internazionale e russa durante la “scomparsa” dagli schermi televisivi di Putin?
1. La Cina ha annunciato la creazione di un proprio sistema di pagamento interbancario, analogo al SWIFT, entro la fine del 2015. Dicembre 2015 – gennaio 2016 sarà il momento in cui la guerra economica tra Stati Uniti e resto del mondo entrerà nella fase attiva.
2. Putin ha incaricato il Ministero delle Finanze e la Banca centrale di sviluppare un piano per finanziare la costruzione di centrali elettriche in Crimea. Secondo il Ministro dell’Energia Novak: “La Banca centrale in questo caso ci permette di eseguire un’operazione finanziaria per fornire liquidità alle banche creditrici… Una richiesta è stata presentata a Banca Centrale e Ministero delle Finanze per preparare e presentare un piano finanziario… per il pagamento degli interessi sui prestiti, per circa 80 miliardi di rubli”. Secondo la Costituzione (durante la colonizzazione occidentale negli anni ’90 – Kristina Rus) Putin (o Medvedev) non avrebbero avuto diritto d’impartire istruzioni alla Banca centrale. La banca centrale è indipendente ma si scopre che in realtà non lo è affatto. Se l’ordine del presidente viene eseguito come indicato da Novak (la Banca Centrale finanzia le banche che finanziano le società russa per la costruzione di centrali elettriche in Crimea), allora avremo ciò che i patrioti di tutti i tipi hanno a lungo chiesto: la Banca centrale che finanzia lo sviluppo economico del proprio Paese. Una rivoluzione. Una rivoluzione silenziosa. Inoltre, mutui e prestiti agricoli saranno sovvenzionati, un altro grande successo.
3. Dopo l’approvazione da parte del Governo, la Banca centrale del Kazakistan ha annunciato un piano per la de-dollarizzazione dell’economia entro la fine del 2016. L’obiettivo principale è sbarazzarsi dell’instabilità macroeconomica creata dalla valuta statunitense. Nazarbaev è un politico dalla grande intuizione e con seri legami con Pechino e Mosca. L’approvazione definitiva ed immediata della politica di de-dollarizzazione è un chiaro segnale della posizione del Kazakhstan nell’ambito dell’acuto scontro economico imminente.
4. Il 10 marzo 2015, il Presidente Putin ha incaricato la Banca centrale della Federazione russa e il governo a determinare la fattibilità della creazione di un’unione monetaria dell’UEE (Unione eurasiatica). RIA Novosti ha rivelato che la nuova valuta dell’UEE, Altyn (o Evraz) potrebbe apparire nel 2016.
5. Goldman Sachs, una delle maggiori banche degli Stati Uniti, controllore occulto della FED e “portfolio” dell’élite mondiale che Khazin chiama “agenti di Rothschild”, ha fatto una previsione… raccomandando l’acquisto di obbligazioni russe. Si, avete letto bene: acquistare obbligazioni russe! La massima banca degli USA consiglia l’acquisto di titoli del Paese che secondo Obama avrebbe l’economia “a pezzi!”
6. La Gran Bretagna desidera entrare nel capitale della Banca di investimenti infrastrutturali asiatica, l’istituzione finanziaria internazionale che la Cina ha fondato per contrapporsi e sostituire la Banca Mondiale controllata dagli Stati Uniti. Un affronto mondiale di Londra verso Washington. La reazione di Washington ricorda la reazione di uno zoticone razzista che sorprende la moglie inglese a letto con l’amichetto cinese: furiosa. Un alto funzionario dell’amministrazione Obama ha detto al Financial Times che l’iniziativa inglese di entrare nel piano del capitale cinese “non è il modo migliore di comportarsi con una potenza emergente“. “La potenza emergente” per gli Stati Uniti traditi è la Cina! La cosa interessante è che Londra non s’è presa nemmeno la briga di rispondere all’indignazione di Washington.
In questo contesto, è facile vedere quanto Putin sia occupato. Ha domato la Banca centrale e ha mantenuto i contatti internazionali e fatto sì che la Russia sia al vertice quando le tensioni nel conflitto economico globale saranno finite. Fin qui tutto bene. La vittoria sarà nostra.

Valuta dell’UEE e de-dollarizzazione
Viktoria Panfilova New Eastern Outlook 02/04/2015

7F4AFBA6-5772-4E2B-901B-DE7B3F2062CF_mw1024_s_nL’unione monetaria è la conclusione logica del processo d’integrazione tra Russia, Kazakistan e Bielorussia nell’Unione economica eurasiatica (EEU), portando l’economia eurasiatica a nuovi livelli. La moneta unica, eventualmente chiamata Altyn, diverrà la base per la formazione di un mercato e forse anche di un’economia unificati. Il presidente russo Vladimir Putin avanzava la proposta di creare l’unione monetaria nel corso di una visita ad Astana. Il leader russo ritiene che l’introduzione della nuova moneta, il prossimo anno, proteggerà l’economia dell’UEE. Non è un’idea nuova, però. L’iniziativa d’introdurre una moneta unica appartiene al presidente kazako Nursultan Nazarbaev. Ne parlò per la prima volta nel 2003, sottolineando che dovrebbe essere la moneta sovranazionale dei Paesi dell’Unione doganale, Russia, Bielorussia e Kazakistan. Nazarbaev propose, allora, di chiamarla Altyn e furono ideati i prototipi delle banconote. Ma l’idea, anche se sostenuta dai leader dell’Unione doganale, fu in realtà promossa piuttosto debolmente. Inoltre, quando l’accordo fu firmato creando l’UEE nel maggio 2014, l’emissione della banconota fu rinviata al 2025, assieme all’istituzione della Banca Centrale dell’UEE. Così, i leader si occupano dell’attuazione degli accordi immediati. Alla fine del 2015 tutte le barriere nel mercato dei beni saranno rimossi. Dal 2016 si prevede che sarà creato un mercato unico per i beni medici e i farmaci. Saranno risolti i problemi sul mercato dell’alcool e si prevede che tutte le questioni del mercato dell’energia saranno risolte entro il 2019. E già dal 2025 verrà creato il mercato unico del petrolio e gas. La creazione di un mercato dei servizi finanziari è la fase finale. L’accordo sulla creazione di un organismo multifunzionale per la regolamentazione dei mercati finanziari si prevede sia firmato nel 2025, e solo dopo il completamento di queste fasi la moneta unica verrà introdotta. Così ha detto Saadat Asanseitova, direttore del Dipartimento per l’Integrazione della Commissione economica eurasiatica. La moneta unica dovrebbe aumentare il potenziale delle esportazioni totali dell’UEE. Allo stesso tempo, l’analista dei mercati dell’IFC Dimitrij Lukashev ritiene che l’introduzione dell’Altyn sia abbastanza fattibile. Russia, Bielorussia e Kazakistan ne hanno bisogno per allontanarsi da dollaro ed euro negli scambi interni, internazionali e per i piani d’investimento finanziario. Gli esperti non escludono che se la questione sia ripresa da Putin e che la creazione del mercato valutario sia accelerata. Tuttavia, il Kazakistan ha già iniziato a considerare la de-dollarizzazione della propria economia. Ma non è il momento di bandire il dollaro dal Kazakistan, non solo perché la popolazione ha i propri risparmi principalmente nella valuta statunitense, ma perché gli investitori stranieri non sono pronti a pagamenti in valute diverse dal dollaro. Tuttavia, la Banca nazionale sviluppa un piano specifico con il governo per ridurre la dollarizzazione dell’economia nel 2015-2016.
???????????????????????????????? Il governatore della Banca Nazionale del Kazakistan, Kairat Kelimbetov, ha detto che il piano di de-dollarizzazione dell’economia nazionale ha tre direzioni principali. La prima per la stabilità macroeconomica, adottando misure per ridurre gradualmente l’inflazione. La Banca nazionale calcola che l’inflazione scenderà al 3-4% entro il 2020. La seconda è sviluppare i pagamenti elettronici e ridurre il fatturato in nero. La terza è rafforzare il tenge (moneta nazionale) sulle valute estere. Secondo Kelimbetov una serie di misure è prevista: divieto d’indicare i prezzi per beni, servizi o lavoro in valuta estera; l’introduzione di norme per pagamenti in contanti tra privati nelle operazioni su beni mobili e immobili; aumento delle garanzie dei depositi da 5 milioni a 10 milioni di tenge. In terzo luogo, diminuzione del tasso di remunerazione del risparmio al 3%. Secondo Kelimbetov il piano di de-dollarizzazione dell’economia nazionale comporta il lancio di diversi regolamenti per i pagamenti in contanti tra privati per le transazioni su beni mobili e immobili. Questi cambiamenti, secondo il capo della Banca nazionale, saranno introdotti gradualmente nella legislazione a medio termine. Riguardo la domanda se il Kazakistan potrà abbandonare completamente i pagamenti in dollari, Elena Kuzmina, a capo del settore per lo sviluppo economico degli Stati post-sovietici dell’Istituto di Economia RAS, pensa che oggi per il Kazakistan sia possibile sostituire gradualmente il dollaro con altre valute, soprattutto lo yuan. Un certo numero di accordi con la Cina sono stati firmati in yuan o cambio yuan-tenge, e inoltre vi è un accordo tra le banche nazionali dei due Paesi. Ma non riguarda tutte le operazioni valutarie ma un certo volume valutario. Inoltre, nel quadro dell’UEE, un certo numero di contratti commerciali e produttivi russo-kazaki sono stati firmati in rubli o in valuta estera. Tuttavia, la situazione con il forte calo del rublo russo ha gravemente compromesso la crescita di tale tendenza. “Un altro processo che potrebbe essere avviato dalle autorità del Kazakistan sarà diretto a privare il dollaro della funzione di moneta parallela. Inoltre, l’unica unità economica ufficiale nel Paese è il tenge. Danneggerebbe seriamente la popolazione poiché ha risparmi soprattutto in dollari. Inoltre, secondo gli economisti kazaki, se nel 2012 i depositi in valuta della popolazione erano il 38%, oggi sono già il 45%“, ha detto Elena Kuzmina. Sul commercio estero, il principale prodotto di esportazione del Kazakistan sono gli idrocarburi legati al dollaro nel mercato mondiale. Forse quando venduti alla Cina ciò avverrebbe in moneta nazionale. Ma il Kazakhstan vende idrocarburi non solo alla Cina, ma anche a Europa, Iran e Russia, e la maggior parte di beni e tecnologie industriali viene acquistata in occidente. Molto probabilmente le autorità kazake possono e perseguiranno le politiche de-dollarizzazione, contribuendo a rafforzare l’economia nazionale, in tal modo aiutando Cina e UEE (a condizione che l’unione gestisca le questioni economiche dichiarate nel trattato UEE). Ma farlo rapidamente e per di più in una sola volta, non è possibile né saggio (il dollaro è ancora la valuta mondiale). Elena Kuzmina ha notato che la de-dollarizzazione diventa gradualmente una tendenza mondiale. “Non è una iniziativa indipendente del Kazakistan o un qualsiasi altro Paese che promuove o guida la politica della de-dollarizzazione“, ha detto l’economista. I parlamentari kazaki sono divisi sul tema. Alcuni sono convinti che il Kazakistan debba abbandonare comunque dollaro ed euro nei pagamenti. I deputati hanno calcolato che una banconota da 100 dollari costa solo 14 centesimi. Ciò significa che i Paesi che depositano i loro conti in valuta statunitense lavorano per l’economia di un solo altro Paese: gli Stati Uniti.

Viktoria Panfilova è editorialista Nezavisimaja Gazeta e della rivista online “New Eastern Outlook“.

Header_EEULa debacle degli USA in Asia: il TTP dopo l’AIIB?
Dedefensa 4 aprile 2015

20140222_USD001_0Mentre si leccano le gravi ferite raccolte con l’enorme disfatta subita con l’AIIB, la banca d’investimento lanciata dalla Cina, gli Stati Uniti ora affronterebbero una nuova disfatta sul teatro dell’Asia-Pacifico, riguardo al destino del cosiddetto Trattato di “libero commercio” Trans-Pacifico (TTP) che cercano d’imporre all’intera Asia-Pacifico, cioè a una serie di Paesi da cui la Cina è attentamente esclusa (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti e Vietnam). Qui, ciò che interessa il blocco che impedisce la conclusione dei negoziati per il terzo anno consecutivo, non riguarda il contenuto del Trattato ma il funzionamento dei poteri negli Stati Uniti. Molti Paesi, tra cui Canada e Giappone, si sono rifiutati di definire l’accordo se il Congresso non voterà la Trade Promotion Authority (TPA) del presidente, versione speciale per la TPP del Fast Truck Authority, generalmente richiesta dal presidente per negoziare e concludere un trattato. (Si tratta di  una legge che accorda al Congresso il diritto di votare “sì” o “no” quando sarà presentato il trattato, ma non il diritto di apportarvi emendamenti). La possibilità di ottenere la TPA sembra impossibile per il 2015, e anche per il 2016 (anno delle elezioni presidenziali), e così via. Ennesimo esempio dell’assolutamente paralizzante conflitto a Washington tra potere esecutivo e potere legislativo, tra presidente democratico odiato dai repubblicani e Congresso repubblicano. (Sul lato transatlantico del TTIP, nei negoziati l’UE ha visto qualcosa in tal senso? Avevamo evidenziato l’ostacolo fondamentale del FTA (cfr. 10 gennaio 2014 e 1 febbraio 2014). Sulla TTIP si veda Jacques Sapir, 4 aprile 2015). Altra conferma che paralisi ed impotenza del potere a Washington sono tra i più imponenti ed efficaci aspetti della decadenza-disintegrazione del potere degli Stati Uniti. Il sito WSWS.org del 4 aprile 2015 dà conto dello stato attuale dei negoziati, da cui prendiamo questi passaggi.
Dopo aver subito una sconfitta decisiva nel tentativo d’impedire ad altri Paesi di unirsi alla nuova Banca di investimenti infrastrutturali asiatica della Cina (AIIB), il governo degli Stati Uniti affronta crescenti difficoltà nella grande operazione per dominare la regione Asia-Pacifico: la cosiddetta Trans-Pacific Partnership (TPP). Nelle Hawaii, il mese scorso, l’ultimo round dei cinque anni di colloqui sul TPP tra i 12 governi interessati, è finito senza ulteriori accordi. Per il terzo anno consecutivo, la scadenza della Casa Bianca per un accordo finale sembra destinata ad essere violata nel 2015. Significativamente, il principale ostacolo questa volta non sono le distanze tra Stati Uniti e Giappone sui mercati dell’auto e agricolo, ma i dubbi sulla capacità del presidente Barack Obama di avere l’approvazione del Congresso a firmare l’accordo. (…) La volontà di questi Paesi nel fare le dovute concessioni agli Stati Uniti, è minata dal fallimento di Obama nel garantirsi il supporto per la Trade Promotion Authority (TPA), in modo da firmare il TPP e poi farlo ratificare dal congresso con un mero “sì” o “no”. Senza il TPA, il Congresso potrebbe imporre emendamenti all’accordo negoziato, annullandolo. Secondo Japan Times: “Diversi partner, tra cui Canada e Giappone, hanno pubblicamente dichiarato che non concluderanno i negoziali finché il Congresso non concederà la TPA all’amministrazione Obama. Con il profilarsi delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, un ulteriore ritardo rischia realmente di ritardare il TPP al 2017. Gran parte della resistenza del Congresso degli Stati Uniti è legata alle lobby protezionistiche delle industrie nazionali e dei sindacati...”

US-IRAQ-OBAMATraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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