Conflitto tra statunitensi e turchi sul riciclaggio dello Stato islamico

al-Manar 11 gennaio 2017

manar-00105550014840813606Il quotidiano libanese al-Aqbar riferiva del conflitto latente tra Ankara e Washington sulla questione del riciclaggio dei “jihadisti dello Stato islamico”; conflitto svelato dalla morte di un capo islamista, passata inosservata.

Morte sospetta
Alla fine di novembre fu eliminato Muhamad al-Ghabi (nome dalla valle al-Ghab, provincia di Hama, da cui proveniva). Il vero nome era Muhamad al-Ahmadi, disertore dell’Esercito arabo siriano nel 2011, entrato nelle fila del Free Syrian Army, la prima milizia a prendere le armi contro il governo siriano. Dopo esser passato tra diverse milizie, finalmente trovò il Jabhat al-Sham di cui fu nominato vicecapo della sala operativa del Sahl al-Ghab. A febbraio supervisionò e presiedette la creazione di una coalizione di milizie chiamata Jaysh al-Tahrir, formata oltre dalla sua 312.ma divisione, da 9.no contingente, 45.ma divisione e liwa al-Haq. In un primo momento, la sua morte fu presentata come “accaduta mentre combatteva lo SIIL, difendendo la terra e l’onore nella provincia settentrionale di Aleppo“. Ma si scoprì che fu colpito in maniera senza dubbio ben accurata, rendendo sospetta la versione ufficiale. I dettagli del suo passato lo spiegano.

Agente dell’intelligence degli Stati Uniti
Ghabi era noto per le sue relazioni con l’intelligence degli Stati Uniti, che dirigeva un programma per sollecitare i membri della milizia terrorista wahabita SIIL a disertare. Il programma segreto fu avviato nell’aprile 2016, insieme con l’intelligence turca, nell’ambito del programma a sostegno dell’opposizione moderata. Ghabi fu efficace: nel giro di due mesi ne arruolò trenta di molte nazionalità, anche francesi, belgi e olandesi, soprattutto grazie alle relazioni forgiate con diverse fazioni armate, in particolare i jihadisti taqfiriti. Sembrava aver arruolato alcuni capi dello SIIL, soprattutto perché l’accordo era piuttosto succoso: 10mila dollari per ogni disertore dello SIIL di nazionalità estera, e 5000 per quelli di nazionalità araba. Naturalmente Ghabi ebbe la parte del leone: il doppio di quanto dato ai capi dello SIIL. Ogni disertore era un tesoro per i servizi d’intelligence, soprattutto se di origine statunitense o europea: fornivano informazioni interne sul gruppo, i membri e loro identità e nazionalità, nonché sui loro agenti al di fuori della Siria. Inoltre, potevano essere riabilitati integrandosi con le altre milizie che combattono per conto di tali servizi. Pochi furono rimpatriati, con l’attiva partecipazione dei servizi interessati. La loro riabilitazione fu principalmente psicologica e religiosa, in centri appositamente ideati nei villaggi turchi al confine con la Siria.

Il più fedele di tutti
Ghabi non fu l’unico ad eseguire tale compito, ma fu il più fedele tra tutti agli statunitensi. Fu così anche quando il coordinamento tra di loro e i turchi s’interruppe, a giugno. Ankara voleva installare i centri di riabilitazione sul suolo siriano e, soprattutto, aspirava a fare aderire tali disertori alla sua offensiva in Siria, Scudo dell’Eufrate. Nell’ambito del contenzioso turco-statunitense Ghabi insisté ad informare l’intelligence degli USA su tutti gli sviluppi. Mentre la sua coalizione fu integrata nell’offensiva turca, informò i vari gruppi che si erano mobilitati sulle operazioni sul campo. A partire da settembre, i turchi furono informati dei dettagli delle sue azioni.

Anche con al-Nusra
Sembra che abbiano informato Jabhat al-Nusra, ramo di al-Qaida in Siria, rinominatosi Jabhat Fatah al-Sham. Soprattutto Ghabi riuscì ad arruolarne alcuni membri a favore degli statunitensi. Nusra si affrettò a catturarlo, con numerosi famigliari, accusandolo in un comunicato “di aver danneggiato la rivoluzione e la jihad per collaborare con gli americani“. Ma alla fine rilasciò Ghabi per l’enorme pressione e soprattutto per l’interferenza della guida religiosa di Idlib, il saudita Abdullah al-Muhaysini. Quest’ultimo fu il primo ad onorarlo dopo la morte, augurandogli il paradiso nell’aldilà.14656374Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Stato islamico, al-Qaida e USA bombardano le infrastrutture della Siria

Moon of Alabama

%d8%ba%d8%a7%d8%b2-696x392C’è un’operazione per distruggere le infrastrutture della Siria. Al-Qaida, SIIL e aviazione degli Stati Uniti vi partecipano. La loro azione è coordinata. È un’affermazione sconvolgente? Un tale coordinamento potrebbe mai accadere? Si consideri: L’idea dello Stato Islamico è “nata” nel campo di prigionia militare Bucca degli USA in Iraq. Molti suoi capi futuri vi furono internati ed ebbero tempo e spazio per sviluppare la loro filosofia e pianificare le loro operazioni future. Nel 2012 la Defense Intelligence Agency avvertì della nascita dell’entità Stato islamico in Siria e Iraq: “C’è la possibilità di creare un dichiarato o meno principato salafita in Siria orientale (Hasaqah e Dair al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che supportano l’opposizione vogliono, per isolare il regime siriano…
In un’intervista dell’agosto 2014 sul NYT di Thomas Friedman, il presidente Obama disse che gli Stati Uniti sapevano dei pericoli dello SIIL, ma non fecero nulla per fermarne l’espansione in Iraq, perché poteva essere utilizzato per cacciare l’allora Primo Ministro Maliqi: “La ragione, il presidente aggiunse, “che non iniziammo ad effettuare qualche aereo attacco sull’Iraq quando lo SIIL comparve era perché avrebbe fatto pressione sul Primo Ministro Nuri Qamal al-Maliqi”. In un recente colloquio con alcuni membri dell’opposizione siriana comparata dagli USA del segretario di Stato Kerry (video – 25:50) su un punto simile sulla Siria: “E sapevamo che avanzava, stavamo a guardare, abbiamo visto che lo SIIL si espandeva e pensammo che Assad ne fosse minacciato” disse Kerry ai siriani. “(Ci) pensammo, però“, continuò, “Probabilmente potevamo gestirlo affinché Assad potesse allora negoziare. Ma invece di negoziare ebbe l’aiuto di Putin“. Ci sono dubbi sul fatto che gli Stati Uniti abbiano solo guardato. Nascita ed avanzata dello SIIL furono finanziate dagli “alleati” del Golfo subordinati ai desideri degli Stati Uniti. Quando l’amministrazione Obama dovette iniziare a bombardare lo SIIL dopo aver ucciso un giornalista statunitense, alcune bombe colpirono o una “posizione dello SIIL” o un “escavatore dello SIIL”. Non era un’operazione seria. Nel frattempo migliaia di autocisterne turche aspettavano nel deserto di caricare petrolio dai pozzi controllati dallo SIIL da vendere in Turchia. Solo dopo che il Presidente Putin mostrò le immagini satellitari di quelle enormi colonne di autocarri ai colleghi in una riunione del G20, gli USA dovettero attaccare tale importante fonte finanziaria dello SIIL. Alla fine dello scorso anno l’esercito statunitense bombardò una posizione del governo siriano a Dayr al-Zur, dove circa 100000 siriani sono assediati dallo SIIL. Uccisero più di 100 soldati siriani permettendo allo SIIL di occupare importanti posizioni collinari, puntando eventualmente a conquistare la città. Fu un attacco intenzionale.
Attualmente viene condotta un’operazione delle forze taqfire contrarie al governo siriano e dagli Stati Uniti per privare il popolo dei servizi pubblici come acqua, gas ed elettricità. Con l’inizio del blocco delle risorse idriche di Damasco e dei suoi 6 milioni di abitanti, va notato: Tale interruzione è parte di una grande strategia chiaramente coordinata per privare tutte le regioni governative delle infrastrutture. Due giorni prima lo Stato islamico bloccava l’importante rifornimento idrico ad Aleppo dall’Eufrate. Dei piloni dell’alta tensione diretta a Damasco venivano distrutti e alle squadre di riparazione, a differenza di prima, fu negato l’accesso. Anche i rifornimenti del gas in parte di Damasco sono stati interrotti. Tale campagna contro le infrastrutture continua, con la partecipazione dei gruppi “ribelli” sostenuti dagli Stati Uniti. Al-Qaeda in Siria, alias Jabhat al-Nusra, fa la sua parte nel Wadi Barada. L’esercito statunitense bombardava un’altra centrale siriana. Nel 2015 aveva già intrapreso operazioni contro questi impianti creando enormi danni materiali, dato che da tre giorni Dayr al-Zur e dintorni non hanno energia elettrica. Ieri anche lo SIIL aderiva alla campagna facendo saltare in aria l’enorme impianto gasifero di Hayan ad Homs est. Hayan è la più grande stazione gasifera della Siria e forniva energia elettrica, riscaldamento e gas da cucina a tutto il Sud della Siria, compresa la capitale Damasco.
Si tratta di una sistematica ampia campagna contro le infrastrutture siriane per privare la popolazione protetta dal governo dei beni di prima necessità. Se lo si chiedesse al governo degli Stati Uniti, naturalmente, direbbe che tale campagna non esiste ed è assolutamente non coordinata con i suoi ascari del Golfo. E’ solo una coincidenza che “ribelli” supportati dagli Stati Uniti, al-Qaida, SIIL e aviazione degli Stati Uniti abbiano tutti colpito gli stessi tipi di obiettivi in Siria, nello stesso momento della loro guerra al popolo siriano. Sapendolo dalle principali fonti statunitensi sopra citati, sarei propenso a dubitare di tale affermazione. La campagna è il preludio alla successiva fase della guerra a cui tutti attualmente si preparano. Dato che Obama ancora dà ordini ci si può aspettare peggioramenti e con ancora più propaganda sulla fallita “difesa” dei propri ascari ad Aleppo est.08012017Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Assad resta mentre Obama si prepara ad andarsene

Steven MacMillan NEO 09/01/201709syria-jumboIl futuro della Siria va determinato dal suo popolo, ma il Presidente Bashar al-Assad vi si oppone. I suoi appelli al dialogo e alla riforma sono vuoti mentre imprigiona, tortura e massacra la sua gente. Abbiamo sempre detto che il Presidente Assad deve condurre una transizione democratica o andarsene Non lo fa. Per il bene del popolo siriano è giunto il momento per il Presidente Assad di farsi da parte“, Barack Obama, agosto 2011.

Quando il presidente degli Stati Uniti fece il primo esplicito appello a rimuovere Bashar al-Assad nell’agosto 2011, chi avrebbe mai pensato che il leader siriano gli sarebbe sopravvissuto in carica. Anche per il sostenitore più ottimista dell’integrità territoriale dello Stato siriano vi furono momenti in cui riteneva che la macchina da guerra USA/NATO rovesciasse Assad e balcanizzasse lo Stato siriano (come feci). Eppure eccoci qui, più di cinque anni dopo guardare Obama che conclude il suo regno caotico con l’ultima frenesia russofoba, mentre Assad è ancora a Damasco. A meno di un ultimo sussulto per attaccare o invadere la Siria da parte di Stati Uniti o alleati, sembra che la presidenza Assad sopravviva a quella di Obama. Nonostante la propaganda e la demonizzazione dei media; le orde di mercenari stranieri armati fino ai denti da Stati Uniti e alleati; gli attacchi false flag per giustificare l’invasione del Paese (l’attacco con il Sarin nel Ghuta, per esempio); le sanzioni contro Assad e altri funzionari siriani e gli innumerevoli altri assalti al Paese: il popolo siriano s’è rifiutato di subire le violenze e l’influenza delle potenze estere. Anche se la guerra è ancora in corso ed è tutt’altro finita, la recente liberazione di Aleppo est da parte dell’Esercito arabo siriano illustra quale lato vince nel conflitto. La mossa di Mosca che ha rafforzato i legami fra Russia, Iran e Turchia sulla Siria ed è anche uno sviluppo significativo, considerando il ruolo della Turchia nel sostenere l’opposizione durante il conflitto. Una Turchia che s’impegna a porre fine al conflitto e a fermare il flusso di armi e mercenari dal suo confine è un importante passo avanti verso la stabilizzazione della Siria.

Obama contro i militari degli Stati Uniti
L’occidente non ha potuto imporre il cambio di regime di tipo libico in Siria per vari motivi, come il supporto degli alleati regionali e internazionali tra i fattori più significativi. Iran, Hezbollah, Cina e soprattutto Russia hanno avuto ruoli importanti nel sostenere il governo siriano, un fatto ben documentato dai media. Ciò che è stato meno ben documentato, tuttavia, è il ruolo che certi elementi delle forze armate degli Stati Uniti hanno giocato nel fermare neoconservatori, CIA e altre fazioni vicine ad Obama nell’imporre un cambio di regime in Siria. Nonostante i militari degli Stati Uniti siano ben lungi dall’essere perfetti, c’era un nucleo di alti ufficiali che resistette alla strategia sostenuta da molti a Washington. Come il premiato giornalista Seymour M. Hersh che scrisse nel suo articolo per la London Review of Books, nel gennaio 2016, dal titolo: Da militari a militari, che molti nelle forze armate degli Stati Uniti erano preoccupati dalla natura dei gruppi d’opposizione che avrebbero preso il potere se Assad ne veniva estromesso, così condividendo segretamente l’intelligence degli USA con altri eserciti, intelligence che doveva aiutare l’Esercito arabo siriano nella lotta agli estremisti: “Nell’autunno 2013, il Joint Chiefs decise di prendere misure contro gli estremisti senza passare per i canali politici, fornendo intelligence ai militari di altre nazioni, con l’intesa che sarebbe stata passata all”Esercito arabo siriano e usata contro il nemico comune, Jabhat al-Nusra e Stato islamico“. Uno dei militari degli Stati Uniti, pesante critico della strategia in Siria di Obama, era l’ex-direttore della Defense Intelligence Agency (DIA), il Tenente-Generale Michael T. Flynn. L’ex-capo della DIA mise costantemente in guardia sui pericoli nel rovesciare Assad, e nel 2015 biasimò l’amministrazione Obama per aver deciso “volontariamente” di sostenere l’avanzata degli estremisti in Siria. Flynn, nominato consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, era ben consapevole della situazione sul campo in Siria, con un documento dell’intelligence dell’agosto 2012, la DIA affermava che: “Salafiti, Fratelli musulmani e al-Qaida in Iraq sono le forze motrici della rivolta in Siria… le forze di opposizione cercano di controllare le aree orientali (Hasaqa e Dair al-Zur), adiacenti alle province irachene occidentali (Mosul e Anbar), oltre al confine turco. Paesi occidentali e del Golfo e la Turchia sostengono tali sforzi… Se la situazione si sviluppa vi è la possibilità di creare un principato salafita, dichiarato o meno, in Siria orientale (Hasaqa e Dair al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che supportano l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)“. Flynn non era il solo ad opporsi alla politica dell’amministrazione Obama però, anche se era forse il più noto al pubblico. Il Generale Martin Dempsey, per esempio, che fu Capo di Stato Maggiore Congiunto dall’ottobre 2011 al settembre 2015, fu abbastanza coerente nel sottolineare i costi di un’azione militare in Siria, anche durante il dibattito sulla possibilità di colpire direttamente la Siria dopo l’attacco chimico nel Ghuta dell’agosto 2013. Dempsey, sull’uso della forza in Siria contro Assad, appare chiaro in una lettera del luglio 2013 al presidente della commissione Forze Armate, senatore Carl Levin. Il tono generale della lettera è cauto e riflessivo, e Dempsey avvertiva che gli Stati Uniti “potevano inavvertitamente potenziare gli estremisti” spodestando Assad: “Non basta alterare semplicemente l’equilibrio militare senza un attento esame di ciò che è necessario per preservare uno Stato funzionante. Dobbiamo anticipare ed essere preparati alle conseguenze impreviste della nostra azione. Nel caso che le istituzioni del regime crollino in assenza di un’opposizione valida, si potrebbe inavvertitamente potenziare gli estremisti o scatenare l’uso delle armi chimiche che cerchiamo di controllare… Una volta che agiremo dovremo essere preparati a ciò che verrà dopo. Un maggiore coinvolgimento sarà difficile da evitare. Dobbiamo anche agire in conformità con la legge“. Se Obama avesse visto avverarsi il suo desiderio del 2011, e Assad veniva rimosso dal potere a Damasco, il vuoto politico lasciato sarebbe stato riempito da una pletora di “ribelli moderati” (cioè accaniti terroristi). Dopo otto anni di carneficine e promesse non mantenute, molti negli Stati Uniti e nel mondo saranno felici di vedere Obama congedarsi.

I Generali Flynn e Dempsey

I Generali Flynn e Dempsey

Steven MacMillan è scrittore, ricercatore, analista geopolitico indipendente e redattore di Report Analyst, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook orientale“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il segretario di Stato USA Kerry svela che Obama favoriva lo Stato islamico

South Front 06/01/2017

Wikileaks ha pubblicato un audio sull’incontro del segretario di Stato degli USA John Kerry con i membri dell’opposizione siriana, comprovante l’affermazione che Obama è il fondatore dello Stato islamico. Wikileaks pubblicava altre prove dell’asserzione di Donals Trump secondo cui Barack Obama è il fondatore dello SIIL: un audio dell’incontro del segretario di Stato John Kerry con i membri dell’opposizione siriana presso la missione olandese delle Nazioni Unite, il 22 settembre. L’audio è anche la prova che i media ufficiali sono collusi con l’amministrazione Obama sostenendone la narrazione del cambio di regime in Siria e nascondendo la verità su chi arma e finanzia lo SIIL dagli Stati Uniti, svelati nei 35 minuti di conversazione nascosti dalla CNN.
Kerry ammette che l’obiettivo principale dell’amministrazione Obama in Siria era il cambio di regime e la rimozione del Presidente Bahar al-Assad, ma che Washington non aveva calcolato che Assad si rivolgesse alla Russia. Per raggiungere l’obiettivo, la Casa Bianca permise l’ascesa dello Stato islamico (IS). L’amministrazione Obama sperava che il crescente potere dello SIIL in Siria avrebbe costretto Assad a cercare una soluzione diplomatica secondo le condizioni degli Stati Uniti, costringendolo a cedere il potere. A sua volta, al fine di raggiungere tali obiettivi, Washington armò intenzionalmente il gruppo terroristico ed attaccò un convoglio governativo siriano cercando di fermare l’attacco strategico allo SIIL, uccidendo 80 soldati siriani. “E noi sapevamo che lo SIIL avanzava, stavamo a guardare, vedevamo lo SIIL rafforzarsu e pensammo che Assad ne fosse minacciato“, diceva Kerry durante l’incontro. “Pensammo, tuttavia“, continuava: “Potremmo probabilmente costringere Assad a negoziare, ma invece di negoziare ebbe l’aiuto di Putin“. “Persi l’argomento dell’uso della forza in Siria“, concludeva Kerry.
Secondo Wikileaks, “l’audio illumina su ciò che accade al di fuori delle riunioni ufficiali. Si noti che rappresenta la narrazione degli Stati Uniti e non necessariamente l’intera verità“. L’audio fu già pubblicato da New York Times e CNN, tuttavia ne scelsero solo qualche parte, riportando alcuni aspetti ed omettendo i commenti schiaccianti di Kerry. In realtà, cercarono di nascondere le dichiarazioni che permettevano al pubblico di capire ciò che effettivamente avviene in Siria. L’audio completo non fu mai pubblicato dal New York Times, ma scelse solo dei frammenti. La CNN ha cancellato l’audio, spiegandolo come richiesta di alcuni partecipanti preoccupati della loro sicurezza personale.15895175Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

False Flag ed Inside Job ad Istanbul

IR-IS

10491728905 gennaio 2017
Aggiornamento 19: Hasan Qashogi, presunto testimone: Nell’intervista ad al-Arabiya, Khashogi rivelava che c’erano tre assalitori, tra cui una donna. Disse di aver sentito una persona urlare: “Perché vuole ucciderci“, affermando che il loro modo di sparare indicava che fossero ben addestrati. “Non hanno sparato a caso, ma piuttosto camminavano tra i tavoli e puntavano ai clienti”, Hasan Qashogi disse che capiva dal loro accento che non erano arabi, ma stranieri…. “La polizia ci fece sedere con altri sopravvissuti nella stazione vicino al ristorante, e poi ci trasferirono in due bar vicino alla stazione, e ci diedero dell’acqua. Un agente venne e ci disse che uno dei sospetti era seduto tra noi, e chiese a ciascuno di sedersi accanto al proprio compagno, per l’identificazione e l’elaborazione“.

4 Gennaio 2017
Aggiornamento 18: si ricordino le prime relazioni di Reuters e CNN: “Un assalitore era ancora nel night club d’Istanbul dopo l’attentato, la mattina di domenica, e le forze speciali della polizia preparavano l’operazione per entrare nell’edificio, secondo l’emittente televisiva CNN Turk”.

Aggiornamento 17: l’affermazione di Christopher Bollyn secondo cui lo SIIL aveva attaccato il Reina, spiega in dettaglio ciò che anche noi (il 2 gennaio) indicammo quale falsa notizia, perché proveniente da fonti vicine all’intelligence.

Aggiornamento 16: affermazione del testimone: “ci sono voluti 90 minuti alla polizia prima di arrivare sulla scena. Sconcertante, la sua presenza si rivelò di scarso aiuto. Il problema è che la polizia era all’esterno. Non poteva controllare la situazione perché aveva paura che i tiratori avessero delle bombe. Il tiratore poi riuscì a fuggire, dopo di che la polizia finalmente entrò nella discoteca portando i sopravvissuti sul tetto. Aggiungeva che anche a quel punto ancora si sentivano spari per altri dieci minuti”.

Aggiornamento 15: falsa bandiera e lavoro interno: “E’ chiaro che i 3 poliziotti che lavoravano all’ingresso quella sera non c’erano casualmente durante l’attentato“. Non è un caso, però. La società di sicurezza assunta 10 giorni prima dell’attacco, sa esattamente perché quei poliziotti non c’erano quella notte. La possibilità che in effetti fosse una ditta israeliana appare sempre più grande di giorno in giorno, mentre indizi e prove continuano ad accumularsi. Inoltre, “Il terrorista, un cittadino dell’Asia centrale, lasciò un capo di vestiario che indossava dopo l’attentato. L’assalitore non prese la borsa che aveva messo nel bagagliaio del taxi quando giunse ad Ortaköy. Si sostenne che un telefono cellulare dal terrorista era comparso nella borsa“. Ciò significa che si tratta al 100% di una false flag, garantito. Questa volta non fu un passaporto o documento per l’immigrazione a ritrovarsi magicamente sulla scena, ma un telefono cellulare che misteriosamente aveva perfino un video “selfie” salvato, per facilitarne l’identificazione da parte della polizia turca. Dopo di che la “pista di Iakhe Mashrapov” venne falsamente piazzata per far apparire il governo turco incompetente. L’attentato praticamente sembra scritto dal governo israeliano, dall’inizio alla fine. Con la caduta del governo turco che avanza, una nuova “guida” viene pubblicata oggi, sostenendo che il nome in codice del presunto combattente dello “SIIL” sia Abu Muslim Hurasani. Probabilmente riferendosi alla storia persiana e alla brigata terroristica “super-segreta” Qurasan che farebbe presumibilmente apparire lo SIIL come dei boy scout. Qurasan segue anche indirizzi che hanno solo a che fare con Israele, che in tale situazione potrebbe vedere l’avanzata del califfato entro i suoi confini. Molto probabilmente una cosa che porterebbe alla fine dello Stato ebraico. “Eserciti sotto bandiere nere verranno da Qurasan (Afghanistan). Nessuno potrà fermarli e finalmente arriveranno a Gerusalemme dove potranno piantare le loro bandiere“. Ci sono alcune altre verità notevoli nei vecchi insegnamenti del Qurasan, mentre le fazioni arabo-musulmane lotterebbero tra esse per dominare la regione, alcune sostenute da potenze straniere.js117018450_istanbul-nightclub-gunman-suspect-large_trans_nvbqzqnjv4bqk0yzontbxczs9bjrrsalblogzf_swcnztnncph2m-xkAggiornamento 14: La Turchia estende lo stato di emergenza di tre mesi

Aggiornamento 13: Iakhe Mashrapov dalla Repubblica del Kirghizistan sarebbe stato scagionato da accuse o qualsiasi coinvolgimento nella sparatoria al Reina. Sembra che la disinformazione sia stata deliberatamente diffusa da chi ha molto da guadagnare dal collasso della Turchia. Chi ha l’influenza per spacciare notizie false presso le agenzie internazionali? Di sicuro non lo SIIL!

Aggiornamento 12: Informammo i nostri utenti e lettori, il 31 dicembre-gennaio 1, che l’attentato era un attacco false flag e un lavoro interno. Hurriyet: “Le autorità valutano come mai l’attentatore conoscesse tutte le uscite del Reina, comprese le tre porte segrete note solo dal personale che vi lavora. Sapeva anche che le guardie della discoteca non avevano armi, che non erano permesse all’interno del club… L’attentatore avrebbe avuto problemi nel fuggire dalla scena e le autorità valutano se ci sia stato aiuto dall’interno”.

3 gennaio 2017
Aggiornamenti: Non confermato, il sospetto avrebbe usato granate assordanti
Rapporti locali affermano che tre involucri sono stati recuperati per granate assordanti di fabbricazione USA, il sospetto (-i) li ha usati mentre caricava l’AK47. Il sospetto nel video si dice sia entrato in Turchia 15 giorni prima della sparatoria al Reina.

Aggiornamento 10: Passaporto, per ora utilizzano questo
Non è confermato se il passaporto appartenga al tiratore e dove la stampa l’ha preso, ma sembra che seguano questa storia ora. Iakhe Mashrapov dalla Repubblica del Kirghizistan è per ora il primo sospettato.reina-passportAggiornamento 9: “Istanbul, la polizia arresta i familiari dell’attentatore del nightclub Reina
“L’autore dell’attentato al Reina è stato identificato. L’APA cita Milliyyet.com.tr secondo cui è stato identificato come uiguro turco giunto a Konya con la famiglia nel novembre scorso. La polizia ha diffuso i video dell’attentatore. Per non attirare l’attenzione, il terrorista ha portato con sé moglie e figli. La polizia li ha arrestati“.

Aggiornamento 8: S’imbattono nei video originali caricati tra il 31 dicembre e l’1 gennaio
Quindi daremo scacco matto nel seguente modo, mentre si sparge tale continua menzogna: “L’assalto di sette minuti ha lasciato 39 morti e decine di feriti“.reina-witnessAggiornamento 7: Irregolarità sul presunto viaggio del “sospetto”
Affermazione: “Prima dell’attentato, l’uomo armato avrebbe preso un taxi nel quartiere popolare di Zeytinburnu, evitando le telecamere a circuito chiuso sui mezzi pubblici. Scese per via dell’ingorgo vicino al club e camminò per quattro minuti per raggiungere il Reina“. Problema: Zeytinburnu è nella direzione opposta a quella da cui proveniva, mentre sparava coll’AK47 all’ingresso del Reina (nota, hanno manipolato il video originale).reina-mapPoi si sarebbe recato verso nord, a Kuruçesme:
reina-map-2Per poi presumibilmente, sempre viaggiando in direzione opposta, prendere il traghetto per il terminal Yalova e scomparire a Bursa.reina-map-3Aggiornamento 6: Foto: La gente è veramente morta nel nightclub Reina, non è una bufala. Ci siamo specificamente astenuti dal pubblicare queste foto esplicite, ma a quanto pare molte persone sarebbero contente solo quando fanno sensazionalismo, cosa che abbiamo cercato di evitare.

2 gennaio 2017
Aggiornamento 5: aggiornamento molto importante perché documenta come hanno distrutto la propria storia, mentre la fabbricavano sul momento. Li abbiamo inchiodati. Non va. Fine della storia “ufficiale”!
Dal quotidiano Sabah: “L’attentatore avrebbe sparato per sette minuti. Poi andò in cucina e vi rimase per circa 13 minuti prima di cambiarsi i vestiti, togliendosi il cappotto e fuggire tra il panico. Inoltre ripulì l’arma prima di lasciare la scena“.
In primo luogo, la tempistica che diamo più avanti chiaramente neutralizza tale menzogna su uno dei tiratori che in 13 minuti si cambia d’abito. La tempistica qui in realtà indica le 01:23 (ora locale), circa 5 minuti dopo che un tiratore sparò entrando nel locale, durante l’attentato. Questo è un dato di fatto, non lo si può rifiutare o negare. Vedasi la tempistica di seguito.
In secondo luogo, se la polizia fu così veloce ad arrivare, come sostiene la stampa, come mai gli sfuggì il tizio in attesa nella cucina della discoteca, per 13 minuti? Non ha proprio senso. Siamo a questo punto a 20 minuti dall’attacco, secondo la storia ufficiale e dei media principali.

Aggiornamento 4: si dimentichi la rivendicazione dello SIIL, è una “scoperta” del sito di Rita Katz, alias governo israeliano.

Aggiornamento 3: Conosci il tuo bugiardo: tra i media mainstream anglosassoni, il Daily Mail è forse il primo a diffondere la falsa storia dello SIIIL. Alcuna fonte ufficiale in Turchia l’ha riferito.

Aggiornamento 2: The Guardian: “I sopravvissuti hanno tutti detto che c’erano più aggressori, anche se le autorità turche hanno detto che era solo, e alcuni dicono che erano in contatto via walkie talkie“.

Aggiornamento 1: Yunis Turk, un presunto testimone intervistato dalla CNN: “Per 10 minuti non ci furono spari e poi per altri cinque minuti lanciarono le bombe, spararono ancora, poi andarono via“.

Batuhan Aytemur su Facebook: “Sì, due terroristi indossavano il costume di babbo natale e usavano kalashnikov e bombe a mano, uccidendo, infine, 40 persone
Testimoni oculari contrastanti e tempistica documentata puntano ancora a un attentato con diversi terroristi nella discoteca Reina. L’attentato non è una bufala, ma la storia del lupo solitario dello SIIL invece sì. A partire da ora tutto fa credere che si trattasse di un attacco false flag della serie pianificata da agenti di USA e Israele e perpetrata da capri espiatori locali e stranieri. Inoltre, ci sono indizi che suggeriscono fortemente un lavoro interno, come spiegato più avanti.
In primo luogo, le discussioni sugli orari tratti dalle presunte telecamere di sicurezza al Reina, dentro e fuori, e la tempistica della sparatoria non devono andare per lunghe. L’evidenza è chiara. Tutto sommato gli spari durarono circa 5 minuti, ad essere generosi con la versione ufficiale (quando si indaga secondo notizie e “fatti” della stampa dominante). Tra le 1:18 e 1:21 (1 gennaio ora locale) uno dei tiratori apparve entrare nella discoteca Reina, secondo le riprese della videocamera. Alle 01:23, massimo 5 minuti dopo che il terrorista era entrato nel locale durante l’attentato, qualcuno appare cambiarsi di vestito, mentre sembra prepararsi ad uscire dal Reina.

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reina-3Qui potete vedere uno dei tiratori togliersi il cappotto, mentre si preparerebbe ad uscire. I video seguono la cronologia.
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reina-8Ma va capito che le sequenze complete delle CCTV sono state degradate, per quello che se ne sa finora. Il materiale buono in cui si vedono i dettagli e i probabili diversi attentatori e un’esplosione è vietato al pubblico, dimostrando di per sé molto. Nascondono deliberatamente le prove dei video migliori. Inoltre, le testimonianze oculari chiaramente contraddicono la tempistica e la premessa ufficiale su “un solo terrorista”. Ciò è importante perché dimostra che il governo turco, intensamente ricattato da governi esteri come Israele e Stati Uniti, è stato costretto a vendere al mondo la falsa storia di un solo tiratore al Reina, altrimenti….
Ieri abbiamo già mostrato come una donna, presente all’interno, affermasse che più tiratori erano attivi nella discoteca d’Istanbul a capodanno. Inoltre, un altro presunto testimone riferiva: “Ci sono stati colpi di arma da fuoco e dopo due minuti il suono di un’esplosione“. Oggi vi riportiamo il rapporto del “testimone oculare”, il belgo-turco Fatih Kir, che sosteneva che fosse al Reina. Intervistato il 1° gennaio 2017 da una delle maggiori reti TV del Belgio, VTM (Fiandre, Belgio).
Romina Van Camp, per VTM: “Incontro Fatih sulla famosa piazza Taksim a Istanbul, lontano dalla discoteca. Dopo la scorsa notte, un luogo in cui non vuole tornare. Fatih ha visto il tiratore, ma poté fuggire”.
Fatih: “Ho visto e pensato che fosse una di quelle solite esplosioni, ma non era così. Delle persone correvano. Ognuno saltava via e correva. Ho pensato… corro anch’io”.
Romina Van Camp: “Era corso al seminterrato per nascondersi, insieme ad altri.”
Fatih: “Chiudemmo la porta e sentimmo ancora sparare per almeno 15 minuti. Dopo di che, solo dopo 40 minuti sentimmo entrare la polizia. Non avemmo alcun collegamento (con i cellulari), non potemmo chiamare e dovemmo aspettare lì”. (Ciò contraddice completamente Reuters e altri che, per esempio, sostengono, citando Sefa Boydas, che “la polizia arrivò subito”).
Romina Van Camp: “Nel caos Fatih perse due amici, ma li trovò in un secondo momento alla stazione di polizia. Il club Reina è ben protetto. Fatih non pensò mai che vi sarebbe successo qualcosa”.
Fatih: “Abbiamo pensato che fosse sicuro, ma a quanto pare non lo è. Il mio cappotto e il mio passaporto turco sono rimasti lì, non li rivoglio più. Non voglio andarci per molto tempo”.
Romina Van Camp: “E’ a malapena sfuggito la morte, è difficile criticarlo”.
Fatih: “Potevo restarci anch’io. Vi sono attentati come questo in tutto il mondo. A Parigi, Bruxelles. Può succedere ovunque. Deve solo smettere. Non so come, ma deve accadere. Deve solo finire“.
Insieme con il video, con la trascrizione, il seguente articolo fu pubblicato sul sito web della VTM: “Ho visto gente morire“, ecco cosa dice Fatih Kir, 19enne belga di origine turca, che ha visto tutto ciò che era accaduto nella discoteca d’Istanbul. Un tiratore ha aperto il fuoco ieri sera, 39 persone sono morte, di cui una belga. Fatih Kir appena arrivato con alcuni amici nella discoteca Reina, era pronto a festeggiare il nuovo anno. Ma poi si scatenò l’inferno: “Ero lì da dieci minuti e poi sentì i colpi di un Kalashnikov. Ci sparò per tutto il tempo. Ho visto gente morire“, dice al telefono a VTM News.

Kalashnikov
Per diversi minuti l’uomo armato si aggirò intorno, alla fine 39 persone morirono. Inizialmente, Kir non sapeva cosa succedesse o quanti tiratori ci fossero: “Ho visto un uomo con un Kalashnikov. Ero proprio all’ingresso quando l’uomo iniziò a sparare. Spararono per 15 minuti“. Kir poté fuggire con il personale della sicurezza. Nel caos i suoi amici ebbero lievi ferite, ma stanno tutti bene. Ma il dramma gli ha lasciato una profonda impressione. “La gente era… fu davvero un disastro di ieri“, conclude. Chiaramente la sparatoria di 15 minuti non è congrua con la tempistica documentata dalle telecamere di sicurezza e dalle notizie della stampa su un presunto attentato di 7 minuti. Evidentemente qualcuno mente e da quello che appare non sono i testimoni oculari. Su pesante pressione degli Stati Uniti, il governo turco ha ordinato il black-out dei media sulla sparatoria. Solo dichiarazioni ufficiali del governo possono essere pubblicate dalla stampa, per paura che notizie false dominino i notiziari. Le notizie false sarebbero i rapporti critici come quello pubblicato qui.european_council_on_foreign_relations_logo-svgSenza sorprendere nessuno, il Consiglio per le Relazioni Estere europeo, istituito con il sostegno dell”Open Society Foundations di George Soros, condanna fermamente il governo turco per l’attentato: “Nulla di ciò che il governo fa aiuta a rendere la Turchia più sicura. Il giro di vite sui dissidenti destabilizza ulteriormente il Paese, e quando non lo fa accresce una polarizzazione pericolosa“. Quando le testimonianze oculari contraddicono la versione ufficiale, quando più di un tiratore è presente assieme al denaro di George Soros, allora bastano poche spiegazioni per vedere che la Turchia è nel pieno di un cambio di regime pianificato ed eseguito da interessi esteri, di Stati Uniti e Israele. Tanto più che la Turchia è in parte responsabile del cessate il fuoco in Siria, che ha davvero fatto arrabbiare i governi israeliano e statunitense, perché tale sviluppo sabota il loro piano del cambio di regime in Siria per rovesciare Assad.

Lavoro interno
All’inizio fu detto da Hurriyet e Jerusalem Post che il proprietario del club, Mehmet Kocarslan, aveva detto ai giornalisti che la sicurezza del club fu passata a un’entità anonima, pochi giorni prima della sparatoria nel suo club ad Istanbul. “Hurriyet cita il proprietario del Reina, Mehmet Kocarslan, dire che erano state prese misure di sicurezza negli ultimi 10 giorni, dopo che notizie dell’intelligence statunitensi avevano suggerito un possibile attentato“. Ciò fu inizialmente segnalato anche dal Jerusalem Post, ma poi l’articolo fu rimosso.reina-israelCiò indica, sempre più probabilmente, che la sicurezza del club Reina fu ultimamente affidata a una società di sicurezza israeliana. Ciò spiegherebbe perché il Jerusalem Post, di tutti i post, eliminasse quello sull’articolo dopo che domande ardue furono poste. La linea di fondo è che una società di sicurezza israeliana ha facilitato l’attacco e si chiede di poter vedere le prove concrete che distruggerebbero completamente la nostra posizione su questo.

Babbo Natale
Le notizie su almeno uno dei tiratori vestito come Babbo Natale hanno un certo senso, di certo. Molti agenti di polizia in servizio a Istanbul e al Reina erano “mimetizzati” da Babbo Natale, mentre altri erano sotto copertura come venditori ambulanti. Ciò spiegherebbe certamente perché almeno un tiratore fu avvistato, presumibilmente, vestito come Babbo Natale e lasciato passare. Sapendo che la sicurezza del Reina fu compromessa, un Babbo Natale uscì lasciando il Reina minuti (o 15 minuti) dopo la sparatoria, senza problemi, ciò ha senso e sarà difficile confutarlo. Eventuali segnalazioni che spacciano le uscite su un solo attentatore dello SIIL sono invenzioni che non reggerebbero ai fatti schiaccianti qui presentati.

1 gennaio 2017
Indipendentemente da ciò che diranno i media, c’erano tre tiratori nella discoteca Reina a Istanbul, in Turchia, alla vigilia del capodanno. I primi rapporti affermavano che: “dal club fu riferito di aver visto tre attentatori con Kalashnikov” e “due persone sparavano“. Una grave affermazione, ancora oggi, continua a sostenere che, Gli aggressori erano vestiti da Babbo Natale: secondo la CNN, gli attentatori aprirono il fuoco nella discoteca Reina intorno alle 01:15 ed erano vestiti da Babbo Natale. Il New York Times riporta che il proprietario del club Mehmet Kocarslan riferì che gli aggressori usavano fucili Kalashnikov. Gli assalitori non furono identificati: in un rapporto di al-Jazeera, uno degli aggressori si ritiene fosse stato ucciso sul posto. L’esperienza c’insegna che i primi rapporti sono sempre molto più vicini alla verità del successivo mulinello narrativo, quando i vari media riducono le notizie.reina-4Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora