Nel governo invisibile: guerra, propaganda, Clinton e Trump

John Pilger, Mondialisation, 29 ottobre 2016zwzx2aau5tbcum_3pcrxbj6ynmfynhmjx6iga-3mmvaIl giornalista statunitense Edward Bernays viene spesso presentato come l’inventore della propaganda moderna. Nipote di Sigmund Freud, il pioniere della psicoanalisi, Bernays inventò il termine “relazioni pubbliche” quale eufemismo per manipolazione e inganno. Nel 1929 convinse le femministe a promuovere le sigarette con donne che fumavano durante una parata a New York, un comportamento visto allora come assurdo. Una femminista, Ruth Booth, disse “Le donne! Devono accendere la nuova torcia della libertà! Combattere contro un altro tabù sessista!” L’influenza di Bernays va ben oltre la pubblicità. Il suo più grande successo fu convincere il pubblico statunitense ad entrare nella grande strage della prima guerra mondiale. Il segreto, disse, era “produrre il consenso” del popolo per “controllarlo e dirigerlo secondo la nostra volontà a sua insaputa“. Lo descrisse come “il vero potere decisionale nella nostra società” e lo chiamò “governo invisibile“. Oggi, il governo invisibile non è mai stato così potente e così poco compreso. Nella mia carriera di giornalista e regista non ho mai visto tale dilagante propaganda influenzare la nostra vita oggi, e così poco contestata. Immaginate due città. Entrambe sotto assedio da parte delle forze governative di questi Paesi. Le due città sono occupate da fanatici che commettono atrocità come le decapitazioni. Ma vi è una differenza essenziale. In una delle città, i giornalisti occidentali embedded coi soldati governativi li descrivono come liberatori e con entusiasmo annunciano battaglie e attacchi aerei. Ci sono immagini da prima pagina di questi eroici soldati che fanno la V di vittoria. C’è poca menzione di vittime civili. Nella seconda città, in un Paese vicino, accade quasi esattamente lo stesso. Le forze governative assediano una città controllata dagli stessi fanatici. La differenza è che questi fanatici sono supportati, attrezzati e armati da “noi”, Stati Uniti e Gran Bretagna. Hanno anche un centro mediatico finanziato da Gran Bretagna e Stati Uniti. Un’altra differenza è che le truppe governative che assediano questa città sono i cattivi, condannati per aver aggredito e bombardato la città, esattamente ciò che fanno i soldati buoni nella prima città. Confusione? Non proprio. È il doppio standard, essenza della propaganda. Parlo, naturalmente, dell’assedio di Mosul da parte delle forze governative irachene appoggiate da Stati Uniti e Gran Bretagna e dell’assedio di Aleppo da parte delle forze del governo della Siria, sostenute dalla Russia. Uno è buono; l’altro è cattivo. Ciò che viene raramente riportato è che entrambe le città non sarebbero state occupate da fanatici e devastate dalla guerra se Gran Bretagna e Stati Uniti non avessero invaso l’Iraq nel 2003. Tale crimine fu avviato da bugie sorprendentemente simili alla propaganda che ora distorce il quadro della guerra in Siria. Senza tale propaganda rullante travestita da informazioni, i mostruosi SIIL, al-Qaida, al-Nusra e il resto dei jihadisti non esisterebbero, e il popolo siriano non lotterebbe per la sopravvivenza.
1424287623278 Alcuni possono ricordare quei giornalisti della BBC che nel 2003 sfilavano davanti le telecamere per spiegare che l’iniziativa di Blair era “giustificata” da ciò che divenne il crimine del secolo. Le reti televisive degli Stati Uniti diffusero le stesse giustificazioni di George W. Bush. Fox News invitò Henry Kissinger a dissertare sulle menzogne di Colin Powell. Lo stesso anno, poco dopo l’invasione, ripresi un colloquio a Washington con Charles Lewis, il celebre giornalista investigativo. Gli chiesi: “Cosa sarebbe successo se i media più liberi del mondo avessero seriamente messo in discussione ciò che si è rivelata una rozza propaganda?” Disse che se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, “molto probabilmente non saremmo entrati in guerra con l’Iraq“. Fu una dichiarazione scioccante, confermata da altri giornalisti famosi a cui posi la stessa domanda, Dan Rather della CBS, David Rose dell’Observer e giornalisti e produttori della BBC, che vollero rimanere anonimi. In altre parole, se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, se avessero sfidato e studiato la propaganda invece di amplificarla, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sarebbero vivi oggi, e non ci sarebbero SIIL e assedi ad Aleppo e Mosul. Non ci sarebbe stata alcun atrocità nella metropolitana di Londra il 7 luglio 2005, né milioni di rifugiati in fuga e né campi miserabili. Quando l’atrocità terroristica ebbe luogo a Parigi a novembre, il presidente François Hollande inviò immediatamente aerei a bombardare la Siria, creando altro terrorismo, prevedibilmente prodotto dalla magniloquenza di Hollande sulla Francia “in guerra” e “spietata”. La violenza dello Stato e la violenza jihadista si nutrono a vicenda, un dato di fatto che nessun leader nazionale ha il coraggio di affrontare. “Quando la verità viene sostituita dal silenzio“, disse il dissidente sovietico Evtushenko, “il silenzio è una bugia”. L’attacco a Iraq, Libia, Siria si verificò perché i capi di ciascuno di questi Paesi non erano fantocci dell’occidente. Il record dei diritti umani di un Sadam o Gheddafi era irrilevante. Disobbedivano agli ordini e non cedettero il controllo del loro Paese. Lo stesso destino attese Slobodan Milosevic dopo aver rifiutato di firmare un “accordo” che richiedeva l’occupazione della Serbia e la conversione ad un’economia di mercato. I suoi abitanti furono bombardati e perseguiti a L’Aia. Tale indipendenza è intollerabile. Come ha rivelato WikLeaks, quando il leader siriano Bashar al-Assad nel 2009 respinse il gasdotto dal Qatar all’Europa, fu attaccato. Da quel momento la CIA programmò la distruzione del governo della Siria con fanatici jihadisti, gli stessi che attualmente tengono in ostaggio il popolo di Mosul e dei quartieri di Aleppo. Perché i media non ne parlano? Un ex-funzionario degli Esteri inglese, Carne Ross, responsabile delle sanzioni operative all’Iraq, disse, “Abbiamo fornito ai giornalisti pezzi accuratamente ordinati e li tenevamo a bada. Ecco come funzionava“.
L’alleata medievale dell’occidente, l’Arabia Saudita, a cui Stati Uniti e Gran Bretagna vendono miliardi di dollari in armi, attualmente distrugge lo Yemen, un Paese povero che nel migliore dei casi ha la metà dei bambini malnutrita. Guardate su YouTube e vedrete il tipo di bombe enormi, le “nostre” bombe, che i sauditi usano contro i villaggi della terra martoriata e contro matrimoni e funerali. Le esplosioni sembrano piccole bombe atomiche. Coloro che sganciano queste bombe dall’Arabia Saudita collaborano con ufficiali inglesi. Non se ne sente parlare al telegiornale della sera. La propaganda è più efficace quando il nostro consenso è prodotto da élite istruite ad Oxford, Cambridge, Harvard, Columbia e che fanno carriera nella BBC, The Guardian, New York Times, Washington Post. Tali media si presentano progressisti, illuminati, tribune progressive della moralità. Sono antirazzisti, ambientalisti, femministi e pro-LGBT. E amano la guerra. Allo stesso tempo difendono il femminismo e sostengono le guerre rapaci che negano i diritti a innumerevoli donne, anche alla vita. Nel 2011 la Libia, uno Stato moderno, fu distrutta con la scusa che Gheddafi compisse un genocidio contro il proprio popolo. Le informazioni fluivano, ma non vi era alcuna prova. Erano menzogne. In realtà, Gran Bretagna, Europa e Stati Uniti volevano ciò che amano chiamare “cambio di regime” in Libia, il più grande produttore di petrolio in Africa. L’influenza di Gheddafi sul continente e, in particolare, la sua indipendenza erano intollerabili. Così fu ucciso pugnalato alla schiena da fanatici sostenuti da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Davanti le telecamere Hillary Clinton ne applaudì la morte orribile, dicendo: “Siamo venuti, abbiamo visto ed è morto!” La distruzione della Libia fu un trionfo mediatico. Mentre rullavano i tamburi di guerra, Jonathan Freedland scrisse sul Guardian: “Anche se i rischi sono reali, il caso d’intervento rimane forte“. Intervento. Una parola educata, benigna, molto “Guardian“, il cui vero significato per la Libia fu morte e distruzione. Secondo i propri dati, la NATO lanciò 9700 “attacchi aerei contro la Libia”, di cui oltre un terzo su obiettivi civili. Tra questi, missili con testate all’uranio. Vedasi le foto delle macerie a Misurata e Sirte, e le fosse comuni individuate dalla Croce Rossa. Il rapporto dell’UNICEF sui bambini uccisi dice “la maggior parte aveva meno di dieci anni“. Risultato diretto, Sirte è diventata la capitale dello Stato Islamico. L’Ucraina è un altro trionfo mediatico. I rispettabili giornali liberal come New York Times, Washington Post e The Guardian, ed emittenti tradizionali come BBC, NBC, CBS e CNN, hanno svolto un ruolo cruciale nel fare accettare al loro pubblico una nuova e pericolosa guerra fredda. Tutti hanno distorto gli eventi in Ucraina per mostrare una Russia malvagia, mentre in realtà il colpo di Stato in Ucraina nel 2014 fu opera degli Stati Uniti, aiutati da Germania e NATO. Tale sovversione della realtà è così pervasiva che le minacce militari di Washington alla Russia vengono ignorate; tutto è oscurato da una campagna di denigrazione e paura come quella che vissi durante la prima guerra fredda. Ancora una volta, i Russkoffs cercano d’infastidirci guidati da un nuovo Stalin, che The Economist raffigura come il diavolo. L’occultamento della verità sull’Ucraina è uno delle più totali censura che abbia mai visto. Fascisti che hanno progettato il colpo di Stato a Kiev, dello stesso stampo di coloro che sostennero l’invasione nazista dell’Unione Sovietica nel 1941. Mentre si hanno timori sull’avanzata dell’antisemitismo fascista in Europa, alcun capo menziona i fascisti in Ucraina, ad eccezione di Vladimir Putin, ma non conta. Molti media occidentali lavorano duramente per presentare la popolazione russofona dell’Ucraina come stranieri nel proprio Paese, come agenti di Mosca, quasi mai come gli ucraini che vogliono la federazione dell’Ucraina, come cittadini ucraini che resistono a un colpo di Stato orchestrato dall’estero contro il governo legittimo. Tra i guerrafondai regna quasi la stessa eccitazione dell’assemblea di classe. I banditori del Washington Post incitano alla guerra contro la Russia sono gli stessi che pubblicarono le menzogne sulle armi di distruzione di massa di Sadam Husayn.
edward_bernays-remodified Per la maggior parte di noi, la campagna presidenziale degli Stati Uniti è un fenomeno da baraccone in cui Donald Trump interpreta il ruolo del cattivo. Ma Trump è odiato da chi è al potere negli Stati Uniti per ragioni che hanno poco a che fare con il suo comportamento e le opinioni odiosi. Per il governo invisibile di Washington, l’imprevedibile Trump è un ostacolo al piano statunitense per il 21° secolo, mantenere il dominio degli Stati Uniti ed attaccare la Russia e forse la Cina. Per i militaristi di Washington, il vero problema con Trump è che nei suoi momenti di lucidità non vuole la guerra con la Russia; vuole parlare con il presidente russo, non combatterlo; dice che vuole parlare con il presidente della Cina. Nel primo dibattito con Hillary Clinton, Trump ha promesso di non essere il primo ad usare le armi nucleari in un conflitto. Ha detto: “Io certamente non effettuerei il primo colpo. Dopo aver scelto l’opzione nucleare, è finita“. I media non ne hanno parlato. In realtà che pensa? Chi lo sa? Si contraddice più volte. Ma ciò che è chiaro è che Trump è considerato una grave minaccia allo status quo dall’ampio apparato della sicurezza nazionale che guida gli Stati Uniti, a prescindere dall’inquilino della Casa Bianca. La CIA vuole vederlo sconfitto. Il Pentagono vuole vederlo sconfitto. I media vogliono vederlo sconfitto. Anche il suo partito vuole vederlo sconfitto. È una minaccia per i capi mondiali, a differenza di Clinton che non lascia alcun dubbio di esser pronta alla guerra contro la Russia e la Cina, due Paesi che possiedono armi nucleari. La Clinton ha l’esperienza, come si vanta spesso. In effetti, non ha più nulla da dimostrare. Come senatrice ha sostenuto lo spargimento di sangue in Iraq. Quando concorreva contro Obama nel 2008 minacciò di “distruggere completamente” l’Iran. Come segretaria di Stato, ha voluto distruggere i governi di Libia e Honduras e provocò la Cina. Ha promesso la no-fly zone in Siria, una provocazione diretta alla Russia. Clinton potrebbe diventare il presidente più pericoloso degli Stati Uniti della mia vita, un titolo dalla dura concorrenza. Senza alcuna prova, ha accusato la Russia di sostenere Trump e piratare le sue e-mail. Pubblicate da Wikileaks, le e-mail rivelano ciò che ha detto in privato, nel suo discorso ai ricchi e potenti, il contrario di ciò che dice in pubblico. Ecco perché è così importante mettere a tacere e minacciare Julian Assange. A capo di Wikileaks, Julian Assange sa la verità. E permettetemi di rassicurare tutti gli interessati, sta bene e Wikileaks funziona a pieno.
Oggi c’è la maggiore corsa agli armamenti degli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale, nel Caucaso e in Europa orientale, al confine con la Russia, in Asia e Pacifico, dove la Cina è il bersaglio. Ricordatelo quando il circo delle elezioni presidenziali si concluderà l’8 novembre, se Clinton vincesse, un coro di commentatori senza cervello ne celebrerà l’incoronazione come importante passo avanti per le donne. Nessuno ricorda le vittime di Clinton: donne siriane, donne irachene, donne libiche. Nessuno menziona le esercitazioni della protezione civile in Russia. Nessuno ricorda la “torcia della libertà” di Edward Bernays. Un giorno, il portavoce presso la stampa di George Bush definì i media “utili complici”. Venendo da un alto funzionario di un’amministrazione le cui bugie, aiutate dai media, causarono tanta sofferenza, tale descrizione è un avvertimento dalla storia. Nel 1946, il procuratore del Tribunale di Norimberga disse dei media tedeschi: “Prima di ogni grande aggressione avviarono campagne stampa volte ad indebolire le vittime e a preparare psicologicamente il popolo tedesco all’attacco. Nel sistema di propaganda, la stampa quotidiana e la radio furono le armi più importanti“.14606287Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mosul, le forze sciite irachene sventano le trame di wahhabiti, Stati Uniti e Turchia

Murad Makhmudov, Kanako Itamae e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 28 ottobre 201614717261Le milizie sciite si radunano in forze presso Mosul ovest, perché giustamente temono gli intrighi di USA, Turchia e Paesi del Golfo, in particolare Qatar e Arabia Saudita. Gli sciiti temono che NATO e Paesi del Golfo, sostenitori del settarismo sunnita in Siria che ha portato alla proliferazione dello Stato islamico dall’Iraq alla Libia, permettano ai settari dello SIIL di fuggire in Siria. A loro volta, tali taqfiriti aiuteranno lo SIIL o si fonderanno con altre forze settarie per minacciare ancora il governo della Siria. Non ha senso per gli USA e le forze che combattono al loro fianco lasciare ad ovest di Mosul un corridoio aperto, dopo tutto perché non in altre zone di Mosul se si hanno serie preoccupazioni umanitarie? Invece, sembra che i piani di NATO e Golfo, con la Turchia in prima linea, permettano deliberatamente di lasciare aperto tale spazio perché sanno che lo SIIL cercherà di raggiungere la Siria tramite esso. Reuters dice: “Le milizie sciite irachene appoggiate dall’Iran hanno detto che presto si uniranno alla lotta contro lo Stato islamico sul nuovo fronte ad ovest di Mosul, una mossa che potrebbe bloccare qualsiasi ritirata dei jihadisti in Siria, allarmando Turchia e Stati Uniti“. Lo SIIL ha massacrato numerosi sciiti prima dell’ultimo assalto su Mosul. Nonostante ciò, il presidente Obama è più preoccupato dal placare la Turchia ed a ostenere il suo “approccio alla Arthur Zimmermann” alla crisi. Gli sciiti non a caso non si fidano di Washington e Ankara. Altrettanto importante, sanno che aprendo un corridoio i taqfiriti accorreranno in Siria dall’Iraq, ampliando la carneficina in quel Paese.
Le Forze di mobilitazione popolari (PMF) sono attente alla situazione sul campo. Ciò significa che le PMF si concentreranno su Tal Afar e poi utilizzeranno l’area per altri obiettivi. Ad esempio, è giusto che le milizie sciite prendano parte all’assalto contro Mosul perché impediranno allo SIIL di avanzare ulteriormente, prendendo Tal Afar e le zone circostanti, tagliando le ratlines dei taqfiri che entrano in Siria, ponendo le basi del rafforzamento dei legami con le forze governative siriane ed alleate tramite una catena di alleanze. Reuters dice: “Prendendo Tal Afar effettivamente si chiuderebbe la via di fuga dei terroristi che vogliono andare in Siria, supportando l’esercito del Presidente siriano Bashar al-Assad sostenuto dall’Iran. Ed accusano la coalizione anti-Stato islamico degli Stati Uniti di preparare tale passaggio sicuro per i jihadisti“. I combattenti delle PMF rafforzeranno ugualmente le Forze Armate dell’Iraq perché sono agguerriti. Infatti, dato che le informazioni da Mosul sono vaghe, ciò indicherebbe che non tutto va liscio. Naturalmente, si tratta di speculazione, ma la paura di un corridoio per i taqfiriti che permetta ai resti dello SIIL di fuggire in Siria, è una genuina preoccupazione dati i precedenti di USA e Turchia.cnfhyotweaambxuTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Medio Oriente in movimento, l’Asse della Resistenza si amplia all’Egitto

Mentre l’Asse della Resistenza si amplia all’Egitto, consolidando la lotta al terrorismo islamista, Renzi sbarca in Libia, a soccorrere gli islamisti di Misurata
Alessandro Lattanzio, 28/10/2016mosul-23-oct-2016-2abanIl 26 ottobre, oltre 100 velivoli e più di 130 centri di comando e controllo venivano allertati in Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan nell’ambito di una grande esercitazione nella difesa da “violazioni dello spazio aereo, tra cui da aerei dirottati” e nell'”assistenza agli equipaggi di aerei in difficoltà“. Tra i velivoli interessati vi erano aerei da combattimento Su-27, MiG-29 e MiG-31, cacciabombardieri Su-24 e Su-34, aerei d’attacco al suolo Su-25, elicotteri da combattimento, unità missilistiche superficie-aria e da guerra elettronica. Bombardieri Tu-160, Tu-95MS e Tu-22M3 svolgevano il ruolo di aggressori negli spazi aerei europei e dell’Asia centrale ed orientale. Tutte le unità si coordinavano con il centro di comando dell’Aeronautica russa di Mosca. Il sistema di difesa aerea congiunto della CIS, istituito nel 1995, è dedicato alla protezione dello spazio aereo delle repubbliche ex-sovietiche, oltre al compito di primo allarme su un attacco missilistico ed aereo, e al coordinamento della risposta.
Il 28 ottobre, il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ospitava gli omologhi iraniano e siriano Mohammad Javad Zarif e Walid al-Mualam, a Mosca, per discutere dell’intensificarsi delle operazioni antiterrorismo in Siria. L’ambasciatore iraniano a Mosca Mahdi Sanayi sottolineava la stretta cooperazione tra Iran e Russia con la Siria nella guerra ai gruppi terroristici, “In generale, Iran e Russia collaborano sulla questione siriana. Ora non ci sono problemi, e consultazioni regolari sulla soluzione della questione siriana sono in corso tra Iran e Russia a diversi livelli”. L’ambasciatore russo a Teheran Levan Jagarjan aveva sottolineato. “I nostri amici iraniani sono informati dei dettagli di ciò che negoziamo con gli Stati Uniti sulla Siria. Tutto è trasparente e i funzionari iraniani ne sono informati”. Queste osservazioni avvenivano dopo che un alto ufficiale delle forze alleate del governo di Damasco aveva ammonito la Turchia a sospendere le incursioni a nord di Aleppo, avvertendo che, “Affronteremo con decisione l’esercito turco che avanza a nord-est di Aleppo. Non permetteremo mai che la Turchia si avvicini alle linee di difesa delle nostre forze alleate con il pretesto di combattere il gruppo terroristico dello SIIL”. Anche l’ex-Generale siriano Haysam Hasun aveva affermato, “Vedremo l’inizio di operazioni militari verso il nord e il nord-est della provincia di Aleppo, presso al-Bab, per bloccare l’avvicinarsi dell’esercito turco e dei terroristi filo-turchi. L’Esercito arabo siriano ha inviato forze verso al-Bab, ad est di Aleppo, tre mesi fa, ma rinviava ulteriori progressi per aiutare le altre unità dell’esercito a consolidare le posizioni a sud e a sud-est di al-Bab e Dabar. Forze siriane e curde hanno avviato il 24 ottobre un’operazione per respingere l’esercito turco nel nord“. Inoltre, l’analista siriano Qamal Fayadh dichiarava che dopo la “Fine della battaglia di Aleppo ci si concentrerà su al-Bab, la più importante ed ultima base dello SIIL nel nord della provincia di Aleppo, una città in cui, nonostante i duri scontri, né i curdi, né le forze turche e i loro alleati dell’ELS avranno il coraggio di entrare, dati gli avvertimenti di Russia e Iran ai turchi“.
qassemsoleimani Il comandante della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC) Maggiore-Generale Qasim Sulaymani, giungeva nel centro operativo dell’Hashd al-Shabi di Mosul, per svolgere il ruolo di consigliere dell’operazione anti-SIIL, “Hashd al-Shabi inizierà presto le operazioni ad ovest di Mosul per tagliare le vie di rifornimento dello SIIL con la Siria e sventare i piani degli Stati Uniti di rinviare la partecipazione delle forze popolari nell’operazione, e il Generale Soleimani vi ha aderito in qualità di consigliere militare“, affermava al-Aqbar. Il portavoce delle forze popolari irachene Ahmad al-Asadi aveva confermato che “La presenza del Generale di Brigata Sulaymani nelle operazioni per liberare Mosul e la provincia di Niniwa è necessaria, essendo il più importante consigliere che abbia aiutato il governo iracheno nella guerra contro lo SIIL. Hajj Qasim Sulaymani è uno dei più importanti consiglieri militari della Repubblica islamica dell’Iran, ed è in Iraq su invito, domanda e accordo del governo iracheno“. A giugno, il Ministro degli Esteri iracheno Ibrahim al-Jafari aveva sottolineato che il “Generale Sulaymani è in Iraq su invito del governo iracheno per consigliare le forze irachene” e il comandante dell’Hashd al-Shabi, Abu Mahdi al-Muhandas, a sua volta sottolineava che i “consulenti iraniani, guidati dal caro fratello Qasim Sulaymani, sono al nostro fianco dall’inizio della guerra, e la loro presenza è richiesta dal governo ed è in accordo con il comandante in capo delle Forze Armate irachene“. Inoltre, l’esercito iracheno chiedeva a Mosca di fornire intelligence sui terroristi dello Stato Islamico (IS) attivi a Mosul e dintorni, secondo il quotidiano Izvestija. “Usando l’intelligence elettronica, gli iracheni hanno già intercettato i segnali di chiamata dei comandanti sul campo e sono riusciti a determinare quali unità dello SIIL operano nella zona di Mosul, e attraverso il Centro di coordinamento congiunto di Baghdad richiedevano informazioni su formazioni, consistenza, armi e tattiche dello SIIL. I russi hanno risposto positivamente e preparano i dati che saranno presto consegnati ai militari iracheni”. Il presidente del Consiglio del Comitato della Federazione per gli Affari Esteri, Konstantin Kosachev, confermava che “Russia e Iraq perseguono gli stessi obiettivi nel contesto della lotta al terrorismo, in questo caso sul territorio dell’Iraq. E non vedo alcun ostacolo allo scambio d’intelligence senza alcuna restrizione“, e secondo un rappresentante dell’Hashd al-Shabi (le Forze di mobilitazione del popolo iracheno), “La condivisione dell’intelligence sulle posizioni dei terroristi in Iraq, si svolge ad alto livello fra Baghdad e Mosca. La Russia è un alleato affidabile e supporta l’Iraq inviando armi e munizioni per la lotta ai terroristi dello SIIL. Usiamo elicotteri militari russi. C’è il pericolo di movimenti dei terroristi dall’Iraq alla Siria, e faremo tutto il possibile per eliminare i terroristi qui, sul suolo iracheno“. Gli esperti militari osservavano che l’aiuto russo a Mosul è di fondamentale importanza, e la Russia, in risposta, avrà le informazioni necessarie sui movimenti di terroristi verso il territorio della Siria. Mosca controlla la situazione a Mosul, e come aveva dichiarato il Capo di Stato Maggiore russo Generale Valerij Gerasimov, i militari russi controllano ciò che accade in tempo reale tramite satelliti da ricognizione e velivoli senza equipaggio (UAV). Secondo l’analista militare iracheno Safa al-Asam, “Turchia e Arabia Saudita cercavano di portare al-Baghdadi in Turchia, via Mosul e Qirquq, oppure via al-Qaim, al-Rataba a Dayr al-Zur in Siria, e quindi in Turchia, per poi trasferirlo in Libia. Lo SIIL ora cerca una nuova via attraverso i confini tra Iraq e Siria per portare al-Baghdadi in Turchia e poi in Libia o altrove”. Una fonte irachena aveva detto che “al-Baghdadi era stato gravemente ferito nella battaglia di al-Anbar, nell’ovest dell’Iraq, a settembre, e che le ferite erano tali che non poteva affatto muoversi liberamente“. Secondo altre fonti, invece al-Baghdadi e tre collaboratori erano stati avvelenati, e quindi trasferiti in un luogo sconosciuto. Nel maggio 2016, secondo fonti irachene, al-Baghdadi era rientrato in Iraq dalla Siria, “al-Baghdadi e un gruppo di capi dello SIIL sono tornati di nascosto nella provincia di Niniwa, in Iraq“. Nel novembre 2015 al-Baghdadi si era trasferito a Mosul dalla città siriana di al-Buqamal, dove si era rifugiato ad ottobre, dopo che aerei iracheni ne avevano bombardato il convoglio presso al-Qarablah, eliminando 25 terroristi nell’operazione organizzata dal Centro di condivisione dell’intelligence di Baghdad, gestito delle agenzie d’intelligence iraniane, russe, irachene e siriane. Al-Baghdadi, ferito nel raid aereo iracheno, fu trasferito a Raqqa, dove i chirurghi riuscirono a salvargli la vita, ma senza potersi ristabilire completamente.
isis_egypt_libya Il politologo del Centro studi politico-strategici egiziano Atif al-Sadawi dichiarava “Gli sviluppi internazionali, specialmente sull’Arabia Saudita, hanno costretto l’Egitto a cambiare diplomazia e a ricercare nuovi alleati nei Paesi come Iran, Venezuela e Russia per aiutarlo in tutti i campi. Il ripristino dei legami Cairo-Riyadh è un lavoro molto complicato e difficile in questo momento“, ostacolato dalla posizione dell’Egitto sulla crisi siriana e dalla sconfitta saudita nello Yemen. Ai primi di ottobre, il consigliere del Parlamento iraniano Hossein Amir Abdollahian definiva “costruttiva e utile” la posizione dell’Egitto su crisi siriana e lotta al terrorismo, ed incontrando il rappresentante egiziano Yasir Uthman a Teheran, affermava “Iran ed Egitto sono due grandi e influenti Paesi che possono svolgere un ruolo costruttivo cooperando nella regione per attenuare le tensioni“. Uthman sottolineava che “L’incremento delle consultazioni tra funzionari dei due Paesi sarà efficace nel migliorare la situazione regionale“. In precedenza il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi aveva dichiarato che la “Posizione dell’Egitto sulla situazione in Siria si basa su cinque semplici principi: rispetto dell’integrità territoriale e della volontà del popolo siriani, soluzione politica pacifica della crisi, disarmo degli estremisti, recupero della Siria e ripristino delle istituzioni statali“. L’Egitto, è consapevole di essere obiettivo del jihadismo sponsorizzato dagli Stati Uniti, e la guerra civile in Libia, dove lo SIIL ha il sostegno degli Stati del Golfo, è una minaccia immediata. La Libia con un governo fantoccio controllato dalle potenze del Golfo, potrebbe destabilizzare l’Egitto, e ciò significa che Cairo è interessata ad influenzare l’esito della guerra civile libica. In tale quadro, la Russia è essenziale per l’Egitto, potendo riempire il vuoto causato dall’azione occidentale e potendo difendere l’integrità politica e territoriale dell’Egitto contro ogni minaccia, come ha dimostrato in Siria. Perciò l’Egitto cerca una stretta cooperazione con la Russia. Sul piano militare, ad esempio le navi Mistral acquisite dall’Egitto riceveranno equipaggiamento elettronico ed elicotteri russi, mentre la Marina Militare egiziana aveva già ricevuto una corvetta lanciamissili classe Molnija. Per Mosca, l’Egitto è un baluardo contro l’invasione occidentale ed islamista, una risposta simmetrica all’espansione della NATO e alle rivoluzioni colorate della CIA.
E concludendo proprio sulla Libia, il governo Renzi ha stanziato per la missione Ippocrate, a Misurata, e per la partecipazione italiana ad UNSMIL (United Nations Support Mission in Libya), 17,39 milioni di euro per le spese entro il 31 dicembre 2016. Il contingente Ippocrate, già operativo, comprende 300 militari: 65 per l’ospedale da campo, 135 per il comando e la logistica, e 100 della forza di protezione del 186.mo Reggimento della Brigata paracadutisti Folgore.libya_egypt_mapFonti:
FARS
FARS
FARS
FARS
FARS
Global Research
RID
RussiaToday
South Front

Le e-mail di Clinton: sauditi e CIA hanno creato il terrorismo

Kurt Nimmo Newsbud, 24 ottobre 2016hillary-fundingLe e-mail di Hillary Clinton al responsabile della campagna John Podesta del 17 agosto 2014 indicano Qatar e Arabia Saudita quali principali sostenitori “logistici e finanziari” dello Stato islamico. Nelle e-mail, Clinton raccomanda gli Stati Uniti ad usare le “risorse d’intelligence diplomatiche e tradizionali per fare pressione sui governi di Qatar e Arabia Saudita” mettendoli “in posizione di bilico politico e in concorrenza continua nel dominare il mondo sunnita, subendo di conseguenza serie pressioni dagli Stati Uniti”. La proposta della segretaria di Stato Clinton sembra la reazione alla crescente consapevolezza del ruolo giocato dalle monarchie del Golfo nel sostenere e finanziare non solo Stato islamico e al-Nusra, ma una costellazione di gruppi jihadisti in Medio Oriente. Una cosa non menzionata da Clinton è il fatto gli Stati Uniti nel corso di varie amministrazioni collaborarono con le monarchie del Golfo nel diffondere il wahabismo nel mondo musulmano. L’élite finanziaria occidentale ebbe un ruolo diretto nella diffusione del wahabismo. Nel 1976 il principe saudita Muhamad al-Faysal creò la Faysal Islamic Bank of Egypt (FIBE). Molti fondatori erano esponenti dei Fratelli musulmani, tra cui lo “Sceicco Cieco” Umar Abdurahman, implicato nel primo attentato al World Trade Center del febbraio 1993. La Fratellanza musulmana fu l’agente dell’MI6 e poi della CIA nella guerra segreta e negli attentati contro il leader panarabo nazionalista egiziano Gamal Abdal Nasir. La FIBE e l’ascesa del sistema bancario islamico dopo il drammatico aumento dei prezzi del petrolio nel 1973, sono strettamente associate alle politiche finanziarie neoliberiste, alla filosofia economica della Scuola di Chicago e alle prescrizioni monetarie del Fondo monetario internazionale. FIBE collaborò con la famigerata Banca di Credito e Commercio Internazionale (BCCI), banca criminale utilizzata per finanziare il terrorismo, riciclare denaro, contrabbandare armi e droga. Dopo che la BCCI crollò e si bruciò nel 1991, gli investigatori scoprirono 589 milioni di dollari di “depositi non registrati”, 245 collocati dalla FIBE. “BCCI consisteva in un’alleanza complessa tra agenzie d’intelligence, multinazionali, commercianti di armi, narcotrafficanti, terroristi, banchieri globali e alti funzionari governativi“, scrive David DeGraw. I Fratelli musulmani inoltre crearono al-Taqwa Bank nel 1988, che finanziava i gruppi radicali wahabiti come al-Qaida. La banca fu associata a Said Ramadan, uno dei principali leader della Fratellanza Musulmana. Ramadan era il genero di Hasan al-Bana, fondatore dei Fratelli musulmani, ed aiutò la monarchia saudita a creare la Lega musulmana mondiale nel 1962. L’organizzazione finanziò poi al-Qaida e numerosi altri gruppi terroristici. I documenti svizzeri del 1960 declassificati rivelano che Ramadan era una risorsa di CIA e servizi segreti inglesi. “Non è esagerato dire che Ramadan sia il nonno ideologico di Usama bin Ladin. Ma Ramadan, Fratelli musulmani e loro alleati islamisti non avrebbero mai potuto piantare i semi che generarono al-Qaida se non fossero stati alleati degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda, e se non avessero ricevuto supporto palese e occulto da Washington“, scrive il giornalista investigativo Robert Dreyfuss.
42-38953358 Oltre a finanziare gruppi islamisti, i sauditi crearono il cosiddetto Safari Club nel 1976. Il principale istigatore del gruppo era Alexandre de Marenches, capo dell’intelligence francese SDECE. Come la BCCI, il Safari Club finanziò operazioni terroristiche e collaborò con il Muqabarat al-Amah, l’intelligence saudita di Qamal Adham e suo nipote principe Turqi. Adham era il canale tra Henry Kissinger e Anwar Sadat, il presidente egiziano ed ex-membro dei Fratelli musulmani. Il Safari Club fu gestito dal trafficante d’armi saudita Adnan Khashoggi nel noto caso Iran-Contra. Inoltre aveva collegamenti con la BCCI. Secondo l’autore Joe Trento, il Safari Club preferì lavorare con una fazione della CIA composta da agenti vicini all’ex-direttore della CIA George Bush Sr. e all’ufficiale della CIA Theodore Shackley. L'”organizzazione privata ombra” nella CIA, secondo Trento, fu organizzata nel tentativo dell’amministrazione Carter di riformare l’agenzia dopo le rivelazioni del Comitato Church degli anni ’70. (Vedasi Peter Dale Scott: La strada per l’11 settembre: ricchezza, impero e futuro dell’America) Bush “cementò forti rapporti con i servizi segreti saudita e dello Shah. Collaborò con Qamal Adham, il capo dell’intelligence saudita, cognato di re Faysal e insider della BCCI”, scrive Scott. Nella riunione del maggio 1979 del gruppo globalista Bilderberg, lo storico inglese Bernard Lewis presentò la strategia anglo-statunitense che “sosteneva il movimento radicale dei Fratelli musulmani nell’Iran di Khomeini, per promuovere la balcanizzazione del Vicino Oriente su linee tribali e religiose. Lewis sostenne che l’occidente doveva incoraggiare gruppi autonomi come curdi, armeni, maroniti libanesi, copti etiopi, azeri turchi, e così via. Il caos si sarebbe diffuso in ciò che egli definiva ‘Arco della Crisi’, sconfinando nelle regioni musulmane dell’Unione Sovietica” (Vedasi F. William Engdahl, Un secolo di guerra: Politica petrolifera anglo-statunitense e Nuovo ordine mondiale. Londra: Pluto Press, 2004: pag. 172). L’anno precedente, la CIA avviò l’addestramento degli islamisti in Pakistan per destabilizzare l’Afghanistan e trascinarvi l’Unione Sovietica. Robert Gates, che divenne direttore della CIA e segretario della Difesa di Obama, ricordò un incontro tenutosi il 30 marzo 1979, dove il segretario alla Difesa Walter Slocumbe propose “di risucchiare i sovietici nel pantano vietnamita“. Il presidente Carter approvò formalmente l’aiuto segreto ai mujahidin afgani della CIA a luglio. (Vedasi Robert Gates, Nell’ombra: la storia dell’Insider di cinque presidenti e di come vinsero la guerra fredda, New York, Simon & Schuster, 2007, pag 145). “La CIA divenne il grande coordinatore: acquistava o ordinava la produzione di armi di tipo sovietico da Egitto, Cina, Polonia, Israele e altrove, o forniva le proprie; organizzava l’addestramento da parte di statunitensi, egiziani, cinesi e iraniani; raccoglieva nei Paesi del Medio Oriente le donazioni, in particolare dall’Arabia Saudita che versò centinaia di milioni di dollari ogni anno, per un totale probabile di oltre un miliardo; corruppe il Pakistan, con cui i rapporti si erano ridotti di molto, affittando il Paese come area di supporto militare e santuario, e mettendo il direttore delle operazioni militari pakistano, brigadiere-generale Mian Mohammad Afzal, sul libro paga della CIA per garantirsi la cooperazione del Pakistan“, scrive Phil Gasper. Secondo Dreyfuss, “L’alleanza degli Stati Uniti con gli islamisti afghani precedette di molto l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979 e nacque dalle attività della CIA in Afghanistan negli anni ’60 e primi anni anni ’70. La jihad afgana scatenò la guerra civile in Afghanistan alla fine degli anni ’80, creando i taliban e permettendo ad Usama bin Ladin di costruire al-Qaida“. Il nesso tra Islam radicale in Afghanistan negli anni ’80 e Stato Islamico è intatto. Esiste una correlazione diretta tra al-Qaida in Afghanistan, al-Qaida in Iraq (AQI) e Stato Islamico in Iraq, nato dal Jamat al-Tawhid wa al-Jihad, alias al-Qaida in Iraq. AQI fu oggetto di una black operation e della propaganda del Pentagono verso la resistenza irachena all’invasione di Bush nel 2003.
Le e-mail di Hillary Clinton indicano la monarchia saudita prima responsabile del supporto “logistico e finanziario” allo Stato islamico. Di fatto, lo Stato islamico non è la minaccia monolitica ritratta da governo e suoi media. È una confederazione di gruppi jihadisti che condividono un’ideologia simile al wahhabismo saudita. Molti di tali gruppi ricevono aiuto finanziario e militare direttamente da Arabia Saudita, Qatar, Stati Uniti ed altri. Mentre era segretaria di Stato, Clinton guidò il tentativo di armare e addestrare i jihadisti siriani “moderati” e di rovesciare il governo di Bashar al-Assad. Dopo che Obama autorizzò la CIA ad addestrare e armare i jihadisti nel 2013, l’agenzia usò il denaro saudita per finanziare il piano. Il New York Times osservò a gennaio: “Oltre a vaste riserve di petrolio e al ruolo di guida spirituale del mondo musulmano sunnita dell’Arabia Saudita, la vecchia relazione tra intelligence spiega perché gli Stati Uniti sono riluttanti a criticare apertamente l’Arabia Saudita su violazioni dei diritti umani, trattamento delle donne e sostegno all’estremismo islamico wahhabita, che ha ispirato molti gruppi terroristici che gli Stati Uniti combattono“. Più esattamente, gli Stati Uniti sono riluttanti a criticare il partner wahhabita e a danneggiare sul serio l'”Arco della Crisi” accuratamente progettato dai neocon per dividere e balcanizzare il Medio Oriente. Hillary Clinton ne ha chiarito l’obiettivo in una e-mail del 30 novembre 2015. “Il modo migliore per aiutare Israele ad affrontare la crescente capacità nucleare dell’Iran è aiutare il popolo della Siria a rovesciare il regime di Bashar Assad“, scrisse. “Abbattere Assad non solo sarebbe un enorme vantaggio per la sicurezza d’Israele, ma ne ridurrebbe anche la comprensibile paura di perdere il monopolio nucleare“.14671351Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra per procura in Siria volge al termine

L’iniziativa militare è nelle mani dell’Esercito arabo siriano. C’è un tentativo di spostare i jihadisti dall’Iraq alla Siria
Nikolaj Nikolaev, A-specto, 2016/10/24 – South Front

Nei giorni scorsi vi è stato un maggiore dinamismo nella crisi siriana. Le accuse alla Russia per gli attacchi su Aleppo dagli occidentali, la nuova fase dell’operazione turca “scudo dell’Eufrate”, l’assalto alla città irachena di Mosul, insieme all’inaspettato riconoscimento dello status della Crimea dalla Siria e la successiva telefonata tra Putin e Assad, tutto questo ha una spiegazione militare e geopolitica strategica.

"Il fumo nero dell'"Admiral" che terrorizza l'Europa e la NATO, fa sapere che a Mosca non hanno ancora deciso chi sarà il prossimo presidente degli USA", afferma la BBC.

Il fumo nero dell'”Admiral” che terrorizza l’Europa e la NATO, fa sapere che a Mosca non hanno ancora deciso chi sarà il prossimo presidente degli USA“, afferma la BBC.

Le nuove basi russe
La settimana iniziava con due accordi militari e politici tra Siria e Russia sulla costruzione di basi aeree e navali militari permanenti, presso l’aeroporto di Humeyamim e il porto di Tartus. Finora, la Russia ha dichiarato che il coinvolgimento nel conflitto siriano si limitava alla lotta all’organizzazione estremista “Stato islamico”. Con l’attacco aereo della coalizione degli Stati Uniti all’esercito regolare siriano, in cui si vocifera siano stati uccisi soldati russi, la guerra “per procura” diveniva un confronto diretto tra Stati Uniti e Russia. I suggerimenti dei “falchi” statunitensi di preparare un’azione militare contro il governo siriano, e la successiva risposta del rappresentante ufficiale dell’esercito russo Igor Konashenkov, che sono pronti ad abbattere gli aerei statunitensi, illuminano la crisi dei rapporti. Mentre i media “mainstream” occidentali addormentano il pubblico, il pericolo di un’escalation tra Stati Uniti e Russia è reale. Lo schieramento di unità aeree e navali rafforza le posizioni russe in Siria contro qualsiasi attacco. Lo schieramento di sistemi antiaerei e difese missilistiche, posizionamento di velivoli d’attacco e l’invio di unità navali nel Mediterraneo orientale, guidate dalla portaerei “Admiral Kuznetsov“, cementano l’influenza russa nella regione. L’attacco degli Stati Uniti a Mosca via sud viene sventato, e il Pentagono ha definitivamente perso influenza nel Caucaso. Con l’eccezione, nel raggio di 500-600 miglia a sud-ovest della Turchia, di Izmir, le altre aree del Paese sono fuori dal controllo militare e strategico di Washington e rientrano nel teatro operativo delle Forze Armate russe. La base aerea della NATO d’Incirlik è isolata, giustificando la veridicità delle voci sul trasferimento di armi nucleari statunitensi in Romania. Incirlik rientra nel raggio dei sistemi di difesa aerea S-400. Non è escluso che il ministro della Difesa bulgaro Nenchev veda realizzarsi il sogno infantile di ospitare bombe nucleari degli USA nel nostro Paese. Gli eventi accelerano ricordando i preparativi pre-bellici. L’11 ottobre, Russia e Armenia firmavano un accordo militare creando il sistema di difesa aerea regionale congiunto nella regione del Caucaso. Gli interessi azeri non sono violati, dato che il sistema non include il Nagorno-Karabakh. Qualcosa di particolarmente interessante è accaduto pochi giorni dopo; il presidente Ilham Aliev dichiarava che la ventennale crisi del Nagorno-Karabakh può essere risolta e la regione avere lo status autonomo. Anche se non accadesse, è ovvio che l’Azerbaijan amplia la cooperazione politico-militare con la Russia e il polo eurasiatico. La Turchia inizia ad essere neutrale e persino ad allearsi con Mosca. La scorsa settimana, il portavoce del capo di Stato turco, Ibrahim Cullen, annunciava che Recep Tayyip Erdogan e l’omologo russo Vladimir Putin avevano discusso la possibile formazione di un sistema comune di difesa missilistica. Sembra che tra Mosca e Ankara ci siano stati colloqui politico-militari segreti, anche prima del tentato colpo di Stato. L’ultimo appiglio da cui la potenza degli Stati Uniti può proiettarsi dalla Turchia contro la Russia resta la base aerea di Smirne, e in parte la base per i rifornimenti della 6° Flotta di Aksaz. Nel 2013 gli Stati Uniti chiusero la base di Smirne, e chiaramente perdevano anche Incirlik, scoraggiandoli. Una settimana dopo il tentato colpo di Stato contro Erdogan, vicino alla base di Smirne esplose un incendio senza precedenti che minacciò la base. Gli Stati Uniti vengono lentamente ma metodicamente scacciati dalla regione.mosul-23-oct-2016-2abanIl quadro attuale, le Forze Armate siriane prendono l’iniziativa
La domanda è perché gli alleati occidentali creano centinaia di migliaia o milioni di porfughi che muoiono nelle guerre in Iraq, Libia e Siria, ma la pressione militare di Russia e Damasco sui quartieri orientali di Aleppo li spinge a parlare di sanzioni? La rete dei diritti umani in Siria (SNHR) pubblicava un rapporto secondo cui, a seguito dei bombardamenti della coalizione guidata dagli Stati Uniti contro 28 obiettivi, vi furono 649 civili uccisi, tra cui 244 bambini e 132 donne. Ovviamente indignazione occidentale non riguarda i diritti umani. L’agenzia stampa iraniana Fars News, citando i dati delle forze governative siriane e i combattenti di “Hezbollah”, affermava che “Fatah al-Islam” riceve ad Aleppo supporto logistico dalle forze speciali e navali statunitensi. Il Pentagono non ha mai negato la presenza di sue truppe a Kobane e provincia di Hasaqah. Dopo l’accerchiamento di Aleppo e il lancio delle operazioni di pulizia, fonti vicine allo Stato Maggiore russo riferivano che circa 200 istruttori e forze speciali occidentali erano intrappolati nella “sacca”. Ovviamente, i bombardamenti russi liquidano non solo i jihadisti. Il pericolo che i soldati statunitensi diventino prigionieri di guerra è reale. Per l’evacuazione dei civili dalle zone orientali di Aleppo sono stati aperti sei corridoi umanitari. Russia e governo siriano garantiscono il ritiro sicuro alle formazioni armate su altri due corridoi, ma secondo il comando dell’Esercito arabo siriano, i terroristi ostacolano l’evacuazione dei civili, prendendoli in ostaggio e sparando su chi se ne va. Alcuni gruppi hanno già annunciato che non lasceranno Aleppo. Ovviamente i padroni occidentali dei terroristi non hanno alcuna voglia di rinunciare alla seconda città siriana. I capi dell’ex-filiale di “al-Qaida” in Siria, “al-Nusra“, rispondevano negativamente alla proposta delle Nazioni Unite di lasciare l’est di Aleppo. Con l’imminente liberazione della città, le unità sunnite sostenute dagli Stati Uniti saranno scacciate e intrappolate nella provincia di Idlib. A sud, in prossimità di Hama e Homs, e presso Damasco, i terroristi subiscono perdite e perdono l’iniziativa. Dopo la sconfitta inflitta dalle forze governative, migliaia di terroristi, con le loro famiglie, si spostavano dalle vicinanze di Damasco (Qabul e Muadamiya) alla provincia di Idlib. Con la presa di Aleppo, la guerra per procura volge al termine, aprendo il rischio di un confronto diretto tra Stati Uniti e governo della Siria sostenuto dalla Russia. Riuscirà il Pentagono a realizzazione il piano classificato “B”?
Washington non ha mai nascosto lo scopo della sua politica in Siria, rovesciare Bashar al-Assad. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha ripetutamente sollecitato il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ad attuare gli accordi e distinguere tra “opposizione moderata” e terroristi. Non è accaduto per una semplice ragione, Washington punta sugli estremisti. “Abbiamo motivo di pensare che, fin dall’inizio, il loro piano fosse risparmiare “al-Nusra” e preservarla nel caso si procedesse con il piano “B” per rimuovere il Governo di Assad”, aveva detto Lavrov. Sull’esistenza del piano “B”, gli Stati Uniti ne parlarono apertamente nella prima metà dell’anno. Le parole del segretario di Stato John Kerry furono: “Se i russi e gli iraniani non adottano seriamente la diplomazia, passeremo al piano “B”, che sarebbe più conflittuale e finirebbe smembrando la Siria. Le conseguenze per la regione, Giordania, Libano, Europa, saranno sorprendenti, così come per i nostri interessi nella sicurezza nazionale“. L’opzione del “confronto” e le conseguenze “sconcertanti” per la regione e l’Europa significano solo intervento militare degli Stati Uniti. Con la liberazione di Aleppo, il mondo sarà di un passo più vicino al momento in cui Washington sarà sul Rubicone. Non è escluso che, come ultima opzione prima di una mossa così rischiosa, gli strateghi del Pentagono utilizzino l’organizzazione terroristica “Stato islamico” per i loro scopi. Alcuni indizi lo confermerebbero. Possiamo indicare un passaggio del discorso elettorale di Donald Trump che accusa l’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton di aver “creato lo Stato islamico”. Ma il fatto è che il bombardamento aereo statunitense delle forze siriane a Dayr al-Zur, violando l’accordo raggiunto tra Obama e Putin, aiutava i jihadisti nella loro offensiva. Secondo l’Esercito arabo siriano, dopo gli attacchi aerei, i terroristi iniziavano un’offensiva sul jabal al-Tarda. I militari dichiaravano che tale offensiva era stata pianificata e sincronizzata con gli attacchi aerei e non poteva avvenire senza il coordinamento tra aviazione e “Stato islamico” a terra. Dayr al-Zur si trova al crocevia delle regioni settentrionali e orientali siriane occupate dai jihadisti, lungo il corso inferiore del fiume Eufrate e nei pressi di Mosul. L’importanza strategica della città sulla riva occidentale dell’Eufrate è cruciale. L’aeroporto, controllato dalle forze governative, permette l’invio di materiale militare e gli attacchi aerei, e rende impossibile il trasferimento di significative truppe islamiste a Raqqa e Aleppo. Sembra che questo fosse l’obiettivo del Pentagono.
Con la battaglia per liberare Mosul, si tenta di reindirizzare le forze jihadiste nella lotta contro il governo di Bashar Assad. Secondo l’Esercito arabo siriano, come citato da AP, gli aerei della coalizione degli Stati Uniti assicurano strade e corridoi verso la Siria per permettere ai terroristi di riorganizzarsi e creare “nuove realtà militari” in Siria orientale. Ad agosto gli Stati Uniti diedero 2 miliardi di dollari in “aiuti umanitari” ai residenti di Mosul, controllata dallo “Stato islamico”. I beneficiari, tuttavia, erano principalmente ex-baathisti (militari dell’esercito di Sadam Husayn) che combattono assieme ai jihadisti. Con il loro aiuto la città fu infiltrata da milizie irachene, curde e forze speciali occidentali. Dopo, a Mosul e nella vicina città di al-Qayara, iniziava la rivolta contro lo “Stato islamico”, in coincidenza con l’inizio dell’offensiva. Finora, il tentativo di spingere i jihadisti in Siria è fallito. Nel frattempo, un altro “attore” della crisi, la Turchia, usa mezzi militari per il piano di creare una zona cuscinetto nel nord della Siria. Negli insediamenti catturati durante l’operazione “scudo dell’Eufrate”, vi vengono portati i rifugiati sunniti dei campi in Turchia, a scapito della popolazione curda. La settimana scorsa un grande scontro iniziava tra truppe turche e formazioni armate curde su un fronte di 600 km, tra la città di Qashima e Idlib. La Turchia, che vede suo interesse principale impedire la nascita di un quasi-Stato curdo nel nord della Siria, cerca di respingere le forze curde ad est dell’Eufrate. La pace non è ancora all’orizzonte nel sanguinoso conflitto siriano.syria_battle_for_azaz_albab_october_23

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora