Libia: frattura italiana

Alessandro Lattanzio, 13/5/2015map-of-egyptNei colloqui tra il capo dell’esercito nazionale libico Qalifa Haftar e il Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), nell’ambito delle manovre tra i vertici militari di Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Quwayt, Sudan, Bahrayn e Arabia Saudita per tracciare una linea per stabilizzare la Libia, l’EAU vendeva all’esercito di Tobruq 5 elicotteri d’attacco Mil Mi-35 Hind e altro equipaggiamento di origine russa, tra cui armi anticarro e munizioni perforanti. Gli incontri riguardavano l’organizzazione dei capi tribali libici per supportare un possibile intervento arabo. Tale passo sarebbe ritenuto cruciale nella stabilizzazione della Libia, secondo il governo egiziano. “Un incontro per coordinare le diverse tribù in Libia rafforzerebbe la credibilità di un’azione della forza araba congiunta in Libia“, affermava Jean-Marc Rickli, professore del dipartimento di Studi per la Difesa del King College di Londra. Ai colloqui potrebbero partecipare anche Francia e Italia; alla “Francia è stato chiesto di fornire logistica e forze speciali mentre all’Italia di fornire supporto navale“, affermava una fonte della Lega Araba. “Una Libia preda delle convulsioni della guerra civile è fonte d’instabilità per il Nord Africa e il Mediterraneo, in quanto rappresenta un buco nero geopolitico che genera il fenomeno della criminalità internazionale del traffico di droga, armi, persone e del terrorismo di matrice religiosa”, dichiarava Andrea Margelletti, presidente del Centro di Studi Internazionali di Roma. “Inoltre, vi sono interessi economici italiani in Libia che il nostro governo intende proteggere, soprattutto nel settore degli idrocarburi“. Tutte le parti hanno espresso preoccupazione per la crescente influenza del gruppo terroristico dello Stato islamico e della possibile sua espansione dalla Libia destabilizzata. Tale convergenza Italia-Lega araba va relazionata con la posizione degli elementi filo-sionisti della politica italiana (Dellavedova, Cicchitto, Caracciolo), che invece supportano il ‘dialogo’ con lo Stato islamico e il riconoscimento della fazione islamista, supportata da Turchia-Israele-Qatar, che governa a Tripoli. Infatti, il 7 maggio 2015 si svolgeva presso il Centro Alti Studi della Difesa, a Roma, una conferenza sulla Libia organizzata dal Comitato Atlantico Italiano, con la presenza dell’ex-ministro degli Esteri giordano Abdulillah Qatib, di Muhamad Dahlan, ex-Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’ANP e noto agente della CIA, di Abdelaziz Quti del parlamento tunisino ‘dissidente’ del partito laico antislamista Nida Tunis, dell’ex-ministro degli Esteri egiziano Muhamad al-Urabi, utilizzato da Washington per rovesciare Mubaraq ed insediare al potere i Fratelli mussulmani, di Numan Binutman, ex-quadro del Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG), ovvero al-Qaida in Libia, ed attuale presidente della Quillion Foundation, think tank neocon gestito dall’intelligence inglese e dal Mossad, e dall’ambasciatore libico presso il Vaticano Mustafa Rugibani. Tra gli italiani vi erano i parlamentari sionisti Benedetto Dellavedova e Fabrizio Cicchitto, il presidente del Comitato Atlantico Italiano Fabrizio Luciolli, l’ammiraglio Rinaldo Veri presidente del CASD e sostenitore dell’aggressione a Libia e Siria, amico e referente di Elisa Fangareggi, presunta responsabile di una presunta ONG italiana che opera in Siria e cogestisce un “centro per rifugiati” in Turchia assieme all’IHH, organizzazione sospettata di legami con al-Qaida. L’argomento della conferenza era “la necessità di creare un governo di unità nazionale” come primo passo per la stabilizzazione del Paese. Secondo l’ex-ministro giordano e Dahlan, “l’Unione Europea deve trattare con l’unico governo eletto (Tobruq) e rafforzare l’esercito del generale Haftar, forse l’unico in grado di unificare il Paese e procedere all’integrazione delle varie milizie nelle forze armate. Ciò non vuol dire che l’Europa debba intervenire militarmente, ma la diplomazia da sola non basta senza un po’ di forza”. Quti era sulla stessa linea, ponendo l’accento sulla “necessità di procedere al disarmo delle milizie che, con l’aiuto dell’Europa, andranno poi incluse in un nuovo apparato di sicurezza, in modo che possano partecipare alla ricostruzione della Libia”. Per Binutman bisognava agire “soprattutto nel Fezan”, dove si concentra la presenza della Resistenza jamahiriyana e, sempre secondo Binutman, la Libia va federalizzata. Se Luciolli invocava l’intervento diretto dell’Italia assieme ad Egitto ed Emirati Arabi Uniti e senza badare all’ONU e all’UE, il filo-islamista Vieri indicava “difficoltà negli Stati occidentali ad inviare truppe in una spedizione confusa e rischiosissima”, mentre i sionisti Dellavedova e Cicchitto sostenevano la mera soluzione diplomatica della missione dell’ONU guidata da Bernardino Leon, agente del Gruppo Bilderberg.
Da tutto ciò, quindi, appare evidente una frattura emergente in Italia riguardo la situazione in Libia: la fazione filo-turco-sionista (banda Caracciolo-Debenedetti) vuole riconoscere gli islamisti di Tripoli, e un’altra filo-inglese vuole appoggiare con le armi l’intervento in Libia (banda Renzi).
world_01_temp-1430377539-5541d443-620x348 Nel frattempo, il 29 aprile 2015, il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi incontrava a Cipro l’omologo cipriota Nicos Anastasiades, assieme al ministro del Petrolio Sharif Ismail, al ministro degli Esteri Samah Shuqri e al ministro degli Investimenti Ashraf Salman. Il presidente egiziano aveva espresso gratitudine per il sostegno di Cipro all’Egitto in seno all’Unione europea e sottolineava il sostegno dell’Egitto verso la causa cipriota nella disputa con la Turchia che occupa la parte settentrionale dell’isola. Inoltre, Sisi aveva avuto un vertice con Anastasiades e il primo ministro greco Alexis Tsipras, nell’ambito della formazione di un polo filo-russo nel Mediterraneo orientale, contrappeso dell’asse atlantista Turchia-Israele-Qatar-Fratellanza musulmana. Infatti, il premier Tsipras aveva dichiarato a conclusione del vertice trilaterale Grecia-Cipro-Egitto di Nicosia che la Grecia era decisa a procedere alla delimitazione delle zone marittime, sul Mediterraneo orientale, nel rispetto del diritto internazionale e del diritto marittimo, osservando che tale processo non solo è nell’interesse dei tre Paesi, ma di tutti gli altri Paesi della regione, interessati a cooperare nel delimitare le zone marittime secondo i principi del diritto internazionale, e nel rafforzare la cooperazione nella sicurezza regionale per affrontare l’islamismo radicale, “una minaccia alla nostra civiltà”, come aveva sottolineato. Tsipras inoltre indicava la necessità di approfondire la cooperazione tra Grecia ed Egitto, sottolineando che “la cooperazione economica, commerciale ed energetica contribuisce efficacemente nel porre i presupposti del consolidamento di prosperità, pace e stabilità nella regione“. Da parte sua, il presidente cipriota Nicos Anastasiades affermava che gli sviluppi allarmanti in certi Paesi della regione, come Siria, Iraq, Yemen, intensificano la necessità di un’azione congiunta della comunità internazionale per affrontare tali sfide. Sul processo di pace in Medio Oriente, Anastasiades aveva dichiarato “ribadiamo la posizione di principio nel raggiungere una pace giusta e duratura con la creazione dello Stato autonomo e sovrano di Palestina secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite, e abbiamo discusso dei crescenti flussi migratori quali minacce non solo ai Paesi della regione, ma a tutti i Paesi europei. Con l’intensificarsi dei nostri sforzi, gli obiettivi che ci siamo posti saranno raggiunti e saranno un modello di cooperazione per gli altri Paesi della regione“. Il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi dichiarava che “il secondo vertice tra i tre Paesi in soli sei mesi riflette la volontà di approfondire la nostra cooperazione. Cerchiamo la cooperazione nel plasmare un futuro brillante per i nostri popoli secondo tolleranza, pace, stabilità e giustizia sociale“. Il presidente egiziano, parlando anche del suo incontro con il primo ministro greco, aveva detto: “Oggi abbiamo deciso di aprire nuovi orizzonti alla cooperazione tra i nostri Paesi nei trasporti, energia e turismo“, concordando sulle misure per combattere il terrorismo e la necessità di risolvere il problema del Medio Oriente con la creazione dello Stato palestinese, secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite.Alexis-Tsipras-Nicos-Anastasiades-and-Abdel-Fattah-el-Sissi-Apr2915_afp-Stavros-IoannidesIl 27 febbraio 2015, da La Spezia salpava la nave d’assalto anfibio San Giorgio, per poi imbarcare a Brindisi incursori del Comsubin (Comando subacquei e incursori), nell’ambito delle manovre Mare Aperto, tra Tirreno e Ionio, previste per il 2 marzo. Probabilmente si trattava di sorvegliare il gasdotto Greenstream, pipeline sottomarina dell’ENI che si estende per 520km da Malitah a Gela. Il primo ministro libico Abdullah al-Thini dichiarava che il suo governo avrebbe smesso di trattare con la Turchia perché inviava armi al governo islamista di Tripoli. “La Turchia non tratta onestamente con noi. Esporta armi uccidendo il popolo libico“. Il portavoce del ministero degli Esteri della Turchia, Tanju Bilgic, rispose, “Invece di ripetere le stesse accuse infondate e non veritiere, consigliamo di sostenere gli sforzi delle Nazioni Unite per il dialogo politico. La nostra politica nei confronti della Libia è molto chiara. Siamo contro qualsiasi intervento esterno in Libia e sosteniamo pienamente il processo del dialogo politico con la mediazione delle Nazioni Unite“. Thini aveva anche accusato il Qatar di dare sostegno “materiale” agli islamisti. Infine al-Thini avvertiva che le forze libiche ed egiziane avrebbero agito in modo coordinato contro lo Stato islamico, “Ogni volta che c’è un pericolo o una minaccia, ci saranno attacchi aerei in totale coordinamento tra Egitto e Libia. Lo Stato islamico è ben consolidato nella regione di Sirte e non nasconde la sua presenza a Tripoli. Se le truppe non sono rifornite delle armi di cui hanno bisogno, il gruppo terroristico si diffonderà in tutta la Libia“.
1506503 Il 2 marzo Qalifa Belqasim Haftar veniva nominato comandante in capo dell’esercito nazionale libico dal presidente del parlamento di Tobruq. Questa nomina seguiva la decisione del governo di Tobruq di sospendere la partecipazione ai colloqui dell’ONU, guidati da Bernardino Leon dal settembre 2014, in risposta alle pressioni della NATO affinché nel governo libico venissero inclusi gli islamisti. Alcuni giorni prima lo Stato islamico aveva ucciso 45 persone con delle autobombe nella città di al-Quba. Le Nazioni Unite aveva invitato i due parlamenti libici a nuovi colloqui in Marocco, ma la riunione venne rinviata, quindi l’11 febbraio Leon incontrava separatamente gli esponenti dei due parlamenti nel sud della Libia.
Il 3 marzo, aerei libici bombardavano l’Aeroporto Internazionale Mitiga di Tripoli, “Un jet da combattimento leale al capo dell’esercito Qalifa Belqasim Haftar ha effettuato un raid su Mitiga, senza causare danni” affermava l’agenzia turca Anadolu, ma la Guardia Petrolifera della Libia annunciava che “l’aviazione libica ha lanciato attacchi aerei contro gruppi armati situati nell’aeroporto di Mitiga. A partire da oggi, le operazioni militari inizieranno a Tripoli contro le milizie posizionate negli aeroporti e altre parti della capitale“. L’esercito libico effettuava le incursioni aeree sull’aeroporto, perché “via d’accesso dei rifornimenti logistici” del gruppo islamista “Alba di Libia”. Intanto Abdalhaqim Belhadj, il terrorista islamista a capo del Gruppo combattente islamico libico, fantoccio degli USA, aderiva allo Stato islamico in Libia e ne supportava i campi di addestramento a Derna. Dopo aver partecipato al golpe e all’invasione della Jamahiriya Libica nel 2011, Belhadj, collegato ad al-Qaida, fu nominato capo del Consiglio militare di Tripoli, posizione che mantenne fino al maggio 2012. Belhadj era collegato agli attentati terroristici del 2004 a Madrid e all’omicidio di due politici tunisini, oppositori dei Fratelli musulmani. I terroristi del SIIL decapitavano 8 guardie libiche dopo aver attaccato il campo petrolifero di al-Ghani, presso la città di Zalah. Inoltre, i terroristi rapirono anche 9 lavoratori stranieri, tra cui 4 filippini, 1 ceco, 1 ghanese, 1 austriaco e 1 bangleshi.
Il 20 marzo, nonostante le trattative a Rabat, le forze di Tobruq lanciavano l’offensiva su Tripoli, che vide una serie di attacchi aerei su obbiettivi islamisti presso l’aeroporto di Mitiga e l’avanzata delle milizie zintani a sud di Tripoli, appoggiate da elementi di Bani Walid addestrati dalle forze speciali francesi. Le forze di Tobruq disporrebbero di 11 velivoli, tra cui 3 caccia MiG-21bis del 2° Squadrone caccia della base Nasser, 4 caccia MiG-23 del 2° Squadrone cacciabombardieri di Labraq, 4 elicotteri d’attacco Mi-24 del 1° Squadrone elicotteri della base al-Watyah e del 1° Squadrone da ricognizione della base Nasser. Inoltre, a questi aerei si aggiunsero 11 caccia MiG-21MF e 4 elicotteri d’assalto Mi-8 egiziani. I velivoli vennero schierati nelle basi di Benina (Bengasi), Labraq, Martubah (Derna) e Nasser (Tobruq), in Cirenaica e al-Watyah in Tripolitania, tutte controllate da Tobruq, per le operazioni contro le milizie islamiste occupanti Tripoli e Qiqla. Tobruq disponeva anche di 60000 uomini, tra cui i 2000 della Brigata al-Sayqa delle forze speciali, formata da soldati dell’esercito della Jamahirya Libica inquadrati da 2-300 consiglieri delle forze speciali egiziane. Le forze di Tobruq disponevano di 10 carri armati T-62 e T-55, 300 veicoli da combattimento BMP-1, 50 BTR-60PB, 20 M113, 10 sistemi anticarro Khrizantema-S, 100 blindati Nimr II, 200 Humvee, 30 BRDM-2 equipaggiati con missili anticarro AT-3 Sagger, 20 blindati Puma italiani, 10 SAM Igla-S (SA-24), 20 veicoli antiaerei M53/59 Praga del 503° Gruppo della Difesa Aerea. I 20000 miliziani di Zintan, comandati da Muqtar Qalifah Shahu, erano suddivisi tra 5 brigate dotate di tecniche, tra cui le brigate al-Qaqa comandata da Uthman Milayqtah, e al-Sawayq dell’ex-ministro della Difesa al-Juwayli e comandata da Imad Mustafa al-Trabulsi. Gli islamisti di Alba di Libia schieravano 40000 miliziani dell’Unione dei Rivoluzionari di Misurata del fratello mussulmano Salahuddin Badi, ex-capo dell’intelligence militare libica di Misurata; 20000 miliziani delle 4 brigate dell’organizzazione islamista Scudo Libico di Wisam bin Hamid, e 2-3000 terroristi di Abdalhaqim Belhadj. I misuratini disporrebbero di 800 tra mezzi e pezzi d’artiglieria e di 2000 pickup armati. Scudo Libico avrebbe circa 1200 autoveicoli, mentre i terroristi di Belhadj erano equipaggiati, riforniti ed addestrati dalle forze speciali turche e qatariote.
Il 25 marzo, a Bengasi lo Stato islamico faceva esplodere un’autobomba contro un checkpoint dell’esercito, uccidendo 5 soldati e 2 civili.
Il 30 marzo, il governo libico elogiava la decisione della Lega Araba sullo Yemen, aggiungendo che la situazione nello Yemen è simile a quella in Libia. Al vertice arabo in Egitto, del 28-29 marzo, i capi arabi avevano espresso disponibilità a sostenere il governo di Tobruq.
CEWDE2lVIAAQ00i Dopo aver ricevuto 3 caccia MiG-21MF e 3 elicotteri Mi-8 dall’Egitto, l’aeronautica libica riceveva altri 2 MiG-21MF egiziani, stanziati nella base aerea Gamal Abdal Nasser, presso Tobruq. Inoltre, un piccolo numero di cacciabombardieri Mirage F.1AD veniva riattivato presso la base aerea al-Watiya. La Libia originariamente acquistò 38 Mirage F.1: 16 cacciabombardieri Mirage F.1AD, 18 caccia-intercettori Mirage F.1ED, 6 velivoli di addestramento Mirage F.1BD e un enorme stock di pezzi di ricambio e munizionamento, alla fine degli anni ’70. Questi aerei entrarono in servizio nel 1011.mo e 1012.mo Squadrone della base aerea al-Watiya, costruita dai francesi. Una parte dei Mirage fu distaccata ad Aozou, tra Libia e Ciad. Parte della flotta di Mirage F.1 fu radiata negli anni ’90 per l’embargo imposto alla Libia, mentre un grosso quantitativo di pezzi di ricambio fu donato all’Iran per riattivare i Mirage F.1 ex-iracheni ceduti all’Iran nel 1991. Tale ordine personale di Gheddafi generò frustrazione presso l’aeronautica libica e le cui proteste furono vane. Nel 2011 la Libia aveva operativi solo 2 intercettori Mirage F.1ED e 1 addestratore Mirage F.1BD. Oggi, una parte dei Mirage è accantonata nel centro per la revisione di Tripoli, controllato dagli islamisti di Alba di Libia, e il resto rimane ad al-Watiya, base che non venne bombardata dalla NATO. Dei 45 hangar HAS presenti ad al-Watiya, solo 2 ospitano velivoli operativi, oltre a diversi depositi di munizioni nelle vicinanze. Al-Watiya fu riconquistata dal Libyan National Army (LNA) il 9 agosto 2014, dove nei 43 HAS si trovavano decine di cacciabombardieri Su-22, elicotteri d’attacco Mi-25 e 21 Mirage F.1. Oggi, nella base sono operativi 2 Su-22M3, 1 MiG-23UB e 1 Mirage F.1AD reso nuovamente operativo. A sua volta, gli islamisti di Alba di Libia controllano le basi aeree di Mitiga, Misurata e al-Jufra, dove disporrebbe di 2 aerei da addestramento Soko G-2 Galeb, 2 aerei da addestramento L-39, 1 aereo da supporto tattico J-21 Jastreb, 1 caccia MiG-23MLD, 1 caccia biposto MiG-23UB, alcuni aerei da addestramento SIAI-Marchetti SF-260 ed elicotteri. 1 MiG-23MLD islamista fu abbattuto da un missile Igla-S mentre bombardava l’aeroporto di Zintan, il 23 marzo 2015, uccidendo il pilota. Il 6 maggio, presso Zintan, l’esercito libico abbatteva un MiG-25PU della milizia islamista di Misurata. Infatti, gli islamisti di Alba di Libia erano riusciti ad riattivare un MiG-25PU, versione d’addestramento biposto del caccia-intercettore MiG-25PD. Il MiG-25PU non dispone di radar, sistemi di puntamento e sistemi di combattimento, ma il velivolo recuperato dagli islamisti, con l’aiuto di tecnici ucraini arruolati da turchi e qatarioti, sembra fosse dotato di un paio di piloni subalari per trasportare due bombe FAB-500T da 500kg, limitando le capacità operative del velivolo. Il MiG-25, il 28 febbraio 2015 fu dislocato nella base di al-Jufra, dove dal 2003 è depositata la maggior parte delle cellule di MiG-25 libici ospitate nei loro Hardened Aircraft Shelter (HAS). Il 25 marzo 2015 il velivolo fu spostato presso l’aeroporto di Mitiga, a Tripoli, prima di essere abbattuto su Zintan.
L’11 maggio, la nave cargo Tuna-1, battente bandiera delle isole Cook, mentre trasportava armi a Derna, controllata dal SIIL, veniva attaccata e danneggiata da aerei libici. Il cargo era di proprietà turca, “Condanniamo fortemente questo spregevole attacco a una nave civile in acque internazionali e condanniamo i responsabili“, dichiarava il ministero degli Esteri turco. Il cargo stava violando l’embargo imposto dall’esercito libico sulla regione e l’aviazione libica l’aveva bombardato quando era a 10 miglia da Derna. Il comandante dell’aviazione libica, Saqr al-Garushi, aveva affermato che “La nave ha violato le acque territoriali libiche nonostante gli avvertimenti dell’esercito. Inizialmente abbiamo sparato dei colpi di avvertimento e, visto che la nave non ci ha dato ascolto, gli abbiamo sparato direttamente“.tuna1-20150511-600x421Note:
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Eccezionalisti contro integrazionisti: la lotta eurasiatica

Andrew Korybko, The Saker 11 maggio 2015Barack Obama, Benjamin NetanyahuTutto il caos scatenato in Eurasia può essere attribuito alla battaglia esistenziale tra eccezionalisti ed integrazionisti, rappresentati rispettivamente dai mondi unipolare e multipolare. Ultimamente molto è stato scritto sul triangolo emergente su interessi difensivi e industriali tra Russia, Cina e Iran, ma non molto è stato pubblicato sull’alleanza aggressiva tra eccezionalismo statunitense, sionismo e wahhabismo, le tre ideologie dedite a dividere le diverse forze multipolari in Eurasia e perpetuare il dominio unipolare. Lo scopo dell’articolo non è affatto demonizzare le identità erroneamente coinvolte in tale associazione di ideologie (occidentali, ebrei, musulmani), ma piuttosto illustrare come le estremizzazioni ad esse associate siano divenute le più destabilizzanti forze in Eurasia, e come l”alleanza blasfema’ tra esse sia divenuta il primo istigatore dei conflitti nel supercontinente.

Le tre eccezioni
Una breve definizione dei tre promotori dell’instabilità:

Eccezionalismo statunitense:
Gli aderenti a tale ideologia hanno la convinzione radicata che la geografia unica e il processo storico del Paese gli conferiscano la leadership con diritto di proselitismo in tutto il mondo (anche militarmente, se necessario) dei loro modelli di governo, economico e sociali.

Sionismo:
I suoi sostenitori affermano che gli ebrei hanno un rapporto speciale con Dio e l’imperativo storico di ricreare il biblico Stato d’Israele, che dà così alla loro leadership il diritto di fare tutto ciò che considerano loro interesse globale.

Wahhabismo:
Convinzione acritica e fervente nella “purezza” di tale ceppo dell’interpretazione islamica che ne incoraggia i praticanti a commettere qualsiasi ferocia e barbarie, ritenuta necessaria a creare lo “Stato Islamico” globale.

Cerbero
Tali tre ideologie hanno somiglianze strutturali chiave che danno essenzialmente un volto distinto allo stesso attore, un moderno Cerbero dall’unica volontà. Ecco i punti in comune più importanti che li legano insieme:

Eccezionalismo:
I seguaci di tali ideologie si identificano come “speciali”, convincendosi di avere diritto a violare le regole stabilite e attuare il doppiopesismo, al fine di plasmare il mondo secondo i loro piani.

Inevitabilità storica:
Ciascuno di tali movimenti ritiene che il suo successo sia inevitabile, e che sia questione di “quando” e non di “se”.

Portata globale:
Di conseguenza, per facilitarne l’inevitabilità storica, partecipano a una strategia globale per salvaguardare i propri interessi e promuovere i propri organismi di base (Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, rispettivamente).

Antagonismo alla multipolarità:
Per loro stessa natura, alcuna di tali ideologie è compatibile con multipolarismo e pluralismo del pensiero geopolitico, perciò sono sfruttate quale unico Cerbero nel tentativo di fermare e invertire questa tendenza globale.

Rappresentanza:
Non va commesso l’errore di dimenticare che tali movimenti non rappresentano la maggioranza dei loro associati (gli occidentali (europei subordinati quali eccezionalisti di secondo piano sotto la tutela degli USA), ebrei, musulmani), anche se ogni avanguardia ideologica tenta di creare tale illusione per ‘giustificare’ e ‘legittimare’ il controllo della minoranza estremista.

L’interazione degli interessi
Il Cerbero è formato da tre diverse facce che sposano una variante apparentemente incompatibile di eccezionalismo, ma in realtà complementari nell’obiettivo a lungo termine di sconfiggere la multipolarità. Hanno standard ipocriti condivisi, l’unica inclusività consentita nella loro visione è la convergenza a eccezionalismo, sionismo e wahhabismo come ultra-esclusivo super-modello unipolare. Sarà poi visto in un’altra sezione come tale disposizione instabile sia una mossa geo-ideologica che potrebbe seriamente ritorcersi contro sionismo e wahabismo, a beneficio geopolitico ultimo degli Stati Uniti (e forse anche di propria mano). Prima di arrivarvi però è necessario fare la cronaca di come la convergenza di interessi tra tali tre ideologie sia avvenuta, in primo luogo, e quale gioco di interessi si crea al centro della loro cooperazione strategica. Mentre può essere possibile documentare esempi precedenti alla seconda guerra mondiale, non fu che nelle sue conseguenze che le relazioni emersero e furono attivate su grande scala regionale nel Medio Oriente, avviando i processi distruttivi acceleratisi oggi. obama-king-salman-saudi-arabiaL’alleanza eccezionalista statunitense-sionista:
Gli Stati Uniti usciti dalla seconda guerra mondiale potevano proiettare l’esercito su tutta l’Eurasia, ma un teatro regionale (a parte il blocco sovietico) pose un problema notevole alla loro penetrazione, il Medio Oriente. Gli Stati Uniti avevano investito interessi geopolitici nell’unità araba frantumata dopo la seconda guerra mondiale (anche per impedire la possibile creazione di un’entità sovranazionale filo-sovietica) e crearono un polo geopolitico per consentirgli d’intervenire indirettamente e permanentemente suddividendo ogni attore regionale; da cui la creazione d’Israele e la formalizzazione della convergenza strategica eccezionalista-sionista. Il valore globale del Medio Oriente per la grande strategia dell’eccezionalismo statunitense verrà spiegata nel paragrafo seguente, ma ciò che è importante capire è che il rafforzarsi dell’eccezionalismo statunitense e il supporto al sionismo furono lo scopo della creazione del partner di prossimità con lo stesso interesse a sovrastare militarmente l’unità araba, esattamente il risultato ultimo delle guerre arabo-israeliane. Dopo che le coalizioni arabe furono sconfitte, la componente militare dell’unità araba fu neutralizzata, la cui importanza non va sottovalutata. Solo attraverso l’unità araba ci potrebbe essere la possibilità di sconfiggere Israele e di conseguenza eliminare il polo permanete degli Stati Uniti nel Medio Oriente, regione geostrategica che collega Europa ed Asia (posizionata per esercitare influenza su entrambe, se correttamente usata). Israele, a differenza di tutti gli altri alleati degli USA, dipende direttamente dagli Stati Uniti per la sua creazione ed esistenza, quindi è molto più affidabile essendo un solido alleato (ideologicamente e politicamente) più di qualsiasi altro Paese. Gli USA hanno bisogno di Israele per la posizione strategica e i servigi militari regionali per mantenere i governi arabi perennemente deboli e divisi, mentre Israele ha bisogno del supporto totale degli Stati Uniti per continuare ad esistere, spiegando così l’intensa profondità del mutuo sostegno. Nonostante la frattura militare dell’unità araba, Israele è incapace di distruggere il legame che unisce gli arabi, quindi un altro componente eccezionalista andava inserito per raggiungere tale obiettivo ed eliminare ogni possibilità che una coalizione araba possa mai minacciare Israele (e per estensione, la principale super-base eurasiatica gli Stati Uniti).

L’arma wahabita:
L’ideologia ufficiale dell’Arabia Saudita, il wahhabismo, fu quindi scelta come ideologia distruttiva necessaria per lacerare l’unità araba e diffondere per generazioni discordie identitarie inconciliabili tra le popolazioni arabe. Ciò pone alle sue vittime un grande dilemma, in cui sono costretti a scegliere se essere pan-arabi secolari sul modello di Nasser o estremisti pan-islamisti come i re sauditi. Mentre Nasser predicava l’importanza della forma repubblicana progressiva del governo, i sauditi hanno rigorosamente sostenuto la monarchia autoritaria, mettendo così le due ideologie del Medio Oriente in contrasto e motivando i wahhabiti a trovare supporto estero per eliminare la minaccia più pressante alla loro esistenza ideologica. Fu con tale imperativo, cioè la sfida che il repubblicanesimo secolare panarabo pose agli estremisti della monarchia autoritaria pan-islamica, che i wahabiti decisero di unirsi all’alleanza eccezionalista-sionista, anch’essa volta a sconfiggere i rivali ideologici dei sauditi. Il virus wahabita è progettato per destabilizzare i governi pan-arabi laici forzando ogni cittadino a riconsiderare la propria identità, quindi teoricamente rendendo la maggior parte dei cittadini vulnerabili al suo fascino, in questi Paesi. Soprattutto non solo il wahhabismo predica la necessità di rovesciare governi secolari, ma comporta anche il taqfirismo militante portando alla guerra settaria. Così, il wahabismo è nella posizione unica di dividere gli arabi, sia dai governi laici che anche da se stessi, presentandosi così come la migliore ideologia settaria al servizio degli interessi dell’alleanza eccezionalista-sionista. Mentre il wahhabismo è noto per l’odio ideologico inflessibile, proprio come le altre due ideologie eccezionaliste, rientra anche nelle principali norme ipocrite, cioè moderazione politica verso Israele e Stati Uniti. Esclude il suggerimento allettante di condurre un’eventuale guerra di religione contro Israele, ma soprattutto non si adopera per realizzarla. Invece concentra sempre tutte le energie per dividere il Medio Oriente in ogni modo possibile (ergo il taqfirismo che completa il wahabismo), il che significa che ogni slogan contro Israele è puramente tale, volto semplicemente a un marketing per reclutare i più ingenui. Allo stesso tempo, alcuni elementi wahabiti tendono a degenerare e lasciare che l’ideologia prevalga sulla ‘praticità’ impostagli dall’estero (voluta o casuale), aprendo “opportunità” o vulnerabilità agli eccezionalisti statunitensi, a seconda dal contesto (da spiegare in una sezione successiva).

Il significato della guerra alla Siria:
Considerando tali aspetti in relazione all’obiettivo strategico dell’alleanza eccezionalista-sionista-wahabita (indicata come Cerbero), la guerra in Siria può giustamente essere descritta come la cruciale lotta di resistenza eurasiatica di oggi. Le tre teste di Cerbero si sono accanite a fare a pezzi questa nazione del Medio Oriente e il suo popolo, poiché la Siria rappresenta l’ultima vestigia del governo pan-arabo laico per le fondamenta ideologiche del partito Baath, facendone il più resistente e reattivo Stato confinante con Israele, di per sé ragione sufficiente per i nemici di Cerbero (da ora in poi Coalizione Erculea, le cui ancore sono Russia, Cina e Iran, dall’eroe greco che sconfisse Cerbero) per sostenerne il governo democraticamente eletto. Se Cerbero riesce a massacrare la Siria, allora si annuncerebbe l’età oscura del Medio Oriente, trasformando l’intera regione in un trampolino di lancio per l’ulteriore destabilizzazione dell’Eurasia e, quindi, colpire direttamente le vulnerabilità geografiche della coalizione erculea.

Concentrazione di contrapposizioni
C’è una ragione per cui gli interessi delle tre teste di Cerbero coincidono in Medio Oriente, non semplicemente perché due delle tre ideologie sono emerse in questa regione. Piuttosto, ci sono maggiori motivazioni geopolitiche per cui Cerbero è così intensamente concentrato sulla zona, dato che proprio come la bestia mitica custodiva le porte dell’inferno nel folklore greco, nella geostrategia eurasiatica si pone davanti al cancello del supercontinente, appositamente posizionato per influenzare Europa, Asia e Africa in caso di necessità. Non per dire che l’Eurasia sia l’inferno, ma sottolineando invece come comunque Cerbero occupi l’accesso, quello mitologico che difendeva, mentre l’equivalente geopolitico è offensivo. Il Cerbero contemporaneo è intento ad utilizzare la sua posizione di trampolino di lancio per ulteriori aggressioni all’Eurasia nel tentativo di distruggere la Coalizione erculeo, e la sua strategia segue i dettami dello stratega inglese Halford Mackinder. Costui, prominente pioniere della geostrategia e geopolitica oltre un secolo fa, attraverso l’opera “La geopolitica del Pivot della storia”, indicava che:
Chi governa l’Europa orientale comanda l’Heartland:
Chi governa l’Heartland comanda l’Isola-Mondo:
Chi governa l’Isola-Mondo comanda il mondo“.
Aveva assolutamente ragione nell’indicare che il comando dell’Heartland, in gran parte identificato con l’Asia centrale contemporanea, sia fondamentale per influenzare l’Eurasia, ma non considerò gli approcci complementari per controllare questa parte cruciale del patrimonio geopolitico. All’epoca sembrava che l’Europa dell’Est fosse l’unico accesso a tale obiettivo, ma sempre di più apparve come il Medio Oriente servisse egualmente, se non di più, nel facilitarne la credenziale di Balcani eurasiatici detonante la reazione a catena della frammentazione demografica. L’innovazione teorica di Brzezinski dell’assioma di Mackinder è che il dominio non deve essere diretto e neanche richiedere una presenza fisica, ma data la capacità innata del centro d’influenzare la periferia, la massicciata destabilizzazione dell’Heartland (attraverso insurrezione terrorista islamica, collasso statuale, crisi umanitarie, o loro combinazione con altri fattori) può espandersi automaticamente verso l’esterno. Nel mondo di oggi, ciò significa che le minacce asimmetriche indirettamente istigate da attori extra-regionali, come Cerbero, possono creare sfide simultanee ai tre membri principali della coalizione erculea, non solo inserendoli in una seria strategia difensiva, ma mettendone in pericolo l’esistenza se scatenate (come volutamente previsto da Cerbero). Nei primi anni del 20° secolo, Mackinder avrebbe pensato ad eserciti nazionali dilaganti nell’Europa orientale per prendere il controllo dell’Heartland, ma nei primi anni del 21° secolo, è più probabile che ciò richieda brigate di terroristi originati o addestrati nelle battaglie in Medio Oriente, che ‘spuntano’ nell’Heartland senza collegamenti diretti con i mandanti statali. Il Medio Oriente è quindi il fulcro dell'(in)stabilità eurasiatico-africana e, quindi, qualsiasi entità che lo controlli può esportare una forza asimmetrica e convenzionale penetrando egualmente il cuore dell’Africa, il cuore dell’Europa (o anche dell’Europa dell’Est) e l’Heartland eurasiatico (la chiave della porta continentale per l’Asia orientale). Tale comprensione geopolitica di potenza e forza di proiezione aggiorna i contributi teorici di Mackinder e Brzezinski e spiega le motivazioni della collera mediorientocentrica di Cerbero. Obama and NetanyahuObiettivi eurasiatici
Cerbero non si limita solo al Medio Oriente, anche se vi si concentra la maggior parte delle sue attività e strategie. Si può realmente identificarne il coinvolgimento in Europa e in Asia, come verrà esplorato in questa sezione.

Abbaiare, mordere, guaire:
Prima di iniziare, il modello Cerbero in Europa e Asia va concettualmente delineato in modo da attirarvi l’attenzione del lettore. In sostanza, ciascuna delle sue tre teste svolge un ruolo interscambiabile abbaiando (minacciando e spaventando), mordendo (attaccando) e guaendo (promuovendo) per sostenere il proprio interesse comune. Diamo un’occhiata a come funziona.

Europa:
Gli Stati Uniti usano la NATO per controllare il continente, e ringhia ai cuccioli ogni volta che sono restii a seguirne l’esempio in qualunque momento. Gli Stati Uniti abbaiano anche a gran voce sulla cosiddetta “minaccia russa”, senza fornire alcuna prova di ciò che spaventa, in primo luogo. Nel frattempo, l’Arabia Saudita e i suoi zombie wahhabiti sono impiegati nei Balcani e in certi Paesi dell’Europa occidentale per compiere attacchi terroristici strategici volti a mordere sicurezza e stabilizzazione continentali, così spingendo i cuccioli degli Stati Uniti nella NATO ad adottare i ‘suggerimenti’ di Washington per agire sui vari campi. Infine, Israele completa il trio con il lobbying verso il continente e le sue figure politico-sociali fondamentali, per raccogliere il maggior sostegno finanziario, politico e normativo possibile per conto di Cerbero. La minaccia implicita al rifiuto di sostenere Cerbero si tradurrà nell’abbaiare degli USA e nei morsi dei sauditi, il che significa che è meglio nutrire la bocca che guaisce per evitare conseguenze spiacevoli dalle altre due teste.

Asia:
Cerbero ha di recente volto le teste verso Oriente, ma con un discreto successo in un lasso di tempo breve. Gli Stati Uniti abbaiano incessantemente alla Cina da quando Hillary Clinton annunciò il pivot in Asia nel 2011, con l’intento di spaventare i ‘cagnetti’ che li circondano nel contenimento anti-cinese su modello della NATO. Per approfondire l’ingaggio per la sicurezza degli Stati Uniti con ciascuno di tali membri, soprattutto Thailandia e Filippine, gli ascari wahhabiti dell’Arabia Saudita effettuano attacchi terroristici per giustificare l’intensificata presenza e/o supervisione strategica degli Stati Uniti, e tale modello si amplierà con la creazione dello “Stato islamico” globale. Il ruolo d’Israele, in gran parte in sordina, è sproporzionatamente significativo rispetto alle dimensioni, in quanto i suoi guaiti sembrano essere sul punto di avere successo nell’India, spostandola dalla parte di Cerbero. Israele ha relazioni innovative con l’India dall’avvento del governo Modi, sebbene il nuovo Presidente del Consiglio ‘multipolare’ sia riluttante a essere troppo apertamente vicino agli Stati Uniti e, naturalmente, in odio dei sauditi e del loro terrorismo wahhabita (dal sostegno politico del Pakistan). Così, Israele rappresenta la soluzione perfetta per Cerbero di penetrare l’egemone subcontinentale e perseguire interessi comuni ai suoi partner.

Extra: Medio Oriente:
La casa di Cerbero è caratterizzata da un’interazione dinamica in continua evoluzione e da ruoli opachi dipendenti da circostanze specifiche del momento. Ognuna delle teste segue vigorosamente i ruoli disponibili, necessari ad avvicinarsi agli obiettivi condivisi con gli alleati dell’entità. Un esempio potrebbe vedere gli Stati Uniti abbaiare allo “Stato islamico”, mentre gli agenti sauditi provvedono a mordere sul campo giustificando le paure istigate dagli USA, o vedere Israele e i sauditi abbaiare alla ‘minaccia’ di Sadam Husayn mentre gli Stati Uniti implorano una coalizione internazionale prima del morso devastante. Un futuro scenario non troppo improbabile potrebbe vedere Israele abbaiare la presunta non conformità iraniana all’imminente accordo sul nucleare, mentre gli Stati Uniti chiedono al mondo di sostenere la NATO araba da essi eterodiretta per mordere Teheran come punizione.

harita_bGioco geo-ideologico
Come accennato all’inizio dell’articolo, Cerbero ha una base geo-ideologica instabile che potrebbe inaspettatamente incrinarsi lungo le due principali faglie sionista e wahabita. Entrambi sospettano che l’altro possa metterglisi contro un giorno, quindi, desiderano coltivare rapporti privilegiati con il fratello eccezionalista stautnitense che lavora solo a vantaggio strategico di Washington. I sionisti temono due scenari: i terroristi wahabiti divenuti abbastanza forti da disobbedire a Riyadh e avviare la jihad contro Israele al di fuori del controllo di Stati Uniti e Arabia Saudita; o l’Arabia Saudita un giorno tradire Israele ordinando ai suoi ascari terroristi di attaccarlo direttamente per completare l “Stato islamico”. L’Arabia Saudita, d’altra parte, è preoccupata dal piano sionista Yinon ed è pienamente consapevole dei ‘”confini di sangue” della mappa di Ralph Peters e del New York Times, “Come 5 Paesi potrebbero diventare 14″, in cui si prevede l’eventuale smembramento del regno. Sionismo puro e wahhabismo puro non possono coesistere per tali contraddizioni esistenziali, quindi lo scontro sarà inevitabile se Cerbero elimina la Coalizione erculea (la principale forza che li tiene insieme). Se si mettono l’uno contro l’altro prematuramente, prima che la coalizione sia sconfitta, allora sionismo e wahhabismo potranno essere sconfitti separatamente con un contrattacco devastante, portando alla disintegrazione dell’influenza eccezionalista statunitense in Eurasia. Pertanto, la natura del passo può dettarne la caduta fino alle conseguenze, o gli Stati Uniti potranno bilanciarne in qualche modo i rapporti fino ad escludere uno scenario del genere, politica che attualmente seguono. Washington avverte regolarmente che potrebbe propendere per l’uno o l’altro e distruggere il delicato equilibrio che mantiene la pace tra le tre teste. Non è abbastanza serio per farlo, oggi naturalmente, e ogni parte eccezionalista capisce che ha bisogno dell’altra per continuare a sopravvivere fin quando si potrà affrontare la Coalizione erculea, ma la prospettiva di un tale suicida dilemma della sicurezza spaventa Israele e Arabia Saudita al punto di cooperare indiscutibilmente al gioco di Cerbero (per ora, almeno). L’unica alternativa a Cerbero è l’eventuale rimozione della minoranza ideologica eccezionalista da ciascuna entità prigioniera, che vedrebbe gli eccezionalisti estromessi dagli Stati Uniti, i sionisti dalla Palestina, e i wahhabiti dall’Arabia Saudita, avviando il cambiamento nella loro politica ed organizzazione interna. Niente di tutto ciò significa che tali entità affronteranno l’eliminazione geopolitica, trattandosi solo della minoranza eccezionalista e dei loro operatori minacciati esistenzialmente di perdere tutto (vale a dire potere e ‘legittimità’), ma è proprio tale paura che li motiva disperatamente nel suscitare l’aggressivo Cerbero, prolungando indefinitamente la loro egemonia unipolare. Ironia della sorte, solo il loro ‘successo’ teorico nel distruggere la Coalizione erculea aumenta drasticamente la probabilità che siano geopoliticamente eliminati, mentre le contraddizioni ideologiche sopracitate fra sionisti e wahhabiti indicano inevitabilmente che si scontreranno militarmente in un duello all’ultimo sangue, un giorno. Anche nel ‘migliore dei casi’ della vittoria sulla Coalizione erculea e di una pace fredda fragile tra tali due campi incompatibili, non c’è garanzia che gli eccezionalisti staunitensi non facciano pendere l’equilibrio strategico verso un lato o l’altro, ricreando il loro caratteristico caos mediorientale, perfettamente adatto ai loro grandi obiettivi geopolitici.

Conclusioni
Il mutante unipolare Cerbero eccezionalista, sionista e wahabita è la vera ragione della destabilizzazione dell’Eurasia, e solo la Resistenza della Coalizione erculea di Russia, Cina e Iran può pacificarlo. In questo momento il destino dell’Eurasia sembra prefigurarsi nel destino della resistenza della Siria a Cerbero, in quanto il suo successo o fallimento avrà riflessi decisivi su tutto il supercontinente. Se la Siria e il suo popolo riusciranno a respingere l’assalto, allora salvaguarderanno l’Eurasia ad un livello molto più elevato che se non riuscissero, e inoltre volgerebbero il corso contro Cerbero. Tuttavia, se la Siria cadesse, Cerbero non perderebbe tempo a lanciare una rapida e aggressiva guerra lampo asimmetrica sull’Heartland eurasiatico, volta a dividere la Coalizione erculea ed eliminare i campioni del multipolarismo. Va sempre ricordato, però, che occidentali, ebrei o musulmani non hanno colpa di ciò che fa Cerbero, ma le componenti ideologiche più radicali di tali società (non rappresentative della stragrande maggioranza, rendendoli così degli aberranti estremisti), che hanno preso il controllo di Stati chiave usandoli per una guerra di procura globale contro le forze multipolari dell’inclusione e dell’integrazione. La vittoria unipolare di Cerbero non significherebbe la pace, dato che è sicuro che due delle sue tre teste finiranno per cannibalizzarsi e dopo l’eccezionalismo degli USA, indenne dalla lotta fratricida, potrà finire il superstite indebolito e pretendere tutto il bottino globale che si pensava di condividere (davvero impossibile da dividere tra eccezionalisti incompatibili come sionisti e wahhabiti). Stando così le cose, l’unico modo per impedire una simile cupa previsione globale è che la Coalizione erculea riesca a salvare la Siria da Cerbero nella prima campagna pan-continentale aggressiva di quest’ultimo e che l’autodistruzione post-‘vittoria’ fagociti l’intero continente.

obama-salman-meeting-riyadh-03Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cosa fa Washington in Asia centrale?

F. William Engdahl New Eastern Outlook 05/05/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

AWILLS PAGEDa quando la CIA ha finanziato e addestrato oltre centomila jihadisti, tra cui il fanatico saudita Usama bin Ladin, per intraprendere una guerra per procura decennale contro le forze dell’esercito sovietico in Afghanistan, Washington è ossessionata dall’idea di penetrare nell’Asia centrale per incunearsi tra Cina e Russia. I primi tentativi sulla scia della presenza delle forze statunitensi in Afghanistan post-2001, hanno avuto alterne fortune. Ora sembra che Washington cerchi freneticamente di ripetersi, anche richiamando il vecchio ambasciatore degli USA Richard M. Miles per dirigere un nuovo tentativo di rivoluzione colorata. Sembra che ci sia urgenza nella nuova attenzione di Washington sull’Asia centrale. La Russia non viene destabilizzata dalle sanzioni finanziarie di Stati Uniti e Unione europea; piuttosto è più vivace che mai facendo accordi economici e militari strategici apparentemente ovunque. E il vicino eurasiatico della Russia, la Repubblica Popolare Cinese, ha piani per costruire con la Russia rotte energetiche e collegamenti ferroviari ad alta velocità in tutta l’Eurasia. Washington sembra rispondere. Il problema dei neoconservatori di Washington è che non sono molto creativi nel comprendere le maggiori conseguenze delle loro azioni alquanto stupide. E i loro traffici loschi sono molto noti non solo a Mosca, ma anche in Uzbekistan, Kirghizistan e altre repubbliche dell’Asia centrale dell’ex-Unione Sovietica.

L’imminente boom economico dell’Eurasia
Le repubbliche dell’Asia centrale, soprattutto Kirghizistan e Uzbekistan, si posizionano strategicamente tra Cina, Kazakistan e Russia, al centro della regione in via di boom economico conseguente alle reti ferroviarie ad alta velocità della nuova Via della Seta della Cina. Tali reti ferroviarie creeranno un rotta altamente efficiente ed indipendente dalla possibile interferenza statunitense sulle rotte marittime, agevolando il commercio in rapida crescita in Eurasia e potenzialmente anche nella sfortunata UE, se mai avrà il coraggio di mollare Washington. La Cina ha recentemente fatto notizia con la costituzione della sua Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), chiara rivale di FMI e Banca asiatica di sviluppo controllati dagli Stati Uniti, quando Regno Unito, Germania, Francia e la maggior parte delle più importanti nazioni, ad eccezione di Stati Uniti, Canada, Messico e Giappone, si precipitarono entrando da membri fondatori in ciò che promette essere la locomotiva economica globale per almeno il prossimo mezzo secolo o più, se guidata correttamente. L’AIIB è stata fondata da Pechino con il contributo iniziale di 50 miliardi di dollari per finanziare in parte la Nuova Via della Seta. Recentemente Pechino ha anche ripreso un piano per costruire un collegamento ferroviario dal Xinjiang della Cina all’Uzbekistan attraverso il territorio del nord Kirghizistan. I piani iniziali furono sabotati nel 2005, quando una rivoluzione colorata istigata dagli USA rese il Kirghizistan instabile. Il 21 gennaio 2015, il presidente del Kirghizistan Almazbek Atambaev annunciava che il suo governo aveva inviato una delegazione a Pechino per concludere i dettagli del progetto da 2 miliardi di dollari per una tratta ferroviaria di 270 km da Kashgar, nel Xinjiang della Cina occidentale, a Andijan nell’Uzbekistan orientale, via oblast Naryn e Osh del Kirghizistan. In una recente nota, il Foreign Office inglese rileva che il progetto ferroviario darebbe vantaggi significativi all’Uzbekistan e soprattutto alla Cina, facendo anche avanzare i progetti ferroviari eurasiatici della Nuova Via della Seta, rilevando che la Cina creerebbe una rotta terrestre supplementare attraverso l’Asia centrale, per le sue esportazioni ai mercati europei, se si collegasse alle rete ferroviarie uzbeka e turkmena fino al Mar Caspio. Inoltre migliorerebbe l’accesso cinese a oro, carbone e altri minerali del Kirghizistan, uno Stato economicamente dimenticato dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 e dalla dichiarazione dell’indipendenza. Per l’Uzbekistan, la nota del Foreign Office rileva che la nuova linea ferroviaria permetterebbe il commercio con i mercati dell’Asia-Pacifico, ciò sarebbe particolarmente importante per l’impianto automobilistico GM-UzDaewoo della regione di Andijan, che riceve importazioni regolari di componenti dalla Corea del Sud. Per il Kirghizistan, ciò offrirebbe la possibilità di guadagnare dalle tariffe di transito fino a 200 milioni di dollari l’anno, secondo alcune stime, oltre a creare 20000 posti di lavoro nella relativa costruzione. Così vi sono possibili vantaggi dall’apertura del Kirghizistan a significativi investimenti cinesi nel settore minerario, di cui l’economia kirghisa ha doloroso bisogno. Un altro progresso economico e geopolitica eurasiatico si ebbe il 9 aprile, quando il Pakistan annunciava che, una volta che le sanzioni degli Stati Uniti all’Iran saranno tolte, procederà nella costruzione, da tempo in stallo, del gasdotto Iran-Pakistan da 7,5 miliardi dollari dal porto pakistano di Gwadar alla città di Nawabshah nel sud-est del Pakistan, per fornire i necessari 4500 megawatt di energia elettrica. Nel 2014 Washington sabotò il progetto, sostanzialmente corrompendo il governo del Pakistan, finanziariamente legato per 1,5 miliardi di dollari ai sauditi, affinché abbandonasse il progetto. Washington minacciò il Pakistan se violava le sanzioni economiche contro l’Iran. Washington, come Wall Street, preferisce usare i soldi degli altri popoli per far avanzare la propria agenda. Un anno dopo, speso il denaro saudita, il Pakistan annunciava che il gasdotto sarebbe stato portato avanti. Il Pakistan s’è tranquillamente assicurato un prestito da 2 miliardi dollari dalla… Cina. Il segmento in Pakistan del gasdotto sarà di 485 km, finanziato dal prestito cinese e la costruzione sarà effettuata dalla compagnia energetica statale cinese CNPC. L’Iran ha già completato il suo segmento di 560 km.bakou-petroleWashington corre a sabotare
Con l’esplosione economica eurasiatica per i collegamenti, ferroviari e gasdotti transnazionali, Washington ha capito di dover reagire per non essere sopraffatta dalla Shanghai Cooperation Organization di Russia, Cina, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan. Non solo, nel gennaio 2015 Russia, Bielorussia, Kazakistan e Armenia lanciavano l’Unione economica eurasiatica con il Kirghizistan che ha in programma di aderirvi. E’ la stessa unione economica che l’Ucraina del presidente democraticamente eletto Viktor Janukovich cui decise di aderire piuttosto che accettare la proposta irrisoria di associazione con l’UE. L’assistente del segretario di Stato di Washington Viktoria Nuland e il solito branco di falchi neoconservatori scatenarono le proteste di Piazza Majdan via Twitter e nel febbraio 2014, il colpo di Stato per bloccare il passo dell’Ucraina. Quindi vale la pena notare che a fine marzo 2015, il giornale del Kirghizistan Delo No riferiva che un misterioso aereo ucraino aveva scaricato 150 tonnellate di merci, etichettate “posta diplomatica”, per l’ambasciata statunitense nella capitale kirghiza Bishkek, alla fine di marzo. Lo status di posta diplomatica significava che non poteva essere controllata dalla polizia doganale kirghisa. A quanto pare il personale dell’ambasciata statunitense a Bishkek foffre di grafomania furiosa. Il giornale riferì che il carico fu consegnato con due voli dell’aviogetto da trasporto Antonov An-124 della compagnia aerea ucraina Avialinii, il 28 marzo e 30 marzo, e ogni volta l’aereo proveniva dalla capitale degli Emirati Arabi Uniti Abu Dhabi, dirtetto all’aeroporto internazionale di Manas. Vale la pena notare che nel novembre 2013 l’ambasciata statunitense a Kiev ricevette “carichi diplomatici” consegnati da aerei da trasporto dell’US Air Force. L’ex-capo del servizio di sicurezza ucraino Aleksander Jakimenko fu citato dal notiziario Vesti.ru dire che i carichi di Kiev includevano scatole con 60 milioni di dollari in banconote di piccolo taglio distribuite ai manifestanti di Piazza Majdan a Kiev, durante le rivolte antigovernative di fine 2013; ecco l’idea di Victoria Nuland della democrazia. Fino all’aprile 2014 il governo degli Stati Uniti aveva una base aerea strategica a Manas in Kirghizistan, totalmente immune dal controllo del Kirghizistan. I media indicavano all’epoca che aerei da trasporto militari degli Stati Uniti carichi di eroina afgana atterravano nel volo verso Russia ed UE.
Nel novembre 2014, il segretario dell’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (CSTO) Nikolaj Bordjuzha accusò l’occidente di tentare di destabilizzare i Paesi della CSTO. La Collective Security Treaty Organization è un’alleanza di sicurezza di Stati ex-sovietici, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan che cooperano su questioni strategiche. Bordjuzha accusò che l’attività di “ONG finanziate da agenti occidentali” era aumentata nella regione. Bordjuzha accusò l’occidente di destabilizzare i Paesi CSTO. Come prova citò “l’aumento sproporzionato del numero di funzionari delle ambasciate occidentali, in particolare quelle degli Stati Uniti, così come l’attivazione di numerose ONG finanziate dagli occidentali“. Osservò che poco prima del lancio del colpo di Stato a Kiev di Washington, il personale dell’ambasciata degli Stati Uniti a Kiev esplose fino all’incredibile cifra di 1500, in un Paese dove l’unico interesse di Washington era incunearsi tra Russia, Cina e Unione europea. Poi il 5 febbraio 2015, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti annunciò di aver riassunto il 78enne creatore delle rivoluzioni colorate Richard M. Miles, quale “incaricato d’affari ad interim” presso l’ambasciata statunitense a Bishkek, Kirghizistan. Miles era dietro la “rivoluzione delle rose” della CIA, che in modo fraudolento installò l’agente di Washington Mikhail Saakashvili a presidente della Repubblica della Georgia, nonché simili operazioni sporche negli anni ’90 in Azerbaigian, dove BP e compagnie petrolifere statunitensi volevano costruire l’oleodotto Baku – Ceyhan attraverso la Georgia, per evitare l’oleodotto russo che attraversava la Cecenia. La nomina di Miles è avvenuta quando l’assistente del segretario di Stato Victoria Nuland, neocon ex-assistente di Dick Cheney ed ex-ambasciatrice nella NATO fu fondamentale nel colpo di Stato a Kiev del 2014, e si recò nel Caucaso meridionale per visitare i governi di Georgia, Armenia e Azerbaigian. Washington mira chiaramente a devastare con le rivoluzioni colorate l’Asia centrale, al fine di sabotare il rapido sviluppo economico eurasiatico. Il Kirghizistan è particolarmente strategico per tale scopo, con il caos che minaccerebbe subito la cooperazione economica tra Cina, Russia e Kazakistan. Possiamo aspettarci una nuova ondata di rivoluzioni colorate orchestrate da Washington in Kirghizistan e Asia centrale. Probabilmente includeranno anche il Baluchistan in Pakistan, dove i jihadisti radicali sostenuti dalla CIA si preparano a sabotare il gasdotto Iran-Pakistan-Cina che attraversa il Belucistan. Il tutto è alquanto faticoso, ma una superpotenza decadente non è generalmente più creativa.

Modo di definire "valigia diplomatica", no?

Modo di definire il concetto di “valigia diplomatica”, no?

F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureatosi in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come l’Iran gioca gli USA

Aaron David Miller CNN 22 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora1380104323707.cachedSe dovessi descrivere la relazione USA-Iran in una parola sarebbe “ingannati”. Giochiamo a dama sulla scacchiera del Medio Oriente e Teheran gioca a scacchi tridimensionali. L’Iran non ha alcun problema nel conciliare il proprio comportamento malvagio e contraddittorio, mentre ci contorciamo sui nodi delle nostre difficili scelte, sempre a convincerci che la politica statunitense sulla questione nucleare è giusta. L’Iran non è estraneo alla regione, ma facendo della questione nucleare il tutto e per tutto che ne ridurrebbe la potenza, gli Stati Uniti ingigantiscono soltanto Tehran. Si consideri ciò:

Violazioni dei diritti umani
Il rapporto USA-Iran non è simmetrico. Non è come se entrambi facciano cose terribili e cerchino un compromesso equo e giusto per fermare i rispettivi pessimi comportamenti. L’Iran sta per processare un cittadino degli Stati Uniti, un reporter del Washington Post (una spia. NdT) e abbiamo detto che, anche se protestiamo, manterremo la questione sul nucleare distinta non solo da questo caso, ma dagli abusi iraniani sui diritti umani, tra cui il comportamento delle loro milizie sciite in Iraq (sconfiggendo al-Qaida e SIIL, emanazioni della CIA/Mossad. NdT). Posso solo sperare in un retroscena attentamente orchestrato che prevede l’Iran rilasciare Jason Rezaian. In caso contrario, legittimiamo un regime malvagio e compromettiamo valori e interessi degli USA nel processo cje non assicura che tutti gli statunitensi detenuti dall’Iran siano liberati nell’ambito dell’accordo nucleare.

Alleati
Gli USA si alienano gli alleati più stretti per l’accordo con l’Iran, e l’Iran riprende e rafforza rapporti nuovi e vecchi, con coloro che gli sono sempre più dipendenti perché vedono la potenza dell’Iran crescere. I nostri amici non sono perfetti, in particolare i sauditi e persino gli israeliani. Ma ne abbiamo bisogno proprio perché l’Iran avanza. Purtroppo, l’amministrazione indica che l’accordo sulla questione nucleare ha la precedenza sulle loro priorità. Nel frattempo, gli alleati dell’Iran, la Siria di Bashar al-Assad, Hezbollah e ora gli huthi, non delegati ma strumenti convenienti, vedono cosa accade e sono disposti a prestarsi ancora più al gioco iraniano. I russi, anche, si rendono conto che la questione nucleare gli dà la copertura per vendere sofisticati sistemi di difesa antimissile e ben presto esportare ancora di più, aumentando influenza e valuta. Perdiamo amici; l’Iran li guadagna. In una delle più crudeli delle ironie, il ritorno dell’Iran nell’economia globale è il risultato della stessa questione che l’ha reso un paria: la questione nucleare.

Siria e Iraq
Mentre il mondo arabo si scioglie e non ha un più una potenza nell’epicentro, (Egitto, Iraq, Siria), l’Iran avanza. L’argomento qui non è che l’Iran si prende il Medio Oriente. Ma nella sua zona d’influenza, zona critica per gli Stati Uniti, Siria, Iraq, Golfo, Yemen, Libano, espande l’influenza, non la contrae. Washington non gioca in questo tipo di gioco, inciampa su tutto cercando di capire come combattere il SIIL in Siria senza ancora rafforzare al-Assad (nessuna risposta), come combattere il SIIL in Iraq senza favorire il governo degli sciiti e alienarsi i sunniti (senza risposta) e come sostenere i sauditi nello Yemen senza consentirgli di peggiorare le cose con i loro attacchi aerei (nessuna risposta). L’Iran da tempo sa oramai gestire le contraddizioni. In effetti, si può usare la minaccia del SIIL per trattenere gli statunitensi dall’indebolire il loro alleato al-Assad, ed espandere l’influenza in Iraq con il pretesto di combattere una battaglia di reciproco interesse. Nonostante il gruppo navale nel Golfo di Aden, gli Stati Uniti sono intrappolati, non disarmati. Non aspettatevi che le navi statunitensi fermino quelle iraniane. Come ha detto la portavoce del dipartimento di Stato Marie Harf, “Ci sono rapporti sull’invio delle navi statunitensi e voglio essere molto chiara in modo che non si abbia l’impressione sbagliata. Non sono lì per intercettare le navi iraniane. Lo scopo dei movimenti è solo garantire che le rotte rimangano aperte e sicure. Penso che ci sia qualche inesattezza e confusione. Voglio solo essere molto chiara che lo scopo non riguarda per nulla le navi iraniane“.

L’accordo nucleare
Ha chiaramente senso usare la diplomazia per limitare il programma nucleare iraniano. Ma non dobbiamo avere illusioni. In primo luogo, non porremo fine alle pretese sulle armi nucleari di Teheran, e due, permetteremo l’ascesa regionale con tale diplomazia nucleare, non limitarla. Una delle ragioni per cui gli Stati Uniti non colpiranno al-Assad è la paura di rafforzare il SIIL, ma l’altra è che non vogliamo una guerra per procura con l’Iran in Siria. Mentre i russi hanno chiarito con il loro recente accordo sugli S-300 che i negoziati nucleari fanno dell’Iran un partner più accettabile. E i veri frutti della diplomazia non sono nemmeno apparsi. Togliendo le sanzioni i mullah saranno più sicuri e riavranno le risorse per sostenere, e non ridurre, le loro aspirazioni regionali. Abbiamo il nostro letto, e a quanto pare ora ci corichiamo per dormire. L’accordo nucleare scongiura la crisi sulla questione nucleare, per ora. Ma a meno che non cambi sul serio il comportamento dell’Iran, ci ritroveremo con un Iran più potente alla fine.

AP178627920440Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Smontare l’intervento yemenita di Obama

MK Bhadrakumar Asia Times 21 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
Barack Obama walks with Saudi King SalmanVoice of America finanziata dal governo statunitense ha avviato un ballon d’essai vacuo pronosticando che le tensioni accumulatesi con il conflitto nello Yemen “sembrano contrapporre gli Stati Uniti all’Iran in una prova di forza cruciale nel Golfo di Aden.” Il contesto sono la portaerei USS Theodore Roosevelt e l’incrociatore lanciamissili USS Normandy che si uniscono ad altre sette navi da guerra degli Stati Uniti nella zona, tra cui il Gruppo di assalto anfibio della Iwo Jima, che comprende un reparto di oltre 2000 Marines. Un modo stravagante di sbirciare oltre lo specchio. Alice ne ridacchierebbe. Gli Stati Uniti non si scontreranno militarmente con l’Iran. Le due flotte hanno una lunga storia di spintoni e di giochi del gatto col topo nelle acque del Golfo Persico, senza tentare un graffio. Questo è uno. Il secondo, in questo caso particolare, è l’Iran che semplicemente non intende farsi coinvolgere militarmente nello Yemen. L’Iran fa splendidamente bene invece a proiettare un robusto piano di pace in 4 punti per lo Yemen, che la Russia ha già accolto e che sarà sostenuto, perché Teheran prevede, giustamente, che non vi sia alcuna altra opzione, in ultima analisi, che aprire la via diplomatica e politica. Non si cerca la vittoria in una guerra fratricida, vero? Si vince passo-passo e il segreto sta nella pazienza e nel potere di logoramento. In breve, la Theodore Roosevelt dovrà inventarsi un nemico iraniano prima di avere una “serie prova di forza”. Terzo, gli huthi hanno veramente bisogno di armi dall’Iran in questa fase? E’ ben noto che siano alleati a fazioni militari yemenite dall’ampio accesso alle armi. Inoltre, la natura delle guerre fratricide in Paesi come Yemen o Afghanistan è tale che i veri asset strategici risultano altrove. Queste guerre hanno i loro corsi e ricorsi, e al momento gli huthi avanzano innegabilmente. Stando così le cose, qual è il vero scopo (o scopi) che gli Stati Uniti sperano di raggiungere inviando tale flotta? A dire il vero, il dispiegamento di un numero così elevato di marines su un gruppo di navi d’assalto anfibio suggerirebbe che un’operazione di sbarco non sia esclusa. Può darsi che il presidente Barack Obama sia agitato dal fatto che il primo ministro del Pakistan Nawaz Sharif (qui), l’egiziano Abdalfatah al-Sisi (qui) o il turco Recep Tayyip Erdogan (qui) temano d’immischiravisi, cioè di inviare “stivali sul terreno” nello Yemen? Sembra improbabile. Tuttavia, una limitata operazione di terra degli Stati Uniti può essere comunque in cantiere. Il punto è che Washington non ha badato ad evacuare centinaia, migliaia di cittadini statunitensi bloccati nello Yemen. Sarebbero in gran parte di origine araba e musulmana, e non avrebbero una lobby negli Stati Uniti che possa fare scandalo al Congresso o nei media degli USA, ma se tale scandalo perdura, sarà un insulto alla reputazione di Obama umanista e alla sua eredità presidenziale. C’è anche del denaro in gioco, e potrebbe essere molto, perché alcuni di questi cittadini arabo-statunitensi hanno presentato denuncia nei tribunali degli USA chiedendo un risarcimento dai segretari di Stato e della Difesa. Dio non voglia, se alcuni di loro venissero uccisi nei prossimi giorni, non escludendo gli sfrenati omicidi (qui) e vendicativi (qui) attacchi aerei sauditi, la questione dei danni potrebbe emergere a un certo punto.27CBCB7A00000578-0-image-a-31_1429563450836Dopo tutto, il governo degli Stati Uniti non s’è interessato di evacuare i propri cittadini in difficoltà, a differenza di quanto quasi tutti i Paesi hanno fatto, e i giudici statunitensi non avrebbero altra scelta, se questi musulmani arabo-statunitensi facessero valere i loro diritti costituzionali in quanto cittadini statunitensi. Inoltre, al livello popolare si sostiene che gli statunitensi non hanno alcun controllo sui crimini di guerra sauditi nello Yemen, e ciò potrebbe ridimensionare la politica di Obama in Medio Oriente e la sua statura di leader mondiale. Così Washington infine potrebbe programmare l’evacuazione dallo Yemen dei propri cittadini bloccati. Infatti, 5000 marines possono farlo, a condizione naturalmente che gli huthi cooperino; collaboreranno? A mio parere, la CIA avrebbe già fatto il lavoro necessario. Ora, l’Iran non lo sosterrà? Impossibile. Semmai se i marines avessero difficoltà, l’Iran potrebbe dare una mano avendo avanzato una generosa offerta di aiuto a tutti i Paesi, senza eccezione, nell’evacuare propri cittadini dallo Yemen. Oltre l’evacuazione, ciò che Obama spera di ottenere ordinando all’USS Theodore Roosevelt di salpare dallo Stretto di Hormuz (dove è occhi negli occhi con la Marina dell’Iran) per il Golfo di Aden? Significativamente, Obama ha preso questa decisione dopo una telefonata con il re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud e l’incontro nello Studio Ovale con il principe ereditario Muhamad bin Zayad al-Nahan degli Emirati Arabi Uniti (membro chiave della coalizione saudita contro lo Yemen). Da attente letture delle dichiarazioni della Casa Bianca, qui e qui, avviare un processo di pace nello Yemen appare in cima ai pensieri di Obama. Ma fino a che punto Obama sia riuscito a calmare Salman solo il tempo lo dirà. È improbabile che Obama abbia adottato lo stesso linguaggio del presidente cinese Xi Jinping verso Salman. (È interessante notare che l’appello di Obama a Salman appare il giorno dopo l’iniziativa di Xi.)
Nel frattempo, Obama si riunirà con i re guerrieri arabi in un conclave del prossimo mese. I preparativi sono già iniziati. In ultima analisi, la leva degli Stati Uniti al conclave con Salman e Zayad verrebbe costruita secondo la formula “salvare la faccia”, per farli apparire vittoriosi nella guerra allo Yemen. Il re e il principe ereditario non possono permettersi di apparire perdenti, soprattutto con l’Iran seduto sulla riva del fiume che osserva beffardo. Quindi, un po’ di spettacolarità da parte dello Zio Sam, per salvare la faccia dei monarchi del Golfo, sarà necessaria nei prossimi giorni. In termini politici, è sensato per gli Stati Uniti apparire attivamente coinvolti nel conflitto nello Yemen, anche se iniziasse il processo di pace. Il dispiegamento della flotta fa letteralmente degli Stati Uniti il “protagonista” della guerra yemenita. Obama sarebbe rassicurato dal modo con cui la Russia ha collaborato al recente dibattito al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sullo Yemen, senza che il Presidente Vladimir Putin gli faccia delle sorprese. Anche l’Iran parla di pace con gli Stati Uniti. Così, in qualunque modo si guardi svilupparsi lo scenario, l’USS Theodore Roosevelt partecipa a una sicura missione politica ed economica che avvantaggerà Obama.
Il rischio che Obama inizi un’altra guerra degli USA in Medio Oriente, anche senza volerlo, è praticamente inesistente; Obama non cerca la resa dei conti con l’Iran nel momento cruciale dei colloqui sul nucleare; Obama non può non essere consapevole che il conflitto nello Yemen sia conseguenza della Primavera araba e la leva degli Stati Uniti, attivando un processo politico nello Yemen, può migliorare con il coinvolgimento diretto; naturalmente John Bolton o il senatore John McCain non potranno dileggiare di passività Obama, almeno sulla questione yemenita.

uss-theodore-rooseveltTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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