Perché la sovversione degli USA è fallita in Iran

Tony Cartalucci, LD, 23 febbraio 2018Alla fine del dicembre 2017 i media occidentali riferirono di proteste “diffuse” che investivano l’Iran. Narrazioni indistinguibili dalla “primavera araba” progettata dagli Stati Uniti nel 2011 invasero testate e social media su una “rivolta popolare” stimolata da presunti risentimenti economici, prima che i manifestanti iniziassero a fare richieste riecheggianti il dipartimento di Stato degli USA sugli affari interni interni e la politica estera dell’Iran. Le proteste erano in effetti così indistinguibili dalla “primavera araba”, dichiaratamente statunitense, che la disillusione sul destino di nazioni come Libia e Siria probabilmente ebbe un ruolo nel sventarle in Iran.

Propaganda occidentale sopravvive ai disordini
Un articolo di Politico intitolato “Perché la rivolta iraniana non morirà”, nel tentativo di promuovere la narrativa occidentale sulle proteste iraniane, pretendeva che: “…Gli iraniani erano infuriati mentre lottavano per nutrire i figli, mentre il loro governo spendeva miliardi nelle avventure in Libano, Siria, Iraq e altrove. Mentre l’Iran è impoverito, il regime è più ricco. Mentre gli iraniani soffrono, gli alleati del regime sono diventati potenti e prosperi”. Tuttavia, quando Politico pubblicò l’articolo il 7 gennaio 2018, scritto da Alireza Nader, analista della RAND Corporation, le proteste erano già “morte”. L’articolo di Politico non fu l’unico pubblicato giorni e persino settimane dopo che le proteste erano finite, indicando che i media occidentali avevano preparato settimane, persino mesi, di propaganda sui disordini iraniani nell’informazione, e con gruppi d’opposizione sostenuti dagli Stati Uniti che tentavano di alimentarli sul campo. Nonostante i preparativi che i documenti politici degli Stati Uniti indicavano attivi da anni, comprendendo non solo la creazione di gruppi opposizione e armati in e ai confini dell’Iran, ma l’accerchiamento dell’Iran stesso con basi militari statunitensi in Siria e Iraq col pretesto di “combattere lo Stato islamico (SIIL)”, le proteste fecero rapidamente il loro corso e finirono. Se la maggior parte degli iraniani fosse davvero spinta sulle strade da gravi rimostranze economiche e politiche, e poiché tali rimostranze non sarebbero state affrontate, è improbabile che le proteste si estinguessero così rapidamente e con uso minimo della forza del governo iraniano, anche secondo i media occidentali. Tuttavia, se le proteste furono organizzate dall’occidente e guidate da movimenti di opposizione illegittimi ed impopolari in Iran e all’estero, dopo che l’occidente ha già abusato a lungo di tali tattiche di trasparente sovversione, le proteste “diffuse” che spariscono in pochi giorni non solo era probabile, ma inevitabile.

I vasti preparativi di Washington
I preparativi per il rovesciamento dell’Iran hanno ben più di un decennio e trascendono le varie amministrazioni presidenziali statunitensi, repubblicane o democratiche, compresa quella del presidente Trump e del suo predecessore Obama. La Brookings Institution, nel suo “Percorso verso la Persia: Opzioni per una nuova strategia americana verso l’Iran” del 2009, tracciava ampi piani per minare e rovesciare il governo iraniano.
Capitoli del documento:
Capitolo 1: Un’offerta che l’Iran non dovrebbe rifiutare: Persuasione;
Capitolo 3: Andare in fondo: Invasione;
Capitolo 4: L’opzione Osiraq: Attacchi aerei;
Capitolo 5: Scatenare Bibi: Permettere o incoraggiare l’attacco militare israeliano;
Capitolo 6: Rivoluzione di velluto: Supportare un rivolta popolare;
Capitolo 7: Ispirare un’insurrezione: sostenere le minoranze e gruppi di opposizione iraniani;
Capitolo 8: Colpo di Stato: Sostenere un golpe militare contro il regime.
Va notato che ogni opzione fu perseguita dal 2009, sia contro l’Iran direttamente o contro la Siria nel tentativo di diffondere il conflitto oltre i confini iraniani. Ciò include l’uso da parte di Washington d’Israele per effettuare attacchi aerei sulla Siria, mentre gli Stati Uniti tentano di mantenere la plausibile negazione. In tali capitoli furono elaborati piani dettagliati per creare e sostenere organizzazioni di opposizione politica che gruppi armati islamisti; definire una serie di sanzioni economiche con cui poter fare pressione su Teheran e creare divisioni e malcontento nella popolazione iraniana; proporre metodi per attaccare militarmente l’Iran sia segretamente che apertamente, nonché possibili modi di spingere Teheran alla guerra. Il documento fu scritto poco dopo la fallita “rivoluzione verde” sostenuta dagli Stati Uniti lo stesso anno, una protesta da essi progettata, più ampia per dimensioni e durata delle ultime.

Gli Stati Uniti tentavano di stressare l’Iran in vista della sovversione
Un altro documento della RAND Corporation del 2009, intitolato “Pericoloso ma non onnipotente: esplorare portata e limiti del potere iraniano in Medio Oriente“, osservava che la politica estera dell’Iran persegue principalmente l’autodifesa. Il documento notava esplicitamente che: “La strategia dell’Iran è in gran parte difensiva, ma con alcuni elementi offensivi. La strategia dell’Iran per proteggere il regime da minacce interne, scoraggiare l’aggressione, salvaguardare la patria in caso d’aggressione ed estendere l’influenza in gran parte difensiva, anche se utile ad alcune tendenze aggressive se accoppiata ad aspirazioni regionali iraniane. È in parte una risposta a dichiarazioni e posizioni politiche degli Stati Uniti nella regione, specialmente dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. I leader iraniani prendono molto sul serio la minaccia d’invasione con l’aperta discussione negli Stati Uniti del cambio di regime, discorsi che definiscono l’Iran parte dell'”asse del male” e gli sforzi statunitensi per accedere nelle basi degli Stati circostanti l’Iran”. Il documento discute degli ampi legami dell’Iran con la Siria ed Hezbollah in Libano, nonché i crescenti legami con l’Iraq. Questi legami, secondo lo stesso documento della RAND, furono perseguiti per creare un cuscinetto nel vicino estero dell’Iran contro l’aggressione militare degli Stati Uniti. Nel 2011, gli Stati Uniti perseguivano la guerra per procura che consuma il Medio Oriente e Nord Africa (MENA) con la Libia rovesciata e in rovina quell’anno, e la Siria consumata dai conflitti alimentati da terroristi stranieri armati dai Paesi confinanti come Turchia e Giordania. Il fatto che la Libia fu rovesciata prima e poi usata come trampolino di lancio per l’invasione della Siria, illustra il contesto regionale che guidò l’intervento USA-NATO in Libia. In sostanza, gli Stati Uniti attaccavano i pilastri della difesa nazionale dell’Iran nel vicino estero. Sapendo quanto Siria, Libano e Iraq siano cruciali per la strategia della difesa nazionale dell’Iran, ostacolando l’accerchiamento degli Stati Uniti e tenendone a bada gli alleati regionali, in particolare nel Golfo Persico, la destabilizzazione della regione era volta ad attirare gli iraniani in un costoso intervento regionale. Le forze iraniane diedero ampio aiuto a Siria e Iraq, anche militare diretto e indiretto, nella misura in cui, insieme a decenni di sanzioni economiche imposte all’Iran da Stati Uniti ed alleati occidentali, contribuivano alle cosiddette “proteste economiche” sostenute dagli Stati Uniti in Iran, nel tentativo di farvi leva. Gli Stati Uniti hanno truppe in diversi Stati del Golfo Persico tra cui Qatar e Bahrayn, in Iraq dall’invasione del 2003 e in Afghanistan ai confini orientali dell’Iran dal 2001. Ultimamente, gli Stati Uniti hanno occupato la Siria orientale e aiutano ampiamente i gruppi armati curdi in Siria e Iraq. Gli Stati Uniti forniscono anche sostegno politico e segreto ai terroristi baluci nel Pakistan sudoccidentale e nell’Afghanistan occidentale. È chiaro che gli Stati Uniti continuano a circondare ulteriormente l’Iran dal 2011 sia con proprie forze, sia con fantocci impegnati nei costosi conflitti ai confini dell’Iran.

Un’opposizione lasciata intenzionalmente “Senza nome”
Nonostante i sensazionali titoli occidentali che promuovevano e tentavano di perpetuare disordini in Iran, i media occidentali furono particolarmente attenti a non identificare i gruppi politici e armati scesi nelle strade. Proprio come in Libia e Siria, dove i “manifestanti pro-democrazia” alla fine si rivelavano estremisti di note organizzazioni terroristiche, molti dei protestanti in Iran avevano origine oscure. I manifestanti in Iran invocarono gruppi di opposizione e figure nominati nel documento della Brookings del 2009 dal titolo “Trovare i fantocci giusti“. Tra questi, il Mujahedin-e Khalq (MEK), designato terroristico dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, tolto nel 2012 con l’unico scopo di consentire agli Stati Uniti di finanziare e armare apertamente il gruppo. Includeva anche la figura dell’opposizione in esilio Reza Pahlavi, figlio del detestato Shah che risiede negli Stati Uniti. La maggior parte delle notizie pro-opposizione in Iran proveniva da media apertamente finanziati dagli Stati Uniti, come la versione in lingua farsi di Voice of America del dipartimento di Stato USA e il “Centro per i diritti umani in Iran” di New York. Affermare che le recenti “proteste” iraniane erano semplicemente espressioni “spontanee” di frustrazione iraniana e non semplicemente il passo successivo della cospirazione statunitense contro Teheran, è un’assurdità che i media occidentali hanno sempre più difficoltà a spacciare presso il pubblico globale.

Il ritorno degli investimenti di Washington
Tuttavia, i disordini, uniti agli sforzi degli Stati Uniti per circondare l’Iran, hanno perlomeno fatto pressione su Teheran, costringendolo ad investire più risorse interne mentre combatte molteplici conflitti con gli Stati Uniti nella regione. Il documento del 2009 della BrookingsQuale percorso per la Persia?” afferma esplicitamente che: “Mentre l’obiettivo finale è rimuovere il regime, lavorare con l’opposizione interna potrebbe anche essere una forma di pressione coercitiva sul regime iraniano, dando agli Stati Uniti una leva su altre questioni”. Continua affermando: “In teoria, gli Stati Uniti potrebbero creare una leva coercitiva minacciando il regime d’instabilità o addirittura rovesciarlo e, dopo, usare questa leva per strappare concessioni su altre questioni come il programma nucleare iraniano o il sostegno ai militanti in Iraq”. Tuttavia, ogni volta che gli Stati Uniti tentano di usare l’opposizione finanziata dall’estero e gruppi armati per destabilizzare l’Iran, specialmente se le alternative ai dominanti media occidentali crescono, tale tattica perde credibilità, sostenibilità e quindi fattibilità. Che le recenti proteste abbiano fatto il loro corso così rapidamente nonostante l’Iran sia oberato militarmente ed economicamente da anni dai conflitti in Siria, Iraq e Yemen, illustra quanto sia insostenibile tale opzione della politica estera per gli Stati Uniti, quando la si punta contro Stati formidabili come l’Iran. Una combinazione di preparazione nella guerra delle informazioni, forze di sicurezza ben preparate e contro-proteste ben organizzate da Teheran, smussava quest’ultima sovversione sostenuta dagli Stati Uniti. La chiara impotenza di Washington verso Teheran, unita ai tentativi di rovesciare il governo siriano ed affermare l’egemonia sull’Iraq, indebolisce ulteriormente l’illusa legittimità che gli Stati Uniti tentato da decenni di costruire attorno la loro politica egemonica ed illegittima. L’ingerenza sempre più sciatta e trasparente di Washington in Iran minerà gli sforzi di quest’anno, quando Washington si prepara a destabilizzare altre nazioni, dal Sud America all’Asia sud-orientale. E con gli Stati Uniti che accusano la Russia d’intromettersi nella politica interna, si porranno ovvie domande sul motivo per cui non è accettabile che Mosca “influenzi le elezioni statunitensi”, ma sia accettabile che gli Stati Uniti attraverso organizzazioni come National Endowment for Democracy (NED) e USAID non solo influenzino apertamente le elezioni nel mondo, ma dirigano apertamente interi partiti d’opposizione da Washington DC. Il ritorno dell’investimento di Washington sui suoi ampi e finora falliti tentativi di destabilizzare e rovesciare l’Iran è davvero discutibile. L’Iran, così come altre nazioni che potrebbero essere prese di mira dagli Stati Uniti, esamineranno semplicemente questo ultimo giro di proteste e saranno meglio preparati per la prossima volta. Man mano che sempre più persone sono consapevoli delle tattiche utilizzate dalla sovversione sostenuta dagli Stati Uniti, tali tattiche diverranno meno efficaci.

Gli Stati Uniti ancora perdono in Siria e Iraq
Nel frattempo, le proteste in Iran sembrano aver avuto scarso impatto sulla precaria posizione di Washington nella vicina Siria, mentre le forze siriane continuano ad avanzare su Idlib, e lotta per giustificare la propria presenza nella regione orientale del Paese. Se Idlib viene liberata, lascerà le forze di occupazione statunitensi e turche ai margini del conflitto e della legittimità internazionale. Una guerra irregolare contro le forze turche o statunitensi in Siria potrebbe trasformare le rispettive occupazioni in conflitti insostenibili e costosi. Sarà difficile distinguere tra forze irregolari siriane, russe o iraniane ed organizzazioni terroristiche che Turchia e Stati Uniti armano e finanziano mentre contemporaneamente dicono di combattere. Proprio come il ripetuto abuso delle proteste sostenute dagli Stati Uniti gli è costato uno strumento prezioso, una volta nel suo bagaglio dei trucchi geopolitici, l’uso del terrorismo contro Stati presi di mira sembra destinato a ritorcersi contro Washington. Come tutti gli imperi decadenti nella storia umana, gli Stati Uniti non potranno semplicemente “tornare a casa”. Ci vorranno molti anni di conflitti diretti e indiretti prima che gli Stati Uniti siano completamente sradicati dalla regione MENA. Tuttavia, lo spettacolare fallimento della sovversione sostenuta dagli Stati Uniti in Iran prima di Capodanno, potrebbe essere l’ulteriore prova del declino irreversibile dell’egemonia statunitense.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Che cos’è il “Safari Club II” e come può cambiare la dinamica del Medio Oriente

Wayne Madsen SCF 26.01.2018Durante la Guerra Fredda, la Central Intelligence Agency convinse alcuni alleati europei e mediorientali a stabilire un’alleanza d’intelligence informale i cui legami con gli Stati Uniti sarebbero stati “plausibilmente negati” nel tipico linguaggio della CIA. Nel 1976, un gruppo di direttori di agenzie d’intelligence filo-occidentali s’incontrò di nascosto al Mount Kenya Safari Club di Nanyuki, in Kenya, per organizzare un patto informale destinato a limitare l’influenza sovietica in Africa e Medio Oriente. Il gruppo si riunì sotto gli auspici del trafficante di armi e miliardario saudita Adnan Khashoggi, del presidente keniota Jomo Kenyatta e del segretario di Stato degli USA Henry Kissinger. Sebbene Khashoggi fosse presente al primo incontro di ciò che presto divenne noto come “Safari Club“, Kenyatta e Kissinger non erano presenti al raduno inaugurale delle spie. A firmare la carta di origine del Safari Club in Kenya c’erano il conte Alexandre de Marenches, direttore del servizio d’intelligence estero Service de Documentation Extérieure et de Contre-Espionnage (SDECE) francese; Kamal Adham, capo del Muqabarat al-Amah, il servizio d’intelligence saudita; il Direttore del servizio d’intelligence egiziano, generale Qamal Hasan Aly; Ahmad Dlimi, capo del servizio d’intelligence del Marocco e il generale Nematollah Nassiri, a capo dell’agenzia d’intelligence SAVAK iraniana. Ci sono indicazioni, ma nessuna prova effettiva, che il capo del Mossad Yitzhak Hofi avesse preso parte al primo incontro del Safari Club in Kenya. Il Mount Kenya Safari Club, fondato nel 1959, era di comproprietà del magnate del petrolio dell’Indiana Ray Ryan, individuo collegato a CIA e Mafia; di Carl W. Hirschmann Sr., fondatore svizzero della Jet Aviation, società aerea commerciale globale dagli stretti legami con la CIA e venduta alla General Dynamics nel 2008; e l’attore William Holden. Il 18 ottobre 1977, dopo che il Safari Club aveva trasferito il quartier generale operativo al Cairo, Ryan fu ucciso da un’autobomba ad Evansville, nell’Indiana. Holden morì solo nel suo appartamento a Santa Monica, in California, il 12 novembre 1981, dopo che, secondo quanto riferito, era inciampato sul tappeto accanto al letto, colpendo con la testa un comodino ed emorragia successiva. L’omicidio di Ryan rimane un caso aperto, mentre domande continuano a circondare la morte solitaria di Holden.
Nel 1977, Khashoggi approfittò dei problemi fiscali di Ryan col governo degli Stati Uniti e degli stessi problemi finanziari di Hirschmann per acquistare il pieno controllo del Mount Kenya Safari Club poco prima dell’omicidio di Ryan. Grazie alla sua posizione a Cairo, il Safari Club fu un elemento chiave nel reclutamento di irregolari arabi per combattere l’Unione Sovietica in Afghanistan. Khashoggi fu un attore chiave nel finanziamento della “Legione Araba” in Afghanistan, grazie al sostegno della famiglia reale saudita e del sultano Hassanal Bolkiah del Brunei. Il Mount Kenya Safari Club continuò a svolgere un ruolo utile nelle riunioni clandestine del Safari Club, tra cui quello del 13 maggio 1982 tra il ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon; il presidente del Sudan Jafar al-Nimayri; del capo dell’intelligence sudanese Umar al-Tayab; del miliardario statunitense-israeliano Adolph “Al” Schwimmer, del fondatore delle Israel Aerospace Industries Yaacov Nimrodi, dell’ex-ufficiale di collegamento del Mossad a Teheran con la SAVAK e vicedirettore del Mossad, David Kimche. Il capo effettivo del Safari Club era, secondo alcuni resoconti di alcuni addetti ai lavori, George “Ted” Shackley che, in qualità di vicedirettore aggiunto per le operazioni della CIA, era il capo delle operazioni clandestine della CIA sotto George HW Bush. Shackley, il cui soprannome era “Blond Ghost“, fu licenziato dal direttore della CIA di Jimmy Carter, ammiraglio Stansfield Turner. Tuttavia, Shackley fu richiamato dal capo della CIA di Ronald Reagan, William Casey. Agendo da agente d’intelligence privato, Shackley fu determinante nel mobilitare la vecchia rete SAVAK del Safari Club in Europa, per creare il famigerato affare Iran-contra. Il Safari Club era responsabile di gran parte delle operazioni clandestine dell’occidente contro l’Unione Sovietica nelle zone di conflitto che si estendevano dall’Afghanistan alla Somalia e dall’Angola al Nicaragua. È ironico che un gruppo di servizi segreti e di guerriglie che supportano gli huthi nello Yemen stiano ora riprendendo il vecchio Safari Club per combattere Stati Uniti, Arabia Saudita, Israele e i loro agenti in Yemen, Corno d’Africa e Medio Oriente.
Il movimento anti-saudita Huthi nello Yemen, i cui membri aderiscono alla setta zaidita dell’Islam, si oppone alle rigide pratiche fondamentaliste del wahhabismo saudita. Gli huthi, vicini religiosamente e politicamente all’Iran sciita, hanno istituito un servizio d’intelligence estero diretto da Abdarab Salah Jarfan. Emulando il Safari Club, l’intelligence huthi ha stipulato accordi informali con il Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (IRGC) o Pasdaran; il Servizio di sicurezza preventiva (PSS) della Palestina; i tre rami dell’intelligence di Hezbollah, come l’Unità 1800, ramo delle operazioni speciali dell’intelligence di Hezbollah, e l’intelligence di Hamas, che ha sede a Gaza ma ha agenti in tutto il Medio Oriente. Ora che il presidente siriano Bashar al-Assad ha sbaragliato la maggior parte degli eserciti jihadisti dal suo Paese, con l’assistenza del personale inviato dagli huthi, la Siria è nella posizione migliore per dare assistenza militare alla coalizione huthi nello Yemen. Insieme, questa alleanza di forze antisioniste e anti-wahhabite, che potrebbe essere chiamata “Safari Club II“, può violare il confine saudita-yemenita e condurre operazioni contro obiettivi militari e governativi sauditi nella provincia di Asir in Arabia Saudita.
Da quando la coalizione guidata dai sauditi, che comprende anche truppe provenienti da Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Egitto, Quwayt, Marocco, Sudan, Giordania e Bahrayn, è intervenuta nella guerra civile yemenita nel 2015 a nome del governo fantoccio filo-saudita, gli huthi hanno portato la guerra presso i sauditi. Le forze huthi sono entrate in tre regioni di confine saudite, Asir, Jizan e Najran. Gli huthi, con il sostegno dell’intelligence dei Pasdaran e di Hezbollah, crearono un gruppo secessionista saudita, l’Ahrar al-Najran, o “I liberi della regione del Najran”. Il Najran, fino al 1934, faceva parte del regno dello Yemen, il regno mutuaqilita governato da un monarca zaidita fino al 1962, quando il regno yemenita fu rovesciato. Gli irredentisti sul versante saudita del confine volevano unirsi allo Yemen. La tribù yemenita Hamdanid, che fornì il nucleo del sostegno all’ex-monarca yemenita zaidita, giurava fedeltà alla coalizione guidata dagli huthi nello Yemen. L’intelligence huthi ha anche condotto ricognizioni sulle basi navali israeliane nel Mar Rosso e in Eritrea, nell’arcipelago Dahlak e nel porto di Massawa. Gli huthi hanno anche sorvegliato le operazioni militari saudite ed emiratine nella città portuale eritrea di Assab. Nel 2016, le forze huthi avrebbero attaccato il quartier generale della Marina eritrea dopo che le forze saudite arrivarono nella città portuale. Gli huthi potrebbero essere stati aiutati da un altro alleato del Safari Club II, il gruppo d’opposizione eritreo Organizzazione Democratica Afar del Mar Rosso (RSADO), sostenuto anche dall’Etiopia. Nel 2016, gli huthi effettuarono con successo un’incursione nell’Asir e catturarono una base militare saudita, insieme a un deposito di armi statunitensi e canadesi. La sponsorizzazione del Safari Club II del movimento secessionista in Arabia Saudita è simile al sostegno dell’originale Safari Club a vari gruppi di insorti, tra cui UNITA in Angola, RENAMO in Mozambico e contras in Nicaragua.
Gli sconvolgimenti politici nello Yemen e in Arabia Saudita hanno portato a nuove alleanze tra la coalizione saudita e i membri del Safari Club II. Il 4 novembre 2017, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Muhamad bin Salman, consolidava il potere politico arrestando diversi principi della Casa dei Saud, così come importanti ministri, ecclesiastici e uomini d’affari. Un elicottero che trasportava il principe Mansur bin Muqrin, vicegovernatore della provincia di Asir, e altri sette alti funzionari sauditi, si schiantò vicino Abha, nella provincia di Asir, al confine con lo Yemen settentrionale controllato dagli huthi. Ci furono diversi rapporti secondo cui l’elicottero fu abbattuto dai sauditi dopo aver appreso che volava verso lo Yemen controllato dagli huthi, dove il principe e il suo partito avrebbero ricevuto asilo politico. Un principe saudita che si univa agli huthi sarebbe stato un grande colpo del Safari Club II. Allo stesso tempo, gli huthi si schieravano nella confusione all’interno della Casa dei Saud, l’intelligence huthi, aiutata dalle impressionanti capacità nell’intelligence elettronica di Hezbollah, intercettò una serie di messaggi tra l’ex-presidente yemenita Ali Abdullah Salah, ex-alleato degli huthi, e gli Emirati Arabi Uniti e la Giordania, alleati dei sauditi. Si scoprì che Salah stava negoziando un accordo separato con la coalizione saudita-emiratina, un atto visto come tradimento dagli huthi, che assaltarono la residenza di Salah nella capitale yemenita Sana, giustiziandolo sul posto. Va notato, oltre l’ironia, che il Safari Club II combatte contro molti membri del Safari Club originale. Ad eccezione dell’Iran, ora membro del Safari Club II, i vassalli degli Stati Uniti Arabia Saudita, Israele, Francia, Egitto, Marocco e Sudan. Henry Kissinger, patrono del Safari Club originale, ora consiglia il genero di Donald Trump, Jared Kushner, agente presso la Casa Bianca del Mossad, sui frequenti rapporti col principe ereditario saudita ed altri attori regionali nel Medio Oriente, compresi gli israeliani. Il Safari Club II ha qualcosa che mancava al primo Safari Club: il supporto popolare. La convergenza di interessi dei popoli oppressi di Yemen, Libano, Cisgiordania e Gaza, con le preoccupazioni geopolitiche e di sicurezza dell’Iran, e più recentemente, come risultato dei sotterfugi degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar, fornisce al Safari Club II un vantaggio nella propaganda. Originariamente membro della coalizione saudita nello Yemen, col boicottaggio economico da parte di Arabia Saudita, Bahrayn, Quwayt ed Emirati contro il Qatar, l’alleanza Safari Club II otteneva un simpatizzante a Doha, capitale del Qatar. La Cina, che collaborò con l’originale Safari Club nelle operazioni in Afghanistan e Angola, ha ricevuto le delegazioni huthi a Pechino. La Cina inoltre arma la coalizione huthi nello Yemen attraverso l’Iran. L’Oman, rimasto neutrale nella guerra civile yemenita, fu scoperto nel 2016 fornire armi agli huthi su camion con targhe omanite. Il governo iracheno guidato da sciiti è anche noto sostenitore degli huthi.
La CIA e i suoi alleati della Guerra Fredda, nel formare l’originale Safari Club, diedero un modello inestimabile alle popolazioni assediate di Yemen, Corno d’Africa e Medio Oriente. Il Safari Club II da a sauditi, israeliani, statunitensi, egiziani, marocchini ed altri, come lo Stato islamico e al-Qaida nello Yemen finanziati dai sauditi, un assaggio della propria amara medicina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La realtà del dopoguerra in Siria: chi contiene chi?

Alastair Crooke SCF 23.01.2018Rotte e cambi della Casa Bianca in Medio Oriente, con Muhamad bin Salman (MbS), Muhamad bin Zayad (MbZ) e Bibi Netanyahu, per un “accordo del secolo” non hanno prodotto “alcun accordo”, ma piuttosto esacerbato le tensioni del Golfo verso una crisi vitale. Gli Stati del Golfo sono ora molto vulnerabili. L’ambizione ha spinto alcuni capi ad ignorare i confini intrinseci tipici dei piccoli emirati tribali, quelli commerciali e i presunti giochi di potere gonfiati, da architetti che si trovino in cima al nuovo ordine mediorientale. Il team di Trump (e certi europei), intossicato da tali trentenni, ambiziosi delle business school del Golfo e bramanti il potere, sé bevuto tutto. La “Prima famiglia” ha abbracciato la narrazione (capovolta) dell’Iran e degli sciiti furfanti e terroristi, pensando di sfruttarla per un accordo con cui Arabia Saudita ed Israele ostacolassero congiuntamente l’Iran e i suoi alleati, e in cambio Israele avrebbe ottenuto, finalmente, la tanta ricercata “normalizzazione” col mondo sunnita (“l’accordo del secolo”). Bene, la decisione sbagliata su Gerusalemme ha messo fine a tale mossa: piuttosto, l'”appello” di Trump ha fatto il contrario: ha dato alla regione un “polo” attorno cui gli ex-antagonisti del conflitto siriano possono ritrovare una causa comune: difendere Gerusalemme come cultura, storia ed identità comune dei popoli musulmani e cristiani. Una causa che potrebbe unire la regione, dopo questo periodo di tensioni e conflitti. E gli Stati del Golfo ora si ritrovano, avendo perso in Siria, trascinati da una controversia a un’altra, ovvero la ‘jihad’ a guida statunitense, per così dire, contro gli sciiti, con tutte le apparenze regionali (reali e immaginate). Un piano di alto profilo che danneggia l’economia (Dubai, ad esempio, è essenzialmente un piccolo Stato del Golfo che sopravvive commerciando con Iran e Pakistan, quest’ultimo con una popolazione sciita di notevoli dimensioni), e senza una politica saggia: l’Iran è una nazione reale di 6000 anni, con una popolazione di quasi 100 milioni di abitanti. Non sorprende che tale “piano” per lo scontro faccia a pezzi il GCC: l’Oman, con i suoi vecchi legami con l’Iran, non ne ha mai fatto parte; il Quwayt, con la sua significativa componente sciita, pratica coesistenza ed inclusione con gli sciiti. Dubai si preoccupa delle prospettive economiche; e il Qatar… beh, il bullismo sul Qatar si è concluso con la nascita del nuovo “asse” regionale con Iran e Turchia. Ma oltre a ciò, l'”Arte del compromesso” parla anche del revanscismo economico statunitense: gli USA recuperano il territorio economico perso (presumibilmente) a causa della “negligenza delle passate amministrazioni”, secondo l’analisi della Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti (NSS). Secondo quanto riferito, Washington gioca con i dazi con la Cina, le sanzioni contro la Russia e la guerra economica, volta a rovesciarne il governo, all’Iran. Se il presidente Trump perseguisse tale politica (e sembra proprio che questa sia l’intenzione), allora ci sarà la risposta economica di Cina, Russia e Iran. Già l’area e la popolazione coperte dal sistema del petrodollaro si sono ridotte, e potrebbero ridursi ulteriormente (forse includendo l’Arabia Saudita che riceve yuan per il suo petrolio). In breve, la base di liquidità (depositi di petrodollari) da cui dipende l’ipersfera finanziaria del Golfo e gran parte del suo benessere economico, si restringerà. E questo in un momento in cui le entrate petrolifere sono già diminuite (la prima fase della contrazione attuale del petrodollaro) per gli Stati del Golfo, che devono ridimensionarsi fiscalmente, a spese dei cittadini. La Cina ha recentemente lanciato un’inchiesta sui piani di guerra commerciale degli Stati Uniti, svelando intenzionalmente (e poi ritrattando) il suggerimento che la Banca Centrale cinese smetta di comprare titoli del Tesoro USA o di disinvestirvi. E la principale agenzia di rating del credito cinese, Dagong, declassava il debito sovrano degli Stati Uniti da A- a BBB+, suggerendo in modo efficace che le riserve del Tesoro USA del Golfo non sono più le “attività prive di rischio” che si supponeva fossero, e che potrebbero persino svalutarsi mentre i tassi d’interesse aumentano; il QE4 colpisce.
Com’è possibile che il Golfo sia finito in una posizione così esposta? Essenzialmente, non riconoscendo, e quindi non superando, i propri “confini” intrinseci, è la prima risposta. Alla fine degli anni ’90 e agli inizi degli anni 2000, il Qatar e il suo governante Hamad bin Qalifa erano percepiti politicamente attivi, ben oltre le ridotte dimensioni del Qatar (200000 abitanti). Il Qatar inaugurò la TV al-Jazeera, un’innovazione sconvolgente nel mondo arabo all’epoca, ma che divenne uno strumento potente durante la cosiddetta “primavera araba”. Fu accreditata, almeno così mi disse all’epoca l’emiro, con l’estromissione del presidente Mubaraq e l’impostazione del quadro politico associato all’ondata di proteste popolari nel 2011. Forse l’emiro aveva ragione. Sembrava quindi che gran parte del Golfo (compresi gli Emirati Arabi Uniti), potesse essere rovesciata dall’assalto infuocato di al-Jazeera e cedere alla Fratellanza musulmana, che il Qatar allattava come strumento per “riformare” il Mondo arabo sunnita. Chiariamo, il Qatar sfidava l’Arabia Saudita, e non solo politicamente sponsorizzando i Fratelli musulmani, sfidava la stessa dottrina religiosa alla base della monarchia assoluta dell’Arabia Saudita. (La FM, al contrario di al-Saud, sostiene che la sovranità spirituale si fonda sul “popolo”, l’Umma, e non su un “re” saudita). I sauditi odiavano questa arroganza rivoluzionaria del Qatar che minacciava il dominio dei Saud. Così fece anche MbZ, che riteneva che la FM avesse come obiettivo Abu Dhabi. C’erano anche antiche rimostranze e competizioni nella rivalità tra Abu Dhabi e Qatar. L’emirato del Qatar, infine, si spinse oltre e fu dimesso ed esiliato nel 2013. Storicamente, Abu Dhabi aveva sempre avuto un rapporto tenue con l’Arabia Saudita, accondiscendente con tali emirati “minori”, ma con MbS tuttavia MbZ coglieva l’opportunità non solo d’influenzarlo, ma di fare di Abu Dhabi il “nuovo Qatar”, sopravvalutando il proprio peso politicamente leggero. Ma, a differenza del Qatar, non cerca di rivaleggiare con l’Arabia Saudita, ma piuttosto di essere il “Mago di Oz” dietro le quinte, a tirare le leve dell’Arabia Saudita per far leva sugli Stati Uniti ed ottenere l’approvazione e il favore statunitensi sia per MbS che per MbZ per la posizione anti-fratellanza, laicista, neoliberale e anti-iraniana. E in un certo senso, il successo di MbZ, dopo la guerra israeliana ad Hezbollah del 2006, nel costruire i rapporti con gli USA (attraverso il generale Petraeus, allora comandante di CentCom), centrati sulla minaccia iraniana; e l’abile uso della paura dell’infiltrazione da parte della Fratellanza musulmana per aprire la porta all’espansione del dominio di Abu Dhabi su Dubai e il resto dei principati, sul piano della sicurezza; e l’uso dell’assistenza finanziaria agli altri emirati di Abu Dhabi dopo la crisi finanziaria del 2008, diventava la guida per eliminare i rivali politici e avere potere illimitato. Questa ascesa guidò la successiva ascesa al potere assoluto di MbS in Arabia Saudita, sotto la guida del più vecchio MbZ. Il duetto intendeva invertire il corso del Medio Oriente, nientemeno, colpendo l’Iran e, con l’aiuto statunitense ed israeliano, ripristinare il primato dell’Arabia Saudita.
Il presidente Trump ha abbracciato (e pare irrevocabilmente) MbS e MbZ. Ma si è rivelato un altro caso di sopravvalutazione del Golfo: quest’ultimo non ha potuto “normalizzare” Gerusalemme in Israele; Netanyahu non può alleviare la situazione dei palestinesi (né con la sua coalizione attuale, né potrebbe formarne un’altra). E, in ogni caso, nemmeno Abu Mazen potrà cedere sullo status di Gerusalemme. Quindi Trump ha semplicemente “dato” la Città Santa ad Israele, innescando così una rissa col quasi completo isolamento diplomatico degli USA. Politicamente, MbS, MbZ, Netanyahu e Jared Kushner hanno fallito umiliandosi ed indebolendosi. Ma, cosa importante, il presidente Trump ora è bloccato nel suo abbraccio con l’agitata leadership saudita e la sua antipatia radicale nei confronti dell’Iran, come dimostrato dall’ONU nel discorso di settembre all’Assemblea generale. Rimanendo col piano anti-iraniano, il presidente Trump ora si ritrova, grazie al suo errato giudizio sulle capacità di MbS e MbZ di creare qualcosa di concreto, senza truppe sul campo. Il GCC è spezzato, l’Arabia Saudita è in subbuglio, l’Egitto veleggia verso Mosca (dove acquista SAM S300 per 1 miliardo di dollari e 50 aerei da combattimento Mikojan MiG-29 per 2 miliardi di dollari). La Turchia è alienata e gioca da entrambi i lati: Mosca a Washington, contro il centro; e gran parte dell’Iraq si schiera con Damasco e Teheran. Persino gli europei lamentano la politica USA sull’Iran. Certo, Trump può ancora colpire l’Iran. Può farlo anche senza ritirarsi dal JCPOA, creando incertezza se “lui voglia o no” ritirarsene, più le minacce di sanzioni alternative probabilmente sufficienti a spaventare le imprese europee (alcune significative) nell’avviare piani commerciali con l’Iran; ma per quanto possa essere doloroso per il popolo iraniano, ciò non può mascherare la nuova realtà del conflitto post-Siria: in Libano, Siria o Iraq, in un modo o nell’altro, può accadere poco senza il coinvolgimento iraniano. Anche la Turchia non può perseguire una realistica strategia curda senza l’aiuto dell’Iran. E Russia e Cina hanno bisogno dell’aiuto iraniano per garantirsi che il progetto One Belt, One Road non sia colpito dagli estremisti jihadisti. Questa è la realtà: mentre i capi statunitensi ed europei parlano incessantemente dei loro piani per “contenere” l’Iran, la realtà è che l’Iran e i suoi alleati regionali (Siria, Libano, Iraq e in misura imprevedibile Turchia) di fatto ‘contengono’ (cioè hanno una deterrenza militare) USA ed Israele. E il centro di gravità economica della regione, inesorabilmente, si allontana dal Golfo verso la Cina e il progetto eurasiatico della Russia. La forza economica del Golfo compie la sua parabola.
Il dispiegamento di una “piccola” forza di occupazione statunitense nel nord-est della Siria non è una minaccia all’Iran, quanto un ostaggio di Damasco e Teheran. Questo è il cambio dell’equilibrio di potere tra i legami settentrionali degli Stati regionali con quelli meridionali. È un simbolismo, una forza militare statunitense in Siria apparentemente destinata a “contenere l’Iran”, che gli Stati Uniti potrebbero successivamente richiamare se la Turchia dovesse agire o, infine, abbandonarli, lasciando gli ex-alleati curdi piegarsi al vento secco siriano.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Può sopravvivere il nuovo Stato-fantoccio degli USA in Siria?

Elijah J. Magnier, 15/1/2018Oggi è chiaro che le forze statunitensi rimarranno e occuperanno il nord-est della Siria dove i curdi di al-Hasaqah e Dayr al-Zur, insieme a tribù arabe, hanno il controllo. Washington dichiarava la formazione di 30000 agenti per “difendere i confini” di questo “Stato nello Stato” appena dichiarato. La domanda è: può tale occupazione durare a lungo? E questa domanda ne pone un’altra fondamentale: uno Stato “curdo” può sopravvivere? Non c’è dubbio che gli Stati Uniti non vogliano lasciare la Siria e che la Russia estenda presenza e controllo, a patto che ci sia la possibilità che Washington disturbi e riduca l’influenza di Mosca nel Levante. Dichiarandosi forza di occupazione e quindi la volontà di formare uno “Stato per procura”, la posizione USA giustifica (a sé stessi ma non al popolo statunitense, né al mondo) la presenza finché ritenga opportuno abbandonare i curdi e lasciarli al loro destino. Gli Stati Uniti usano come scusa la presenza iraniana sul territorio siriano e l’ossessione di limitare il controllo di Teheran su Damasco. Non vi è alcun dubbio che le forze statunitensi possano badare ai loro interessi nel territorio occupato dalla Siria e impedire che una forza regolare possa avanzare. Tuttavia, la sicurezza dei loro soldati dipende dall’ambiente in cui si trovano, in questo caso un ambiente totalmente ostile dentro e fuori. Gli attacchi contro le forze statunitensi e i loro agenti curdi non sono affatto esclusi. Questo quando gli Stati Uniti dovranno ripensare la necessità di una presenza in un territorio di recente occupazione, così lontano da casa e in cui le vite statunitensi possono essere perse in cambio di alcun beneficio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’Iran ha una lunga esperienza nel combattere le forze statunitensi in Medio Oriente, dove i gruppi iracheni, sponsorizzati e addestrati dall’Iran, sono riusciti a infliggere ingenti danni all’occupazione statunitense dell’Iraq nel 2003 e molto prima, quando la Repubblica Islamica era giovane, nel 1983, i gruppi filo-iraniani colpirono i marines statunitensi in uno dei più grandi attacchi contro forze illegittimamente impegnati nella guerra civile libanese. Naturalmente, anche le forze statunitensi hanno acquisito esperienza nella lotta agli attori non statali. Ciononostante, questa esperienza non gli eviterà gravi danni, probabilmente costringendo al ritiro prima o poi. Il piano di occupazione statunitense ha molte carenze. Le 30000 forze curde dovrebbero:
– Proteggere i confini da Qamishlu a Yarubiya-Buqamal, contro l’Esercito arabo siriano ed alleati. Damasco ha già respinto le forze di occupazione statunitensi dichiarando che i curdi che collaborano con le forze di occupazione sono traditori.
– Proteggere i confini di al-Hasaqah, Ayn al-Arab, Tal Abiyad, Manbij con una Turchia che ha dichiarato guerra ai curdi e minacciato di distruggerli e d’impedire a tutti i costi uno loro Stato ai suoi confini. Ankara non starà a guardare. Quasi ogni giorno, il presidente turco Recep Tayyeb Erdogan minaccia di invadere i territori controllati dai turco-curdi e bombardare le province confinanti.
– Proteggere i lunghi confini con l’Iraq, dove le Unità di Mobilitazione Popolare sono pronte ad aiutare qualsiasi gruppo (tranne lo SIIL) disposto a scacciare le forze statunitensi dai confini iracheni, in particolare l’ultima sacca dello SIIL proprio al confine Siria-Iraq. Nonostante il controllo dei confini, c’è molto scontento nel vedere lo SIIL sul lato siriano dei confini protetto dagli Stati Uniti, consapevoli che Washington, non volendo porre fine al gruppo, permette a migliaia di terroristi di fuggire da Raqqah per usarli per “influenzare” i governi iracheno e siriano. Nonostante l’apparente impegno degli Stati Uniti per la stabilità dell’Iraq, Baghdad non vede alcuna giustificazione nella protezione degli Stati Uniti dello SIIL nell’enclave nel nord-est della Siria, un gruppo in grado di attraversare i confini in cui ha vissuto per anni e dove sa come muoversi. Gli Stati Uniti possono usare la propria esperienza acquisita in Iraq e in altre parti del mondo islamico per comprarsi la lealtà delle tribù locali, come i “Sahwa” iracheni. L’Arabia Saudita è disposta a ricostruire le aree danneggiate, nonostante la propria crisi finanziaria, assecondando le richiesta degli Stati Uniti, ed è disposta a finanziare e equipaggiare le tribù arabe di al-Hasaqah e Dayr al-Zur. Ma chi vende la fedeltà a qualsiasi acquirente può anche farsi comprare dagli avversari, come è accaduto in Iraq. Dopotutto, le tribù arabe nel nord-est della Siria fanno parte delle stesse tribù dell’Iraq.
– Proteggersi da dispute e lotte intestine tra i curdi fedeli a Damasco e i separatisti, e dagli attacchi IED e tattiche mordi e fuggi delle tribù arabe disposte a sostenere il governo siriano per liberare il territorio e destabilizzare le province curde.
– Proteggere un vasto territorio, circa 39500 kmq. Ciò significa un militante ogni 1,3 kmq per proteggere province circondate da nemici e forze non disposte a consentire la creazione di tale “Stato nello Stato”, qualunque sia la superiorità aerea statunitense e i droni che non lasciano mai i cieli della zona.
I curdi di al-Hasaqah (vi sono grandi concentrazioni curde ad Ifrin e Aleppo che non vogliono dividersi da Damasco) si trovano in una posizione scomoda sotto la protezione degli Stati Uniti, un alleato noto per aver abbandonato gli “amici” quando non servivano più. In definitiva, Damasco non accetterà l’occupazione statunitense del proprio territorio e combatterà un nemico considerato più grande e pericoloso della Turchia, che pure occupa territorio siriano. Alcuni osservatori ritengono che gli Stati Uniti potrebbero aver deciso di abbandonare la Turchia per proteggere e mantenere gli agenti curdi disposti a schierarsi col migliore alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, Arabia Saudita, e l’alleato strategico Israele. Questo punto di vista è debole perché l’amministrazione statunitense è consapevole che i curdi non possono sostenere tale enclave per molto e che i Paesi circostanti attenderanno il momento giusto (da uno a dieci anni) per rimuovere la minaccia dai rispettivi confini. Damasco non abbandonerà le province ricche di risorse energetiche di al-Hasaqah e Dayr al-Zur, e i suoi alleati supporteranno la cacciata delle forze statunitensi con mezzi militari dalla Siria. Gli alleati di Damasco hanno già addestrato e condiviso l’esperienza in guerriglia con diversi gruppi siriani, pronti ad impedire il ritorno dello SIIL e a rivendicare le alture del Golan occupate nel sud e la Siria nord-orientale. In questo momento, Damasco vede il pericolo più grave in al-Qaida (l’Hayat Tahrir al-Sham ha oltre 10000 terroristi) e nello SIIL. Certo, il governo siriano chiederà sempre il ritiro delle forze turche anche se Russia e Turchia sono alleati necessari. Il presidente turco cerca di rimanere, mantenendo un piede nel campo statunitense e l’altro in quello russo, non vuole perdere entrambi e continuare a beneficiare delle due superpotenze che condividono interessi militari ed economici vitali con Ankara (e viceversa). Erdogan può anche contare sul rifiuto di Damasco dello “Stato curdo nello Stato”, come obiettivo comune dei due Paesi anche senza un’alleanza e nonostante la dichiarata reciproca animosità dei presidenti Erdogan e Assad. La Russia, da parte sua, farà del suo meglio per sostenere Erdogan e, contemporaneamente, stringere legami coi curdi di Ifrin, nella speranza che i curdi di Ifrin e al-Hasaqa si parlino e si accordino su cosa affrontare, il giorno in cui gli Stati Uniti decideranno di ritirarsi dalla Siria.
L’amministrazione USA ancora una volta s’infila in un vespaio, pensando (se è la parola giusta) coi muscoli militari piuttosto che intelligentemente, ad assicurarsi gli interessi in Siria, fingendo di dimenticare che il suo potere militare “onnipotente” si rivelò inutile in Libano, Afghanistan e Iraq. Com’è possibile che l’amministrazione Trump possa credere che sia possibile avere successo in Siria? Gli USA ignorano i fatti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Siria, gli Stati Uniti sono in un vicolo cieco

Moon of Alabama, 15 gennaio 2018La politica dell’amministrazione Trump in Siria finalmente si svela. Ha deciso di separare permanentemente il nord-est della Siria dal resto della Siria con l’idea piuttosto comica d’impedire l’influenza iraniana in Siria e dare voce agli USA sull’ultimo accordo siriano. Tale mossa non ha lungimiranza strategica: “La coalizione guidata dagli Stati Uniti contro lo Stato islamico attualmente addestra una forza di sicurezza al confine siriano mentre l’operazione contro lo SIIL perde attenzione. La forza di 30000 uomini sarà in parte composta da combattenti veterani e opererà sotto la guida delle forze democratiche siriane, secondo il CJTF-OIR a The Defense Post… La coalizione collabora con le forze democratiche siriane (SDF) per creare e addestrare la nuova forza di sicurezza delle frontiere siriane (BSF). Attualmente, ci sono circa 230 persone che si addestrano nella prima classe della BSF, con l’obiettivo di una forza finale di circa 30000″, diceva il colonnello Thomas F. Veale, ufficiale degli affari pubblici del CJTF-OIR… Veale ha riconosciuto che più curdi serviranno nelle aree della Siria settentrionale, mentre più arabi serviranno nelle aree lungo la valle del fiume Eufrate e lungo il confine con l’Iraq”. SDF e curdi sono sotto il controllo del PKK/YPK, un’organizzazione terroristica che combatte quasi quotidianamente e uccide forze turche in Turchia. Gli arabi che apparentemente divideranno l’area dal resto della Siria sono probabilmente le forze tribali già allineate con lo Stato islamico. I turchi non sono stati consultati sulla mossa degli Stati Uniti e ovviamente non sono divertiti dal fatto che una “banda terroristica”, addestrata e armata dagli Stati Uniti, controlli un lungo tratto del confine meridionale. Qualsiasi governo turco dovrà prendere misure severe per impedire tale minaccia strategica al Paese: “Tali iniziative, che mettono a repentaglio la nostra sicurezza nazionale e l’integrità territoriale della Siria proseguendo la cooperazione col PYD/YPG in contraddizione con gli impegni e le dichiarazioni degli Stati Uniti, sono inaccettabili. Condanniamo l’insistenza su tale approccio sbagliato e ricordiamo ancora una volta che la Turchia è decisa e capace di eliminare qualsiasi minaccia al suo territorio”. La Russia osservava che tale occupazione statunitense non ha basi legali: “Il Ministro degli Esteri russo osservava che decisioni del genere sono state prese senza alcun motivo, una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o certi accordi raggiunti durante i colloqui intra-siriani a Ginevra”. La Siria avvertiva che qualsiasi siriano che partecipi a questa azione avrà problemi: “Il Ministero ritiene ogni cittadino siriano che aderisca alle milizie appoggiate dagli Stati Uniti un traditore dello Stato e della popolazione siriani e sarà trattato come tale, aggiungendo che tali milizie ostacoleranno il raggiungimento di una soluzione politica della situazione in Siria”. Il Congresso USA è preoccupato da tale mossa: “Testimoniando alla commissione per le relazioni estere del Senato, David Satterfield, l’assistente segretario di Stato per gli affari del Vicino Oriente, delineava gli obiettivi statunitensi in Siria come eliminazione dello SIIL, stabilizzazione della Siria nord-orientale e contrasto all’influenza iraniana… “Questo non supererà l’appello”, interveniva il presidente della commissione Bob Corker, R-Tenn… Il senatore Chris Murphy, D-Conn, che prima pose a Satterfield una domanda a cui si rifiutava di rispondere, espresse la preoccupazione che eliminare l’influenza iraniana dalla Siria sia un mero proposito che potrebbe trattenere truppe USA in Siria per sempre… Il senatore Ben Cardin, D-Md., capo democratico del comitato, espresse la preoccupazione che l’amministrazione Trump non abbia la necessaria autorizzazione legale dal Congresso per mantenere truppe statunitensi in Siria dopo la sconfitta dello SIIL”. Appena due mesi prima, in una telefonata col Presidente Putin, il presidente Trump sembrava essere contrario a una mossa del genere: “I presidenti hanno affermato l’impegno a sovranità, unità, indipendenza, integrità territoriale e carattere non settario della Siria, come definito nell’UNSCR 2254...”
La mossa degli Stati Uniti arriva al momento giusto per la Siria. L’accordo russo-turco-iraniano-siriano di Astana istituiva una zona di riduzione dell’escalation nel governatorato d’Idlib, ma impegnava le parti a continuare la lotta contro al-Qaida. L’accordo era in imminente pericolo quando la Turchia protestò per l’operazione siriana contro al-Qaida ad Idlib. La Turchia collabora con al-Qaida per mantenersi aperte le opzioni per l’acquisizione di alcuni territori siriani. È anche preoccupata dall’enclave curda nord-occidentale di Ifrin, protetta dalle forze russe. Ma gli Stati Uniti ad est costituiscono una minaccia peggiore per la Turchia che non la piccola Ifrin. L’est è più importante per la Turchia di Idlib. La metà orientale della Turchia è ora minacciata da una forza curda al ventre. La mossa degli Stati Uniti incentiva la Turchia a mantenere l’accordo di Astana su Idlib e ad unirsi a Siria, Russia e Iran contro l’alleanza curdi-USA. Erdogan, con la solita rabbia, chiariva che non può e non vuole lasciare che gli Stati Uniti agiscano: “Un Paese che chiamiamo alleato insiste a formare un esercito terrorista ai nostri confini“, diceva Erdogan degli Stati Uniti in un discorso ad Ankara. “Cosa può fare quell’esercito terrorista, e la Turchia? La nostra missione è strangolarlo prima che nasca“. Joshua Landis crede che gli Stati Uniti abbiano rinunciato alla Turchia come alleato e sino impegnati esclusivamente verso Israele e Arabia Saudita, completamente concentrati a contrastare l’Iran. Ma ci sono poche truppe iraniane in Siria e la linea dei rifornimenti da Teheran a Damasco è via aerea e mare e non può essere influenzata da un’enclave curda. Inoltre, la presenza statunitense nel nord-est è insostenibile. L’area nord-orientale occupata dagli Stati Uniti in Siria è circondata da forze ostili. La Turchia nel nord, la Siria nell’ovest e nel sud, l’Iraq, con un governo filo-iraniano, nell’est. Non ha porti e i rifornimenti via aerea devono attraversare spazio aereo ostile. Internamente l’area è costituita da un nucleo curdo ma ha quasi altrettanti abitanti arabi. I curdi non sono uniti, molti sono contrari al PKK/YPG e sostengono il governo siriano. Probabilmente metà degli arabi prima combatteva per lo Stato islamico e l’altra metà è a favore di Damasco. Ciò che tutti gli arabi hanno in comune è l’odio per i nuovi padroni curdi. Tutto questo è terreno fertile per un’insurrezione contro l’occupazione statunitense e le sue forze per procura curde delle YPG. Servirà un piccolo incentivo e sostegno da Damasco, Ankara o altrove per attirare gli Stati Uniti in una lotta caotica per la sopravvivenza. L’aspirante sultano Erdogan ha cercato a lungo di mettere la Russia contro gli Stati Uniti e viceversa. Ha ordinato sistemi di difesa aerea russi che gli consentiranno di resistere a un attacco aereo statunitense. Allo stesso tempo, permette alle navi statunitensi di passare lo Stretto del Bosforo nel Mar Nero e di minacciare la Russia in Crimea anche quando la Convenzione di Montreux gli permette di limitarne i passaggi. Gli Stati Uniti ora non gli lasciano altra scelta. La Russia è l’unica forza che può aiutarlo a gestire la nuova minaccia. I pezzi grossi della NATO a Bruxelles saranno nervosi. La Turchia ha il secondo maggiore esercito della NATO. Controlla il passaggio verso il Mar Nero e con Incirlik la più importante base aerea NATO nel sud-est. Tutti questi elementi danno alla Turchia uno leva che può utilizzare quando la Russia offre un’alternativa decente all’appartenenza alla NATO.
Ci si chiede chi abbia sviluppato questa idea alla Casa Bianca. Va contro tutto ciò che Trump aveva detto sull’impegno statunitense in Medio Oriente. Va contro gli interessi della NATO. Non esiste una base legale ed poche possibilità di essere sostenibile. La mia ipotesi è che il Consigliere per la sicurezza nazionale McMaster (spinto dal suo mentore generale Petraeus) sia il cervello di ciò. Ha già dimostrato di non avere alcuna visione strategica oltre a spostare brigate qua e là. Cosa farà dopo? Ordinare alla CIA di ricominciare ad armare al-Qaida, i “ribelli siriani” che hanno appena mandato i loro emissari a Washington per chiedere altro sostegno? La Turchia ha bisogno della Russia e la Russia combatte quei “ribelli siriani”. Perché la Turchia, che controlla il confine con la Siria, dovrebbe consentire il passaggio di nuove armi della CIA? Non capisco come gli Stati Uniti sosterrebbero le proprie posizioni nel nord-est della Siria. È difficile capire perché ritengano che tale posizione possa influenzare l’impegno iraniano nei confronti della Siria. La mossa li priva di qualsiasi flessibilità politica. È una trappola che si sono creati. Infine l’esercito statunitense dovrà ritirarsi dall’area. I curdi dovranno strisciare a Damasco per chiedere perdono. La miopia strategica di entrambi, amministrazione USA e leadership YPG, stupisce. Cosa pensano costoro quando prendono tali decisioni?Traduzione di Alessandro Lattanzio