Ambasciatore dell’Iraq: “Cerchiamo ancora la vittoria ideologica sullo Stato islamico”

Muhsan Abdalmuman, AHT 10 gennaio 2018Muhsan Abdalmuman: Qual è la situazione attuale in Iraq?
SE Ambasciatore dell’Iraq Dr. Jawad al-Shlaihawi: Attualmente la situazione è ovviamente assai migliore di uno, due anni o addirittura qualche mese fa, specialmente dopo l’annuncio della vittoria finale sullo SIIL e il terrorismo, e la liberazione totale del territorio iracheno dal gruppo terroristico. L’Iraq attraversa un periodo di consolidamento nazionale, politico e di sicurezza. Il popolo iracheno vede chiaramente l’assenza quasi totale da circa quattro o cinque mesi di esplosioni precedentemente osservate a Baghdad e altre città. Questo dimostra l’annientamento completo del gruppo terrorista. Posso confermare la scomparsa del cosiddetto Stato islamico del Califfo al-Baghdadi come struttura statale con ministri, servizi, istituzioni, ecc. Questo fenomeno, estraneo alla nostra cultura strutturale statale in Iraq, nella regione o nel mondo, è quasi totalmente distrutto. Ma in verità, l’ideologia dello SIIL rimane viva. In altre parole, il gruppo terroristico è sconfitto, le azioni terroristiche sono finite, il territorio liberato, ma le idee che hanno creato lo SIIL, che formano questo gruppo terroristico, rimangono operative in Iraq e all’estero. Semplicemente perché il luogo di nascita di questa ideologia non è l’Iraq, è un’altra area geografica, altro Paese e si trova quasi ovunque, nella regione e all’estero, generando altri fenomeni come al-Qaida, Jabhat al-Nusra, ecc. L’ideologia dello SIIL rimane operativa, non dirò intatta ma mantiene un certo dinamismo. Ecco perché, in Iraq, rimaniamo molto vigili in questo stato di cose e in altri Paesi del mondo, in particolare in Europa, che rimane molto vigile riguardo l’ideologia del terrorismo. Così, ieri o l’altro ieri, il presidente Macron annunciava la volontà della Francia di organizzare ad aprile un simposio sul finanziamento dello SIIL. Ciò significa che i Paesi del mondo sono consapevoli che l’ideologia dello SIIL rimane viva. In Iraq, in particolare, ne siamo consapevoli, e il governo e il popolo iracheni mettono in guardia tutti che, mentre è vero che abbiamo ottenuto una vittoria militare sullo SIIL, abbiamo ancora la vittoria ideologica da ottenere sul fenomeno SIIL.

Questo mi ricorda l’ex-capo di Stato Maggiore dell’esercito algerino, il defunto Generale Muhamad Lamari che, quando l’Algeria combatteva il terrorismo, disse che aveva sconfitto il terrorismo militarmente, ma che il fondamentalismo rimase intatto. Che dire della lotta ideologica al jihadismo in Iraq? È questo il prossimo passo?
La lotta al fondamentalismo, o all’ideologia dello SIIL e del terrorismo, sono cose diverse. L’ideologia del fondamentalismo l’abbiamo sperimentata negli anni ’80-90. Questa ideologia esisteva nei Paesi musulmani e anche europei, ma forse in termini diversi: fondamentalismo nei Paesi musulmani, estremismo nei Paesi europei. L’esclusione di alcune entità dalla società è un fenomeno presente nei Paesi europei, negli Stati Uniti, nei Paesi musulmani e nei Paesi arabi. Questo fenomeno esiste ed esisterà sempre.

Pensa che sia impossibile combatterlo?
Questo fenomeno del fondamentalismo od estremismo va distinto dal fenomeno e dall’ideologia dello SIIL, dal puro e semplice terrorismo che abbiamo vissuto in Iraq.

Intende SIIL e al-Qaida o solo SIIL?
SIIL e al-Qaida sono la stessa cosa. Al-Qaida, Jabhat al-Nusra, SIIL, al-Baghdadi, è lo stesso. Tutti questi gruppi provengono dalla stessa fonte ideologica, per cui tali fenomeni, fondamentalismo, terrorismo, estremismo, ideologia dello SIIL, vanno combattuti totalmente, non solo militarmente ma anche con azioni che promuovano giustizia sociale e pace.

E anche i testi religiosi, i testi che fanno appello a questo jihadismo?
Naturalmente, tutto: giustizia, pace sociale, stabilità, lotta alle disuguaglianze. C’è qualcosa di molto importante riguardo l’ideologia dello SIIL e come evitarne l’espansione. Questa cosa riguarda il rispetto delle regole del diritto internazionale. Quando gli Stati o le grandi potenze non rispettano il diritto internazionale o tentano di applicare regole unilaterali inadeguate al diritto internazionale e alla sovranità dei Paesi, queste azioni promuovono le violenze.

E consentono il reclutamento.
Esattamente. Ci si muove inconsciamente verso le violenze quando le grandi potenze sfuggono alle regole internazionali, occupano Paesi e non dicono nulla.

Come ad esempio la questione palestinese, in particolare la decisione arbitraria del presidente Trump di riconoscere al Quds (Gerusalemme) capitale d’Israele.
Esattamente. Molti nella regione dicono che la situazione del popolo palestinese è la fonte di tutti i problemi che viviamo attualmente. Pertanto, è molto importante per i leader dei Paesi mostrare ai popoli la volontà di rispettare il diritto internazionale, la volontà dei popoli e la sovranità degli Stati, qualunque siano. La democrazia o il diritto internazionale non dovrebbero essere usati per opprimere certi popoli.

Come abbiamo visto ad esempio con l’Iraq.
Con l’Iraq e altri Paesi come libia, Siria… Non a caso, purtroppo, lo SIIL è in questa regione, non è apparso in Venezuela, Spagna o Europa. Operava in Siria, Iraq, Libano ed Egitto… Il fenomeno SIIL è concomitante a ciò che fu chiamato, sette o dieci anni fa, Piano del Nuovo Medio Oriente, il Nuovo Ordine Mondiale.

Il “caos creativo” di Condoleezza Rice.
Esattamente. Lo SIIL è nato con questo piano.

Quindi, possiamo dire che ha creato lo SIIL?
Non sono io a dirlo, ma gli esperti.

Inoltre, Clinton ha detto che gli Stati Uniti crearono al-Qaida.
Sì, l’ha detto. Ecco perché dobbiamo insistere sulla volontà degli Stati e dei loro capi di rispettare le regole, la Convenzione internazionale, la volontà dei popoli e promuovere pace e stabilità. Attualmente, sfortunatamente, perché l’ideologia dello SIIL persiste? Semplicemente perché non c’è la volontà dei leader delle grandi potenze di rispettare le regole internazionali. Guardate la guerra nello Yemen, un caso significativo d’inosservanza della sua volontà, d’insultare sovranità ed autorità del Paese, di distruggerne il popolo, e nessuno ne parla, nessuno reagisce.

I media non ne parlano.
Guardate il caso della Palestina. È la stessa cosa. Guardate la relazione tra comunità internazionale e Iran, è quasi la stessa cosa. L’Iran è un Paese che opera politicamente, cioè, se c’è un’influenza iraniana nella regione, è politica. L’Iran non è un’associazione a scopo di lucro; ma uno Stato che cerca i propri interessi, come tutti i Paesi.

Pensa come alcuni miei amici europei che non vogliono rivedere l’accordo sul nucleare iraniano? Soprattutto che è l’amministrazione Trump, dalla posa guerrafondaia, a voler rivedere l’accordo nucleare iraniano.
Esattamente. Dev’esserci il reale desiderio dei leader dei grandi Paesi di rispettare la volontà degli altri popoli, di rispettare la sovranità degli altri Stati e di non interferire nei loro affari interni. Quando si vede che lo SIIL è presente solo in questa parte del Medio Oriente, dovete farvi delle domande. Perché? Vedete, in questa regione ci sono tre cose a cui le grandi potenze sono molto affezionate dal 1920. Israele, petrolio ed Islam come civiltà, non solo religiosa. Queste tre cose decidono la politica degli altri Stati nei confronti della regione: Israele-Palestina, petrolio, Islam. Questi tre parametri decidono la politica estera delle potenze Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna… e le loro azioni nella regione nei confronti di Iraq, Iran, Siria, Libano, si modulano in base a questi tre parametri. Non è un caso se nel 1990 si iniziò a parlare, scrivere, discutere di “scontro di civiltà”. Cosa significa civiltà? Significa Islam, Cristianesimo e Giudaismo. E non è un caso che Israele sia soddisfatto dalla sicurezza che ciò gli dà.

Secondo voi, perché i neoconservatori si sono concentrati strategicamente sull’Iraq per le azioni volte a destabilizzare la regione, dal primo intervento negli anni ’90? Perché soprattutto l’Iraq?
Perché l’Iraq, rispetto ad altri Stati della regione, ha ricchezze naturali come il petrolio, ecc., e ricchezza umana. L’Arabia Saudita, per esempio, ha ricchezza naturale ma non umana. L’Egitto ha ricchezza umana, ma non naturale. L’Iraq ha due fiumi (Tigri ed Eufrate), ricchezza naturale, civiltà, storia, cultura, è un Paese con una storia di settemila anni. Quindi, ricchezza umana, ricchezza naturale. Destabilizzare l’Iraq significa destabilizzare la regione.

Questo è il motivo per cui hanno agito per dividere sciismo e sunnismo, cioè, usare i rami dell’Islam per rovinare la regione.
Esattamente. La religione è usata come copertura per ragioni politiche. Ecco perché vi ho parlato dei tre parametri: Israele, petrolio, Islam.Vorrei tornare su ciò che ha detto il Primo ministro Haydar al-Abadi: “la lotta alla corruzione è l’estensione diretta delle operazioni militari”. Formulava questa frase estremamente coraggiosa che significa che la vera lotta allo SIIL è guidata da azioni militari ma anche dalla lotta alla corruzione. Penso che parlasse di ciò che chiama giustizia sociale.
Certo, la giustizia sociale è necessaria. Per raggiungere uno standard accettabile di giustizia sociale nazionale è necessario combattere la corruzione, ovviamente. Per raggiungere la sicurezza nazionale, si deve combattere lo SIIL. Per raggiungere la giustizia sociale, dobbiamo combattere la corruzione. Una società senza giustizia è una società morta. Ecco perché la nostra seconda battaglia è contro la corruzione. Combattere la corruzione significa lottare per la giustizia sociale.

C’è un coordinamento nella lotta al terrorismo tra Iraq e Paesi occidentali?
Sì, c’è una collaborazione molto importante tra Stato iracheno, con tutti i suoi servizi, militari, polizia, dogana, e gli Stati arabi, regionali ed occidentali che combattono lo SIIL. La nostra umile missione umana di combattere lo SIIL in Iraq è anche combatterlo in Francia e altri Paesi.

Infine, Paesi come Iraq e Siria, e posso anche menzionare Algeria ed Egitto, sono in prima linea nella lotta al terrorismo. C’è anche un coordinamento con questi Paesi che conoscono il terrorismo?
Naturalmente, l’Algeria nel 1989-90 subì la prima guerra dello SIIL.

Quindi per voi il terrorismo è lo SIIL? Anche al-Qaida possiamo chiamarlo SIIL?
Qaida – SIIL incarnano il terrorismo, naturalmente, sia in Afghanistan che in Pakistan… È lo stesso motore, è solo il marchio che cambia, il titolo. Ma è lo stesso ceppo, lo stesso tessuto.

Secondo voi, l’Algeria combatté lo SIIL già negli anni ’80 -90?
Combatté il terrorismo? Ovviamente. Quello che è successo in Algeria all’epoca è lo stesso fenomeno che abbiamo vissuto in Iraq, massacro di persone, ecc. È la stessa cosa. La differenza è nel tempo, in Algeria nell’89-90, prima dell’occupazione dell’Iraq.

Dal crollo dell’Unione Sovietica.
Sì. La seconda differenza del terrorismo vissuto dall’Algeria è che era un fenomeno vissuto in Africa. Il terrorismo vissuto da Iraq, Siria, Libano lo si ha in Medio Oriente. Parlare del Medio Oriente non è lo stesso che parlare del Nord Africa. Il Medio Oriente è un’altra cosa. In Medio Oriente, come ho detto, c’è il petrolio, l’Islam e tutta la civiltà. Non solo l’Islam, inoltre, poiché Gesù è nato in Palestina, era un arabo.

Non pensa che l’Algeria, che ha petrolio ed anche una civiltà, abbia vissuto ciò che l’Iraq ha vissuto e sia stato quasi distrutta? Perché si avvicinò al collasso.
La differenza è che c’è un’occupazione in Iraq con la presenza statunitense. Da quando c’è la presenza statunitense, ci sono fenomeni estranei. Alcune situazioni consentono la nascita di fenomeni estranei. E c’è la presenza statunitense in aree del Medio e Vicino Oriente. C’è anche qualcos’altro. Dopo l’occupazione statunitense, ci fu lo smantellamento dell’esercito iracheno.

Stavo per porre questa domanda. Ho intervistato un diplomatico statunitense, Matthew Hoh, che si dimise per l’intervento in Iraq. Era del dipartimento di Stato e comandante dei marines in Iraq. Secondo lei, non fu un errore strategico degli statunitensi smantellare l’esercito iracheno?
Noi lo consideriamo un errore strategico. Da parte statunitense, alcuni lo considerano così, altri in modo diverso. Ma il risultato osservato dagli iracheni dopo l’occupazione dimostra che si trattò di un errore strategico. La vittoria dell’Algeria sul terrorismo è dovuta all’esistenza dell’esercito algerino e dello Stato algerino. Se non ci fosse stato l’esercito, se non ci sarebbe stato lo Stato, sono convinto che l’Algeria e la regione sarebbero state la culla del terrorismo, SIIL, al-Qaida, ecc.

Un santuario, come la Libia crollata di oggi.
Esattamente. Lo smantellamento dell’esercito iracheno ebbe un ruolo importante nell’esacerbare il terrorismo.

Parliamo ora del rimpatrio dei jihadisti occidentali che si trovano nelle prigioni irachene. Ne parliamo molto al momento. Gli occidentali hanno formalmente contattato lo Stato iracheno per rimpatriare i loro terroristi?
A mia conoscenza, sì, ci sono stati contatti tra i servizi competenti della Repubblica dell’Iraq e i servizi di certi Paesi occidentali come Francia e Belgio. Ci sono stati contatti su questo e altri problemi.

Puoi darci il numero di terroristi incarcerati?
Tutti i Paesi insieme, circa 500-600. Non è una cifra esatta, ma approssimativa.

Rischiano la pena di morte?
Dipende dalla loro partecipazione. Caso per caso.

I Paesi occidentali che hanno sopportato il peso maggiore del fenomeno terroristico hanno appreso la lezione irachena, specialmente nella lotta al terrorismo, o non hanno capito nulla, come è avvenuto con l’esperienza algerina?
È ovvio che i Paesi occidentali sono allertati dal terrorismo, non solo sull’Iraq, ma anche da ciò che accade nei loro Paesi, a Parigi o in Belgio, e così via, dove affrontano questo fenomeno in modo diretto sul loro territorio, e non indirettamente da ciò che accade in Iraq e in altri Paesi. Ma penso che dobbiamo cambiare la situazione. Siamo noi, gli iracheni, che subiamo il terrorismo proveniente dall’estero, da Belgio, Francia, Asia, ecc. La maggior parte dei terroristi che opera in Iraq o in Siria, vale a dire il 70%, è straniera. Sono addestrati in Afghanistan o Siria o Iraq, ma la loro casa è altrove.

I Paesi occidentali hanno capito la lezione?
Ovviamente. La prova è che i Paesi occidentali, negli ultimi anni, iniziano a prendere misure draconiane su sicurezza, polizia e contatti coi servizi segreti iracheni e siriani.

Hanno contatti coi servizi segreti siriani?
Penso di sì. Non posso parlare per gli europei, ma in modo logico, in generale, i Paesi europei, l’Iraq e altri Paesi sono molto preoccupati e attenti alla sicurezza dei loro cittadini. Quando viene menzionata la questione della sicurezza e della sicurezza nazionale, non c’è limite nel parlare con iracheni, siriani, iraniani, russi o algerini. Qui sicurezza, sicurezza pubblica, ordine pubblico, annullano altri aspetti, altre controversie secondarie o strategiche. Non si può tollerare un pericolo pubblico astenendosi dal contattare siriani o iracheni. L’interesse per l’ordine pubblico è maggiore dei dettagli.

Non pensate che l’amministrazione statunitense debba scusarsi col popolo iracheno per i suoi due interventi mortali e il blocco che causò centinaia di migliaia di morti?
Sinceramente, questo non è all’ordine del giorno. Tra noi e gli statunitensi ci sono accordi strategici, la lotta al terrorismo. Lo combattiamo in modo netto, statunitensi o altri lo combattono per contenere lo SIIL.

Precisamente, non è un errore voler contenere il fenomeno terroristico?
Questa è una domanda discutibile. In ogni caso, chiedere le scuse dagli statunitensi per gli errori commessi non è la priorità degli iracheni. La nostra priorità è riuscire a combattere lo SIIL ed ora dobbiamo combattere la corruzione e passare alla ricostruzione del Paese.

Volevo anche farvi una domanda importante. Quando vediamo l’enorme militanza dello SIIL all’inizio e persino il Presidente Putin dire alla coalizione che si poteva vedere l’acqua su Marte ma non i camioncini nel deserto. Un numero enorme e ci si chiede dove siano finiti tutti questi terroristi. Pensate, come lo specialista iracheno Hisham al-Hashami, che hanno ancora dei depositi di armi?
Certamente. Stiamo scopriamo nascondigli di armi qua e là. Ci sono ancora cellule dormienti, ma le stiamo ripulendo.

Si parla di rischieramento di SIIL e al-Qaida in Libia. Avete qualche informazione?
Si ridirigono in Africa in generale. Libia, Nigeria, Sahel.

Quindi c’è una minaccia per i Paesi della regione? Non pensa che i terroristi vi si concentreranno?
Penso che sia così. Inoltre, una conferenza sul terrorismo si tenne recentemente in Giordania, un mese fa. Fu organizzata dalla Giordania e inaugurata dal re e vi parteciparono molti responsabili occidentali. Il tema era il trasferimento dello SIIL in Africa.

Sulla crisi dello Stato centrale iracheno con i curdi, è finalmente risolta?
È attualmente in fase di regolamento.

I curdi hanno abbandonato le rivendicazioni all’indipendenza?
Vi sono divergenze tra le parti e queste si basano sul contributo al bilancio nazionale, sull’aspetto economico e dopo il referendum, la regione del Kurdistan non sogna più l’indipendenza. Le discussioni ora si concentrano su questioni economiche, cooperazione, questioni doganali, aeroporti e questioni non politiche. Fa parte dell’Iraq, quindi restiamo uno Stato federale. Penso che tra qualche mese o settimana, la situazione sarà risolta.

C’è stata una mediazione straniera o delle Nazioni Unite?
No, abbiamo deciso tra noi.

Secondo voi, lo Stato iracheno può ricostruirsi nel lungo e medio termine con istituzioni forti? E possiamo sperare in una ripresa economica del Paese?
La situazione economica del Paese è corretta. Non dico che è ciò che vorremmo, ma è una buona situazione. Ovviamente speriamo di svilupparci, siamo in fase di sviluppo, abbiamo una base per la ricostruzione. Sfortunatamente, c’è la limitazione delle risorse petrolifere a causa del prezzo. La quantità da esportare è corretta e attualmente abbiamo una produzione di circa 5 milioni al giorno. È molto. 4 milioni per l’esportazione e 1 milione per il consumo locale. Quindi, la situazione economica è corretta e pensiamo alla ricostruzione, allo sviluppo del Paese secondo un solido piano economico e finanziario, sperando che la situazione si sviluppi entro due, tre o quattro anni.

Ho lavorato molto sulle questioni irachene, incluso il traffico di opere d’arte saccheggiate in Iraq dallo SIIL per finanziare le azioni criminali. Avvierete azioni concrete presso tribunali internazionali per recuperare questa eredità che appartiene al popolo iracheno sparsa nel mondo?
Sì. Da tempo l’Iraq compie passi molto concreti nella cooperazione con le Nazioni Unite e altri Paesi come Stati Uniti ed Europa, e vediamo risultati molto positivi. Abbiamo recuperato molti oggetti d’arte rubati dallo SIIL o durante l’occupazione. L’Iraq ha recuperato molto e continua.

E’ ottimista sul futuro dell’Iraq?
Ovviamente. Dopo la lotta contro lo SIIL, che è stata molto dura, abbiamo avuto l’innegabile successo dell’Iraq; l’inizio per gli iracheni come società, Stato e classe politica, superando i limiti economico, politico e militare. Sono molto ottimista e l’Iraq è ora fulcro tra gli Stati della regione. Ha stabilità politica; è uno Stato democratico, uno Stato di diritto che segue la sua via democratica. Questa è la risorsa dell’Iraq.Intervista realizzata a Bruxelles da Muhsan Abdalmuman.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Dissezionare le rivolte iraniane

Marwa Osman AHT 6 gennaio 2018Le guardie rivoluzionarie iraniane annunciavano il 3 gennaio la “fine dei disordini” sollevati in cinque giorni proteste in Iran. Ciò avveniva durante le grandi manifestazioni a sostegno della leadership iraniana, che non hanno impedito al presidente degli Stati Uniti Donald Trump di continuare le provocazioni. Dopo un’ondata di proteste in Iran dal 28 dicembre, proseguite per tre giorni, la calma prevaleva nella maggioranza delle città iraniane. Nella prima risposta all’appello del Presidente iraniano Hassan Rouhani alla cooperazione, l’IRGC mostrava disponibilità ad “aiutare il governo a superare le sfide economiche“, mentre decine di migliaia di persone manifestavano ad Ahwaz, Arak, Ilam, Kermanshah, Gorgan e altre città a sostegno della leadership iraniana e per rigettare le “interferenze straniere”. I sostenitori intonavano “Morte all’America”, “Morte ad Israele”, “Morte agli ipocriti”, riferendosi all'”Organizzazione dei mujahidin del popolo” dell’Iran, noto come Mojahedin-e-Khalq Organization (MEK) che accusavano di “incitamento alle violenze”. La calma in Iran segnalava che le cosiddette “proteste” erano finite, mentre il Comandante della Guardia rivoluzionaria, Mohammad Ali Jafari, ufficialmente annunciava la “fine dei disordini”, affermando che “la prontezza della sicurezza dell’Iran ha di nuovo sconfitto il nemico; perché se vivessimo nelle condizioni di Egitto, Tunisia e Libia, le perdite sarebbero state enormi”. Nelle osservazioni pubblicate sul sito “La Guardia”, Jafari dichiarava che “durante i moti, coloro che vi parteciparono non superavano i 1500 individui e i rivoltosi non superavano i 15000 in tutto il Paese”, sottolineando che “migliaia di persone vivevano all’estero e sono state addestrate dagli Stati Uniti“, e tenendo presente “anche i sostenitori del ritorno del dominio dello Shah e del MEK”. Jafari affermava anche che “i nemici della rivoluzione sono intervenuti pesantemente coi social media”. Sulla stessa nota, il Ministro delle Comunicazioni Mohammad Jawad Azeri Jahromi disse che il Paese non toglierà il divieto ai social media Telegram, a meno che i contenuti che incitano al “terrorismo” non vengano rimossi. Jahromi osservò in televisione che “le autorità accolgono le critiche dai social media, ma nelle condizioni attuali, in particolare su Telegram, c’è propaganda che invoca violenze e terrorismo”.

Cosa scatenò le proteste in Iran?
L’insoddisfazione per la situazione economica è la fondamentale scusa delle proteste accesesi nella città di Mashhad il 28 dicembre, a differenza delle ragioni politiche che scatenarono le proteste di massa nel 2009. Nonostante la pesante propaganda mediatica occidentale che ha vomitato quantità abnormi di menzogne etichettando il movimento come politico, la vera causa delle proteste era economiche, risultate dell’annuncio del fallimento fatti da 10 banche e aziende a Mashhad, punto d’appoggio perfetto affinché forze estere ne approfittassero incoraggiando e promuovendo atti terroristici nell’Iran. Il 29 dicembre 2017, le autorità iraniane avevano tracciato il quadro della situazione nella periferia del Paese. Le dimostrazioni si propagarono nell’ovest, nella provincia di Kermanshah, così come nella città nordorientale di Mashhad, dove i rivoltosi ripeterono gli stessi slogan: Morte a Rouhani/No a Siria/No al Libano/No a Gaza/ Corruzione ovunque. L’indicatore più importante della natura politica di tale mossa si ebbe quando i rivoltosi di Mashhad si radunarono nei pressi della casa di Sayyed Ibrahim Raissi, uno dei più importanti assistenti del Leader supremo Ayatollah Sayyed Ali Khamenei, indicando che il “movimento” mirava al simbolo della rivoluzione islamica, Imam Ali Khamenei, piuttosto che a migliorare condizioni economiche e tenore di vita. In questo particolare aspetto, il Dott. Mohammad Sadeq al-Husseini, ricercatore e commentatore politico iraniano, rivelava ad al-Mayadin il 30 dicembre, che gli incaricati di gestire tale movimento rivoluzionario anti-islamico in Iran agivano da un centro operativo ad Irbil, che supervisiona direttamente le operazioni nelle regioni occidentali dell’Iran. Secondo il Dott. Husseini, che affermava che le informazioni provenivano dall’intelligence iraniana, questo centro operativo era gestito da un organismo composto da: 4 alti ufficiali statunitensi, 3 ufficiali israeliani, 4 ufficiali sauditi, 1 rappresentante personale del principe ereditario saudita Muhamad bin Salman, 3 funzionari dell’Organizzazione dei mujahidin del popolo (MEK). Un altro centro operativo era responsabile delle operazioni nell’Iran orientale, nella città afgana di Herat. Secondo il Dott. Husseini, questo centro era supervisionato da un ente composto da: 3 ufficiali statunitensi, 3 ufficiali israeliani, 2 ufficiali sauditi, 1 rappresentante personale del principe ereditario saudita Muhamad bin Salman, rappresentanti del gruppo Army of Justice e dell’Organizzazione dei mujahidin del popolo (MEK). Tali centri operativi sono tra i tanti fondati a Dubai, Riyadh, Kabul, Baku, Londra, Strasburgo, New York e Tel Aviv. Il Dott. Husseini poi aggiunse che le fonti iraniane avevano rivelato che Michael D’Andrea, ufficiale della Central Intelligence Agency (CIA) e neonominato capo della missione iraniana dell’Agenzia, responsabile del dossier iraniano, a fine maggio Il 2017, era dietro i disordini. Tale ufficiale è famigerato nella comunità di sicurezza degli Stati Uniti per l’estrema crudeltà nel torturare i detenuti di Guantanamo. Tuttavia, ciò che sarebbe ben noto di lui è che ha ottimi rapporti col Mossad israeliano e che partecipò all’assassinio del comandante di Hezbollah Imad Mughnyah. D’Andrea è legato a due grandi fallimenti. Nel 2009, quando un afghano, reclutato dallo stesso D’Andrea, si fece esplodere a una riunione di ufficiali della CIA in Afghanistan uccidendone sette. E nel 2015 quando ordinò l’attacco coi droni su un obiettivo in Afghanistan, uccidendo due ufficiali della CIA in ostaggio nell’area colpita.
D’Andrea attualmente supervisiona i centri operativi a Riyadh, Tel Aviv, Irbil e Herat. Mentre aiutò a crearne uno a Riyadh per le operazioni del MEK. Questo centro è diretto da un certo Dr. Mahmud Zahedi. Un altro centro operativo del MEK fu attivato a Parigi col consenso del governo francese ed è attualmente gestito dall’assistente di Mariam Rajavi, Dr. Reza, il cui cognome è sconosciuto. Mariam Rajavi è a capo del gruppo MEK sponsorizzato da Stati Uniti e NATO, elencato dall’Iran come organizzazione terroristica. Nel frattempo, le autorità iraniane arrestavano un cittadino europeo durante le proteste ant-governative nella città di Borujerd, nella provincia del Lorestan, nell’Iran occidentale. Il funzionario giudiziario iraniano Tariq al-Hassan fu citato dall’agenzia Tasnim dire che “un cittadino europeo è stato arrestato nella regione di Borujerd” aggiungendo che “si ritiene sia stato addestrato dai servizi d’intelligence europei e guidasse i rivoltosi nell’area“. Questa notizia apparve mentre si parlava del rinvio della visita del ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian in Iran, apparentemente su richiesta del Presidente iraniano Hassan Rouhani che sollecitava l’omologo francese, presidente Emmanuel Macron, ad agire concretamente contro il gruppo di Rajavi, MEK, coinvolto nelle rivolte in Iran, prima della visita del suo ministro degli Esteri a Teheran.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Erdogan cambia lato e riarma i terroristi

Moon of Alabama, 11 gennaio 2018La Turchia, in linea con i servizi statunitensi, ha deciso di bloccare l’avanzata siriana a sud-est d’Idlib. Un’alleanza ad hoc di jihadisti lanciava la controffensiva per fermare l’Esercito arabo siriano che libera buona parte del territorio occupato dai “ribelli” a sud-est d’Idlib. I “ribelli” armati da turchi e statunitensi compivano alcuni progressi locali catturando circa 12 villaggi dei 150 villaggi che l’Esercito arabo siriano aveva appena liberato. Furono subito respinti. Circa 50 terroristi di Ahrar al-Sham furono eliminati cadendo in una trappola. Circa 10 soldati siriani sono stati sequestrati dal nemico. Il supporto aereo siriano e russo è molto attivo nell’area e l’Esercito arabo siriano avanza di nuovo. Non c’è alcuna menzione o immagine (ancora) di al-Qaida in Siria, attualmente etichettatasi HTS, partecipare al contrattacco “ribelle”. Quattro giorni prima HTS pubblicava le foto del suo capo Julani che incontrava i suoi capi per valutare la situazione. Sembrava brutta per loro. Il litigio con altri “ribelli” si acuiva. Due giorni prima Julani dichiarava che HTS avrebbe smesso di combattere le altre fazioni ad Idlib per consentire a tutti di affrontare le forze del governo siriano in avanzata. Sembra che fosse la condizione per il rinnovato supporto turco-statunitense. La controffensiva poteva procedere solo perché la Turchia (di nuovo) consegnava centinaia di tonnellate di armi ai terroristi. Furono anche avvistati nuovi rifornimenti di missili anticarro TOW, distribuiti esclusivamente dalla CIA. (Anche la Turchia rifornisce di nuovo i terroristi in Libia: la flotta greca catturava una nave che viaggiava dalla Turchia alla Libia con 29 container di bombe, spolette, detonatori e altre componenti per bombe). Ecco alcuni tweet rilevanti delle ultime ore:
“Terrormonitor.org @Terror_Monitor 9:54 – 11 gennaio 2018
#Siria #alQaida #uyguri #jihadisti. Il Partito Islamico del Turkestan (#TIP) pubblica le foto dei suoi combattenti contro #EAS a sud di #Idlib. #TerrorMonitor
I terroristi uiguri sono giunti dalla Cina occidentale in Siria con passaporti ufficiali turchi rilasciati dall’ambasciata turca in Thailandia. Il 18 settembre 2015 al-Qaida (Nursra, HTS) e il gruppo jihadista uiguro del partito islamico del Turkestan assaltavano la base aerea a lunga assediata di Abu Duhur e uccisero 56 soldati siriani. La base aerea a cui l’attuale attacco siriano a sud-est d’Idlib mira. Questa volta saranno gli uiguri a lasciarci la pelle.
Maggiori informazioni sugli eventi di oggi:
Ali Özkök @Ozkok_ – 10:06 – 11 gennaio 2018
La #Turchia ha fornito alla milizia Faylaq al-Sham almeno sei veicoli corazzati. È un importante indicatore del fatto che la Turchia sostiene anche la massiccia controffensiva dei terroristi e degli islamisti a #Idlib e #Hama contro l’esercito e gli alleati siriani! Immagino che vedremo presto alcuni attacchi ATGM”.
Carl Zha @CarlZha – 13:36 – 11 gennaio 2018
Siria: i terroristi lanciano la controffensiva contro le forze governative siriane nel sud d’Illib con APC, artiglieria pesante e razzi stamattina. Gli APC sono stati forniti dalla Turchia
L’Esercito arabo siriano catturava uno dei nuovi trasporto truppe corazzati. Immagini e video mostrano una versione dell’Armored Panthera F9 prodotta dalla società Minerva SPV di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. L’osservazione di Ali Özkök, “Credo che vedremo presto alcuni attacchi con ATGM“, era profetica:
Carl Zha @CarlZha – 13:58 – 11 gennaio 2018
#Idlib: il gruppo terroristico Jaysh Nasr ha attaccato con TOW un carro armato dell’Esercito arabo siriano a Tal Maraq questa mattina. Mi chiedo chi ha fornito i missili TOW? La CIA si suppone renda conto di tutti i missili TOW forniti dall’Arabia Saudita.
Carl Zha @CarlZha – 14:38 – 11 gennaio 2018
#Siria, Movimento al-Zinqi (terroristi che decapitarono un bambino palestinese ad Aleppo) spara un ATGM colpendo un carro armato T-72 oggi. Il sostegno turco è stato fondamentale per la controffensiva dei terroristi contro #EAS”.
Ci furono alcuni preannunci di nuovi rifornimenti turchi e statunitensi dal propagandista del Golfo Charles “Jihad” Lister:
Charles Lister @Charles_Lister – 5:58 – 11 gennaio 2018
Fonti, la #Turchia ha rifornito di nuovo di: veicoli blindati turchi – munizioni SALW – GdR – mortai – razzi e lanciarazzi Grad – carri armati e altro… tutte le principali fazioni non-HTS, col preciso scopo della nuova offensiva di oggi contro #Assad/# Iran/#Russia”.
Due giorni fa la Turchia protestò con gli ambasciatori russo e iraniano per l’azione dell’Esercito arabo siriano ad Idlib. Secondo l’accordo di descalation, Russia e Iran sono responsabili del sud-est della zona di descalation d’Idlib, mentre la Turchia doveva controllare la parte nord-occidentale. La parte turca è stata utilizzata per attaccare le basi russe in Siria, anche se i russi credono che l’attacco sia stato lanciato non sotto il comando turco ma degli Stati Uniti: “La Russia ha dichiarato di ritenere la Turchia responsabile dell’attacco dei droni, definendola violazione dell’accordo di cessate il fuoco nel nord della Siria, mentre la Turchia accusava Russia ed Iran di mettere a repentaglio il processo di pace lanciando l’offensiva per prendere il controllo di una base dell’opposizione nell’area. Il Ministero della Difesa russo nominava il villaggio controllato dall’opposizione di Muazara, nella provincia d’Idlib, come luogo da cui uno sciame di almeno una dozzina di droni armati di rozzi esplosivi fu lanciato per attaccare la base aerea di Humaymim e la vicina base navale di Tartus, nella Siria nordoccidentale. Nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco, la Turchia dovrebbe frenare le forze dell’opposizione nella provincia di Idlib… Muazara rimane fedele all’opposizione moderata, ma le posizioni militari che la circondano appartengono al ramo di al-Nusra Haraqat Tahrir al-Sham, o HTS, secondo un uomo che vive nel villaggio. La base HTS più vicina, situata in una valle ad est del villaggio, è stata distrutta da un raid aereo russo all’inizio di questa settimana, affermava, dopo gli attacchi su Humaymim..Molti siriani e anche i russi ipotizzano che le agenzie d’intelligence estere per provocare i russi abbiano aiutato il gruppo locale ad attaccare. “C’è parecchio marciume ad Idlib, agenti che girano e gruppi che collaborano con gruppi con cui non dovrebbero collaborare”, ha detto Aron Lund, che analizza la Siria per la Century Foundation. “È molto, molto cupo”.”
I “ribelli” di Idlib hanno anche creato un sito con 150 tweet pre-sceneggiati su bambini uccisi ed ospedali bombardati che i loro fan possono diffondere a piacimento. Nei prossimi giorni sentiremo notizie della distruzione di almeno otto “ultimi ospedali” nel governatorato di Idlib… Ci si chiede a cosa pensi l’aspirante sultano Erdogan. Aveva cercato di provocare la Russia prima abbattendo un aereo. La Turchia pagò un prezzo enorme quando la Russia sospese turismo e commercio con essa. Un anno dopo Erdogan correva a Mosca per scusarsi e chiedere aiuto. Crede che la Russia reagirà meno bruscamente ora permettendo di attaccarne le basi e rifornendo di nuovo i suoi nemici? Cosa gli hanno promesso alla Casa Bianca e al Pentagono per tale rischio e cambiando ancora lato?Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le “proteste” iraniane svelano l’inganno dei media alternativi

Adam Garrie, Russia Truth 2 gennaio 2018Le “proteste” dell’Iran hanno rivelato la piena estensione della miopia endemica dei cosiddetti “media alternativi”. Mentre prevedibilmente i media mainstream occidentali hanno adottato la retorica anti-iraniana del regime sionista e della Casa Bianca di Trump, ciò che può scioccare alcuni è che anche molti cosiddetti “alt-media” l’hanno fatto. Gli “alt-media” sono vittime del proprio successo, costruito più sull’opportunismo che sul principio. Per molti, la guerra dei terroristi filo-occidentali e wahhabiti contro la Repubblica araba siriana è stato lo spartiacque tra chi era inorridito dai molti cosiddetti liberali occidentali che, dalle proteste contro la guerra in Iraq perché George W. Bush non sapeva mettere su una frase compiuta, erano finiti col sostenere (direttamente o tacitamente) le guerre d’aggressione di Barack Obama contro Libia e Siria, semplicemente perché era un buon oratore. Data la natura protratta del conflitto in Siria, molti ingenui liberali occidentali e alcuni ex-neocon iniziarono a rendersi conto che in Siria, un governo secolare, tollerante, multietnico, multi-confessionale, progressista e moderno affrontava un chiaro barbaro attacco indiscutibilmente riprovevole da parte dei terroristi taqfiri armati, aiutati e finanziati dai governi occidentali e dai loro alleati Arabia Saudita ed “Israele”. Perciò e per la paura naturalmente egoistica della minaccia globale da parte di gruppi come al-Qaida e SIIL, molti occidentali si schierarono superficialmente con la Siria senza avere la più pallida idea di ciò che sostenevano, né la volontà di studiare la storia della Repubblica araba siriana, del baathismo o l’eredità del Presidente Hafiz al-Assad, per non parlare del figlio, Presidente Bashar al-Assad.
Molti occidentali non vollero evidentemente comprendere che la battaglia della Siria, se beneficiava la civiltà globale, veniva combattuta nel contesto specifico della lunga storia del nazionalismo arabo. La Siria non esiste a beneficio degli stranieri, ma del suo popolo e della comunità araba. La Siria è, naturalmente, partner di tutte le nazioni sinceramente amiche, da Russia e Cina, a Iran e Corea democratica. Tuttavia, molti analisti non arabi considerano il conflitto in termini egoistici, rappresentando una mentalità coloniale inconscia. Molto di ciò è triste riflesso della mentalità di chi scriveva “analisi” così limitate. Non si può desiderare il bene della Siria, senza comprendere la natura del suo sistema politico e, di conseguenza, perché qualsiasi alterazione esterna al sistema renderebbe le vittorie militari siriane, in definitiva inutili. Il futuro della Repubblica araba siriana non dipenderà dal sostegno di gruppi e individui che si limitano ad esultare per l’Esercito arabo siriano per egoismo, senza preoccuparsi del futuro della Repubblica araba. Il futuro della Siria dipende da chi vede l’arabismo come elemento inseparabile della società, delle leggi e del carattere nazionale della Siria. E ora il centesimo cade ancora più in profondità.
A differenza della Siria, l’Iran non ha affrontato l’attacco militare interno dai terroristi taqfiri, anche se l’anno scorso lo SIIL organizzò un attentato ad importanti siti di Teheran. Il risultato furono 18 martiri iraniani nell’assalto dei terroristi taqfiri che i servizi di sicurezza iraniani dissero essere orchestrati dall’Arabia Saudita, primo alleato arabo degli USA. Tuttavia, poiché la lotta dell’Iran al terrorismo takfirò avviene all’estero, l’atrocità dei taqfiri del 2017 a Teheran fu ignorata da molti osservatori occidentali. In effetti, a causa di decenni di propaganda anti-iraniana, il costante e irremovibile aiuto dell’Iran a Siria e Iraq nella lotta al terrorismo è passato in sostanza inosservato. Ma ora i vili pregiudizi di molti occidentali s’illustrano a pieno. Il governo iraniano, come quello baathista siriano, è un governo rivoluzionario, progressista che mette la sovranità al di sopra della sottomissione all’imperialismo finanziario occidentale e che pone la lotta della Palestina al di sopra della capitolazione alle prepotenze aggressive. Questo non vuol dire che siriani e iraniani non abbiano lamentele sui loro governi. Lo fanno e l’esprimono apertamente e pacificamente nella normalità seguita nel mondo (tranne che in posti come Arabia Saudita, Palestina occupata, Bahrayn, Libia post-NATO). Non è questo il problema, ma dei reazionari sostenuti dall’occidente/sionismo e dei loro scagnozzi che tentano di reinstallare uno shah-fantoccio a Teheran, mentre al-Qaida, SIIL, terroristi curdi, terroristi baluchi e gruppo terroristico MeK coglievano l’opportunità di distruggere l’Iran.
A differenza del governo baathista rivoluzionario laico siriano, la rivoluzione iraniana è islamica. Questo, naturalmente, non ha mai vietato all’Iran di avere buoni rapporti con l’Armenia cristiana, la Russia secolare/ortodossa, la Siria confessionale laica o la Jugoslavia popolare democratica. Allo stesso modo, i recenti sforzi per migliorare le relazioni tra Pakistan a maggioranza sunnita e Repubblica islamica dell’Iran hanno avuto grande successo fin dall’inizio. Anche Turchia ed Iran hanno notevolmente ampliato le relazioni nell’ultimo anno, nonostante le differenze storiche, politiche e spirituali. È solo l’occidente laddove l’ideologia del liberalismo si oppone alla rivoluzione islamica. Altri Paesi laici o non sciiti non hanno problemi a formare partenariati ed alleanze con l’Iran. In questo senso, il liberalismo occidentale e il wahhabismo condividono il bigottismo nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, che non hanno altri senza un governo di tipo iraniano. Così, se molti liberali e nuovi neo-con occidentali si sono temporaneamente allineati alla Repubblica araba siriana baathista per una combinazione di opportunismo e autoconservazione, il caso dell’Iran che affronta minacce provenienti dalle stesse fonti (Stati Uniti, “Israele”, Arabia Saudita) riscuote scarsa simpatia dai molti cosiddetti “alt-media” occidentali. Invece sono tornati alla vecchia forma, ignorando le richieste di solidarietà alla Repubblica islamica o chiedendone apertamente la fine, perché la rivoluzione islamica è incompatibile con il loro bigottismo liberale/neocon. Sembra che l’Iran sia la linea rossa per molti “alt-media”, dimostrando che il sostegno delle opinioni alternative alla Siria era formata e limitata dall’egoismo. A costoro non importa niente della Palestina, perché non vivono nella paura di un jet israeliano che gli bombarda la casa. A costoro non importa niente dell’Iran, perché sono stati programmati dalla propaganda sionista ad odiare la Rivoluzione islamica, nonostante il carattere pacifico e progressista. Ciò che non capiscono è che la Siria vede la guerra contro gruppi come SIIL nell’ambito della lotta per liberare il mondo arabo dall’imperialismo sionista/occidentale. Inoltre, gli iraniani vedono la loro battaglia per preservare la rivoluzione islamica nell’ambito della battaglia contro l’oscurantismo wahhabita. Con amici così bifronte, la Siria dovrà essere felice di sbarazzarsene quando non troveranno la causa siriana “utile” al proprio programma egoistico. Se gli individui politicamente compromessi con l’occidente si preoccupassero davvero dei principi di sovranità nazionale, opposizione all’imperialismo occidentale, sionista e wahhabita. uguaglianza tra le nazioni e pace tra i popoli, sarebbero pronti a sostenere l’Iran. Invece sardonicamente insultano la Rivoluzione iraniana, cultura, governo e costumi dell’Iran e il popolo iraniano.
Naturalmente, ci sono molti “alt-media” genuini da sempre. Gli stessi che venivano ignorati prima che gli orrori dello SIIL svegliassero dal sonno. Ora che molti pensano che lo SIIL sia stato distrutto, sono pronti a tornare a dormire. Questa è l’eterna vergogna dell’inganno degli “alt-media” e sarà gloria eterna per chi sostiene la Rivoluzione Islamica, come coloro che in Siria spalleggiano fratelli e sorelle iraniani nonostante abbiano forme diverse di governo rivoluzionario.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Mappare l’inferno in Terra

76 Paesi sono coinvolti nella guerra al terrorismo di Washington
Tom Engelhardt, 4 gennaio 2018Lasciò l’Air Force Two alle spalle e, senza preavviso, “avvolto nella segretezza“, volò su un aereo da trasporto C-17 senza contrassegni nella base aerea di Bagram, la più grande guarnigione statunitense in Afghanistan. Tutte le notizie della sua visita furono sottoposte ad embargo fino a un’ora prima della partenza. Più di 16 anni dopo l’invasione per “liberare” l’Afghanistan, era lì a presentare ancora una volta buone notizie al crescente contingente di truppe statunitensi. Davanti a una bandiera degli USA di 13 metri, rivolto a 500 soldati, il vicepresidente Mike Pence li elogiava quale “maggiore forza del mondo per il bene“, si vantava degli attacchi aerei statunitensi “drammaticamente aumentati“, giurando che il loro Paese era “qui per rimanere” ed insistendo sul fatto che “la vittoria è più vicina che mai“. Come notò un osservatore, tuttavia, la risposta del suo pubblico fu “sommessa“. (“Diversi soldati erano con le braccia incrociate o con le mani incrociate dietro la schiena e ascoltavano, ma senza applaudire“). Pensate a ciò come ultimo episodio di una fiaba geopolitica capovolta, una storia piuttosto cupa, alla Grimm, che potrebbe iniziare: c’era una volta, nell’ottobre 2001 per la precisione, quando Washington lanciò la sua guerra al terrore. C’era allora un solo Paese preso di mira, quello in cui, poco più di un decennio prima, gli Stati Uniti avevano messo fine a una lunga guerra per procura contro l’Unione Sovietica durante la quale avevano finanziato, armato e appoggiato gruppi di estremisti fondamentalisti islamici, tra cui un giovane ricco saudita di nome Usama bin Ladin. Nel 2001, sulla scia di quella guerra, che contribuì a far implodere l’Unione Sovietica, l’Afghanistan era in gran parte (ma non completamente) governato dai taliban. C’era anche Usama bin Ladin con una coorte relativamente modesta. All’inizio del 2002 fuggì in Pakistan, lasciando molti suoi camerati morti e la sua organizzazione, al-Qaida, in disordine. I taliban, sconfitti, supplicarono il permesso di cedere le armi e tornare nei loro villaggi, un processo abortito che Anand Gopal descrisse vividamente nel suo libro No Good Men Among the Living. Sembrava tutto finito, ma si tifavano e, naturalmente, si pianificavano exploit maggiori in tutta la regione. I massimi funzionari nell’amministrazione del presidente George W. Bush e del vicepresidente Dick Cheney erano dei sognatori geopolitici di prim’ordine che non avrebbero potuto avere idee più espansive su come estendere tale successo, come indicò il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld pochi giorni dopo gli attacchi dell’11 settembre, su gruppi terroristici o ribelli in più di 60 Paesi. Era un punto che il presidente Bush avrebbe rilanciato nove mesi dopo con un discorso trionfalista a West Point. In quel momento, la lotta che avevano rapidamente, anche se immodestamente, soprannominata guerra globale al terrore, era ancora affare di un solo Paese. Tuttavia, erano già completati i preparativi per estenderla nei modi più radicali e devastanti di quanto si sarebbe mai immaginato con l’invasione e l’occupazione dell’Iraq di Sadam Husayn e il dominio delle terre petrolifere del pianeta che sicuramente sarebbe seguito. (In un commento che colse il momento, Newsweek citò un ufficiale inglese “vicino alla squadra di Bush”: “Tutti vogliono andare a Baghdad, i veri uomini vogliono andare a Teheran“). Così tanti anni dopo, forse, non sorprenderà, perché probabilmente non avrebbe sorpreso le centinaia di migliaia di manifestanti che si presentarono nelle strade delle città statunitensi all’inizio del 2003 per opporsi all’invasione dell’Iraq, che sia una di quelle storie a cui si applica il detto “stai attento a ciò che desideri”.Vedere la guerra
Ed è una storia che non è ancora finita. Non a breve. Da quando iniziò all’era Trump, la guerra più lunga della storia statunitense, quella in Afghanistan, continua ancora. Le truppe USA aumentano; gli attacchi aerei aumentano; i taliban controllano parti significative del Paese; il gruppo terroristico dello Stato islamico si diffonde sempre più con successo nelle regioni orientali e, secondo l’ultimo rapporto del Pentagono, “ci sono più di 20 gruppi terroristici o ribelli in Afghanistan e Pakistan“. Pensate: 20 gruppi. In altre parole, tanti anni dopo, la guerra al terrore va vista come un’esercitazione continua nelle tabelline per la moltiplicazione, e non solo in Afghanistan. Più di un decennio e mezzo dopo che un presidente statunitense indicò 60 e più Paesi come possibili obiettivi, grazie al lavoro inestimabile di un singolo gruppo dedicato, il progetto Costs of War dell’Istituto per gli affari internazionali e pubblici Watson della Brown University, finalmente si ha un quadro della reale portata della guerra al terrore, e aver dovuto aspettare così tanto dovrebbe dirci qualcosa sulla natura di tale era di guerra permanente. The Costs of War Project ha prodotto non solo una mappa della guerra al terrore 2015-2017, ma la prima mappa del genere di sempre. Da una visione sbalorditiva delle guerre antiterrorismo di Washington in tutto il mondo: loro diffusione, schieramento di forze statunitensi, missioni in espansione per addestrare forze controterrorismo straniere, basi statunitensi che le rendono possibili, attacchi droni e altri aerei essenziali per essi e le truppe statunitensi che li aiutano a combatterle. (I gruppi terroristici, naturalmente, sono cambiati e si sono ampliati in modo vertiginoso nell’ambito dello stesso processo). Uno sguardo alla mappa dice che la guerra al terrore, un insieme sempre più complesso di conflitti intrecciati, è ora un fenomeno straordinariamente globale. Si estende dalle Filippine (con un proprio gruppo SIIL che ha appena combattuto una campagna durata quasi cinque mesi che ha devastato Marawi, una città di 300000 abitanti) passando da Asia meridionale, Asia centrale, Medio Oriente, Nord Africa e nell’Africa occidentale dove, solo di recente, quattro berretti verdi sono morti in un’imboscata in Niger. Non meno sorprendente è il numero di Paesi che la guerra al terrore di Washington ha toccato in qualche modo. Una volta, ovviamente, ce n’era solo uno (o, se volete includere gli Stati Uniti, due). Ora, il progetto Costs of War identifica non meno di 76 Paesi, il 39% del pianeta, coinvolti in tale conflitto globale. Ciò significa posti come Afghanistan, Siria, Iraq, Yemen, Somalia e Libia dove attacchi di droni o altri aerei degli USA sono la norma e le truppe statunitensi (spesso le forze speciali ) sono direttamente o indirettamente impegnate in combattimento. Significa anche Paesi in cui i consulenti statunitensi addestrano militari locali o addirittura milizie nelle tattiche di controterrorismo nelle basi cruciali per tale insieme di conflitti in espansione. Come la mappa chiarisce, tali categorie spesso si sovrappongono. Chi potrebbe meravigliarsi del fatto che una simile “guerra” sia alimentata dai dollari dei contribuenti statunitensi a un ritmo tale da far vacillare l’immaginazione in un Paese le cui infrastrutture si stanno ormai visibilmente sgretolando? In uno studio pubblicato a novembre, il progetto Costs of War stimava che il costo della guerra al terrore (con alcune spese future incluse) avesse già raggiunto gli astronomici 5,6 trilioni di dollari. Solo di recente, tuttavia, il presidente Trump, intensificando quei conflitti, twittava una cifra ancor più sbalorditiva: “Dopo aver speso stupidamente 7 trilioni in Medio Oriente, è ora di iniziare a ricostruire il nostro Paese!” (Anche questa cifra sembra provenire in qualche modo dalla stima di Costs of War su “i futuri pagamenti degli interessi sul prestito per le guerre che aggiungeranno probabilmente più di 7,9 trilioni di dollari al debito nazionale” entro la metà del secolo). Non poteva esserci commento più raro da parte di un politico statunitense, poiché in questi anni le valutazioni dei costi monetari e umani della guerra sono state in gran parte lasciate a piccoli gruppi di studiosi e attivisti. La guerra al terrore si è, infatti, diffusa nel modo che la mappa di oggi presenta, e quasi senza alcun dibattito serio in questo Paese sui suoi costi e risultati. Se il documento prodotto dal progetto Costs of War è, in realtà, una mappa infernale, è anche credo la prima mappa completa mai prodotta di questa guerra. Pensateci per un momento. Negli ultimi 16 anni, noi, popolo statunitense, finanziando tale complesso insieme di conflitti per un ammontare di trilioni di dollari, non abbiamo avuto una sola mappa della guerra che Washington combatte. Non una. Sì, alcune parti di quei conflitti che si trasformano e si ampliano appaiono da qualche parte nei notiziari, regolarmente anche se raramente (tranne quando ci sono attacchi terroristici “solitari” negli Stati Uniti o Europa occidentale) nei titoli dei giornali. In tutti questi anni, tuttavia, nessun statunitense ha potuto avere l’immagine di questo strano, perenne conflitto la cui fine non è per nulla in vista. Parte di ciò può essere spiegata dalla natura della “guerra”. Non ci sono fronti, non ci sono eserciti che avanzano su Berlino, nessuna armata che si abbatte sulla patria giapponese. Non c’è, come in Corea nei primi anni Cinquanta, nemmeno un parallelo da attraversare o una controffensiva. In questa guerra non ci sono ritirate, ovvio, e dopo l’ingresso trionfale a Baghdad nel 2003, anche poche avanzate. Era difficile persino mapparne le componenti e quando viene fatto, come una mappa dei territori controllati dai taliban in Afghanistan del New York Times, il quadro resta complesso e d’impatto limitato. In generale, tuttavia, noi, il popolo, siamo stati smobilitati in quasi tutti i modi immaginabili in questi anni, anche quando si trattava semplicemente di seguire l’infinita serie di guerre e conflitti che vanno sotto la rubrica guerra al terrore.Mappatura 2018 ed oltre
Lasciatemi ripetere questo mantra: una volta, quasi diciassette anni fa, ce n’era uno; ora, il conteggio è 76 ed aumenta. Nel frattempo, grandi città sono state ridotte in macerie; decine di milioni di esseri umani sono profughi; milioni di rifugiati continuano a varcare i confini, sconvolgendo sempre più terre; i gruppi terroristici sono diventati simboli in parti significative del pianeta; e il nostro mondo statunitense continua ad essere militarizzato. Questo va pensato come tipo completamente nuovo di guerra globale perpetua. Quindi date un’occhiata ancora alla mappa. Cliccateci e ingranditela per vederla in modalità schermo intero. È importante cercare d’immaginare ciò che accade visivamente, dato che affrontiamo un nuovo disastro, una militarizzazione planetaria mai vista prima. Non importa i “successi” nella guerra di Washington, che vanno dall’invasione dell’Afghanistan nel 2001 alla presa di Baghdad nel 2003 alla recente distruzione del “califfato” dello Stato islamico in Siria e Iraq (o della maggior parte comunque, dato che qui gli aerei statunitensi ancora sganciano bombe e sparano missili in alcune parti della Siria), i conflitti sembrano solo cambiare e ripetersi. Siamo in un’era in cui l’esercito statunitense è all’avanguardia, spesso l’unico vantaggio, di ciò che si chiamava “politica estera” statunitense, e il dipartimento di Stato viene radicalmente ridimensionato. Le forze per operazioni speciali statunitensi furono dispiegate in 149 Paesi solo nel 2017 e gli Stati Uniti hanno così tante truppe su così tante basi in così tanti posti sulla Terra che il Pentagono non può nemmeno spiegare dove si trovassero 44000 di loro. Potrebbe, infatti, non esserci modo di mappare veramente tutto questo, sebbene l’illustrazione del Progetto Costs of War sia un trionfo di ciò che può essere visto. Guardando al futuro, preghiamo per una cosa: che la gente di quel progetto abbia molta resistenza, dato che è un fatto che, negli anni di Trump (e forse anche oltre), il costo della guerra aumenterà. Il primo bilancio del Pentagono dell’era Trump, approvato con unanimità bipartisan dal Congresso e firmato dal presidente, è di uno strabiliante 700 miliardi di dollari. Nel frattempo, i vertici militari e il presidente, mentre intensificano i conflitti dal Niger allo Yemen, dalla Somalia all’Afghanistan, sembrano eternamente alla ricerca di altre guerre da lanciare. Indicando Russia, Cina, Iran e Corea democratica, per esempio, il comandante del Corpo dei Marines generale Robert Neller recentemente dichiarava alle truppe statunitensi in Norvegia di aspettarsi una “lotta bigotta” in futuro, aggiungendo: “Spero di sbagliarmi, ma c’è”. A dicembre, il consigliere per la sicurezza nazionale, tenente-generale HR McMaster, suggerì anche che la possibilità di una guerra (presumibilmente di natura nucleare) con la Corea democratica di Kim Jong-un fosse “crescente ad ogni giorno“. Nel frattempo, in un’amministrazione piena di iranofobi, il presidente Trump sembra prepararsi a stracciare l’accordo nucleare iraniano, probabilmente già questo mese. In altre parole, nel 2018 e oltre, le mappe di molti tizi creativi potrebbero essere necessarie semplicemente per iniziare a cogliere le ultime guerre statunitensi. Si consideri, ad esempio, un recente articolo del New York Times secondo cui circa 2000 dipendenti del Department of Homeland Security sono già “dispiegati in oltre 70 Paesi in tutto il mondo”, soprattutto per impedire attacchi terroristici. E così si va nel ventunesimo secolo.
Quindi, benvenuti nel 2018, un altro anno di guerra infinita, e mentre siamo in argomento, un piccolo avvertimento ai nostri capi: dati gli ultimi 16 anni, fate attenzione a ciò che desiderate.Traduzione di Alessandro Lattanzio