La casa degli orrori dei Saud

L’analista politico Dmitrij Drobnitzkij su come “la rete di amici” degli Stati Uniti viene gradualmente distrutta
Dmitrij Drobnitzkij, Izvestija South Front
salman-bin-abdulaziz_14842La politica statunitense in Medio Oriente è in grave declino. E’ argomento comune non solo sui media mondiali, ma anche per la maggior parte degli esperti di affari internazionali statunitensi e per i candidati alle presidenziali degli Stati Uniti del 2016. Non è solo l’effetto delle due grandi guerre in Afghanistan e Iraq da biasimare, ma anche la distruzione dello Stato libico, il caos in Siria, l’incredibilmente veloce diffusione del SIIL (le cui propaggini sono già in Pakistan e Xinjiang in Cina) e il completo stallo del piano di pace israelo-palestinese. I vecchi alleati regionali degli Stati Uniti, Israele, Turchia e Arabia Saudita sono parte del problema. Da un lato, Washington non può togliere all’improvviso l’ombrello protettivo che copre i suoi compari. Perché “la rete di amicizie” è la porta per lobbisti, interscambio economico ed interessi del complesso militare-industriale statunitense, ecc. Non può essere smontata facilmente in uno o due anni. D’altra parte, la solida fiducia negli Stati Uniti non c’è più, anzi è paralizzata. Non c’è fiducia solo nel protettorato statunitense, ma neanche nei rapporti tra Washington, Ankara, Tel Aviv e Riad. Ciò che fu la macchina unificatasi nella realtà della guerra fredda, oggi è un costoso, ma inutile, meccanismo della moderna geopolitica. Ecco perché Turchia, Israele e Arabia Saudita oggi spesso mettono gli USA davanti a una specie di fatto compiuto, fiduciosi che la cinghia di trasmissione alleati-USA funzioni ancora. Nei suoi anni di presidenza, Barack Obama ha fatto molto per limitare l’influenza degli “amici” sulla sua politica estera. Quindi ecco la distensione iraniana che, chiunque vinca le elezioni presidenziali a novembre, sarà difficile da annullare. O almeno, non sarà come certi candidati credono. Già nell’estate 2014 apparve che pietra miliare della campagna elettorale repubblicana sarebbero state le posizioni anti-iraniane. Tuttavia, alla fine dell’anno era chiaro che tutti gli sforzi dei lobbisti sauditi ed israeliani erano inconseguenti. Parlarono contro l’Iran solo Jeb Bush e Marco Rubio, ancora molto distanti nella loro corsa a candidati. Altri menzionavano l’Iran solo per criticare come inadeguati i negoziati del presidente Obama e del segretario di Stato John Kerry. Inoltre, almeno tre candidati repubblicani, Donald Trump, Ted Cruz e Rand Paul dicono oggi che, ovviamente l’eliminazione dei dittatori laici in Medio Oriente (Libia, Iraq, Egitto) ha creato rapidamente un vuoto occupato dai radicali dell’autoproclamato califfato. Perciò i candidati non chiedono l’immediata partenza di Bashar al-Assad, e persino temono le terribili conseguenze della sua rimozione dal potere. Ma la valutazione sintetica di tali candidati non basta per una vittoria incondizionata alle primarie.
Obama e Hillary Clinton continuano il mantra “Assad deve andarsene”, ma con veemenza i loro rivali politici rispondono: “Avete creato lo SIIL”. Un accusa che può essere molto difficile da scrollarsi di dosso. Non è ancora chiaro come affrontare il califfato in Siria, Iraq e altri Paesi, soprattutto considerando il ruolo altamente discutibile di Turchia e Arabia Saudita. Tutte le polemiche sulle nazioni musulmane della regione, che dovrebbero affrontare i terroristi per conto proprio, contando solo sul supporto aereo di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia rimangono solo parole al vento. Ogni fantoccio mediorientale degli Stati Uniti invoca grandi aiuti politici e militari. A complicare ulteriormente la situazione è l’intensa guerra ibrida tra Iran e Arabia Saudita in Iraq, Siria e Yemen. E dopo l’esecuzione del religioso sciita e attivista dei diritti umani Nimr al-Nimr in Arabia Saudita, che ha suscitato severe critiche dalla leadership politica e religiosa dell’Iran, un conflitto militare anche diretto fra Riyadh e Teheran non può essere del tutto escluso. Va detto che l’esecuzione di al-Nimr ha scatenato le critiche degli Stati Uniti. Diversi articoli di rispettabili giornali statunitensi condannavano tale dura sanzione, così come l’estremamente nervosa e aggressiva politica estera saudita, ed anche l’assenza di democrazia e libertà religiose, l’oppressione delle donne, i tribunali medievali, ecc. Nonostante l’Iran sia, al di là di ogni dubbio, il centro spirituale dell’islam sciita e modello alternativo (ai regni del Golfo) di Stato islamico, l’attivista sciita per i diritti umani al-Nimr non era un agente di Teheran. Essendo molto più dell’ayatollah della “primavera araba” dell’Iran, era ciò che è estremamente raro e difficile trovare oggi in Siria, dell’opposizione islamica moderata. La sua esecuzione ha innescato non solo l’escalation del conflitto tra Arabia Saudita e Iran, ma anche l’appello “a temperare i falchi di Riyadh adottando un’impostazione più intransigente con i sauditi” o “allontanare i Paesi nervosi” dei media degli USA.
Quanto più la sensazione della ritirata degli USA prevale nella regione, più nervosa sarà Riyadh, scatenando nuova sfiducia come partner affidabile. Tuttavia, come già detto, la diffidenza è reciproca. La peggiore paura dell’Arabia Saudita (che già contempla l’arma nucleare) è cessare di essere “uno dei ragazzi” di Washington, lasciandola sola con l’Iran, ora pienamente legittimato e privo delle sanzioni internazionali. Recentemente si è verificato un evento storico. Secondo l’accordo sul bilancio, il Congresso ha revocato il divieto di esportazione del greggio dagli Stati Uniti. Forse non è la migliore notizia per la Russia, ma sicuramente colpisce la casa regnante dei Saud. Sicuramente non riguarda solo il petrolio. Il Medio Oriente è il luogo dove i grandi attori non progettano nulla a lungo termine, come la base aerea di Humaymim in Siria, creazione che Putin descriveva alla conferenza stampa: “Raccolti in due giorni, caricati sugli “Antej” e bam! E’ fatta“. Non in due giorni, naturalmente, e neanche in due anni, ma viene abbandonata rapidamente la storica configurazione del Medio Oriente che, se una volta sembrava incrollabile, da ora sarà passato. E chiaramente le elezioni statunitensi del 2016 saranno il punto di svolta.SAUDI-US-SUCCESSION-ROYALS-FILESTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le armi di Charlie Hebdo furono vendute da un ex-volontario croato

Marijo Kavain, Rete Voltaire, Zagabria (Croazia), 14 gennaio 2016

In questo articolo dell’11 gennaio 2016 di un grande quotidiano croato, assicura che le armi utilizzate negli attentati di gennaio e di novembre 2015 a Parigi erano dello stesso produttore serbo e furono introdotte dall’intermediario francese Claude Hermant. Problema: costui, noto ai nostri lettori da venti anni, ha invocato il segreto di Stato per non rispondere al giudice istruttore.CV-aPUeUAAA_WlcIl Kalashnikov utilizzato da Amedy Coulibaly lo scorso anno per la strage nel negozio di alimentari kosher Hyper Hide, durante l’attacco agli uffici di Charlie Hebdo, probabilmente proveniva da arsenali in disuso e venduti negli ultimi anni, secondo i media francesi. In precedenza, l’inchiesta sull’ultimo massacro di Parigi aveva dimostrato che i terroristi avevano usato armi prodotte prima della guerra dalla fabbrica Crvena Zastava di Kragujevac, in Serbia. A causa della vendita dell’arma trovata a Coulibaly, Claude Hermant, ex-legionario ed attivista di destra, è stato sentito in questi giorni in Francia. Secondo i media, ha anche partecipato alla guerra in ex-Jugoslavia, combattendo come volontario dei croati.

Crvena Zastava
Comprò via internet da una società slovacca, tramite la società registrata a nome della moglie, una grande quantità di armi danneggiate che poi riparò nella sua officina, rivendendole. Ciò è dimostrato dalle analisi microscopiche delle tracce sull’arma, tracce corrispondenti agli strumenti presenti nell’officina di Hermant. Ha venduto alcune delle armi a conoscenti di nazionalità curda, collegati agli estremisti islamici di Bruxelles, ed è quindi possibile che alcune delle armi utilizzate nei massacri di Parigi siano arrivate ai terroristi da questo canale. Per la vendita di armi, Hermant fu preso in custodia un paio di mesi prima dell’attacco a Charlie Hebdo, e in questi giorni è stato sentito di nuovo, una volta dimostrato che il kalashnikov usato nei massacro del supermarket Hyper Hide era stato prodotto dalla Crvena Zastava. E’ un fatto che Croazia e Serbia all’inizio del 2012 vendettero grandi quantità di armi, il Ministero degli Interni della Croazia ha indicato che 15000 armi furono vendute, per lo più confiscate in varie azioni di polizia, mentre l’esercito serbo vendette 60000 armi di vario tipo. I media francesi non hanno specificato da quali arsenali provengano le armi in questione. Tale traffico non è raro nei Paesi europei, e dopo gli attentati di Parigi, la Commissione europea ha annunciato limitazioni e controlli più stretti sulle vendite di armi usate e danneggiate. Come recentemente confermato dal Ministero degli Interni croato, alcuna richiesta è giunta riguardo le armi danneggiate e vendute al nostro Paese.

Traffici con la Croazia
Claude Hermant (52 anni) ha una ricca biografia. Era paracadutista nella legione straniera fino al 1982, poi partecipò a varie guerre. Oltre la Croazia, fu attivo anche in Congo e Angola. Condivide tale elemento biografico con molti altri ex-legionari croati. E’ noto che James Cappiau, assassino di Vjeko Sliska, legionario e attore della guerra in Croazia, aveva lavorato con la sua società “Joy Slovakia” per Jacques Monsieur, uno dei più grandi trafficanti di armi del mondo. Nei primi anni 2000, Cappiau gestì l’arruolamento di personale con esperienza militare per adestrare le forze armate del Congo. Secondo i media francesi, Hermant dice di aver lavorato con i servizi segreti francesi, gli stessi servizi che avevano permesso a Jacques Monsieur di vendere armi alla Croazia dal 1991 e al 1995, citato in tribunale dopo essere stato ucciso nel 2009 per violazione dell’embargo contro l’Iran. Negli anni successivi alla fine della guerra in Croazia, i nomi di alcuni ex-legionari spesso apparvero nel contrabbando di armi dai territori della ex-Jugoslavia alla Francia. Nel 2001, il gruppo di Ante Zorica fu arrestato per la vendita di una notevole quantità di armi, ma le accuse furono respinte dal tribunale. Uno dei principali protagonisti di questa storia, Lukic Zvonko Konjic, ex-legionario, fu arrestato nel 2007 in quanto organizzatore di un gruppo di 14 persone che vendevano armi a varie organizzazioni terroristiche. In quella occasione, furono trovati 54 Kalashnikov e 350 kg di esplosivo.

Claude Hermant

Claude Hermant

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

False Flag per cancellare i legami tra Erdogan e terroristi

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation 14/01/2016

12311077E’ il modo con cui il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha reagito all’attentato mortale a Istanbul, questa settimana, che suscita sospetti. Sospetti che ci sia molto più del semplice attentato terroristico islamista contro civili inermi. Per dirla senza mezzi termini: ad Erdogan era “necessaria” tale atrocità per cancellare le prove crescenti della collusione del suo regime col terrorismo e la stessa rete terroristica islamista sospettata dell’attentato a Istanbul. Tra sangue e carneficina, il suo regime ha rapidamente cercato di presentarsi internazionalmente come ulteriore vittima del barbaro terrorismo e combattente senza paura contro la rete terroristica dello Stato islamico. La Turchia era un po’ troppo imbarazzata, avvolgendosi nella bandiera emotiva della Francia dopo gli attacchi terroristici di Parigi di novembre. L’americano della Casa Bianca e il capo delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon se ne sono usciti con condanne degli “spregevoli” omicidi ad Istanbul promettendo solidarietà allo Stato turco contro il terrorismo. Erdogan e il suo primo ministro Ahmet Davutoglu hanno risposto immediatamente, separatamente ma con lo stesso discorso, sostenendo che l’atrocità era la prova che la Turchia è in “prima linea nella lotta al terrorismo”. “Nessuno dovrebbe dubitare della nostra determinazione a sconfiggere i terroristi dello Stato islamico”, ha detto ai giornalisti Erdogan. Le sue gravi e dure dichiarazioni antiterrorismo furono riprese da Davutoglu. Tuttavia, come William Shakespeare disse: “Tu protesti troppo!”, cioè la retorica artificiosa suggerisce scopi reconditi. Il governo di Erdogan ha reagito con sospetta puntualità all’attentato nel quartiere storico d’Istanbul che aveva ucciso almeno 10 turisti tedeschi. Poche ore dopo l’attentato, le autorità turche definivano il kamikaze come un 28enne siriano nato in Arabia Saudita. Il governo turco ha detto che era un membro del gruppo terroristico dello Stato Islamico (IS). Ma anche diverse ore più tardi, alcun gruppo aveva rivendicato l’attentato. Ciò solleva domande su chi l’abbia effettuato. Sicuramente lo SIIL sarebbe molto felice di assumersene la paternità, con titoli internazionali, come fa di solito con tali atrocità? Perché il gruppo sembra non saperne nulla immediatamente dopo? Se fosse stato un vero attentato terroristico contro i servizi di sicurezza dello Stato turco, come mai le autorità turche furono così rapide nell’identificare il presunto attentatore suicida? In un “normale” attentato, le autorità sarebbero state colte alla sprovvista e avrebbero impiegato diversi giorni prima di capire chi fosse stato a compierlo. Non in questo caso. Il governo Erdogan ha scoperto immediatamente non solo il presunto gruppo responsabile (SIIL), ma anche il presunto autore. Una abbastanza sorprendente efficienza inquisitoria, se si accetta alla lettera la versione ufficiale. In ogni caso, l’accettazione della versione del governo Erdogan sarebbe anche estremamente ingenua. L’intelligence militare turca, MIT, s’è già dimostrata in molti casi precedenti, collegata intimamente ai gruppi terroristici islamici in guerra con la Siria.
Può Dundar, redattore di Cumhuriyet, subire l’ergastolo perché il suo giornale denunciò le armi inviate dal MIT ai gruppi terroristici in Siria. Il deputato turco Eren Erdem all’inizio di quest’anno fece delle affermazioni credibili sul governo Erdogan che avrebbe insabbiato l’indagine sulla fornitura di armi chimiche ai terroristi dello Stato islamico da parte del MIT; le armi chimiche probabilmente furono utilizzate per la strage di cittadini siriani nel sobborgo di Damasco del Ghuta orientale, nell’agosto 2013. La ricognizione aerea russa negli ultimi mesi ha dimostrato in maniera inconfutabile le dimensioni industriali del contrabbando di petrolio dei terroristi dello SIIL verso la Turchia, con collegamenti credibili del racket che arrivano allo Stato turco, e in particolare alle imprese della famiglia Erdogan. Anche i precedenti attentati contro cittadini turchi in Turchia coinvolsero le operazioni sporche del regime Erdogan. Quando più di 100 sostenitori dei diritti curdi furono uccisi in un attentato a una manifestazione pacifica ad Ankara, lo scorso ottobre, gruppi curdi accusarono gli agenti turchi di aver compiuto di nascosto la strage. Affermazioni simili sul terrorismo di Stato contro i gruppi politici curdi furono fatte dopo gli attentati mortali di Suruc e Diyarbakir, l’anno scorso. Un attentato mortale nella città di confine turca Reyhanli, nel maggio 2013, che uccise più di 40 presone, fu nuovamente attribuito ad agenti turchi che cercavano d’incolparne il governo siriano, nel tentativo di escogitare un casus belli per l’invasione militare turca della Siria. Il premier turco Ahmet Davutoglu fu scoperto, nei nastri audio trapelati, a parlare di tali false flag del regime in incontri privati con quadri del partito. Nelle ultime settimane le autorità turche hanno fatto affermazioni altisonanti di come avevano sventato complotti terroristici nel Paese, sostenendo di aver fermato attentatori suicidi dello SIIL. È impossibile verificare queste affermazioni ufficiali perché il regime di Erdogan ha imposto un grave giro di vite sui giornalisti indipendenti. Ma un modo ragionevole di valutare le dichiarazioni ufficiali è che le autorità turche abbiano preparato l’attentato, come sembra sia accaduto questa settimana con l’attentato di Istanbul. E la reazione rapida del governo di Erdogan abilmente intensifica le affermazioni di essere vittima del terrorismo dello SIIL e, quindi, avere rapidamente simpatia e appoggio da Casa Bianca e Nazioni Unite.
La tempistica è importante per una corretta comprensione. Erdogan, Davutoglu e il partito Giustizia e Sviluppo sono stati denunciati negli ultimi mesi dall’intervento militare della Russia in Siria come stretti sostenitori del terrorismo in Siria. I media occidentali hanno trattato le rivelazioni con indifferenza istupidita. Tuttavia, le rivelazioni sono un atto d’accusa sconvolgente sull’illegalità dello Stato turco, membro della NATO e aspirante membro dell’Unione europea. Il regime Erdogan è diventato sinonimo di terrorismo di Stato, contrabbando di armi in Siria, e in particolare di collusioni con gruppi terroristici islamici come lo SIIL. (L’Arabia Saudita viene anch’essa denunciata come Stato canaglia). Cosa c’è di meglio allora, dal punto di vista di Erdogan, che un’atrocità dello SIIL a Istanbul, uccidendo turisti stranieri in modo che il suo regime avanzi successivamente la pretesa di essere “nemico dello SIIL” e di “difendersi dal terrorismo”. Tuttavia, secondo uno scenario alternativo, e più realistico: il regime Erdogan conosceva l’identità del terrorista perché coopera con essi; e le autorità turche permisero l’attentato per proprie ragioni politiche egoistiche, dopo la scottatura della reputazione internazionale macchiata, ed essere quindi vista come “vittima del terrorismo”.1030968193La ripubblicazione è accolta in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Trono di Spade saudita

MK Bhadrakumar Indian Punchline 8 gennaio 2016nimr_al_nimr_clrigo_ejecutadoLe interpretazioni dell’assassinio del noto, a livello internazionale, religioso sciita shaiq Nimr al-Nimr in Arabia Saudita sono molteplici. Un orribile errore di giudizio di re Salman o un piano attentamente studiato per forzare la riluttante amministrazione Obama a frenare i rapporti tra Stati Uniti e Iran o “tribolazioni del tempo… non una battaglia isolata ma l’inizio di una campagna” (Papa Francesco)? La gamma delle interpretazioni è molto ampia, dall’errore umano alla fine del mondo. Vi è infatti la splendida possibile interpretazione che Salman abbia cercato di provocare la guerra con l’Iran (qui).
In un’intervista rivelatrice a The Economist, il viceprincipe ereditario Muhamad bin Salman, ampiamente considerato l’eminenza grigia del trono, ha sostenuto che:
– La procedura prevista dalla legge ha semplicemente seguito il suo corso, con l’esecuzione di 47 terroristi condannati, tra cui il religioso sciita.
– L’esecuzione non dovrebbe riguardare l’Iran, perché il religioso era un cittadino saudita.
– La decisione d’interrompere i rapporti diplomatici è una mossa preventiva per evitare un’ulteriore escalation.
– L’Iran ha intensificato le tensioni di molto, mentre i sauditi semplicemente reagiscono.
– Una guerra con l’Iran è fuori questione.
Tuttavia, la linea di fondo è che shaiq al-Nimr era in carcere dal 2012, e nel braccio della morte dal 2014. Allora, perché adesso? MbS è stato evasivo su questo punto. Nello stesso modo, 47 persone sono state giustiziate, tra cui 43 membri di al-Qaida, più shaiq al-Nimr e 3 altri sciiti, cioè 43 sunniti e 4 sciiti. Qualcuno a Riyadh ha utilizzato il pallottoliere, di sicuro. Approssimativamente, 43 a 4 sembra essere il rapporto tra sunniti e sciiti nella popolazione saudita. Una coincidenza? Politicamente, l’esecuzione di 43 membri di al-Qaida senza dubbio trasmette un messaggio duro ai giovani sauditi sempre più attratti dal richiamo della ‘jihad’. Il regime saudita teme l’esistenziale minaccia islamista. Ma giustiziando simultaneamente 4 sciiti, tra cui il famoso sacerdote, il regime ha probabilmente placato la dirigenza wahabita. Allo stesso tempo è anche un tempestivo atto di forza, indicando che il regime è forte e prende decisioni dure. I regimi autocratici sentono il bisogno di dimostrare forza quando sono insicuri. Naturalmente, il regime saudita deve tenere lontano l’attenzione nazionale dalla grave sconfitta nella guerra in Yemen e trasmettere l’idea di forza. Ancora, il forte calo dei proventi del petrolio e conseguente deficit di bilancio hanno messo sotto pressione il regime saudita, ricorrendo a tagli della spesa. Il deficit di bilancio ha toccato i 100 miliardi di dollari nel 2015. Un rialzo dei prezzi del petrolio sembra improbabile. Il FMI ha avvertito che l’Arabia Saudita esaurirà i fondi in cinque anni, a meno che non tagli le spese. Chiaramente, i problemi esistenziali sono qui. Citando Luay al-Qatib del Brookings Doha Center, “Affinché il regno arrivi al suo centenario, deve adattarsi all’emergente nuovo Medio Oriente dove la politica regionale e l’ordine sociale sono cambiati drasticamente negli ultimi dieci anni… Comunque il vero moltiplicatore economico sarà legiferare una vera riforma integrando i disoccupati, che diverrebbero la punta del contrasto coi beneficiari dell’economia del regno… Trascurare l’effettiva integrazione dei giovani sauditi nel settore pubblico e soprattutto privato li radicalizzerebbe ulteriormente, minacciando alla fine la sicurezza nazionale o incoraggiandoli ad aderire ai gruppi radicali che possono destabilizzare ulteriormente la regione. Mettere gli affari esteri sopra le priorità interne del Regno; riforme politiche, sociali ed istituzionali a parole; finanziamento dei gruppi ribelli; esaurire le riserve valutarie in spedizioni militari e ignorare le esigenze delle generazioni future, sono tutte cose che l’Arabia Saudita non deve continuare a fare. Riyadh deve sottoporsi a un cambio di mentalità se vuole ritrarsi dal baratro che l’attende. I venti di cambiamento non possono più essere ignorati da Riyadh“. (Brookings)
Ora, le tensioni con l’Iran coincidono con l’annuncio importante, della scorsa settimana, della riorganizzazione della politica economica di Riyadh, comprese riforme politicamente sensibili. Una mera coincidenza? I commentatori occidentali sono convinti che l’Arabia Saudita aumenti le tensioni con l’Iran accentuando ulteriormente la spaccatura confessionale tra sunniti e sciiti nel mondo musulmano e mobilitando i Paesi sunniti sotto la sua leadership. Se è così, lo stratagemma non funziona. L’Ummah guarda gli eventi con disagio ed esasperazione, riluttante a schierarsi. (L’eccezione sono le oligarchie arabe del Golfo.) Egitto, Turchia, Pakistan, Indonesia guardano in silenzio o consigliano calma e riconciliazione. Il quotidiano governativo cinese China Daily ha scritto: “A giudicare dalle norme che disciplinano le relazioni internazionali, l’azione per danneggiare deliberatamente ambasciata di un Paese di certo causa una grave battuta d’arresto nei rapporti bilaterali. Ma non significa necessariamente che recidere i legami sia la risposta appropriata… Se la storia è uno specchio, l’Arabia Saudita sembra reagire esageratamente… Dopo tutto, Teheran non ha voluto l’incidente continuando ad inasprire ma reagendo rapidamente all’incidente“. Gli eventi escono dal Trono di Spade, lo sceneggiato fantasy intrigante e ricco di trame strane e meravigliose. Nell’intervista all’Economist, MbS dice: “Abbiamo una magnifica zona a nord di Jadah, tra le città di Umluj e Wuj, ci sono quasi 100 oasi e un atollo. La temperatura è ideale, cinque-sette gradi più fredda di Jadah. E’ una terra vergine, vi ho passato le ultime otto vacanze. Sono rimasto scioccato scoprendo qualcosa del genere in Arabia Saudita, e c’erano misure adottate per preservare questa terra, 300km per 200km. Questo è uno dei beni che dobbiamo rivalutare, e crediamo che sia un valore aggiunto diverso dai redditi statali. Abbiamo molte risorse non utilizzate“. Più semplice di così, MbS s’interessa della capacità dell’economia saudita di generare reddito non petrolifero alla luce della crisi economica incombente, privatizzando zone panoramiche nel vasto deserto della penisola arabica. Si legga la splendida intervista qui.Protesters carry pictures of Sheikh Nimr al-Nimr, who was executed along with others in Saudi Arabia, during a protest against his execution in front of the United Nations building in Beirut, LebanonTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le operazioni in Iraq nel settembre-dicembre 2015

Alessandro Lattanzio, 6/1/2016popup.iraq.anbar.province.2Il 18 settembre, la polizia federale irachena eliminava 22 terroristi del SIIL presso Ramadi, ad Albu Murad. A Baiji le forze di sicurezza irachene (ISF) liberavano il quartiere al-Tamim, eliminando 19 terroristi del SIIL, mentre ad al-Qalidiyah le ISF liquidavano due comandanti del SIIL, Abu Tamam al-Saudi e Abu Dhanun al-Muslawi. L’esercito iracheno respingeva l’assalto del SIIL a Baiji, nella provincia di Salahudin, eliminando 65 terroristi nel villaggio di al-Mazrah. Nelle operazioni antiterrorismo a Ramadi, provincia di Anbar, le ISF eliminavano 20 terroristi, “La forza aerea irachena ha bombardato una riunione di alti comandanti del SIIL in una casa nella zona di al-Bubali, nell’isola Qalidiya (23 km ad est di Ramadi). Il bombardamento ha provocato l’uccisione di 20 alti comandanti del SIIL, oltre a causare gravi perdite materiali e umane“, riferiva Ali Dawud delle forze di sicurezza irachene. Il comandante della polizia federale irachena, Tenente-Generale Raid Shaqir Judat, riferiva che “il bombardamento delle posizioni dei terroristi nel versante orientale di Ramadi ha provocato l’uccisione di almeno 22 militanti e ferimento di molti altri. Il battaglione missilistico della Polizia Federale irachena ha bombardato una riunione dei terroristi taqfiri del SIIL nella zona di Albu Murad, ad est di Ramadi, uccidendo 16 terroristi e ferendone altri 6. Un comandante del SIIL, Mahir Jamal Jazayi, e tre cittadini stranieri, erano tra i terroristi uccisi nel bombardamento della polizia, e Muhamad Jamal Jazayi era rimasto gravemente ferito“. Infine, le forze dell’Hashd al-Shabi irachene liquidavano nella città di Baiji il governatore del SIIL della provincia di Salahuddin, Mustafa al-Tiqriti. Il 23 settembre, aerei iracheni eliminavano 3 capi del SIIL, Yasir al-Jumaily, Abu Ubayda al-Jashami e Abu Islam. Abu Baqr al-Turqmani, eliminato il 10 settembre a Tal Afar, dirigeva la tratta delle donne della minoranza Yezidi, e il 5 luglio fu eliminato il terrorista francese David Drugeon, liquidato da un attacco aereo presso Aleppo, in Siria. Drugeon era l’esperto di esplosivi di al-Qaida. Il 26 settembre, negli attacchi aerei iracheni su Ramadi, almeno 40 terroristi del SIIL venivano eliminati, “Gli aerei militari iracheni hanno bombardato 7 autoveicoli del SIIL che trasportavano combattenti e armi nella zona di al-Malahma e Tal Mashahydah, ad est di Ramadi, con la conseguente eliminazione di 40 terroristi, oltre alla distruzione degli autoveicoli“. Inoltre, un drone del SIIL veniva abbattuto dalle truppe irachene presso Ramadi. L’esercito iracheno, l’Hashd al-Shaabi e la Liwa al-Badr avanzavano nel Governatorato di Anbar spezzando le linee del SIIL ad al-Hamidiyah, eliminando 20 terroristi, e liberando ampi territori nei Governatorati di Salahudin e Diyala. Il 30 settembre, le 1.ma, 7.ma e 10.ma Divisioni dell’esercito iracheno avanzavano su al-Hamidiyah, travolgendo i terroristi del SIIL, e su Albu Aytha, Albu Thyab e Albu Faraj, a nord di Ramadi. Secondo l’analista iracheno Muhamad Nana, “Washington fa pressione sul governo iracheno per escludere le forze popolari dalle operazioni nella provincia di Anbar”. Il portavoce del Ministero degli Esteri iracheno Ahamad Jamal annunciava che Baghdad aveva respinto la richiesta di Washington per dispiegare forza di terra statunitensi in Iraq, “Alcuni ufficiali statunitensi e generali delle forze anti-SIIL hanno indirettamente sottolineato la necessità d’inviare truppe statunitensi in Iraq per unirsi alla lotta contro il gruppo terroristico. Ma l’Iraq si oppone alla presenza di qualsiasi forza di terra di Stati Uniti o altri Paesi membri della coalizione contro i gruppi terroristici, perché il popolo iracheno non vuole soldati stranieri sul proprio territorio, e non vuole sperimentare ancora l’amara presenza militare degli Stati Uniti sulla propria terra“, ha aggiunto il portavoce. Qarim al-Nuri, un comandante delle forze popolari Hashd al-Shabi, aveva dichiarato, “Gli Stati Uniti non sacrificheranno un solo loro soldato per l’Iraq e la loro ingerenza negli affari del governo è un complotto per disintegrare l’Iraq. Pertanto le forze popolari non aspettano il permesso di nessuno e continueranno la lotta contro il SIIL“. Le forze irachene Hashd al-Shabi sequestravano materiale bellico saudita, tra cui munizioni e veicoli militari, a Samara, nella provincia di Salahudin. L’esercito iracheno aveva precedentemente sequestrato a Tiqrit e al-Anbar armi e mezzi forniti dall’Arabia Saudita.
Download.aspx L’8 ottobre, dopo aver liberato Qat al-Layna, la 5.ta e la 7.ma Divisione dell’esercito iracheno liberavano al-Adnaniyah, Albu Farad, Albu Risha e la periferia di Zanqura, presso Ramadi, tagliando le linee dei rifornimenti del SIIL per Ramadi. Oltre all’assalto a nord di Ramadi, paracadutisti iracheni atterravano nel quartiere centrale della capitale provinciale effettuando un’operazione speciale sulla 17.ma Strada, circondando i terroristi su tre lati. Inoltre, il comandante del SIIL Fadhil al-Ansari veniva liquidato dalle forze di sicurezza irachene in un’operazione presso Fallujah, che portava all’eliminazione di altri 20 terroristi. In un raid aereo iracheno, l’11 ottobre, veniva colpito un convoglio del SIIL nella provincia di Anbar, ad al-Qarablah, eliminando 25 terroristi, tra cui Fadil Ahmad Abdullah al-Hiyali, detto Abu Muslim al-Turqmani. Ex-colonnello dell’esercito iracheno di Sadam Husayn, al-Turqmani era il capo del consiglio militare dello SIIL. L’esercito e le forze volontarie iracheni sequestravano notevoli quantità di armamenti statunitensi, tra cui missili anticarro TOW-II nuovi di zecca, nelle posizioni del SIIL cadute nella regione di Fallujah, provincia di al-Anbar. Anche il capo dello SIIL Abu Baqr al-Baghdadi sarebbe stato ferito dal raid aereo iracheno e trasferito in Turchia per le cure, grazie a una serie di misure coordinate dalla CIA. “La CIA si è coordinata con l’organizzazione dell’intelligence turca per trasferire al-Baghdadi in Turchia“, affermava al-Manar TV. Anche due suoi collaboratori, feriti nell’attacco e catturati dalle forze irachene, confermavano che al-Baghdadi era stato ferito nell’attacco mentre si dirigeva ad al-Qarablah per partecipare ad un incontro con i capi del SIIL, nella parte occidentale della provincia di al-Anbar, vicino al confine con la Siria. Il 14 ottobre, l’esercito iracheno liberava completamente la più grande raffineria di petrolio del Paese, nella città di Baiji, provincia di Salahudin, mentre i militari iracheni liberavano Albu Faraj, a nord di Ramadi, eliminando decine di terroristi del SIIL. Il 15 ottobre, l’esercito iracheno liberava il Checkpoint Majid e la Torre delle Comunicazioni ad est della città di al-Baghdadi, nel Governatorato di al-Anbar. Inoltre, la 16.ma Brigata dell’esercito iracheno, in coordinamento con i comitati popolari, liberava il villaggio al-Tamim, presso Ramadi. Presso Baiji, nel Governatorato di Salahudin, Hashd al-Shabi liberava il villaggio Maqul. Il 18 ottobre, le forze paramilitari irachene dell’Hashd al-Shabi, sostenute dell’esercito e dalla polizia iracheni, iniziavano un’operazione verso Huijah. Le operazioni iniziavano in due aree, una a ovest di Qirquq, intorno ad al-Fatha, e l’altra a sud di Qirquq, vicino al campo petrolifero Alas. Il 21 ottobre, le forze irachene catturavano un colonnello israeliano della Brigata Golani assieme a numerosi terroristi del SIIL, “Le forze di sicurezza e popolari hanno preso prigioniero un colonnello israeliano. L’ufficiale sionista è un colonnello che aveva partecipato a operazioni terroristiche del gruppo taqfirita SIIL. Il nome del colonnello israeliano è Yusi Oulen Shahak, colonnello della brigata Golani dell’esercito del regime sionista, con il codice di sicurezza militare Re34356578765az231434“, dichiarava l’Esercito iracheno. Il portavoce di Haraqat al-Nujaba, Hashim al-Musavi, sottolineava che “La strategia delle forze irachene nell’assedio al SIIL nelle province di Salahudin e Anbar ha portato alle recenti vittorie”. “Le operazioni a Salahudin proseguiranno fino alla provincia di Niniwa“, dichiarava il portavoce delle forze volontarie irachene Ryan al-Qaldani. Al-Qaldani ribadiva che le forze irachene avevano recuperato la maggior parte delle aree nella regione di Baiji, “la raffineria di petrolio di Baiji, le regioni Shini e Bujard sono ora sotto il pieno controllo delle forze volontarie. Le operazioni iniziarono attaccando Ramadi e Falluja, tagliando le vie di approvvigionamento del SIIL in quelle città; poi siamo avanzati su Baiji iniziando le grandi operazioni per riconquistarla con un assedio da tre direzioni e tagliando i rifornimenti ai terroristi“. Baiji era cruciale per il controllo del territorio e l’avanzata nella provincia di Anbar. Le forze irachene avevano catturato il villaggio di al-Rabi per poi prendere il pieno controllo della raffineria di petrolio di Baiji, nella provincia di Salahudin, dopo aver liquidato, tra gli altri, l’emiro del SIIL della regione. Il 26 ottobre, raid aerei degli USA uccidevano 22 militari e volontari iracheni, “Gli aerei da guerra della coalizione hanno martellato le forze irachene che avanzavano nei pressi della città di Ramadi, dai ponti al-Jama e al-Davajan“, secondo una fonte delle forze di sicurezza irachena. Gli Stati Uniti avevano ripetutamente colpito le posizioni delle forze popolari irachene; già a giugno, i caccia statunitensi avevano colpito le posizioni delle forze irachene nella provincia di Anbar, come le basi dei battaglioni Hezbollah dell’esercito iracheno a Falluja, nella provincia di Anbar, uccidendo 6 soldati e ferendone altri 8; e a maggio aerei da guerra statunitensi avevano colpito una fabbrica di armi delle forze popolari nei pressi della capitale irachena, distruggendola completamente e uccidendo 2 volontari delle forze popolari irachene. Il 29 marzo, i caccia statunitensi colpirono per otto volte le postazioni delle forze popolari irachene vicino Tiqrit, ferendo numerosi combattenti. Il 28 ottobre, l’esercito iracheno eliminava Salam al-Saraya, capo del SIIL di Samara, assieme ad altri 20 terroristi, nelle operazioni a Maqul, nella provincia di Salahudin. Il 31 ottobre, le forze irachene eliminavano 62 terroristi del SIIL a Ramadi, nella provincia di Anbar. Inoltre le forze irachene distruggevano 19 posizioni del SIIL a Ramadi, Mosul, Sinjar e Tal Afar nella provincia di Niniwa. Le forze irachene liberavano Hasibah, al-Sajariyah, Thila e al-Sufiyah, ad est di Ramadi, eliminando decine di terroristi e di autoveicoli armati, mentre ad Albu Faraj, le forze militari e popolari irachene eliminavano altre decine di terroristi del SIIL. Ad ovest di Ramadi, le forze irachene avanzavano su al-Burishah e Zanqurah, e a sud l’esercito e le forze popolari iracheni avanzavano su al-Tamim.
CCSuD2zXIAAzRyv Il 3 novembre, il governo iracheno sequestrava due aerei, uno svedese e uno canadese, che trasportavano di nascosto armi nel Kurdistan, all’insaputa di Baghdad, “Il comitato di controllo del Baghdad International Airport ha scoperto un enorme numero di fucili dotati di silenziatore, armi leggere e medie. L’ambasciatore statunitense a Baghdad cercava d’inviare le armi nella regione del Kurdistan iracheno“. La settimana precedente le forze irachene avevano sequestrato materiale militare statunitense nelle posizioni dei terroristi, tra cui missili anticarro TOW-II, a Falluja. Il 4 novembre, le forze di sicurezza irachene eliminavano l’emiro del SIIL Abdultalha al-Lubnani e quattro sue guardie a Jarayishi, nel nord dell’al-Anbar. Inoltre, le forze irachene liberavano il ponte al-Jarayishi, tagliando i rifornimenti del SIIL da nord. Un aiutante del capo del SIIL Abu Baqr al-Baghdadi, di origine algerina, veniva liquidato presso Samara. Nel frattempo, aerei da guerra iracheni distruggevano 2 autobombe del SIIL nella zona di Sharif Abas, ad ovest di Samara. L’esercito iracheno e l’Hashd al-Shabi, liberando Baiji, nel Governatorato di Salahudin, e il jabal Maqul, avevano eliminato 920 terroristi del SIIL, e il 6 novembre liberavano Albu Mara, presso Ramadi. Le forze curde irachene lanciavano una grande operazione contro il SIIL nella città di Sinjar. Il 12 novembre, le forze irachene liberavano al-Zawiyah, nella provincia di Salahudin, mentre l’Hashd al-Shabi sventava due assalti del SIIL ad al-Fatha, a nord di Tiqrit, e ad al-Sad, ad ovest di Tiqrit, capitale della provincia di Salahudin. Le forze curde irachene tagliavano le linee di rifornimento del SIIL a Sinjar. Il portavoce del Pentagono Peter Cook affermava che i militari statunitensi collaboravano con i comandanti curdi, “ci sono dei consiglieri nel jabal al-Sinjar che aiutano a selezionare gli obiettivi per gli attacchi aerei“. 7500 soldati curdi avevano avviato l’operazione da diverse direttrici su Sinjar, alle 7:00 del 12 novembre, lungo l’autostrada che collega Mosul alla Siria. Il 13 novembre, l’8.va Divisione dell’Esercito iracheno liberava Albu Manahi e Albu Daij, della regione di Amariya, presso Falluja. Nel frattempo, i curdi liberavano 28 villaggi ed eliminavano 300 terroristi del SIIL presso Sinjar, liberando oltre 200 chilometri quadrati di territorio. Il 26 novembre, le forze irachene spezzavano l’ultima linea di rifornimento del SIIL a Ramadi, catturando il Ponte Palestina sul fiume Eufrate, a nord-ovest di Ramadi, e circondando la capitale della provincia di Anbar; “Questo progresso è molto importante“, dichiarava un colonnello della 9.na Divisione dell’Esercito iracheno, “il SIIL non può più inviare armi, cibo e attrezzature lungo il fiume come faceva in passato“. Il 30 novembre, le forze irachene isolavano completamente Ramadi, capitale della provincia di Anbar occupata dal SIIL da maggio 2015. “Abbiamo tagliato l’ultima linea di rifornimento del SIIL da Ramadi alla Siria. Le forze irachene strangoleranno i terroristi in città e avremo la vittoria in un paio di giorni“. Il 26 novembre gli attacchi aerei iracheni distruggevano 5 unità tattiche del SIIL, consentendo la presa di un ponte ad ovest della città, ultimo passaggio per le aree occupate dal SIIL. Liberando Ramadi, le forze irachene isolavano Falluja, una strategia respinta e criticata dagli statunitensi. Il Primo ministro iracheno Hadi al-Abadi aveva apertamente criticato la riluttanza degli Stati Uniti ad effettuare attacchi aerei su Ramadi e Falluja, ritardando l’operazione. Un ufficiale iracheno del centro operativo di Anbar affermava che il SIIL “Ha trasformato Ramadi in una bomba gigantesca. Il numero di IED, kamikaze e mine rallenta l’avanzata dei nostri soldati. Alcuni giorni possono muoversi solo per 50 metri perché devono distruggere 10 bombe piazzatevi dal SIIL“. Un comandante delle Forze volontarie irachene (Hashd al-Shabi), il Comandante del Qataib Imam Khamenei Haydar Husayni al-Ardavi, lamentava l’intromissione degli Stati Uniti nella lotta al SIIL, impedendo la sconfitta del gruppo terroristico e la liberazione delle città strategiche di Ramadi e Falluja, “L’intromissione degli Stati Uniti impedisce all’esercito e alle forze popolari iracheni di concludere la battaglia contro il SIIL a Ramadi e Falluja“. Abu Yusif al-Qazali, comandante del Qataib Sayad al-Shuhada, dichiarava “Gli USA spingono il governo di Baghdad ad impedire le operazioni per liberare Ramadi. Gli Stati Uniti da tempo cercano di costringere il governo a non impiegare le forze popolari nelle operazioni militari contro il SIIL, specialmente nelle operazioni di liberazione condotte in varie regioni irachene“, e Qarim al-Nuri, portavoce delle forze popolari irachene, dichiarava “l’interferenza degli statunitensi ha distorto le operazioni per liberare Ramadi.
IRAQ-UNREST-JIHADIST-MOSUL Il 5 dicembre, 150 soldati turchi appoggiati da 25 carri armati entravano a Bashiqa, a nord-est di Mosul, in territorio iracheno senza chiederne il consenso a Baghdad, “Le autorità irachene chiedono alla Turchia… di ritirarsi subito dal territorio iracheno. Abbiamo la conferma che le forze turche, consistenti in circa un reggimento corazzato con numerosi carri armati e artiglieria, sono entrate in territorio iracheno… presumibilmente per addestrare gruppi iracheni senza richiesta o autorizzazione dalle autorità federali irachene. Lo schieramento è considerato una grave violazione della sovranità irachena” dichiarava il governo di Baghdad. Secondo fonti turche, l’operazione fu discussa con Brett McGurk, coordinatore della lotta al SIIL del presidente degli USA Barack Obama, ad Ankara il 5-6 novembre. “Questa non è un’operazione della coalizione guidata dagli USA, ma li informiamo su ogni singolo dettaglio. Questa non è una operazione segreta“, dichiarava Ankara, che si rifiutava di ritirare i soldati, perché sarebbero stati inviati nell’ambito “di una missione internazionale per addestrare ed equipaggiare le forze irachene per combattere lo Stato islamico”. Ma il governo iracheno non avevano mai richiesto tale presenza. Erdogan aveva visitato il Qatar il 1° dicembre per firmare degli “accordi strategici”, e il 4-5 dicembre le truppe turche entravano in Iraq, e l’8 dicembre aerei da combattimento turchi violavano lo spazio aereo iracheno bombardando le regioni di al-Imadiya, Dairluq e Shilazi, nella provincia di Duhuq, e la regione del Kurdistan iracheno di Qandil. Il Comitato per la Sicurezza e la Difesa del Parlamento iracheno chiedeva la revisione o l’annullamento dell’accordo sulla sicurezza con Washington, secondo Hamid Mutlaq, parlamentare del Comitato per la sicurezza e la difesa, “Il governo e il parlamento iracheni devono rivedere l’accordo di sicurezza con gli Stati Uniti, perché Washington non è seria nella sua attuazione. Ne chiediamo la cancellazione. L’Iraq sarà difeso solo dai suoi figli, e la Turchia ritirerà le sue truppe dato che la terra dell’Iraq è sacra e la sua sovranità è una linea rossa. Abbiamo il diritto di dare a questo problema un carattere internazionale e domandare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il ritiro delle truppe turche“. Safa al-Tamimi, dell’Haraqat al-Sadr, dichiarava “Se le forze turche non si ritireranno dall’Iraq, la resistenza islamica le bersaglierà con nuove e avanzate tecniche, e l’Iraq mostrerà una reazione assai più seria”. Secondo il deputato Sarvah Abdulwahid, “Barzani ha ricevuto aiuti finanziari pari a 8 milioni di dollari durante l’ultima visita a Riyadh, da spartire tra familiari e alti funzionari della regione del Kurdistan“. Barzani aveva incontrato a Ryadh il re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud e il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr. Infine, il segretario della Difesa degli USA Ashton Carter affermava che l’esercito statunitense avrebbe schierato una nuova forza per operazioni speciali in Iraq. “L’Iraq non ha bisogno di forze di terra straniere e il governo iracheno si è impegnato a non consentire la presenza di una qualsiasi forza in terra irachena” rispondeva il premier Abadi, mentre Hadi Amiri, comandante dell’Organizzazione Badr, avvertiva che qualsiasi base degli USA in Iraq sarebbe stata considerata un “bersaglio”. Circa 3500 soldati statunitensi sono presenti in Iraq con compiti di addestramento e supporto delle forze irachene. Nel frattempo, un altro membro del Comitato per la sicurezza e la difesa, Isqandar Watut, dichiarava “Presto si avrà un incontro del Comitato con il Primo ministro Haydar Abadi, al quale proporremo la cooperazione con la Russia negli attacchi aerei contro il SIIL e nella lotta al terrorismo in Iraq“.
Il 7 dicembre, l’esercito iracheno entrava a Tamim, quartiere sud-ovest di Ramadi, che liberava completamente l’8 dicembre, mentre le forze governative occupavano anche una grande base del SIIL a nord di Ramadi, ed eliminavano 6 basi e decine di terroristi del SIIL ad Husaybah, nell’Anbar orientale. “Oggi, le nostre forze hanno liberato completamente l’area di al-Tamim dopo una feroce battaglia contro i terroristi del SIIL“, dichiarava Sabah al-Numan, portavoce del servizio antiterrorismo dell’Iraq. Il Maggior-Generale Hadi Irzayij, capo della polizia dell’Anbar, confermava che al-Tamim era stata liberata e il Generale di Brigata Yahya Rasul, portavoce del Comando delle operazioni congiunte, dichiarava “La liberazione di al-Tamim sarà di grande aiuto accelerando la liberazione di Ramadi“. 500 poliziotti venivano inviati da Habaniyah a controllare al-Tamim dopo la liberazione. Uno dei compiti principali era liberare l’area dalle bombe piazzate dallo SIIL. Il 12 dicembre, l’Aeronautica irachena eliminava 15 terroristi al confine con la Siria, “L’aviazione ha distrutto un quartier generale (del SIIL), uccidendo 15 militanti, molti sono rimasti feriti“, tra cui il vicecapo del SIIL Abu Ali, “Secondo le informazioni, è rimasto ferito ed è stato trasferito a Buqamal“, dichiarava il Ministero degli Interni dell’Iraq. Il 18 dicembre 30 soldati della 55.ma Brigata dell’esercito iracheno venivano uccisi da un attacco aereo statunitense su al-Naymiyah, nella provincia di Falujah. L’Esercito iracheno e le milizie alleate liberavano i 2/3 di Ramadi, eliminando decine di terroristi del SIIL asserragliatisi nel centro della città. Il 20 dicembre l’esercito e le forze popolari iracheni liberavano metà della regione di Albu Ziyab, a nord di Ramadi. Le forze dell’8.va Divisione dell’esercito iracheno e 5 battaglioni delle tribù Anbar entravano nel centro di Ramadi liberando i quartieri Baqr e Aramil, mentre 300 terroristi del SIIL combattevano facendosi scudo dei civili.
CCX5kI9W8AA4PF_ Il 22 dicembre, le forze irachene raggiungevano il ponte al-Qur sul fiume Tigri. Le forze irachene liberavano i quartieri al-Dubat e al-Jirayshi a sud di Ramadi, mentre nel quartiere al-Armal le forze irachene eliminavano una dozzina di terroristi e sgombravano la strada tra al-Budhyab e al-Jirayshi. Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito iracheno, Uthman al-Ghanamai, aveva dichiarato che “L’esercito iracheno ha preso d’assalto le prime linee dei terroristi del SIIL nel centro della città ed ora è impegnato in una seria battaglia per le strade con i terroristi taqfiri. Circa 250-300 militanti del SIIL sono intrappolati nel centro della città, senza via di fuga, e le forze pro-governative hanno deciso di utilizzare questa occasione per dargli la caccia a uno a uno. Le unità dei genieri dell’esercito iracheno erano impegnate sin dalle primi ore di questa mattina a smantellare oltre un migliaio di ordigni esplosivi improvvisati (IED) piazzati dal SIIL nel centro della città. Le forze irachene hanno limitato l’uso dell’artiglieria sulle posizioni del SIIL in città, nel tentativo di evitare vittime civili“. Il Generale di Brigata Ismail al-Mahlavi, comandante dell’operazione di Liberazione dell’al-Anbar, dichiarava che una grande quantità di armi ed equipaggiamenti del SIIL era stata distrutta e che i terroristi erano fuggiti. “Il 60 per cento di Ramadi è ora sotto il controllo delle forze irachene ed è stato epurato dai terroristi taqfiri“, dichiarava Raja Baraqat, del Comitato di sicurezza del governatore di al-Anbar, e il Ministro della Difesa iracheno, Qalid al-Ubaydi, annunciava che “Perdere la città Ramadi sarà una pesante sconfitta per il SIIL, mutando l’equilibrio delle forze a Ramadi, e sarà un cambio fondamentale“. Il 24 dicembre, le forze irachene catturavano l’emiro del SIIL di Ramadi Abu Baqr, e le forze di sicurezza irachene sventavano un attentato al quartier generale della Polizia Federale di Ramadi eliminando 7 attentatori suicidi del SIIL. Il 26 dicembre, l’Esercito iracheno liberava l’ultimo sito controllato dal SIIL nel centro di Ramadi, dopo aver eliminato più di 30 terroristi, e liberava la sede governativa e l’Ospedale Nazionale di Ramadi. Il SIIL subiva la peggiore sconfitta dalla liberazione di Tiqrit, nel 2014. Il 27 dicembre le forze irachene liberavano completamente Ramadi. Il portavoce dell’Esercito iracheno confermava che, “Questa operazione ha riunito 11 formazioni militari irachene e liberato 34 località dell’al-Anbar“, spezzando i collegamenti tra il SIIL nell’Iraq occidentale e il SIIL in Siria. L’operazione per la liberazione di Ramadi non vide la partecipazione della coalizione anti-SIIL degli USA. Secondo una fonte del governo iracheno, “le forze statunitensi che operano in Iraq dal centro operativo di Baghdad definiscono unità, giorno e ora degli attacchi contro il SIIL. Se vogliamo beneficiare dell’appoggio dell’US Air Force per sconfiggere il gruppo terroristico, dobbiamo inchinarci al comando statunitense. Non è improbabile che un eventuale coordinamento turco-statunitense comunichi al SIIL permettendo ai terroristi di ritirarsi verso il confine siriano-iracheno. Questa è l’informazione che i nostri droni hanno raccolto nei giorni precedenti l’attacco su Ramadi. La nostra intelligence ha informato gli statunitensi sui movimenti del SIIL. Non ci fu permesso di attaccarlo e nessuno nel governo può contraddire gli statunitensi, per il momento. Gli Stati Uniti hanno ordinato a Baghdad di tenere l’Hashd al-Shabi lontano dal campo di battaglia di Anbar, forse per garantire la via di fuga al SIIL, ridurre l’influenza iraniana e ridimensionare la vittoria dell’Iraq. Gli USA hanno chiesto a Baghdad di cambiare i vertici dei servizi antiterrorismo, d’intelligence e della sicurezza dell’Esercito e del Ministero degli Interni. Inoltre, il Segretario generale del Consiglio dei Ministri è stato suggerito dagli statunitensi e quindi nominato a tale posizione. Gli Stati Uniti vogliono una squadra omogenea favorevole alla loro politica e alla presenza delle forze statunitensi in Iraq. L’era di ostilità dell’ex-Primo ministro Nuri al-Maliqi, che ha portato al ritiro delle forze dalla Mesopotamia, è finita e la politica adottata in questo momento consiste nel ridurre l’influenza del Maggior-Generale della Guardie rivoluzionarie iraniane (IRGC) Qasim Sulaymani su certi gruppi armati iracheni. Ciò che contribuisce nel successo di tale politica è che il Primo ministro Haydar al-Abadi è in cattivi rapporti con Sulaymani. Fin dall’inizio, Abadi credeva che Sulaymani avesse intenzione di rimuoverlo dal potere, sostenendo al-Maliqi e altri per sostituire l’attuale premier. L’Iran controlla varie organizzazioni militari che combattono nelle Unità di Mobilitazione Popolare, assai presenti sul campo di battaglia in Iraq e Siria. Tale influenza ha convinto al-Abadi ad aprirsi allo “Zio Sam” invece che al Wilayat-al-faqih. Questo è il motivo per cui Abadi, su esplicita richiesta statunitense, rifiutava qualsiasi assistenza aerea militare della Russia in Iraq, a differenza del presidente siriano Bashar al-Assad. Il primo ministro iracheno sa che gli Stati Uniti vorrebbero vedere 3 cantoni iracheni, uno per i curdi, uno per i sunniti e l’altro per gli sciiti. Gli statunitensi sostengono anche la presenza turca in Iraq. Incontrando il vicedirettore dell’intelligence francese, Abadi ha detto: ‘Il Medio Oriente non sarà più lo stesso di prima. Ciò che appare sempre più chiaro ora e che il SIIL è un giocattolo usato dagli attori per modificare la mappa del Medio Oriente’“. Secondo il comandante dell’Hashd al-Shabi (Raggruppamento del Popolo), Haydar al-Husayni al-Ardavi, gli Stati Uniti avevano evacuato i capi del SIIL durante le operazioni speciali a Ramadi e Falluja, “Il rallentamento delle operazioni speciali nelle città di Ramadi e Falluja, nella provincia di al-Anbar, è dovuto all’interferenza degli Stati Uniti. Tutto indica che hanno deciso di evacuare i capi del SIIL con gli elicotteri, versi una destinazione sconosciuta“.
Il 30 dicembre, il ministro degli Esteri iracheno Ibrahim al-Jafari avvertiva che l’Iraq avrebbe fatto ricorso a mezzi militari se costretto a difendersi dall’intrusione delle forze turche nel Nord, “Se non c’è altra soluzione, se non quella militare, allora l’adotteremo. Se siamo costretti a combattere e difendere le nostre sovranità e ricchezza, saremo costretti a combattere“. Il 4 dicembre, la Turchia aveva inviato presso Mosul 150 soldati appoggiati da 25 carri armati e il 20 dicembre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ne annunciava il ritiro delle truppe, ma non l’attuava.
Il 5 gennaio, l’Esercito iracheno eliminava centinaia di terroristi presso Ramadi, “Le forze irachene, sostenute dalle unità dell’Aeronautica e dell’artiglieria, colpivano diverse posizioni del SIIL ad Haditha e nella regione di Barwana, ad ovest di Ramadi. Oltre 250 terroristi sono stati uccisi e 100 veicoli del gruppo distrutti nell’attacco“. Le truppe irachene rastrellavano il mercato di Ramadi, la clinica, i quartieri al-Saliah e al-Jamiah a nord della città, e riprendevano il ponte al-Jazira, a nord della città. Inoltre, aerei da combattimento iracheni bombardavano le posizioni del SIIL nella provincia di Anbar, a Barwanah, eliminando oltre 60 terroristi, tra cui il ministro della guerra dello Stato islamico Samir Muhamad Matlub al-Mahlawi, e tre suoi aiutanti. Al-Mahlawi era un ex-capo di al-Qaida in Iraq, sodale di Abu Musab al-Zarqawi. Il 26 dicembre, le forze armate irachene avevano eliminato Sad al-Abidi ad al-Qalidiya, a 23 chilometri ad est di Ramadi. Al-Abidi era il responsabile dell’addestramento dei terroristi del SIIL a Ramadi e Falluja.Members of the Iraqi Special Operations Forces take their positions during clashes with the al Qaeda-linked Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) in the city of Ramadi

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