L’aggressione saudita allo Yemen è fallita

Viktor Titov New Eastern Outlook 08/04/2015sanaaSullo sfondo del conflitto in Yemen e dei massicci bombardamenti delle forze aeree saudite, s’iniziano a notare i segnali secondo cui le parti coinvolte potrebbero presto cercare una soluzione politica al conflitto. Due settimane di raid aerei hanno dimostrato che la coalizione araba è impotente verso gli huthi senza forze sul terreno, ma un’operazione via terra è troppo rischiosa per essa. Solo un Paio di Stati, Egitto ed Arabia Saudita, è disposto a fornire truppe per l’assalto allo Yemen, ma le scaramucce sul terreno montagnoso, seguite dalla guerriglia, causerebbero numerose vittime tra gli invasori, rischiando la sconfitta militare della coalizione o anche un possibile colpo di Stato nei suddetti Stati, dato che le posizioni dei regimi egiziano e saudita sono seriamente indebolite per vari motivi. Nel frattempo, gli huthi fiduciosamente avanzano, prendendo il controllo di nuovi territori a sud. Ora controllano le principali città del Paese, tra cui i più importanti porti di Aden e Hudaydah. Ciò rende una possibile operazione di sbarco estremamente impegnativa per le forze della coalizione mettendo alle corde Arabia Saudita, Qatar e altri sostenitori di Abdurabu Mansur Hadi, dato che non possono più creare una testa di ponte che gli avrebbe consentito di nominare una capitale provvisoria con una sorta di “governo legittimo”. E’ curioso che da qualche giorni i media di Riyadh siano occupati a diffondere la voce che i militari sauditi verrebbero aiutati dai marines degli Stati Uniti in future operazioni di sbarco. Ciò sembra beffardo dato che, nella situazione attuale, Barack Obama non avrebbe mai il coraggio d’inviare soldati statunitensi a morte certa. Ma nonostante il successo degli huthi sul campo di battaglia, non rifiutano la possibilità di negoziati pacifici sapendo che, prima o poi, dovranno dialogare con gli attori stranieri per legittimare il loro potere. Inoltre, hanno anche dichiarato la volontà di avviare il dialogo politico nello Yemen, ma a condizione che Mansur Hadi non sia più il capo del Paese. Fuggito dallo Yemen, portato via dalle forze saudite, è un traditore del Paese agli occhi degli huthi. I leader degli huthi non sono disposti a perdonare facilmente il fatto che seguirono le condizioni che aveva imposto prima della guerra, mentre i negoziati erano seguiti dal consigliere speciale delle Nazioni Unite Jamal Benomar, a cui subito seguì la guerra.
In questa fase il miglior affare per l’Arabia Saudita sarebbe un cessate il fuoco con gli huthi. Fughe di informazioni suggeriscono che i ribelli sciiti potrebbero ritirare le proprie forze da Aden e alcune province del sud, dove verranno sostituite dalle forze armate regolari yemenite a loro fedeli. Allora sarà possibile riprendere il dialogo nazionale tra tutte le forze politiche yemenite, interrotto dalla guerra, sotto l’occhio vigile del consigliere speciale delle Nazioni Unite Jamal Benomar. Ma prima le parti dovranno scegliere il luogo per i negoziati. E’ chiaro che gli huthi preferiscono discutere fuori dalla regione, per esempio a Mosca che si oppone all’aggressione allo Yemen, anche se senza dubbio sauditi e statunitensi insisteranno su una capitale araba o europea. In ogni caso, è chiaro che i ribelli sciiti s’impegneranno nei colloqui di pace solo quando l’Arabia Saudita abbandonerà i piani per altri attacchi aerei. Il funzionario huthi Salah al-Samad ha dichiarato il 6 aprile che il gruppo non ha condizioni per i negoziati tranne che la fine dell’aggressione. Inoltre, il problema della crescente influenza di al-Qaida in Yemen, rafforzata dai bombardamenti sauditi, dev’essere affrontato. Le forze radicali hanno potuto occupare la grande città portuale di al-Muqala nel sud, liberando tutti i terroristi dalle carceri locali, alcuni dei quali indicati dagli Stati Uniti come i più pericolosi della regione. Inoltre, la città è stata ora proclamata capitale dello Stato islamico in Arabia. L’unica domanda è se Riyadh sarà disposta a perseguire la soluzione pacifica del conflitto. Gli attacchi aerei aumentano ogni giorno anche se non hanno danneggiato seriamente gli huthi. Dall’avvio dell’operazione il 26 marzo, oltre 500 persone state uccise; la maggior parte delle vittime sono civili. I piloti sauditi hanno distrutto diversi depositi, posti di comando, lanciamissili Scud, obsoleti mezzi antiaerei e aerei da combattimento. Ma ciò non può influenzare le forza degli huthi e delle truppe fedeli al loro alleato, Ali Abdullah Salah.
Tutto ciò irrita estremamente il nuovo re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud, che si crede il nuovo leader pan-arabo alla pari di Jamal Abdal Nasir e Sadam Husayn. Nel frattempo, la situazione nel regno peggiora sempre più. Le tribù locali sono contrariate da guerra e calo dei ricavi per la caduta dei prezzi del petrolio. Pertanto, non è un caso che i sauditi abbiano iniziato a rialzarli. Nel frattempo, uno scontro tra sciiti e polizia si è verificato nella provincia orientale del regno saudita, con gravi perdite. Gli esperti sottolineano la possibilità di manifestazioni della popolazione sciita saudita, disposta a mostrare solidarietà agli huthi. La situazione rimane piuttosto tesa anche in Bahrayn. Ma le scintille esploderebbero prima sul confine saudita-yemenita, abitato da tribù yemenite che da sempre combattono i funzionari di Riyadh. Così il conflitto in Yemen prende una nuova dimensione che va ben oltre i suoi confini, ed è chiaro che finché gli huthi prevalgono mentre la coalizione non può sostanzialmente fare nulla, i sauditi presto saranno costretti a negoziare con lo Yemen, secondo una risoluzione delle Nazioni Unite.CBguaOAXIAAlSexViktor Titov, Ph.D, è un commentatore politico sul Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Giornata nera alla roccia nera: i palestinesi all’ultima spiaggia, o aiutano la Siria e il Baath o spariscono

Ziad al-Fadil, Syrian Perspective 6 aprile 2015CB68JiSWAAAlP5nSe un movimento di liberazione sembra un accordo finanziario, questo è il movimento di liberazione palestinese. Non importa ciò che i palestinesi dicono di se stessi; con un clamore troppo ostentato per un rispetto immeritato poiché, come si suol dire, hanno il più alto livello d’istruzione pro-capite del mondo e più importanti conquiste dell’auto-vittimizzazione rispetto a nativi americani, armeni, ebrei e tartari della Crimea. Anche il nome, al-Fatah, descrive la discesa di un popolo dai picchi del diritto all’ipocrisia dell’auto-immolazione in una tragedia granguignolesca perché, come vedrete, al-Fatah è un acronimo così moribondo che puzza di morte, quasi come se il nome sia stato inventato da un sionista su incarico di certi sauditi che si crede discendano dagli ebrei Qaybar d’Arabia. Ecco cos’è: al-Fatah deriva da Haraqat al-Tahrir al-Watani al-Filastini, il cui acronimo è Hataf, che significa “morte”, non proprio incoraggiante per i volontari provenienti dai numerosi campi profughi che punteggiano i confini arbitrari della Palestina storica. Beh, i palestinesi intelligenti decisero di sistemare le lettere (metatesi) capovolgendo “Hataf” in “Fatah” che (mutatis mutandis), significa “conquista” o “apertura”, molto meglio, anche se col retrogusto sgradevole di sapere il vero acronimo e dove tale movimento va a parare. Fin dall’inizio della tragedia, il Movimento di liberazione palestinese venne sussunto dal grandioso Movimento di liberazione arabo guidato da demagoghi carismatici come Jamal Abdal Nasir in Egitto e Huari Bumidiyan in Algeria, fino al fallimento del nazionalismo arabo nella debacle del giugno 1967, quando i palestinesi capirono che non c’era la reale speranza di ritornare in patria, al minimo, o di liberarla completamente, al massimo. Il mondo arabo era troppo fragile, troppo dilaniato dal settarismo, troppo oberato da sconvolgimento sociale, cupidigia, ideologie altisonanti radicate nel primo marxismo, leninismo, trotskismo, maoismo e tutte gli altri ossessioni-ismi europeidi, con chiacchierate in società, concerti rap e sciocchezze da sala biliardo dell’università americana di Bayrut. Decisero di fare da sé. Quando gli arabi cercavano di affiancarli, imploravano di non adottare la modalità dei vendicatori. Dall’orribile guerra del 1967 i palestinesi non riuscirono ad acquisire nuovi diritti, benefici o terre. Al contrario, i loro diritti furono strangolati dal regime sionista guidato da neonazisti come Yitzhak Shamir (Icchak Jeziernicky), Menahem Begin (Mieczyslaw Biegun) e Benjamin Netanyahu (Benjamin Mileikowski). I loro diritti furono radicalmente ridotti arrivando a servitù involontaria, servilismo e alla strana sensazione di essere ancora vivi. Le loro terre? Beh, ricorda solo l’incredibile contrazione del bastoncino di zucchero. Tutto ciò era terribile, non avevano dove andare.
SYRIA PEACE CYCLING TOUR ISRAEL Fin dall’inizio, la loro leadership fu irresponsabile, ondivaga e amorale. Quando Yasir Arafat, il loro iconico capo la cui diversità comportamentale difficilmente si distingueva da quella degli animali domestici, disse di aver permesso ai suoi collaboratori di rubare e accettare tangenti in modo da essere sazi e leali, diceva al mondo che la rivoluzione palestinese si era magicamente trasformata in una sorta di versione levantina della mafia di New York o della dogana dell’aeroporto di Bayrut. Furono così danneggiati che negli anni ’70 al-Fatah e OLP crearono la Qiyadat al-Qifah al-Musalah al-Filastini, una specie di polizia militare il cui compito era monitorare le trasgressioni nei propri ranghi. Come è andata a finire, non c’era nessuno a controllare il controllore e la corruzione divenne ancora più pervasiva in Libano, creando infine acrimonia continua e quindi la guerra civile. In Giordania, dove i palestinesi furono sconfitti nel settembre 1970 (settembre nero) dal regime hashemita supportato da sionisti e USA, o in Libano dove la loro presenza infastidiva le trincerate oligarchie maronite filo-occidentali, o in Siria dove, poi, divennero il bersaglio dei fanatici wahabiti, la loro fu una vita di continua rovina, degrado e masochismo imperturbabile. Ascoltandone i capi di oggi, Mahmud Abbas o Sayb Urayqat, la cui unica realizzazione è la biancheria da letto di Tzipi Livni, si potrebbe pensare che dovremmo stappare le bottiglie di Veuve Clicquot per un brindisi. E se si è fortunati, stappare bottiglie di Huis Clos. Infine conclusero il gioco nel successivo abominio dei cosiddetti vertici della Lega Araba che a malapena li cita, relegandoli allo status di terza classe, non diverso da quello sotto il tallone dei criminali sionisti. I palestinesi negoziarono lo “status speciale” nei Paesi arabi, dove i loro campi rimangono off-limits ai “regimi” arabi. L’esercito libanese da sempre molesta i funzionari del campo per avere qualche favore, qualche atto di rispetto. Che fosse il campo di Ayn al-Hilwa nel sud del Libano, o di Nahr al-Barid a nord dove l’esercito libanese assediò la banda omicida di Shaqir al-Absi, o di Baqah in Giordania, o qualunque enclave in cui fossero riusciti ad infilarsi, ricordando la loro dipendenza dagli inetti arabi, protessero la loro “rivoluzione” con una ferocia raramente dimostrata contro il peggiore degli oppressori. Vedete, quando il killer sionista e i suoi alleati in Libano vollero entrare a Sabra e Shatila, non negoziarono per nulla. Entrarono e massacrarono più di 3000 palestinesi. Ma non avete vissuto per vedere Yasir Arafat a Damasco scuotere la testa dimostrando finta repulsione con l’ex-vicepresidente siriano, traditore disgraziato e catamita dei francesi Abdulhalim Qadam, mentre guardavano in TV i corpi di famiglie palestinesi uccise da Samir Geagea e dai drogati di Eli Hobayqa, con l’ufficiale sionista Amir Drori che schioccava le labbra di soddisfazione. Indimenticabili. Diedi un gancio destro al muro più vicino rompendone l’intonaco. Arafat si faceva solo gli affari suoi.
Campo Yarmuq fu aperto nel 1958 e divenne un sobborgo di Damasco. Vi vivono per lo più palestinesi e alcune famiglie siriane, ed è esclusivamente sunnita, perché non potrebbero fare altrimenti! Considerando che una volta erano capanne fatiscenti, oggi vi sono appartamenti, boutique, mercati e altri indizi dell’intraprendenza finanziaria palestinese. Ma è anche un campo off-limits per l’esercito siriano, a meno che l’Autorità palestinese non tolga il divieto d’ingresso, ma s’è rifiutata di farlo perché la PA è un’organizzazione settaria al servizio dello Stato sionista, che blandisce gli statunitensi e coccola gli scimmioni trogloditi arabi. Vedete, quando si tratta di Mammona, non c’è peggiore supplicante del cosiddetto rivoluzionario palestinese. Tre giorni fa gli invasori del gruppo terroristico saudita-statunitense SIIL, aiutati dai nuovi alleati del gruppo terroristico saudita-statunitense Jabhat al-Nusra di al-Qaida, sono entrati da sud, dalla zona di Hajar al-Aswad (la roccia nera) nel campo Yarmuq, intrappolando 20000 abitanti e imponendo il loro nichilismo soffocante, nella canonica forma di un diritto adatto alle tribù del 10000 a.C. della valle di Olduvai. Fortunatamente, 2000 donne e bambini sono fuggiti verso l’esercito siriano che assedia il campo; l’esercito del governo legittimo della Siria ha rapidamente messo in sicurezza i profughi ad al-Tadamun e al-Zahiriya. L’esercito siriano ha ormai circondato il campo, manovrando per facilitare l’espulsione dei terroristi da Hajar al-Aswad. Una delle ragioni dell’attacco furono le informazioni ricevute dai terroristi secondo cui i palestinesi avevano stipulato tra loro un qualche patto per togliersi di mezzo gli ultimi cannibali nichilisti rimasti. I ratti non volevano nulla di tutto ciò e decisero di rendere la vita dei palestinesi ancora più miserabile di quanto i maroniti di destra libanesi e il loro padrone, l’Abominio sionista, avessero mai fatto.
Popular-Front-for-the-Liberation-of-Palestine-general-command Allora, di chi è la colpa di quest’ultimo fiasco? Si può accusare l’Esercito Arabo Siriano cui la miserabile e mercenaria PA non permise di entrare nel campo? Si possono accusare i selvaggi terroristi per la voglia istintiva di fare del Dio dell’Islam una specie di mostro patogeno? Oppure si può accusare la fallimentare leadership prostituita dei palestinesi, per aver trascinato in tale miseria coloro che guardano alla PA come una sorta di centro di gravità, e fors’anche come governo capace di prendere decisioni razionali volte ad alleviarne le sofferenze? Decisioni razionali? Considerando che il movimento sionista non teme di promuovere organizzazioni internazionali, gruppi di riflessione, associazioni di consulenza ed altri centri ebraici per raccogliere le conoscenze necessarie per mantenere il suo Stato-Ghetto sionista, i palestinesi, con tutto le loro arie sul maggiore numero pro-capite di laureati, non hanno bisogno di tali organizzazioni, gruppi di riflessione o associazioni. Al diavolo, la leadership palestinese è così straordinariamente abile nelle forme più profonde di pensiero politico che l’infusione di ulteriori consigli, conoscenze e aiuto dai geni della diaspora sarebbe superflua, quasi patetica. Con Abbas e Urayqat al timone, i palestinesi non rischiano il successo; fallimento e frustrazione sono sempre dietro l’angolo. Come Robert Gates disse una volta, “i palestinesi non si lasciano sfuggire l’occasione di perdere una chance“.
Il governo siriano, per decenni, ha dovuto intercettare il campo palestinese attraverso una serie di sotterfugi, creando al-Sayqa, risposta siriana a Fatah al-Asifa. Al-Sayqa era una milizia palestinese con molti ufficiali siriani. Poté agire nel campo e trasmettere informazioni su ciò che i palestinesi facevano sul piano militare. Un altro era il ramo palestinese dell’intelligence generale siriana che controllava e gestiva centinaia di residenti palestinesi in Siria e che avevano il compito di riferire sulle questioni relative alla “rivoluzione”. Altre fonti d’informazione furono il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Comando Generale) guidato dal capitano dell’esercito siriano Ahmad Jibril, palestinese di Yazur, Palestina, il cui interesse per l’ideologia era parallela all’interesse di un coccodrillo nel farsi spuntare le ali per volare. Jibril era ossessionato dalle dottrine militari, non da Marx, Lenin o Mao. Ogni volta i palestinesi rigettarono gli sforzi siriani per portare la rivoluzione nell’ambito del pensiero nazionalista arabo. Vi furono momenti in cui palestinesi, per motivi che possono essere imputabili solo a stupidità o settarismo, in realtà cercavano il conflitto con l’unica nazione araba il cui impegno per la Palestina era inattaccabile. Oggi, con il campo ancor più in frantumi con l’arrivo delle forze demoniache filo-saudite, la PA dev’essere dura con se stessa e decidere da che parte stare sul serio. Se sarà con gli Stati Uniti, continuerà a subire sconfitte. Non si rivolga a chiedere aiuto alla Lega araba, che ha sospeso l’adesione della Siria. Se sarà dalla parte dei sauditi, allora al diavolo la Palestina, perché è una causa persa. L’Arabia Saudita non è diversa dalla spazzatura sionista che protegge. Ma se i palestinesi pensano alla rivoluzione del 1967 e di come fallì forse, solo per questa volta, si uniranno al governo siriano e al Baath per riorganizzarsi sul modo con cui affrontare i nemici interni ed esteri, i nemici acquistati dagli arabi della penisola, i nemici che disperdono il patrimonio antico dei popoli di questa terra e che non esiteranno a distruggere ogni reliquia delle terre ricche di storia della Siria meridionale e della Palestina. Questa è la loro ultima possibilità. Ora o mai più.

Sayad Nasrallah e Ahmad Jibril

Sayad Nasrallah e Ahmad Jibril

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mentre lo cercavano ovunque, Putin guidava una rivoluzione silenziosa

PolitRussiaReseau International 5 aprile 2015EEU-kashagan.today_-938x535Sono sempre sorpreso dalle teorie cospirative sul nostro presidente. Putin è un uomo politico unico, è estremamente sincero; sincero per quanto possibile date le limitazioni del capo di una superpotenza nucleare. Lo stile comunicativo di Putin ha inevitabilmente un forte impatto sul lavoro dei suoi subordinati. Così, quando Peskov disse in diretta su Eco di Mosca che “L’ordine del giorno è ormai molto fitto, soprattutto per la crisi. Attualmente vi sono comunicazioni continue tra governo, imprese pubbliche e naturalmente banche, ci vuole tempo“, e ciò andrebbe considerato come il più affidabile. Non è necessario fare appello alle teorie del complotto quando economicamente in Russia e all’estero, vi sono cambiamenti realmente rivoluzionari. Perché i media vi prestano così poca attenzione? È un altro problema su cui torneremo. Allora cos’è successo nell’economia internazionale e russa durante la “scomparsa” dagli schermi televisivi di Putin?
1. La Cina ha annunciato la creazione di un proprio sistema di pagamento interbancario, analogo al SWIFT, entro la fine del 2015. Dicembre 2015 – gennaio 2016 sarà il momento in cui la guerra economica tra Stati Uniti e resto del mondo entrerà nella fase attiva.
2. Putin ha incaricato il Ministero delle Finanze e la Banca centrale di sviluppare un piano per finanziare la costruzione di centrali elettriche in Crimea. Secondo il Ministro dell’Energia Novak: “La Banca centrale in questo caso ci permette di eseguire un’operazione finanziaria per fornire liquidità alle banche creditrici… Una richiesta è stata presentata a Banca Centrale e Ministero delle Finanze per preparare e presentare un piano finanziario… per il pagamento degli interessi sui prestiti, per circa 80 miliardi di rubli”. Secondo la Costituzione (durante la colonizzazione occidentale negli anni ’90 – Kristina Rus) Putin (o Medvedev) non avrebbero avuto diritto d’impartire istruzioni alla Banca centrale. La banca centrale è indipendente ma si scopre che in realtà non lo è affatto. Se l’ordine del presidente viene eseguito come indicato da Novak (la Banca Centrale finanzia le banche che finanziano le società russa per la costruzione di centrali elettriche in Crimea), allora avremo ciò che i patrioti di tutti i tipi hanno a lungo chiesto: la Banca centrale che finanzia lo sviluppo economico del proprio Paese. Una rivoluzione. Una rivoluzione silenziosa. Inoltre, mutui e prestiti agricoli saranno sovvenzionati, un altro grande successo.
3. Dopo l’approvazione da parte del Governo, la Banca centrale del Kazakistan ha annunciato un piano per la de-dollarizzazione dell’economia entro la fine del 2016. L’obiettivo principale è sbarazzarsi dell’instabilità macroeconomica creata dalla valuta statunitense. Nazarbaev è un politico dalla grande intuizione e con seri legami con Pechino e Mosca. L’approvazione definitiva ed immediata della politica di de-dollarizzazione è un chiaro segnale della posizione del Kazakhstan nell’ambito dell’acuto scontro economico imminente.
4. Il 10 marzo 2015, il Presidente Putin ha incaricato la Banca centrale della Federazione russa e il governo a determinare la fattibilità della creazione di un’unione monetaria dell’UEE (Unione eurasiatica). RIA Novosti ha rivelato che la nuova valuta dell’UEE, Altyn (o Evraz) potrebbe apparire nel 2016.
5. Goldman Sachs, una delle maggiori banche degli Stati Uniti, controllore occulto della FED e “portfolio” dell’élite mondiale che Khazin chiama “agenti di Rothschild”, ha fatto una previsione… raccomandando l’acquisto di obbligazioni russe. Si, avete letto bene: acquistare obbligazioni russe! La massima banca degli USA consiglia l’acquisto di titoli del Paese che secondo Obama avrebbe l’economia “a pezzi!”
6. La Gran Bretagna desidera entrare nel capitale della Banca di investimenti infrastrutturali asiatica, l’istituzione finanziaria internazionale che la Cina ha fondato per contrapporsi e sostituire la Banca Mondiale controllata dagli Stati Uniti. Un affronto mondiale di Londra verso Washington. La reazione di Washington ricorda la reazione di uno zoticone razzista che sorprende la moglie inglese a letto con l’amichetto cinese: furiosa. Un alto funzionario dell’amministrazione Obama ha detto al Financial Times che l’iniziativa inglese di entrare nel piano del capitale cinese “non è il modo migliore di comportarsi con una potenza emergente“. “La potenza emergente” per gli Stati Uniti traditi è la Cina! La cosa interessante è che Londra non s’è presa nemmeno la briga di rispondere all’indignazione di Washington.
In questo contesto, è facile vedere quanto Putin sia occupato. Ha domato la Banca centrale e ha mantenuto i contatti internazionali e fatto sì che la Russia sia al vertice quando le tensioni nel conflitto economico globale saranno finite. Fin qui tutto bene. La vittoria sarà nostra.

Valuta dell’UEE e de-dollarizzazione
Viktoria Panfilova New Eastern Outlook 02/04/2015

7F4AFBA6-5772-4E2B-901B-DE7B3F2062CF_mw1024_s_nL’unione monetaria è la conclusione logica del processo d’integrazione tra Russia, Kazakistan e Bielorussia nell’Unione economica eurasiatica (EEU), portando l’economia eurasiatica a nuovi livelli. La moneta unica, eventualmente chiamata Altyn, diverrà la base per la formazione di un mercato e forse anche di un’economia unificati. Il presidente russo Vladimir Putin avanzava la proposta di creare l’unione monetaria nel corso di una visita ad Astana. Il leader russo ritiene che l’introduzione della nuova moneta, il prossimo anno, proteggerà l’economia dell’UEE. Non è un’idea nuova, però. L’iniziativa d’introdurre una moneta unica appartiene al presidente kazako Nursultan Nazarbaev. Ne parlò per la prima volta nel 2003, sottolineando che dovrebbe essere la moneta sovranazionale dei Paesi dell’Unione doganale, Russia, Bielorussia e Kazakistan. Nazarbaev propose, allora, di chiamarla Altyn e furono ideati i prototipi delle banconote. Ma l’idea, anche se sostenuta dai leader dell’Unione doganale, fu in realtà promossa piuttosto debolmente. Inoltre, quando l’accordo fu firmato creando l’UEE nel maggio 2014, l’emissione della banconota fu rinviata al 2025, assieme all’istituzione della Banca Centrale dell’UEE. Così, i leader si occupano dell’attuazione degli accordi immediati. Alla fine del 2015 tutte le barriere nel mercato dei beni saranno rimossi. Dal 2016 si prevede che sarà creato un mercato unico per i beni medici e i farmaci. Saranno risolti i problemi sul mercato dell’alcool e si prevede che tutte le questioni del mercato dell’energia saranno risolte entro il 2019. E già dal 2025 verrà creato il mercato unico del petrolio e gas. La creazione di un mercato dei servizi finanziari è la fase finale. L’accordo sulla creazione di un organismo multifunzionale per la regolamentazione dei mercati finanziari si prevede sia firmato nel 2025, e solo dopo il completamento di queste fasi la moneta unica verrà introdotta. Così ha detto Saadat Asanseitova, direttore del Dipartimento per l’Integrazione della Commissione economica eurasiatica. La moneta unica dovrebbe aumentare il potenziale delle esportazioni totali dell’UEE. Allo stesso tempo, l’analista dei mercati dell’IFC Dimitrij Lukashev ritiene che l’introduzione dell’Altyn sia abbastanza fattibile. Russia, Bielorussia e Kazakistan ne hanno bisogno per allontanarsi da dollaro ed euro negli scambi interni, internazionali e per i piani d’investimento finanziario. Gli esperti non escludono che se la questione sia ripresa da Putin e che la creazione del mercato valutario sia accelerata. Tuttavia, il Kazakistan ha già iniziato a considerare la de-dollarizzazione della propria economia. Ma non è il momento di bandire il dollaro dal Kazakistan, non solo perché la popolazione ha i propri risparmi principalmente nella valuta statunitense, ma perché gli investitori stranieri non sono pronti a pagamenti in valute diverse dal dollaro. Tuttavia, la Banca nazionale sviluppa un piano specifico con il governo per ridurre la dollarizzazione dell’economia nel 2015-2016.
???????????????????????????????? Il governatore della Banca Nazionale del Kazakistan, Kairat Kelimbetov, ha detto che il piano di de-dollarizzazione dell’economia nazionale ha tre direzioni principali. La prima per la stabilità macroeconomica, adottando misure per ridurre gradualmente l’inflazione. La Banca nazionale calcola che l’inflazione scenderà al 3-4% entro il 2020. La seconda è sviluppare i pagamenti elettronici e ridurre il fatturato in nero. La terza è rafforzare il tenge (moneta nazionale) sulle valute estere. Secondo Kelimbetov una serie di misure è prevista: divieto d’indicare i prezzi per beni, servizi o lavoro in valuta estera; l’introduzione di norme per pagamenti in contanti tra privati nelle operazioni su beni mobili e immobili; aumento delle garanzie dei depositi da 5 milioni a 10 milioni di tenge. In terzo luogo, diminuzione del tasso di remunerazione del risparmio al 3%. Secondo Kelimbetov il piano di de-dollarizzazione dell’economia nazionale comporta il lancio di diversi regolamenti per i pagamenti in contanti tra privati per le transazioni su beni mobili e immobili. Questi cambiamenti, secondo il capo della Banca nazionale, saranno introdotti gradualmente nella legislazione a medio termine. Riguardo la domanda se il Kazakistan potrà abbandonare completamente i pagamenti in dollari, Elena Kuzmina, a capo del settore per lo sviluppo economico degli Stati post-sovietici dell’Istituto di Economia RAS, pensa che oggi per il Kazakistan sia possibile sostituire gradualmente il dollaro con altre valute, soprattutto lo yuan. Un certo numero di accordi con la Cina sono stati firmati in yuan o cambio yuan-tenge, e inoltre vi è un accordo tra le banche nazionali dei due Paesi. Ma non riguarda tutte le operazioni valutarie ma un certo volume valutario. Inoltre, nel quadro dell’UEE, un certo numero di contratti commerciali e produttivi russo-kazaki sono stati firmati in rubli o in valuta estera. Tuttavia, la situazione con il forte calo del rublo russo ha gravemente compromesso la crescita di tale tendenza. “Un altro processo che potrebbe essere avviato dalle autorità del Kazakistan sarà diretto a privare il dollaro della funzione di moneta parallela. Inoltre, l’unica unità economica ufficiale nel Paese è il tenge. Danneggerebbe seriamente la popolazione poiché ha risparmi soprattutto in dollari. Inoltre, secondo gli economisti kazaki, se nel 2012 i depositi in valuta della popolazione erano il 38%, oggi sono già il 45%“, ha detto Elena Kuzmina. Sul commercio estero, il principale prodotto di esportazione del Kazakistan sono gli idrocarburi legati al dollaro nel mercato mondiale. Forse quando venduti alla Cina ciò avverrebbe in moneta nazionale. Ma il Kazakhstan vende idrocarburi non solo alla Cina, ma anche a Europa, Iran e Russia, e la maggior parte di beni e tecnologie industriali viene acquistata in occidente. Molto probabilmente le autorità kazake possono e perseguiranno le politiche de-dollarizzazione, contribuendo a rafforzare l’economia nazionale, in tal modo aiutando Cina e UEE (a condizione che l’unione gestisca le questioni economiche dichiarate nel trattato UEE). Ma farlo rapidamente e per di più in una sola volta, non è possibile né saggio (il dollaro è ancora la valuta mondiale). Elena Kuzmina ha notato che la de-dollarizzazione diventa gradualmente una tendenza mondiale. “Non è una iniziativa indipendente del Kazakistan o un qualsiasi altro Paese che promuove o guida la politica della de-dollarizzazione“, ha detto l’economista. I parlamentari kazaki sono divisi sul tema. Alcuni sono convinti che il Kazakistan debba abbandonare comunque dollaro ed euro nei pagamenti. I deputati hanno calcolato che una banconota da 100 dollari costa solo 14 centesimi. Ciò significa che i Paesi che depositano i loro conti in valuta statunitense lavorano per l’economia di un solo altro Paese: gli Stati Uniti.

Viktoria Panfilova è editorialista Nezavisimaja Gazeta e della rivista online “New Eastern Outlook“.

Header_EEULa debacle degli USA in Asia: il TTP dopo l’AIIB?
Dedefensa 4 aprile 2015

20140222_USD001_0Mentre si leccano le gravi ferite raccolte con l’enorme disfatta subita con l’AIIB, la banca d’investimento lanciata dalla Cina, gli Stati Uniti ora affronterebbero una nuova disfatta sul teatro dell’Asia-Pacifico, riguardo al destino del cosiddetto Trattato di “libero commercio” Trans-Pacifico (TTP) che cercano d’imporre all’intera Asia-Pacifico, cioè a una serie di Paesi da cui la Cina è attentamente esclusa (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti e Vietnam). Qui, ciò che interessa il blocco che impedisce la conclusione dei negoziati per il terzo anno consecutivo, non riguarda il contenuto del Trattato ma il funzionamento dei poteri negli Stati Uniti. Molti Paesi, tra cui Canada e Giappone, si sono rifiutati di definire l’accordo se il Congresso non voterà la Trade Promotion Authority (TPA) del presidente, versione speciale per la TPP del Fast Truck Authority, generalmente richiesta dal presidente per negoziare e concludere un trattato. (Si tratta di  una legge che accorda al Congresso il diritto di votare “sì” o “no” quando sarà presentato il trattato, ma non il diritto di apportarvi emendamenti). La possibilità di ottenere la TPA sembra impossibile per il 2015, e anche per il 2016 (anno delle elezioni presidenziali), e così via. Ennesimo esempio dell’assolutamente paralizzante conflitto a Washington tra potere esecutivo e potere legislativo, tra presidente democratico odiato dai repubblicani e Congresso repubblicano. (Sul lato transatlantico del TTIP, nei negoziati l’UE ha visto qualcosa in tal senso? Avevamo evidenziato l’ostacolo fondamentale del FTA (cfr. 10 gennaio 2014 e 1 febbraio 2014). Sulla TTIP si veda Jacques Sapir, 4 aprile 2015). Altra conferma che paralisi ed impotenza del potere a Washington sono tra i più imponenti ed efficaci aspetti della decadenza-disintegrazione del potere degli Stati Uniti. Il sito WSWS.org del 4 aprile 2015 dà conto dello stato attuale dei negoziati, da cui prendiamo questi passaggi.
Dopo aver subito una sconfitta decisiva nel tentativo d’impedire ad altri Paesi di unirsi alla nuova Banca di investimenti infrastrutturali asiatica della Cina (AIIB), il governo degli Stati Uniti affronta crescenti difficoltà nella grande operazione per dominare la regione Asia-Pacifico: la cosiddetta Trans-Pacific Partnership (TPP). Nelle Hawaii, il mese scorso, l’ultimo round dei cinque anni di colloqui sul TPP tra i 12 governi interessati, è finito senza ulteriori accordi. Per il terzo anno consecutivo, la scadenza della Casa Bianca per un accordo finale sembra destinata ad essere violata nel 2015. Significativamente, il principale ostacolo questa volta non sono le distanze tra Stati Uniti e Giappone sui mercati dell’auto e agricolo, ma i dubbi sulla capacità del presidente Barack Obama di avere l’approvazione del Congresso a firmare l’accordo. (…) La volontà di questi Paesi nel fare le dovute concessioni agli Stati Uniti, è minata dal fallimento di Obama nel garantirsi il supporto per la Trade Promotion Authority (TPA), in modo da firmare il TPP e poi farlo ratificare dal congresso con un mero “sì” o “no”. Senza il TPA, il Congresso potrebbe imporre emendamenti all’accordo negoziato, annullandolo. Secondo Japan Times: “Diversi partner, tra cui Canada e Giappone, hanno pubblicamente dichiarato che non concluderanno i negoziali finché il Congresso non concederà la TPA all’amministrazione Obama. Con il profilarsi delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, un ulteriore ritardo rischia realmente di ritardare il TPP al 2017. Gran parte della resistenza del Congresso degli Stati Uniti è legata alle lobby protezionistiche delle industrie nazionali e dei sindacati...”

US-IRAQ-OBAMATraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La coalizione saudita contro lo Yemen

Alessandro Lattanzio, 5/4/2015Houthis-3Anche se diverse agenzie e un portavoce della coalizione saudita si sono affrettati a riferire la distruzione totale dell’Aeronautica yemenita (YAF) con i raid aerei della coalizione, sembra che gli attacchi alle basi aeree dello Yemen non siano mai state volte a neutralizzare l’YAF, ma piuttosto ad avvertirla a non reagire. Il primo raid sulla base aerea al-Dulaymi, che condivide la pista con il Sana International Airport, ha visto la pista e un hangar distrutti assieme a 1 CN-235, 1 Beechcraft Super King Air, 1 AB-412 e 1 UH-1H, che non erano i mezzi più importanti dell’Aeronautica yemenita. Al contrario, questi 4 aeromobili era già stati radiati, necessitando di pezzi di ricambio da Arabia Saudita e Stati Uniti, che si rifiutavano di consegnarli per paura che la YAF operasse agli ordini di Ansarullah. Gli altri mezzi statunitensi ancora in servizio nell’Aeronautica yemenita, come gli F-5E, sono allo stremo per mancanza di pezzi di ricambio, e dovranno essere cannibalizzati per mantenere operativa almeno parte della flotta. Il primo attacco potrebbe quindi essere stato un avvertimento alla YAF a non partecipare al conflitto, rimanendo in attesa nelle basi aeree. Se Mansur Hadi ritornasse al potere, sicuramente ne avrebbe bisogno per colpire l’opposizione. Ciò potrebbe significare che la coalizione saudita risparmierà le preziose cellule dell’YAF il più possibile, impedendone l’uso per conto di Ansarullah. La pista è stata riparata in un giorno, permettendo all’Aeronautica yemenita di poter operare di nuovo. In risposta alla decisione di Ansarullah di riparare la pista e al fatto che l’YAF continua ad operare dalla base aerea, un secondo raid fu condotto contro la base di al-Dulaymi. Il raid del 29 marzo 2015 vide i cacciabombardieri della Royal Saudi Air Force (RSAF) colpire 11 hangar che avrebbero ospitato i MiG-29 dell’Aeronautica yemenita, ma almeno 6 hangar apparivano vuoti. Lo Yemen disporrebbe di 20 MiG-29 suddivisi tra la principale base aerea di al-Dulaymi e la base aerea di al-Anad, dove vi è un distaccamento con un paio di MiG-29. Ciò significa che non tutti i rifugi dei MiG-29 di al-Dulaymi erano occupati dai MiG-29. Una parte della flotta era concentrata nel capannone per la manutenzione.
041411130446k9ld868l6k72ivi All’operazione saudita partecipa il Sudan; Omar al-Bashir, presidente del Sudan, aveva dichiarato, “Il Sudan esprime supporto illimitato alla coalizione a sostegno della legittimità e conferma la partecipazione attiva alla coalizione per mantenere la pace e la stabilità nella regione”. Il colonnello Qalid Sad al-Sawarmy, portavoce delle Forze armate sudanesi, aveva detto che l’obiettivo dell’operazione era “proteggere i luoghi santi islamici e la regione”. Il Sudan cerca di bilanciarsi tra Paesi del Golfo e Iran, oltre al fatto che possibili esclusione economica, sanzioni ed espulsione di circa tre milioni di espatriati sudanesi che lavorano nel Golfo, sono fattori importanti nella decisione di Khartum di partecipare all’operazione contro lo Yemen. Intanto, gli Stati Uniti riavviavano l’invio di armamenti all’Egitto, dopo il congelamento imposto con la deposizione del presidente islamista Mursi. L’amministrazione Obama così consegnerà all’Egitto 12 caccia F-16, 20 missili antinave Harpoon e 125 kit per carri armati M1A1 Abrams, e inoltre Washington avrebbe ripreso l’invio di 1,3 miliardi di dollari di rifornimenti militari statunitensi all’Egitto. “Non abbiamo deciso di partecipare a tale guerra. Non abbiamo fatto alcuna promessa. Non abbiamo promesso alcun sostegno militare alla coalizione saudita contro lo Yemen“, dichiarava invece il ministro della Difesa del Pakistan Khawaja Asif. “In Siria, Yemen e Iraq la divisione è alimentata, ma va contenuta. La crisi ha le sue linee di faglia anche in Pakistan, non vogliamo risvegliarle. Tante minoranze e sette vivono in Pakistan. Qualsiasi assicurazione all’Arabia Saudita è volta alla difesa della sua integrità territoriale, ma vi assicuro che non vi è alcun pericolo di farsi coinvolgere in una guerra settaria“, affermava un ufficiale pakistano, “Nella precedente visita in Arabia Saudita, il premier Sharif e il comandante dell’esercito pakistano avevano deciso che inviare delle unità non sarebbe possibile“.
Il 30 marzo, la 19.ma Task Force della Marina dell’Esercito di Liberazione del Popolo Cinese (PLAN), in missione anti-pirateria nel Golfo di Aden e composta dalle fregate lanciamissili Linyi e Weifang e dalla nave rifornimento Weishanhu, avviava l’evacuazione di oltre 500 cittadini cinesi dal porto di al-Hudaydah, e altri 225 da Aden, nello Yemen. Il 1° aprile il governo indiano inviava 2 aerei da trasporto pesante C-17 Globemaster III dell’Indian Air Force (IAF), che rimpatriavano 358 cittadini indiani, e le navi della Marina INS Sumitra, INS Mumbai e INS Tarkash di scorta ai traghetti Kavaratti e Corals, per evacuare i restanti cittadini indiani. Dal 2 aprile, 4 aerei russi erano giunti a Sana evacuando oltre 600 cittadini russi dallo Yemen. 250 algerini venivano bloccati a Jiddah, il 4 aprile, per il divieto agli aerei di Air Algeria di attraversare lo spazio aereo saudita. Dopo l’offensiva aerea lanciata dai sauditi il 25 marzo contro lo Yemen, l’Algeria istituiva un centro di crisi per monitorare gli eventi. Presidenza della Repubblica e Ministero della Difesa nazionale e degli Esteri vi si coordinavano, studiando un piano di evacuazione. L’Arabia Saudita era contrariata dall’atteggiamento di Algeri, che criticava l’aggressione allo Yemen. Da Sana 160 algerini, 40 tunisini, 14 mauritani, 8 libici, 3 marocchini e 1 palestinese: 230 persone, dovevano essere evacuate dagli algerini che inviano un Airbus A330 dell’Air Algeria a Sana, che decolla il 3 aprile da Algeri. Il Ministero degli Esteri avvertiva Arabia Saudita ed Egitto della missione, condividendo il piano di volo con tutti i Paesi da sorvolare. Ma una volta che il volo entrava nello spazio aereo saudita, i caccia e il controllo del volo respinsero dallo spazio aereo l’Airbus che rientrava a Cairo, dove l’equipaggio fu fermato per 48 ore. Poi l’aereo decollò finalmente per Sana, recuperando le 230 persone da evacuare, che venivano poi bloccate all’aeroporto di Jiddah, prima di rientrare ad Algeri.1020103256Il 30 marzo, i sauditi bombardavano il campo profughi di al-Mazraq, nel governatorato di Hajah, uccidendo 29 persone e ferendone 41. Il 31 marzo navi statunitensi lanciavano un missile da crociera contro la base missilistica yemenita di Faj Atan. I comitati popolari di Ansarullah assumevano il controllo della base militare della 17.ma Brigata, a Bab al-Mandab, provincia di Taiz, che sorveglia lo stretto. Un raid aereo saudita sul porto di Hudaydah distruggeva due fabbriche di alimentari, uccidendo 37 operai. I sauditi colpivano anche una base militare a Sana e un edificio governativo a Sadah, nel nord dello Yemen. Ansarullah perdeva 35 soldati contro le milizie filo-saudite nei combattimenti per una grande base militare nella provincia di Shabwa, dove le forze filo-saudite perdevano a loro volta 20 elementi. A Dhalya, 100 km a nord di Aden, negli scontri con Ansarullah i filo-sauditi perdevano altri 10 elementi. Il 1° aprile, Ansarullah prendeva il controllo della residenza di Abdurabu Mansur Hadi ad Aden, dopo scontri costati 30 morti; intanto il Consolato Generale della Russia di Aden veniva danneggiato dai bombardamenti della coalizione saudita e poi saccheggiato dai miliziani di Ansarullah che, irrompendo nell’edificio, sottraevano attrezzature e documenti. In effetti, nel novembre 2014, i rappresentanti degli indipendentisti dello Yemen del sud consegnarono una lettera al consolato russo di Aden per chiedere aiuto per la secessione da Sana. Mosca però non rispose, in linea con la propria posizione sul conflitto yemenita, evitando di parteggiare con una delle parti prima della fine del conflitto. Il 2 aprile, i terroristi di al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP) attaccavano municipio, prigione centrale e banche di Muqala, liberando 300 detenuti islamisti. Il 3 aprile, aerei sauditi paracadutavano armi nella provincia di Aden, in favore dei combattenti dell’ex-presidente Abdurabu Mansur Hadi.
Va ricordato che fino al 1990 lo Yemen era diviso in due, e Aden era la capitale della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen (Yemen del Sud), che rientrava nell’orbita sovietica. 5000 consiglieri militari sovietici collaboravano con il governo locale e oltre 50000 yemeniti (tra cui l’ex-presidente Mansur Hadi), studiarono nell’URSS. Oggi, nella regione di Aden operano la federazione tribale Hashid, guidata dal parlamentare Abdullah ibn Husayn al-Ahmar, e il gruppo paramilitare guidato dal generale Ali Muhsan al-Ahmar. La Repubblica Democratica Popolare dello Yemen era un Paese socialista, più moderno e più istruito dello Yemen del Nord, ed oggi la sua eredità è rappresentata dal Partito Socialista yemenita. Dopo l’unificazione, Sana emarginò ed espulse i sudisti dall’esercito e dalle forze dell’ordine suscitando il malcontento che alimenta il movimento indipendentista. Nel febbraio 2015, una delegazione di Ansarullah incontrò dei parlamentari russi a Mosca, chiedendogli di riconoscere l’autorità di Ansarullah. Ma l’incontro avvenne due giorni dopo che l’ex-presidente Mansur Hadi aveva ritirato le dimissioni. Due settimane dopo l’ambasciatore russo nello Yemen incontrava l’ex-presidente Mansur Hadi ad Aden, per esprimengli il sostegno della Russia. Quindi, a fine marzo 2015, il ministro degli Esteri di Mansur Hadi, Riyadh Yasin, incontrava il viceministro degli Esteri russo Bogdanov, durante il vertice della Lega araba in Egitto, a Sharm al-Shaiq. Dopo l’avvio dei raid sauditi, il portavoce del Ministero degli Esteri russo Aleksandr Lukashevich dichiarava che “i metodi armati per risolvere i problemi interni yemeniti sono categoricamente inaccettabili” e che il conflitto nel Paese “può essere risolto solo con un ampio dialogo nazionale”.
CBC3F-WU8AAKR-o Il 3 aprile, aerei da guerra sauditi bombardavano Sana, Sada, Ranah, Faqim, Munabah, Ghamir e Ghur, uccidendo 18 civili. L’esercito yemenita si scontrava con al-Qaida a Qraytar e Mutala, e con le milizie di Mansur Hadi ad al-Husn, Mala, Shabaqa e Aden dove avanzava su Shayq Udwan e Mansura, rastrellando le aree a nord e a ovest di Aden. Il portavoce di Ansarullah, Muhammad Abdulsalam, dichiarava “Nella seconda settimana dell’aggressione, gli invasori non hanno raggiunto alcun obiettivo morale o militare. Hanno distrutto solo infrastrutture e strutture pubbliche e private per colpire il popolo yemenita. Hanno distrutto beni pubblici e fabbriche dello Yemen, è stupidità non una vittoria“. Il 5 aprile, i sauditi bombardavano il porto di al-Salif, nella provincia di al-Hudaydah, l’aeroporto militare di al-Hudaydah, depositi militari sul Jabal Nuqum, una base della Guardia Repubblicana, il quartier generale della polizia militare e una base dei genieri a Sana, uccidendo 11 civili. Altre 24 persone furono uccise nei bombardamenti aerei sauditi nelle province yemenite di Abyan e al-Bayda, il 4 aprile. Ad Aden, 36 militanti di Ansarullah e 11 miliziani filo-sauditi decedevano nei combattimenti nel quartiere Muala, vicino al porto, de dove Ansarullah veniva respinto.

yemen_ing-06-2-jpg20141020195918Lo Yemen e l’Oceano Indiano
L’arcipelago yemenita di Suqutra (Socotra) nell’Oceano Indiano si trova a 80 chilometri al largo del Corno d’Africa e a 380 km a sud della coste yemenite. L’isola di Suqutra è al crocevia delle rotte strategiche del Mar Rosso e del Golfo di Aden. Gran parte delle esportazioni industriali cinesi verso l’Europa occidentale transita attraverso questa rotta. Il commercio marittimo da Est e Sud Africa verso l’Europa occidentale transita in prossimità di Suqutra attraversando Golfo di Aden e Mar Rosso. Una base militare a Suqutra potrebbe essere utilizzata per sorvegliare il movimento delle navi sul Golfo di Aden. “L’Oceano Indiano è un’importante via marittima che collega Medio Oriente, Asia orientale e Africa con Europa e Americhe. Vi sono quattro vie di accesso fondamentali che agevolano il commercio marittimo internazionale: Canale di Suez in Egitto, Bab-al-Mandab (tra Gibuti e Yemen), Stretto di Hormuz (tra Iran e Oman) e Stretto di Malacca (tra Indonesia e Malaysia). Tali ‘stetti’ sono fondamentali per il commercio mondiale del petrolio, per le enormi quantità di greggio che li attraversa“. (Amjed Jaaved, Un nuovo focolaio di rivalità, Pakistan Observer, 1 luglio 2009) Inoltre, il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi affermava al Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) dell’Egitto che “Garantire la navigazione nel Mar Rosso e proteggere lo stretto di Bab al-Mandab è una questione di sicurezza nazionale egiziana e araba“. Dal punto di vista militare, l’arcipelago di Suqutra è su un nodo strategico marittimo. Inoltre, l’arcipelago si estende su un’area marittima relativamente grande del Golfo di Aden, a partire dall’isola di Abd al-Quri. Questa zona marittima di transito internazionale si trova nelle acque territoriali yemenite. L’obiettivo degli Stati Uniti è sorvegliare l’intero Golfo di Aden, dalle coste yemenite a quelle somale. Suqutra è a circa 3000 km dalla base navale statunitense di Diego Garcia, tra le più grandi strutture militari all’estero degli USA. Il 2 gennaio 2010, l’allora presidente Salah e il generale David Petraeus, allora comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, s’incontrarono a porte chiuse, per ridefinire il coinvolgimento militare USA nello Yemen, tra cui la creazione di una base militare sull’isola di Suqutra. L’ex-presidente dello Yemen, Ali Abdullah Salah, avrebbe “ceduto Suqutra agli statunitensi che vi avrebbero ostruito una base militare, sottolineando che i funzionari degli Stati Uniti e del governo yemenita decisero d’istituirvi una base militare per contrastare i pirati e al-Qaida“. (Fars News, 19 gennaio 2010) Il giorno prima della riunione Salah-Petraeus a Sana, il generale Petraeus confermò che l'”assistenza alla sicurezza” dello Yemen sarebbe passata da 70 ad oltre 150 milioni di dollari, un aumento di 14 volte dal 2006. La creazione di una base aerea sull’isola di Suqutra fu descritta dai media statunitensi come parte della “guerra globale al terrorismo”: “Tra i nuovi programmi, Salah e Petraeus hanno deciso di consentire l’uso di aerei statunitensi, forse droni, così come di “missili navali”, in operazioni preventivamente autorizzate dagli yemeniti, secondo un alto funzionario yemenita. I funzionari degli Stati Uniti dicono che sull’isola di Suqutra, a 200 miglia dalle coste yemenite, si costruirà da una piccola pista di atterraggio una base completa per sostenere un maggiore programma di aiuti nella lotta ai pirati somali. Petraeus voleva anche rifornire le forze yemenite di attrezzature come Humvees blindati ed ulteriori elicotteri“. La struttura militare statunitense proposta a Suqutra, tuttavia, non si limitava a una base aerea. Era anche prevista una base navale. Lo sviluppo dell’infrastruttura navale di Suqutra era già in cantiere; un paio di giorni prima dell’incontro Petraeus-Salah, il governo yemenita approvò 14 milioni di dollari di prestiti dal Fondo del Quwayt per lo sviluppo economico arabo (KFAED) per lo sviluppo del previsto porto di Suqutra. L’arcipelago yemenita rientra nel Grande Gioco che oppone Russia e USA. Durante la guerra fredda, l’Unione Sovietica aveva una presenza militare a Suqutra, che all’epoca faceva parte dello Yemen del Sud. Nel 2009, i russi ebbero nuovi colloqui con il governo yemenita per creare una base navale sull’isola. Un anno dopo, nel gennaio 2010, nella settimana successiva alla riunione Petraeus-Salah, un comunicato della marina russa “conferma che la Russia non aveva rinunciato ai piani per una base navale… sull’isola di Suqutra“. Nel 1999, Suqutra fu scelta “come sito su cui gli Stati Uniti prevedono di costruire una base dell’intelligence elettronica…” I media dell’opposizione yemeniti riferirono che “l’amministrazione dello Yemen accettava di permettere agli Stati Uniti l’accesso militare a un porto e a un aeroporto a Suqutra“. Secondo il quotidiano dell’opposizione al-Haq, “un nuovo aeroporto civile a Suqutra, per promuovere il turismo, sarà opportunamente costruito in conformità alle specifiche militari degli USA“. La creazione di tale base militare degli Stati Uniti rientrerebbe nel processo di controllo dell’Oceano Indiano, integrando l’isola nella struttura incentrata dalla base militare di Diego Garcia, nell’arcipelago delle Chagos.socotra-island-xeric-shrubNell’ambito di questo processo, nel 2004, durante il vertice della NATO ad Istanbul, veniva istituto il programma di partnership militare in Medio Oriente: l’Iniziativa di cooperazione di Istanbul (ICI) che comprende i membri del Consiglio di cooperazione del Golfo Bahrayn, Quwayt, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Bahrayn ed Emirati Arabi Uniti avevano truppe sotto il comando della NATO in Afghanistan, e Qatar ed Emirati Arabi Uniti inviarono aerei da guerra a bombardare la Libia nel 2011. Per la NATO “la sicurezza dei suoi partner nel Golfo è d’interesse strategico“. Il 14 giugno 2012, l’assistente del segretario di Stato per gli affari politico-militari Andrew Shapiro dichiarò al Global Economic Statecraft Daysottolineiamo l’impegno degli USA a mettere il lavoro degli americani al centro della politica estera… Il nostro lavoro in campo politico-militare, espandendo la cooperazione per la sicurezza con i nostri alleati e partner, è fondamentale per la sicurezza nazionale e la prosperità economica degli Stati Uniti. Ed è anche una parte importante degli sforzi del dipartimento di Stato per governare l’economia… Oggi posso confermare che è già un anno record per le vendite militari all’estero, vendite tra governi. Abbiamo già superato 50 miliardi di dollari di vendite nell’anno fiscale 2012. Ciò rappresenta un aumento di almeno 20 miliardi di dollari dall’anno fiscale 2011, e abbiamo ancora un trimestre fiscale. Mettendo ciò nel contesto, l’anno fiscale 2011 è stato un anno record con poco più di 30 miliardi. Quest’anno fiscale sarà almeno del 70 per cento più grande dell’anno fiscale 2011…” Il 60% delle vendite di armi all’estero era dovuto a un contratto da 30 miliardi di dollari con l’Arabia Saudita per 84 jet da combattimento F-15S, firmato nel dicembre 2011 nell’ambito di un accordo da 67 miliardi di dollari del 2010 per la vendita anche di bombe antibunker da 2 tonnellate, 72 elicotteri d’assalto Black Hawk e 70 elicotteri d’attacco Apache Longbow, missili Patriot Advanced Capability-2 e navi da guerra. Il più grande contratto bellico nella storia. Inoltre il 25 dicembre gli Stati Uniti firmarono un accordo per vendere 96 missili intercettori Terminal High Altitude Area Defense (THAAD) agli Emirati Arabi Uniti, il primo Stato arabo ad aprire un’ambasciata presso la NATO. L’11 giugno 2012 Stati Uniti e Turchia iniziarono le esercitazioni Anatolian Eagle-2012/2 cui parteciparono aerei da guerra di USA, Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Pakistan, Spagna e Italia.
Lo geostratega dell‘US Navy, contrammiraglio Alfred T. Mahan, scrisse che “chi raggiunge la supremazia marittima nell’Oceano Indiano sarà un attore di primo piano sulla scena internazionale“. (L’Oceano Indiano e la nostra sicurezza). Ciò che intendevano gli scritti del contrammiraglio Mahan sul dominio strategico degli Stati Uniti sui grandi oceani, e l’Oceano Indiano in particolare, era che “Questo oceano è la chiave dei sette mari del XXI secolo; il destino del mondo sarà deciso in queste acque“.

2000px-South_Yemen_in_its_region.svgRiferimenti:
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Lo Yemen scatenerà la “guerra tra blocchi”?

Sharmin Narwani, Global Research, 3 aprile 2015 houthiC’è confusione mediatica su ciò che accade nello Yemen e in Medio Oriente. Gli esperti sottolineano che gli Stati Uniti seguono una politica schizofrenica sostenendo parti contrapposte nella lotta contro l’estremismo qaidista in Iraq e Yemen. Ma non è così difficile capire tali politiche divergenti, una volta comprese le cause delle lotte regionali. No, non è la battaglia tra sciiti e sunniti, lo scontro iraniano e arabo o il tanto sbandierato stallo tra Iran e Arabia Saudita. Sì, questi racconti hanno avuto un ruolo nel definire le ‘parti’, ma spesso solo nel modo più semplice, radunando forze su un obiettivo politico e riflettendo solo una parte della verità. Ma le “parti” delimitate al nostro consumo non spiegano, per esempio, il motivo per cui Oman e Algeria rifiutano di parteciparvi, perché la Turchia è dove si trova, perché Russia, Cina e BRICS partecipano, gli Stati Uniti sono così riluttanti ai vertici e perché, in numerosi conflitti regionali, sunniti, sciiti, islamisti, laici, liberali, conservatori, cristiani, musulmani, arabi e iraniani a volte si trovano dalla stessa parte. Non è solo uno scontro regionale, globale con ramificazioni ben oltre il Medio Oriente. La regione è semplicemente il teatro in cui ciò emerge. Yemen, Siria e Iraq sono solo le micce che possono o meno scatenare l’incendio. “La battaglia, nella sua vera essenza, al suo minimo comune denominatore, è tra passato coloniale e futuro post-coloniale“. Per motivi di chiarezza, chiameremo questi due assi, asse neo-coloniale e asse post-coloniale. Il primo cerca di mantenere lo status quo del secolo scorso; l’altro cerca di scrollarsi di dosso il vecchio ordine e di ritagliarsi nuove direzioni indipendenti. Se si guarda la scacchiera regionale, il Medio Oriente è afflitto da governi e monarchie sostenuti in tutto e per tutto da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Si tratta degli “ascari” dell’occidente che non hanno fatto progredire i loro Paesi minimamente verso autosufficenza, democrazia o sviluppo autentico. Indebitati dal patrocinio ‘dell’impero’, questi Stati costituiscono il braccio regionale dell’asse neo-coloniale. Dall’altra parte della frattura geopolitica del Medio Oriente, l’Iran ha posto le basi dell’asse post-coloniale, spesso definito ‘asse della Resistenza’. Seguendo la visione anti-imperialista intrinseca della rivoluzione islamica del 1979, anche per le sanzioni e la politica di USA e UK, Teheran ha contrastato il sistema creandone un governo autonomo, avanzando le proprie ambizioni allo sviluppo e creando alleanze che sfidano lo status quo. Alleati fedeli dell’Iran sono Siria, Hezbollah e una manciata di gruppi della resistenza palestinese. Ma oggi, dopo le contro-rivoluzioni della primavera araba e il caos puro che ha creato, altri attori indipendenti si sono scoperti vicini all’asse della Resistenza. Nella regione sono Iraq, Algeria e Oman. Mentre fuori dal Medio Oriente, vediamo Russia, Cina e altri Paesi non allineati, intervenire sfidando l’ordine neo-coloniale.

L’asse neo-coloniale sbatte sul muro della primavera araba
Oggi, i regimi neo-coloniali semplicemente non possono vincere. Non hanno due componenti essenziali per mantenere l’egemonia: economia e obiettivi comuni. Da nessuna parte ciò è più chiaro che in Medio Oriente, dove numerose iniziative e coalizioni annaspano fin dall’inizio. Una volta che Muammar Gheddafi è stato rovesciato in Libia, tutte le parti si sono disperse e il Paese è in frantumi. In Egitto, la lotta per il potere ha contrapposto sunniti a sunniti, evidenziando il crescente scisma tra i due patroni del due Gulf Cooperation Council (GCC), Arabia Saudita e Qatar. In Siria, l’alleanza dei pesi massimi Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Francia, Stati Uniti e Regno Unito non riesce ad inscenare un coerente piano per il cambio di regime o anche gestirlo. Nel vuoto creato da tali piani concorrenti, gli estremisti di al-Qaida, altamente organizzati, sono intervenuti creando ulteriori divergenze tra i vecchi alleati. Gli egemoni occidentali, i colonizzati e i vecchi imperialisti, sono sempre più stanchi, allarmati e alla ricerca di una via d’uscita dal pantano sempre più pericoloso. Perciò devono trovare un compromesso con lo Stato regionale che ha la dovuta stabilità e potenza militare per combattere l’estremismo regionale, il vecchio avversario Iran. Ma l’Occidente è geograficamente distante dal Medio Oriente, e può reggere tali sconfitte in una certa misura. Per gli egemoni regionali, tuttavia, il ritiro dei loro patroni occidentali è un anatema. Come vediamo, Turchia, Arabia Saudita e Qatar si sono recentemente precipitati a risolvere le loro differenze per continuare a pianificare la rotta regionale nell’assenza occidentale. Tali Stati controrivoluzionari, tuttavia, condividono una visione grandiosa della propria influenza regionale, in definitiva sono desiderosi di raggiungere la supremazia. E la continua ascesa dell’Iran li ha davvero adombrati: la Repubblica islamica sembra divenire più forte con la ‘Primavera araba’, raccogliendo nuovi alleati, regionali e globali, e consolidando progressi. Per l’Arabia Saudita, in particolare, le vittorie continue dell’Iran sono insopportabili. Riyadh, dopo tutto, basa la leadership regionale sulla divisione settaria ed etnica rappresentata da soggetti arabi e sunniti contro “sciiti” e “iraniani”. Ora improvvisamente non solo statunitensi, inglesi e francesi minuettano con gli iraniani, ma il GCC stesso è profondamente diviso sulla questione se ‘dialogare o scontrarsi’ con la Repubblica islamica. Peggio, gli sforzi sauditi nel rovesciare Gheddafi, schiacciare le rivolte in Bahrayn, controllare politicamente lo Yemen, destabilizzare la Siria, dividere l’Iraq e conquistare l’Egitto, sembrano vanificarsi. In ogni caso, devono ancora consolidarsi vantaggi significativi, e ogni pantano minaccia di prorogare confusione e risucchiare sempre più fondi sauditi. Oggi, i sauditi sono circondati dai frutti marci dei loro vari interventi regionali. Hanno subito attentati dagli estremisti ai confini con Iraq e Giordania, molti di costoro beneficiati dai passati finanziamenti sauditi, e ora sono sfidati sul terzo confine, lo Yemen, da una forza determinata a fermare gli interventi sauditi. Oltre a ciò, Siria e Libano sfuggono dalla stretta di Riyadh, il Qatar quasi usurpa il tradizionale ruolo saudita nel Golfo Persico, l’Egitto civetta con Russia e Cina, Pakistan e Turchia continuano il loro ampi rapporti con l’Iran. Nel frattempo, gli iraniani non si preoccupano granché delle ire saudite. L’Iran ha intensificato il proprio ruolo regionale, soprattutto grazie alla controrivoluzione saudita, ed ha cautamente sventato gli attacchi di Riyadh, dove poteva. Ha sostenuto gli alleati, tanto quanto NATO o GCC farebbero in circostanze simili, ma con assai meno aggressività e rispettando alla lettera il diritto internazionale. I sauditi vedono mani iraniane in tutta la regione, ma è una fantasia, al meglio. L’Iran ha semplicemente fatto un passo quando l’opportunità lo permetteva, affrontando le minacce ed utilizzando i canali disponibili per smussare l’avanzata saudita nei vari teatri militari e politici. Anche la valutazione annuale sulla sicurezza della comunità dell’intelligence degli Stati Uniti, foglio che evidenzia periodicamente la “minaccia iraniana”, conclude nel 2015 che la Repubblica islamica dell’Iran ha “intenzione di smorzare il settarismo, essere partner reattivo e ridurre le tensioni con l’Arabia Saudita“. Eppure tutti vediamo, in questi giorni, i media occidentali e arabi urlare al “settarismo sciita, all’espansionismo iraniano e persiano“. Significativamente, la valutazione dell’intelligence statunitense apre la sezione sul “terrorismo” così: “lo slancio degli estremisti sunniti violenti continua e il numero di gruppi armati, membri e santuari degli estremisti sunniti è maggiore che in qualsiasi altro momento della storia“. E i funzionari USA ammettono: molti di tali estremisti sunniti sono aiutai e finanziati da niente altri che gli alleati di Washington, Arabia Saudita, Turchia e Qatar.

Il teatro yemenita, campo di battaglia finale?
Un alto funzionario di uno Stato dell’asse della Resistenza mi dice: “L’errore più grande che i sauditi hanno fatto è attaccare lo Yemen. Non pensavo fossero così stupidi”. La settimana scorsa i sauditi hanno creato un’altra ‘coalizione’ neo-coloniale, questa volta per punire gli yemeniti per aver cacciato il governo di transizione made-in-Riyadh e arrivando nella città di Aden. I principali avversari dei sauditi sono gli huthi, un gruppo di montanari con una base popolare nel nord e in altre parti dello Yemen, creata in dieci anni e sei guerre. I sauditi (e gli USA) identificano gli huthi come ‘sciiti’ e ‘filo-iraniani’ per galvanizzare la propria base regionale. Ma l’Iran ha poco a che fare con gli huthi dal loro emergere quale forza politica yemenita. E WikiLeaks dimostra che i funzionari degli Stati Uniti lo sanno. Un cablo dell’ambasciata USA a Riyadh del 2009 fa notare che l’ex-presidente filo-saudita dello Yemen, Ali Abdullah Salah, fornì “false o esagerate informazioni sull’assistenza iraniana agli huthi per trascinare i sauditi e regionalizzare il conflitto“, e le accuse che l’Iran armasse gli huthi erano false. Un altro cablo segreto chiarisce: “Contrariamente al ROYG (Republic of Yemen Gouvernement) che afferma che l’Iran arma gli huthi, la maggior parte degli analisti politici locali riferisce che gli huthi ottengono le armi dal mercato nero yemenita e anche dagli stessi militari governativi”. Salah fu deposto nel 2011 per la pressione della primavera araba, e con una torsione degna del complesso Medio Oriente, lo scaltro ex-presidente ora sembra sostenere i suoi ex-avversari, gli huthi, contro i vecchi protettori sauditi. Gli huthi aderiscono alla setta zaydita, che si pone tra sunnismo e sciismo, seguita dal 40 per cento degli yemeniti. Salah, che ha combattuto gli huthi in una mezza dozzina di guerre, è un zaydita, prova che i conflitti interni yemeniti sono tutt’altro che settari. In effetti, si potrebbe sostenere che il movimento huthi o Ansarallah, sia una forza centrale della ‘primavera araba’ yemenita. Le sue richieste, dal 2003, sono dopo tutto la fine della discriminazione, diritti economici, politici e religiosi, eliminazione della corruzione, denunciare i mali gemelli di USA e Israele (popolare sentimento arabo post-coloniale) e diventare attori istituzionali. Per garantirsi l’equilibrio favorevole nella primavera araba, l’asse neo-coloniale piazzò un pupazzo a capo della transizione dopo la dipartita di Salah, un presidente non eletto il cui mandato è finito un anno fa. Poi, un paio di mesi fa, gli huthi, presumibilmente con il sostegno di Salah e di decine di migliaia di suoi seguaci, spodestarono i rivali del regime fantoccio e occuparono la capitale yemenita Sana. Quando i sauditi minacciarono rappresaglie, gli huthi avanzarono verso sud… arrivando al fronte bellico contro lo Yemen di oggi,; una battaglia che i sauditi e il loro asse neo-coloniale non possono vincere. I raid aerei da soli non possono cambiare il corso della guerra, ed è improbabile che Riyadh e partner della coalizione possano aspettarsi che truppe a terra abbiano più successo, sempre che li schierino. Gli huthi hanno appreso negli ultimi dieci anni a combattere guerre convenzionali e di guerriglia. Questo relativamente piccolo gruppo di montanari è riuscito, nel 2009, a entrare per 30 km in territorio saudita e ad occupare decine di città saudite. Quando il partner della coalizione, l’Egitto, combatté una guerra nello Yemen, divenne il ‘Vietnam’ di Gamal Abdel Nasser che quasi mandò in bancarotta lo Stato. Anche il Pakistan sunnita, fonte tradizionale di personale per gli eserciti del GCC, sembra diffidare del conflitto. Anch’esso ne combatte uno simile, assieme a huthi, iraniani, siriani e iracheni, contro i violenti estremisti sunniti interni e le loro basi nel vicino Afghanistan. Nessuna somma di denaro saudita spegnerà l’ira dei pakistani, stanchi degli islamisti, se il loro governo s’impegnasse nella guerra yemenita contro gli stessi gruppi (gli huthi) che combattono al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP). E sì, è ironico che gli Stati Uniti ancora diano aiuti e intelligence alla coalizione saudita contro gli huthi che combattono al-Qaida. Ma, come già accennato, non è il vicinato di Washington, che non ha in tale lotta gli stessi obiettivi del suo stretto alleato saudita. Un funzionario dell’asse della Resistenza spiega: “Agli statunitensi va bene qualsiasi risultato: Se gli huthi vincono, li aiuterà a sbarazzarsi di al-Qaida nello Yemen. Se i sauditi vincono, beh, sono sempre alleati degli Stati Uniti. E se entrambe le parti entrano in una lunga guerra, “non è un problema”, riferendosi al sempre presente interesse degli Stati Uniti nel vendere armi. Nonostante un bando globale, gli Stati Uniti hanno venduto ai sauditi 640 milioni di dollari di bombe a grappolo negli ultimi due anni, alcune usate per bombardare lo Yemen in questi giorni. Le bombe a grappolo erano parte di un accordo da 67 miliardi di dollari per vendere armi all’Arabia Saudita, da quando le rivolte arabe iniziarono nel 2011.
Gli iraniani, nel frattempo, non fanno molto tranne insistere, assieme ai russi ed altri, che il bombardamento dello Yemen è criminale e che gli yemeniti devono risolvere i propri problemi con il dialogo. E perché dovrebbero agire? I sauditi si scavano la fossa, in questo momento, e accelerano la fine del piano neo-coloniale in Medio Oriente. “Teheran si rende conto che Riyadh ha dovuto creare una grande coalizione per combattere un gruppo ai margini dell’influenza iraniana, una vittoria di per sé“, dice il gruppo di analisi dei rischi conservatore statunitense Stratfor. La mossa di Riyadh, attaccando lo Yemen, trascina il non-così-più-sprecone regno in un altro pantano militare, e questa volta direttamente, bypassando del tutto gli ascari. Ogni attacco aereo allo Yemen, ed è chiaro dai primi giorni che decine di civili, compresi bambini, sono stati uccisi, rischia di attirare altri aderenti alla causa degli huthi. E ogni giorno in cui gli huthi sono costretti a combattere, AQAP ha l’opportunità di consolidare la presa sul resto del Paese. Il chiaro vincitore del conflitto difficilmente sarà l’Arabia Saudita, ma potrebbe essere al-Qaida, che sicuramente porterà l’asse post-coloniale sui mari strategici circostanti lo Yemen. La Lega araba, su costrizione dell’Arabia Saudita, ha alzato la posta chiedendo che solo la resa totale degli huthi (disarmando e ritirandosi) porrebbe fine agli attacchi aerei. L’ultimatum lascia pochissimo spazio al dialogo, e mostra un disprezzo sconvolgente per i normali obiettivi militari, che cercano di lasciare aperta una ‘finestra’ per i negoziati. Può darsi che i sauditi, che hanno rapidamente perso influenza e controllo in Siria, Iraq, Libano, Oman e altri Stati negli ultimi anni, abbiano deciso di gettarsi a capofitto sullo Yemen. O è solo una postura per darsi forza e rafforzare un ego livido.
Ma il conflitto si riequilibrerà da sé, come in Siria e in Iraq, trascinando altri elementi imprevisti. Con i conflitti che infuriano in Medio Oriente e invadendone i confini, l’asse post-coloniale è costretto a posizionarsi, mettendo in campo ciò di cui gli avversari sono privi: obiettivi comuni ed efficacia. Forse per la prima volta nel moderno Medio Oriente vediamo tale efficienza interna. Parlo in particolare dell’Iran e dei suoi alleati, regionali ed esterni, che non possono ignorare le minacce poste dal conflitto, più di quanto l’occidente possa ignorare il genio jihadista che lo minaccia da migliaia di chilometri di distanza. Quindi l’asse post-coloniale avanza nella regione proteggendosi, ricordando le lezioni apprese e seguendo precisi obiettivi comuni. I neo-coloniali sbatteranno sul muro yemenita, proprio come in Siria, Iraq e altrove. I loro obiettivi dispersivi faranno sì che accada. La preoccupazione principale, infilandosi nella tempesta yemenita, è se l’impero decadente impazzisse all’undicesima ora lanciandosi in una guerra diretta contro il suo vero avversario, l’asse post-coloniale. I sauditi sono un vero e proprio jolly, come lo sono gli israeliani, e possono provare ad accendere tale miccia. Quando la minaccia è cruciale, tutto è permesso. Sì, una guerra regionale è una possibilità per lo Yemen quanto lo era per la Siria. Ma la battaglia ai confini immediati dell’Arabia Saudita, il ground zero dell’estremismo armato e degli elementi più violentemente settari ed etnocentrici della banda anti-Resistenza, promette ulteriori e decisivi cambiamenti geopolitici in Medio Oriente. Dallo Yemen, come da qualsiasi scontro tra i due blocchi mondiali, una nuova realtà regionale emergerà: “I dolori del parto di un nuovo Medio Oriente” come gli statunitensi direbbero. E lo Yemen può ancora diventare il prossimo Stato arabo ad entrare nell’ordine post-coloniale.

CBDiAODVEAEcaKHCopyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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