SEAL Team 6: storia segreta di omicidi silenziosi e linee confuse

L’unità meglio nota per l’omicidio di Usama bin Ladin è stata convertita in una macchina da caccia all’uomo globale con scarso controllo
Mark Mazzetti, Nicholas Kulish, Christopher Drew, Serge F. Kovaleski, Sean D. Naylor e John Ismay, New York Times, 6 giugno 2015
Matthew Rosenberg e Richard A.Oppel Jr. hanno contribuito alla segnalazione e alla ricerca hanno contributo Kitty Bennet, Alain Delaquérière, Susan Campbell Beachy e William M. Arkin.

Obama e il Generale McChrystal

Obama e il Generale McChrystal

Hanno eseguito missioni mortali da basi segrete nella selvaggia Somalia. In Afghanistan, si sono impegnati in combattimento ravvicinati da cui uscivano coperti di sangue altrui. Nelle incursioni clandestine nel cuore della notte, le loro armi scelte spaziavano dalle carabine personalizzate ai tomahawk primordiali. In tutto il mondo hanno gestito stazioni di spionaggio camuffate da imbarcazioni commerciali, si spacciavano da impiegati di società di copertura e da coppie sotto copertura nelle ambasciate, monitorando chi gli Stati Uniti volevano uccidere o catturare. Tali operazioni fanno parte della storia occulta del Team 6 dei SEAL dell’US Navy, una delle più mitizzate organizzazioni militari più segrete e meno controllate della nazione. Una volta piccolo gruppo riservato a rare missioni specializzate, noto per aver ucciso Usama bin Ladin, fu addestrato per oltre un decennio di combattimenti in macchina per la caccia all’uomo globale. Il ruolo riflette il nuovo tipo di guerra degli USA, in cui il conflitto si distingue non per vittorie e sconfitte sul campo di battaglia, ma dall’uccisione implacabile di sospetti militanti. Quasi tutto ciò che riguarda il Team 6 dei SEAL, indicato come unità per Operazioni Speciali, è avvolto nel mistero, il Pentagono non riconosce pubblicamente neanche quel nome, anche se alcune sue gesta sono emerse in resoconti ampiamente ammirati negli ultimi anni. Ma l’esame dell’evoluzione del Team 6, dovuta a decine di interviste con i membri del team, attuali ed ex, opinioni di altri ufficiali e documenti governativi, si rivela un molto più complesso racconto provocatorio. Mentre si combattevano le guerre di logoramento in Afghanistan e Iraq, il Team 6 effettuò missioni altrove offuscando la separazione tra soldato e spia. L’unità dei cecchini della squadra fu ricostituita per effettuare operazioni d’intelligence clandestine, ed i SEAL si unirono agli agenti della Central Intelligence Agency in un’iniziativa chiamata Programma Omega, che dava carta bianca alla caccia ai nemici. Il Team 6 ha effettuato con successo migliaia di incursioni pericolose che i leader militari ritengono abbiano indebolito le reti militanti, ma le sue attività hanno suscitato preoccupazioni ricorrenti su eccessi omicidi e civili morti. Gli abitanti dei villaggi afgani e un comandante inglese accusano i SEAL di aver ucciso indiscriminatamente in un piccolo villaggio. Nel 2009, i membri del team assieme a CIA e forze paramilitari afghane compì un raid che uccise un gruppo di giovani e infiammò le tensioni tra funzionari afghani e della NATO. Anche un ostaggio statunitense, liberato in un drammatico salvataggio, l’ha messo in discussione perché i SEAL uccisero tutti i suoi rapitori.
seals Quando si ebbero sospetti sulla cattiva condotta, la sorveglianza esterna fu limitata. Il Joint Special Operations Command, che sovrintende alle missioni del Team 6 dei SEAL, condusse delle indagini su oltre mezza dozzina di episodi, ma raramente riferendo agli investigatori dell’US Navy. “Il JSOC indaga il JSOC, e questo è parte del problema“, ha detto un ex-alto ufficiale esperto in operazioni speciali che, come molti altri intervistati per l’articolo, ha parlato sotto anonimato perché le attività del Team 6 sono classificate Anche i sorveglianti civili dei militari non esaminano periodicamente le operazioni dell’unità. “Questo è un settore in cui il Congresso notoriamente non vuole saperne troppo“, ha dichiarato Harold Koh, ex-consigliere superiore legale del dipartimento di Stato, che ha fornito una guida sulla guerra clandestina all’amministrazione Obama. Fiumi di denaro arrivano al Team 6 SEAL dal 2001, consentendogli di espandere significativamente le fila, raggiungendo le 300 truppe d’assalto, chiamati operatori e 1500 personale di supporto, per soddisfare le nuove esigenze. Ma alcuni membri del team si chiedono se il ritmo incessante delle operazioni abbia eroso la cultura d’élite dell’unità e logorato la squadra in missioni di combattimento di poca importanza. Il gruppo è stato inviato in Afghanistan per cacciare i capi di al-Qaida, ma invece ha trascorso anni a condurre battaglie contro taliban di medio e basso livello e altri combattenti nemici. I membri del team 6, ha detto un ex-operatore, erano come “riserve con i fucili”. Il costo era alto: sono morti più membri dell’unità negli ultimi 14 anni che in tutta la storia precedente. Aggressioni ripetute, salti con paracadute, salite scoscese e scoppio di esplosivi hanno lasciato molti malconci, fisicamente e mentalmente. “La guerra non è quella bella cosa che gli Stati Uniti sono arrivati a credere“, ha detto Britt Slabinski, ex-membro del Team 6 e veterano di Afghanistan e Iraq. “E’ emozionante, un essere umano che ne uccide altri a lungo, tirando il peggio fuori di sè, ed anche il meglio di sé“. Il Team 6 e la sua controparte dell’US Army, Delta Force, hanno compiuto azioni così intrepide spingendo i due ultimi presidenti a schierarli sempre più in lontani focolai di crisi, come Siria e Iraq, ora minacciate dallo Stato Islamico, e Afghanistan, Somalia e Yemen, impantanati nel caos. Come la campagna della CIA degli attacchi dei droni, le operazioni speciali offrono ai responsabili politici un’alternativa alle costose guerre di occupazione. Ma il baluardo della segretezza intorno il Team 6 rende impossibile valutare pienamente l’elenco e le conseguenze delle sue azioni, in particolare le vittime civili o il risentimento profondo nei Paesi in cui operano. Le missioni sono entrate nelle operazioni di combattimento statunitensi con poco o senza dibattito pubblico. L’ex-senatore Bob Kerrey, democratico del Nebraska e membro dei SEAL durante la guerra del Vietnam, avvertiva che il Team 6 e le altre forze per Operazioni Speciali sono abusati. “Sono diventati una sorta di numero verde da fare in qualsiasi momento per qualcuno che vuole che qualcosa sia fatto“, ha detto. Ma affidarsi a loro così tanto, ha aggiunto, è inevitabile ogni volta che i capi statunitensi si trovano ad affrontare “una di quelle situazioni in cui la scelta che hai è tra una orribile e una sbagliata, uno di quei casi in cui non si ha altra scelta”. Mentre rifiuta di commentare specificamente sul Team 6 dei SEAL, il Comando Operazioni Speciali degli Stati Uniti ha detto che dall’11 settembre 2001 le sue forze “sono state coinvolte in decine di migliaia di missioni e operazioni in molteplici teatri geografici, e mantenendo coerentemente i più alti standard richiesti dalle Forze Armate degli Stati Uniti“. Il comando ha detto che i suoi operatori sono addestrati ad operare in ambienti complessi e in rapida evoluzione e che ha fiducia in un loro comportamento appropriato. “Le accuse di cattiva condotta sono prese sul serio“, dice la nota, aggiungendo: “Fatti comprovati sono trattati dalle autorità militari o forze dell’ordine“. I fautori dell’unità non hanno dubbi sul valore di tali guerrieri invisibili. “Se vuoi che queste forze facciano cose che a volte violano le regole del diritto internazionale”, ha detto James G. Stavridis, ex-ammiraglio ed ex-comandante supremo alleato nella NATO, con riferimento alle azioni di guerra non dichiarata, “certamente non vuoi che siano pubbliche”, il Team 6 ha aggiunto, “dovrebbe continuare a operare nell’ombra“. Ma altri avvertono la seduzione di una campagna infinita di missioni segrete, lontano dalla vista del pubblico. “Se siete in un inconfessato campo di battaglia“, ha detto William C. Banks, esperto di diritto della sicurezza nazionale presso la Syracuse University, “Non ne siete responsabili“.

Combattimenti ravvicinati
seal-team-6 Durante uno scontro caotico nel marzo 2002 sulla cima del monte Takur Ghar, al confine con il Pakistan, il primo sottufficiale Neil C. Roberts, specialista d’assalto del Team 6 dei SEAL, scese da un elicottero su un terreno tenuto da al-Qaida. I combattenti nemici l’uccisero prima che le truppe statunitensi potessero arrivare, mutilandone il corpo nella neve. Fu la prima grande battaglia del Team 6 in Afghanistan, e il primo membro a morire. Il modo in cui fu ucciso fece rabbrividire la comunità affiatata. La nuova guerra degli Stati Uniti sarebbe stata ravvicinata e brutale. A volte le truppe effettuarono i più orrendi compiti: tagliare dita o pezzi di cuoio capelluto per l’analisi del DNA dai militanti appena uccisi. Dalla campagna del marzo 2002 la maggior parte dei combattenti di Usama bin Ladin fuggirono in Pakistan, e il Team 6 raramente ebbe altri combattimenti in battaglie campali contro la rete terroristica in Afghanistan. Il nemico che si doveva prendere era scomparso. A quel tempo, alla squadra fu vietata la caccia ai taliban ed anche inseguire al-Qaida in Pakistan per la preoccupazione di alienarsi il governo pakistano. Per lo più limitati alla base aerea di Bagram, presso Kabul, i SEAL erano frustrati. La CIA però non aveva restrizioni simili, e il Team 6 alla fine collaborò con l’agenzia di spionaggio e sotto la sua autorità, partecipò a più ampi combattimenti, secondo ex-ufficiali militari e d’intelligence. Le missioni nell Programma Omega, permisero ai SEAL di condurre “operazioni segrete” contro i taliban e altri militanti in Pakistan. Omega era basato sul Programma Phoenix in Vietnam, quando gli ufficiali della CIA e le truppe per Operazioni Speciali conducevano interrogatori ed omicidi per cercare di smantellare la guerriglia Vietcong nel Vietnam del Sud. Ma una vasta campagna di operazioni letali in Pakistan era considerata troppo rischiosa, dicono i funzionari, così il programma Omega si concentrava principalmente sull’impiego dei pashtun afgani per lo spionaggio nelle aree tribali del Pakistan, così come collaborare con le milizie afgane addestrate dalla CIA nei raid notturni in Afghanistan. Un portavoce della CIA ha rifiutato di commentare ciò. L’escalation del conflitto in Iraq attraeva sempre più l’attenzione del Pentagono, richiedendo un continuo accumularsi di truppe, tra cui il Team 6 dei SEAL. Con la relativamente piccola presenza militare statunitense in Afghanistan, le forze taliban si riorganizzarono. Allarmato, il Generale Stanley A. McChrystal, che guidava il Joint Special Operations Command, nel 2006 ordinò a SEAL e truppe di assumere un compito più ampio in Afghanistan: colpire i taliban, portando ad anni di incursioni notturne o scontri del Team 6, scelto come prima forza per le Operazioni Speciali negli anni più violenti di ciò che è la guerra più lunga degli Stati Uniti. L’unità segreta, creata per svolgere le operazioni più rischiose fu invece impegnata in combattimenti pericolosi, ma sempre più di routine. L’ondata di operazioni fu avviata d’estate quando il Team 6 e i Rangers dell’US Army iniziarono a dare la caccia ai taliban di medio livello nella speranza di trovare capi del gruppo nella provincia di Kandahar, il centro dei taliban. Furono usate le tecniche sviluppate dalla Delta Force nelle operazioni uccidi-e-cattura in Iraq. La logica della caccia all’uomo era che le informazioni raccolte da un santuario dei militanti, insieme a quelle raccolte da CIA e National Security Agency, avrebbe portato a una fabbrica di bombe e infine a casa di un comandante dei ribelli. Le truppe per Operazioni Speciali colpirono una serie infinita di obiettivi. Non si hanno dati pubblici sul numero di incursioni che il Team 6 ha effettuato in Afghanistan o il loro prezzo. Gli ufficiali dicono che nessun colpo è stato sparato nella maggior parte dei raid. Ma tra il 2006 e il 2008, gli operatori del Team 6 hanno detto che ci furono intensi periodi in cui, per settimane, la loro unità era coinvolta in 10-15 uccisioni a notte, e talvolta fino a 25. Il ritmo accelerato “fece divenire i ragazzi feroci”, ha detto un ex-ufficiale del Team 6. “Queste stragi erano diventate routine“. I comandanti delle operazioni speciali dicono che i raid smantellarono le reti dei taliban. Ma alcuni membri del Team 6 dubitano fossero di grande utilità. Un ex-membro del SEAL, pressato sui dettagli su una missione, disse, “Era così per molti di questi obiettivi, solo un altro nome. Che fossero fiancheggiatori, subcomandanti, comandanti, finanziatori dei taliban, non era più importante“. Un altro ex-membro del Team 6, un ufficiale, fu ancora più sprezzante su alcune operazioni, “Entro il 2010, i ragazzi divennero dei teppisti di strada“, ha detto. “La forza più altamente qualificata al mondo, seguiva i teppisti di strada“. L’unità fu spinta a compiere operazioni più veloci, silenziose e letali, godendo di un budget gonfiatosi e dei progressi della tecnologia dal 2001, il Team 6 dal blando nome di copertura Gruppo di sviluppo della guerra speciale navale, accennando alla missione ufficiale per sviluppare nuove attrezzature e tattiche per l’organizzazione SEAL, comprendeva anche nove squadre non classificate. Gli armaioli dei SEAL personalizzarono un nuovo fucile di fabbricazione tedesca e dotarono quasi tutte le armi di silenziatori, riducendone suoni e lampi. I laser a infrarossi, che permettono ai SEAL di sparare con maggiore precisione di notte, sono diventati standard, come l’ottica termica per rilevare il calore dei corpi. I SEAL sono dotati di una granata di nuova generazione, un modello termobarico particolarmente efficace nel far crollare gli edifici. Spesso gestiti in gruppi più grandi di quelli tradizionali i SEAL, dotati di armi più letali, lasciano meno nemici fuggire vivi. Alcuni del Team 6 hanno anche usato dei tomahawk realizzati da Daniel Winkler, produttore di coltelli del North Carolina che ha forgiato le lame per il film “L’ultimo dei Mohicani“. Per un periodo, i membri del Team 6, il Red Squadron, con nel logo il volto di un guerriero nativo americano sovrapposto da un tomahawk, ricevettero una scure Winkler nel primo anno in squadra, secondo due membri. In un’intervista, Winkler si rifiutava di discuterne ma ha detto che molti furono pagati da donatori privati. Le armi non sono state solo un ornamento. Diversi ex-membri del Team 6 hanno detto che alcuni uomini andavano in missione con le asce, e almeno uno uccise un combattente nemico con tale arma. Dom Raso, ex-operatore del Team 6, che lasciò l’US Navy nel 2012, ha detto che le accette furono utilizzati “per sfondare porte, manipolare serrature, combattimenti corpo a corpo e altre cose“, aggiungendo che asce e lame furono usate per uccidere quando era nei SEAL. “Qualunque strumento necessario per proteggere te stesso e i tuoi fratelli, se sia una lama o una pistola, viene usata“, ha detto Raso, che ha collaborato con Winkler nella produzione di una lama. Molti operatori SEAL respinsero un qualsiasi uso dei tomahawks dicendo che erano troppo ingombranti per i combattimenti e inefficaci come armi, anche se comprendono il disordine in guerra. “E’ un affare sporco“, ha detto un ex-operatore del Team 6, “Qual è la differenza tra sparargli come mi è stato detto, e tirare fuori un coltello e accoltellarli?”

Dam Neck Annex, la base dei SEAL

Dam Neck Annex, la base dei SEAL

La Cultura
Il quartier generale del Team 6 dei SEAL è un recinto presso il Dam Neck Annex della Naval Air Station Oceana, a sud di Virginia Beach, che ospita una base militare segreta dell’esercito. Lontano dalla vita pubblica, la base ospita non solo i 300 operatori della squadra (che disdegnano il termine “commandos”), i loro ufficiali e comandanti, ma anche piloti, costruttori Seabee, artificieri, ingegneri, medici e un’unità d’intelligence dotata di sofisticati sistemi di sorveglianza e tracciamento globale. I Navy SEAL, acronimo per Sea, Air, Land forces, nascono dai sommozzatori della seconda guerra mondiale. Il Team 6 nacque decenni più tardi, con la fallita missione del 1980 per salvare 53 ostaggi statunitensi sequestrati nell’ambasciata di Teheran. Scarsa pianificazione e errate previsioni costrinsero i comandanti ad abortire la missione, e otto militari morirono quando due aerei entrarono in collisione sul deserto iraniano. L’US Navy poi chiese al comandante Richard Marcinko, un duro veterano del Vietnam, di costituire un’unità SEAL che potesse rispondere rapidamente alle crisi terroristiche. Il nome stesso è un tentativo di disinformazione da guerra fredda: Solo due squadre SEAL erano esistenti al momento, ma il comandante Marcinko chiamò l’unità SEAL Team 6 sperando che gli analisti sovietici sovrastimassero la dimensione della forza. Disattese le regole e favorì l’immagine anticonformista dell’unità. (Anni dopo aver lasciato il comando, fu condannato per frode in un contratto militare). Nella sua autobiografia, “Rogue Warrior“, Marcinko descrive le grandi bevute in solidarietà al Team 6 SEAL; le sue interviste per reclutare spesso erano chiacchiere da ubriachi in un bar. Nel Team 6 vi erano inizialmente due gruppi d’assalto chiamati Blu e Oro, dai colori dell’US Navy. Il Blu della bandiera dei pirati Jolly Roger usata come insegna gli diede subito il soprannome di “Bad Boys in Blue” per la serie di arresti per guida in stato di ubriachezza, tossicodipendenza e incidenti con auto a noleggio nelle esercitazioni, in quasi impunità. I giovani ufficiali a volte furono cacciati dal Team 6 per aver cercato di ripulire ciò che percepivano come cultura dell’incoscienza. L’Ammiraglio William H. McRaven, divenuto capo del Comando Operazioni Speciali e che supervisionò il raid contro Bin Ladin, fu cacciato dal Team 6 e assegnato ad un’altra squadra SEAL quando Marcinko ne era il comandante, dopo le lamentele sulle difficoltà nel mantenere la disciplina delle truppe. Ryan Zinke, ex-ufficiale del Team 6 e ora deputato repubblicano del Montana, ha ricordato un episodio dopo una missione di addestramento della squadra a bordo di una nave da crociera, in preparazione della potenziale liberazione di ostaggi alle Olimpiadi del 1992 a Barcellona, Spagna. Zinke scortò un ammiraglio in un bar nei ponti in basso della nave. “Quando aprimmo la porta, mi sembrò si essere tra i ‘Pirati dei Caraibi‘”, disse Zinke, ricordando che l’ammiraglio era sconvolto da capelli lunghi, barbe e orecchini degli operatori. “La mia Navy?“, l’ammiraglio gli chiese. “Questi tizi sono nella mia Navy?” Fu l’inizio di ciò che Zinke definì “la grande strage”, quando l’US Navy epurò la leadership del Team 6 per professionalizzarla. Attuali ed ex operatori del Team 6 hanno detto che la cultura era diversa da quella di oggi. Ora si è più istruiti, atletici, vecchi e maturi anche se alcuni si spingono ai limiti. “Sono stato buttato fuori dai Boy Scout”, dice un ex-ufficiale. La maggior parte del Team 6 SEAL, ha aggiunto, “era come me“.
I membri della Delta Force, che hanno la reputazione di essere rigidi, spesso iniziano come fanteria regolare per divenire Ranger dell’Esercito ed entrare nelle squadre delle Forze Speciali prima di entrare nei Delta. Ma il Team 6 dei SEAL è isolato dal resto dell’US Navy, con molti degli uomini che passano la brutale trafila dei SEAL esterna a quella militare. Dopo diversi anni nelle squadre regolari SEAL, dai numeri pari in Virginia Beach, dispari a San Diego, e un’unità nelle Hawaii dedita ai mini-sommergibili, i SEAL possono tentare per il Team 6. Molti sono desiderosi di raggiungere l’unità d’élite, ma circa la metà non ci arriva. Gli Ufficiali ruotano nel Team 6, a volte tornando dopo diversi turni, ma i SEAL in genere rimangono molto più a lungo, avendo un’influenza smisurata. “Molti ragazzi arruolati pensano che in realtà daranno spettacolo”, ha detto un ex-membro. “Questo fa parte dello stile Marcinko“. E tendono alla spavalderia, dicono critici e difensori. Mentre le altre squadre SEAL (chiamate “bianche” o “vaniglia” nelle forze armate) compiono attività simili, il Team 6 persegue obiettivi di maggior valore e la liberazione di ostaggi nelle zone di combattimento. Opera di più con la CIA e compie più missioni clandestine fuori dalle zone di guerra. Il Team 6 è l’unica squadra a ricercare le armi nucleari se cadono nelle mani sbagliate. Il ruolo del Team 6 nell’incursione del 2011 contro Bin Ladin ha prodotto un’industria casalinga di libri e documentari, lasciando a denti stretti le Delta Force a roteare gli occhi. I membri del Team 6 sono tenuti a rispettare il silenzio sulle missioni, e molti membri, attuali ed ex, sono arrabbiati dai due che hanno parlato del loro ruolo nella morte del capo di al-Qaida. Matt Bissonnette, autore di due best seller sulla sua permanenza nel Team 6 dei SEAL, e Robert O’Neill, che ha detto in uno special televisivo di aver ucciso Bin Ladin, sono indagati dal Naval Criminal Investigative Service per aver rivelato informazioni classificate. Altri sono stati tranquillamente cacciati per uso di droga o per conflitti d’interesse con aziende militari o lavori collaterali. L’US Navy ha cacciato 11 operatori, nel 2012, per divulgazione su tattiche dei Team 6 o consegna di video classificati per l’addestramento, per promuovere il videogioco “Medal of Honor: Warfighter“. Con diversi schieramenti negli ultimi 13 anni, pochi membri dell’unità sono illesi. Circa tre dozzine di operatori e personale di supporto sono morti in missioni di combattimento, secondo un ex-membro del team, tra cui i 15 membri del Gold Squadron e due artificieri uccisi nel 2011, quando un elicottero con il nominativo Extortion 17 fu abbattuto in Afghanistan, il giorno più devastante della storia del Team 6. Esplosioni per violare edifici nei raid, assalti ripetuti e percosse guidando barche d’assalto ad alta velocità nei salvataggi marittimi o per addestramento, richiedono un prezzo. Alcuni uomini hanno subito lesioni cerebrali traumatiche. “Il mio corpo è finito“, ha detto un operatore da poco in pensione. “Il cervello anche“. “I SEAL sono un po’ come i tizi del NFL, non vogliono mai dire ‘me ne esco’“, ha detto il dottor John Hart, medico direttore scientifico presso il Centro di salute mentale dell’Università del Texas a Dallas, che ha molti pazienti tra i SEAL. “Se rispediscono ragazzi già affetti da commozione cerebrale, non fanno altro che pestare costantemente su una condizione cerebrale già esistente. Il cervello ha bisogno di tempo per guarire“.

Carta bianca per uccidere
seal-team-six-cast-gigandit-rodriguezAll’inizio della guerra in Afghanistan, il Team 6 SEAL fu assegnato a protezione del leader afghano Hamid Karzai; uno fu sfiorato durante un attentato al futuro presidente. Ma negli anni seguenti, Karzai divenne un aspro critico delle truppe per Operazioni Speciali degli Stati Uniti, lamentandosi che abitualmente uccidevano civili nei raid. Considerava l’attività del Team 6 ed altre unità come una manna per il reclutamento dei taliban e infine ha cercato di bloccare del tutto le incursioni notturne. La maggior parte delle missioni non era letale. Diversi membri del Team 6 hanno detto che donne e bambini venivano ammassati insieme e buttavano fuori gli uomini con una spinta o il calcio del fucile, per perquisirne le case. Spesso presero dei prigionieri; numerosi detenuti ebbero il naso rotto dopo che i SEAL li picchiavano per sottometterli, ha detto un ufficiale. Il Team 6 spesso operava sotto gli occhi attenti dei comandanti, ufficiali dei centri operativi d’oltremare e del Dam Neck che di routine sorvegliavano in tempo reale le incursioni con i droni, ma ebbero anche carta bianca. Mentre le truppe per Operazioni Speciali adottano le stesse regole d’ingaggio degli altri militari in Afghanistan, i membri del Team 6 eseguivano missioni notturne, decidendo vita e morte in stanze buie con pochi testimoni e fuori dalla portata di una vieocamera. Gli operatori potevano usare armi silenziate per uccidere tranquillamente i nemici mentre dormivano, un atto che difendono non essere diverso dal far cadere una bomba su una caserma nemica. “Mi intrufolavo nelle case della gente mentre dormiva“, Bissonnette dice nel libro “No Hero“, scritto con lo pseudonimo di Mark Owen. “Se li trovavo con un’arma, li uccidevo, proprio come tutti i ragazzi del commando“. E nelle loro decisioni tendono ad essere netti. Notando che sparano per uccidere, un ex-sottufficiale ha aggiunto che gli operatori sparavano “colpi di sicurezza” su quelli abbattuti, per assicurarsene la morte. (In una missione del 2011 su uno yacht dirottato al largo delle coste africane, un membro del Team 6 accoltellò un pirata 91 volte, secondo un medico legale, dopo che l’uomo e gli altri attaccanti avevano ucciso quattro ostaggi statunitensi. Gli operatori sono addestrati “per tagliare e mutilare tutte le principali arterie“, ha detto un ex-SEAL). Le regole si riducono a questo, ha detto un sottufficiale: “Se nella vostra valutazione vi sentite minacciati, in una frazione di secondo uccidete qualcuno”. Ha descritto come un cecchino dei SEAL uccise tre persone inermi, tra cui una ragazzina, in diversi episodi in Afghanistan, e disse ai superiori che sentiva rappresentare una minaccia. Legalmente ciò bastava. “Ma questo non funziona” nel Team 6, ha detto il sottufficiale. “Bisogna davvero essere minacciati“, aggiungendo che il cecchino fu cacciato dal Team 6. Una mezza dozzina di ex-ufficiali e soldati intervistati ha dichiarato di sapere di civili uccisi dal Team 6. Slabinski, ex-membro del Team 6 dei SEAL, ha detto che ha visto membri del Team 6 uccidere erroneamente civili “probabilmente quattro o cinque volte” durante le sue missioni. Diversi ex-ufficiali hanno detto che gli operatori del Team 6 venivano regolarmente interrogati quando si avevano sospetti su omicidi ingiustificati, ma di solito non ne trovavano chiare prove. “Non c’era alcun incentivo a scavare a fondo”, ha detto un ex-alto ufficiale delle Operazioni Speciali. “Cosa penso quando ci accadono cose brutte?” Chiese un altro ex-ufficiale, “Penso che ci siano state più uccisioni del dovuto? Certo“. “Penso che l’inclinazione naturale era, se si tratta di una minaccia, uccidere e poi controllare. ‘Oh, forse ho esagerato la minaccia’“, ha detto. “Se penso che i ragazzi abbiano intenzionalmente ucciso persone che non lo meritassero? Ho difficoltà a crederlo“. La morte di civili è inevitabile di ogni guerra, ma nei conflitti senza fronti distinti e dove i combattenti nemici sono spesso indistinguibili dai non combattenti, alcuni esperti di diritto militare dicono che le regole tradizionali della guerra sono obsolete e nuovi protocolli per la Convenzione di Ginevra sono necessari. Ma altri sobbalzano all’idea, dicendo che da tempo chiare norme di comportamento dovrebbero governare i torbidi combattimenti moderni. “Sottolineare queste linee e regole diventa ancora più importante quando si combatte un nemico spietato e senza legge“, ha detto Geoffrey S. Corn, ex-esperto di diritto di guerra per l’ufficio del procuratore generale dell’US Army ed ora professore al South Texas College of Law. “Questo è quando l’istinto di vendetta è forte. E la guerra non è vendetta“.
navy-seals-team-6-logo-i12 Verso la fine del dispiegamento afgano del Blue Squadron del Team 6, all’inizio del 2008, degli anziani si lamentarono dal generale inglese le cui forze controllavano la provincia di Helmand. Chiamò subito il capitano Scott Moore, comandante del Team 6 SEAL, dicendo che due anziani avevano riferito che i SEAL avevano ucciso dei civili in un villaggio, secondo un ex-membro del Team 6. Il capitano Moore affrontò i responsabili della missione, che aveva lo scopo di catturare o uccidere una figura dei taliban dal nome in codice Obiettivo Pantera. Quando il capitano Moore chiese cosa fosse successo, il comandante dello squadrone, Peter G. Vasely, negò che gli operatori avessero ucciso dei non combattenti, ma di aver ucciso tutti gli uomini che incontrarono perché erano tutti armati, secondo l’ex-membro del Team 6 e ufficiale. Il capitano Vasely, che ora sovrintende le squadre SEAL regolari della costa orientale, ha rifiutato di commentare. Il capitano Moore chiese al Joint Special Operations Command d’indagare l’episodio. In quel periodo, il comando ebbe rapporti da decine di testimoni su un villaggio in cui le forze statunitensi effettuarono esecuzioni sommarie. Un altro ex-operatore del Team sosteneva che Slabinski, al comando del Blue Squadron, indicò prima della missione che ogni maschio nel mirino doveva essere ucciso. Slabinski l’ha negato dicendo che non c’era una politica del genere. “Non ho mai detto questo ai ragazzi“, ha detto in un’intervista. Disse che nel periodo dell’incursione era turbato dopo aver visto uno degli operatori più giovani tagliare la gola di un talib morto. “Sembrava mutilasse il corpo“, ha dichiarato Slabinski, aggiungendo che subito gridò: “Smettila!” Il Naval Criminal Investigative Service poi concluse che l’operatore potrebbe aver tagliato l’equipaggiamento dal torace del combattente morto. Ma i capi del Team 6 si dissero preoccupati da alcuni operatori fuori controllo, e il protagonista dell’episodio fu rispedito negli Stati Uniti. Slabinski, sospettando che i suoi uomini non avessero seguito le regole d’ingaggio correttamente, li radunò per quello che ha definito un “discorso molto severo“. “Se qualcuno di voi sente il bisogno di punire, mi dovrebbe chiamare“, gli aveva ricordato. “Non c’è nessuno che possa autorizzarlo se non io“, disse che il suo messaggio era volto a comunicare che l’autorizzazione non sarebbe mai arrivata, perché tale comportamento non era appropriato. Ma ammise che forse alcuni dei suoi uomini l’avrebbero frainteso. Il JSOC scagionò lo squadrone dell’operazione Pantera, secondo due ex-membri del team 6. Non è chiaro quanti afghani furono uccisi nel raid o esattamente dove accadde, anche se un ex-ufficiale ha detto di ritenere fosse a sud di Lashkar Gah, capitale della provincia di Helmand. Ma le uccisioni indussero una discussione ad alto livello su come, in un Paese dove molti uomini girano armati, il Team 6 potesse “garantire che siamo solo contro i veri cattivi“, ha detto uno degli ex-capi del team. In altre inchieste, di solito gestite dal JSOC e non da investigatori dell’US Navy, nessuno è stato condannato. In genere, gli uomini venivano rimandati a casa quando preoccupazioni sorgevano; tre per esempio furono rispediti a Dam Neck dopo ilo pestaggio di un detenuto durante un interrogatorio, secondo un ex-ufficiale, così come alcuni membri del team coinvolti in uccisioni dubbi. Più di un anno dopo, un’altra missione creò forti proteste degli afghani. Appena dopo la mezzanotte del 27 dicembre 2009, decine di truppe statunitensi e afghane sbarcarono dagli elicotteri a parecchie miglia dal piccolo villaggio di Ghazi Khan, nella Provincia di Kunar, e camminarono verso i villaggio nel buio. Quando se ne andarono, 10 residenti erano stati uccisi.
Ciò che successe quella notte è ancora discusso. Lo scopo della missione era catturare o uccidere un operativo dei taliban, ma fu subito evidente che nessun capo talib erano presente. La missione si basava su informazioni errate, un problema che ha tormentato le operazioni degli Stati Uniti per anni in Afghanistan. Un ex-governatore della provincia indagò e accusò gli statunitensi di aver ucciso degli studenti. La missione delle Nazioni Unite in Afghanistan rilasciò una dichiarazione dicendo che una prima indagine concluse che “otto delle vittime erano studenti iscritti nelle scuole locali“. Il portavoce militare statunitense inizialmente disse che i morti facevano parte di una cellula di insorti che costruiva ordigni esplosivi improvvisati. Alla fine, abbandonarono tale spiegazione. Ma alcuni militari statunitensi ancora insistono che i giovani erano armati e legati ai taliban. Una dichiarazione della NATO affermò che gli autori del raid “non erano militari”, apparentemente un riferimento alla CIA, a capo dell’operazione. Ma i membri del Team 6 avevano partecipato a quella missione. Nell’ambito del programma segreto Omega, si unirono a una forza d’assalto composta da agenti CIA, paramilitari e soldati afgani addestrati dall’agenzia di spionaggio. Da allora, il programma iniziato con la guerra afghana era cambiato. Le incursioni in Pakistan furono limitate perché difficile operarvi senza essere notati da soldati pakistani e spie, così le missioni furono per lo più limitate alla parte afghana del confine. Nel tempo, il Generale McChrystal, divenuto comandante in capo statunitense in Afghanistan, rispose alle lamentele di Karzai sui morti civili serrando le norme sui raid notturni e ridimensionando il ritmo delle operazioni speciali. Dopo anni di raffinazione delle tecniche per infiltrarsi nelle sedi del nemico, il Team 6 veniva spesso chiamato “per invitare alla resa” prima di attaccare un sito, come lo sceriffo che annuncia con il megafono, “Vieni fuori con le mani in alto“. Slabinski ha detto che le vittime civili si ebbero più spesso durante l'”appello alla resa”, che avrebbe dovuto mitigare proprio tali perdite. I combattenti nemici, ha detto, a volte inviavano i famigliari per poi sparare da dietro di loro, o davano ai civili torce per farsi segnalare posizioni degli statunitensi. O’Neill, ex- membro del Team 6, conveniva che le norme potessero essere frustranti. “Ciò che abbiamo capito era che maggiore è il margine di manovra nei danni collaterali, più efficaci eravamo non perché ce ne avvantaggiavamo, ma sapendo che non ci avremmo ripensato”, ha detto in un’intervista. “Quando c’erano più regole, era più difficile“.

1-93216Missioni di salvataggio
Anni fa, prima dei raid notturni afghani e delle missioni di guerra, il Team 6 dei SEAL si addestrava costantemente nel salvataggio degli ostaggi, missioni pericolose e difficili in cui non ebbero mai la possibilità di esibirsi prima del 2001. Da allora, il gruppo ha tentato almeno 10 salvataggi che furono tra i successi più celebri e i fallimenti più amari. Gli operatori dicono che i salvataggi sono considerati missioni “in cui non si sbaglia”, dove muoversi velocemente ed esporsi a rischi maggiori rispetto a qualsiasi altro tipo di operazione, per proteggere gli ostaggi colpiti o altrimenti feriti. I SEAL spesso finiscono per uccidere la maggior parte dei rapitori. Il primo saavataggio di alto profilo avvenne nel 2003, quando il Team 6 dei SEAL recuperò la soldatessa Jessica Lynch, ferita, catturata e tenuta in un ospedale nei primi giorni della guerra in Iraq. Sei anni più tardi, i membri del Team 6 balzarono da un aereo cargo nell’Oceano Indiano con le loro barche d’assalto appositamente progettate prima della missione di salvataggio di Richard Phillips, il capitano della Maersk Alabama, nave portacontainer dirottata da pirati somali. Gli operatori ripresi da un video mostrato da O’Neill, si paracadutarono con le pinne legate agli stivali dopo aver lanciato le quattro piccole e veloci barche dalle caratteristiche stealth per eludere i radar, legate a più paracaduti. I cecchini dei SEAL infine uccisero tre pirati. Nel 2012, gli operatori si tuffarono dal cielo in Somalia per liberare una cooperante statunitense, Jessica Buchanan, e il collega danese Poul Hagen HALOThisted. Il JSOC considera alte prestazioni come standard per tali missioni. I SEAL usarono una tecnica di paracadutismo a caduta libera chiamata “Haho“, per alta apertura a quota alta con cui, saltando da alta quota e guidati dal vento per molte miglia, si attraversa una frontiera di nascosto, un’azione così rischiosa che negli anni molti uomini sono morti addestrandovisi. Buchanan ha ricordato che quattro dei sequestratori erano a 5 metri da lei, quando il Team 6 si avvicinò col favore delle tenebre. Uccisero i nove rapitori salvando i cooperanti. “Fin quando non si identificarono, non credevo che un salvataggio fosse possibile“, ha detto la signora Buchanan in un’intervista. Nell’ottobre 2010, un membro del Team 6 commise un errore durante il tentativo di salvare Linda Norgrove, cooperante inglese di 36 anni prigioniera dei taliban. Il disastro si ebbe nei primi due minuti dopo che gli operatori erano saltati dagli elicotteri nelle montagne della provincia di Kunar, scivolando giù per 20 metri di corda intrecciata per un ripido pendio, secondo due alti ufficiali. Mentre scendevano nel buio verso la sede dei taliban, il nuovo membro del team si confuse, ha poi detto agli investigatori. La sua arma s’era inceppata. “Pensare a un milione di miglia di un minuto” ha detto, gettò una granata su coloro che credeva fossero dei combattenti nascosti in un fosso. Ma dopo lo scontro a fuoco che uccise diversi taliban, i SEAL trovarono l’ostaggio, con abiti scuri e una sciarpa testa, morta nel fosso. Inizialmente, l’operatore che lanciò la granata e un altro membro dell’unità riferì che Norgrove fu uccisa da un giubbotto esplosivo suicida, ma la storia andò subito a pezzi. Il video di sorveglianza mostra che morì quasi istantaneamente da ferite di frammentazione su testa e schiena causate dall’esplosione della granata, osservava il rapporto investigativo. L’inchiesta congiunta dei governi statunitense ed inglese concluse che l’operatore che aveva gettato la granata aveva violato le procedure per la liberazione di ostaggi. Fu espulso del Team 6, anche se ebbe il permesso di rimanere in un’altra unità SEAL. Un’operazione di salvataggio, due anni dopo, riuscì a liberare un medico statunitense, anche se a caro prezzo. Una notte nel dicembre del 2012, un gruppo di operatori del Team 6 che indossavano occhiali per la visione notturna irruppe in una villetta in Afghanistan, dove i taliban detenevano il dottor Dilip Joseph, che lavorava con un’organizzazione umanitaria. Il primo operatore ad entrare fu abbattuto da un colpo alla testa, gli altri risposero con efficienza brutale, uccidendo tutti e cinque i rapitori. Ma il dottor Joseph e altri ufficiali diedero dei resoconti nettamente diversi sul raid. Il medico ha detto in un’intervista che un 19enne, di nome Wallakah, fu il solo sequestratore a sopravvivere all’assalto. Fu catturato dagli operatori SEAL e si sedette a terra, le mani intorno le ginocchia, la testa in basso, ha ricordato il medico. Wallakah, secondo lui, aveva sparato all’operatore del Team 6. Pochi minuti dopo, in attesa di salire a bordo di un elicottero per la libertà, il dottor Joseph disse a uno dei suoi soccorritori SEAL di riportarlo in casa, dove vide alla luce della luna Wallakah giacere in una pozza di sangue, morto. “Ricordo queste cose chiaramente come il giorno“, ha detto il medico. Ufficiali delle forze armate, parlando solo in base all’operazione classificata, hanno sostenuto che tutti i rapitori furono uccisi subito dopo che la squadra SEAL era entrata e xhw Wallakah non era mai stato fatto prigioniero. Hanno anche detto che il dottor Joseph sembrava disorientato, al momento e non rientrò nella casa, né poteva vedere quello che accadeva nella notte buia. Due anni dopo, il dottor Joseph è grato per il salvataggio e il sacrificio del sottufficiale Nicolas D. Checque, il membro del team ucciso in missione. Ma ancora si chiede cosa sia successo a Wallakah. “Ci misi settimane a venire a patti con l’efficienza del soccorso“, ha detto il dottor Joseph. “Fu così chirurgica“.

new-SEALS-maps-1040Una Forza di Spionaggio Globale
Da una serie di basi lungo il confine con l’Afghanistan, il Team 6 regolarmente invia locali nelle aree tribali del Pakistan per raccogliere informazioni. Il team ha trasformato i grandi e variopinti camion “tintinnanti”, popolari nella regione, in stazioni di spionaggio mobili, nascondendo sofisticate apparecchiature d’intercettazione nei camion, utilizzando dei pashtun per guidarli oltre il confine. Fuori dalle montagne del Pakistan, il team si è anche avventurato nel sud-ovest del deserto del Paese, compresa la regione instabile del Baluchistan. Una missione quasi finì in un disastro quando i militanti spararono una granata a razzo sfondando il tetto della loro villetta e facendo finire la sovrastante squadra di 6 cecchini in mezzo al piccolo gruppo di combattenti, che un cecchino statunitense vicino uccise rapidamente, ha raccontato un ex-operatore. Oltre Afghanistan e Pakistan, i membri del Team 6 Black Squadron sono sparsi in tutto il mondo in missioni di spionaggio. Originariamente l’unità dei cecchini del Team 6, il Black Squadron, fu riconfigurato dopo gli attacchi dell’11 settembre per condurre “operazioni d’avanguardia”, gergo militare per la raccolta di informazioni e altre attività clandestine in preparazione di una missione speciale. Era un concetto particolarmente popolare nel Pentagono dell’ex-segretario alla Difesa Donald H. Rumsfeld. A metà dello scorso decennio, il Generale McChrystal aveva designato il Team 6 a un ruolo più ampio nelle missioni di raccolta a livello mondiale, e gli operatori del Black Squadron sono schierati nelle ambasciate statunitensi dall’Africa sub-sahariana all’America Latina e al Medio Oriente. Il Team 6 dei SEAL usa valigie diplomatiche per inviare regolarmente documenti classificati e altro materiale diplomatico statunitense, e avere le armi per gli operatori del Black Squadron di stanza all’estero, secondo un ex-membro. In Afghanistan, gli operatori del Black Squadron indossano abiti tribali, di nascosto piazzano telecamere e dispositivi di ascolto nei villaggi ed interrogano i residenti nei giorni o settimane precedenti le incursioni notturne, secondo molti ex-membri del Team 6. L’unità adotta società di copertura per gli operatori del Black Squadron in Medio Oriente, e gestisce stazioni di spionaggio galleggianti camuffate da navi mercantili al largo delle coste di Somalia e Yemen. Membri del Black Squadron lavoravano nell’ambasciata statunitense a Sana, capitale yemenita, al centro della caccia ad Anwar al-Awlaqi, il religioso radicale e cittadino statunitense affiliato ad al-Qaida nella penisola arabica. Fu ucciso nel 2011 da un drone della CIA. Un ex-membro del Black Squadron ha detto che in Somalia e Yemen gli operatori non sono autorizzati a sparare, a meno che obiettivi di alto valore siano nel mirino. “Al di fuori di Iraq e Afghanistan non gettiamo alcuna rete“, ha detto l’ex-membro. “Facciamo tutt’altro“. Il Black Squadron ha qualcosa che il resto del Team 6 dei SEAL non ha: le operatrici, donne dell’US Navy ammesse al Black Squadron e inviate all’estero per raccogliere informazioni, di solito nelle ambasciate con controparti maschili. Un ex-ufficiale del Team 6 ha detto che i membri maschili e femminili del Black Squadron spesso lavorano in coppia. Si chiama “profilo d’ammorbidimento”, rendendo la coppia meno sospetta ai servizi segreti ostili o ai gruppi militanti. Il Black Squadron ora ha più di 100 membri, la sua crescita coincide con l’espansione delle minacce percepite nel mondo. Riflette inoltre il cambio tra i responsabili politici statunitensi. Dall’ansioso utilizzo dei guerrieri ombra negli anni seguenti la debacle del 1993, il “Black Hawk Down” di Mogadiscio in Somalia, i funzionari del governo oggi sono disposti a mandare unità come il Team 6 dei SEAL nei conflitti, che gli Stati Uniti ne riconoscano il ruolo o meno. “Quando c’ero io, eravamo sempre a caccia di guerre“, ha dichiarato Zinke, deputato ed ex-operatore del Team 6. “Questi ragazzi le hanno trovate“.

Bing-Map-of-Osama-Compound-Mockup-620x324Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Riaperto il caso bin Ladin

MK Bhadrakumar Indian Punchline 11 maggio 2015article-2217185-157DB1DC000005DC-754_634x331Il racconto agghiacciante del giornalista investigativo statunitense Seymour Hersh, nel suo ben curato saggio nell’ultimo numero della London Review of Books, intitolato ‘L’assassinio di Usama bin Ladin’, sull’assassinio a sangue freddo di quattro anni fa del capo latitante di al-Qaida nella città pakistana di Abbottabad, dovrebbe far trarre alle élite indiane certe cupe conclusioni sulla “definizione di partnership del XXI secolo” tra India e Stati Uniti.
Hersh afferma:
Usama bin Ladin era sotto la custodia dell’Inter-Services Intelligence (ISI) del Pakistan dal 2006 all’assassinio nel 2011. L’Arabia Saudita era l’unico Paese interessato. I sauditi compensarono finanziariamente il Pakistan per tenere bin Ladin, cittadino saudita, vivo e al sicuro.
L’operazione di Abbottabad fu attuata congiuntamente da Stati Uniti e Pakistan, con l’esercito pakistano e ISI che diedero supporto logistico. Il capo dell’esercito Generale Ashfaq Kayani insisteva che bin Ladin fosse sommariamente ucciso.
Così bin Ladin fu deliberatamente ucciso a sangue freddo anche se era disarmato, gravemente malato, non era più coinvolto nelle attività di al-Qaida e avrebbe potuto essere catturato vivo.
Il suo corpo a pezzi fu gettato dagli elicotteri statunitensi di ritorno alla base in Afghanistan, non ebbe esattamente un “funerale musulmano” in mare, come affermò la Casa Bianca.
Un elaborato cover-up fu poi inscenato dalla Casa Bianca e un falso resoconto dato ai media e al Congresso degli Stati Uniti.
Il saggio di Hersh dà un quadro misero del presidente Barack Obama. A meno che Obama non chiarisca ciò che successe realmente, e perché e come successe, l’assassinio a sangue freddo di bin Ladin peserà sul suo lascito, anche se sarà un politico ben protetto e non vivrà il resto della vita nella paura della vendetta da parte di al-Qaida, a differenza di Kayani o dell’ex-capo dell’ISI Generale Shuja Pasha, uomini condannati d’ora in poi. Il punto è che infine Obama raggiunse un accordo con Kayani, l’assassinio di bin Ladin in cambio di una borsa d’oro e mano libera all’esercito pakistano in Afghanistan. Senza dubbio, l’ex-presidente afgano Hamid Karzai aveva ragione quando insisteva che gli Stati Uniti non combattevano seriamente i taliban, ma si creavano solo l’alibi per mantenere la presenza militare a lungo termine in Afghanistan, servendo la propria agenda geopolitica. Come potremmo dimenticare che gli Stati Uniti sono l'”impero del male” che non rispetta diritto internazionale, sovranità di altre nazioni e utilizza l’omicidio a sangue freddo come arma politica? Per lo meno bin Ladin avrebbe dovuto essere catturato e processato. Ma poi, forse, avrebbe gravemente compromesso la reputazione di Arabia Saudita e Pakistan e reso difficile ad Obama condurvi affari normali.
Ironia della sorte, Obama doveva ospitare Salman bin Abdulaziz, re dell’Arabia Saudita, alla Casa Bianca e a Camp David, con principale argomento di discussione la guerra al terrore che i due alleati combattono insieme. Il cordone ombelicale che lega l’ISI alla CIA è ben noto. Tuttavia sorprende che Obama e Kayani abbiano cospirato in segreto per pianificare ed eseguire un omicidio. E come ogni complice di un “delitto perfetto”, CIA e ISI sono legati per tutta la vita. Tra l’altro, Kayani dirigeva l’ISI nel periodo precedente gli attentati di Mumbai del 26 novembre 2008, in cui un ruolo fondamentale ebbe David Headley, che lavorava per l’intelligence degli Stati Uniti. Cosa suscita tutto ciò sulla tanto declamata cooperazione per la sicurezza tra India e Stati Uniti?Dobbiamo riflettere seriamente se il Pentagono potrà mai essere un partner affidabile per le forze armate indiane. Basti dire del braccio di ferro dagli Stati Uniti per costringere la Francia ad affossare il contratto da 1,5 miliardi di dollari per la portaelicotteri Mistral con la Russia, un dramma allegorico anche per noi. Hersh ci ha fatto un favore pubblicando questo saggio, alla vigilia della visita di un alto procacciatore statunitense a Delhi, il segretario della Difesa Ashton Carter.article-1382859-0BDFDE7A00000578-216_964x604Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’età d’oro delle operazioni nere: le forze speciali degli USA sono presenti in 150 nazioni

Tyler Durden, Zerohedge 2/2/2015

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USSpecOpsCmdDUI[1]Il seguente articolo è ciò che volevo evidenziare da oltre una settimana, ma le notizie erano così travolgenti che semplicemente non ne ho avuto la possibilità, finora. Avendo spese molto tempo a cercare di capire il mondo, mi stupisco sempre di ciò che leggo. Mentre i lettori abituali di questo sito sono ben consapevoli di come aggressivo e irresponsabile sia l’impero USA, distribuendo risorse militari all’estero, credo che parte delle seguenti informazioni, li renderanno ancora più inquieti.
Dall’articolo di Nick Turse sull’Huffington Post: The Golden Age of Black Ops:
Durante l’anno fiscale che si è concluso il 30 settembre 2014, le forze delle operazioni speciali (SOF) statunitensi erano presenti in 133 Paesi, circa il 70% delle nazioni del pianeta. Secondo il tenente-colonnello Robert Bockholt, ufficiale delle relazioni pubbliche del Comando Operazioni Speciali (SOCOM). Nell’arco di tre anni le forze d’élite del Paese erano attive in più di 150 Paesi nel mondo conducendo missioni che vanno dai raid notturni alle esercitazioni. E quest’anno potrebbe essere record. Solo un giorno prima del raid fallito che pose fine alla vita di Luke Somers, solo 66 giorni dall’inizio dell’anno fiscale 2015, le truppe d’élite statunitensi avevano già messo piede in 105 nazioni, circa l’80% del totale nel 2014. Nonostante dimensioni e scopi, tale guerra segreta globale in gran parte del pianeta è ignota alla maggior parte degli statunitensi. A differenza della debacle di dicembre nello Yemen, la stragrande maggioranza delle Special Ops rimane completamente nell’ombra, nascosta al controllo esterno. In realtà, a parte modeste informazioni divulgate attraverso fonti altamente selezionate dai militari, fughe ufficiali della Casa Bianca, SEALs con qualcosa da vendere e qualche primizia raccolta da giornalisti fortunati, le operazioni speciali statunitensi sono mai sottoposte a un esame significativo, aumentando le probabilità di ripercussioni impreviste e conseguenze catastrofiche. “Il comando è allo zenit assoluto. Ed è davvero un periodo d’oro per le operazioni speciali“. Queste sono le parole del generale Joseph Votel III, laureato a West Point e Army Ranger, quando assunse il comando della SOCOM lo scorso agosto. E non credo che sia la fine, anzi. Come risultato della spinta di McRaven a creare “una rete globale interagenzie di alleati e partner delle SOF“, ufficiali di collegamento delle Operazioni Speciali, o SOLO, sono ora incorporati nelle 14 principali ambasciate degli USA per aiutare a consigliare le forze speciali di varie nazioni alleate. Già operano in Australia, Brasile, Canada, Colombia, El Salvador, Francia, Israele, Italia, Giordania, Kenya, Polonia, Perù, Turchia e Regno Unito, e il programma SOLO è pronto, secondo Votel, ad espandersi in 40 Paesi entro il 2019. Il comando, e soprattutto il JSOC, ha anche forgiato stretti legami con Central Intelligence Agency, Federal Bureau of Investigation e National Security Agency, tra gli altri. La portata globale del Comando Operazioni Speciali si estende anche oltre, con più piccoli ed più agili elementi che operano nell’ombra, dalle basi negli Stati Uniti alle regioni remote del sud est asiatico, dal Medio Oriente agli austeri avamposti nei campi africani. Dal 2002, SOCOM è stato anche autorizzato a creare proprie task force congiunte, una prerogativa normalmente limitata ai comandi combattenti più grandi come CENTCOM. Si prenda ad esempio la Joint Special Operations Task Force-Filippine (JSOTF-P) che, al suo apice, aveva circa 600 effettivi statunitensi a sostegno delle operazioni di controterrorismo dagli alleati filippini contro gruppi di insorti come Abu Sayyaf. Dopo più di un decennio trascorso combattendo quel gruppo, i numeri sono diminuiti, ma continua ad essere attivo mentre la violenza nella regione rimane praticamente inalterata.
L’Africa è, infatti, diventato un luogo importante per le oscure missioni segrete degli operatori speciali statunitensi. “Questa particolare unità ha fatto cose impressionanti. Che si trattasse di Europa o Africa, assumendovi una serie di contingenze, avete tutti contribuito in modo assai significativo“, aveva detto il comandante del SOCOM, generale Votel, ai membri del 352.mo Gruppo Operazioni Speciali presso la loro base in Inghilterra, lo scorso autunno. Un’operazione di addestramento clandestina delle Special Ops in Libia implose quando milizie o “terroristi” fecero irruzione due volte nella base sorvegliata dai militari libici, e saccheggiarono grandi quantità di apparecchiature avanzate e centinaia di armi, tra cui pistole Glock e fucili M4 statunitensi, così come dispositivi di visione notturna e laser speciali che possono essere visti solo da tali apparecchiature. Di conseguenza, la missione fu abbandonata assieme alla base, che fu poi rilevata da una milizia. Nel febbraio dello scorso anno, le truppe d’élite si recarono in Niger per tre settimane di esercitazioni militari nell’ambito di Flintlock 2014, una manovra antiterrorismo annuale che riuniva le forze di Niger, Canada, Ciad, Francia, Mauritania, Paesi Bassi, Nigeria, Senegal, Regno Unito e Burkina Faso. Diversi mesi dopo, un ufficiale del Burkina Faso, addestratosi all’antiterrorismo negli Stati Uniti nell’ambito del Joint Special Operations presso l’Università del SOCOM nel 2012, prese il potere con un colpo di Stato. Le operazioni delle forze speciali, invece, continuano. Alla fine dello scorso anno, per esempio, nell’ambito del SOC FWD dell’Africa occidentale, i membri del 5° battaglione del 19.mo Gruppo Forze Speciali collaboravano con le truppe d’élite marocchine per l’addestramento in una base presso Marrakesh. Lo schieramento in nazioni africane, però, avviene entro la rapida crescita delle operazione all’estero del Comando delle Operazioni Speciali. Negli ultimi giorni della presidenza Bush, sotto l’allora capo del SOCOM, ammiraglio Eric Olson, le forze speciali sarebbero state dispiegate in circa 60 Paesi. Nel 2010 in 75, secondo Karen DeYoung e Greg Jaffe del Washington Post. Nel 2011, il portavoce del SOCOM, colonnello Tim Nye, disse a TomDispatch che il totale sarebbe stato 120 Paesi entro la fine dell’anno. Con l’ammiraglio William McRaven, in carica nel 2013, l’allora maggiore Robert Bockholt disse a TomDispatch che il numero era salito a 134 Paesi. Sotto il comando di McRaven e Votel nel 2014, secondo Bockholt, il totale si ridusse leggermente a 133 Paesi. Il segretario alla Difesa Chuck Hagel aveva osservato, tuttavia, che sotto il comando di McRaven, dall’agosto 2011 all’agosto 2014, le forze speciali erano presenti in più di 150 Paesi. “In effetti, SOCOM e tutti i militari degli Stati Uniti sono più che mai impegnati a livello internazionale, in sempre più luoghi e in una sempre più ampia varietà di missioni“, ha detto in un discorso nell’agosto 2014.
us_spec_ops-m Il SOCOM ha rifiutato di commentare la natura delle missioni o i vantaggi dell’operare in tante nazioni. Il comando non farà neanche il nome di un solo Paese in cui le forze delle operazioni speciali USA sono state dispiegate negli ultimi tre anni. Uno sguardo ad alcune operazioni, esercitazioni ed attività rese pubbliche, però, dipinge un quadro di un comando in costante ricerca di alleanze in ogni angolo del pianeta. A settembre, circa 1200 specialisti e personale di supporto statunitensi si unirono alle truppe d’élite di Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Finlandia, Gran Bretagna, Lituania, Norvegia, Polonia, Svezia, Slovenia nell’esercitazione Jackal Stone, dedicata a tutto, dai combattimenti ravvicinati alle tattiche da cecchino, dalle piccole operazioni su imbarcazione a missioni di salvataggio degli ostaggi. Per i capi delle Black Ops degli USA, il mondo è tanto instabile quanto interconnesso. “Vi garantisco che ciò che succede in America Latina influisce su ciò che accade in Africa occidentale, ciò che interessa l’Europa meridionale riguarda ciò che accade nel sud-ovest asiatico“, ha detto l’anno scorso McRaven a Geolnt, un incontro annuale dei dirigenti dell’industria spionistica con i militari. La loro soluzione all’instabilità interconnessa? Più missioni in più nazioni, in più di tre quarti dei Paesi del mondo, sotto il mandato di McRaven. E la scena sembra destinata ad ulteriori operazioni simili in futuro. “Vogliamo essere ovunque“, ha detto Votel a Geolnt. Le sue forze sono già sulla buona strada nel 2015. “La nostra nazione ha aspettative molto alte dalle SOF“, ha detto agli operatori speciali in Inghilterra lo scorso autunno. “Si rivolgono a noi per missioni molto dure in condizioni molto difficili“. Natura e sorte della maggior parte di quelle “missioni dure” tuttavia, rimangono ignote agli statunitensi. E Votel a quanto pare non è interessato a far luce. “Mi dispiace, ma no“, fu la risposta di SOCOM alla richiesta di TomDispatch per un colloquio con il capo delle operazioni speciali sulle operazioni, in corso e future. In realtà, il comando rifiutò di mettere qualsiasi personale a disposizione per una discussione di ciò che fa in nome degli USA e con i dollari dei contribuenti. Non è difficile indovinarne il motivo. Attraverso una combinazione abile di spavalderia e segretezza, fughe ben piazzate, abili marketing e pubbliche relazioni, coltivazione della mistica del superman (con un ciuffo dalla torturata fragilità di lato) e di estremamente popolari e pubbliciazzatti assassinii mirati, le forze speciali sono diventate le beniamine della cultura popolare statunitense, mentre il comando continua a vincere a Washington il pugilato sul bilancio. Ciò è particolarmente evidenziato da ciò che realmente accade sul campo: in Africa, armamento ed equipaggiamento di militanti e addestramento di un golpista; in Iraq, le forze d’elite statunitensi implicate in torture, distruzione di case, uccisione e ferimento di innocenti; in Afghanistan stessa storia, con ripetute segnalazioni di civili uccisi; mentre in Yemen Pakistan, e Somalia è lo stesso. E questo è solo una minima parte degli errori delle Special Ops. Quindi non solo il pubblico statunitense non ha idea di cosa succeda, ma ciò spesso finisce in un disastro. Vedasi più sotto.
Dopo più di un decennio di guerre segrete, sorveglianza di massa, un numero imprecisato di incursioni notturne, detenzioni ed omicidi, per non parlare di miliardi su miliardi di dollari spesi, i risultati parlano da soli. Il SOCOM ha più che raddoppiato le dimensioni e il segreto JSOC sarebbe grande quasi quanto il SOCOM nel 2001. Dal settembre di quell’anno, 36 nuovi gruppi terroristici sono nati, tra cui divesre succursali, propaggini e alleati di al-Qaida. Oggi, tali gruppi ancora operano in Afghanistan e Pakistan, dove ora ci sono 11 riconosciuti affiliati di al-Qaida, e cinque nella prima, così come in Mali, Tunisia, Libia, Marocco, Nigeria, Somalia, Libano e Yemen, tra gli altri Paesi. Un ramo è nato con l’invasione dell’Iraq, alimentato da un campo di prigionia statunitense, ed ora noto come Stato islamico che controlla una larga parte del Paese e della vicina Siria, un proto-califfato nel cuore del Medio Oriente che i jihadisti, nel 2001, potevano solo sognarsi. Quel gruppo, da solo, ha una forza stimata di circa 30000 armati che sono riusciti a conquistare grandi territori ed anche la seconda dell’Iraq, pur essendo incessantemente colpiti fin dall’inzio dal JSOC. “Dobbiamo continuare a sincronizzare il dispiegamento delle SOF in tutto il mondo“, dice Votel. “Dobbiamo tutti sincronizzarci, coordinarci e preparare il comando“. Ad essere fuori sincrono è il popolo statunietnse, costantemente tenuto all’oscuro di ciò che gli operatori speciali statunitensi fanno e dove lo fanno, senza citare i fallimenti e le conseguenze che hanno prodotto. Ma se la storia insegna, i blackout sulle Black Ops contribuiranno a garantire che continui ad esserci l'”età d’oro” dell’US Special Operations Command.
Ripetete dopo di me: USA! USA!

Gen. Joseph L. Votel

Gen. Joseph L. Votel

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il nuovo re saudita è il maggiore sostenitore di al-Qaida

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 25/01/2015

Salman bin Abdulaziz al-Saud con l'ex-capo della CIA Leo Panetta

Salman bin Abdulaziz al-Saud con l’ex-capo della CIA Leo Panetta

Il nuovo re dell’Arabia Saudita, Salman bin Abdulaziz al-Saud, fratellastro di re Abdullah, morto a 90 anni per le complicazioni di una polmonite, dovrebbe governare in senso ancor più wahabita e concentrarsi a limitare la prudente politica di riforme iniziata da Abdullah. Salman dovrebbe anche dedicare energia ad aumentare la sicurezza nazionale saudita. La devozione di Salman alla sicurezza saudita è ipocrita, dato il suo passato sostegno ad al-Qaida, tra cui alcuni soggetti implicati nell’attacco dell’11 settembre contro gli Stati Uniti. Il coinvolgimento di Salman nel finanziamento dei terroristi dell’11 settembre, ed altri, probabilmente rafforzerà il rifiuto dell’amministrazione Obama di declassificare le 28 pagine mancanti dal rapporto del Comitato sull’Intelligence del Senato, del 2002, sui fallimenti dell’intelligence riguardo l’attacco. Allora governatore di Riyadh, Salman probabilmente appare tra i responsabili nelle 28 pagine del rapporto del Senato. In apparenza Salman non governerà assai diversamente dal predecessore su politica del petrolio e sicurezza nazionale. Salman sarà assistito dal figlio, principe Muhammad bin Salman, ministro della difesa e capo della corte reale. Muhammad fu principale consigliere del padre quando era governatore della provincia di Riyadh. Il principe Muhammad è divenuto ministro della Difesa quando il padre è salito al trono dopo la morte di Abdullah. L’altro consulente di Salman sarà Muhammad bin Nayaf, ministro degli interni dal 2012 e attuale secondo principe ereditario e secondo viceprimo ministro. Nayaf, nipote di re Salman, è secondo in linea al trono dopo il principe ereditario Muqrin bin Abdulaziz al-Saud. Muqrin era il capo del Muqabarat al-Amah, l’agenzia d’intelligence saudita nel 2005-2012. Nel 2006, i capi dell’opposizione democratica saudita in Gran Bretagna accusarono Salman, allora governatore della provincia di Riyadh, di fornire aiuti materiali ad al-Qaida in Afghanistan, prima e dopo l’11 settembre. L’opposizione rivelò che i membri di al-Qaida viaggiavano regolarmente da Riyadh al Pakistan e poi alle regioni governate dai taliban in Afghanistan. Questi sauditi riferirono anche che il governatorato di Salman pagava in contanti hotel e voli aerei ai membri di al-Qaida. Non c’è dubbio che le attività di Salman per conto di al-Qaida siano note alla Central Intelligence Agency (CIA), che approvò i rifornimenti sauditi ai guerriglieri arabi tra i mujahidin in Afghanistan fin dai primi giorni del coinvolgimento di Langley nella campagna jihadista per abbattere il governo socialista e laico dell’Afghanistan. Poco prima della sospetta morte in Scozia nel 2005, l’ex-ministro degli Esteri inglese Robin Cook scrisse su The Guardian che “al-Qaida” era l’archivio dei mercenari, finanzieri ed interlocutori utilizzati dalla CIA per combattere i sovietici in Afghanistan: “Per tutti gli anni ’80, lui (Usama bin Ladin) fu armato dalla CIA e finanziato dai sauditi per la jihad contro l’occupazione russa dell’Afghanistan. Al-Qaida, letteralmente ‘l’archivio’, era in origine i file dei computer di migliaia di mujahidin reclutati e addestrati dalla CIA per sconfiggere i russi”.
Secondo l’opposizione saudita e Cook, è inconcepibile che Salman non fosse a conoscenza delle attività del personale del suo governatorato a Riyadh. Quando un principe saudita e noto parente di re Salman, il primo consigliere principe Muhammad bin Nayaf, chiamato anche Nayif, fu arrestato in Francia per narcotraffico nel 1999, il ministero degli Interni saudita informò Parigi nel 2000 che se la Francia trascinava in tribunale il principe Nayaf, il contratto da 7 miliardi di dollari per il radar della difesa del progetto SBGDP (“Garde Frontiere”) con la ditta francese Thales, sarebbe stato annullato. I dettagli si trovano in un cablo diplomatico francese riservato, datato 21 febbraio 2000. Il tema del cablo era un incontro tra funzionari francesi e il ministro degli Interni saudita principe Nayaf, sul caso di un aereo saudita sospettato di narcotraffico (“Prince Nayef, ministre saoudien de l’interieure. Affaire de l’avion saoudien soupçonne d’avoir servi a un traffic stupefiants“.) Il cablo fu inviato dal consulente tecnico del ministero degli interni francese François Gouyette al ministero della giustizia francese e all’ambasciata francese a Riyadh. Gouyette divenne ambasciatore francese negli Emirati Arabi Uniti nel 2001. La cocaina spacciata da Nayaf era, secondo un documento riservato dell’US Drug Enforcement Administration (DEA), utilizzata per finanziare al-Qaida in Afghanistan. Il denaro del ministero dell’Interno per pagare le reclute del terrorismo che passavano per Riyadh, era i proventi del narcotraffico detenuti in conti bancari segreti. La CIA lo sapeva e incoraggiava i pagamenti sottobanco delle reclute di al-Qaida, proprio come fa oggi con le reclute di al-Qaida liberate dalle carceri saudite e pagate dai mediatori governativi sauditi. Nel 1999, la DEA sventò una cospirazione, per contrabbandare cocaina colombiana dal Venezuela, del principe Nayaf a sostegno di certe “intenzioni future” basate su una profezia coranica. Le operazioni della DEA erano contenute in un memorandum “di declassificazione del documento segreto 6 della DEA ufficio di Parigi” del 26 giugno 2000. Nel giugno 1999, 808 chilogrammi di cocaina furono sequestrati a Parigi. Nello stesso tempo, la DEA conduceva una grande inchiesta sul cartello della droga di Medellin, chiamata Operazione Millennio. Attraverso un fax intercettato, l’ufficio di Bogota della DEA apprese della cocaina sequestrata a Parigi e collegò l’operazione ai sauditi. L’indagine della DEA s’incentrava sul principe saudita Nayaf al-Saud, il cui alias era “El Principe”. Il nome completo di Nayaf è Nayaf (o Nayif) bin Fawaz al-Shalan al-Saud. Nel perseguimento dei suoi traffici di droga internazionali, Nayaf viaggiava con il suo Boeing 727 e sfruttò il suo status diplomatico per evitare i controlli doganali. Il rapporto della DEA affermava che Nayaf aveva studiato presso l’Università di Miami, in Florida, di proprietà di una banca in Svizzera, parla otto lingue, aveva pesantemente investito nell’industria petrolifera del Venezuela, visitava regolarmente gli Stati Uniti e viaggiava con milioni di dollari statunitensi.
Nayaf aveva anche investito nell’industria petrolifera della Colombia. Nayef avrebbe incontrato i membri del cartello della droga a Marbella, in Spagna, dove la famiglia reale saudita ha una grande palazzina. La relazione afferma che, quando un gruppo di membri del cartello si recò a Riyadh per incontrare Nayaf, “furono accolti da una Rolls Royce appartenente a Nayaf e portati all’hotel Holiday Inn Riyadh. Il giorno successivo furono accolti da Nayaf e dal fratello (che si credeva si chiamasse Saul (sic). Il fratello gemello è il principe Saud. Il fratello maggiore, principe Nawaf, è sposato con la figlia di re Abdullah)… Il secondo giorno viaggiarono nel deserto su fuoristrada (Hummer). Durante il viaggio nel deserto discussero di narcotraffico. “UN” (informatore della DEA) e Nayaf accettaono di spedire 2000 kg di cocaina a Caracas, usando gente di UN, da cui Nayaf poteva facilitarne il trasporto a Parigi. Nayaf spiegò che avrebbe utilizzare il suo jet di linea 727, sotto copertura diplomatica, per il trasporto della cocaina. Nayaf disse a “UN” che poteva trasportare 20000 chilogrammi di cocaina nel suo aereo di linea, e propose ad “UN” di inviarne 10-20000 chilogrammi in futuro. “UN” chiese perché Nayaf, presumibilmente devoto musulmano, fosse coinvolto nel narcotraffico. La risposta di Nayaf illumina ciò che oggi è noto del finanziamento del terrorismo saudita, meritevole di attenta lettura. Durante l’incontro di Riyadh, Nayaf rispose alla domanda di “UN” affermando che “è un rigoroso sostenitore del Corano musulmano (sic)”. “UN” dichiarò, “Nayaf non beve, non fuma né viola qualsiasi precetto del Corrano (sic)”. “UN” chiese a Nayaf perché voleva vendere cocaina e Nayaf rispose che il mondo è già condannato e che era stato autorizzato da Dio a venderla. Nayaf disse a “UN” che poi avrebbe capito le vere intenzioni del suo narcotraffico, sebbene poi non dicesse altro. Il narcotraffico del principe saudita fu distrutto da DEA e polizia francese nell’ottobre 1999. Il riciclaggio di narcodollari a sostegno dei terroristi di al-Qaida in Afghanistan e Pakistan, la rigida interpretazione del Corano nel futuro governo dell’Arabia Saudita, il ritorno della temuta polizia religiosa, la “mutawin” e la repressione del legittimo dissenso interno in Arabia Arabia: questo è lo stile di governo che re Salman porta all’Arabia Saudita.

Muhammad bin Nayaf con Hillary Clinton

Muhammad bin Nayaf con Hillary Clinton

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Il capo del SIIL non esiste”: sbalorditiva ipotesi emerge dagli archivi militari degli USA

Tyler Durden Global Research, 20 gennaio 2015CartoonDopo aver constatato che l’angoscia dell’elettore è stata istigata, manipolata e spaventata al punto che la priorità massima del Congresso è ‘colpire’ il terrorismo, forse non è del tutto sorprendente scoprire, in fondo agli archivi, che chi viene gettato al pubblico ‘odio’ possa invece essere un parto della fantasia. Come il New York Times svelò nel 2007, Abdullah Rashid al-Baghdadi, il capo dello Stato islamico e, secondo il generale di brigata Kevin Bergner, capo portavoce dei militari USA dell’epoca, non è mai esistito (in realtà era un personaggio le cui dichiarazioni audio-registrate furono fornite da un vecchio attore di nome Abu Abdullah al-Nayma).
The New York Times (2007), Per più di un anno, il capo di uno dei gruppi di insorti più noti in Iraq sarebbe stato un misterioso iracheno di nome Abdullah Rashid al-Baghdadi. Da capo dello Stato Islamico in Iraq, organizzazione sostenuta pubblicamente da al-Qaida, Baghdadi ha fatto continue dichiarazioni incendiarie. Nonostante le affermazioni dei funzionari iracheni, secondo cui era stato ucciso a maggio, Baghdadi sembrava perseverare indenne… un portavoce militare statunitense ha fornito una nuova spiegazione sulla capacità di Baghdadi di sfuggire all’attacco: non è mai esistito. Il Brigadier-Generale Kevin Bergner, il capo portavoce militare statunitense, ha detto che lo sfuggente Baghdadi sia in realtà un personaggio le cui dichiarazioni audio-registrate erano recitate da un attore di nome Abu Abdullah al-Nayma. Il trucco, ha detto Bergner, fu ideato da Abu Ayub al-Masri, il capo egiziano di al-Qaida in Mesopotamia che cercava di mascherare il ruolo dominante degli stranieri in tale organizzazione di insorti. La manovra era volta ad inventare Baghdadi, personaggio il cui nome gli attribuisce un pedigree iracheno, e porlo a capo di un’organizzazione di facciata chiamata Stato Islamico dell’Iraq e poi presentare Masri giurargli fedeltà. Ayman al-Zawahiri, vice di Usama bin Ladin, cercò di rafforzare l’inganno indicando al-Baghdadi nelle sue dichiarazioni video e su Internet. Le prove delle affermazioni statunitensi, annunciava Bergner in una conferenza stampa, furono fornite da un ribelle iracheno: Qalid Abdul Fatah Daud Mahmud al-Mashadani, che diceva di essere stato catturato dalle forze statunitensi a Mosul il 4 luglio. Secondo Bergner, Mashadani è l’operativo iracheno più anziano di al-Qaida in Mesopotamia. Entrò nel gruppo di insorti Ansar al-Sunna, prima di entrare in al-Qaida in Mesopotamia oltre due anni fa, divenendo “emiro dei media” del gruppo per tutto l’Iraq. Bergner ha detto che Mashadani è anche un intermediario tra Masri in Iraq e bin Ladin e Zawahiri, che gli statunitensi sostengono guidare i loro affiliati in Iraq. “Mashadani conferma che al-Masri e i capi stranieri di cui si circonda, che non sono iracheni, prendono le decisioni operative” di al-Qaida in Mesopotamia, ha detto Bergner. …
Bruce Riedel, ex funzionario della CIA ed esperto di Medio Oriente, ha detto che gli esperti si chiesero a lungo se Baghdadi esistesse realmente. “C’era un punto interrogativo su ciò“, ha detto. Tuttavia, Riedel ha suggerito che la comunicazione ultima potrebbe non essere la parola definitiva su Baghdadi e i capi di al-Qaida in Mesopotamia. Anche le affermazioni di Mashadani, Riedel ha detto, potrebbero essere una storia di copertura per proteggere un capo che in effetti esiste. “In primo luogo, dicono che l’abbiamo ucciso“, ha detto Riedel, riferendosi alle dichiarazioni di alcuni funzionari del governo iracheno. “Ma l’abbiamo sentito dopo la morte e ora dicono che non è mai esistito. Ciò suggerisce che la nostra intelligence su al-Qaida in Iraq non è ciò che vorremmo sia“. I portavoce militari statunitensi insistono a dire di sapere la verità su Baghdadi. Mashadani, dicono, ha deciso di svelarlo perché risentito dal ruolo dei capi stranieri di al-Qaida in Mesopotamia. Dicono che non ha ripudiato l’organizzazione.
Per saperne di più qui.
Ironman 3?
Quindi era un fantasma allora… ed è un fantasma oggi, una propaganda progettata e fabbricata esclusivamente per dare un volto al SIIL, il maggiore spauracchio dell’attuale mania dell’anti-terrorismo globale, così necessaria per aumentare il QE globale invece di una guerra mondiale (per ora)? E’ certamente più facile per un utente medio ‘odiare’ un capo demoniaco che una ‘cosa’ amorfa chiamata ‘Islam radicale’, basta chiedere al presidente Obama.

dmbNy4k3TiO2aP-GW3LPEgCopyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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