10 tentativi di destabilizzare il governo venezuelano

Internationalist 360° 23 maggio 2018Mentre migliaia di persone si riunivano attorno al palazzo presidenziale di Miraflores per salutare la rielezione del Presidente Nicolás Maduro, settori dell’opposizione, Stati Uniti, Unione europea e destra latinoamericana lanciavano il prevedibile piano di destabilizzazione contro l’ultima elezione democratica del 20 maggio in Venezuela. Il popolo venezuelano, vittima di una delle più brutali guerre economiche degli ultimi tempi, paragonabile solo al blocco imposto a Cuba per più di 50 anni, rieleggeva Nicolás Maduro legittimo presidente con oltre sei milioni di voti. Nel frattempo, i “protettori della democrazia” nella regione e nel mondo riattivavano il programma ostile contro la Patria di Bolivar ignorando il messaggio chiaro emesso alle urne. Il governo venezuelano, abituato a questo tipo di azione da quando ha intrapreso un percorso diverso da quello dettato da Washington nel 1998, ancora una volta affronta un’ondata di interferenze negli affari interni.
Granma delinea dieci azioni destabilizzanti rese pubbliche nelle ultime 48 ore contro il governo legittimo di Nicolás Maduro.

1- NUOVE SANZIONI IMPOSTE DAGLI STATI UNITI
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annunciava nuove sanzioni unilaterali contro il Venezuela, violando i principi della Carta delle Nazioni Unite e le norme del diritto internazionale. Tramite un ordine esecutivo, Trump proibiva a qualsiasi cittadino, istituzione o azienda statunitense di acquistare debiti o crediti dall’esecutivo venezuelano, compresi i derivati della compagnia petrolifera statale Petróleos de Venezuela SA (PDVSA). Le autorità venezuelane condannavano tali misure illegali e illegittime volte ad espandere l’assedio economico e finanziario contro il Paese, minare il diritto all’autodeterminazione del popolo venezuelano e attaccarne il modello di sviluppo socioeconomico.

2- RIFIUTO DI RICONOSCERE LA VOLONTÀ POPOLARE
Secondo una dichiarazione rilasciata il 21 maggio, il Canada e tredici governi latinoamericani che formano il gruppo di Lima si rifiutavano di riconoscere i risultati delle elezioni. Tra gli argomenti a sostegno di tale posizione aggressiva c’è la presunta astensione dei venezuelani nelle elezioni. Tuttavia, i presidenti del Cile e della Colombia, membri del gruppo, furono eletti con un’affluenza inferiore a quella che vide rieletto Nicolás Maduro, e tuttavia non erano soggetti a tali accuse. Allo stesso modo, il Gruppo Lima comprende nazioni come il Brasile, dove un colpo di Stato parlamentare ha rimosso la presidentessa legittimamente eletta Dilma Rousseff, e Luiz Inácio Lula Da Silva, candidato più popolare delle elezioni nel gigante sudamericano, imprigionato ingiustamente. Nel frattempo, il presidente del Perù ha dovuto dimettersi per corruzione e le elezioni del 2017 in Honduras furono contrassegnate da frodi e corruzione.

3- ATTACCHI DIPLOMATICI
I governi di Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Guyana, Honduras, Messico, Panama, Paraguay, Perù e Santa Lucia, membri del Gruppo di Lima, hanno accettato di “ridurre” le relazioni diplomatiche col Venezuela, richiamando i loro ambasciatori a Caracas per consultazioni. Il Gruppo inoltre annunciata una risoluzione alla 48.ma Assemblea generale dell’Organizzazione degli Stati americani (OAS) sulla situazione in Venezuela.

4- ATTACCHI dell’OAS
A febbraio, l’OAS approvava una risoluzione che chiedeva al governo venezuelano di annullare le elezioni presidenziali. Tale organizzazione era in prima linea negli attacchi internazionali che cercano d’isolare le nazioni della regione sottoposte a processi di cambiamento progressivo. Il Venezuela è l’obiettivo principale di tali attacchi, per via della leadership regionale in questo senso. Pertanto, l’OAS conduce una campagna interventista contro questa nazione, mentre ignora le situazioni scandalose di altri Paesi. Il segretario generale dell’OAS, Luis Almagro, ignorava la volontà democratica espressa dal popolo venezuelano e ribadiva che l’organizzazione non riconosce Nicolás Maduro legittimo presidente del Venezuela. Inoltre, assicurava che continuerà a “combattere per la fine della dittatura venezuelana” e di nuovo chiedeva “un governo di transizione”.

5- ESPANSIONE DEL BLOCCO ECONOMICO
Seguendo le istruzioni degli Stati Uniti, diversi Paesi dell’America Latina hanno dichiaravano di coordinare le azioni con le organizzazioni finanziarie internazionali per “cercare di non concedere prestiti al governo del Venezuela”, che affronta una grave crisi economica. Inoltre, notavano che intensificheranno ed espanderanno lo scambio di informazioni finanziarie per perfezionare le sanzioni contro la nazione sudamericana, tutte con l’obiettivo di rafforzare il blocco economico contro Caracas.

6- INCORAGGIARE LE CONTROVERSIE DI CONFINE
Una delle conseguenze della guerra economica e della crisi che il Venezuela subisce, promossa dall’estero, è l’aumento dei flussi migratori dal Paese verso le nazioni vicine. Anche se questo è un fenomeno comune nella storia dell’America Latina, e in passato il Venezuela accolse milioni di colombiani e altri migranti, ci sono tentativi di manipolare il problema per giustificare un conflitto. Colombia e Brasile hanno visto aumentare la presenza di truppe statunitensi, mentre il governo degli Stati Uniti dichiarava di non escludere una “opzione militare” nel caso del Venezuela.

7- L’UNIONE EUROPEA ADERISCE AGLI ATTACCHI
Contrariamente ai tentativi di mantenere una politica estera indipendente dagli Stati Uniti, l’Unione europea aderiva agli attacchi contro il governo venezuelano. Il blocco annunciato studia l’adozione di misure a seguito di presunte irregolarità nelle elezioni venezuelane. Secondo l’UE e in particolare la Spagna, le elezioni in Venezuela rivelavano “fondamentali deficienze democratiche” e “gravi irregolarità”, nonostante il fatto che più di 150 osservatori internazionali abbiano indicato validità e trasparenza dei risultati dalle urne.

8- BOICOTTAGGIO DELL’OPPOSIZIONE BOYCOTT
Prima che i risultati ufficiali venissero emessi dal Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), il candidato presidenziale Henri Falcón aveva già dichiarato che non avrebbe riconosciuto i risultati del processo elettorale. Falcón, che riceveva 1820552 voti, pari al 21,01%, seguiva la formula ampiamente utilizzata dalla destra per rifiutare i risultati alle urne, quando gli sono sfavorevoli. Nel frattempo, Javier Bertucci, candidato di Esperanza para el Cambio, che otteneva solo il 10,82% dei voti, aderiva alla campagna per indebolire i risultati, parlando di “violazioni della legge elettorale venezuelana”. Tuttavia, in seguito li accettava ma continuando a contestare le elezioni.

9- LA VIA DELLA VIOLENZA
Dopo essere stato rieletto Capo dello Stato, Maduro chiese dialogo e riconciliazione, proposte immediatamente respinte dalla coalizione dell’unità democratica dell’unità rotonda (MUD) e da altre forze di opposizione. La MUD, che non ha proposto un candidato alle elezioni presidenziali, sacrificava il proprio spazio politico nel Paese diversi mesi prima abbracciando gli appelli alla violenza, mentre piagnucolava di frodi molto prima che i risultati venissero annunciati, proprio come l’opposizione, escludendo qualsiasi possibilità di colloqui col governo Maduro. Estremamente screditata e divisa, la MUD, che non propone una propria agenda governativa ma piuttosto una serie di direttive dall’estero, ora fabbrica uno scenario per delegittimare le elezioni in cui ha deciso di non partecipare, consapevole della probabile sconfitta contro le forze chaviste.

10- MANIPOLAZIONE DEI MEDIA
Dalle foto utilizzate nei media internazionali, ai titoli scelti, la copertura delle elezioni in Venezuela era volta a minare la partecipazione dei cittadini e il loro sostegno maggioritario alla Rivoluzione Bolivariana. Allo stesso modo, la maggior parte dei mass media occidentali continua a echeggiare termini come “prigionieri politici”, quando il governo ha fornito innumerevoli prove sui processati per aver commesso crimini o incitato alle violenze, provocando centinaia di morti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Maduro rieletto Presidente col 68% dei voti

Thierry Deronne, Caracas, Venezuela Infos, 21 maggio 2018Il Vicepresidente boliviano Alvaro Garcia Linera l’annunciò pochi giorni prima: “Il popolo del Venezuela ora detiene, ancora una volta, la chiave per il futuro dell’America Latina. Proprio come due secoli fa, ai tempi di Simon Bolivar, il suo ruolo storico è proteggere il nostro continente da un impero ed impedire che spazzino via gli altri capisaldi della resistenza. Dopo quattro anni di guerra economica, il compito è stato difficile, come gli indigeni di Autana, nello stato di Amazonas, si allineavano sotto la pioggia per attraversare il fiume Orinoco e votare.
La campagna di destra consisteva, attraverso la maggioranza dell’economia privata, nell’aumentare i prezzi oltre quanto era noto finora, e promuovere il boicottaggio del voto, paralizzando persino i trasporti nella regione della capitale il giorno delle elezioni. Un diritto sotto una forte influenza esterna, in osmosi cogli annunci anticipati da Unione Europea e Casa Bianca di rifiutare il verdetto delle urne. In una conferenza stampa tenuta poco prima dell’annuncio dei risultati, il candidato dell’opposizione Henri Falcon improvvisamente si rifiutava di riconoscere la legittimità delle elezioni e chiese di organizzarne un’altra, mentre criticava la destra radicale: ¨oggi è chiaro che questa richiesta di astensione ha perso un’opportunità straordinaria di porre fine alla tragedia che il Venezuela vive”. Col 92,6% dei voti contati, il Centro elettorale nazionale dava i primi risultati ufficiali, irreversibili. La partecipazione totale ammontava al 46%, 8 milioni 360 mila voti. Di questi, 5 milioni 823 mila andavano al candidato Nicolas Maduro che ha vinto le elezioni presidenziali con quasi il 68% dei voti. Da parte sua, l’avversario Henry Falcon ottenne 1820552 voti o 21%, l’evangelista Javier Bertucci 925042 voti (11%) e Reinaldo Quijada 34614 voti. La Costituzione venezuelana, nell’articolo 228, recita: “sarà proclamato vincitore il candidato che ha ottenuto la maggioranza dei voti validi“: qualunque sia il livello di partecipazione, è la maggioranza semplice che determina la vittoria. Va detto che il “nucleo duro” del chavismo, che ha sempre oscillato tra 5 e 6 milioni di voti, è rimasto intatto e che l’astensione riguarda essenzialmente l’opposizione. La pressione della guerra economica e le sanzioni eurostatunitensi si sono scontrate con la fibra storica della resistenza popolare e persino risvegliando l’intera organizzazione di base, specialmente nella distribuzione e produzione di cibo, in un’alleanza concreta con le misure sociali e i programmi di Nicolas Maduro.
Dopo 26 giorni di campagne ufficiali che hanno visto quattro candidati annunciare proposte antagoniste nei media, il Centro Nazionale Elettorale installava 14638 seggi elettorali nel Paese. C’erano circa 2000 osservatori internazionali, tra cui le nazioni caraibiche della CARICOM, Unione africana e CEELA, il Consiglio degli esperti elettorali dell’America latina. Furono organizzati 17 osservazioni del sistema elettorale. Composto in maggioranza dai presidenti dei tribunali elettorali nazionali di Paesi governati dalla destra, il Consiglio degli esperti elettorali latinoamericani spiegava per voce del suo presidente Nicanor Moscoso: “Abbiamo avuto incontri con ciascuno dei candidati che hanno accettato i risultati di ispezioni e controlli. Siamo alla presenza di un processo trasparente e armonioso“. Luis Emilio Rondón, Rettore del Centro elettorale nazionale e membro dell’opposizione, affermava pubblicamente che il voto offriva le stesse garanzie di trasparenza delle elezioni del 2015, vinte dalla destra con due milioni di voti di vantaggio. L’ex-Presidente dell’Ecuador Rafael Correa, presente come osservatore, ricordava che le elezioni venezuelane si sono svolte con assoluta normalità. “Ho assistito al voto in quattro centri: flusso permanente di cittadini, poco tempo di attesa per votare. Sistema molto moderno con doppio controllo. Da quello che ho visto, un’organizzazione impeccabile. Nessuno può mettere in discussione le elezioni in Venezuela e su tutto il pianeta non ci sono elezioni più controllate che in Venezuela”. Un altro osservatore, l’ex-primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, dichiarava che la posizione di Stati Uniti e Unione europea di “disapprovazione” delle elezioni presidenziali in Venezuela, prima che avessero luogo, era un'”assurdità”, ammettendo di essere “un po’ arrabbiato per ciò che era in gioco. È molto grave dire ad un Paese: queste elezioni non sono utili, sono inutili, prima che abbiano luogo. È segno d’irresponsabilità nei confronti di un popolo e del suo futuro. Che posizioni così importanti siano state prese con così pochi elementi di giudizio, mi spaventa”. Zapatero metteva in discussione i pregiudizi dell’UE contro il Venezuela: “Perché l’ha fatto col Venezuela? Non è ragionevole, non è facile da spiegare(…) Credo che l’Unione europea debba ridiventare una potenza regionale che dia priorità a dialogo e pace. Credo che l’America Latina si aspetti che l’Unione europea punti al dialogo”. Zapatero prese come esempio Cuba: “Dopo tutto abbiamo sentito parlare di Cuba, ora c’è un totale cambiamento di situazione, è molto facile discutere con Cuba. L’atteggiamento nei confronti del Venezuela rimane un grande mistero. Chi dice prima di aver sperimentato che le condizioni non sono soddisfatte per le elezioni in Venezuela è un indovino o è prevenuto. Se il governo bolivariano volesse frodare, non avrebbe invitato il mondo intero ad osservare le elezioni. Ma a parte l’Organizzazione degli Stati americani (OAS), il mondo intero è stato invitato a vivere il processo elettorale. Unione europea e ONU non hanno esperti per verificare un processo elettorale? Certo che li hanno, ma siamo bloccati da un grave pregiudizio, da dogmi che portano al fanatismo e al disastro”. Concludeva dicendo che “si deve venire sul campo. Vita ed esperienza politica consistono nel bandire i pregiudizi e conoscere la verità da sé”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Come Maduro risponde alla nuova offensiva imperialista

Venezuela Infos 4 maggio 2018

Roger Noriega, ex-assistente del Segretario di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, noto “falco” alleato diretto dei golpista e terroristi della destra latinoamericana, pubblicava sul New York Times un articolo intitolato: “Le opzioni sono esaurite per il Venezuela” dove ribadiva la richiesta di altre politiche repubblicane a favore del colpo di Stato militare per rovesciare il Presidente Nicolas Maduro. Altri funzionari della politica estera degli Stati Uniti rilasciavano dichiarazioni simili a quelle del vicepresidente Mike Pence che annunciava che i prossimi Paesi da liberare saranno “Nicaragua, Venezuela e Cuba”, o Mike Pompeo, ex-capo della CIA e nuovo segretario di Stato degli Stati Uniti, che autorizzava un nuovo gruppo di diplomatici statunitensi nel promuovere il cambio in Venezuela. La giornalista Stella Calloni rilasciava un nuovo documento dal Comando Sud delle Forze Armate statunitensi, firmato dall’ammiraglio Kurt Walter Tidd, che spiega in undici pagine, metodicamente ciò che gli Stati Uniti intendono fare per impedire la vittoria del Presidente Nicolás Maduro alle elezioni del 20 maggio o, in caso di fallimento, usare il potere mediatico per lanciare e giustificare un intervento. Tale piano denunciato dal Presidente Evo Morales fu redatto prima dell’organizzazione delle elezioni presidenziali del 20 maggio, conferisce un ruolo all’opposizione ma ne riconosce anche l’inefficienza data la mancanza di base sociale, e divisioni, prevaricazione e corruzione che vi regnano. L’esercito statunitense parla di “rinascita della democrazia” in America Latina e cita l’esempio di Brasile, Ecuador e Argentina. Ritiene che sia arrivata la volta del Venezuela. Se, come indicano la maggior parte dei sondaggi di aziende private, Nicolás Maduro vince alle urne, verrà schierato ogni strumenti del Pentagono per la guerra psicologica per creare un clima favorevole all’azione militare. A tal fine, afferma il documento, lavorano con Paesi alleati degli Stati Uniti, Brasile, Colombia, Argentina, Panama e Guyana, per preparare una forza congiunta sotto la bandiera dell’OAS, l’Organizzazione degli Stati americani, e sotto la supervisione del suo Segretario Generale Luis Almagro. Il comando meridionale utilizzerà basi in Colombia, strutture di sorveglianza elettronica regionali, ospedali e enclavi nella foresta panamense di Darién, così come le ex-basi di Howard e Albrrok nella zona del canale. La prima fase del piano è già in corso: consiste nell’aggravare i problemi interni del Venezuela, in particolare carenza di cibo e beni di prima necessità, blocco alla valuta estera, esacerbazione della violenze, esaurimento del potere d’acquisto della moneta nazionale e, allo stesso tempo, lanciare l’apparato della propaganda per accusare il governo di Nicolás Maduro delle crisi, e accusar lui e i suoi principali collaboratori di presunta corruzione.
Dopo il fallimento delle “guarimbas” (violenze di estrema destra) organizzate da aprile a luglio 2017 e presentate dai media internazionali come “rivolta popolare”, la destra concentrava gli sforzi sul terreno economico, rafforzando variabili come aumento dei prezzi, tasso di cambio e contrabbando. Di fronte a questa sfaccettata guerra che mira a minare il sostegno popolare al chavismo, il Presidente Nicolas Maduro accelera la risposta moltiplicando la distribuzione di cibo sovvenzionato alla popolazione. Allo stesso tempo, colpisce il cuore del sistema capitalista: i capi della megabanca privata Banesco, impegnata nel massiccio traffico di valuta venezuelana e riciclaggio di denaro, furono arrestati e la banca posta sotto tutela pubblica. All’apice della ricchezza petrolifera, Banesco aprì la via alla fuga di capitali verso paradisi fiscali come Repubblica Dominicana, Colombia, Panama, Porto Rico e Florida (Stati Uniti) dove iniziarono ad apparire filiali della Banesco con un capitale molto più alto, come nel famoso caso Banesco Panamá, rispetto a grandi banche statunitensi come Citibank. Fino a poco tempo prima, l’ascesa di Banesco fu presentata conseguenza delle grandi qualità del suo fondatore, Juan Carlos Escotet. Tuttavia, nel 2015, Banesco Panamá fu multata per 614000 dollari per aver violato le norme sulla prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo. Il mito ebbe la sua prima dose di realtà…
Nel frattempo, al confine con la Colombia, l’operazione “mani di carta” smantella il contrabbando di banconote venezuelane e riciclaggio di dollari dalla mafia colombiana per acquistare beni sovvenzionati dal governo bolivariano e rivenderli a 100 volte il prezzo sul mercato colombiano. Le autorità nazionali e regionali hanno scoperto molti hangar con passaggi segreti dove riso, burro, zucchero, olio, fungicidi e una grande quantità di alimenti protetti dallo Stato venezuelano furono raccolti e imballati dai mafiosi con imballaggi colombiani. Per non parlare del massiccio traffico di benzina, una flotta di camion cisterna. Nella capitale furono scoperti depositi di cibo monopolizzato poi ridistribuito alla popolazione dai comitati di approvvigionamento. Per proteggere i salari dei lavoratori, Maduro decretava il 30 aprile l’ulteriore aumento del 95% della retribuzione legale, annunciava l’aumento delle indennità e una copertura del 100% dei pensionati, e moltiplicava le assegnazioni ai più vulnerabili: anziani, studenti, donne incinte, donne che allattano, ecc. La replica delle catene di distribuzione come produzione e vendita, era per l’80% nelle mani private, consisteva nell’aumentare i prezzi il giorno seguente. Maduro annunciava che se sarà rieletto il 20 maggio fermerà la mafia dei supermercati e rilancerà il “governo della piazza”, città per città, rafforzare il controllo della distribuzione da parte dei cittadini e del governo.
Il candidato dell’opposizione presidenziale, Henri Falcon, affermava che con la dollarizzazione del Venezuela, si conquisterebbe la fiducia delle organizzazioni internazionali come Banca mondiale (WB) e Fondo monetario internazionale (FMI). Il Presidente Nicolás Maduro considera al contrario, di rendere il Paese indipendente dal dollaro, creando la divisa Petro: “Che un Paese come il nostro possa avere una propria valuta internazionale sarebbe un successo senza precedenti nel mondo” aggiunse riferendosi al Petro lanciato dal governo bolivariano“.

5 aree di lavoro
Nell’ambito del coordinamento della proposta del Presidente, il Comitato economico stabiliva diverse aree di lavoro: sicurezza e sovranità alimentare, nuova architettura finanziaria per la gestione delle finanze pubbliche, rapporto col capitale straniero, economia di produzione, nuovo modello economico che esponga le motivazioni all’Assemblea costituente e problema dell’energia dai diversi punti deboli. Uno di questi è PDVSA Gas Communal: servizio diretto e distribuzione in bombole parte essenziali del lavoro data l’importanza che hanno nelle case. Inoltre, il problema dei flussi di raffinazione fu enfatizzato per valorizzare lavorazione, sfruttamento ed estrazione del greggio. Alla domanda sul destino delle maggiori riserve petrolifere del mondo, il deputati Paravisini dichiarava che le risorse della Hugo Chávez Orinoco Oil Belt continuano ad essere utilizzate come strumento di geopolitica globale. “Chiunque voglia petrolio deve adattarsi alle condizioni stabilite dallo Stato. Si prevede addirittura di stabilire condizioni più severe con questo rapporto di proprietà: 60% alla Repubblica e 40% all’investitore privato da associare che porta tecnologia oltre al finanziamento“. La democratizzazione della gestione dell’industria deve continuare perché nonostante il controllo del governo su Petróleos de Venezuela (PDVSA) che, prima del colpo di Stato e dello sciopero del 2002-2003 contro il Presidente Hugo Chávez, era controllato da “una casta burocratica” che si faceva chiamare meritocrazia, continua a essere gestita da una struttura strettamente legata ai poteri delle multinazionali. Il decreto presidenziale 3368 pubblicato il 12 aprile nella Gazzetta Ufficiale del Venezuela n. 41376, rappresenta un passo in questa direzione. Lo scopo è riorganizzare le operazioni petrolifere e ridurre al minimo la burocrazia nell’impresa statale e nelle joint venture per ripristinarne la capacità produttiva. “L’attività dell’industria petrolifera si è totalmente distorta. Da una cosiddetta acquisizione di tutte le variabili con la nazionalizzazione del petrolio nel 1975 che in realtà diventò un Ministero del Petrolio molto forte, ma con un’industria in realtà gestita dalle multinazionali attraverso prestanomi, passiamo ad un’altra in cui entrambi i lati vanno controllati dallo Stato“. Ciò ne ha determinato il rafforzamento sul momento, ma in pratica “abbiamo perso il controllo sul problema del petrolio. Oggi, l’abbiamo perso nell’industria e abbiamo perso la forza del ministero“, dichiarava Paravisini, dell’Assemblea costituente. “PDVSA era una creazione dell’imperialismo e della CIA. Rómulo Betancourt, inizialmente, si oppose alla sua creazione e quindi l’accettò a condizione che le compagnie fossero dirette dagli ex-direttori delle transnazionali”, ricordava.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perché non hanno potuto abbattere Maduro

Mision Verdad 9 maggio 2018Per cominciare, nonostante orrendi oltraggi, alti tradimenti e aspri attacchi promossi dai nemici del Chavismo, dentro e fuori il Venezuela, contro il mandato di Hugo Chávez, i tempi della presidenza di Nicolás Maduro sono stati molto più difficili. Questo soprattutto per i meccanismi del complotto e del golpe attivati, e anche perché le azioni del nemico fecero del popolo oggetto di danni diretti e collaterali.
L’assedio a pieno spettro di cui il Venezuela è oggetto è innegabile e l’attenzione del mondo vi è concentrata. L’anti-chavismo e i suoi poteri effettivi dentro e fuori il Venezuela hanno scosso la vita nazionale come mai prima d’ora, con la piena convinzione di riconquistare il potere politico nazionale. Le formule fallite contro Chávez sono portate oggi a un nuovo livello di perfezione. Negli ultimi anni abbiamo conosciuto il boicottaggio politico estero, i complotti diplomatici, i tentativi d’isolamento. Il Paese ha anche subito lo scontro tra poteri interni e aggressioni istituzionali dopo l’acquisizione del parlamento da parte della Tavola unita democratica (MUD) nel 2015, confronto di poteri, infiltrazioni di agenti ai vertici, come nel caso di Luisa Ortega Díaz nella giustizia e conseguente scontro istituzionale. Il Venezuela ha visto l’attivazione dei guarimbas come forme germinali di guerra paramilitare nelle città, attacchi mediatici nazionali e internazionali, propagazione del conflitto e tentativo di spingere la popolazione allo scontro civile. Il Paese fu testimone di abusi nell’economia nazionale, caos dei sistemi d’approvvigionamento e dei prezzi, attacchi alla valuta, svalutazione indotta da Colombia e Miami e caos economico propagato da fattori privati dell’economia reale; ed ora il ruolo diretto svolto dalla Casa Bianca nell’esecuzione del blocco finanziario e commerciale per soffocare l’intera nazione, all’unisono coll’annunciato intervento militare contro il nostro Paese. A questo punto domande sono necessarie: come fu possibile che anche tra tali circostanze la Rivoluzione Bolivariana sia riuscita a resistere al Governo e che oggi il Chavismo continui ad essere una realtà politica che dirige i destini nazionali? In base a quali attributi è stato possibile? Comprendete che con molti meno affanni, altre correnti della sinistra latino-americana furono rovesciate, come Manuel Zelaya, Dilma Rousseff e Fernando Lugo. E altre rivoluzioni praticamente perdute, come nel caso dell’Ecuador.

Perché il Venezuela resiste?
Resistenza e offensiva: intelligenza politica e ruolo dell’avanguardia

Una chiave per riconoscerlo è l’alto senso di coesione delle forze chaviste. Senza, il sostegno al governo Chavez, la rivoluzione come progetto politico e sociale sarebbe impossibile. In cosa consiste? L’unità consiste nel collegamento stretto e solido tra la leadership chavista e la base. Qualcosa in cui altre rivoluzioni democratiche hanno avuto grandi difficoltà. Va sempre chiesto, perché non si radicarono in Brasile pronunciamento e sostegno quando vi fu il rovesciamento di Dilma? Perché la risposta popolare fu spasmodica? Questa unità non avrebbe senso politico pratico se non fosse condotta in modo efficace ed intelligente dalla direzione chavista. La capacità che il Presidente Nicolás Maduro ha avuto, così spesso sottovalutata, e i leader che l’affiancano, ha permesso di disarmare e sottomettere l’avversario in diverse occasioni e di giocare contro molti fattori ed avversari. Il senso dell’intelligenza politica della leadership chavista è un valore costruito in anni di evoluzione. Un altro senso politico sviluppato dal chavismo è stato persistere con solidità nella propria posizione, nella Costituzione e sfruttando al massimo le risorse istituzionali per non perdere il centro di gravità politico. Le oscillazioni indotte dall’avversario furono un tentativo perenne di mettere il chavismo nel campo opposto. Un esempio di ciò fu Maduro chiedere più volte all’opposizione di dialogare, alcune volte senza successo, altre volte a discapito dei militanti. Ma ogni volta che Maduro riusciva a sedersi con la destra, ne usciva trionfante, ed essa fu sempre decimata, fratturata e divisa. Maduro dovette usare una politica intelligente e dialogante, mantenendo posizioni solide ma rendendosi minimamente strategico nel disarmare l’avversario. Ricordiamo: Maturo dall’inizio del 2017 dovette articolare a porte chiuse alcuni incontri preparatori coi capi della MUD per affrontare (e cercare di neutralizzare) ciò che poi esplose: guarimbas, assalti violenti, caos e cellule paramilitari germinali, dispiegandosi sotto i riflettori in diverse città del Paese.

L’avanguardia chavista non è solo nell’esecutivo, ma nella militanza
L’ala più incline alla violenza della MUD ne prese le redini e spinse il Paese (agli ordini dagli Stati Uniti) nel conflitto totale. Con molta perseveranza, negoziati e inviti aperti, Maduro articolò il dialogo per disattivare le violenze nel luglio 2017, senza cedere e terminando con l’elezione dell’Assemblea nazionale costituente (ANC). Il risultato è stato quindi una mappa elettorale che, per la tragedia della MUD, ne significò la frammentazione politica quando alcune parti inclini alla violenza decisero di disimpegnarsi dall’arena politica. Naturalmente, la MUD dialogò a metà 2017, una volta che il suo piano insurrezionale perse forza e fu smembrato tatticamente. I dispositivi di sicurezza dello Stato lo smantellarono, portando a un vicolo cieco i loro promotori, subendo una usura insostenibile. La politica intelligente di Maduro era dialogare da un lato, quando era necessario, ma dall’altro colpire quando andava fatto, usando il potere da capo di Stato, la sicurezza pubblica o invocando l’ANC. Perciò il violento assedio fu temporaneamente spezzato. Certo, il legame civico-militare trasversale del chavismo non va sottovalutato. C’è una chiara differenza tra il Venezuela e altri riferimenti della sinistra regionale. Mentre in vari Paesi i militari sono confinati in una “posizione istituzionale”, politicamente inetta, il Venezuela va nella direzione opposta. Chávez lo capì sempre e pose le basi del sostegno al governo Maduro. Ciò consiste nel dare corpo ai legami tra militari e civili, poiché è qui che risiede la genesi di Chavez come forza politica, l’insurrezione militare del 4 febbraio 1992 fu preceduta dall’insurrezione civile del 1989, nota come “el Caracazo”. Se il chavismo non avesse legami così stretti tra i due settori, avrebbe ceduto alla destabilizzazione a pochi anni dall’inizio del potere. Il chavismo ha sempre capito che l’istituzione non poteva persistere in termini formali se non ci fosse stata una rivoluzione. Pertanto, ci fu lo smantellamento delle strutture militari del Venezuela, toccando interessi sensibili e trasformando i militari in componente istituzionali col chavismo e la Costituzione del 1999.
Un altro fattore da riconoscere è che, a differenza di altre esperienze latinoamericane, il chavismo ha costituito un corpo vivente che sviluppa la politica oltre le istituzioni, e anche oltre il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) come entità politica governante. Il chavismo ha creato la propria avanguardia, un tessuto politico integrato, poliedrico e molteplice, definito da ampi settori e forze sociali che hanno attuato il chavismo come realtà e soggettività politica. L’avanguardia sono coloro che costruiscono la vera politica negli spazi vitali della vita quotidiana. Donne e uomini comuni, leader di comunità e di base, organizzati nelle strutture dei Consigli Comunali, CLAP, movimenti sociali, strutture locali del PSUV, forze dei partiti alleati, movimenti sindacali, istanze di comunità, ecc. In questi spazi, la politica centrale viene replicata riproducendo le linee guida e la direzione del chavismo. Queste sono aree di lavoro per l’esecuzione di politiche pubbliche e missioni sociali. Ma sono più di questo, perché si tratta anche di stabilire in ogni spazio di lavoro un’area vitale per la difesa della rivoluzione in tutti i momenti e in tutte le circostanze, contro ogni minaccia che incomba sul processo politico chavista. Il chavismo non è composto da seguaci: è composto da militanti. Gli spazi d’avanguardia sono per la difesa della rivoluzione, nel quadro della riflessione permanente sulle principali questioni e circostanze nazionali che il Paese attraversa. Sono anche luoghi in cui la linea e le istruzioni delle istanze rivoluzionarie sono difese. Ma dove c’è anche il costante esercizio di critica e costruzione collettiva. Sono spazi in cui il senso della militanza chavista matura e si mantiene la base che gli ha permesso di sostenersi elettoralmente, ed anche di continuare ad essere la principale forza politica in Venezuela.

A titolo di conclusione
Questo breve passaggio è una minuscola recensione del futuro costruito come fenomeno politico in Venezuela negli ultimi tempi. Non esiste un unico metodo in grado di definire la persistenza del chavismo come realtà politica in Venezuela. Elementi come intelligenza, conoscenza dell’avversario, senso dell’opportunità, principio di solidità e conservazione del centro di gravità politica, legami con la base, massimo uso delle risorse e affinità identitarie, sono i fili trasversali che hanno fatto del chavismo una forza politica senza precedenti in Venezuela. Tuttavia, in questa miriade di aspetti che formano il chavismo, in un momento senza precedenti della storia, arrivano nuove definizioni. Pertanto, l’analisi di questa forza politica e delle sue qualità è lungi dall’essere conclusa.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La cospirazione contro il Venezuela

Adán Chávez Frías, Internationalist 360°, 13 maggio 2018Siamo nella settimana decisiva del processo elettorale del 20 maggio, in cui riaffermeremo il carattere profondamente democratico della rivoluzione bolivariana. Osserviamo nella fase finale di questa intensa campagna, l’indiscussa disposizione del popolo venezuelano ad esercitare il diritto di voto come strumento per la ricerca di soluzioni nell’attuale congiuntura. La maggior parte della popolazione è consapevole dell’importanza del ruolo che svolgiamo in queste elezioni in cui sarà deciso il futuro della Patria, la possibilità di sviluppo economico nei prossimi decenni e la stabilità politica della nazione. Tuttavia, negli ultimi giorni si sono intensificate anche le minacce di Stati Uniti e loro alleati contro il nostro sistema democratico. Lo scorso lunedì, il vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, teneva un discorso aggressivo all’Organizzazione degli Stati americani (OAS), chiedendo l’espulsione del Venezuela dall’agenzia, sanzioni comuni al nostro Paese e la formazione di una lobby politica e finanziaria per rovesciare al Presidente Nicolás Maduro. Non sorprende che la prima cosa che la Casa Bianca richieda sia la sospensione delle elezioni presidenziali del 20 maggio. E hanno paura del popolo venezuelano. Sanno che la continuità del programma socialista bolivariano sarà decisa alle urne; sanno che il Venezuela continuerà ad essere un punto di riferimento della resistenza e della lotta anticapitalista e antimperialista di fronte al mondo. In questo contesto, la cospirazione internazionale della destra emisferica contro la democrazia venezuelana sarà dimostrata all’incontro del cosiddetto gruppo di Lima. Tale fazione di governi pro-imperialisti, composta da Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Guyana, Honduras, Messico, Panama, Paraguay, Perù e Santa Lucia, proverà ad agire per sabotare le elezioni del 20 maggio criminalizzando il governo, i leader bolivariani e lo Stato venezuelano. Tale gruppo, erroneamente catalogato vincente, è il cartello trionfante del restauro neo-liberista in America Latina. E come possono Brasile, Messico, Perù o Colombia mettere in discussione la democrazia venezuelana?
Dimenticate che in Colombia, pochi giorni prima delle elezioni presidenziali, le Nazioni Unite si preoccupano dell’aumento degli assassini dei leader sociali? Non sanno che in Messico più di 80 candidati a sindaco per le elezioni del 1° luglio furono costretti a dimettersi per timore di un assassinio politico, e che sabato il candidato sindaco del MORENA a Guanajuato, José Remedios Aguirre, fu assassinato? Sono questi i Paesi che dettano legge al Venezuela su trasparenza e garanzie in un processo elettorale? Come hanno ribadito funzionari e i consiglieri dell’amministrazione Trump, gli Stati Uniti non vogliono una soluzione costituzionale e democratica al complesso scenario che il nostro Paese affronta. La Casa Bianca ancora scommette su un colpo di Stato, come ha detto l’ambasciatrice USA alle Nazioni Unite (ONU) Nikki Haley nel discorso al Consiglio delle Americhe a Washington, che “è ora che Maduro se ne vada” mentre i senatori repubblicani Juan Cruz e Roger Noriega tentano di incitare i nostri militari al colpo di Stato. Tale posizione di Washington è un segno pericoloso e negativo per l’intera regione, perché il dipartimento di Stato nella ripresa della Monroe Doctrine, con la CIA come agenzia esecutiva, cerca di attuare un nuovo Piano Condor per reimporre col sangue e il fuoco il neoliberalismo. Siamo sicuri che non ci riusciranno. I nostri popoli non si ritireranno e non cederanno le conquiste ottenute in più di un decennio dai governi progressisti e di sinistra. Combatteremo in qualsiasi scenario ma, soprattutto, difenderemo il nostro diritto alla pace, alla sovranità e alla democrazia. Non possiamo abbassare la guardia. L’intelligenza e l’organizzazione popolare devono essere attenti di fronte all’appello dell’ambasciata gringa a Caracas ai loro concittadini di prestare attenzione a possibili violenze prima e dopo il 20 maggio. Non consentiremo alcuna provocazione che possa impedire o compromettere le elezioni di domenica prossima. In tal senso, voglio fare una appello in questi ultimi giorni di campagna di doppio attacco corazzato, come diceva il Comandante Hugo Chávez. Il primo passo di tale strategia è controllare e ricontrollare i macchinari già pronti: dobbiamo garantire la perfetta mobilitazione per una nuova vittoria perfetta. Non perdete un voto!
Dovete essere costanti, precisi, analitici nelle statistiche. Niente può essere lasciato al caso. Inoltre perfezioniamo il nostro metodo di combattimento in questa decisiva battaglia tra la vita e la prosperità della Patria, o la nostra sottomissione e resa nazionale. Dobbiamo in questi ultimi giorni, con l’artiglieria del pensiero, con la verità rivoluzionaria, mutare l’equilibrio verso la nostra opzione alla ricerca dell’ultimo voto chavista. Insieme Vinceremo!

Con Chávez sempre!
Tutti con Maduro!
Lunga vita alla Patria di Bolívar e Chávez!
Traduzione di Alessandro Lattanzio