La liberazione di Aleppo e i compiti dei socialisti rivoluzionari antimperialisti

Komepd 13/01/2017

Dichiarazione congiunta, 01/12/2017
Socialist Fight – Inghilterra
Workers Socialist League – USA
Tendência Militante Bolchevique – Argentina
Communist Revolutionary Action – Grecia
Frente Comunista dos Trabalhadores – Brasile
CEDS – Centro de Estudos e Debates Socialistas – Brasile
Ady Mutero, Revolutionary Internationalist League – Zimbabwe
Mohammad Basir Ul Haq Sinha, President, Inter Press Network, Dhaka – Bangladesh
Akhar Bandyopadhyay, Bhagat Singh’s Socialist – India
Frank Fitzmaurice, Liverpool – Inghilterra

1. La liberazione finale di Aleppo, a metà dicembre 2016, è una sconfitta delle milizie jihadiste sponsorizzate dagli Stati Uniti e dai suoi alleati Turchia, Arabia Saudita, Giordania, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Libia, per citarne i più importanti. Una vittoria dell’imperialismo ad Aleppo avrebbe inflitto un enorme colpo alla classe operaia della Siria e del Medio Oriente.
2. La sconfitta dell’imperialismo mondiale dominato dagli USA, dove hanno sede le grandi società finanziarie di Wall Street e le loro multinazionali alleate, e gli imperialismi subordinati di Europa, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Canada, ecc., è una vittoria per la classe operaia mondiale e tutti i popoli oppressi del pianeta. Naturalmente, non si tratta di una vittoria socialista rivoluzionaria, ma rafforza la lotta della classe operaia della Siria contro l’imperialismo e quindi, in ultima analisi, contro la propria classe dirigente capitalista.
3. Riaffermiamo con Marx ed Engels (almeno a partire dalla “svolta irlandese” del 1869, enunciata nella lettera di Marx a Ludwig Kugelmann), Lenin, i bolscevichi e Trotskij l’importanza vitale della distinzione tra nazioni oppresse e oppressive (per cui Lenin ha combattuto così eroicamente nella sua ultima lotta dal letto di morte, scrivendo nel dicembre 1922, “una punizione esemplare va inflitta al compagno Ordzhonikidze. La responsabilità politica di tutta questa enorme campagna nazionalista russa deve, naturalmente, essere posta su Stalin e Dzerzhinskij (il capo della Ceka). Finché lo sciovinismo grande russo non sarà combattuto fino alla morte, il sostegno del partito ai movimenti di liberazione nazionale antimperialisti sarà del tutto ipocrita: noi stessi cediamo… ad atteggiamenti imperialistici verso le nazionalità oppresse, minando in tal modo la nostra sincerità di principio, la nostra difesa del principio della lotta all’imperialismo e tra imperialismo e mondo semi-coloniale“).
4. Rifiutiamo assolutamente la proposta che Cina e Russia siano potenze imperialiste nel senso marxista, come sviluppato da Lenin nel suo lavoro del 1916 L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, difeso da tutti i marxisti seri fin da allora.
5. Pertanto, rifiutiamo assolutamente la proposizione che il conflitto in Siria, nel Medio Oriente e nel mondo sia un conflitto tra due imperialismi uguali e contrari; l’imperialismo occidentale dominato dagli Stati Uniti e l’imperialismo orientale dominato da Cina e Russia. Alcune organizzazioni trotskiste sostengono che l’URSS fosse un Paese dal capitalismo di Stato prima della caduta nel 1991. Abbiamo seguito la linea definita da Leon Trotskij che definiva l’URSS Stato dei lavoratori degenerato, e l’abbiamo fatto fino all’inizio del periodo Eltsin. Oggi, la Russia è uno Stato capitalista a tutti gli effetti, ma bisogna fare attenzione a caratterizzarlo come Paese imperialista, perché questo significa paragonarlo all’imperialismo di Stati Uniti ed europeo, dal ruolo aggressivo nel mondo di oggi. Non c’è uno scontro tra imperialismi. Le scuse fatte su un ritorno alla “guerra fredda” sono una strategia dell’imperialismo degli Stati Uniti per isolare la Russia, così come la Cina, e rafforzare ideologicamente i propri interessi. Alcune funzioni della Russia non vanno confuse, come l’importanza della sua economia industriale e del suo arsenale militare, che rimane potente e anche rinvigorito, quali manifestazioni di una politica imperialista. L’intervento militare della Russia in Siria, che ha messo fine ai bombardamenti di Stati Uniti e NATO contro il governo di Bashar al-Assad, e gli attacchi aerei russi contro SIIL e altri gruppi armati in Siria, sono dimostrazioni militari del nazionalismo russo, per preservarne la posizione nel Medio Oriente. Una parte della borghesia russa si identifica con questo nazionalismo e la politica internazionale del governo di Putin, che esprime i propri interessi di classe. Gazprom è il più grande esempio di questa associazione. Detenuta principalmente dal capitale dello Stato, è la maggiore compagnia russa e il maggiore esportatore mondiale di gas naturale, principalmente in Europa. Il nazionalismo russo, ereditato dallo zarismo e dallo Stato sovietico degenerato, resiste oggi e contrasta l’avanzata dell’imperialismo verso l’Europa orientale, l’Ucraina e la Siria, e in queste situazioni specifiche svolge un ruolo progressivo. Di fronte alle minacce espansionistiche della NATO e dell’imperialismo, la Russia va difesa senza condizioni da tutti i rivoluzionari.
6. Dalla fine della Seconda guerra mondiale c’è solo una potenza imperialista egemonica mondiale, gli Stati Uniti, anche se in declino per influenza e forza politica ed economica. Tutte le altre potenze imperialiste sono subordinate a questa, però malvolentieri. Il dollaro è di gran lunga la valuta di scambio del mondo più importante, i mercati azionari degli Stati Uniti dominano il mondo in alleanza con la City di Londra; l’esercito e la marina statunitensi sono più forti delle successive dieci nazioni messe insieme; con i suoi alleati della NATO, alle 20 nazioni prossime. E tecnologicamente in quasi ogni campo sono molto più avanzati; le loro 10 superportaerei (il 60% in più rispetto al suo rivale più immediato) e le 9 portaelicotteri hanno una superficie maggiore di tutte le altre portaerei del resto del mondo messe insieme. Gli Stati Uniti hanno 800 basi militari in tutto il mondo. I militari statunitensi sono presenti in 156 Paesi ed hanno basi in 63 Paesi. Gli Stati Uniti hanno costruito nuove basi in sette Paesi dall’11 settembre 2001. La Russia ha otto basi, tutte tranne Tartus in Siria nei Paesi dell’ex-URSS. La Cina non ne ha affatto.
7. Questo non significa che l’imperialismo globale non può essere sconfitto. Fin dalla sconfitta in Vietnam nel 1975, in gran parte fa affidamento alle forze di ascari per il lavoro sporco, ma tali forze possono ribellarglisi; Usama bin Ladin era una volta un uomo della CIA e anche se la CIA celebrò il rovesciamento di Najibullah in Afghanistan nel 1992, le loro creature (al-Qaida e SIIL) gli si ribellarono lì e in Libia, Iraq, Siria e Nord Africa. La loro sconfitta ad Aleppo ne mostra i limiti. Gli ‘stivali sul terreno’ soffrono ancora dalla sindrome del Vietnam. L’opposizione pubblica ha impedito il bombardamento di Damasco nel 2013, nel timore di ripetere la debacle che gli fece gettare in mare elicotteri da milioni di dollari al largo di Saigon, nell’aprile 1975.
8. Nel dare appoggio incondizionato, ma fondamentale al governo siriano di Assad, all’Esercito arabo siriano e agli alleati russi, Hezbollah e milizie iraniane contro l’imperialismo, non si ‘mescola il rosso con il blu’, non diamo a queste forze e milizie nazionaliste borghesi sostegno politico contro la propria classe operaia o diffondendo l’illusione che vogliano infine sconfiggere l’imperialismo.
9. Le classi lavoratrici siriane, egiziane, turche, iraniane, irachene, libanesi, israeliane, palestinesi e libiche devono forgiare il proprio programma rivoluzionario basato su principi antisionisti ed antimperialisti, per dei consigli operai per gli Stati Uniti socialisti di Medio Oriente e Nord Africa.
10. Se sostituiamo il nome di Chiang Kai-shek con quelli degli attuali leader avversari delle macchinazioni dell’imperialismo dominato dagli Stati Uniti, l’intervento del 1937 di Trotskij sull’invasione giapponese della Cina, conserva oggi tutta l’essenza politica: “Non dobbiamo illuderci su Chiang Kai-shek, il suo partito o la classe dirigente della Cina, proprio come Marx ed Engels non si fecero illusioni sulle classi dirigenti di Irlanda e Polonia. Chiang Kai-shek è il carnefice degli operai e dei contadini cinesi. Ma oggi è costretto, suo malgrado, a lottare contro il Giappone per ciò che resta dell’indipendenza della Cina. Domani potrà ancora tradire. È possibile. È probabile. È anche inevitabile. Ma oggi lotta. Solo vigliacchi, mascalzoni, o imbecilli completi possono rifiutarsi di partecipare a questa lotta“.
11. Bashar Hafiz al-Assad lotta per l’indipendenza della Siria dal 2011. La Siria ha spezzato le varie offensive del cambio di regime condotte dagli Stati Uniti, dalla dichiarazione della Guerra al Terrore del presidente degli Stati Uniti George W Bush, nel settembre 2011.
12. Questo è accaduto in: Afghanistan (Operazione Enduring Freedom, 2001), Iraq (Operazione Iraqi Freedom, 2003), Libia (bombardamento NATO della Libia, appoggiato dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU 1973 del 2011), Mali, ecc, (Operazione Enduring Freedom – Trans Sahara OEF-TS 2012 -3) Somalia, (Operazione Enduring Freedom – Corno d’Africa, dal 2006) e Ucraina (2014). Nonostante i titoli, alcuna libertà immaginabile è arrivata in queste terre.
13. In tutti questi casi, i socialisti rivoluzionari erano per la sconfitta delle forze imperialiste e per la vittoria dei loro avversari, nonostante fossero dei reazionari o le destre a guidarli. Questa è la tradizione socialista rivoluzionaria antimperialista del Comintern rivoluzionario fino al 1922, e la posizione di Trotskij sulla Cina nel 1937, in Abissinia nel 1936 contro l’invasione italiana e nel 1938 contro l’ipotetica invasione inglese del Brasile guidato dal governo fascista di Vargas.
14. In una guerra tra blocchi di potenze imperialiste, siamo per il disfattismo su entrambi i fronti, sempre per la sconfitta della nostra e di ogni altra nazione imperialista. Questa è l’unica posizione marxista internazionalista che va difesa. Seguiamo la fiera tradizione del famoso volantino di Karl Liebknecht ‘Il nemico principale è a casa!’ (Maggio 1915) sul principio vitale de “Il nemico principale del popolo tedesco è in Germania: l’imperialismo tedesco, il partito della guerra tedesco, la diplomazia segreta tedesca. Questo nemico in patria va combattuto dal popolo tedesco nella lotta politica, cooperando con il proletariato degli altri Paesi che lotta contro i suoi stessi imperialisti“.
15. In tutte le guerre imperialiste contro i Paesi semi-coloniali, dalle invasioni dirette ai bombardamenti o all’uso di eserciti mercenari, o in entrambi i casi, siamo per la sconfitta della potenza imperialista e per la vittoria della semi-colonia. Ci sono due ragioni importanti per questa posizione (a) la sconfitta dell’imperialismo che attacca una nazione semi-coloniale aumenta la fiducia in se della classe operaia della nazione nel trattare con la propria classe dirigente e (b) forse ancora più importante, è un duro colpo agli atteggiamenti sciovinistici della classe operaia nel Paese imperialista, costantemente rafforzati dalla dirigenza politica capitalistica e dai suoi agenti nel movimento operaio, nella burocrazia sindacale e nella leadership dei partiti socialdemocratici alleati. La sindrome del Vietnam dopo la liberazione di Hanoi nel 1975 è stato un bene molto prezioso per i rivoluzionari; Aleppo, dopo la sua liberazione nel dicembre 2016, è una fonte d’ispirazione similare.
16. La sconfitta dell’imperialismo richiede nel mondo una nuova Internazionale che sia anticapitalista e antimperialista. A questo scopo ci dedichiamo.
17. La liberazione completa di Aleppo, della Siria, del Medio Oriente e del pianeta avvererrà solo con la rivoluzione socialista contro tutti i governi capitalisti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Turchia e Stato islamico: una cooperazione anti-cinese

Ruben Kruglov, EoT, 18/2/2016

Se lo “Stato islamico” riuscisse ad occupare rapidamente i territori controllati in Afghanistan e Pakistan dai taliban ed annetterli all’autoproclamato “califfato”, la minaccia della destabilizzazione sarebbe alle porte della Cina.7062304455_c395eeaa32_bGli ultimi mesi hanno dimostrato quanto profondamente la Turchia sia coinvolta con lo SIIL. La Turchia ha inscenato gli eventi dello “Stato islamico” per molto tempo, favorendone la attività non solo indirettamente o ufficiosamente. Tuttavia, una dichiarazione ufficiale avvenne nell’autunno 2015 ad Istanbul, che potrebbe essere vista come dichiarazione turca sullo “Stato islamico”. La dichiarazione fu fatta dal capo dell’Organizzazione nazionale dell’intelligence della Turchia Hakan Fidan, che di solito non fa apparizioni pubbliche. Fidan dichiarò: “Lo ‘Stato islamico’ è una realtà. Dobbiamo riconoscere che non possiamo debellare un’organizzazione così radicata e popolare, come lo “Stato islamico”. E perciò esorto i nostri partner occidentali a riconsiderare le precedenti nozioni sui rami politici dell’Islam e mettere da parte la loro mentalità cinica, e insieme annullare i piani di Vladimir Putin per sopprimere la rivoluzione islamica in Siria“. In base a ciò Hakan Fidan trasse la seguente conclusione: è necessario aprire un ufficio o un’ambasciata permanente dello SIIL ad Istanbul, “La Turchia ci crede fortemente”. La storia della dichiarazione del capo dell’Organizzazione nazionale dell’intelligence è curiosa. In primo luogo comparve sui media on-line il 18 ottobre 2015, ma non ebbe molta attenzione. La dichiarazione di Hakan Fidan divenne famosa quando fu ripubblicata sui siti web delle agenzie di stampa il 13 novembre, alla vigilia degli attacchi terroristici di Parigi, nella notte tra il 13 e il 14 novembre. Il caso volle che la Turchia esortasse l’occidente a riconoscere un quasi-Stato che, da parte sua, si rifiuta di riconoscere il diritto degli altri Stati ad esistere. In sostanza, era un appello ad accettare le richieste del terrorismo globale dello SIIL. La pretesa è ben chiara, il giuramento di fedeltà al nuovo califfato.
983033-cpec-1446339827 Cosa significa la partecipazione diretta della Turchia nella vita del promesso “Stato islamico” per il mondo islamico e i suoi vicini (Russia compresa)? Questa domanda diventa più importante oggi, dopo che migliaia di rifugiati sono stati trasportati, non senza la partecipazione della Turchia, dal Medio Oriente all’Europa; dopo l’incidente con l’aereo russo che bombardava lo SIIL, abbattuto dalla Turchia; dopo le ampie affermazioni dei funzionari turchi. A questo proposito va ricordato un altro aspetto importante della politica mediorientale. La caduta del regime di Mubaraq in Egitto e la distruzione dello Stato gheddafino in Libia, all’inizio della “primavera araba”, quasi fecero crollare i legami economici di questi Paesi con la Cina, la cui presenza economica era in rapida crescita. In questo modo, è comprensibile come gli eventi della “primavera araba” abbiano creato una barriera all’espansione economica cinese in Medio Oriente e Africa, che minacciava gli Stati Uniti. In altre parole, la “primavera araba” era anche uno strumento efficace nelle mani degli Stati Uniti nella competizione globale con la Repubblica Popolare Cinese. Ora, studiando i collegamenti tra Turchia e SIIL, è necessario discutere cosa significhi l’espansione dello “Stato islamico” per la Cina.
Nell’autunno 2015, i media riferirono che le agenzie d’intelligence turche preparavano i terroristi uiguri cinesi. Si potrebbe pensare che il motivo qui siano i tradizionalmente forti legami tra i popoli turchi, oltre alla Turchia interessata a rafforzare l’influenza sulla parte orientale del mondo turcofono, il Turkestan. Tutto questo, naturalmente, è vero. Ma non è tutto. Si tratta anche dei gruppi uiguri addestrati e armati nelle fila dello SIIL. Vi sono sempre più prove della presenza di tali gruppi in Siria. Pertanto, lo SIIL è un nuovo strumento, migliorato dalla “primavera araba”, per destabilizzare il principale concorrente degli Stati Uniti, la Cina. Se lo “Stato islamico” riuscisse a catturare rapidamente i territori controllati dai taliban in Afghanistan e Pakistan e annetterli al loro autoproclamato “califfato”, la minaccia della destabilizzazione sarebbe alle porte della Cina. Le capacità dell’organizzazione califista che vi comparirebbe, con la prospettiva di raggiungere gli uiguri, renderebbero tale destabilizzazione inevitabile. Tuttavia, lo SIIL non è riuscito ad avanzare rapidamente nella zona afghano-pakistana. Ricordiamo cosa scrisse il quotidiano Daily Beast nell’ottobre 2015 con un articolo intitolato “Un’alleanza talebano-russa contro lo SIIL?” Il giornale scrisse che i rappresentanti dei taliban andarono in Cina più volte per discutere il problema degli uiguri del Xinjiang che vivono nel sud dell’Afghanistan. The Daily Beast citò uno dei rappresentanti dei taliban: “Gli abbiamo detto che (degli uiguri) sono in Afghanistan, e che gli abbiamo impedito di compiere attività anti-cinesi“. Gli esperti insistono sul fatto che il Pakistan (le cui agenzie d’intelligence hanno giocato un ruolo decisivo nella creazione dei taliban) passano dagli Stati Uniti alla Cina. Dato che le prospettive di cedere le aree pashtun, proprie e afghani, allo “Stato islamico”, che non si fermerebbe, sono inaccettabili per il Pakistan. Questo è ciò che, ovviamente, ha causato la svolta del Pakistan verso la Cina. E questa volta è stata così drastica che le conseguenze creano una nuova minaccia agli Stati Uniti con l’espansione dell’influenza della Cina.
Durante il Forum sulla Sicurezza di Xiangshan, dell’ottobre 2015, il ministro della Difesa, Acqua ed Energia pakistano, Khawaja Muhammad Asif, annunciò la messa al bando dei terroristi uiguri del “Movimento islamico del Turkestan Orientale” dicendo: “Credo fossero pochi nelle zone tribali, e che siano stati tutti cacciati o eliminati. Non ce ne sono più“. Asif aggiunse che il Pakistan è pronto a combattere contro il “Movimento islamico del Turkestan Orientale”, perché non è solo nell’interesse della Cina, ma anche del Pakistan. Successivamente, nella prima metà di novembre 2015, il giornale cinese China Daily annunciava che la compagnia statale cinese China Overseas Port riceveva dal governo pakistano 152 ettari di terreno nel porto di Gwadar, in affitto per 43 anni (!). Forse è giunto il momento di ammettere che la Cina ha quasi raggiunto il Mare Arabico attraverso la regione d’importanza strategica pakistana del Baluchistan (dove si trova Gwadar) e che il progetto di ampliamento dello SIIL ad oriente non è riuscito ad evitarlo? E’ ovvio che la lotta degli Stati Uniti contro la Cina continuerà in questo senso, motivo per cui la Cina si affretta a consolidare i risultati raggiunti e a creare una propria zona economica nei pressi dello Stretto di Hormuz. China Daily ha scritto: “Nell’ambito dell’accordo, la società cinese di Hong Kong sarà incaricata del Porto di Gwadar, il terzo più grande porto del Pakistan“. C’è un dettaglio degno di nota in questa storia: Gwadar è considerata la punta meridionale del grande corridoio economico cino-pakistano. Questo corridoio inizia nella regione autonoma uigura dello Xinjiang nella Repubblica Popolare Cinese. Ciò significa che la necessità di destabilizzare la Cina diventa ancor più acuta per i suoi concorrenti.
13940407000518_photoi Dato che il Pakistan e i taliban rifiutano di radicalizzare i cinesi uiguri (più di 9 milioni dei quali vivono in Cina), questo ruolo va a, da un lato, alla Turchia come patrona degli uiguri, e dell’altro allo SIIL, in quanto islamista ultra-radicale. Poi, se il corridoio afgano-pakistano per rifornire i gruppi radicali in Cina viene bloccato, per il momento, significa che ne serve un altro. Quale? Ovviamente, il mondo turco, dalla Turchia ai Paesi turcofoni dell’Asia centrale e gli uiguri cinesi. E’ più che probabile che la regione del Volga e il Caucaso del Nord dovranno fare parte del corridoio che serve a Turchia e SIIL per collegarsi agli uiguri. I media cinesi lo sottolinearono alla fine del 2014. A quell’epoca il sito web Want China Times pubblicò un articolo intitolato “I separatisti del ‘Turkestan orientale’ vengono addestrati dallo SIIL e sognano di tornare in Cina“. Il sito riprendeva i dati pubblicati dal media cinese Global Times. Secondo questi dati, i radicali uiguri fuggivano dal Paese per unirsi allo SIIL, addestrarsi e combattere in Iraq e Siria. I loro obiettivi soono avere un ampio riconoscimento dai gruppi terroristici internazionali, stabilire dei canali di contatto ed acquisire esperienza nei combattimenti reali prima di esportare le loro conoscenze in Cina. Global Times riferiva, citando esperti cinesi, che uiguri dello Xinjiang entravano nello SIIL in Siria e Iraq, o nelle sue divisioni nei Paesi del Sud-Est asiatici. Inoltre, la pubblicazione informava che, dato che la comunità internazionale aveva lanciato la campagna anti-terroristica, lo SIIL ora evitava il reclutamento di nuovi membri secondo la propria “base”, preferendo separarli inviandoli in piccole cellule in Siria, Turchia, Indonesia e Kirghizistan.
Il problema uiguro complicò i rapporti turco-cinesi nell’estate 2015. Tutto iniziò in Thailandia. Le autorità decisero di espellere oltre 100 uiguri in Cina. Nella notte tra l’8 e il 9 luglio, gli uiguri turchi attaccarono l’ambasciata cinese a Istanbul, per protestare contro questa decisione. In risposta, le autorità della Thailandia cambiarono posizione e dichiararono che gli emigranti uiguri non sarebbero stati deportati in Cina senza le prove dei loro crimini. Invece… furono deportati direttamente in Turchia! Non fu una decisione nuova, deportazioni di uiguri in Turchia già si erano avute. 60mila uiguri vivono in Turchia. Ciò significa che non si parla di singoli casi di espulsione, ma di concentrazione consistente di gruppi uiguri dai vari Paesi asiatici in Turchia. A luglio il sito arabo al-Qanun citò Tong Bichan, alto funzionario del Ministero di Pubblica Sicurezza cinese, dire: “I diplomatici turchi nel sud-est asiatico hanno dato carte d’identità turche ai cittadini uiguri della provincia dello Xinjiang, inviandoli in Turchia a prepararsi alla guerra contro il governo siriano a fianco dello SIIL“. Infine, solo di recente la risorsa propagandistica dello “Stato islamico” ha registrato una canzone in lingua cinese. La canzone contiene l’appello a svegliarsi diretta ai fratelli musulmani cinesi. Tali appelli fanno parte della campagna anti-cinese lanciata dallo SIIL. Un altro video dei califisti mostra un 80enne predicatore musulmano dello Xinjiang esortare i compatrioti musulmani ad unirsi allo SIIL. Il video mostra poi una classe di ragazzi uiguri, di cui uno promette di alzare la bandiera dello SIIL nel Turkestan. Tutto questo porta alla conclusione che tra gli obiettivi che lo SIIL cerca di raggiungere in cooperazione con la Turchia, vi è l’avvio della “Primavera cinese” in termini piuttosto chiari. Tale obiettivo richiede “collaboratori” presenti nei territori vicini alla Cina, in primo luogo negli Stati turcofoni dell’Asia centrale. Ad esempio, il Kirghizistan, a questo proposito, chiaramente dovrebbe diventare il luogo di concentramento e addestramento dei gruppi radicali.
La grande riformulazione del Medio Oriente cerca di volgersi ad est, in direzione della Cina. Il che significa che nuove gravi fasi di tale guerra non sono lontane.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I retroscena dei colloqui di Astana

Alessandro Lattanzio, 24/1/20171038241121Ad Astana, il Dr. Bashar al-Jafari guidava la delegazione siriana composta da Arnus Ahmad, Consigliere del Ministro degli Esteri, Riyadh Hadad, ambasciatore a Mosca, Ahmad Qusayri, parlamentare dell’Assemblea del Popolo, Haydar Ali Ahmad, Usama Ali, Amjad Isa, Brigadier-Generale Salim Harba, Brigadier-Generale Adnan Hulwa, Colonnello Samir Buraydi. Secondo un capo di al-Nusra, Salah al-Hamawi, la Turchia sfruttava la conferenza di Astana per poter fermare le operazioni dell’Esercito arabo siriano contro i terroristi a Idlib. “La Turchia ha proposto il cessate il fuoco e i colloqui di Astana ai gruppi terroristici che temono le massicce operazioni militari dell’Esercito arabo siriano a Idlib e conseguente caduta della città“. Al-Hamawi aveva indicato che nel caso di Aleppo, i gruppi terroristici informarono il governo turco di poter controllare la città per due anni e di avere abbastanza armi e munizioni per difendere le loro posizioni, ma dopo la liberazione di Aleppo est, si precipitarono a chiedere alla Turchia di trovare un modo per cooperare con la Russia per poter restare negli ultimi quartieri occupati di Aleppo, un volta compreso che non avevano abbastanza armi e forze per continuare ad occuparli. Quindi ad Astana, “La Turchia vuole bloccare i progressi dell’esercito siriano, ristrutturare i gruppi terroristici e ostacolare gli Stati Uniti aiutando i gruppi curdi ad avvicinarsi alla Russia“. L’analista siriano Salman Hayan dubitava di “ruolo e posizione sospetti della Turchia” nelle trattative ad Astana, “Mentre i ministri degli esteri iraniani e russi sottolineano le loro posizioni chiare sulla lotta al terrorismo, non va dato credito alla sincerità del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, dato che il suo Paese probabilmente adotta passi ingannevoli. Nonostante le contraddizioni esistenti, la più grave è la posizione ingannevole della Turchia, la riunione ad Astana è considerata un passo sulla strada giusta. Ma il governo turco continua ad inviare terroristi, kamikaze e carri armati ad Idlib e in altre regioni della Siria, dimostrando che Erdogan non è serio nel voler interrompere il sostegno al terrorismo, che in realtà tenta di sfruttare”. Un capo dissidente siriano, Mahir Marhaj, affermava “Gli sviluppi sul campo in Siria, le sconfitte dei gruppi armati da parte del governo siriano e le conseguenze del sostegno turco al terrorismo hanno messo l’opinione pubblica mondiale contro la Turchia che non ha alcuna via d’uscita se non collaborare con Iran e Russia, perciò la Turchia ha fatto un’inversione a U nel sostenere i gruppi terroristici in Siria. Ora Ankara vuole trovare una soluzione politica alla crisi in Siria, in modo che non perda la sua fetta di Siria e trovi alleati contro chi sostiene la creazione della regione autonoma curda in Siria”.
L’esperto politico-militare siriano Muhamad Isa al-Shaiq, osservava che “I recenti sviluppi relativi agli attacchi dello SIIL dovrebbero essere considerati pienamente nel quadro degli attacchi degli Stati Uniti alle postazioni dell’Esercito arabo siriano sul Jabal al-Tharda, a sud di Dayr al-Zur, lo scorso settembre, attuati per permettere allo SIIL di prendere il controllo del Jabal al-Tharda, che si affaccia sull’aeroporto militare a sud di Dayr al-Zur“, e ribadiva che gli sforzi dello SIIL per occupare l’aeroporto prima dei colloqui Astana sono una chiara indicazione del tentativo degli Stati Uniti di fare di tutto per far pressione sui colloqui in Kazakhstan. E una fonte vicina alla delegazione siriana ad Astana, indicava che “La Turchia continua a fare ostruzionismo nella riunione, nel tentativo d’inserire interpretazioni e termini che contrastano con il tema principale e l’obiettivo della riunione di Astana, cioè il cessate il fuoco in Siria“. E difatti, il viceprimo ministro turco Numan Kurtulmus dichiarava al quotidiano Sabah che Ankara non avrebbero restituito al-Bab alla Siria.c55e43a996cb42ccb99ca7558fef604f_18Fonti:
FARS
FARS
FARS
FARS
Syrian Perspective

Il Presidente al-Assad sui colloqui di Astana e i rapporti con il Giappone

Damasco, SANA 20 gennaio 2017
president-al-assad-interview-japan-tbs-channel-4Il Presidente Bashar al-Assad ha rilasciato un’intervista alla rete TV giapponese TBS in cui ha detto che i prossimi colloqui ad Astana tra governo e gruppi terroristici riguarderanno il cessate il fuoco e il permesso ai gruppi terroristici di aderire alla riconciliazione in Siria. Quanto segue è il testo integrale dell’intervista:

Domanda 1: Grazie Signor Presidente, la ringrazio di farci avvalere dell’opportunità di conoscere il vostro punto di vista su ciò che accade in Siria e il suo futuro. Prima di tutto, ho una domanda: ora che i colloqui ad Astana si avvicinano, cosa si cerca e si attende da questa conferenza?
Presidente Assad: Prima di tutto, siete i benvenuti a Damasco, e sono contento di parlare con il pubblico giapponese per la prima volta durante la guerra alla Siria. Non abbiamo aspettative, diciamo, abbiamo delle speranze su Astana, che sarà scenario dei colloqui tra le diverse parti della Siria su tutto, ma penso che riguarderanno fin dall’inizio, e sarà la priorità, come vediamo, il cessate il fuoco in diversi luoghi della Siria per proteggere vite, permettere agli aiuti umanitari di raggiungere diverse zone. Non è ancora chiaro se l’incontro darà un qualsiasi dialogo politico, perché non è chiaro chi vi parteciperà. Finora, si tratta di colloqui tra governo e gruppi terroristici sul cessate il fuoco e per consentire a tali gruppi terroristici di aderire alla riconciliazione in Siria, il che significa rinunciare alle armi e aderire all’amnistia del governo. Questa è l’unica cosa che ci si può aspettare nel frattempo.

Domanda 2: E accettate che si discuta la formazione del governo di transizione in questa conferenza?
Presidente Assad: Tutto ciò che sarà discusso dovrà basarsi sulla Costituzione, perché non si tratta di governo e opposizione o governo e gruppi terroristici; ma di ogni cittadino siriano ad avere diritto di definire il futuro della Siria. Quindi, nella nostra costituzione non c’è nulla chiamato governo di transizione. Si può avere un governo regolare che rappresenti le diverse parti e le diverse entità politiche in Siria. Questa è la nostra proposta. Quindi, sì, se qualcuno vuole aderire a questo governo, che chiamiamo governo di unità nazionale, è vitale per ogni interessato all’estero o in Siria, e dopo il governo si può parlare di, diciamo, elezioni legislative o parlamentari, che saranno seguite da un altro governo, secondo i risultati delle elezioni.

Domanda 3: Il neopresidente degli Stati Uniti Donald Trump giurerà a breve. Cosa si aspetta da Trump, che tipo di cambiamento politico si aspetta da ciò?
Presidente Assad: Come Lei sa, lui è uno dei pochi presidenti statunitensi a non aver fatto politica prima. La maggior parte dei presidenti precedenti occupava certe funzioni o posizioni politiche. Adesso non è così. Se leggete i vari media, anche statunitensi, lo ritengono imprevedibile perché non conoscono le sue idee. L’unica cosa su cui basare il nostro giudizio è la sua retorica durante la campagna, e se si vuole prendere la cosa che riteniamo positiva di questa retorica, è la nostra priorità attuale, combattere il terrorismo, e questo è ciò che ha detto il presidente Trump, ha detto che la sua priorità è combattere lo SIIL. Naturalmente, lo SIIL è uno degli aspetti del terrorismo, una delle organizzazioni; quando si parla di SIIL si deve parlare di al-Nusra e così dei tanti gruppi affiliati ad al-Qaida in Siria, ma s’intende per SIIL, credo, il terrorismo, quindi penso che questa sua priorità sia molto importante. Quindi, ci aspettiamo e speriamo che la prossima amministrazione sia genuina nell’attuare questa retorica sul terrorismo e aiutare non solo la Siria, perché il terrorismo di oggi non è un problema siriano; è un problema del Medio Oriente e globale. Quindi, speriamo che sia sincero nel creare una vera e realistica alleanza per combattere i terroristi nella regione e che, naturalmente, includa la Siria prima di tutto.

Domanda 4: Ho letto un intervista in cui citava le lobby a Washington DC. Disturbano il cambio di politica, la pensa così?
Presidente Assad: E’ molto chiaro che i media mainstream, le dirigenze e le diverse lobby… siano una combinazione che non vuole alcun cambiamento, perché hanno i loro interessi nella politica degli Stati Uniti, nella politica distruttiva degli Stati Uniti che abbiamo visto, almeno negli ultimi 17 anni, da quando George Bush salì al potere nel 2000. Abbiamo solo visto gli Stati Uniti lanciare guerre, direttamente o indirettamente tramite ascari, e diverse aziende, lobbies, media interessati a tale tipo di problemi. Si tratterebbe d’interesse finanziario nella maggior parte dei casi. Quindi, è molto chiaro oggi che ostacoleranno ed impediranno ovunque la politica del nuovo presidente sulla lotta al terrorismo o sul rispetto della sovranità degli altri Paesi, o anche sulla distensione nel mondo con un buon rapporto con la Russia, o con qualsiasi altra grande potenza, come la Cina, per esempio.

Domanda 5: Nel corso della lotta contro il cosiddetto Stato islamico, ricercate un coordinamento con attori come Turchia, curdi e Stati Uniti?
Presidente Assad: Prima di tutto, se si vuole essere molto chiari, lo SIIL è stato creato sotto la supervisione degli Stati Uniti in Iraq nel 2006, prima che fosse SIIL era lo Stato islamico, solo in Iraq, limitato all’Iraq. Poi, quando il conflitto iniziò in Siria divenne SIIL, in Siria e Iraq, e poi la Turchia lo sponsorizzò, perché sfruttava i campi petroliferi siriani per esportare e avere il denaro per reclutare altri combattenti, e la Turchia era direttamente coinvolta nel contrabbando di petrolio, con coinvolgimento e complicità dello stesso Erdogan con lo SIIL. Quindi, non possiamo aspettarci una vera lotta contro lo SIIL da Turchia o Stati Uniti e, di recente, l’esempio più forte è stato l’attacco a Palmyra, un paio di settimane fa, quando poterono riprendere Palmyra sotto la supervisione degli statunitensi, sotto la sorveglianza dei loro droni; attraversarono il deserto e occuparono Palmyra. Oggi, mentre parliamo, lo SIIL ha attaccato Dayr al-Zur, nell’oriente della Siria, e gli statunitensi non hanno fatto nulla per impedirlo. Qui la cosiddetta alleanza internazionale contro il terrorismo ha operato per più di un anno e mezzo senza concludere nulla, perché non è seria. Sulla Turchia, Erdogan è un Fratello musulmano, ne ha una istintiva e innata simpatia, è collegato, vicino, allineato a SIIL e al-Qaida perché hanno la stessa ideologia, non può esserne lontano. Cerca di fare certe manovre, per dimostrare che è contro questi terroristi, SIIL e al-Nusra, ma in realtà ogni giorno sostiene tali organizzazioni, e senza il suo sostegno, non sopravviverebbero.

Domanda 6: Ad Aleppo, e altrove, le vostre Forze Armate e quelle russe sono state criticate per aver bombardato zone residenziali, quartieri e ospedali. Direbbe che queste tragedie erano inevitabili per liberare Aleppo?
Presidente Assad: In realtà, chi accusava Russia e Siria di bombardamenti e crimini e così via, erano gli stessi Paesi che hanno sostenuto i terroristi, a partire da Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Turchia, Qatar e Arabia Saudita e altri Paesi simili. Coloro che hanno sostenuto i terroristi direttamente, attraverso i media, la politica o inviandogli armi, denaro e ogni supporto logistico, non hanno il diritto di piangere i cittadini siriani, perché sono la ragione per cui i civili siriani, persone inermi, sono stati uccisi negli ultimi sei anni. Questo è il primo punto. In secondo, il nostro ruolo, come governo, per costituzione e leggi, ed obbligo morale verso il popolo siriano e i cittadini siriani, è liberarli dai terroristi. Qualcuno accetta che un governo veda una qualsiasi area in qualsiasi Paese occupato da terroristi che uccidono e distruggono tutto per imporre la loro ideologia di odio, l’ideologia wahabita, sul popolo, e si aspetta che il governo stia a guardare? Naturalmente, se si vuole parlare delle vittime, ogni guerra ne ha, ogni guerra è brutta. Ogni guerra sparge sangue e uccide, ogni guerra, ogni tipo di guerra. Non si può parlare di guerra giusta, è evidente. Ma se si deve ricorrere alla guerra per combattere il terrorismo, si avranno delle vittime, purtroppo. Abbiamo fatto del nostro meglio per non averne, ma coloro che piangono per i civili, hanno presentato qualsiasi straccio di prova sull’uccisione di civili da parte della Siria o della Russia? L’altra domanda: come può un governo morale uccidere il proprio popolo? E se noi uccidiamo la nostra gente, i civili, come possiamo resistere per sei anni, come governo o esercito o presidente? Questo non è logico, non è realistico. Siamo qui perché abbiamo il sostegno del popolo. Ma alla fine, come ho detto, vi sono sempre vittime, e speriamo che si possa davvero far finire questa guerra al più presto possibile; è l’unico modo con cui possiamo risparmiare sangue siriano.

Domanda 7: Le sue Forze Armate sono state sospettate di utilizzare bombe contenenti gas di cloro. Lo smentisce?
Presidente Assad: In realtà, si parla di armi chimiche, armi chimiche significa uccidere migliaia di persone in tempi molto brevi, cosa che non è accaduta in Siria dall’inizio della crisi. Ma la cosa più importante è che moralmente, il governo non lo farebbe, come ho appena detto, non ucciderebbe il popolo, non userebbe armi di distruzione di massa contro il proprio popolo, è impossibile. Ma terzo, è più importante, è che nel 2013 firmammo il trattato per la messa al bando delle armi chimiche e cedemmo il nostro arsenale di armi chimiche nel 2013 e non ne abbiamo più. Ma in realtà, i terroristi utilizzano tali armi, la prima volta nel 2013, e nella primavera del 2013 chiedemmo alle Nazioni Unite d’inviare una delegazione per le indagini, e gli statunitensi l’impedirono, perché sapevano che se una delegazione arrivava in Siria, avrebbe trovato la prova concreta che i terroristi usavano il gas di cloro contro i nostri soldati. Quindi, smentisco categoricamente il senso di tale affermazione, che riflette la narrazione, il racconto occidentale, sulla Siria, nell’ambito della demonizzazione del governo siriano e dell’Esercito arabo siriano.

Domanda 8: Ci sono milioni di rifugiati e sfollati interni, compresi bambini, e centinaia di migliaia di morti. Che responsabilità pensa di avere come presidente?
Presidente Assad: Naturalmente, quando si parla di rifugiati, è una tragedia, in particolare di bambini, ragazzi, giovani, innocenti, non hanno nulla a che fare con questa guerra, a prescindere dall’appartenenza. In realtà, quando si parla di bambini, non hanno appartenenza politica; sono persone innocenti, ma sono coloro che subiscono prima di qualsiasi altro nella società. Quindi, si parla di una tragedia che viviamo ogni giorno. Ecco perché la sensazione di cui parlo, che viviamo ogni giorno, è un incentivo come funzionari a fare del nostro meglio per sbarazzarsi dei terroristi che hanno creato tale problema e portare pace e stabilità in Siria. Questo è ciò che i siriani chiedono al Presidente. Naturalmente, come siriano, sono in sintonia con ogni siriano che ha sofferto a causa della guerra, ma la loro domanda ora non è cosa sentono; la domanda è: cosa hai intenzione di fare? Quando ci sbarazzeremo dei terroristi? Ma l’aspetto più importante che molti in occidente e nel mondo non menzionano è che parte del problema dei rifugiati non riguarda solo i terroristi; è legato all’embargo attuato contro il popolo siriano dall’occidente e suoi alleati. Questo embargo non ha funzionato contro il governo; ha funzionato contro ogni cittadino siriano, ha interessato la vita di ogni cittadino siriano. È perciò che molti rifugiati hanno lasciato il Paese, non solo a causa della minaccia dei terroristi, ma in realtà perché i bisogni fondamentali della loro vita, della loro sussistenza, non sono disponibili per continuare una vita normale, se cibo, istruzione, assistenza sanitaria, qualsiasi cosa non è più disponibile, devono lasciare la Siria e sopravvivere da qualche altra parte, come chiunque cercherebbe di fare.

Domanda 9: Poi, nel processo di pace, prenderà in considerazione le dimissioni come opzione, se si pensa sia necessario per la riconciliazione?
Presidente Assad: Le dimissioni del Presidente o sua continuazione sono una questione nazionale, è legato a tutti i siriani, perché in Siria il presidente viene eletto direttamente dal popolo siriano, quindi questo non è il diritto del governo o dell’opposizione; è diritto di ogni siriano, quindi l’unico a decidere in proposito è il voto. Chi vuole che il Presidente se ne vada può andare alle urne e dire “no, non lo vogliamo”. Questa è la democrazia in tutto il mondo. Quindi, no, non è qualcosa che si discuta con l’opposizione o qualsiasi altro Paese. È una questione siriana, e fa parte della costituzione, è relativo alla costituzione. Quando avremo le elezioni, o ci fossero elezioni anticipate, ma non sono previste ora, è l’unico modo per dire se devo andarmene o meno. Ancora una volta, non sono la causa del problema. Come Presidente, devo aiutare il mio Paese durante la crisi, non fuggire, non dire “devo lasciare e lasciare il popolo a se stesso”. No, questa non è la soluzione. Nella crisi, il presidente dovrebbe essere al timone, badare alla crisi, poi, dopo che è finita, può dire forse se vuole rimanere o andarsene, e qui dove il popolo siriano gli direbbe di “rimanere” o “no, deve andarsene, non lo vogliamo più”.

Domanda 10: Che ruolo vi aspettate dal Giappone nella pace e nella ricostruzione della Siria?
Presidente Assad: Mi permetta di essere franco con un ospite giapponese in Siria: dalla nostra indipendenza, dall’avvio dei rapporti tra Siria e Giappone decenni fa, il Giappone ebbe un ruolo molto importante e vitale nello sviluppo di diversi Paesi, anche della Siria; sostenendo le infrastrutture, ecc. E il Giappone è sempre stato imparziale su diverse questioni relative al Medio Oriente. Ha sempre rispettato il diritto internazionale fino all’inizio di questa crisi, quando per la prima volta il Giappone violò questa tendenza, quando disse che il presidente siriano doveva andarsene. La domanda è, ciò si basava sui valori e la morale del popolo giapponese? Sicuramente no. Tutti sanno quanto moralmente siano motivati i cittadini giapponesi, lo sanno tutti. Si basava sul diritto internazionale? No, siamo uno Stato sovrano, un Paese indipendente, nessuno al mondo ha il diritto di dirci chi deve rimanere e chi deve andarsene. Purtroppo, seguiva la politica statunitense ed occidentale. Anche in questo caso, il Giappone aderiva all’embargo alla Siria, il Giappone non aiutava il popolo siriano. L’embargo al popolo siriano riguardava gli interessi del popolo giapponese o i suoi valori o leggi o costituzione o altro? Non credo. Quindi, come può il Giappone svolgere quel ruolo, mentre non ha un’ambasciata per poter vedere cosa succede qui? In realtà, politicamente, è cieco come tanti Paesi occidentali che non hanno alcuna relazione con il nostro governo o con il nostro Paese, quindi non possono giocare alcun ruolo, perché non sanno cosa succede. Le loro informazioni provengono dai Paesi occidentali, il che è assurdo. Della ricostruzione della Siria, non se ne può parlare mentre siamo sotto embargo; non si può dare il cibo con una mano e riprenderlo con l’altra. Quindi si tratta della politica del Giappone, deve tornare al diritto internazionale, siamo un Paese sovrano, ha sempre rispettato la Siria e ci aspettiamo torni alla linea che distingue il Giappone dalla maggior parte dei Paesi del mondo. È qui che il Giappone può, naturalmente, sicuramente, svolgere un ruolo importante e vitale su pace e salvaguardia delle vite, e ricostruire la Siria aiutando questo popolo. La maggior parte dei rifugiati non ha bisogno di qualcuno che gli dica “sei il benvenuto” in Germania o in Francia o in qualsiasi altro Paese; vogliono tornare in Patria, non vogliono essere aiutarli lì, vogliono essere aiutati qui. Ecco come vediamo il ruolo del Giappone in futuro, e speriamo che il Giappone ritorni ad essere il Giappone che abbiamo conosciuto nei decenni passati.

Giornalista: Come sapete, il Giappone sperimentò e gestì la ricostruzione della nazione, settanta anni fa, il Giappone può consigliare nella ricostruzione del Paese.
Presidente Assad: Sicuramente, naturalmente. Speriamo sia così.

Domanda 11: Come sapete il giornalista giapponese Jumpei Yasuda, molto capace, è mio amico, fu catturato in Siria nel giugno 2015. Avete qualche informazione su dove si trovi e la sua situazione?
Presidente Assad: Fino a questo momento no, non abbiamo alcuna informazione. Ci dispiace e, come siriani, possiamo capire l’angoscia della sua famiglia, perché abbiamo subito tante scomparse in Siria; molti siriani sono dispersi in questa guerra, e capiamo il sentimento della sua famiglia, e ci dispiace. Ma se ci sarà qualche informazione, ve la daremo.

Giornalista: Si è ostaggio di al-Nusra.
Presidente Assad: Penso che gli unici che possano aiutarvi sono i turchi, perché sono i supervisori di al-Nusra; devono avere ogni informazione da al-Nusra, presso la loro intelligence e il loro governo.

Giornalista: E il governo giapponese ha contatto il vostro governo?
Presidente Assad: Purtroppo, no. Non c’è stato un solo contatto tra il governo siriano e il governo giapponese su qualsiasi soggetto, tra cui il giornalista giapponese, cittadino giapponese alla fine.

Domanda 12: Lei definisce il ruolo giapponese attraverso… l’adesione, ritiene, alla coalizione degli Stati Uniti, pensa?
Presidente Assad: In Siria?

Giornalista: Sì.
Presidente Assad: Ma la domanda è: cosa ha ottenuto la coalizione, in realtà, nulla. Lo SIIL si espandeva fin dall’inizio degli attacchi aerei, che erano cosmetici; devo essere molto franco con voi, quando i russi intervennero contro lo SIIL, a fine settembre 2015, lo SIIL iniziò a ritirarsi. Così, quella coalizione non ha ottenuto nulla; ha ucciso solo dei soldati siriani che combattevano lo SIIL in quella zona, distrutto le infrastrutture che i siriani hanno costruito negli ultimi settanta anni, dall’indipendenza, ogni settore di queste infrastrutture, giacimenti petroliferi, scuole, ponti, raffinerie, tutto è stato distrutto da tale coalizione. Questo è l’unico successo di tale coalizione, purtroppo.

Domanda 13: Il piano per ricostruire questo Paese, quanto tempo richiede? Ha un calendario?
Presidente Assad: Abbiamo iniziato prima della fine della crisi, abbiamo stilato i piani e iniziato dalla periferia di Damasco e ora pensiamo ad Aleppo e altre città dove ricostruire le periferie distrutte, ma in chiave moderna. Quindi, non abbiamo aspettato e non aspetteremo la fine della crisi; possiamo iniziare subito, essendo il popolo siriano deciso a ricostruire il proprio Paese. Abbiamo costruito la Siria, la Siria non è stata costruita da stranieri; l’hanno costruita i nostri tecnici, le nostre fatiche, le nostre risorse, con l’aiuto di alcuni amici, finanziario, non tecnico. Quindi, abbiamo la capacità di ricostruire la Siria. Ci vuole tempo perché c’è bisogno di molti soldi. I siriani, ogni siriano costruirà la propria casa secondo le proprie risorse, anche se limitate, e con gli espatriati, i profughi che hanno lasciato la Siria, alcuni in buone condizioni, che vogliono tornare, e con il supporto dei nostri amici Russia, Cina e Iran. Molti altri Paesi hanno iniziato a discutere della ricostruzione della Siria, e aiuteranno con le proprie risorse finanziarie. Quindi, ci sono molte risorse per ricostruire la Siria. Si tratta di tempo; richiederà del tempo. Qualsiasi ricostruzione richiederà tempo, ma la cosa più importante è che si avrà la possibilità di ricostruire il Paese. Non ne siamo preoccupati. Quello che ci preoccupa è come possiamo ricostruire le menti delle persone dominate da SIIL e al-Nusra per anni; le loro menti sono state inquinate dall’ideologia instillata, questa, come ho detto, l’ho chiamata ideologia dell’odio o wahhabita. Hanno visto morte e assassinii, e alcuni bambini uccidere con le loro mani innocenti. Come possiamo ricostruire quelle menti, o riabilitarle? Questa è la nostra maggiore preoccupazione dopo la crisi.

Giornalista: Grazie, grazie mille.
Presidente Assad: Grazie.president-al-assad-interview-japan-tbs-channel-2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mosca avanza nel Mediterraneo tra le disfatte della NATO

Alessandro Lattanzio, 21/1/2017

La Kuznetsov rientra in Patria.

La Kuznetsov rientra in Patria.

Russia e Siria firmavano i documenti su sviluppo e modernizzazione della base navale russa di Tartus, comprendente un protocollo sulle condizioni per schierare forze aerospaziali russe in Siria. I documenti furono ratificati il 20 gennaio 2017 dal Parlamento russo. L’accordo rimarrà in vigore per 49 anni con estensione automatica per altri 25 anni, e prevede che 11 unità navali russe siano presenti nel porto di Tartus, tra cui anche navi a propulsione nucleare. La Russia si occuperà della protezione aeronavale della base, mentre la Siria di quella territoriale. La Russia potrà anche schierare velivoli in avamposti temporanei, coordinandosi con i siriani. La Russia potrà rinnovare, ricostruire e demolire gli impianti ed avviare lavori di costruzione, anche subacquei. La Siria non farà obiezioni sulle attività militari russe nella base, oltre la giurisdizione di Damasco. La Russia s’impegna ad inviare in Siria, su richiesta, specialisti per organizzare la difesa del porto di Tartus e organizzare le operazioni di ricerca e soccorso in acque siriane, ed infine per riparare a aggiornare le navi da guerra siriani; “Su richiesta dell’ente siriano autorizzato, l’organismo autorizzato russo potrà… gratuitamente… inviare rappresentanti… per assistere gli… specialisti siriani nell’aggiornamento tecnico delle navi da guerra siriane“.
L’accordo trasforma il centro logistico di Tartus in una base navale in piena regola, “Questo significa che in futuro navi di ogni tipo potranno essere stanziate a Tartus, ad eccezione delle portaerei“, dichiarava l’Ammiraglio Viktor Kravchenko, secondo cui acqua, carburante ed elettricità saranno garantiti e gli ancoraggi saranno ampliati; “Sarà necessario costruire un deposito batterie per sostituire le batterie dei sottomarini o ricaricarle“. La sicurezza della base sarà affidata ai sistemi missilistici di difesa aerea e di difesa costiera, come i sistemi missilistici Bal e Bastion. Andrej Krasov del Comitato della Difesa della Duma di Stato, affermava, “Questo è solo un elemento della rete di infrastrutture che consentirà alla Russia di combattere con successo il terrorismo internazionale nella regione“. Secondo Viktor Ozerov, a capo del Comitato della Difesa del Consiglio della Federazione Russa, “Non ritarderemo l’ammodernamento di Tartus… A giudicare dall’esperienza, penso che l’infrastruttura di Tartus potrà essere aggiornata secondo le nostre esigenze in 18-24 mesi“.siria-su-25-2017-1-10Nel frattempo, il Ministero della Difesa russo ritirava, dalla base aerea siriana di Humaymim, 10 cacciabombardieri Sukhoj Su-24M2, oltre al gruppo aeronavale dell’Admiral Kuznetsov con circa 30 aeromobili. Inoltre, arrivavano in Siria 4 aerei d’attacco Sukhoj Su-25. Il gruppo aereo russo in Siria poteva così contare su 37 aeromobili:
4 bombardieri Sukhoj Su-34
2 cacciabombardieri Sukhoj Su-24M2
4 caccia Sukhoj Su-30SM
4 caccia Sukhoj Su-35S
4 aerei d’assalto Sukhoj Su-25SM
3 elicotteri d’assalto Mil Mi-8AMTSh
20 elicotteri da combattimento Mil Mi-35M, Mil Mi-28N e Kamov Ka-52
1 elicottero navale Ka-31SV
oltre a vari droni, riducendo quindi del 51% il contingente aerospaziale russo dispiegato in Siria.
su-24m2-1000-salidas-de-combateNel nord della Siria, l’esercito turco, il secondo per importanza della NATO dopo l’US Army, subiva una serie di sconfitte dolorose per mano dei terroristi dello SIIL. A dimostrazione di come, al di là delle chiacchiere e della propaganda bianca o grigia, le forze siriane, iraniane, irachene e russe siano ben più efficaci ed efficienti contro il terrorismo islamista alimentato dalla NATO (Gladio-B), rispetto alle vantate efficienza e potenza dell’organizzazione e degli armamenti delle potenze occidentali. Secondo l’ultimo rapporto della Defense Security Cooperation Agency degli Stati Uniti, le forze armate saudite avevano perso almeno 20 carri armati M1A2 Abrams nello Yemen, e l’esercito turco, nell’ambito dell’operazione “Eufrate Shield” nel nord della Siria, aveva perso almeno 15 carri armati di fabbricazione tedesca Leopard 2A4, di cui 10 presso la città di al-Bab. Tali perdite preoccupano il complesso militar-industriale tedesco, che li ha venduto 354 carri armati alla Bundeswehr e agli eserciti di altri 18 Paesi. Infatti, il Leopard 2 ha dimostrato di avere notevoli punti deboli ai fianchi e al tergo, che i terroristi addestrati dalle forze speciali della NATO hanno saputo sfruttare utilizzando i missili anticarro. Anche per questo, le forze armate turche e i gruppi terroristici filo-turchi, il 20 gennaio, non riuscivano ad accerchiare l’importante base del SIIL di Qabasin, nella provincia di Aleppo, ad est di al-Bab, di cui è il centro chiave del sistema di difesa.

Leopard 2A4 turchi distrutti

Leopard 2A4 turchi distrutti

Leopard 2A4 turchi distrutti

Leopard 2A4 turchi distrutti

Se Obama emanava l’ultimo ordine operativo, inviando bombardieri B-2 per attaccare due campi dello SIIL in Libia, a sud-est di Sirte, allo scopo di supportare il governo filo-occidentale di Accordo Nazionale della Libia (GNA) di Fayaz al-Saraj, la portaerei russa Admiral Kuznetsov, l’11 gennaio, accoglieva il comandante dell’Esercito nazionale libico (LNA) Qalifa Haftar, legato al Parlamento di Tobruq, il cui presidente Agilah Salah aveva visitato Mosca il 13 dicembre incontrando il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov per discutere di dialogo politico, economia, sicurezza e antiterrorismo in Libia. In precedenza Ahmad Maytiq, vicepresidente del Consiglio di Presidenza del GNA, aveva visitato Mosca assieme al ministro dalla Difesa Mahdi al-Bargathi e al ministro degli Esteri Tahir Syiala. A dicembre, l’ambasciatore russo in Libia Ivan Molotkov incontrava sempre al-Bargathi per discutere di cooperazione militare, manutenzione e aggiornamento del materiale militare russo in Libia. Prima del 2011, in Libia le compagnie petrolifere e gasifere russe avevano firmato contratti per almeno 4 miliardi di dollari. Nel maggio 2016, Mosca stampò 4 miliardi di dinari libici per conto del governo di Tobruq guidato dal primo ministro Abdullah al-Thani. Haftar stesso aveva visitato Mosca per due volte in sette mesi, incontrando i Ministri degli Esteri e della Difesa russi e il Segretario del Consiglio di Sicurezza Nikolaj Patrushev. Secondo il portavoce del LNA Ahmad al-Mismari, “La Libia firmò contratti con la Russia del valore di 4,2 miliardi di dollari nel 2009. Questi contratti saranno attivati una volta che l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite non sarà più attivo“.

Haftar a bordo della Kuznetsov

Haftar a bordo della Kuznetsov

Infine, il deputato egiziano Hatam Abdulhamid accusava Qatar, Turchia e Israele di sostenere i gruppi terroristici nel Sinai, “I gruppi terroristici sono mercenari sostenuti da potenze mondiali e regimi reazionari, e questi ultimi usano i terroristi per i loro piani distruttivi. Doha, Ankara e Tel Aviv sono dietro tutte le operazioni terroristiche nel Sinai e cercano di diffondere il terrorismo in Egitto“. Le osservazioni avvenivano dopo che i terroristi avevano ucciso 8 poliziotti in un posto di blocco nella provincia di Wadi al-Jadid, nel sud-ovest dell’Egitto. 2 dei terroristi furono eliminati dalle forze di sicurezza.

A Dayr al-Zur, l'Esercito arabo siriano respinge l'utlimo assalto di Galdio-B (Stato islamico), organizzato dall'amministrazione Obama

A Dayr al-Zur, l’Esercito arabo siriano respinge l’utlimo assalto di Gladio-B (Stato islamico), organizzato dall’amministrazione Obama

Fonti:
al-Monitor
Analisis Militares
FARS
Global Research
South Front
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