Siria, matriosche e Sun Tzu

Chroniques du Grand Jeu 18 novembre 2016

La scorsa settimana ha visto importanti sviluppi in Siria, anche molto sorprendenti. Questi eventi si svolgono entro una sottile costruzione multi-livello, come le bambole russe, nascondendo il livello successivo. La domanda è: chi sarà il capro espiatorio e chi, al contrario, tirerà le fila di tale bellissimo costrutto.17112016Primo livello: carta bianca universale
Un tacito e generale via libero sembra essere stato dato a tutti, con conseguente tripla offensiva dagli aspetti curiosi.

Aleppo
Nessuna sorpresa qui. I siriano-russi hanno avviato la liberazione della grande città del nord e nulla li fermerà. Putin sarà stato trattenuto per diverse settimane in attesa dell’elezione di Trump, come consideravamo: “si aggiunga infine che la moderazione Putin su Aleppo (due settimane senza bombardamenti russi, anche al culmine dell’offensiva barbuta sull’ovest della città) era forse destinata a non prestare il fianco alla propaganda MSN fino alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, sperando che Trump venisse eletto e si accordasse“. Ora, l’offensiva ha ripreso, su 3D. L’attacco jihadista su Aleppo ovest si è conclusa con un fiasco e i lealisti contrattaccano dappertutto, avanzando fino all’ultima provincia ancora occupata dai moderati moderatamente barbuti. L’aviazione russa è in modalità Terminator e riversa l’inferno dal cielo su Idlib, sud-ovest e nord-ovest di Aleppo e sulle vie di rifornimento. Sono presenti anche bombardieri strategici e missili Kalibr. Si noti che questo avviene dopo il colloquio telefonico tra Putin e Trump, durante cui Donald non si sarebbe opposto all’operazione russa. E se qualche Stranamore del Pentagono avesse l’idea assurda di provocare Mosca, gli S-300 sono stati schierati intorno Aleppo. Questi bombardamenti preparano la grande offensiva generale dell’Esercito arabo siriano ed alleati, liberando infine Aleppo e violando l’ultima grande roccaforte degli insorti:
ob_8fee6f_gChe camminata dal 2013:
ob_f2aee1_cvps8tjusaa9sd8I jihadisti hanno assegnato molte risorse umane e materiali nella loro ultima offensiva disperata di ottobre e il morale è oramai innegabilmente minato. La rotta può essere relativamente rapida, anche se si deve, come sempre, rimanere cauti. Per l’enclave dei ribelli di Aleppo, il suo turno è venuto e le operazioni preliminari sono già iniziate. Ci si può, però, chiedersi se, tatticamente parlando, non sarebbe meglio lasciare che la situazione si deteriori finché l’enclave cade. I civili cominciano a ribellarsi ad al-Nusra e compagnia, cosa che ovviamente non si leggerà mai sulla presstituta occidentale. Le manifestazioni sono state represse duramente (27 morti), mentre i “moderati” cari all’occidente saudita minano i corridoi umanitari per impedire ai civili di fuggire. Un attacco lealista può aiutare a riunire in questa nassa i granchi barbuti e ritardare l’inevitabile, ma il destino di Aleppo sembra segnato, in ogni caso. Ed ecco la sorpresa dello chef. Abbiamo dimostrato l’importanza vitale di una cittadina perduta nelle profondità del nulla, mai così nota come oggi:

Tutte le strade portano ad al-Bab. È una gara tra curdi di Ifrin ed ELS del sultano, che seguono strade parallele e non esitano a farsi sgambetti per strada. L’obiettivo strategico curdo è collegare le loro parti occidentale (Ifrin) e orientale (Manbij, tolta allo SIIL e di cui, in ultima analisi, non gli appartiene) per costruire l’agognato Rojava. Lo scopo dei turchi è fermarli a tutti i costi. Il tutto sullo sfondo della ritirata dello SIIL. Stupore di pochi giorni fa: i curdi di Ifrin (giallo) hanno inspiegabilmente smesso, mentre l’ELS sponsorizzato da Ankara (verde) arrivava a 2 km dalla città. Mappa del 14 novembre:ob_ff0b79_cxpjnvnuaaa-pe9Dopo una serie di attacchi e contrattacchi, in cui lo SIIL del resto, deliziosa ironia, ha distrutto diversi carri armati turchi con i missili anticarro precedentemente forniti da … Ankara! ELS e protettore ottomano avviavano l’assedio di al-Bab per incunearsi tra le due enclavi curde (in giallo sulla mappa), minando così il sogno del Rojava autonomo. Altra ironia in questa guerra non manca: l’offensiva delle YPG (i cosiddetti curdi orientali) su Raqqa, capitale dello SIIL ad est, ha spinto gli omini neri a sguarnire il fronte di al-Bab, consentendo l’avanzata dell’ELS di Erdogan.

Raqqa
Questa offensiva è molto strana. Che diavolo ci vanno a fare i curdi in pieno sunnistan arabo, in una zona che non li riguarda e, SIIL o no, dove saranno ricevuti molto male? Se lo SIIL esagera probabilmente sulle perdite delle YPG (198 secondo esso), è chiaro che l’operazione sarà dura e mortale, ed anche lunga, perché i combattimenti finora sono a ben cinquanta chilometri dalla capitale del califfato. Non c’è alcun interesse strategico per i curdi a volgersi su Raqqa, tranne che marciare per gli statunitensi. E’ tempo di sfilare la seconda matriosca…

Secondo livello: dietro le quinte
Qui è spesso dove tutto accade, fors’anche il Medio Oriente o altrove. Il grande bluff siriano consente quasi tutte le ipotesi: accordo russo-turco alle spalle di Washington, russo-statunitense o statunitense-russo-curdo alle spalle di Erdogan, siriano-turco alle spalle dei curdi o al contrario siriano-curdo alle spalle del sultano. Tutto è possibile e l’elezione di Donald complica ulteriormente la situazione… Alcuni elementi ancora da vedere in modo più chiaro.
Primo punto: i grandi perdenti della tripla offensiva su Aleppo, Bab e Raqqa sono rispettivamente jihadisti “moderati”, curdi di Ifrin e SIIL. A sua volta, il vincitore è l’asse Damasco-Mosca che vede due dei suoi avversari in difficoltà. Questo è un punto da non trascurare. Negli arabeschi complessi che emergono, vi è probabilmente un calcolo tattico molto terra-terra, alla Sun Tzu: per il lavoro sporco usa terzi. Sacrificandosi per indebolire lo SIIL, ELS turchizzato e curdi orientali in realtà lavorano per siriani e russi. A condizione che non vadano troppo lontano nell’offensiva e non raggiungano un punto irreversibile. Complicato… L’impero pre-Donald ha inviato come al solito segnali estremamente contraddittori, per esempio sul futuro di Raqqa liberata (si noti da ciò l’arroganza netta degli statunitensi che vedono i curdi come loro creature e già preparano il post-SIIL come se l’operazione sarà una passeggiata). Il dipartimento di Stato degli USA ha detto che le forze militari estere si sarebbero ritirate e che non si tratta di una zona semi-autonoma (cioè, la regione sarà sotto l’egida di Damasco). Nel frattempo, i falchi del Pentagono, particolarmente turbati dalle parole di Joseph Dunford, hanno dichiarato senza mezzi termini: “La coalizione e la Turchia collaborano a un piano a lungo termine per prendere, tenere e governare Raqqa”. Dieci giorni dopo (effetto Trump?), gli Stati Uniti annunciavano il ritiro del sostegno (relativo) all’ELS di Erdogan in rotta verso al-Bab. Era previsto, e siamo stati tra i primi a segnalare un incidente rivelatore, due mesi fa: “Nell’estremo nord della Siria, i soldati statunitensi che accompagnano l’esercito turco, sono stati costretti a lasciare il Paese dopo essere stati minacciati moderatamente dai ribelli moderati dell’ELS. Tra quant’altro sentito: “vi uccideremo maiali infedeli crociati”. Naturalmente, non aspettatevi di trovare una sola parola nello stagno giornalistico. Questo episodio è interessante, in quanto potrebbe causare l’abbandono finale della ribellione da parte di Washington”. Ed eccoci… le mosse accelereranno una volta in carica Trump e il suo futuro consigliere per la sicurezza nazionale, Generale Michael Flynn, di cui abbiamo parlato diverse volte e le cui posizioni sono jihadistofobe e russofile ossessionando l’istituzione imperiale (notare gli articoli assai negativi del MSN su questa nomina). Si avrà poi un accordo USA-Russia ai danni di Erdogan, ordinandogli di lasciare il nord della Siria che occupa, dopo aver lavorato per Mosca e Damasco? Non è impossibile. A Riyadh siamo già in pieno panico alla prospettiva di un accordo tra Washington e Mosca sulla Siria e il famoso principe Turqi, ex mentore di bin Ladin e capo dell’intelligence saudita l’11 settembre, parla di possibile “disastro”.
Restano i curdi: qual è il loro posto nello schema delle matriosche? Percependo la situazione probabilmente troppo complicata, sorprendono tutti con la passeggiata proprio su… al-Bab e l’ELS! Si parla qui di curdi orientali, quelli che dovevano liberare Raqqa.
ob_7bc6a3_al-bab-17nov-27aban951E che giravolta! Rispetto alla cartina del 14 maggio (vedi sopra), appare l’avanzata inesorabile delle YPG (freccia gialla). Le due ganasce curde sono in procinto di chiudersi sui protetti del sultano che pensavano di prendere al-Bab senza opposizione. Pesanti combattimenti sono già scoppiati presso Qabasin (cerchio rosso) sotto gli occhi sbalorditi degli omini neri dello SIIL, abituati ad essere al centro dell’attenzione. E come se ciò non bastasse, centinaia di soldati dell’Esercito arabo siriano hanno raggiunto la base aerea di Quwayris (quadrato rosso sulla mappa), portandone le forza a 5500 effettivi. Troppo lontano dall’est di Aleppo per combattervi, ma non per al-Bab… sono possibili tre scenari:
– Restare ed aspettare di vedere cosa succede, intervenendo infine contro l’ultimo sopravvissuto (ELS, SIIL o YPG).
– Avanzare su al-Bab (freccia rossa tratteggiata a nord), per impedire sia la congiunzione curda che l’avanzata dell’ELS. Ma le forze sembrano scarse per tale compito.
– Avanzare verso est, lasciando i curdi fermare l’ELS del sultano e realizzare la loro congiunzione.
Personalmente, propendo per la terza ipotesi, che corrisponde perfettamente ai punti di vista di Putin: usare i curdi per fermare i turchi senza alienarsi Ankara (Turkstream e fine del sostegno ai barbuti di Idlib), dopo aver svolto il loro compito contro lo SIIL, accomunando matriosche e Sun Tzu.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: la disfatta dell’alleanza neocon-socialimperialisti

Alessandro Lattanzio, 23/11/2016Members of a Female Commando Battalion which is part of the Syrian Army, sit atop of a tank in the government-controlled area of JobarIl 15 novembre, il Congresso degli USA, dove in realtà pochi congressisti neocon e sionisti erano presenti, approvava la Risoluzione 5732, o Caesar Syria Civilian Protection Act, che chiede di valutare ‘con urgenza’, ancora una volta, la “No Fly Zone” sulla Siria, basandosi sulla nota frode del caso “Caesar”, un’operazione di guerra psicologica della CIA finanziata dal Qatar per sabotare i negoziati di Ginevra nel 2014. Si tratterebbe di 55000 foto di 11000 presunte vittime del governo siriano, ma nel 2015, perfino l’ONG del Pentagono Human Rights Watch, che vide tutte le foto, affermò che esse testimoniavano non vittime delle torture dello Stato siriano, ma al contrario, illustravano le foto di soldati e civili siriani morti negli attacchi dei terroristi. La storia di “Caesar”, ampiamente pubblicizzata dalla variegata sinistreria italiana, dai nazipiddini, passando per Giggino Demagistris (magistrato per eredità di posto pubblico), alle varie sette pseudo-marxiste galleggianti nell’orizzonte islamista d’Italia, è una bufala propagandistica fabbricata all’inizio dell’aggressione alla Siria. Tra l’altro, la Risoluzione 5732 lamenta l’“inattività” dell’amministrazione Obama verso la Siria, come se gli Stati Uniti non avessero attivamente coordinato, addestrato e rifornito i gruppi terroristici attivi in Siria da ben prima del 2011. Nell’autunno 2011, la CIA inviò in Siria le armi su cui i terroristi avevano messo le mani in Libia, iniziando a rifornire direttamente i loro camerati presenti in Siria, come documentato dalla Defense Intelligence Agency nell’ottobre 2012. Enormi rifornimenti di armi ai terroristi che continuano ad oggi. Nella primavera 2016, Janes’ Defence riferì dell’invio dagli Stati Uniti di 2200 tonnellate di munizioni ed armi ai terroristi, per non parlare dell’attacco statunitense del 17 settembre contro le linee dell’Esercito arabo siriano a Dayr al-Zur, a sostegno dello Stato islamico. Il tutto per influenzare una guerra dove i terroristi hanno assassinato 90000 civili e 65000 soldati e miliziani del Governo Siriano, mentre i gruppi islamo-atlantisti hanno subito la perdita di almeno 200000 terroristi, da ciò le coincidenti lamentazioni al riguardo sia dei neocon statunitensi, che parlano di “mezzo milione di siriani uccisi”, e di Erdogan, principale sponsor del terrorismo islamista in Siria e Iraq, che sproloquia di 600000 morti per mano di Assad e dei Russi. E tutto ciò mentre Erdogan e il suo partito-setta AKP ricevevano il loro agente d’influenza Aleksandr Dugin, presunto consigliere di Putin e ‘geo-filosofo’ eurasiatista. In realtà Dugin è un nemico del processo di compattamento multipolare avviato da Mosca e Beijing. Infatti, il sito Katehon, voce ufficiale dell’universo duginista, fa chiaramente propaganda negativa contro gli alleati della Russia, come India e Vietnam, e in modo velato anche contro Armenia, Grecia, Iran, Siria, Iraq e Cina. In compenso, Dugin e la sua squadra di attacchini internettiani, propone improbabili e suicide alleanze con la Turchia neo-ottomana e revanscista del megalomane Erdogan, e perfino un’alleanza con un’altra setta reazionaria e revanscista giapponese, e diretta contro la Repubblica Popolare di Cina…
995876Tornando al Congresso degli USA, gli sponsor della Risoluzione 5732 non si vergognano dal ricorrere ai famigerati “caschi bianchi” per giustificare l’ennesimo tentativo dei neocon di entrare in guerra in Siria, prima che s’insedi l’amministrazione di Trump, odiato dalla fighetteria alter-alternativa, pseudo-antimperialista e finto-marxista, ben rappresentata da soggettoni come Sanders, Chomsky, e più modestamente Dreitser e Chandant nell’anglosfera, e pecorecciamente, nell’italosfera, dai seguaci di Saker, Dugin e Giulietto Chiesa. Una poltiglia di casinismo infernale. Difatti, per i neocon è cruciale, nella loro propaganda di guerra, “la testimonianza di Raid Salah, a capo dei Caschi Bianchi siriani. Questi sono medici, infermieri e volontari che quando le bombe arrivano, corrono verso le aree colpite per curare i civili feriti… Hanno perso più di 600 medici e infermieri“. Difatti, non ci sono infermieri o medici tra i caschi bianchi; l’organizzazione è stata creata nel Regno Unito da una “oscura società di PR” ed è attiva esclusivamente nelle zone controllate dai gruppi terroristici di al-Qaida, al scolo scopo di perseguire la guerra d’informazione contro la Siria. E casualmente, i “caschi bianchi” promuovono attivamente l’intervento della NATO in Siria, in parallelo con il sinistrume filo-islamista ed immigrazionista attivo in Italia, rappresentato, come detto, dal variegato ed avariato fronte che va dall’associazionismo cattolico, soprattutto padano ed emiliano, al PD con annessi arnesi sindacali e centrosociali; si pensi a Wu Ming/Wuminkia, bimbiminkia pensionati che si atteggiano a studentelli in assemblea permanente coi soldi di papà, cioè delle amministrazioni piddine, passando per i “reporter” neonazisti e filo-terroristi inviati in Libia e Iraq, le ONG finto-umanitarie o i cosiddetti ‘cacciatori di bufale’ su internet, questi ultimi tutti militanti e troll del PD. Tutte queste realtà fiancheggiano allegramente le reti islamiste e terroristiche operative in Italia, protette dai servizi segreti italiani. I “caschi bianchi” sono l’unica e sola fonte delle pretese stragi di innocenti che sarebbero commesse ad Aleppo est dagli aerei russi e siriani. Il nome ufficiale di tale fonte è l’Aleppo Media Center, che non si trova ad Aleppo, ma nella K-Street di Washington DC; si tratta sempre di un’operazione di propaganda degli interventisti statunitensi.
L’agitazione dei ‘falchi-pollo’ neocon è dovuta ovviamente al fatto che l’aggressione contro la Siria è oramai fallita e gli sponsor di tale guerra, cioè le petromonarchie wahhabite, iniziano a chiedere conto ai loro barboncini mannari neocon, se di destra, e dirittumanitaristi bombaroli, se di sinistra (si pensi a sicari come Paolo Ferrero o Gino Strada, da subito in prima linea ad invocare la “rivoluzione colorata” della CIA in Egitto, Libia, Siria e Ucraina). L’ondata della rivoluzione in ciabatte, ovvero i terroristi jihadisti taqfiriti che accendono di passione i vecchi rottami bertinottiani, ‘trotskisti’ ed ultrasettari, va calando. Le Forze della Resistenza (Russia, Iran, Siria, Iraq, Libano, Yemen) a cui vanno aderendo l’Egitto neo-panarabo e le forze nazionaliste anti-islamiste libiche, ha il sopravvento man mano che smantellano lo Stato-fantoccio terroristico dello SIIL, creazione della rete terroristico-spionistica della NATO, ovvero Gladio/StayBehind, con il cruciale apporto delle forze armate di USA, Regno Unito, Francia, Turchia, Arabia Saudita, Italia e Qatar. Va ricordato che il Qatar, la Turchia e la loro longa manus, le forze islamiste-taqfirite della Fratellanza mussulmana, hanno raccattato tutto quello che potevano raccattare nello spregevole e miserabile milieu accademico-partitico d’Italia, ramazzando financo le più microscopiche psico-sette radicali, sovraniste, ‘auritifere’ o ‘antimperialiste’ che fossero. Ma, ahimè, come nel caso di Hillary Clinton, anche qui petroemiri e petroscecchi hanno gettato via qualche spicciolo. Le marcette pro-terrorismo delle varie sigle psicosettarie e ONGiste hanno raccolto più sigle che manifestanti effettivi. I travet dei petroscecchi devono essere rimasti molto delusi dalla milizia islamista della belluina accozzaglia cattosinistra social-imperialista, filo-islamista, filo-sionista e filo-atlantista d’Italia. Mentre, ad Aleppo, le forze siriane annichiliscono il fortilizio islamista nei quartieri est, dove per anni trafficavano ONG e ‘spiriti umanitari’, anche italiani, che camuffati da aiuti umanitari, trasportavano armi e rifornimenti ai terroristi stranieri che occupavano quei quartieri. Ma oggi, la liquidazione di tale zona-franca del terrorismo islamo-atlantista suscita la disperazione della NATO e degli accoliti locali, che vedono il governo del Baath siriano finalmente eliminare i gruppi terroristici che l’occidente e le monarchie wahhabite hanno promosso per più di cinque anni, almeno da quando nel 2010 la segretaria di Stato degli USA Hillary Clinton, la beniamina della sinistra anarco-capitalista occidentale e italiana, esortasse la Siria a rompere i rapporti con Hezbollah e l’Iran e accomodasse i desiderata d’Israele, Arabia Saudita e Qatar, grandi sponsor della suddetta megera pazza. E il rifiuto siriano di tali pretese resero la megera ancora più pazza, e Washington più ostile. Non volevano che si mancasse di rispetto verso i loro padroni di Ryadh e Doha. E che la risoluzione del Congresso HR 5732 sia volto contro il Fronte della Resistenza viene chiarito dagli stessi autori: “Russia ed Hezbollah sono i motori principali di morte e distruzione… come i combattenti della Guardia Rivoluzionaria Islamica dell’Iran… Sì, vogliamo attaccare i complici di Assad nelle violenze… insieme alle forze iraniane e di Hezbollah”. E l’ambasciatore israeliano Michael Oren, disse: “Abbiamo sempre voluto che Bashar Assad cadesse, abbiamo sempre preferito i cattivi che non sono guidati dall’Iran che i cattivi guidati dall’Iran… il peggior pericolo per Israele è l’arco strategico che si estende da Teheran a Damasco a Beirut. E vediamo il regime di Assad come la chiave di volta di quell’arco“. E ciò dovrebbe bastare a spiegare la convergenza ideologica ed operativa delle varie psico-sette filo-islamiste e filo-taqfirite con le varie psicosette sioniste e ultratlantiste esistenti nel vario e avariato quadro della sinistra italiana, dalla galassia piddina e dell’associazionismo cattolico fino alla nebulosa dei centrisociali sorosiani e delle psico-sette fringe trotskiste, anarco-liberali ed anarco-capitaliste (camuffate da finte organizzazioni ultra-rivoluzionarie).
In sostanza, di fronte alla determinazione dei neo-con e dei loro mandanti e relativi barboncini mannari associati, a perseguire ancora il “Cambio di regime” in Siria e ad intensificarvi l’aggressione di Stati Uniti e NATO, si erge la Grande Muraglia dell’Arco della Resistenza e del Polo multipolare dell’Eurasiatismo autentico (l’alleanza che comprende Russia, Iran, India e Cina, e che tiene a bada USA, Arabia Saudita e Turchia). Un fronte anti-egemonico efficace, non a caso osteggiato attivamente dalla setta duginista ed affini (il circo delle pulci di Saker e di Chiesa). Tale fronte anti-egemonico si fa ben sentire, non ultime con le dichiarazioni del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, e del Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi, non casualmente oggetto della meschina operazione di disinformazione del sinistrume filo-taqfirita, agli ordini delle intelligence anglo-statunitensi irritate dallp scacco del 2013, quando i militari patrioti nasseriani egiziani sbarazzarono la dittatura oscurantista e retrograda dell’agente della CIA Muhamad Mursi e della sua Fratellanza mussulmana, strumento dell’imperialismo anglosassone. L’irritazione occidentale è acuta, ed è dovuta alla consapevolezza che quel golpe popolare, in Egitto, fu la svolta che mandò all’aria per sempre i deliranti piani imperialistici dei neocon e dei loro sodali wahhabiti, assistiti dalla teppa social-imperialista semiborghese occidentale.
f2229479-a4c9-4724-bd35-6d27a60ed675_w640_r1_s_cx0_cy3_cw0Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha dichiarato che l’inviato delle Nazioni Unite in Siria, Staffan de Mistura, “sabota” da sempre una risoluzione del conflitto sostenuta dai colloqui di pace tra Damasco e gruppi anti-governativi siriani: “Le Nazioni Unite nella forma del loro rappresentante speciale Staffan de Mistura, sabotano da più di sei mesi la risoluzione” del conflitto in Siria. “La risoluzione richiede colloqui tra tutti i siriani e senza precondizioni. Ma sembra che non vi sia altro modo per l’opposizione e il governo che prendere l’iniziativa da sé e organizzare il dialogo“. Va ricordato che Staffan de Mistura (o Staffan de Lordura che sia), è un cittadino italiano. La Farnesina è da sempre una cloaca di nobili decaduti e corrotti, di cui Gentiloni è l’emblema, e da ciò ne derivano le ovvie conseguenze.
Ed ecco cosa ha detto il Presidente egiziano Abdalfath al-Sisi, inviso al putrido ambiente della sinistra islamista e atlanista italiana: Il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi ha espresso sostegno agli eserciti siriano, libico e iracheno nella battaglia contro i terroristi, in un’intervista televisiva ha detto, “ci dovrebbe essere il sostegno internazionale agli eserciti nazionali libico, iracheno e siriano che garantiscono la sicurezza dei loro Paesi. E’ meglio che l’esercito nazionale di un qualsiasi Paese garantisca sicurezza e stabilità da sé. La Siria da cinque anni soffre una crisi profonda. La nostra posizione è che rispettiamo la volontà del popolo siriano“, ed esortava a trattare seriamente i gruppi terroristici in Siria, e a disarmarli, per preservare l’unità della Siria e poterla ricostruire.
Concludendo, una nota per la quinta colonna disfattista neo-ottomana e pseudo-filorussa formata dai seguaci di Dugin, Saker e Chiesa: “Secondo il quotidiano libanese al-Safir, la Russia ha inviato un ultimatum alla Turchia informandola che la città di al-Bab sta per ritornare al governo siriano. L’avviso s’è avuto durante le discussioni che si svolgono in questi giorni sugli accordi tra le parti relativi alla zona di occupazione turca nel nord della Siria, in occasione dell’offensiva turca ‘Scudo dell’Eufrate’, secondo una fonte militare siriana che assicura che la città di al-Bab non vi rientra. Si è deciso che i turchi si devono fermare a non più di 12 km da Jarabulus, per permettergli d’impedire il collegamento tra le regioni prese dai curdi di Ayn al-Arab e Ifrin, e di monitorare le operazioni delle forze democratiche siriane curde sostenute dagli statunitensi. Gli iraniani sono d’accordo a che i turchi si fermino a 12 km. Ma, non solo i turchi hanno violato i loro impegni, ma hanno anche deciso di collocare la regione ad ovest dell’Eufrate tra i loro obiettivi, ed hanno violato l’accordo con i russi a non sostenere più i gruppi armati che cercano d’infiltrarsi ad Aleppo. Secondo la fonte siriana di al-Safir, ai turchi s’è fatto capire che l’Esercito arabo siriano punta sulla città di al-Bab. Siriani e russi hanno avvertito i turchi di fermare la loro avanzata, e i siriani minacciano che qualsiasi avanzata verso al-Bab sarà considerata un’invasione, facendo intervenire l’esercito. Secondo fonti siriane e turche, uno squadrone di caccia MiG-31 ne ha inquadrato uno di aerei turchi sopra la regione. I turchi hanno schierato, a 30 km da al-Bab, 250 blindati, 5500 soldati e le milizie dei loro ascari locali. Inoltre, presso l’aeroporto militare di Quwayris, ad est di Aleppo, l’Alto Comando delle Forze Armate siriane ha attivato la nuova 5.ta Armata dell’Esercito arabo siriano, composta da 3 divisioni d’assalto, e posta in attesa dell’ordine di avanzare su al-Bab. Infine, a Safira, a sud-est di Aleppo, giungeva il battaglione corazzato di Hezbollah, formatosi ad al-Qusayr, la città che aveva liberato nel 2013”.cxkl1jfwiaamgdfFonti:
al-Manar
FARS
FARS
Syrian Perspective
The Duran

La Russia lancia missili avanzati contro i terroristi

Alexander Mercouris, The Duran, 21/11/2016siria-ataque-2016-11-17-bNell’ambito della nuova campagna aerea in Siria, la Russia usa sistemi missilistici avanzati per sconfiggere i jihadisti e inviare un chiaro messaggio al mondo.
La nuova offensiva aerea russa contro i terroristi nel nord-est della Siria è stata segnata dall’uso di missili avanzati. Come ampiamente previsto, dal Mediterraneo orientale la flotta russa ha lanciato missili da crociera subsonici a lungo raggio Kalibr contro obiettivi jihadisti nella province di Idlib e Homs. Il Kalibr è un missile da crociera a lungo raggio d’attacco terrestre della flotta russa. Fu utilizzato la prima volta con effetto spettacolare sugli obiettivi jihadisti in Siria, circa un anno fa, quando dei missili Kalibr furono lanciati da navi della Flotta del Mar Caspio della Russia. L’Aeronautica russa nel frattempo lanciava i propri missili da crociera. Come già riportato da The Duran, i bombardieri pesanti russi sono dotati di missili da crociera a lungo raggio subsonico. I bombardieri pesanti Tu-95 li hanno lanciati su obiettivi jihadisti (non c’è una parola finora sui molto più avanzati bombardieri pesanti supersonici a lungo raggio Tu-160 che partecipano alle operazioni). I missili da crociera lanciati sui terroristi dai bombardieri Tu-95 sono i missili da crociera subsonici a lungo raggio Kh-101. Nonostante la superficiale somiglianza con il missile da crociera Kalibr della flotta russa, il Kh-101 è in realtà completamente diverso e più avanzato, progettato da un ufficio diverso. Sembra che il Kh-101 non solo abbia una gittata maggiore di quella del Kalibr, ma può essere guidato dopo il lancio (potendo teoricamente distruggere bersagli in movimento) ed è molto più furtivo, rendendosi praticamente invisibile a qualsiasi radar dei terroristi. Tuttavia, forse il missile da crociera più spettacolare che i russi hanno lanciato sui terroristi è il missile supersonico, da Mach 2,5, Oniks, lanciato da una batteria da difesa costiera Bastion russa schierata in Siria. È la prima volta che un missile da crociera supersonico veniva lanciato contro un bersaglio terrestre. Con il boom sonico e la velocità l’effetto psicologico dell’attacco con tale missile sarà devastante. Inoltre, a differenza del missile da crociera subsonico, che in teoria può essere abbattuto dal tiro a terra prima di raggiungere l’obiettivo (in realtà, ci furono alcuni casi nella Guerra del Golfo del 1991), i jihadisti non hanno i mezzi per abbattere questi missili, e quindi non hanno alcuna difesa teorica contro di essi. Per i russi, l’impiego dei missili Oniks in Siria ha molteplici scopi.
In primo luogo permette ai russi di testare in condizioni operative un sistema d’arma molto avanzato, mai usato prima.
In secondo luogo, consente di fare pubblicità presso i potenziali acquirenti del sistema Oniks/Bastion sulla capacità di attacco terrestre. Oniks fu progettato e finora commercializzato come puro missile antinave. Il fatto che abbia anche capacità di attacco terrestre era finora ignoto. I possibili acquirenti del sistema (cinesi o indiani) hanno ora la dimostrazione di una maggiore versatilità, e quindi maggiore redditività, di quanto pensato.
Infine, con il lancio dei missili Oniks del complesso Bastion in Siria, i russi fanno sapere a Stati Uniti, NATO e Israele che i complessi missilistici da difesa costiera Bastion in Siria sono presidiati da russi e controllati da Mosca. Questo dovrebbe eliminare eventuali dubbi sugli operatori e rimuovere eventuali tentazioni occidentali ed israeliane di volerli attaccare. I russi hanno fatto sapere pubblicamente che i complessi missilistici da difesa costiera Bastion sono dispiegati in Siria e sono pronti a difendere la flotta nel Mediterraneo orientale e le basi in Siria da chiunque sia abbastanza stupido da attaccarli. Combinati alla presenza degli avanzati complessi di difesa aerea S-400 ed S-300MV Antej-2500 in Siria, l’uso pubblicizzato dei sistemi Oniks e Bastion dispiegati in Siria chiarisce che i russi sono pronti contro qualsiasi attacco dal mare.
Infine, vi è un ulteriore dispiegamento di missili in Siria, che ha ricevuto meno attenzione. Foto ora apparse confermano la presenza dei sistemi combinati cannoni-missili a corto raggio mobili di difesa aerea Pantsir presso Aleppo. Non è noto se questi sistemi siano azionati da siriani o russi, ma è probabile che lo siano dai russi. Ma anche se sono azionati dai siriani, è certo che consiglieri russi siano presenti e collaborino nel supporto e nella guida. A differenza dei complessi missilistici S-400, S-300MV Antej-2500 ed Oniks/Bastion dispiegati in Siria, i sistemi a corto raggio Pantsir non sono destinati a difendere o scoraggiare attacchi dalle forze aeree e della marina di Stati Uniti o Israele. Piuttosto il loro scopo è chiaramente scoraggiare o difendere dagli attacchi dall’assai meno sofisticata aviazione turca, che nelle ultime settimane era attiva nel nord-est della Siria, nell’ambito dell’operazione Scudo dell’Eufrate. Continua ad essere diffusa la convinzione che ci sia una sorta di accordo tra Russia e Turchia secondo cui l’esercito turco non entrerà in combattimento ad Aleppo. Che sia così o meno, con l’esercito turco e gli alleati jihadisti all’offensiva contro lo SIIL ad al-Bab, entro il raggio d’artiglieria da Aleppo, i russi chiaramente non danno nulla per scontato, e adottano precauzioni contro ogni possibile incursione turca contro Aleppo.siria-ataque-2016-11-17-vorjuta

Lidi stranieri: perché la base russa in Siria
Mikhail Kotov, LIFE.ru, 21 novembre 2016, Fort Russ News

Viktor Ozerov, Presidente del Comitato di Difesa e Sicurezza del Consiglio della Federazione, ha detto a RIA Novosti che la base di Tartus dovrebbe diventare una base regolare della Marina russa entro due anni dalla firma dell’accordo e dalla ratifica. “Procedendo dall’impressione sulla base, e sui piani per migliorarne le infrastrutture, abbiamo riferito alla leadership sul nostro gruppo in Siria e posso dire che non escludiamo la modernizzazione di Tartus, per le più recenti esigenze”, dichiarava Ozerov. Il giornalista Mikhail Kotov comprende il motivo per cui la Russia ha bisogno di questa base.cxywvfywiaehmhcCe ne andiamo, ce ne andiamo, ce ne andiamo
Per due decenni, la presenza militare russa nel mondo era costantemente in calo. Dagli ultimi anni dell’Unione Sovietica diminuiva il numero di basi militari sotto la bandiera rossa e poi bianco-blu-rossa. Dal 1972, come se fosse iniziato un conto alla rovescia: Port Said, Berbera e Nusra. Nel 1991 i russi lasciarono le basi militari in Germania (Rostock) e in Polonia (Swinoujscie). Nel 2002, la Russia perse la base navale di Cam Ranh Bay in Vietnam, e dopo l’inizio della “primavera araba”, dovette ritirarsi frettolosamente da Tripoli in Libia. Lo sfondo della ritirata graduale, che non rallentava l’avanzata della NATO di un minuto, sembrava una sconfitta totale. E ora la dichiarazione del Comitato di Difesa e Sicurezza del Consiglio della Federazione e del Ministero della Difesa sui piani preannunciati sono una bomba. È la rinascita delle forze russe o solo un episodio del conflitto siriano? Abbiamo bisogno di questa base? Possiamo tenerla? Per trovarne le risposte è necessario tornare indietro e cercare di capire su quali principi esistono nel mondo avamposti militari nel territorio di altri Paesi.

Echi di guerra
Il mondo bipolare era chiaramente apparso già negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale. La minaccia, che unì i Paesi temporaneamente, fu distrutta e divenne chiaro che c’erano “noi” e “loro”. E che nessuno s’ingannasse sul triumvirato della Conferenza di Jalta, il mondo era ormai diviso. La NATO, creata nel 1949, e il Patto di Varsavia, creato sei anni dopo, cominciarono la lotta che li contrappose. La politica estera di un Paese più attivo ha bisogno di alleati in tutto il mondo. Non per combattere, ma per ampliarne la presenza ed estendere attivamente le aspirazioni diplomatiche. Supponendo che un satellite cadesse nel posto sbagliato, una rivolta scoppiasse in un Paese amico o l’appello per supportare l’intelligence, tali questioni diventano molto più facili da risolvere se si dispone di una base militare lontana da occhi indiscreti. Naturalmente, avevano compiti diversi: a Cuba, l’Unione Sovietica aveva un centro radioelettronico, e in Vietnam una base logistica per la flotta. Naturalmente, l’Unione Sovietica non fu l’unico Paese che cercò di estendere la presa militare. Gli Stati Uniti d’America crearono proprie basi non meno attivamente. Allo stesso tempo, godevano di una situazione senza precedenti: non pagavano il terreno affittato per le basi quasi ovunque. Invece lo presentavano come contributo alla sicurezza complessiva del Paese ospitante, con più di trenta Paesi e più di un centinaio di basi nel mondo. La sala operativa al massimao. Non si pensi che in questi Paesi la gente fosse felice di vedere gli yankees. L’esempio principale è la base navale di Okinawa. L’isola fu occupata dalle truppe degli Stati Uniti nel 1945, e da allora la base militare degli Stati Uniti ne occupa il 18 per cento del territorio. La popolazione locale, trattata dagli “invasori” come cittadini di seconda classe, protesta regolarmente. Dal 1972 a Okinawa le forze statunitensi hanno commesso 5800 crimini, 571 gravi. Ad esempio, nel 1995, una studentessa dodicenne giapponese fu stuprata da soldati statunitensi. E non successe nulla, la presenza militare era più importante. Inteso, ovviamente non è così ovunque; molti Paesi europei, tra cui le repubbliche baltiche, sono disposti a cedere il territorio alla presenza militare estera. Un fattore chiave di ciò è l’abile lavoro diplomatico statunitense che afferma regolarmente possibili aggressioni dalla Russia.

Ritorno alla posizione precedente
Le basi militari non dovrebbero essere considerate un avamposto del Paese, aspettandosi un attacco in qualsiasi momento. Nella maggior parte dei casi (soprattutto nel caso della Russia) è solo l’indicatore di forza e presenza nella regione, il cui obiettivo principale è avere un centro logistico che dia l’opportunità della risposta rapida a qualsiasi problema che sorgesse nella regione. Quindi, un altro modo di pensare dall’epoca sovietica: un gruppo di consiglieri e specialisti militari che vi mantiene la presenza, ma allo stesso tempo, il denaro speso per mantenere il gruppo mobile è molto meno. In molti modi, quindi, il piccolo numero basi è dovuto alla carenza di fondi. Anche il bilancio dell’URSS era molto teso, con tutti i centri di supporto all’estero, per non parlare della Russia. Perciò il ritorno alla vecchia politica ha causato tanto rumore. Di per sé, la base militare in Siria (ufficialmente 720.mo Centro logistico della Marina russa) fu creata per sostenere le operazioni navali sovietiche nel Mediterraneo, cioè per riparare le navi del 5° Squadrone operativo nel Mediterraneo, rifornendole di combustibile, acqua e beni di consumo. Istituita nel 1971, non è particolarmente grande, con pochi ormeggi e infrastrutture sul territorio della base navale siriana (63.ma Brigata della Marina siriana). Dal 1992, quando lo Squadrone del Mediterraneo sovietico, creato come rivale visibile e tangibile della Sesta Flotta statunitense, fu sciolto, cominciò la lenta dissoluzione della base. Negli anni migliori vi erano più di duemila soldati e marinai, con marines di guardia. Nel 2002 ve ne erano solo 50, e nel 2012 si arrivò a solo quattro persone. Dall’inizio della partecipazione delle Forze Armate russe alla guerra in Siria, il contingente della base è aumentato di nuovo. Nel 2015 era pari a 1700 persone, addetti ad approvvigionamento e riparazione delle navi e allo sbarco di materiale militare russo in Siria. Pertanto, parlare della creazione di una base non è del tutto corretto, piuttosto del ritorno.cvdtxdow8aa_ge6Una base senza squadrone
Geograficamente, la Russia non ha accesso diretto al Mediterraneo. L’unica via dal Mar Nero è attraverso lo Stretto del Bosforo, il Mar di Marmara e i Dardanelli della Turchia, e quindi uscire nello spazio di manovra nel Mediterraneo. Ma in primo luogo, il Bosforo è strettamente controllato dalla Turchia, membro della NATO e, in secondo luogo, il passaggio delle navi costa. I turchi raccolgono la cosiddetta “tassa di passaggio” dallo stretto, a seconda del tipo di nave. A volte può raggiungere costi significativi. Ecco perché occorrono basi russe nel Mediterraneo, anche in assenza di una flotta permanente nella regione. Vi furono discussioni nel Comando Navale sulla volontà di ripristinare la base in Libia (Tripoli), presente fino al 2011. Ma l’attuale situazione politica ha puntato il processo del ritorno nel Mediterraneo sulla base siriana. Si ritiene che dopo l’ammodernamento, ospiterà grandi navi. Oltre agli scopi militari, la base a Tartus è di grande importanza per le operazioni d’intelligence, anche elettronica.

Accordi e transazioni
Rimane la domanda sul costo di tutto questo. Molto probabilmente, alla luce delle attuali relazioni tra Russia e governo di Bashar al-Assad, l’affitto di Tartus sarà gratuito. I fondi che saranno spesi per la presenza di truppe e personale di supporto russi in Siria, sono già stati aumentati dal Ministero delle Finanze, negli articoli pertinenti bel bilancio russo, per 678 miliardi di rubli. E’ molto probabile che il denaro sarà utilizzato per la manutenzione della base navale. Inoltre, recentemente sulla TV siriana, si notano chiaramente immagini di missili aria-aria a medio raggio russi RVV-AE (R-77). Ciò significa che la Russia ha aggiornato i MiG-29 siriani nella versione MiG-29SM. Questi missili possono colpire un bersaglio che vola a Mach 3. Il costo di questi missili è elevato. Nel 2012, la Malaysia acquistò 35 missili RVV-AE per 35 milioni di dollari. E’ possibile che l’aggiornamento sia parte integrante delle relazioni russo-siriane che hanno deciso il rilancio della base navale di Tartus.

Di nuovo in sella?
Parlando francamente, una base nel Mediterraneo senza una flotta permanente nel Mediterraneo non funziona. Questo passaggio non comporta cambiamenti geopolitici. Chi lo desidera può considerare la composizione della Sesta Flotta degli Stati Uniti, per capire che non la minaccia, senza Tartus, in alcun modo. Piuttosto, si tratta di un segnale alla NATO per mostrare che la Russia vuole tornare sulla scena mondiale e che le sue aspirazioni non si limitano ai confini della CSI, dove vi è la maggior parte delle basi militari estere russe. Tuttavia, va ricordato che investendo su Tartus, la Russia decide una volta per tutte di sostenere Assad, senza cercare di esserne imparziale, ma stando chiaramente da una parte. Infatti, nel caso di sconfitta del governo siriano, farebbe la fine della base di Tripoli, da cui si ripiegò rapidamente nel 2011, dopo l’inizio della “primavera araba” e la morte di Muammar Gheddafi.
Questa è una scommessa rischiosa, ma nel caso di conclusione positiva del conflitto in Siria, potrebbe essere un grande passo del ritorno della Russia nella grande geopolitica. L’azione militare è solo una continuazione delle aspirazioni politiche, e se la base è uno strumento utile, va utilizzato.1171-carga-y-descarga

La base navale russa in Siria sarà ampliata con il ‘molo per la portaerei’
South Front
La struttura navale russa a Tartus della Siria sarà estesa per accogliere portaerei, sottomarini nucleari e altre grandi navi da guerra, dichiarava il capo del Comitato di difesa del Consiglio della Federazione Russa Viktor Ozerov. Lo scorso fine settimana, SF aveva già pubblicato un post sul progetto di ampliamento dell’impianto russo di Tartus, citando un articolo di Interfax basato su fonti anonime. Ora, l’informazione viene ufficialmente confermata. La squadra tattica navale russa guidata dall’incrociatore pesante portaerei lanciamissili Admiral Kuznetsov e dall’incrociatore nucleare Pjotr Velikij, è al largo della Siria, dove iniziava le operazioni contro i terroristi ai primi di novembre.screen-shot-2016-11-21-at-11-24-31-am

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I disaccordi tra Egitto ed Arabia Saudita riflettono i problemi mediorientali

Pogos Anastasov New Eastern Outlook 21/11/2016

egypt_political_mapL’11 novembre, il Ministro delle Finanze egiziano Amir al-Garhy riferiva che la Repubblica araba d’Egitto (RAE) avrà un prestito da 12 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale. L’Egitto, che affronta una grave crisi economica, ne ha un disperato bisogno. Il 40% degli oltre 80 milioni di cittadini del Paese è sulla soglia della povertà, mentre il 51,2% dei giovani è disoccupato. Nel novembre 2016, questa spiacevole situazione s’è ulteriormente deteriorata. A causa dei problemi finanziari, deficit di bilancio e condizioni dure stabilite dal FMI per la concessione dei prestiti, il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi ha dovuto liberalizzare la lira egiziana (il tasso di cambio è sceso a 18 lire per dollaro dalle 12 lire precedenti) e aumentare bruscamente i prezzi di benzina, gasolio e olio combustibile. E’ un passo piuttosto rischioso alla vigilia dell’inverno, soprattutto quando il Paese importa molta energia e prodotti alimentari. Questa misura disperata è dovuta a diverse circostanze. Cominciamo con il fatto che la situazione economica è peggiorata per via del terrorismo scatenato dai Fratelli Musulmani dopo il rovesciamento del loro capo M. Mursi, nell’estate 2013, che ha portato a una forte riduzione dei ricavi del turismo e al deflusso degli investimenti, le più importanti fonti della ricchezza del Paese. Ma questa non è l’unica ragione. Il grave deterioramento della situazione è stata in parte causata dalla sospensione dell’invio delle 700 mila tonnellate di gasolio, benzina e olio combustibile dall’Arabia Saudita a condizioni preferenziali (un prestito al 2% annuo, con 3 anni di sospensione) a fine settembre. Come è ben noto, questi accordi, così come la promessa dell’Arabia Saudita di aiutare l’Egitto con 24 miliardi di dollari, sostenendo la lira egiziana, furono raggiunti durante la visita di re Salman a Cairo ad aprile. All’epoca, la visita fu definita storica. Riyadh, che è anche in difficoltà economiche per il calo di quasi tre volte del prezzo del petrolio dalla fine del 2014, ha accettato queste spese per una serie di motivi. La ragione principale è che la monarchia saudita considera l’Egitto strumento principale per contrastare influenza iraniana in tutte le forme. Il rovesciamento del regime dei Fratelli musulmani fu sostenuto da Riyadh per il timore che Mursi sviluppasse rapporti con Teheran, considerato principale nemico geopolitico, economico, ideologico e militare di Riyadh. Con il versamento dell’enorme somma a Cairo, la monarchia saudita voleva certe garanzie in cambio. Prima di tutto, le isole Tiran e Sanafir, dalla posizione strategica nel Mar Rosso nei pressi del Golfo di Aqaba. Controllarle significa che controllare le navi che entrano ed escono dai porti di Israele e Giordania, così come il traffico di petroliere (anche iraniane) attraverso il canale di Suez. Un altro importante obiettivo era incoraggiare l’Egitto a sostenere l’Arabia Saudita nello Yemen, dove Riyadh attua una dura campagna militare, senza possibilità di vittoria, dal marzo 2015. Le forze aeree egiziane infatti aderirono, ma solo imponendo una zona di non volo nello Yemen finora. In ultima analisi, sfruttando i problemi economici di Cairo, i sauditi volevano subordinare l’Egitto ai propri fini e costringerlo ad abbandonare le pretese di leadership nel mondo arabo e passarla a Riyadh.
Gli ultimi sei mesi hanno dimostrato che i sauditi sono insoddisfatti dal comportamento della leadership egiziana, che ha preso il denaro ma non ha adempiuto alle aspettative. Come si è scoperto, gli egiziani non cederanno le isole nel Mar Rosso al “legittimo proprietario”. Mentre secondo i media ufficiali Tiran e Sanafir hanno sempre fatto parte dell’Arabia Saudita e furono prestate all’Egitto nel 1950, i leader dell’opinione pubblica in Egitto hanno altre versioni: l’Accordo sui confini marittimi firmato tra Egitto ed Impero ottomano nel 1906 riconosce la sovranità dell’Egitto su queste isole. Di conseguenza, il trasferimento delle isole passa ai tribunali. Il Tribunale amministrativo dell’Egitto, del Consiglio di Stato della RAE, ha confermato la precedente decisione del tribunale che invalida l’accordo siglato ad aprile sul trasferimento delle isole all’Arabia Saudita, e l’appello del governo è stato respinto. Tuttavia, la Commissione di Stato ha contestato queste decisioni, e la Corte sulle questioni urgenti ha sospeso la decisione del Tribunale amministrativo a settembre. Anche se il governo riesce a cambiare la situazione entro il quadro giuridico, l’opinione pubblica in Egitto si oppone fermamente al trasferimento delle isole e al-Sisi deve tenerne conto. Inoltre, l’Egitto non ha cambiato posizione nei confronti della crisi yemenita e, a quanto pare, non ha aumentato il contributo alla campagna militare nello Yemen. Nel frattempo, l’Arabia Saudita non vuole che i suoi soldati vi combattano. Cairo non segue le contorsioni diplomatiche saudite neanche in Libia. Dal giugno 2016, il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate libiche, il maresciallo Qalifa Balqasim Haftar. non è più gradito a Riyadh, mentre Cairo l’usa attivamente per creare una zona cuscinetto al confine con Fratellanza musulmana, SIIL, al-Qaida ed altri gruppi terroristici provenienti da tutto il mondo e che hanno occupato la Libia occidentale (Tripolitania). Tuttavia, la goccia che fa traboccare il vaso per la famiglia reale saudita è il voto dell’Egitto al progetto di risoluzione russa sulla Siria al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ad ottobre (Cairo è un membro non permanente) e il riavvicinamento aperto tra Cairo e Mosca, che arriva all’addestramento militare congiunto con i russi, “non autorizzato” da Riyadh e alla decisione di acquisire gli elicotteri russi Ka-52 per le portaelicotteri Mistral originariamente costruite per la Russia, ma in seguito acquistate dagli egiziani con fondi sauditi (secondo voci nelle due capitali). Inoltre, Cairo ha rifiutato di condannare le azioni delle forze aerospaziali russe ad Aleppo, come richiesto dall’Arabia Saudita. Tuttavia, le sanzioni all’Egitto dei sauditi hanno avuto un effetto contrario su Cairo. Il tasso della lira potrebbe cadere e la situazione economica deteriorarsi, ma l’Egitto non abbandona la politica estera indipendente. Piuttosto al contrario. Il maresciallo Qalifa Balqasim Haftar ha risolto parte dei problemi sui carburanti, controllando i principali campi petroliferi della Libia in estate. Il resto dei problemi può essere risolto con rifornimenti da altri Stati, tra cui il nemico di Riyadh, l’Iran, o addirittura l’Azerbaigian (un protocollo d’intesa è stato firmato con la SOCAR dellAzerbaigian). Non è un caso che il 6 novembre siano apparse voci sulla visita imminente del Ministro del Petrolio dell’Egitto Tariq al-Mula in Iran. Non sono state ancora confermate, ma non c’è fumo senza fuoco… la leadership egiziana sicuramente vede che l’alternativa al riavvicinamento con l’Arabia Saudita esiste…
La rottura tra i due Paesi non è ancora aperta, la ricerca di un terreno comune e del compromesso è in corso, dimostrato dalla mediazione attiva svolta dagli Emirati Arabi Uniti che danno un forte sostegno alla leadership egiziana. Ma è già chiaro che la vittoria di D. Trump incoraggerà al-Sisi nell’intento di ripristinare il ruolo storico dell’Egitto a leader del mondo arabo, e Riyadh non dovrebbe farsi illusioni su ciò.2f6ba84995f83fceddfda6dea13e49bPogos Anastasov, scienziato politico e orientalista, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mosca pronta a lanciare un devastante attacco ai terroristi

FNA1898153I militari russi in Siria hanno finito d’individuare i gruppi terroristici e i loro centri di addestramento, depositi di armi e vie di rifornimento, e Mosca riprenderà i pesanti attacchi aerei ai terroristi, ad Aleppo, nei prossimi giorni, affermava il Ministero della Difesa. Il sito Gazeta riferiva che l’esercito russo ha schierato numerosi sistemi da ricognizione in Siria, per tale scopo. Un’altra fonte ha detto che i terroristi hanno violato il cessate il fuoco ad Aleppo reclutando ed inviando rinforzi da varie parti del Paese per un nuovo attacco verso Aleppo est. La fonte, nel frattempo, ha aggiunto che la Russia prevede di lanciare una massiccia campagna aerea per scoraggiare i terroristi intenzionati ad unirsi ai camerati nella parte est di Aleppo, aggiungendo che gli attacchi missilistici lanciati dalle navi russe dal Mar Caspio, lo scorso anno, distrussero decine di obiettivi dei terroristi, “ma questa volta tali attacchi distruggeranno centinaia di basi e posizioni alla periferia di Aleppo in 48-72 ore“. Eppure, ha detto la fonte, alcun attacco missilistico sarà lanciato su qualsiasi distretto specifico di Aleppo, nel tentativo di evitare vittime tra la popolazione civile usata dai terroristi come scudi umani.
Con osservazioni rilevanti, un parlamentare siriano notava la preparazione di Mosca a qualsiasi opzione militare in Siria, affermando che lo schieramento della flotta russa nel Mar Mediterraneo è un messaggio chiaro ai terroristi e loro mandanti. “Il dispiegamento delle navi da guerra russe nel Mar Mediterraneo invia un messaggio ai terroristi, Mosca è pronta a qualsiasi opzione militare“, dichiarava Zahir Taraf a FNA, ed ha anche detto che l’invio delle navi da guerra della Flotta russa nelle regioni vicine Siria è la carta vincente nei colloqui politici sulla crisi siriana. La fregata Admiral Grigorovich, armata di missili da crociera Kalibr, lasciava il porto di Sebastopoli per unirsi al gruppo della portaerei in Siria, secondo una fonte militare della Crimea. Il 15 ottobre, il servizio stampa della Flotta del Nord russa dichiarava che un gruppo di navi da guerra guidato dall’Admiral Kuznetsov, accompagnata dall’incrociatore da battaglia Pjotr Velikij e dai cacciatorpediniere anti-sottomarini Severomorsk e Vitseadmiral Kulakov, veniva inviato nel Mediterraneo per esercitazioni e rafforzare la presenza.cvdlzpfwgaactga

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora