I terroristi islamici del SIIL sono supportati da Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita

Washington’s Blog Global Research, 16 agosto 201410371511Chi tira veramente le fila?
Il Times of Israel ha riferito: “Un comandante dell’esercito libero siriano, arrestato il mese scorso dalla milizia islamista del fronte al-Nusra, ha detto ai suoi rapitori di aver collaborato con Israele in cambio di sostegno medico e militare, in un video pubblicato questa settimana. Il comandante ribelle siriano dice di aver collaborato con Israele. In un video caricato su YouTube … Sharif al-Safuri, comandante del battaglione al-Haramayn dell’esercito libero siriano, ha ammesso di essersi recato cinque volte in Israele per incontrare ufficiali israeliani che poi gli hanno fornito armi anticarro e armi leggere sovietiche. Safuri è stato rapito dal fronte al-Nusra, affiliato ad al-Qaida, nella zona di Qunaytra, presso il confine israeliano, il 22 luglio. “Le fazioni (opposizione) avrebbero ricevuto sostegno e inviato i feriti (in Israele), a condizione che l’area protetta israeliana fosse assicurata. A nessuno era permesso avvicinarsi alla recinzione senza previo coordinamento con le autorità israeliane”, ha detto Safuri nel video”.
Nel video confessione in cui Safuri appare fisicamente illeso, dice che in un primo momento si era incontrato al confine con un ufficiale israeliano di nome Ashraf ed ebbe un telefono cellulare israeliano. Poi incontrò un altro ufficiale di nome Yunis e con il comandante dei due uomini, Abu Daud. Insomma, Safuri ha detto che entrò in Israele cinque volte per riunioni svoltesi a Tiberiade. Dopo le riunioni, Israele iniziò a fornire Safuri e i suoi uomini “supporto medico di base e vestiti”, così come armi, tra cui 30 fucili russi, 10 lanciarazzi RPG con 47 razzi, e 48000 proiettili da 5,56 mm. Inoltre l’Agenzia Telegrafica Ebraica, agenzia stampa ebraica vecchia di 97 anni, ha riferito: “Una dirigente del Ministero della Giustizia olandese ha detto che il gruppo jihadista SIIL è stato creato dai sionisti che cercano di dare all’Islam una cattiva reputazione. Yasmina Haifi, capo progetto presso il National Cyber-Security Center del ministero, ha fatto tale affermazione su Twitter, secondo il quotidiano De Telegraaf. “Il SIIL non ha nulla a che fare con l’Islam. E’ parte di un piano dei sionisti che deliberatamente cercano d’infangare il nome dell’Islam”, ha scritto Haifi”. A marzo, Haaretz ha riferito: “L’opposizione siriana è disposta a rinunciare a reclamare le alture del Golan in cambio di denaro e aiuto militare israeliano contro il Presidente Bashar Assad, un alto funzionario dell’opposizione ha detto al giornale al-Arab, secondo un articolo di al-Alam”.
I gruppi islamisti filo-occidentali vogliono che Israele imponga una no-fly zone sulle regioni meridionali della Siria per proteggere le basi dei ribelli dagli attacchi aerei delle forze di Assad, secondo l’articolo. WorldNet Daily afferma che gli USA hanno addestrato i jihadisti islamici che si sarebbero poi uniti al SIIL, in Giordania. Il Jerusalem Post riporta che un combattente del SIIL dice che la Turchia finanzia il gruppo terroristico. La Turchia è un membro della NATO e, almeno fino a poco prima, stretto alleato degli Stati Uniti. I ricchi donatori negli alleati degli Stati Uniti, Quwayt e Qatar, sono dietro il SIIL, e funzionari dei servizi segreti occidentali dicono che i governi ne approvano il supporto. Un ex-alto comandante di al-Qaida ha ripetutamente sostenuto che il SIIL lavora per la CIA. A giugno, il consulente per gli investimenti Jim Willie affermava: “Le truppe (del SIIL) lì attive [Siria e Iraq] sono truppe di Langley (cioè della CIA). Addestrate, finanziate e armate da Langley. Ciò l’ho sentito… dall’esercito statunitense (regolari del Pentagono), e bisogna stare attenti quando si fa riferimento ai militari degli USA. Che tipo di militari degli Stati Uniti? L’US Army del Pentagono o quelli di Langley, che hanno uniformi senza contrassegni e decine di migliaia di mercenari? S’incontrano in Iraq. I regolari militari USA del Pentagono evacuati dall’Iraq, il cui vuoto viene riempito dai mercenari di Langley, addestrati contro la Siria e che migrando a Sud annunciano il loro nuovo ordine del giorno. Se e quando i regolari del Pentagono incontreranno i mercenari di Langley in Iraq, Obama avrà una visita a domicilio, dato che militari degli Stati Uniti combatteranno militari degli Stati Uniti. Pentagono contro Langley”.
Anche se non sappiamo quale delle affermazioni di cui sopra sia vera, due cose sono certe:
• Gli Stati Uniti hanno armato i jihadisti islamici in Siria e le loro armi sono nelle mani del SIIL; e
• Gli stretti alleati degli Stati Uniti sostengono e addestrano i terroristi del SIIL
Perché mai gli Stati Uniti e i loro alleati sostengono il SIIL, se sono dei barbari terroristi islamici? Beh, ammesso che sia vero, petrolio e gas potrebbero spiegarlo. Dopo tutto, ci sono prove che gli Stati Uniti e i loro alleati vogliono frantumare Iraq e Siria da decenni. E il SIIL lo fa. In ogni caso, se sia vero o meno per il SIIL, è ben documentato che statunitensi, sauditi e israeliani sostengono da decenni i terroristi islamici più pericolosi e radicali del mondo. Si veda qui. E chi vede la battaglia contro il SIIL come una guerra di religione, viene ingannato.

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

20140803FM-ObamaAlessandro Lattanzio all’IRIB: “Dominio su pozzi petroliferi dietro fornitura armi da Usa e Ue a curdi in Iraq”

Radio Italia (IRIB) –  “Presumo che la partita che si gioca in Iraq si faccia in tre: gli Usa piu’ Israele che agiscono tramite il cosiddetto Stato Islamico, che penso sia una creazione diretta del Pentagono e del Mossad…“. Sono le parole di Alessandro Lattanzio, redattore della rivista ‘Eurasia‘ e analista delle questioni politiche internazionali, in un’intervista telefonica a Radio Italia IRIB. E’ disponibile l’audio integrale dell’intervista.

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Israele è pronto a ripensare la propria strategia in Siria?

Dmitrij Minin, Strategic Culture Foundation, 02/02/2014
US_buffer_Zones_01_14Il 24 gennaio, un alto ufficiale dell’intelligence militare israeliana ha tenuto una conferenza speciale, in cui ha riferito che vi è la “possibilità” che Israele ripensi la propria strategia sul conflitto siriano. Motivo? Il forte aumento dei militanti di al-Qaida in Siria, che non fanno compromessi quando si tratta d’Israele. Solo due anni fa erano 2000, ma oggi sono arrivati a 30000. Si recano in Siria da Medio Oriente, Europa, America… Israele inizia a comprendere che se Bashar Assad viene rovesciato e l’obiettivo immediato dei militanti realizzato, la creazione di un grande Stato islamico dalla Siria all’Iraq, allora tali forze li attaccheranno duramente. Da qui la necessità d’Israele di cercare di concludere le proprie operazioni su larga scala in Siria, a quanto pare. Secondo gli israeliani, i gruppi islamici in Siria che costituiscono una minaccia per il loro Paese sono:
1. Jabhat al-Nusra. Il 22 gennaio, l’agenzia di sicurezza israeliana Shin Bet ha riferito di aver sventato tre attentati pianificati da tale organizzazione, tra cui far saltare in aria l’ambasciata statunitense a Tel-Aviv e il Centro Congressi di Gerusalemme. I presunti colpevoli erano immigrati provenienti da Turchia e repubbliche del Nord Caucaso.
2. Stato islamico dell’Iraq e del Levante.
3. Ahrar al-Sham. Tale gruppo è alla base del neocostituito Fronte islamico (IF), che gli USA hanno dichiarato gruppo “moderato”. Fonti dell’intelligence israeliane contestano tale valutazione, sottolineando che il leader di Ahrar al-Sham, Abu Qalid al-Suri (vero nome Muhammad Bahayah), ha ammesso di essere membro di al-Qaida. Esperti francesi sono d’accordo osservando che Muhammad Bahayah è coordinatore capo di al-Qaida in Siria, con legami con bin Ladin e stretta conoscenza di al-Zawahiri.
4. Jaysh al-Islam. Tale organizzazione domina la regione di Damasco ed è nota per gli stretti legami con i servizi segreti sauditi e pakistani.
L’esercito israeliano (IDF) valuta diverse opzioni su come affrontare tali gruppi:
a) creare zone-cuscinetto sul lato siriano del confine;
b) attacchi aerei e terrestri contro le concentrazioni di jihadisti alla frontiera;
c) profonde puntate in Siria e Iraq per bloccare l’avanzata delle forze di al-Qaida in Giordania;
d) omicidi mirati dei comandanti di al-Qaida;
e) impedire che le forze jihadiste occupino aree in Siria che potrebbero essere utilizzate come trampolini per attaccare Israele.
Allo stesso tempo però gli strateghi israeliani prevedono di considerare con attenzione tutti i “pro e i contro” nel combattere al-Qaida in Siria, tenendo presente che una tale campagna militare  allenterebbe la pressione sul regime di Assad e i suoi alleati Iran e Hezbollah, cosa che Israele ovviamente non vuole che accada. Ma a un certo punto sarà costretto a scegliere cosa sia più importante, la vera sicurezza o i miti della propria propaganda. Parlando alla conferenza annuale dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale, “Le sfide alla sicurezza del 21° secolo”, il ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon ha dichiarato che gli Stati Uniti incontrano molti ostacoli nella regione cercando di ridurre presenza e intervento. Allo stesso tempo, crede che la partizione della Siria in più parti sia una realtà incombente, il che significa che Israele ha bisogno di prepararsi a una situazione in cui le “linee rosse” saranno attraversate, come “un attacco contro Israele o il trasferimento/uso di armi chimiche” che, secondo Yaalon, potrebbero alterare la posizione d’Israele riguardo al “non intervento” in ciò che accade in Siria. Il notevole concentramento militare d’Israele al confine con la Siria è stato già dichiarato. L’ufficio stampa delle IDF ha annunciato ufficialmente l’attivazione di una nuova divisione territoriale conosciuta come divisione Basan, dal nome antico del Golan, in cui la divisione sarà di stanza. La divisione sarà guidata dal generale di brigata Ofek Buchris, ex-comandante della brigata Golani e della 366.ma divisione della riserva, conosciuta come divisione Netiv Ha-Esh. La 36.ma divisione corazzata Gaash delle IDF, che oltre a svolgere missioni di combattimento è una divisione territoriale del Golan, rimarrà nello stesso luogo, ma diverrà una riserva dello Stato Maggiore Generale. Tale divisione include la brigata di fanteria Golan”, le brigate corazzate Saar me-Golan e Barak, e il reggimento d’artiglieria “olan.
Il 28 gennaio, commentando la notizia sul rinnovo delle forniture di armi USA ai ribelli siriani, il sito d’intelligence militare israeliano DEBKAfile riferiva, questa volta, l’intenzione di realizzare il piano concordato con Tel-Aviv per creare due zone cuscinetto al confine tra Israele e Siria. Gli Stati Uniti inoltre sono presumibilmente convinti dell’inutilità di cercare di alterare l’equilibrio delle forze nel conflitto siriano in proprio favore, e sono pronti a limitarsi a proteggere gli ultimi alleati affidabili nella regione. Il piano prevede di creare le zone in Siria, sufficientemente vicino Damasco. Secondo quanto riferito da Reuters, alti ufficiali delle agenzie d’intelligence statunitensi ed europee hanno confermato che un piano approvato dal Congresso degli Stati Uniti per il finanziamento delle forniture di armi ai gruppi ribelli in Siria, contiene articoli segreti che non tutti i membri del Congresso conoscono. Armi e munizioni, tra cui missili e granate anticarro, arriveranno  in Siria dalla Giordania. Inoltre, gli Stati Uniti hanno anche intenzione di fornire alla cosiddetta opposizione moderata varie attrezzature, tra cui attrezzature moderne per la visione notturna e le comunicazioni. Di fronte a ciò, tuttavia, vi sono seri dubbi sulle possibilità della “nuova strategia” di USA e Israele. Per cominciare, è sbagliata la falsa speranza che ci siano forze leali all’occidente che possano  posizionarsi al confine tra Israele e Giordania, come Esercito del Libano meridionale maronita del 20.mo secolo. Trovare “guardie di frontiera” del genere in Siria è estremamente difficile. L’intera regione delle alture del Golan, sul lato siriano, è dominata dai jihadisti anti-israeliani di Jabhat al-Nusra. Per molti aspetti, questi sono stati sostenuti da Israele stesso, da tempo ossessionato dall’idea di rovesciare Bashar Assad a qualunque costo. Va notato che dall’inizio della crisi siriana, più di 800 militanti, di cui 28 capi, sono stati curati negli ospedali israeliani, tra cui il Rambam Medical Center di Haifa, dove i vertici venivano curati. Quanto siano esattamente “democratici” coloro che provengono da tali ambiti al-qaidasti, tuttavia non è chiaro. Il quadro è più variegato sul lato giordano, ma è anche qui difficile che i ribelli vogliano divenire per sempre dei “coloni militari”. Tutti ricordano il destino dell’esercito fantoccio del sud libanese, i cui soldati furono costretti ad abbandonare la Patria con le loro famiglie per vegetare in Israele senza diritti. Infatti, se gli islamisti conquistassero il resto della Siria, sacche come queste verrebbero schiacciate in poche ore.
Adesso s’è capito che nessuna delle varie strategie in Siria può risolversi senza il coinvolgimento di Bashar Assad quale maggiore figura di Damaso e presidente del Paese. Il governo siriano non ha bisogno di alcuna intrusione esterna contro i suoi nemici, supportati dagli “improvvisamente illuminati” stessi strateghi occidentali ed israeliani. È necessario qualcos’altro, e cioè che gli Stati Uniti e i loro alleati smettano qualsiasi inferenza negli affari della Siria. Damasco si occuperà della ribellione con una sola mano. Così sarà più conveniente e ne risulteranno meno vittime.

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il saudita ‘Bandar il chimico’ dietro gli attacchi chimici siriani?

Mahdi Darius Nazemroaya, RussiaTodayCounterPsyops.

24271Nulla di ciò che gli Stati Uniti sostengono sia accaduto in Siria è vero. Ci viene chiesto di credere a una storia illogica, quando è molto più probabile che siano Israele e Arabia Saudita a permettere all’amministrazione Obama di minacciare di guerra la Siria. Il rapporto dell’intelligence dell’amministrazione Obama sulla Siria è un rimaneggiamento di quello sull’Iraq. “Vi sono molte cose inspiegate” nel documento di quattro pagine, secondo Richard Guthrie, ex capo del programma sulla guerra chimica e biologica dell’Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma. Una prova è la presunta intercettazione delle comunicazioni del governo siriano, ma non sono state fornite le trascrizioni. Proprio come gli interventi dell’amministrazione Obama che non riescono a dare conferme conclusive su ciò che è successo, nulla è stato categoricamente confermato dal rapporto dell’intelligence. In realtà non è null’altro che un superficiale collage o una raffazzonata tesina da studente universitario, piuttosto che un documento di veri esperti in materia.
Avvitandosi, il rapporto dipende perfino da account ‘anonimi’ sui social media quali fonti delle prove o dei dati. In assenza di chiarezza, si afferma che “ci sono resoconti da personale medico internazionale e siriano, video, testimonianze, migliaia di rapporti sui social media da almeno 12 luoghi diversi nella zona di Damasco, resoconti di giornalisti e relazioni di organizzazioni non governative altamente credibili.” È probabile che queste fonti siano in realtà gli insorti finanziati dagli stranieri, i media israeliani e sauditi, l’osservatorio siriano per i diritti umani, formato dai combattenti rivoltosi che salutano l’Arabia Saudita quale modello di democrazia, o l’ONG Medici Senza Frontiere. Queste sono le stesse fonti che sostengono l’insurrezione e spingono al cambio di regime e all’intervento militare in Siria. Inoltre, una delle principali fonti delle intercettazioni d’intelligence delle comunicazioni, che dovrebbero essere la pistola fumante, non è altri che Israele, noto per la manipolazione e la falsificazione delle prove.
Il rapporto dell’intelligence degli Stati Uniti sostiene, inoltre, di aver saputo in anticipo dei piani per usare armi chimiche, diversi giorni prima che avvenisse l’attacco. Un esperto di armi chimiche, Jean Pascal Zanders, che fino a poco tempo prima era ricercatore presso l’Istituto per gli studi sulla sicurezza dell’Unione europea, si chiede perché il governo degli Stati Uniti non l’abbia detto al mondo avvisandolo dell’attacco chimico imminente.

Un complotto israelo-saudita-statunitense?
Le forze anti-governative filo-USA che combattono in Siria, hanno già utilizzato armi chimiche. Eppure, Obama e compagnia non hanno detto niente. Nonostante le forze anti-governative accusino l’esercito siriano di aver lanciato l’attacco con armi chimiche su Homs, nel Natale 2012, la CNN aveva riferito che l’esercito statunitense aveva addestrato i combattenti anti-governativi sulla sicurezza e la gestione delle armi chimiche. Con il Battaglione chimico Vento Distruttivo, gli insorti avevano anche minacciato di usare il gas nervino e diffuso un video in cui uccidevano dei conigli per dimostrare quello che volevano fare in Siria. Secondo il quotidiano francese Le Figaro, due brigate di combattenti anti-governativi sono state addestrate da CIA, israeliani, sauditi, giordani, che dal regno hashemita di Giordania hanno lanciato un assalto contro la Siria il 17 e il 19 agosto 2013. Gli Stati Uniti devono aver investito molto nell’addestramento delle brigate anti-governative. Se fosse vero, alcuni potrebbero sostenere che la loro sconfitta abbia spinto all’attacco chimico a Damasco, quale piano di emergenza su cui ripiegare. Tuttavia, come siano arrivate le armi chimiche è un altro problema, ma molti sentieri conducono all’Arabia Saudita. Secondo l’inglese Independent, fu il principe saudita Bandar “che per prima avvisò gli alleati occidentali del presunto utilizzo di gas sarin da parte del regime siriano, nel febbraio 2013.” La Turchia nel frattempo arrestava dei militanti siriani, sul suo territorio, armati di gas sarin, che i terroristi pianificavano di utilizzare in Siria. Il 22 luglio, gli insorti invasero Khan al-Assal per uccidere tutti i testimoni, nell’ambito di un cover-up.
Un articolo di Yahya Ababneh, a cui aveva contribuito Dale Gavlak, raccoglie le testimonianze secondo cui “alcuni ribelli avevano ricevuto armi chimiche dal capo dell’intelligence saudita, il principe Bandar bin Sultan, e furono incaricati di eseguire l’attacco con i gas”. L’articolo di Mint Press News aggiunge una dimensione importante alla storia, contraddicendo totalmente le affermazioni del governo degli Stati Uniti. Cita una combattente ribelle dire cose che chiariscono i legami con l’Arabia Saudita. Dice che chi gli aveva fornito le armi “non disse che armi fossero o come usarle” e che “non sapevano che erano armi chimiche”. “Quando il principe saudita Bandar consegna queste armi, le deve dare a coloro che sanno come maneggiarle e utilizzarle.” C’è anche un altro collegamento saudita nell’articolo: “Abdel-Moneim ha detto che suo figlio e altri 12 ribelli furono uccisi in un tunnel usato per immagazzinare armi fornite da un militante saudita, noto come Abu Ayasha, che guidava un battaglione. Il padre ha descritto le armi avere una ‘struttura tubolare’, mentre altre erano come ‘enormi bomboli di gas.’” Così sembra che i sauditi hanno permesso l’attacco chimico, mentre gli israeliani li coprono per innescare una grande guerra, o per lo meno permettere una serie di bombardamenti contro Damasco. Israele e Arabia Saudita hanno autorizzato l’amministrazione Obama a minacciare la guerra alla Siria.

Obama vuole cambiare l’equilibrio di potere in Siria
Il linguaggio moralistico di Washington è spregevole. L’ipocrisia del governo degli Stati Uniti non conosce limiti. Condanna l’esercito siriano per l’utilizzo di bombe a grappolo, mentre gli Stati Uniti le vendono in massa all’Arabia Saudita. Gli ispettori delle Nazioni Unite sono entrati in Siria, innanzitutto su invito del governo di Damasco. Il governo siriano ha avvertito le Nazioni Unite, per settimane, che le milizie antigovernative hanno cercato di usare armi chimiche dopo aver acquisito il controllo di una fabbrica di cloro, ad est di Aleppo. Per precauzione, l’esercito siriano ha concentrato tutte le sue armi chimiche in una manciata di depositi fortemente protetti, per evitare che le forze anti-governative le raggiungano. Eppure, gli insorti hanno lanciato un attacco con armi chimiche contro le forze del governo siriano, a Khan al-Assal, il 19 marzo 2013. Capovolgendo la verità, i ribelli e i loro sostenitori stranieri, tra cui il governo degli Stati Uniti, avrebbero cercato d’incolpare il governo siriano dell’attacco chimico, ma l’investigatrice dell’ONU, Carla Del Ponte, a maggio confutò le loro affermazioni in quanto false, dopo un ampio lavoro.
Riguardo al presunto attacco di agosto, l’amministrazione Obama ha mentito e si è contraddetta per giorni. Dice che le tracce di armi chimiche non possono essere eliminate, ma che il governo siriano ha distrutto le stesse prove che non possono essere eliminate. Vuole un’inchiesta, ma dice che ha già tutte le risposte. Le affermazioni secondo cui il governo siriano avrebbe usato armi chimiche nel sobborgo di Ghuta, sfidano ogni logica. Perché il governo siriano avrebbe inutilmente usato armi chimiche in una zona che controlla, sparandosi sui piedi presentando, agli Stati Uniti ed i loro alleati, il pretesto per intervenire? E di tutti i giorni in cui avrebbe potuto inutilmente usare armi chimiche, l’amministrazione Obama vuole farci credere che il governo siriano avesse scelto il giorno in cui gli ispettori dell’ONU arrivavano a Damasco. Anche la faziosa e fuorviante British Broadcasting Corporation ha ammesso che ci fosse qualcosa di strano. Il redattore per il medio oriente della BBC, Jeremy Bowen, dice “che molti si chiedono perché il governo (siriano) avrebbe voluto usare tali armi quando gli ispettori (delle Nazioni Unite) erano nel Paese e le cose, sul piano  militare, andavano bene nella zona di Damasco.
Gli Stati Uniti accusano deliberatamente dell’uso di armi chimiche il governo siriano. I funzionari statunitensi hanno una lunga tradizione nel mentire per poter iniziare guerre contro altri Paesi. Questo è il costante modus operandi degli Stati Uniti, dal Vietnam alla Jugoslavia, dall’Iraq alla Libia. Non è la Siria che va contro la comunità internazionale, ma i guerrafondai di Washington,  compresa l’amministrazione Obama. Washington minaccia di attaccare la Siria per prolungare la lotta in Siria. Il governo statunitense vuole anche avere maggior peso nei futuri negoziati sul Paese, ripristinando l’equilibrio di potere tra il governo siriano e i suoi alleati, i ribelli anti-governativi filo-USA, indebolendo così l’esercito siriano e por termine alla sua vincente avanzata contro l’insurrezione. Se non ammorbidisce Damasco verso gli insorti, gli USA pareggeranno l’equazione e mineranno il governo siriano prima di un qualsiasi negoziato. Ora è il momento della “responsabilità d’impedire la guerra“, il vero R2P entra in gioco.

Mahdi Darius Nazemroaya è sociologo, autore pluripremiato e analista geopolitico.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

11 Settembre 2001: Inside job o Mossad job?

Laurent Guyenot – Voltairenet

Il ruolo d’Israele negli eventi dell’11 settembre 2001, che hanno determinato il XXI.mo secolo, è oggetto di aspre polemiche, o piuttosto di un vero tabù, anche nel “movimento per la verità sull’11 settembre” (9/11 Truth Movement), ignorando l’autore che ne ha suscitato lo scandalo: Thierry Meyssan. La maggior parte dei gruppi militanti, mobilitatisi sotto lo slogan “l’11/9 è stato un lavoro  interno” resta scettica di fronte alle prove che accusano i servizi segreti dello Stato ebraico. Laurent Guyenot fa il punto su dati incontestabili ma sconosciuti, e analizza il meccanismo della negazione.

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Mentre il ruolo d’Israele nella destabilizzazione mondaile dopo l’11 settembre diventa sempre più evidente, l’idea che una fazione di Likudnik, aiutata dai suoi alleati infiltrati nell’apparato statale statunitense, sia responsabile dell’operazione false flag dell’11 settembre è sempre più difficile da respingere, e alcuni personaggi hanno avuto il coraggio di dichiararlo pubblicamente. Francesco Cossiga, presidente dell’Italia tra il 1985 e il 1992,  dichiarò il 30 novembre 2007 al Corriere della Sera: “Ci fanno credere che bin Ladin abbia confessato l’attacco dell’11 settembre 2001 alle due torri di New York, in realtà gli Stati Uniti e i servizi segreti europei sanno bene che questo disastroso attentato fu pianificato e realizzato dalla CIA e dal Mossad, al fine d’incolpare i Paesi arabi del terrorismo e quindi poter attaccare l’Iraq e l’Afghanistan [1].” Alan Sabrosky, ex professore dell’US Army War College e dell’US Military Academy, non ha esitato a proclamare la propria convinzione che l’11 settembre sia un'”operazione tipicamente orchestrata dal Mossad” eseguita con complicità nel governo degli Stati Uniti. Le sue idee vengono riprese con forza da alcuni siti dei veterani dell’US Army, disgustati dalle guerre ignobili che gli hanno fatto combattere in nome dell’11 settembre o in nome delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein [2].
Gli argomenti a favore dell’ipotesi Mossad non si basano solo sulla reputazione del servizio segreto più potente del mondo. Un rapporto dell’US Army School for Advanced Military Studies (citato dal Washington Times, alla vigilia dell’11 settembre), lo descrive “Sornione, spietato e scaltro. In grado di effettuare un attentato contro le forze americane e di camuffarlo da attentato commesso dai palestinesi/arabi [3].” Il coinvolgimento del Mossad, associato ad altre unità d’elite israeliane, è reso evidente da un certo numero di fatti poco noti.

Gli israeliani danzanti
Si sa, per esempio, che le sole persone arrestate quello stesso giorno, in relazione agli attentati terroristici dell’11 settembre, sono israeliane? [4]. L’informazione fu diffusa il giorno dopo dal giornalista Paulo Lima su The Record, quotidiano della contea di Bergen del New Jersey, seguendo fonti della polizia. Subito dopo il primo impatto sulla torre Nord, tre individui furono visti da diversi testimoni sul tetto di un furgone parcheggiato al Liberty State Park di Jersey City, “esultando”, “saltando di gioia” e fotografandosi con le torri gemelle sullo sfondo. In seguito si spostarono con il loro furgone in un altro parcheggio di Jersey City, dove altri testimoni li videro dedicarsi alle medesime ostentate esultazioni. La polizia emise immediatamente un’allerta BOLO (be-on-the-look-out):Veicolo possibilmente correlato all’attentato terroristico a New York. Un furgone Chevrolet 2000 bianco con targa del New Jersey e la scritta ‘Urban Moving Systems’ sul retro, è stato visto al Liberty State Park, Jersey City, NJ, al momento del primo impatto dell’aereo di linea sul WTC. Tre individui nel furgone sono stati visti esultare dopo il primo impatto e la conseguente esplosione [5]”. Il furgone venne fermato dalla polizia poche ore dopo, con a bordo cinque giovani israeliani: Sivan e Paul Kurzberg, Yaron Shmuel, Oded Ellner e Omer Marmari. Costretti con la forza ad uscire dal veicolo e stesi a terra, l’autista Sivan Kurzberg disse questa strana frase: “Siamo israeliani. Non siamo noi il vostro problema. I vostri problemi sono i nostri problemi. I palestinesi sono il problema [6].” Le fonti della polizia che informarono Paulo Lima, erano convinte del coinvolgimento degli israeliani negli attentati di quella mattina: “C’erano mappe della città nel furgone, con certi punti evidenziati. Si potrebbe dire che fossero al corrente […] sapessero cosa sarebbe successo quando erano al Liberty State Park [7].” Gli abbiamo anche trovato passaporti di varie nazionalità, quasi 6000 dollari in contanti e biglietti aerei in bianco per l’estero. I fratelli Kurzberg furono formalmente identificati quali agenti del Mossad. I cinque israeliani lavoravano ufficialmente per una società di traslochi denominata Urban Moving Systems, i cui dipendenti erano soprattutto israeliani. “Piangevo, questi tizi ridevano e ciò mi turbava” [8], rivelò al Record uno dei pochi impiegati non israeliani. Il 14 settembre, dopo aver ricevuto la visita della polizia, l’imprenditore Dominik Otto Suter (il proprietario dell”Urban Moving System‘) lasciò il Paese per Tel Aviv.
Le informazioni divulgate dal Record, confermate dal rapporto della polizia, furono riprese da siti d’indagine come Wayne Madsen Report (14 settembre 2005) e Counterpunch (7 febbraio 2007). Inoltre furono anche riprese da alcuni grandi media, ma in modo da minimizzarne la portata: il New York Times (21 novembre 2001) omise di menzionare la nazionalità degli individui, proprio come Fox News e l’Associated Press. The Washington Post (23 novembre 2001), disse che erano israeliani, ma passò sotto silenzio la loro apparente preveggenza degli eventi di quel giorno. Tuttavia, The Forward (15 marzo 2002), la rivista della comunità ebraica di New York, rivelò, da una fonte anonima dell’intelligence statunitense, che l’Urban Moving Systems era un’emanazione coperta del Mossad (cosa che non gli impedì di ricevere un prestito federale di 498.750 dollari, come risulta dagli archivi del fisco) [9]. L’FBI effettuò un’indagine al riguardo, consegnata in un rapporto di 579 pagine parzialmente declassificato nel 2005 (sarà completamente declassificato solo nel 2035). Il giornalista indipendente Hisham Hamza ha analizzato in dettaglio il rapporto nel suo libro “Israël et le 11-Septembre: le Grand Tabou”. Ne trae diversi elementi decisivi. In primo luogo, le foto scattate da questi giovani israeliani, li mostrano effettivamente in atteggiamenti esultanti davanti alla torre Nord in fiamme: “Sorridono, si abbracciano e si stringono la mano a vicenda.” Per spiegare tale comportamento, le parti interessate hanno dichiarato di essere semplicemente felici “che gli Stati Uniti avrebbero da ora adottato misure per fermare il terrorismo nel mondo” (anche se, a quel punto, la maggioranza delle persone pensava ad un incidente piuttosto che a un atto terroristico). Peggio, un testimone li ha notati presenti almeno alle 8:00, prima che il velivolo colpisse la prima torre, mentre altri certificano che stessero già fotografando cinque minuti dopo, e tutto ciò viene confermato dalle loro foto. Un ex dipendente confermò all’FBI l’atmosfera fanaticamente pro-israeliana e anti-americana che regnava nell’azienda, attribuendo anche allo stesso direttore Dominik Otto Suter queste parole: “Dateci venti anni, e noi ci impadroniremo dei vostri media e distruggeremo il vostro Paese”. I cinque israeliani arrestati erano in contatto con un’altra azienda di traslochi chiamata Classic International Movers. Quattro dipendenti furono interrogati separatamente per i loro legami con i 19 presunti dirottatori. Uno di loro aveva telefonato a “un tizio che in Sud America aveva veri contatti con militanti islamici mediorientali.” Infine “un cane anti-esplosivi indicò la presenza di tracce di esplosivo nel veicolo [10].”
Come nota Hamza, le conclusioni del rapporto insospettiscono, l’FBI informò la polizia locale che trattiene i sospetti, che “l’FBI non ha più alcun interesse ad indagare sui detenuti e che dovrebbero essere avviate adeguate procedure sull’immigrazione [11].” Una lettera del Servizio federale immigrazione e naturalizzazione prova, infatti, che la direzione dell’FBI aveva raccomandato la chiusura dell’indagine il 24 settembre 2001. Tuttavia, i cinque israeliani trascorsero 71 giorni in carcere a Brooklyn, durante cui si rifiutarono, e poi non superarono per diverse volte, i test della macchina della verità. Quindi furono rimpatriati con la semplice accusa di violazione del permesso del visto.

ThreeOfFiveDancingIsraelisOmer Marmari, Oded Ellner e Yaron Shmuel tre dei cinque “israeliani danzanti” furono invitati in una trasmissione israeliana, quando rientrarono nel novembre 2001. Tutti negarono di essere membri del Mossad, ma uno di loro candidamente disse: “Il nostro obiettivo era registrare l’attentato“.

Dobbiamo, infine, menzionare un dettaglio essenziale di questo caso, che può fornire forse una spiegazione aggiuntiva al comportamento esuberante di quei giovani israeliani: certi testimoni precisavano, nelle loro telefonate alla polizia, che gli individui visti esultare di gioia sul tetto del loro furgone sembravano “arabi” o “palestinesi”. In particolare, poco dopo il crollo delle torri, una telefonata anonima alla polizia di Jersey City, riferita quello stesso giorno dalla NBC News, parlava di “un furgone bianco con due o tre persone dentro, che sembravano palestinesi, che girava intorno ad un edificio“; uno di loro “rovistava cose, e aveva questa tenuta da ‘sceicco’. […] Era vestito come un arabo [12].” Tutto porta a credere che questi individui fossero proprio i cinque israeliani arrestati più tardi. Due ipotesi vengono in mente: o questi falsi traslocatori erano effettivamente impegnati in una messa in scena per sembrare arabi/palestinesi, o il testimone o i testimoni che li descrissero tali, erano dei complici. In un caso come nell’altro, è chiaro che il loro obiettivo era avviare la voce mediatica che fossero stati avvistati dei musulmani non solo gioire per gli attentati, ma che ne fossero a conoscenza già  prima. La notizia fu effettivamente trasmessa su alcune radio a mezzogiorno, e dalla NBC News nel pomeriggio. Propendo per la seconda ipotesi (informatori complici invece che un travestimento da arabi), perché il rapporto della polizia non parla di abbigliamento esotico trovato nel furgone, ma soprattutto perché l’informatore citato, che insisteva sul particolare dell’abbigliamento, sembrava aver voluto ingannare la polizia sulla posizione esatta del furgone; quest’ultimo venne fermato perché la polizia, invece che di accontentarsi della localizzazione, sbarrò tutti i ponti e le gallerie tra New Jersey e New York. Ma l’importante è questo: se gli israeliani non fossero stati fermati nel tardo pomeriggio, la storia probabilmente sarebbe finita sui giornali, con il titolo ‘Gli Arabi Danzanti’. Invece, fu totalmente ignorata e circolò confidenzialmente come gli ‘Israeliani danzanti’ o i ‘cinque danzatori’.

ehud-barak2Ehud Barak, l’ex capo dell’intelligence militare israeliana (Sayeret Matkal) fu Primo ministro dal luglio 1999 al marzo 2001. Sostituito da Ariel Sharon, si trasferì negli Stati Uniti come consulente dell’Electronic Data Systems e della SCP Partners, una società schermo del Mossad specializzata in problemi di sicurezza che, con i suoi partner Metallurg Holdings e Advanced Metallurgical, poteva produrre nano-termite. SCP Partners aveva un ufficio a dieci chilometri dall’Urban Moving Systems. Un’ora dopo la disintegrazione delle torri, Ehud Barak era negli studi della BBC World a indicare bin Ladin quale principale sospettato (Bollyn, Solving 9-11, pag. 278-280).

200 spie esperte in esplosivi
Pochi, anche tra i ricercatori della verità sull’11 Settembre, conoscono la storia degli “israeliani danzanti” (siamo ancora in attesa, per esempio, che l’associazione Reopen 9/11 ne parli sul suo sito francofono, pur essendo molto puntuale su tutti gli altri aspetti del caso). Pochi sanno, inoltre, che al momento degli attentati, le polizie federali degli Stati Uniti erano impegnate a smantellare la più grande rete spionistica israeliana mai identificata sul territorio statunitense. Nel marzo 2001, il National CounterIntelligence Center (NCIC) pubblicò questo messaggio sul suo sito web: “Durante le ultime sei settimane, i dipendenti degli uffici federali negli Stati Uniti hanno riferito attività sospette relative a individui che si spacciano per studenti stranieri che vendono o consegnano opere d’arte.” Il NCIC precisava che questi individui erano cittadini israeliani. “Si sono presentati nelle abitazioni private di funzionari federali con il pretesto di vendere oggetti artistici [13].”
Nell’estate seguente, la Drug Enforcement Agency (DEA) compilò un rapporto che venne svelato al pubblico dal Washington Post il 23 Novembre 2001, e poi da Le Monde il 14 marzo 2002, prima di essere reso completamente accessibile dalla rivista francese Intelligence Online. Questo rapporto elencava 140 israeliani arrestati dal marzo 2001. Di età compresa tra i 20 e i 30 anni e organizzati in squadre di 4-8 membri, avevano visitato almeno “36 siti sensibili del dipartimento della Difesa”. Molti di loro furono identificati come membri del Mossad e di Aman (l’intelligence militare israeliana), e sei erano in possesso di telefoni comprati da un ex-viceconsole israeliano. Sessanta furono arrestati dopo l’11 settembre, portando a 200 il numero di spie israeliane catturate. Furono tutte poi rilasciate.

DualBannerMichael Chertoff, cittadino israeliano, figlio di un rabbino ortodosso e di una pioniere del Mossad, dirigeva la divisione criminale del dipartimento della Giustizia nel 2001, e come tale fu il responsabile della conservazione e della distruzione di tutti i dati che riguardano l’11 settembre, dalle videocamere del Pentagono alle travi del World Trade Center. E’ a lui che gli “israeliani danzanti” devono il loro discreto rimpatrio. Nel 2003 fu nominato a capo del nuovo dipartimento per la Sicurezza interna, incaricato dell’antiterrorismo nel territorio statunitense, permettendogli di controllare il dissenso, pur continuando a limitare l’accesso ai dossier dell’11 settembre grazie alla legge Sensitive Security Information.

Il rapporto della DEA conclude che “la natura del comportamento di questi individui […] ci porta a credere che gli incidenti costituissero forse un’attività di raccolta delle informazioni [14].” Ma la natura delle informazioni raccolte è ignota. Può darsi che lo spionaggio fosse una copertura secondaria, un paravento, di questi studenti d’arte israeliani, considerando l’addestramento militare ricevuto da alcuni di loro, ad esempio su demolizioni, esplosivi, preparazione di ordigni, disinnescare bombe, intercettare segnali elettronici secondo il rapporto della DEA. Uno degli agenti arrestati, Peer Segalovitz, “riconobbe di saper far esplodere edifici, ponti, automobili, tutto quello che voleva [15].” Perché questi agenti israeliani avrebbero dovuto distogliere l’attenzione dalla loro vera missione con un’operazione di spionaggio così ostentata quanto inutile, curiosamente concentrata sulla Drug Enforcement Agency? La risposta a questa domanda è suggerita dal legame inquietante, di natura geografica, tra questa rete di persone e gli attentati dell’11 settembre.
Secondo il rapporto della DEA, “la località di Hollywood in Florida sembra essere il punto focale di questi individui [16].” In realtà, più di trenta falsi studenti spia israeliani, arrestati poco prima dell’11 settembre, vivevano  vicino Hollywood in Florida, dove si erano appositamente riuniti 15 dei 19 presunti dirottatori islamici (9 a Hollywood altri 6 dei dintorni). Uno di loro, Hanan Serfaty, da cui passarono almeno un centinaio di migliaia di dollari in tre mesi, aveva preso in affitto altri due appartamenti ad Hollywood, vicino all’appartamento e alla cassetta postale di Mohamed Atta, che ci presenteranno quale capo della banda dei dirottatori. Quali furono i rapporti tra le “spie israeliane” e i “terroristi islamici”? Secondo le spiegazioni imbarazzate dei media allineati, i primi sorvegliavano i secondi. Ascoltiamo ad esempio David Pujadas presentare l’articolo di ‘Intelligence Online‘ al telegiornale del 5 marzo 2002 di France 2: “Sempre a proposito d’Israele, ma riguardante l’Afghanistan ora, questo caso di spionaggio, che suscita preoccupazioni; una rete israeliana è stata smantellata negli Stati Uniti, in particolare in Florida: una delle sue missioni sarebbe stata monitorare degli uomini di al-Qaida (questo prima dell’11 settembre). Certe fonti vanno anche oltre: indicano che il Mossad non avrebbe fornito tutte le informazioni in suo possesso.” Questa spiegazione eufemistica è un esempio di limitazione dei danni. Israele ne esce appena scalfito, poiché non si può accusare un servizio segreto di non condividere le proprie informazioni. Tuttalpiù si può accusare Israele di “aver lasciato correre”, garantendosi l’impunità. Questo spiega, a mio parere, la sotto-copertura di spie dei falsi studenti israeliani, in effetti esperti di attentati false flag. In realtà, la loro volontariamente grossolana copertura da studenti era volta ad attirare l’attenzione sulla copertura secondaria, quella di spie, che serviva da alibi per la loro vicinanza ai presunti terroristi.
La verità è probabilmente che non spiavano i terroristi, ma li manipolavano, li  finanziavano e probabilmente li hanno eliminati poco prima dell’11 settembre. Un articolo del New York Times del 18 febbraio 2009, riferisce che la Ali al-Jarrah, cugino del sospetto terrorista sul Volo 93 Ziad al-Jarrah, fu per 25 anni una spia del Mossad infiltrata nella resistenza palestinese e in Hezbollah dal 1983. E’ attualmente in carcere in Libano. Ricordiamo inoltre che il Mohamed Atta della Florida era finto. Il vero Mohamed Atta, che ha chiamò suo padre dopo gli attentati (come questi confermò alla rivista tedesca Bild am Sonntag, alla fine del 2002), era descritto dalla famiglia come devoto, riservato, puritano e spaventato dall’idea di volare. Gli avevano rubato il  passaporto nel 1999, mentre studiava architettura ad Amburgo. Il falso Mohamed Atta della Florida viveva con una spogliarellista, mangiava carne di maiale, amava le auto veloci, i casinò e la cocaina. Come riportato dal South Florida Sun-Sentinel del 16 settembre (con il titolo “Il comportamento dei sospettati non si giustifica”), seguito da molti quotidiani nazionali, questo Atta veniva descritto come un ubriacone e drogato che pagava diverse prostitute nelle settimane e nei giorni precedenti gli attentati dell’11 settembre, e altri quattro terroristi suicidi ebbero un comportamento simile, poco compatibile per degli islamisti che si preparano a morire [17].

La rete di New York
Secondo l’agente rinnegato Victor Ostrovsky (Attraverso l’inganno, 1990), il Mossad deve la sua efficienza alla rete internazionale di Sayanim (“collaboratori”), termine ebraico che descrive gli ebrei che vivono fuori da Israele e pronti ad eseguire su richiesta azioni illegali, senza necessariamente conoscerne lo scopo. Si contano a migliaia negli Stati Uniti, in particolare a New York, dove si concentra la comunità ebraica degli Stati Uniti. Larry Silverstein, l’affittuario delle Torri Gemelle nell’aprile 2001, appare come l’archetipo del sayanim dell’11 settembre. È membro di spicco della United Jewish Appeal Federation of Jewish Philanthropies of New York, il più grande collettore di fondi per Israele degli Stati Uniti (dopo il governo degli Stati Uniti, che versa ogni anno tre miliardi di aiuti a Israele). Silverstein era anche, al momento degli attentati, intimo amico di Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu con cui intratteneva conversazioni ogni domenica, secondo il quotidiano israeliano Haaretz. Il socio di Silverstein nel contratto di locazione del WTC per un centro commerciale al piano seminterrato, Frank Lowy, era un altro “filantropo” sionista vicino ad Ehud Barak ed Ehud Olmert, e un ex-membro dell’Haganah. Il capo della New York Port Authority, che privatizzò il WTC concedendolo in affitto a Silverstein e Lowy era Lewis Eisenberg, membro dell’United Jewish Appeal Federation ed ex-vicepresidente dell’AIPAC. Silverstein, Lowy ed Eisenberg erano indubbiamente tre uomini chiave nella pianificazione degli attentati contro le Torri Gemelle.
Altri membri della rete di New York poterono essere identificati. Secondo il rapporto del NIST, il Boeing che si schiantò sulla torre Nord “fece uno squarcio ampio più della metà della larghezza del palazzo, dal 93° al 99° piano. Tutti questi piani erano occupati dalla Marsh & McLennan, una compagnia di assicurazione internazionale che occupava anche il 100° piano [18].” L’amministratore delegato di Marsh & McLennan era Jeffrey Greenberg, membro di una ricca famiglia ebraica che aveva contribuito notevolmente alla campagna di George W. Bush. I Greenberg erano anche tra gli assicuratori delle Torri Gemelle, e il 24 luglio 2001 presero la precauzione di rinegoziare i contratti presso i concorrenti che dovevano indennizzare Silverstein e Lowy. Essendo il mondo dei neocon piccolo, proprio nel novembre 2000 il Consiglio di Amministrazione di Marsh & McLennan accolse Paul Bremer, presidente della Commissione nazionale sul terrorismo al momento degli attentati, poi nominato nel 2003 a capo della Coalition Provisional Authority (CPA).
Complicità dovranno essere ricercate anche negli aeroporti e nelle compagnie aeree coinvolte negli attentati. Gli aeroporti da cui partirono i voli AA11, UA175 e UA93 (aeroporto Logan di Boston e aeroporto di Newark nei pressi di New York) avevano subappaltato le loro sicurezza alla società ‘International Consultants on Targeted Security (ICTS)’, una società con capitale israeliano guidata da Menachem Atzmon, un tesoriere del Likud. Un’approfondita indagine permetterebbe certamente di trovare altre complicità. Per esempio dovrebbe interessare la Zim Israel Navigational, un gigante del trasporto marittimo controllato per il 48% dallo Stato ebraico (noto per servire da copertura del servizio segreto israeliano), la cui antenna statunitense lasciò i suoi uffici nel WTC, con relativi 200 dipendenti, il 4 Settembre 2001, una settimana prima degli attentati; “come per atto divino [19]”, disse l’amministratore delegato Shaul Cohen-Mintz.

E’ il petrolio, stupido!
Tutti questi fatti danno un nuovo senso ai propositi del membro della Commissione sull’11 settembre Bob Graham, che citava nell’intervista alla PBS nel dicembre del 2002, “Abbiamo la prova che governi stranieri supportarono almeno le attività di certi terroristi negli Stati Uniti [20].” Graham, ovviamente, si riferiva all’Arabia Saudita. Perché la famiglia Saud avrebbe finanziato Usama bin Ladin, nonostante gli avesse revocato la cittadinanza saudita e messogli una taglia dopo gli attentati realizzati sul proprio territorio? La risposta di Graham, formulata nel luglio 2011, fu “le minacce di Usama di fomentare tumulti sociali contro la monarchia, guidati da al-Qaida [21].” I Saud avrebbero supportato bin Ladin temendo le sue minacce di fomentare rivolte. Questa ridicola teoria (Graham, a corto di argomenti, ne fece un romanzo) [22] non ha che uno scopo: distogliere i sospetti dal solo ‘governo straniero’ i cui legami con i presunti terroristi vengono dimostrati, Israele, piuttosto che la sua nemica Arabia Saudita. Vien da ridere, leggendo la presentazione del libro La Guerre d’après (2003) dell’anti-saudita Laurent Murawiec, secondo cui “Il potere regale (saudita) è riuscito negli anni ad infiltrare agenti d’influenza ai vertici del governo degli Stati Uniti organizzando un’efficace lobby intellettuale che controlla diverse delle università più prestigiose del Paese [23].” Afferma inoltre che la pista saudita è stata insabbiata per via dell’amicizia tra i Bush e i Saud. Graham e i suoi amici neocon usano George W. Bush come fusibile o parafulmine. Una strategia che paga, in quanto il movimento 9/11 Truth, nel suo complesso, s’accanisce contro di lui e vieta di pronunciare il nome d’Israele. Si riconosce l’arte di Machiavelli: fare svolgere il lavoro sporco a terzi, e poi esporli al verdetto popolare.
Il giorno in cui, sotto la pressione dell’opinione pubblica, i grandi media saranno costretti ad abbandonare la tesi ufficiale, il movimento dissidente sarà stato ampiamente infiltrato e gli slogan sull’11 settembre, come Inside Job, avranno già preparato le menti a scatenarsi contro Bush, Cheney ed altri, mentre i neocon rimarranno fuori dalla portata della giustizia. E se il giorno delle grandi rivelazioni, i media sionisti non riuscissero a tenere Israele fuori dall’attenzione, lo Stato ebraico potrà sempre giocare la carta chomskiana: America made me do it. Noam Chomsky [24], rimasto nell’estrema sinistra dopo che il trotskista Irving Kristol è passato all’estrema destra formando il movimento neocon, continua a rilanciare inesorabilmente l’argomento trito che Israele non fa altro che eseguire la volontà degli Stati Uniti, di cui non sarebbe che il 51° Stato e il gendarme in Medio Oriente. Secondo Chomsky e le figure mediatizzate della sinistra radicale statunitense come Michael Moore, la destabilizzazione del Medio Oriente sarebbe volontà di Washington piuttosto che di Tel Aviv. La guerra in Iraq? Per il petrolio: “Certo che era per le risorse energetiche dell’Iraq. La questione non si pone [25].” Segno dei tempi che cambiano, ecco che Chomsky riprende il ritornello di Alan Greenspan, direttore della Federal Reserve, che nel suo libro ‘L’età della turbolenza’ (2007) fa finta di rivelare “ciò che tutti sanno: una dei principali motivi della guerra all’Iraq, è il petrolio della regione.”
A ciò bisogna rispondere con James Petras (Zionism, Militarism and the Decline of US Power), Stephen Sniegoski (The Transparent Cabal) e Jonathan Cook (Israel and the Clash of Civilizations): “Big Oil non solo non ha incoraggiato l’invasione, ma non è riuscito nemmeno a controllare un singolo pozzo di petrolio, nonostante la presenza di 160.000 soldati statunitensi, di 127.000 mercenari pagati dal Pentagono e dal dipartimento di Stato e di un governo di fantocci corrotti [26].” No, il petrolio non spiega la guerra in Iraq, né spiega la guerra in Afghanistan, né spiega l’assalto alla Siria per mezzo dei mercenari, e neanche spiega la prevista guerra contro l’Iran. E non è certamente la lobby del petrolio che ha il potere d’imporre il “grande tabù” a tutta la sfera mediatica (da Marianne a Echoes, nel caso della Francia).

La cultura israeliana del terrorismo false flag
Un breve promemoria è necessario per collocare meglio l’11 settembre nella Storia. Gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione di produzione di falsi pretesti di guerra. Potremmo risalire al 1845 con la guerra espansionistica contro il Messico, scatenata dalle provocazioni statunitensi sulla contesa zona al confine con il Texas (il fiume Nueces per i messicani, il Rio Grande per i texani) finché gli scontri diedero al presidente James Polk (un texano), la possibilità di dichiarare che i messicani avevano “versato sangue di americani sul suolo americano‘”. Dopo la guerra, un deputato di nome Abraham Lincoln fece riconoscere al Congresso la menzogna di questo casus belli. Da allora in poi, tutte le guerre combattute dagli Stati Uniti lo furono per falsi pretesti: l’esplosione dell’USS Maine per la guerra contro la Spagna a Cuba, l’affondamento del Lusitania per l’ingresso nella Prima guerra mondiale, Pearl Harbor per la Seconda e il Golfo del Tonchino per la guerra al Vietnam del Nord. Tuttavia, solo per l’esplosione dell’USS Maine, che causò qualche morto, c’è ancora la possibilità di non parlare propriamente dello stratagemma della false flag.
Tuttavia, è un dato di fatto che Israele abbia un passato gravido ed esperienza di attentati false flag. La storia mondiale di tali stratagemmi, indubbiamente dovrebbe consacrare la metà delle sue pagine ad Israele, pur essendo la più giovane delle nazioni moderne. Tale piega fu presa anche prima della creazione d’Israele, con l’attentato al King David Hotel, il quartier generale delle autorità inglesi a Gerusalemme. La mattina del 22 luglio 1946, sei terroristi dell’Irgun (la banda terroristica comandata da Menachem Begin, futuro Primo ministro), travestiti da arabi furono visti entrare nell’edificio e depositare presso il pilastro centrale dell’edificio 225kg di tritolo nascosto in bidoni del latte, mentre altri terroristi dell’Irgun piazzavano esplosivo nelle strade di accesso all’edificio, per impedire l’arrivo dei soccorsi. Quando un ufficiale inglese s’insospettì, esplose uno scontro a fuoco nell’hotel e i membri del commando fuggirono accendendo gli esplosivi. L’esplosione uccise 91 persone, in maggioranza inglesi, ma anche 15 ebrei.
Lo schema venne ripetuto in Egitto nell’estate del 1954, con l’operazione Susannah, il cui scopo era compromettere il ritiro degli inglesi dal Canale di Suez, come richiesto dal colonnello Gamal Abdel Nasser con il supporto del presidente Eisenhower. Quest’operazione fu sventata ed è nota come “Affare Lavon”, dal nome del Primo ministro israeliano responsabile degli attentati. L’attacco sotto falsa bandiera israeliano più famoso e più catastrofico  riguardò la nave statunitense della NSA USS Liberty, l’8 giugno 1967 al largo delle coste dell’Egitto, due giorni prima della fine della guerra dei Sei giorni; già si assisteva alla profonda collaborazione tra Israele e gli Stati Uniti, quando l’amministrazione Johnson coprì e forse perfino incitò questo crimine contro i propri tecnici e soldati. Ho citato questi due casi in un precedente articolo e non ne parlerò più [27].
Nel 1986, il Mossad tentò di far credere che una serie di ordini terroristici fossero stati trasmessi dalla Libia alle varie ambasciate libiche nel mondo. Secondo l’ex agente del Mossad Victor Ostrovsky (Attraverso l’inganno, 1990), il  servizio segreto israeliano utilizzò un sistema di comunicazioni speciale chiamato “Cavallo di Troia”, installato da un commando nel territorio nemico. Il sistema fungeva da stazione di trasmissioni di falsi comunicati inviati da una nave israeliana, e immediatamente inserite sulle frequenze utilizzate dallo Stato libico. Come aveva sperato il Mossad, la NSA captò e decifrò le trasmissioni che furono interpretate come prova che i libici sostenessero il terrorismo; cosa che i rapporti del Mossad opportunamente confermarono. Israele sfruttava la promessa di Reagan di attuare ritorsioni contro qualsiasi Paese colto a sostenere il terrorismo. Gli statunitensi caddero nella trappola e si trascinarono gli inglesi e i tedeschi. Il 14 aprile 1986, centosessanta aerei statunitensi sganciarono oltre sessanta tonnellate di bombe sulla Libia, mirando principalmente ad aeroporti e basi militari. Tra le vittime libiche vi fu la figlia adottiva di Gheddafi, di quattro anni. La missione fece saltare un accordo per il rilascio degli ostaggi statunitensi trattenuti in Libano.

isserharelIsser Harel, fondatore dei servizi segreti israeliani, avrebbe predetto al cristiano sionista Michael Evans, nel 1980, che il terrorismo islamico infine avrebbe colpito gli Stati Uniti. “Nella teologia islamica, il simbolo fallico è molto importante. Il vostro simbolo fallico più grande è l’edificio più alto di New York, e sarà quel simbolo fallico che colpiranno”. Nel riferire ciò in un intervista nel 2004 Evans, autore di “The American Prophecies, Terrorism and Mid-East Conflict Reveal a Nation’s Destiny“, sperava di far passare Harel per un profeta. Le menti razionali vedranno che l’11 settembre è maturato 30 anni prima, nel seno dello Stato profondo israeliano.

La capacità di manipolazione del Mossad, oggi possono essere ulteriormente illustrate da due fatti analizzati da Thomas Gordon. Il 17 aprile 1986 una giovane irlandese di nome Ann-Marie Murphy imbarcò, a sua insaputa, 1,5 chili di Semtex su un volo da Londra a Tel Aviv. Il suo fidanzato, un pakistano di nome Nezar Hindawi, fu arrestato mentre cercava di fuggire verso l’ambasciata siriana. Entrambi erano stati effettivamente ‘gestiti’ dal Mossad, che ottenne il risultato desiderato: il governo della Thatcher ruppe le relazioni diplomatiche con la Siria. Ma l’inganno fu sventato dai vertici (come Jacques Chirac confessò al Washington Times) [28]. Nel gennaio 1987, il palestinese Ismail Sowan, una talpa del Mossad infiltrata nell’OLP a Londra, ricevette da uno sconosciuto che diceva di essere un inviato dei capi dell’OLP, due valigie piene di armi ed esplosivi. Ismail avvertì i suoi contatti del Mossad, che l’inviarono a Tel Aviv e che, al suo ritorno, denunciarono presso Scotland Yard come sospetto di un possibile attentato islamista a Londra. Ismail venne arrestato al suo ritorno a Heathrow e accusato sulla base delle armi trovate a casa sua. Risultato: il Mossad fece un favore al governo Thatcher [29].
Dopo l’attentato del 26 febbraio 1993 contro il World Trade Center, l’FBI  arrestò il palestinese Ahmed Ajaj e lo identificò quale terrorista legato ad Hamas, ma il giornale israeliano Kol Ha’ir dimostrò che Ajaj non ebbe mai a che fare con Hamas o l’OLP. Secondo il giornalista Robert Friedman, autore di un articolo su The Village Voice del 3 agosto 1993, Ajaj era in realtà un piccolo truffatore arrestato nel 1988 per falsificazione di dollari, condannato a due anni e mezzo di carcere e rilasciato dopo un anno grazie al suo accordo con il Mossad, per conto del quale infiltrò alcuni gruppi palestinesi. Dopo il suo rilascio, Ajaj venne arrestato e imprigionato di nuovo per breve tempo, questa volta per aver cercato di contrabbandare armi per Fatah in Cisgiordania. Fu quindi con l’attentato al WTC nel 1993 che vennero attuate le stesse tattiche utilizzate dagli israeliani nel 2001: compiere attentati terroristici da attribuire ai Palestinesi.

Atentado_AMIA-635x357L’attentato contro l’ambasciata israeliana a Buenos Aires nel 1992, che causò 29 morti e 242 feriti, fu immediatamente attribuito a un kamikaze di Hezbollah che avrebbe usato un camion bomba. Ma il magistrato incaricato delle indagini svelò le pressioni dei delegati statunitensi ed israeliani, così come le manipolazioni delle prove e le false testimonianze volte a orientare le indagini verso l’ipotesi del camion-bomba, mentre i fatti indicavano che l’esplosione avvenne dall’interno dell’edificio. Quando la Corte Suprema argentina confermò questa tesi, il portavoce dell’ambasciata israeliana accusò i giudici di antisemitismo.

E’ interessante ricordare ciò che scrissero Philip Zelikow e John Deutch nel dicembre 1998, in un articolo per Foreign Affairs dal titolo “terrorismo catastrofico”, immaginando a proposito di quella del 1993, che la bomba fosse stata nucleare, evocando già una nuova Pearl Harbour. “Tale atto di ‘terrorismo catastrofico’, che ucciderebbe migliaia o decine di migliaia di persone, e influenzerebbe i bisogni vitali di centinaia di migliaia, forse milioni, di persone, sarebbe il punto di non ritorno nella storia degli Stati Uniti.  Potrebbe causare perdite umane e materiali senza precedenti in tempo di pace, e avrebbe certamente pregiudicato il senso di sicurezza degli USA entro i propri confini, come accadde similmente con il test atomico sovietico nel 1949, o forse peggio. […] Come Pearl Harbor, questo evento dividerebbe la nostra storia tra un prima e un dopo. Gli Stati Uniti, in un caso del genere, potrebbero rispondere con misure draconiane, riducendo le libertà individuali, consentendo un maggiore controllo sui cittadini, la detenzione dei sospetti e l’uso letale della forza [30].” Il 12 gennaio 2000, secondo il settimanale indiano The Week, ufficiali dell’intelligence indiana arrestarono all’aeroporto di Calcutta undici predicatori islamisti che stavano imbarcandosi su un volo diretto in Bangladesh. Erano sospettati di appartenere ad al-Qaida e di voler dirottare l’aereo. Si  spacciarono da afghani soggiornanti in Iran prima di trascorrere due mesi in India a predicare l’Islam. Ma si scoprì che avevano tutti passaporti israeliani. L’ufficiale dei servizi segreti indiani disse a The Week che Tel Aviv “esercitò forti pressioni” su Delhi per assicurarsene il rilascio.
Il 12 ottobre 2000, nelle ultime settimane del mandato di Clinton, il cacciatorpediniere USS Cole, in rotta verso il Golfo Persico, ricevette l’ordine dalla sua base di partenza a Norfolk, di fare rifornimento nel porto di Aden nello Yemen, una procedura insolita dal momento che questi cacciatorpediniere vengono generalmente riforniti da una petroliera della Marina in mare aperto. Il comandante della nave espresse sorpresa e preoccupazione: l’USS Cole era stato già rifornito all’ingresso del Canale di Suez, e lo Yemen era una zona ostile. L’USS Cole stava attraccando quando fu avvicinato da un dinghy assegnato, apparentemente, alla rimozione dei rifiuti, che esplose contro lo scafo uccidendo 17 marinai e ferendone 50. I due “kamikaze” alla guida della barca morirono in questo “attentato suicida”. L’attentato fu subito attribuito ad al-Qaida, anche se bin Ladin non lo rivendicò e i taliban negarono che il loro ospite potesse esservi coinvolto. L’accusa diede agli Stati Uniti il pretesto per costringere il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh a cooperare nella lotta contro l’islamismo anti-imperialista, chiudendo, per cominciare, tredici campi paramilitari sul suo territorio. Inoltre, qualche settimana prima delle elezioni, l’attentato fu la ‘sorpresa d’ottobre’ che portò al potere Bush. John O’Neill era a capo delle indagini nello Yemen. Agente dell’FBI da 20 anni con esperienza specialistica nell’antiterrorismo, aveva indagato sull’attentato al WTC del 1993. La sua squadra arrivò a sospettare che Israele avesse lanciato un missile da un sottomarino: il buco indicava una carica perforante, non spiegabile dalla sola esplosione del dinghy. I sospetti furono condivisi anche dal presidente Saleh che evocò in un’intervista a Newsweek la possibilità che “l’attentato fosse opera d’Israele che cercava di danneggiare le relazioni USA-Yemen [31].” O’Neill e la sua squadra subirono l’ostilità dell’ambasciatrice degli Stati Uniti Barbara Bodine. Ebbero il divieto d’immergersi per ispezionare i danni. Infine, approfittando del loro rientro a New York per il Ringraziamento, Bodine ne impedì il ritorno nello Yemen. I membri dell’equipaggio del Cole ricevettero l’ordine di non parlare dell’attacco al Naval Criminal Investigative Service (NCIS). Nel luglio 2001, O’Neill si dimise dall’FBI e si vide subito offrire l’incarico di capo della sicurezza al WTC, che doveva occupare a partire dall’11 settembre 2001. Il suo corpo fu rinvenuto tra le macerie del WTC, disperso da due giorni. Invece Barbara Bodine entrò a far parte, nel 2003, nella corrotta squadra della Coalition Provisional Authority (CPA) di Baghdad.

mossad_mottoDove si ferma la lista dei falsi attentati islamici d’ideazione sionista? Il “New York Times” e altri giornali hanno riferito che il 19 settembre 2005, due agenti delle forze speciali britanniche (SAS) vennero arrestati dopo aver forzato un posto di blocco su un’auto carica di armi, munizioni, esplosivi e detonatori, che guidavano travestiti da arabi. Si sospetta che progettassero   attentati mortali nel centro di Bassora, nel corso di un evento religioso, per fomentare il conflitto tra sciiti e sunniti. La sera stessa, unità SAS liberarono i due agenti distruggendo il carcere, con il supporto di una decina di carri armati e di elicotteri. Il capitano Masters, incaricato delle indagini su questa vicenda imbarazzante, morì a Bassora il 15 ottobre.

Note
[1] Osama-Berlusconi? “Trappola giornalistica”; Demystifying 9/11: Israel and the Tactics of Mistake — Alan Sabrosky
[2] “Wildcard. Ruthless and cunning. Has capability to target U.S. forces and make it look like a Palestinian/Arab act” (Rowan Scarborough, “U.S. troops would enforce peace Under Army study”, The Washington Times, 10 settembre 2001).
[3] Oltre al libro di Hisham Hamza e quello di Christopher Bollyn, consultare su questo tema: Justin Raimondo, The Terror Enigma: 9/11 and the Israeli Connection, iUniversal 2003, così come l’articolo di Christopher Ketcham “What Did Israel Know in Advance of the 9/11 Attacks?” Counterpunch, 2007, vol. 14, pag. 1-10.
[4] «Vehicle possibly related to New York terrorist attack. White, 2000 Chevrolet van with New Jersey registration with ’Urban Moving Systems’ sign on back seen at Liberty State Park, Jersey City, NJ, at the time of first impact of jetliner into World Trade Center. Three individuals with van were seen celebrating after initial impact and subsequent explosion» (Raimondo, The Terror Enigma, p. xi).
[5] «We are Israelis. We are not your problem. Your problems are our problems. The Palestinians are your problem » (Hicham Hamza, Le Grand Tabou, ch. 2).
[6] «There are maps of the city in the car with certain places highlighted. It looked like they’re hooked in with this. It looked like they knew what was going to happen when they were at Liberty State Park» (Raimondo, The Terror Enigma, p. xi).
[7] «I was in tears. These guys were joking and that bothered me» (Raimondo, The Terror Enigma, p. 19 ). Hamza, Le Grand Tabou, ch. 2.
[8] «They smiled, they hugged each other and they appeared to ‘high five’ one another»; «the United States will take steps to stop terrorism in the world»; «Give us twenty years and we’ll take over your media and destroy your country»; «an individual in South America with authentic ties to Islamic militants in the middle east»; «The vehicule was also searched by a trained bomb-sniffing dog which yielded a positive result for the presence of explosive traces» (Hamza, Le Grand Tabou, ch. 2).
[9] «that the FBI no longer has any investigative interests in the detainees and they should proceed with the appropriate immigration proceedings» (Hamza, Le Grand Tabou, ch. 2).
[10] “Our purpose was to document the event” (su Youtube, «Dancing Israelis Our purpose was to document the event»).
[11] «Yes, we have a white van, 2 or 3 guys in there, they look like Palestinians and going around a building. […] I see the guy by Newark Airport mixing some junk and he has those sheikh uniforms. […] He’s dressed like an Arab» (Bollyn, Solving 9-11, p. 278-80).
[12] «Yes, we have a white van, 2 or 3 guys in there, they look like Palestinians and going around a building. […] I see the guy by Newark Airport mixing some junk and he has those sheikh uniforms. […] He’s dressed like an Arab» (Bollyn, Solving 9-11, p. 278-80).
[13] “In the past six weeks, employees in federal office buildings located throughout the United States have reported suspicious activities connected with individuals representing themselves as foreign students selling or delivering artwork.” “these individuals have also gone to the private residences of senior federal officials under the guise of selling art.” Il rapporto completo della DEA
[14] “The nature of the individuals’ conducts […] leads us to believe the incidents may well be an organized intelligence gathering activity” (Raimondo, The Terror Enigma, p. x).
[15] “acknowledged he could blow up buildings, bridges, cars, and anything else that he needed to” (Bollyn, Solving 9/11, p. 159).
[16] The Hollywood, Florida, area seems to be a central point for these individuals” (Raimondo, The Terror Enigma, p. 3).
[17] David Ray Griffin, 9/11 Contradictions, Arris Books, 2008, p. 142-156, cita Daily Mail, Boston Herald, San Francisco Chronicle e Wall Street Journal.
[18] «The aircraft cut a gash that was over half the width of the building and extended from the 93rd floor to the 99th floor. All but the lowest of these floors were occupied by Marsh & McLennan, a worldwide insurance company, which also occupied the 100th floor» (p. 20). Elementi analizzati da Lalo Vespera su La Parenthèse enchantée, capitolo 10.
[19] «Like an act of God, we moved» (USA Today, 17 settembre 2001).
[20] “evidence that there were foreign governments involved in facilitating the activities of at least some of the terrorists in the United States” (Raimondo, The Terror Enigma, p. 64).
[21] «the threat of civil unrest against the monarchy, led by al Qaeda» («Saudi Arabia: Friend or Foe?», The Daily Beast, 11 juillet 2011).
[22] The Keys to the Kingdom, Vanguard Press, 2011.
[23] Presentazione su Amazon (http://www.amazon.ca/Guerre-Dapres-La-LAURENT-MURAWIEC/dp/2226137548)
[24] «Le contrôle des dégâts: Noam Chomsky et le conflit israélo-israélien» e «Contrairement aux théories de Chomsky, les États-Unis n’ont aucun intérêt à soutenir Israël», Jeffrey Blankfort, Traduzione di Marcel Charbonnier, Réseau Voltaire, 30 luglio e 21 agosto 2006
[25] “Of course it was Iraq’s energy resources. It’s not even a question” (cité dans Stephen Sniegoski, The Transparent Cabal: The Neoconservative Agenda, War in the Middle East, and the National Interest of Israel, Enigma Edition, 2008, p. 333).
[26] «‘Big Oil’ not only did not promote the invasion, but has failed to secure a single oil field, despite the presence of 160,000 US troops, 127,000 Pentagon/State Department paid mercenaries and a corrupt puppet régime» (James Petras, Zionism, Militarism and the Decline of US Power, Clarity Press, 2008, p. 18).
[27] Voltairenet
[28] Gordon Thomas, Histoire secrète du Mossad: de 1951 à nos jours, Nouveau Monde éditions, 2006, p. 384-5.
[29] Thomas, Histoire secrète du Mossad, p. 410-41.
[30] “An act of catastrophic terrorism that killed thousands or tens of thousands of people and/or disrupted the necessities of life for hundreds of thousands, or even millions, would be a watershed event in America’s history. It could involve loss of life and property unprecedented for peacetime and undermine Americans’ fundamental sense of security within their own borders in a manner akin to the 1949 Soviet atomic bomb test, or perhaps even worse. […] Like Pearl Harbor, the event would divide our past and future into a before and after. The United States might respond with draconian measures scaling back civil liberties, allowing wider surveillance of citizens, detention of suspects and use of deadly force” (Griffin, 9/11 Contradictions, p. 295-6).
[31] “Trying to spoil the U.S.-Yemeni Relationship

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele colpisce la Siria: primo atto del “finale di partita”?

Dmitrij Minin, Strategic Culture Foundation, 06/02/2013

turkParlando al vertice dei capi della difesa a Monaco di Baviera, il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha infine confermato ciò che le agenzie di stampa avevano rivelato con clamore nei giorni precedenti: l’aviazione israeliana aveva lanciato un’operazione militare contro il legittimo governo della Siria. Dando luogo a speculazioni su un intervento militare su vasta scala da intraprendere molto presto. Barak ha riconosciuto il fatto, nel suo solito modo ambiguo, spargendo i segni per diverse interpretazioni…, “Non posso aggiungere nulla a quello che avete letto sui giornali di ciò che è successo in questi giorni in Siria”, ha detto Barak alla riunione degli alti diplomatici e funzionari della difesa di tutto il mondo. Poi ha proseguito: “Io continuo a dire francamente ciò che abbiamo detto – e questa è la prova che quando diciamo qualcosa, è vera – che non crediamo debba essere consentito trasportare sistemi d’arma avanzati in Libano”. (1)
Questo tipo di affermazione è un buon esempio per illustrare quale tipo di operazioni venga lanciato contro Damasco. Oltre agli attacchi militari immediati, anche i metodi della guerra d’informazione vengono utilizzati intensamente, evidenziando i fatti con una grande quantità di ambiguità, insinuazioni torbide e anche supposizioni arbitrarie. La missione è demoralizzare il nemico, spezzare la sua forza di volontà a resistere e privare la Siria di un qualsiasi sostegno internazionale, di cui potrebbe aver goduto finora. Secondo le prime notizie, negli attacchi aerei dell’aviazione israeliana effettuati la notte del 30 gennaio, l’obiettivo era un impianto chimico della difesa situato nelle vicinanze di Damasco. L’interpretazione è stata rapidamente ripresa dall’opposizione siriana. Spiegando così facilmente perché il nemico storico sia dalla sua parte. Sostenendone ancora tale versione dei fatti. Al resto del mondo è stata raccontata una storia diversa, quattro gruppi aerei, ognuno composto da tre velivoli, hanno sorvolato a bassa quota il monte Hermon e colpito un centro logistico congiunto di Siria, Hezbollah e Iran dove venivano conservate delle “armi ad alta tecnologia”, tra cui moderni missili superficie-aria. Presumibilmente un convoglio di camion sulla strada per il confine con il Libano è stato danneggiato, ma ben presto questa versione scomparve senza essere confermata.
Damasco ha detto che Israele ha attaccato un centro di ricerca della difesa. L’edificio è stato distrutto e due membri del personale sono morti, cinque altri feriti. Il 31 gennaio i governi di Siria e Iran hanno fatto dichiarazioni affermando che si riservavano il diritto di vendicarsi. Finora la Siria non ha risposto, probabilmente non vuole coinvolgere nuovi attori nello scontro. L’ambasciatore siriano in Libano, Ali Abdul-Karim Ali, ha minacciato ritorsioni all’attacco aereo israeliano dicendo che Damasco “ha la possibilità e la capacità di effettuare una rappresaglia a sorpresa”. Non ha precisato di cosa si trattasse. Nel frattempo le attività militari in prossimità del confine israeliano con la Siria e il Libano si sono intensificate, andando oltre la portata di azioni limitate. Forse è il primo atto del previsto “finale di partita”. A Londra si ricordano che il giorno prima dell’attacco israeliano, il Maggior-Generale Amir Eshel aveva avvertito che la Siria sta cadendo a pezzi e nessuno sa che cosa accadrà il giorno dopo: “La guerra non può scoppiare domani”, aveva detto, “ma noi siamo pronti a qualsiasi evenienza”.
All’inizio del 3 febbraio, i media libanesi hanno riportato che l’aviazione israeliana ha aumentato le proprie attività in diverse parti del sud del Libano. Volando sopra le città di Nabatia, al-Hiam e altre aree urbane, conducendo missioni di addestramento al combattimento a bassa quota. Né le forze armate libanesi, né Hezbollah hanno risposto. (2) Il ministro degli Esteri libanese Adnan Mansour ha chiesto la condanna internazionale d’Israele. Ha detto che il raid aereo della scorsa settimana in Siria “è un’aggressione contro il Libano”. Ha inoltre aggiunto, “Israele merita risposte dure e un boicottaggio duro sul piano economico, politico e diplomatico”. Parlando prima di recarsi a Cairo per partecipare a una conferenza dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, Mansour ha detto, “i jet israeliani continuano a invadere lo spazio aereo del Libano ogni giorno. Dobbiamo resistere agli attacchi israeliani, ma non solo con gli appelli, le dichiarazioni e la condanna”.
E’ noto che le forze armate israeliane sono in stato di allerta al combattimento dal 25 gennaio. Tre batterie della difesa missilistica Iron Dome sono stati dispiegati nel nord d’Israele. Secondo il canale TV al-Manar (Hezbollah), un’unità israeliana ha smantellato il filo spinato vicino al villaggio di Yarun. Il gruppo consisteva in venti soldati e alcuni veicoli blindati. Non hanno attraversato realmente la frontiera, ma vi si sono avvicinati. In Israele molti hanno iniziato a parlare della necessità urgente di creare una zona cuscinetto profonda 16 km tra Israele e la Siria, e di spostare due divisioni e un battaglione sulle alture del Golan. Secondo gli esperti, nel caso di un grande intervento contro la Siria, il Libano e Hezbollah sarebbero i principali obiettivi d’Israele. Nessun dubbio che Hezbollah lo sappia bene e stia intraprendendo le misure preparatorie. Le forze armate libanesi sono in stato di massima allerta. Presumibilmente i militari non si confronteranno con gli israeliani (non l’hanno fatto durante l’ultimo conflitto sul loro territorio), ma non ostacoleranno Hezbollah.
Nel caso di un conflitto, i 60.000 razzi che Hezbollah ha contrabbandato in Libano (tre volte in più rispetto al 2006), sarebbero un vero rompicapo per Israele. Le armi provenienti dalla Siria, nel caso collassasse, è una questione di particolare interesse, in particolare per i SA-15 e SA-17 di fabbricazione russa, in grado di colpire bersagli a bassa quota. Yiftah Shafir del Centro Jaffee per gli studi strategici dell’Università di Tel Aviv, ha detto a Ynet,Nel 2006 abbiamo visto che Hezbollah è un esercito come gli altri, con punti forti e deboli. Non ha carri armati, per esempio, e non è certo che vorrà avere dei carri armati siriani. Suppongo che vuole ancora essere rifornito dalla Siria di razzi e missili antiaerei. Abbattere un aereo israeliano con il sistema missilistico antiaereo SA-17 sarebbe una vittoria per la propaganda di Hezbollah, ma questo sistema è molto difficile da usare. Presumo che preferiscano i piccoli sistemi antiaerei, come il SA-8. Questi missili possono essere caricati su un camion e sono abbastanza facili da usare”. Israele teme che alcune di queste armi finiscano non solo nelle mani di Hezbollah, ma nelle mani di elementi legati alla Jihad globale di al-Qaida. (3)
Come in tempo di guerra, il tintinnare di sciabole va di pari passo con l’aggressione mediatica, comprese quella orchestrata ai vertici. Ad esempio, i media israeliani hanno diffuso dappertutto notizie secondo cui il governo ha ottenuto il via libera per l’attacco contro la Siria da Washington e da Mosca. Debkafile, sito open-source sull’intelligence militare israeliana, ha riferito che l’operazione è stata attuata con il via libero del presidente Obama, dopo che la Casa Bianca, il 22 gennaio, era stata informata del piano dal comandante dell’Aman (l’intelligence militare israeliana), Maggior-Generale Aviv Kochavi. Il sito ha anche riferito che un altro emissario israeliano, il consigliere della sicurezza nazionale Yakov Amidror aveva visitato Mosca, nello stesso momento, per avvertire i leader russi dell’imminente attacco. Mentre i funzionari russi hanno espresso obiezioni nei confronti dell’attacco israeliano alla Siria, apparentemente avrebbero omesso di avvertire il Presidente Assad di quello che sarebbe successo, che è stato colto di sorpresa. Dopo il raid, il presidente Vladimir Putin ha comunicato al leader siriano di non aggravare la situazione militare con Israele. (4) Secondo altre fonti, compresa Debka, gli israeliani hanno raccontato a Mosca la solita storia che era loro intenzione impedire che armi chimiche finissero nelle mani di Hezbollah, senza fornire dettagli. (5)
E’ chiaro che confondere i fatti e le informazioni abbia il solo scopo di legittimare le azioni israeliane, ottenendo una presunta approvazione dalle grandi potenze. Nel caso della Russia, l’obiettivo è minare la sua credibilità nel mondo arabo, anche presso Damasco. Questo abuso della riservatezza (è difficile credere che i funzionari di Stato israeliani non abbiano nulla a che fare con ciò che scrive Debka) non è passata inosservata a Mosca. Non è un caso che il raid aereo sia stato condannato da Mosca, e senza mezzi termini, “la Russia dice di essere estremamente preoccupata per le notizie di un attacco aereo israeliano in Siria, nei pressi di Damasco, e una tale azione sarebbe un’indebita interferenza militare. Se questa informazione è confermata, allora si tratta di un attacco non provocato contro obiettivi sul territorio di un Paese sovrano, che viola palesemente la Carta delle Nazioni Unite e che non è accettabile, non importano i motivi addotti per giustificarlo”, ha detto il ministero degli Esteri russo in una dichiarazione del 31 gennaio.
La risposta della Turchia è stata alquanto particolare. Il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu ha criticato il raid israeliano in Siria, mettendo pesantemente in discussione l’inazione di Damasco verso l’aggressione. “Perché [Bashar] al-Assad non ha neanche gettato un sasso quando i jet israeliani sorvolavano il suo palazzo e si facevano beffe della dignità del suo Paese?” ha detto Davutoglu ai giornalisti durante la sua visita bilaterale nella capitale serba Belgrado, ha riferito il quotidiano Hurriyet. “Perché l’esercito siriano, che ha attaccato il suo stesso inerme popolo per 22 mesi dal cielo, con gli aviogetti, e a terra con i carri armati e il fuoco dell’artiglieria, non risponde all’operazione d’Israele? Perché non è possibile per al-Assad, che ha dato ordine di sparare missili SCUD su Aleppo, fare qualcosa contro Israele?” ha chiesto Davutoglu. Ha detto di non conoscere le circostanze precise del raid, ma ha aggiunto che la Turchia non sarebbe rimasta senza rispondere ad un attacco israeliano contro un Paese musulmano. (6) Ecco perché gli israeliani hanno un motivo per credere che una guerra tra Israele e la Siria sarebbe la migliore soluzione per i militari turchi. La Turchia se ne sarebbe rimasta in disparte, avendo ancora la possibilità di giocare il ruolo del “pacificatore e del liberatore dal nemico secolare”.
Il fatto che Netanyahu possa gettare il paese nella mischia sta diventando una questione sempre più preoccupante per gli israeliani. Secondo il quotidiano di destra Maariv, alti funzionari del ministero degli Esteri israeliano dicono che non ci sono stati cambiamenti strategici in Siria di recente, e non vi è alcun motivo di esser presi dal panico o di fare dichiarazioni ad alta voce. C’é uno status quo e la probabilità che armi di distruzione di massa finiscano nelle mani dei terroristi rimane sempre la stessa. Maariv scrive che Netanyahu istiga la tensione cercando di formare il più ampio governo di coalizione nazionale possibile. La cosa più semplice è invitare le parti a essere responsabili e a formare il governo che Netanyahu vuole, sotto il condizionamento della paura e delle minacce alla sicurezza. (7)
Molti in Israele dicono che tali azioni non soddisfano gli interessi dello Stato di Israele. Gli analisti locali scrivono che Israele non è interessato alla caduta di Assad, ma volente o nolente l’indebolisce mostrando al mondo che la difesa aerea siriana è vulnerabile. In questo modo si potrebbe accelerare un intervento straniero in Siria e facendo finire nelle mani sbagliate delle armi non convenzionali, divenendo un vero e proprio incubo prima del previsto. (8)

Note
(1) Novosti
(2) Zman.com
(3) (4) (5)
(6) Novosti
(7) Novosti
(8) MigNews

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora