La sfida strategica della sinistra latinoamericana

Rafael Correa, Histoire et Societé 18 febbraio 2018Dopo la lunga e triste notte neoliberista degli anni ’90, che colpì intere nazioni come l’Ecuador, e da quando Hugo Chávez vinse la presidenza della Repubblica del Venezuela alla fine del 1998, i governi di destra e sovversivi del continente iniziavano ad essere sconvolti come un castello di carte, raggiungendo tutta la nostra America con governi popolari legati al socialismo della buona vita. All’apice del 2009, dei dieci Paesi latinoamericani del Sud America, otto avevano governi di sinistra. In America centrale e nei Caraibi c’erano il Fronte Farabundo Martí in El Salvador, i sandinisti in Nicaragua, Álvaro Colom in Guatemala, Manuel Zelaya in Honduras e Leonel Fernández nella Repubblica Dominicana. In Paesi come il Guatemala, con Álvaro Colom o in Paraguay, con Fernando Lugo, era la prima volta nella storia che la sinistra saliva al potere, in quest’ultimo caso rompendo anche un secolo di bipartitismo. Nel maggio 2008 nacque l’Unasur (Unione delle nazioni sudamericane) e nel febbraio 2010, la Celac con 33 membri. Dei 20 Paesi latini della Celac (Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi), 14 avevano governi di sinistra, ovvero il 70%. La prima parte del 21° secolo è stata indubbiamente vinta. I progressi economici, sociali e politici sono stati storici e hanno stupito il mondo, tutto in un ambiente di sovranità, dignità, autonomia, con la propria presenza sul continente e nel mondo. L’America Latina non attraversò un periodo di cambiamento, ma un vero cambiamento dei tempi, che anche modificò in modo significativo l’equilibrio geopolitico della regione. Per questa ragione, per le potenze di fatto e per i Paesi egemoni era essenziale porre fine a questi cambiamenti a favore delle maggioranze e che cercavano la seconda e definitiva indipendenza regionale.

Restaurazione conservatrice
Sebbene nel 2002 il governo di Hugo Chávez abbia dovuto subire un fallito colpo di Stato, è proprio dal 2008 che s’intensificarono i tentativi non democratici di porre fine ai governi progressisti, come nel caso della Bolivia 2008, Honduras 2009, Ecuador 2010 e Paraguay 2012. Quattro tentativi di destabilizzazione, tra cui due riusciti, Honduras e Paraguay, e sempre contro i governi di sinistra. Dal 2014 e sfruttando il cambiamento del ciclo economico, questi sconnessi sforzi per la destabilizzazione si consolidarono costituendo una vera “restaurazione conservatrice” con nuove coalizioni, sostegno internazionale, illimitati finanziamenti esteri e così via. La reazione si approfondì e perse limiti e scrupoli. Ora abbiamo molestie e boicottaggio economico in Venezuela, il colpo di Stato parlamentare in Brasile e la criminalizzazione della politica, “legge”, come visto coi casi Dilma e Lula in Brasile, Cristina in Argentina e del Vicepresidente Jorge Glas in Ecuador. I tentativi di distruggere Unasur e neutralizzare Celac sono anche ovvi e spesso spudorati. Per non parlare di ciò che succede nel Mercosur. In Sud America, al momento, rimangono solo tre governi progressisti: Venezuela, Bolivia e Uruguay. Le eterne potenze che hanno sempre dominato l’America Latina, immergendola nell’arretratezza, disuguaglianza e sottosviluppo, tornano assetate di vendetta dopo oltre un decennio di continue sconfitte.

Gli assi della strategia della restaurazione conservatrice
La strategia reazionaria è articolata a livello regionale e si basa essenzialmente su due assi: il supposto fallimento del modello economico di sinistra e la presunta mancanza di forza morale dei governi progressisti. Sul primo asse, dalla seconda metà del 2014, a causa di un contesto internazionale sfavorevole, l’intera regione subì il rallentamento economico divenuto recessione negli ultimi due anni. I risultati sono diversi tra Paesi e regioni riflettendo struttura economica e politiche economiche applicate, e le difficoltà economiche di Paesi come Venezuela o Brasile sono considerate un esempio del fallimento del socialismo, pur avendo l’Uruguay col governo di sinistra, Paese più sviluppato a sud del Rio Grande, o la Bolivia dai migliori indicatori macroeconomici del pianeta. Il secondo asse della nuova strategia contro i governi progressisti è la moralità. La questione della corruzione è diventata lo strumento per distruggere i processi politici nazionali e popolari nella nostra America. Il caso emblematico è il Brasile, dove un’operazione politica ben articolata è riuscita a far decadere Dilma Rousseff dalla presidenza del Brasile, dimostrando che non aveva nulla a che fare coi problemi che le venivano attribuiti. C’è una grande ipocrisia globale nella lotta alla corruzione.

La sinistra, vittima del proprio successo?
Probabilmente anche la sinistra è vittima del proprio successo. Secondo la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’America Latina e i Caraibi (Cepal), quasi 94 milioni di persone sono state tolte dalla povertà e sono entrare nella classe media regionale nell’ultimo decennio; in stragrande maggioranza risultato delle politiche dei governi di sinistra. In Brasile, 37,5 milioni di persone sono uscite dalla povertà tra il 2003 e il 2013, e ora sono nella classe media, ma questi milioni non costituirono una forza mobilitata quando il parlamento accusato di corruzione licenziava Dilma Rousseff. Abbiamo persone uscite dalla povertà e che ora, per ciò che viene spesso chiamata prosperità oggettiva e povertà soggettiva, anche se hanno migliorato significativamente il reddito, chiedono molto di più e si sentono poveri, non in riferimento a ciò che hanno o peggio quello che avevano, ma a ciò a cui aspirano. La sinistra ha sempre lottato contro la corrente, almeno nel mondo occidentale. La domanda è: avrebbe combattuto contro la natura umana? Il problema è molto più complesso se si aggiunge a questo la cultura egemonica costruita dai media, in senso gramsciano, cioè inverare i desideri delle maggioranze in relazione agli interessi delle élite. Le nostre democrazie dovrebbero essere chiamate democrazie mediatiche. I media sono una componente più importante nel processo politico rispetto a partiti e sistemi elettorali; e sono diventati i principali partiti di opposizione ai governi progressisti; i veri rappresentanti dell’affarismo e del potere politico conservatore. Non importa ciò che va bene alle maggioranze, cosa viene proposto in campagna elettorale, e cosa ha deciso alle urne il popolo, al centro di ogni democrazia. Ciò che è importante è ciò che i media approvano o condannano coi loro titoli. Hanno sostituito lo Stato di diritto con lo stato d’opinione.

C’è una sfida strategica?
La sinistra regionale si confronta coi problemi dell’esercizio del potere, spesso con successo ma esaurendosi. È impossibile governare felicemente il mondo intero, ancor più quando c’è tanta sete di giustizia sociale. Si deve sempre essere autocritici, ed anche sicuri di sé. I governi progressisti sono soggetti a continui attacchi, le élite e i loro media non perdonano gli errori e fanno pressione sul nostro morale, per farci dubitare delle nostre convinzioni, proposte e obiettivi. Pertanto, la maggiore “sfida strategica” della sinistra latinoamericana è forse capire che qualsiasi lavoro per una trasformazione fondamentale avrà errori e contraddizioni.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

All’ARA San Juan fu ordinato di spiare gli inglesi

Kontra Info, 4 febbraio 2018Come affermato nei precedenti rapporti diffusi da fonti russe, un nuovo documento tenuto segreto dal governo e dalla Marina conferma ora l’interazione militare tra il sottomarino ARA San Juan e le forze inglesi. Le responsabilità sono molte: chi potrebbe pensare d’inviare un sottomarino che non è in grado di navigare, secondo le udienze, in una missione così rischiosa nelle acque argentine ma controllate dalla Marina inglese? Se il viaggio precedente era già stato rilevato e seguito da un sottomarino nucleare inglese, non fu una missione suicida entrare in queste condizioni nello spazio controllato dal nemico storico dell’Argentina? Il ministro della Difesa potrebbe essere così inutile da non saperlo? Anche il “Comandante in Capo delle Forze Armate”, Mauricio Macri, non ne era a conoscenza? Nessuno si dimetterà per tale tragedia costata 44 vite per la completa inutilità delle nostre “autorità”? Sorprendentemente, il documento è filtrato da Infobae, un sito vicino all’ambasciata degli USA e al governo macrista, forse con l’intenzione di salvare quest’ultimo e incolpare la Marina, prima che siano pubblicate le stesse informazioni da altri media più critici verso l’amministrazione di Mauricio Macri. Né va escluso che le informazioni trapelate siano parte di un conflitto tra i servizi d’intelligence statunitensi ed inglesi, che al di là delle alleanze in molte questioni, hanno le loro dispute interne.
Vediamo i punti principali del documento filtrato:

Obiettivi inglesi
Secondo l'”Ordine Operativo del Comando Forza Sottomarina” n. 04/17 del 24 ottobre 2017, il sottomarino ARA San Juan doveva “compiere un riconoscimento preciso” e “avere posizione, identificazione, documentazione fotografica/cinematografica”… di aerei militari e logistici (RAF 130) che rispondessero al governo delle Isole Falkland e alla Royal British Air Force. La lettera afferma che doveva raccogliere informazioni su diverse navi, tra cui “BP CF HUNTER”, “HMS CLYDE” e “FPV PROTEGAT” (vedere pagina 3 del documento allegato)
– L’equipaggio aveva la missione di svolgere attività d’intelligence su parte della flotta e dell’aviazione da guerra e commerciale inglese di base nelle isole Falkland.
– I dati, sconosciuti fino ad oggi, furono negati dinnanzi le ripetute richieste di giornalisti e parenti dell’equipaggio dal Ministero della Difesa e dalla Marina.
– Le fonti militari non escludono che nel quadro di queste operazioni la nave da guerra argentina sia stata rilevata al di fuori della zona economica argentina da navi di pattuglia inglesi.
– Se è così, la manovra potrebbe essere stata interpretata come invasione di ciò che considerano zona di conservazione della pesca delle Falkland.
– Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui l’ARA San Juan fu osservato da vicino in una precedente missione, da un sottomarino nucleare inglese.
– Nella cartografia inglese, parte dell’area in cui era destinato il sottomarino è indicata come divieto di pesca per le navi non autorizzate dal governo delle isole Malvinas ed è pattugliata da mezzi veloci inglesi, simili a quelli utilizzati dalla Prefettura Navale Argentina per proteggere le ricchezze naturali nel mare.
– Per non lasciare dubbi sull’area in cui il sottomarino scomparso doveva condurre le operazioni di ripresa, localizzazione e identificazione, l’ordine stabiliva un’area di pattuglia chiamata “Juliana”.
– Copriva un’ampia area compresa tra latitudini e longitudini 46° 00′ S, 61° 30′ W, 46° 00′ S, 59° 34′ W, 47° 50′ S, 60° 24′ O, 47° 50′ S, 62° 20′ O, la cui proiezione mostra che il sottomarino e il suo equipaggio dovevano navigare in un’area che il Regno Unito considera propria. L’area Juliana è delimitata dalle latitudini e dalle longitudini 46° 00′ S, 61° 30′ W, 46° 00′ S, 59° 34′ W, 47° 50′ S, 60° 24′ O, 47° 50′ S, 62° 20′ O.
– Secondo questi documenti, al sottomarino argentino fu espressamente ordinato di violare l’articolo 111 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Convemar), che definisce il diritto d’inseguimento. Non ci sono documenti ufficiali che determinano se l’ARA San Juan abbia rispettato questa direttiva nella missione in cui è scomparso. Sì, d’altra parte, nella sua penultima navigazione.
– Il 9 e 10 luglio 2017, quando l’ARA San Juan rilevò il “ronzio” di un sottomarino nucleare presumibilmente inglese nell’area in cui navigava, che in questo caso la Marina argentina chiamava “Area Micaela”, gli accordi e i trattati internazionali furono violati.
– Il posizionamento del sottomarino argentino quando identificò la controparte nucleare lo localizza, secondo la cartografia navale, il 9 alle 19:48 a 18 miglia nautiche (33,3 km) all’interno della zona economica esclusiva dell’Argentina.
– La proiezione della proiezione da cui il “rumore sonar” proveniva, pone il sottomarino straniero vicino alla posizione dell’ARA San Juan. D’altra parte, il giorno dopo, il 10 luglio, alle 03:45, colloca l’ARA San Juan sulla linea immaginaria del limite esterno della Zona Economica Esclusiva. E questa volta il “rumore del sonar” individua il sottomarino nucleare molto più vicino al sottomarino argentino.
– Navigando prima della scomparsa, l’ARA San Juan individuò e fotografò gli obiettivi inglesi, come previsto nell’Ordine delle operazioni del comando della forza sottomarina n. 01, i dati non sono stati riportati nella relazione ufficiale sul caso.
– A questo punto sembra difficile che sia accaduto ciò che proprio il comandante Fernandez ha riconosciuto durante quella missione, che l’unico periscopio funzionante avesse l’ottica danneggiata, che poteva navigare solo a 5 nodi, che infiltrava acqua dal portello, che da quando era salpato il sottomarino presentava problemi al suo sistema di comunicazione, che dall’11.mo giorno di navigazione perdesse 50 litri di nafta al giorno e che, tra le altre irregolarità, “dal secondo giorno di navigazione fu rilevato un rumore permanente nell’asse tra i 65 e 85 giri al minuto (RPM), mantenutosi per tutta la navigazione“.
– Quei suoni, per un sottomarino, sono come i suoni del sonaglio di un bambino per i genitori: permettono di localizzarlo immediatamente. È molto probabile che sia uno dei motivi per cui il sottomarino nucleare non ebbe problemi nel rilevare l’ARA San Juan col sonar.
– Fino alla pubblicazione di questa nota, le autorità nazionali avevano tenuto segreto i compiti di spionaggio affidati al sottomarino.

Dopo l’incontro di Macri con Putin, la Russia si ritira dalla ricerca del sottomarino ARA San Juan
Kontra Info, 4 febbraio 2018Come annunciato, l’improvviso incontro di Macri con Putin poco dopo la tragedia del sottomarino ARA San Juan, non aveva nulla a che fare con “rafforzare i legami tra le due nazioni” e discorsi per la stampa. La presenza russa nelle acque argentine alla ricerca del sottomarino è stata sempre molto sorprendente, dato che era l’unica potenza militare ad esplorare l’area al di fuori della NATO, e la Russia è nemica di Gran Bretagna e Stati Uniti. Se Putin inviava una nave d’intelligence come la Jantar, non era certo per mera solidarietà. L’intelligence russa sa dell’informazione dell’interazione militare tra il sottomarino argentino e le forze inglesi, i cui documenti probativi riservati vengono ora filtrati. Navi come la Jantar e robot come il Panther Plus erano i più adatti a raccogliere prove su quell’informazione. E l’informazione è potere. Perciò Macri è andato rapidamente a Mosca per parlare con Putin, quando non l’aveva mai fatto prima (al contrario, aveva complicato il finanziamento dei progetti in Argentina come la diga Chihuido, allineandosi con Stati Uniti e Gran Bretagna per allontanarsi dalla Russia). Se le informazioni raccolte dalla Russia fossero rese pubbliche, si scatenerebbe uno scandalo internazionale che porrebbe fine al rapporto di Macri con la Gran Bretagna. Cosa ha negoziato Macri con Putin per indurre la Russia a ritirarsi dall’area senza rivelare ciò che è stato trovato? Cosa avrà offerto in cambio? Anche le potenze, oltre a mostrare solidarietà in una tragedia, hanno ovviamente interessi, non solo in questo caso, su ciò che si può ottenere in Argentina, ma anche contro altre potenze nemiche. Solo il tempo può rispondere a queste domande. La verità è che l’aereo russo Antonov An-124, uno dei più grandi del mondo, arrivato a novembre per unirsi alla ricerca del sottomarino ARA San Juan con un gruppo di soccorso e il robot sottomarino Panther Plus, lascerà la missione a fine di febbraio o ai primi di marzo. Ciò è confermato dai diplomatici russi. Come di solito accade con eventi di grande gravità e che colpiscono le grandi potenze, in questo caso il rapporto del governo argentino coll’attuale alleata Gran Bretagna (qualcosa di disonorevole, parlando di un nemico storico dell’Argentina che continua a usurparne il territorio), probabilmente non sapremo mai esattamente come si sono verificati gli eventi.
Macri è anche volto a fare di tutto questo un affare privato, poiché d’ora in poi solo poche navi della Marina argentina continueranno a cercare e verranno assunte compagnie private internazionali, che faranno fortuna per una ricerca che adatteranno alla realtà, senza disturbare la relazione strategica che Macri cerca di mantenere col nostro nemico storico.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Siria e Venezuela, similitudini che suscitano pericoli e domande

Sergio Rodriguez Gelfenstein, Resumen Latinoamericano, 3 febbraio 2018A chiunque sia interessato all’argomento e abbia il tempo di investigarvi, consiglio di leggere i media seri e decenti rimasti dal gennaio 2011, quando iniziò la cosiddetta “primavera araba”. Per coincidenza, ero in Algeria, invitato dall’Accademia diplomatica del Paese per tenere conferenze sull’America Latina, sperimentando il fenomeno alla sua nascita, soprattutto quando incontrai un deputato colombiano che era ad Algeri e doveva recarsi in Tunisia proprio il 14 gennaio, quando il presidente autoritario del Paese, Abidin Ben Ali si dimise. Consigliammo al parlamentare del Paese confinante d’interrompere il viaggio e tornare a Bogotà prima di rischiare, dopo aver verificato cosa significasse l’inizio delle rivolte. La verità è che la “primavera araba” coinvolse circa 20 Paesi della regione, attorno ai quali la visione della stampa e dell’opinione pubblica occidentali si costruì basandosi su vicinanza, lealtà e subordinazione dei governi a Stati Uniti ed Europa. Così, mentre in Arabia Saudita, Quwayt, Bahrayn, Emirati Arabi, Qatar e Giordania, tra gli altri, c’erano rivolte per protestare contro le condizioni di vita misere che i governi dovevano risolvere; in Libia, Siria e Algeria ci furono rivoluzioni democratiche contro governi autoritari e repressivi che dovevano essere rovesciati. Così fecero in Libia, la fine è nota: la scomparsa di uno Stato, oggi “controllato” da tribù e terroristi dalle diverse pellicce che lottano per impossessarsi del petrolio e della più grande riserva idrica del Nord Africa. In Siria non ci riuscirono, bisogna dire che nel primo caso Russia e Cina lasciarono che Stati Uniti e NATO agissero, indipendentemente dal destino di quel popolo e di quel Paese, peccando di ingenuità od omissione. Per quanto riguarda la Siria, l’umanità è grata per non aver permesso alle forze coloniali e imperialiste di agire nello stesso modo. Ma tornando all’argomento, ricordo che in Siria tutto iniziò con marce pacifiche che chiedevano democrazia che ben presto divennero violente azioni di gruppi radicali, avviando la creazione di un'”opposizione moderata” che non poté resistere alla competizione per la distribuzione delle risorse provenienti dall’occidente e dalle monarchie sunnite, destinandole ad al-Qaida e Stato islamico per occupare territori e scatenare odio e furia contro i principi base di ogni civiltà: cristiana e musulmana. Infine, dopo una breve e accelerata virata, i cortei pacifici dell’opposizione divennero gruppi terroristici che minacciavano la stabilità globale. Tuttavia, gli Stati Uniti raggiunsero l’obiettivo creando taliban ed al-Qaida per espellere l’Unione Sovietica dall’Afghanistan, e lo Stato islamico per destabilizzare il Medio Oriente, occupare la Siria e minacciare d’invasione l’Iran. Le tre organizzazioni “sfuggirono di mano” e oggi sono costretti a una grande propaganda per dimostrare che le combattono, quando è dimostrato che gli USA, in alleanza con Israele e le monarchie sunnite, li armano, supportano, finanziano ed addestrano. Qualcuno potrebbe pensare che sia una contraddizione infondata, ma le azioni degli Stati Uniti contro il terrorismo non sono decisive, ma solo il minimo necessario per dimostrare una presunta volontà di affrontarlo. A mostrare una realtà diversa sono i media e gli specialisti nella costruzione di scenari “post-verità”. In ogni caso, lo scopo degli USA nel generare conflitti che ne legittimino la presenza militare e creino le condizioni per l’intervento negli affari interni dei Paesi che disobbediscono al mandato imperiale, è stato ampiamente raggiunto.
Tale riflessione mi sovviene analizzando la situazione in Venezuela, inevitabile dopo aver guardato lo specchio siriano: marce di dimostranti per la democrazia che diventano violente, inizialmente focalizzate ma che si generalizzano, che porteranno inevitabilmente a un conflitto di proporzioni superiori, forse simili a quelle della Siria. L’Arabia Saudita, che con la Colombia recitano il ruolo di supporto alle basi militari statunitensi nelle rispettive regioni (mentre le organizzazioni internazionali “voltano le spalle” alle loro gravi violazioni dei diritti umani), hanno incubato eserciti terroristici per attaccare un altro Paese. Le organizzazioni regionali (Lega araba e Consiglio di cooperazione del Golfo) da un lato e OSA dall’altro, hanno fornito le basi diplomatiche per legalizzare tali azioni. I governi reazionari feudali (Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Quwayt e Turchia) sostengono la ribellione in Medio Oriente e le amministrazioni neoliberali dell’America Latina (Messico, Colombia, Cile, Perù, Argentina, Panama e Brasile) fanno lo stesso contro il Venezuela. Cos’hanno in comune? La vergognosa subordinazione agli Stati Uniti, che allo stesso tempo gli permette ogni oltraggio contro i popoli: violazione delle costituzioni e della democrazia che essi stessi hanno inventato, dei diritti umani alleandosi col narcotraffico, applicazione a tutti i costi dei modelli neoliberali, repressione dei popoli; tutto ciò non è noto perché, ancora una volta, i media hanno il compito di nasconderlo.
Se seguiamo lo sviluppo delle azioni in Siria e proviamo a proiettarle in Venezuela, dovremmo dire che sembra che la violenza sia stata instillata come pratica politica che, come mostra il dramma siriano, si sa quando inizia, ma non quando finisce. In tale scenario, i primi cento morti sono noti per nome, quando si arriva al migliaio, o se ne contano a decine, raggiungendo diecimila, centomila o più, a nessuno importa delle cifre esatte, solo il numero degli zeri interessa l’informazione che non interessa più a nessuno. In Siria, secondo i media, sarebbero 350-400mila morti. Con tale logica, i primi “esiliati” che arrivano vengono ricevuti come eroi nei Paesi limitrofi che sostengono le violenze, ma poi, quando una marea incontrollabile minaccia anche di danneggiare la sicurezza nazionale e l’integrità di ogni Paese, la questione diventa più complessa. Nel nostro ambiente, mi chiedo cosa succederebbe se i 6 milioni di colombiani che vivono in Venezuela tornassero nel proprio Paese o se Cile, Panama, Argentina e Perù, nominandone alcuni, affrontassero forti mutazioni d’identità da parte di alcune decine di migliaia di venezuelani che arrivano nelle loro città, o ne ricevessero centinaia di migliaia generando influenze di ogni tipo nelle proprie società e mercati. E cosa succederebbe se in Venezuela ci fosse un cambio di governo violento, che senza esitazione iniziasse a sviluppare misure neoliberali, che indubbiamente sarebbero contrastate dal popolo o dalla gran parte che ha visto la propria vita cambiata negli ultimi anni; ci chiediamo, quel governo avrà la forza di ordinare la repressione? Durerà più di un anno come Temer, che barcolla solo dodici mesi dopo aver illegalmente preso il potere? E tutto questo nel Paese che ha le maggiori riserve di petrolio al mondo? Cosa accadrebbe al mercato dell’energia? Qualcuno si chiese se le forze armate venezuelane, in questo scenario, di nuovo reprimerebbero il popolo come in passato e come recentemente è successo in Brasile. Oppure prendiamo lo scenario siriano e lo passiamo qui: gli Stati Uniti, col sostegno dell’estrema destra, sono riusciti a creare un esercito paramilitare in Colombia, che proverà a prendere parte del territorio del Venezuela per creare uno Stato paramilitare che, naturalmente, “sfuggirà di mano agli Stati Uniti”. Anche se con questo la potenza nordamericano avrà raggiunto lo stesso obiettivo del Medio Oriente, generando instabilità per legittimare gli interventi, in questo caso dovrà valutare che, nonostante l’annuncio della lotta al terrorismo, tali azioni minaccerebbero la stabilità politica e sociale di Colombia ed America Latina, tornando a un passato che si credeva sepolto per sempre. Cosa farebbero FARC ed ELN in queste condizioni? Cosa farebbe la sinistra latino-americana di fronte tale situazione quando gli avranno consegnato su un piatto d’argento lo strumento dell’unità e della lotta continentale? Mi chiedo se non vedremo, nel migliore dei casi, lo slogan che mobilitò milioni di persone nel secolo scorso nei Paesi della regione, dal Rio Grande alla Patagonia: “Yanquis, a casa!” e sarà bello bruciare di nuovo le bandiere statunitensi. Il peggio, non voglio neanche immaginarlo, ritorneremmo a cinquanta anni fa e dovremo ricominciare da capo, ma la pazienza dei popoli è infinita, non so per il capitale che vedrebbe diminuire i profitti.
E tutto questo, perché gli Stati Uniti non vogliono o non possono indurre l’opposizione venezuelana ad accettare regole democratiche, attendere le elezioni del 2018 e lasciare che il popolo decida il proprio futuro. C’è poco da dire, molte vite potrebbero essere salvate e ci sarebbe molto da guadagnare.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’amministrazione Trump pianifica un golpe alla Pinochet in Venezuela

Wayne Madsen SCF 05.02.2018L’amministrazione retrograda di Donald Trump progetta un colpo di Stato militare in Venezuela per estromettere il governo socialista del Presidente Nicolas Maduro. Il segretario di Stato Rex Tillerson, parlando all’Università del Texas prima d’intraprendere un tour in America Latina e Caraibi, ha detto che l’esercito è spesso intervenuto nella politica latinoamericana durante le crisi. Le osservazioni di Tillerson hanno evocato scene dal buio passato dell’America Latina. A peggiorare le cose, Tillerson invocava la dottrina imperiale Monroe del 1823, sottolineando che è “rilevante oggi come il giorno in cui fu scritta”. La Dottrina Monroe, nella storia americana, fu usata dagli Stati Uniti per giustificare l’intervento armato in America Latina, spesso allo scopo d’istituire “repubbliche delle banane” asservite ai capricci di Washington. Secondo la BBC, Tillerson fece l’affermazione dichiarando che non “difende il cambio di regime e che non ha informazioni su alcuna azione programmata”. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Richard Nixon Henry Kissinger fece commenti simili prima del sanguinoso colpo di Stato dell’11 settembre sostenuto dall’Agenzia per l’Intelligence Centrale, nel 1973, contro il Presidente socialista cileno Salvador Allende. Mentre respingeva pubblicamente qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti nella destabilizzazione del governo democraticamente eletto del Cile, Kissinger lavorava dietro le quinte con le forze armate cilene per rovesciare e assassinare Allende. Undici giorni dopo il colpo di Stato cileno, Kissinger fu premiato da Nixon venendo nominato segretario di Stato e mantenendo il portafoglio di consigliere per la sicurezza nazionale.
Da quando il predecessore di Maduro, Hugo Chavez, salì al potere nel 1999, la CIA tentò almeno un colpo di Stato militare, rapidamente annullato, nel 2002, diverse proteste e sommosse in stile “rivoluzione colorata”, guerra economica e scioperi generali iniziati dalla CIA per scacciare Chavez e Maduro dal potere. Tillerson, ex-amministratore delegato di Exxon-Mobil, ha lungamente supervisionato il controllo degli Stati Uniti sulla società petrolifera statale del Venezuela Petróleos de Venezuela, SA (PdVSA). L’itinerario latinoamericano di Tillerson tradisce i piani sul Venezuela. Tillerson si recherà in Messico, nazione dalla relazione travagliata con gli Stati Uniti per la retorica di Trump. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Tillerson e Trump, HR McMaster, accusava la Russia, senza la minima prova, d’interferire nell’attuale campagna elettorale presidenziale in Messico. Il candidato del partito di sinistra MORENA, il leader Andres Manuel Lopez Obrador, o “AMLO”, ha dovuto respingere le false accuse di aver accettato finanziamenti dai russi. Il candidato di destra Jose Antonio Meade, il favorito di Washington, accusava AMLO di essere sostenuto dalla Russia. AMLO, rispondeva alle ridicole accuse di Meade, che corre col Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), corrotto dal narcotraffico, indossando spesso scherzosamente una giacca col nome “Andres Manuelovich”. Oltre al Messico, Tillerson visiterà anche Argentina, Perù, Colombia e Giamaica. Le soste di Tillerson svelano le sue reali intenzioni. L’Argentina, governata da Mauricio Macri, immobiliarista di Trump, e Perù, il cui scandaloso presidente Pedro Pablo Kuczynski elogia Trump e guida le azioni anti-Venezuela nell’Organizzazione degli Stati americani e in altre istituzioni internazionali. La Colombia è la base per le operazioni paramilitari e d’intelligence della CIA contro il Venezuela. A causa delle sanzioni USA contro il Venezuela, la Colombia ora ospita migliaia di rifugiati economici venezuelani, terreno fertile per reclutare le pedine per un colpo di Stato contro Maduro. Tutte le soste di Tillerson in America Latina, con l’eccezione della Giamaica, sono Paesi membri del Gruppo Lima, un blocco di nazioni che cerca di rovesciare Maduro dal potere in Venezuela. Lo scalo di Tillerson in Giamaica è ovviamente volto a staccare dall’orbita venezuelana diversi Stati insulari della Comunità Caraibica (CARICOM) che hanno beneficiato del petrolio poco costoso del Venezuela.
Secondo la BBC, Tillerson aveva persino scherzato in Texas sul destino di Maduro: “Se la cucina diventa un po’ troppo calda per lui, sono certo che ha qualche amico a Cuba che potrebbe dargli una bella hacienda in spiaggia“. Per i venezuelani che sostengono il governo, la “battuta” di Tillerson ricorda che Chavez, dopo essere stato destituito dal colpo di Stato dell’aprile 2002, fu tenuto prigioniero presso la stazione aeronavale Antonio Diaz sull’isola venezuelana di La Orchila. Se il colpo di Stato non fosse fallito, si ritiene che gli Stati Uniti avrebbero esiliato Chavez, possibilmente a Cuba, nella stazione navale e gulag degli Stati Uniti nella baia di Guantanamo. Tillerson, che apparentemente continua a portare acqua ad Exxon-Mobil, riprende il ruolo svolto da Harold Geneen, presidente dell’International Telephone and Telegraph (ITT). Geneen, lavorando con la CIA, diede 1 milione di dollari all’avversario di Allende nelle elezioni presidenziali del 1970, Jorge Alessandri. Si scoprì anche che ITT aveva sostenuto finanziariamente i piani del golpe del 1973 in Cile. Nel 1964, Geneen e ITT collaborarono con la CIA per rovesciare il governo brasiliano eletto democraticamente di Joao Goulart. Oggi sono Exxon-Mobil e la sua dirigenza nell’amministrazione Trump, Tillerson, a fare gli straordinari interpretando i ruoli di ITT e Geneen nel tentativo di rovesciare Maduro in Venezuela; processare con accuse inventate Luiz Inácio Lula da Silva e Cristina Fernandez de Kirchner, ex e possibili futuri presidenti di Brasile e Argentina rispettivamente; e far tornare la “diplomazia delle cannoniere” degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale. In una conferenza stampa a Città del Messico, il ministro degli Esteri messicano Luis Videgaray respinse l’idea di Tillerson del colpo di Stato militare in Venezuela per estromettere il governo di Maduro. Alla conferenza era presente la ministra degli Esteri canadesi Chrystia Freeland, nemica dichiarata di Venezuela e Russia.
Tillerson ha un odio viscerale per il Venezuela che trascende Maduro e Chavez. Nel 1976, l’anno dopo che Tillerson iniziò a lavorare per Exxon, il presidente venezuelano Carlos Andres Perez nazionalizzò l’industria petrolifera venezuelana. Tra le attività nazionalizzate c’erano le partecipazioni di Exxon. Chavez rinazionalizzò i beni di Exxon-Mobil nel 2007, durante il regno di Tillerson. Exxon-Mobil e Tillerson combatterono il Venezuela per un risarcimento da Caracas. Exxon-Mobil portò il caso all’arbitrato della Banca Mondiale e chiese al Venezuela di risarcire la società con 115 miliardi di dollari. La banca optò per un risarcimento di soli 1,6 miliardi, spennando Tillerson, che non ha mai dimenticato che il Venezuela ha vinto la battaglia per compensare Exxon-Mobil. Tillerson ora intende vendicarsi cercando di rovesciare il successore di Chavez, Maduro. Nel 2015, Exxon-Mobil avviò le operazioni petrolifere al largo delle coste della Guyana, a est del Venezuela, nel territorio conteso di Essequibo. Sebbene Venezuela e Guyana abbiano cercato un arbitrato internazionale sul caso, ciò non impedì a Tillerson, alla guida di Exxon-Mobil, di ordinare alle controllate in Guyana, Esso Exploration e Production Guyana Ltd., di continuare ad esplorare nella regione contesa. Per Tillerson e il suo capo, Trump, apparentemente gli accordi legali non valgono la carta su cui sono stampati. Mentre si trovava in Giamaica, Tillerson si aspettava che il Primo Ministro Andrew Holness acquistasse il 49 percento venezuelano della società giamaicana di raffinazione del petrolio, Petrojam. Tillerson vuole assoggettare le nazioni caraibiche che hanno accordi di cooperazione con l’industria petrolifera venezuelana attraverso l’alleanza PetroCaribe, per annullare tali accordi e conformarsi all’ordine esecutivo punitivo di Trump 13808, che estende le sanzioni “alla Russia” anche al Venezuela. Tillerson non vorrebbe altro che aumentare i profitti di Exxon-Mobil limitando gli accordi di PetroCaribe con nazioni come Haiti, Nicaragua, Giamaica, Guyana, Belize, Honduras, Bahamas, Suriname, St. Kitts-Nevis e St. Lucia, costringendole ad acquistare petrolio e benzina più costosi di Exxon-Mobil. Tillerson ha mostrato il vero volto dell’amministrazione Trump in America Latina. Non solo vuole deportare milioni di residenti senza documenti dagli Stati Uniti con un’operazione di massa che non si vede dalla Seconda Guerra Mondiale, ma vuole cambiare coi colpi di Stato governi non graditi a Trump in America Latina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’ARA San Juan aveva rilevato un sottomarino nucleare inglese. Governo e Marina l’avevano nascosto

Kontra Info, 30 gennaio 2018Il giornalista Andrés Kliphan ha rivelato una serie di documenti segreti della Marina argentina da cui emergono due conclusioni di principio: 1- Il sottomarino ARA San Juan aveva rilevato la presenza di un sottomarino nucleare inglese nelle vicinanze e 2- Il ministro della Difesa Oscar Aguad e la Marina argentina inviarono l’ARA San Juan pur sapendo che era in cattive condizioni e aveva bisogno di riparazioni. Questa informazione è completata da quella fornita dai parenti dei sommergibilisti che hanno denunciato che l’ARA San Juan era inseguito da forze inglesi e che le condizioni di navigabilità del battello non era tra le migliori. Lo stesso è stato recentemente affermato nei rapporti d’intelligence diffusi dai media specializzati in questioni militari russi.
Più di un mese fa, il 12 dicembre, Claudio Rodríguez, fratello di Hernán Rodríguez, macchinista del sottomarino ARA San Juan, aveva raccontato alcuni dettagli del viaggio che il battello scomparso stava facendo, in una intervista con Radio 10, e aveva riportato la stessa cosa: “A luglio furono inseguiti da un sottomarino inglese e che era nelle vicinanze. Questo è stato detto da molti parenti. Per un certo periodo fu seguito da un sottomarino nucleare inglese. Ora si scoprono le deficienze del sottomarino, tutti i problemi che aveva. Mio fratello era preoccupato, mi disse che 45 giorni erano molti. E i capi li inviarono lo stesso in missione. Era preoccupato. Noi (i parenti) scopriremo tutte ciò che sappiamo. Nel sottomarino c’era almeno una persona dell’intelligence navale. La donna dell’uomo ce ne ha parlato. Posso confermarlo. Ci fu detto che gli agenti dei servizi segreti erano per una questione di pesca illegale. È una bugia. Lungo la strada c’erano esercitazioni di guerra, nessuno lo sa. Le esercitazioni militari ci furono“.
Per ascoltare questa testimonianza qui:

Jesica Medina, sorella di un membro dell’equipaggio, aveva rivelato che “intorno al 3 novembre erano vicini alle Isole Falkland e che li cercavano un elicottero inglese e una nave cilena. Sentiamo che ci nascondono qualcosa“:

Ciò che viene esposto in questa occasione si aggiunge a molte domande: perché il governo e la Marina nascondono queste informazioni? Perché c’era personale dell’intelligence navale nel sottomarino? Che tipo di missione era quella dell’ARA San Juan (è ovvio che non si trattava di rintracciare le navi da pesca illegali, perché nel caso si viene accompagnati sempre da una nave di superficie e in questo caso il sottomarino era solo)? Perché l’ARA San Juan deviò dalla rotta più breve per la base? Perché fu perso tempo prezioso nei primi giorni dicendo che si trattava solo di un problema di comunicazione? Perché l’operazione di ricerca e salvataggio è stata interrotta dopo pochi giorni? Cosa sa Putin che ha permesso che la Russia sia l’unica potenza a rimanere nella zona? Cosa è andato a negoziare Macri con Putin il 23 gennaio, un paio di mesi dopo il fatto, quando non si era mai interessato a recarsi a Mosca?

Vediamo la nota di Klipham
Il 9 luglio 2017, alle 19:48, l’ARA San Juanrilevò con l’audio il suono di un possibile sottomarino nucleare“. L’approccio della presunta nave da guerra nel Regno Unito fu “verificato un’ora prima perché fu registrato dal segretario“. Per questo motivo, l’equipaggio che navigava dalla Base Navale di Mar del Plata il 1° luglio, alle 15:00, ricevette l’ordine di “ridurre il rumore al massimo” e procedere “per registrarlo“. I tre sonaristi con cui la nave argentina era in missione, l’ultima prima di quella tragica risultata con la scomparsa di 44 membri dell’equipaggio, “coincidevano nella classificazione” del sottomarino, cioè che si trattava di una nave “nucleare“. Le tre registrazioni dei rumori del sottomarino che li tormentava duravano “10, 6 e 2 minuti” e furono inviate alla Marina argentina. I dati fino ad oggi sono segreti. Non fu l’unico occultamento che la Marina fece durante le ore cruciali che precedettero la scomparsa dell’ARA San Juan. Attraverso un “messaggio navale” col timbro “SECRET”, datato 10 novembre 2016, cioè un anno e cinque giorni prima della scomparsa, l’ARA San Juan fu “limitato” a una “profondità” operativa di soli “100 metri“. C’era una ragione: a una profondità maggiore “non era garantita la tenuta“, specifica il documento. A causa delle rigide procedure di sicurezza, i sottomarini devono entrare in bacino di carenaggio per i test idraulici delle valvole e dei tubi dello scafo ogni 18 mesi ed eseguire verifiche e riparazioni che ne garantiscono la navigabilità e che non possono galleggiare mentre il sottomarino è in mare. L’ARA San Juan non lo fece da “sostanzialmente più dei 18 mesi previsti per prassi“, secondo i registri che Infobae ha visionato. È più del doppio dell’intervallo raccomandato dal costruttore del battello. Per questo motivo la “profondità operativa” fu limitata a 100 metri per garantire la navigabilità del sottomarino.
Il “messaggio navale” intitolato “Limiti dello stato operativo” dell’ARA San Juan fu firmato dal capitano Hector Anibal Alonso, Capo di Stato Maggiore del comando della forza sottomarina, e dal capitano Carlos Alberto Acuña, comandante della forza sottomarina, tra gli altri. A quel tempo, non era l’unico inconveniente del sottomarino ARA San Juan. “Dal quinto giorno di navigazione e al momento di avanzare alla fase 1 per iniziare l’esplorazione nell’area di pattuglia, il sistema di propulsione si spense, avviandosi solo al terzo tentativo“. Secondo il rapporto “CONFIDENTIAL” della Marina argentina datato 14 agosto 2017, i cui dettagli saranno pubblicati in diverse note, il guasto al sistema di propulsione del battello “rimase per tutta la navigazione”, cioè fino al 19 luglio, giorno in cui il sottomarino rientrò nella base del Mar del Plata. Il battello aveva navigato con un’altra serie di inconvenienti, tra cui la perdita di “50 litri di carburante al giorno“, che causò “la diminuzione dei livelli nei serbatoi del sistema idraulico“. Infobae ha anche potuto stabilire, attraverso una serie di documenti segreti, che prima di sparire l’ARA San Juan aveva a bordo “80 escape suit“, tutti fuori uso. Inoltre, delle 100 pastiglie che si dovevano trasportare per la produzione di ossigeno in caso di emergenza, ce n’erano solo 14.

Sfiducia sott’acqua
Quel 9 luglio 2017 non fu l’unica volta che l’ARA San Juan identificò un sottomarino nucleare nell’area che pattugliava per l’identificazione di pescherecci e imbarcazioni, principalmente di origine asiatica, che operano illegalmente nel mare argentino o nelle vicinanze della zona economica esclusiva dell’Argentina. Ciò è assicurato nella documentazione riservata detenuta dal giudice federale di Caleta Olivia Marta Yáñez. Nell’allegato 04, intitolato “Attività sottomarine, rapporto ARA San Juan“, è dettagliato che il 10 luglio, alle 03:45, fu rilevato un sottomarino nucleare che “ancora manovrava in contatto indicando una rapida variazione del sua segnale, ben marcato nel registro sonar“. La relazione, firmata dal capitano di fregata Pedro Martín Fernández, sottolinea anche che, come il giorno precedente, “si ebbe una registrazione (4 minuti)”, “alta”. La firma ha valore trascendentale. Fernandez era il comandante dell’ARA San Juan non solo in quella missione, ma anche a novembre, quando scomparve con i suoi 43 subordinati. Tucumano di 45 anni, il capitano di fregata aveva promesso alla madre 80enne che sarebbe stato il suo ultimo viaggio sul sottomarino scomparso. L’ARA San Juan aveva anche pattugliato un’area il cui interesse è condiviso da Argentina e Regno Unito, nonostante il fatto che i trattati di pace firmati da entrambi i Paesi a Madrid abbiano obbligato la Marina a informare il Regno Unito prima di iniziare una missione di questo tipo. Il sottomarino argentino ignorò questa preavviso, presumibilmente per ordine della direzione della Marina. Fonti navali dicono che non sia irragionevole che gli incontri tra l’ARA San Juan e il sottomarino nucleare inglese si siano ripetuti nell’ultima missione. Soprattutto se il battello inglese avesse registrato una nave straniera invadere ciò che considerava proprio territorio e col diritto di difendere. Infatti, perciò vi sono unità della Marina e dell’Aeronautica inglesi basati permanentemente nell’arcipelago. È logico che un sottomarino nucleare di quel Paese controlli ciò che gli inglesi considerano area protetta interna ed esterna (al confine con le isole Malvinas) in cui concedono permessi di pesca, principale reddito economico degli abitanti delle isole. I giornali inglesi avevano già riferito che la Marina di quel Paese aveva inviato sottomarini nucleari alle Malvinas, anche se Londra lo nega sempre.
E’ possibile che l’ARA San Juan, con i suoi 44 membri d’equipaggio, sia affondato il 15 novembre scorso cercando di eludere un sottomarino nucleare entro la profondità operativa di progetto ma oltre il limite dei 100 metri stabilito per mancata manutenzione nel bacino di carenaggio e che valvole e tubazioni non abbiano resistito? È una delle ipotesi investigate dalla giustizia.Fonte: Andrés Kliphan su Infobae

Traduzione di Alessandro Lattanzio