Russia e America Latina: prospettive promettenti nella cooperazione militare

Alex Gorka, SCF 08.12.2017L’America Latina rappresentava solo il 4,6% delle vendite di armi russe all’estero nel 2000-2016, con Venezuela e Nicaragua maggiori acquirenti. La Russia fa passi da gigante per espandere la propria quota di vendite sul mercato delle armi latinoamericano. Le sanzioni imposte da Stati Uniti ed UE hanno sospinto i contatti economici della Russia con le altre economie mondiali. L’America Latina sembra presentare proprio questa opportunità. Mosca vanta una forte presenza diplomatica, specialmente in Paesi come Brasile, Venezuela, Colombia, Argentina, Messico, Cile e Cuba. Con 300 milioni di persone e un PIL complessivo di oltre 1 trilione di dollari, il MERCOSUR è l’enorme mercato comune dei Paesi sudamericani comprendente la maggior parte degli Stati del continente. Vladimir Putin ha incontrato il Presidente della Bolivia Evo Morales a margine del terzo vertice del Forum dei Paesi esportatori del gas (20-24 novembre). “C’è interesse nei settori dell’energia, dell’ingegneria e dell’alta tecnologia. Siamo pronti a collaborare anche nella cooperazione tecnologica militare”, affermava l’omologo boliviano. Il colosso russo dell’energia Gazprom opera in Bolivia, iniziando la produzione nel giacimento Incahuasi nel 2016 e prevedendo d’iniziare la perforazione nel blocco Azero per il 2018. Gazprom è interessato alla perforazione a La Ceiba, Vitiacua e Madidi. All’inizio di quest’anno, Rosneft avviò l’esplorazione petrolifera nella regione amazzonica del Brasile, dopo aver acquistato una partecipazione per la perforazione di pozzi nel bacino del Solimoes. La Bolivia è anche terreno fertile per le esportazioni di armi made in Russia. Il comandante dell’Aeronautica boliviana ha raccomandato che La Paz acquisisca l’aereo da attacco leggero russo Jakovlev Jak-130 Mitten per sostituire i Lockheed T-33 in servizio. L’Esercito boliviano ha un requisito per nuovi mezzi corazzati e veicoli da combattimento per i quali considera equipaggiamento russo. I due Paesi hanno firmato un accordo di cooperazione per la difesa ad agosto, primo passo della Russia per maggiori trasferimenti di armi in Bolivia. Questa è una parte di un quadro molto più ampio.
Il 6 dicembre, Nikolaj Patrushev, Segretario del Consiglio di Sicurezza russo, concluse il viaggio in America Latina che lo portò in Brasile e Argentina. La cooperazione bilaterale nel campo della sicurezza nazionale e tra forze dell’ordine e agenzie d’intelligence era in cima all’agenda. La delegazione russa includeva il capo del Servizio federale per la cooperazione tecnico-militare. C’era una buona ragione per cui vi facesse parte. Il continente rappresentava solo il 4,6% delle vendite di armi russe all’estero nel periodo 2000-2016, con Venezuela e Nicaragua maggiori acquirenti. La Russia fa passi da gigante per espandere la quota di vendite nel mercato delle armi latinoamericano. Quest’anno partecipava a quattro mostre per la difesa. “La Russia presta grande attenzione al rafforzamento delle posizioni sul mercato delle armi nei Paesi dell’America Latina“, ha detto Aleksandr Denisov, capo del Dipartimento attività di marketing dell’esportatore di armi russo Rosoboronexport alla fiera Expodefensa 2017 di Bogotà (Colombia), del 4-6 dicembre. Lo stand di Rosoboronexport presentava oltre 250 sistemi d’arma ed equipaggiamenti militari. L’aereo da combattimento Jak-130, i caccia multiruolo super-manovrabili Su-35 e Su-30MK, il caccia multiruolo di prima linea MiG-29M, gli elicotteri da combattimento Mi-28NE, Ka-52, Mi-35M e l’elicottero da trasporto pesante Mi-26T2, il sistema antiaereo Pantsir-S1 e il sistema di difesa aerea a lungo raggio Antej-2500 erano i sistemi d’arma più promettenti che la Russia offriva agli acquirenti dell’America Latina. I potenziali clienti latinoamericani sono tradizionalmente attratti dai sistemi di difesa aerea della Russia, in particolare dal sistema missilistico/d’artiglieria di difesa aerea Pantsir-S1, dai sistemi Tor-M2KM e Buk-M2E e dai portatili Igla-S. Gli elicotteri Mi-17, Mi-26T2 e Ansat sono al centro dell’attenzione pubblica. Le corvette Proekt 20382 Tigr, le motovedette Proekt 14310 Mirazh e i sottomarini diesel-elettrici Proekt 636 attirano l’attenzione degli ufficiali di vari Paesi del continente. Armi ed equipaggiamenti militari delle forze di terra russe, utilizzate anche dalle unità speciali anticrimine, antiterrorismo e antinarcotici sembrano molto richieste. Russia e Argentina sono in trattativa per l’acquisizione di caccia MiG-29. Il Brasile è interessato all’acquisto del sistema di difesa aerea missilistica e d’artiglieria Pantsir-S1 e altri SAM portatili Igla-S, già venduti al Paese. Colombia, Perù, Venezuela, Uruguay e Argentina hanno espresso interesse per caccia come il Sukhoj Su-30 attualmente operativo in Siria. Le consegne di armi russe alla Colombia hanno raggiunto i 500 milioni di dollari in oltre 20 anni. L’esercito colombiano ha oltre 20 elicotteri da trasporto Mi-17 russi.
Rosoboronexport, l’agenzia responsabile della vendita di armi all’estero attualmente partecipa ad alcune gare in Argentina, Brasile, Colombia, Messico e Perù sia per armamenti di terra che aerei. Mosca è pronta a creare impianti di produzione autorizzati per fabbricare armi e attrezzature militari di progettazione russa nei Paesi dell’America Latina. È anche pronta a partecipare alla progettazione congiunta e costruzione di navi per le flotte latinoamericane. A fine novembre, la Russia aderiva alle operazioni internazionali per salvare l’equipaggio del sottomarino argentino San Juan, schierando un dispositivo telecomandato marittimo. Un aeromobile russo Antonov inviò il Pantera Plus, un sommergibile senza equipaggio in grado di scansionare col sonar fino 1000 metri di profondità, effettuando le ricerche insieme alla nave da ricerca scientifica Jantar. Ordinata nel 2015, la Jantar può fungere da nave madre per i minisommergibili classe Konsul che raggiungono la profondità di 6000 metri e sono anche dotati di manipolatori e altri dispositivi per operazioni subacquee complesse. La nave stessa ha rilevatori avanzati per determinare la posizione precisa del sottomarino. Questo è un buon esempio di cooperazione militare con uno Stato latino-americano. Le attrezzature di ricerca e soccorso subacquee della Russia viste in Argentina possono interessare qualsiasi Paese dotato di sottomarini. Con l’America Latina non più cortile degli Stati Uniti, le prospettive di una cooperazione in tutti i settori, compreso quello militare, sono promettenti e c’è interesse da entrambe le parti a spronare il processo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – AuroraSito

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ARA San Juan. I dati tecnici puntano sull’ipotesi del siluro

ARA San Juan. Il sottomarino argentino ha subito un’esplosione di oltre 100 chili di tritolo
Pajaro RojoL’esplosione registrata nell’area del sottomarino San Juan era più forte di 100 chili di esplosivo, secondo la Marina argentina. La Marina argentina aveva condotto test nell’oceano per verificare il tipo di suono lasciato dall’esplosione effettuando detonazioni di TNT sott’acqua. In questo senso, gli specialisti hanno simulato l’incidente facendo detonare 100 chili di esplosivo a una profondità di 40 metri “per confrontarne il suono con quello rilevato nella stessa area di ricerca“, riportava il notiziario Todo Noticias. “Si è constatato che l’area dell’incidente era quella, ma che il rumore era maggiore quando fu colto“, secondo l’Organizzazione del Comprehensive Nuclear Test Ban Treaty (OTPCEN). Secondo quanto confermato il 23 novembre dalla Marina argentina, fu rilevata un’esplosione circa tre ore dopo l’ultima comunicazione del sottomarino, “30 miglia a nord di dove si trovava al momento del contjatto e sulla stessa rotta per la Plata” che il sottomarino doveva seguire. Nel frattempo, il ministro della Difesa argentino Óscar Aguad indicava la possibilità che le operazioni di ricerca cessino dopo aver confermato che i 44 membri dell’equipaggio del sottomarino ARA San Juan, scomparso il 15 novembre nell’Oceano Atlantico, sono morti. A questo proposito, spiegava che l’Argentina non può continuare a cercare i sopravvissuti della tragedia, poiché fa parte dell’accordo internazionale di “ricerca e salvataggio” che inizia quando vi sono dispersi in mare e finisce quando vengono salvati oppure si verifica che “non ci sono sopravvissuti”. Tuttavia, la Marina argentina riferiva che la ricerca del sottomarino continua.

ARA San Juan. I dati tecnici puntano sull’ipotesi del siluro
Esteban Mcallister, Pajaro Rojo, 06/12/2017Ragiono sui dati forniti dai media sulle dimensioni dell’esplosione (o erano due?) registrate sull’ARA San Juan. La Marina argentina s’incaricò di testare 100 kg di TNT a una profondità di 40 metri, in modo che il sensore che catturò la presunta esplosione nel sottomarino potesse confrontarlo con questa. Il risultato è che la presunta (prima) esplosione nel sottomarino ammontava a più di 100 chili di tritolo. Il Trinitrotoluene (TNT) misura, secondo le convenzioni internazionali, delle esplosioni. Come il metro per le distanze. L’ARA General Belgrano fu affondato dal sottomarino nucleare HMS Conqueror con due siluri dalle testate con esplosivi equivalenti a 230 chili di TNT ciascuna. Il sottomarino San Juan disponeva di 960 batterie, metà a prua e metà a poppa; ciascuno di questi conglomerati è a sua volta diviso in quattro compartimenti stagni, otto in totale, ciascuno con 120 batterie. Già nella prima guerra mondiale, i sommergibili avevano un motore alternativo che muovendo una dinamo caricava le batterie. Sotto il mare navigavano con un motore elettrico. Lo snorkel cominciò ad essere usato dagli U-Boote, i sommergibili tedeschi della Seconda Guerra, per espellere i gas di combustione dei motori diesel ed immettere ossigeno per la combustione e rinnovare l’aria all’interno. A causa dello snorkel, entrava sempre acqua accidentalmente, dato che il tubo in emersione subiva il movimento delle onde, ma vi si era preparati. Perché i sottomarini usano motori elettrici in immersione quando sono in pericolo? Fondamentalmente, perché fanno poco rumore. I sottomarini vengono rilevati con microfoni sommergibili (sensori passivi) o sonar (sensori attivu). Un sonar invia un impulso sonoro che rimbalza contro le superfici metalliche e un microfono cattura l’intensità dell’eco, il rimbalzo… Solo i motori alternativi sono utilizzati quando non ci sono rischi. I sottomarini nucleari hanno un reattore per generare elettricità e caricare le batterie, e possono anche navigare coi motori elettrici. I sottomarini hanno sempre avuto problemi con le batterie, inoltre le batterie dei sommergibili della seconda guerra mondiale usavano liquidi, come le vecchie batterie delle auto, inclini a fuoriuscite di acido, cortocircuiti e incendi. Quelli attuali non usano liquidi, quindi sono sicuri. Qualsiasi batteria che va in cortocircuito può fondere o esplodere (si prenda una batteria AA a lunga durata o ricaricabile, e se va in cortocircuito, in 10 secondi emetterà calore). Chi progetta sottomarini prevede tali incidenti, inclusa l’esplosione di uno o più batterie. Quant’è l’esplosione di una batteria per sottomarino? Si ricordi che per ogni esplosione c’è un sistema di misurazione basato sul TNT. Potrebbe una o più batterie dell’ARA San Juan produrre un’esplosione superiore a 100 kg di TNT? Non credo. Quale elemento nel sottomarino potrebbe esplodere con più intensità di 100 kg di TNT? Non lo trovo. Qualcuno dirà: un siluro. Ma oltre a dire che l’ARA San Juan non portava siluri, questi sono progettati per evitare di esplodere all’interno del sottomarino, quindi vengono attivati per esplodere quando già solcano le acque verso il bersaglio. I siluri che affondarono l’ARA Belgrano andavano a 65 chilometri all’ora e potevano essere sparati da una distanza di 24 chilometri, quindi potevano essere attivati a metà strada. C’è qualche elemento esterno all’ARA San Juan che potrebbe aver prodotto un’esplosione superiore a 100 chili di tritolo? Solo un siluro come quelli che affondarono l’ARA Belgrano. Tutti gli attuali siluri inglesi hanno una potenza esplosiva di oltre 150 chili di tritolo, tranne uno progettato per essere lanciato dai velivoli antisommergibile. Posso sbagliarmi? Sì. Ma solo se qualche tecnico delle batterie può spiegare a quanti chili di TNT equivale l’esplosione congiunta delle 960 batterie dell’ARA San Juan. Riuscirebbe a superare l’esplosione di 100 chili di tritolo? Questa è la domanda.

Iridium ha confermato che il telefono satellitare del sottomarino non è attivo dal 15 novembre, sollevando dubbi sulle informazioni ufficiali
el Disenso 20 novembre 2017

La società di comunicazioni satellitari statunitense Iridium smentiva la dichiarazione del ministero della Difesa e del ministro Aguad, confermando che il telefono satellitare che si trova a bordo dell’ARA San Juan fece l’ultima chiamata il 15 novembre alle 11:36 GMT (8:36 ora argentina). El Disenso indica come questi dati sollevino nuovi dubbi sulle informazioni fornite ufficialmente secondo cui l’ultima comunicazione ricevuta dal sottomarino fu alle 7:30 del 15 novembre. Iridium veniva contattata la mattina del 17 novembre per avere informazioni sul dispositivo dell’azienda segnalato a bordo del sottomarino. La società confermava la natura del dispositivo Iridium e il servizio fu identificato, raccogliendo informazioni su posizione e attività dello stesso. “Sfortunatamente, il nostro sistema d’informazione non mostra alcun tentativo di comunicazione o comunicazione da quel dispositivo dal 15 novembre, alle 11:36 GMT, quando fu fatta l’ultima chiamata“. Questa informazione crea nuovi dubbi sulla versione ufficiale che indica l’ultimo contatto del sottomarino ARA San Juan alle 7:30 dello stesso giorno. Con chi aveva comunicato alle 11:36 GMT? (Secondo il nostro GMT-3 l’ultima chiamata fu effettuata alle 8:36) Rispetto alle chiamate via satellite del 16 novembre, il comunicato stampa Iridium, ignorato dalla stampa egemone argentina, indica che “Iridium può confermare che queste chiamate non sono collegate al nostro sistema” anche se aggiunge che “è possibile che un’altra società di comunicazioni satellitare disponga di attrezzature a bordo del sottomarino“. Iridium, compagnia satellitare nordamericana che gestisce le comunicazioni via telefono delle nostre forze di sicurezza, consegnava i dati di geolocalizzazione delle apparecchiature a bordo al Centro di coordinamento dei soccorsi e continua a monitorarne i sistemi nel caso nuove informazioni siano apportate all’operazione di ricerca e salvataggio.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’ultima vittoria di Muammar Gheddafi

Oriental Review 09/03/2011Il 6 marzo 2011 era chiaro che il regime libico aveva soppresso la rivolta interna e sospeso il caos nel mondo arabo. Una missione clandestina di un diplomatico inglese protetto da 8 ufficiali delle SAS nella base orientale dell’opposizione libica si concluse con la loro detenzione e “interrogatorio” da parte dei capi ribelli. L’articolo del Sunday Times fu la “bandiera bianca” issata dagli organizzatori delle proteste in Medio Oriente e Nord Africa del 2010-2011. Fin dall’inizio la catena di eventi in Libia ebbe una svolta inaspettata per le élite globali. Muammar Gheddafi si rifiutò di abbandonare Tripoli e, insieme alla famiglia e al clan, mantenne i contatti coi libici attraverso la TV nazionale e regolari apparizioni pubbliche. Nell’impressionante discorso del 22 febbraio 2011, ripristinò il sostegno pubblico ed incoraggiò i libici a resistere alla rivolta. Da allora i media mainstream internazionali diffusero bugie inaudite sugli eventi in Libia. Si sentì parlare di “mercenari stranieri che uccidono civili”, “attacchi aerei sui dimostranti”, “bombardamenti delle posizioni ribelli”, “grandi proteste contro Gheddafi a Tripoli”, “migliaia di rifugiati libici” e tanti altri annunci che, come risultò, non avevano nulla a che fare con la realtà. Le fonti interne libiche, ad esempio del Centro di San Pietroburgo per il Medio Oriente moderno, descrivevano una realtà piuttosto diversa. Non c’erano proteste a Tripoli e dintorni. Pochi gruppi di emarginati operavano ad al-Zawiya (sobborgo occidentale di Tripoli) e al centro (l’incendio doloso della Sala del Popolo la notte del 21 febbraio è apparentemente l’atto più noto) furono prontamente neutralizzati dalla polizia municipale. Gli “attacchi aerei” dell’Aeronautica libica prendevano di mira depositi di munizioni nelle vicinanze di Bengasi, quando la minaccia che venissero catturati dai separatisti orientali era ancora alta. La questione dei “mercenari stranieri che proteggevano Gheddafi”, è apparentemente la più interessante. È chiaro che qualsiasi mercenario combatte per soldi. Quindi nel conflitto in cui sono coinvolti gli interessi delle mafie petrolifere internazionali, i mercenari sono la forza meno affidabile. Avrebbero tradito Gheddafi ben prima. Quindi Gheddafi è un uomo intelligente e ne è perfettamente consapevole. Non poteva arruolarli. Ma supponiamo che la loro presenza in Libia fosse un fatto provato. Potevano essere “gentilmente” proposti a Gheddafi dai vicini “simpatizzanti” africani? Si, perché no. Qual era la loro missione? Dovevano avere l’ordine dai loro veri padroni di essere spietati e feroci contro i “manifestanti” locali il più possibile per intensificare il conflitto. Non c’è da stupirsi che dopo i primi scontri con la loro partecipazione e annunci nel mondo dei media, i mercenari siano “scomparsi”. Certamente avremo modo di conoscere dettagli sorprendenti sulle operazioni militari dell’esercito libico contro i mercenari “alleati” di fine febbraio 2011. Guardando la CNN riportare la “guerra civile” in Libia va capito che ciò significa che le forze governative localizzavano ed eliminavano questi “alleati”.
Ora, perché tale scenario rischioso? Perché il regime di Gheddafi era il più stabile in Medio Oriente. Si noti che tutti i “dittatori arabi” andati al potere col sostegno degli Stati Uniti negli anni ’80 furono facilmente eliminati nel gennaio-febbraio 2011, prontamente “caduti in coma”. Non avevano l’autorità morale per combattere per un potere ottenuto illegittimamente. Qual era la componente chiave di tale illegittimità? Quando aspirarono al potere, si allearono segretamente con una nazione straniera che li sostenne completamente. Da allora non sono leader sovrani. Questo è il motivo per cui non possono sconfiggere la rivoluzione. Non possono dire la verità al popolo e alla comunità internazionale, perché iniziare a dire la verità significa dirla TUTTA. E TUTTA la verità include le circostanze della loro ascesa al potere… Ma c’è una soluzione per tale situazione di “stallo”. Se un leader politico riconosce i vergognosi rapporti clandestini con una potenza straniera, non sarà mai condannato ma PERDONATO e sostenuto dal popolo. Dopo di che lealtà e professionalità delle guardie del corpo impediranno che il futuro politico sia il caos. Le alternative sono la forca di Sadam, i letti da moribondi di Mubaraq e Ben Ali.
Torniamo alle “rivoluzioni popolari in Medio Oriente”. Vediamo che per avere successo c’era disperatamente bisogno di “masse infuriate”. Quindi qualcuno doveva infuriarle. Come in Iran nel giugno 2009? Cecchini sconosciuti uccisero astanti a Teheran durante le proteste (i dettagli sono nell’articolo “Cosa decidono i Bilderberger dell’Iran“). Cosa successe in Egitto nel gennaio 2011? Ancora una volta cecchini sconosciuti spararono alla folla dal tetto dell’edificio del Ministero degli Interni di Cairo. Si noti che in entrambi i casi fu fatto di tutto per convincere il pubblico che i perpetratori fossero le forze governative. Ma dov’era la prova? C’è qualche logica nei servizi di sicurezza che uccidono dimostranti per provocarli a commettere atti violenti? Al contrario, la loro missione è disperdere pacificamente la folla, identificare e arrestare le “teste calde” tra i manifestanti ed evitare vittime! Allora, chi sparava dal tetto del Ministero degli Interni egiziano? Non lo sappiamo ancora. Ma chi fece lo stesso in Tunisia durante l’agitazione pubblica fu catturato e mostrato da RT. Si guardi il seguente video:

Credete che costoro dai passaporti svedesi e inlgesi cacciassero davvero cinghiali per le strade di Tunisi?
Ora possiamo fare alcune conclusioni. Innanzitutto, non c’era nulla di spontaneo nell’ondata delle rivoluzioni del Nord Africa e Medio Oriente del 2011. I disordini popolari in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, ecc. furono accuratamente preparati, organizzati, finanziati e sostenuti dai media internazionali. Abbastanza sorprendentemente, al-Jazeera svolse un ruolo fondamentale nel sostenere i conflitti nelle società arabe diffondendo disinformazione e silenziando le voci della verità e sobrie. In secondo luogo, chi architettò tali insurrezioni, generalmente fallì. Non c’è dubbio che l’idea era organizzare caos e guerre civili nel mondo arabo, provocare imbarazzo nelle élite nazionali, imporre l’opposizione radicale anti-progressista al potere nei Paesi chiave della regione. Poi si aspettavano che, a tempo debito, standard sociali degradati e cattiva gestione del governo catalizzata dalla propaganda dei media internazionali creassero le condizioni per imporre il controllo estero su questi Stati islamici. La Libia con le sue ricche riserve naturali era il premio più ambito. Ma con Muammar Gheddafi ancora al potere che riacquistava sostegno pubblico e si sbarazzava dei rami “secchi” tra gli alti funzionari, gli attori globali soffrivano molto mentre il fantasma del presidente Bush Jr. si profila di nuovo al largo delle coste libiche. Apparentemente le élite non ebbero altra scelta che attivare le super-portaerei statunitensi. Messi all’angolo e sotto la pressione schiacciante della piramide del dollaro. Terzo e più importante, questi eventi rivelavano il legame occulto tra “islamisti” ed élite globali. Muammar Gheddafi combattendo gli islamisti di al-Qaida e allo stesso tempo sostituendo solennemente bin Ladin come incarnazione del “Male assoluto” nei media tradizionali, fu un cambiamento notevole. I radicali dovevano essere la nuova generazione di leader arabi. Non avrebbero portato prosperità o giustizia nelle loro società. La loro missione era stringere saldamente la pentola a pressione del mondo musulmano con regole e retorica pseudo-islamiche. Una volta esplosa, l’energia di milioni di giovani fanatici ignoranti che si diffondono nel mondo avrebbe aperto la strada allo scaltro Gran Pacificatore. I semi di tale misteriosa simbiosi furono piantati dall’intelligence inglese nel XIX secolo. Per esempio, se si segue la storia del fondatore della Fratellanza musulmana Hasan al-Bana, si vedrà che il “controllore generale” inglese in Egitto dal 1878 era Evelyn Baring, rampollo di una vecchia dinastia di banchieri che nominò lo sceicco Muhamad Abduh Gran Mufti d’Egitto. Non ne va sottovalutata l’importanza. Il Gran Mufti d’Egitto del tempo era la massima autorità spirituale nel mondo musulmano. Perché lo sceicco Abduh, noto salafita, fu scelto dal residente inglese? Perché lo scenario della falsa guida del mondo islamico delle élite globali era già stato scritto. Volevano che i musulmani fossero carne da cannone per imporre il loro dominio. Dovevano corrompere la fede islamica, sostituirla con un surrogato pseudo-islamico. Ecco perché Evelyn Baring scrisse dei salafiti: “Sono gli alleati naturali del riformatore europeo” (Goodgame, Peter. La Fratellanza Musulmana: l’arma segreta dei globalisti). A quel tempo Sheikh Adbuh divenne murshid (insegnante) di Muhamad al-Bana, padre di Hasan…
Quindi entriamo in tempi molto interessanti, forse decisivi. Muammar Gheddafi ha vinto la sua ultima battaglia nonostante vigore e pressione insolente da ogni parte. Ci saranno nuovi Gheddafi nati da madri musulmane che resisteranno al nuovo ordine mondiale? Speriamo e preghiamo di sì.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Honduras di nuovo in bilico

Dennis J. Bernstein, Consortium News 2 dicembre 2017Il futuro dell’Honduras è in bilico mentre il conteggio delle elezioni presidenziali si prolunga. Lo sfidante, Salvador Nasralla, ex-giornalista sportivo alla testa di un’alleanza progressista di sinistra, inizialmente prevaleva sul presidente in carica Juan Orlando Hernández, ma questo è cambiato tra accuse di manipolazione delle schede ed imposizione di un coprifuoco militare per impedire le proteste. La vittoria di Nasralla rappresenterebbe il generale rigetto del pugno di ferro di Hernández. Dana Frank, professore di storia all’Università della California di Santa Cruz, dichiarava: “Le elezioni in Honduras, in particolare la candidatura criminale del presidente Juan Orlando Hernández in violazione della Costituzione dell’Honduras, continuano a sottolineare il totale sfregio dello stato di diritto in Honduras dal colpo di Stato del 2009, con la benedizione del governo degli Stati Uniti che continua a celebrare un regime completamente segnato da corruzione e malvagia repressione delle libertà civili di base. I rapporti del governo dell’Honduras che affermano che il tasso di criminalità è in calo o che la polizia è stata ripulita non ingannano nessuno per un minuto”.
Ho parlato con l’assistente la Professoressa Suyapa Portillo del Pitzer College, il 27 novembre. Portillo e i suoi studenti erano osservatori internazionali a San Pedro Sula in Honduras e hanno visitato oltre 13 centri elettorali nei settori più marginali della città.

Dennis Bernstein: Potrebbe semplicemente ricordarci chi sono i candidati alle ultime elezioni in Honduras? Sembra che ci sia una grande differenza tra loro.
Suyapa Portillo: I candidati sono Salvador Nasralla, in corsa per l’Alleanza dell’Opposizione, e Juan Orlando Hernández, l’attuale presidente. In realtà è illegale per Hernández candidarsi alla rielezione in Honduras. Dopo il colpo di Stato, il sistema bipartito fu distrutto e c’erano in realtà dieci partiti presenti nel nord dove ero osservatore. È stata una gara molto accesa ma il collegio elettorale riferì alle 01.40 che circa il 45% dell’elettorato aveva votato per Nasralla e il 40% per Hernández. Ma poiché l’attuale presidente controlla l’intero sistema, compreso il collegio elettorale, non ammette l’elezione di Nasralla, che sarebbe ovvia a questo punto. Non è ancora chiaro se Hernández rispetterà la costituzione.

Dennis Bernstein: Parli delle forti differenze tra i candidati. Abbiamo sentito molto parlare delle violenze in Honduras dal colpo di Stato sostenuto dal governo degli Stati Uniti.
Suyapa Portillo: L’alleanza nazionale è al potere dal colpo di Stato del 2009. Da allora, il tasso di criminalità è aumentato in misura estrema. Oltre 200 attivisti ambientalisti sono stati uccisi come molti attivisti LGBT. Giornalisti e difensori dei diritti umani sono minacciati se si battono contro il governo. Molti dei miglioramenti in Honduras dopo gli accordi di pace degli anni ’80 sono stati respinti dall’Alleanza Nazionale. La gente in Honduras considera Hernández un dittatore. Anche se afferma che la criminalità è stata ridotta, ciò che è realmente accaduto è che viene meno segnalata. Il fratello di Hernández è una delle figure di alto profilo collegate al narcotraffico.

Dennis Bernstein: Sappiamo che il governo degli Stati Uniti, guidato da Hillary Clinton (segretaria di Stato) sostenne il colpo di Stato che allontanò l’ex-presidente Zelaya nel 2009. Clinton se ne vantava nella prima edizione della sua autobiografia.
Suyapa Portillo: In Honduras hanno il sopravvento narcotrafficanti e bande. I livelli di violenza sono alle stelle. Assistiamo ad attacchi a difensori dei diritti umani, sindacalisti, femministe. L’Honduras merita una diversa forma di governo. Quando Hillary Clinton si vantava del colpo di Stato e l’amministrazione Obama si rifiutò di chiamarlo tale, avviarono questi omicidi.

Dennis Bernstein: E’ stata un’elezione importante? Le persone volevano davvero uscire e votare? Si rischia quando si vota in Honduras, in particolare se sei un attivista di base, un insegnante, ecc.
Suyapa Portillo: Il Paese è militarizzato, in particolare i centri della città. Abbiamo visitato tredici centri elettorali a San Pedro Sula, in alcune delle zone più marginate della città, dove la gente si aspettava la maggior parte delle violenze. C’era molta energia ed entusiasmo nonostante la militarizzazione. Il popolo ha votato presto, è tornato a casa e poi è tornato per il conteggio dei voti. Questa partecipazione della cittadinanza è nuova, emerge dal colpo di Stato. Ogni urna aveva il suo conteggio. Abbiamo notato alcune discrepanze: le persone si sono presentate per sapere che avevano già votato o venivano a votare scoprendo che le loro schede non erano disponibili. Abbiamo visto molta tensione tra il personale elettorale e il collegio elettorale controllato dal governo e i cittadini. Alcuni quartieri che abbiamo visitato sono controllati da bande, ma la gente usciva comunque. In quasi tutti i tredici centri elettorali visitati, Nasralla era chiaramente in vantaggio.

Dennis Bernstein: Come spiega questo entusiasmo? Ha parlato delle violenze nel Paese dopo il colpo di Stato. Ma parliamo di alcune lotte di base che hanno spinto la gente a votare numerosa.
Suyapa Portillo: Il 2014 ha visto la formazione della polizia militare, un organismo che non esisteva dagli anni Ottanta. Questo porta le armi militari nei centri urbani. Quando Hernández salì al potere, diede 300 concessioni minerarie ad élite locali e compagnie straniere e il popolo capiva che consegnava il Paese. Queste concessioni entrarono in conflitto diretto con le comunità indigene. S’iniziò a vedere un numero incredibile di omicidi di difensori dei diritti umani e dei diritti della terra.

Dennis Bernstein: Alcuni ritengono che stia cercando di trasformare il Paese in una zona di libero scambio.
Suyapa Portillo: La visione del partito nazionalista è solo arricchirsi ai danni del popolo. Non ci sono aumenti dei salari minimi, non c’è via d’uscita per le persone. Infatti, nel 2014 vedemmo l’esodo di minori non accompagnati. Non c’è davvero futuro per i giovani in Honduras. È impossibile accedere all’istruzione senza soldi. La polizia militare attaccava gli universitari che si organizzavano per la riforma. Ed Hernández ha dato potere a tutta la sua famiglia. Tutti i ministri sono suoi fratelli, sorelle, cugini, il che è non accade dagli anni ’80. Soprattutto, non ci sono posti di lavoro. L’economia non cresce.

Dennis Bernstein: Il governo degli Stati Uniti sa del traffico in Honduras perché gli Stati Uniti sono ampiamente presenti. Quindi non c’è nulla che gli sia segreto.
Suyapa Portillo: Gli Stati Uniti sanno che c’è impunità, non ci sarà mai alcuna indagine sui diritti umani. Spesso, i querelanti vengono uccisi o cedono prima che i casi vengano risolti. Ricordi che l’Honduras era sotto il dominio dei militari dal 1963 al 1980. Per la maggior parte degli honduregni questa è storia recente e non vuole tornarvi. I giovani vogliono un presidente che li rappresenti sulle questioni che gli stanno a cuore. Libre e Nuova Alleanza hanno una proposta che ha senso per loro. Gli attivisti che abbiamo visto erano notevolmente giovani.

Dennis Bernstein: Questa disastrosa politica avviata da Obama e Clinton e intensificata con Trump ha portato a un’ondata emigratoria. È una specie di cinica politica perché vi sono vari politici negli Stati Uniti che dicono alle madri in Honduras e El Salvador quanto sia pericoloso mandare i figli a nord e tuttavia creiamo circostanze per sofferenza estrema e poche scelte.
Suyapa Portillo: Se le persone non riescono a sbarcare il lunario, emigreranno. Dobbiamo anche ricordare la storia delle società in Honduras. United Fruit Company e Dole erano solite fornire posti di lavoro sulla costa settentrionale e poi quando gli uragani colpivano le fabbriche venivano chiuse e i sindacati dispersi. Adesso entrano nuove società non sindacalizzate e sfruttatrici, che istigano le persone ad andarsene. Lungo la costa settentrionale, quasi ogni famiglia ha qualcuno che vive negli Stati Uniti. Il governo deve avere un piano per affrontare l’immigrazione. Che tipo di politiche farà chi vuole rimanere piuttosto che rischiare un viaggio molto pericoloso attraverso il Messico?Dennis J Bernstein ospita “Flashpoints” sulla rete radio Pacifica ed autore di Special Ed: Voices from a Hidden Classroom.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

ARA San juan. L’ipotesi delle due esplosioni

ARA San Juan Stava andando a tutta velocità verso nord-est quando è esplosa
Juan José Salinas Pajaro Rojo 25/11/2017Numerosi dati sostengono l’ipotesi formulata da Gabriel Fernández e Julio Fernández Baraibar (vedi qui e qui) sulle informazioni emerse dalla Marina, senza quindi scoraggiare le formulazioni di Leonardo del Grosso (vedi qui, qui e qui). Secondo Fernandez, ricordiamo, l’ARA San Juan avrebbe compiuto una missione segreta nelle acque vicino le isole Malvinas, nella zona di esclusione decretata unilateralmente dal Regno Unito, venendo quindi silurato o colpito da un missile. Secondo Grosso la Marina, su richiesta della Presidenza, si passava sotto silenzio, per la mancata autorizzazione dal Congresso (in effetti, della Camera dei Deputati, avendola il Senato approvata) alle manovre congiunte con la Marina degli Stati Uniti, chiamate Cormorán adempiendovi ugualmente (presumibilmente col consenso dell’esecutivo) e che l’affondamento sia un “incidente” nel corso delle stesse. Entrambe le ipotesi, non necessariamente antagoniste, sono considerate dal giudice federale incaricato ufficialmente dell’indagine, Marta Yañez, che ha confermato che la rotta dell’ARA San Juan è protetta dal “segreto di Stato”. Inoltre, nelle ultime ore è stato reso pubblico che nel presunto viaggio di routine a Ushuahia del sottomarino, fabbricato in Germania dalla Thyssen, vi erano oltre a diversi sommozzatori tattici (per cosa?) almeno (per cosa?) un ufficiale del Servizio d’intelligence navale (SIN). Secondo l’autore, nulla va escluso perché è chiaro che il capitale finanziario internazionale e i veri poteri dietro l’asse Washington-Londra (in particolare, dalla Brexit) vogliono escludere l’Argentina da ciò che concepiscono come grandi affari favolosi planetari come lo sfruttamento delle immense risorse naturali del continente antartico. Inoltre, per quanto si sappia, una piccola esplosione, seguita dall’implosione dello scafo del sottomarino per la pressione (come accadrebbe se navigava in profondità) non verrebbe rilevata dai sensori che controllano le esplosioni nucleari. Se è stato rilevato, è perché si trattava di un’esplosione considerevole, molto violenta, come riportato ufficialmente.
Tornando alle notizie: le più serie erano di Luis Tagliapietra, padre di uno degli sfortunati membri dell’equipaggio del San Juan, Alejandro, 27 anni. Tagliapetra, che si presentava da “umile velista” e sembrava sincero nel delineare le nuove promozioni della Marina su “tutto ciò che accadde negli anni ’70”, veniva intervistato da Gustavo Sylvestre. Luis Tagliapetra disse: “Se l’esplosione era a 30 miglia dall’ultima comunicazione e l’ordine era di navigare a 5 nodi (1852 metri all’ora) con rotta per Mar del Plata, ciò indicherebbe che se era sul pendio (cioè, risaliva la piattaforma continentale a non più di 200 metri di profondità, entrando in un’area dove raggiunge i mille metri), primo, ci fu una deviazione dalla rotta indicata e, secondo, navigava al doppio della velocità (ordinata). Se il sottomarino navigava a 5 nodi, per coprire 30 miglia avrebbe impiegato sei ore. Il conto è facile: se l’ultima comunicazione era alle 7.30 e l’esplosione alle 10.45, avrebbe dovuto essere a 15 miglia, non 30. Poi (è chiaro che) il sottomarino non aveva problemi, perché questo (la velocità che aveva) scarta tutte le precedenti ipotesi. C’è solo il problema del guasto delle batterie, quelle a prua, e che navigava con quelle di poppa, consentendo di arrivare, secondo l’analisi del capitano, nel Mar del Plata senza inconvenienti. Quindi, se erano in quella situazione, non c’era un’emergenza e dovevano navigare normalmente. Non c’era motivo di deviare dalla rotta o raddoppiare la velocità ordinata… Ovviamente il capitano aveva discrezione nel risolvere problemi (inaspettati) ma raddoppiare la velocità, e senza preavviso! È molto strano…
Gustavo Sylvestre gli chiese cosa potesse significare che il San Juan raddoppiasse la velocità.
Oppure il capitano ha disobbedito all’ordine datogli al Mar del Plata, cosa di cui dubito, o si pensa che la famosa implosione (sic) fosse qualcos’altro… Dico, mi capita eh? Per ignoranza… forse era la detonazione di un siluro o altro … mi segue. Non ci posso pensare. Non lo so… Ci sono cose che cerco di analizzare ma non le capisco. Non sono nessuno (ma) cerco di analizzare con logica, niente di più. Ma l’incongruenza si vede. E che hanno tale certezza… mi da fastidio. Poi Tagliapietra disse di aver parlato con un sommergibilista con 25 anni di esperienza che gli diceva, in relazione a un’esplosione o implosione interna, di non aver mai nemmeno sentito parlare di qualcosa di lontanamente simile.
Affinché qualcosa di simile accada, si deve accumulare idrogeno tanto da consentire a una scintilla di generare l’esplosione. Ma ci deve essere un’importante solfatazione delle batterie, non percepita né dal capitano né dal personale e nemmeno dai sensori perché (il sottomarino) ha sensori per l’idrogeno, e mi assicurano col cento per cento di sicurezza che le batterie erano in stato di conservazione e manutenzione impeccabile. Quindi, abbiamo un altro elemento che fa pensare su cosa sia successo…”
Sylvestre intervistava telefonicamente anche Guillermo Carmona (FpV-Mendoza), Vicepresidente della Commissione per le relazioni internazionali della Camera dei Deputati. Carmona ha detto di essere stato in contatto col fratello di uno dei membri dell’equipaggio, di Mendoza, che conosce da tempo e che gli ha detto di essere rimasto molto colpito dal fatto che invece dei soliti 37 membri dell’equipaggio, il sottomarino ne avesse 44, uno dei quali apparteneva all’intelligence e si chiese “Che ci facevano quei sette membri dell’equipaggio nel battello?” Carmona osservava che, contrariamente a quanto avvenuto in altre catastrofi sottomarine, in questa occasione, sebbene siano stati pubblicati nome e foto dei membri dell’equipaggio, non è stato specificato quali ruoli avessero bordo o che tipo di compito svolgessero. “Poiché è chiaro che non era un viaggio di routine e molto meno di piacere, sorge la domanda: stavano compiendo manovre combinate con Marine di altri Paesi?“, concludeva. Ed ecco una nota di Infobae che abbiamo glossato: “Potrebbe esserci stata una missione confidenziale“, ammette il giudice che indaga sulla scomparsa del sottomarino. Il giudice federale che indaga la scomparsa dell’ARA San Juan, Marta Yanez, ha spiegato ciò che ha riferito alcuni giorni fa quando parlò del segreto di Stato che dettava le operazioni del sottomarino. “Quando si ha a che fare con la Marina Nazionale, che ha il compito di salvaguardare la sicurezza del mare territoriale, ci potrebbe essere una missione confidenziale. Non parliamo di uno che pescava nel 2015 o di un cinese che si trovava nel mare dell’Argentina“, aveva detto non senza ironia. Il “segreto di Stato” menzionato da Yanez è stato usato da alcuni specialisti per spiegare, ad esempio, perché non ci fosse una corvetta che scortasse in missione il battello, come spesso accade. La Marina diede una risposta a questa domanda. Yáñez chiese al Ministero della Difesa di fornire tutte le informazioni relative alle operazioni della nave nell’ambito dell’indagine che cerca di ricostruire la rotta del battello nell’ultima settimana, da quando era partito da Mar del Plata. Consultata da Jonathan Viale e Lucas Morando su Radio La Red, il giudice aveva anche detto di non escludere che l’ARA San Juan fosse stato bersaglio di un attacco straniero. Che succede?
L’unica buona notizia in questo panorama devastante è l’intervento della Marina russa, ed anche se l’ARA San Juan è affondato a grande profondità, potrebbe esplorarlo e fotografarlo con una capsula resistente alla pressione telecomandata dalla superficie, ciò in linea di principio dovrebbe bastare a scoprire la causa del rapido, quasi istantaneo collasso.

ARA San juan. L’ipotesi fondata delle due esplosioni, siluri o missili
Juan Manuel Suárez Pajaro Rojo 29/11/2017Ieri è stato un giorno pieno di chiacchiere sul fatto che non appena la nave norvegese avesse raggiunto l’area in cui l’ARA San Juan sia affondato, sarebbe stato localizzato, cosa poi negata dalla Marina. Nel frattempo, alcuni media, come Mendoza online, affermano che le esplosioni rilevate dall’organismo che osserva che gli esperimenti nucleari per gli Stati Uniti, furono due e non una. Ciò ha rapidamente innescato speculazioni dato che per i sottomarini in combattimento è obbligatorio lanciare sempre due siluri, per garantire l’impatto sul bersaglio. Nel pomeriggio, Luis D’Elía scriveva un tweet in cui afferma che “secondo la commissione che lavora in Austria responsabile della misurazione delle anomalie idroacustiche rilevate dalla boa H10S2 il 15/11/2017 alle 02.55, un sottomarino inglese Astute lanciò 2 missili contro l’ARA San Juan, che era già senza comunicazione o direzione, nella zona di esclusione“. Pájaro Rojo voleva scoprire la fonte della presunta informazione, poiché la voce proveniente dal portale russo Sputnik era infondata e poteva arrivare ad Elía solo la sera. La sua ipotesi è che l’ARA San Juan fosse alla deriva senza possibilità di comunicazione, e che le correnti lo portarono vicino la zona d’esclusione imposta unilateralmente dagli inglesi (che non mi aggradano); non potendo sentire le intimazioni di allontanarsi dal sottomarino inglese, l’attaccava (cosa che mi sembra possibile) e dopo la tragedia, realizzandone la gravità, Londra si sarebbe scusata col governo argentino e avrebbe lanciato l’inusuale, rapida e massiccia operazione di salvataggio internazionale il cui vero obiettivo sarebbe cancellare le prove del disastro (macchie di petrolio e resti della nave e dell’equipaggio fluttuanti). Torneremo più tardi su d’Elía, il suo tweet, una nota pubblicata da un tizio che evidentemente sa di cosa parla e un video che presentaav. Ora, scaldando i motori, vi invitiamo a guardare un video del quale ignoriamo tutto, e molto probabilmente realizzato da certi servizi d’intelligence stranieri perché, sebbene abbia il simbolo della comunità sudamericana dei sommergibilisti el Snorkel, abbiamo verificato che non vi fu pubblicato. Insomma, nel momento in cui i russi vengono accusati di tutto, possiamo sospettare che dietro la voce femminile si nascondano loro… o venezuelani, iraniani, cubani o nordcoreani, tanto. La cosa importante, allo stesso modo, è ciò che viene detto ed in ogni caso, ciò a cui siamo interessati è la mera notizia: sono state registrate due esplosioni consecutive, la prima più forte della seconda. Qualcosa che non poteva non attirare l’attenzione dell’autore, per anni bloccato nei dibattiti se la bomba che demolì l’AMIA fosse dentro o fuori l’edificio quando fin da subito c’erano varie testimonianze su due esplosioni consecutive, una all’interno e una all’esterno. Succede che gli investigatori della SIDE e della polizia federale e, soprattutto, l’ingiusto giudice Juan José Galeano, hanno sistematicamente ignorato qualsiasi testimonianza che mettesse in dubbio l’esistenza del sinistro Trafic bianco che nessuno aveva mai visto in via Pasteur 600, quella infame mattina.

Traduzione di Alessandro Lattanzio