Le 10 vittorie del Presidente Maduro

Ignacio Ramonet, Gennaio 2017, Direttore dell’edizione spagnola di Le Monde Diplomatique – Histoire et SocietéNel 2016, per le autorità di Caracas la situazione era molto complicata. Per tre ragioni principali: 1) L’opposizione neoliberale aveva vinto le elezioni parlamentari nel dicembre 2015 e controllava l’Assemblea Nazionale. 2) Il prezzo del petrolio, principale risorsa del Venezuela, era sceso al minimo per un lungo periodo. 3) Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama aveva firmato un decreto in cui il Venezuela veniva presentato come “minaccia non convenzionale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti” (1). In altre parole, la rivoluzione bolivariana sembrava essere sulla difensiva su tre settori chiave: politica, economia e geopolitica, mentre la controrivoluzione, sia interna che estera, aveva finalmente il potere in Venezuela. Tutto ciò in un contesto di guerra mediatica contro Caracas, iniziata con l’avvento al potere di Hugo Chavez nel 1999, intensificatasi dall’aprile 2013, raggiungendo nuovi livelli di violenza dall’elezione di Maduro. L’atmosfera aggressiva dei media si traduce in disinformazione insidiosa sul Venezuela facendo vacillate molti amici della rivoluzione bolivariana. In questa epoca di “post-verità”, mentire, frodare e ingannare spudoratamente non viene sanzionato da eventuali conseguenze negative per credibilità ed immagine. Tutto serve in questa “epoca di relativismo post-fattuale”. Anche i fatti e i dati più oggettivi non sono considerati. Non si accetta l’argomento, evidente nel caso del Venezuela, della cospirazione. Il nuovo discorso dei media dominanti denuncia in anticipo e ridicolizza il “presunto complottismo” includendo una ‘narrazione banale’ che non può che essere respinta con disprezzo. Nel 2016, tutto sembrava così difficile per il presidente del Venezuela. Al punto che l’avversario, il duro neoliberista Henry Ramos Allup, ebbro per la maggioranza parlamentare, poté dire al primo discorso nel gennaio 2016 da Presidente dell’Assemblea Nazionale, che avrebbe abbattuto Maduro “in non più di sei mesi”. Ispirato forse dal golpe istituzionale contro Dilma Roussef in Brasile, scommise sulla vittoria al referendum per le dimissioni del presidente. Le cose erano così quando il Presidente Maduro sorprese tutti con una serie magistrale di mosse scacchistiche che nessuno previde, perfettamente legali per la Costituzione. Rinnovò, in quanto consentitogli, i membri del Tribunale Supremo della Giustizia (TSJ), l’ente massimo della magistratura, dove la “Sala Costituzionale” ha l’ultima parola sull’interpretazione della Costituzione.
Accecata dalla superbia, l’opposizione commise due gravi errori: decise d’ignorare gli avvertimenti del TSJ, accettando tre deputati dello Stato di Amazonia la cui elezione nel dicembre 2015 fu sospesa per irregolarità. Dato l’affronto, il TSJ poté dichiarare la presenza di questi tre deputati “non regolarmente eletti” privava di poteri decisionali l’assemblea. Il TSJ infatti decise che l’Assemblea disobbediva allo Stato e che quindi, “tutte le decisioni saranno considerato nulle”. A causa dei propri errori, non solo l’Assemblea Nazionale non riuscì a legiferare o a controllare il governo ma, come riconosciuto da prestigiosi specialisti in diritto costituzionale, essa si annientò sprecando forze e difatti autodissolvendosi (2). Fu la prima grande vittoria Nicolas Maduro nel 2016. Ossessionata dal desiderio di rovesciare il presidente, l’opposizione decise anche d’ignorare le legge (sezione 72 della Costituzione), in questo caso, i passi dettati dal regolamento, quando volle lanciare nel 2016 il referendum per la rimozione del presidente (3). Un altro fallimento clamoroso, e un’altra vittoria di Nicolas Maduro. Anche così, nel marzo-aprile 2016 tutto era enormemente complicato. Alle manovre delle forze ostili alla rivoluzione bolivariana si aggiunse una siccità eccezionale, la seconda peggiore dal 1950, accompagnata da temperature estreme a causa di El Niño. In Venezuela, il 70% dell’energia elettrica è fornita dalle dighe, la centrale idroelettrica principale è quella di Guri, il cui livello si abbassò per la siccità. La controrivoluzione cercò di approfittare della situazione per sabotare il potere, cercando di creare il caos energetico, disordini sociali e proteste. Il pericolo fu particolarmente grave, al problema elettrico, a causa della persistente siccità, si aggiunse la mancanza di acqua potabile. Il Presidente Maduro però ancora una volta agì rapidamente adottando misure drastiche: decise di sostituire milioni di lampadine ad incandescenza con altre dal minor consumo; ordinò di sostituire i vecchi condizionatori d’aria con quelli nuovi, che consumano di meno; decretò la mezza giornata nella pubblica amministrazione e un piano speciale per limitare il consumo elettrico ed idrico. Riuscì con questi passi audaci ad evitare una grave crisi energetica (4), ottenendo una delle vittorie più popolari del 2016.

Cambio di paradigma
Un altro problema importante, forse il più grave, che affrontò il governo, in parte a causa della guerra economica contro la rivoluzione bolivariana, era il rifornimento di cibo. Ricordate che prima del 1999 il 65% dei venezuelani viveva in povertà. Su dieci venezuelani, solo tre mangiavano regolarmente carne, pollo, caffè, latte… Negli ultimi sedici anni, il consumo di cibo è esploso, crescendo dell’80% grazie alla massiccia partecipazione sociale alla rivoluzione. Questo cambiamento strutturale si spiega da sé, perché la produzione alimentare interna, molto più importante di quanto si dice (5), risultò essere insufficiente. La domanda aumentò in maniera massiccia, la speculazione si scatenò. Di fronte a forniture strutturalmente limitate, i prezzi salirono precipitosamente, facendo letteralmente esplodere il mercato nero. Molti compravano prodotti sovvenzionati dal governo per venderli a prezzi molto più alti (il “bachaqueo”). Alcuni addirittura li “esportavano” nei Paesi vicini (Colombia, Brasile) dove li vendevano per due o tre volte il prezzo sovvenzionato, privando così di questi prodotti i più umili, e il Paese dei dollari, diventati più rari con il crollo dei prezzi del petrolio. Tale scandalo non poteva durare. Ancora una volta, il Presidente Maduro decise di agire con fermezza. Inizialmente, cosa molto importante, cambiò la filosofia dell’assistenza sociale, corresse un grave errore commesso in Venezuela da anni. Decise che lo Stato invece di sovvenzionare i prodotti, sovvenzionasse le persone, in modo che i poveri, chi ne avesse veramente bisogno, fossero gli unici ad accedere ai prodotti sovvenzionati. Per tutti gli altri, i prodotti si vendono a prezzo di mercato. Questo evitò la speculazione e il “bachaqueo” (6). Il secondo passo decisivo fu l’annuncio del presidente che tutto doveva essere fatto per cambiare il carattere economico del Paese, in modo da passare da un “modello di rendita” a uno “produttivo”. Definì allo scopo “cinque motori” (7) per rilanciare l’attività economica sia privata che pubblica dell’economia comunitaria. Queste due decisioni fondamentali si concretizzarono con i CLAP (Comitati locali di offerta e produzione), una nuova forma di organizzazione popolare. I rappresentanti delle comunità organizzate fornivano, a un prezzo regolato, pacchetti di prodotti alimentari. Molti di nuova produzione nazionale. I CLAP dovrebbero, nel 2017, rifornire circa quattro milioni di famiglie povere. Possiamo vedere qui un’altra grande vittoria del Presidente Maduro.

Investimenti sociali
Una un’altra vittoria, non meno importante, nel difficile 2016, fu il record degli investimenti sociali, che raggiunse il 71,4% del bilancio del Paese. Un record mondiale. Nessun altro Paese al mondo spende quasi tre quarti del bilancio per gli investimenti sociali. Per quanto riguarda la salute, ad esempio, il numero di ospedali aumentò di 3,5 dal 1999. Gli investimenti nel nuovo modello umano di salute pubblica aumentò di dieci volte. La Misión Barrio Adentro (“missione al cuore dei quartieri”), mira a curare i malati nelle aree urbane più umili, con quasi 800 milioni di visite e salvando la vita a un milione e mezzo di persone. Otto Stati ne furono coperti al 100% nel 2016, mentre l’obiettivo era di sei. Un’altra vittoria sociale fondamentale, non menzionata dai media, sono le pensioni. Prima della rivoluzione, solo il 19% dei pensionati riceveva una pensione, gli altri rimanevano in condizioni di povertà o a carico delle famiglie. Nel 2016, la percentuale di pensionati che riceveva la pensione, anche se non avevano versato contribuiti nel corso della vita lavorativa, raggiunse il 90%. Un record in Sud America. Un’altra vittoria nello stesso ordine, e che i grandi media evitano anche solo di citare, fu ottenuta dalla Missione Alloggio, responsabile della costruzione di alloggi sociali a prezzi regolati per le famiglie povere. Nel 2016 costruì 359000 abitazioni; in confronto, un Paese sviluppato come la Francia ha costruito nel 2015 109000 alloggi sociali. Vanno aggiunte 335000 unità riabilitate dalla Mision Barrio Nuevo Tricolor, elogiata dal famoso architetto Frank Gehry, autore tra l’altro del Museo Guggenheim di Bilbao e del Museo Louis Vuitton di Parigi. Al punto che chiese di parteciparvi. Quasi 700000 gli alloggi sociali costruiti o ristrutturati nel 2016. Un numero unico al mondo. Fin dall’inizio del mandato nel 2013, il Presidente Maduro ha consegnato case a quasi un milione e mezzo di famiglie a basso reddito. Un record mondiale ignorato da tutti i media ostili alla Rivoluzione Bolivariana. E molti dei suoi amici a volte dimenticano di menzionare.

Collegamenti internazionali
Ricordiamo, infine, alcune brillanti vittorie geopolitiche. Hanno impedito, ad esempio, all’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), dominata da Washington, di condannare Caracas come voluto dal suo segretario generale Luis Almagro, che invocava la “Carta democratica” contro il Venezuela. O il successo del XVII vertice del Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM) del settembre 2016 nel Centro Congressuale Hugo Chavez sull’isola Margarita, alla presenza di molti capi di Stato e di governo, rappresentanti di 120 Paesi che espressero solidarietà al Venezuela. Infine, si ricordi il ruolo importante del Presidente Maduro, con numerosi viaggi internazionali, in questo contesto, e l’inaspettato successo dell’accordo tra Paesi OPEC e non OPEC per la riduzione concertata delle esportazioni di petrolio. Accordo firmato a fine novembre 2016, frenando il calo del prezzo del petrolio, a 24 dollari a gennaio, saliti oltre i 45 nel dicembre 2015.Note
1. Si veda Ignacio Ramonet, “Il Venezuela candente“, Le Monde diplomatique en español, gennaio 2016.
2. Vedasi BBC Mundo, 24 ottobre 2016
3. “L’articolo 72 della Costituzione del Venezuela afferma che il referendum revocatorio può avvenire dopo la prima metà del mandato presidenziale. Nel caso del mandato di Maduro, iniziato il 10 gennaio 2013 e che finirà il 10 gennaio 2019, il medio termine è 10 gennaio 2016. La confusione sulla data di convocazione del referendum può avvenire a causa del fatto che Hugo Chavez morì il 5 marzo 2013, prima di essere sostituito da Maduro. Ma secondo l’articolo 231 della Costituzione, il periodo presidenziale iniziò il 10 gennaio 2013 e non il 19 aprile. Vedasi la dichiarazione di Tibisay Lucena, Presidente del Consejo Nacional Electoral (CNE) il 9 agosto 2016.
4. Con l’arrivo graduale delle piogge a fine maggio, il livello della diga di Guri risalì e il presidente decretò, il 4 luglio, la fine del razionamento della luce.
5. Dal 1999, il governo bolivariano ha investito come nessun altro nell’agricoltura, con la priorità di aumentare la produzione locale. Il Venezuela è autosufficiente in patate, peperoni, pomodori, cipolle, aglio, sedano, yuca, auyama, lattuga, cavolo, coriandolo, limone, melone, quayaba, banane e altri. L’80% del riso è di origine nazionale. L’85% del formaggio e delle salsicce. Per quanto riguarda le importazioni di pollo e manzo sono solo il 24%. Sono il 15% per carote, lenticchie e ceci.
6. Vedasi Pasqualina Curcio Curcio, “La Mano visibile del Mercato. Guerra economica in Venezuela”, Nosotros Mismos Editorial, Caracas, 2016.
7. I 15 motori sono 1. Cibo. 2 Farmaci. 3 Industria. 4 Esportazioni. 5 Comunità economica, sociale e socialista. 6 Idrocarburi. 7 Petrolchimico. 8 Prodotti minerari. 9 Turismo nazionale ed internazionale. 10 Costruzioni. 11 Prodotti forestali. 12 Industria militare. 13 Telecomunicazioni e Informatica. 14 Banche pubbliche e private. 15 Industria di base.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Cambio di regime in Venezuela: la verità la si trova seguendo i soldi

Tony Cartalucci, LD, 31 luglio 2017La crisi attuale del Venezuela non è guidata dall’ideologia politica. Non è una battaglia tra socialismo e capitalismo o dittatura e democrazia, è lo scontro tra due centri di potere politico dagli interessi opposti e che collidono geopoliticamente. La nazione del Venezuela è attualmente sotto il controllo dei venezuelani che traggono sostegno, ricchezza e potere dal Venezuela, dal suo popolo e dalle sue risorse naturali. Questo ordine politico riceve anche aiuto e sostegno dai partner economici e militari del Venezuela sia nella regione che nel mondo. L’opposizione all’attuale ordine politico, che cerca di sopprimere, rappresenta gli interessi stranieri e più in particolare di Stati Uniti ed alleati europei.

L’opposizione è pro-Washington, non “pro-democrazia”
Già nel 2002, il cambio di regime sostenuto dagli Stati Uniti dell’allora presidente Hugo Chavez, tentò di rovesciare violentemente l’ordine politico del Venezuela e sostituirlo con uno obbediente a Washington. I leader attuali dell’opposizione non furono coinvolti solo nel golpe fallito nel 2002, da allora molti ricevono sostegno politico e finanziario dal governo degli Stati Uniti, tra cui i fondatori del partito di opposizione Primero Justicia come Leopoldo Lopez, Julio Borges e Henrique Capriles Radonski. Quest’ultimo prevale sui media occidentali di recente. I documenti del dipartimento di Stato statunitense rivelano che esso, insieme agli agenti finanziati dagli Stati Uniti che spacciano da organizzazioni non governative (ONG), supportano l’opposizione nel Venezuela. Ciò comprende un rapporto intitolato “Status dei casi Capriles e Sumate”, riferendosi a Henrique Capriles Radonski e al Sumate, finanziati dalla National Endowment for Democracy (NED) con la scusa del monitoraggio elettorale. Attualmente, il sito della NED presenta un vasto elenco di attività in Venezuela, usando la leva dei diritti umani per vantaggi politici, manipolazione elettorale, creazione di facciate dell’opposizione e l’espansione del relativo supporto. Mentre ogni attività è etichettata benevolmente, è chiaro che alcuna di esse è imparziale come i documenti del dipartimento di Stato rivelano; sono attività appositamente a vantaggio dell’opposizione sostenuta dagli Stati Uniti.

L’aperta cospirazione di Wall Street e Washington
Dopo la morte di Chavez nel 2013, gli interessi speciali statunitensi hanno apertamente cospirato per infrangere l’ordine politico che costruì. Il think tank American Enterprise Institute (AEI) ha creato una lista di obiettivi della politica estera statunitense che cerca di raggiungere in Venezuela. Essa comprende:
L’allontanamento di narcos ai vertici del governo
Il rispetto della successione costituzionale
L’adozione delle riforme elettorali significative per garantire un equo ambiente elettorale e un voto trasparente nelle prossime elezioni presidenziali e
Lo smantellamento delle reti iraniane e di Hezbollah in Venezuela
In realtà, AEI vuole smantellare gli ostacoli che hanno impedito agli Stati Uniti e agli interessi corporativo-finanziari che li dirigono, d’installare un regime cliente ed estrarne le ricchezze, oltre a smantellare l’indipendenza geopolitica e l’influenza raggiunta da Chavez in Venezuela, in America Latino e oltre. Il think tank continua: “Ora è il momento per i diplomatici statunitensi di avviare un dialogo silenzioso con le potenze regionali chiave per spiegare l’alto costo del regime criminale di Chávez, compreso l’impatto della complicità chavista coi narcotrafficanti che seminano confusione in Colombia, America Centrale e Messico. Forse potremo convincere i leader regionali a dimostrare solidarietà ai democratici venezuelani che vogliono ripristinare uno Stato di diritto e ricostruire un’economia che può essere motore della crescita del Sud America”. Per “democratici venezuelani”, AEI intende agenti creati, finanziati e diretti da Washington, tra cui Primero Justicia e la mafia e i paramilitari che comanda. Ultimamente, un altro pensatoio di Wall Street-Washington, l’istituto Brookings, pubblicava nel documento intitolato “Venezuela: un via fuori dalla crisi”, un piano in cinque punti per l’escalation della crisi in Venezuela:
1. Gli Stati Uniti potrebbero ampliare l’aiuto a Paesi finora dipendenti dal petrolio venezuelano, per ridurre il sostegno regionale e la dipendenza dal governo Maduro.
2. Gli Stati Uniti potrebbero aumentare l’assistenza monetaria alle organizzazioni della società civile credibili e a organizzazioni non governative per fornire cibo e medicinali ai venezuelani. In questo modo gli Stati Uniti dovrebbero chiarire che la pressione internazionale mira a sostenere la democrazia, non a punire il popolo venezuelano.
3. Gli Stati Uniti potrebbero sostenere gli sforzi dell’opposizione in Venezuela per costruire un “muro” che separi i moderati del governo dai duri, incoraggiando i primi ad accettare una transizione verso la democrazia riducendogli il costo dell’uscita dal governo .
4. Gli Stati Uniti potrebbero coordinare istituzioni internazionali come il Fondo monetario internazionale (FMI) sugli incentivi finanziari per tenere elezioni libere e giuste nel 2018 e unire l’opposizione per competervi. Tale coordinamento comporterebbe anche sviluppo e pubblicizzazione di un piano credibile per riavviare l’economia del Venezuela.
5. Come ultima risorsa, gli Stati Uniti potrebbero considerare l’aumento dei costi economici del governo con sanzioni estese volte a limitare i profitti venezuelani dalle esportazioni di petrolio e bloccare ulteriori finanziamenti. Tale politica è rischiosa, dato che il governo di Maduro potrebbe riversare la responsabilità della crisi economica sugli Stati Uniti e dovrebbe essere accompagnata da sforzi ben pubblicizzati nel fornire aiuti umanitari tramite una società civile e organizzazioni non governative credibili.
Mentre i media occidentali tentano d’inquadrare la crisi del Venezuela parlando di “socialismo” e “dittatura”, è chiaro, leggendo i documenti occidentali, che è invece dovuto all’attacco sistematico alla stabilità sociopolitica e alla vitalità economica del Venezuela. Il Venezuela non è la prima nazione del Sud America che gli Stati Uniti cercano di rovesciare minandone l’economia. Negli archivi online della CIA nella sezione intitolata “Attività della CIA in Cile”, viene ammesso che negli anni ’70 tattiche simili furono utilizzate per minare e rovesciare il governo del Cile. Si precisa specificamente: “Secondo la relazione del Comitato Church, il 15 settembre 1970, il presidente Nixon e il suo consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger, nella riunione con il direttore della CIA Richard Helms e il procuratore generale John Mitchell, ordinarono alla CIA d’impedire ad Allende di prendere il potere. Non erano “preoccupati dai rischi”, secondo le note di Helms. Oltre all’azione politica, Nixon e Kissinger, secondo le note di Helms, ordinarono i passi per “sabotare l’economia”. Talti atteggiamenti da guerra fredda persisterono sotto Pinochet. Dopo che andò al potere, i politici sembravano riluttanti a criticarne le violazioni dei diritti umani, assumendo che i diplomatici statunitensi sollecitassero maggiore attenzione sul problema. L’aiuto e le vendite militari statunitensi aumentarono significativamente negli anni dei peggiori abusi dei diritti umani. Secondo un memorandum già rilasciato, Kissinger nel giugno 1976 indicò a Pinochet che il governo statunitense era favorevole al suo regime, anche se raccomandò alcuni progressi nei diritti umani per migliorare l’immagine del Cile al Congresso statunitense”. Considerando l’ampia lista di interventi, guerre ed occupazioni degli USA attualmente nel mondo e il modo con cui ciascuno viene presentato al pubblico, con ideologie e preoccupazioni umanitarie utilizzate per manipolare la percezione del pubblico, e considerando l’opposizione del Venezuela destinataria ben documentata dell’aiuto degli Stati Uniti, è chiaro che un altro intervento è in corso in Sud America.

Unipolare contro Multipolare
In un mondo che volge al multipolarismo e al decentramento a tutti i livelli, il crollo del Venezuela e una vittoria di Washington annullerebbero un passo verso un maggior equilibrio del potere geopolitico in America latina e nel mondo. Da nazione petrolifera, il controllo statunitense sulla sua popolazione e sulle risorse naturali permetterebbe ulteriormente a Stati Uniti ed alleati di manipolare i prezzi dell’energia per raggiungere gli obiettivi futuri, in particolare circondare, isolare e smantellare gli altri centri di potere politico dipendenti dalla produzione di petrolio per la prosperità economica. Non c’è bisogno di essere un fan del “socialismo” per capire che l’esito finale del collasso del Venezuela sarà l’ulteriore concentrazione di potere nelle mani di Washington e Wall Street. Tale potere, a prescindere da qualsiasi ideologia superficialmente usata, sarà sempre abusato. Indipendentemente dalla presunta forma di governo che una nazione può prendere, finché si tratta di un passo contro la globalizzazione unipolare, è un passo nella giusta direzione. La crisi del Venezuela non è su socialismo contro capitalismo o dittatura contro democrazia, ma egemonia contro sovranità nazionale, potere unipolare centralizzato e mondo sempre più multipolare. Un Venezuela sovrano e indipendente permette di perseguire il proprio destino, con cui il popolo cercherà naturalmente di decentralizzare e distribuire il potere. Mentre il governo attuale non può fornire le condizioni ideali per realizzarlo, le condizioni nel regime-cliente statunitense, come in Libia, Afghanistan o Iraq devastati dagli USA, sarebbero significativamente meno ideali.
Per gli analisti geopolitici, allontanarsi da punti di discussione ideologici ed esaminare gli effettivi governo ed opposizione, coi loro interessi, associazioni e finanziamenti, nonché motivazioni, rivela una narrazione molto più semplice e coerente, che un analista può discernere con una comprensione che resisterà al controllo e al tempo. Chi si ritrova nell’ideologia sinistra/destra rischia di essere tradito dalla disperazione del governo e dalla vera natura di un’opposizione che non è certamente “capitalista” o “pro-democrazia”.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Certi ‘chavisti critici’ e trotskisti affiancano Trump sul Venezuela

Dick Emanuelsson, Tegucigalpa, Resumen Latinoamericano 27/07/2017Non solo la destra venezuelana e internazionale mette tutto il suo peso per frenare ed evitare le elezioni per l’Assemblea costituente nazionale (ANC). Anche se piccolo, un settore del trotzkismo venezuelano e internazionale si maschera da “chavista” ed ha le stesse posizioni del MUD, dell’opposizione di destra, di Trump, Mariano Rajoy e Felipe Gonzalez puntando ad impedire al popolo venezuelano di votare l’ANC. Parla contro la borghesia, ma vota MUD. “E’ dovere dei socialisti dell’America Centrale essere vigili nella lotta contro il nemico comune“, dice l’autore di uno dei gruppi trotskisti centroamericani in una nota sulle elezioni per l’Assemblea Costituente Nazionale (ANC) del 30 luglio. Ma il trotskismo (almeno una parte, dato che di recente vi sono stati trotskisti che sostengono apertamente la Rivoluzione) fedele al proprio passato (dalla guerra civile spagnola alla guerra contro la Siria), è dalla stessa parte della barricata del MUD, della procura dei traditori, di Trump e dei paramilitari fascisti nelle strade di Caracas nella battaglia contro la Costituente. Mi ha detto il deputato del Partito della Libertà e Rifondazione (Libre) dell’Honduras, Bartolo Fuentes, nelle ultime elezioni presidenziali in El Salvador, tra il partito degli squadroni della morte durante la guerra e l’FMLN, il trotskismo cantroamericano chiedeva, come in Venezuela, agli elettori salvadoregni di astenersi. E la differenza fu solo di seimila voti a favore di Sánchez Ceren del FMLN. Se Pinochet fosse vivo avrebbe sostenuto la destra fascista venezuelana come Freddy Guevara, di Volontà popolare, che vede il colpo di Stato di Pinochet contro Allende del 1973 come un modello. Il portale Aporrea attua la campagna contro l’ANC e quindi il governo bolivariano, come si nota dalla scelta degli argomenti su tale sito. Il ‘contributo’ trotskista alla Rivoluzione Bolivariana in questi momenti decisivi è un balletto contro l’Assemblea Costituente, lodando MUD, Trump e CIA. Franco, se fosse vivo, avrebbe detto, “Abbiamo quattro ex-presidenti della destra spagnola e latinoamericana alle porte di Caracas e una quinta colonna dentro“.

Quale plebiscito popolare?
Per l’autore della nota, il ‘plebiscito’ dell’opposizione mostrava forza e un nucleo. Ogni giornalista con qualcosa tra le orecchie e dal principio di mettere in discussione gli indizi, potrebbe facilmente smascherare tale ‘votazione’ come totalmente fraudolenta. Nel “Venezuela l’opposizione può votare sette (7) volte nella stessa elezione e nello stesso giorno“, come ha dimostrato una collega giornalista, il 16 luglio a Caracas.
E cosa fa il trotskismo centroamericano il 30? La minaccia di Trump è in realtà la minaccia d’intervenire militarmente a fianco dell’opposizione in risposta all’elezione dell’ANC, sanzionando otto giudici della Corte Suprema a maggio e altri tredici il 26 luglio. Cosa farà il trotskismo e con chi starà per impedire un regime dittatoriale imposto dagli yankee in Venezuela, perché da sola l’opposizione venezuelana non può rovesciare il governo bolivariano? Cosa faranno trotskismo e “chavismo critico” per impedire che il regime dei vendipatria Guevara-Capriles-Lopez-Borge consegnino il proprio territorio, come fece Uribe in Colombia, per farne il secondo Stato latinoamericano della NATO? Perché questo è l’obiettivo dei gringos, fare ciò che scrisse il senatore Paul Cordewell il 10 aprile 2000 sul Washington Post, con il titolo, “Iniziare con la Colombia”, alla vigilia del dibattito sul Plan Colombia al Congresso degli Stati Uniti: “Per controllare il Venezuela (e i giacimenti di gas e di petrolio più grandi del mondo), è necessario occupare militarmente la Colombia“! Il resto è storia. In tale situazione cruciale e drammatica per Venezuela e America Latina, l’atteggiamento di certi settori del trotskismo mi fa ricordare le parole di Fidel: “Il trotskismo è un volgare strumento dell’imperialismo!

Il “chavismo critico” invoca la difesa dell’eredità votando MUD
Franco Vielma, Mission VerdadLa presentazione dell’antichavismo autodefinitosi chavista, od opportunismo rosso, è sempre più imbarazzante e dolorosa. Un ritratto decadente della perdita di potere con niente a che fare co i principi. Con facce tristi e incerte sul futuro, i membri del “chavismo critico” erano a una conferenza stampa pochi giorni prima. Come Jean-Paul Sartre definì i trotskisti “comunisti infelici”, anche se col socialismo scientifico non hanno nulla a che fare. L’ex-difensora civica Gabriela Ramírez, dichiarava che il plebiscito promosso dall’opposizione il 16 luglio è garantito dalla Costituzione. “La sovranità popolare non può avere limiti. Dover dimostrare per questa consultazione, sarà un imperativo etico“, aveva detto Ramirez alla conferenza stampa. A suo parere il referendum indetto dall’opposizione potrebbe avere un’alta affluenza, perché al popolo hanno chiuso tutto valvole elettorali per esprimersi pacificamente. “Sembra probabile un’ampia mobilitazione, il 16 luglio, perché le valvole sono state chiuse“, aveva detto. D’altra parte sull’indagine in merito al Procuratore Generale della Repubblica Ortega, Ramirez espresse sostegno e avvertiva che gli attacchi del pubblico ministero potrebbero portare alla fine della democrazia nel Paese. Come se non bastasse la stranezza delle sue dichiarazioni, l’ex-difensora ribadiva di non sostenere l’Assemblea costituente e faceva appello ai chavisti per dissociarvisi.

In nome di Chavez
Purtroppo una delle più grandi tragedie dopo la scomparsa del comandante Hugo Chávez è l’uso del suo nome come scusa o aggettivo discrezionale per qualsiasi cosa, e ciò va sottolineato. Non potendo difendere nome ed orientamento personalmente, Chavez ha delegato noi. Certamente ciò che chiamiamo “eredità di Chavez” può essere ambiguo, se soggetti alla interpretazione di coloro che erano o fanno parte del governo. Per la gente comune, l’eredità di Chavez non è astratta, è il senso politico comune che non lesina sull’identità politica della Rivoluzione Bolivariana. Il senso comune chavista è anche senso critico verso politica e società. Ma niente a che fare con le azioni, ad esempio, dell’ex-difensora Ramirez, che chiede di riconoscere un plebiscito che non esiste nella Costituzione che dice di difendere mentre la violenta reinterpretandola a suo comodo.

Golpismo e tradimento sono così
Sappiamo anche che senza il CNE, l’unico organo autorizzato dalla Costituzione per regolamentare e legalizzare i processi elettorali nazionali, il plebiscito è una farsa senza valore e senza trasparenza. Ramirez chiedeva di partecipare a una pagliacciata politica che, e lo sapeva bene, non rispettava lo spirito della correttezza istituzionale. Ramirez ignora il CNE nascondendo frettolosamente anche le precedenti azioni della sua Tavola dell’Unità Democratica (MUD), sebbene il CNE avesse organizzato le primarie dell’opposizione. Per loro, il CNE non è più l’ente arbitro elettorale e politico del governo. E’ raro vedere tali atti in nome di Chavez. E l’obbrobrio di richiamarsi al chavismo per non partecipare alla Costituente è la ciliegina sulla torta. Le dichiarazioni di Ramirez sono laide, nel contesto in cui vengono fatte. Accompagnando le azioni di Luisa Ortega Diaz, coinvolta col MUD nell’aggressione allo Stato venezuelano, minandone la stabilità e promuovendo sconvolgimenti sociali e un colpo di Stato istituzionale, senza considerare le conseguenze catastrofiche di tali azioni sulla società venezuelana a cui pretende di portare pace. Gli antichavisti dipinti di rosso e amanti del potere, si scagliano contro qualsiasi identità popolare. Sono attori chiave nella sponsorizzazione di un movimento che vuole abbattere il chavismo, avendone ben chiare la fatalità per il popolo chavista e il popolo venezuelano in generale. Iniziata come “critica rivoluzionaria” oggi segue l’opposizione venezuelana, e si “richiamano a Chavez” mentre fanno parte della gendarmeria del colpo di Stato, chiedendo di mettere al potere una mandria di violenti selvaggi che perseguono il golpismo da 18 anni per sete di potere e di vendetta, cercando di sottomettere e sradicare il chavismo dalla realtà politica. Questi attori pseudoinstituzionali del golpe sono chiari, sommamente allineati a tali intenzioni senza badare alle conseguenze, e se lo fanno, non gli interessa. Ciò sono golpismo e tradimento. Lo comprendiamo dopo 18 anni di esperienza.
Questi sono tempi che impongono una postura netta. Non dimentichiamo mai reclami e lamentele legittime o il rifiuto su problemi e decisioni emanate dalla direzione chavista del governo. È sano avere posizioni critiche. Ma il tradimento è un’altra cosa. Una parte del chavismo, che patrocinò in passato la frase “irriverenza nella discussione, lealtà nell’azione“, certamente prova a “fermare” le aspirazioni popolari con violenti frasi pompose. Tuttavia abbiamo l’obbligo di badare al senso comune chavista, per avere posizioni forti e riconoscere la necessità di combattere con le unghie e i denti per il destino indicatoci da Chavez. A molti piace dire che “Non è il governo, ma il popolo ad aver fatto la rivoluzione“. E’ una frase storicamente certa, anche se riconosciamo l’importanza strategica del governo rivoluzionario che crea le condizioni che permettano la rivoluzione. Non dimentichiamo questa frase in questo momento. I tempi ce lo chiedono. È necessario che contro qualsiasi non conformità e qualsiasi cosa discutibile della leadership chavista, si pensi al destino politico nazionale come questione più importante. La continuità del governo bolivariano è l’unica garanzia fondamentale a che il popolo continui a intraprendere la rivoluzione. Un governo di destra sarebbe la catastrofe e la regressione storica. Queste riflessioni servono a ricordarci, come ce lo ricorda il fascismo per le strade oggi, che chi tenta il colpo di Stato vuole trascinare il popolo nello scontro civile e generale. Di conseguenza, dobbiamo allinearci con chi può proteggerci e non con chi vuole sradicarci.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

10 punti per capire la vittoria chavista della Costituente

Victor Hugo Majano, AlbaTVVenezuela Infos 31 luglio 2017Il processo elettorale vissuto dal Venezuela e il massiccio voto per la Costituente (più di otto milioni di voti) mostrano chiaramente il trionfo del chavismo, con una molto forte correlazione politica e simbolica. La “battaglia finale” non è avvenuta come dicevano gli scudi degli estremisti di destra “intorno al palazzo presidenziale di Miraflores”: non ci sono state pallottole ma voti e solo più forti. Lo chavismo ha ora maggiore legittimità e base giuridica per andare avanti senza esitazioni con la profonda trasformazione del quadro costituzionale assicurando la pace, rafforzando le istituzioni e stabilizzando l’economia.
L’analisi preliminare identifica vari punti fondamentali:
1) si vede che l’opposizione associata al MUD (coordinamento dei partiti di destra) non è la maggioranza.
2) non esprime più aspettative ed esigenze della maggioranza o dei principali settori del Paese. E nemmeno dei settori dominanti.
3) non serve l’interesse nazionale, ma fattori esteri ben identificati, senza neanche provare a giustificare le posizioni o a nasconderle.
4) la destra si è mostrata violenta e irresponsabile. I capi attuali sono sempre quelli del colpo di Stato contro Chavez o i “guarimbas” degli anni passati. Non hanno mai condannato, ma piuttosto incoraggiato gli omicidi quest’anno, perfino invocando più volte dalle nuove forze armate un colpo di Stato, senza alcun progetto politico, che rovesciasse Maduro, come vollero rovesciare Chavez.
5) nel frattempo, il chavismo ha dimostrato di essere l’unico movimento politico unico con una visione nazionale complessiva, comprendente i principali fattori sociali, istituzionali, economici e politici del Paese senza escludere organicamente fattori legati all’opposizione del MUD.
6) la destra, in risposta, passa alla storia per la sua guida sconnessa, mutandosi in minacce per l’indipendenza, la pace, la stabilità istituzionale e l’equilibrio economico del Venezuela. Il blocco dell’opposizione non è riuscito a superare l’ossessione per la riconquista del potere “con tutti i mezzi”. Invece di sviluppare un’ampia proposta politica, si è impantanata in una dinamica assolutamente distruttiva.
7) origine e sviluppo dei conflitti che si acuiscono dal 2012 sono economici, decisi da accesso e redistribuzione dei proventi del petrolio. Pertanto, il Venezuela non può evitare il dibattito sul superamento del modello da rendita petrolifera, come sui derivati elementi simbolici. Ciò significa avvantaggiarsi prendendo decisioni radicali con l’Assemblea Costituente per smantellare le strutture produttive dipendenti dall’estero.
8) le condizioni imposte dalle violenze di strada e dalle minacce al diritto di voto hanno costretto i chavisti a mostrare più impegno. Paradossalmente tali condizioni potrebbero aver incoraggiato la partecipazione. Ciò si verificò nel 2002-2003 con la reazione popolare al colpo di Stato contro Chavez o dopo il sabotaggio petrolifero nel 2004, prima del referendum di conferma, tra l’altro. Oggi, chavisti delusi e qualche né-né (se esistono), astenutisi per la vittoria della destra alle elezioni parlamentari nel dicembre 2015, sono andati a votare. Mentre ciò che sperava al meglio la destra era la loro indifferenza.
9) il chavismo diventa fulcro e promotore del dialogo politico, ma ciò richiede più inclusività (parlando degli attivisti) e tematiche più ampie, coinvolgendosi sempre più nella concretezza di ogni fattore sociale.
10) gran parte degli obblighi del chavismo prevede la realizzazione di una cosmogonia e teleologia del popolo venezuelano che possano incarnare un’alternativa ai valori culturali del capitale. Ciò include aspetti legati alla cultura popolare (compresa la religione).Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché rovesciare il governo del Venezuela?

Bruno Sgarzini, Venezuela Infos 30 giugno 2017Mentre le Nazioni Unite hanno condannato l’attacco di un commando di estrema destra contro la Corte Suprema di Giustizia e il Ministero degli Interni del Venezuela, attentati oscurati dai media (1), l’ambasciatrice statunitense Nikky Haley alle Nazioni Unite ha rifiutato di farlo: “Dobbiamo fare pressione su Maduro, ora ci sono segnali che indicano che comincerà ad usare il potere militare e le armi e vediamo in televisione (sic) che in realtà è molto peggio. E’ una situazione terribile, motivo per cui dobbiamo esercitare su Maduro quanta pressione possiamo“. (2) Il 15 giugno 2017, in una conferenza sul tema “prosperità e sicurezza in America Centrale”, organizzata da dipartimento di Stato (USA), Department of Homeland Security (US) e Messico, il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence si rivolgeva al pubblico di capi dell’America centrale, “Basta guardare il Venezuela per vedere cosa succede quando la democrazia è compromessa. Questa nazione, un tempo ricca, collassa nell’autoritarismo che ha causato innumerevoli sofferenze al popolo del Venezuela, e la sua discesa nella povertà. Dobbiamo tutti alzare la voce per condannare l’abuso di potere del governo contro il proprio popolo, e dobbiamo farlo ora“. (3) Per comprendere a fondo la base della guerra economica, delle esercitazioni militari regionali (Brasile, Colombia) e della pressione mediatica e diplomatica degli Stati Uniti per neutralizzare l’opinione pubblica internazionale sul teatro del Venezuela, va prima ricordato che l’amministrazione Trump, lungi dall’aver cambiato politica estera, ha mantenuto la strategia tracciata dall’ideologia neoconservatrice che ora controlla le decisioni del governo e la azioni del Congresso degli Stati Uniti. L’urgenza di abbattere il chavismo è difficile da capire se non si considerano le idee internazionali e regionali proposte dai think tank.

Come si stigmatizza il Venezuela nell’agenda globale?
A metà del 2016, il Centro per una nuova sicurezza americana (CNAS) presentò un documento dal titolo “L’espansione della potenza americana” che contiene una serie di raccomandazioni per generare consenso nella classe politica statunitense per “garantire la sopravvivenza del sistema internazionale favorevole agli Stati Uniti“. Per fare questo, il think tank sostiene le riforme economiche bipartisan quali, ad esempio, la ristrutturazione del debito e la riforma fiscale per rafforzare le fondamenta del sistema degli Stati Uniti per aumentare la spesa militare, economica e diplomatica, consentendogli di espandersi in Asia, Europa e Medio Oriente, tre aree chiave per una globalizzazione permanente. Così gli Stati Uniti “potrebbero scoraggiare con mezzi diplomatici e militari potenze come Cina e Russia nel sfidare l’attuale ordine internazionale liberale, evitando un conflitto mondiale (sic)“. E sulla base di tali proposte che tale think tank prevede di militarizzare il mar meridionale cinese e di riformare la NATO per rafforzarne la presenza alle frontiere con la Russia. Proposte attuate con la prosecuzione dell’amministrazione Trump delle politiche di Obama, insieme ad altre misure specifiche riguardanti direttamente la Russia, come la creazione di una zona di sicurezza nel nord della Siria per installarvi profughi e forze alleate degli Stati Uniti, con l’obiettivo di promuovere la partizione del Paese e frenare Mosca dall’azione in questa guerra. Il vertice tra Trump e il Presidente cinese Xi Jinping rientra nel piano di far aderire in modo pacifico la potenza asiatica all’ordine internazionale favorevole alle multinazionali degli Stati Uniti. Di qui l’importanza attribuita a tale agenda globale nell’ambito del consenso generale dei think tank in relazione a figure dell’amministrazione Trump, come il segretario della Difesa James Mattis e il consigliere per la sicurezza nazionale McMaster.

E riguardo il Venezuela?
L’obiettivo è portare l’attuale conflitto in Venezuela nel terreno “a somma zero”. Tutti sanno che il Venezuela è la principale fonte petrolifera nel mondo ed ha un’ampia gamma di falde acquifere, gas e minerali strategici utili all’industria spaziale e militare del sistema che cerca d’imporsi sul pianeta. Pertanto assicurarsi il territorio, fonte di approvvigionamento economico, è certamente una strategia vincente per il piano egemonico che si cerca d’imporre al mondo. Un estratto dal rapporto del Centro per una nuova sicurezza americano dice molto chiaramente che è di primaria importanza per gli Stati Uniti trarre benefici dai mercati energetici che ne estendano il potere a livello globale. Ciò equivale a far regredire il Venezuela al vecchio status che permise ai discendenti della Standard Oil (Exxon, Chevron, Conoco Phillips…) di controllare direttamente o indirettamente l’industria petrolifera venezuelana, ottenendo proprio questi vantaggi strategici. E’ ampiamente noto che almeno 24 compagnie petrolifere multinazionali hanno firmato accordi con PDVSA e Stato del Venezuela, operando nel sistema misto esistente nel Paese. Ciò aiuta a capire che multinazionali come Exxon Mobil e Chevron finanziano le sanzioni contro il Venezuela, arrivando anche a controllare il dipartimento di Stato degli Stati Uniti, ed hanno un particolare rapporto con il finanziamento dei think tank che tracciano le azioni contro il Paese. Ciò comprende, tra molti esempi, la recente proposta del Consiglio per le relazioni estere presentata al Congresso degli Stati Uniti per rafforzare il blocco con l’OSA, e la visita di Luis Almagro presso l’American Enterprise Institute, pochi giorni prima della sua presentazione della richiesta di applicare la Carta democratica contro il Venezuela. Tali iniziative hanno lo stesso obiettivo e si basano sul sostegno esplicito di altri think tank come Consiglio delle Americhe e Consiglio Atlantico, creati da società particolarmente interessate alle risorse naturali del Paese che vogliono sfruttare senza alcuna mediazione dello Stato venezuelano.

Qual è l’equazione regionale?
Il Venezuela è considerato il Paese chiave per assicurarsi che l’America Latina continui ad essere fonte di approvvigionamento di risorse e manodopera a basso costo, sempre dal punto di vista della strategia globale, dopo i cambi di governi a favore di tale politica in Argentina e Brasile. E’ a tal fine che il Consiglio Atlantico ha presentato un piano che propone che Mercosur e Alleanza del Pacifico si uniscano a una zona di libero scambio permettendo alla regione di aderire a una megapiattaforma commerciale con Stati Uniti ed Europa per entrare con forza sul mercato asiatico. Tale iniziativa è in via di attuazione, dopo discussioni tra i due organismi regionali precedenti alla sospensione del Venezuela dal Mercosur, flagrante violazione del diritto internazionale di questa associazione commerciale. Certo è che liberandosi del Venezuela, il principale ostacolo a tale piano verrebbe sollevato in conformità con la strategia globale promossa dal think tank. Quindi il livello della pressione sul Venezuela per por termine alla sua “cattiva influenza” sulla regione (ad esempio combattere contro il programma Petrocaribe con cui il Venezuela fornisce petrolio a buon mercato ai Caraibi) e cercare di spostare il conflitto politico sul terreno “a somma zero”, dove ogni tentativo di raggiungere un consenso politico nazionale, che non sia sotto tutela estera, lasciando i venezuelani risolvere la crisi, verrebbe sabotato dall’estero. L’applicazione di tali misure fu già discussa nelle ambasciate degli Stati Uniti in America Latina nel 2007, per finirla con l’eredità negativa di Hugo Chavez.Note
1) Come spiegato dal sindacalista francese Gilles Maréchal (CGT), “i media mainstream sono in una fase in cui il Venezuela non gli serve, dato che si è evitato il rischio dell’elezione alla presidenza di Jean-Luc Mélenchon e dell’arrivo all’Assemblea nazionale di un’ondata di parlamentari di Francia indomita e PCF”. Fenomeno già osservato nelle ultime elezioni in Spagna e Grecia. I titoli dei media francesi non sono il risultato di inchieste o informazioni sul campo ma riprendono ciò che dicono i media dell’opposizione (la maggioranza di radio, televisione, carta stampata e reti sociali in Venezuela) o statunitensi.
2) Telesur
3) Philip Huysmans: “Quando Mike Pence denuncia il “totalitarismo” in Venezuela“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora