L’11 settembre cileno

Fate tutto il necessario per danneggiarlo e farlo cadere” parole di Richard Nixon al segretario di Stato Henry Kissinger e ai capi della CIA… “Quel figlio di puttana va schiacciato con qualsiasi mezzo”.

Intervista a Salvador Allende

Compañero Presidente: Entrevista de Régis Debray a Salvador Allende Gossens (1971)

Salvador Allende habla del Che Guevara

Histórico diálogo entre Fidel Castro y Salvador Allende (Completo)

Salvador Allende – No daré un paso atrás… (1971)

Ultimo Discurso de Salvador Allende, el 11 Sept 1973

Interferencia secreta en señal militar durante el Golpe de Estado

Quién disparó a Salvador Allende – Golpe de estado en Chile

El Ultimo Combate De Salvador Allende

Annunci

I leader seguiti dai “Cinque Occhi”, muoiono all’improvviso

Wayne Madsen, Strategic Culture, 18.07.2017

Baldwin Lonsdale

I piccoli Stati-isola del Pacifico possono essere orgogliosi dell’indipendenza, ma rimangono sotto l’efficace controllo delle potenze neocoloniali dominanti nella regione, vale a dire Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda. Questi Stati, da Palau nel Pacifico occidentale a Tonga nel Pacifico del sud, sono asserviti al dominio in politica estera, al voto alle Nazioni Unite, sulle rotte internazionali delle compagnie aeree, sulle telecomunicazioni e le finanze. Inoltre, i piccoli Stati insulari affrontano la prospettiva di divenire prime vittime dell’aumento del livello del mare per il cambiamento climatico. Alcuni residenti dell’isola già fuggono dai loro atolli e arcipelaghi e chiedono lo status di “rifugiati ambientali”, una categoria dell’immigrazione che poche nazioni riconoscono. Normalmente, la morte improvvisa per attacco cardiaco a giugno del presidente di 67 anni delle Vanuatu, il sacerdote anglicano e capo tradizionale Baldwin Lonsdale delle isole Banks, non avrebbe sollevato il minimo sospetto. Tuttavia, considerato con altre morti improvvise di leader del Pacifico negli ultimi decenni, la morte di Lonsdale solleva dubbi. Per molti isolani del Pacifico, la morte di Lonsdale è un déjà vu. Sebbene il potere politico attuale a Vanuatu sia del primo ministro, nel 2015 Lonsdale negò il perdono a 14 parlamentari di destra condannati per corruzione. Il portavoce del parlamento, Marcellino Pipite, perdonò se stesso e altri 13 deputati. Lonsdale rientrando da una visita statale a Samoa annullò subito il perdono, sostenendo che nessuno era al di sopra della legge. Pipite fu ministro degli Esteri del governo conservatore del primo ministro Serge Vohor. Nel 2004, Vohor creò segretamente rapporti diplomatici con Taiwan, anche se la Repubblica popolare cinese aveva l’ambasciata nel capoluogo di Vanuatu di Port Vila. La decisione di Vohor di riconoscere Taiwan fu successivamente annullata dal consiglio dei ministri. Nel forgiare i legami con Taiwan, Vohor si affermò da eroe per certi interessi di destra e contrari allo Stato. Nel 2015, Vohor si ritrovò nuovamente ministro degli Esteri, ma fu poi condannato per corruzione insieme agli altri politici il cui perdono fu negato da Lonsdale.
Lonsdale si era già guadagnata l’inimicizia dei più grandi inquinatori mondiali dopo che denunciò Coal India, il commerciante di prodotti anglo-svizzeri Glencore Xstrata e l’azienda petrolifera anglo-olandese Shell quali maggiori creatori di gas serra e quindi del rapido cambiamento climatico, devastante per le isole del Pacifico. Nel 2010, il primo ministro Edward Natapei fu rovesciato da un voto di sfiducia, mentre a Città del Messico partecipava a una conferenza sul cambiamento climatico. Natapei è morto a 61 anni dopo una “lunga malattia”, chiaramente sorprendente per Lonsdale, scosso dalla morte dell’amico e alleato politico. Lonsdale era il secondo sacerdote anglicano a divenire leader delle Vanuatu. Il primo fu padre Walter Lini, fondatore di Vanuatu e primo Primo ministro della nazione. Quando Lini divenne primo ministro di Vanuatu nel 1980, affrontò immediatamente una ribellione secessionistica nelle isole francofone di Espiritu Santo e Tanna. La ribellione fu finanziata da un oscuro gruppo “libertario” statunitense chiamato Fondazione Phoenix, una società di Carson City, Nevada, diretta da un investitore immobiliare di nome Michael Oliver che sperava di creare la “Repubblica di Vemerana”, un’utopia libertaria senza tassa, e che fu già coinvolto in un tentativo degli isolani bianchi di Abaco, delle Bahamas, di separarsi dal governo centrale di Nassau. Lini chiamò una forza militare di 200 soldati provenienti dalla Papua Nuova Guinea, che mise fine alla rivolta in ciò che divenne noto come la “guerra del cocco”. Alcuni dei secessionisti ebbero più di un rapporto di passaggio con l’Agenzia centrale d’intelligence e il servizio di intelligence francese, il Servizio di documentazione estera e di controspionaggio (SDECE). Lini irritò Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda stabilendo rapporti diplomatici con Vietnam, Cuba e Libia e firmando un accordo sulla pesca con l’Unione Sovietica. Lui e il suo partito politico, il Vanuaaku Pati, aderivano al concetto di socialismo melanesiano ispirato ai leader socialisti pan-africani Kwame Nkrumah del Ghana e Julius Nyerere della Tanzania. Lini rifiutò l’ambasciata statunitense a Port Vila. Infastidì anche la Francia sostenendo il movimento d’indipendenza della Nuova Caledonia, un atto che persuase la Francia a sostenere segretamete la ribellione di Espiritu Santo. Il potere politico di Lini cominciò a diminuire dopo aver subito un infarto nel 1987 durante una visita a Washington, DC. Lini subì l’ictus mentre pensava di frequentare la National Prayer Breakfast di Washington, sponsorizzata dalla Fondazione Fellowship, un gruppo di affaristi ricchi e influenti politici. La storia della Fellowship o “Famiglia”, come è meglio nota, suggerisce che il gruppo abbia una lunga storia di legami con la CIA. Lini non partecipò mai alla colazione di preghiera o all’incontro programmato con il presidente Ronald Reagan, irritato dalle differenze di Lini su Libia, Cuba e Unione Sovietica. Il conseguente malessere di Lini, che gli causò la paralisi del lato destro, lo portarono a perdere il potere a Vanuatu, e alla sconfitta col voto di sfiducia del 1991, portandolo alle dimissioni. Lini morì a 57 anni nel 1999. Durante la carriera politica, Lini fu sempre sorvegliato dai “Cinque Occhi” tramite l’intercettazione effettuata dal centro dell’Agenzia nazionale per la sicurezza nazionale degli USA di Waihopai, Nuova Zelanda, denominato IRONSAND. IRONSAND intercettava regolarmente le comunicazioni dei leader delle isole del Pacifico. Ad opporsi ai deputati di Vanuatu condannati per corruzione nel 2015 vi erano Lonsdale e Ham Lini, ex-primo ministro e il fratello di Walter Lini.
La morte di Lonsdale richiamà l’attenzione sul continuo coinvolgimento delle potenze occidentali negli affari di Vanuatu. Molti dei deputati condannati per corruzione hanno collegamenti con il movimento antistatale Na-Griamel, guidato da Jimmy Stevens, capo mezzo-tongano e mezzo-scozzese della malaugurata “Repubblica Vemerana” e del Partito libertario statunitense, entrambi responsabili della rivolta secessionistica del 1980 a Espiritu Santo e Tanna. Uno dei capi della Fondazione Phoenix era il dottor John Hospers, candidato libertario del 1972 a presidente degli Stati Uniti, che fece anche parte del consiglio della “Vemerana Development Corporation”, una probabile facciata della CIA responsabile del tentativo di popolare la “New Hawai” di Vanuatu con 4000 veterani statunitensi. Uno dei congiurati di Vemerana era Mitchell Livingstone “WerBell”, un trafficante di armi della CIA della Georgia coinvolto in una prima spedizione illegale di armi al “Movimento d’Indipendenza di Abaco” nelle Bahamas. La sindrome della morte improvvisa dei politici non si limita a Vanuatu. Molti isolani del Pacifico sospettano della morte misteriosa del presidente di Nauru, Bernard Dowiyogo. Il presidente morì nell’ospedale George Washington a Washington DC, il 10 marzo 2003, mentre era in visita ufficiale negli Stati Uniti. Dowiyogo, ex-presidente della repubblica, era ridiventato presidente dopo che il presidente Rene Harris aveva firmato un controverso accordo con il governo di John Howard dell’Australia per creare un centro della “Pacific Solution” di Howard, il programma per ospitare i rifugiati mediorientali e asiatici a Nauru e Manus, Papua Nuova Guinea, in cambio di denaro. Dowiyogo, 57 anni, ebbe l’infarto dopo aver firmato un conteso (e segreto) accordo con i funzionari dell’amministrazione George W. Bush su vendita di passaporti di Nauru, finanza off-shore e sostegno alla cosiddetta “guerra al terrore” di Bush. Dowiyogo morì dopo undici ore di chirurgia al cuore, mentre era ancora sul tavolo operatorio. I media sociali riferirono che Dowiyogo morì di complicazioni da diabete. Il corpo di Dowiyogo fu restituito al governo di Naurua dall’aviazione statunitense. Il funerale di Dowiyogo a Nauru fu rinviato a causa di “ritardi” inspiegabili incontrati nel riportare il corpo del presidente da Washington. La morte sospetta di Dowiyogo non fu la prima né l’ultima dei leader delle isole del Pacifico.
Il primo presidente delle Palau, Haruo Remeliik, fu ucciso nel 1985. Il suo successore, Lazarus Salii, si sarebbe suicidato nel 1988. Entrambi i presidenti morirono dopo aver affermato di opporsi all’accordo di libera associazione con gli Stati Uniti che permetteva alle navi da guerra nucleari statunitensi di accedere ai porti delle Palau. Nel 1990 Ricardo Bordallo, ex-governatore di Guam, che favorì i diritti di Chamorro sul dominio militare degli Stati Uniti dell’isola, fu trovato morto per ferita da arma da fuoco alla testa, mentre era avvolto nella bandiera di Guam. La morte fu attribuita a suicidio. Come Remeliik e Salii, Dowiyogo fu un netto avversario dei pattugliamenti di navi nucleari statunitensi nella regione, così come dei test nucleari francesi nella Polinesia francese. Poche settimane dopo la morte di Dowiyogo, il successore a presidente delle Nauru, Derog Gioura, 71 anni, alleato politico di Dowiyogo, ebbe un attacco di cuore e fu portato in un ospedale australiano. Più tardi i rapporti dichiararono che Gioura aveva subito un infarto. Poche settimane dopo, Gioura si disse sorpreso di sapere che l’amministrazione Bush aveva sostenuto che sei sospetti “terroristi”, tra cui due membri di al-Qaida, arrestati nel Sud-Est asiatico, avevano passaporti delle Nauru. Il 20 marzo 2008, Christina Dowiyogo, la vedova del presidente Dowiyogo e più longeva prima signora delle Nauru, sarebbe “morta di notte” a 60 anni, senza ulteriori dettagli. Madame Dowiyogo era col marito quando morì a Washington.
Nel 1996, Amata Kabua, il primo presidente dal termine di cinque delle Isole Marshall, morì dopo essere stato affetto da nausea e dolori al torace al Queen’s Hospital di Honolulu. Kabua, 68 anni, irritò gli Stati Uniti per le rivendicazioni giuridiche e legali avanzate dai residenti dell’atollo di Kwajalein deportati dall’atollo di Bikini per permettere agli Stati Uniti di testare le bombe atomiche e all’idrogeno nelle loro isole ancestrali. L’obituario di Kabua affermò che era morto dopo una “lunga malattia” anche se si lamentò delle sue condizioni solo un mese prima della morte nelle Hawaii. Persino i capi surrogati dei “sostenitori” degli USA nel Pacifico non sono immuni da morte improvvisa, dopo aver affrontato Washington. Il primo ministro del partito laburista della Nuova Zelanda, Norman Kirk, fu un netto critico degli Stati Uniti su tutto, dalle navi nucleari nel Pacifico alla guerra in Vietnam al coinvolgimento di Washington nel colpo di Stato del 1973 in Cile. Nel 1974, Kirk, 51 anni, morì improvvisamente dopo aver subito un infarto. Più tardi, il presidente del partito laburista Bob Harvey invocò una commissione reale per indagare se Kirk fosse stato assassinato dalla CIA con un “veleno di contatto”. Data la morte del presidente Lonsdale, tali commissioni investigative dovrebbero essere create anche a Vanuatu, Nauru, Palau, isole Marshall e Guam (Guahan).

Il premier neozelandese Norman Kirk con il premier australiano Gough Whitlam

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una scia di morte: oltre 100 persone vicine ai Clinton morte in modo sospetto (la lista continua)

Una scia di morte: oltre 100 persone vicine ai Clinton morte in modo sospetto

Pensavate che la scia di morte riguardante persone e personaggi collegati alla famiglia Clinton e relativa fazione fosse finita dopo l’elezione di Trump? Sbagliato. Questi morti continuano ad accumularsi.

Link: Una scia di morte: oltre 100 persone vicine ai Clinton morte in modo sospetto

Venezuela, Colpa di Maduro?

Marco Teruggi, Hastaelnocau 20 aprile 2017 – Venezuela InfoIl 19 aprile 2013, quando Nicolas Maduro giurò da presidente, sapevamo che il peggio era passato. Il tentato golpe iniziato il 14 sera fallì, causando 11 omicidi e attacchi ai locali del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e ai Centri di Diagnosi Integrale, aggredendone i leader con una serie di violenze nere. Fu il primo di quattro tentati colpi di Stato affrontati in quattro anni. Attualmente, subiamo l’ultimo, in pieno svolgimento. Il Venezuela di quei giorni visse un periodo complesso: lutto di dieci giorni per Chavez, con un funerale con milioni di persone, Maduro e la sua vittoria elettorale ristretta, i ricordi epici di ottobre, la resistenza agli appelli all’odio di Radonsky Capriles. Tutto restava da vedere, ai margini dell’incertezza, di rado la storia era così aperta. Iniziarono con gli attacchi e i quattro tentati golpe in quattro anni. Il primo nell’aprile 2013, il secondo a febbraio/marzo 2014, il terzo nell’ottobre 2016, il quarto a marzo/aprile 2017. Sì, bisognava, perché come dice Rodolfo Walsh, è la reazione del nemico che misura il nostro successo. Questo nemico ha smesso di attaccare. Ma il calcolo non era preciso: quattro tentativi d’insurrezione, ma il colpo di Stato è permanente, usurando ed andando oltre, era una guerra.
– Non hanno lasciato governare Maduro, diceva una signora in una dimostrazione. Niente di più vero. Neanche per un attimo. Va sottolineato, valutando questi anni, che il fattore imperialismo è al centro: il Venezuela era ed è l’obiettivo numero uno nel continente. L’antimperialismo dovrebbe raccordare le sinistre e i progressisti nella difesa del Venezuela. E invece no. Molti hanno mollato negli ultimi tempi, riflettendo disinformazione, purismo, opportunismo, accettazione della prognosi di una sconfitta; meglio prendere le distanze per non esservi associati. E’ nei momenti più difficili che la rivoluzione è più isolata. In particolare Nicolas Maduro, accusato da molti di aver fatto fallire il processo di trasformazione sognato da una generazione, accusato di non reggerne l’eredità. Accuse dovute, volute o meno, alla tattica della destra di scaricare i mali su Maduro per ridicolizzarlo e screditarlo nella storia. Maduro andava distrutto dal giorno della sua vittoria.
Eletto dalla maggioranza, si candidò per volere di Hugo Chavez. Indossò la fascia presidenziale del processo che condensa tutto ciò che di più avanzato c’è nell’esperienza dei cambiamenti di questi tempo, affrontando allo stesso tempo difficoltà ed errori degli anni precedenti. Va ricercata la genesi di queste tendenze nel passo del 2006. Va notato: i numerosi problemi affrontati dal governo di Maduro sono i vecchi problemi che Chavez segnalò il 20 ottobre 2012 nel discorso del “Colpo di Timone”. Era necessario correggerli, e ciò fu sintetizzato dall’espressione “comune o niente”. Assunse la presidenza con questa direttiva strategica. Lo fece guidando l’architettura governativa ereditata, lo storico nodo economico mai risolto, più o meno la dipendenza dalle rendite petrolifere, un movimento di massa nazionale e un nemico che non vedeva l’ora di assestargli un violento colpo per farlo cadere. Ma non è caduto. E’ rimasto a capo dello Stato e l’ha affrontato. Il problema è analizzare questi quattro anni solo dalla sua figura, come se un processo politico possa esser spiegato attraverso un uomo. È un errore di analisi, un punto di vista politico piazzato dalla destra e un errore di comunicazione della fazione chavista che voleva, e dobbiamo insistere su questo punto, costruire un epico Maduro trascurando il resto, definendolo in modo artificiale. Tali linee si unirono facendone il governante colpevole. Così passarono sullo sfondo attori popolari, mediazione politica, movimenti sociali, contraddizioni nella transizione, interessi di classe contrapposti nel chavismo, logica manovriera dell’amministrazione, dispute di potere, burocrati e traditori, geopolitica, controffensive nazionale e imperialista. La semplificazione è riflesso della seguente equazione: la rivoluzione dipendeva da Chavez e dal prezzo del petrolio. Una volta morto il primo e in caduta libera il secondo, il processo è finito. Ecco le chiavi dell’assenza di analisi, secondo cui la partita è perduta. Non c’era niente da fare. Il problema è che non solo i dati sono imprecisi, la crisi iniziò mesi prima che i prezzi del petrolio scendessero, il motivo del loro legame non è diretto, riducendo tutti il resto a spettatore. Le classi popolari, proprio quelle che il 12 e 13 aprile 2002 furono i protagonisti del ritorno di Chavez, sono diventate passive: non hanno coscienza, organizzazione, tensione con lo Stato, sono prive di capacità politica. Invece di vedere il bene e il male in Maduro, è più corretto considerarlo una delle parti più importanti della direzione civile-militare del processo di trasformazione. Non è la vittima di un assedio che non gli permette di governare, tesi quasi mitologica, né un attore onnipotente.
Il madurismo non esiste. Maduro stesso l’ha ripetuto. Il suo volto è parte della strategia di comunicazione della destra e degli opportunisti che facevano parte del chavismo. Con tale operazione si crea una frattura accusandolo di volersi creare un proprio potere tradendo il patrimonio storico, anche se vi si riferisce. Ciò implica che degli chavisti possono rivendicare la propria identità e opporsi al tempo stesso all’attuale governo, attraendo voti dalla destra. Ciò che esiste è la rivoluzione venezuelana. Al suo interno, e nella condotta, chi so prende la maggior parte dello spazio sono coloro che hanno deciso di cedere il potere a chi attacca la rivoluzione. Questa è lotta di classe interna, un dibattito cruciale è sorto. Rientra nel tutto. Ma c’è molto altro: settori che costruiscono movimenti sociali locali e cittadini, trasferiscono risorse ad esperienze organizzate, recuperano fabbriche tentando nuove forme di produzione, consegnano più di 1,5 milioni di case in sei anni, tracciano l’accordo di risoluzione collettiva dei problemi alimentari, fa esperienza nella milizia, ecc. Una rete complessa che non può essere ridotta a Nicolas Maduro, e neanche a Chávez. Quale sarebbe il parametro per valutare la gestione del capo dello Stato? Come notò Chavez, sarebbe in funzione, pensando in termini socialisti, delle misure adottate dal governo per consolidare una “modalità sostanzialmente democratica di controllo sociale ed autogestione generale”. Chavez citò in questo caso Istvan Meszaros. Da questo punto di vista, si può dire a favore di Maduro lo sviluppo comunale sotto il suo mandato e la costituzione dei Consigli presidenziali di governo popolare, strumenti pratici di co-governo. Qual è la loro situazione oggi? L’analisi dovrebbe comprendere non solo la “volontà” del presidente, ma anche la maturazione, o meno, delle forze popolari-comunali, l’azione del PSUV, le politiche ministeriali, attuate secondo logica dai ministri, più in termini di quote che per linea politica, le tensioni coi governatori e altri, ecc. chiarendo la complessità al centro del progetto chavista: la costruzione della società e del governo municipale. Se non ne è avanzato abbastanza, è colpa di Maduro?
Potremmo valutarne l’amministrazione da altre prospettive. Una è aver evitato gli scenari violenti che la destra ha cercato in ciascuna delle quattro insurrezioni. La pace è stata una lotta vittoriosa: contro tale guerra si è rimasti nei limiti democratici, e si dovrebbe discutere dei limiti della democrazia nelle guerre ibride. Maduro ha mantenuto la pace, da Presidente della Repubblica e leader del chavismo. Oggi, 19 aprile, ancora si affronta tale sfida, lui e tutto il movimento. E’ tornato a governare in situazioni peggiori. Con la rivolta controrivoluzionaria, il petrolio a basso prezzo, i rapporti di forze invertiti nel continente e i demoni irrisolti del chavismo in tensione costante. Visto in retrospettiva, la domanda sarebbe: chi avrebbe fatto meglio? Anche se questa domanda è una trappola perché rafforza implicitamente la tesi che dipenda da una sola persona. La rivoluzione ha un proprio labirinto e difendendo Maduro si potrebbe porre un’altra domanda: ha fatto ciò che ha fatto in questi quattro anni, ma cosa ha fatto chi dovrebbe radicalizzare il processo, rafforzarne lo sviluppo socialista? Perché occupa tanto spazio chi vede la trasformazione in uno Stato forte che realizza accordi con gli imprenditori mantenendo le politiche sociali? Quattro anni dopo va approfondito integralmente la chiave per risolvere le grandi sfide, riconoscere e discutere i successi e limiti del presidente come parte della direzione di un progetto avanzato che resiste agli attacchi dei golpisti e costruisce gli strumenti della transizione al socialismo. Non dovremmo chiedere a Maduro ciò che altri dovrebbero fare. Ancora una volta, si deve dire: è indispensabile serrare le fila intorno a lui. L’unità del chavismo è una condizione per considerare la vittoria. Questa unità significa riconoscerne la leadership attuale. Il resto porta acqua ad un altro mulino, ed ora ce ne sono solo due.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia intercetta un SOS dalle coste nordcoreane. Un fallito sbarco dei Navy SEAL?

Infomaxx 31/05/2017Esperti militari russi sottolineano che la strategia statunitense basata sulle azioni dei Navy SEAL on della Corea democratica è fondamentalmente errata e può comportare conseguenze disastrose. Come già riportato da molti, il sottomarino nucleare degli Stati Uniti USS Michigan effettuava delle missioni segrete con la squadra d’assalto della portaerei USS Carl Vinson al largo delle coste della Corea. Come altri sottomarini della stessa classe, l’USS Michigan ha diversi dispositivi tecnici che consentono si trasportare e sbarcare 66 uomini delle forze speciali della Marina degli Stati Uniti.
L’USS Michigan era apparso nel porto sudcoreano di Busan dove, secondo fonti dell’intelligence cinese, era arrivato per le esercitazioni militari congiunte del Team 6 dei Navy SEAL degli Stati Uniti e la divisione della versione sudcoreana dei SEAL. Presumibilmente pianificavano un tentativo d’infiltrazione nel territorio della Corea democratica per liquidare fisicamente Kim Jong-Un e il suo entourage. La Marina degli Stati Uniti s’è rifiutata di commentare le azioni del Team 6 dei SEAL. Dei giornalisti notano che nel 2011 questa squadra fu direttamente coinvolta nell’eliminazione di Usama bin Ladin. L’US Navy ha rifiutato qualsiasi commento sul Team 6 riferendosi al fatto che di solito non pubblicizza la posizione dei sottomarini del Pentagono per via delle loro missione segrete. Tuttavia, secondo una fonte attendibile di News Front, collegata con il comando dell’Estremo Oriente russo, il Team 6 dei SEAL aderì a una missione di ricognizione nel territorio della Corea democratica. Tuttavia, fu rilevato da un cane di una pattuglia delle guardie di frontiera nordcoreane. Dopo una breve schermaglia, che causava perdite tra i soldati statunitensi, a seguito della violazione del silenzio radio, la richiesta d’evacuazione immediata fu intercettata dai russi.
Su richiesta di News Front di commentare queste informazioni, un funzionario del Pentagono ha detto che le forze speciali della Marina degli Stati Uniti non sono attualmente coinvolte e non hanno mai partecipato a tentativi di decapitazione e l’intercettazione radio russa non può essere né confermata né smentita. Tuttavia, negli ultimi anni, nella penisola coreana si accumulano forze militari, ed ogni giorno vi sono esercitazioni, tiri ed altre manovre. Sarebbe strano che non vi partecipino le truppe SEAL. Il secondo punto importante è l’USS Michigan. La presenza di questo straordinario sottomarino nella regione, naturalmente, aggiunge alla Marina degli Stati Uniti un elemento per azioni furtive, poco rivelabili, ma una scarsa potenza di fuoco rispetto alla potenza navale con due (ora tre) portaerei presso la Corea del Sud, che rientra nel raggio d’azione anche dei velivoli di stanza a Guam. Ciò suggerisce che il compito principale dell‘USS Michigan è sbarcare forze speciali. E ciò è allarmante perché, secondo i russi, le missioni SEAL nella Corea democratica sarebbero suicide e inaudite.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora