Panzane incredibili e plananti sulla Siria

Alessandro Lattanzio, 02/05/2018

Si è diffusa una certa isteria sugli eventi presso Hama, Homs e Aleppo, alle prime ore del 30 aprile. Un isterismo che per modalità, moventi e ambiente generante, assomiglia all’isterismo creato artificialmente da certi ambienti russi o pseudorussi, minoritari, marginali e afflitti da putinofobia emotiva, sui presunti ‘600 mercenari russi’ uccisi dagli statunitensi a Dayr al-Zur, a febbraio di quest’anno. E come in quell’occasione, tale isterismo paranoico putinofobo viene opportunamente rilanciato dagli ambienti politico-mediatici atlantisti, statunitensi e filo-islamisti, con cui i suddetti ambienti pseudorussi, al di là di una contrapposizione di facciata, dimostrano più volte sorprendenti interessi ed obiettivi coincidenti.– I giornalisti ‘russi’ citati a conferma della pretesa dell’attacco missilistico israeliano su una base siriana presso Hama, non sono altro che redattori che da Mosca ricopiavano i twitter di profili più o meno affidabili, come i filo-islamisti Qalatalmudiq e Oryx (che ora si fa chiamare Samir).
– La GBU-39/GLSDB citata come arma usata nell’attacco presso Hama, è una bomba guidata planante aerolanciata o lanciata dal sistema HIMAR/M270, presente nella base statunitense di al-Tanaf, ma non esistono versioni nucleari di questa bomba planante da 130 kg e dalla gittata massima di 150 km.
– Non furono usate armi nucleari; non serve che qualcuno che si autodefinisce ‘esperto di armi’ la definisca arma ai neutrini, tentando pecorecciamente di distinguerla e separarla dalle altre armi nucleari; infatti, ai presunti suddetti esperti, alla domanda precisa su come mai chi visitasse il sito dell’esplosione manipolando rottami metallici, presentandoli come i resti delle presunte GBU-39 ‘ai neutrini’, non usasse protezioni anti-radiazioni, non si ricevesse per risposta che citazioni filosofiche inopportune, tratte dai soliti dei di un certo pantheon del masochismo politico-strategico (Juenger, Schmitt e blabla affine).– Tra l’altro, l’ente Emsc-Csem, che misurò la scossa causata dall’esplosione presso Hama, ne pose l’epicentro a 2 km di profondità; esistono depositi di munizioni profondi due chilometri? E che utilità avrebbe mettere delle munizioni a una tale profondità, rendendone difficile il ricorso al momento opportuno. Neanche bunker presidenziali e silos per missili nucleari vengono costruiti a tali profondità. Se ce n’era bisogno, bastava scavare un tunnel sotto una montagna, che in Siria non mancano, piuttosto che trivellare un pozzo del genere, tutt’altro che d’utile impiego in caso di emergenza. Inoltre, bombe e deposito di munizioni che esplodono a tale profondità, lascerebbero almeno una depressione in superficie, che non compare in alcuna delle foto presentate come ‘prova’ dell’avvenuto attacco missilistico sionista-statunitense:– Israele, per attaccare il sito di Hama, secondo le pretese ricostruzioni, avrebbe dovuto infiltrare non solo lo spazio aereo controllato dai russi, nel nord della Siria, ma anche quello del sud della Siria e della Giordania, controllato da un radar iraniano. Per non parlare dell’Iraq, che non avrebbe mai concesso una copertura ad Israele per attaccare obiettivi in Siria; la violazione dello spazio aereo iracheno avrebbe causato più reazioni che non dello spazio aereo libanese. E non c’è alcuna fonte ufficiale in Iraq che ne abbia parlato. In effetti, alcuna fonte ufficiale russa, siriana, iraniana e irachena fa cenno a un simile attacco. Ovviamente esclusi twitter di profili ambigui e relativi pezzi ‘giornalistici’ regolarmente basati sui suddetti dubbi twitter. A meno che non si voglia credere alle solite geo-sette, come i suddetti putinofobi, che da una parte blaterano di ammuina concordata tra Trump e Putin, e contemporaneamente d’invincibilità statunitense-sionista in Medio Oriente; ovviamente senza neanche spiegarci questa lampante bizzarra contraddizione: se Trump è invincibile, perché dovrebbe concordare con Putin delle messinscene ridicole?– Anzi, qualcuno che continuava ad insistere sull’“attacco missilistico alla base della 47.ma Brigata”, da parte degli israeliani, continua ad insistere anche su 37 morti e 57 feriti tra la guardia rivoluzionaria iraniana (notare come nella caserma della 47.ma Brigata, non potessero che esserci 37 morti e 57 feriti). Ma l’agenzia stampa iraniana Tasnim, citando il comandante della Liwa Fatimiyun in Siria, dichiarava che la base delle milizie filo-iraniane nei pressi dei siti attaccati era intatta e che l’unità non aveva registrato perdite. Ed anche l’agenzia iraniana Mehr, citando una fonte militare, smentiva tali notizie, propalate dal suddetto ambientaccio ‘geomediatico’, ambiguo e inquinante. Il corrispondente di al-Mayadin in Siria sottolineava che non c’era stata alcuna dichiarazione ufficiale delle Forze Armate sul presunto attacco. Solo il giornale siriano “Tashrin” affermava che questo ultimo attacco sulle province di Hama ed Aleppo provenisse dalle basi statunitensi e inglesi in Giordania, impiegando 9 missili balistici. Fatto sta che le foto satellitari usate come pezza d’appoggio della tesi dell’attacco, indicano almeno 11 bersagli distrutti, edifici rasi al suolo chirurgicamente, e quindi l’impiego di altrettanto ‘missili’. Il corrispondente di al-Mayadin affermava che finora non era chiaro quale sarebbe stato l’obiettivo del presunto attacco sionista-statunitense.

– Infine, la presunta base iraniane di Hama non era protetta da alcuna postazione antiaerea, indicando che non era un centro d’importanza strategica, quanto meno, anzi, dimostrandone l’insignificanza militare, con tanto di solite foto satellitari che, presentate a supporto, invece suscitano più di un dubbio. In sostanza, non c’era ragione di lasciare una base militare e un deposito di armi importante in Siria senza difese aeree di punto. Infatti, tali foto satellitari vengono messe a paragone con altre che indicherebbero la condizione delle strutture prima dell’attacco, ma senza indicare la data in cui furono riprese tali ultime foto. L’area in questione fu soggetta diverse volte, negli ultimi 7-10 anni, ad incursioni aeree israeliane, e quindi non è detto che gli edifici devastati che appaiono in queste foto a ‘supporto’, siano stati effettivamente distrutti il 29 aprile, e non mesi o anni prima. Tanto più che numerose foto prese in loco mostrano edifici si devastati, ma ancora parzialmente in piedi, al contrario della tabula rasa mostrata dalle ‘foto satellitari’.

In conclusione, probabilmente è successo questo: Il 30 aprile di prima mattina, 8 razzi Grad sparati dai terroristi di Jabhat al-Nusra su Hama, colpivano un deposito di munizioni a Nahr al-Barad, la caserma dei vigili del fuoco nella vicina Salhab, le località di Atama e Sarayhin a sud di Hama, uccidendo una decina di civili. I terroristi lanciavano razzi anche contro la provincia di Aleppo, ad al-Maliqiyah, facendo altre vittime tra i civili.

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Il gioco dei Rothschild in Siria

Dean Henderson 25/04/2018

Nel febbraio 2013, sorvegliata dai suoi ben pagati mercenari dello SIIL, Genie Energy, con sede nel New Jersey, ottenne un permesso di esplorazione petrolifera nelle alture del Golan occupate da Israele nel sud della Siria. Il 31 ottobre 2011, proprio mentre il cartello bancario della City of London lanciava la sua guerra al Presidente siriano debitamente eletto Bashar al-Assad, Genie fu stata scorporata dal suo creatore IDT Telecom. Alla Genie fu concessa la licenza per trivellare il Golan dal governo israeliano in palese violazione dell’Allegato alla Quarta Convenzione di Ginevra. Ed opera nel Golan tramite la controllata Afek Israel Oil & Gas. Il presidente della Genie Oil Efraim Eitam è stato determinante nel facilitare la rapina del petrolio del Golan. È un generale di brigata delle forze di difesa israeliane e si è laureato al Royal College of Defence Studies di Londra. Una volta Eitam affermò: “Non possiamo stare con tutti questi arabi e non possiamo abbandonare la terra perché abbiamo già visto che ci fanno. Alcuni di loro potrebbero rimanere a determinate condizioni ma la maggior parte dovrà andarsene”. I capi di Eitam sono un gruppo ancor più interessante di barbari.
Il comitato consultivo strategico di Genie Energy include il proprietario di Royal Dutch/Shell Lord Jacob Rothschild, l’ex-vicepresidente USA Dick Cheney, il presidente Newscorp (Fox News&Wall Street Journal) Rupert Murdoch, l’ex-segretario al Tesoro statunitense Lawrence Summers, l’ex-segretario all’Energia statunitense Bill Richardson, l’ex-membro della CIA e membro della Dyncorp James Woolsey e l’ex-senatrice della Louisiana Mary Landrieu. Sono tutti investitori della Genie. Un documento della CIA del 1983 rivela il piano Rothschild per la Siria. Il documento, scritto dall’ufficiale della CIA Graham Fuller, sostiene che l’occidente dovrebbe “costringere la Siria” rovesciando l’allora Presidente siriano Hafiz al-Assad, sostituendolo con un burattino pro-banchiero ed escludendo l’invia di armi alla Siria dalla Russia. Questo avrebbe quindi spianato la strada a un oleodotto e gasdotto controllato dalla City of London che sarebbe partito dal Qatar. Exxon Mobil possiede una grossa fetta di Qatar Gas, il cui giacimento offshore North Pars contiene più gas naturale di qualsiasi altro campo al mondo. Questo spiega ora perché l’ex-segretario di Stato e ex-CEO di Exxon Mobil, Rex Tillerson, sia col Qatar nella controversia coi sauditi. Il gasdotto sarà diretto a nord passando da Bahrayn, Arabia Saudita e Giordania prima di attraversare la Siria ed entrare in Turchia verso l’Europa. Un volume così ingente di gas aiuterebbe i banchieri a por fine alla presenza della russa Gazprom sulle importazioni di gas naturale dell’Europa. Russia, Iran, Iraq e Siria promuovono una rotta diverso partendo dall’adiacente giacimento di gas del Golfo Persico del Sud Pars, di proprietà dell’Iran. L’oleodotto si dirigerebbe a nord attraverso l’Iran, e poi a ovest attraverso Iraq e Siria fino al porto di Lataqia, dove verrebbe convogliato sotto il Mar Mediterraneo o spedito vai petroliere verso l’Europa. Anche prima del 1983, le agenzie di intelligence occidentali appoggiavano i Fratelli musulmani in Siria nella guerra clandestina per rimuovere l’anziano Assad. Nel 1982 i Fratelli musulmani occuparono la città di Hama, prima di essere bombardati delle forze aeree di Assad. L’appartenenza alla Fratellanza musulmana è punibile con la morte in Siria perché il Partito Baath al governo sottolinea che la fratellanza ha sempre collaborato coi “fratelli” massoni a Londra per dividere i nazionalisti arabi.
Con le perforazioni della Genie Oil nel Golan occupato e la corsa per costruire a ritmo sostenuto l’oleodotto controllato dalla City of London, si può essere sicuri che nonostante il vantaggio che Assad e i suoi sostenitori russi, iraniani ed Hezbollah hanno nella guerra siriana, Rothschild e i suoi scagnozzi useranno altri pretesti per far continuare a uno stanco presidente Trump la lotta per il loro impero in Siria. Spetta al popolo statunitense appoggiare l’impulso del presidente ad andarsene, sottolineando il momento per gli Stati Uniti di uscire dalla Siria e di liberarsi dalla morsa dei banchieri della City di Londra.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’Asia ferma il traffico terroristico turco-statunitense

Tony Cartalucci, LD, 27 aprile 2018Il governo e le organizzazioni statunitensi che finanzia come “difensori dei diritti umani” denunciavano la decisione della Malaysia di deportare 11 uiguri sospettati di legami col terrorismo in Cina. L’articolo di Radio Free Europe/Radio Liberty del dipartimento di Stato USA “La preoccupazione degli Stati Uniti su 11 uiguri che Pechino vuole deportare dalla Malaysia“, riferiva: “Il 9 febbraio gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per la possibile deportazione dalla Malesia di 11 musulmani uiguri in Cina”. Reuters riferiva l’8 febbraio che gli 11 uiguri provenienti dalla Cina, tra i 20 fuggiti da un carcere in Thailandia l’anno scorso, erano detenuti in Malaysia e Pechino ne trattava con la Malaysia la deportazione. Human Rights Watch, facciata che si atteggia a difensore dei diritti umani finanziato dal criminale finanziario George Soros e dalla sua Open Society Foundation, condannava la decisione della Malaysia. In una dichiarazione intitolata “Malaysia: non inviare 11 detenuti in Cina, i membri del gruppo subirebbero torture e maltrattamenti “, dichiarava: “Il governo della Malaysia dovrebbe garantire che 11 migranti detenuti non vengano deportati in Cina, secondo Human Rights Watch. I migranti dovrebbero avere accesso urgente a decidere lo status di rifugiato dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite”. I detenuti sarebbero di un gruppo di 20 persone fuggite dalla detenzione per immigrazione in Thailandia nel novembre 2017. La Cina afferma siamo uiguri, minoranza turca musulmana originaria della Cina occidentale. Dopo che i membri del gruppo furono detenuti in Thailandia, si identificarono come cittadini turchi e chiesero di essere inviati in Turchia. È importante notare la Turchia come presunta destinazione dei terroristi. Fa parte di una rete gestita dalle agenzie di intelligence statunitensi e turche per inviare mercenari in Siria. Insieme ai mercenari da tutto il mondo, si presentavano in Turchia dove venivano armati, addestrati ed inviati in territorio siriano. La dichiarazione di HRW ammetteva anche che: “La Malaysia è uno dei tanti Paesi che negli ultimi anni ha rimpatriato forzatamente uiguri in Cina in violazione del diritto internazionale. Nel settembre 2017, il Viceprimo Ministro della Malaysia Zahid Hamidi disse che avevano arrestato 29 “militanti” uiguri dello Stato islamico da quando condividono dati biometrici con la Cina, dal 2011”. Il governo degli Stati Uniti, che di per sé detiene, tortura regolarmente ed in modo esecrabile uccide chi considera “terroristi sospetti” nel mondo, tentava d’impedire l’operazione di sicurezza congiunta cino-malese contro la minaccia dei terroristi cinesi che transitano nella regione verso la Siria. Così facendo, gli Stati Uniti tentano di segare i legami tra Cina e Malaysia, oltre a mettere a repentaglio la sicurezza della regione. Nel 2015, quando il governo thailandese deportò in Cina 100 sospetti terroristi, il governo degli Stati Uniti e i suoi “diritti umanitari” definirono nello stesso modo l’azione. Mesi dopo, i terroristi uiguri fecero esplodere una bomba nel centro di Bangkok, uccidendo 20 persone, per lo più turisti cinesi. Il New York Times, nell’articolo “La Thailandia incolpa i militanti uiguri per l’attentato al Santuario di Bangkok” ammetteva: “Quasi un mese dopo l’attentato più micidiale della recente storia thailandese, il capo della polizia nazionale thailandese fece commenti espliciti sui responsabili e del perché. Gli attentatori, disse, erano legati ai terroristi uiguri, membri radicali di una minoranza etnica colpita nella Cina occidentale, che avevano tentato di vendicare il rimpatrio forzato di uiguri dalla Thailandia alla Cina e lo smantellamento della rete del traffico umano”. L’attentato fu pianificato professionalmente ed eseguito con l’obiettivo preciso di acuire le tensioni tra Bangkok e Pechino, suggerendo la pianificazione con alti obiettivi strategici statunitensi.

I media degli Stati Uniti ammettono che gli uiguri combattono in Siria
In un articolo di Associated Press del dicembre 2017 intitolato “La rabbia per la Cina porta gli uiguri a combattere in Siria”, ammetteva: “Dal 2013, migliaia di uiguri, minoranza musulmana turcofona della Cina occidentale, si sono recati in Siria per addestrarsi col gruppo terroristico uiguro del Turkistan Islamic Party e combattono al fianco di al-Qaida, svolgendo ruoli chiave in diverse battaglie. Le truppe del Presidente siriano Bashar al-Assad ora si scontrano coi terroristi uiguri mentre il conflitto si avvicina alla fine”. L’AP ammetteva anche che i terroristi uiguri si recarono specificamente dal sud-est asiatico verso Turchia e poi Siria, affermando: “Come i profughi uiguri viaggiavano di nascosto nel sud-est asiatico, dissero che furono accolti da una rete di terroristi uiguri che offrivano cibo e riparo, e la loro ideologia estremista. E quando i rifugiati sbarcarono in Turchia, furono nuovamente corteggiati da reclutatori che vagavano apertamente per le strade di Istanbul nei difficili quartieri di immigrati come Zeytinburnu e Sefakoy, alla ricerca di nuovi terroristi da inviare in Siria”. Coi media occidentali che ammettono che migliaia di terroristi uiguri viaggiavano dal sud-est asiatico verso la Siria per combattere al fianco di al-Qaida e, presumibilmente, suoi affiliati come il cosiddetto “Stato islamico” (SIIL), è ovvio che i tentativi di denigrare i malesi e la cooperazione tailandese con la Cina per chiudere questa “tratta sotterranea” intesa a perpetuare non solo la minaccia alla Siria, ma anche alla Cina e al resto dell’Asia, quando tali terroristi temprati dalla battaglia ritornano a casa. AP spiegava: “…la fine della guerra in Siria potrebbe essere l’inizio delle peggiori paure della Cina. “Non ci importava come andavano i combattimenti o chi sia Assad”, disse Ali, che dava il solo nome per paura di rappresaglie contro la famiglia. “Volevamo solo imparare ad usare le armi e tornare in Cina”.” Altri gruppi, finanziati direttamente dal governo degli Stati Uniti a Washington DC, come il World Uyghur Congress (WUC), tentavano d’impedire gli sforzi collettivi dell’Asia per arginare il terrorismo che ne attraversa il territorio verso la Siria. Organizzazioni come il WUC sono fondamentali nel difendere il separatismo terroristico nella provincia cinese dello Xinjiang.

La rete di protezione del terrore degli Stati Uniti data dai gruppi dirittumanitari
E in Malaysia e Thailandia, nazioni in prima linea nella distruzione della rete terroristica nel sud-est asiatico, il governo degli Stati Uniti finanzia le facciate che condannano gli sforzi del governo locale per collaborare con la Cina. Tali organizzazioni tentano di ostacolare le operazioni di sicurezza col pretesto di difendere i “diritti umani”. In Thailandia, organizzazioni finanziate dal dipartimento di Stato USA attraverso il National Endowment for Democracy (NED), come iLaw, Prachatai, avvocati thailandesi per i diritti umani, Fortified Rights e altri che conducono campagne volte a far pressione sul governo thailandese per consentire ai terroristi di viaggiare verso la Turchia, per collegarsi con al-Qaida in Siria. In Malaysia, “Lawyers for Liberty”, diretto da Eric Paulsen, è finanziata dal NED statunitense ed anch’essi attaccavano gli sforzi del governo locale per arginare il flusso di terroristi uiguri nel proprio territorio verso la Siria. In un post, Paulsen esclamava: “Centinaia di altri uiguri già deportati da Thailandia e Malesia vengono imprigionati o scompaiono, ritrovandosi in posti sconosciuti o dispersi. (La Malaysia) deve opporsi alle richieste della Cina, poiché costoro non hanno commesso crimini autentici in Malaysia”. La frase di Paulsen, “visto che costoro non hanno commesso crimini autentici in Malaysia“, fa capire che la loro presenza in Malaysia è semplicemente il passaggio verso la Siria per partecipare a una massa di crimini, come il terrorismo con al-Qaida e SIIL. Inoltre, come sottolineava la Associated Press, costoro avevano intenzione di addestrarsi in Siria e tornare in Cina per continuare i crimini, incluso il terrorismo. E come visto a Bangkok nel 2015, se tale rete terroristica venisse rotta, tali terroristi attaccherebbero altre nazioni quando e dove desiderano. Mentre gli Stati Uniti tentano di dividere la Cina dal Sud-est asiatico sulla questione del terrorismo uiguro, sembra ottenere l’effetto opposto. Mentre l’influenza degli Stati Uniti cala nella regione e le loro attività diventano più pericolose, la cooperazione tra Thailandia, Malaysia e Cina aumenta dato che le tre nazioni, insieme al resto del Sud-Est asiatico, sono obiettivo della sovversione degli Stati Uniti nel tentativo di Washington di mantenere il primato sulla regione.
Gli Stati Uniti corrono anche il rischio di esagerare con le manovre “umanitarie” in difesa delle loro reti di terrore e sovversione nel mondo. Coi media occidentali che ammettono apertamente che gli uiguri arrestati in Thailandia e Malesia sono reclute di al-Qaida e SIIL che combattono in Siria, mentre chiedono che possano recarsi in Siria col pretesto dei “diritti umani”, gli Stati Uniti ancora una volta usarono la difesa dei “diritti umani” come cortina fumogena per calpestare i diritti umani veri e il diritto internazionale. L’Asia sud-orientale, consentendo oggi a un esercito di terroristi di attraversare il proprio territorio, compromette ancora la sicurezza siriana oggi e domani la sicurezza collettiva dell’Asia, quando tale esercito di terroristi ritornerà a casa. L’unica scelta dell’Asia è resistere collettivamente, esporre e smantellare non solo tale rete del terrorismo sponsorizzato dall’occidente, ma anche i falsi gruppi dirittumanitari che gli Stati Uniti usano per proteggerla.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli USA cullano lo Stato islamico mentre i 4+1 ne pianificano la fine

Moon of Alabama 24 aprile 2018Portavoce dell’OIR @OIRSpox – 15:02 UTC – 24 apr 2018
L’attacco iracheno a un noto quartier generale dello SIIL in Siria è stato pianificato/condotto dalle forze di sicurezza irachene col supporto del CJTFOIR. Questo attacco dimostra la volontà dell’Iraq di fare ciò che è necessario per assicurare i propri cittadini e il loro ruolo importante della coalizione globale contro lo SIIL”. Il suddetto tweet del portavoce dell’operazione Inherent Resolve (OIR) degli Stati Uniti contro lo SIIL è estremamente fuorviante, se non falso. Gli Stati Uniti cercano di accreditarsi un attacco compiuto senza il loro consenso, avviato dall’alleanza anti-USA come monito su ulteriori traffici statunitensi con lo SIIL. L’esercito statunitense in Siria si astiene dal combattere lo SIIL da mesi.La mappa del territorio occupata dal SIIL (grigio) al confine siriano-iracheno nella zona controllata dagli Stati Uniti a nord dell’Eufrate (giallo) non è cambiata da novembre 2017. (Il corridoio giallo da sud-est verso l’Iraq è fuorviante: gli Stati Uniti non hanno forze e lo SIIL l’attraversa più volte per attaccare le forze siriane (rosse) lungo il fiume).
Il gruppo Airwars documenta i raid aerei statunitensi in Iraq e Siria. Gli attacchi degli Stati Uniti contro lo SIIL in Siria si sono ridotti ad uno al giorno, o meno:Gli attacchi degli Stati Uniti colpiscono, semmai, solo obiettivi minori. Dalla sintesi settimanale dell’OIR dal 30 marzo al 5 aprile (solo per la Siria):
Tra il 30 marzo e il 5 aprile, le forze militari della coalizione hanno condotto nove attacchi consistenti in 11 azioni in Siria e Iraq.
Non sono stati segnalati attacchi in Siria il 5 aprile 2018.
Non sono stati segnalati attacchi in Siria il 4 aprile 2018.
Non sono stati segnalati attacchi in Siria e Iraq il 3 aprile 2018.
Non sono stati segnalati attacchi in Siria il 2 aprile 2018.
Il 1° aprile in Siria, le forze della Coalizione hanno condotto un attacco composto da tre azioni contro obiettivi dello SIIL.
• Vicino Abu Qamal, un attacco ha ingaggiato un’unità tattica dello SIIL e distrutto un veicolo.
Il 31 marzo in Siria, le forze della Coalizione hanno condotto un attacco composto da un’azione contro obiettivi dello SIIL.
• Vicino ad Abu Qamal, un attacco ha ingaggiato un’unità tattica dello SIIL.
Il 30 marzo in Siria, le forze della Coalizione hanno condotto un attacco composto da un’azione contro obiettivi dello SIIL.
• Vicino Shadadi, un attacco ha ingaggiato un’unità tattica dello SIIL e distrutto un veicolo”.
Due auto e tre presunti terroristi (chiamati “unità tattiche”) presi di mira in una settimana non sono affatto una guerra. Il numero totale di combattenti dello SIIL nell’area è stimato tra 5000 e 12000. Gli attacchi statunitensi non sono nemmeno visibili. È ovvio che gli Stati Uniti vogliono mantenere vivo e vegeto lo SIIL per riutilizzarlo, se necessario, contro i governi siriano e iracheno. Il segretario di Stato Kerry e l’allora presidente Obama ammisero di aver usato lo SIIL per fare pressione sul Presidente Assad e sul Primo Ministro Maliqi: “Il motivo, aggiunse il presidente, non è che abbiamo iniziato a compiere molti attacchi aerei in Iraq non appena arrivò lo SIIL, perché ciò avrebbe tolto pressione al primo ministro Nuri Qamal al-Maliqi”. Ora vediamo il ripetersi di tali “giochi”. Lo SIIL ha avuto il tempo di riposare, riguadagnando capacità soprattutto nella provincia irachena di Anbar, dove si muove tra i villaggi e minaccia gli abitanti. Emette nuove istruzioni ai seguaci e li invita ad attaccare o sabotare le prossime elezioni in Iraq. Poiché gli Stati Uniti non sono disposti a combattere lo SIIL, i governi di Iraq, Siria, Iran e Russia (ed Hezbollah) hanno deciso di occuparsi del problema. Il 19 aprile, i 4+1 s’incontravano per coordinare le future campagne. Ufficiali di Iraq, Siria, Iran e Russia s’incontravano nella sala operativa di Baghdad per coordinare l’ulteriore battaglia contro lo SIIL. Il Ministro della Difesa iraniano Brigadier-Generale Amir Hatami partecipava alla riunione della sala operativa e aveva ulteriori incontri coi leader delle Unità di mobilitazione popolare irachena (PMU) o Hashd al-Shabi. (Il comandante dell’IRGC Qasim Sulaymani, drappo rosso per tutte le forze antiraniane, è ora intenzionalmente tenuto nascosto). La riunione della sala operativa decideva operazioni ed attacchi futuri. Prima dell’incontro, gli ufficiali dell’intelligence militare del 4+1 identificavano l’obiettivo per un’operazione congiunta. L’attacco fu progettato per dare slancio alla nuova fase dei combattimenti. Doveva anche essere un avvertimento agli Stati Uniti.
Poco dopo l’incontro, l’Aeronautica irachena colpiva un centro di comando dello SIIL nella Siria orientale vicino Abu Qamal, nella zona controllata dagli Stati Uniti: “Secondo un portavoce militare iracheno, l’operazione fu completamente coordinata con l’Esercito arabo siriano”. Il Ministero della Difesa iracheno distribuiva il video dell’attacco a una villa di tre piani. In seguito, l’Iraq annunciò che 36 combattenti dello SIIL, inclusi dei capi, furono eliminati dall’attacco. Dopo l’attacco, l’US Inerent Resolve degli Stati Uniti cercò di prendersene il merito sostenendo che ne era coinvolto. “Asia del Sud-Ovest; l’aviazione irachena ha condotto un attacco aereo nei pressi di Hajin, in Siria, contro i terroristi dello SIIL che operano al confine tra Iraq e Siria, il 19 aprile. L’attacco fu approvato dal primo ministro iracheno e comandante in capo delle forze armate Dr Haydar al-Abadi. L’attacco dimostra l’impegno dell’Iraq a distruggere i resti dello SIIL che continuano a minacciare i suoi cittadini. L’operazione fu pianificata ed eseguita dal comando delle operazioni congiunte iracheno col supporto dell’intelligence della Coalizione”. “Questa operazione mette in evidenza le capacità delle Forze Armate irachene di perseguire aggressivamente lo SIIL e mantenere la sicurezza interna del Paese”, affermava il brigadier-generale Robert B. Sofge, vicecomandante delle operazioni della Joint Task Force – Operation Inherent Resolve. La missione della Combined Joint Task Force – Operation Inherent Resolve è sconfiggere lo SIIL in aree di Iraq e Siria, e stabilire le condizioni per le operazioni per la stabilità regionale”.
Le mie fonti dicono che la dichiarazione degli Stati Uniti è fuorviante se non completamente falsa. Dopo che i quattro comandanti della sala operativa di Baghdad decisero l’attacco, il comando iracheno l’avviò. Gli iracheni ne informarono il comando OIR degli Stati Uniti, ma diedero solo una descrizione approssimativa dell’area da colpire. Detto diversamente, non fu dato agli Stati Uniti il tempo di avvertire lo SIIL. Il “supporto d’intelligence” degli Stati Uniti all’operazione consisteva nel tenere lontani i loro aerei. Il tweet del portavoce dell’OIR citato è una ripetizione della dichiarazione del comando OIR del 19 aprile che si accreditava ciò che non gli competeva. Mentre gli Stati Uniti coccolano lo SIIL in Siria per riusarlo per i propri scopi, i 4+1 pianificano un’ampia operazione congiunta per distruggere finalmente la minaccia taqfira. Mi aspetto che l’operazione abbia inizio dopo le elezioni del Parlamento iracheno del 12 maggio e il nuovo governo iracheno sia operativo. Dovranno essere preparate abbastanza forze siriane ed irachene. Sul versante siriano un ponte militare sull’Eufrate è stato recentemente ricostruito dall’Esercito arabo siriano e nuovo materiale arriva nell’area. L’incontro del Ministro della Difesa iraniano con le PMU suggerisce un ruolo importante per queste unità nella lotta imminente. Gli Stati Uniti cercheranno d’impedire o minare il piano o ne rimarranno fuori?Traduzione di Alessandro Lattanzio

Perché la Turchia ha sostenuto l’attacco missilistico statunitense in Siria?

Salman Rafi Sheikh New Eastern Outlook 24.04.2018

Il ruolo della Turchia nella guerra in Siria è controverso sin dall’inizio. Dall’iniziale sostegno a Stati Uniti e NATO allo scontro con la Russia, il “malato d’Europa” recentemente compiva una svolta drammatica verso Russia e Iran, ritirando la richiesta di uscita di Assad dal potere. Fin dalla svolta politica, la Turchia ha cooperato con Russia ed Iran nei processi di pace di Sochi e Astana per porre fine alla guerra. E proprio quando questi piani iniziavano a dare frutti, la Turchia compiva un’altra svolta “salutando” l’attacco missilistico USA in Siria per il presunto attacco chimico del governo siriano, in sostanza smentito. Poi si vide Ankara respingere la richiesta di Mosca di consegnare Ifrin, che la Turchia controlla, al governo siriano, arrogandosi invece autorità e tempistica per consegnarla non al governo siriano, ma al popolo d’Ifrin, come recentemente affermato da Erdogan. Tale svolta aveva luogo nonostante Mosca abbia recentemente avviato una centrale nucleare in Turchia; la Russia è stata accomodante sin dal riavvicinamento cogli interessi di Ankara in Siria, permettendole le operazioni militari contro i gruppi curdi sostenuti dagli Stati Uniti, con la Turchia profondamente interessata ad acquistare piattaforme antiaeree S-400 russe. Ciò che spiega svolta e scopi turchi in Siria va decifrato nella complessa geopolitica della guerra in Siria.

La Turchia vuole rimanere nella NATO
Abbastanza importante, tale svolta turca è avvenuta mentre il presidente degli Stati Uniti annunciava l’intenzione di ritirarsi dalla Siria. Mentre il controverso attacco missilistico si rivelava una strategia per salvare la faccia degli Stati Uniti in Siria, l’annuncio in sé aveva il significato, per la Turchia, che gli Stati Uniti potevano infine soccombere alla domanda di Ankara di disarmare i curdi. Con gran piacere della Turchia, il presidente degli Stati Uniti già decise di por fine a finanziamento e sostegno alle milizie curde in Siria. Secondo i media degli Stati Uniti, la Casa Bianca ordinava di congelare 200 milioni di dollari destinati ai “fondi infrastrutturali” nelle aree controllate dai curdi in Siria. Tale congelamento, oltre al fatto che gli Stati Uniti seriamente pensano di ritirare le truppe, significa che alla Turchia non sarà impedito sopprimere le milizie curde lontano dai propri confini. Ciò significa potenzialmente che gli Stati Uniti sono disposti ad assecondare la vecchia domanda della Turchia di staccarsi dalla crescente confluenza con Russia e Iran. Gli Stati Uniti, in altre parole, dopo aver perso i mezzi per influenzare la Siria, ora si rivolgono alla Turchia per influenzare la conclusione del conflitto in Siria attraverso essa. Il segretario di Stato Mike Pompeo aveva già accennato a una simile possibilità. Nell’udienza di conferma, rispose alla domanda sul dialogo trilaterale tra Russia, Iran e Turchia, affermando che “il popolo statunitense dev’essere rappresentato in quel tavolo” e che “può far parte dei colloqui”. E mentre la principale preoccupazione turca era il concentramento curdo ai confini, comportando instabilità fino ad Ankara, anche la NATO sembrava seria nel correggere tale fattore. Ciò fu confermato dal segretario generale della NATO Jens Stoltenberg durante la visita in Turchia, dove affermava che alcun membro della NATO ha subito più attentati (leggi: attacchi del PKK) della Turchia, “l’alleato più esposto all’instabilità in questa regione”. La Turchia, quindi, non ha alcuna esitazione nel rispondere positivamente all’occidente volendo tenere conto dei propri interessi principali. La Turchia, sempre membro della NATO, vorrebbe quindi certamente rimanervi guidando gli interessi occidentali ad Astana e Sochi, agendo per limitare l’influenza iraniana e russa in Siria e Medio Oriente.

La Turchia cambia le regole d’ingaggio in Siria
Ma cosa succede esattamente? Le differenze tra Turchia e Russia ed Iran su Ifrin sono già note. Con la Turchia che si rifiuta di consegnarla alla Siria collegando il proprio ritiro al ritiro di altre forze straniere (leggi: russi e iraniani) dalla Siria, inviava un messaggio chiaro a Mosca e Teheran: l’alleanza con loro rimane di convenienza e tende a separare le relazioni economiche con la Russia dagli interessi in Siria, convergenti nella misura in cui la Russia permette alla Turchia di operare contro i curdi, ma che ora si discostano nel restituire il territorio al governo siriano. Tali disaccordi sottolineano con forza che, malgrado la cooperazione, la Turchia è ben lungi dall’abbandonare la NATO per la Russia o l’Iran. Ma riprogettandosi da attore chiave, la Turchia indicava di sospettare dei processi di Astana e Sochi e di voler tracciare la sua via fino Ifrin e Idlib, quest’ultima già oggetto di feroci negoziati e indubbiamente prossimo obiettivo della guerra in Siria. Per la Turchia, Idlib rimane cruciale, e già aveva invitato Russia ed Iran a impedirvi l’offensiva siriana, che potrebbe iniziare in qualsiasi momento; l’importanza d’Ifrin aumentava per la Turchia, poiché intende utilizzarla come mezzo per continuare a controllare Idlib e mantenervi i suoi jihadisti trincerati, per influenzare l’esito finale della partita siriana ed estorcere le massime concessioni da Russia e Iran nella prossima conferenza di Sochi.Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali ed affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio