La rinascita del Partito Comunista Indonesiano

Srechko Vojvodich, Communism, 12 novembre 2017

Il seguente saggio tratta della ripresa dell’attività legale del Partito comunista indonesiano dopo 50 anni di proibizione. È un adattamento ed elaborazione della presentazione di Vladimir M. Soloveichik, pubblicata su Leningrad Internet TV e YouTube il 27 giugno 2016, in lingua russa. L’articolo offre interessanti informazioni sulla storia eroica e tragica del Partito Comunista non al potere più grande del mondo ed esprime l’ottimismo che le nuove generazioni di comunisti indonesiani continuino la lotta, unendosi al movimento marxista-leninista per la materializzazione dell’ideale comunista.Prologo
Questo argomento ha grande importanza morale per noi comunisti. Qui parliamo del Partito Comunista Indonesiano, la cui storia è ricca di eventi, tragedie e coraggio dei comunisti e di crimini contro di loro commessi dalla reazione borghese. Ora, dopo un divieto di 50 anni, il Partito Comunista Indonesiano ha tenuto il suo congresso e riprende l’attività legale nel Paese.

Origini
Uno dei più grandi partiti comunisti del mondo, uno dei più grandi partiti comunisti dell’Asia, il Partito Comunista dell’Indonesia aveva, al momento del divieto nel 1965, circa tre milioni di seguaci, tra cui due milioni di iscritti. Era il terzo partito comunista più numeroso del mondo, subito dopo il Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) e il Partito Comunista Cinese (PCC). La storia di quel partito iniziò nel maggio 1920. L’Indonesia è un Paese su un vasto arcipelago nel sud-est asiatico, che in quel momento era colonia olandese. Il socialdemocratico olandese Henk Sneevliet iniziò a radunare i compagni, lasciando i socialdemocratici olandesi e locali organizzò il congresso fondativo del partito, che entrò nella storia come Partito comunista indonesiano. Porta questo nome dal 1924. Chi era Henk Sneevliet? Già non molto giovane, quasi 40 anni, aveva accumulato molta esperienza nel lavoro sindacale nei Paesi Bassi e, in quanto tale, fu nominato rappresentante della sezione orientale del Comintern. Dopo aver fondato il Partito Comunista Indonesiano, andò in Cina, dove si trovò alla fondazione del Partito comunista cinese. Fu lui che organizzò, nel luglio 1921, il Congresso fondativo del Partito Comunista cinese a Shanghai. Non fu nientemeno che lui che invitò al Congresso, tra gli altri, un giovane studente dell’Università di Pechino, Mao Tse-tung, vedendo in lui i tratti del futuro leader comunista. Dopo aver lavorato nella sezione orientale del Comintern, Henk Sneevliet tornò nei Paesi Bassi e poi ruppe drammaticamente con la leadership comunista olandese, passando al trotskismo e poi separandosi da Trotzkij. Più tardi, negli anni della Seconda Guerra Mondiale, deputato indipendente dell’Olanda, il rappresentante dei lavoratori Sneevliet guidò la resistenza clandestina olandese ed organizzò il più grande sciopero durante l’occupazione nazista dell’Europa occidentale contro l’hitlerismo, nel novembre 1941. Fu arrestato e giustiziato dalla GeStaPo di Hitler nell’aprile del 1942. Non aveva ancora 60 anni.
Il Partito fondato da Sneevliet si sviluppò come molti altri partiti orientali del Comintern, i partiti comunisti asiatici, attraverso il Terrore Bianco nel 1926, la lotta ai colonizzatori, l’occupazione giapponese e la resistenza armata agli alleati giapponesi di Hitler. Dopo la debacle del militarismo giapponese nel 1945, i nazionalisti indonesiani, guidati dal presidente Sukarno, iniziarono la lotta per l’indipendenza contro gli olandesi e il loro dominio coloniale. Il PKI sostenne Sukarno, come doveva fare qualsiasi forza patriottica, e ciò fu ricambiato con oscura ingratitudine. Non fu altri che Sukarno che, insieme ai nazionalisti e ai generali islamici, organizzò una provocazione armata nel 1948 coinvolgendo l’esercito e le formazioni armate del partito, il cui esito fu il sanguinoso massacro dei comunisti indonesiani, l’assassinio dell’allora Segretario generale della Comitato centrale del Partito comunista indonesiano, Munawar Musso, e del membro del Politburo Amir Sjarifuddin, ministro della Difesa nel governo di coalizione tra comunisti e nazionalisti, il governo anticolonialista di Sukarno. Tuttavia, comprendendo di dover ancora aver bisogno dei comunisti nella lotta contro i generali islamici e i colonizzatori olandesi, Sukarno evitò di bandire il PKI, sperando che i nuovi leader fossero più leali nei suoi confronti di Munawar Musso e Amir Sjarifuddin, che fece giustiziare. In realtà, al timone del Partito arrivarono Dipa Nusantara Aidit, Njoto, MH Lukman e alcuni altri, orientati verso il vittorioso Partito Comunista Cinese e la collaborazione del Partito Comunista Indonesiano con il PCC. Nel 1951, la piena attività legale del PKI fu ripristinata e quell’anno i comunisti indonesiani adottarono il programma di partito, che conteneva, come si rivelò in seguito, molti punti errati e confusi che costrinsero il Primo Segretario del CC del Partito Comunista (bolscevico) dell’Unione Sovietica, Stalin ad esprimere critiche al progetto di programma del PKI. Sfortunatamente, nelle condizioni di semi-legalità e terrore condotte contro il PKI dai generali islamici, in assenza di contatti diretti tra PKI e PC(b)US, le deliberazioni di Stalin raggiunsero la nuova leadership del PKI solo dopo l’adozione del nuovo programma. Invece di considerare queste critiche mentre sviluppavano l’attività, i leader del PKI scrissero una risposta a Stalin rifiutando praticamente tutte le considerazioni e mostrando l’aplomb dei neofiti: il loro leader Aidit non aveva allora 30 anni! Solo uno dei membri del Politburo, Rinto, in realtà il prof. Iskandar Subekti, marxista che parlava correntemente olandese, inglese e molte altre lingue straniere, istruito in Europa e che conosceva a fondo le opere dei classici del marxismo, espresse dissenso e scrisse una lettera a Stalin chiedendogli di abbozzare alcune idee sulle prospettive della rivoluzione indonesiana. Con stupore di Aidit e Njoto, Stalin rispose alla lettera di Subekti, invitandolo con altri comunisti indonesiani al 19° Congresso del PCUS nell’ottobre 1952. Subekti arrivò a Mosca e più tardi, nel dicembre del 1952, Dipa Nusantara Aidit con Njoto arrivò nella capitale dell’Unione Sovietica, dopo aver partecipato al Congresso del Partito Comunista dei Paesi Bassi. Così, ai primi del gennaio 1953, iniziarono le conversazioni di Stalin con la dirigenza del PKI su come muovere le forze, prospettive e carattere della rivoluzione indonesiana. Le conversazioni furono abbastanza interessanti e significative, tra amici. Stalin cercò di convincere i comunisti indonesiani che le sue conclusioni erano corrette. Nel complesso, ci riuscì. Sulla base di questi colloqui, Stalin compose un ponderoso documento il 16 febbraio 1953, indirizzato a Aidit: “Sul carattere e le forze mobili della rivoluzione indonesiana, sulle prospettive del movimento comunista in Asia orientale, sulla strategia e le tattiche dei comunisti sulla domanda agraria“. Di fatto, fu l’ultima opera teorica di Stalin, purtroppo ignota nell’URSS per molto tempo. Per la prima volta fu pubblicata in russo nel 2009, stampata direttamente dal suo manoscritto. Questo originale manoscritto è conservato nell’Archivio Presidenziale della Federazione Russa, nel Fondo Stalin. Quest’ultima opera teorica di Stalin del 16 febbraio 1953, solo due settimane prima della scomparsa, è molto interessante, in primo luogo perché formulava il punto chiave della rivoluzione indonesiana: la questione agraria. Criticò i comunisti indonesiani quando scrivevano: “Combatteremo contro il feudalesimo”, senza chiarire di quali resti del feudalesimo nella società indonesiana parlavano e insistendo chiaramente che il PKI doveva puntare allo slogan sulla consegna della terra ai contadini indonesiani come proprietà privata e senza indennizzo, fornendo una spiegazione teorica per cui doveva essere fatto esattamente così, dato che la situazione agraria in Indonesia all’epoca era diversa dalla situazione agraria nella Russia pre-rivoluzionaria e dell’Europa orientale, quindi in Indonesia era esatto lo slogan della consegna della terra ai contadini indonesiani come loro proprietà privata e senza un compenso, mentre spiegava perché lo slogan sulla nazionalizzazione della terra non avrebbe funzionato nella situazione data. È esattamente in questo lavoro che Stalin sollevò la questione del Fronte nazionale, mettendo in guardia la leadership del Partito Comunista Indonesiano sul possibile assorbimento del Partito da parte della borghesia nazionale, sulla conversione del Partito in appendice del presidente Sukarno e della sua cricca, in modo che i comunisti dell’Indonesia non divenissero pedine nella lotta di clan tra nazionalisti e islamisti, tra colonizzatori diretti e loro complici, in modo da condurre una linea autonoma di alleanza tra classe operaia e contadini e sottolineando che più forte era l’alleanza, più solide sarebbero state le posizioni del Partito nel Fronte Nazionale. Il lavoro è interessante di per sé, per l’approccio completamente non dogmatico. Ad esempio, analizzando la situazione agraria in Russia alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre, Stalin valutò positivamente non solo il programma agrario dei bolscevichi ma anche dei socialisti rivoluzionari (SR), definendoli entrambi “partiti socialisti”. Dichiarò inoltre che l’ottobre fu vittorioso grazie all’alleanza della classe operaia coi contadini, che si materializzò politicamente nelle azioni comuni dei due partiti socialisti, bolscevico e socialista rivoluzionario, una visione assolutamente non tradizionale nelle scienze sociali sovietiche del tempo!
In questa situazione, il PC indonesiano si armò, naturalmente, di tutti questi chiarimenti. Le formulazioni di Stalin trovarono il loro posto anche nella una nuova versione del Programma, adottata nel 1954, e in un grande lavoro teorico di Aidit, pubblicato l’anno dopo. Naturalmente, date le circostanze della campagna di Krusciov per screditare la lotta rivoluzionaria per il socialismo e il comunismo, sotto l’apparenza insensata dell'”anti-stalinismo”, il nome di Stalin non fu mai menzionato in questi documenti e le sue formulazioni divennero note solo dopo la pubblicazione del testo in lingua russa nel 2009. In pratica, la semplice attuazione dei suggerimenti di Stalin per spostare l’attenzione del lavoro politico del PKI nei villaggi comportò una tale crescita del PKI in numero e forza che divenne il terzo partito comunista più potente del mondo! L’afflusso massiccio di contadini, la creazione di associazioni di contadini, guidate dai comunisti, il rafforzamento delle posizioni del partito nel movimento operaio, portarono a vittorie elettorali, nonché all’impulso della reputazione dei comunisti nella società indonesiana. Tre milioni di iscritti e seguaci, tra cui due milioni aderenti al Partito e un milione alle organizzazioni giovanili, sindacali, contadine, delle donne e altre guidate dai comunisti. Questi numeri parlano da soli. E non sono miti, sono accuratamente documentati. La crescita delle contraddizioni sociali in Indonesia, mancata soluzione della questione agraria, peggioramento della situazione dei lavoratori, coperta da slogan nazionalisti e retorica antimperialista del presidente Sukarno e dalla sua amicizia con Krusciov; provocarono la graduale transizione del PKI all’opposizione al regime di Sukarno, anche se due dei suoi aderenti erano ancora ministri nel Gabinetto di Sukarno, uno dei quali era il membro del Politburo Njoto, e a un nuovo passaggio alle posizioni del maoismo, vedendo nel motto di Mao che il fucile porta al potere una soluzione semplicistica a tutti i problemi della società indonesiana. Le azioni di Krusciov vi contribuirono molto. Aveva incontrato Sukarno sempre presentandogli regali esclusivi del Tesoro dell’URSS, senza consultare nessuno, e definendolo “distinta figura progressista dei nostri tempi“, mentre trattava i comunisti indonesiani da servitori. A differenza di Stalin, che non risparmiava tempo o sforzi per convincerli sulla validità delle sue argomentazioni, Krusciov li trattava come un padrone che cammina altezzoso trattandoli da suoi servi: “Il capo ha parlato, punto! Chi non è d’accordo: esca!” Tutto questo contribuì all’atmosfera psicologica della transizione della leadership del PKI all’idea maoista di sviluppo del Partito. E questo fu una delle cause più importanti della tragedia avvenuta il 30 settembre 1965 e della successiva debacle del PKI, della liquidazione fisica di un milione di comunisti e di loro seguaci per mano della reazione borghese.Incombente esplosione
In superficie e al centro di una marea di contadini analfabeti ma devoti, l’Indonesia era gestita con la fraseologia pseudo-rivoluzionaria di Sukarno sul “socialismo indonesiano”, che dichiaratamente si adattava a tutti, dagli abitanti dei villaggi senza terra ai proprietari terrieri ereditari, con la borghesia compradore e la burocrazia dilagante al centro. In verità, vi furono dei risultati significativi, soprattutto nell’assistenza sanitaria e nell’istruzione, ma l’economia in generale declinò: all’inizio degli anni Sessanta, la produzione era inferiore ai livelli del 1940. L’industria lavorava a un quarto della capacità, principalmente per la cronica mancanza di materie prime, e il budget ricevuto nel 1961 era solo 1/8 delle entrate previste dal settore statale! Anche le costose apparecchiature importate inutilizzate in assenza di una pianificazione sistematica, furono spesso lasciate arrugginire o semplicemente rubate. In tali circostanze, il finanziamento per l’esercito si prosciugò e i comandanti badarono agli affari, fino al saccheggio delle proprietà dello Stato, al contrabbando e al traffico di droga. Molti giovani ufficiali, nati nella povertà, si unirono rapidamente a compradores e proprietari terrieri e il tutto favorì inevitabilmente lo sviluppo dei sentimenti militaristi e della visione del mondo avversa ai politici in generale, ma in particolare ai comunisti. Preparando le condizioni per l’instaurazione della dittatura e della soppressione di ogni resistenza, i militaristi indonesiani concentrarono gli sforzi sui villaggi. Dai tempi in cui fu introdotto lo Stato di emergenza, nel 1957, i comandanti dell’esercito gestirono tutti gli affari dei villaggi: nominarono e sostituirono gli anziani, gli amministratori e così via. Infatti, la cupola dell’esercito decise, come disse un giornalista statunitense, “di competere col PKI nel campo del lavoro con le masse“. Poi il ministro della Difesa, generale Nasution, assegnato alle truppe, avviò dopo il conflitto sull’Irian con l’Olanda tra il 1961 e il 1963, una “missione civica”, denominandola “operazione lavoro”. Quei soldati ararono le terre vergini insieme agli abitanti dei villaggi, costruirono e ripararono abitazioni, scuole, centri sanitari, strade, canali e dighe; distribuivano cibo e semi agli abitanti dei villaggi, ai quali insegnavano ad alfabetizzarsi e a purificare l’acqua. Alla luce della costante protrazione della riforma agraria, questa “missione civica” dell’esercito attirò molti contadini. Tuttavia, il lavoro utile era sempre accompagnato dal lavaggio del cervello propagandistico di soldati e contadini con spirito anticomunista. Secondo la dottrina di Nasution, l’attività “civica” delle forze armate era intervallata dalla preparazione per la “difesa del Paese” insieme ai contadini, come ai tempi della guerra contro gli olandesi. Tuttavia, questa volta “il nemico” non era estero, ma interno. I villaggi non furono preparati alla guerra, ma al terrore di massa. Scorte armate dei proprietari terrieri, distaccamenti di fanatici religiosi e bande criminali furono fusi in un sistema di formazioni terroriste stragiste. Come in America Latina, sarebbero diventati noti, diversi anni dopo, come “squadroni della morte”, dal nome di una di esse. Lo spazio di manovra del regime tra blocchi sociali e classi antagoniste si esaurì gradualmente, evolvendo verso la transizione di tutti i poteri nelle mani di uno di essi. La crisi nazionale generale poteva essere risolta solo in uno dei due modi: o attraverso
· la dittatura democratico-rivoluzionaria dei lavoratori, con l’egemonia del proletariato, aprendo una prospettiva socialista al Paese, o attraverso
· la dittatura reazionaria delle classi sfruttatrici, con l’egemonia della burocrazia corrotta (solo 100 ministri!) amalgamata ad imprenditori in divisa. I comunisti li chiamavano “cabiri” (capitalisti-burocrati).
Lo scontro si avvicinò inesorabilmente. Nell’agosto 1965 il presidente si unì pubblicamente all’appello del CC del PKI a “rafforzare l’offensiva rivoluzionaria”. Il procuratore generale dichiarò che la magistratura era pronta a liquidare i “cabiri”. A settembre, le forze di sinistra scesero più volte nelle strade di Giacarta con lo slogan “Morte ai cabiri!” L’8 e 9 settembre, i manifestanti comunisti assediarono il consolato statunitense a Surabaya. Il 14 settembre, Aidit invitò il Partito alla vigilanza. Infine, il 30 settembre, la Gioventù popolare e l’Unione delle donne organizzarono a Giakarta una manifestazione di massa contro l’inflazione e la crisi economica. Alla vigilia, durante una manifestazione studentesca, il presidente invitò apertamente a “distruggere i generali che sono diventati protettori dei controrivoluzionari“. Se questa non era una situazione rivoluzionaria, cos’era? Tuttavia, come Lenin avvertì ne “Il crollo della Seconda Internazionale“: “…non sempre ogni situazione rivoluzionaria porta alla rivoluzione; la rivoluzione nasce solo da una situazione in cui i summenzionati cambiamenti oggettivi sono accompagnati da un cambiamento soggettivo, vale a dire la capacità della classe rivoluzionaria d’intraprendere un’azione di massa rivoluzionaria è abbastanza forte da spezzare (o abbattere) il vecchio governo, che mai nemmeno in periodi di crisi, “cade” se non viene rovesciato“. Soprattutto osservò: “Non si può vincere solo con l’avanguardia. La vittoria richiede che non solo il proletariato, ma anche vaste masse di lavoratori oppressi dal capitale, arrivino con la propria esperienza al diretto sostegno all’avanguardia o, perlomeno, a una benevola neutralità e piena incapacità di sostenere il nemico“. Pertanto, il carattere oggettivo della base di massa della controrivoluzione indonesiana dimostrò che, in quella situazione, era inutile e anche peggio, mortalmente pericoloso, aspettare un più favorevole equilibrio di forze. C’era solo un modo per impedire la catastrofe: sfruttare tutte le possibilità per elevare la rivoluzione al nuovo stadio democratico popolare, aprendo non solo al proletariato ma anche alle masse piccolo-borghesi la prospettiva visibile di una vita migliore.

N. Aidit e Revang, segretario del PKI di Giava.

La battaglia persa
Il 30 settembre 1965 un gruppo di giovani ufficiali, per lo più della Guardia Presidenziale e dell’Aeronautica, cercarono di catturare e distruggere i vertici dell’Esercito, dalle posizioni islamiste. Cinque generali e il loro seguito furono uccisi ma la figura principale tra i comandanti catturati dagli ufficiali di sinistra, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, fuggì, si nascose e poi lanciò, insieme al comandante dell’esercito Suharto, il contrattacco al Consiglio rivoluzionario, costituito da questi giovani ufficiali di sinistra. L’esercito aveva la superiorità numerica e il supporto delle truppe aviotrasportate e della Marina. La loro superiorità numerica sulla Guardia presidenziale e l’Aeronautica fu così grande che alla fine del giorno successivo, il 1° ottobre, distrussero il Consiglio rivoluzionario, che praticamente fu fatto a pezzi dal feroce assalto delle truppe di Suharto e Nasution. I leader del Consiglio rivoluzionario si nascosero nella base aerea di Halim e l’esercito l’assaltò. Esattamente in quel momento, né un giorno prima né un giorno dopo, la dirigenza del PKI dichiarò di sostenere il Consiglio rivoluzionario e il Movimento del 30 settembre! Nel momento in cui era già crollato, ed era abbastanza chiaro che i suoi avversari vincevano. Resta inteso che non fu facile convocare un congresso, una conferenza o il plenum del Comitato centrale. Ma il presidente del Comitato centrale, Aidit, non convocò nemmeno la sessione del Politburo. Cinque di loro, Aidit, Njoto, il primo vice di Aidit Saidman, il suo secondo vice Lukman e il membro del Politburo Sudisman, decisero di sostenere il Consiglio rivoluzionario. Poi, la mattina del 2 ottobre, quando la base aerea di Halim fu praticamente conquistata dai nemici della Rivoluzione, i comandanti islamisti, l’organo centrale del PKI pubblicò l’appello a sostenere il Consiglio rivoluzionario che, in quel momento, non esisteva più, e una dichiarazione della posizione del PKI.Catastrofe
Va da sé che tutto questo fu il pretesto per massacrare i comunisti da parte delle forze islamiste. Incendiarono l’edificio del Comitato centrale, la redazione dell’organo centrale del PKI e la sua tipografia. In tutto il Paese, fanatici furiosi iniziarono a uccidere comunisti, in modi bestiali. Sul torace dei comunisti catturati e dei loro familiari incidevano martelli, falci e stelle a cinque punte; poi fecero lo stesso sulla schiena e sulla fronte; tagliarono i loro genitali; li sventrarono; l’impalarono, li decapitavano nei villaggi mettendo palizzate intorno ai villaggi con le loro teste in cima.. Il terrore di massa anti-comunista nell’ottobre del 1965 uccise 500000 membri del PKI mentre la sua leadership sperava che Sukarno li proteggesse. Ahimè, non successe niente del genere! Il 6 ottobre, Sukarno consegnò all’esercito il suo ministro e membro del Politburo del PKI Njoto, che giustiziò il giorno dopo; poi il 7 ottobre, il Primo Vicepresidente del CC del PKI Sakirman, e il Secondo Vicepresidente Lukman furono giustiziati. Aidit stesso scappò in un villaggio, cercando di organizzare la resistenza, ma fu catturato il 22 novembre 1965 dai paracadutisti e fucilato. Sudisman, che guidò il Partito dopo l’assassinio di Aidit, Lukman, Sakirman e Njoto, sopravvisse fino al 1967, organizzò la resistenza clandestina nelle città, ma fu catturato dal controspionaggio dell’ammiraglio Sudomo ed ucciso dopo essere stato torturato in modo bestiale. Il 12 marzo 1966, su pressione di Suharto e Nasution, il presidente Sukarno, amico di Krusciov, decise di bandire il Partito Comunista Indonesiano. Il mese successivo, i sindacati furono banditi, così come altre organizzazioni di massa guidate dai comunisti. I fanatici islamisti furono sostituiti dalle truppe di controintelligence dell’ammiraglio Sudomo e dalle forze speciali che lanciarono il terrore di massa anti-comunista. Uccisioni per strade, detenzione di comunisti e membri delle loro famiglie nei campi di concentramento e loro esecuzione, uccisioni per mano di soldati, forze speciali, truppe di contro-intelligence, squadroni della morte islamici… Sembrava che un’ombra scura avesse coperto l’Indonesia. Tuttavia, un fattore umano giocò, come sempre, il suo ruolo e gli agenti del controspionaggio dell’ammiraglio Sudomo commisero un errore di calcolo. Il membro del del Politburo del CC del PKI Iskandar Subekti, messo da parte da Aidit e Njoto come elemento filo-sovietico, teorico, intellettuale ed oratore ma non organizzatore, l’uomo che non tenne mai tra le mani qualcosa di più pesante di una penna o una matita, rimase fuori della zona d’influenza degli agenti del controspionaggio dell’ammiraglio Sudomo, che conclusero fosse emigrato in Unione Sovietica a scrivere le memorie alla periferia di Mosca, o tenere conferenze sul marxismo nelle università europee. Tuttavia, Iskandar Subekti non emigrò ma andò invece nelle zone rurali del Giava Orientale, dove i comunisti avevano la maggiore influenza nelle associazioni dei contadini, e lanciò l’insurrezione dei contadini! Insieme ai suoi compagni: il leader della gioventù cominista indonesiana Sukatno e il vicepresidente del sindacato Ruslan Wijayasastra. L’esercito dei contadini iniziò ad attuare la riforma agraria, quella che Stalin scrisse nel 1953! La distribuzione delle terre dei proprietari terrieri ai contadini senza compenso ne fece una vera forza di massa. I distaccamenti armati di comunisti non solo combatterono i fanatici islamisti, ma schiacciarono le loro bande, espellendole dal territorio e assaltarono le forze militari e di polizia del regime di Sukarno. Allo stesso tempo erano in corso i preparativi per la costituzione di un fronte comune dei distaccamenti di tutti gli insorti su tutte le isole dell’arcipelago indonesiano, per l’istituzione di un comando congiunto e dell’Armata Rossa Indonesiana. Dopo le prime vittorie acquisirono armi pesanti.
I primi a riprendere il combattimento furono i diplomatici statunitensi, le spie degli Stati Uniti. spaventati dal fatto che l’Indonesia divenisse un altro Vietnam. Fecero forti pressioni su Sukarno e Suharto; diedero supporto finanziario e tecnico all’esercito indonesiano, nonché armamenti ed istruttori. Misero a tacere le contraddizioni tra i regimi malese e indonesiano, consentendo a Suharto di ritirare le truppe dal confine con la Malesia e organizzare, di fatto, la rappresaglia contro i territori rossi liberi. Avendo sia superiorità numerica e tecnica, che migliore addestramento, l’esercito indonesiano distrusse gli ultimi focolai di resistenza nel 1968. Il Prof. Iskandar Subekti, che incontrò Stalin, cadde e anche i suoi compagni Ruslan e Sukatno caddero insieme a migliaia di comunisti indonesiani…

Robert Kennedy e il generale Nasution

Epilogo
L’ombra della reazione borghese cadde infine sul Paese e Sukarno, avendo venduto tutti e tutto, non era più necessario ai generali islamisti e fu gettato via nel nulla politico. Suharto divenne presidente e Nasution vicepresidente. Per più di trent’anni il Paese fu preda al terrore anticomunista. I comunisti furono uccisi o inviati nei campi di concentramento e nelle prigioni. Le ultime condanne a morte per la partecipazione agli eventi del 30 settembre 1965 furono eseguite alla fine del regime di Suharto, nel 1996. Per trent’anni la gente fu in carcere, in attesa nei bracci della morte. Tuttavia, scoppiò la crisi finanziaria asiatica. Dato che il regime di Suharto e Nasution non risolse alcuno dei gravi problemi economici, non solo non migliorò la situazione dei lavoratori ma, anzi, la peggiorò, massicce dimostrazioni popolari spazzarono via questo regime come mera spazzatura politica. Il presidente Abdurrahman Wahid, che fu il primo presidente eletto dell’Indonesia dopo le dimissioni di Suharto nel 1998, dichiarò l’amnistia generale e chi era da trenta e più anni nelle prigioni e nei campi di concentramento iniziò ad uscire. Nel 2000 cercò di legalizzare l’attività del Partito Comunista invocando la Costituzione. I generali, tuttavia, si opposero. Ugualmente infruttuoso fu il secondo tentativo di legalizzare il PKI nel 2009, gli islamisti obiettarono sostenendo che non fosse ammissibile avere in Indonesia un partito che dichiarasse apertamente il suo ateismo.

Boccioli testardi
Tuttavia, nel 2004 e dopo quarant’anni, tutte le limitazioni relative ai diritti civili dei comunisti furono rimosse. Cominciarono a comparire circoli marxisti, organizzazioni comuniste aziendali, studentesche, ecc. Inoltre, il Comitato estero del PC dell’Indonesia lavorò per 50 anni tra la numerosa emigrazione indonesiana in Europa e in Cina, tra i leader degli attivisti di sinistra indonesiani, sebbene senza connessione diretta con la madrepatria. Infine, la crescita delle contraddizioni sociali, lo sviluppo della lotta di classe e del capitalismo in Indonesia, così come il coraggio e la tenacia dei comunisti indonesiani costrinsero il regime a cedere. Eccoci nel giugno 2016, il PC dell’Indonesia riprende l’attività legale. Tuttavia, le autorità non hanno revocato il divieto. Pertanto, il prossimo congresso del PC dell’Indonesia sarà considerato il primo, e non l’ottavo, dopo il settimo del 1962, come se il Partito fosse costituito da zero. Tuttavia, il Partito manterrà il nome: Partito Comunista dell’Indonesia e i suoi simboli fondamentali: la bandiera rossa con falce e martello e stella a cinque punte. Ciò vale per l’ideologia del marxismo-leninismo e la leadership collettiva. Il Partito unirà tutti coloro fedeli alle idee comuniste nei lunghi decenni di clandestinità, sotto Suharto o nell’emigrazione, tutti coloro che erano e rimangono comunisti.Conclusione
La ripresa dell’attività legale dei comunisti indonesiani è di per sé un importante evento morale, indipendentemente da come si svilupperà il PKI, quale ruolo giocherà nella vita politica e sociale del Paese e quanto i comunisti riusciranno ad avere la fiducia delle masse, dei lavoratori. Dimostra che le idee del comunismo non possono essere squartate, abbattute o bruciate vive. Non possono essere uccise o bannate. Anche dopo cinquanta anni di divieto, come è successo in Indonesia, continuano la loro strada, sotto la stessa bandiera rossa con falce e martello e stella a cinque punte. Questa è l’ideologia fondata dai nostri grandi maestri: Marx, Engels e Lenin!
Siamo sicuri che la nuova generazione di comunisti indonesiani continuerà le tradizioni dei maestri: Munawar Musso, Iskandar Subekti e molti, molti altri che caddero nelle mani degli islamisti, della reazione militare e borghese. Siamo sicuri che il Partito Comunista Indonesiano si unirà al movimento comunista internazionale, all’esercito dei combattenti per il comunismo e il socialismo. Pertanto, auguriamo con tutto il cuore ai comunisti indonesiani, a nome di tanti compagni, la vittoria nella lotta per la nostra causa comune, la materializzazione del nostro ideale comunista!
In sintesi: il comunismo non può essere ucciso, non può essere vietato. L’idea rossa, l’idea di giustizia sociale e fratellanza dei lavoratori di tutte le terre, dell’uguaglianza sociale vinceranno, indipendentemente dagli ostacoli!
Così sarà! Riferimenti principali:
· Presentazione di Vladimir M. Solovejchik su Leningrad Internet TV, 27 giugno 2016
· ТЯЖКИЙ УРОК ИСТОРИИ: К 50-летию антикоммунистического геноцида в Индонезии автора А.В. Харламенко © Рабочий Университет им. И.Б. Хлебникова 2007 – 2016
· Pretesto per la stage: il Movimento del 30 settembre e il colpo di Dtato di Suharto in Indonesia, John Roosa, Univ. di Wisconsin Press, 2006.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Seconda guerra mondiale: quanto fu utile l’aiuto statunitense? Parte II

Evgenij Spitsyn, Oriental Review, 13/05/2015 – Parte IAiuti non letali
Oltre alle armi, altri rifornimenti giunsero con i prestiti. Questo è assolutamente indiscutibile. In particolare, l’URSS ricevette 2586000 tonnellate di carburante aereo, pari al 37% di quello prodotto nell’Unione Sovietica durante la guerra, più 41000 autoveicoli, il 45% degli autoveicoli dell’Armata Rossa (senza contare le auto catturate al nemico). Anche l’invio di alimentari ebbe un ruolo significativo, anche se pochissimo arrivò il primo anno di guerra, e gli Stati Uniti fornirono solo il 15% della carne in scatola e altri beni non deperibili all’URSS. Quest’aiuto comprese anche macchine utensili, binari ferroviari, locomotive, vagoni ferroviari, attrezzature radar e altri elementi utili senza cui una macchina da guerra può fare poco. Naturalmente questa lista di aiuti dei prestiti è impressionante, e si potrebbe avere un’ammirazione sincera per i partner statunitensi nella coalizione anti-hitleriana, ad eccezione di un piccolo dettaglio: i produttori statunitensi rifornirono anche la Germania nazista… Ad esempio, John D. Rockefeller Jr. aveva interessi nella società Standard Oil, ma il successivo importante azionista era la società chimica tedesca IG Farben, attraverso cui l’azienda vendette ai nazisti 20 milioni di dollari in benzina e lubrificanti. E il ramo venezuelano della società inviava ogni mese 13000 tonnellate di petrolio in Germania, che il robusto settore chimico del Terzo Reich convertì immediatamente in benzina. Ma le attività commerciali tra le due nazioni non erano limitate alla vendita di combustibile, ma anche tungsteno, gomma sintetica e molti componenti per l’industria automobilistica furono spediti attraverso l’Atlantico al Fuhrer tedesco da Henry Ford. In particolare, non è un segreto che il 30% dei pneumatici prodotti nelle sue fabbriche venisse fornito alla Wehrmacht tedesca. I dettagli su come Ford e Rockefeller collusero per rifornire la Germania nazista non sono ancora pienamente noti poiché i segreti commerciali sono strettamente custoditi, ma anche il poco reso pubblico è riconosciuto dagli storici chiarire come la guerra non rallentasse per nulla il commercio degli Stati Uniti con Berlino.

I prestiti non erano beneficenza
C’è la percezione che gli Stati Uniti offrissero prestiti per bontà d’animo. Tuttavia, tale idea non si basa su un’analisi seria. Prima di tutto, furono dato secondo ciò che si chiamava “contratto di prestito inverso”. Anche prima della fine della Seconda guerra mondiale, altre nazioni inviarono materie prime essenziali a Washington, pari al 20% dei materiali e delle armi che gli Stati Uniti avevano spedito all’estero. In particolare, l’URSS fornì 32000 tonnellate di manganese e 300000 tonnellate di minerale di cromo, molto apprezzati dall’industria militare. Basti dire che quando l’industria tedesca fu privata del manganese dei ricchi giacimenti di Nikopol, dopo l’offensiva sovietica su Nikopol-Krivoj Rog nel febbraio 1944, la corazzatura frontale da 150mm dei carri armati tedeschi “Koenigstiger” divenne molto più vulnerabile ai proiettili sovietici rispetto alla corazzatura da 100mm presente sui precedenti carri armati Tiger. Inoltre, l’URSS pagò i carichi alleati in oro. Infatti, l’incrociatore inglese HMS Edinburgh trasportava 5,5 tonnellate di quel metallo prezioso quando fu affondato dai sommergibili tedeschi nel maggio 1942. L’Unione Sovietica inoltre restituì gran parte delle armi e degli equipaggiamenti militari dopo la guerra, come stabilito dall’accordo sui prestiti. In cambio furono rilasciate fatture per 1300 milioni di dollari. Dato che i debiti dei prestiti alle altre nazioni furono prescritti, ciò sembrò una rapina e Stalin chiese che il “debito alleato” venisse ricalcolato. Successivamente gli statunitensi dovettero ammettere l’errore, ma gonfiarono gli interessi dovuti e l’importo finale, comprendente gli interessi, arrivò a 722 milioni di dollari, una cifra accettata da URSS e USA nell’accordo di regolamento firmato a Washington nel 1972. Di tale importo, nel 1973, 48 milioni di dollari furono pagati agli Stati Uniti in tre rate, ma i pagamenti successivi furono interrotti quando gli USA introdussero pratiche discriminatorie negli scambi con l’URSS (in particolare il noto Emendamento Jackson-Vanik). Le parti non ne discussero più fino al giugno 1990, durante i nuovi negoziati tra i presidenti George Bush Sr. e Mikhail Gorbaciov, quando fu fissata una nuova scadenza per il rimborso finale, per il 2030, e il totale del debito fu riconosciuto in 674 milioni di dollari. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, i suoi debiti furono classificati debito sovrano (dal Club di Parigi) o debiti verso banche private (secondo il London Club). Il debito finanziario era una passività dovuta al governo USA ed era parte del debito del Club Parigi, che la Russia rimborsò nell’agosto 2006.

Discorso diretto

Il Presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt dichiarò esplicitamente che gli aiuti alla Russia furono soldi ben spesi e il suo successore nella Casa Bianca, Harry Truman, fu citato dal New York Times nel giugno 1941: “Se vediamo che la Germania vince la guerra, dobbiamo aiutare la Russia; e se la Russia vince, dobbiamo aiutare la Germania e così lasciarli uccidersi il più possibile…” La prima valutazione ufficiale del ruolo svolto dagli aiuti dei prestiti nella vittoria sul nazismo fu fornita dal Presidente del Gosplan Nikolaj Voznesenskij, nel suo lavoro Voennaja Ekonomika SSSR v Period Otechestvennoj Vojnij (L’economia militare dell’URSS durante la Grande Guerra Patriottica) (Mosca: Gospolitizdat, 1948), dove scrisse: “Se si confronta la quantità di beni industriali inviati dagli Alleati all’URSS con la quantità di beni industriali realizzati dalle fabbriche socialiste dell’Unione Sovietica, è evidente che le prime erano pari a solo il 4% di quanto prodotto a livello nazionale negli anni dell’economia di guerra“. Gli studiosi e i funzionari militari e governativi statunitensi (Raymond Goldsmith, George Herring e Robert H. Jones) riconoscono che gli aiuti alleati all’URSS furono pari a non più del 10% della produzione sovietica, e il totale delle forniture dei prestiti, comprese le note scatolette Spam sarcasticamente indicate dai russi come “secondo fronte”, rappresentarono circa il 10-11%. Inoltre, il noto storico statunitense Robert Sherwood, nel libro Roosevelt e Hopkins: una storia intima (New York: Grossett & Dunlap, 1948) citava Harry Hopkins sostenere che gli statunitensi “non avevano mai creduto che l’aiuto dei prestiti fosse il principale fattore della sconfitta sovietica di Hitler sul fronte orientale. Ma che questo fosse dovuto all’eroismo e al sangue dell’Armata Rossa“. Il primo ministro inglese Winston Churchill chiamò una volta il lend-leasing “l’atto finanziario più disinteressato e altruista di sempre nella storia“. Tuttavia, gli statunitensi ammisero che la leva del prestito portò notevole reddito agli Stati Uniti. In particolare, l’ex-segretario al Commercio statunitense Jesse Jones affermò che gli Stati Uniti non solo ottennero denaro dai rifornimenti dall’URSS, ma gli Stati Uniti ne trassero persino profitto, affermando che ciò non era raro nelle relazioni commerciali regolate dalle agenzie degli USA. Il suo collega, lo storico George Herring, scrisse candidamente che il prestito non fu in realtà l’atto più disinteressato nella storia dell’umanità, ma piuttosto un atto di prudente egoismo, di cui gli statunitensi erano pienamente consapevoli di quanto ne avrebbero beneficiato. E fu proprio così, dato che il prestito si rivelò una fonte inesauribile di ricchezza per molte aziende nordamericane. Infatti, gli Stati Uniti furono l’unico Paese della coalizione anti-hitleriana a raccogliere significativi dividendi economici dalla guerra. C’è un motivo per cui gli statunitensi definiscono la Seconda Guerra Mondiale come “la buona guerra”, come evidenziato ad esempio dal titolo del libro del noto storico statunitense Studs Terkel: La Buona Guerra: Storia Orale della Seconda Guerra Mondiale (1984). Con cinismo aperto, citò: “Mentre il resto del mondo uscì ferito e quasi distrutto, noi ne uscimmo con più auto, attrezzi, forza lavoro e soldi in quantità incredibili… La guerra fu divertente per gli USA. Non parlo delle povere anime che vi persero figli e figlie. Ma per il resto di noi la guerra fu un buon momento“.

Stalin e Voznesenskij

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Bleiburg: un massacro mai avvenuto?

Luca BaldelliLa greuelpropaganda fascista e anticomunista sulle foibe, sull’esodo degli italiani e sulle vicende istriano–dalmate del 1943/46, è riuscita, con le sue falsificazioni, le sue omissioni, le sistematiche decontestualizzazioni di fatti ed episodi, ad avvolgere la storia della Resistenza jugoslava nel nero manto dell’infamia. Nell’immaginario popolare, i fascisti e i nazisti che seminarono morte e distruzione nei Balcani e nelle terre degli Slavi del sud, con oltre un milione di vittime per le rappresaglie, gli eccidi indiscriminati di civili, i bombardamenti, le repressioni antipartigiane, vengono oggi considerati araldi di civiltà, vittime della furia cieca dei resistenti, anziché inquadrati, nella cornice della storia, quali carnefici ed oppressori da condannare, come sarebbe logico e giusto in presenza di una memoria storica obiettiva, seria e rispettosa della verità. Si è arrivati al punto che, oggi, chiunque intenda spendere parole di elogio e di stima per la Resistenza jugoslava (una delle prime a svilupparsi nell’Europa gemente sotto il tallone nazifascista) si trova deriso, insultato, umiliato, ostracizzato, legato mani e piedi alla colonna infame del disonore coi lacci del conformismo intellettuale, della cattiva coscienza borghese, quando non dell’apologia fascista goffamente mascherata. Chi, invece, si produce in ridicole ed oltraggiose riabilitazioni di repubblichini, torturatori, pianificatori di genocidi, viene innalzato agli altari dell’onore e della fama dai media egemonizzati dal capitale. In questo contesto, chi è il “revisionista”? Se con questo termine vogliamo identificare, qualificare, descrivere lo storico che, con impegno e abnegazione, ricerca la verità e demolisce, ribalta i luoghi comuni imposti e canonizzati dall’oleografia seriale, allora dobbiamo, coerentemente, togliere alla destra (moderata o estrema) e ai vari Pansa della situazione l’abusato fregio del revisionismo, per conferirlo a chi, con argomenti, prove documentali e testimonianze inoppugnabili, si è rifiutato e si rifiuta di parlare di migliaia di morti nelle foibe, dimostrando che al massimo ve ne furono alcune centinaia, il più delle volte vittime non dell’inesistente genocidio anti–italiano pianificato dai truci comunisti slavi, ma di regolamenti di conti fisiologicamente ricorrenti alla fine di ogni conflitto, di vendette che nulla avevano di politico, di odi maturati in anni e anni di oppressione e snazionalizzazione dei popoli slavi ad opera degli italiani dominatori (non intendiamo con ciò giustificare alcunché, ma capire e far comprendere!) Se “revisionista” c’è, oggi, è colui che, citando fatti e testi non confutabili nella loro sostanza, toglie il velo alle menzogne della leggenda nera anti–titina, sparse ai quattro venti dai fascisti e dai loro complici, per nascondere i crimini dell’Asse in Istria, Slovenia, Dalmazia e in ogni angolo della martoriata ex-Jugoslavia. E sì che ce ne vogliono di paraventi, per celare la crudeltà di un tal generale Robotti il quale, commentando un fonogramma su un rastrellamento antipartigiano, pronunciò la sentenza: “Qui si ammazza troppo poco!” (1). Ci si deve produrre in estenuanti sforzi di petto e di materia grigia, per far dimenticare la bestialità dell’ustascia Mile Budak, ministro della Pubblica Istruzione della Croazia di Pavelic, il quale, nel luglio del 1941, affermò: “Per il resto, per Serbi, Ebrei e Zingari abbiamo tre milioni di proiettili. Una parte dei Serbi la uccideremo, un’altra la cacceremo altrove, un’altra ancora la convertiremo alla fede cattolica, assimilandola al popolo croato” (2).
In questo contesto, la vicenda della presunta strage di Bleiburg è emblematica. Da anni veniamo martellati da una propaganda storiografica volta ad accreditare la presunta realtà storica di un episodio crudele, sanguinoso, condito da tutti i pestilenziali aromi ed effluvi della barbarie: nel maggio del 1945, nei pressi di Bleiburg (Pliberk, in sloveno), villaggio austriaco al confine con la Slovenia, i partigiani titini avrebbero ucciso sommariamente, senza alcun processo, decine di migliaia di ustascia croati, domobranci e belagardisti sloveni, cetnici serbo-montenegrini, cosacchi russi con relative famiglie… Secondo le stime più alte, vi sarebbero stati oltre 100000 morti. Insomma, un immenso tritacarne in cui sarebbe finito un intero esercito di miliziani anticomunisti, legati a tutto il caleidoscopio militare e paramilitare del collaborazionismo e del reazionarismo slavo–balcanico. I presunti fatti di Bleiburg vengono costantemente citati, o meglio rinfacciati, ogni volta che si affronta il tema dei crimini nazifascisti in Jugoslavia, per stabilire un assurdo, offensivo parallelismo, tra occupanti e Resistenza, tra invasori e invasi, tra carnefici e vittime… Della serie: “E allora, le foibe?”. In questo modo, il fascismo viene riabilitato e posto di nuovo a disposizione di potenziali avventure reazionarie, molto probabili nelle ricorrenti crisi del capitalismo. Bleiburg o della mistificazione, possiamo scrivere senza paura e senza timori di plausibili smentite da parte di negazionisti incalliti, pronti a cucire addosso ad altri la loro poco edificante connotazione. Vediamo i fatti, sopra accennati, nel dettaglio e con tutto il corredo di riferimenti ed informazioni attingibili. Nell’agosto del 1944, quando ormai la vittoria dei partigiani jugoslavi era un fatto certo, Tito offrì una generosa amnistia ai collaborazionisti anticomunisti, ad esclusione solamente di coloro i quali si erano macchiati di crimini. Questi ultimi, sarebbero stati deferiti ai tribunali popolari. La profferta del grande capo partigiano sortì effetto: un numero massiccio di ustascia croati, dombranci e belagardisti sloveni, cetnici, cosacchi dei Corpi russi, disertò arrendendosi all’Esercito popolare che conduceva la Resistenza e che stava per liberare un intero Paese con le sue sole forze, grazie all’eroismo e all’abnegazione di 800000 e più combattenti. Una schiera di fascisti irriducibili, circa 280000, molti dei quali (non tutti!) criminali di guerra, rastrellatori, aguzzini che non potevano logicamente sperare in nessun atto di clemenza, decise invece di proseguire una lotta disperata, dall’esito scontato, contro gli odiati “comunisti”. Ante Pavelic, leader dei terribili e sanguinari ustascia, volle unificare tutte le varie formazioni fasciste in un’unica “armata” al suo comando (3).
Alla fine del marzo 1945, però, apparve chiaro anche ai ciechi che la situazione minacciava di volgere al peggio: si stava profilando un annientamento totale delle forze collaborazioniste e, allora la truppa al comando di Pavelic decise, malvolentieri, di ritirarsi, per poi consegnarsi, sul confine carinziano, alle truppe inglesi che avanzavano a nord, dalle basi consolidate in Italia. Il 15 maggio del ’45, il giorno dopo l’epica Battaglia di Poljana in Slovenia, vittoriosa per i partigiani, segnò la data dell’inizio della resa dei collaborazionisti: impossibilitati a proseguire oltre i poderosi contrafforti montani, al di là del confine austriaco difeso e presidiato, i “Brancaleone” del nazifascismo balcanico pensarono bene di arrendersi agli inglesi (i quali, il 12 maggio 1945, avevano occupato Bleiburg) sperando così di venir trattati in maniera migliore rispetto a quanto, secondo la loro convinzione, sarebbe avvenuto in caso di capitolazione nelle mani dei partigiani. Quella resa, però, di più che dubbia legittimità sotto il profilo del diritto internazionale, visto che la controparte era l’Esercito partigiano di Tito, e non quello inglese, non ne aveva alcuna di legittimità, dal punto di vista morale e politico. Quelle truppe, più o meno mercenarie, avevano agito e perpetrato crimini nello spazio jugoslavo, non certo a Coventry, a Londra o in Normandia. Ad ogni modo, a condurre le trattative furono, per la parte inglese, il Comandante di Brigata Patrick T.D. Scott, della 38.ma Brigata di Fanteria irlandese, mentre per il fronte collaborazionista anti-titino i delegati furono il Generale di Fanteria del V Corpo Ustascia Ivan Herencic, affiancato da Danijel Crljen (dell’Ufficio di propaganda ustascia), Vjekoslav Servatzy, Vladimir Metikos e Slavko Shtancer. Herencic, tanto per la cronaca, scappò poi in Italia per andarsi a rifugiare in Argentina, alla faccia dello sbandierato cameratismo verso tanti suoi commilitoni (4).
I rappresentanti dell’Esercito partigiano, primi tra tutti il General-Maggiore Milan Basta, Commissario politico della 51.ma Divisione Vojvodina e il Tenente-Generale Ivan Kovacic Efenka, della 14.ma Divisione d’Assalto, non tardarono a riconoscere in quei miliziani, precisamente in alcuni di essi, gli autori di alcuni fra i più odiosi crimini commessi contro i popoli jugoslavi, su mandato nazifascista o per propria spontanea iniziativa. Pertanto, l’Esercito partigiano jugoslavo, l’unico titolato dell’autorità politica e morale per trattare ogni aspetto relativo al conflitto con le controparti, invitò tutti ad arrendersi e a consegnarsi nelle mani della Resistenza, senza il bypass inglese che avrebbe significato, di certo, impunità e salvezza per i fascisti. Gli inglesi, davanti a tanta coriacea determinazione, che nulla lasciava a patteggiamenti o concessioni, fecero un passo indietro. Il General-Maggiore Milan Basta, forte del mandato diretto di Tito e visti i traccheggiamenti snervanti dei collaborazionisti, lanciò un ultimatum quello stesso 15 maggio: resa incondizionata di tutti nel giro di un’ora, pena un’azione militare risolutiva e repentina. I miliziani anticomunisti, infatti, vigliaccamente intendevano suscitare pietismo, quasi fossero ormai ridotti al rango di civili inermi e indifesi, quando invece aspettavano solo il momento più propizio, il casus belli per riprendere l’assetto di guerra contro l’Esercito partigiano, magari appoggiandosi ai piani inglesi di guerra all’URSS e ai Paesi liberati dall’Armata Rossa che stavano prendendo forma nelle segrete stanze alleate (5). La determinazione dei partigiani fu decisiva: dopo alcuni scontri a fuoco residuali (sui quali si è imbastito, in gran parte, lo sciacallaggio storiografico di Bleiburg), la resa divenne operativa, effettiva. Qui nasce la controversia sul presunto massacro: l’Esercito partigiano bersagliò di colpi i collaborazionisti che si erano arresi, uccidendoli in massa? La memorialistica ustascia e fascista in genere, assai “intermittente” nei ricordi e nei principi, riaffioranti e valevoli a seconda dell’utilità che rivestono per le false tesi che si vogliono imporre, parla di decine di migliaia o, addirittura, come abbiamo accennato, di 100000 e più vittime. A dar manforte a questa versione, tenacemente tramandata da tutta una pletora di esuli anticomunisti e “testimoni” oculari, sono stati vari storici, che passeremo in rassegna. Prima, a beneficio dei lettori, sarà fondamentale ricordare un piccolo “particolare”, sempre sottaciuto, che non può che illuminare di vera luce i capitoli di questa vicenda: la diceria, da più parti alimentata e a macchia d’olio diffusa, per la quale l’Esercito partigiano di Tito non faceva prigionieri, è un’orrenda menzogna fascista e reazionaria, studiata a tavolino, che si può sbugiardare con estrema facilità, ricorrendo ai documenti. Nei giorni di maggio vari organi di stampa, primo tra tutti “Politika”, riportarono puntualmente notizie di collaborazionisti catturati e condotti verso i centri di detenzione controllati dai partigiani e dalle forze antifasciste. Solo per riferirci al contesto sloveno, abbiamo evidenze documentali di 15700 prigionieri presi a Maribor, Zidani Most, Bled, Jesenice, di altri 40000 catturati a Rogaska Slatina, Celje, Velenje, Sostanj, Dravograd ecc…(6). In particolare, corre l’obbligo di citare alcune disposizioni, provenienti direttamente da Tito, che la storiografia borghese e l’apologia fascista hanno sempre occultato: la prima risale al 5.12.1944 e fu inviata da Tito il giorno successivo all’Esercito partigiano. In essa, si ordinò apertamente di trattare i nemici presi prigionieri in maniera umana e civile, senza abusi e senza atti sconsiderati. Tito conosceva bene l’odio che serpeggiava tra i partigiani verso chi, sotto la protezione del fascio e della svastica, aveva seminato il territorio jugoslavo di forche, di donne violentate, di case distrutte, di famiglie annientate e cercò in ogni modo di evitare esplosioni d’odio o, meglio, di impedirle. La Resistenza non poteva macchiare la sua etica, la sua intrinseca, necessaria superiorità morale, ponendosi alla stessa stregua degli aguzzini e dei banditi. Quanto fosse viva e seria questa preoccupazione, lo comprendiamo bene dal fatto che, dopo l’ordine del 5.12.1944, Tito e le altre autorità dell’Esercito partigiano inviarono altre disposizioni: il 29.04.1945 fu la volta del Comando della III Armata, che intimò alla 16.ma Divisione di rispettare col massimo rigore le disposizioni precedentemente impartite, pena le più severe punizioni per chi non avesse ottemperato. Il 13.05.1945 fu Tito in persona a ribadire e rafforzare lo spirito delle precedenti comunicazioni, inviando un telegramma ai Quartieri generali degli Eserciti partigiani sloveno e croato: “Dovete intraprendere, si legge nel documento, le misure più energiche per evitare a tutti i costi ogni uccisione di prigionieri di guerra e di persone arrestate dalle unità militari, dagli organi statali o da individui” (7). I possibili sospetti dovevano essere consegnati ai Tribunali e in quella sede giudicati. Siamo alla vigilia dei presunti fatti di Bleiburg, dunque, e vediamo come la preoccupazione crescente, di Tito e dei vertici partigiani, fosse non certo quella di sterminare i nemici catturati, ma esattamente quella opposta: garantire loro le migliori condizioni di prigionia, senza abusi e, soprattutto, senza esecuzioni sommarie.
I filoni storiografici borghesi e di destra, non solo non tengono conto di queste evidenze, ma nel loro impulso di demonizzare la Resistenza jugoslava e di accreditare argomentazioni funzionali alle loro esigenze apologetiche, alterano e stravolgono completamente la verità dei fatti. Uno dei “soloni”, il principale, della storiografia antipartigiana e anticomunista è, senza dubbio, il Conte Nikolaj Tolstoj, intellettuale inglese di origine russa. Nel 1986, Tolstoj dette alle stampe, appoggiandosi alle “testimonianze” di fuoriusciti anticomunisti Serbi, Croati e Sloveni, la sua opera dal titolo “The Minister and the Massacres” (“Il Ministro e i Massacri”), nella quale accusò le autorità inglesi, segnatamente il Ministro e Segretario di Stato Harold Mcmillan e Lord Aldington, militare e pezzo da novanta del Partito Conservatore, di aver tradito, consegnandoli a sovietici e comunisti jugoslavi, quindi a morte certa, decine e decine di migliaia di cetnici, ustascia, cosacchi e collaborazionisti di ogni tipo (8). Molti di questi furono uccisi, secondo Tolstoj, a Bleiburg e in altri luoghi. Una preoccupazione umanitaria, quella del Conte Tolstoj, che, già meritevole di miglior causa in sé, diventa diffamante e oltraggiosa se si pensa al milione e passa di morti, alle centinaia di migliaia di feriti e mutilati, agli orfani e alle vedove causati dai nazifascisti e dai loro zelanti proconsoli nelle terre degli Slavi del Sud. Il libro fece molto discutere e dette luogo a cause giudiziarie, dalle quali il Conte Tolstoj uscì con le ossa rotte: Lord Aldington denunciò il nobile anglo-russo per diffamazione e vinse, costringendo, da un lato, la Casa Editrice “Century Hutchinson” a pagare 30000 sterline e a non ripubblicare il libro, dall’altro il Conte Tolstoj a pagare 2000000 di sterline a titolo di risarcimento (cifra mai pagata, in quanto il nobile intellettuale dichiarò bancarotta…) (9). Al di là della vicenda giudiziaria, pur illuminante, è interessante vedere quel che a proposito del libro e delle vicende in esso narrate, in particolare i fatti di Bleiburg, hanno scritto alcuni autorevoli storici e studiosi inglesi, non certo comunisti né sospettabili di simpatie per bolscevichi e titini: Alistair Horne parlò di una vena apologetica e mistificante che pervade l’opera, di una “fanatica ossessività” dell’autore. Egli “ha messo a repentaglio la sua pretesa di accreditarsi come storico serio ed obiettivo, con la sua tendenza a rimodellare i fatti attorno a tesi precostituite” (10). Stevan K. Pavlowitch, storico inglese di origine serba, ha anch’egli stigmatizzato l’eccessivo, parossistico coinvolgimento di Tolstoj nelle vicende narrate, la sua convinzione che dietro i rimpatri e le consegne dei collaborazionisti ai partigiani vi sia stata “una cospirazione della quale egli non riesce ad individuare il movente” (11). E’ stato però Christopher Booker, nel suo “A Looking Glass Tragedy. The Controversy Over The Repatriations From Austria In 1945” (“Una tragedia allo specchio: la controversia sui rimpatri dall’Austria nel 1945”), a dimostrare con maggiore incisività il carattere menzognero dell’opera di Tolstoj: Booker, storico obiettivo e senza alcun preconcetto (inizialmente aveva sostenuto Tolstoj) afferma, senza mezzi termini, che molti degli eccidi descritti dal Conte in modo macabro “non hanno mai avuto luogo”. Non esiste un documento, nemmeno uno, rileva l’autore, che provi la realtà del presunto massacro di Bleiburg (su questo teatro e sulla sua situazione nel maggio del 1945 vi sono solo nove documenti, di tutt’altro genere, negli Archivi dell’Esercito inglese). Nel capitolo eloquentemente intitolato “Bleiburg: The Massacre That Never Was” (“Bleiburg: il massacro che non ci fu mai”), Booker parla di “tre testimoni oculari che descrivevano fatti avvenuti 40 anni prima ed erano molto parziali”. In effetti, Tolstoj cita, tra gli altri, un “corriere diplomatico” croato, tale Todor Pavic, che già per la sua qualifica non offre certo garanzie d’imparzialità. Egli descrive uno scenario apocalittico di uomini abbattuti dalle mitragliatrici partigiane, un’ecatombe che non avrebbe, se reale, non trovato posto nei rapporti o nei documenti d’archivio o essere nascosta. Attendibilità zero, quindi! Testimonianze incerte e tendenziose, senza alcun riscontro documentale in qualsivoglia archivio! Nessuna prova per la mitica “cospirazione di Klagenfurt” durante la quale, a detta di Tolstoj, il ministro residente nel Mediterraneo, Harold Mcmillan, avrebbe imposto al V Corpo inglese di stanza nel capoluogo carinziano di disinteressarsi della sorte dei collaborazionisti, consegnandoli ai partigiani jugoslavi e ai sovietici (12).
Queste controversie appaiono davvero singolari, nel momento in cui si riflette su un dato di fatto storico comprovato e, anzi, inconfutabile: se ci fu contatto tra i servizi segreti, le autorità alleate da un lato e i collaborazionisti anticomunisti slavi dall’altro, esso non avvenne certo nel quadro di rimpatri volti a far massacrare questi ultimi dai partigiani, dall’OZNA o dall’NKVD. Quando si verificarono rimpatri e consegne alle legittime autorità, questi si ebbero, a seconda dei casi, per l’insistenza e l’inflessibilità dell’Esercito partigiano di Tito o per la fermezza delle autorità sovietiche. La regola, come dimostra la vicenda delle ratlines, fu purtroppo ben diversa: ustascia, cetnici, SS e via elencando, furono messi al riparo e salvati da Vaticano e servizi alleati, nel contesto della pianificata guerra fredda antisovietica e anticomunista (13). Tanti di quegli aguzzini continuarono a rifornire il serbatoio delle dittature fasciste, parafasciste e reazionarie in ogni angolo del globo, in modo particolare in America Latina. Del resto, gli inglesi erano stati da sempre i protettori numero uno dei cetnici serbi. Altro che massacri rispetto ai quali si è girata la testa da un’altra parte!
Ad ogni buon conto, la mitologia di Bleiburg ha i suoi “Omero” in sedicesimo anche in tutta una teoria di autori legati agli ambienti dell’emigrazione ustascia e reazionaria: si pensi a Danijel Crljen, al quale abbiamo prima accennato come membro dell’Ufficio di propaganda ustascia. Egli, fonte al di sotto di ogni sospetto per il suo passato di attivo militante in uno dei movimenti più spietati e sanguinari della storia del fascismo, ha scritto su “Hrvatska Revija”, rivista dell’emigrazione croata, egemonizzata da sempre dall’estremismo di destra, altri racconti truci su Bleiburg e sul “tradimento” inglese, assieme ad uno studio in forma di opuscolo (14). Un numero cospicuo di articoli dello stesso tenore è apparso sulla stampa croata nazionalista dopo il 1990, con una serialità né fortuita né spontanea. Tanti, tantissimi gli articoli e i “reportages”: citarli tutti impegnerebbe due o tre pagine.
Altro assertore della verità storica sui massacri di Bleiburg è l’economista ed esperto delle Nazioni Unite Vladimir Zerjavic, uomo non certo di estrema destra, ma comunque impegnato con tenacia a sminuire, dal punto di vista del numero complessivo delle vittime, la realtà del genocidio nel lager di Jasenovac, controllato dai seguaci di Pavelic, assieme alla portata criminale del regime ustascia (15). Zerjavic parla di 45–55000 vittime a Bleiburg, anche qui, però, senza citare un solo documento credibile giacente negli archivi. Una fonte, dunque, non priva di “opacità”…
Ivo Goldstein, storico croato, parla di circa 116000 soldati e civili croati presenti nelle colonne dei prigionieri condotte in territorio jugoslavo dai partigiani, assieme a qualche decina di migliaia di Serbi e Sloveni, ma poi afferma di non poter quantificare le vittime dei presunti massacri. Tutto viene lasciato alla supposizione e a calcoli induttivi che, in sede storiografica, non dovrebbero aver cittadinanza, se non sui massimi sistemi o sui contorni degli avvenimenti quando le fonti documentali da sole non bastano, mai su fatti precisi e circostanziati o in sostituzione delle fonti (16).
Lo storico croato–statunitense Jozo Tomasevic, nella sua apparente obiettività e nel suo rigore indubbiamente superiore a quello di altri storici e studiosi cimentatisi con l’argomento, parla di 50000 croati e bosniaci uccisi dai partigiani, ma anche in questo caso ci illuderemmo di poter rintracciare nelle righe un documento certo, una testimonianza autentica; dietro alle critiche rivolte a testi pieni di esagerazioni e a cifre gonfiate da fascisti e ultranazionalisti croati, critiche che Tomasevic dispensa e che non possono non essere condivise, si trova però sempre il ribadire, da parte sua, la realtà del presunto eccidio… Si criticano i testi dell’emigrazione ustascia, con le loro esagerazioni, ma non se ne traggono le dovute conclusioni (17).
L’inglese Jasper Ridley e il canadese David B. McDonald si pongono sulla stessa linea: criticano i numeri gonfiati della propaganda ustascia e nazionalista, ma non concludono le loro riflessioni rimettendo in discussione le vicende accreditate come dogmi fideistici da rispettare, pena la scomunica (18).
Toni più foschi si incontrano nell’opera di Misha Glenny “The Balkans: Nationalism, War and the Great Powers”: il giornalista e studioso, corrispondente della BBC e collaboratore di influenti testate dell’establishment anglosassone, parla di 30000 ustascia uccisi nella colonna di prigionieri in marcia attraverso Maribor e di 80000, tra miliziani e civili, uccisi dai partigiani a Tezno, nei pressi di Maribor (19). Anche in questo caso, tutto sul sentito dire, sulla goebbelsiana circolazione di “voci”, sulle supposizioni, senza quella citazione di evidenze documentali incontrovertibili che ci si attenderebbe da uno studioso quotato ed autorevole, quale Glenny è senza dubbio.
A fronte di questa “mitologia bleiburghiana”, è venuto il momento di dissipare le nebbie delle ambiguità e di andare alla ricerca di altre fonti che chiariscono in maniera esemplare quel che realmente avvenne: fonti jugoslave di prima mano, dei diretti protagonisti di quegli epici giorni del maggio 1945. Fonti di parte? Senz’altro di “una parte” ben precisa, quella antifascista, ma rigorose e attendibili nel momento in cui fanno riferimento a documenti e collimano con le conclusioni di studiosi stranieri seri, che nulla lasciano alle speculazioni e alle illazioni, come Booker e altri.
Petar Brajovic, Eroe della Resistenza jugoslava, Colonnello dell’Esercito popolare jugoslavo, nel 1983 dette alle stampe il libro “Konachno Oslobodjenje” (“Finalmente, la Liberazione“ ). La scelta di pubblicarlo con una casa editrice di Zagabria, testimonia tra l’altro l’esistenza, allora, di margini di pluralismo inimmaginabili, nella Repubblica di Croazia, alla fine degli anni ’80 e nell’era tudjmaniana. Brajovic parla di Bleiburg e dei febbrili, drammatici momenti di confronto con gli inglesi nei giorni della resa dei collaborazionisti, ma non cita né massacri nè altri episodi truci. Non smentito da alcuna prova documentale né da alcuna testimonianza seria, l’ex-partigiano e militare afferma che, nei territori sloveni, gli ultimi ustascia e collaborazionisti si rifiutarono tenacemente di deporre le armi e di alzare bandiera bianca subito, in quei caldi giorni di maggio: l’Esercito partigiano dovette difendersi, in particolar modo il 15 maggio, e aprì il fuoco per un quarto d’ora – venti minuti nella zona di Bleiburg. Si ebbero certamente morti e feriti, quindi, ma in combattimento. I documenti disponibili ci mostrano perdite ben diverse, nel numero, da quelle pompate dalla propaganda: 16 morti, seppelliti prontamente presso un cimitero. 16 morti! Altro che le cifre da ecatombe usate e abusate! 16 morti uccisi in combattimento soprattutto, non in massacri deliberati di inermi o di prigionieri intrappolati con l’inganno! (20)
Ad offrire il resoconto più dettagliato è però il capo partigiano Milan Basta, che abbiamo già incontrato nel nostro studio come Commissario politico della 51.ma Divisione partigiana Vojvodina. Di lui abbiamo varie opere, ma le testimonianze fondamentali sono due: i libri di memorie “Rat posle rata” (“Guerra dopo guerra”), edito nel 1963 dalla Stvarnost di Zagabria, e “Rat je zavrshen 7 dana kasnije” (“La guerra si concluse 7 giorni dopo”), pubblicata a Zagabria nel 1976. Basta esclude qualsiasi esecuzione sommaria di prigionieri e, anzi, mette in luce come gli ustascia e i collaborazionisti persero alcuni loro uomini in combattimento, per l’ostinazione nel non arrendersi e nel continuare a colpire e provocare l’Esercito partigiano, anche quando tutto ormai era perduto. Tra l’altro, il Comandante Basta ribadisce e mette in evidenza le sue preoccupazioni per un trattamento giusto ed umano dei prigionieri, le sue precise e inderogabili direttive in merito, con la precisazione che i criminali si sarebbero dovuti processare davanti a tribunali regolari, come del resto avveniva già nei territori liberati dall’Esercito partigiano (21). Egli, come altri autori, fa poi riferimento ad un fatto che non si può far passare in cavalleria: la presenza, nella parte nord della Valle di Bleiburg, di carri armati inglesi che martellarono senza pietà gli ustascia e gli altri recalcitranti alla resa, scioccando non poco gli stessi partigiani, che pure non erano teneri verso i criminali fascisti e certamente volevano una reazione forte per rompere gli indugi (22). Un particolare, questo, che va messo bene in evidenza: quanti morti, in combattimento, furono causati tra i collaborazionisti dagli inglesi e quanti dai partigiani? Si sono voluti addossare e ammonticchiare sulla coscienza della Resistenza jugoslava morti da essa non provocati, sia pure in un contesto di scontro campale aperto che senza dubbio legittima, militarmente e moralmente, in via di principio e di fatto, ogni risposta verso l’avversario? Su questa narrazione si è innestato il “testimone oculare” Zvonimir Zoric (uno di quelli citati da Tolstoj nell’opera prima menzionata e trattata), parlando di caduti civili nell’“inferno” di Bleiburg. Nel suo tentativo di diffamare la Resistenza e di macchiarla d’infamia, Zoric ha commesso però un autogoal clamoroso: se furono uccisi civili, e le evidenze documentali non ce ne danno contezza, evidentemente ciò avvenne perché questi erano stati usati come “scudi umani” dai collaborazionisti, vista la presenza di un teatro di guerra con una delle due parti non disponibile, da subito, ad una resa senza condizioni. Teatro che avrebbe dovuto suggerire da subito l’allontanamento degli eventuali inermi ed innocenti. A fare il paio con le argomentazioni di Basta, abbiamo quelle del capo partigiano sloveno Franci Strle, che parla di scontri armati coinvolgenti il 3.zo Battaglione della 1.ma Brigata Tomsic e il 3.zo Battaglione della 11.ma Brigata Partigiana “Zidanshek” (23).
C’è poi tutta una serie di documenti pubblicati dagli storici jugoslavi negli anni del socialismo, che da soli smentiscono tutte le tesi insinuanti un genocidio ai danni dei collaborazionisti: nel maggio del 1945, nelle mani dell’Esercito partigiano erano tenuti in custodia 105000 tedeschi, ustascia e cetnici; 25000 furono giustiziati e 4000 feriti (24). I giustiziati furono i criminali di guerra, processati e condannati, via via, dai tribunali militari; se si fosse voluto compiere un massacro indiscriminato, quei numeri sarebbero stati ben più elevati! I feriti, con ogni probabilità, furono coloro i quali tentarono di scappare alla detenzione, o coloro i quali deliberatamente compirono atti di autolesionismo, presi dalla disperazione della sconfitta, come sempre avviene in simili, bestiali contesti. Si è anche scritto: tutto vero, ma quei documenti in gran parte non vanno oltre la data del 15 maggio. Ora, a parte il fatto che il 15 maggio, secondo le insinuazioni qui esaminate, si sarebbero compiuti gli eccidi più estesi, c’è dell’altro da aggiungere: il 16 maggio, come ricorda il Comandante Basta nelle sue memorie, una quantità notevole di miliziani e civili, specie croati, che non si erano macchiati di crimini e avevano data prova di pentimento dopo esser stati catturati dalle forze della Resistenza, furono addirittura rispediti alle loro case (25). Se non c’era stato genocidio fino al 15, e i numeri lo dimostrano, figuriamoci dopo, in seguito ad una specie di “amnistia” decisa quasi su due piedi grazie alla clemenza dei partigiani!
Se poi si deve stare a quanto racconta l’Associazione dei Partigiani croati in uno studio del 2007, curato dall’anziano pubblicista croato e combattente antifascista Juraj Hrzhenjak, c’è il colpo di scena: il massacro vi fu, vero, ma ad opera dei fascisti croati della Legione Nera (Crna Legija), contro i miliziani che volevano arrendersi o disertare circondati da inglesi e partigiani (26). Compiuta la carneficina, se ne sarebbero addossate le colpe ai partigiani.
Insomma, molta oscurità grava, volutamente, da parte della storiografia borghese, reazionaria e fascista, sui fatti di Bleiburg. Accendere la luce della verità con le prove documentali e le testimonianze serie, significa smontare pezzo per pezzo la macchina della calunnia contro la Resistenza jugoslava e i suoi uomini. Se per Bleiburg è accaduto quanto abbiamo cercato di ricostruire, è lecito pensare che su decine e decine di episodi riguardanti la lotta partigiana jugoslava si siano sparsi i veleni della disinformazione. In questi anni, ad esempio, molto spesso abbiamo sentito di fosse comuni scoperte qua e là in Slovenia o in Croazia e subito la penna dei tromboni del mai defunto Minculpop ha sparso l’inchiostro della diffamazione antipartigiana, addebitando i cadaveri all’Esercito liberatore di Tito. Molte montature sono state scoperte e smascherate, grazie all’azione coraggiosa e indomita di tanti storici, giornalisti e persone amanti della verità, ma molte sono rimaste in piedi, a infettare la pubblicistica e la storiografia. Lo storico serio e rigoroso, il militante comunista custode dei valori di libertà e di lotta per un mondo migliore, debbono necessariamente impegnarsi per strappare ai calunniatori e ai falsari le truci maschere dell’inganno, sempre e ovunque, anche a costo di rimettere in gioco convinzioni, pregiudizi e dogmi transitati purtroppo anche in insospettabili coscienze!Note
1. Crimini di Guerra e G. Oliva, “Qui si ammazza troppo poco” (Mondadori, 2007).
2. Si veda Marco A. Revelli: “L’Arcivescovo del genocidio” (Kaos Edizioni, 1999).
3. Dominik Vuletic, “Kaznenopravni i Povijesni aspekti bleiburskog zlocina
4. Si veda, sull’emigrazione fascista in Croazia: Guido Caldiron, “I segreti del Quarto Reich” (Newton Compton, 2016)
5. Si veda Aurora
6. Si veda qui (in croato)
7. Le direttive di Tito e dei vertici dell’Esercito partigiano per un equo trattamento dei prigionieri si possono inquadrare in un testo abbastanza completo, quantunque connotato da cedimenti alla vulgata sterminazionista bleiburghiana, come questo. Nel dettaglio, e di prima mano, ci si può rivolgere a pubblicazioni degli archivi jugoslavi, come “VA VII, Beograd, A. NOB, reg. br. 9-22/10” e a pregevoli opere come la fondamentale “J. B. Tito, Sabrana djela 28” (Beograd, Komunist, 1988).
8. Nikolaj Tolstoj: “The Minister and The Massacres” (Hutchinson, 1986)
9. Si vedano “The Times”, 20 dicembre 1989 e The Guardian
10. Horne, Alistair (5 February 1990). “The unquiet graves of Yalta“, National Review
11. Pavlowitch, Stevan K. (January 1989), “The Minister and the Massacres review“, The English Historical Review, 104 (410): 274–276.
12. Booker, Christopher (1997), A Looking-Glass Tragedy. The Controversy Over The Repatriations From Austria In 1945, London: Gerald Duckworth & Co Ltd. Utile anche questo riferimento.
13. Ratlines
14. D. Crljen, “Istina o Bleiburgu” (Buenos Aires, 1994) Anche: D. Crljen
15. Manipulations
16. Ivo Goldstein, “Raspad i slom NDH, Bleiburg i krizhni put”, Jutarnji List 28 maggio 2012
17. Tomasevich, Jozo (2001), War and Revolution in Yugoslavia, 1941–1945: Occupation and Collaboration, San Francisco, California: Stanford University Press
18. MacDonald, David Bruce(2003), Balkan holocausts? Serbian and Croatian victim-centered propaganda and the war in Yugoslavia, Manchester University Press. Jasper Ridley: “Tito. Genio e fallimento di un dittatore” (Mondadori, 1996)
19. Glenny, Misha (1999), The Balkans: Nationalism, War and the Great Powers, 1804–1999, New York: Penguin Books
20. P. Brajovic, “Konachno Oslobodjenje” (Spektar, Zagreb, 1983 ). Sul numero dei morti, si faccia riferimento a “Otvoreni dossier: Bleiburg” (Zagreb, 1990), pubblicato in Croazia in pieno revival nazionalista e, quindi, non passibile di apologia comunista.
21. M. Basta, “Rat posle rata” ( Stvarnost, Zagreb, 1963 )
22. Ivi, pg. 381
23. F. Strle, “Otvoreni dossier: Bleiburg”, cit.
24. Zbornik dokumenata i podataka o narodnooslobodilackom ratu naroda Jugoslavije, tom. XI, no. 3 (Beograd: Istorijski institut, 1976), 643-646
25. Jurica Labovic, Milan Basta, Partizani za pregovarackim stolom 1941-1945, (Zagreb: Naprijed, 1986) p. 325.
26. Znaci

Lo Stato Profondo, da JFK a Trump

Ray McGovern, Consortium News 30 ottobre 2017

Kennedy e Allen Dulles

Era l’estate 1963, quando un alto funzionario della direzione operativa della CIA trascinò la nostra classe di Junior Officer Trainee (JOT) in una sfrenata battaglia contro il presidente John F. Kennedy, accusato tra l’altro di codardia per aver rifiutato di mandare le forze armate statunitensi a salvare i ribelli cubani inchiodati nell’invasione della CIA sulla Baia dei porci, soffocando la possibilità di cacciare dal potere il leader comunista di Cuba Fidel Castro. Sembrava strano che un funzionario della CIA pronunciasse tali critiche su un presidente in carica nel corso di formazione di chi era stato scelto come futuro dirigente della CIA. Mi ricordo di aver pensato: “Questo è sconvolto; avrebbe ucciso Kennedy, data la possibilità”. Il nostro docente speciale era simile a E. Howard Hunt, ma più di mezzo secolo dopo non posso essere sicuro che fosse lui. Le nostre note di tale formazione/indottrinamento furono classificate e mantenute sotto chiave. Alla fine del nostro orientamento JOT, i dirigenti dell’agenzia dovettero fare la scelta fondamentale tra l’adesione alla direzione per l’analisi o la direzione delle operazioni in cui i funzionari dirigono le spie e organizzano i cambi di regime (come chiamavano il processo per rovesciare governi). Scelsi la Direzione per l’analisi e, una volta entrato nella nuova sede di Langley, Virginia, mi sembrò strano che i tornelli da stadio impedissero agli analisti di andare sul “lato operativo della casa” e viceversa. La verità ci fu detta, non fummo mai una famiglia felice. Non posso parlare per i miei colleghi analisti agli inizi degli anni Sessanta, ma non mi accorsi mai che gli operatori dall’altro lato dei tornelli potessero assassinare un presidente, il presidente che osò fare qualcosa per il Paese, ciò che portò molti di noi a Washington, in primo luogo. Ma, salvo l’emergere di un coraggioso patriota come Daniel Ellsberg, Chelsea Manning o Edward Snowden, non mi aspetto di vivere abbastanza a lungo per sapere chi orchestrò l’assassinio di JFK. Eppure, in un certo senso, queste particolarità sembrano meno importanti di due gravi lezioni apprese: 1) Se un Presidente può affrontare la forte pressione dell’élite al potere e cerca la pace cogli stranieri percepiti nemici, allora tutto è possibile. Il buio sull’omicidio di Kennedy non dovrebbe oscurare la luce di questa verità fondamentale; e 2) esistono molte prove indicare l’esecuzione dello Stato di un presidente disposto ad assumere enormi rischi per la pace. Mentre nessun presidente post-Kennedy può ignorare tale dura realtà, resta possibile che un futuro presidente con la visione e il coraggio di JFK possa cercare tale probabilità, in particolare con l’impero USA che si disintegra e dal crescente malcontento interno. Spero di esserci il prossimo aprile, alla fine dei 180 giorni per il rilascio dei rimanenti documenti su JFK. Ma, in assenza di un cortese segretario, non sarei sorpreso di vedere ad aprile sul Washington Post un titolo simile a quello di sabato: “File JFK: la promessa di rivelazioni sventata da CIA e FBI“.

La nuova dilazione è il fatto
Avreste pensato che 54 anni dopo l’assassinio di Kennedy per le strade di Dallas, e dopo aver saputo del quarto di secolo di scadenza presunta per il rilascio dei file JFK, che CIA ed FBI abbiano bisogno di altri sei mesi per decidere quali segreti ancora nascondere? Il giornalista Caitlin Johnstone fa centro sottolineando che la più grande rivelazione del rilascio limitato della scorsa settimana dei file JFK è “il fatto che FBI e CIA hanno ancora disperatamente bisogno di tenere segreto qualcosa accaduto 54 anni fa“. Ciò che è stato rilasciato il 26 ottobre è una piccola frazione di ciò rimasto segreto negli archivi nazionali. Per scoprirlo, è necessario apprezzare la tradizione politica statunitense da 70 anni, che andrebbe chiamata “paura degli spettri”. Che CIA ed FBI stiano ancora scegliendo ciò che dovremmo vedere riguardo chi uccise John Kennedy sembra insolito, ma c’è un precedente. Dopo l’assassinio di JFK, il 22 novembre 1963, l’ammanicato Allen Dulles, che Kennedy aveva licenziato da direttore della CIA dopo la scottatura della Baia dei Porci, si nominò alla Commissione Warren e guidò l’indagine dell’omicidio di JFK. Diventando capo de facto della Commissione, Dulles era perfettamente disposto a proteggere se stesso e accoliti se alcuni commissari o investigatori fossero stati tentati d’interrogarsi se Dulles e CIA avessero avuto un ruolo nell’assassinio di Kennedy. Quando alcuni giornalisti indipendenti soccombettero a tale tentazione, furono immediatamente designati, indovinate, “cospirazionisti”. E così rimane la grande domanda: Allen Dulles ed altri della CIA “sequestrarono” l’assassinio di John Kennedy e la successiva insabbiatura? A mio avviso e vedendo molti esperti investigatori, la migliore dissezione delle prove sull’omicidio appare nel libro di James Douglass del 2008, JFK e l’Innominabile: Perché è morto e per cosa. Dopo l’aggiornamento e l’allestimento di prove abbondanti, ed ulteriori interviste, Douglass conclude che la risposta alla grande domanda è Sì. La lettura del libro di Douglass oggi può aiutare a spiegare perché tanti dati sono ancora trattenuti, anche in forma ridotta, e perché anzi non potremo mai vederli nella loro interezza.

Truman: il Frankenstein della CIA?
Quando Kennedy fu assassinato, all’ex-presidente Harry Truman, come a molti altri, avranno ricordato che i decaduti Allen Dulles ed accoliti avrebbero potuto cacciare un presidente che ritenevano morbido verso il comunismo e contrario allo Stato profondo dell’epoca. Per non parlare del vendicativo desiderio di ritorsione per la risposta di Kennedy al fiasco della Baia dei Porci. (Paragoni col licenziamento di Allen Dulles e altri epigoni della CIA e dello Stato profondo, per quel fiasco, non ce ne sono). Esattamente un mese dopo la morte di John Kennedy, il Washington Post pubblicò un opuscolo di Harry Truman intitolato “Limitare il ruolo della CIA nell’intelligence“. La prima frase dice: “Penso che sia necessario esaminare nuovamente scopo ed operazioni della nostra Agenzia d’Intelligence Centrale“. Stranamente, l’articolo apparve solo nell’edizione iniziale del Post del 22 dicembre 1963. Fu poi escluso dalle edizioni successive e, nonostante l’autore fosse il presidente responsabile della costituzione della CIA nel 1947, l’articolo fu ignorato da tutti i media. Truman credeva chiaramente che l’agenzia di spionaggio seguisse ciò che pensava fosse una via inquietante. Iniziò sottolineando “il motivo originale per cui ritenni necessario organizzare questa Agenzia… e ciò che mi aspettavo facesse“. Sarebbe stata “incaricata di raccogliere tutte le segnalazioni d’intelligence da ogni fonte disponibile e questi rapporti mi giunsero come Presidente senza trattamento od interpretazioni del Dipartimento“. Truman passò rapidamente a una delle cose principali che chiaramente lo disturbavano, scrivendo “la cosa più importante era badare alla possibilità che l’intelligence venisse usata per influenzare o portare il presidente a decisioni sbagliate“. Non fu difficile vedervi un riferimento a come uno dei primi direttori dell’agenzia, Allen Dulles, cercò d’ingannare il presidente Kennedy per inviare forze statunitensi a salvare il gruppo di invasori finito sulla spiaggia della Baia dei porci nell’aprile 1961, senza alcuna possibilità di successo, senza il rapido impegno del supporto aereo e terrestre statunitense. La decisione del presidente Kennedy, presidente allora novizio, fu sostenuta da una “analisi” rosea che mostrava come questa puntata sulla spiaggia avrebbe suscitato una rivolta popolare contro Fidel Castro.Appoggiarsi sulla Baia dei porci
Allen Dulles si sentì offeso quando il giovane presidente Kennedy, entrando in carica, ebbe la temerità di mettere in discussione i piani della CIA per la Baia dei Porci, avviati dal presidente Dwight Eisenhower. Quando Kennedy chiarì che non avrebbe approvato l’uso delle forze da combattimento statunitensi, Dulles si spinse, con fiducia suprema, a costringere il presidente ad inviare truppe statunitensi in soccorso. Le note macchiate di caffè scritte da Allen Dulles furono scoperte dopo la morte e riportate dallo storico Lucien S. Vandenbroucke. Nelle sue note, Dulles spiegava che “quando le carte saranno sul tavolo“, Kennedy sarebbe stato costretto dalla “realtà della situazione” a concedere qualsiasi supporto militare “piuttosto che far fallire l’impresa“. L'”impresa” che per Dulles non poteva fallire era, ovviamente, il rovesciamento di Fidel Castro. Dopo aver montato parecchie operazioni fallite per assassinare Castro, questa volta Dulles intendeva prenderlo, con poca o nessuna attenzione su come i protettori di Castro a Mosca potessero reagire infine. (L’anno successivo i sovietici installarono missili nucleari a Cuba come deterrente contro una futura aggressione statunitense, portando alla crisi dei missili di Cuba). Nel 1961, gli sconcertanti capi di Stato Maggiore Riuniti, che l’allora vicesegretario di Stato George Ball descrisse come “fogna degli inganni”, volevano affrontare l’Unione Sovietica e almeno colpirla. (Si può ancora sentire la puzza di quella fogna in molti dei documenti pubblicati la scorsa settimana). Ma Kennedy mise la sicura alle armi, per così dire. Pochi mesi dopo l’invasione abortita di Cuba e il rifiuto di mandare l’esercito statunitense a salvarla, Kennedy licenziò Dulles e i suoi cospiratori e disse a un amico che voleva “fare la CIA in mille pezzi e spargerla ai venti“. Chiaramente, il disprezzo era reciproco. Quando JFK e l’Innominabile: Perché è morto e per cosa uscì, i media ne ebbero una reazione allergica e non lo commentarono. È certo però, che Barack Obama ne ricevesse una copia e che ciò potrebbe spiegarne in qualche misura la continua deferenza, anche timorosa, verso la CIA. Il timore per lo Stato Profondo sarebbe il motivo per cui il presidente Obama ritenne di lasciare liberi di agire torturatori e rapitori e lasciare i detenuti nelle prigioni segrete della CIA di Cheney/Bush, dicendo al suo primo capo della CIA Leon Panetta di essere l’avvocato dell’agenzia anziché la guida? È questo il motivo per cui Obama ritenne di non poter licenziare il dirigente dell’intelligence nazionale James Clapper, che dovette chiedere scusa al Congresso per aver dato testimonianze “chiaramente erronee” sotto giuramento nel marzo 2013? Il timore di Obama era dovuto al fatto che il direttore della National Security Agency, Keith Alexander. e la controparte dell’FBI, continuavano ad ingannare il popolo, anche se i documenti rilasciati da Edward Snowden li smascherarono, come Clapper, mentire sulle attività di sorveglianza del governo? È questo il motivo per cui Obama fece di tutto per proteggere il direttore della CIA John Brennan tentando di contrastare la pubblicazione dell’indagine completa del Comitato sull’Intelligence del Senato sulle torture della CIA, basata su cablo originali, e-mail e memorie del quartier generale dell’agenzia? (Vedasi qui e qui).Lo Stato profondo oggi
Molti statunitensi si aggrappano alla convinzione confortante che lo Stato profondo sia una finzione, almeno in una “democrazia” come gli Stati Uniti. I riferimenti ai poteri duraturi delle agenzie di sicurezza ed altre burocrazie chiave sono sostanzialmente negati dai media, che molti altri statunitensi sospettano essere una mera appendice dello Stato profondo. Ma a volte la realtà del potere filtra da qualche osservazione sfuggita da un insider di Washington, qualcuno come il senatore Chuck Schumer, democratico di New York, capo della minoranza al senato con 36 anni di esperienza al Congresso. Come tale è anche membro del Comitato sull’intelligence del senato, che dovrebbe avere l’autorità sull’intelligence. Durante un’intervista di Rachel Maddow della MSNBC, il 3 gennaio 2017, Schumer disse in modo tranquillo dei pericoli che attendevano il presidente Donald Trump se continuava ad “attaccare la comunità d’intelligence“. Lei e Schumer discutevano sui decisi tweet di Trump riguardo l’intelligence degli Stati Uniti e le prove dell'”hackeraggio russo” (che Schumer e Maddow consideravano un fatto). Schumer disse: “Lasci che le dica, se attacca la comunità d’intelligence, avrà sei modi da domenica per risponderle. Quindi anche per un uomo d’affari pratico, presumibilmente duro, è davvero stupido farlo“. Tre giorni dopo l’intervista, i capi dell’intelligence del presidente Obama rilasciarono una “valutazione” praticamente senza prove, affermando che il Cremlino aveva ingaggiato un’operazione segreta per mettere al potere Trump, alimentando lo “scandalo” contro la presidenza Trump. Il procuratore speciale Robert Mueller accusò il responsabile della campagna di Trump, Paul Manafort, di riciclaggio di denaro non dichiarato, evasione e lobbismo per conto di stranieri, apparentemente nella speranza che Manafort fornisse prove contro Trump. Quindi, il presidente Trump è in carica da abbastanza tempo per aver capito il gioco e i “sei modi da domenica” che ha la comunità d’intelligence per “risponderti”. Appare intimidito come il presidente Obama. L’imbarazzante acquiescenza di Trump all’opposizione dell’ultimo minuto dello Stato profondo al rilascio dei file JFK è semplicemente l’ultimo segnale che anche lui è controllato da ciò che i sovietici chiamavano “gli organi della sicurezza dello Stato“.Ray McGovern lavora con la Chiesa ecumenica del Salvatore a Washington. Durante i 27 anni di carriera nella CIA, preparò le relazioni quotidiane per i presidenti Nixon, Ford e Reagan e diresse i briefing diretti nelle mattine dal 1981 al 1985. È co-fondatore di Veterani dell’intelligence per l’equilibrio (VIPS).

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Aral: un mare di bugie tra perestrojka e capitalismo

Luca BaldelliIl mondo capitalista ha rovinato, con i suoi metodi dissennati di consumo delle risorse naturali, produzione e diffusione delle merci, gran parte dell’ecosistema mondiale. Come sempre avviene, in ogni ambito, la borghesia ha sentito pertanto il bisogno di mascherare questa catastrofe planetaria accusando l’URSS ed il sistema socialista di aver devastato l’ambiente e la natura. Uno dei cavalli di battaglia lanciati al galoppo nell’arena della disinformazione, è quello del Lago di Aral, che sarebbe stato prosciugato fino a quasi scomparire dai mostri comunisti, sempre intenti a distruggere ogni forma ed elemento del creato. Quanti compagni, anche in buona fede, sono caduti in questa trappola e pensano, tuttora, che il Lago di Aral sia stato del tutto cancellato, fatto scomparire per le draconiane necessità dell’economia sovietica. Tutto falso! Vediamo come stanno realmente le cose un passo alla volta, senza apologie macchiettistiche, certamente, ma anche senza reprimende e catastrofismi pseudo–ambientalisti privi di senso e di base logico–argomentativa.
Il Lago di Aral è considerato dai russi un mare ed infatti il suo nome, nella lingua di Tolstoj, di Dostoevskij, di Lenin e di Stalin, è “Aral’skoe More”, ovvero “Mare di Aral”. Tale “amplificazione” lessico– oncettuale, che riflette la weltanschauung del popolo russo, la sua intima, appassionata familiarità con i grandi, sconfinati spazi, la si ritrova, humboldtianamente, anche nelle lingue uzbeka e kazaka, le quali si riferiscono alla grande massa d’acqua in questione, rispettivamente, con i nomi di “Orol Denghizi” ed “Aral Tengizi”. Pure il gruppo etnico dei Karakalpaki, stanziato prevalentemente nella parte nord–occidentale dell’Uzbekistan, utilizza nella sua lingua, appartenente alla famiglia turca al pari di quella uzbeka, l’espressione “Ten’izi Aral”, con posposizione del nome proprio rispetto all’assetto grammaticale uzbeko e kazako. Il Mare di Aral (lo chiameremo d’ora in poi così anche noi, per rafforzare, anche lessicalmente, la nostra opera di smascheramento) è un bacino endoreico (ossia senza emissari) che si estende su più di 8000 kmq in Asia Centrale, tra Kazakhstan ed Uzbekistan. Tanto per addurre un confronto, si pensi al fatto che l’area coperta dal Lago di Como è di 146 kmq, quella compresa nel Lago di Costanza misura 536 kmq, mentre il Grande Lago Salato statunitense occupa 4662 kmq ed il Lago Manitoba, canadese, 4706 kmq. Se è vero che non possiede emissari, il Mare di Aral ha, però, due immissari principali di eccezionale importanza: sono l’Amu Darja (l’Oxos del mondo greco classico, il Jayhun del mondo antico persiano) ed il Syr Darja (conosciuto dai greci antichi come Iaxartes). Il primo si snoda per 2540 km, con una portata media di 2134 metri cubi al secondo; il secondo percorre invece 2212 km, con una portata media di 1234 metri cubi al secondo. Sfruttato agli inizi del ‘900, eminentemente per attività di pesca, da rinomati mercanti russi (Lapshin, Ritkin, Makeev e Krasilnikov, solo per citarne alcuni), il Mare di Aral conobbe le prime opere d’irrigazione (per mezzo dell’utilizzo delle acque dell’Amu Darja e del Syr Darja) a partire dagli anni ’30, quando Stalin, il Partito Comunista Bolscevico dell’URSS ed il Governo sovietico decisero di avviare una gigantesca opera d’ingegneria sociale ed economica, rendendo fertili e feconde terre prima desertiche, inospitali, battute da venti aridi e secchi. Grazie a quest’intensa pianificazione di lavori spesso mastodontici, svolti in condizioni ambientali tra le più proibitive immaginabili, l’Asia centrale sovietica cambiò volto in un brevissimo lasso di tempo, passando dall’arcaicità dei modi di vivere e di produrre alla modernità più piena e foriera di benessere: non quella capitalista, con vantaggi per pochi e sfruttamento, disagi e povertà per i più, ma quella socialista, con le nuove acquisizioni ed i progressi messi a disposizione dell’elevamento materiale, spirituale e culturale dell’intero popolo. Una miriade di canali d’irrigazione venne a solcare, rete di provvidenziale alimento per nuovi campi e colture, tutta la zona prossima alla poderosa distesa d’acqua ed anche alcune zone situate più lontano. Grazie a queste realizzazioni, molti uzbeki e kazaki poterono incrementare il consumo di riso, grano, frutta e verdura, fino a livelli paragonabili a quelli dell’Europa di oggi (e si partiva da condizioni ben più grame e difficili!) Fu sviluppata, certamente, anche la coltura del cotone: a tal proposito, occorre sottolineare che quanti sostengono che tale coltura fu un’imposizione colonialista della politica economica sovietica, in primis non hanno nemmeno idea di ciò che significhi la parola colonialismo, in secondo luogo qualificano paradossalmente come inutile una coltura che, nelle sue fasi di trasformazione successive al raccolto, dà forma a vestiti, bende e garze per medicazioni. Forse che vestirsi bene ed in maniera elegante nella stagione estiva come in quella invernale, nonché ricevere trattamenti medico–infermieristici adeguati, fuggendo da setticemie e cancrene con elementari accorgimenti (fino agli anni ’30 del ‘900 assai rari, in quei contesti), vuol dire essere succubi del colonialismo? Ad ogni buon conto, negli anni ’50, ossia venti anni dopo la costruzione dei canali d’irrigazione, il Mare di Aral non solo non mostrava segni di “crisi”, ma si estendeva, suggestivo, per ben 68000 kmq, con una lunghezza di 426 km, una larghezza di 284 e una profondità massima pari a 68 m. Tutto ciò veniva dal cielo? No, ma dall’attenzione e dalla cura riversate nella pianificazione delle nuove opere, in armonia con i fabbisogni del popolo e la salvaguardia della natura, da Stalin e da tutto il vertice del Partito e dello Stato, coadiuvati da figure di comunisti del panorama uzbeko quali Usman Jusupovich Jusupov, Sharof Rashidovich Rashidov, Akmal Ikramovich Ikramov (fintantochè costui non si vendette agli inglesi, sempre presenti a mestare nel torbido in quella regione strategica). In quello stesso periodo, mari, fiumi e laghi situati nell’occidente capitalista videro i primi, preoccupanti segni di un inquinamento e di depauperamento destinati a trasformarli spesso, di lì a poco, in corsi d’acqua bisognosi di risanamento o condannati definitivamente, senza possibilità di appello, alla scomparsa. L’Amu Darja ed il Syr Darja, immissari basilari, scorrevano possenti e argentini, cantando un’ode al rigoglio di una natura prima avara ed inclemente, che il socialismo aveva trasformato da sogno in realtà. Il Mare di Aral brillava in faccia al sole, come i sorrisi dei contadini, degli operai, degli ingegneri kazaki ed uzbeki, in special modo di questi ultimi, i quali erano stati artefici, in larga misura, di un prodigio: se nel 1946, solo per considerare un’annualità, il raccolto di cotone dell’URSS era stato pari a 1,6 milioni di tonnellate, alle porte del 1953 esso toccava ormai i 4 milioni (sarà di 4,3 milioni nel 1954). L’Asia centrale contribuì a queste cifre in ragione del 60–70% del totale.
Dopo la morte di Stalin, in particolare dopo il XX Congresso del Partito Comunista, l’URSS virò in direzione non già di un capitalismo rovinoso, come alcuni analisti superficiali, presunti marxisti–leninisti, hanno sempre sostenuto ma, questo sì, di un nuovo metodo economico di gestione troppo incentrato sul profitto, sugli indici di sviluppo, su di un efficientismo spesso disattento verso l’esigenza di armonizzare lo sviluppo delle forze produttive e, complessivamente, dell’economia, con la tutela delle risorse naturali. Questo fu vero soprattutto nel periodo del revisionista Krusciov, quando la rincorsa ai tassi di crescita divenne a tal punto spasmodica da sfociare, a volte, nell’esito opposto a quello desiderato, con diseconomie evidenti nell’impiego delle materie prime, delle fonti di energia e nei processi produttivi, con l’apparire di fenomeni preoccupanti di penuria e aritmia nell’approvvigionamento della popolazione. I manager d’assalto, trincerati dietro le loro scrivanie ingombre di carte, alla luce delle massicce lampade di bachelite, impartivano febbrilmente ordini volti a trasformare i diagrammi affissi alle loro spalle in realtà, a volte a discapito dello stesso fattore umano così prezioso e da Stalin sempre posto al centro nell’edificazione dell’economia socialista. Brezhnev, asceso alla direzione del PCUS con l’appoggio di energie giovanili che, cresciute sotto l’ala protettiva di Stalin, avevano sempre visto in cagnesco il dilettantismo kruscioviano, corresse in larga misura la rotta (basti pensare a tutte le leggi emanate per la delocalizzazione di fabbriche inquinanti), ma mai si tornò, strutturalmente, a quell’attenzione, a quell’equilibrio nella pianificazione dello sviluppo economico–sociale, con il rigoroso calcolo comparato di costi e benefici, che Stalin aveva considerato sempre fondamentale e anzi necessario. Le dinamiche relative a tale nuovo approccio non potevano non affettare, di conseguenza, anche i processi inerenti all’utilizzo delle acque che affluivano verso il Mare di Aral. Tutto ciò sia detto, chiaramente, senza nulla concedere alle cassandre dell’antisovietismo professionale: lo specchio d’acqua era ancora in perfetta salute e prometteva un avvenire sempre più prospero ai popoli sovietici che ne traevano nutrimento e beneficio. Accadde però che, ad una nuova politica meno attenta verso le risorse naturali del Paese, si accompagnarono fattori naturali, non prevedibili, che iniziarono, dagli anni ’60, a porre un’ipoteca sule condizioni del Mare di Aral. Mentre la costruzione dei canali di irrigazione ricevette ulteriore impulso e nuovi successi costellarono il firmamento del progresso economico dell’Asia centrale, per la prima volta la vitale risorsa idrica dette segni di criticità: a partire dal ’61, si registrò una diminuzione annuale del livello del Mare di Aral variabile tra i 20 e i 90 centimetri. Parallelamente alla realizzazione di opere irrigue, l’ittiofauna, valorizzata e tutelata negli anni ’40 e ’50 a scopo ambientale, con vincoli ben precisi posti alle attività di pesca, cominciò dagli anni ’60 ad essere inquadrata e sfruttata su vasta scala come risorsa alimentare: se nel 1946 il pescato del Lago di Aral era ammontato a 23000 tonnellate, negli anni ’80 esso giunse a quota 60000 tonnellate, con 77 nuovi centri di pesca, allevamento e trasformazione industriale del pesce creati in Kazakhstan ed Uzbekistan. Uno sviluppo impressionante che, in parte, compromise la salute dello specchio d’acqua incastonato, un tempo, tra i deserti. Intanto, però, per bilanciare critiche ed osservazioni, dobbiamo dire che nello stesso periodo la superficie delle terre irrigate nell’Asia centrale sovietica passò da 4,5 a 7 milioni di ettari. Ovvero, per un Mare di Aral che si restrinse a causa dell’incremento della presenza di colture particolarmente idrovore, vaste porzioni di territorio uzbeko e kazako, prima aride o interessate da debolissimi sistemi di irrigazione, dipendenti dai cronici capricci di una pluviometria già di per sé poco generosa, conobbero la floridità e condizioni adatte all’insediamento umano mai viste prima. Questo, i coccodrilli che piangono sulle sorti del Mare di Aral per dar sfogo al loro antisovietismo, omettono sempre di ricordarlo! Mai una volta che si menzioni il fatto che il Kazakhstan e l’Uzbekistan, lungi dal rappresentare “scatoloni” di cotone destinati a questo ruolo da inesistenti “colonialisti” al potere a Mosca, videro incrementare costantemente, negli anni del socialismo, in primo luogo le colture alimentari, che procedettero di pari passo con quelle del cotone e non ne furono certo ancelle. Basti pensare che negli anni ’80 solo l’Uzbekistan produsse la bellezza di 136000000 di litri di vino, assieme all’85% dell’intero raccolto sovietico di uva sultanina e uva passa. L’Uzbekistan era all’epoca il più grande produttore di frutta e verdura dell’URSS! Scavando ulteriormente negli annali statistici, si vede che la Repubblica centroasiatica, nel 1991, poco prima del crollo dell’URSS pilotato da Gorbaciov e compagnia, produsse ben 3348000 tonnellate di vegetali (su 165700 ha) e 914000 tonnellate di meloni (su 83200 ha); nel 2002, in piena era capitalista, le cifre relative a tali prodotti subiranno un tonfo, precipitando, rispettivamente, a 2936000 e a 479000 tonnellate. Perfino la patata, quasi del tutto sconosciuta prima del 1917 da queste parti, nel 1990, nel caos e nella disorganizzazione della perestrojka, era ancora coltivata su vaste estensioni e garantiva una quantità pro–capite destinata al consumo tutt’altro che trascurabile, pari a 16/17 kg annui, integrata ovviamente da altri quantitativi messi a disposizione dalla Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia, da quella ucraina e dalla Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, ovvero dai maggiori produttori sovietici e mondiali del tubero. Il cotone, nel 1990, occupava 1800000 ha e, dal 1980 al 1990, registrò una produzione pari a più di 5000000 di tonnellate. Troppo? A ben vedere, essa non fu poi di molto superiore a quella degli anni ’50, anche se la consistenza delle riserve idriche mano a mano andò scemando ed una pianificazione più lungimirante ed efficace tanto a livello centrale quanto repubblicano avrebbe, dal 1980, consentito di parare il colpo. Di certo, non vi fu alcuna “truffa del cotone” volta a gonfiare artatamente e sistematicamente le rese, almeno nei termini in cui essa fu raccontata e anzi montata dai media per impulso di quegli ambienti che, volendo tirare la volata a Gorbaciov e volendo colpire una Repubblica, come l’Uzbekistan, fedele a Brezhnev e alla vecchia guardia del PCUS, profusero ogni sforzo nella decapitazione, anche per via giudiziaria, di un’intera classe dirigente, con Sharof Rashidov in testa, eletto quest’ultimo a capro espiatorio di una lotta per il potere oscura, che cercheremo d’inquadrare in un prossimo studio. Ad ogni modo, accanto a circa 5000000 di tonnellate di cotone, nel 1990 vi fu una produzione di grano e cereali pari a 1400000 tonnellate, dato assai rilevante, per una Repubblica esposta a condizioni climatiche tutt’altro che propizie per quel genere di colture, anche una volta eseguite le più avanguardistiche opere di irrigazione e i più efficaci interventi di agronomia.
Complessivamente, a smentire la tesi della prevalenza quasi esclusiva del cotone, abbiamo lo schema della ripartizione in percentuale delle colture: nel 1990, al cotone fu riservato il 41% della superficie coltivata, al grano il 32%, alla frutta l’11%, ai vegetali il 4%, ad altre colture alimentari il 12%. Il 59% della superficie agricola uzbeka, quindi, non era occupata da cotone! A dispetto di ogni catastrofismo, nel 1980 il Mare di Aral aveva ancora una superficie pari a 51675 kmq (negli anni ’50-’60 era di 68000) e un livello medio pari a 46,40 m (negli anni ’50-’60 era di 53–54 m). Con una maggiore attenzione a certi fenomeni distorsivi nell’impiego di acqua, aggravati da alcuni ostacoli naturali insuperabili, contestualmente ad un più attento calcolo dei reali fabbisogni di cotone e di altre colture, si sarebbe potuto non già impedire del tutto questa diminuzione (come vedremo tra un po’, non sarebbe stato possibile) ma, questo sì, arginarla. Nel 1990, dopo la tanto decantata riconversione delle colture andropoviano–gorbacioviana, la superficie del Mare in questione si era comunque ristretta a 36800 kmq, mentre il livello medio era sceso a 38,24 m. La perestrojka, dunque, non recò benefici nemmeno al Mare di Aral, a dispetto di strombazzamenti mediatici ossessivi e disinformanti! Il fatto degno di nota, però, quello più occultato dai media mondiali dal filone antisovietico in tutte le sue salse, è che la vera crisi del Mare di Aral non è cominciata né negli anni ’30, né negli anni compresi dal 1960 al 1990, quando pure si sono verificate, come abbiamo avuto modo di rilevare, alcune pecche nella conduzione economica e, nello specifico, nella gestione della risorsa della quale stiamo trattando. Il Mare di Aral ha conosciuto il processo più imponente di ritiro a partire dal crollo dell’URSS. Questa, la verità più lampante e taciuta dal filone antisovietico in tutte le sue salse! Vediamo le tappe di questo irrefrenabile declino: dopo la divisione del Mare in Piccolo Aral e Grande Aral, a partire dalla fine degli anni ’80, per i ben noti fenomeni di evaporazione e depauperamento, nel 1993 la superficie scendeva a 36182 kmq, per poi restringersi fino a 17200 kmq nel 2004, con 30,40 m di livello medio. Nel 2009 si giunse a 7434 kmq, per risalire a 13836 nel 2010 e ridiscendere a 8303 kmq nel 2015. Il tutto accompagnato, naturalmente, da un cospicuo aumento dei livelli di salinità. Se fossimo come gli antisovietici di professione, se fossimo impastati della loro stessa malafede, della loro disonestà intellettuale, del loro disprezzo per qualsiasi analisi obiettiva e spassionata, potremmo sostenere tranquillamente che il capitalismo ha ucciso il Mare di Aral, che l’unico e solo imputato da condurre alla sbarra in un ipotetico processo ambientale, è il modello di sviluppo impostosi in Uzbekistan dopo il 1991. Essendo marxisti, rigorosi e metodici negli approfondimenti e nelle disamine, non possiamo non prendere in considerazione altri dati di carattere storico e scientifico che contribuiscono a far luce sul processo di crisi di uno specchio d’acqua il quale, nonostante tutto, ancora oggi surclassa per estensione, come abbiamo avuto modo di vedere, vari laghi mondiali assai rinomati.
Innanzitutto, il Mare di Aral ha sempre presentato massicce fluttuazioni dei suoi livelli nel corso di varie epoche: tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600, vi fu un processo di ritiro impressionante che condusse alla formazione di isole ed isolette, da Barsakelmes all’Isola della Rinascita, passando per quelle di Kaskakulan, Kozzhetpes, Ujalij, Bijiktau. Studi seri e circostanziati condotti da scienziati sovietici, russi ed uzbeki, fondati su calcoli complessi ed esaustivi, sono arrivati alla conclusione che, ad incidere sull’abbassamento del livello e sul restringimento del Mare di Aral, non è stata tanto l’irrigazione delle colture (responsabile solo in ragione del 23%), quanto la duplice interazione di fattori climatici incontrollabili o non interamente dipendenti dalle scelte di sviluppo compiute (per un 15%) e di fenomeni strutturali di permeabilità del suolo che hanno condotto al depauperamento delle risorse idriche (per un 62%). Ora, con l’ausilio delle percentuali, riusciamo meglio a comprendere quanto accennavamo sopra, e cioè che limitando la coltura del cotone si sarebbe solo ridotto il danno, non lo si sarebbe di sicuro impedito (il che non vuol dire, lo ripetiamo, che non si sarebbero dovuti profondere sforzi in tal senso, visto che ogni miglioramento è da salutare sempre con favore). A coloro i quali vaneggiano di prelievi idrici che non si sarebbero dovuti compiere per niente, rispondiamo che il problema, lo stesso problema, l’avrebbero tirato fuori, sempre strumentalmente, qualora il Mare di Aral fosse stato maggiormente preservato e, al suo posto, si fossero condannati al deserto perpetuo tanti luoghi dell’Uzbekistan e dell’Asia centrale oggi resi fertili e ridenti dalle opere irrigue compiute durante l’era sovietica. In quel caso, oggi assisteremmo al pianto greco su miserabili tribù di predoni, vaganti alla ricerca di cibo in una natura ostile piena di malattie e morti per fame. Chi poi lamenta l’assenza di opere di adduzione di acqua dalla Siberia, attraverso il fiume Ob, dovrebbe spiegare per quale misteriosa ragione l’Aral è sacro mentre nessuna importanza avrebbe il clima della Siberia, che da quelle opere gigantesche di conduzione idrica, ipotizzate ed accantonate già in epoca sovietica, avrebbe ricevuto e riceverebbe un colpo esiziale, con danni incomparabilmente più gravi di quelli subiti dal Mare di Aral. Non vi è stato quindi alcun genocidio ambientale pianificato dai “perfidi sovietici”, così come ce l’hanno dipinto di volta in volta faziosi ed apocalittici predicatori, pseudo–ambientalisti alla ricerca di fondi e visibilità per le loro cause (in nulla e per nulla coincidenti con l’ambientalismo serio, che è e resta necessario), agenti stranieri e diplomatici interessati alla distruzione dell’economia dell’URSS, al soffocamento di ogni velleità di rinascita di uno spazio eurasiatico forte, integrato e concorrenziale con le talassocrazie anglosassoni (in tal senso sono da leggersi gli strali diretti contro l’agricoltura uzbeka, e contro la coltura del cotone in particolare, da parte dell’ambasciatore inglese Craig Murray una decina di anni fa). Pjotr Zavjalov, Vicedirettore dell’Istituto di Oceanologia dell’Accademia delle Scienze russa, ha affermato più volte che, pur nella crisi forte che l’ha colpito, il Mare di Aral conserva un proprio ecosistema vivo ed assai interessante. Non vi è stata nemmeno, attorno al Mare di Aral, nei luoghi popolati ad esso prossimi, quella pandemia, quell’emergenza sanitaria che certi allarmisti da strapazzo e alcuni scienziati disinformati e disinformatori hanno teso accreditare anche in sede scientifica: i Karakalpaki non sono quel popolo martoriato da malattie croniche, da “piaghe d’Egitto” impietose e crudeli che certi giornalisti e scienziati al soldo del capitalismo ci hanno dipinto, ma erano in epoca sovietica e sono, in parte ancora oggi, uno dei popoli più prosperi e laboriosi dello spazio eurasiatico. Alcuni dati sul movimento demografico dei Karakalpaki parlano da soli, anche rispetto al loro stato di salute: nel 1979 essi ammontavano, in Uzbekistan, a 281800 individui, mentre nel 1989 il censimento pansovietico ne rilevava, sempre nella Repubblica centroasiatica, 390000, con un aumento vicino al 40% (oggi sono 510000)! Un tasso di accrescimento che, in sé e per sé, fa piazza pulita di ogni catastrofismo legato alla questione del Mare di Aral. Il tasso di natalità dei Karakalpaki era, attorno agli anni 2000-2001, del 23 per mille (superiore alla media uzbeka), mentre il tasso di mortalità era del 5,9 per mille (di poco superiore alla media dell’Uzbekistan). Numeri che di tutto sono specchio fuorché di un girone dantesco. Da considerare poi il fatto che la natalità, in quel periodo, era in forte declino (quasi dimezzata) rispetto al periodo sovietico e la mortalità, sempre rapportata a dieci–quindici anni prima, era in aumento. Sorvoliamo del tutto, per ora, sulla grottesche e ridicole accuse circa la presenza di bacilli pestilenziali nella zona dell’Aral, sfuggiti al controllo delle autorità responsabili della vigilanza in tema di guerra chimica e batteriologica e riemersi dopo il ritiro del lago e l’abbandono di installazioni militari. Tratteremo questo tema in un altro articolo.
In conclusione, possiamo dire che la vicenda dell’Aral è la stessa vista in mille altre occasioni: un imbroglio della propaganda antisovietica, la quale, nella sua sublime imbecillità, ritiene di poter fare a meno e del buonsenso e della scienza. Non è un atteggiamento degno di un onesto studioso, né tantomeno di un marxista–leninista, quello di ondeggiare tra l’apologia del “tutto rose e fiori” e la vis delendi del “tutto va male”, del “tutto è una catastrofe”. Ciò vale rispetto ad ogni questione, problematica, fatto o principio.Riferimenti:
Purtroppo le fonti disponibili sono, in larga parte, denigratorie dell’epoca sovietica ma, se è vero che opere in netta difesa della verità storica sull’Aral sono ancora tutte da scrivere, è altrettanto vero che contributi più obiettivi di quelli solitamente circolanti sul tema erano e sono reperibili. Ne diamo le coordinate qui sotto. Tutte le fonti russe sono traducibili con l’ausilio del PC.
Sulla ricerca scientifica inerente cause e contesti delle vicende del Mare di Aral: академик Н. А. Шило “Причина исчезновения Арала найдена?“, in “Наука в России“, N° 6 – 1995
Sulla storia del Mare di Aral (vi sono imprecisioni ed esagerazioni, ma la messe di dati offerta è comunque utile e meritevole di apprezzamento).
Sul dibattito inerente il Mare di Aral
Mappa “evolutiva” del Mare di Aral
Sulla demografia dei Karakalpaki e dell’Uzbekistan