Scacco matto in Siria: la mossa di Erdogan verso Putin non paga

David Barchard, MEE 24 marzo 2017

La collaborazione tra Turchia e Russia in Siria si rivela una delusione che lascia ad Ankara poca scelta se non accettare la protezione russa per i curdi.Quando la Turchia si è riconciliata con la Russia e ha offerto il proprio rammarico per aver abbattuto un caccia nel novembre 2015, la mossa sembrava un colpo da maestro strategico, escludendo gli Stati Uniti dal gioco diplomatico e strategico in Siria e aprendo la strada alla collaborazione tra Ankara, con un proprio contingente militare in Siria, e Mosca. Otto mesi dopo, le cose non vanno proprio in quel modo. La politica in Siria della Turchia sembra andata storta, lasciando le forze di Ankara impantanate, ottenendo solo la cattura di Jarablus e al-Bab nella fascia settentrionale al confine. Peggio ancora per Ankara, la Russia sembra proteggere i curdi siriani da eventuali mosse turche per porre fine alla loro autonomia. Questa settimana, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha espresso ‘tristezza’ per i continui legami di Russia e Stati Uniti con le Unità di protezione del popolo (YPG) in Siria. Le parole seguono il dispiegamento di truppe russe ad Ifrin, la più occidentale enclave curda siriana. Non solo Ifrin è uno dei pochi possibili obiettivi militari per la forza turca, ma questa settimana un soldato turco vi è morto anche per tiro transfrontaliero. La Turchia ha risposto convocando l’ambasciatore russo ad Ankara al ministero degli Esteri per la forte protesta per il mancato mantenimento del cessate il fuoco dei russi e la loro crescente presenza nelle zone controllate dal Partito di Unione Democratica (PYD). Sembra che la Turchia non sia stata informata in anticipo dalla mossa russa ad Ifrin. Anche se la Turchia ha avvertito di ritorsioni contro ulteriori attacchi del PYD, il presupposto imprescindibile è che la Russia provvede un ombrello protettivo all’enclave autonoma curda siriana. Così una delle principali motivazioni della Turchia per la partnership con Mosca e l’invio di truppe in Siria, spezzare le enclavi curde siriane, è sotto scacco.

Esclusa con un atto combinato
Non è ancora il peggio per Ankara. Invece di una Turchia che trae vantaggio da una collaborazione implicitamente anti-USA in Siria con i russi, Mosca agisce in tandem con Washington. Circa due settimane e mezzo prima di recarsi ad Ifrin, le forze curde dichiararono con nettezza di puntare su Manbij, la città araba controllata dai curdi nel nord della Siria, che i conservatori religiosi turchi, come la propaggine turca dell’Ikhwan (Fratelli musulmani) in effetti vedono come prossimo logico obiettivo per le loro truppe. Lì, vi hanno unito le forze, da allora rinforzate dagli Stati Uniti. La Turchia aveva bombardato Manbij e altre zone curde per tutto febbraio, ma tale opzione ora sembra saldamente chiusa. Nel frattempo, le YPG collaborano con le truppe statunitensi avanzando su Raqqa, capitale dello Stato Islamico, e la Turchia sembra esclusa e senza un ruolo. Ankara quindi si lamenta amaramente delle azioni di Stati Uniti e Russia che aiutano i curdi siriani a ‘perseguire la propria agenda’. Indipendentemente dal colore politico, tutti ad Ankara temono che l’agenda vera sia creare una sorta di autonomia curda riconosciuta che porti infine alla formazione di uno Stato curdo quasi-indipendente. Questo sviluppo potrebbe sembrare, su tale sfondo, non diverso da ciò che successe in Iraq dopo il 2003 con la comparsa del Governo regionale curdo ad Irbil. Questi fu il sottoprodotto dell’intervento statunitense. Nel caso del nord dell’Iraq, l’opposizione sunnita al governo iracheno prevalentemente sciita a Baghdad, e il conservatorismo della dirigenza curda locale, insieme agli interessi economici, permisero ad Ankara di trovare un modus vivendi con i curdi iracheni. Condizioni simili non esistono in Siria dove la leadership curda (e molti combattenti) ha stretti legami con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), il movimento terroristico curdo che blocca la Turchia in un brutale conflitto con le forze armate turche. In questo contesto, non sorprende che altri aspetti della riconciliazione turco-russa si dimostrino deludenti. Le cose non vanno come devono sul fronte commerciale, in cui i due Paesi cercano di ripristinare i legami interrotti nel 2015. I russi si sono dimostrati lenti a riprendere l’acquisto di diverse esportazioni agricole turche, probabilmente per i problemi di controllo di qualità, e così il 15 marzo la Turchia introduceva per rappresaglia il 130 per cento di dazi sulle importazioni di grano dalla Russia.

Potere declinante al tavolo delle trattative
Il ruolo della Turchia nel processo di pace in Siria sembra scemare. Turchia, Russia e Iran rimangono le tre potenze garanti del cessate il fuoco in Siria, ma quando il terzo ciclo di negoziati si è tenuto nella capitale del Kazakistan Astana, il 15 marzo, l’opposizione siriana ha voltato le spalle alla Turchia. Anche se il comunicato finale ad Astana suggeriva che i colloqui erano stati costruttivi e utili, la Siria accusava la Turchia del boicottaggio dell’opposizione. Gli alleati della Turchia, le varie fazioni dell’esercito libero siriano, sono scontenti del quadro degli accordi assai sfavorevoli. Ma dato che non sono riusciti a fare ciò che le YPG così sorprendentemente fanno, cioè fondersi in un forte esercito moderno, i gruppi dell’els hanno sempre poca o alcuna attenzione internazionale. Questo poteva cambiare se l’offensiva a sorpresa lanciata contro Damasco, il 20 marzo, riusciva a spostare l’equilibrio militare nel Paese, ma il rinnovamento del conflitto probabilmente trascinerebbe la Turchia, come loro sponsor principale, in uno scontro con la Russia. Cosa che Ankara appare decisa ad evitare. Anche se i suoi contatti con i russi (tra cui il recente vertice a Mosca dei presidenti Erdogan e Putin) sono stati poco gratificanti, non v’è stata quasi alcuna critica pubblica finora e la narrazione ufficiale è sulla crescente cooperazione, una versione sempre più messa in discussione dai fatti sul campo. Curiosamente, i russi non sembrano cercare di cementare l’amicizia con la Turchia in una partnership stretta e volta a staccarla dall’occidente, che sarebbe sicuramente un enorme vittoria strategica per Putin, che vede la NATO come nemica. Ciò per via di un accordo segreto USA-Russia sulle zone d’influenza globali? Oppure semplicemente riflette il senso russo che, mentre la Turchia è ai ferri corti con l’UE ed è furiosa per il sostegno degli USA alle YPG, adotta la linea morbida nei confronti di Mosca in quanto unica opzione?

Soldati russi a Mambij

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

PsyOps: il Pentagono testa le capacità dell’omologo russo

Valentin Vasilescu, Rete Voltaire, Bucarest (Romania), 20 marzo 2017

Ai primi di febbraio 2017 grandi manifestazioni scossero la Romania. Eppure, mentre i media internazionali annunciavano l’imminente caduta del governo di Sorin Grindeanu, non successe nulla. Valentin Vasilescu, esperto militare ed attivista dell’opposizione, spiega che tali eventi furono organizzati dalle PsyOps dell’esercito rumeno e del Pentagono per testare la penetrazione degli omologhi russi nel Paese. Ciò evidenzia lo sviluppo delle PsyOps russe, ora in grado, a questo livello, anche di competere con la NATO.

Cos’è la PsyOps?
CIA (Divisione Operazioni Segrete) e Pentagono (Direzione Operazioni e comando delle forze speciali di) hanno adottato nuove tecnologie per combattere, estendendo il confronto militare in ambienti non convenzionali (informativo, psicologico, ecc), portando alla nascita di nuove modalità per azioni specifiche in questi ambienti, così come la creazione di forze non convenzionali. Le campagne del XXI secolo sono andate oltre lo stadio in cui i soldati si uccidono a vicenda. Per quanto riguarda le operazioni d’informazione, non vi è la distruzione fisica del nemico ma la ricerca dell’influenza e del controllo della sua mente. Il danno causato dalle PsyOps si riflette sui cambiamenti cognitivi e mentali. Le operazioni d’informazione non si rivolgono agli individui, ma più in generale alle persone di aree geografiche definite. Gli assalti informativi più elaborati sono chiamati di “seconda generazione”: l’esercito controlla ampiamente l’infrastruttura dell’informazione dello Stato preso di mira per destabilizzarlo tempestivamente e con sicurezza. Anche se lo Stato applica misure di protezione psicologica, sono generalmente inefficaci nel contrastare tali attacchi.

Le PsyOps come strumento per innescare gli sconvolgimenti sociali
Nel corso della manifestazione contro Nicolae Ceau?escu ordinata il 21 dicembre 1989 dal Comitato centrale e che precedette il colpo di Stato in Romania, le strutture dell’esercito romeno specializzate nella guerra psicologica spezzarono la radunate inducendo nella folla uno stato di agitazione e panico creato con potenti altoparlanti. Il suono nella manifestazione fu fornita dall’esercito, con 10 veicoli disposti in modo da non essere visibili, ma secondo un angolo il cui eco producesse il suono desiderato sulla piazza. Questi blindati da trasporto e veicoli militari furono dotati di apparecchiature che emettono una forte vibrazione a bassa frequenza. La struttura dell’esercito rumeno a cui appartenevano si chiamava “Sezione Tecnica PsyOps per la propaganda speciale”. Nel frattempo, sempre più i microprocessori a basso costo avanzano la tecnologia dell’informazione, in particolare in applicazioni come televisione via cavo, cellulari e rete Internet. Questo tipo di tecnologia fu accompagnata dalla creazione e organizzazione di molti gruppi presuntamente spontanei e ricreativi, i cui membri possono disperdersi in luoghi diversi. Il fenomeno nacque in occidente e fu denominato Smart Mobs (comunità intelligente). Usarono questi gruppi per realizzare azioni rapide e tempestive come il Mobs Flash; la comunità intelligente può riunirsi rapidamente in un luogo pubblico per tenere una breve dimostrazione e disperdersi altrettanto rapidamente. Internet, Twitter e Facebook sono i canali pubblici per la trasmissione di dati, niente di più. Gli utenti hanno già maturato esperienza nell’utilizzo di Twitter e Facebook. Ma gli eserciti hanno anche considerato la possibilità di disturbare o peggio, ingannare.

Attuazione delle PsyOps a Piazza della Vittoria?
Alcune fonti dicono che gli eventi in Romania nel 2017 furono istigate dalle PsyOps nazionali. L’intera operazione fu effettuata attraverso reti sociali e virali, riuscendo a radunare più di 600000 rumeni in dieci grandi città. La ricetta utilizzata sembra essere la stessa dell’evento che riunì più di 100000 di persone, il 21 agosto 1968, per condannare l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. La decisione di tenere tale dimostrazione in opposizione a Mosca aveva bisogno del sostegno popolare. La Securitate poi utilizzò gli esistenti canali radio e televisivi per preparare psicologicamente le persone e far sì che il raduno si svolgesse sulla Piazza del Palazzo di fronte al Comitato centrale. La cosa ironica delle manifestazioni rumeni nel 2017 è che, senza apparentemente cellulari, i ricchi s’impegnarono particolarmente in un Paese che ha più di cinque milioni di poveri. Parlavano pacificamente, proiettando fasci laser con slogan sugli edifici in un’atmosfera da carnevale. Comportamento che contrasta nettamente con quella di una vera rivoluzione in cui le persone sono costrette a scendere in piazza e ad usare violenza, perché non sono soddisfatti i loro bisogni primari (cibo, vestiario, ecc). Quindi, a differenza delle proteste della “primavera araba”, in Romania sembra sia stato pianificato in modo che non vi fosse alcuna interferenza esterna, rimanendo sotto controllo e completandole. Anzi, probabilmente rimasero sotto il controllo permanente delle strutture PsyOps nazionali. Tutto è accaduto non come se si volessero rovesciare le istituzioni, ma come se si cercasse di misurare la penetrazione nella popolazione delle strutture PsyOps straniere, cioè russe. Questi eventi hanno inoltre verificato la capacità di mobilitare la popolazione, se una situazione come quella della Cecoslovacchia nel 1968 si verificasse. Se si conferma questa ipotesi, l’unica domanda interessante sarebbe: il partito partito socialdemocratico (PSD) faceva parte di questa operazione o no?
Si noti la presenza di troupe di CNN, al-Jazeera, CCTV (China Television) e BBC, che trasmisero in diretta. Anche Russia Today era presente con Nikolaj Morozov, che aveva riportato gli avvenimenti del dicembre 1989. Non c’è dubbio che queste troupe avessero a che fare con gli specialisti delle PsyOps che seguirono e sorvegliarono per essi i dettagli dell’operazione. In ogni operazione militare, e quindi in qualsiasi PsyOps, c’è una catena di comando. Analizzando con attenzione i messaggi Twitter e Facebook, si scoprono i “nodi della rete”, vale a dire il personale coinvolto nell’operazione, addestrato ai metodi di controllo della folla per creare un contagio virale tra gli individui più disparati. Gli specialisti delle PsyOps hanno un’istantanea della situazione sul terreno. In questo modo, il personale può individuare facilmente gli “opinion leader”, coloro che influenzano gli altri. Così decidono di informarli del piano o tenerli all’oscuro di ciò che accade. Perciò alcuni media romeni evitarono dettagli rivelatori delle PsyOps o volontariamente li interpretarono erroneamente per camuffarne gli autori.

Gli Stati Uniti hanno stabilito in Romania la più efficace struttura PsyOps della NATO
Le istituzioni rumene non hanno la capacità di organizzare qualcosa? In Romania, Stato membro della NATO, al confine orientale, il Pentagono ha creato la struttura PsyOps più efficiente dell’Alleanza. Lo Special Operations Command (SOC) delle forze di terra dell’esercito romeno comprende tutte le strutture in grado di eseguire ogni tipo di missione non convenzionale in Romania e all’estero. La gestione delle azioni psicologiche (PsyOps) è l’elemento subordinato più importante al COS e opera nel Dipartimento Operazioni dello Stato Maggiore. E’ composto dal Servizio di analisi e valutazione obiettivi, dal Servizio di pianificazione e gestione delle operazioni psicologiche e dal Servizio d’influenza psicologica del nemico. Un Centro per le operazioni psicologiche fu istituito con i migliori docenti in sociologia, ricercatori in psicologia, registi della televisione, esperti di relazioni pubbliche, istruttori delle PsyOps statunitensi, ecc. In Afghanistan, i militari rumeni, in realtà truppe di occupazione, stampavano e distribuivano ai residenti la rivista Sada e-Azadi (“Voce della Libertà”), per 400000 copie, con articoli in tre lingue: inglese, dari e pashto. Crearono anche una stazione radio omonima che trasmetteva non-stop.Le forze speciali, un’estensione delle PsyOps
Dopo la guerra del Vietnam, durante cui si sperimentarono i rudimenti delle PsyOps, l’esercito statunitense creò, oltre ai quattro rami (Terra, Aviazione, Marina e Marines), un comando per le operazioni speciali (US Special Operations Command). Noti come “Berretti verdi”, i suoi soldati sono organizzati in cinque gruppi assegnati a ciascuno dei cinque comandi continentali (EUCOM, CentCom, AFRICOM, PACCOM, SOUTHCOM). Addestrati nelle lingue e nei costumi dei popoli della regione a cui sono assegnati.

Le PsyOps e le operazioni speciali sono utilizzate per i colpi di Stato
La guida alla lotta nonviolenta in 50 punti, messa a punto dal colonnello Robert Helvey, fu alla base di tutte le “rivoluzioni colorate”, in particolare nell’ex-Unione Sovietica. Robert Helvey iniziò la carriera nelle PsyOps durante la guerra del Vietnam, poi fu assistente di Gene Sharp all’Albert Einstein Institution. Nel suo libro descrive i metodi utilizzati dai professionisti delle dimostrazioni per superare la paura e subordinare le emozioni della folla. Gene Sharp, il colonnello Robert Helvey e il colonnello Reuven Gal (direttore delle operazioni psicologiche delle Forze di Difesa Israeliane) organizzarono congiuntamente numerosi tentativi, a volte con successo, di “cambio di regime”. Dopo l’acquisizione da parte di Hugo Chávez di un articolo di Thierry Meyssan che rivelava questo sistema, l’Albert Einstein Institution lasciò il posto al Centro per la Nonviolenza Applicata (Canvas) con sede in Serbia e all’Accademia del cambiamento, con sede in Qatar.
Le forze delle operazioni speciali eseguono attività considerate “antiterrorismo” dallo Stato da cui dipendono. Ma a volte la situazione richiede che il comando militare adotti una posizione difensiva per, dopo un breve periodo, creare le condizioni per passare all’offensiva. In effetti, un servizio segreto di uno Stato può compiere un “cambio di regime” in un Paese straniero, vale a dire… un’operazione terroristica. Il 7 aprile 2009, Chisinau (Moldavia) affrontò un tentativo di colpo di Stato che portò alla caduta del governo comunista avviando le elezioni anticipate e installando un governo filo-occidentale. Le forze di sicurezza ricorsero alla violenza, sia per delegittimare gli organizzatori esterni del colpo di Stato che i responsabili interni della stessa. Era necessario che a tutti i costi ci fossero distruzioni e vittime per spingere la rivolta a vendicarsi della polizia.

Conclusioni
Se si conferma questa ipotesi, quale pericolo imminente spingerebbe le istituzioni rumene ad utilizzare le PsyOps a Piazza della Vittoria? Per la Romania, si suppone che la vicinanza alla Russia rappresenti il rischio maggiore. Se dal crollo dell’Unione Sovietica le PsyOps sarebbero state insignificanti, dopo euromaidan a Kiev, nel 2014, la loro importanza è aumentata in modo esponenziale. Intervenendo alla Duma di Stato il 21 febbraio 2017, il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu riconosceva di aver moltiplicato più volte le strutture specializzate nelle operazioni d’informazione. Ora hanno un carattere offensivo secondo i modelli esistenti delle PsyOps dell’US Army. Queste strutture sono più efficienti e più potenti delle vecchie strutture responsabili della contropropaganda. L’operatività delle nuove strutture PsyOps russe fu testato nelle esercitazioni militari Kavkaz-2016, tenutesi il 5-10 settembre 2016. Un ruolo importante fu quello del Dipartimento Operazioni dello Stato Maggiore Generale delle strutture PsyOps, degli Spetsnaz e delle unità di guerra cibernetica e radioelettronica. L’esercito russo ha diversi gruppi di PsyOps divisi tra quattro comandi strategici (ovest, sud, centrale e est). Questi gruppi hanno divisioni specializzate per tutti i Paesi nelle immediate o lontane vicinanze della Russia. Le strutture PsyOps collaborano con sette brigate delle forze per operazioni speciali (Spetsnaz), ed entrambe le strutture sono subordinate al GRU. Integrando le tecnologie moderne delle PsyOps disponibili nell’esercito russo, Mosca potrà anche eseguire in tutto il mondo operazioni di quarta generazione per distruggere, smantellare e paralizzare la potenza di uno Stato nemico.
In Crimea e Donbas la Russia ha impiegato la guerra ibrida; un tipo di conflitto militare sviluppato nei propri centri di strategia militare. La guerra ibrida utilizza spesso intermediari, ovvero militari in borghese o senza distintivi, non riconosciuti ufficialmente, travestiti da attori non statali, come ad esempio gli “omini verdi”. La componente militare viene usata il tempo necessario per suggerire un’invasione. Secondo il generale Philip Breedlove, ex-comandante supremo della NATO, la Russia può creare no-fly zone impermeabili a tutti i mezzi della NATO (Anti-Access/Area Denial – bolla A2/AD). Il sistema automatizzato C4I (comando, controllo, comunicazioni, computer, intelligence ed interoperabilità) russo è una componente del sistema da guerra informatica di tipo ELINT (Electronic Intelligence). Il materiale Borisoglebsk-2 collegato ai satelliti russi, scansiona e registra le informazioni sul traffico (tutti i canali) delle istituzioni della sicurezza nazionale di uno Stato. Questa apparecchiatura utilizza esche elettroniche per rimuovere il traffico o saturarlo con informazioni false. Un altro equipaggiamento da guerra elettronica, Krasukha-4, offusca i radar terrestri, navali, aerei e su satelliti militari e civili (anche quelli per le comunicazioni o la trasmissione dei canali televisivi). L’essenza della guerra ibrida inizia con l’identificazione dei punti deboli e delle vulnerabilità del nemico per sfruttarli creando realtà alternative, attraverso trasmissioni TV, internet e soprattutto reti sociali. La guerra ibrida può essere un’estensione del sistema militare nel sistema sociale, economico e politico dello Stato preso di mira, inoculando una percezione predefinita che riflette la visione russa dello sviluppo di eventi e fatti. Il primo risultato è l’indebolimento della volontà e del sostegno delle persone ad istituzioni o capi dello Stato presi di mira. Dopo aver creato le condizioni per lo sconvolgimento del sistema sociale e paralizzato la capacità di comunicare tra loro e le istituzioni della sicurezza nazionale, la Russia potrebbe procedere alle PsyOps: come scatenare manifestazioni pacifiche, come quelle a Bucarest nel 2017, o dimostrazioni violente che coinvolgano le forze speciali (Spetsnaz), sul modello della “primavera araba”, quando l’obiettivo è rovesciare un governo filo-occidentale e installarne un filo-russo.
La Russia si dice ora pronta ad innescare operazioni psicologiche (PsyOps) all’estero. Le PsyOps, come strumento per cambiare le sfere d’influenza senza invasione militare, non sono più monopolio degli Stati Uniti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria abbatte due aerei nemici: Israele nel panico

Alessandro Lattanzio, 18/3/2017

S-200

Il 17 marzo, aviogetti da combattimento israeliani avevano “violato lo spazio aereo siriano nelle prime ore del mattino ed attaccato un obiettivo militare vicino Palmyra, con un atto di aggressione a sostegno dello Stato islamico“. Gli aerei dell’IAF attaccavano obiettivi presso Palmyra, da pochi giorni liberata dal V Corpo dell’Esercito arabo siriano, un’unità addestrata dagli istruttori militari russi.
Il raid aereo, che secondo Tel Aviv era destinato contro un convoglio di Hezbollah, avveniva lontano dal confine con il Libano e dall’impianto SSRC presso Damasco, collegato ad Hezbollah. Il Ministero della Difesa siriano dichiarava che la difesa aerea aveva abbattuto un aereo israeliano sulla Palestina e danneggiato un altro. Invece i media israeliani riferirono che il radar Super Green Pine del sistema d’intercettazione antimissile Hetz (Arrow 2) avrebbe rilevato un missile antiaereo strategico S-200 siriano sui quartieri meridionali di Gerusalemme e la valle del Giordano. Se i resti del missile Hetz venivano rinvenuti ad Irbid, nel nord della Giordania, non veniva rinvenuto alcun resto del presunto missile siriano. Se il radar di allerta precoce del sistema Hetz aveva scambiato i frammenti dell’S-200 per un missile balistico, dove erano quindi finiti?
Le Forze di Difesa Israeliane affermarono che gli aerei israeliani avevano preso di mira “diversi obiettivi in Siria”, lontano dal confine tra Israele, Siria e Giordania, e che “diversi missili antiaerei furono lanciati dalla Siria“; una dichiarazione apparentemente anodina, ma in realtà insolita, in quanto è politica delle IDF non pubblicizzare gli attacchi aerei contro la Siria e il Libano. Le IDF riconoscono solo il bombardamento del territorio siriano al confine con Israele. Inoltre, se l’attacco israeliano avveniva a centinaia di chilomentri dal territorio israeliano, perché lanciarono gli intercettori del sistema Hetz su Gerusalemme? Infatti, gli S-200 non rappresentano una minaccia per il territorio d’Israele. Inoltre, il sistema Hetz non è destinato ad intercettare missili antiaerei, non essendo presenti nella banca dati del sistema “che dovrebbe monitorare automaticamente la traiettoria e prevedere il punto d’impatto del missile, prima di lanciare il missile antibalistico”. Il missile S-200 viene spinto da 5 booster, che una volta staccatisi dal corpo centrale del missile, creano 5 bersagli. Non è mai stato svolto, per il sistema Hetz, un test per affrontare una situazione del genere.
Il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate siriane aveva dichiarato che, “aerei da guerra israeliani hanno violato lo spazio aereo siriano alle 2:40 su al-Baraj e si erano diretti ad est, presso Palmyra, per bombardare le installazioni militari siriane. Si annuncia con certezza che i missili del nemico non hanno causato alcun danno sul nostro territorio, non avendo raggiunto i loro obiettivi. Credo che l’aviazione israeliana sia scioccata da velocità, efficienza e accuratezza mostrata dall’Esercito arabo siriano nel proteggere il proprio spazio aereo. Le nostre forze della difesa aerea possono seguire il nemico anche sui cieli giordani e colpirlo in qualsiasi momento sulla Siria“. Il direttore del servizio informazioni dell’Esercito arabo siriano, Colonnello Samir Sulayman, spiegava che la decisione su eventuali nuove azioni dell’Esercito arabo siriano contro gli attacchi israeliani “non possono che essere adottate dal comando militare siriano“. La rapida risposta all’aggressione israeliana, per la prima volta nel conflitto, indica la decisione di Damasco, Teheran e Bayrut di mostrare le proprie capacità militari tutt’altro che degradate anche dopo sei anni di guerra di 4.ta generazione scatenatagli contro dalla NATO. Difatti, Damasco considera Israele stretto alleato dei terroristi in Siria, dato che l’aggressione alla Repubblica Araba Siria avviene sul campo tramite il ramo mediorientale della rete terroristica atlantista StayBehind/Gladio, ovvero Gladio-B. Quindi, Israele, alleato militare della NATO, ovviamente interviene spesso a supporto delle forze terroristiche dell’alleato atlantista. Assad aveva chiarito che a sostenere direttamente i terroristi sono NATO e Israele, “Se si vuole parlare del ruolo europeo in Siria, od occidentale, se guidato dagli statunitensi, l’unico ruolo svolto è sostenere i terroristi. Non supportano alcun processo politico. Ne parlano solo… Israele dall’altro lato sostiene direttamente i terroristi, logisticamente o con incursioni dirette sul nostro esercito”.
Il quotidiano israeliano Haaretz arrivava a scrivere, “Presumibilmente la salva antiaerea siriana è stato un segnale ad Israele che la politica di moderazione verso le incursioni aeree non rimarrà la stessa. I recenti successi del Presidente Bashar Assad, in primo luogo la conquista di Aleppo, hanno apparentemente aumentato la fiducia del dittatore. Israele dovrà decidere se l’esigenza operativa, per contrastare l’invio di armi avanzate ad Hezbollah, giustifichi anche il possibile rischio di abbattere un aviogetto da combattimento israeliano e un conflitto con la Siria. Vi è la domanda interessante se un sistema radar sia stato schierato dal nuovo grande amico d’Israele, la Russia, proprio una settimana dopo che il primo ministro Benjamin Netanyahu era tornato da Mosca, dopo l’ennesima visita al Presidente Vladimir Putin. Si può immaginare che la comunità d’intelligence sarà interessata a sapere se la decisione siriana di rispondere al fuoco sia stata coordinata con i collaboratori e partner di Assad: Russia, Iran e Hezbollah”. Ron Ben-Yishai, esperto militare del quotidiano israeliano Yediot Aharonot, osservava che “missili sono stati utilizzati nella risposta siriana, causando la caduta di uno dei quattro caccia israeliani. Assad sembra avere totale fiducia in sé stesso. Se questa volta ha risposto al raid israeliano è perché ha il sostegno di Putin. E per la prima volta, il regime siriano ha lanciato missili S-200 agli aerei israeliani. L’uso da parte del regime siriano degli S-200 per ritorsione contro Israele, segna un punto di svolta: la presenza russa e iraniana e la vittoria ad Aleppo permettono ad Assad di ricorrere alle armi strategiche contro i nemici e di non avere più paura. Il lancio degli S-200, mentre gli aerei israeliani erano lontani dal territorio siriano, è un avvertimento. Tutto può cambiare nel giro di pochi secondi e un vero e proprio confronto potrebbe avvenire“.
Il delirio di onnipotenza dei sionisti, non li sottrae dal terrore di trovarsi di fronte l’Asse della Resistenza tutt’altro che indebolito, ma in via di rafforzamento e consolidamento; e questo dopo non solo che le varie organizzazioni terroristiche islamo-atlantiste (al-Qaida, Stato islamico/Gladio-B, Esercito libero “siriano”, bande salafite, naqshbandi, di traditori sadamiti, neo-ottomani ed altro pattume) vengono demolite dalle forze armate siriane, irachene, iraniane e della Resistenza, ma anche le organizzazioni terroristico-spionistiche di NATO, Turchia, Israele e petromonarchie associate, con le relative appendici (governo al-Saraj in Libia, Sudan, Eritrea, Giordania), vengono devastate sia sul campo che nell’infosfera, tanto che le alleate multinazionali della disinformazione (CNN, FoxNews, LeMonde, Reuters, ANSA, AFP, AP, ecc.) invocano la repressione dell’informazione, vedendosi costrette a stringere i ranghi con i supporter della loro supposta “libera informazione”, ovvero le intelligence di USA, Regno Unito, Israele e Stati-vassallo della NATO e relative appendici “mondane”, come ONG (quali i Caschi Bianchi o Emergency), massmedia pseudo-indipendenti (un’infinità), organizzazioni filo-taqfirite (come la sinistra italiana, dal sindaco Sala ai centri sociali), financo ad autori, attori, registi, soubrette, boldrine, chiese di finti oppositori al sistema, ed altri spacciatori.
Il 2016 è stata una tale debacle per questa frazione elitaria dell’occidente, che oramai, preda del terrore e agendo come una scimmia armata di pistola, circola sparando a tutto ciò che non si conforma al bel mondo virtuale che si è fabbricato con solerzia fin dal 1989.

Schieramento dei 5 siti per i missili antiaerei S-200 in Siria.

Fonte:
Defense News
Defense and Strategy
FARS
ParsToday
Russia Insider
Russia Insider
SANA
Sputnik

Crisi ucraina: Poroshenko decade mentre Tymoshenko va a Washington

Alexander Mercouris, The Duran, 15 marzo 2017Anche se le decisioni prese dall’Ucraina oggi, legalizzare il blocco del Donbas da parte dei radicali e preparare azioni contro le banche russe, non sono una sorpresa, un fatto interessante è il modo in cui sono state annunciate. La decisione non è stata annunciata dal presidente Poroshenko, capo dello Stato e del ramo esecutivo del Paese, e neanche dal governo del primo ministro Volodymyr Grojsman, vecchio alleato di Poroshenko. Accade che Poroshenko e Grojsman sono notevolmente reticenti sul blocco del carbone, da quando è cominciato. La decisione di legalizzare il blocco del Donbas è stata annunciata da Aleksandr Turchinov, capo del Consiglio nazionale di difesa e sicurezza dell’Ucraina, figura significativa della destra politica ucraina, mentre la richiesta della Banca Centrale dell’Ucraina d’imporre sanzioni alle banche russe operanti sul territorio ucraino è stata fatta anche da Turchinov per conto del Consiglio della sicurezza nazionale e difesa dell’Ucraina, di cui è a capo. Forse il sistema giuridico e costituzionale dell’Ucraina fa del Consiglio l’ente preposto a questo genere di decisioni, anche se la struttura giuridica e amministrativa caotica dell’Ucraina e la famigerata indifferenza dei capi ucraini verso le norme giuridiche e amministrative, ne fanno un argomento poco convincente. Tuttavia, anche se così fosse, una dichiarazione di Poroshenko, capo del Paese e presidente della nazione, che spieghi al popolo ucraino i motivi di tali decisioni importanti e ne giustifichi le conseguenti difficoltà, pur chiarendo che le decisioni sono sue e che hanno il suo pieno appoggio, è il minimo che ci si aspetterebbe in tali circostanze. In effetti, la cosa giusta sarebbe sicuramente che l’annuncio di tali decisioni sia fatto da Poroshenko, per lo meno pubblicando una dichiarazione a suo nome, o (meglio) con un discorso televisivo alla nazione ucraina. Invece, la cosa più vicina a un annuncio di Poroshenko è un commento ellittico che avrebbe fatto incontrando un dirigente dell’UE, secondo un resoconto apparso sul suo sito web. “Dopo il sequestro non possiamo avere relazioni commerciali con le imprese “confiscate”. Non permetteremo alcuna loro attività e chiediamo supporto a tali decisioni, tra l’altro, inasprendo le sanzioni dell’UE alla Russia che ha permesso questa brutale violazione del diritto internazionale”. Manca l’annuncio del blocco totale del territorio delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk. Al contrario, sembra dire che l’Ucraina cesserà il commercio con le ex-imprese ucraine delle Repubbliche Popolari nazionalizzate in rappresaglia al blocco del carbone. Le parole di Poroshenko semmai sembrano escludere l’idea di un blocco totale. Certamente non fanno cenno agli annunci radicali di oggi. Forse Poroshenko non ha fatto l’annuncio perché imbarazzato dalla debolezza che dimostra, e perché il suo sito web mostrava le assicurazioni date solo ieri al funzionario dell’UE sull’Ucraina che faceva qualcosa di totalmente diverso. Se è così, allora ricorda il modo con cui il precedente presidente ucraino, Viktor Janukovich, non annunciò la decisione di ritardare l’attuazione dell’accordo di associazione dell’Ucraina con l’UE, lasciando l’annuncio al primo ministro Nikola Azarov. Al momento pensai che fosse un atto di straordinaria debolezza di Janukovich, e in effetti fu il comportamento pusillanime nelle successive proteste di Maidan che alla fine lo rovesciò. Se Poroshenko ora si comporta nello stesso modo, va straordinariamente molto male sia per lui che per le sue prospettive da presidente dell’Ucraina.
Tuttavia ci sarebbe anche l’ulteriore possibilità che la ragione per cui Poroshenko non ha annunciato tali decisioni di oggi, è perché in ultima analisi non le fa. In effetti le osservazioni al funzionario dell’UE suggerirebbero che resistesse all’idea del blocco totale, probabilmente su pressione dell’UE. Se è così, allora gli annunci di Turchinov suggeriscono che Poroshenko è stato messo da parte, e che le decisioni chiave, come legalizzare il blocco del Donbas, sono prese senza di lui. In tal caso, l’autorità di Poroshenko da presidente dell’Ucraina sarebbe finita e non avrebbe più il controllo, proprio come la mossa militare russa a Pristina nel giugno 1999, durante il conflitto in Kosovo, fatta senza alcun ordine di Boris Eltsin, chiaro segno che la sua autorità da presidente della Russia svaniva. Ciò avviene pochi giorni dopo la notizia sui media russi su Julija Tymoshenko, vecchia nemica e acida rivale politica di Poroshenko, che compiva un’altra visita, questa volta in segreto, a Washington, dove ai primi di febbraio ebbe un breve incontro con Donald Trump, in ciò che sembrava il tentativo di Trump di valutare le sue opzioni, considerandola come possibile alternativa a Poroshenko. Basti dire che non credo fosse una coincidenza che, al ritorno in Ucraina, Tymoshenko cercasse subito di rovesciare il governo proponendo un voto di sfiducia nel parlamento, una mossa che, utilizzando dispositivi procedurali, il governo però riusciva a bloccare. Anatolij Karlin ha recentemente suggerito con un acuto articolo per Duran che il blocco di carbone sia in realtà il frutto del gioco di potere di una fazione anti-Poroshenko nell’élite ucraina guidata dagli oligarchi Igor Kolomojskij e Julija Tymoshenko. Turchinov, il capo del Consiglio nazionale di difesa e sicurezza dell’Ucraina, che ha fatto gli annunci, è un vecchio alleato politico di Tymoshenko, anche se i due apparvero dividersi nel settembre 2014, quando Turchinov aderì al partito emergente del primo ministro ucraino Arsenij Jatsenjuk. Turchinov e Poroshenko non sono comunque mai stati vicini, e forse dalla rimozione di Jatsenjuk dalla scena politica ucraina dopo le dimissioni impostegli da primo ministro nell’aprile 2016, Turchinov è tornato dal vecchio capo Tymoshenko. Se è così, allora gli annunci di Turchinov sarebbero il segno che, nel conflitto tra Poroshenko e la fazione guidata da Kolomojskij e Tymoshenko, si sia schierato con quest’ultima, ancora una volta lavorando per Tymoshenko, la cui fazione e quella di Kolomojskij hanno il sopravvento. In tal caso le dimissioni di Poroshenko o la sua rimozione sarebbero sul tavolo, anche se data la natura volatile della politica ucraina nulla può mai esser certo. Infatti ancora una volta si parla di nuove elezioni in Ucraina, se Poroshenko venisse rimosso, e che Tymoshenko dovrebbe vincere. In questo caso la sua frettolosa visita a Washington potrebbe essere destinata a strappare la promessa del sostegno che si potrebbe pensare le sia stata data da Trump e dalla sua squadra, nella precedente visita di febbraio.
Indipendentemente da quale direzione prendano le lotte tra fazioni in Ucraina, la situazione politica diventa sempre più instabile. E’ difficile evitare l’impressione che Poroshenko sia indebolito e perda il controllo, con istituzioni come il Consiglio nazionale di difesa e sicurezza che, in ultima analisi, controlla le forze di sicurezza ucraine, agiee sempre più da sole e senza alcun riferimento al presidente. Se è così, allora la visita di Tymoshenko a Washington sarebbe il segno che i suoi nemici lo circondando, e forse ne preparano l’eliminazione.

Kiev capitola ai fascisti e legalizza il blocco del Donbas
Alexander Mercouris – The Duran

L’Ucraina su domanda dei radicali, legalizza il blocco del Donbas e si prepara a chiudere le banche russe.
Settimane dopo che i neofascisti bloccano l’invio di carbone all’Ucraina dal Donbas e di appelli per porvi fine, il governo ucraino, nella forma del Consiglio di sicurezza e difesa nazionale, li legalizza, dichiarando tutti i collegamenti con l’Ucraina bloccati dal 15 marzo. La dichiarazione firmata dal capo del Consiglio Aleksandr Turchinov, il funzionario estremista che agendo da presidente facente funzione dell’Ucraina lanciò la cosiddetta “operazione antiterrorismo” ( “ATO”) per sopprimere il Donbas nei primi mesi del 2014, tenta di collegare la legalizzazione del blocco a Donetsk e Lugansk alla nazionalizzazione per rappresaglia delle imprese ucraine sul territorio delle Repubbliche Popolari. La dichiarazione dice: “Considerando che le imprese ucraine sono state sequestrate e la situazione della sicurezza è peggiorata nella zona delle operazioni antiterrorismo, il Consiglio della sicurezza nazionale e della difesa ha deciso di sospendere il movimento dei carichi attraverso la linea di contatto. A seguito della decisione del Consiglio, tutte le autostrade e ferrovie che portano alla linea di disimpegno saranno bloccate oggi alle 01:00 (14:00 ora di Mosca) da Polizia di Stato e Guardia nazionale”. È una decisione patetica. Come tutti sanno il motivo per cui le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk nazionalizzano le imprese ucraine sul loro territorio è proprio il blocco illegale imposto dai fascisti ucraini. Eppure, invece di por fine al blocco, che causa gravi danni all’economia ucraina, come ha più volte lasciato intendere, il governo l’ha invece legalizzato, illustrando l’incapacità di controllare i radicali, su cui basa da sempre la propria esistenza, indicando fin dove ha ceduto l’iniziativa politica a costoro.
Nel Donbas, il blocco ucraino senza dubbio causerà difficoltà a breve termine. Tuttavia ne accelererà l’integrazione economica con la Russia dato che la sua economia è di gran lunga più grande e ricca di quella ucraina, un vantaggio economico a lungo termine per il Donbas. Reagendo all’annuncio ucraino, i russi hanno fatto notare che tale azione viola l’accordo Minsk II. Boris Gryzlov, rappresentante della Russia nel gruppo di contatto, l’ente che dovrebbe cercare di porre fine al conflitto in Ucraina, ha detto che, “L’incapacità delle autorità di Kiev di lottare contro l’aggressione dei nazionalisti danneggia l’Ucraina stessa. Questo è particolarmente pericoloso data la tendenza confermata da altri passi ufficiali“. Gryzlov osservava che la decisione di Poroshenko di sospendere i collegamenti con il Donbas, annunciata alla riunione del Consiglio della sicurezza nazionale e della difesa, “va contro gli accordi di Minsk” che delineano il piano per risolvere la crisi. L’inviato aveva anche detto che “invece di ripristinare il sistema finanziario del Donbas, in linea con gli accordi di Minsk, le autorità ucraine distruggono il proprio sistema bancario“. Il riferimento di Gryzlov all’impegno ucraino a “ripristinare il sistema finanziario nel Donbas”, riguarda la promessa di Poroshenko fatta in occasione della riunione di Minsk del febbraio 2015, dove con l’accordo Minsk II fu deciso di ripristinare la piena operatività del sistema finanziario nel Donbas. Come Gryzlov dice, in sostanza, gli ucraini non hanno mai adempiuto a tale impegno, non più degli altri impegni presi a Minsk. Il riferimento di Gryzlov alle “autorità ucraine che distruggono il proprio sistema bancario” riguarda l’azione che l’Ucraina contempla contro le banche russe che operano sul suo territorio. Ciò dopo le proteste dei fascisti ucraini che dal 13 marzo bloccano l’accesso alla sede centrale di Kiev della Sberbank, la maggiore banca della Russia. L’affermazione di Gryzlov sull’azione che l’Ucraina contempla sarebbe esagerata. Le banche russe rappresentano il 10% del settore bancario ucraino, presumibilmente 425 milioni di dollari in depositi dei clienti privati e altri 276 milioni depositati per conto della clientela affaristica. Anche se sono grandi somme, non lo sembrano abbastanza da paralizzare l’economia ucraina, anche se il denaro nei depositi dovesse scomparire con le banche, cosa naturalmente improbabile.
Detto questo, assaltare le banche russe 3 mesi dopo che l’Ucraina ha nazionalizzato PrivatBank, la sua prima banca, difficilmente sembra una buona idea, e in un momento di crisi economica non è certo la mossa migliore per ispirare fiducia nel sistema bancario ucraino, anche se parlarne innescherebbe un effetto a cascata che può essere sopravvalutato. Tuttavia, in Ucraina l’ideologia vince invariabilmente qualsiasi battaglia contro il buon senso economico, e il blocco del carbone, ampliato e legalizzato, e l’attacco atteso alle banche russe, sono solo ulteriori esempi di ciò.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, Haftar bastona islamisti e Gentiloni, Mosca e Londra soccorrono il vincitore

L’Italia renzygliona corre, corre, verso l’ennesima strepitosa Canne geostrategica
Alessandro Lattanzio, 16/3/2017

Il 15 marzo, l’Esercito nazionale libico (LNA) del generale Qalifa Belqasim Haftar liberava i terminali petroliferi di al-Sidra e Ras Lanuf, infliggendo una pesante sconfitta agli islamisti di al-Qaida sostenuti da Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Italia (Roma opera sotto la copertura delle “missioni umanitarie”, come l’ospedale da campo militare istituito a Misurata, per curare i terroristi islamisti, e nell’ambito della missione ONU in Libia, affidata al generale Paolo Serra, che accompagna nelle missioni sul campo il capo del governo-fantoccio di Tripoli, l’islamo-atlantista Fayaz al-Saraj).
Le forze islamiste, riunite nelle Brigate di difesa di Bengasi (BDB) venivano respinte di oltre 100 km, mentre le forze aerea e di terra del LNA recuperavano il controllo su al-Sidra e Ras Lanuf, dopo aver eliminato 30 miliziani islamisti, mentre altri 40 miliziani venivano portati nell’ospedale da campo italiano di Misurata, allestito in vista delle operazioni per rioccupare i terminal petroliferi della Cirenaica e supportare l’assalto su Bengasi, previsto dal governo fantoccio islamista di Tripoli, quale successivo passo all’occupazione dei terminal petroliferi dell’area di Briqa. L’esercito governativo libico avanzava quindi sulla città di Bin Juad, a 35 km a nord-ovest degli impianti liberati. La controffensiva del LNA fu lanciata lungo un fronte ampio 220 km, dalla costa mediterranea alle oasi di Hun e Jafra, a sud di Sirte. Nell’oasi di Jafra si erano riuniti i resti delle BDB, dove venivano bombardati dai velivoli del LNA, mentre le forze di Tobruq combattevano contro la 166.ma Brigata di Misurata che occupa Sirte. Solo il 3 marzo, circa 1000 terroristi islamisti delle Brigate di difesa di Bengasi occuparono i terminali petroliferi di al-Sidra e Ras Lanuf, controllati dal Governo di Tobruq e da cui passano parte dei 600000 barili di petrolio estratti ogni giorno in Libia.
48 ore dopo la liberazione dei terminali, l’ambasciatore inglese Peter Millett volava a Bengasi per “chiarire la posizione del suo Paese a Qalifa Haftar”, incontrando il comandante in capo delle Forze Armate libiche nel quartier generale di al-Rajma. Millett avrebbe “deplorato il fatto che molto è stato detto sul ruolo apparentemente negativo del Regno Unito in Libia”. Haftar aveva chiarito agli inglesi “l’importanza di non sostenere i Fratelli musulmani”. Millett infine dichiarava, “La nostra visita è stata… soddisfacente e utile“. Infatti, il 16 febbraio arrivava una delegazione imprenditoriale inglese, la prima in tre anni, guidata da Peter Meyer dell’Associazione Medio Oriente di Londra, e comprendente Andrew Davidson di Parva Capital, che si occupa di finanziamenti per gli investimenti, e Douglas Baldwin di Alpha Services, che opera con l’industria petrolifera e del gas. La delegazione incontrava una delle più grandi compagnie petrolifere della Libia, l’Arabian Gulf Oil Company (AGOCO) di Bengasi, per offrire materiale, attrezzature e formazione. Secondo l’ACOCO, la delegazione aveva anche promesso di facilitare i visti di lavoro per il Regno Unito. Il presidente dell’AGOCO Muhamad Bin Shatwan auspicava che la delegazione avrebbe segnato l’inizio della cooperazione con le aziende inglesi, che “avrebbero cominciato a tornare a Bengasi per investire nella regione”. Meyer e la sua delegazione avevano anche incontrato il responsabile della Direzione della Sicurezza di Bengasi Salah Huaydi, valutando le esigenze per la polizia locale, come materiali, attrezzature, laboratori e formazione. In seguito, la delegazione si recava in Egitto.
Intanto il consigliere di Qalifa Haftar, Abdalbasit al-Badri, incontrava il Viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov a Mosca, chiedendo sostegno nella battaglia contro le BDB. Secondo il Ministero degli Esteri russo “le parti si sono scambiate opinioni dettagliate sugli sviluppi in Libia, e hanno concordato sull’importanza di organizzare un dialogo collettivo cui partecipino i rappresentanti di tutti i gruppi politici e tribali“. Bogdanov ribadiva che la Russia sostiene pienamente il processo di unificazione della Libia e di protezione della sua sovranità. In precedenza, Mosca aveva ospitato i fantocci della NATO Fayaz al-Saraj e Ahmad Matiq, della Presidenza del Consiglio, che chiedevano alla Russia di mediare un incontro tra loro e il comandante Haftar. Inoltre, il presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, Aqila Salah, dichiarava che la Russia aveva promesso di aiutare Tobruq nella lotta al terrorismo e che i soldati del LNA gravemente feriti venivano curati in Russia. Salah chiedeva al governo russo di addestrare le forze del LNA e di farne riparare i mezzi militari da tecnici russi. La Libia vuole continuare i legami militari con Mosca, perché “la maggior parte dei nostri ufficiali fu addestrata in Russia, molti parlano russo e sanno come utilizzare i materiali russi“. Il comandante della base aerea di Benina a Bengasi, colonnello Muhamad Manfur Manifi, a sua volta smentiva le fantasie sulla presenza di militari o contractor russi a Bengasi, avanzate da islamisti, ONG e media della CIA. Nel frattempo, il LNA lanciava l’offensiva per liberare il quartiere Ganfuda di Bengasi occupato dai terroristi islamisti. La 130.ma Brigata d’artiglieria e le Forze speciali Saiqa del LNA avanzavano tra Busnaib e Ganfuda, eliminando diversi islamisti del Consiglio della Shura dei rivoluzionari (BRSC), intrappolando nel complesso dei “12 edifici” gli ultimi terroristi del BRSC.
Nel campo degli alleati locali della Farnesina e di Forte Boccea, regna la guerra civile. A Tripoli il capo del governo di salvezza nazionale Qalifa Ghwal veniva ferito nei combattimenti nell’hotel Rixos, “sede del governo” di Ghwal, e spedito a Misurata per cure, probabilmente nel solito ospedale da campo dell’esercito italiano. La forza islamista RADA, guidata da Abdulrauf Qara, la Brigata dei rivoluzionari di Tripoli di Haytham Tajuri e la Forza di sicurezza centrale Abu Salim, guidata da Abdulghani al-Qiqli, tutte legate al governo fantoccio di Saraj, assaltavano e occupavano l’hotel Rixos, mentre il centro operativo Bunyan Marsus di Misurata si preparava ad inviare 1500 miliziani islamisti, con veicoli blindati, per “imporre pace e sicurezza a Tripoli”. Ghwal aveva respinto un accordo politico avanzato dall’UNSMIL, la missione ONU in Libia. La milizia di Ghwal è in gran parte formata da misuratini e berberi. Anche la sede di al-Naba TV, del capo di al-Qaida Abdulhaqim Belhaj, veniva attaccata.
L’Italia renzygliona corre, corre, verso l’ennesima strepitosa Canne strategica.Fonti:
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
South Front