Assad: “Ho difeso il mio Paese da migliaia di terroristi stranieri”

al-Manar 15 luglio 201613483148In un’intervista alla rete televisiva statunitense NBC, Assad ha detto che “l’Esercito arabo siriano ha appena compiuto grandi progressi“, avvertendo che “il tempo necessario per vincere la guerra dipende da diversi parametri, tra cui la fine del supporto dato da certi Paesi, come Turchia, Qatar ed Arabia Saudita, ai terroristi“. Secondo l’agenzia di stampa siriana SANA, Assad ha aggiunto: “Se questi Paesi pongono fine al loro appoggio ai terroristi, la guerra finirà in pochi mesi“.

Relazioni con la Russia
Alla domanda sulla partecipazione della Russia nella guerra in Siria e sul suo ruolo nel mutare il corso della guerra, il Presidente al-Assad ha assicurato che “il sostegno russo all’Esercito arabo siriano è un fattore decisivo nella guerra ai terroristi“. Ha detto che “il Presidente Putin ha chiesto d’intervenire in Siria per due motivi, il primo è che la politica russa si basa su valori e il secondo è l’interesse del popolo russo a combattere il terrorismo“, sottolineando che “il suo rapporto con Putin è stato molto franco e onesto, e si basa sul rispetto reciproco“. Assad ha sottolineato che “né il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, né il Presidente Putin gli hanno chiesto di avviare una transizione politica”, dicendo che “solo il popolo siriano decide chi sarà il presidente, quando lo diverrà e quando se ne andrà“. Il Presidente al-Assad ha colto l’occasione per ringraziare Russia, Iran e Cina per il loro sostegno alla Siria politico, militare ed economico. Sull’incontro tra il segretario di Stato degli USA John Kerry e il Presidente Putin, il Presidente al-Assad ha detto che non ha paura di un accordo, e per la buona ragione che la “politica russa non si basa non sulla conclusione dell’operazione, ma su principi“, dice aggiungendo che la Russia è stata invitata ufficialmente e legalmente dal governo siriano ad intervenire in Siria, dicendo: “E’ diritto di ogni governo invitare ogni Stato per aiutarlo in qualsiasi campo. Così la presenza russa in Siria è legittima“.13501844Assad denuncia gli Stati Uniti
Al contrario, il Presidente al-Assad ha detto che “i raid statunitensi sono inefficaci e hanno un impatto negativo”, sottolineando che “gli Stati Uniti non hanno la volontà di sconfiggere i terroristi, ma di dominarli e usarli come pedine”. Assad ha detto che lo “SIIL non è un nemico comune di Siria e Stati Uniti, perché gli USA hanno supervisionato e addestrato i gruppi terroristici per rovesciare il governo siriano e non vogliono combattere il terrorismo“. Alla domanda se saluta la fine del mandato del presidente Obama, il Presidente al-Assad ha detto che: “noi in Siria non ci affidiamo a nessun presidente che venga o se ne vada, perché ciò che dicono nelle loro campagne è diverso da ciò che fanno dopo l’elezione“. Assad ha messo in guardia gli Stati Uniti da qualsiasi attacco dello SIIL: “Sì, perché i civili sono attaccati dallo SIIL e non posso chiedere agli innocenti negli Stati Uniti di assumersi la responsabilità delle cattive intenzioni dei loro capi“. Sul rischio di diffusione del terrorismo negli Stati Uniti in caso di sconfitta dello SIIL, Assad ha notato, “No, se sconfiggiamo lo SIIL aiutiamo il mondo. Se non sconfiggiamo i terroristi che provengono da più di 100 Paesi, anche occidentali, ritorneranno nei loro Paesi con ancora più esperienza, fanatismo ed estremismo, e li attaccheranno“.

Sul posto
Inoltre, Assad ha detto che “possiamo usare qualsiasi arma, ad eccezione di quelle vietate dal diritto internazionale, per sconfiggere i terroristi“, sottolineando che “non abbiamo usato armi chimiche e nessuno ha presentato prove al riguardo, hanno solo esibito delle illazioni“. Alla domanda su certe aree circondate dall’Esercito arabo siriano, Assad ha detto: “Come si può interdire l’accesso del cibo in determinate aree quando non s’impedisce che gli arrivino le armi per ucciderci? O si vieta tutto o tutto è permesso. Come possono costoro continuare a vivere senza cibo?” Nell’intervista, Assad ha sostenuto che la giornalista statunitense Marie Colvin, uccisa in un bombardamento del regime siriano nel 2012 a Homs (centro), era “responsabile” della propria morte. E’ “entrata illegalmente in Siria, collaborava con i terroristi (…) E ‘quindi responsabile di tutto ciò che le è accaduto“, ha dichiarato il presidente siriano. Infine, in conclusione, Assad spera che “la storia lo ricorderà come un uomo che ha difeso il proprio Paese dal terrorismo estero e non come dittatore sanguinario“. Ritine che “l’immagine di tiranno spacciata dai media occidentali sia ingiusta e che una persona che lotta contro i terroristi arrivando a sconfiggerli in linea di principio è un patriota e non un bruto“.

13516376

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Pensiero e storia di Subhas Chandra Bose

Subhas Chandra Bose, il nazionalista progressista che scelse l’Asse. Pensiero e storia di un leader controverso
Luca Baldelli
netaji-new-759Tra le figure più controverse del ‘900, un posto di rilevo spetta senz’altro a Subhas Chandra Bose, Padre (discusso e finanche rinnegato) dell’India indipendente, assieme a Jawaharlal Nehru (1889–1964) e al Mahatma Gandhi (1869–1948). Il nome di Bose ha subito una vera e propria damnatio memoriae, a causa del suo intransigente anticolonialismo che, diretto contro la Gran Bretagna imperialista e depredatrice dell’India e non solo, non esitò a cercare sponde nelle potenze fasciste, strumentalmente interessate a rovesciare il predominio di Albione in aree nevralgiche del pianeta. Se questa macchia resta, indelebile, sulla biografia del personaggio e sulla sua immagine, distinguendolo da Nehru, rigorosamente antifascista, è altrettanto vero che sarebbe ingiusto, storiograficamente assurdo, disconoscere il ruolo di Subhas Chandra Bose nella costruzione di una moderna autocoscienza nazionale indiana, nell’avvio di un possente movimento anticolonialista e antimperialista e, infine, nella fondazione della moderna India libera ed indipendente.
Subhas-Bose-AFPNato il 23 gennaio del 1897 nel Bengala, crogiolo di spiriti rivoluzionari, progressisti e nazionalisti, nonché territorio indipendente fino al 1757, data della Battaglia di Plassey, Bose è il nono nato in una famiglia di ben quattordici figli. Il padre, Janakinath Bose (1860–1934) è un avvocato di grido, vicino al movimento nazionale per l’indipendenza. Cresciuto in un ambiente fieramente nazionalista, Subhas riceve la sua istruzione negli Istituti gestiti dai religiosi protestanti di matrice battista. Espulso per aver aggredito un docente razzista, il giovane passa allo “Scottish Church College”, presso l’Università di Calcutta, dove inizia a studiare filosofia. Nel 1919, Subhas si trasferisce a Londra, per poi tornare nel 1921 nel Paese natio. Il suo animo focoso, ostile a qualsiasi sopruso, si manifesta in maniera ancora più evidente durante il suo mandato da Presidente dell’“All India Youth Congress” (Congresso giovanile pan–indiano) e da Segretario del “Bengal State Congress” (Congresso dello Stato del Bengala). Entrato in contatto con il nazionalista Chittaranjan Das (1869–1925), sindaco di Calcutta, Subhas ne diventa il braccio destro e nel 1925 viene arrestato in una retata di elementi anticolonialisti. Rinchiuso nel carcere di Mandalay, vi contrae la tubercolosi. Due anni dopo, liberato dalle sbarre, Bose riprende con fervore la militanza anticolonialista, facendo il suo ingresso nell’entourage di Jawaharlal Nehru e diventando un elemento di punta, riconosciuto e stimato, del Congresso Nazionale Indiano, prima formazione nazionalista indiana, fondata nell’anno 1885. Perseguitato più volte, arrestato e imprigionato per aver praticato la disobbedienza civile, sulle orme di Gandhi, Bose non si arrende mai, non demorde, non si fa intimidire e, il 22 agosto del 1930, viene eletto, a coronamento di un periodo giovanile intenso e burrascoso, Sindaco di Calcutta. Il suo astro brilla ormai di luce propria, non più di quella riflessa di altri leader e di altre personalità in vista. La sua tenacia nella lotta anticolonialista, la sua preparazione, il suo decisionismo, sono ammirati da sempre più persone. Negli anni ’30, Bose non si dedica solo alla sua comunità e alla causa della sua Nazione: egli gira pure l’Europa, in una serie di viaggi molto istruttivi, studiando a fondo i movimenti comunista e fascista, dai quali ricava, come vedremo, insegnamenti fondamentali per la sua vita e la sua militanza. La Gran Bretagna lo pone ormai nel mirino, come uno dei capi più pericolosi e insidiosi.
Il peso di Bose all’interno del Congresso Nazionale Indiano cresce costantemente; egli è ormai il Netaji, ossia “il venerabile”. Londra continua ad adoperare nei suoi riguardi, affinandola, la strategia del bastone e della carota, come risulta evidente nel caso dell’opera “The Indian Struggle” (La lotta indiana), pubblicata da Bose in due parti tra il 1935 e il 1942. La prima parte (la seconda uscirà in Italia), scritta a Vienna con il supporto della sua compagna Emilie Schenkl (1910–1996), viene pubblicata a Londra da Lawrence & Wishart nel 1935, ma messa al bando in India, dove potrebbe sicuramente generare fermenti, per volontà di Sir Samuel Hoare, Segretario di Stato britannico per l’India e poi Segretario di Stato per gli Affari Esteri. Il testo è un vero e proprio manifesto programmatico, articolato sul ritmo della narrazione storica delle vicende indiane, che offre tutte le sfaccettature della personalità e del pensiero del Netaji. In esso, la critica è particolarmente acuta nei riguardi di Gandhi, del suo rifiuto verso ogni azione decisa, energica, violenta, contro il dominio britannico. Se all’inizio il Mahatma era stato un faro per tutti i patrioti indiani, il loro punto di riferimento principale, la guida politica e spirituale, ora il suo attendismo, la sua nonviolenza assurta a dogma, lo rendono, di fatto, un uomo d’ordine, un personaggio gradito ai colonialisti, che ne avvertono il carattere pressoché innocuo. Per Bose, Gandhi è diventato “il miglior poliziotto dei Britisher (parola dispregiativa per indicare gli Inglesi, ndr )”. In un articolo pubblicato a Calcutta, Bose si riferisce ad una conversazione avuta con Romain Rolland, intellettuale di prestigio che, animato da sincero spirito fraterno, internazionalista e militante, cercava di tenere unite tutte le anime dell’anticolonialismo indiano: “Egli (Rolland, ndr) potrebbe essere dispiaciuto del fallimento della Satyagraha (la pratica della resistenza passiva nonviolenta di Gandhi, ndr), ma se così stanno le cose, l’impietosa realtà dovrebbe essere affrontata ed egli (Rolland, ndr) potrebbe allora gradire il fatto che il movimento sia condotto lungo altre direttrici”. Chiarezza e limpidezza di un pensiero già manifestatosi, d’altro canto, a partire dal 1931, quando Bose aveva criticato le Round Table Conferences (Conferenze della Tavola Rotonda), intavolate dal Governo britannico con la partecipazione di Gandhi e di altri esponenti indiani di tutte le religioni.

Gandhi e Bose nel 1938

Gandhi e Bose nel 1938

Per la rinascita della Nazione indiana, la sua vera indipendenza e sovranità, secondo Bose occorre una sintesi fra socialismo marxista e corporativismo fascista, accanto a metodi che, per raggiungere l’obiettivo dell’abbattimento del potere coloniale, non escludano la violenza contro i dominatori. Un sincretismo ideologico in chiave autoctona, originale e ardito, che Bose chiama Samyavada, parola indiana traducibile, approssimativamente, con “sintesi”. Il riferimento al corporativismo, corroborato dai viaggi e dalle frequentazioni del Netaji in Europa, è uno degli elementi che ha offerto buon gioco a chi, in malafede o con superficialità, ha pensato di liquidare il leader indiano, affibbiando ad esso l’etichetta di fascista, in una delegittimazione completa, radicale, della sua opera. In realtà, proprio quel riferimento, inserito nel contesto di un sincretismo ideologico assolutamente genuino e innovativo (al di là di ogni giudizio di merito), dimostra la complessità del pensiero di Bose e la sua irriducibilità a categorie storiografiche valide in altri contesti. La Samyavada, la sintesi delle ideologie e delle dottrine è, secondo Bose, la risorsa che sola può garantire, assieme al rispetto di tutti i popoli, le culture e le fedi del Subcontinente indiano, nella loro caleidoscopica diversità, la formazione di un “edificio nazionale” solido, stabile e prospero. “Nonostante l’asserita antitesi fra comunismo e fascismo, scrive Bose in “The Indian Struggle”, vi sono alcuni tratti in comune. Sia il comunismo che il fascismo credono nella supremazia dello Stato sull’individuo. Entrambi rifiutano la democrazia parlamentare. (…) Entrambi credono in una riorganizzazione pianificata dell’industria”. Non c’è alcun amore sviscerato per il “totalitarismo” (concetto sul quale bisognerebbe ampiamente discutere, tra l’altro…). Anzi, ad un’analisi attenta, rigorosa e priva di preconcetti dell’opera di Bose, emerge, in maniera lampante, il rifiuto di ogni ordine che neghi la libertà individuale e le prerogative del singolo. Esse sono beni preziosi, da non schiacciare, ma da ricondurre, armonizzandoli nel corpo sociale, all’interesse generale superiore, quello di uno Stato forte, autorevole e rispettato, retto da una struttura federale virtuosa, adatta alla complessità del quadro storico, sociale e demografico, che esalti il contributo delle comunità dal basso, impedendo al contempo spinte centrifughe rovinose per tutti. Bose, quindi, nel momento in cui ripercorre le tappe storiche dell’India, con l’occhio lucido di chi fa tesoro del passato per programmare il presente, si preoccupa anche di delineare i caratteri del futuro Stato sovrano, liberato dal dominio coloniale. La struttura politico–sociale dell’India indipendente dovrà essere retta sulle comunità di villaggio, sul loro potere d’iniziativa, con un ruolo fondamentale affidato ai panchayats, ovvero alle assemblee dei villaggi, nelle quali gli anziani avevano la preminenza. L’autorità centrale dovrà impedire ai particolarismi di prendere il sopravvento, garantendo l’unità nazionale, conquistata col sacrificio e l’abnegazione. Non solo: dovranno essere rimosse tutte le barriere castali, anacronistiche forme di oppressione e di oscurantismo. Una vasta e radicale riforma agraria dovrà beneficiare le masse contadine oppresse, mentre il credito dovrà essere controllato dallo Stato e orientato verso i bisogni del Paese, non più verso i capricci delle oligarchie. In tutti questi enunciati, come si può vedere, brilla la luce del più vivo e moderno progressismo, fatto incontrovertibile che già di per sé demolisce la meccanica e fuorviante assimilazione di Bose al fascismo corporativo. L’adesione del leader nazionalista indiano ai principi democratici è, però, ancora più chiara e netta in altri suoi scritti.
1417417962_netaji-subhas-chandra-boseIl 18 luglio del 1915, scrivendo all’amico Hemanta Kumar Sarkar, Bose afferma: “Nessuno può davvero vantare il diritto di interferire in qualsivoglia filosofia individuale di vita e di predicare contro di essa, ma (…) la base di quella filosofia deve essere sincera e autentica come la teoria di Spencer (Herbert Spencer, filosofo inglese progressista, ndr): ‘Egli (l’uomo, ndr) è libero di pensare ed agire fintantoché i suoi pensieri e le sue azioni non confliggano con le analoghe libertà di altri individui‘”. L’individuo, nella filosofia di Bose, non può mai essere schiacciato dallo Stato! La forma statale da eletta a modello non è autoritaria in senso verticale, come abbiamo visto, ma in quanto, con la sua autorevolezza e con i suoi strumenti di governo, evita al debole di essere schiacciato ed al potente di prevalere, in un‘illusoria e beffarda “libertà” somigliante alla lotta della gallina e della volpe nel pollaio. Il potere statale è contrappeso necessario alle spinte localistiche e particolaristiche e, in quanto tale, valorizza le comunità e gli individui al massimo, consentendo la loro libera espressione in un quadro unitario fondato sulla giustizia e l’eguaglianza. La struttura statale “funzionerà, sostiene e promette Bose, come un organo, ovvero al servizio delle masse”, senza mai prevaricare la collettività. Un’altra solenne testimonianza di questo carattere del pensiero di Bose, conflittuale con la dottrina nazionalsocialista e con il suo nazionalismo fanatico e gretto, è contenuta in una lettera inviata nel marzo del 1936 al Dr. Thierfelder della Deutsche Academie: “Mi dispiace dover ritornare in India con la convinzione che il nuovo nazionalismo della Germania è non solo ristretto e autoreferenziale, ma anche arrogante”. Nel 1938, sempre più famoso e stimato per il coraggio, il naturale carisma e la profondità dell’elaborazione politico–filosofica, Bose viene scelto come Presidente del Congresso Nazionale Indiano. Non ha, fin dal primo momento, vita facile. Gandhi, nonostante l’impegno di Bose per una conduzione unitaria, a prescindere dalle divergenze ideologiche, strategiche e tattiche, si pone alla testa di una fronda che, in breve tempo, costringe Subhas a lasciare la sua importante postazione. Indomito, egli fonda allora l’All India Forward Bloc (Blocco d’Avanguardia Pan–Indiano), con una piattaforma intransigentemente nazionalista e progressista. Per raggiungere i suoi scopi, che sono quelli di milioni e milioni di connazionali, Bose, con buona pace di certa storiografia faziosa e approssimativa, non chiude le porte alle formazioni progressiste e di sinistra europee, britanniche in particolare. Intesse relazioni con i principali leader laburisti, si incontra o scambia giudizi e pareri con Attlee, Lansbury, Murray e altri ancora. A chiudere le porte del tutto, senza appello, a Bose sono i conservatori, al potere in Gran Bretagna con Neville Chamberlain, Primo Ministro, assistito da un pezzo da novanta come Lord Halifax, già Vicerè dell’India e ora Ministro degli Esteri. I tories si oppongono ad ogni sia pur minima concessione nei riguardi delle rivendicazioni indiane, e manterranno questo atteggiamento anche col cambio della guardia e l’avvento, nel 1940, di Sir Winston Churchill come Primo Ministro. Tale condotta, sprezzante e storicamente anacronistica, miope, finirà col radicalizzare ancora di più settori nazionalisti come quello guidato da Bose, spingendoli definitivamente a far causa comune con l’Asse, con le potenze fasciste, viste, nell’ottica dei colonizzati, al di là di ogni giudizio di merito, come le uniche speranze per un rovesciamento del dominio imperialista britannico. Bose, invero, spera molto anche nell’URSS, anzi la difende a spada tratta. Invero, sia detto a mò di inciso, senza l’esempio di resistenza, orgoglio, e infine vittoria, offerto dall’eroica Unione Sovietica, senza il peso conquistato da questo immenso Paese dopo la fine della Seconda guerra mondiale, mai sarebbe stato possibile, per l’India, trovare una sponda nella sinistra laburista britannica e conseguire l’indipendenza. Ad ogni buon conto, nel 1939, al momento dello scoppio del secondo conflitto mondiale, Bose e i suoi seguaci sono fermamente determinati a portare avanti una lotta che si preannuncia carica di speranze.
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERANel corso della Conferenza di Nagpur del 20–22 giugno 1940, prima assise ufficiale nazionale del Blocco d’Avanguardia Pan–Indiano, i delegati ribadiscono il carattere socialista e progressista della formazione, assieme all’appello alla lotta senza mediazioni contro il colonialismo britannico, in nome dello slogan “tutto il potere al popolo indiano!”. Avendo optato per la costituzione di un Partito distinto dal Congresso Nazionale Indiano, Subhas Chandra Bose viene eletto Presidente e H.V. Kamath scelto come Segretario generale. Nello stesso periodo, il Partito Comunista Indiano, interpretando il sentimento più vivo e profondo delle masse popolari, in un suo documento condanna il nazifascismo aggressore, ma attacca frontalmente anche l’imperialismo britannico, che cerca in ogni modo di spingere l’aggressività nazifascista contro l’URSS. E’ una posizione saggia, equilibrata e coraggiosa, alla quale Bose avrebbe potuto unirsi, rafforzando il fronte progressista, che comprende anche il grande Nehru, rigorosamente antifascista ma non disposto a far sconti al dominio inglese, nemmeno con la scusa della guerra. Invece, nell’attaccare l’imperialismo britannico, nel lanciare strali più che giusti verso i conservatori indù della formazione Hindu Mahasabha e i liberali, proni ai voleri di Londra, Bose e i suoi seguaci esprimono ormai una chiara, irreversibile opzione per le potenze dell’Asse. La repressione britannica, pesante, spietata, sbatte in carcere altri patrioti, gettando ulteriore benzina sul fuoco. Nel luglio del 1940, Bose viene imprigionato a Calcutta. Nel gennaio del 1941 riesce a sottrarsi alla morsa della detenzione e intraprende clandestinamente un viaggio che, a partire dall’Afghanistan, passando per l’URSS, lo condurrà in Germania. L’Ambasciata italiana di Kabul gli mette a disposizione un passaporto falso, a nome Orlando Mazzotta. In Germania, Bose perora subito la causa di una Legione indiana da impiegare sui fronti di guerra, per la liberazione dell’India, e da contrapporre al British Indian Army, l’esercito indiano inquadrato nel dispositivo difensivo britannico, rimasto fedele a Londra ma percorso in profondità da fermenti anticolonialisti, che divamperanno con la fine del conflitto. Hitler e Rommel ironizzano sulle richieste di Bose, irridendo al suo entusiasmo patriottico. Il leader nazionalista non si scoraggia e pian piano persuade Berlino ad avallare la formazione di una Legione Indiana autonoma. Non solo: fonda pure l’Azad Hind Radio (Radio dell’India Libera), che trasmette da Berlino (si sposterà poi a Singapore, infine a Rangoon) nelle lingue inglese, indi, tamil, bengali, marathi, punjabi, pashtu e urdu. Intanto, nel Sud-Est asiatico, i patrioti indiani non stanno fermi e, desiderosi di ottenere l’indipendenza con l’appoggio del Giappone, potenza che ha messo al centro dei suoi programmi la cacciata di ogni avamposto coloniale europeo dall’Asia, nel 1942, sotto la guida di Mohan Singh (1909–1989), militare in vista, fondano l’Azad Hind Fauj (Esercito dell’India libera, letteralmente). Vi affluiscono, in larga misura, indiani del British Indian Army fatti prigionieri. A causa di disguidi con il Giappone, quest’armata sarà sul punto di sbriciolarsi irreversibilmente, poco dopo la sua fondazione, ma ecco che dalla Germania, nel 1943, fa ritorno Subhas Chandra Bose. Egli rimette in piedi l’Esercito, ne moltiplica le adesioni (che arriveranno fino a 50000 unità) e lo fa schierare su nevralgici teatri di guerra, con un’indipendenza mai avuta prima dai giapponesi e, tratto saliente che conferma il pensiero del Netaji, senza alcuna preclusione verso appartenenti a religioni differenti, dato significativo nel contesto indiano, se si pensa alle manovre imperialiste britanniche volte costantemente a mettere l’uno contro l’altro indù e musulmani. L’armata diventa il braccio operativo del “Governo provvisorio dell’India libera” (Arzi Hukumat e–Azad Hind), proclamato da Bose a Singapore nell’ottobre del 1943. L’Azad Hind Fauj partecipa quindi all’offensiva su Manipur in India (nome in codice U–go), che si conclude con la sconfitta dei giapponesi e dell’Esercito di Bose ad opera dei britannici, e combatte fino alla fine l’avanzata alleata in Birmania. Stremato dalla fame, decimato dagli Alleati, l’Esercito dell’India Libera si disperde in una ritirata rocambolesca e tremenda, con Bose che si rifiuta di lasciare i suoi soldati al loro destino. Convinto dai collaboratori a non consegnarsi ai britannici, Bose parte con un velivolo giapponese alla volta della Cina occupata, nella speranza di stabilire un contatto con i sovietici, ma la sua vicenda finisce nei cieli di Taiwan: qui l’aereo perde quota e precipita, con la morte del leader nazionalista come esito. E’ il 18 agosto del 1945. Il 2 settembre, il Giappone firmerà la resa. Ancora oggi sono molti gli interrogativi e i dubbi su quella fine, che certo nasconde molto più di quanto non abbiano rivelato le versioni ufficiali.

Bose ed Himmler

Bose ed Himmler

Ad ogni modo, la fine di Bose rappresenta, in quell’estate del 1945, il tragico, irreversibile tramonto di una figura controversa, ricca, complessa. Nonostante la scelta di parteggiare per l’Asse, unendo il proprio nome e quello dei suoi uomini a quello del feroce espansionismo hitleriano e del non meno ferale imperialismo nipponico, Bose resta un personaggio cardine nella storia del movimento anticolonialista indiano, alla pari di Nehru e Gandhi. Il suo pensiero socialista, innovatore, progressista resta, al netto delle scelte compiute sul terreno delle alleanze internazionali, un corpus da valutare con attenzione e riscoprire.Subhas Chandra BoseRiferimenti bibliografici:
Subhas Chandra Bose: “The Indian Struggle” (Oxford India Paperbacks, Oxford University press, 1998)
Accademia delle Scienze dell’URSS: “Storia Universale”, voll. 9 e 10 (Teti Editore, 1975).
Anton Pelinka: “Democracy Indian Style” ( Transaction Publishers, 2003).
R. C. Roy: “Social, Economic and Political Philosophy of Netaji Subhas Chandra Bose

Ecuador: l’agente della CIA Swat e altri

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 22/06/2016or-37496Sul murale nel parlamento ecuadoriano dal famoso pittore ecuadoriano Oswaldo Guayasamín, dal titolo “Imagen de la Patria”, appare un teschio ghignante con elmetto decorato con la sigla CIA. Quando il murale fu presentato nell’agosto 1988, Guayasamín spiegò che l’immagine sintetizzava le minacce straniere al suo Paese natale, e da quasi tre decenni questo “cranio della CIA” con ghigno sinistro osserva i deputati in parlamento. Le impronte digitali della CIA sono visibili in decine di incidenti in Ecuador, con cui i politici che minacciavano la politica estera statunitense furono eliminati. Ad esempio, nel maggio 1981 l’aereo con il presidente Jaime Roldós si schiantò nella provincia di Loja, regione montuosa dell’Ecuador. Il presidente Reagan era ostile agli ecuadoriani: Roldós rifiutò l’invito al suo insediamento e mantenne relazioni amichevoli con i sandinisti in Nicaragua e il governo cubano. Mostrò anche solidarietà al Fronte Democratico Rivoluzionario in El Salvador, che si opponeva alla dittatura militare. Roldós voleva riorganizzare l’industria petrolifera dell’Ecuador, mettendo a repentaglio gli interessi delle compagnie petrolifere transnazionali. Roldós fu eliminato a causa di “tutta una serie di lamentele”. Una volta che Rafael Correa è entrato in carica, la CIA intensificò le azioni in Ecuador. In una recente intervista Correa ha detto che nei primi giorni dell’amministrazione un certo diplomatico statunitense chiese un incontro durante il quale si presentò come “rappresentante ufficiale della CIA” in Ecuador. Costui sottolineò che agiva in modo indipendente dall’ambasciatore degli Stati Uniti. Come osservò Correa, a quel tempo “gli statunitensi ancora pensavano di poter prendere il controllo del nostro governo”. L’impulso delle ultime rivelazioni di Correa sulle attività sovversive dell’intelligence degli Stati Uniti nel Paese fu l’incidente con un’agente della CIA dal nome in codice “Swat”.
mario-pazmino Dal 1984 al 2007, una certa Leila Hadad Pérez, donna di origine libanese, agiva a Quito da agente illegale della CIA. In un primo momento usò un salone di bellezza come facciata, e poi un negozio che vendeva tappeti. Il suo vero nome era Sania Elias Zaytun al-Mayaq. Swat era soprattutto interessata agli alti ufficiali delle forze armate e della polizia. La loro collaborazione fu sottoscritta con “mance” mensili in dollari, pari a diversi stipendi degli ufficiali, e con la promessa di una carriera sempre in ascesa. Grazie agli sforzi di Swat, molti posti chiave dei servizi informativi e delle forze armate dell’Ecuador furono occupati da agenti della CIA. Uno degli obiettivi principali era ostacolare il coinvolgimento dell’Ecuador in iniziative volte ad integrare il continente ed anche a contrastare qualsiasi alleanza rafforzata con il Venezuela. Una campagna fu condotta per compromettere i leader vicini all’Ecuador come Hugo Chávez, Inácio Lula da Silva, Néstor Kirchner, Evo Morales, e altri. La rete degli agenti di Swat fece di tutto per evitare la chiusura della base militare statunitense di Manta. La campagna elettorale 2006 di Correa non nascose ciò che aveva in mente circa la presenza militare degli Stati Uniti. Praticamente ogni agente operativo della CIA nel Paese fu mobilitato, così come l’intelligence militare degli Stati Uniti, tra cui politici, poliziotti, militari, giornalisti, sindacalisti, studenti e ONG. Ma i loro sforzi fallirono. Come osserva Correa, i metodi impiegati da Swat erano “goffi” ed “era ovvio che era il cervello della CIA in Ecuador”. Di conseguenza, il presidente ecuadoriano decise di espellerla dal Paese. Nel luglio 2009, la base militare statunitense di Manta fu chiusa. L’ambasciatore degli Stati Uniti Todd Chapman cercò di negare l’esistenza dei legami tra CIA e politici ecuadoriani. Con una certa ironia, il Presidente Correa consigliò l’ambasciatore d’imparare “un po’ di più su come questi servizi lavorano, se non lo sa”. Rafael Correa pensa che il suo Paese sia ancora in pericolo di colpo di Stato. Alcuni analisti ritengono che, alla fine, la congiura della CIA in Ecuador sarà guidata da Mario Pazmino, ex-direttore dell’intelligence dell’Ecuador. Correa l’accusò di nascondere informazioni strategicamente vitali sull’attacco illegale lanciato dal confine con la Colombia a un accampamento delle FARC in Ecuador. Dall’inizio alla fine, l’attacco fu pianificato da CIA e intelligence militare. Conseguenza di queste rivelazioni, le agenzie di intelligence e controspionaggio dell’Ecuador compromesse furono riformate e un Segretariato Nazionale dell’Intelligence creato, nuovi agenti assunti e nuove attrezzature specializzate adottate. Tutto questo consentirà di monitorare in modo efficace le organizzazioni che rispondono alla CIA come USAID e National Endowment for Democracy (NED). Fu subito scoperto che Karen Hollihan, un’ecuadoriana di origine tedesca-statunitense, fu inviata a ripristinare la rete di agenti in Ecuador. Un uomo di nome Fernando Villavicencio collaborava con lei, affermando di essere un esperto di petrolio, ma la sua attività principale era denigrare il Presidente Correa. Villavicencio fu condannato a 18 mesi di carcere per diffamazione, ma riuscì a fuggire e ora usa internet per diffondere articoli scritti dalla CIA sulla corruzione nel governo Correa. Un altro contatto attivo di Hollihan si chiama César Ricaurte, che dirige l’organizzazione non-profit Fundamedios che monitora “le minacce alla libertà di stampa” in Ecuador sostenendo i critici del regime partecipi alla campagna di denunce della CIA. La ONG Participación Ciudadana, specializzata nel “giornalismo investigativo” della CIA, ha ricevuto 265000 dollari solo dal NED negli ultimi due anni, per coprire le “spese correnti”.
L’ecuadoregno Mario Ramos, direttore del Centro Andino per gli Studi Strategici, che analizza le operazioni contro i governi latino-americani che rifiutano le linee di Washington, ha osservato su Telesur che le attività sovversive della CIA aumentano in ogni Paese prima di scegliere “la strategia di destabilizzazione adeguata: guerra economica, mediatica o psicologica, e così via”. Ramos ritiene che, per contrastare tali operazioni sovversive, i latino-americani debbano stabilire “una strategia di difesa integrata” che si estenda alle sfere della diplomazia, militare e della finanza, e concentri gli sforzi dei servizi segreti dei loro Paesi su questo compito. La denuncia delle operazioni sovversive della CIA in Ecuador, la sfilata in TV dei primi piani dei criminali e l’analisi delle ripercussioni catastrofiche per il Paese dovute a tali attività illegali, provano che i leader politici e della sicurezza dell’Ecuador hanno raggiunto le dovute conclusioni.

Karen Hollihan

Karen Hollihan

Ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Assad: Non abbiamo scelta se non la vittoria!

Dr Bashar Non abbiamo scelta se non la vittoria!Mondialisation, 10 giugno 2016
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraox281262559428312575Innanzitutto, presento al popolo siriano i migliori auguri per questo mese benedetto nella speranza che il prossimo Ramadan la Siria sia liberata.
(Applausi)

Signora Presidentessa, onorevoli deputati,
Non è la prima volta che mi trovo su questo podio, dopo le elezioni che hanno portato alla formazione del nuovo parlamento, congratulandomi con i parlamentari eletti, portavoce del popolo che gli ha concesso fiducia e l’onore di tale responsabilità nazionale. Ma questa volta, la situazione è molto diversa perché le elezioni non sono state ordinarie. Avvenivano in un momento di grandi tensioni territoriali, politiche, regionali ed internazionali. In condizioni di estrema difficoltà interne portando alcuni a predirne il fallimento e che, nella migliore delle ipotesi, sarebbero state evitate dai cittadini. Ma ciò che è successo è stato l’esatto contrario. Ancora una volta, il popolo siriano ha sorpreso il mondo con la sua ampia partecipazione ad un’importante scadenza nazionale e costituzionale. Il tasso di partecipazione, senza precedenti, è un messaggio chiaro al mondo, più aumentano le pressioni, e sempre più persone valorizzano l’indipendenza; più s’intensificano i tentativi d’interferenza estera, più il popolo rispetterà il dettato della Costituzione, garante dell’indipendenza e della stabilità. Una determinazione nazionale che si riflette anche nel gran numero di candidati alle elezioni, dimostrando così discernimento e patriottismo. Ed è anche un messaggio importante per voi, rappresentanti del popolo, questa partecipazione senza precedenti, nonostante le circostanze, nonostante le minacce e i pericoli, vi caricano di una particolare responsabilità nei confronti dei cittadini che hanno messo le loro speranze nelle vostre mani, affinché li proteggiate col vostro lavoro onesto e costante, proporzionale alla loro fiducia e alle enormi sfide imposte alla Siria. Poiché queste elezioni sono state insolite e dall’affluenza senza precedenti, questo Consiglio sarà diverso da tutti gli altri; gli elettori che di solito votano per chi dovrebbe rappresentarli hanno dimostrato il loro senso di responsabilità, la loro comprensione delle nuove realtà e la consapevolezza dell’importanza dei sacrifici votando non solo candidati provenienti dalla loro regione, ma anche candidati provenienti dalle profondità della sofferenza e dal colmo della generosità. Così il vostro attuale Consiglio include, per la prima volta, feriti che hanno sacrificato parte del corpo in modo che il corpo della Patria rimanesse intatto; madri, padri, sorelle dei martiri che hanno visto i loro cari sacrificare la vita per la Siria; il medico pietoso verso il disagio economico dei concittadini che rispetta la nobiltà della sua professione con cure gratuite; l’artista che ha preso le armi per difendere la sua terra e il suo onore. E’ anche un consiglio in cui le voci delle donne, dei giovani, dei laureati aumenterà ulteriormente, contribuendo con i propri mezzi a difendere il proprio Paese e il proprio popolo. Mi ricordo di alcuni di questi casi, ma ce ne sono molti altri. Non li citerò. Ognuno di voi è stato eletto dal popolo per parlare a suo nome, per difenderlo e proteggerlo. Facciamo in modo che la bussola dello scopo e del metodo del nostro lavoro, come responsabili nelle varie istituzioni che operano per gli altri e non per se stessi, proprio come hanno fatto i feriti, i martiri e tutti coloro che si sacrificano e resistono, sia in ognuno di noi nel posto e nel compito che la responsabilità gli ha assegnato. Senza questa bussola, la Siria non potrà uscirne. Senza questa bussola, non ci sarà spazio per il progresso; per costruire; per le idee innovative e creative, che sarebbero inutili se già esistessero. Quando pensiamo e agiamo con onestà e sincerità nell’interesse altrui, e non nostro, elimineremo le barriere della corruzione e della cattiva gestione. Sarà allora possibile, ed anche certo, affrontare le sfide poste dalla guerra e confondere i negligenti, i corrotti e i ladri, senza che possano più complicare la situazione per i loro scopi personali. Quando pensiamo e agiamo con onestà e sincerità, nell’interesse del Paese, e non nostro, il controllo esecutivo sarà efficace ed efficiente, valutandone le prestazioni al servizio del cittadino. Ed è ciò che tutti si aspettano dal Consiglio.SYRIA-POLITICS-UNREST-CONSTITUTION-VOTE-20120226-161955Signore e Signori,
la responsabilità nazionale che poggia su di voi oggi arriva in un momento in cui il mondo intero ha visto circostanze eccezionali dovute a conflitti internazionali, principalmente causati dai tentativi dell’occidente di detenere una posizione dominante a qualsiasi costo. L’occidente rifiuta qualsiasi cooperazione con qualsiasi altro Stato o gruppo di Stati, come se si trattasse di una questione di vita o di morte per esso. Tali conflitti internazionali hanno creato conflitti regionali tra Stati che cercano di preservare sovranità ed indipendenza e Stati che servono gli interessi altrui, anche se danneggiano gli interessi del loro popolo. I conflitti direttamente trasmessi nella nostra regione in generale e in Siria in particolare, complicano una situazione già complicata. Ma tutto ciò non impedisce, a noi siriani, di avere la nostra responsabilità in ciò che accade, perché se la nostra “casa” fosse stata forte, solida, solidale, libera da corruzione e tradimento in certi suoi angoli, le cose non sarebbero arrivate dove sono ora. I conflitti su tre livelli, internazionale, regionale e locale, sono chiaramente riflessi nei processi politici che si svolgono a Ginevra. E tra il piano ‘internazionale e quello regionale s’è intromesso un gruppo di individui di nazionalità siriana che agiscono da burattini sia di Stati infinitamente più arretrati, sia di Stati che sognano di ricolonizzare la nostra regione, anche tramite gli ascari. Ma di fronte a tali traditori, ci sono i siriani patriottici fedeli ai sacrifici dei martiri e dei feriti, alla ricerca dell’azione politica per preservare la propria terra e la propria indipendenza decidendo per la Patria. Non è più un segreto che dall’inizio degli eventi, scopo del processo politico previsto dagli Stati che sostengono il terrorismo regionale e internazionale è distruggere il concetto di Patria colpendo inesorabilmente la nostra Costituzione con ogni sorta d’iniziativa volta a deviarla dall’applicazione e bloccarla su vari aspetti con ciò che chiamano “periodo di transizione”. Naturalmente, mirano alla Costituzione sperando di demolire i due principali pilastri di qualsiasi Stato. In primo luogo, le istituzioni a cominciare dall’Esercito che difende la Patria e garantisce la sicurezza del popolo, contro cui sono particolarmente concentrati fin dall’inizio e in tutte le discussioni sul futuro della Siria e delle sue istituzioni. Poi, l’identità nazionale condivisa dalle varie componenti etniche e religiose, su cui si sono concentrati da quando si sono resi conto che è il fondamento della resilienza del Paese. Una volta che il loro “piano terroristico” è fallito, nonostante le distruzioni e i massacri da essi perpetrati, si convinsero che il grosso del loro “piano politico” poteva ancora essere realizzato attaccando la Costituzione. Infatti, il loro piano iniziale era assicurarsi che il terrorismo dominasse completamente il Paese, accordandogli una pretesa “moderazione” e una “legittimità” di copertura, naturalmente decisa all’estero, creando il caos assoluto quale unica via per una Costituzione etnica e confessionale che ci muterebbe da popolo attaccato al proprio Paese a gruppi settari rivali che invocano l’intervento straniero contro se stessi. Ciò che dico è chiaro. Non dico nulla di nuovo. Se guardiamo al nostro est e al nostro ovest, le esperienze confessionali parlano da sole. Non c’è bisogno di rivalutare questo problema dopo decenni di esperimenti equivalenti nella nostra regione. Il sistema confessionale trasforma i figli dello stesso Paese in avversari e nemici, nel qual caso ciascuna delle parti cercherebbe alleati che, in questo caso, non troverebbero in Siria, ma all’estero. In effetti, un rapporto costruito su sospetto, risentimento e odio trova alleati all’estero. È allora che gli Stati colonialisti si presenteranno da protettori di un particolare gruppo e la loro interferenza negli affari del Paese in questione avrà giustificazione e legittimità. Poi, una volta che il loro piano di suddivisione sarà completato, passeranno alla partizione. Di qui la costante progressione della terminologia settaria e dei discorsi politici regionali o degli Stati internazionali patrocinatori del terrorismo, che consoliderebbero il loro piano e il loro concetto di partizione resi inevitabili, e persino necessari, quale unica soluzione per la pace dei siriani. Pertanto, diffondono prima tale concetto all’estero, in modo che governi e politici mondiali si convincano che l’unica soluzione sia una Costituzione confessionale, dato che ci sarebbe la guerra civile dovuta alla grande diversità etnica e religiosa della nostra regione che c’impedirebbe di convivere. Poi eserciterebbero la loro pressione su di noi per farci accettare la loro logica e, a nostra volta, saremmo convinti di non poter convivere se non solo con la Costituzione che propongono. Inoltre, ci dicono: “Vuole l’unità della Siria? Ma, naturalmente, tutti i Paesi del mondo sono per l’unità della Siria!”. Più banalmente, la zolletta di zucchero dovrebbe soddisfare la nostra fame per una Siria unita e indivisibile. Ora, come tutti sappiamo, l’unità non inizia con la geografia, ma dai cittadini, perché quando i cittadini dello stesso Paese sono divisi, la partizione geografica diventa questione di tempo e si avrà al momento ritenuto opportuno. Ma dato che non gli permettiamo di trascinare la Siria in questa direzione precipitandola nell’abisso, proponemmo all’inizio di Ginevra 3 un documento che definisce i “principi” su cui dovrebbe basarsi il dialogo con le altre parti. Credo che vi chiederete quali siano queste parti, perché finora abbiamo negoziato solo con il “facilitatore” che non è l’altra parte, credo, né lui né la sua squadra, essendo solo degli intermediari. Pertanto, se mi chiedete il motivo per cui ho detto “altre parti”, risponderei retoricamente, dato che non ce ne sono.
(Applausi)
E’ sulla base dell’accordo sui principi proposti dalla Siria, o qualsiasi altro principio generale, che le discussioni passano ad altri argomenti, come ad esempio sul “governo di unità nazionale”, lavorando con una commissione competente per preparare la nuova costituzione, soggetta all’approvazione del popolo con un referendum prima di procedere a nuove elezioni. Un soggetto che spiegammo essenzialmente nel gennaio 2013 durante il mio discorso all’Opera House di Damasco [1], cosa che non gli impedisce di continuare a chiederci ancora e ancora della nostra idea di soluzione. Rispondiamo che è la “soluzione politica”, essendo l’altra soluzione, la lotta al Terrorismo, già definita nei suoi principi. Pertanto, ogni volta che ci porranno la stessa domanda, ripeteremo la stessa risposta. Torniamo ai principi. Perché abbiamo stabilito dei principi? Perché sono necessari in qualsiasi negoziato o colloqui, in particolare tra Stati. Perché? Questi negoziati hanno bisogno di riferimenti. Pretendono che i riferimenti siano nella risoluzione 2254 (2015), proprio come l’avevano preteso per la risoluzione 242 (1967). [2] Un esempio che dimostra che quando tali risoluzioni furono adottate dopo il compromesso tra grandi potenze, ognuno usa la terminologia che si adatta ai propri interessi; in modo da ritrovarsi con un testo ambiguo e contraddittorio. Quindi, se tornassimo al comunicato di Ginevra del 2012, troveremmo che parla allo stesso tempo di sovranità della Siria e di organo di transizione, indicato anche come “governo di transizione”. Ma se si parla di sovranità della Siria, come è possibile che decida sul suo sistema di governo, indipendentemente dalla volontà del suo popolo? La sovranità preclude l’adozione di tale sistema e viceversa. D’altra parte, abbiamo a che fare sempre con terminologie inspiegabilmente elastiche. Ad esempio, cito un’espressione presa dai colloqui di Vienna dove troviamo la frase “governo credibile”. Che significherebbe? Per il terrorista, se SIIL, Fronte Al-Nusra e gruppi simili arrivano al potere, il loro governo sarebbe credibile. Per i traditori che agiscono dall’estero divenuti zerbini dei loro padroni, se riuscissero a formare un governo che gli assomiglia, farebbero dello Stato siriano uno Stato vassallo che a sua volta trasformerebbe i siriani a sua immagine, rendendosi così un governo credibile per loro. E’ quindi ovvio che non andiamo nei negoziati per accettare tali proposte. È per questo che abbiamo scritto il “documento dei principi” evitando che un partito aggiunga ciò che gli piace. È una struttura che pone dei limiti invalicabili e qualsiasi proposta al di fuori dei principi fondamentali, considerata d’ostacolo o priva di serietà.
Questi principi li cito subito:
Sovranità e unità della Siria rifiutando ogni ingerenza straniera.
Rifiuto del terrorismo.
Supporto alla riconciliazione.
Preservare le istituzioni
Togliere l’embargo.
Ricostruzione.
Controllo delle frontiere.
Molti altri principi sono contenuti nelle Costituzioni, attuale e precedenti: diversità culturale, libertà dei cittadini, indipendenza della giustizia, ecc. Pertanto respingiamo qualsiasi proposta in contrasto con questi principi, ed è per questo che l’hanno respinta…
(Applausi)
Non ce lo dicono espressamente, ma ce li rubano. Tuttavia, a nostro avviso, questi principi costituiscono la vera base del successo dei colloqui, tuttavia, se sinceramente lo desiderano, e non solo dimostrano serio impegno ma anche una chiara visione del processo politico, ciò porterebbe ad una soluzione tra siriani. I veri negoziati non sono ancora iniziati. Come ho già detto, le sedute successive si sono limitate a discussioni con il facilitatore, che non è un partito con cui dovremmo negoziare. Non abbiamo assolutamente ricevuto risposta alla nostra dichiarazione di principi. La nostra delegazione ha continuato a chiedere una reazione dalle “altre parti” senza mai ottenere una risposta; confermando che i loro rappresentanti dipendono dai loro padroni, dimsotrando, ovviamente, che erano andati a Ginevra per forza. Inoltre, dal primo giorno hanno cercato d’imporre le loro condizioni e quando non ci sono riusciti nell’ultima sessione di Ginevra, hanno chiaramente dichiarato il loro sostegno al terrorismo silurando “la cessazione delle ostilità”. Ripeto: siamo andati all’ultima sessione di Ginevra e alla precedente, incontrando il facilitatore e la sua squadra; abbiamo proposto un documento di principi senza avere risposte. Tuttavia, l’hanno scavalcato proponendoci ciò che spacciavano col titolo di “ricerca di denominatori comuni” tra le parti. Un suggerimento dagli stessi che in precedenza incontrammo nella prima fase dei colloqui indiretti attraverso il facilitatore, che doveva svolgere il ruolo di mediatore tra le delegazioni ospitate in diverse stanze dello stesso edificio, e che non ebbe luogo. Per contro, ci posero una serie di richieste ingannevoli, ogni volta in termini che violavano la sovranità della Siria, la sua sicurezza, le sue istituzioni o collegate alla situazione sociale secondo l’ottica religiosa dell’uno e dell’altro, come avete visto sui loro media. Mentre è usuale che il ruolo delle nazioni richieda l’istituzione di una struttura incentrata sul facilitatore, o una sua squadra, sappiamo che tali Stati impantanati sulla scena internazionale non possono permettergli di lavorare in modo onesto e imparziale. Hanno sempre dei rappresentanti che agiscono dietro le quinte. Crediamo che siano loro ad aver preparato il questionario al quale avevamo diritto, probabilmente perché presumevano che la squadra della delegazione siriana non sapesse nulla di politica. In realtà, non poterono ingannarci con la loro terminologia tendenziosa, ricevendo risposte ferme e precise. Pertanto, a prescindere da chi ha preparato il questionario, si presume fossero dei dilettanti.
(Applausi)
Per quanto riguarda l'”altra parte”, non era effettivamente presente. I suoi rappresentanti si sono effettivamente recati a Ginevra, costretti dai loro padroni, ma smisero di gridare imbronciandosi. Non intendiamo prenderli in considerazione. Il popolo li ha già valutai e non meritano che si parli di loro, se non per dire che non c’era alcun negoziato diretto con costoro. Rimasero nel loro hotel accontentandosi di certe dichiarazioni tuonanti suggerite dai loro padroni, avendo come unico ordine del giorno, approvato da Riyadh, svegliarsi, mangiare e tornarsene a letto.
(Applausi)
Notando che la loro missione era fallita, cominciarono a pensare di ritirarsi per dare la colpa del fallimento dei negoziati alla Siria; non ci sono riusciti. Tuttavia, come ho già detto, la loro risposta al fallimento dell’ultima sessione di Ginevra 3 fu la dichiarazione pubblica del loro sostegno al terrorismo e alla fine della “cessazione delle ostilità”. Ciò ha portato al bombardamento selvaggio di civili, ospedali, bambini, come abbiamo visto ad Aleppo. Nonostante il fatto che praticamente tutte le province siriane hanno sopportato e ancora sopportano il terrorismo, continuando a resistere al regime fascista di Erdogan che ha sempre puntato in particolare ad Aleppo, perché questa città è ai suoi occhi l’ultima speranza del suo piano con i Fratelli musulmani, dopo aver fallito in Siria ed aver smascherato la sua vera natura di criminale ed estremista agli occhi del mondo; e anche perché i suoi abitanti si sono rifiutati di farsi strumentalizzare, resistendo, perseverando, rimanendo a difendere la loro città e il loro Paese. Ma Aleppo sarà il cimitero delle speranze e dei sogni di questo assassino, se Dio vuole.
(Applausi)
E il loro terrorismo continua, con i massacri a Zara e i criminali attentati a Tartus e Jabalah. Una scelta volta a seminare discordia. Hanno fallito e sempre falliranno, perché la discordia non c’è in Siria, è morta! Le loro bombe non sono riuscite a distinguere un siriano da un altro siriano, dimostrando che tutti i siriani sono fratelli nella vita e nel martirio e guardano nella stessa direzione.
(Applausi)
Salutiamo tutti coloro che si sono radunati e sono rimasti uniti nella vita e nella morte contro i terroristi e i loro odiosi piani di discordia, decisi a vivere, resistere e vincere. In questo contesto, il tema spesso discusso negli ultimi mesi è la tregua a cui molti di noi attribuiscono la responsabilità di tutto ciò che ci accade. Parliamo oggettivamente. In questo mondo tutto è relativo e l’assoluto, per noi esseri umani, è solo questione del potere divino. Lo stesso per la tregua, il positivo comprende del negativo; e il negativo include del positivo. In ogni caso, ciò non riguarda il territorio intero, permettendoci di non considerarlo solo negativo. Infatti:
– In politica interna, dato che ciò che conta di più è la situazione interna, abbiamo raggiunto molte riconciliazioni, risparmiando molto sangue al nostro popolo e alle nostre Forze Armate.
– Sul piano estero, ha vantaggi politici che non intendiamo discutere qui.
– Militarmente, ci permette di concentrarci su obiettivi specifici e raggiungerli. La prima prova di ciò è la rapida liberazione di Palmyra e poi al-Quraytan e di molti villaggi nel Ghuta di Damasco. Certamente, le nostre Forze Armate hanno liberato molte altre aree, ma dopo diversi mesi; anche dopo uno o due anni di combattimenti.
Quindi non possiamo negare gli aspetti positivi di questa tregua. Il problema è che è stato deciso da un consesso internazionale con l’approvazione dello Stato siriano, ma la parte statunitense, in particolare, non ha adempiuto alle condizioni che doveva applicare, ignorando i suoi agenti nella regione, sauditi e turchi. Tuttavia, l’Arabia Saudita ha dichiarato pubblicamente e ripetutamente il suo sostegno al terrorismo, mentre i turchi continuano ad inviare apertamente terroristi dai loro confini alle regioni del nord della Siria. Gli Stati Uniti quindi condonano le azioni di Erdogan che, come abbiamo detto, è stato smascherato all’estero e nel Paese, oltre ad essere contestato dai suoi concittadini. Pertanto, è stato costretto a creare disordini e caos per mantenere le poche carte che ha. Ha mandato truppe in Iraq, ha ricattato gli europei sfruttando il problema dei rifugiati, continua a sostenere i terroristi e ultimamente ne ha inviato migliaia ad Aleppo. In pratica, Erdogan svolge il ruolo di “teppista politico”.
(Applausi)
Questo è il motivo per cui dico che la corretta applicazione della cessazione delle ostilità ha merito e che il problema non è la tregua. Il problema è che gran parte del conflitto in Siria è un conflitto estero, internazionale e regionale. Non soddisfatti dal loro terrorismo tramite esplosivi e proiettili, hanno fatto ricorso al loro “terrorismo economico” attraverso le sanzioni e la pressione sulla sterlina siriana, per portare al collasso economico piegando il popolo. Ma nonostante tutte le manovre dolorose, la nostra economia continua a resistere; le misure monetarie hanno recentemente dimostrato che è possibile contrastare la pressione, ridurre i danni e stabilizzare la moneta. Sono sicuro che questo sarà la prima priorità del nuovo Consiglio e sarà lo stesso, altrettanto certamente, per il nuovo governo in via di composizione, come richiesto dalla Costituzione. Come sapete, la sterlina siriana è soggetta a molti fattori: estero attraverso l’embargo finanziario e la geografia delle esportazioni; e interno dovuto al terrorismo che ha colpito le infrastrutture e le istituzioni economiche, reciso le comunicazioni tra le città e spaventato gli investitori. Dipende anche dalle azioni dei governi e dalle reazioni dei cittadini. Quest’ultimo aspetto è ovviamente una conseguenza e non una causa. Tuttavia, comporta la corsa ad acquistare dollari o altre valute estere, in cui il cittadino può perdere coll’aumento dei prezzi ciò che pensa aver salvato acquistando dollari. Abbiamo detto che le misure adottate dal governo recentemente si dimostrano efficaci, illustrando la capacità d’influenzare la valuta. Ma questo è efficace a breve termine. A lungo termine riguarda l’economia duramente colpita. Così, all’inizio della crisi, alcuni hanno sospeso i progetti per piccole, medie e grandi aziende, pensando che la crisi sarebbe durata pochi mesi prima del ritorno alla normalità; che non c’è stato. Mentre altri investitori hanno continuato progetti più o meno importanti, dato che la vita deve andare avanti a prescindere dalle circostanze. Tuttavia, i primi erano più numerosi dei secondi. Quello che oggi ci si aspetta da noi è continuare a sostenere la sterlina siriana e la situazione economica, essendo interdipendenti, incoraggiando gli investitori a lanciare i loro progetti, che sia una piccola, media o una grande azienda. Oltre alle misure monetarie, il governo deve trovare le procedure per accelerare il ciclo economico. Ma dato che la debolezza della sterlina è strettamente legata a un’economia debole, dobbiamo collaborare nella ricerca di soluzioni compatibili con la fase che attraversiamo. Quali sarebbero le procedure efficaci? Quali leggi sarebbero utili? Questa situazione dura da cinque anni. Non è una novità avendoci riflettuto non dal nulla. Abbiamo una certa esperienza in questo campo. Pertanto, penso che sia una questione di grande importanza che il Consiglio discuterà con il governo, in modo che tutti noi possiamo fare il nostro dovere. Terrorismo economico e terrorismo con bombe, stragi e ogni tipo di proiettile sono vani. Perciò vi assicuro che la nostra guerra al terrorismo continuerà, non perché ci piace, questa guerra ce l’hanno imposta, ma perché lo spargimento di sangue non si fermerà finché non li avremo sradicati ovunque siano e qualunque sia la maschera che indossano.
(Applausi)
Come abbiamo liberato Palmyra e molte altre aree prima, libereremo ogni palmo della Siria caduto nelle loro mani. Non abbiamo scelta se non la vittoria; altrimenti la Siria scomparirà e non ci sarà né presente né futuro per i nostri figli. Questo non significa che non crediamo nell’azione politica come pretenderanno dopo questo discorso, concludendo che il presidente siriano ha parlato solo della guerra e della vittoria. Continueremo a lavorare sul processo politico, per quanto piccola sia la possibilità di successo, a cominciare dalla nostra forte volontà, sia a livello popolare che governativo, per fermare lo spargimento di sangue e la devastazione salvando la nostra Patria. Ma ogni processo politico che non sarà avviato, continuato, accompagnato e concluso con l’eliminazione del terrorismo, non avrà alcun senso e non ci sarà nulla da aspettarsi. Ancora una volta, invito tutti coloro che portano le armi per qualunque motivo, di aderire al percorso di riconciliazione iniziato anni fa e che s’è accelerato di recente. Non seguite il sentiero del terrorismo che porta alla distruzione del Paese e danneggia tutti i siriani senza eccezione. Riprendetevi e tornate nel vostro Paese perché, con lo Stato e le sue istituzioni, è la madre dei suoi figli il giorno che decideranno di tornare. Quanto a voi, eroi della Siria nell’esercito, nelle Forze Armate e nelle Forze alleate, qualunque cosa possiamo dirvi o dire di voi, non arriveremo a rendervi giustizia. Senza di voi, non avremmo potuto resistere. Senza di voi, non esisteremmo più. Senza i vostri coraggio e generosità, la Siria sarebbe solo un ricordo. I nostri saluti con rispetto e ammirazione a voi, alle vostre famiglie, ai vostri compagni martiri e feriti…
(Applausi)
I nostri saluti con rispetto e ammirazione a voi, alle vostre famiglie, ai vostri martiri e compagni feriti, che hanno rifiutato di arrendersi battezzando la terra siriana con il loro sangue e il loro corpo. Tutti noi, ovunque ci troviamo, ne saremo grati per generazioni e generazioni. Ci inchiniamo al vostro eroismo e all’eroismo delle vostre famiglie e tutti noi vi promettiamo che il vostro sangue non sarà versato invano, che la vittoria sarà inevitabile grazie a voi, grazie agli eroi dell’Esercito e delle Forze Armate e di tutti i siriani che costantemente difendono il proprio Paese e il proprio onore ovunque si trovino e con ogni mezzo possibile.
(Applausi)
La sconfitta del terrorismo è inevitabile, con Stati come Iran, Russia e Cina che sostengono il popolo siriano, dalla parte della giustizia e a difesa degli oppressi contro gli oppressori. Li ringraziamo per questo…
(Applausi)
Li ringraziamo per questo e per il loro continuo sostegno. Sono Stati che rispettano i principi e difendono i diritti dei popoli, in particolare di chi sceglie il proprio destino. A questo proposito, vorrei che non badassimo assolutamente a tutto ciò che dicono sui media delle nostre differenze, dei nostri conflitti o divisioni. Le cose sono più stabili e i punti di vista più chiari che mai prima. Quindi non preoccupatevi, le cose vanno piuttosto bene in questo caso.
(Applausi)
Non dimenticheremo ciò che la resistenza patriottica libanese ha offerto alla Siria nella lotta al terrorismo…
(Applausi)
Non dimenticheremo ciò che la resistenza patriottica libanese ha dato alla Siria nella lotta al terrorismo, mescolando il sangue dei suoi eroi col sangue degli eroi dell’Esercito arabo siriano e delle forze alleate. Salutiamo i loro eroismo e lealtà.
(Applausi)13350361Signore e Signori,
Il vostro nuovo Consiglio inizia a lavorare, mentre compiti giganteschi e grandi sfide ci attendono. Molto sangue puro è scorso, intere famiglie sono state spazzate via e un’intera infrastruttura costruita dai siriani col sudore della fronte è stata distrutta, gli eroi hanno offerto anima e corpo, senza aspettarsi nulla in cambio, il che non significa che il loro sacrificio e che il loro sangue puro sono stati vani. Ma se questo è il prezzo per ripristinare la sicurezza, per la vittoria sul terrorismo, la riconquista e la ricostruzione del territorio, passa anche per la lotta agli effetti nocivi di corruzione, favoritismi, caos e violazioni della legge. Questi eroi si sono sacrificati per difendere la terra e il popolo, il Paese con la sua Costituzione, le sue leggi e istituzioni. Il prezzo che dobbiamo pagare perciò, è preservare tutto questo lavorando per farlo progredire e dedicandosi a giustizia ed equanimità. Questi eroi si sono sacrificati per mantenere l’integrità del Paese intatto, tra tutte le sue componenti. Siate all’altezza dei loro sacrifici. Siate il popolo che ci auguriamo sarete. La vostra missione non si riassume solo nella fiducia dei vostri elettori, ma anche nella fiducia dimostrata dai martiri, dai feriti, dalle madri in lutto e da tutti coloro che hanno dato il loro sangue, i loro mezzi, il loro pensiero e la loro solidarietà per proteggere la propria terra d’origine. Questa è l’enorme fiducia di cui siete custodi. Assumetevi questa responsabilità e siatene degni.
Che la pace e la misericordia di Dio sia con voi e che Dio vi benedica.

Dr. Bashar al-Assad,
Presidente della Repubblica araba siriana
2016/07/06

Fonti: Video della Presidenza della Repubblica

Note:
[1] al-Assad ha lanciato una soluzione politica alla crisi in Siria.
[2] Risoluzione 242 delle Nazioni Unite: una risoluzione ambigua

NdMAN. Il rispetto di tale termine costituzionale è attualmente pagato a caro prezzo dal popolo, soprattutto ad Aleppo e nel sud della Siria. Ieri ho raggiunto un’amica ad Aleppo, era difficile sentirla per il frastuono delle esplosioni che dominavano le nostre voci. Fui impressionata che mi calmasse ripetendo: “Non ti preoccupare ci passeremo, non è nulla!“, mentre un edificio a 100 metri da casa sua crollava coi suoi inquilini dentro. Ho una certa decenza nel dire ciò che sento e confesso che l’emozione mi paralizza. E’ come se non avessi più parole né in gola né sulle punte delle dita… e dire che non c’è siriano che non subisca abusi dal mondo mentre in occidente si applaude a una partita di calcio… Ecco, è la prima volta che sento tanti clacson disturbare la quiete di una notte in provincia. Sembra che la Francia abbia vinto 2 a 1. Non so contro chi. (Mouna Alno-Nakhal)ox281262559420819524Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli Stati Uniti si preparano a spodestare il Presidente Evo Morales

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 09/06/2016AP78723126473-940x580Le agenzie di intelligence degli Stati Uniti hanno intensificato le attività intese a rimuovere il Presidente boliviano Evo Morales. Tutte le opzioni sono sul tavolo, tra cui l’assassinio. Barack Obama, che vede l’indebolimento del “blocco ostile degli Stati populisti” dell’America Latina quale vittoria in politica estera della sua amministrazione, si propone di raggiungere tale successo prima di andarsene. Washington prende sotto mira la Bolivia anche per via del successo della Cina nel Paese. Morales rafforza i rapporti finanziari, economici, commerciali e militari con Pechino. Le imprese cinesi a La Paz fioriscono, fanno investimenti e prestiti e partecipano ai programmi per assicurare una posizione chiave alla Bolivia nella modernizzazione dei trasporti del continente. Nei prossimi 10 anni, grazie agli abbondanti giacimenti di gas della Bolivia, il Paese diventerà l’hub energetico del Sud America. Evo Morales vede lo sviluppo del suo Paese sua priorità assoluta, e i cinesi, a differenza degli statunitensi, hanno sempre visto la Bolivia come un alleato e un partner lungi da un rapporto dei due pesi e due misure. L’ambasciata degli Stati Uniti a La Paz è senza ambasciatore dal 2008, dichiarato persona non grata per le sue attività sovversive. L’incaricato d’affari attuale è Peter Brennan, ed acute domande sono poste su ciò su cui lavora veramente. In precedenza fu di stanza in Pakistan, dove “decisioni difficili” furono prese sugli omicidi mirati, ma la maggior parte della sua carriera riguarda la manipolazione dei Paesi dell’America Latina. In particolare, Brennan fu responsabile dell’introduzione del servizio ZunZuneo a Cuba (un programma illegale soprannominato “Twitter Cubano“). L’USAID coprì tale programma della CIA con il pretesto innocente di aiutare a informare i cubani su eventi culturali e sportivi e notizie internazionali. Una volta introdotto ZunZuneo, c’erano piani per utilizzarlo per mobilitare la popolazione in PETER_BRENNANvista di una “primavera cubana”. Leggendo di Brennan spesso s’incontra la frase “dark horse“. È abituato a ottenere quello che vuole, a tutti i costi, e i tempi ristretti in Bolivia (prima della fine della presidenza Obama) costringono Brennan a correre grandi rischi. In precedenza, Brennan “si distinse” nella preparazione del referendum per permettere al Presidente Evo Morales di partecipare alla rielezione nel 2019, così come nella votazione stessa. Per incoraggiare il “no”, l’ambasciata degli Stati Uniti mobilitò la sua macchina della propaganda destando le ONG sotto il suo controllo e stanziando ingenti fondi aggiuntivi per inscenare proteste. È significativo che molti di costoro alla fine bruciarono le fotografie di Morales con la fascia presidenziale. Una raffica di fango fu sparato sul presidente. Le accuse di corruzione erano le più comuni, anche se Morales è sempre stato chiaro sulle sue finanze personali. Sarebbe stato difficile attribuirgli “43 miliardi di dollari in conti off-shore“, come fu detto anche di Hugo Chavez e Fidel Castro. Brennan concorda con Washington su altre operazioni per compromettere il presidente boliviano. Un attacco fu lanciato dall’agente della CIA Carlos Valverde Bravo, noto giornalista televisivo ed ex-agente dei servizi di sicurezza della Bolivia. Nel suo programma del 3 febbraio accusò l’ex-compagna di Morales, Gabriela Zapata, direttrice commerciale della società cinese CAMC Engineering Co., di orchestrare affari loschi per 500 milioni di dollari. Contemporaneamente insinuazioni cominciavano a circolare su internet sul coinvolgimento del presidente della Bolivia, anche se Morales ha rotto completamente con Zapata nel 2007 e non ha risparmiato nessuno, a prescindere da nome e parentela, nella battaglia contro la corruzione. Le “rivelazioni” spacciate dall’ambasciata degli Stati Uniti continuarono fino al giorno del referendum, il 21 febbraio 2016. I “no” prevalsero, nonostante il trend positivo indicato nei sondaggi elettorali. Morales ha accettato la sconfitta con la sua serenità d’indiano, ma nelle dichiarazioni dopo il referendum chiarì che l’ambasciata degli Stati Uniti aveva intrapreso una campagna ostile. L’inchiesta su Gabriela Zapata ha rivelato che aveva capitalizzato sulla precedente relazione con Morales per fare carriera. Le fu offerta una posizione nella società cinese CAMC ed ebbe una casa di lusso in un quartiere elegante di La Paz, facendosi lustro della “vicinanza” col leader boliviano anche se non ebbe alcun ruolo in tutto questo. Fu per lo stesso motivo che cercò di avviare business e rapporti personali con il capo del personale del presidente, Juan Ramón Quintana, che ha categoricamente negato di aver mai incontrato Zapata. A poco a poco, tutte le prove fabbricate della CIA si sono disintegrate. Zapata ora testimonia e il suo avvocato s’è rintanato all’estero perché i suoi contatti con gli statunitensi furono svelati. L’agente statunitense Valverde Bravo è fuggito in Argentina. Le accuse contro Morales vengono scagliate da lì con rinnovato vigore. L’attacco continua. E’ tutto abbastanza logico: una bugia ripetuta continuamente è un’arma efficace nella guerra d’informazione di nuova generazione. L’esempio più recente è la caduta di Dilma Rousseff accusata di corruzione da funzionari che il suo governo aveva identificato come corrotti!
felando L’esercito degli Stati Uniti aumenta la presenza in Bolivia negli ultimi mesi. Ad esempio, il colonnello Felando Pierre Thigpen ha visitato il dipartimento di Santa Cruz, dove vi sono forti tendenze separatiste. Thigpen è noto per essere coinvolto in un programma congiunto tra Pentagono e CIA per reclutare e addestrare possibili agenti dell’intelligence statunitense. Nei blog boliviani e nelle pubblicazioni su Thigpen, s’indica che il colonnello è stato inviato nel Paese alla vigilia di eventi legati alla “sostituzione imminente di un governo che ha esaurito il suo potenziale, così come la necessità di assumere giovani personalità alternative nella nuova struttura di leadership”. Alcuni commenti indicano Thigpen supervisionare i diplomatici Peter Brennan e Erik Foronda, consulente mediatico dell’ambasciata degli Stati Uniti. L’ambasciata ha risposto affermando che Thigpen era arrivato in Bolivia “di propria iniziativa”, ma non è un segreto che sia stato invitato per “lavorare con i giovani” dalle ONG che si coordinano con gli statunitensi: Fondazione per la Leadership e lo Sviluppo Integrale (FULIDEI), Rete della trasformazione globale (RTG), Scuola degli eroi boliviani (EHB) ed altri. Quindi il lavoro di Thigpen non è improvvisato, ma piuttosto una sfida al governo di Morales. Sul fronte interno, il partito di estrema destra Partito cristiano democratico fornisce la copertura politica. I piani statunitensi per destabilizzare la Bolivia, forniti al governo di Evo Morales da un Paese amico, includono un cronogramma particolareggiato delle azioni tracciate dagli statunitensi. Ad esempio: “Innescare scioperi della fame e mobilitazioni di massa e fomentare conflitti nelle università, organizzazioni della società civile, comunità indigene e vari ambiti sociali, così come nelle istituzioni governative. Imbastire relazioni con ufficiali in servizio attivo e in pensione, con l’obiettivo di minate la credibilità del governo nelle forze armate. E’ assolutamente essenziale addestrare i militari a uno scenario di crisi, in modo che nel clima di crescente conflitto sociale attuino una rivolta contro il regime e sostengano le proteste per garantire una transizione pacifica verso la democrazia“. I primi frutti del programma furono l’emergere di proteste sociali (le recenti marce dei disabili inscenate su suggerimento dell’ambasciata degli USA), anche se l’amministrazione di Evo Morales ha manifestato più preoccupazione per gli interessi dei boliviani dal basso reddito che qualsiasi altro governo della storia della Bolivia.
Il campo delle operazioni per spodestare il Presidente Morales, finanziate e dirette da agenzie d’intelligence degli Stati Uniti, continua ad espandersi. Il maggiore avversario degli statunitensi in America Latina è stato condannato alla “neutralizzazione”. Parlando contro Evo Morales, l’opposizione radicale ha apertamente accennato al fatto che è davvero interessante che da molto tempo la regione non veda un incidente aereo che coinvolga un politico ostile a Washington…referendum-y-zapataLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.287 follower