Mostra di rottami a Kiev e psico-sconfitta di Poroshenko

Oriental Review 24 febbraio 2015

Questa settimana un deposito di rottami è esposto nel centro di Kiev. Così l’amministrazione ucraina cerca di dimostrare “i fatti dell’aggressione russa in Ucraina”. Ma in realtà sono riusciti solo a dimostrare ignoranza e mancanza di qualsiasi conoscenza militare. Risultato di tale moderno illusionismo non è altro che la piena indifferenza dagli spettatori attoniti. Il pubblico ha già visitato la mostra, cui hanno presenziato i vertici di Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Bulgaria, Spagna, Georgia e altri Paesi europei invitati a commemorare il primo anniversario dell’euro-golpe, che si pretende “rivoluzione della dignità”.10411167I media internazionali e facebook traboccano delle eroiche foto su “questi maledetti russi colti in flagrante”. Nel frattempo ogni osservatore imparziale e informato porrebbe domande agli organizzatori di tale esposizione di rottami. Visitiamo piazza San Michele di Kiev.

Articolo 1. Carro armato sovietico T-64BV

10930159_582212468579816_3258878509390584994_nFoto per gentile concessione del presidente Poroshenko

16600406422_f862d3806b_b16600406442_3c95a4f16f_b15978854044_a533c2e7cc_b16413995680_87f7708d42_bFoto per gentile concessione di Aleksandr Gritsaj

Beh, il T-64BV è una versione della prima generazione del famoso carro armato sovietico T-64, equipaggiato con blindature esplosive reattive Contakt-1. Questa modifica fu ideata e prodotta nel 1985-1987 dall’ufficio costruzioni metalmeccaniche di Kharkov (Ucraina, ancora). L’ultimo T-64S attivo fu ritirato dall’impiego operativo dell’esercito russo nel 2011 (sostituito dai T-72 nei primi anni ’90), mentre secondo The Military Balance 2013 dell’IISS, 1750 T-64S modificati sono ancora in servizio nell’esercito ucraino. Ecco un fiero reportage video ucraino del 2010:

Vi è anche una serie di T-64VL prodotta dall’impianto Malyshev ucraino come T-64BM Bulat dal 2005. Diversi T-64BV dell’esercito ucraino furono catturati dagli insorti di Lugansk nella campagna estiva 2014:

Questo fu perso dall’esercito ucraino il 17 giugno 2014 nei pressi della città di Metallist. Si può vedere il contrassegno bianco delle FAU sulla parte anteriore della torretta del carro.

1403669041_1262338_900L’immagine di un altro carro armato catturato dai ribelli la scorsa estate. Qui potete vedere il simbolo della 24.ma Brigata “corazzata” delle FAU sulla torretta. Quindi, anche nel caso in cui il carro armato sia stato catturato dalle FAU agli insorti, assolutamente non significa abbia origine russa. Molto probabilmente è un comune mezzo ucraino fuori servizio e prelevato da un deposito per la revisione nei pressi di Kharkov. Completando il quadro, ecco un video che illustra il moderno T-92 in servizio nell’esercito russo:

Articolo 2. BM-21 Grad di fabbricazione sovietica

11021226_582212625246467_5930927619551057784_nFoto per gentile concessione del presidente Poroshenko

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Il BM-21 Grad è il leggendario lanciarazzi multipli autocarrato da 122mm sovietico, sviluppato nei primi anni ’60. Fu prodotto fino al 1988 e nel 1995 ve ne erano più di 2000 in servizio attivo in oltre 50 Paesi, tra cui l’Ucraina (315 unità nel 2012). I Grad ucraini sono utilizzati contro la popolazione civile del Donbas dalla scorsa estate:

I Grad ucraini bombardarono Snezhnoe (regione di Donetsk) il 15 luglio 2014 provocando almeno 10 vittime tra i civili. Video delle distruzioni qui. Molte di tali unità furono successivamente catturate dagli insorti e usate contro le forze ucraine nella zona ATO:

Video ripreso presso Ambrovievka (regione di Donetsk) il 1 settembre 2014, dopo che le truppe ucraine fuggirono dalla zona. I trofei recuperati sono la principale fonte di materiale militare degli insorti.

Ecco oggi cos’è in servizio nell’esercito russo:

TYaZhELAYa-OGNEMETNAYa-SISTEMA-TOS1A-SOLNCEPEKTOS-1A Solntsepjok (Scottatura), moderno lanciarazzi multiplo termobarico montato su telaio del carro armato T-72.

Articolo 3. BTR-80 di fabbricazione sovietica

10996927_582212398579823_4903640055816289543_nFoto per gentile concessione presidente Poroshenko

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BTR-80, trasporto truppe corazzato ruotato (APC) anfibio progettato in URSS e adottato nel 1988. L’APC ha decine di versioni, alcune sviluppate in Ucraina nel periodo post-sovietico (BTR-3) e anche in Ungheria (conforme agli standard della NATO). Attualmente in servizio negli eserciti di 40 Paesi, tra cui gli Stati Uniti d’America (2 APC BTR-80 furono importati dall’Ucraina nel 2011). Prima del conflitto civile in Ucraina, vi erano circa 400 APC BTR-80 in servizio nelle FAU. Tale rottame fu ripreso dai militari ucraini vicino Peski (Donetsk), dove l’offensiva degli insorti non sfondò a metà gennaio 2015. All’epoca MIGNEWS pubblicò un reportage fotografico sullo stesso APC:

4687305-ukrainskie-voennye-zakhvatili-v-peskakhCome si vede, in quel momento l’APC aveva le ruote, ecc., ma alla mostra di Kiev era completamente smantellato. Così sembra che tali 8 ruote fossero esattamente ciò che impedirono alle FAU la totale peremoga (vittoria).

Articolo 4. Comando mobile su ZIL-131 tipo KUNG

15978853064_2a1c281f56_b15978852934_cac4c59b00_bFoto per gentile concessione di Aleksandr Gritsaj

Si prega di prendere nota del marchio di qualità sovietico a bordo, il che significa che il veicolo fu prodotto nell’URSS. Gli autocarri militari ZIL-131 furono introdotti nel 1966 ed utilizzati dall’esercito sovietico in varie versioni. L’esemplare è una cosiddetta Unità di Comando Mobile. C’erano sicuramente molti di tali veicoli in Ucraina dopo il crollo dell’URSS. L’esercito russo utilizza attualmente un tipo di autocarro un po’ diverso, che dovrebbe essere simile a questo:

63099Moderno autocarro militare russo Ural 63.099

Articolo 5. Daewoo Nexia

16575043856_0e1ceb0ece_b116413814818_9b498b0de8_b16393729137_d9ed71dd84_bFoto per gentile concessione di Aleksandr Gritsaj. La benzina nel serbatoio è sicuramente russa.

Ebbene, è l’elemento più sorprendente. Un’auto bruciata Daewoo Nexia assemblata in Uzbekistan. Non una sola auto di questo modello è o è mai stato in servizio nell’esercito russo. Molto probabilmente è una delle vetture civili spietatamente distrutte dai militari ucraini mentre viaggiavano per la Russia nella scorsa estate:

Ai primi di agosto 2014 le truppe ucraine sparavano ad ogni auto che usciva da Donetsk per la Russia. Una delle vittime fu il giornalista russo Andrej Stenin.

Una famiglia di tre rifugiati uccisi nella loro auto dalle FAU presso Gorlovka, regione di Donetsk.

Un’altra auto delle vittime.

Articolo 6. UAV Granat-4

1799065_582212341913162_2704395473578576359_oFoto per gentile concessione del presidente Poroshenko

16413994060_0b626be22e_b16413815368_7df33cf5e4_bFoto per gentile concessione di Aleksandr Gritsaj

Bene, questa è un’arma davvero seria. Il “nuovo” drone Granat-4 è in realtà in servizio nell’esercito russo, normalmente utilizzato per la ricognizione tattica entro 100 km. Il mezzo presentato a Kiev è stato prodotto nel 2009 e abbattuto dalle FAU il 29 novembre 2014 nei pressi di Shastie (regione di Lugansk), a 30 km dalla frontiera russa. Francamente non vediamo alcun problema nei militari russi seguire con attenzione un conflitto in prossimità dei loro confini. In ogni caso, la gittata di questo drone permette ai russi di operare dal loro territorio.

Articolo 7. SVD Dragunov

1957633_582212168579846_4829462632466858310_oFoto per gentile concessione del presidente Poroshenko

Ora, un altro vecchio esemplare: il fucile per tiratori scelti Dragunov (SVD), ideato in Unione Sovietica nel 1963, è un fucile semi-automatico calibro 7,62×54 mm. Il fucile è ancora in servizio in Russia e oltre 30 altri Paesi, tra cui tutti gli Stati post-sovietici, Polonia, Romania, Repubblica Ceca, Bulgaria, Turchia, India, Cina, ecc. Ecco la foto di un marine ucraino con l’SVD in mano durante l’esercitazione del 2003 sulle coste occidentali della Scozia.

Ukrainian_Navy_1st_Company_MarineArticolo 8. Oggetti personali

11001678_582212538579809_2625452927691045264_oFoto per gentile concessione del presidente Poroshenko

Cosa vediamo qui? Una manciata di galloni cosacchi (dei distretti cosacchi del Don e Lugansk, unità paramilitari non ufficiali in Russia e Ucraina), facilmente disponibili in tutti i mercati della Russia meridionale. Credenziali cosacche (tali documenti non sono riconosciuti validi in Russia). Una copertina di passaporto (in vendita in ogni stazione della metropolitana di Mosca). Inoltre, i militari russi non si portano il passaporto. 1 certificato di servizio militare (qualsiasi cittadino russo mobilitabile ha tale documento, a prescindere dall’età). 1 patente di guida rilasciata a Mosca nel 2010, il nome occultato (qualsiasi ucraino con permesso di lavoro in Russia potrebbe ottenerla). E infine il gioiello, la prova inoppugnabile, un distintivo della Polizia Tributaria Federale della Federazione Russa. Naturalmente ciò significa che ogni ex-agente di tale servizio, sciolto nel 2003, viene inviato a combattere l’esercito ucraino con tali anticaglie nelle tasche!

16413992710_750401c229_bFoto per gentile concessione di Aleksandr Gritsaj

Bene, la conclusione di tale mostra grottesca a Kiev è semplice: le autorità ucraine non hanno una sola prova che dimostri le proprie affermazioni isteriche su “l’aggressione russa all’Ucraina”. La sua politica interna ed estera è falsa e menzognera, deliberatamente basata su inganni. Incapace di mollare la propria retorica bellicosa, il regime del presidente Poroshenko scivola rapidamente verso il collasso totale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tre fronti per la Russia: come Washington susciterà il caos in Asia centrale

Ivan Lizan Odnako  - Vineyard Saker

1009158-LAsie_centrale_1992La dichiarazione del Generale “Ben” Hodges degli Stati Uniti secondo cui nel giro di quattro o cinque anni la Russia potrebbe sviluppare la capacità di combattere contemporaneamente su tre fronti non è solo un riconoscimento del crescente potenziale militare della Federazione russa, ma anche una promessa che Washington premurosamente si garantirà che i tre fronti siano ai confini della Federazione russa. Nel contesto dell’inevitabile ascesa della Cina e della crisi finanziaria che si aggrava, con lo scoppio contemporaneo di diverse bolle speculative, l’unico modo per gli Stati Uniti di mantenere l’egemonia globale è indebolire gli avversari. E l’unico modo per raggiungere tale obiettivo è innescare il caos nelle repubbliche confinanti con la Russia. È per questo che la Russia inevitabilmente entrerà in un periodo di conflitti e crisi ai confini. Così il primo fronte, infatti, esiste già in Ucraina, il secondo sarà probabilmente tra Armenia e Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh, e il terzo, naturalmente, sarà aperto in Asia centrale. Se la guerra in Ucraina porta milioni di rifugiati, decine di migliaia di morti e la distruzione di città, lo sbrinamento del conflitto del Karabakh minerebbe completamente la politica estera della Russia nel Caucaso. Ogni città in Asia centrale corre il pericolo di esplosioni e attentati. Finora questo “fronte imminente” non ha attirato l’attenzione dei media, la Nuova Russia domina sui canali televisivi nazionali, giornali e siti, ma questo teatro di guerra potrebbe diventare uno dei più complessi dopo il conflitto in Ucraina.

Una filiale del califfato nel ventre della Russia
La tendenza indiscutibile in Afghanistan, la principale fonte di instabilità nella regione, è un’alleanza tra taliban e Stato islamico. Anche così, la formazione imminente di tale unione ha scarsi e frammentati riferimenti, e la vera portata delle attività degli emissari IS è chiara quanto un iceberg la cui punta emerge poco al di sopra della superficie dell’acqua. Ma è stabilito che agitatori sono attivi in Pakistan e province meridionali dell’Afghanistan, controllate dai taliban. Ma, in questo caso, la prima vittima del caos in Afghanistan è il Pakistan, con insistenza e aiuto dei taliban alimentati dagli Stati Uniti negli anni ’80. Tale piano ha una sua vita ed è l’incubo ricorrente di Islamabad, che ha deciso di stabilire rapporti amichevoli con Cina e Russia. Questa tendenza può essere vista negli attentati dei taliban contro le scuole pakistane, i cui insegnanti hanno ora il diritto di portare armi, negli arresti di terroristi nelle grandi città e nel’inizio delle attività a sostegno di tribù ostili ai taliban nel nord. L’ultimo sviluppo legislativo in Pakistan è un emendamento costituzionale per espandere la giurisdizione dei tribunali militari (sui civili). In tutto il Paese terroristi, islamisti e simpatizzanti sono detenuti. Solo nel nord-ovest sono stati effettuati più di 8000 arresti, anche di membri del clero. Le organizzazioni religiose sono state bandite e gli emissari del IS vengono catturati. Dato che gli statunitensi non amano mettere tutte le uova nello stesso paniere, aiuteranno il governo di Kabul permettendogli di rimanere nel Paese legittimamente, e allo stesso tempo i taliban, che diventano IS. Il risultato sarà uno stato di caos in cui gli statunitensi non prenderanno formalmente parte; invece, porranno le loro basi militari in attesa di vedere chi vince. E poi Washington aiuterà il vincitore. Si noti che i suoi servizi di sicurezza hanno sostenuto i taliban per molto tempo e in modo abbastanza efficace: alcuni ufficiali delle forze di sicurezza e deòla polizia in Afghanistan sono ex-taliban e mujahidin.

Metodo di distruzione
Il primo modo per destabilizzare l’Asia centrale è creare problemi ai confini, insieme alla minaccia che i mujahidin penetrino nella regione. Il collaudo sui vicini è già iniziato; problemi sono sorti in Turkmenistan, che ha anche dovuto chiedere a Kabul di attuare operazioni militari su larga scala nelle province di confine. Il Tagikistan fu costretto dai taliban a negoziare il rilascio delle guardie di frontiera da loro rapite, e il servizio di confine tagiko riferisce di un grande gruppo di mujahidin ai confini. In generale, tutti i Paesi confinanti con l’Afghanistan hanno intensificato la sicurezza delle frontiere. Il secondo modo è inviare islamisti dietro le linee. Il processo è già iniziato: il numero di estremisti nel solo Tagikistan è cresciuto di tre volte l’anno scorso; tuttavia, anche se vengono catturati, ovviamente non sarà possibile catturarli tutti. Inoltre, la situazione è aggravata dal ritorno dei lavoratori migranti dalla Russia, espandendo la base del reclutamento. Se il flusso di rimesse dalla Russia inaridisce, il risultato sarà malcontento popolare e rivolte eterodirette. L’esperto del Kirghizistan Kadir Malikov riporta che 70 milioni dollari sono stati stanziati per il gruppo armato del IS a Maverenahr, comprendente rappresentanti di tutte le repubbliche dell’Asia centrale, per compiere atti di terrorismo nella regione. Particolare enfasi è posta sulla valle di Fergana, nel cuore dell’Asia centrale. Un altro punto di vulnerabilità sono le elezioni parlamentari del Kirghizistan, in programma per questo autunno. L’apertura di una nuova serie di rivoluzioni colorate porterà caos e disintegrazione dei Paesi.

Le guerre autosufficienti
La guerra è costosa, quindi la destabilizzazione della regione deve essere autosufficiente o almeno redditizia per il complesso militare-industriale statunitense. In questa zona Washington ha avuto un certo successo: ha dato all’Uzbekistan 328 blindati che Kiev aveva chiesto per la sua guerra con la Nuova Russia. A prima vista, l’affare non è redditizio, perché i mezzi sono un dono, ma in realtà l’Uzbekistan sarà legato agli USA da ricambi e munizioni. Washington ha preso una decisione analoga sul trasferimento di equipaggiamenti e armi ad Islamabad. Ma gli Stati Uniti non hanno avuto successo nel tentativo d’imporre propri sistemi d’arma all’India: gli indiani non hanno firmato alcun contratto, e Obama ha visto materiale militare russo quando ha presenziato a una parata militare. Così gli Stati Uniti trascinano i Paesi della regione in una guerra con i propri pupilli, i taliban e Stato islamico, e allo stesso tempo riforniscono di armi i nemici. Quindi il 2015 sarà caratterizzato dai preparativi per la destabilizzazione dell’Asia centrale e la diffusione della filiale dello Stato islamico dall’AfPak ai confini di Russia, India, Cina e Iran. L’inizio di una guerra su vasta scala, che inevitabilmente seguirà una volta che il caos sommergerà la regione, portando a un bagno di sangue nei “Balcani eurasiatici”, coinvolgendo automaticamente più di un terzo della popolazione del mondo e quasi tutti i rivali geopolitici degli Stati Uniti. Un’opportunità che Washington troverà troppo bella per perderla. La risposta della Russia a tale sfida deve essere multiforme: coinvolgere la regione nel processo d’integrazione eurasiatica, fornendo aiuto militare, economico e politico, lavorando a stretto contatto con gli alleati di Shanghai Cooperation Organization e BRICS, rafforzando l’esercito pakistano e naturalmente aiutare la cattura dei servi barbuti del Califfato. Ma la risposta più importante dovrà essere la modernizzazione accelerata delle proprie forze armate, nonché quelle degli alleati, rafforzare la Collective Security Treaty Organization e dargli il diritto di aggirare le assai inefficienti Nazioni Unite.
La regione è estremamente importante: se l’Ucraina è un fusibile della guerra, l’Asia centrale è un deposito di munizioni. Se esplode, metà del continente sarà colpito.

dNt58u6sQBTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Vladimir Putin: Kiev sconfitta dal Donbas nonostante gli armamenti della NATO

Vladimir Putin, Budapest, 17 febbraio 2015 – BNBPutin0810eDomanda: Vladimir Vladimirovich, qual è la sua valutazione della situazione, ora che due giorni sono passati da quando l’accordo di Minsk sul un cessate il fuoco è entrato in vigore? Non si direbbe che tutto vada bene, soprattutto se si guarda a ciò che accade a Debaltsevo: lì non c’è una tregua.
Vladimir Putin: Prima di tutto, diamo molta importanza agli accordi raggiunti a Minsk. Forse non tutti sono attenti, ma ciò è particolarmente importante in tali accordi. Le autorità di Kiev hanno sostanzialmente convenuto d’intraprendere una riforma costituzionale globale per soddisfare le richieste d’indipendenza, chiamatelo come volete: decentramento, autonomia, federalizzazione, in alcune parti del Paese. Quindi si tratta di una decisione molto importante e significativa delle autorità ucraine. Ma c’è anche un altro aspetto in tali accordi, se i rappresentanti della regione del Donbas hanno accettato di partecipare alla riforma, significa che vi è un reale interesse dai soggetti interessati affinché lo Stato ucraino segua questo percorso. Naturalmente, più velocemente si porrà fine alle ostilità e si ritirerà il materiale militare, più velocemente si attueranno le condizioni reali affinché una soluzione politica della questione possa essere effettivamente raggiunta. Sul piano militare, voglio dire che abbiamo notato un generale sostanziale declino delle attività. Ma voglio anche sottolineare che dall’ultima volta, quando il presidente Poroshenko decise di riprendere le operazioni militari e poi fermarle, non era in grado di farlo immediatamente. Ciò che vediamo oggi è la riduzione non meno chiara e significativa di combattimenti ed ostilità da entrambe le parti su tutto il fronte. Sì, gli scontri sono ancora in corso intorno a Debaltsevo. Ma ancora, scala ed intensità delle operazioni sono assai inferiori rispetto a prima. Ciò che accade è comprensibile e prevedibile. Secondo quanto riferito, un gruppo di soldati ucraini vi è circondato dalla riunione di Minsk, la scorsa settimana. Ho parlato nei nostri scambi a Minsk e questo è esattamente ciò che avevo previsto: dissi che le truppe circondate avrebbero cercato di spezzare l’accerchiamento e che ci sarebbero stati tentativi dall’esterno, ma la milizia (indipendentista), che era riuscita a circondare le truppe ucraine, avrebbe resistito a tali tentativi, mantenendo e stringendo l’accerchiamento, il che inevitabilmente per un po’, in un modo o un altro, ha portato a nuovi scontri. E così un nuovo tentativo di rompere l’accerchiamento è stato fatto questa mattina. Non so cosa i media abbiano detto, non potevo seguire tutte le informazioni, ma so che alle 10 di questa mattina le forze armate ucraine hanno fatto un nuovo tentativo di spezzare l’accerchiamento. Fallendo, infine. Spero davvero che i capi del governo ucraino non impediscano ai militari ucraini di disarmare. Se non possono o non vogliono prendere tale importante decisione e dare questo ordine, dovrebbero almeno non perseguire coloro che, per salvare la propria vita e altrui, sono disposti a disarmare. Questo da una parte. Dall’altra mi auguro che i rappresentanti della milizia e delle autorità della Repubblica popolare di Donetsk e della Repubblica popolare di Lugansk non minaccino questi uomini e non gli impediscano di lasciare liberamente la zona degli scontri e dell’accerchiamento, tornando alle loro famiglie.

Domanda: Signor Presidente, dalle vostre parole ho capito che, quando è stato firmato l’accordo di Minsk e dopo aver partecipato alle discussioni, si sapeva che il cessate il fuoco non avrebbe esattamente avuto effetto nel momento programmato. In altre parole, ci si aspettava che alcuni scontri continuassero. Pensate che i combattimenti finiranno presto? È ottimista circa le possibilità di un cessate il fuoco duraturo, o pessimista, perché se gli scontri militari in realtà s’intensificano poi gli Stati Uniti potrebbero cominciare a fornire armi all’Ucraina. Come risponde a ciò, cosa farebbe la Russia?
Vladimir Putin: Per quanto riguarda le possibili forniture di armi all’Ucraina, secondo le nostre informazioni sono già in corso, hanno già avuto luogo. Non vi è nulla di insolito in ciò. In secondo luogo, credo fermamente che, qualunque sia il tipo di armi in questione, non è mai una buona idea fornire armi alla zone di conflitto e in questo caso particolare, non importa chi sia coinvolto e quali armi siano inviate, il numero delle vittime salirebbe, naturalmente, ma il risultato sarebbe lo stesso che vediamo oggi. La stragrande maggioranza dei militari ucraini non vuole prendere parte a una guerra fratricida, soprattutto essendo così lontani dalle proprie case, mentre la milizia del Donbas ha forte motivazione nel combattere per proteggere le proprie famiglie. Dopo tutto, vorrei ricordare ancora una volta che ciò che accade oggi è legata a una cosa, e cioè al governo di Kiev che ha deciso per la terza volta di riprendere l’azione militare e utilizzare le forze armate. Tale decisione fu presa da Turchinov, che emise l’ordine di avviare ciò che chiama operazione antiterrorismo. Il presidente Poroshenko poi decise di continuare le operazioni militari e adesso vediamo cosa succede. Non ci sarà fine a tale situazione finché i responsabili non si renderanno conto che non vi è alcuna speranza di risolvere il problema con mezzi militari. Tale conflitto può essere risolto soltanto con mezzi pacifici, attraverso la conclusione di un accordo con questa parte del Paese, garantendo i legittimi diritti ed interessi di questa popolazione. Lasciatemi dire che l’accordo raggiunto a Minsk offre l’opportunità affinché ciò accada. A questo proposito, desidero sottolineare il grande ruolo che il presidente francese e la cancelliera tedesca hanno giocato nel raggiungere il compromesso. Penso che una soluzione di compromesso sia stata trovata e che potrebbe essere suggellata da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Russia, come sapete, ha già presentato questa iniziativa*. In tale caso, l’accordo di Minsk guadagnerebbe status nel diritto internazionale. In caso contrario, è già un buon documento che dovrebbe essere attuato pienamente. Quindi sono più ottimista che pessimista. Permettetemi di ribadire che la situazione è relativamente calma su tutto il fronte, ora. Dobbiamo affrontare il problema del gruppo accerchiato. Il nostro compito comune è salvare la vita delle persone intrappolate nell’accerchiamento e garantire che la situazione non peggiori i rapporti tra le autorità di Kiev e la milizia del Donbas. Non è mai facile perdere ed è sempre una disgrazia per la parte soccombente, soprattutto quando si perde con persone che lavoravano nelle miniere o sui trattori. Ma la vita è vita e deve continuare. Non credo che dovremmo essere troppo ossessionati da tali cose. Come ho detto, dobbiamo concentrarci su come assolvere il compito principale, salvare la vita delle persone lì ed ora, e permettergli di tornare alle loro famiglie, dobbiamo attuare pienamente il piano concordato a Minsk. Sono sicuro che è possibile. Non ci sono altre vie da prendere.

* approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin in Ungheria: l’unità occidentale anti-Russia a pezzi

Arkadij Dziuba Strategic Culture Foundation 19/02/2015rtr4pz6jIl Presidente Putin è arrivato in visita in Ungheria il 17 febbraio. L’importanza dell’evento va oltre i limiti delle relazioni bilaterali, è un evento eccezionale. Il Primo ministro dell’Ungheria Viktor Orban è una personalità straordinaria tra i politici europei. Più di una volta ha parlato contro le sanzioni anti-russe imposte dall’Unione europea. Secondo lui, è come darsi la zappa sui piedi. Ha coraggio nell’opporsi alle pressioni degli Stati Uniti e a definire il senatore McCain un estremista. Il Primo ministro dice di credere che la democrazia della Russia sia un modello politico più attraente rispetto alle democrazie liberali occidentali. La rivista Foreign Affairs lo chiama il Putin ungherese. Orban è conservatore, legato ai valori tradizionali della famiglia cristiana. Il leader ungherese ha firmato un accordo da 12 miliardi di euro con la Russia per ampliare la centrale nucleare di Paks, in Ungheria. Viktor Orban è molto popolare, il partner giusto con cui accordarsi, è un vero nazionalista, non un teatrante, e sa com’è facile sacrificare gli interessi dell’Ungheria, un piccolo Paese, agli interessi dei principali membri dell’Unione europea o della burocrazia europea. Orban sa che ci sono forze che tentano d’imporre all’Ungheria il ruolo di cavallo di Troia degli Stati Uniti, leale all’Unione europea, considerandone la posizione geografica. Ritiene che tale ruolo sia poco appropriato. Nell’era dell’URSS, Orban non gradiva le truppe sovietiche dispiegate sul territorio del suo Paese. Il Primo ministro iniziò la carriera politica protestando contro la loro presenza. Viktor Orban è una persona molto pragmatica e il suo pragmatismo è alternativo al ruolo dell’Europa di vassallo degli Stati Uniti. Negli ultimi anni una vera follia dilaga in Europa, istigata dagli Stati Uniti. Il pensiero pragmatico dell’Ungheria (così come per l’intera Europa) vede i vantaggi dell’espandere commercio e cooperazione economica con la Russia. La domanda si pone, perché l’Europa dovrebbe rifuggire dal fare ciò che è utile ai propri interessi e rispondere alle ambizioni geopolitiche di Washington e dei suoi clienti ucraini, invece?
Orban sa bene quali problemi affronti la Russia attualmente e l’importanza del ruolo che il suo Paese svolge come partner dei russi. L’invio di gas all’Ungheria non è l’unico nell’agenda del viaggio. La Russia invia il 75% del gas consumato dall’Ungheria. Orban non voleva che il nuovo contratto si basasse sul principio “prendi e paga”, perché in queste condizioni l’Ungheria avrebbe dovuto pagare anche il gas non consumato. La Russia ha interesse nel prendere in considerazione il partner. Inoltre ha deciso di ampliare l’infrastruttura di stoccaggio sotterraneo del gas utilizzata da Gazprom. Rosatom sta costruendo due unità della centrale nucleare di Paks. Ha firmato un accordo sull’addestramento del personale che lavorerà presso l’impianto. Un accordo è stato concluso per l’apertura di un consolato generale ungherese a Kazan, capitale del Tatarstan. Inoltre è stato deciso di ampliare cooperazione, assistenza sanitaria e istruzione interregionali. Vladimir Putin ha parlato con Orban dell’attuazione degli accordi di Minsk. Le parti hanno deciso le modalità della soluzione pacifica in Ucraina. La visita ha coinciso con il 70.mo anniversario della liberazione di Budapest dai fascisti tedeschi. 200 mila militari russi persero la vita per liberare la capitale ungherese. Vladimir Putin ha deposto una corona di fiori sulla tomba del Milite Ignoto del Monumento del Millennio. Ha poi preso parte alla cerimonia di riapertura del monumento ai caduti sovietici nel cimitero centrale di Budapest. Il monumento è stato sottoposto ad ampio restauro. Ci sono tentativi continui di riscrivere la storia della seconda guerra mondiale in Europa e ridurre il ruolo dell’URSS nel liberare il continente dai fascisti. Il governo ungherese tiene in ordine tombe e monumenti dedicati ai soldati sovietici. Le commemorazioni storiche sono un buon esempio per tutti coloro che onorano il passato.
Quali sono le prospettive delle relazioni Russia-Ungheria? In che misura possono progredire le relazioni bilaterali, indebolendo le sanzioni e favorendo la riduzione delle tensioni in Europa in generale? Le valutazioni richiedono approcci chiari. L’Ungheria si oppone alle sanzioni anti-russe, ma ha votato per la loro introduzione al vertice UE. L’adesione all’UE e alla NATO è una grave limitazione della sovranità, in particolare nel caso del piccolo Paese. Anche un uomo così risoluto come Orban non può all’improvviso spezzare il modello di relazioni formatosi in tanti anni. Da pragmatico, cercherebbe di spezzarli? Può respingere il senatore McCain, ma allo stesso tempo dice che l’Ungheria rimane fedele alleato degli Stati Uniti. Rifiuta di ammettere il fatto di simpatizzare verso la Russia. L’Ungheria può vedere chiaramente il vantaggio di sviluppare relazioni bilaterali; può attivamente agire per abolire le sanzioni contro la Russia dell’UE e riportare alla normale cooperazione tra Unione europea e Russia. L’Ungheria non è sola. Ci sono molti dissidenti in Europa: Repubblica ceca, Slovacchia, Grecia, Cipro e Austria. Il primo ministro italiano Matteo Renzi ha espresso malcontento verso le sanzioni anti-Russia. Nei Paesi che avviano o sostengono le sanzioni vi sono ambienti economici che non apprezzano l’idea. La visita di Putin ha dimostrato la necessità di frantumare ulteriormente l’unità occidentale che tenta di distruggere i legami tra Europa e Russia.

7A2CF134-3055-4F23-B54B-9F4C2A75B548_cx0_cy8_cw0_mw1024_s_n_r1La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia non cede sull’Ucraina

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 18 febbraio 2015

Gloria all'Ucraina! Gloria agli eroi!!

Gloria all’Ucraina! Gloria agli eroi!!

La storia russo-statunitense è piena di casi in cui Washington esce trionfante da una situazione di stallo mentre Mosca si ritira a testa bassa. Facciamo un tuffo nel passato per un minuto. Ricordate l’incidente all’aeroporto di Pristina nel giugno 1999, quando le forze russe occuparono la zona prima dell’arrivo della NATO, portando ad uno stallo carico di tensione e che dovettero lasciare alla fine? Oppure, ricordate l’ incidente, occultato, in Afghanistan quando Mosca fece atterrare 12 enormi aerei Iljushin Il-76, con personale militare, all’aeroporto di Bagram nel novembre 2001 e gli Stati Uniti minacciarono la Russia di sgomberare (come fece), ma solo per avere lo spazio per far atterrare senza preavviso le truppe statunitensi entro pochi giorni? (Mosca aveva il permesso del governo ad interim afgano per lo schieramento, ma gli Stati Uniti non se ne curarono nemmeno). Oppure, ricordate la dolorosa transizione georgiana nel 2003 quando Mosca pensava di avere un ruolo di mediazione fondamentale in tandem con Washington, per convincere Eduard Shevardnadze a dimettersi mentre gli Stati Uniti in realtà ingannavano il ‘partner’ russo attuando la ‘rivoluzione colorata’ a Tbilisi, installando un nuovo regime che sarebbe stato ostile verso la Russia? In teoria, però, Mosca non cede questa volta. In Ucraina orientale, la Russia ha ignorato gli avvertimenti statunitensi a che le forze separatiste, che circondano il presidio di Debaltsevo, nella regione ucraina orientale, dovrebbero ritirarsi. Il Presidente Vladimir Putin non solo non ha fatto pressione sulle forze separatiste ucraine a ritirarsi immediatamente da Debaltsevo, dove i combattimenti infuriano nonostante il cessate il fuoco, ma invece ha chiesto di consentire alla truppe ucraine assediate un passaggio sicuro ed ha anche esortato Kiev a consentire alle sue truppe di arrendersi. Debaltsevo è la ‘battaglia delle Ardenne’ della seconda guerra mondiale. È un nodo dei trasporti altamente strategico, il cui controllo sarebbe d’importanza cruciale in caso di guerra in Ucraina (che non può essere escluso in futuro). La situazione a Debaltsevo è estremamente imbarazzante per Washington, avendo sempre e solo pungolato Kiev a portare avanti l’offensiva contro i separatisti. I rapporti dicono che circa 8000 soldati ucraini sono circondati e oltre l’80 per cento della città di Debaltsevo è sotto il controllo dei separatisti. Washington e Kiev sono ora di fronte a una brutta scelta. La situazione a Debaltsevo è disperata ed è impossibile arginare i separatisti. Le truppe sono a corto di munizioni e rifornimenti e i separatisti cantano sentendo prossima la vittoria. D’altra parte, una sconfitta netta e la resa di Debaltsevo assesteranno un durissimo colpo al prestigio del governo pro-USA a Kiev (che si rifiuta persino di ammettere la situazione a Debaltsevo). Può il governo di Kiev sopravvivere a tale duro colpo? Un colpo di Stato dei militari o degli ultranazionalisti neo-nazisti ucraini non si può escludere. Ciò lascia gli Stati Uniti in una posizione non invidiabile, perché una volta che la facciata della ‘democrazia’ sarà caduta, Washington dovrà identificarsi apertamente con il volto grottesco del nazionalismo ucraino e il suo cruento passato neonazista. Inoltre, dopo tutta la retorica trionfalistica dal colpo di Stato a Kiev di un anno fa, a febbraio scorso, Washington sa perfettamente bene che Mosca ha ribaltato la situazione. Vedasi il mio La Russia di Putin vince la guerra in Ucraina.
Qual è l’alternativa? Armare Kiev? Per prima cosa, ci vorranno mesi per riprendersi radunando i militari ucraini demoralizzati e addestrarli nell’uso di armi sofisticate; centinaia di consiglieri militari statunitensi dovranno essere schierati in Ucraina. Ovviamente la Russia reagirebbe neutralizzando l’aiuto militare degli Stati Uniti a Kiev. Non solo, una decisione così pericolosa da parte dell’amministrazione Obama non potrà salvare la situazione a Debaltsevo, dove la prospettiva di una sconfitta traumatica è imminente, questione di una settimana al massimo. Per le migliaia di soldati ucraini intrappolati lo spettacolo è finito, e nessuno può sapere se l’esercito ucraino rimarrà integro dopo tale colossale sconfitta. Sembra improbabile che Putin muova un dito per salvare la faccia all’amministrazione Obama, come fece in Siria nel 2013. Così tanto cattivo sangue è stato creato dagli statunitensi in relazione all’inutile attuazione del colpo di Stato nel febbraio dello scorso anno, installando un regime fantoccio a Kiev; chi si ricorda la scandalosa conversazione telefonica di Victoria Nuland? Quando tutto ciò che Mosca chiedeva allora era un’Ucraina neutrale che non doveva allinearsi con la Russia, né essere costretta ad allinearsi con l’occidente contro la Russia (e contro i propri connazionali). La puntata passa all’Ufficio Ovale, infine, e in modo pietoso, poiché anche se Obama non accetta ‘una mano dalla Russia’, è sempre consapevole che non vi fosse alcuna ragione plausibile per cui non comprendere che i neocon che lo circondano lo spingono a violare gli interessi fondamentali della Russia in Ucraina, e che Mosca si sarebbe opposta comunque. Ciò è esattamente quello che accade oggi, davanti ai nostri occhi. Obama avrebbe dovuto affermare che gli interessi degli Stati Uniti ‘non sono mai stati direttamente minacciati in Ucraina e che non l’avrebbero riguardato’. Principio fondamentale, fino alla nausea, delle sue dichiarazioni in politica estera. Avrebbe potuto essere politicamente corretto, anche, dato che l’opinione pubblica statunitense è molto più preoccupata dallo Stato islamico che dalla situazione tra Russia e Ucraina. Obama può ancora elaborare una strategia di uscita sull’Ucraina. Leggasi l’ultimo articolo della BBC, qui, sulla situazione a Debaltsevo.

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I leader della RPD chi chiedono di mandare altri carri armati, che hanno abbastanza equipaggi per essi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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