“Abbiamo issato la bandiera rossa su Debaltsevo”

Red Star over Donbas 19 marzo 2015B-XYw4cIMAAJ8sn.jpg largePoco si sa della partecipazione di unità comuniste nei combattimenti nell’ultimo quarto di secolo avvenuti nei “punti caldi” dei territori dell’ex-Unione Sovietica e dell’ex Jugoslavia. Se nazionalisti russi, ucraini ed europei hanno inviato gruppi di volontari che sparavano nell’arco di fuoco che si estendeva dall’ex-Jugoslavia e Transnistria all’Abkhazia o all’Ossezia del Sud, la sinistra non sembrava essere uscita dal letargo. Solo lo scorso anno tra le milizie della Repubblica popolare di Lugansk è apparso il primo gruppo comunista combattente integrato nella Brigata Prizrak di Aleksej Mozgovoj. Vi abbiamo trovato il comandante dell’unità Aleksej Markov (a volte noto come Redrat o Trueredrat e nel Donbas con il nome di battaglia Dobrij, il buono) al funerale di Evgenij Pavlenko (noto come Tajmir), un nazional-bolscevico di San Pietroburgo morto l’8 febbraio a Debaltsevo.

Quali partiti comunisti formano l’unità?
Alcuno. La stragrande maggioranza dei nostri soldati non appartiene a un partito o non sono del partito comunista “ufficiale”. Zhenja apparteneva ad “Altra Russia” e Vesevolod Petrovskij, caduto con lui, era del gruppo di sinistra Borotba. Ero un aderente del Partito Comunista, e dopo averlo lasciato ho continuato a cooperare con molti militanti del partito. Con l’avvocato Dmitrij Agranovskij partecipai alla difesa di Sergej Aracheev. Rimasi assai sorpreso che non ci fosse un’unità comunista, nessuno l’aveva proposta. Il comandante Pjotr Birjukov ed io lo facemmo, con l’aiuto della sua esperienza militare. Aveva combattuto come ufficiale in Abkhazia e Transnistria.

Dove eravate prima?
Stavo andando nel Donbas a primavera, ma mi fu chiesto di aspettare. Mi chiesero di portare giubbotti antiproiettile, elmetti ed altre attrezzature. Raggiunsi le truppe il 6 novembre e il giorno successivo Pjotr Arkadevich attraversò il confine con il carico. Inizialmente operammo ad Alchevsk, il gruppo fu per poi trasferito a Komisarovka, città dal nome più appropriato per noi. Fu un momento di calma, così potemmo prepararci. Svolgemmo delle esercitazioni militari su prontezza al combattimento e al tiro. Dopo i primi scontri di gennaio, vi partecipammo con dieci squadre, e il nostro comandante alle comunicazioni vinse… Naturalmente conducemmo numerose missioni di ricognizione ed incursioni sulle posizioni nemiche che ci aiutarono ad acquisire esperienza. Ci difendemmo con successo. Una volta spedimmo un gruppo su un campo minato e respingemmo coloro che cercavano di recuperarlo. La prima battaglia di Zhenja fu memorabile. Francamente, in un primo momento esitò perché non aveva prestato il servizio militare, non aveva combattuto e aveva una professione tranquilla, era professore. Ma andò molto bene e quel giorno poterono rilevare la posizione di un mortaio mobile. Dopo di ché il battaglione d’artiglieria la distrusse. Nei mesi invernali, prima dell’offensiva finale su Debaltsevo, persi solo due persone: uno per malattia e il secondo in un incidente.

A Debaltsevo ci furono vittime?
Non subimmo perdite nell’assalto alla città, ma in generale l’offensiva iniziata il 21 gennaio per catturare la zona di Debaltsevo fu costosa militarmente, principalmente per i mal definiti attacchi diretti, prima su Svetlodarsk (noi non l’attaccammo) e poi sulle posizioni fortificate dell’area di Debaltsevo. Chiaramente, avanzando rapidamente verso le posizioni nemiche attaccando da una distanza di 5 chilometri molti morirono. Agendo in modo diverso, avvicinandoci gradualmente ed adattandoci al terreno, riducendo la distanza a 1000-1200 metri. Nella notte del 13 febbraio tre gruppi da ricognizione entrarono a Debaltsevo (non il nostro) senza resistenza ed inosservati. Al mattino, la fanteria di Prizrak avanzò. Il secondo giorno Pjotr Arkadevich Mozgovoj fu nominato comandante di tutte le unità nella città. Dopo prestammo al Battaglione Agosto un paio di auto e alla fine dell’operazione rastrellammo rapidamente due distretti: 8 marzo e Novogrigorovka. C’era una dozzina di corpi nelle posizioni ucraine abbandonate. Catturammo 2 carri armati, 6 BMP, 3 Ural, una Shishiga (GAZ-66) e 2 ZU-23… Una bandiera ucraina catturata era firmata dai rappresentanti dei battaglioni della 128.ma Brigata. A giudicare dai risultati dell’operazione, si può dire che le unità regolari dell’esercito ucraino lottavano senza molto entusiasmo, anche nella difesa. La miglior componente è l’artiglieria. Se rilevava movimenti in uno spazio aperto, non solo attaccava ma puntava sulla zona verde, l’area in cui le truppe si rifugiano. Subimmo perdite molto pesanti sotto il tiro; in uno scontro uccise tre uomini, tra cui Evgenij, l’8 febbraio. Questi ragazzi coprivano i ricognitori e trasportavano i feriti quando furono colpiti da vari tiri mirati. Fu un peccato, naturalmente: Debaltsevo fu catturata senza perdite, esclusi quei tre grandi ragazzi… avevamo grandi progetti per Evgenij: sarebbe diventato comandante di plotone.

Avete intenzione di convertire l’unità in una compagnia o battaglione?
E’ difficile dirlo. Inizialmente fu formata come unità di fanteria, ma ora abbiamo i nostri ricognitori genieri, batteria di mortai e reparto medico, con solo circa 60 persone. Se si guarda alla definizione ufficiale nell’esercito russo, si tratta di un plotone rinforzato. Nella battaglia per Debaltsevo, con i rinforzi inviati dal comando della brigata avevamo circa 200 soldati, per gli statunitensi una grande compagnia, ma per noi è un battaglione. Così è considerata una compagnia indipendente della Prizrak con personale specializzato; ma Prizrak non ha ancora aderito alle forze della Repubblica Popolare di Lugansk.

Perché si voleva sciogliere e disperdere la Prizrak nelle altre unità, mentre Mozgovoj era disposto ad aderirvi solo come unica brigata?
Esattamente. Dopo di che è stato accusato di dittatura e di tramare un colpo di Stato, ma in realtà era solo una considerazione pratica. E’ noto: i gruppi di soldati abituati a combattere insieme combattono meglio di quelli riuniti da diverse unità, hanno più successo nelle missioni e subiscono meno vittime. E’ logico che Aleksej Borisovich non voglia disintegrare la Brigata e perciò la sconta. Da settembre l’invio di armi, attrezzature e munizioni alla Prizrak s’è concluso così dovette ottenere il necessario attraverso contatti personali o scambi. I sostenitori della Novorossija nel partito comunista ci hanno trovato un camion, un notevole aiuto. Ah, la fornitura di armi e munizioni fu ripresa poco prima dell’assalto su Debaltsevo. Tutto era chiaro: disarmare la migliore brigata prima della battaglia fu stupido. Penso che la nostra unità abbia operato bene con ciò che aveva ricevuto e la nostra bandiera rossa sulla città liberata ne è la prova.

sddefaultTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

USA contro leader latinoamericani

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 17/03/2015cristina-y-evita1I media latinoamericani offrono una pletora di materiali denigratori verso i politici dei Paesi a sud del Rio Grande caduti in disgrazia presso Washington. Di norma, le decisioni relative alla guerra dell’informazione contro i leader indesiderati sono prese dalla Casa Bianca e attuate da dipartimento di Stato o Central Intelligence Agency. L’interazione nella guerra dell’informazione tra dipartimento di Stato e CIA ha una lunga storia. E’ sufficiente ricordare la campagna denigratoria finita con il rovesciamento del presidente Juan Domingo Peron in Argentina. Nel 1946-1955 di Washington l’accusò di molte cose, dalla creazione del Quarto Reich in Sud America alla promozione dell’antisemitismo. In particolare fu accusato per l’immigrazione tedesco-italiana in Argentina nel secondo dopoguerra. Tale politica fu attuata per l’industrializzazione del Paese. Gli statunitensi fecero la stessa offrendo posti di lavoro a scienziati missilistici, esperti ed ingegneri nucleari tedeschi. Peron fu il fondatore del Partito Giustizialista (Partido Justicialista), un patriota che fermamente resistette ai tentativi degli Stati Uniti di soggiogare l’Argentina. Diversi metodi furono usati per rovinarne la reputazione. Nel 1951 il politico liberale Silvano Santander, un agente della CIA dichiarato, dovette lasciare l’Argentina per l’Uruguay. In stretta collaborazione con i suoi superiori degli Stati Uniti pubblicò articoli che dipingevano Peron come sostenitore del nazismo e seguace di Hitler. Nel 1955 Peron fu rovesciato. La sintesi degli articoli di Santander fu inclusa nel libro Tecnica di un tradimento. Juan Perón e Eva Duarte agenti nazisti in Argentina (Técnica de una traicion: Juan D. Perón y Eva Duarte, Agentes del Nazismo en la Argentina). La CIA utilizza ancora tale falsificazione quale esempio di diffamazione efficace da studiare per gli agenti inviati in America Latina. Santander non risparmiò Evita Peron, la moglie del presidente argentino, molto popolare in Argentina e all’estero. Il libro presenta molte fotocopie di documenti che avrebbero provato che Evita lavorasse per l’Abwehr dal 1941. Ora è un fatto consolidato che Evita non fosse per nulla un’agente dei servizi segreti e che non avesse contatti con organizzazioni clandestine naziste. La povera ragazza aveva il sogno di diventare un’attrice e lavorava per la miserabile esistenza. Evita sposò Peron nell’ottobre 1945 venendo coinvolta nella politica. Ora molti documenti degli anni ’40-’50 sono stati declassificati. Il dipartimento di Stato e la CIA si sono pentiti di aver calunniato i Peron? Per nulla. Hanno solo cambiato l’accento. Evita fu percepita quale simbolo di giustizia sociale. Il suo successo personale, il carattere passionale (spesso paragonata a Che Guevara) e il fatto che sapesse come trattare le persone comuni e cosa sentissero, ispirò negli argentini la speranza di un futuro migliore. Evita Peron è un simbolo del Fronte per la Vittoria (Frente para la Victoria, FPV), l’alleanza elettorale peronista in Argentina, formalmente una fazione del Partito Giustizialista. Cristina Elisabet Fernández de Kirchner, Presidentessa dell’Argentina, spesso ricorda l’eredità di Evita Peron. Ecco perché i guerrieri della propaganda statunitensi ne diffamano la memoria. Decine di anni sono passati dalla sua scomparsa e nessuna prova a sostegno delle accuse è mai emersa, ma i media della CIA continuano regolarmente ad infangare la memoria di Evita. L’obiettivo è distruggere l’immagine di una leggenda che vive in Argentina e in altri Paesi dell’America Latina.
Tale propaganda ha udienza speciale tra magnati, piccoli partiti conservatori, studenti di famiglie privilegiate, “quinta colonna” ed elementi bohemien declassati che vedono nella destabilizzazione la possibilità per divenire qualcuno in questa vita. L’operazione calunniatrice contro Eva Peron è parte di una massiccia campagna di provocazione lanciata da CIA (e Israele) contro Cristina Fernandez de Kirchner e il Fronte per la Vittoria. La recente morte del procuratore Nisman ha fatto emergere nuovi dettagli che danno adito a sospetti utilizzati da statunitensi ed influente comunità ebraica argentina per distruggere la fiducia nell’alleanza di governo. Si diffondono menzogne sulla Presidentessa argentina come personalmente coinvolta nella tragedia. Qualche tempo prima della morte Alberto Nisman accusò pubblicamente Cristina e il ministro degli Esteri argentino Hector Timerman di cospirazione per assolvere l’Iran dall’attentato del 1994 contro l’edificio dell’Asociación Mutual Israelita Argentina. Molti prominenti avvocati argentini dissero che le accuse erano infondate. Alcuni esperti ritengono che l’assenza di prove abbia spinto il procuratore a suicidarsi per salvarsi la faccia. Alcuni dicono che Nisman sia stato ucciso dalla CIA. Il caso del “terrorismo iraniano” era dubbio e il procuratore non poteva vincere. La sua liquidazione fisica ha permesso ai servizi speciali di continuare la campagna multistadio contro Cristina e il Fronte per la Vittoria. Alla fine di febbraio le accuse contro Cristina sono decadute, ma Gerardo Pollicita, nuovo procuratore, ha fatto appello. Ora molto dipende dalla frequenza delle sue visite alle ambasciate di Stati Uniti ed Israele.
Cristina Elisabet Fernández de Kirchner non è l’unico politico latinoamericano ad essere obiettivo della guerra d’informazione di Washington. Prima di tutto, vengono presi di mira gli Stati dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe. Gli Stati Uniti non risparmiano sforzi per combatterli. I media controllati dagli USA sono attivi quasi come ai tempi della “guerra fredda”. Solo cubani e nicaraguensi sono immuni da tale offensiva propaganda sovversiva. La TV regionale TeleSUR è nata grazie ai grandi sforzi attuati infine dal presidente venezuelano Hugo Chavez. L’elevata diffusione preoccupa Washington. La televisione venezuelana è accusata di molte cose, come per esempio propagandare chavismo e comunismo castrista, dando una presenza ai rappresentanti di Cina, Russia e Paesi presunti sostenitori del terrorismo, ecc. Tale preoccupazione è finta perché i principali media latinoamericani sono controllati dagli Stati Uniti. La maggior parte delle informazioni diffuse dai media dell’America Latina proviene da quattro agenzie, Reuters, Associated Press, Agence France-Presse e EFE. Sembra che la Central Intelligence Agency abbia reclutato quasi tutti i principali giornalisti, corrispondenti e redattori dell’America Latina. EFE (agenzia stampa spagnola) attacca regolarmente i politici latinoamericani non graditi dagli Stati Uniti. Le relazioni sono raccolte e trasmesse da molte agenzie, programmi TV e radio, media elettronici, riviste e giornali di grande diffusione, reti di distribuzione cinematografica, ecc. In Venezuela, Ecuador, Nicaragua, Bolivia, Argentina, Brasile gli Stati Uniti utilizzano tali agenti per avviare le operazioni di guerra delle informazioni volta a minare le strutture di potere, creare caos nella vita pubblica e politica ed infangare la reputazione dei leader nazionalisti. L’accusa di corruzione è lo strumento preferito nella guerra dell’informazione. Fidel Castro è sulla lista dei corrotti della CIA da tempo. Fu detto che possedesse conti bancari in banche svizzere e dei Caraibi. Era ridicolo fin dall’inizio. Nel 2010 la rivista Forbes ridusse significativamente i “conti segreti” di Castro da 40 miliardi di dollari a 900 milioni. Fu sottolineato che Sua Maestà la Regina Elisabetta II, la Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, fosse più povera del leader storico della rivoluzione cubana. Nel 2012 la rivista ridusse la ricchezza di Castro a 550 milioni. Ora il re di Spagna verrebbe dopo il leader cubano. Il presidente venezuelano Nicolas Maduro fu duramente criticato dai guerrieri della propaganda occidentale con l’accusa di avere elevate spese per le esigenze dell’amministrazione presidenziale (dicono che la somma sia circa 2 miliardi di dollari). Molte pubblicazioni si sono dedicate a diffondere i dati sulle spese di Cristina Fernandez de Kirchner, del Presidente del Nicaragua Daniel Ortega e del Presidente dell’Ecuador Rafael Correa, che avrebbe acquistato beni in Belgio per 260 milioni. Correa smentisce categoricamente le pseudo-rivelazioni. Ai giornalisti che ha incontrato, il presidente dell’Ecuador ha detto di aver comprato un appartamento in Belgio per lui e la moglie di origine belga. I giornalisti ebbero le copie dei documenti e foto della casa senza pretese.
Con l’aiuto dei media controllati, Washington cerca d’impedire l’emergere di nuovi Peron e Chavez nel continente. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti e la CIA sono fortemente preoccupati dalle attività di Andrés Manuel López Obrador, l’ex-candidato alla carica di presidente del Messico. Nel 2012 diversi trucchi, tra cui brogli sui risultati del voto elettronico, furono utilizzati per sottrargli la vittoria alle elezioni presidenziali. Enrique Penha Nieto lo derubò delle elezioni con l’aiuto di magnati messicani e degli Stati Uniti. Con le sue altissime percentuali Obrador può vendicarsi nel 2018. Nuove trame diffamatorie vengono preparate nei laboratori segreti. Ad esempio, nel recente tweet su Obrador si legge “Si definisce protettore dei poveri”. Un video lo mostra allontanare un venditore ambulante come se non si degnasse di stringergli la mano. In realtà il filmato mostrava Obrador dare al suo sostenitore un abbraccio amichevole dopo una chiacchierata. Una TV pro-USA ha manomesso il video cambiando “creativamente” ciò che in realtà mostrava. Chi lo saprà in Messico dove presentatori TV e radio continuano a servire gli interessi degli Stati Uniti?

Andrés Manuel López Obrador

Andrés Manuel López Obrador

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La sconfitta venezuelana di Obama

Alessandro Lattanzio, 16/3/201514-03-2015-cancilleres-unasur-1Il 9 marzo, il presidente degli USA Barack Obama dichiarava il Venezuela “minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza nazionale degli USA“, invocando l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) contro il Venezuela. Altri Stati che attualmente subiscono l’IEEPA sono Iran, Myanmar, Sudan, Russia, Zimbabwe, Siria, Bielorussia e Corea democratica. Obama quindi imponeva sanzioni contro sette dirigenti venezuelani tra cui Justo Jose Noguera Pietri, presidente della Società venezuelana della Guayana (CVG) e Katherine Nayarith Haringhton Padron, pubblico ministero che persegue i golpisti. Il Presidente venezuelano Nicolas Maduro rispondeva bollando le dichiarazioni di Obama come “ipocrite“, affermando che gli Stati Uniti sono la massima minaccia al mondo. “Voi siete la vera minaccia che ha creato Usama bin Ladin… Difendi i diritti umani dei cittadini statunitensi neri uccisi nelle città degli Stati Uniti ogni giorno, Obama. Ho detto ad Obama, come vuoi essere ricordato? Come Richard Nixon che spodestò Salvador Allende in Cile? Come il Presidente Bush, responsabile del tentato spodestamento del Presidente Chavez?… Beh il presidente Obama già ha fatto la sua scelta… sarà ricordato come il presidente Nixon. The Wall Street Journal ha scritto che è arrivato il momento di chiamarmi tiranno, rispondo: Sarei un tiranno perché non mi lascio rovesciare? E se mi lascio rovesciare sarei un democratico? Il popolo dovrebbe consentire l’installazione di un “governo di transizione”, eliminando la Costituzione? Non lo permetterò e, se necessario, mi batterò per le strade con il nostro popolo e le nostre forze armate. Vogliamo pace, stabilità e convivenza. Che farebbe il presidente Obama se un colpo di Stato venisse organizzato contro il suo governo? Chi persiste in attività terroristiche e colpi di Stato è fuori dalla Costituzione, va arrestato e giudicato, e se anche Wall Street Journal o New York Times mi chiamano tiranno, non si tratta di tirannia, ma della legge”. Il 28 febbraio, dopo che un pilota statunitense veniva arrestato vicino al confine colombiano, ed insieme a quattro ‘missionari’ statunitensi accusato di spionaggio e di organizzazione del colpo di Stato in Venezuela, venivano annunciate nuove misure come l’imposizione dell’obbligo di visto ai cittadini statunitensi che entrano in Venezuela, la riduzione del personale dell’ambasciata degli Stati Uniti e la creazione di una “lista antiterrorista” di individui cui viene proibito l’ingresso in Venezuela, comprendente l’ex-presidente George W. Bush, l’ex-vicepresidente Dick Cheney, l’ex-direttore della CIA George Tenet, i congressisti di estrema destra Bob Menendez, Marco Rubio, Ileana Ross-Lehtinen e Mario Diaz-Balart, tutti accusati di “violazione dei diritti umani”. Gli Stati Uniti infatti hanno avuto un ruolo diretto nel tentativo di colpo di Stato sventato a febbraio. Il Presidente Maduro ricordava che il finanziatore del golpe fallito, Carlos Osuna, è “a New York protetto dal governo degli Stati Uniti“. Maduro aveva anche chiesto l’adozione di “una legge speciale per mantenere la pace nel Paese“, che una volta concessa dall’Assemblea Nazionale permetterà una “legge antimperialista per prepararsi ad ogni scenario e vincere“.
Dopo la decisione di Obama, il presidente della Bolivia Evo Morales convocava a Quito una riunione d’emergenza di UNASUR (organizzazione che rappresenta tutte le nazioni Sudamericane) e CELAC (Comunità allargata latino-americana e caraibica), “dichiariamo lo stato d’emergenza in difesa del Venezuela che affronta l’assalto di Barack Obama. Difenderemo il Venezuela, poiché l’impero tenta di dividerci, per controllarci politicamente e derubarci economicamente“. Il Presidente Correa esprimeva il “più fermo rifiuto della decisione illegale e extraterritoriale contro il Venezuela, che rappresenta un attacco inaccettabile alla sua sovranità“. “Come il Venezuela minaccia gli Stati Uniti? A migliaia di chilometri di distanza, senza armi e senza risorse strategiche o personale che cospiri contro l’ordine costituzionale statunitense? Tale dichiarazione fatta nell’anno delle elezioni legislative in Venezuela rivela la volontà d’interferenza della politica estera statunitense“, dichiarava il governo cubano. Quindi gli Stati membri dell’Unione delle nazioni sudamericane (UNASUR): Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Guyana, Paraguay, Perù, Suriname, Uruguay e Venezuela esibivano un rifiuto unanime della posizione di Washington verso il Venezuela, esortando a valutare e attuare “il dialogo con il governo del Venezuela sulla base dei principi della sovranità dei popoli“. L’UNASUR continua la missione a sostegno del “dialogo politico più ampio con tutte le forze democratiche in Venezuela, nel pieno rispetto dell’ordinamento costituzionale, dei diritti umani e dello stato di diritto“. In precedenza una delegazione della UNASUR s’era recata a Caracas per indagare sul tentativo di colpo di Stato del 12 febbraio. A seguito di questo lavoro, il presidente di UNASUR, l’ex-presidente colombiano Ernesto Samper respingeva qualsiasi interferenza esterna e consigliava l’opposizione a dedicarsi alle elezioni e non alle violenze, “UNASUR ritiene che la situazione interna in Venezuela debba essere risolta con i meccanismi della Costituzione venezuelana” offrendo pieno sostegno come osservatore alle prossime elezioni, quest’anno, in Venezuela, “convinto dell’importanza per UNASUR di mantenere l’ordine costituzionale, la democrazia e la permanenza totale dei diritti umani fondamentali“.

Vladimir Padrino Lopez

Vladimir Padrino Lopez

Il 12 marzo il Ministero degli Esteri russo esprimeva solidarietà al popolo venezuelano contro “l’aggressiva pressione politica e le sanzioni di Washington verso Caracas e il suo governo democraticamente eletto. Siamo consapevoli, con grande preoccupazione, dell’aumento dei tentativi di destabilizzare il Venezuela, un Paese legato alla Russia da molti stretti legami di amicizia e da un’associazione strategica“, sottolineando che la dichiarazione di emergenza nazionale del governo degli Stati Uniti contro il Venezuela è “una minaccia per la stabilità democratica del Paese e può avere gravi conseguenze sulla situazione in America Latina nel suo complesso. Allo stesso modo, Mosca si oppone completamente ad ogni forma di violenza e ai colpi di Stato come strumenti per rovesciare i legittimi governi di Stati sovrani“. Nel frattempo il Ministro della Difesa Sergej Shojgu accettava l’invito dell’omologo venezuelano Vladimir Padrino Lopez, di far partecipare la Russia alle esercitazioni militari delle forze venezuelane. In effetti il 14 marzo, il Ministro della Difesa Popolare del Venezuela Padrino López riferiva che oltre 100000 persone partecipavano alle esercitazioni militari Escudo Nacional in sette delle Regiones Estratégicas de Defensa Integral (REDI) del Venezuela, a cui partecipavano le Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB), la Milizia Nazionale Bolivariana e volontari civili. L’obiettivo era rafforzare sul piano operativo Esercito, Marina, Aeronautica e Guardia Nazionale del Venezuela. Le REDI sono attive ad Aragua, Carabobo, Miranda Vargas, Yaracuy e Distrito Capital; Delta Amacuro, Monagas, Sucre e Nueva Esparta; Falcon, Lara, Trujillo, Mérida, Táchira e Zulia; Bolívar e Amazonas; Apure, Portuguesa, Barinas, Cojedes e Guárico; Ande e Regione Marittima Insulare.

madu630abbo1Riferimenti:
Correo del Orinoco
Global Research
Mondialisation
Mondialisation
Nsnbc
Nsnbc
Reseau International
Reseau International
Russia Insider

Novorossija: Manovre ed esercitazioni

Alessandro Lattanzio, 15/3/201511025953Il 1 marzo si svolgevano combattimenti a Avdotino, Krasnij Luch e Shirokino, dove le FAN distruggevano 1 BTR dei majdanisti. Scontri a Peski, Bakhmutka, Majorsk, presso Novotoshkovskoe e presso Stanitsa Luganskaja. I majdanisti bombardavano Spartak, Vesjoloe e Gorlovka. Nell’area dell’aeroporto di Donetsk venivano recuperati 373 cadaveri di soldati ucraini. Il 2 marzo i majdanisti bombardavano Donetsk, Logvinovo e Spartak. 3 aerei da trasporto An-26 ucraini atterravano a Kramatorsk, 1 proveniva da Dnepropetrovsk. Il 3 marzo si avevano scontri a Bakhmutka, Spartak e Shirokino. I majdanisti bombardavano Opitnoe, Peski, Berjozovo, Avdeevka e Vodjanoe. Il 4 marzo i majdanisti bombardavano l’aeroporto di Donetsk, Gorlovka, Spartak, Vesjoloe, Kalinovo, Shirokino e Oktjabrskaja. Scontri si registravano a Majorsk, Novotoshkovskoe e Sizoe. Il 5 marzo i majdanisti bombardavano Donetsk e Spartak. Si avevano scontri a nord di Gorlovka. Il 6 marzo, a Marjupol i majdanisti arrestavano oltre 100 persone. Scontri si svolgevano presso Donetsk, Shumij, Majorsk, Komsomolets e Gorlovka. Il 7 marzo i majdanisti bombardavano Peski, Spartak, Vesjoloe, Donetsk, Gorlovka e Shirokino. Un convoglio di 20 autocarri del Centro nazionale per la gestione delle crisi del Ministero delle Emergenze trasportava oltre 200 tonnellate di aiuti umanitari a Donetsk, tra cui cibo e medicinali per le famiglie dei 32 minatori morti e feriti nell’incidente nella miniera Zasjadko. L’8 marzo i majdanisti bombardavano Shirokino, Kominternovo, Spartak, Majorsk e l’area dell’aeroporto di Donetsk. Il 9 marzo i majdanisti bombardavano Stanitsa Luganskaja, Pervomajsk, Donetsk e l’area dell’aeroporto di Donetsk. Scontri si avevano a Peski, Opitnoe, Krasnogorovka, Vodjanoe, Avdeevka, Majorsk, Trojtskoe, Mikhajlovka, Zolotoe e Bakhmutka. Ad Artjomovsk i majdanisti, violando tutti gli accordi, concentravano oltre 200 blindati e 15 sistemi d’artiglieria. Il 10 marzo si avevano scontri presso Majorsk. 2 carri armati T-64 ucraini venivano distrutti tra Uglegorsk e Lozovaja, assieme a 1 semovente d’artiglieria ucraino. L’11 marzo i majdanisti bombardavano Donetsk, Zolotoe e Pervomajsk. Scontri si svolgevano a Shirokino e Shastie. Il 12 marzo i majdanisti bombardavano Vesoloe, Gorlovka, Spartak, Oktjabrskij, l’area dell’aeroporto di Donetsk, Vesjolaja Gora, Khoroshee, Bakhmutka, Zhelobok e Pervomajsk. Scontri a Shirokino, Krimskoe e Sokolniki. Il 13 marzo i majdanisti bombardavano Gorlovka, Jasinovataja, Vesjoloe, Spartak, Bolotnoe, Sizoe, Nikolaevka, Vesjolenkoe, Valujskoe e Pankovka. Scontri si avevano nella zona dell’aeroporto di Donetsk, a Kolesnikovka e Bakhmutka.
Il 5 marzo, 6 navi da guerra della NATO conducevano manovre nel Mar Nero: l’incrociatore lanciamissili statunitense Vicksburg, la fregata canadese Fredericton, la fregata turca Turgut Reis, la fregata italiana Aliseo, la fregata romena Regina Maria e la nave rifornimento tedesca Spessart, del Standing NATO Maritime Group 2 (SNMG2) comandato dal contrammiraglio statunitense Brad Williamson. “Seguiamo attentamente movimenti e operazioni delle navi della NATO, perché a prescindere dalla pretesa delle esercitazioni, le attività delle navi dell’Alleanza hanno per scopo studiare le difese della Crimea“, dichiarava un ufficiale della Flotta del Mar Nero russa. Il 9 marzo 120 mezzi tra cui carri armati M1A2 e blindati M2A3 della 3.za divisione di fanteria statunitense arrivavano in Lettonia, nell’ambito della missione Atlantic Resolve guidata dal generale dell’US Army John O’Conner e che vedeva la presenza di 750 mezzi e sistemi d’arma della 1.ma Brigata della 3.za Divisione di Fanteria e del 2.ndo Reggimento di Cavalleria dell’US Army in Estonia, Lettonia e Lituania. Il 10 marzo, in Norvegia si svolgevano le esercitazioni Joint Viking con 5000 militari e 400 automezzi nella regione di Finnmark, la più settentrionale della Norvegia confinante con la Russia. Secondo un ex-consulente del partito repubblicano degli USA, James Dzhetras, l’arrivo di materiale e soldati dell’esercito degli Stati Uniti nel Baltico era solo uno spettacolo politico che fomentava l’isteria di guerra, illustrando l’impotenza di Stati Uniti e NATO in Ucraina. Dzhetras riteneva che l’arrivo di truppe statunitensi nei Paesi baltici fosse solo una dimostrazione di forza di Washington, incapace di cambiare gli equilibri di potere nella regione. “E’ solo incitamento all’isteria di guerra e uno spettacolo per ricordare che gli americani sono pronti a difendere i Paesi baltici, secondo l’articolo 5 della Carta della NATO. L’ironia è che 3000 soldati americani non potranno difendere i Paesi baltici contro alcuna minaccia, se esistesse realmente. Il motivo delle esercitazioni militari della NATO così vicine al confine con la Russia è il desiderio di ricordarne l’influenza, che svanisce mentre le azioni di NATO e Washington dimostrano di non influenzare gli eventi in Ucraina. Vediamo sempre più che l’Europa comincia a prendere le distanze in politica estera dagli Stati Uniti e ciò confonde sempre più i signori della guerra negli USA, il cui controllo sulla sicurezza dell’Europa s’indebolisce. L’invio di truppe americane nei Paesi baltici è uno spettacolo politico più che militare“.
Mentre Washington inviava a Kiev 600 paracadutisti della 173.ma brigata 02_03_2015-новороссия-украина-colonel-cassad-мгновения-войны-22dell’US Army “per addestrare le forze ucraine a combattere nel conflitto in corso“, e prometteva l’invio di droni Raven, 230 Humvees, radio, radar anti-mortaio, e mentre il Regno Unito stanziava 1,3 milioni di dollari per inviare alle forze armate ucraine kit di pronto soccorso, visori notturni, computer portatili, elmetti e unità GPS, l’Ucraina non riusciva più ad importare carbone per il crollo della Grivna, secondo il primo viceministro dell’Energia e dell’Industria del carbone ucraino Jurizh Zjukov, “in questo momento non è possibile acquistare carbone. Con un rapporto di 30 grivna/USD, una tonnellata ci costerebbe 2400-2600 grivne, mentre il prezzo di mercato è intorno a 1500 grivne per tonnellata”. Zjukov aveva anche detto che l’Ucraina interrompeva l’importazione di energia elettrica russa, “Abbiamo meno domanda di elettricità, e credo che non appena si possa farne a meno, tale accordo sarà interrotto“. In effetti, dato il crollo della produzione industriale, l’Ucraina majdanista aveva meno bisogno di energia: le acciaierie ucraine nel gennaio-febbraio 2015 riducevano la produzione del 19% rispetto a gennaio-febbraio 2014. La produzione complessiva di ferro laminato scendeva del 30%, della ghisa del 31%, dei tubi del 36% e di coke del 42%. Infine, presso Shishkovo, le FAN catturavano diverse attrezzature statunitensi per cercare petrolio di scisto della compagnia Ukrgazdobicha. Comunque la Verkhovna Rada approvava la proposta di Poroshenko di aumentare le dimensioni delle FAU di 250 mila effettivi, “formando 2 comandi operativi, 11 brigate, 4 reggimenti, 18 battaglioni, 16 compagnie e 13 plotoni di varia specializzazione“. Le forze armate dell’Ucraina dovrebbero ricevere nel 2015 300000 armi leggere e 3500 altri tipi di armamenti, secondo la portavoce del ministero della Difesa di Kiev Victoria Kushnir. Kiev prevede di aumentare al 5,2% del PIL la spesa per la difesa nel 2015, cioè 600 milioni di dollari. Nel 2014 la spesa per la difesa fu pari all’1,25% del PIL. Infatti, la ministra delle Finanze ucraina, la cittadina statunitense Natalia Jaresko, piazzava ordini per acquistare armamenti presso aziende degli Stati Uniti, da finanziare tramite l’Extended Fund Facility (EFF) e i prestiti da UE, USA, Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) e Banca europea per gli investimenti (BEI). I militari ucraini compreranno 500 tipi di armamenti da società come la statunitense Network Technologies Corporation che consegnerà visori termici. Jaresko ha stretti legami con gli Stati Uniti, fu CEO della società di investimenti finanziari Horizon Capital e del Private Equity Fund WNISEF, finanziato dagli Stati Uniti ed attivo in Ucraina e Moldavia. Prima di entrare nel settore bancario Jaresko aveva lavorato per il dipartimento di Stato degli Stati Uniti. E difatti, nel frattempo, il Tesoro degli USA sanzionava diversi cittadini ucraini, russi e novorossi, oltre all’Unione della Gioventù Eurasiatica e alla banca RNKB, la più importante in Crimea: Sergej Vadimovich Abisov; Sergej Gennadijovich Arbusov, ex-Primo Vicepremier dell’Ucraina; Nikolaj Janovich Azarov ex-Premier dell’Ucraina; Raisa Vasilevna Bogatirova; Aleksandr Gelevich Dugin; Ekaterina Gubarjova; Jurij Vladimirovich Ivakin; Pavel Kanishev; Aleksandr Karaman; Aleksandr Sergeevich Khodakovskij; Andrej Kovalenko; Oleg Grigorevich Kozjura, a capo dell’ufficio di Sebastopoli del Servizio federale di migrazione russo; Roman Ljagin; Sergej Anatoljovich Zdriljuk.
Mosca annunciava la fine “completa” delle attività nell’ambito del Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa (CFE), la cui adesione russa fu già interrotta nel 2007. “La Federazione russa ha preso la decisione d’interrompere la partecipazione alle riunioni del gruppo di consulenza dall’11 marzo 2015. Pertanto, la Russia pone fine alle attività nel Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa, annunciate nel 2007, in modo completo“, dichiarava il Ministero degli Esteri russo. Mosca aveva chiesto alla Bielorussia di rappresentarne gli interessi nel gruppo a partire dall’11 marzo. Il Trattato CFE fu firmato nel 1990 da NATO e Patto di Varsavia, imponendo il blocco quantitativo sugli armamenti convenzionali come carri armati, veicoli corazzati da combattimento, artiglierie, elicotteri d’assalto e aerei da combattimento. Ad esempio, in base al trattato, ogni controparte non dovrebbe avere più di 16500 carri armati o 27300 veicoli corazzati da combattimento attivi. Nel 1999 vi fu una versione “adattata” del trattato, tuttavia la NATO si rifiutò di ratificarla finché la Russia non avesse ritirato le sue truppe da Georgia e Transnistria. La Russia rispose che tale condizione era “artificiosa”. Nel dicembre 2007 Mosca impose una moratoria sul Trattato CFE, definendolo “irrilevante” da quando la NATO si espande in Europa orientale. Nel novembre 2014 Mosca sospendeva l’applicazione del Trattato CFE e due mesi dopo il Congresso USA condannava la Russia invitando il presidente Obama a rivedere il CFE. “Per molti anni la Federazione russa ha fatto tutto il possibile per mantenere il trattato, avviando i colloqui per aggiornarlo, ratificandolo“, dichiarava Mosca aggiungendo che tutti questi sforzi furono rigettati dalla NATO in favore della propria espansione ad Est.
Ai primi di marzo, più di 2500 artiglieri partecipavano a una grande esercitazione nell’Estremo Oriente della Russia, “nell’esercizio, verranno effettuati tiri contro obiettivi da semoventi di artiglieria Gvozdika, Akatsija e Gjatsint, da sistemi lanciarazzi multipli Grad, Uragan e Shturm, da sistemi missilistici anticarro Konkurs e da mortai Sani”. Inoltre, 40 velivoli russi compivano esercitazioni militari sul Mare di Barents, “Oltre 20 caccia intercettori MiG-31 e cacciabombardieri Su-24 del Distretto Militare Centrale partecipavano alle esercitazioni tattiche sul mare di Barents dal 26 febbraio al 5 marzo. I piloti si sono addestrati a distruggere missili e aerei ‘nemici‘” secondo una dichiarazione del servizio stampa del Distretto. Il 12 marzo si svolgeva un’esercitazione delle truppe della Difesa Aerea nel Distretto Militare orientale della Russia, nella Repubblica di Burjazja; “Unità radar sviluppano tecniche nelle grandi esercitazioni delle truppe della Difesa Aerea del distretto militare orientale, iniziate nella base di Telemba nella Repubblica di Burjazja” dichiarava il Colonnello Aleksandr Gordeev, che aggiunse che nel 2014 il Distretto militare orientale della Russia aveva ricevuto 100 stazioni per la guerra elettronica. Altre esercitazioni militari si svolgevano nel sud della Russia, presso Stavropol, con circa 20 cacciabombardieri tattici Su-25SM che compivano lanci di missili e razzi; delle navi d’assalto anfibio Peresvet e Admiral Nevelskij nel Mar del Giappone; e a Kaliningrad, con 500 militari e 100 mezzi dell’esercito russo.11041966Riferimenti:
America’s Done Wrongs
Cassad
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Fort Russ
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Fort Russ
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Nations Presse
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Russia Insider
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Russia Insider
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Voice of Sevastopol
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Zerohedge

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Marzo2015

Donbas: “Abbiamo costruito uno Stato indipendente”

Intervista al Vicepremier della Repubblica Popolare di Donetsk, Mikhail Mnukhin
Global Research, 7 marzo 2015B82kbCYIQAEHVKD.jpg largeAbbiamo l’onore di intervistare il Primo Viceministro degli Esteri della Repubblica Popolare di Donetsk Mikhail Mnukhin, che ci parla della crisi nella RPD, della storia del Donbas e del suo rapporto con l’Ucraina, e delle iniziative per porre fine al conflitto. Per ulteriori corrispondenze è possibile visitare il sito ufficiale del MdE della DPR.

Haneul: Un anno dopo il colpo di Stato di Euromajdan sostenuto dagli Stati Uniti, l’Ucraina è ancora impegnata in una guerra civile lunga e sanguinosa. Quali progressi avete fatto nella lotta contro i militari ucraini e i fascisti di Svoboda e Settore destro?
Mikhail: Primo e più importante, abbiamo costruito uno Stato indipendente. Anche se alcune parti del nostro territorio sono ancora controllate dalle forze armate ucraine, il sistema statale della RPD è completamente operativo e controlla tutte le operazioni vitali. Possiamo pagare stipendi e spese sociali, formare bilanci statali e organizzare il commercio estero. Il leader della Repubblica, (il Primo ministro) Aleksandr Zakharchenko, e il supremo organo legislativo, il Consiglio del Popolo, oggi nella RPD sono autorità elette legittimamente. Le elezioni dei consigli locali avranno luogo presto. Va sottolineato che abbiamo raggiunto tutti questi obiettivi durante l’incessante ostilità e blocco delle autorità ucraine, oltre alla critica situazione umanitaria nella regione. A nostro avviso, tutti questi problemi sono i principali argomenti nella lotta contro il nostro nemico. Siamo riusciti non solo a sopravvivere, ma anche a sviluppare un vero e proprio Stato. Militarmente, l’esercito della RPD ha dimostrato al mondo intero la sua efficienza e le numerose magnifiche vittorie sulle truppe ucraine l’attesta. Si noti che il numero di soldati ucraini supera i nostri, così come nell’equipaggiamento militare. Tuttavia, insisteremo sempre e continueremo a desiderare una soluzione pacifica del conflitto. Non abbiamo mai cercato di annientare l’Ucraina e gli ucraini. Tuttavia, il nostro problema fondamentale è dare sicurezza al popolo e creare le condizioni per una vita normale e pacifica. Siamo sempre pronti al dialogo, anche con Kiev.

Haneul: Dopo il referendum dell’11 maggio, la RPD si è dichiarata indipendente dall’Ucraina, ma la comunità internazionale ha denunciato il diritto a farlo. Mi può dire cosa ciò significa per la costruzione della democrazia?
Mikhail: La questione del riconoscimento della RPS resta urgente, anzi è la priorità principale del lavoro dei nostri ministri oggi, e progrediamo gradualmente in questa direzione. La Repubblica dell’Ossezia del Sud ha ufficialmente riconosciuto la RPD stabilendo contatti diplomatici. La Repubblica di Abkhazia ha anche annunciato disponibilità a riconoscere la RPD. Inoltre lavoriamo in altri settori della cooperazione e con Paesi di ogni continente. Alcuni ci hanno ufficialmente riconosciuti altri no. Inoltre, promuoviamo attivamente la cooperazione con altri movimenti sociali e politici per sostenere l’autodeterminazione dei loro territori. Questo processo è piuttosto lungo e complesso. Sulla posizione di un certo numero di Paesi occidentali verso di noi ne comprendiamo molto bene le ragioni. Dovrebbero decidere se riconoscere o no la nostra Repubblica, non dipende da noi. Da parte nostra possiamo garantire questo processo dimostrando la nostra coerenza di membri a pieno titolo della comunità internazionale. E’ paradossale che, anche se i cittadini del nostro Stato sono simili a quelli di Stati Uniti, Gran Bretagna o Giappone, dobbiamo ancora dimostrare il nostro diritto ad esistere. A questo proposito, abbiamo grandi aspettative dall’opinione pubblica, in particolare nei Paesi occidentali, che inizia a cambiare. Persone da tutto il mondo conoscono sempre più la verità su di noi, e ci auguriamo che le autorità abbiano un atteggiamento obiettivo verso la RPD.

Haneul: Può parlarci della storia dell’Oblast di Donetsk e della relazione con la Russia? Perché la RPD ha deciso di rimanere autonoma invece d’integrarsi nella Federazione Russa come la Crimea?
Mikhail: Il Donbas è sempre stato un luogo di enorme risorse umane, il luogo dove persone di tutte le nazionalità si univano per lavorare insieme, utilizzando il russo come lingua comune. Il risultato è la piattaforma politica unica sorta nel Donbas, le cui conseguenze si possono osservare oggi. Tutto ciò spiega perché il Donbas ha sempre cercato autonomia e indipendenza. La Crimea ha compiuto il suo lungo viaggio infine ritornando alla Russia. Tuttavia, siamo due regioni distinte e abbiamo una storia diversa. Non abbiamo l’obiettivo di unirci alla Russia quale priorità ora, ma seguiamo il nostro percorso nel creare uno Stato indipendente. Abbiamo risolto i problemi sociali ed economici apportati dall’aggressione militare dell’Ucraina e dal suo totale blocco economico e nei trasporti alla nostra terra.

Haneul: Storicamente, gli ucraini subirono nel 1941 il pogrom di Leopoli, quando l’esercito insurrezionale ucraino collaborava con i nazisti uccidendo migliaia di cittadini polacchi e ucraini. Credete che si stia rivivendo tale incubo? Chi dovrebbe esserne ritenuto responsabile?
Mikhail: Sottolineiamo che l’Esercito insurrezionale ucraino (UPA) non agì da solo durante la seconda guerra mondiale. Con il sostegno di Stati esteri, l’UPA esisteva in alcune regioni nel 1946-48 quale strumento locale della guerra fredda. Tuttavia, l’ideologia nazionalista ucraina non sé cambiata, solo i suoi padroni. La ripetizione è una caratteristica peculiare della storia. La tragedia ad Odessa, la repressione dei dissidenti e i molteplici crimini di guerra lo dimostrano. Organizzazioni e persone di cui sopra seguono purtroppo gli esempi dei loro capi storici e idoli. Tuttavia dovrebbero ricordare il destino dell’UPA e dei suoi capi, che in parte anticipa il loro. Potete vedere nel corso della storia le azioni dell’UPA e di altri gruppi nazionalisti, rivolte non solo contro i polacchi, ma anche contro russi, ebrei e altre etnie. Coloro che sostengono il neonazismo in Ucraina dovrebbero pensare contro chi i nazisti punteranno le loro armi domani.

Haneul: Quali organizzazioni internazionali collaborano con il governo fornendo aiuti umanitari ai vostri cittadini, e per quanto tempo pensate tale crisi durerà? Come possono le persone nel mondo segnalare, assistere o finanziare la vostra causa?
Mikhail: Siamo aperti al dialogo, sempre pronti ad accettare l’aiuto di tutte le organizzazioni e dei privati. C’è una serie di organizzazioni che opera nella RPD come Croce Rossa Internazionale, Medici senza Frontiere e decine di altri enti di beneficenza. Le nostre esperienze hanno dimostrato che non siamo soli, che molte persone di numerosi Paesi sono pronte ad aiutarci sinceramente e liberamente. Ad esempio, abbiamo ricevuto un paio di camion con medicinali dalla Germania, raccolti con l’aiuto di alcuni parlamentari del Bundestag. Ricordate che il Donetsk attualmente subisce un blocco economico completo. L’invio diretto di risorse finanziarie, prodotti alimentari e altro alla RPD è impossibile ora, ma cerchiamo di risolvere sempre tale problema. Siamo molto soddisfatti e apprezziamo il desiderio della gente nel mondo di aiutarci.

Haneul: Credi che il Premier Aleksandr Zakharchenko avrebbe dovuto prendere parte al secondo accordo di Minsk in Bielorussia? Perché i Quattro di Normandia (Russia, Ucraina, Germania e Francia) non includono ai colloqui di pace Donetsk, Lugansk e Crimea? I colloqui di pace hanno contribuito ad alleviare le tensioni nel Donbas, o credete che ci debbano essere colloqui distinti tra RPD e altri gruppi?
Mikhail: Le situazioni di RPD, RPL e Crimea non possono combinarsi nei negoziati, la Crimea è già parte della Russia. La Repubblica Popolare di Donetsk è una delle parti in conflitto, quindi senza la partecipazione di Aleksandr Zakharchenko, una risoluzione negoziata è impossibile. Tuttavia, possiamo spiegare la dura presa di posizione di Kiev che tenta d’ignorare RPD e RPL nei negoziati. L’Ucraina considera la tregua come periodo per accumulare forze militari e prepararsi ad ulteriori ostilità, Kiev non ha mai mostrato piena disponibilità a una pace duratura. Il vero conflitto è fra il governo ucraino e il popolo del sud-est, che dovrebbero negoziare. A parte questo, l’ingresso della RPD nei negoziati significherebbe raggiungere un nuovo status, cosa che l’Ucraina cerca d’impedire. Inoltre, l’Ucraina tenta d’ampliare il numero dei partecipanti al conflitto, come Germania e Francia, per averne le armi. Speriamo che non accada. Siamo soddisfatti del punto di vista di Germania e Francia; hanno iniziato a cambiare posizione sul Donbas. Ci aspettiamo che, invece di altre sanzioni, avviino missioni umanitarie per fermare la catastrofe, e non peggiorarla. Siamo sicuri che ci sarà la pace alla fine, ma non possiamo raggiungerla con continue concessioni da un lato e continue violazioni dall’altro. La pace è sempre un compromesso e siamo pronti a questo, ma solo dopo che garantiremo la sicurezza dei nostri cittadini.

Haneul: Gli Emirati Arabi Uniti hanno già promesso armi ai militari ucraini, e gli Stati Uniti pensano di armare direttamente la junta. In questo caso, quali saranno le conseguenze per la situazione attuale? Sarà l’escalation a un grande conflitto tra superpotenze?
Mikhail: Secondo le attuali informazioni, i contratti sulle armi stipulati tra Ucraina ed Emirati Arabi Uniti non sono un problema significativo, e crediamo personalmente siano solo pubblicità. Dubitiamo che Kiev sia riuscita a convincere i partner a fornirle armi a credito, non ha abbastanza soldi per comprarle. Un altro problema sono le armi dagli Stati Uniti. Secondo informazioni confermate, non hanno mai smesso di rifornire l’Ucraina. Lungo il fronte, dopo il ritiro di ogni forza ucraina, si trovano facilmente armi fabbricate negli USA, anche artiglieria pesante. Inoltre, la grande quantità di personale statunitense che addestra soldati ucraini suscita grave preoccupazione. In che modo dobbiamo stimarne il risultato? Denunciare la partecipazione di Washington nel conflitto nel Donbas è difficile, ma interventi diretti avvengono e crescono ogni mese, quindi è molto difficile prevederne le conseguenze.

10301586Per ulteriori informazioni, si prega di visitare The Last Defense o seguire su Twitter @thelastdefense
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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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