La guerra somalo-etiope dell’Ogaden, luglio 1977 – giugno 1978

Alessandro Lattanzio, 4/3/2017ethAllo scoppio della guerra l’Aeronautica militare dell’Etiopia (Ye Ityopia Ayer Hayl o ETAF) disponeva di:
18 caccia-attacco Northrop F-5 Freedom Fighters (15 F-5A, 2 F-5B e 1 RF-5A da ricognizione), del 5.to Squadrone assegnato alle operazioni di attacco al suolo;
9 caccia Northrop F-5E/F Tiger II dotati di missili aria-aria AIM-9B, del 9.no Squadrone assegnato alle operazioni di difesa aerea;
3 bombardieri English Electric Canberra B.52 del 44.mo Squadrone da bombardamento;
8 caccia leggeri North American F-86F su una squadriglia.

L’Aeronautica della Somalia (Ciidamada Cirka Soomaaliyeed o CCS) disponeva di:
12 caccia-attacco Mikojan-Gurevich MiG-17F su uno squadrone;
29 caccia Mikojan-Gurevich MiG-21MF su due squadroni;

20_4Le forze armate somale
Negli anni ’60, l’Egitto fornì 12 imbarcazioni ed addestrò i piloti e i guerriglieri somali dell’Ogaden. Il Sudan addestrato gli ufficiali di Stato Maggiore e i sottufficiali delle trasmissioni e del genio. I soldati somali furono addestrati anche in URSS, Repubblica Popolare Cinese, Egitto, Italia, Iraq e Siria. Stati Uniti, Italia e Repubblica Federale Tedesca equipaggiarono e addestrarono la polizia e un battaglione di commando fino al 1970.
Nel 1964, i sovietici costruirono le basi aeree di Mogadiscio, Hargeisa, Baidoa e Kisimaio, la base navale di Berbera, e fornirono 150 blindati, tra cui carri armati T-34/85, veicoli corazzati per il trasporto di truppe BTR-50 e BTR-152, e blindati da ricognizione BTR-40A, oltre ad armi antiaeree, artiglieria e automezzi. Nel 1974, i sovietici fornirono altri 100 carri armati T-34/85, 150 carri armati T-54/55 e 70 carri armati T-62, 300 veicoli corazzati per il trasporto delle truppe BTR-50PK, BTR-60PB e BTR-152KP, numerosi blindati leggeri BTR-40P, BRDM-1 e BRDM-2, pezzi di artiglieria da 85mm, 100mm, 122mm e 152mm, mortai da 82mm e 120mm, sufficienti per costituire 9 battaglioni meccanizzati, 4 corazzati e 2 di artiglieria, formando così quattro brigate meccanizzate. La fanteria ricevette fucili d’assalto AK-47, mitragliatrici RPD, pistole-mitragliatrici PPshK-41, lanciarazzi anticarro RPG-2 e RPG-7, mitragliatrici pesanti DShK da 12,7mm e KPV da 14,5mm, missili anticarro 9M114 Maljutka, cannoncini antiaerei da 14,5mm, 23mm, 37mm e 57mm su impianti singoli, binati e quadrinati (ZPU-1 ZPU-2 e ZPU-4), alcuni semoventi antiaerei ZSU-23-4 Shilka e missili antiaerei portatili Strela-2. Le quattro brigate meccanizzate costituirono il nucleo delle forze armate somale.
Nel 1977, mentre 2000 consiglieri sovietici e 50 cubani addestravano le forze armate somale, circa 600 aviatori somali si istruivano nell’URSS. Mogadiscio infatti ricevette nel 1974-77 velivoli MiG-21MF e MiG-21UM e un paio di elicotteri Mi-8, che raggiunsero i superstiti aerei occidentali nelle file del CCS: 1 C-45 Expeditor, 3 C-47 Dakota e 3 Piaggio P.148 forniti dall’Italia negli anni ’50. I tecnici del Patto di Varsavia e di Cuba gestivano la flotta aerea del CCS composta da 12 caccia-attacco MiG-17F, 29 caccia leggeri MiG-21MF, 15 elicotteri, tra cui Mi-4 e Mi-8T, 4 aerei-cargo An-24T, 4 aerei da trasporto tattico An-26 e 5 biplani da trasporto An-2TP; e la difesa aerea somala affidata a sistemi missilistici S-75 e S-125.

Northrop F-5A

Northrop F-5A

Le forze armate etiopi
derg-badgeIn Etiopia, l’imperatore Haile Selassie fu deposto il 12 settembre 1974 e dopo una serie di scontri interni, salì al potere il Tenente-Colonnello Mengistu Haile Mariam. Nell’inverno del 1977, l’Etiopia era preda del caos e di scontri politici, su cui infine s’impose il Derg, il Comitato amministrativo-militare provvisorio, organizzazione marxista-leninista che avviò la nazionalizzazione delle terre e creò il Partito rivoluzionario popolare (EPRP), istituendo la Repubblica democratica popolare. Al Derg si opposero le fazioni etiopi sostenute dal Sudan, ma il 3 febbraio 1977 Mengistu s’impose, venendo subito riconosciuto da Cuba. L’EPRP venne quindi attaccato dal gruppo maoista di Haile Fida, un agente dei francesi, il Meison, che avviò la rivolta nel nord dell’Etiopia. Ma entro la metà del 1977, il Meison fu sconfitto e Fida arrestato. Nel maggio 1977 Mengistu visitò Mosca dove firmò 13 accordi di cooperazione con i sovietici. Tornò in Etiopia passando dalla Libia, che poi gli inviò il primo carico di armi sovietiche. Il regime del Derg ereditò vari problemi dall’imperatore Selassie, come la rivolta in Eritrea e nell’Ogaden, provincia etiope rivendicato dalla Somalia. Barre supportava l’irredentismo somalo contro Etiopia, Gibuti e Kenya. Nei primi anni ’70, il regime somalo rifornì di armi i separatisti del Fronte di liberazione somalo occidentale (FLSO), allo scopo di annettersi tutto l’Ogaden. Dopo che il Presidente Mengistu Haile Mariam dichiarò l’Etiopia Repubblica socialista e i tentativi di Washington d’invertire la situazione, nell’aprile 1977 Addis Abeba chiuse il centro dello spionaggio elettronico statunitense di Kegnew e la missione militare degli Stati Uniti, che aveva addestrato e inquadrato i 70000 ufficiali e sottufficiali dell’esercito etiope. Ciò portò il governo degli Stati Uniti ad imporre l’embargo militare all’Etiopia. Le forze armate etiopi, impegnate contro la guerriglia eritrea e dell’Ogaden, iniziarono a soffrire la mancanza di pezzi di ricambio e munizioni. Per risposta, la Cecoslovacchia inviò 100 carri armati T-34/85 e i consiglieri militari cecoslovacchi presenti in Somalia furono trasferiti in Etiopia. Infatti, data l’attività destabilizzante del regime somalo di Siad Barre, Mosca si volse verso il nuovo presidente etiope, e già nel 1976 il governo sovietico contattò segretamente Addis Abeba.

Mengistu Hile Mariam

Mengistu Haile Mariam

Le origini della guerra dell’Ogaden risalgono alla conferenza di Berlino del 1881, quando il regno d’Etiopia si vide assegnare la regione dell’Ogaden, abitata in gran parte dall’etnia somala. Con la creazione dello Stato somalo, nel secondo dopoguerra, s’impose il nazionalismo somalo volto a creare ciò che veniva presentato come la “Grande Somalia”, comprendente quasi tutto il Corno d’Africa: Somalia, Ogaden e nord del Kenya. Subito dopo l’indipendenza della Somalia, nel 1960, Mogadiscio sponsorizzò i movimenti insurrezionali nell’Ogaden e in Kenya, creando tensioni con l’Etiopia. Nel 1969, con un colpo di Stato Siad Barre andò al potere in Somalia. Siad Barre annunciò che avrebbe supportato qualsiasi movimento di liberazione nei “territori occupati illegalmente”, ovvero i territori di Kenya, Etiopia (Ogaden) e Gibuti in cui viveva più di un milione di somali. Cuba avviò una mediazione tra Etiopia e Somalia all’inizio del 1977, portando il 16 aprile 1977 alla conferenza di Aden, nella Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, dove il presidente Ali Rubayi e Fidel Castro ospitarono il Presidente Mengistu Haile Mariam e il presidente Siad Barre. Alla conferenza, l’Etiopia fu conciliante, avendo a che fare con cinque fronti guerriglieri in Eritrea, Ogaden, Dankalia, Tigray e Galla. Era anche disposta anche a un’alleanza con Mogadiscio. Ma Siad Barre non era disposto a negoziare o a fare concessioni, convinto che la sua forza militare gli permettesse di realizzare il sogno della Gran Somalia. Perciò, se all’inizio Siad Barre promise a Fidel Castro che le sue forze armate non avrebbero attaccato l’Etiopia, e di ridurre al minimo il sostegno ai separatisti dell’FLSO, l’organizzazione irredentista somala dell’Ogaden, e Addis Abeba ne approfittò per spostare le forze etiopi dall’Ogaden verso l’Eritrea, tre mesi dopo Siad Barre ordinò alle forze armate somale d’invadere l’Ogaden e di aumentare il sostegno ai guerriglieri del FLSO. L’Avana e Mosca reagirono criticando fortemente Mogadiscio.ethio-somali_war_map_1977L’invasione somala iniziò nel maggio 1977, quando una forza di 6000 combattenti del FLSO attraversò il confine per unirsi alle forze locali. I 6000 nuovi combattenti erano in realtà soldati delle forze armate della Somalia. L’11 luglio, Siad Barre ordinò alle sue forze di entrare nel territorio etiopico, per sostenere i 6000 “guerriglieri” dell’FLSO. Alle 3:00 del 13 luglio del 1977, 5 brigate somale entrarono nell’Ogaden etiope avviando la guerra. Si trattava di 50000 soldati, 300 carri armati T-34/85 e T-55, 300 blindati e oltre 600 pezzi di artiglieria. Il supporto aereo venne fornito dalla base aerea di Hargeisa, da cui furono attaccate le posizioni e le basi aeree etiopi nella regione. Le forze somale colsero di sorpresa la 3.za divisione di fanteria etiope e conquistarono la città di Gode, dopo oltre 50 sortite degli aerei ed intensi bombardamenti dell’artiglieria dei somali. Gli etiopi schierarono a Jijiga, Dire Dawa e Harar 2 compagnie di carri armati leggeri M-41 e una compagnia di carri armati medi M-47, supportate da 3 semoventi d’artiglieria M-109 da 155mm. Il giorno dopo intervennero 3 caccia F-5A dell’Aeronautica etiope (ETAF) ma uno degli aerei, quello del leader, fu colpito da un missile antiaereo portatile SA-7 e precipitò. L’ETAF quindi ordinò ai suoi piloti di adottare nuovi profili di attacco, volando a quote medie nei bombardamenti o, in alternativa, attaccare a bassa quota e quindi cabrare avendo il sole alle spalle, per impedire di essere agganciati dai SA-7. Al confine settentrionale dell’Ogaden, i somali entrarono in azione il 16 luglio, occupando la città di Aisha; con l’appoggio degli aerei, l’artiglieria somala bombardò la città. La situazione diveniva critica per l’Etiopia, e solo il 21 luglio gli etiopi iniziarono a reagire, impiegando i 22 velivoli da trasporto C-47, C-54 e C-119K dell’ETAF per rifornire le guarnigioni assediate dal nemico che avanzava coperto dai velivoli somali. Durante una di queste missioni, un C-47 fu intercettato da 2 MiG-17 somali ed abbattuto. Infine, la CCS (Ciidamada Cirka Soomaaliyeed o Corpo Aereo della Somalia), attaccò la base aerea etiope di Harar, distruggendo un DC-3 dell’Ethiopian Airlines. Da allora i caccia F-5E etiopi iniziarono a scortare gli aerei da trasporto nelle zone dei combattimenti.
tumblr_inline_o35ys6olou1t90ue7_400La situazione per gli etiopi comunque andava aggravandosi e il presidente Mengistu aveva bisogno di ritardare l’avanzata dei somali attendendo l’arrivo degli aiuti cubani e sovietici. L’unica alternativa possibile era sfruttare al massimo l‘Ethiopian Air Force (ETAF), afflitta da gravi problemi operativi causati dell’embargo degli Stati Uniti. Addis Abeba riuscì a mettere in piene condizioni operative gli F-5A ed F-5E, che svolsero un ruolo cruciale nelle operazioni contro i somali. Inoltre, per aumentare il numero di piloti disponibili, furono recuperati i veterani che avevano volato sui vecchi F-86F che furono rapidamente istruiti all’impiego dei caccia F-5, facendoli volare sui caccia biposto F-5B e F-5F e sugli 8 velivoli da addestramento T-33A, di cui uno ricevuto dall’Iran. Questo personale fu cruciale per lo sforzo bellico etiope.
E così, il 24 luglio pomeriggio, una coppia di F-5E intercettò 2 caccia MiG-21 somali diretti verso un aereo da trasporto. Grazie alla guida del radar TPS-43D della stazione sul passo di Karamara, gli F-5 riuscirono ad abbattere uno dei MiG-21; fu la prima vittoria nella storia dell’ETAF. Il 25 luglio, 3 caccia F-5E dell’ETAF intercettarono 4 caccia MiG-21 somali. I 2 MiG ai lati eseguirono una virata di 180 gradi, scontandosi così in volo, mentre l’F-5 leader abbatté il terzo MiG a colpi di cannone, e gli altri due F-5 inseguirono il MiG superstite che, manovrando a bassa quota, si schiantò al suolo. Subito dopo, gli F-5 individuarono una formazione di 4 caccia assaltatori MiG-17, abbattendone due con i missili aria-aria Sidewinder. I somali, quindi, in soli due giorni persero 5 MiG-21 e 2 MiG-17 con i loro piloti. Il 26 luglio, 2 F-5E dell’ETAF intercettarono 2 MiG-21 somali abbattendone uno, che fu prima danneggiato da un missile Sidewinder e quindi abbattuto dagli F-5 con i cannoncini M-39 da 20mm di bordo. Le 8 vittorie dell’ETAF rappresentarono il 18% dei 38 velivoli schierati dal CCS, che ora non poteva disporre di più di 20 tra MiG-17F e MiG-21MF.
Nonostante tali sconfitte, la città di Gode cadde e la 5.ta Brigata della 4.ta Divisione dell’esercito etiope, che la difendeva, si ritirò verso ovest. Alla fine del mese, gli etiopi si erano ritirati a Jijiga, distante oltre 300 km. Ai primi di agosto, il fronte si era stabilizzato mentre gli F-5A etiopi avevano effettuato 300 sortite sulle posizioni somale. Dopodiché i caccia F-5A dell’ETAF, armati di razzi da 127mm e 68mm, e di bombe da 113kg e 223kg, passarono ad effettuare missioni d’interdizione contro le linee di rifornimento dei somali, con effetti devastanti. I vecchi cacci F-86F cominciarono a svolgere missioni di attacco e supporto aereo ravvicinato, impiegando razzi da 68mm e bombe da 113kg, mentre i bombardieri Canberra compirono alcuni raid notturni sulla Somalia.

Canberra

Canberra B.52

Il 9 agosto, Addis Abeba ricevette dall’Iran pezzi di ricambio e munizioni per le sue forze armate, mentre URSS e Cuba inviarono i loro consiglieri militari in Etiopia, che fornirono dettagliati rapporti d’intelligence sulle forze armate somale allo Stato Maggiore etiope. Mosca avviò i rifornimenti militari e dispiegò i sistemi missilistici antiaerei S-125. A novembre Mengistu volò a L’Avana per cercare di avere un maggior sostegno militare. I primi ad arrivare furono i sistemi missilistici antiaerei S-125 Neva promessi da Mosca e che, schierati nell’Ogaden, l’11 agosto abbatterono 2 caccia MiG-21MF somali inviati a bombardare l’aeroporto di Aisha, mentre 2 MiG-17 somali inviati ad attaccare il radar di Karamara, il 14 agosto, invece si schiantarono sulla montagna. Il CCS era in rovina, dei MiG-17F solo 4 erano in condizione di volo, mentre dei MiG-21MF, solo una dozzina era pienamente operativa. Quindi, i somali concentrarono tutte le operazioni aeree sulla base aerea di Hargeisa. E il 12 agosto, 4 caccia F-5E dell’ETAF bombardarono la base danneggiando la pista, il deposito di carburante e la torre di controllo, e distruggendo un aereo da trasporto Antonov An-26. Gli F-5 non incontrarono alcuna risposta dalle difese aeree somale. Intanto, gli etiopi inviarono tutte le forze nell’Ogaden, ritirandole dall’Eritrea, e rafforzarono le difese di Harar e Jijiga. In quel momento i somali avevano occupato l’80% dell’Ogaden e puntavano sull’Etiopia storica. Perciò gli F-5 eritrei furono ritirati dalla base aerea di Dire Dawa, lasciandovi solo gli 8 velivoli T-28D e gli 8 SAAB 17A/B del 3.zo Squadrone COIN (controinsurrezione) per il supporto e la ricognizione per conto dell’esercito etiope.
Il 17 agosto, gli etiopi furono colti di sorpresa quando i somali assaltarono Dire Dawa, che riuscirono ad occupare distruggendo nella base aerea gli AT-28D e i SAAB 17A/B dell’ETAF. Gli etiopi contrattaccarono il giorno successivo, senza il sostegno dell’artiglieria ma con quello degli aerei, che compirono 68 sortite contro il nemico, distruggendo l’80% degli automezzi somali e permettendo all’esercito etiope di riconquistare Dire Dawa. 1 MiG-21 somalo fu abbattuto sulla città il 19 agosto, e nei giorni successivi la base aerea fu ripristinata permettendo l’arrivo degli aerei-cargo C-119K e dei caccia F-5, grazie a cui l’ETAF compì, il 22 agosto, 50 sortite contro i somali, la cui ritirata si era trasformata in rotta, lasciandosi dietro una scia di mezzi ed equipaggiamenti abbandonati, e perdendo un altro MiG-21 in combattimento aereo.
etisom20Ad est di Dire Dawa, a Jijiga, gli etiopi attesero l’assalto dei somali, concentrandovi la maggior parte delle loro difese. Ma in quest’area il CCS godeva della superiorità aerea, per la prima volta nella guerra. MiG-17 e MiG-21 somali effettuarono diverse sortite sulle posizioni etiopi e alla fine, il 1° settembre, la città fu abbandonata. I somali occuparono Jijiga, e gli etiopi così persero la base aerea oltre a 9 carri armati M-47, 14 carri armati M-41 e 2 blindati per il trasporto truppe M-113. Dopo di ché, la NATO incominciò a propendere per la Somalia. Sempre il 1° settembre, 2 F-5E etiopi abbatterono 2 MiG-21 somali, mentre un sistema antiaereo ZSU-23-4 Shilka somalo abbatté un F-5E dell’Etiopia. Il 5 settembre il Derg organizzò il contrattacco che liberò la città, mentre i somali la circondarono. E il 9 settembre, 2 MiG-17 somali attaccarono una colonna di etiopi in ritirata, ma uno dei velivoli venne abbattuto dal tiro antiaereo della colonna. Dopo la ritirata etiope, il 12 settembre i somali rioccuparono Jijiga e arrivarono nel passo Karamara, dove con l’artiglieria a lungo raggio distrussero il radar TPS-43 che aveva guidato finora i caccia etiopi. Il passo Karamara infine cadde nelle mani somale e Mogadiscio si spianò la strada per lanciare l’offensiva sul resto dell’Etiopia. L’altro radar etiope, di stanza a Debra Zeit, fu trasferito sul monte Megezez, a metà strada tra Addis Abeba e Karamara, e l’ETAF non poté più contare sulla copertura radar nelle missioni sull’Ogaden. Ma la cattura di passo Karamara fu il culmine dell’invasione somala. Essendosi spinti oltre il raggio d’azione della CCS e finendo sotto quello dell’ETAF, i somali si fermarono preparando l’assalto su Harar, circondata su tre lati e dove si erano concentrati i resti della 3.za divisione etiope e 2 battaglioni di carri armati sudyemeniti. Il presidio venne rifornito con un ponte aereo attuato dai velivoli da trasporto C-47. L’assenza degli aerei somali permise al piccolo ponte aereo di rifornire il presidio e la città. Durante queste operazioni un C-47 fu abbattuto con un missile portatile antiaereo Strela-2.
I somali assaltarono Harar il 29 settembre, e la battaglia ben presto divenne una guerra di posizione, mentre 3 MiG-17 somali furono abbattuti dalla contraerea etiope. Un grande assalto fu attuato il 19 ottobre, ma i somali furono respinti dopo aver subito più di 200 morti; e il 23 ottobre i somali tentarono una nuova offensiva, non più da sud come prima, ma da nord-ovest. Anche questa volta le forze somale si ritirarono dopo aver perso altri 600 soldati. Nel frattempo, per evitare ulteriori perdite, gli etiopi concentrarono a Dire Dawa i propri mezzi corazzati, cioè tutti i carri armati M-47 rimasti e la maggior parte dei carri armati leggeri M-41. Il 30 ottobre, i somali tentarono un’altra offensiva, mentre gli etiopi schierarono con gli elicotteri altri 2 battaglioni di commando paracadutisti, permettendo ai difensori di resistere a una settimana di assalti nemici. Ma il 4 novembre, i somali avanzarono costringendo gli etiopi ad inviare la 2.da Brigata paracadutisti. I somali avevano concentrato i rifornimenti presso Jijiga, che perciò l’aviazione etiope sottopose a continui attacchi. Il 16 novembre, iniziò un’altra offensiva somala, nello stesso luogo in cui il primo assalto era fallito, il 23 ottobre; ma questa volta l’assalto fu accompagnato dai bombardamenti intensivi con i lanciarazzi multipli BM-21 Grad e dalle sortite dei MiG-17. I somali finalmente sfondarono le difese, ma con un’operazione d’assalto eliportato, le due brigate di paracadutisti etiopi bloccarono il nemico; e lo stesso giorno 2 F-5E, 2 F-5A e 2 Canberra dell’ETAF bombardarono la base avanzata somala di Jeldessa, che ospitava il principale deposito di munizioni della Somalia. Gli etiopi persero un caccia F-5A, ma il deposito di munizioni somalo fu letteralmente spazzato via e l’offensiva somala fu fermata, per sempre.
1-onxe1-siduwvc2_xvmpkcw Proprio mentre l’offensiva era bloccata, Siad Barre commise un grave errore geopolitico. I sovietici appoggiavano il suo regime, ma erano contrari all’invasione dell’Ogaden, e quando si avvicinarono all’Etiopia del Derg, la Somalia passò all’occidente. Nelle prime fasi della guerra dell’Ogaden, Barre visitò Mosca nel tentativo di mantenere neutrali i sovietici, mentre contemporaneamente negoziava con la NATO l’invio di armi. Così Leonid Brezhnev si rifiutò d’incontrarlo quando si recò a Mosca ai primi di novembre. Il 13 novembre 1977, per reazione, Barre stracciò il trattato di amicizia con l’URSS, firmato solo nel 1974, ed espulse i 20000 consiglieri e cittadini del Patto di Varsarvia presenti in Somalia. Ciò aggravò di molto la situazione militare della Somalia, tanto più che il 25 novembre 1977 i sovietici crearono uno dei più grandi ponti aerei della storia militare, impiegando 225 aerei da trasporto Antonov An-12BP e An-22 Antej, e Iljushin Il-18 e Il-76, trasportando rifornimenti militari da Tashkent ad Addis Abeba facendo scalo a Baghdad e Aden. Il tutto avvenne sotto la supervisione del contingente di 1500 consiglieri militari sovietici, diretto dal Generale Vasilij Petrov, presente ad Addis Abeba. Il comandante della missione degli istruttori aeronautici sovietici era il Tenente-Generale G. Dolnikov. A dicembre, giunse ad Addis Abeba il grosso del contingente dei consiglieri cubani, comandato dal Maggior-Generale Arnaldo Ochoa. E il 28 dicembre 1977 divenne operativo il primo battaglione corazzato cubano.
Nei successivi sei mesi, i sovietici sbarcarono sull’aeroporto internazionale Bole, di Addis Abeba, circa 600 carri armati T-55, T-62 e PT-76, 300 blindati BMP-1 e BRDM-2, più di 400 pezzi di artiglieria. L’Etiopia ricevette 2 velivoli d’addestramento MiG-15UTI, 13 cacciabombardieri MiG-17, 8 aerei d’addestramento MiG-21UM che sostituirono i caccia leggeri statunitensi F-86 negli squadroni di addestramento dell’ETAF. Furono anche trasferiti 40 MiG-21MF, che riequipaggiarono completamente la prima linea dell’ETAF. Già nel gennaio 1978 diversi piloti etiopi erano pronti a volare sui caccia sovietici MiG-21. Ora l’ETAF disponeva di circa un centinaio di aerei. Inoltre, Cuba inviò 18000 consiglieri in Etiopia, assieme a un distaccamento di 40 piloti istruttori della DAAFAR (Defensa anti-aerea Y Fuerza Aérea Revolucionaria) che costituì il 4.to Squadrone indipendente dell’ETAF, sotto il comando del Tenente-Colonnello pilota Ruben Interián e del Tenente-Colonnello Luis Alonso Reina, diplomatisi presso l’Accademia della Difesa Aerea Kalinin di Mosca. Così i cubani schierarono uno squadrone di cacciabombardieri MiG-17F e uno di caccia MiG-21bis, e anche 2 aerei da ricognizione tattica MiG-21R, per un totale di 40 piloti. Inoltre, Petrov creò una potente forza eliportata basata su 10 elicotteri pesanti Mil Mi-6 e 20 elicotteri da trasporto medio Mil Mi-8T, scortati da 6 elicotteri d’attacco Mil Mi-24A. Tale forza poteva trasportare i blindati leggeri ASU-57, armati con un cannone anticarro da 57mm. Oltre ai sovietici e ai cubani, furono schierati in Etiopia anche oltre 200 consiglieri cecoslovacchi, polacchi e tedeschi. I polacchi inviarono anche 2 piloti e 20 tecnici specializzati nell’impiego dei caccia F-5, che continuarono a volare grazie ai pezzi di ricambio ricevuti dal Vietnam e dall’Iran. Inoltre, la Repubblica Popolare Democratica dello Yemen integrò i suoi 2 battaglioni corazzati inviando in Etiopia altri 2000 effettivi. Infine, il 4 dicembre i sovietici lanciarono il satellite da ricognizione Kosmos 964, che sorvolò la regione il 17 dicembre trasmettendo all’ETAF le immagini delle basi aeree somale di Berbera e Hargeisa, dando un quadro dettagliato delle forze aeree somale.
Venne costituito anche un centro di coordinamento operativo per tutte le forze estere presenti in Etiopia, uno Stato Maggiore Congiunto guidato politicamente dal Presidente etiope Mengistu e militarmente dal Generale Arnaldo Ochoa, coordinato da cinque generali etiopi, otto cubani, cinque sovietici e due yemeniti.
tumblr_inline_o35yf4uc7b1t90ue7_1280Siad Barre fu spaventato dalla presenza del contingente militare cubano-sovietico, sapendo inoltre che la sua aviazione era ridotta al lumicino, incapace di mantenere i pochi velivoli rimasti. Siad Barre quindi chiese aiuto, e il primo a soccorrerlo fu il Pakistan, che inviò 20 piloti e 120 tecnici per riparare i velivoli velivoli sopravvissuti. Seguirono Arabia Saudita, Quwayt ed Egitto che, istigati da Washington, cominciarono a finanziare i guerriglieri eritrei e il governo somalo al fine di “fermare l’espansione comunista nella regione”. Furono inviati rifornimenti di armi e pezzi di ricambio. Ma ciò non bastò, dato che dopo più cinque mesi di combattimenti le forze armate somale si erano esaurite. Il 6 gennaio 1978, il presidente egiziano Anwar Sadat accusò i cubani di bombardare le truppe somale e annunciò il pieno sostegno alla Somalia, inviando piloti e tecnici dell’aeronautica per ricondizionare gli ultimi MiG somali. Anche Arabia Saudita e Iraq inviarono molti pezzi di ricambio, munizioni e personale. L’Egitto inviò anche carri armati T-54 e pezzi di artiglieria, mentre l’Arabia Saudita inviò carri armati M-47 e Centurion, e vi addestrò il personale somalo. Iraq ed Egitto inviarono cacciabombardieri MiG-17F e 2 caccia MiG-21MF, pilotati da pakistani ed egiziani. Gli egiziani riattivarono anche delle postazioni di missili antiaerei S-75 e S-125. Tutto il materiale ricevuto dai somali veniva immediatamente spedito al fronte.
Il 27 dicembre 1977, gli ultimi 4 caccia F-5E etiopi attaccarono Berbera, con il sostegno di un C-119K che operava come posto di comando volante. I caccia danneggiarono la pista e distrussero 1 cargo Antonov An-24/26 e 1 caccia MiG-21 somali. Così, all’inizio del 1978, i caccia somali non osarono più sorvolare l’Ogaden. L’8 gennaio 1978, un caccia F-5A e alcuni caccia MiG-21MF etiopi, assieme a MiG-17F e MiG-21bis cubani, effettuarono una serie di attacchi aerei sulle posizioni somale. La base aerea di Hargeisa fu attaccata diverse volte dalle forze combinate, creando ulteriori danni all’aviazione somala. Inoltre, le forze aeree combinate concentrarono gli attacchi presso Harar, infliggendo ai somali pesanti perdite, anche se la contraerea somala impiegò tutte le armi disponibili, come i missili portatili Strela-2 e i sistemi antiaerei ZSU-23-4.

Fairchild C-119K

Fairchild C-119K

Il 22 gennaio 1978, venne scatenata la grande controffensiva cubano-etiopica, che contava su 35 battaglioni, 270 carri armati e 162 pezzi di artiglieria, appoggiati da 46 aerei da combattimento. L’obiettivo era liberare Harar e Dire Dawa e preparare il terreno per la grande controffensiva su Jijiga, la base principale delle operazioni somale nell’Ogaden. Facendo largo uso dei velivoli da ricognizione tattica MiG-21R, i cubani incrementarono il vantaggio tattico delle forze combinate raccogliendo informazioni sulle posizioni somale, tra cui la difesa antiaerea e le linee logistiche, permettendo di concentrare gli attacchi su obiettivi strategici e ridurre la resistenza del nemico. Anche i somali avevano concentrato 27 brigate, 135 carri armati, 100 blindati e 205 pezzi di artiglieria in vista dell’assalto su Harar, ma furono fermati dalle difese etiopi, mentre l’ETAF bombardò le retrovie somale colpendo depositi e convogli. In pochi ore l’offensiva somala fallì e il relativo fronte crollò. Lo stesso giorno, gli ultimi 4 F-5E e 4 caccia MiG-21MF dell’ETAF attaccarono la base aerea somala di Hargeisa, distruggendo la stazione radar e 6 velivoli. Il 23 gennaio, a Fedis gli etiopi catturarono 15 carri armati, 48 pezzi di artiglieria, 7 cannoni antiaerei e numerosi blindati somali, e a fine gennaio raggiunsero passo Karamara. Ad Harar i combattimenti durarono fino al 2 febbraio, quando i somali si ritirarono dopo aver perso 57 carri armati e 50 pezzi di artiglieria, e subito 4000 soldati tra morti, feriti, prigionieri e disertori. In seguito, mentre l’esercito etiope dilagava in tutto l’Ogaden, gli F-5A e 2 Canberra etiopi bombardarono le linee dei rifornimenti somali, mentre i piloti cubani si concentrarono sulle difese aeree somale costituite da ZSU-23-4 Shilka e da squadre dotate di MANPADS. I MiG-17F e MiG-21bis cubani, insieme ai MiG-21MF etiopi, armati di razzi da 57mm e 80mm e di bombe da 250kg, devastarono il sistema logistico somalo, mentre gli F-5A etiopi aumentarono le operazioni d’attacco al suolo e gli F-5E svolgevano le missioni di scorta. In queste operazioni, i somali abbatterono il MiG-17F del tenente Eladio Campos, il MiG-21bis del tenente Raul Hernandez Vidal, che caddero, e il MiG-21bis del Maggiore Benigno Cortés, che riuscì ad eiettarsi, oltre a un F-5A e a un MiG-21MF etiopi.
57_3_a1Il 1° febbraio, le forze etiopi finsero una manovra verso sud, mentre la 1.ma Brigata Paracadutisti, di nascosto, avvolse ai fianchi i somali, sorprendendoli completamente e accerchiandoli a Jijiga. I somali così furono costretti a ritirarsi abbandonarono altri 42 carri armati, 50 pezzi di artiglieria e centinaia di autoveicoli. Nelle retrovie, gli egiziani preparavano i contingenti di rinforzo che venivano inviati subito al fronte. Il 3 marzo 1978 la brigata di carri armati cubani del Generale Fleitas e due brigate di fanteria etiopi, attaccarono Jijiga da sud, con un grande supporto di artiglieria. Le cinque brigate somale stanziate a Jijiga cercarono di opporre resistenza, mentre altre due brigate, schierate a Gara Martha, lanciarono una controffensiva. Ma i somali finirono in una trappola, le forze sovietiche avevano effettuato un’operazione d’assalto eliportato al tergo dello schieramento somalo. 9 elicotteri Mi-6 e una dozzina di elicotteri Mi-8T, guidati dal Generale Petrov e da un piccolo contingente di Spetsnaz russi, decollarono da Dire Dawa e sbarcarono 500 soldati presso Jijiga, garantendosi una vasta area di atterraggio, dove giunse un battaglione di fanteria etiope dotato di mortai e cannoni senza rinculo. Non appena tutto fu pronto, giunse la seconda ondata dell’assalto, quando oltre a 1000 soldati della fanteria etiope e cubana, gli elicotteri Mi-6 trasportarono 70 blindati leggeri ASU-57, consentendo di consolidare le posizioni delle forze combinate. Successivamente, ondate di elicotteri trasportarono altri 3000 soldati e diversi blindati BRDM-1. Il 5 marzo scattò l’offensiva a tenaglia per liberare Jijiga. L’ETAF compì quel giorno 140 sortite contro le posizioni nemiche, e il 6 marzo le forze somale furono completamente distrutte. Sfruttando l’opportunità tattica, il Generale Ochoa ordinò alla seconda brigata di carri armati cubana del Generale Cintra Frias, e ad altre unità di fanteria etiope, di attraversare il passo di Gara Marda, a nord-ovest di Jjiga, accerchiando le forze somale, che dovettero ritirarsi dopo aver subito 6000 morti e perso le armi pesanti. Le forze aeree etiope e cubana compirono più di 250 sortite contro i somali, e si ebbe il primo impiego operativo degli elicotteri d’attacco Mil Mi-24A, che impiegarono razzi da 57mm e bombe contro le truppe somale, e missili anticarro 3M111 Fljuta contro i blindati nemici. Lo Stato Maggiore somalo fu completamente sorpreso e le truppe al fronte iniziarono a disgregarsi, diverse unità fuggirono verso il confine con la Somalia, a 70 km di distanza, mentre l’aviazione combinata bombardava l’ultima base somala dell’Ogaden. Il fronte somalo cedette all’avanzata cubano-etiope, e Jijiga venne liberata.

Generale Vasilij Ivanovich Petrov

Generale Vasilij Ivanovich Petrov

Dopo aver appreso del disastro di Jijiga, Barre ordinò a tutte le truppe di ritirarsi fino al confine. Le forze etiopi inseguirono i resti delle truppe somale che fuggivano verso il confine, mentre l’8 marzo liberavano Degehabur, a 200 km a sud di Jijiga, e delle sacche di resistenza somale si formarono a Fik, Gabredarre e Kelafo, dove però rimasero completamente isolate. Il 13 marzo venne liberata la città di Gode, la prima ad essere occupata dai somali, all’inizio della guerra. Il 23 marzo, l’ultimo posto di frontiera etiope fu ripreso, segnando la fine della guerra dell’Ogaden. Quel giorno divenne operativo, in Etiopia, il primo dei 44 caccia-bombardieri sovietici MiG-23BN ordinati dall’ETAF. Quindi gli etiopi avviarono l’Operazione Lash, per distruggere le forze somale e filo-somale rimaste nell’Ogaden est, e che si concluse ai primi di aprile 1978. E quell’aprile, i tecnici egiziani e pakistani riattivarono 12 caccia MiG-21MF e 4 MiG-17F, e ricostruirono gran parte della base aerea di Hargeisa. Nel maggio 1978, arrivò il primo F-6B (copia cinese del MiG-19SF), dei 12 forniti dalla Cina popolare attraverso il Pakistan. Nel 1980, il contingente cubano iniziò il ritiro. L’ultimo incidente tra Etiopia e Somalia si ebbe nel 1981, quando 2 MiG-21MF etiopi abbatterono 2 F-6B somali sull’Ogaden.
tumblr_inline_o35yldpqct1t90ue7_1280Nella guerra dell’Ogaden, gli etiopi subirono 9800 morti, 10000 feriti ed ebbero 1362 disertori. Cuba ebbe 160 caduti, 100 tra caduti e feriti lo Yemen e 33 i sovietici. I somali ebbero circa 20000 morti. L’Etiopia perse 23 velivoli, tra cui 2 F-5A e 3 F-5E abbattuti dalla contraerea somala, 3 C-47, 8 T-28D e 8 SAAB 17A/B. I somali persero 19 caccia MiG-21, 9 cacciabombardieri MiG-17, 3 aerei da trasporto Antonov An-24/26. L’ETAF aveva compiuto 2865 sortite tra luglio 1977 e giugno 1978, mentre la DAAFAR ne compì 1013. Il ruolo della DAAFAR fu importante; delle 1013 sortite la metà fu svolta dai MiG-17F, e il resto dai MiG-21bis, distruggendo decine di carri armati ed altri mezzi nemici, e subendo la perdita di due piloti. I MiG-21bis cubani non usarono mai i missili aria-aria K-13, dato che gli F-5E etiopi aveva già ottenuto la superiorità area prima dell’arrivo degli aiuti sovietico-cubani. Secondo i rapporti cubani, i piloti somali si rifiutano di combattere quando seppero che i cubani operavano sull’Ogaden. Molti piloti di Siad Barre avevano studiato a Cuba, e questo fu uno dei fattori che portò l’aviazione somala ad interrompere le operazioni di volo, anche su elicotteri o aerei da trasporto. Dopo la guerra, le truppe cubane furono ridotte a 3000 nel 1984, e furono ritirate definitivamente nel settembre 1989, quando dopo 12 anni di collaborazione, più di 40000 soldati cubani avevano prestato servizio in Etiopia. Per Siad Barre, la sconfitta portò al declino del suo potere in Somalia, puntellato comunque dagli italiani, che gli inviarono armi ed elicotteri che alimentarono la guerra civile nel Paese. Il sogno della “Grande Somalia” alla fine portò alla distruzione dello Stato somalo e alla destabilizzazione del Corno d’Africa. L’Etiopia mantenne l’integrità territoriale fino al 1991, quando il crollo dell’URSS e i conflitti interni destabilizzarono la situazione etiope. Nel 1977, l’adesione di Addis Abeba al blocco sovietico inflisse un duro colpo ai guerriglieri del Fronte Popolare per la Liberazione dell’Eritrea (EPLF), mentre gli arabi decisero di sostenere il rivale Fronte di Liberazione dell’Eritrea (FLE). Dal 1978, l’EPLF ricevette sostegno politico dalla Somalia, e politico-militare dal Quwayt, mentre l’FLE ricevette il sostegno politico- militare da Sudan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Quwayt e Yemen, mentre la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen continuò a sostenere l’Etiopia.

MiG-23BN

MiG-23BN

Fonte:
ACIG
Dintel-gid
DITC
K/planes
Urrib2000

La Nazionalizzazione nella Novorossija

Alessandro Lattanzio, 02/03/2017

map_of_the_donbass-e1466782732612Il 1° marzo 2017, i decreti presidenziali della Repubblica Popolare del Donetsk (RPD) e della Repubblica Popolare di Lugansk (RPL) sulla registrazione obbligatoria delle imprese ucraine sul territorio delle repubbliche, entravano in vigore. Contemporaneamente, i centri di distribuzione e i media di proprietà dell’oligarca ucraino Rinat Akhmetov venivano chiusi. “Locali, attrezzature e tutti gli aiuti umanitari sono stati bloccati ed i volontari non vi hanno accesso“, dichiarava un esponente delle iniziative di Akhmetov. La nazionalizzate nelle repubbliche era la risposta al blocco economico e dei trasporti imposto da Kiev al Donbas, in violazione degli accordi di Minsk. “Dalla mezzanotte del 1° marzo, il controllo del governo viene imposto alle pertinenti imprese ucraine nella RPD… È stato introdotto l’amministratore statale della RPL, e le tasse passeranno al bilancio della repubblica“. Erano molte le grandi fabbriche e le miniere ucraine attive sul territorio di RPD e RPL. In particolare, gli impianti metallurgici di Enakievo e Khartsizskoe, del gruppo Metallinvest, nonché le fonderie di Jasinovataja e Makeevka e l’impianto metallurgico di Donetsk, del gruppo Donetskstal, tutte operanti nella RPD. Inoltre, vi erano più di 20 miniere, la più grande delle quali è Zasjadko, a Donetsk, oltre all’azienda OJSC Krasnodonugol, al complesso metallurgico di Alchevsk (della Metinvest), e alle compagnie Rovenkiantratsit e Sverdlovskantratsit (della società DTEK); tutte attive sul territorio della RPL. A fine gennaio, gruppi di nazisti ucraini, tra cui dei deputati della Verkhovna Rada dell’Ucraina, bloccavano il traffico ferroviario dalle repubbliche del Donbas, soprattutto di carbone estratto nel Donbas. In reazione a ciò, Kiev imponeva misure di emergenza nella distribuzione di energia elettrica e numerose industrie interrompevano la produzione. Il 27 febbraio, RPL e RPD annunciavano la cessazione delle forniture di carbone a Kiev e, dalla mezzanotte del 1° marzo, imponevano il commissariamento delle imprese dalla giurisdizione ucraina. E a causa del blocco, numerose grandi imprese locali cessavano la produzione, tra esse appunto l’impianto metallurgico Enakievskij e la società Krasnodonugol del gruppo Metinvest di Rinat Akhmetov. Quindi RPD e RPL creavano il centro speciale per il controllo della transizione delle imprese ucraine commissariate. Il Presidente del Consiglio della RPL Vladimir Degtjarenko dichiarava: “Il centro non intende mantenere solo ‘a galla’ le imprese, ma contribuire all’ulteriore sviluppo e riorientamento verso la Russia“. Sostanzialmente venivano “nazionalizzate” le imprese ucraine nella Novorossija. Secondo il Presidente della RPD Aleksandr Zakharchenko, “A breve termine dovremo ricostruire i mercati dell’industria e convertirli. Il compito principale è assicurare il buon funzionamento delle imprese e salari e lavoro per i lavoratori di queste imprese“. Il Ministro dell’Industria e del Commercio della RPD Aleksej Granovskij sottolineava, “Nonostante le difficoltà sul riconoscimento politico della repubblica, le nostre imprese lavorano con successo con i Paesi dell’estero vicino e lontano. Da più di due anni, la nostra produzione ha sostanzialmente iniziato il processo di ritiro dal mercato ucraino a favore di quello di altri Paesi. Gli ambienti statali e commerciali hanno una certa esperienza in questo“. La RPD esporta più di 50 tipi di merci tra cui prodotti delle industrie leggera, alimentare, chimica, farmaceutica e metallurgica, per un valore pari a 36 miliardi di gryvne all’anno che contribuivano al bilancio nazionale dell’Ucraina, e che da ora in poi invece contribuiranno al PIL della Russia. L’Ucraina a sua volta perderà 2 miliardi di dollari di fatturato estero, a causa del forte aumento delle importazioni in sostituzione di quelle dal Donbas, mentre la regione non sarà più dipendente in nulla dall’Ucraina. Difatti, Kiev chiede che Stati Uniti ed UE impongano le sanzioni a chiunque benefici del “sequestro” dei beni ucraini nelle due Repubbliche novorusse.alexander-zakharchenko-l-and-igor-plotnitskiy-leaders-of-the-donetsk-and-lugansk-peoples-republics-dan-news-photoFonti:
Fort Russ
South Front
South Front
South Front
The Duran

Putin al consiglio del Servizio di Sicurezza Federale

Kremlin 16 febbraio 2017

Vladimir Putin ha partecipato a una riunione annuale allargata del Consiglio del Servizio di Sicurezza Federale (FSB) per discutere i risultati del FSB nel 2016, nonché i compiti prioritari per garantire la sicurezza nazionale della Russia.fsb-putinPresidente della Russia Vladimir Putin: Buon pomeriggio.
Questi incontri annuali del Consiglio del FSB ci danno la possibilità d’incontrarci e non solo di analizzare a fondo e rivedere i risultati dei lavori dell’Agenzia nel periodo, ma anche di discutere a lungo le più importanti questioni della sicurezza nazionale in generale e delinearne le priorità per il futuro immediato e a lungo termine. L’FSB ha un ruolo chiave nella protezione del nostro ordine costituzionale e la sovranità del nostro Paese, e nel proteggere il nostro popolo dalle minacce in patria e all’estero. Lasciatemi dire fin dall’inizio che i risultati dello scorso anno sono stati positivi e mostrano un buon sviluppo. Ciò riguarda il vostro lavoro nel contrastare il terrorismo e l’estremismo, una serie di riuscite operazioni di controspionaggio, i vostri sforzi nel combattere la criminalità economica, e in altre campi. Viene assicurato un elevato standard di sicurezza nei grandi eventi pubblici, tra cui le elezioni della Duma di Stato e le elezioni regionali e locali. Vorrei ringraziare dirigenti e personale per l’atteggiamento coscienzioso verso il lavoro e la tempestività ed efficienza prestata nelle loro funzioni. Allo stesso tempo, le esigenze verso qualità e risultati del vostro lavoro crescono costantemente. La situazione globale non è divenuta più stabile o migliorata nell’anno passato. Al contrario, molte minacce e sfide sono diventate più acute. La rivalità politico-militare ed economica tra i responsabili delle politiche globali e regionali e tra i singoli Paesi è aumentata. Vediamo sanguinosi conflitti continuare in numerosi Paesi in Medio Oriente, Asia e Africa. Gruppi terroristici internazionali, in sostanza eserciti terroristici, che ricevono sostegno tacito e talvolta anche aperto da certi Paesi, prendono parte attiva in questi conflitti.
Al vertice della NATO lo scorso luglio, a Varsavia, la Russia è stata dichiarata principale minaccia dell’Alleanza per la prima volta dal 1989; la NATO ha ufficialmente proclamato che contenere la Russia è la sua nuova missione. E’ con tale obiettivo che la NATO continua ad espandersi. Questa espansione era già in atto, ma ora credono di avere più serie ragioni per farlo. Hanno intensificato il dispiegamento di armi strategiche e convenzionali oltre i confini degli Stati membri principali della NATO. Ci provocano costantemente e cercano di attirarci nel confronto. Vediamo continui tentativi d’interferire nei nostri affari interni, nel tentativo di destabilizzare la situazione politica e sociale nella stessa Russia. Vediamo anche la recente grave fiammata nel sud-est dell’Ucraina. Questa escalation persegue il chiaro obiettivo d’impedire agli accordi di Minsk di andare avanti. Le attuali autorità ucraine, ovviamente, non vogliono una soluzione pacifica a questo problema molto complesso e hanno deciso di optare per l’uso della forza, invece. Per di più, si parla apertamente di organizzare sabotaggio e terrorismo, in particolare in Russia. Ovviamente, è una questione di grave preoccupazione.
Gli eventi e le circostanze che ho menzionato richiedono che i nostri servizi di sicurezza e d’intelligence, in particolare al Servizio di Sicurezza Federale, concentrino al massimo attenzione e impegno sul compito fondamentale della lotta al terrorismo. Abbiamo già visto i nostri servizi d’intelligence assestare potenti colpi ai terroristi e loro complici. I risultati dello scorso anno lo confermano: il numero di crimini connessi al terrorismo è diminuito. Il lavoro di prevenzione ha portato anche risultati. Il FSB e le altre agenzie di sicurezza, con il Comitato Nazionale Antiterrorismo in qualità di coordinatore, hanno impedito 45 reati connessi al terrorismo, di cui 16 attentati pianificati. Meritano speciale gratitudine per questo. È necessario continuare gli sforzi attivi per identificare e bloccare l’attività dei gruppi terroristici, eliminarne la base finanziaria, impedire le attività dei loro emissari provenienti dall’estero e le attività pericolose su Internet, e prendere in considerazione, in questo lavoro, l’esperienza russa e internazionale nel campo. L’omicidio del nostro ambasciatore in Turchia è stato un crimine terribile che in particolare sottolinea la necessità di proteggere i nostri cittadini e le missioni all’estero. Vi chiedo di collaborare con il Ministero degli Esteri e il Servizio d’Intelligence Estero per adottare ulteriori misure per garantirne la sicurezza. Si deve anche lavorare per portare la nostra cooperazione nell’antiterrorismo con i partner esteri ad un nuovo livello, nonostante le difficoltà che vediamo nei vari ambiti della vita internazionale. E’ una priorità, naturalmente, intensificare il lavoro con i nostri partner nelle organizzazioni come Nazioni Unite, CSTO e Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. E’ nel nostro interesse comune ripristinare il dialogo con i servizi segreti degli Stati Uniti e degli altri Paesi membri della NATO. Non è colpa nostra che tali legami siano stati tagliati e non si sviluppino. E’ molto chiaro che tutti i Paesi responsabili e gruppi internazionali dovrebbero collaborare nell’antiterrorismo, perché anche semplicemente lo scambio di informazioni su canali e fonti di finanziamento dei terroristi e persone coinvolte o sospettate di legami con il terrorismo, migliorano sensibilmente i risultati dei nostri sforzi comuni.
Le nostre priorità comprendono saldamente la soppressione dell’estremismo. I metodi della protezione devono andare di pari passo con il continuo lavoro di prevenzione. E’ essenziale impedire che l’estremismo trascini i giovani nelle sue reti criminali, e imporre un fermo rifiuto globale a nazionalismo, xenofobia e radicalismo aggressivo. In questo contesto, di grande importanza è il dialogo aperto con le istituzioni della società civile e i rappresentanti delle religioni tradizionali della Russia. I servizi di controspionaggio affrontano maggiori richieste oggi. I dati operativi dimostrano che l’attività dei servizi segreti stranieri in Russia non è diminuita. L’anno scorso, i nostri servizi di controspionaggio hanno fermato 53 funzionari e 386 agenti dei servizi segreti stranieri. E’ importante neutralizzare gli sforzi dei servizi segreti stranieri per accedere a informazioni riservate, in particolare le informazioni riguardanti le nostre capacità tecnico-militari. Ciò rende prioritario migliorare il nostro sistema di protezione delle informazioni classificate comprese nel segreto di Stato, in particolare dato che le agenzie usano il sistema elettronico di circolazione dei documenti. Vorrei sottolineare che il numero di attacchi informatici alle risorse informative ufficiali si è triplicato nel 2016 rispetto al 2015. In questo contesto, ogni agenzia deve sviluppare il proprio segmento del sistema statale per individuare e impedire gli attacchi informatici alle risorse informative ed eliminarne le conseguenze.
Il pubblico si aspetta maggiori risultati in settori chiave come la sicurezza economica e la lotta alla corruzione. Vi chiedo in particolare un approfondimento nel monitoraggio dei fondi stanziati per gli appalti della Difesa dello Stato (un argomento di cui ho già parlato), i grandi progetti infrastrutturali, la preparazione di grandi eventi internazionali e l’attuazione dei programmi federali socialmente mirati ed importanti. Purtroppo, vediamo ancora molti casi di fondi statali sottratti o indebitamente appropriati. La protezione affidabile dei nostri confini statali ha un ruolo importante nel garantire la sicurezza globale del nostro Paese. La priorità è chiudere i canali attraverso cui membri di gruppi terroristici ed estremisti internazionali entrano in Russia, e porre fine a ogni forma di contrabbando, dalle armi alle droghe e a varie risorse biologiche. Naturalmente, dobbiamo continuare il lavoro per sviluppare le infrastrutture di confine non ancora sufficientemente sviluppate, in particolare in Estremo Oriente e nella regione artica.
Colleghi, vorrei sottolineare che continueremo a sostenere i rami centrali e regionali del FSB e ad assicurarci che abbiano le armi e le attrezzature più avanzate. Continueremo anche a prestare attenzione alle disposizioni in materia sociale per il personale del FSB e i loro familiari. Vi auguro di riuscire a proteggere i nostri interessi nazionali e la sicurezza del nostro Paese e del nostro popolo. Sono certo che continuerete a lavorare sui vostri obiettivi con dignità.
Grazie per l’attenzione.CRIMEA-UKRAINE-RUSSIA-POLITICS-CRISIS-HISTORY-WWIITraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il significato del discorso di Putin sul “terrorismo ucraino”

Rostislav Ishenko, RIA Analytics, 18 febbraio 2017 – Fort Russ2694ce06cf469d54fe24738726df1692Il 16 febbraio, in occasione della riunione annuale del Collegio del Servizio di sicurezza federale russo (FSB), Vladimir Putin attirava particolare attenzione sulla situazione nel sud-est dell’Ucraina. Secondo il Presidente, le autorità ucraine aggravano deliberatamente la situazione nella zona del conflitto nel Donbas, violando gli accordi di Minsk e puntando sulla soluzione militare del problema. Il Capo dello Stato ha anche sottolineato che le autorità di Kiev “parlano apertamente di organizzare sabotaggio, terrorismo e sovversione anche in Russia“.

Un segnale all’occidente
E’ chiaro che l’azione antiterrorismo e di contro-intelligence sia al centro delle operazioni del FSB. Ma è anche chiaro che le dichiarazioni del Presidente, rese pubbliche, sono destinate principalmente al pubblico estero. Dopo tutto, la leadership del FSB può essere istruita in segreto. Inoltre, nessuno dubita che fin dall’inizio della guerra civile in Ucraina, l’FSB abbia seguito i tentativi di portare la guerra nel territorio russo. Dal 2014, la stampa ha periodicamente lanciato informazioni sull’arresto di cittadini ucraini e russi catturati mentre spiavano il territorio della Russia per conto di Kiev, o vi preparavano attentati terroristici. Così, la dichiarazione del presidente è destinata non al pubblico russo, ma estero, ma non ucraino. Se si volesse appellare al governo ucraino, avverrebbe con i canali diplomatici. Questa affermazione non è neanche la minaccia della risposta militare alle provocazioni ucraine. In caso contrario, sarebbe stata fatta al collegio del Consiglio di Sicurezza del Ministero della Difesa. La scelta del luogo e della forma dell’affermazione indica chiaramente che si tratta di un segnale inviato ai nostri partner occidentali. L’FSB può condurre ampie operazioni antiterrorismo. Va notato che le azioni preventive contro i terroristi e i loro capi sono una delle componenti principali dell’azione del FSB, non necessariamente limitate al territorio russo. Certo, le operazioni sul territorio di un altro Stato sono limitate da condizioni rigorose. Affinché le misure antiterrorismo preventive sul territorio straniero siano giustificate dal punto di vista del diritto internazionale, lo Stato in questione deve essere in guerra o aver subito un attacco non provocato. C’è ancora un altro scenario sancito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: la perdita da parte di un governo del controllo sul territorio da cui provengono le attività terroristiche. Questo scenario non è rilevante in questo caso tuttavia, dato che la comunità internazionale non considera il governo di Kiev incapace di controllare la situazione sul territorio dell’Ucraina. Eppure finora Kiev ha attuato ogni genere di provocazioni contro la Russia, anche sanguinose (in Crimea) come le iniziative di singoli rifiutandosi di riconoscerne l’appartenenza alle proprie agenzie di sicurezza. La reazione della Russia, tuttavia, si limitava alle proteste diplomatiche, documentando le provocazioni e raccogliendo le prove del coinvolgimento del primo direttorato dell’intelligence (GUR), del SBU e dello Stato Maggiore dell’Ucraina, presentandole alle organizzazioni internazionali.

Terrorismo di Stato
A quanto pare, la massa delle prove raccolte è decisiva e un secondo aspetto, il diritto internazionale, viene ora attivato. La dichiarazione del Presidente Putin era preceduta da una relazione del Comitato investigativo della Federazione Russa che ha raccolto prove necessarie e sufficienti a condannare le autorità ucraine per gli attacchi terroristici nelle zone residenziali nel Donbas usando missili balistici Tochka-U. Tali azioni sono state classificate dal Comitato investigativo come uso di armi di distruzione di massa (ADM) contro la popolazione civile. La dichiarazione di Putin si basa sulla conclusione logica della relazione della Commissione d’inchiesta. L’uso di ADM contro la popolazione civile va qualificata non solo crimine di guerra, ma terrorismo di Stato. Così anche le operazioni sovversive e terroristiche contro uno Stato in situazione di pace. Esattamente di ciò Vladimir Putin accusa le autorità ucraine. Negli ultimi anni le autorità statali che hanno sancito azioni qualificate come terrorismo di Stato, sono state riconosciute dalla comunità internazionale come “illegittime”. L’applicazione di tale etichetta a Husayn, Gheddafi e Assad suggerisce che la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non sia necessaria, bastano a supportarla fatti (anche infondati) e dichiarazioni dello Stato che si considera vittima. I precedenti stabiliti dagli Stati Uniti negli ultimi 20 anni permettono l’uso di tutte le misure contro i “regimi illegittimi”, anche operazioni militari, speciali, da ricognizione e in sostegno dichiarato ai governi alternativi ribelli in guerra civile contro il regime. Nell’applicare qualsiasi di queste misure, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sarebbe auspicabile, ma non necessaria. Come gli avvenimenti in Jugoslavia, Iraq, Libia e Siria hanno dimostrato, è facile andare oltre le disposizioni della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o semplicemente farne a meno.

Il diritto di reagire
La Russia si è sempre impegnata nel rispetto rigoroso delle norme e procedure stabilite dal diritto internazionale. Pertanto, non vi può essere alcun dubbio sulla serietà dell’affermazione dal Presidente Putin, che non l’avrebbe fatta senza prove inoppugnabili e la consapevolezza dell’impossibilità di fermare il governo ucraino in qualsiasi altro modo. In altre parole, la Russia è pronta a fornire alla comunità internazionale le prove delle criminali attività sovversive delle autorità di Kiev. Naturalmente, sappiamo che anche la prova più inoppugnabile non ne garantisce l’accettazione dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dove ognuno ha i propri interessi e tutti i membri permanenti hanno potere di veto. La situazione con il Boeing malese, il cui colpevole la commissione d’inchiesta internazionale non ha identificato non avendo esaminato le informazioni fornite dalla Russia, è la migliore prova dell’attuale politica dei doppi standard. Tuttavia, vi è un punto interessante. Le attività terroristiche sanzionate dalle autorità di uno Stato contro un altro (ad esempio, il terrorismo di Stato) non sono semplicemente un atto di aggressione non provocata, ma un attacco armato. L’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite consente allo Stato aggredito il diritto all’autodifesa individuale o collettiva, il cui contenuto va deciso dallo Stato stesso, obbligato ad almeno “immediatamente informare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulle misure adottate e ad interromperle non appena il Consiglio adotta le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale”. In tale scenario, il sistema delle Nazioni Unite è dalla parte della Russia. Mosca ha potere di veto, e senza il suo consenso il Consiglio non può adottare una decisione vincolante e, quindi, non può “adottare misure in modo indipendente”. Così Putin segnala ai nostri “partner” occidentali che se non danno una calmata alle autorità di Kiev, allora la Russia è pronta ad adottare misure che, pur unilaterali, sono pienamente coerenti con il diritto internazionale, nello spirito e lettera della Carta delle Nazioni Unite. E come ciliegina sulla torta, Putin tiene all’oscuro su quali misure saranno adottate (asimmetriche). Dopo tutto, il FSB non riferisce i suoi piani al dipartimento di Stato.vladimir-putin-4Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La situazione in Novorussia

Jurij Podoljaka, Naspravdi, 1 febbraio 2017 – South Frontxavdeevka-jpg-pagespeed-ic-l3rlyus1hjE’ il terzo giorno di combattimenti nella zona sud-est della città di Avdeevka. L’attacco breve e relativamente riuscito di una compagnia del 1° Battaglione della 72.ma Brigata Meccanizzata dell’UAF, intrapreso prima dell’alba del 29 gennaio, ha portato a conseguenze del tutto inaspettate per chi ha autorizzato l’operazione. La mattina del 30 gennaio tutto richiamava lo scenario di Svetlodarsk. Un breve attacco, poi la difesa. Poi diversi giorni di duelli con l’artiglieria per registrare un’altra “vittoria”. Ma già i combattimenti del 30 gennaio mostravano che i leader delle Forze Armate di Novorussia (NAF) hanno deciso non solo di recuperare le posizioni perse, ma coglievano l’occasione per liberare la zona industriale di Avdeevka.

L’importanza della zona industriale di Avdeevka
Questo settore ha un’enorme importanza tattica. La zona non solo copre l’autostrada Donetsk-Avdeevka, parallela alla linea del fronte, ma può anche essere un’utile area logistica per l’eventuale avanzata su Avdeevka. La zona industriale di Avdeevka, se liberata dalle NAF, è un vero e proprio chiodo nel culo del comando delle UAF. Se non lo è, le UAF possono dimenticarsi ulteriori avanzate su Jasinovataja e periferia nord di Donetsk, obbligandole anche a creare una linea difensiva lungo la periferia meridionale di Avdeevka che, considerando il terreno, richiederebbe molte più risorse, un fardello grave per il comando della 72.ma Brigata data la grave carenza di risorse. La zona è d’importanza cruciale per le NAF per gli stessi motivi. Controllando la zona, può essere difesa efficacemente con meno forze ed anche essere utilizzata per lanciare operazioni offensive. Da qui l’intensità dei combattimenti e il desiderio ostinato di controllare il territorio, come evidenziato da quasi un anno (i primi gravi scontri si ebbero nel febbraio 2016).

I combattimenti del 31 gennaio
La situazione complessiva nella zona di Avdeevka, il 31 gennaio, diveniva drammatica per le UAF. La loro tattica non prevedeva la necessità di avanzare sugli avamposti delle NAF, da cui le piccole dimensioni dei gruppi d’assalto utilizzati (diversi plotoni). Tali gruppi d’assalto ora hanno subito tre giorni continui di bombardamenti dall’artiglieria delle NAF (le posizioni delle UAF nella zona furono sottoposte al tiro pesante di cannoni di ogni calibro). Secondo le UAF, ciò non gli consente di evacuare i feriti (e la temperatura è sotto lo zero) e di rifornire munizioni. Questa è la causa dell’alta percentuale di caduti, data l’incapacità di un soccorso medico tempestivo (come risulta anche nei succinti rapporti ufficiali sulle perdite). A giudicare dalle informazioni disponibili, le NAF, avendo un’artiglieria significativa concentrata nel settore e sapendo che il nemico è limitato a una porzione insignificante di terreno ed è incapace di avanzare ulteriormente, intende ripetere l’operazione di Debaltsevo portando il “presidio” alla disperazione con una combinazione tra “rullo compressore” dell’artiglieria e blocco logistico. Secondo quanto riferito dalla zona dei combattimenti, le NAF hanno effettuato diversi attacchi con piccoli gruppi e avanzano verso la zona industriale. La prova indiretta dei combattimenti ravvicinati sono gli ospedali di Dnepropetrovsk che ricevono vittime con ferite da proiettile (non era accaduto il 30).

La sconfitta sul fronte diplomatico
E’ già evidente che Kiev ha capito di aver sbagliato ad Avdeevka e cerca una via d’uscita nel problema che ha creato. Anche la Germania si volge contro il regime di Kiev accusandolo dell’escalation del conflitto, che non faceva parte dei piani del regime. E’ da questo punto di vista che va esaminata la vicenda del black-out ad Avdeevka. Ancora la sera del 30, Kiev chiedeva aiuto usando tutti i canali diplomatici, nella speranza che gli intermediari si precipitassero a fermare i combattimenti e a permettere a Kiev di tenere le posizioni occupate. Ma non è accaduto. E’ degno di nota che il messaggio non sia stato preso in considerazione dai media europei e degli Stati Uniti, nella forma accettabile per Kiev. Per di più, la stampa tedesca ha direttamente accusato Kiev di aver scatenato la nuova fase della guerra al Donbas. Il silenzio della nuova amministrazione di Washington parla chiaro, indicando a Mosca che è affar suo e che ha pieno diritto di punire un vassallo ribelle senza conseguenze negative. Ciò in una certa misura libera le mani delle NAF (anche se probabilmente entro certi limiti geografici)… Ognuno ha deciso di dare a Kiev una lezione. I boss sono d’accordo nel far dare a Poroshenko una scappellata dalle NAF, in modo che non agisca contro il nuovo inquilino della Casa Bianca. Mosca, per quanto s’è capito, non ha motivi di trattenere la rabbia delle NAF. Così già dalla mattina del 31, le stelle si allineavano per poter bastonare i provocatori. Perciò i piani di Kiev sono cambiati un po’. Ancora nella mattina del 31, la popolazione di Avdeevka si preparava all’evacuazione completa, annullata la sera. Inoltre, tutte le risorse dell’EMERCOM e delle autorità locali sono state impiegate per integrare l’infrastruttura. Il regime è consapevole che in questo momento la popolazione di Avdeevka sia in realtà uno scudo umano (come gli abitanti di Aleppo per i terroristi siriani). Che siano stati autorizzati/costretti a lasciare le case, non si può credere che le NAF si fermino dopo aver liberato la zona industriale di Avdeeka, il che significa che va fatto tutto il possibile per proteggere gli abitanti (che sono tutti “separatisti”) per non congelarsi mortalmente e non lasciare i “difensori” affrontare i “terroristi”, molti dei quali hanno indirizzo ad Avdeevka e da tempo sognano il ritorno nella città natale…01feb_eastern_uk_ukraine_war_mapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora