Occhio agli “analisti”: come valutare le operazioni russe in Siria

Valentin Domogadskij, PolitRussia, 16 novembre 2015 – Fort Russ676731“Sulla ‘lentezza’ delle operazioni in Siria”
Già alla quinta settimana, gli aerei russi hanno metodicamente e in maniera abbastanza efficace spazzato gli islamisti dalla faccia della Siria, aiutando attivamente le forze governative siriane ad avviare un’offensiva su larga scala il 6 ottobre. Nonostante queste operazioni politiche e militari siano ampiamente, quasi comodamente, presentate oggi, la blogosfera è piena di delusione e tristezza. Più di un mese fa, decine di analisti competenti ed esperti sulla crisi ucraina, scoprendosi analisti negli affari militari, nelle strutture organizzative del terrorismo moderno e del mosaico etnico-religiosi del Medio Oriente, sottolineavano di non vedere successi nelle operazioni offensive dell’Esercito siriano sostenute dall’Aeronautica russa. Aleppo apparentemente non è stata presa, Palmyra non è stata presa, e Idlib non è stata presa. Da ciò concludevano che i nostri bombardamenti non avevano alcun effetto e che l’Esercito arabo siriano non sapesse combattere. Tuttavia, tale ragionamento non è recente.

Come hanno “mollato” il Donbas
Osservammo un fenomeno simile durante il conflitto nel sud-est dell’Ucraina. Molti prestarono attenzione a coloro divenuti improvvisamente noti capi del “movimento antifascista”. Figli fedeli della Patria ieri, schioccando le dita cambiarono indirizzo unendosi a coloro che dicevano che “Putin li ha mollati”. Molti presumono che costoro fossero sponsorizzati. Tuttavia, questo “salto dei patrioti” ha una spiegazione molto più semplice. I top blogger e attivisti che al momento furono costretti a lasciare l’Ucraina, consideravano l’inizio della rivolta in Donbas come il loro biglietto per la grande politica. Supponendo che il Cremlino avesse bisogno di gente fedele e popolare sul campo per realizzare la presunta idea della “Novorossija da Kharkov a Odessa”, i top blogger iniziarono a darsi un’immagine. E in politica, è noto, la cosa principale è farsi bello e non scomparire dai notiziari. Vedendo la necessità di aumentare peso politico, “gli attivisti antifascisti” furono costretti a prendersi cura della propria immagine. Così cominciarono maratone di analisi interminabili sui social media, ad apparire su show politici popolari, su trasmissioni in diretta via Skype, a partecipare a numerosi convegni e presentazioni nei rispettivi club. L’uomo d’affari più intelligente organizzò consegne umanitarie, all’epoca lo strumento più efficace per entrare nell’élite manageriale locale. Dopo tutto, chi “nutre” poi “dirige lo spettacolo”. Così, il sorprendente attivismo di numerosi blogger e attivisti antifascisti non va spiegato con la filantropia (anche se c’era), ma da banale interesse personale. Costoro semplicemente desideravano entrare nella politica ucraina con le baionette delle Forze Armate della Federazione russa o delle Forze Armate della Novorossija. Si ritagliarono dei feudi succosi per se stessi, coltivando una buona immagine, buoni rapporti con l’élite locale e alimentando gente. Tuttavia, i sogni bagnati dei “rifugiati ucraini” non si avverarono mentre la leadership politico-militare russa aveva una propria visione del futuro dell’Ucraina. E questo futuro non era risolvere il conflitto con carri armati che sfilasero fino al confine moldavo. Ciò istantaneamente azzerò tutti i piani ambiziosi di queste persone per ritornare nella grande politica ucraina. Il risentimento verso il Cremlino che aveva “abbandonato tutto” e “preso a calci” respingendo il Donbas, apparve proprio allora. Molti semplicemente si consideravano i futuri assistenti dei sindaci di Odessa o Dnepropetrovsk. Altri videro nel loro futuro, come minimo, la nomina a feldmarescialli bianchi della Novorossija. Tuttavia, niente di tutto ciò è avvenuto. Ma tale insignificante categoria di disfattisti c’interessa solo nel contesto della prostituzione politica. La natura dell’origine del basso morale nella società è molto diversa nel caso dei patrioti adeguatisi nella parte di chi si vedeva nel campo dei “futuri funzionari della Novorossija”. La categoria di coloro che affermano “ci hanno piantato in asso” è costituita principalmente da osservatori e analisti politico-militari che, per la natura stessa della loro professione, sono obbligati a fare previsioni. E questi esperti, come molti altri, hanno una certa caratteristica. Ricorrono alla pratica banale della “traduzione” del punto di vista delle autorità ufficiali politico-militari, avanzando le proprie personali visioni dei problemi come verità…
Così, nel tempo apparve l’idea dell’assalto inevitabile a Marjupol, Perekop, Kiev e Lvov da parte delle milizie. Tali autori dichiararono categoricamente che le FAN avevano tutte le risorse e la forza necessarie, che tali piani erano già sui tavoli dei rappresentanti della leadership politico-militare e che tutto ciò poteva iniziare da un giorno all’altro. Ma poi il Cremlino intervenne e costrinse le repubbliche agli “accordi traditori di Minsk”. In questo caso si tratta di un grazioso sofisma. L’autore, privo di qualsiasi dote letteraria, avanza materiali analitici basati esclusivamente su una comprensione personale di problemi, condizioni e politica dell’alta dirigenza. In parole povere, questi analisti si agitano come traduttori ufficiali di Mosca, mettendo il loro timbro come se fossero il Cremlino. In poche parole, quest’armata di analisti e blogger, dopo il referendum in Crimea e la comparsa di Strelkov a Slavjansk, si convinse che Mosca volesse riprendersi tutta l’Ucraina con l’ausilio di strumenti coercitivi. Cioè, domani ci prenderemo Kharkov e dopodomani Odessa, e dopo una settimana Kiev. Ma a un certo punto, la fragile immagine del mondo di questi analisti s’infranse contro la dura realtà in cui non vi era alcun intervento militare diretto delle Forze Armate della Federazione Russa nella crisi ucraina. Cosa fare con le migliaia di analisi e previsioni pubblicate co n l’etichetta “Mondo russo” e “Novorossija da Kharkov a Odessa”, era completamente ignoto. Autori decenti o modesti hanno ignorato la nuova configurazione politica e riconosciuto di essersi esaltati. Il resto ha perseverato. Presumibilmente, l’analista ha ragione, la convinzione è immutata, ma il problema è la leadership politico-militare del Cremlino che non capisce quello che fa (“un passo avanti, due indietro”) o è semplicemente spaventato. Cioè, questi autori agivano per conto del Cremlino, senza alcuna idea di ciò che accadeva al Cremlino. E oggi oppongono alla leadership politico-militare della Russia le proprie idee dello scorso anno._85957922_syria_us_russian_airstrikes_624Come “abbandonano” la Siria
Qualcosa di analogo accade oggi. Ai primi di ottobre, dopo i primi bombardamenti delle forze aeree russe, quest’armata di analisti “ucraini” ha cominciato a indossare i berretti dei combattenti siriani. Presumibilmente, dopo un mese o due le forze governative avrebbero guadato l’Eufrate. La forza aerea russa è intervenuta comunque. L’insaziabile desiderio di battere il nemico senza una lotta seria e senza prenderlo sul serio costituisce la radice della “frustrazione” attuale per la situazione in Siria. Come nel caso del conflitto in Donbas, gli analisti bollano come se fossero al Cremlino e avanzano le proprie opinioni personali sulla prossima offensiva delle forze governative sostenute dagli aerei russi, come se fossero i piani del nostro (o siriano) Stato Maggiore generale. Abbiamo tracciato il processo di “evoluzione analitica” di un certo numero di esperti popolari, notando un modello interessante: ai primi di ottobre, gli osservatori si precipitarono a dare le loro previsioni sulle prospettive dell’operazione, personalizzando informazioni e rapporti dal fronte, ma ignorando le notizie. Così, all’inizio della terza settimana delle operazioni di terra governative, il divario tra ciò che accade in Siria e le analisi divenne evidente, e gli autori incolparono delle discrepanze Ministero della Difesa ed Esercito arabo siriano. Proprio come nel caso del Donbas, le previsioni dei blogger non si realizzarono non a causa della totale incompetenza dei preveggenti, ma a causa degli “errori di calcolo” della leadership militare-politica russa. È un classico. Tuttavia, la fonte principale degli umori disfattisti e decadenti non è chi non tratta seriamente la situazione, ma analisti abbastanza competenti e rispettati. Sono specializzati, di regola, sulla crisi ucraina, cabala russo-americana e tematiche europee. Tuttavia, la decisione della nostra leadership politico-militare ha modificato l’agenda delle informazioni, e in relazione a questo, costoro si sono rivolti al conflitto siriano. E la rapida lettura delle loro analisi sugli eventi in Siria gli dà una “scorciatoia” nel raccontare il conflitto. Purtroppo, tutta questa “bella scrittura”… sembra abbastanza convincente, soprattutto per coloro che hanno iniziato a seguire il conflitto siriano dal 30 settembre di quest’anno.

“Non leggere i giornali sovietici prima di pranzo”
Se ci estraessimo da tale orgia letteraria sul conflitto siriano, l’avanzata delle forze governative con l’appoggio degli aerei russi va sicuramente definita un successo. In un mese, più di 120 aree residenziali, dieci delle quali nodi di comunicazioni strategicamente importanti, sono state liberate. Circa 60 capi ed emiri sono stati liquidati. La direzione degli islamisti a Idlib, Hama e Homs è stata parzialmente disorganizzata, e più di 300 strutture di comando sono state distrutte. Hanno anche problemi con i rifornimento ai combattenti. Circa 200 officine e fabbriche per la produzione di munizioni sono state distrutte. In particolare, ciò è dimostrato dal rapido declino dei lanci di missili anticarro… Tra l’altro, il processo della soluzione politica del conflitto ha recentemente raggiunto un nuovo livello: i partiti hanno già scambiato le liste di terroristi e “moderati”, riconoscendo la necessità di mantenere lo Stato laico e deciso che Assad non debba necessariamente andarsene… Sulla “lentezza” dei progressi delle forze governative, concentriamoci su due operazioni militari che hanno alcune somiglianze con l’attuale offensiva dell’EAS.
La prima operazione è stata l’assalto alla città irachena di Falluja da parte delle forze della coalizione statunitense nel novembre 2004. Il contingente d’occupazione di 14000 combattenti si oppose a quasi 3000 islamisti. Prima dell’assalto, alcuni isolati della città furono bombardati dagli aerei della coalizione. L’operazione a terra durò tre settimane. Cioè, l’esercito professionale statunitense, quattro volte la forza degli islamisti… impiegò tre settimane per affrontare 3000 combattenti. L’esercito siriano ha avuto una dozzina di Falluja con militanti in prima linea. Tuttavia, il livello di prontezza al combattimento delle forze governative non è paragonabile all’esercito statunitense del 2004. E, ancora una volta, la forza aerea russa non ha la possibilità di radere al suolo sistematicamente città secondo il principio “niente casa, niente problemi”. I ribelli in Siria oggi, in confronto alle forze che resistettero agli statunitensi nei primi anni dell’occupazione dell’Iraq, sono guerrieri senza paura o vergogna. L’Esercito arabo siriano è da tempo in lotta contro gruppi cui numerosi Stati regionali probabilmente non saprebbero resistere. Inoltre, le forze governative non hanno la superiorità numerica.
Il secondo esempio è di una scala diversa, ma valutando le prospettive del conflitto siriano, è nostra opinione che vada analizzato. È l’esperienza della seconda guerra cecena. La grande operazione militare delle Forze Armate russe iniziò nell’agosto 1999 e terminò dopo quasi un anno, nell’estate del 2000. Infine, il problema fu risolto nel 2009, quando l’operazione antiterrorismo fu chiusa. Se cerchiamo d’indovinare i tempi dell’operazione, allora dovremmo concentrarci sull’esempio della campagna cecena. Tuttavia, ci sono diverse avvertenze. L’Esercito siriano, purtroppo, non è all’altezza degli standard delle nostre forze armate, anche degli anni ’90. La scala delle operazioni è incomparabile. Basta dare un’occhiata alla mappa e calcolare quanti soldi gli sponsor del terrorismo diano ai militanti oggi. Eppure, nonostante una serie di incongruenze, valutare le prospettive dell’Esercito siriano è opportuno sulla base dell’esempio ceceno. Possiamo supporre che l’esperienza delle due guerre cecene sarà la base della pianificazione delle operazioni militari e del processo per la risoluzione del conflitto politico. Si può scommettere che gli specialisti russi sono già alla ricerca del loro “Akhmad Kadyrov siriano”.SAVX8669-1Nota da J. Arnoldski: Questo articolo potrebbe a prima vista sembrare fonte di confusione, irrilevante o troppo astratto per i lettori occidentali, quindi una breve spiegazione e impostazione del contesto sono necessarie. Domogadskij ha due obiettivi in questo pezzo: 1) avvertire i lettori del pericolo dei “patriottardi” e “analisti da spettacolo” che dal culmine della Primavera russa affermano che “il Cremlino ha abbandonato la Novorossija”, iniziando a dire lo stesso della Siria; e 2) affermare che le operazioni in Siria difatti sarebbero un successo finora. Sul primo punto, Domogadskij tenta di spiegare il fenomeno dei cosiddetti “analisti” che, al culmine della rivolta e guerra civile del Donbas, si sono posti come fronte politico del Cremlino. Quando le loro “previsioni” avventurose ed ambiziose sulla svolta degli eventi in Ucraina si sono rivelate infondate o ridicole, hanno ben presto accusato il Cremlino d’incoerenza, quando in realtà le proprie illusioni confondevano la situazione. Domogadskij afferma che la “delusione” per le decisioni della leadership russa in questo aspro conflitto geopolitico non è nemmeno colpa di questi “analisti” avventurosi che seguono propri interessi o illusioni, ma in realtà degli analisti competenti ma incapaci di una prospettiva a lungo termine, prima di dichiarare che la mancata attuazione delle previsioni sarebbe opera dell'”infido Cremlino”, dove tali “errori” vengono usati dal primo gruppo per sbandierare lo slogan “il Cremlino abbandona tutti”. È una controversia cruciale nell’ambito della guerra dell’informazione. Sul secondo punto, Domogadskij sostiene che le operazioni congiunte russo-siriane sono un enorme successo se messe nel giusto contesto. I “patrioti” di cui sopra, sbagliano a pensare che qualsiasi operazione militare russa sarà rapida, spietata e compiuta con un colpo di forza bruta. Invece, Domogadskij propone che l’approccio strategico, a lungo termine e prudente della leadership russa va preso come misura. Inoltre, la sintesi di Domogadskij sul confronto tra Siria e Cecenia, e l’affermazione che la Russia cerca una “soluzione cecena” alla Siria, è del tutto nuova e originale. Mentre questi punti che appaiono evidenti o ovvi per alcuni, sono importanti controversie per i protagonisti della guerra dell’informazione, e il lavoro di Domogadskij è una confutazione e una proposta a coloro che cercano di combattere la propaganda occidentale e di lavorare su coerenti analisi realistiche degli sviluppi geopolitici e delle azioni della leadership russa entro il limitato margine di manovra di una guerra su più fronti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le battaglie della missione cubana in Angola

Alessandro Lattanzio
Fonte: Soviet EmpiremilitarizationLa campagna internazionalista di Cuba in Angola viene spesso raffigurata in certi siti internet e articoli solo dal punto di vista del governo dell’apartheid del Sud Africa e dai suoi militari delle SADF, glorificando l’esercito di uno dei regimi più brutali del XX secolo e infangando la memoria storica dei combattenti internazionalisti che lottarono per abbattere il regime razzista. Tali elementi cercheranno sempre di farlo nelle loro opere, per la disperata frustrazione della fine dei privilegi della minoranza conservatrice bianca. Indipendentemente da tali tentativi vacui, il crollo definitivo del regime razzista ha sepolto tali nostalgismi, mentre la Rivoluzione cubana va avanti e i Paesi africani cercano la loro via al progresso.AngolaMapaBattaglia di Norton de Matros, 5 ottobre 1975
Vittoria temporanea tattica e strategica dei contro-rivoluzionari. Huambo cadde nelle mani dell’UNITA, ma fu liberata nel 1976. Le forze angolane cercarono di bloccare la città con 3 colonne; l’UNITA aveva “una colonna” e 3 blindati con numerosi consiglieri sudafricani. Si sostenne che il capo dell’UNITA Jonas Savimbi avesse partecipato alla battaglia.
In un primo momento le forze angolane sconfissero i banditi dell’UNITA, distruggendo 1 carro armato. Gli inesperti banditi si dispersero in preda al panico, e solo con molta fatica i consiglieri sudafricani riuscirono a radunarli e infine respingere le forze angolane, che avrebbero perso 100 uomini; sconosciute le perdite dell’UNITA. Il successo dell’UNITA fu temporaneo, l’anno successivo angolani e cubani liberarono Huambo nonostante l’attività controrivoluzionaria nella zona continuasse fino al 1992. L’area sarà una roccaforte dell’UNITA fino al 1995, dove il capo dell’UNITA, Jonas Savimbi, dirigeva le sue forze: considerando lo scarso rendimento del comando dell’UNITA, altra dimostrazione dell’incapacità di Savimbi, la battaglia fu una vittoria dell’UNITA solo grazie ai consiglieri sudafricani.Soldati_cubani_angola_AFP_zps018b45baBattaglia di Quifangondo, 10 novembre 1975
Vittoria strategica, tattica e morale decisiva. Luanda fu salvata, il FNLA fu distrutto, gli invasori sudafricani costretti a ritirarsi. Quando la Repubblica popolare era in pericolo, la battaglia cambiò le sorti della guerra. Una coalizione di 2000 controrivoluzionari del FNLA di Holden Roberto, 1200 soldati zairesi di Mamina Lama, 120 mercenari portoghesi di Santos e Castro e 52 sudafricani di Ben Roos affrontarono 850 angolani e 88 cubani (e non 188 come riportato spesso) e un solo ufficiale sovietico, sotto il comando del generale angolano Ndozi e del cubano Raul Diaz Arguelles.
Le Forze cubane tesero un’imboscata al nemico utilizzando 6 lanciarazzi BM-21, un’arma inaspettata, e il nemico non arrivò nemmeno vicino le posizioni dei cubano-angolani. Fu un massacro, quasi tutti i soldati dell’FNLA furono eliminati da razzi, tiri di mortaio e di armi leggere, i soldati razzisti bianchi li usarono come carne da cannone e solo 5 mercenari portoghesi furono eliminati. 6 jeep e 20 blindati Panhard furono distrutti o abbandonati. I 3 cannoni sudafricani da 140mm non spararono, mentre uno dei 2 cannoni ex-nordcoreani da 130mm dei zairesi esplose alla prima salva uccidendo i soldati addetti; non era stato pulito e riparato. Solo 2 cubani furono feriti e gli angolani ebbero 2 feriti e 1 morto, ucciso mentre era allo scoperto. Anche l’unico sovietico presente su ferito nell’operazione.
Questa importante vittoria, soprannominata dal nemico ‘Strada della Morte’, pose fine alla possibilità del nemico di distruggere i movimenti socialisti africani, e fu probabilmente la battaglia con il maggiore scarto tra vittime, un morto contro 2000 del gruppo controrivoluzionario FNLA noto per i sanguinosi massacri etnici contro la popolazione civile (anche con episodi di cannibalismo).

800px-Battle_of_quifangondoBattaglia di Cabinda, 8-13 novembre 1975
bmVittoria decisiva tattica e strategica. Cabinda fu salvata e lo Zaire capì che una guerra diretta contro l’Angola sarebbe stata assai costosa.
Una forza di 3000 banditi del FLEC, 1000 soldati zairesi e almeno 120 mercenari occidentali (statunitensi, francesi e portoghesi), sotto il comando del capo del FLEC Henrique Tiago e di un anonimo mercenario statunitense (eliminato in azione), contro 1231 combattenti angolani e cubani, sotto il comando del cubano Ramon Espinosa Martin. Nonostante un primo assalto del nemico costringesse gli angolani a ritirarsi, altri due attacchi furono respinti, e gli angolani si ritirarono a Cabinda mentre il nemico finì sui campi minati cubani e sotto il tiro delle mitragliere ZPU-14. Il nemico tentò un assalto diretto alla città, ma subì pesanti perdite e fu costretto a ritirarsi. Almeno 1600 nemici (solo contando le perdite del FLEC) furono eliminati nell’assalto, mentre gli angolani ebbero 30 morti e 50 feriti. La vittoria fu molto importante, perché l’enclave di Cabinda fu salvata dai controrivoluzionari e dai mercenari occidentali, e il governo dello Zaire decise di non rischiare altre azioni aperte contro l’Angola.

Battaglia di Ebo, 23 novembre 1975
Vittoria tattica e morale cubana.
Una squadra di 70 soldati cubani tese un’imboscata da un gruppo armato nemico, usando un lanciarazzi BM-21, mortai, RPG-7 e un cannone da 76mm. I sudafricani e i controrivoluzionari dell’UNITA subirono perdite enormi grazie al terreno difficile, 6 blindati sudafricani Eland furono distrutti e 1 catturato intatto. Il nemico subì 90 caduti. Anche un aereo da ricognizione Bosbok venne abbattuto, con la morte dei 2 piloti sudafricani. Durante la battaglia solo 1 soldato cubano cadde (Juan Tamayo Castro) e altri 5 furono feriti. Il nemico non seppe che fu attaccato da pochi soldati cubani (parlarono di “1300 nemici”). La battaglia fu indicata dal nemico come “dominata dai neri”, pensando ci fossero gli angolani, ma un gran numero di volontari cubani erano di colore.ANGOLA SOLDADOS DO MPLA NO KUITO FOTO FERNANDO RICARDOBattaglia del fiume Niha, 11-12 dicembre 1975
Vittoria tattica e morale del Sud Africa, strategicamente inutile.
Quando la vittoria era ormai assicurata, il nemico cercò la vendetta. Un gruppo di 300 sudafricani con 12 blindati Eland, assieme ad alcuni banditi dell’UNITA, attaccarono postazioni angolano-cubane sul fiume e nel ponte. Vi erano circa 1000 cubani e angolani che non si aspettavano l’attacco. 28 cubani caddero, mentre i sudafricani ebbero 4 morti e 12 feriti. Ma l’ultimo giorno di operazioni 1 elicottero nemico fu abbattuto, eliminando altri 7 sudafricani. Raul Diaz Arguelle, comandante della Battaglia di Quifangondo, fu tra i caduti cubani. Nonostante la perdita di alcune postazioni, il risultato non cambiò e l’operazione del nemico in Angola (Operazione Savannah) fallì perché il governo del MPLA rimase. La propaganda atlantista tentò di sfruttare tale operazione strategicamente insignificante, facendovi anche un film di guerra alla Rambo, sostenendo di aver ucciso centinaia di angolani e cubani.

Massacro di Cassinga, 4 maggio 1978
Fallimento strategico e disastro politico sudafricano.
angolami1720hip2028e29lw5L’esercito sudafricano, nel tentativo di reprimere la lotta della SWAPO in Namibia, ricorse a una serie di bombardamenti e di operazioni nel territorio angolano per distruggerne le basi. Nonostante gli sforzi, non sconfisse la guerriglia, che eluse l’assalto sudafricano. La propaganda atlantista prese l’abitudine si gonfiare il numero dei nemici uccisi. L’attacco più feroce fu il massacro di Cassinga. Il piano delle SADF era uccidere la leadership della SWAPO, nel campo profughi di Cassinga, dove erano rifugiati 3068 civili, protetti da 300 volontari.
Dimo Amaambo, il leader della SWAPO, fu oggetto di un’operazione per ucciderlo da parte di 370 paracadutisti sudafricani con supporto aereo. Soldati e paracadutisti massacrarono i civili, uccidendo 167 donne, 298 bambini e 159 anziani; altre 611 persone furono ferite. I sudafricani subirono 4 morti e 11 feriti. Una colonna cubana di 400 soldati con 4 carri armati, 17 blindati, 7 camion e 9 cannoni cercò di raggiungere Cassinga ma fu bombardato dagli aerei nemici e 17 cubani caddero e altri 68 furono feriti. Un bombardiere sudafricano Buccaneer fu danneggiato da mitragliatici da 14,5mm della contraerea angolana. Nonostante ciò i cubani raggiunsero il campo e il nemico fu costretto a ritirarsi, salvando migliaia di civili.

Battaglia di Cangamba, luglio – agosto 1983
Decisiva vittoria tattica e morale.
6000 banditi dell’UNITA attaccarono Cangamba difesa da 92 cubani e 818 angolani, militari e civili. Fu un lungo assedio, dove alla fine i difensori non avevano più cibo e acqua. Il nemico aveva 60 cannoni, mortai e lanciarazzi, e consiglieri sudafricani. Durante la battaglia un aereo da trasporto An-26 angolano fu distrutto su una piccola pista aerea. Infine grazie a un paio di incursioni delle Forze Speciali cubane dietro le linee nemiche, e l’arrivo di una colonna di rinforzi, il nemico fuggì subendo almeno 2000 morti, mentre i cubani ebbero 18 caduti e poco più gli angolani, compresi i civili. Un recente film cubano descrive la battaglia.

Battaglia di Sumbe, 25 marzo 1984
AngolaCubansVittoria tattica e morale.
3000 banditi dell’UNITA tentarono un secondo attacco, ma questa volta colpendo i civili. A Sumbe c’erano pochi militari ma numerosi civili cubani, sovietici, bulgari, portoghesi e italiani. Vi erano 250 cubani, di cui 175 civili, e 350 angolani, quasi tutti civili. Il nemico pensò di trovare una facile preda, ma i civili si armarono e scavarono le trincee. Grazie anche ai raid di caccia MiG-21 ed elicotteri Mi-8 cubani, il nemico fu respinto subendo almeno 150 morti. 2 soldati cubani caddero assieme a 7 civili, mentre altri 21 civili furono feriti. Gli angolani ebbero 2 caduti e 2 feriti. Un piccolo gruppo di portoghesi, mentre cercava di fuggire dall’assedio fu catturato e ucciso dall’UNITA.

Battaglia del fiume Lomba, 3 settembre – 7 ottobre 1987
Decisiva vittoria strategica, tattica e morale sudafricana.
L’esercito angolano, con 10000 uomini e 150 carri armati, tentò un grande attacco contro l’UNITA, senza il sostegno dei cubani. Il nemico era formato da 8000 banditi dell’UNITA e 4000 soldati del Sud Africa. Il 3 settembre un missile angolano SA-8 abbatteva un ricognitore sudafricano. Il 10 settembre ci fu il primo attacco di 2000 angolani e 6 carri armati T-55 contro 4 Ratel, 16 Casspir e 240 sudafricani assieme ai banditi dell’UNITA. L’attacco fu respinto dall’artiglieria sudafricana, gli angolani persero i 6 carri armati ed ebbero 100 perdite. Tre giorni dopo gli angolani attaccarono di nuovo, 40 mercenari dell’UNITA furono eliminati. I carri armati T-55 affrontarono i Ratel, 5 T-55 furono distrutti insieme a 3 Ratel, e i sudafricani subirono 8 morti e 4 feriti. Tra il 14 e il 23 settembre vi furono altri scontri, gli angolani ebbero 382 perdite, mentre i sudafricani 1 morto e 3 feriti. Ignote le perdite dell’UNITA. Il 3 ottobre il nemico distrusse un lanciamissili SA-9 su un ponte, bloccandolo e altri carri armati T-55 furono distrutti. Ma qui l’UNITA fuggì abbandonando i blindati Ratel, mentre un T-55 distrusse il Ratel del comandante sudafricano tenente Hind, eliminandolo. I sudafricani si ritirarono mentre gli angolani persero altri 2 T-55 e subirono altre 250 perdite, mentre 2 nuovi carri armati sudafricani Oliphant furono distrutti dalle mine. Alla fine gli angolani si ritirarono abbandonando 127 automezzi, molti dei quali impantanati nel terreno, che furono poi distrutti da un raid delle forze aeree cubane per non lasciarli al nemico. La propaganda sudafricana sostenne che 4000 angolani furono uccisi, ma in realtà furono 525, e persero in azione 18 carri armati, 1 blindato e 1 sistema SAM. I sudafricani ebbero 18 morti e 12 feriti, e persero 2 carri armati Oliphant, 4 blindati Ratel e 1 aereo da ricognizione; l’UNITA ebbe 270 morti almeno.DSC01332Battaglia di Cuito Cuanavale, dicembre 1987 – marzo 1988
Vittoria decisiva e definitiva tattica, strategica e morale. Fu la più grande battaglia africana dalla seconda guerra mondiale e fu soprannominata la Stalingrado africana.
Durante la battaglia 1500 cubani, 10000 angolani e 3000 namibiani della SWAPO e sudafricani dell’Umkhonto we Sizwe dell’ANC furono attaccati da 9000 sudafricani e 20000 banditi dell’UNITA. Leader della difesa fu il cubano Leopoldo Cinta Frias, aiutato dai comandanti angolani Mateus Miguel Angelo, soprannominato Vietnam, e Josè Domingues Ngueto. I comandanti sudafricani erano Deon Ferreira e Jan Geldenhuys, mentre i banditi dell’UNITA erano capeggiati da Demostene Amos Chilingutila e Arlindo Pena.
La prima fase della battaglia fu lo scontro aereo. Nell’autunno 1987 il caccia MiG-23 del pilota cubano Eduardo Gonzales Sarria abbatté 1 aereo d’attacco Impala sudafricano e poi 1 caccia Mirage sudafricano. Il 27 settembre, JCC Goden sul suo MiG-23 abbatté 1 Mirage sudafricano, e Alberto Ley Rivas ne abbatté un altro. Anche 1 elicottero Puma sudafricano fu abbattuto da un MiG-23. L’esercito cubano ebbe la superiorità aerea, e gli aerei sudafricani non si fecero vedere più.2013-04-01campbell-mapI sudafricani attaccarono sei volte le difese cubano-angolane:

13 gennaio 1988
Dopo un’ondata di banditi dell’UNITA, l’attacco sudafricano ebbe un successo iniziale, i sudafricani rivendicarono la distruzione di 4 carri armati e 1 blindato angolano-cubani, sebbene non ci fossero mezzi corazzati cubani e angolani sul posto… Le forze angolane erano composte dalle 21.ma e 51.ma Brigata. I sudafricani persero 2 blindati Ratel prima che MiG-21 e MiG-23 cubani distruggessero la colonna nemica. 7 carri armati Oliphant, alcuni blindati Eland e cannoni dei sudafricani furono distrutti. La 21.ma Brigata riprese le trincee occupate dall’UNITA.
Il 16 gennaio un raid aereo cubano colpiva un gruppo sudafricano, e il 21 gennaio il MiG-23 di Charlos R. Perez fu abbattuto dall’UNITA.

14 febbraio 1988
40 carri armati Oliphant e 100 blindati Casspir e Ratel sudafricani attaccarono la 59.ma Brigata angolana. I cubani raccolsero tutti i carri armati a disposizione per fermare l’assalto nemico: 14 carri armati T-54 e 1 carro armato T-55 del gruppo del comandante cubano Betancourt, ma solo 7 carri armati T-54 si scontrarono con il nemico; 6 furono distrutti e i cubani ebbero 14 caduti, ma il nemico di ritirò avendo perso 10 Oliphant e 4 Ratel. La battaglia dimostrò la superiorità del T-54 sui carri armati sudafricani Oliphant. L’azione dei carri armati cubani spinse l’UNITA ad abbandonare le trincee prese.
Il 15 febbraio il MiG-23 di John Rodriguez fu abbattuto dall’UNITA e Rodriguez fu ucciso.

Capitano John Rodriguez Gonzalez

Capitano John Rodriguez Gonzalez

19 febbraio 1988
25.ma e 59.ma Brigata angolane respinsero l’attacco dei sudafricani, che persero 1 Ratel, 1 Oliphant e 3 soldati. 1 caccia Mirage sudafricano fu abbattuto da un missile antiaereo portatile Strela-3 e da uno ZSU-23-4 Shilka cubano. Il pilota fu ucciso.

25 febbraio 1988
I sudafricani attaccarono, ma furono fermati dall’artiglieria e dai carri armati interrati degli angolano-cubani, perdendo 2 Ratel e 2 Oliphant, mentre altri 4 Oliphant e 1 Ratel furono gravemente danneggiati. La South African Air Force provò per l’ultima volta a riconquistare la superiorità aerea con una grande agguato dei Mirage contro 3 MiG-23 cubani, ma senza risultati.

29 febbraio 1988
Per la quinta volta i sudafricani attaccarono gli angolani, venendo respinti e subendo 20 morti e 59 feriti.

17 marzo, Ernesto Chavez sul suo MiG-23 veniva abbattuto e ucciso da un cannone antiaereo Ystervark da 20mm sudafricano. Fu l’unica vittoria della difesa antiaerea sudafricana. Il 19 marzo nel corso di una ricognizione il Mirage di Willie Van Coppenhagen fu abbattuto e il pilota ucciso.

23 marzo 1988
Sesto e ultimo attacco dei sudafricani; fu un disastro, il “disastro di Tumpo”.
L’UNITA subì una carneficina e i sudafricani ebbero 1 carro armato Oliphant distrutto, 2 danneggiati e altri 3 catturati dalle forze angolano-cubane. Almeno un carro armato Oliphant finì in Unione Sovietica. Con questo fallimento, il regime sudafricano si ritirò da Angola e Namibia, e pose fine agli aiuti ai terroristi controrivoluzionari dell’UNITA.1619414887671A Cuito 900 tra angolani, namibiani e sudafricani dell’ANC caddero e i cubani ebbero 39 caduti e persero 6 carri armati e 4 MiG. L’UNITA perse 6000 banditi negli assalti ad ondata umana contro le fortificazioni angolane. I sudafricani li usarono come carne da cannone. I sudafricani persero 715 effettivi, tra morti e dispersi, oltre a 24 carri armati, 21 blindati, 24 cannoni G-5, 6 cannoni semoventi G-6, 7 aerei e 7 droni.

Angola_unita_ENGBattaglia di Tchipa, 4 maggio – 27 giugno 1988
L’offensiva delle forze cubano-angolane e dello SWAPO al confine con la Namibia fu una decisiva vittoria morale e tattica, grazie alla superiorità totale dell’aeronautica cubana.

4 maggio: prima imboscata
La prima operazione iniziò quando un gruppo di 60 cubani e 21 namibiani del battaglione esplorativo Tiger attaccò la 2.da Compagnia del 101.mo Battaglione della SWATF. Il nemico fuggì senza opporre resistenza, dopo aver avuto 30 morti e 1 prigioniero, 5 veicoli distrutti e 1 Casspir catturato. I resti della colonna furono distrutti da un MiG-23 sulla strada per Lubango.

22 maggio: seconda imboscata
Un gruppo di cubani e namibiani della SWAPO tese un’imboscata al 32.mo battaglione Buffal. 2 cubani caddero ma l’attacco dei MiG-23 costrinse il nemico a ritirarsi. Il giorno successivo i sudafricani subirono un’imboscata e persero 3 veicoli Unimog, catturati intatti, ma altri 4 cubani caddero.

27 giugno: terza imboscata
Ultima azione della guerra. Un gruppo di namibiani e cubani formato da 30 effettivi del 5° Battaglione delle forze speciali cubane, con 3 blindati BMP-1, attaccò il 61.mo battaglione meccanizzato sudafricano, formata da 70 uomini e 8 veicoli Ratel. BMP-1 e RPG-7 spararono insieme distruggendo 4 Ratel. Il nemico fuggì dopo aver subito 20 morti, abbandonando 1 Ratel intatto che fu catturato. Una seconda colonna del nemico di rinforzo fu bombardata e distrutta dai MiG-23 cubani.
Bombardamento di Caluenque. Lo stesso giorno 11 MiG-23 cubani bombardarono la base sudafricana di Caluenque, illegalmente occupata. I sudafricani subirono 50 morti e un centinaio di feriti.033Battaglia di Huambo 9 gennaio – 7 marzo 1993
Vittoria morale e tattica, fallimento strategico. L’UNITA aveva ancora 20000 armati sotto il comando di Demostene Amos Chilingutila e di Jonas Savimbi, capo del gruppo terroristico. Tale forza si ammassò vicino Huambo, base principale dell’UNITA. Le forze angolane effettuarono un massiccio attacco al comando di Joao de Matos e Francisco Iginio Cameiro. Dopo mesi di scontri gli angolani eliminarono 15000 terroristi dell’UNITA e Savimbi fuggì, perseguendo una campagna terroristica fino alla morte, avvenuta il 22 febbraio 2002. Dopo di ché la guerra si concluse definitivamente.

cuito_cuanvale_angola

Erwan Castel: I risultati dei primi otto mesi trascorsi nel Donbas

“Servire” o “servirsi”, non è il problema!
Erwan Castel, Alawata12112319Ieri mattina, un ufficiale dello Stato Maggiore ci ha portato i nostri passaporti militari ufficiali della RPD, e ammetto che abbiamo ricevuto questi piccoli libretti militari come bambini che aprono i regali di Natale… Infatti questi piccoli passaporti militari da 10x8cm, al di fuori dei vantaggi amministrativi e di movimento che rappresentano, sono soprattutto un riconoscimento del nostro impegno sul fronte del Donbas. Se questi documenti si facevano attendere, è perché un’indagine si era svolta per convalidarli, e ciò a seguito delle esperienze negative con i volontari francesi della prima unità continentale.

“Servirsi”? o…
Ciò non sembra una semplice formalità amministrativa, è in realtà il punto di arrivo di un lungo percorso a ostacoli, molti dei quali, ho amaramente notato, posti per lo più da persone provenienti dalla Francia. Tali narcisisti ambiziosi che preferivano gli onori all’Onore, immaginavano di trovare notorietà nel Donbas, impossibile da raggiungere a causa dei loro vari errori o frustrazioni. Oggi, alcuni di questi egocentrici, smascherate le intenzioni reali della loro presenza in questa guerra (o intorno), cercano di dilagare impegno e azioni che non riuscirono a compiere, coloro che non sono rimasti sul terreno… Gli intriganti si riconosceranno, e vorrebbero che mi abbassi al loro livello di meschinità degenerata nel difendermi dalle loro calunnie… Ma è tempo perso, perché non ho nulla da imparare da furfanti che cercano nella calunnia la vendetta per essere stati denunciati arrivando a sacrificare la lotta per la quale siamo giunti qui. (Ciò dimostra che la guerra era solo un pretesto per seguire propri interessi egoistici). Finché dura la guerra, lascio questi miserabili individualisti annegare nei loro fiele e amarezza e nel frattempo continuo, anche se lentamente, a fare progressi sulla strada tracciata un anno fa, il giorno in cui decisi di venire semplicemente a servire nelle file dell’esercito della Repubblica di Donetsk. Questo è ciò che ho fatto!
Ora consentitemi di discutere gli aspetti positivi, per fortuna molto più numerosi e importanti, delle pose risibili dei falliti insabbiatisi temporaneamente nel conflitto del Donbas.

“Servire”!
Un’avventura militare unica
Il nostro impegno qui è soprattutto un impegno militare con i difensori del Donbas, i miliziani improvvisati sono diventati soldati professionisti. È perciò che inizio da questa dimensione essenziale, permettendo, sotto la protezione delle armi da fuoco repubblicane, altre avventure umane e interiori fiorenti in questa terra del Donbas, fedele al suo passato ed esempio per il nostro futuro. Quando la ribellione fu improvvisata nel 2014, data la sproporzionata speciale operazione lanciata da Kiev, rivelandone la natura genocida, mancanza di organizzazione e mezzi ebbero la conseguenza vantaggiosa di aprire le porte del Donbas a tutti i militari e civili disposti ad aiutare la strenua resistenza di questo popolo coraggioso. La quota di volontari stranieri provenienti da Russia, Cecenia, Serbia e altri Paesi dell’Europa orientale è significativa, perché era una forza motivata e con esperienza, che spesso non solo risparmiò ai santuari di Donetsk e Lugansk la nuova occupazione fascista, ma confermava la vera e propria identità comunitaria dei popoli slavi superstite alla mutevole geopolitica degli Stati. Rapidamente, altri volontari si unirono ai ranghi della milizia, come spagnoli, tedeschi, francesi, brasiliani e anche statunitensi! Penso, senza esagerare, di poter indicare oltre trenta nazionalità che bloccano oggi, sul fronte, l’avanzata dei battaglioni di Kiev. (Solo nella nostra unità ne contiamo 9!)
Abbiamo confermato sul terreno, per otto mesi, ciò che sentivo seguendo le notizie in rete dalla Guyana:
– Il sacrificio disinteressato dei volontari giunti a combattere a loro spese, lasciando i familiari a casa senza la speranza della certezza di ritornare sani e salvi. Molti hanno accettato la sfida di venire in un Paese senza parlarne la lingua.
– Un coraggio senza precedenti in battaglia, al limite dell’incoscienza a volte, ma necessario per compensare la mancanza di mezzi materiali e capacità tattiche di un addestramento improvvisato.
– Una speciale fratellanza dei combattimenti, saldando questi combattenti provenienti da ogni dove contro un nemico comune. Questa fiamma illumina ancora il cuore dei miliziani divenuti soldati professionisti e che eleva ancora la capacità operativa forgiata dalla prova del fuoco…
Integrare questo esercito non è stato facile, perché dovemmo essere pazienti, farci forza e sottoporci alle inerziali procedure burocratiche post-sovietiche ancora vigenti (ma che in ultima analisi, avanza lentamente!) All’inizio di quest’anno, è stata la volta dei battaglioni della Guardia Repubblicana nella necessaria transizione da gruppi di autodifesa al Corpo di Difesa professionale in divenire… I volontari francesi sono stati poi dispersi nel 3°, 4 ° e 8° battaglione della Guardia e poi impegnati in diversi settori (Aeroporto, Marinka, Aleksandrovka, Debaltsevo ecc…) I battaglioni della Guardia Repubblicana ora sono l’anticamera del “Corpo Abarone”, un esercito in formazione e pieno di promesse, beneficiando di inquadramento professionale, attrezzature moderne e varie, e dell’efficienza basata su disciplina e addestramento quotidiano. Ci siamo riuniti e siamo stati incorporati ad agosto nel Corpo, poche settimane dopo abbiamo aderito alla compagnia ricognizione della 5.ta Brigata motorizzata, dove ora addestriamo la terza sezione, composta per lo più da volontari stranieri. E con piacere che ho trovato in questa unità un rigore militare e procedure professionali molto vicine a quelle della NATO…
Ora siamo già operativi e sul fronte, in missioni d’intelligence molto interessanti, per lo più infiltrazione nelle linee nemiche.

Un’avventura umana straordinaria
Il confronto armato è già un’intensa avventura umana, come ho appena detto, ma senza la presenza della popolazione, tale impegno non è altro che uno scontro inutile, al massimo il mercenario egocentrico che appare su molte pagine personali dei combattenti che parlano solo di se stessi con una successione di selfies narcisistici (purtroppo anche da noi, come dimostra la “produzione” e le interviste dei fuggiaschi dell’Unità continentale, per esempio). Un soldato, anche se può provare sensazioni esilaranti in combattimento, non deve dimenticare il motivo per cui, o più precisamente per chi, combatte, perché senza questa dimensione del servizio verso gli altri, può perdersi nella foga del momento. Questo lega segretamente la sua azione a un ideale superiore e gli dà coraggio e moderazione, qualità che lo differenziano dalla soldataglia affamata e ubriaca d’odio. Quando incontrai il popolo del Donbas, tolta l’immagine veicolata dalla propaganda, rimasi sorpreso dalla sua bellezza e nobiltà, mantenute con dignità sotto i bombardamenti… Infatti, la popolazione continua a vivere secondo i costumi ereditati dal passato e si sforza di mantenere attività normali e senza spavalderia a poche centinaia di metri dal fronte… E’ una popolazione coraggiosa dove i minatori e i contadini incarnano i due pilastri radicati sulla terra, di una società elevata alla memoria del grande vento della Storia che spazzò diverse volte, dall’Orda d’Oro di Genghis Khan alle orde blindate di Adolf Hitler…
Ciò che sorprende l’Europa occidentale sono queste azioni quotidiane praticamente scomparse in occidente, ma qui si osservano tutto il giorno intorno a noi: uomini che lasciano i loro posti alle donne e agli anziani sugli autobus affollati, dove il denaro passa senza paura di mano in mano fino all’autista, alle nonne che alimentano con tenerezza cani e gatti randagi tra innumerevoli giardini e parchi curati, il segno della croce alla vista delle chiese dalle cupole dorate scintillanti come fari nel mezzo della notte, ai mazzi di rose portati dagli uomini che escono dal lavoro, dalle rughe della fatica cancellate dal sorriso della gioia di vivere nonostante tutto… Questa popolazione è nobile nel senso della nobiltà naturale, forgiata nel cuore di tutti da storia e cultura trasmesse e memorizzate di generazione in generazione… Qui gli uomini sono virili e forti, le donne graziose ed eleganti e i bambini innocenti ed allegri. In questo Paese tradizionale ciascun resta sé stesso, senza inganno o artificio ipocrita imposti da una società schiavista del consumo e amorale. Descrivere l’ammirazione che ho per le donne e gli uomini del Donbas sarebbe troppo lungo, ma ringrazio con tutto il mio cuore la loro ospitalità e soprattutto l’esempio semplice ed eroico che s’è inciso con umiltà nel mio cuore. Sono venuto animato da una fede meta-politica e anti-mondialista, offrendo i miei servizi alla Repubblica di Donetsk. Se questa motivazione è intatta, nel frattempo il mio impegno s’è rafforzato di questo amore condiviso e portato dal popolo coraggioso di Novorossija.

Un’emozionante avventura personale
Discutere la dimensione personale di un’avventura come questo impegno nel Donbas, non è facile, soprattutto quando non è finito… ma sento questo impegno più come elemento fondamentale che mero passo di un già lungo viaggio. Giungere nel Donbas non era una cosa semplice, né viverci, perché non conoscendo la lingua russa, avendo difficoltà normali o dovute ad altri, correndo i rischi di guerra, dato il tempo trascorso, creano uno strano miscuglio di singolarità, tra attesa infinita e intensità continua… L’impegno nel Donbas è infatti più per me culmine e realizzazione mentale che un’esperienza iniziatrice (anche se emozionante), come nel caso dei volontari più giovani presenti intorno a me. Non ho nulla da dimostrare giungendo qui, ma continuo ad imparare ogni giorno cercando di conservare lo sguardo candido affrontando senza pregiudizi nuove esperienze…
Impegnato nell’esercito francese alla fine della “guerra fredda”, per più di 10 anni guardai ad est da ufficiale dell’intelligence… Quando la cortina di ferro e il mondo sovietico caddero, confesso di non aver capito immediatamente la realtà della strategia statunitense, lobotomizzato dalla propaganda della NATO. Nel 1999, il conflitto in Jugoslavia m’inquietò, soprattutto quando raccolsi in Guyana le testimonianze di alcuni miei ex-compagni che vi parteciparono… Il ventesimo secolo si concluse bene come era post-moderna delle nuove minacce. A poco a poco, il velo della propaganda statunitense fu strappato, e ogni nuovo conflitto tracciava i contorni geopolitici della strategia aggressiva degli Stati Uniti al servizio degli interessi militari-industriali definiti dalla plutocrazia internazionale… Accanto a tale escalation guerrafondaia che ogni anno incendiava un nuovo Paese, l’indifferenza dell’opinione pubblica, lobotomizzata dalla propaganda del Nuovo Ordine Mondiale, confermava che la schiavitù nel mondo moderno era una realtà, perfino oltre le visioni orwelliane… Da all’ora sono un osservatore più attento, ma questa volta osservando verso ovest, sulla nuova grande scacchiera che andava formandosi agli inizi del XXI secolo. Quando parallelamente alla guerra in Siria, la crisi ucraina degenerò in conflitto armato, decisi d’impegnarmi con i ribelli del Donbas che rifiutano l’egemonia degli Stati Uniti, senz’altra ambizione che meglio testimoniare la verità di questa prima battaglia europea della terza guerra mondiale…
Gli ultimi otto mesi passati sul campo hanno ancorato le mie convinzioni in modo appassionato, convintomi più che mai che il futuro dell’Europa appartiene ancora ai suoi popoli, a condizione che mantengano la libera consapevolezza della propria identità naturale. Dopo il Donbas, la lotta continuerà con o senza di me, perché qui un movimento di liberazione è nato nel 2014, indicando con l’esempio della resistenza di un popolo sovrano, il percorso di una vera e propria rivoluzione conservatrice che sbarazzi il giogo del pensiero unico. Il Donbas ha vinto la guerra lanciatagli contro nel 2014, ora dobbiamo affrontare una sfida più grande: svegliare le coscienze dal sonno…
Grazie alla lotta, qui sappiamo che è possibile… Nel frattempo dobbiamo completare la vittoria liberando i territori occupati da Kiev…
La lotta continua…IMG_20150924_165650Erwan Castel, volontario della Novorossija

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le operazioni in Siria schiantano i miti sull’economia russa

Quanti altri Paesi potrebbero farlo? Pochissimi
Alexander Mercouris, Russia Insider, 8 ottobre 20151018546302Chiunque legga i media occidentali sull’intervento della Russia in Siria noterà che una nota di perplessità s’è insinuata. Come può la Russia, il Paese “che non produce nulla”, la cui economia è presumibilmente più piccola di quelle di Gran Bretagna o Spagna, e che si dice essere economicamente alle corde, condurre una campagna aerea in Siria? La sintetica, e ovvia, risposta è che l’economia della Russia è molto più grande di quanto politici e commentatori occidentali immaginano. Non solo Gran Bretagna e Spagna non potrebbero attuare il tipo di operazioni aeree che i russi conducono in Siria. Non possono avere un’enorme programma spaziale, sviluppare missili come gli Angara, costruire un centro spaziale come Vostochnij, sviluppare l’Artico, costruire rompighiaccio a propulsione nucleare e nutrirsi. Né possono costruire un ponte più rapidamente di quanto i russi facciano in Crimea. Né possono creare alternative a Google come Yandex, o alternative al GPS come GLONASS, o alternative allo SWIFT come i russi hanno fatto in pochi mesi. Nella produzione militare, qualsiasi idea che uno Stato europeo possa sviluppare contemporaneamente caccia di quinta generazione, come il Su T-50, carri armati, come l’Armata, sottomarini, come gli Jasen e Borej, o missili come i Bulava e Jars, è pura fantasia. La Russia fa tutte queste cose, e molto altro. Li fa senza sforzo. Nel pieno di una recessione e con un deficit di bilancio da 3% del PIL, meno di Gran Bretagna o Spagna; quanto gli Stati Uniti. La sua bilancia commerciale è in attivo. Lungi dall’essere economicamente esausta, la Russia ha un debito molto più basso di qualsiasi Stato occidentale.
Il popolo russo accetta un tenore di vita inferiore per pagare queste cose? Difficilmente! Fino a quest’anno il tenore di vita cresce annualmente in Russia dal 1998. La caduta di quest’anno del tenore di vita è dovuta dall’inflazione comportata dalla svalutazione nello scorso anno del rublo. Ora è acqua passata. Secondo le mie impressioni necessariamente soggettive, gli standard di vita in gran parte della Russia, soprattutto a Mosca, ora reggono il confronto con i migliori d’Europa. Ci si domanda, la Russia può fare queste cose solo grazie ai soldi dalle vendite di energia? Non solo ciò è grandemente esagerato, il settore energetico rappresenta solo il 16% del PIL della Russia, e si tratta dell’industria energetica, come se non fosse una risorsa, il che è assurdo. Inoltre, dicendo ciò s’ignora il fatto la Russia fa, qualsiasi, le cose che fa. La maggior parte delle persone accetta le misure convenzionali del PIL della Russia sulla base errata dei dollari USA. FMI e Banca mondiale preferiscono stimare il PIL della Russia sulla base del potere d’acquisto. Su tale base la Russia è la quinta maggiore economia del mondo, dalle dimensioni della Germania. Anche tale stima a mio parere è sbagliata. Non che le statistiche lo siano, è che ciò che viene confrontato sono piuttosto dati statistici di due economie totalmente diverse. Conosco bene la Germania. Posso dire con certezza che l’economia della Russia opera su una scala molto più grande. E’ fisicamente impossibile per la Germania fare molte delle cose che la Russia fa senza sforzo. Al contrario non c’è nulla della Germania che la Russia non possa fare se vi s’impegnasse. Le uniche economie che possono gareggiare o sorpassare la Russia per profondità tecnologica e di risorse, potendo fare tutte le cose che la Russia fa, sono quelle di Cina e Stati Uniti. India, Germania e Giappone possono anche fare alcune delle cose che la Russia fa, ma non tutte. Alcun altro Stato vi si avvicina.

bc655c8f102ad2a61977acda9b133e4eTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Scontro culturale: gli artisti si uniscono alle proteste contro il governo giapponese

Sempre più persone dello spettacolo esprime opposizione alla modifica da parte del governo della Costituzione pacifista del Paese
Masami Ito Japan Times 29 agosto 2015mhprotests30518A giudicare dai recenti commenti postati su twitter e siti web come Abe-no.net, il primo ministro Shinzo Abe non sembra essere caro a una serie di celebrità dall’ampia influenza sull’opinione pubblica, per i suoi passi per cambiare la Costituzione della nazione. Se la critica sia meritata o meno, sicuramente c’è una certa coerenza nelle dichiarate ostilità. Prendiamo degli esempi:
Tu fai molta paura. Non sai comunicare, e non capisci la democrazia, i diritti umani o la Costituzione“, Minori Kitahara, scrittrice
Sarà la fine di questo Paese se l’amministrazione Abe continua“, Peter Barakan, televisione
È possibile ascoltare la voce del popolo che scende per le strade, no? Sono tutti arrabbiato perché il vostro modo di pensare distrugge il nostro futuro“, Katsu Takagi, chitarrista dei Soul Flower Union
Non so se fa finta di non capire o se davvero non capisce, ma sembra che non possiamo comunicare, quindi perché non mette qualcun altro al suo posto?”, Kazumi Nikaido, cantante
Sono orgogliosa della generazione più giovane che prende posizione. Cosa succede in Giappone?“, Shelly, personaggio televisivo
La guerra d’aggressione è sbagliata e dobbiamo dire con forza che è sciocco sostenerla“, Shigeru Kishida, musicista dei Quruli
Queste celebrità sono sul piede di guerra contro il tentativo dell’amministrazione Abe di reinterpretare la rinuncia alla guerra della Costituzione del Paese, una carta intatta dalla sua adozione nel 1947. Finora, l’articolo 9 della Costituzione ha limitato l’uso della forza del Paese all’autodifesa. Tuttavia, la legge sulla protezione passata alla Camera bassa a luglio e in corso di delibera alla Camera alta consentirà al governo di adottare l’autodifesa collettiva. Abe insiste che la legge non trascinerà il Giappone nelle ostilità che altri Paesi, ma pochi sembrano credergli. Anziani salariati, madri e giovani del Paese hanno tutti espresso netta opposizione alla legge. Inoltre, l’opposizione alla legge non si ferma lì, musicisti, artisti, personaggi televisivi, scrittori, registi, attori e attrici hanno anche iniziato a criticarlo attraverso parole, musica, arte e social media. Le celebrità evitavano di fare dichiarazioni politiche, dice Ikuo Gonoi, professore associato di scienze politiche presso l’Università internazionale Takachiho della Suginami Ward di Tokyo. In questi giorni, tuttavia, sono molto più propense a parlare di questioni che ritengono appassionati. “E’ chiaro che un movimento di protesta culturale si svolge in questo momento“, dice Gonoi. “Con le impreviste elezioni generali nell’immediato futuro, le persone cercano di cambiare il mondo della politica dall’esterno, attraverso l’organizzazione di manifestazioni sociali e culturali“. A Hollywood, le celebrità in genere non rifuggono dalle dichiarazioni politiche, e di solito affermano pubblicamente chi appoggiano alle elezioni presidenziali. Gli artisti in Giappone, però, hanno storicamente taciuto su questioni controverse. Gonoi, esperto di manifestazioni nazionali e internazionali, dice che la minaccia di perdere il posto di lavoro garantito ha spinto la maggioranza dei commentatori a tenersi per sé le opinioni. Tuttavia, dal terremoto del marzo 2011 e dalla successiva catastrofe nucleare nella centrale nucleare di Fukushima,ciò è, almeno in una certa misura, cambiato. Sempre più persone prendono posizione contro le politiche del governo, in particolare artisti e musicisti, dice Gonoi. “Molte persone in Giappone avevano paura di fare dichiarazioni politiche perché ritenevano un tabù parlare contro le autorità o le discussioni politiche“, dice Gonoi. “Ora, però, vedono i loro artisti e musicisti preferiti parlare e si rendono conto che è un bene parlare di politica e criticare il governo“.

BN-JM401_Auslin_J_20150721121722Errori ripetuti
Il regista Isao Takahata, co-fondatore dello Studio Ghibli, non è certo timido nell’esprimere preoccupazione sulla proposta di legge della sicurezza. “Quello che Abe cerca di fare è cambiare direzione di 180 gradi“, dice a The Japan Times. “Dice ogni sorta di assurdità ma alla fine, credo che tutto si riduca al fatto che cerchi di cambiare il Giappone da Paese che non può impegnarsi in una guerra in uno che può farlo, e senza rivedere la Costituzione“. Takahata, artista che da bambino sopravvisse a un raid aereo degli USA sulla Prefettura di Okayama, è il creatore di “Hotaru no Haka” (“Una tomba per le lucciole”), che racconta la storia di due fratelli che lottano per sopravvivere alla Seconda guerra mondiale. Il regista, però, dice che semplicemente ricordare alla gente le atrocità della guerra non ne impedisce un’altra. “Nessuno crede la seconda guerra mondiale sia stata una buona cosa, ma poi le opinioni si dividono“, dice Takahata. “Persone come Abe sostengono che il Giappone deve poter andare in guerra in modo da non subire mai di nuovo qualcosa di simile. Io, dall’altra parte, sono completamente contrario“. Il pluripremiato regista dice che la legge sulla sicurezza non è necessaria e sottolinea l’importanza dell’articolo 9, impedendo al Giappone di farsi coinvolgere in un’altra guerra. Insieme ad altri registi e attori quali Yoji Yamada, Takahata avverte il pubblico sulla china cui Abe trascina il Giappone. Il collettivo, che si chiama Eigajin Kyujo no Kai (cineasti per l’articolo 9), ha rilasciato una dichiarazione e raccolto più di 700 sostenitori, tra cui l’attrice Sayuri Yoshinaga, d’accordo che la legge sulla sicurezza “ovviamente limiti i nostri diritti umani fondamentali, la libertà di parola e di stampa“. “La cosa importante è evitare i pericoli associati (a guerra e terrorismo) a tutti i costi, e il modo migliore per garantirlo è sostenere l’articolo 9 e la diplomazia“, dice Takahata.

‘Fare la differenza’
Seifuku Kojo Iinkai (Comitato per migliorare le uniformi), un gruppo di idol di 10 ragazze che indossano uniformi scolastiche, ha criticato il governo negli ultimi mesi. Affrontando temi controversi come energia nucleare, difesa e capitalismo, il gruppo di certo non ha paura di dire ciò che pensa. A giugno, il gruppo fu preso di mira dal governo municipale di Yamato nella prefettura di Kanagawa per aver cantato canzoni che criticano Abe e il Partito Liberal Democratico, ad una manifestazione approvata dal comune. “L’elezione del Senato manca d’eccitazione”, cantavano nella parodia della canzone dello statunitense Stephen Foster Oh Susanna. “Le emittenti televisive non le rendono eccitanti/Ci sono troppi politici che mentono/il Partito Democratico Liberale è la radice di ogni male“. Il governo locale ha retroattivamente ritirato il suo sostegno. La diciottenne Yuria Saito e la 17enne Kana Kinashi sono ancora scioccate dalla reazione del partito di governo. “Non potevo credere quanto siano meschini i membri del LDP“, spiega Saito. “Criticare l’LDP non significa supportare una specifica organizzazione politica o altro. Con le nostre canzoni sottolineiamo ciò che pensiamo sia sbagliato del governo. Abbiamo cantato anche contro il Partito Democratico del Giappone“. Dopo l’evento, l’ufficio del gruppo è stato inondato di messaggi di odio e anche da minacce di morte. La società che gestisce il Seifuku Kojo Iinkai ha rafforzato la sicurezza e consultato la polizia, che ha accettato di aggiungere la sede ai pattugliamenti quotidiani. Le ragazze, però, rifiutano di farsi intimidire. “E’ vero che riceviamo messaggi da gruppi di destra, che dicono che siamo brutte e altri commenti sprezzanti. Naturalmente, ci addolora e siamo un po’ preoccupate per la nostra sicurezza“, afferma Kinashi. “Ma abbiamo anche ricevuto un grande sostegno dagli altri, e così vogliamo continuare a cantare per loro, così come per coloro che non sono ancora nati, preservando questo Paese meraviglioso e tranquillo“, Kinashi e Saito si sono unite al Seifuku Kojo Iinkai dopo i disastri del marzo 2011, ma il gruppo pop è attivo da più di 20 anni. Anche se Seifuku Kojo Iinkai fu fondato nel 1992 per migliorare la progettazione delle uniformi studentesse, si è anche concentrato su altre attività sociali, dalla protezione degli animali, alla lotta al fumo e al bullismo. Hiroyuki Takahashi, produttore del gruppo, dice che il gruppo è molto più attivo politicamente dal 1997, dopo un incidente con uno stalker. La donna al centro della vicenda chiese l’intervento della polizia, ma ne ignorò le preoccupazioni e fece commenti sprezzanti sul suo aspetto. In risposta, il gruppo partecipò a una petizione per adottare la legge anti-stalking. La prima legge anti-pedinamento del Paese fu promulgata nel 2000. Da allora, il gruppo ha registrato, secondo le stime, 1300 canzoni, molte delle quali di protesta. “Vogliamo che la gente prenda coscienza dei problemi e penso che la musica sia un buon modo per farlo”, dice Takahashi. “Di conseguenza, penso che possiamo fare la differenza. A poco a poco“.

Seifuku Kojo Iinkai

Seifuku Kojo Iinkai

Agitare
Seifuku Kojo Iinkai è ben lungi dall’essere l’unico gruppo musicale politicamente attivo. Southern All Stars ha pubblicato una decisa canzone contro la guerra dal titolo “Peace and Hi-Lite” nel 2013, mentre il gruppo di idol pop AKB48 ha pubblicato una canzone intitolata “Bokutachi wa Tatakawanai” (“Non combatteremo”) a maggio. Keisuke Kuwata, cantante dei Southern All Stars, è stato anche costretto a scusarsi all’inizio dell’anno dopo aver partecipato ad una serie di acrobazie prendendosi gioco di Abe, come indossare un paio di baffetti alla Adolf Hitler mentre cantava “Peace and Hi- Lite” al concorso canoro di fine anno della NHK “Kohaku Uta Gassen”. In televisione, lo schietto cantautore Tsuyoshi Nagabuchi ha detto che crede che il Giappone vada verso la guerra. “Sono sempre i nostri figli, i ragazzi che saranno il nostro futuro, che dovranno prendere le armi e andare in guerra“, ha detto Nagabuchi a un programma della Fuji TV di luglio. “E la vita verrà sacrificata. Voglio trasformare le armi in chitarre“. Il controverso artista Makoto Aida ha anche agitato la comunità culturale con un’installazione del 2014 dal titolo “Registrazione video di un uomo che si fa chiamare primo ministro del Giappone, e che fa un discorso a un’assemblea internazionale”. Anche se Aida nega qualsiasi beffa di Abe, lui stesso appare nel video vestito come il primo ministro, con il seguente discorso in inglese: “Abbiamo iniziato ad imitare altri Paesi potenti, abbiamo colonizzato le nazioni più deboli che ci circondano e iniziato guerre di aggressione. Ci furono molte persone che insultammo, ferimmo e uccidemmo.… Mi dispiace!!!!” L’installazione è uno dei numerosi pezzi che Aida ha incluso in una mostra dal titolo “Mostra d’arte per bambini. Di chi è questo posto?” al Museo d’Arte Contemporanea di Tokyo, nel Koto Ward, in mostra fino al 12 ottobre. Il mese scorso, però, ha rivelato su Tumblr che il museo gli chiese di abbattere due display, tra cui l’installazione del video. L’artista non lo fece e il museo fece marcia indietro ai primi di agosto. L’installazione satirica con Aida che parla con esitante inglese di antiglobalismo e necessità di tagliare tutti i legami con altri Paesi, distruggendo gli aeroporti internazionali, i grandi aerei, nonché di scollegarsi da Internet. “L’uomo raffigurato nel video chiaramente sbaglia, tuttavia è difficile dire che lo sia completamente“, dice Aida. “L’installazione si concentra proprio su questo dilemma“. Mentre Aida dice che non è diretto ad Abe o al suo governo, osserva che vi sono alcune somiglianze. “Abe e questa persona (nel video) hanno punti di vista fondamentalmente diversi, ma credo che alcune convinzioni s’intreccino in modo contorto“, dice Aida. “Spero che questi aspetti del lavoro facciano pensare gli spettatori e riflettere il pubblico“. Le opere sono esposte al museo nel loro stato originale. Aida dice di aver spiegato il significato dell’esposizione ai dirigenti del museo e fu informato che i suoi pezzi sarebbero stati esposti come previsto. “Non conosco i dettagli della loro decisione“, ha detto, “ma sono sollevato“.
Gonoi dell’università di Takachiho dice che mentre l’LDP non è direttamente coinvolto nelle denunce contro gli artisti, le organizzazioni adottano un approccio prudente dopo aver visto il modo in cui il partito ha attaccato l’Asahi Shimbun lo scorso anno, dopo aver ripreso articoli pubblicati negli anni ’80 e ’90 sulla questione delle donne costrette a lavorare nei bordelli militari prima e durante la seconda guerra mondiale. “Penso che la libertà di espressione e di stampa stiano scomparendo“, dice Gonoi. “Tutto ciò che critica il governo o è doloroso per le orecchie del LDP, viene inquadrato come antigovernativo. Questa, tuttavia, non è democrazia“. Sarà difficile comunque per l’LDP ignorare le varie proteste nazionali contro la legge sulla sicurezza. Siti web come Abe-no.net sono saltate sul carro, aiutando celebrità, accademici, musicisti, giornalisti, legislatori e avvocati ad inviare messaggi per fermare il primo ministro una volta per tutte. Inoltre,ci sarà la grande della manifestazione che si terrà a Tokyo, domenica. Gli organizzatori chiedono a 100000 persone di circondare l’ufficio del primo ministro, mentre sono previste altre manifestazioni in 200 luoghi in tutta la nazione. “La gente teme che 70 anni dopo possa esserci la fine della pace e della prosperità del dopoguerra e di non potere vederne il 100° anniversario“, dice Gonoi. “I cittadini del Giappone si sono svegliati partecipando a un movimento democratico per farsi sentire da fuori le mura della dieta“.

people-hold-placards-andTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.209 follower