Quando la Flotta dello Zar salvò gli USA

Spedizioni americane: la bandiera di Sant’Andrea a New York
Lemur59

La prima spedizione
Sul “Kronstadt Herald” del 1863-1864, un giornalista di New York dettagliò, giorno dopo giorno, i lettori della visita ufficiale della flotta russa negli Stati Uniti. Nella storia passò come la spedizione americana. L’idea nacque all’inizio del 1863 in relazione alla situazione internazionale estremamente tesa che si era sviluppata in quel periodo. Per il terzo anno negli Stati Uniti c’era la guerra civile. Gran Bretagna e Francia erano con i sudisti e, nel tentativo di distruggere l’integrità statale degli Stati Uniti, preparavano l’intervento armato. La Russia sosteneva il governo di Abraham Lincoln e si oppose i piani di Londra e Parigi. “Per noi non esistono né il Nord né il Sud, ma un’Unione Federale la cui distruzione osserviamo con rammarico“, scrisse il vicecancelliere A.M. Gorchakov. “Riconosciamo negli Stati Uniti solo il governo di Washington”. Nell’unità e nella potenza degli Stati Uniti, la Russia vide un contrappeso a Gran Bretagna e Francia, perseguendo una politica ostile verso di esse: entrambe preservavano la pace di Parigi del 1856, umiliante e dolorosa per la Russia, che chiuse la guerra di Crimea. Il rapporto tra Russia e Gran Bretagna e Francia nei primi anni ’60 si deteriorò notevolmente a causa della cosiddetta questione polacca (durante quegli anni il Regno di Polonia era spazzato dall’onda del movimento di liberazione nazionale, creando una situazione rivoluzionaria a cui il governo degli zar rispose con misure dure. Gran Bretagna e Francia, perseguendo i propri interessi, presero pubblicamente la posizione di difensori del popolo polacco. I tentativi della diplomazia russa d’indebolire la tensione negoziando non portarono a risultati. La minaccia di una nuova guerra si avvicinava alla Russia. Poi si pose la domanda di come utilizzare la flotta, in modo che in caso di ostilità non venisse intrappolata nelle acque interne. Dopo tutto, l’esperienza triste della Guerra di Crimea era ancora vivida. L’Ammiraglio A.A. Popov, per esempio, scrisse: “L’ultima guerra ha confermato… che la più falsa… di tutte le idee per salvare la flotta è la necessità di nasconderla: le navi militari vengono salvate nel mare, nelle battaglie“. La stessa visione fu adottata da molti leader della flotta russa. Così il ministero della Marino ebbe l’idea di un rapido ritiro degli squadroni russi negli oceani prima dello scoppio delle ostilità. Si suppose che si sarebbero basati nei porti degli Stati Uniti, avendo ricevuto il consenso di Washington. L’operazione doveva perseguire tre obiettivi: in primo luogo, creare una minaccia al traffico commerciale di Inghilterra e Francia e quindi esercitare pressioni sui negoziati diplomatici ancora in corso; In secondo luogo, dimostrare il sostegno al governo di Lincoln nella lotta contro gli Stati ribelli dei sud; In terzo luogo, in caso di scoppio delle ostilità, colpire il punto più vulnerabile dell’Inghilterra, le comunicazioni marittime.
Furono formate due squadre: dell’Atlantico e del Pacifico, che compresero tre fregate nello squadrone dell’Atlantico (che ebbe assegnato il ruolo principale): Aleksandr Nevskij (capitano di vascello A. N. Andreev), Peresvet (capitano di fregata N. V. Kapitov) e Osljabja (capitano di fregata I. I. Butakov), due corvette: Varjag (capitano di corvetta O. K. Kremer) e Vitjaz (capitano di corvetta R. A. Lund) e il clipper Almaz (capitano di corvetta P. A. Zeljonij). Il comandante dello squadrone era il Contrammiraglio Stepan Stepanovich Lesovskij, marinaio esperto e istruito appena tornato da un viaggio d’affari in America, dove studiò l’architettura navale blindata degli Stati Uniti per un anno e mezzo. Possedeva un fluente inglese, francese, tedesco, spagnolo e conosceva bene la situazione in America. Lo squadrone del Pacifico era comandato dal Contrammiraglio Andrej Aleksandrovich Popov, futuro organizzatore e costruttore della flotta corazzata nazionale. Lo squadrone era basato nel Primoroe, appena controllato dai russi. Comprendeva quattro corvette: Kalevala (capitano di corvetta Karpelan), Bogatyr (tenente di vascello P. A. Chebyshev), Rynda (capitano di corvetta G. P. Sfursa-Zhirkevich) e Novik (Capitano di corvetta K. G. Skryplev) e due clipper: Abrek (capitano di vascello K. P. Pilkin) e Gajdamak (capitano di corvetta A. A. Peshurov). La preparazione dell’operazione fu condotta nel segreto totale. Anche i comandanti delle navi seppero degli scopi reali della spedizione solo alla vigilia della partenza da Kronstadt. Il 14 luglio 1863 fu approvato “Istruzione del Ministero Navale al Contrammiraglio S. S. Lesovskij”, che ordinava “di seguire le coste degli Stati Uniti del Nord America senza entrare… in qualsiasi porto prima dell’arrivo… ed ancorarsi a New York“. Le istruzioni indicavano che, in caso di guerra, lo squadrone agisse con tutti i mezzi possibili, infliggendo i maggiori danni al traffico nemico. Mentre precisava la situazione politica mondiale, dando raccomandazioni concrete sull’interazione con l’Ammiraglio Popov, l’istruzione tuttavia dava a Lesovskij piena libertà d’azione. Riassunse: “in ogni caso, quando lo riconosce… necessario, non sia timido con queste istruzioni e agisca a sua discrezione“.
Meno di un mese dopo l’approvazione del piano operativo, lo squadrone atlantico era pronta a salpare. La mattina del 18 luglio, tutte le navi, ad eccezione della fregata Osljabja, che era nel Mar Mediterraneo, partirono per New York lasciando Kronstadt. Nel viaggio del primo squadrone russo partirono solo navi a vapore, lasciando le navi a vela. L’Ammiraglio Lesovskij aveva fretta. Non potevano salpare che navi “sotto vapore”. Per ricostituire le riserve di carburante, le navi dovevano lasciare il Baltico con due trasporti partiti in anticipo. Per la prima volta nella storia della flotta russa, il rifornimento delle navi da guerra fu effettuato in viaggio. Il 25 luglio, in piena disponibilità al combattimento, la squadriglia arrivò nel Mare del Nord. La cosa principale da seguire era ora non incontrare le forze anglo-francesi. Pertanto, si decise di recarsi sull’Atlantico non con la solita rotta attraverso la Manica, ma a nord delle isole britanniche. I piano di Lesovskij furono decisivi. “Se lo squadrone incontrasse navi straniere“, scrisse nelle istruzioni ai comandanti, “suggerisco di rientrare alle acque del Baltico o concedere battaglia per onorare la nostra bandiera, allora l’ammiraglio avrebbe aderito alla battaglia“. Fortunatamente, tali misure estreme non dovettero essere prese. Il viaggio sull’oceano fu difficile. I venti di tempesta lasciarono posto a calma piatta con nebbie densi e piogge incessanti. Il carbone salvato, si navigò. La difficoltà della navigazione congiunta delle navi fu aggravata anche dalla differenza della loro velocità. Infine, l’Ammiraglio Lesovskij decise che ogni nave seguisse un propria rotta.

Fregata Aleksandr Nevskij

Il 13 settembre, nella rada di New York ancorò l’Aleksandr Nevskij sotto la bandiera del comandante, e la Peresvet. La fregata Osljabja era già arrivata. Il giorno successivo Varjag e Vitjaz gounseero. Il clipper Almaz, finito in una bonaccia, arrivò il 29 settembre. Il 1° ottobre lo squadrone di Popov giunse a San Francisco. Per coordinare le azioni tra i comandanti, fu immediatamente stabilita la comunicazione operativa con corrieri e telegrammi crittografati. Bisogna dire che l’apparizione simultanea di due squadroni russi nei porti degli Stati Uniti produsse esattamente su Inghilterra e Francia l’effetto che il governo russo voleva. L’operazione delle “nostre forze navali in Nord America“, scrisse il vicecancelliere Gorchakov, “in senso politico, ha avuto successo, ma l’esecuzione è eccellente“. L’ambasciatore russo riferì da Washington a San Pietroburgo che l’arrivo degli squadroni russi fu percepito dagli statunitensi come dimostrazione del sostegno al governo di Lincoln. Ad esempio, il quotidiano New York Herald descrisse la presenza dell’Ammiraglio Lesovskij e dei suoi ufficiali per le strade della città: “Piene di gente, le strade su cui si dirigeva la processione erano circondate da folle in piedi in lunghe fila. Le case erano decorate con bandiere… le persone felici d’incontrare la processione”. I giornali titolavano: “La Russia e gli Stati Uniti sono fratelli”, “La nuova unione è saldata”, “Dimostrazione popolare entusiasta…” Quasi ogni giorno le navi russe furono visitate da delegazioni di città e Stati, per esprimere rispetto e gratitudine alla Russia per la benevolenza e il sostegno agli Stati Uniti, “specialmente con le vere difficoltà infelici in cui si trova la nazione americana“. Il futuro grande compositore, e in quei giorni imbarcato sul clipper Almaz, N. A. Rimskij-Korsakov, scrisse: “Il nostro squadrone è stato ricevuto in modo amichevole, anche all’estremo. Con abito militare sulla spiaggia e non puoi non passare inosservato: non guardi, e sei guardato, accostato (anche dalle signore) con un’espressione di rispetto per i russi e il piacere che siano a New York“. La popolarità dei marinai russi era così grande che interessò anche la moda femminile. Come scrissero i giornali, per le donne alla moda di New York era imperativo avere doppi bottoni sul cappotto, coccarde, ancorette da cadetti, e cordoncini; questi ultimi un dettaglio sulla spalla del vestito. Tuttavia, non solo banchetti, visite e sfilate occuparono i nostri marinai. Mostrando coraggio e “dedizione veramente russa”, aiutarono ripetutamente la popolazione a spegnere gli incendi, così frequenti all’epoca. I comuni di Annapolis e San Francisco hanno espresso sincera ammirazione e riconoscenza a questo comandante. Un gruppo di ufficiali dello squadrone atlantico, guidato dal comandante dell’Osljabja, capitano di vascello I. I. Butakov, fratello del famoso Ammiraglio G. I. Butakov, visitò l’Armata del Potomac. Gli ufficiali russi incontrarono entusiasmo tra le truppe nordiste: quando le posizioni furono lasciare, “ogni reggimento salutò, inchinando le bandiere“. In una situazione estremamente difficile fu lo squadrone dell’Ammiraglio Popov. I nordisti infatti non avevano una flotta nel Pacifico, e gli abitanti di San Francisco erano costantemente minacciati dall’attacco dei sudisti, i corsari che compivano le piraterie in mare. L’unica cosa su cui residenti di San Francisco potevano contare era l’intervento dello squadrone russo, che usufruiva della loro ospitalità. I corsari sudisti, di regola, venivano preparati in Inghilterra, e una di queste navi, l’Alabama, navigava verso San Francisco, quando lo squadrone del Pacifico si riuniva. E accade a una delle navi di Popov, il clipper Abrek dall’aspetto molto simile all’Alabama, che all’apparire al largo fu preso per una nave corsara. Una cannoniera aprì il fuoco sul clipper che entrava nella rada. Le fortezze costiere furono leste a seguirne l’esempio. Il capitano dell’Abrek, capitano di corvetta K. P. Pilkin, si rese conto che i tiri dalla cannoniera erano innocui, ma il tiro dai forti poteva risultare fatale. Senza esitazione, affiancò il clipper alla nave e suonò l’allarme e, avvicinandosi convocò i marinai sul ponte. Nel momento in cui la cannoniera capì l’errore, il clipper russo fu salutato al grido di “hurray!”. Essendo una persona risoluta, l’Ammiraglio Popov prese la decisione inequivocabile di mettere San Francisco sotto la sua protezione. Lo squadrone cominciò a prepararsi per le operazioni militari contro i corsaro sudisti. Tuttavia, San Pietroburgo avvertì: “Le azioni dei corsari in alto mare… non ci riguardano, anche se attaccano i forti, il dovere di sua Eccellenza è osservare una rigida neutralità“. Il comandante dello squadrone ebbe il diritto di usare le armi solo in un unico caso, se i corsari, superando le fortificazioni, avrebbero minacciato la città stessa. “In questo caso“, si sottolineò a Popov, “avete il diritto, solo in nome della filantropia e non della politica, di usare la vostra influenza per impedire del male“. Fortunatamente, tutto andò bene. Mentre le navi russe, in piena operatività, erano nel porto, non un solo corsaro sudista osò avvicinarsi alla città. Il Presidente Lincoln invitò Lesovskij a visitare Washington e altri porti della costa atlantica. Il comandante dello squadrone dell’Atlantico, nonostante il tempo estremamente sfavorevole, ordinò il trasferimento a Washington. Tuttavia, prima di lasciare New York, l’ammiraglio ritenne necessario rispondere alla “cortesia e ospitalità ampia dai cittadini… al nostro squadrone“. Si offrì di sottoscrivere le istituzioni caritative di New York. Questa proposta fu accettata con grande piacere. Nella sua lettera al sindaco di New York, Lesovskij scrisse: “Prima di lasciare New York, Vi chiedo, signore, di ricevere per conto degli ufficiali dello squadrone l’espressione di sincera gratitudine affidatomi per i vostri amichevoli sentimenti con i cui i nostri concittadini sono stati accettati. Vi chiedo di accettare l’allegata somma di 4760 dollari raccolti dalle collette volontarie degli ufficiali del nostro squadrone, per proporveli per acquistare carburante per le famiglie povere“. La risposta del sindaco fu immediata. “Ho avuto l’onore di ricevere la Sua lettera… con un investimento di 4760 dollari donati dai Vostri ufficiali di squadrone… Per questo generoso atto di carità, chiedo l’autorizzazione a trasmettere a Voi e ai vostri compagni ufficiali la sincera gratitudine della città. Posso assicurarvi… che i cittadini di New York esprimo li stesso sentimento per la vostra disposizione amichevole… Il loro desiderio eterno era, con l’avvento del Suo squadrone… di rafforzare i legami di amicizia tra Russia e Stati Uniti“.

Clipper Abrek

Il 21 novembre 1863 la fregata Osljabja, sotto la bandiera del comandante, le corvette Varjag e Vitjaz, e il clipper Almaz, si ancorarono sul fiume Potomac alla periferia di Washington, nella città di Alexandria. Le navi erano ben visibili dalla cupola del Campidoglio. Purtroppo, a causa della malattia, Lincoln non poté visitare le nostre navi, e l’Ammiraglio Lesovskij ritardò la partenza dello squadrone. Il 7 dicembre, appena la salute del presidente migliorò, l’ambasciatore russo presentò al presidente e consorte l’Ammiraglio Lesovskij e gli ufficiali dello squadrone. I marinai russi visitarono Washington, ospiti del Congresso. Il segretario di Stato, il ministro delle Marina Welles e altre figure pubbliche degli Stati Uniti visitarono le navi. Per quasi sei mesi le navi russe fuono nelle acque statunitensi. Su invito del presidente, visitarono molti porti su entrambe le coste degli Stati Uniti. Delusi agli inizi del 1864, la situazione politica consentì al governo russo di permettere agli Ammiragli Lesovskij e Popov d’inviare alcune navi dalla flotta russa ad esplorare le regioni meridionali ed equatoriali degli oceani. Di nuovo, dopo pochi mesi, a New York e a San Francisco, le navi cominciarono a prepararsi per il ritorno in patria…

Clipper Almaz

Visita di ricambio
Nel 1865 la guerra civile tra Stati settentrionali e meridionali stava terminando. Nei circoli governativi di Washington sempre più si cominciò a parlare di visita di ricambio in Russia. Aspettavano solo la conclusione delle elezioni presidenziali. Il 4 aprile 1865 Lincoln divenne nuovamente il capo della Casa Bianca. Tuttavia, passarono solo pochi giorni. e un colpo al Teatro Ford di Washington immerse gli USA nel lutto. Ancora una volta fu rinviata la visita. Il 16 aprile 1866 a San Pietroburgo, sull’argine della Neva, vi fu un attentato ad Alessandro II. Per fortuna lo zar sopravvisse. Gli statunitensi, ancora impressionati dalla morte del loro amato presidente, decisero che era il momento della visita di ricandio. Il modo migliore per esprimere la gratitudine della Russia per il sostegno negli anni difficili della guerra civile e congratularsi con l’imperatore “sul miracoloso salvataggio dalla morte”, fu difficile da trovare. Il 4 maggio 1866, i leader del Partito Repubblicano dominante pubblicarono una dichiarazione al Congresso affermando che “le persone che ci hanno dato i loro sentimenti più caldi al momento del nostro pericolo mortale, dovrebbero ricevere più che una congratulazione all’imperatore“. La Camera dei Rappresentanti e il Senato furono invitati ad adottare una speciale risoluzione comune con un appello al capo dello Stato russo e inviare in Russia un distaccamento di navi da guerra con un ambasciatore straordinario a bordo. Il decreto fu adottato e firmato dal presidente A. Johnson. Come ambasciatore straordinario degli Stati Uniti, il Congresso nominò un segretario di Stato aggiunto per il ministero della Marina, membro del gabinetto di Washington Gustav Fox, ex-ufficiale della Marina, il 45enne Fox era un noto politico attivo nell’amministrazione Lincoln. Durante la guerra civile, fu uno dei prominenti organizzatori e leader della flotta nordista. Il Congresso approvò la proposta di Fox di visitare la Russia su un monitor. Si credeva che la nave fondamentalmente nuova che per prima apparve durante la guerra nella marina nordista, rappresenterebbe al meglio le forze navali degli Stati Uniti. Non ultima in tale ruolo, ovviamente, era la voglia di dimostrare al mondo l’efficienza marina dei monitor. Dopo tutto, alcuno di essi aveva mai attraversato l’oceano, e poche persone in Europa credevano nella possibilità di tale miracolo. I monitor furono percepiti principalmente come navi fluviali, progettate per combattere contro le batterie costiere del nemico. Il comando della flotta statunitense voleva testarlo, ma “possono essere costruiti in modo che possano essere un’arma potente anche nelle battaglie in alto mare?” Per la visita fu scelto uno dei monitor più recenti, il “Miantanamoh“, una corazzata dallo scafo relativamente basso sulla linea di galleggiamento e dal fondo piatto. Per assicurare il viaggio attraverso l’oceano, furono assegnate due fregate a vapore, “Augusta” e “Ashulot“. Alla fine di maggio tutte le navi del piccolo distaccamento si concentrarono nella baia di St. John sull’isola di Terranova. Il punto di partenza non fu scelto a caso: da qui iniziava la rotta più breve per l’Europa, per l’Irlanda.
Il 5 giugno Fox arrivò a St. John. Lo stesso giorno, le navi salparono. Con il tempo, i marinai statunitensi furono fortunati. Secondo il giornale di bordo del “Miantanamoh“, per tutto il passaggio un vento da nord-ovest soffiò, e l’oceano era poco mosso. La maggior parte del viaggio, il “Miantonamoh” fu rifornito dall'”Augusta“, che conservava il carbone. Onde di un metro e mezzo inondavano il ponte basso del monitor. Il ponte superiore era instabile e il rollio della nave in acque profonde non fu mai permesso di conoscerlo. Ogni pomeriggio, dopo aver determinato la posizione della nave, un foglio di coordinate veniva inserito in una bottiglia e gettata in mare, chissà quale sarebbe stato il domani nell’oceano. La fine recente, durante una tempesta a Capo Hatteras, della prima nave di questo tipo, preoccupava ancora. Inutile dire che le persone che attraversavano l’oceano sulla “Miantonamoh” non erano timide… il viaggiò durò 11 giorni. Il 16 giugno, dopo aver superato 1765 miglia, il distaccamento di Fox raggiunse le coste dell’Irlanda. Le navi entrarono nel porto di Cork e ancorarono. A proposito, tre bottiglie gettate dalla “Miantanamoh” raggiunsero l’Europa. Dopo diversi mesi alla deriva, furono presi sulle coste della Normandia e consegnati alle autorità statunitensi, secondo un’antica tradizione marittima.
Fu uno strano spettacolo per gli europei il monitor. “questa è una nave senza precedenti, come una grande zattera, su cui torreggiano due torri e un tubo“. Non è un caso che l’ammiraglio inglese che incontrò la squadriglia chiese a Fox: “Ha davvero attraversato l’Atlantico con questa cosa? Dubito molto di poterlo fare“. Ma pochi giorni dopo, la “cosa”, che ricordava una chiatta, navigò ancora e per per la Russia vi furono due soste, a Cherbourg e Copenhagen. La maggior parte del viaggio la “Miantanamoh” fu sola. Fu accompagnava solo dalla fregata “Augusta“. Dopo aver attraversato l’oceano, l’Ashulot fu inviata nel Mediterraneo. Nel Baltico incontrarono frequenti nebbie. Ogni tanto dovevano rallentare o addirittura andare alla deriva. Infine, il 3 agosto il distaccamento arrivò a Helsingfors. Le voci del colera dilagante a San Pietroburgo erano allarmanti. Fortunatamente erano esagerate e il 5 agosto le navi statunitensi salparono da Helsingfors. C’era un’ultima sosta sul Golfo di Finlandia. All’uscita dal porto, la squadra di Fox fu incontrata da uno squadrone russo. Dopo lo scambio di fuochi di salva, “le navi russe fiancheggiarono su due colonne la nave e il monitor statunitensi, in mezzo… Così, la squadra navigò per Kronstadt e, in condizioni favorevoli, arrivò il 6 agosto“. Quella giornata fu immortala da una magnifica foto della rada di Kronstadt. Nel porto, una folla di persone; molte barche e yacht e sullo sfondo lo squadrone russo; di fronte, lentamente arrivava la “Miantanamoh“, accolta da colpi di cannone dei forti e dall’inno nazionale statunitense. Non appena le navi sono ancorarono, l’inviato del Congresso a nome dell’imperatore fu accolto dal Contrammiraglio S. S. Lesovskij, di cui marinai statunitensi ricordavano la visita a New York nel 1863-1864. Lo stesso giorno, Fox e il suo entourage arrivarono a San Pietroburgo; furono collocate nell’Hotel de France, sulla Bolshaja Morskaja, non lontano dall’arco dello Stato Maggiore.
L’8 agosto l’ambasciata straordinaria fu accolta da Alessandro II, al Palazzo Peterhof, dove si recarono in treno. Alla stazione salirono sulle carrozze per la corte. Nonostante la rigorosa etichetta diplomatica, l’accoglienza avvenne in un’atmosfera eccezionalmente amichevole. “Numerosi legami, che legano il grande impero a oriente e la grande repubblica a occidente”, diceva il messaggio del Congresso letto da Fox “si sono moltiplicati e consolidati nuovamente grazie al sostegno che il governo russo ha reso agli Stati Uniti durante i difficili anni della loro lotta interna“. Lo zar parlò delle relazioni tradizionalmente amichevoli tra Russia e USA. Concluse il discorso con la certezza che non avrebbe mai dimenticato l’accoglienza amichevole che gli Stati Uniti diedero ai suoi squadroni. Desiderando ringraziare i marinai statunitensi, l’imperatore annunciò che tutti, senza eccezione, ufficiali e marinai della squadra, erano ospiti del governo russo. Subito dopo un telegramma fu inviato a Washington, dove Fox riferì al governo del compimento della missione affidatagli; fu il primo telegramma inviato dalla Russia all’America sul nuovo cavo transatlantico. Mentre nel palazzo ci fu la ricezione ufficiale, gli ufficiali statunitensi, accompagnati dall’Ammiraglio Lesovskij, esaminarono i palazzi e i parchi di Peterhof. Nel parco più vicino incontrarono l’eroe della difesa di Sebastopoli E.I. Totleben. “Gli ufficiali salutarono il famoso ingegnere con rispetto e entusiasmo… gridando” Hurray” per tre volte, confondendosi con il rumore incessante delle fontane del Peterhof“. Sull’isola della zarina, agli ospiti fu mostrata una quercia coltivata da una ghianda prelevata dalla quercia “che avvolgeva la tomba di Washington”. La visita dell’imperatore non durò a lungo. Il giorno successivo, Alessandro II, accompagnato dall’erede e dai granduchi, visitò le navi statunitensi. La “Miantanamoh” lo salutò coi cannoni sulle torrette. Fu la prima volta e in contrasto con le regole vigenti, perché nella Marina statunitense, i cannoni di questo calibro erano “destinati esclusivamente alle operazioni militari“.
Così iniziò la prima visita ufficiale della flotta statunitense in Russia. Da cui visitarono la capitale. Tuttavia, prima di tutto, naturalmente, Kronstadt con le sue forte fortificazioni, banchine, osservatorio marino, la più ricca biblioteca marina, i cui onorevoli lettori erano tutti ufficiali statunitensi. Durante l’ispezione dell’arsenale, gli ospiti furono “stupiti dalla moltitudine di bandiere militari prelevate ai nemico testimoniando le attività della flotta russa in mare”. Pietroburgo stupì gli statunitensi con il suo splendore, così come continue cene e ricchi pranzi. Ad esempio, una cena tenuta nel “giardino lussuosamente illuminato” di una delle dimore dell’isola di Kamenij, dove era presente “l’intera alta società di Pietroburg“, costò all’ospite più di 40 mila rubli… Il 23 agosto, si invito della società di Mosca, l’ambasciata partì per Mosca, a bordo di vagoni speciali, “drappeggiati con bandiere americane e fiori“… La Regina Madre incontrò gli ospiti con una banda musicale. Sulla piazza della stazione affollata, risuona l’inno nazionale “Glory, Columbia“. Il sindaco, i membri del governo e numerosi rappresentanti di varie società accolsero l’ambasciata. Gli ospiti furono inviati nel residence preparatogli. Inaspettatamente, ritrovarono delle loro foto. Tuttavia, la sorpresa crebbe ancora quando videro i loro ritratti ad olio, perché non so erano presentati a nessuno! Il segreto fu rivelato dai proprietari: le foto sono state ritirate a San Pietroburgo da una fotocamera nascosta, due giorni prima di partire per Mosca. I ritratti furono dipinti da esse. Lo stesso giorno, l’ambasciata fece una visita ufficiale al governatore generale di Mosca, V. A. Dolgorukov. Brindando alla salute degli ospiti, disse: “L’accoglienza che avviene tra la nostra flotta, parla del rispetto che i cittadini degli Stati Uniti godono nel nostro Paese. Credetemi, incontrerete la stessa accoglienza a Mosca, nostra antica capitale“. Il quinto giorno l’ambasciata partì per Nizhnij Novgorod. Agli statunitensi volevano mostrare la famosa fiera, che durava esattamente due mesi, quando la popolazione della città aumentava di 6-8 volte, da 40 a 300mila persone. Il giro d’affari superava i 100 milioni di rubli. Più di sei mila tonnellate di merce venivano vendute. Il mercanti, in onore dell’arrivo dell’ambasciata, organizzò una cena. “La sala da pranzo era decorata con fiori, verdi, bandiere nazionali e ritratti del sovrano, di Washington, Lincoln e Johnson. Circa centocinquanta persone si sedettero al tavolo, fra i quali erano presenti tutte le nazionalità: russi, persiani, tatari, armeni, commercianti del Caucaso e della Siberia lontana“. Ciononostante, la commissione fu molto dispiaciuta che, a causa del culmine della fiera, la classe mercantile non poteva accettare i cari ospiti con il lustro dovuto.
Il 1° settembre l’ambasciata risalì il Kostroma. “Non appena il signor Fox salì nel terrapieno, uno dei contadini si tolse la casacca e si prostrò. Fox cercò di evitarlo. Tuttavia, nello stesso momento, come per magia, fino alla fine del terrapieno fu immediatamente coperto da soprabiti. La folla osservò silenziosamente ciò che accadde dopo. Quando Fox decise finalmente di accettare i vestiti, la folla lo salutò con gioia con un forte “hurray”!” Dopo aver incontrato Kostroma e controllando il monumento a Ivan Susanin, l’ambasciata continuò il viaggio lungo il Volga. Negli ultimi giorni del soggiorno nella capitale, gli statunitensi cenarono in un club “aristocratico” cosiddetto “inglese”. Il Cancelliere A.M. Gorchakov: “Mi rallegro… che menti pratiche, aliene a qualsiasi pregiudizio, possano giudicarci imparzialmente. Potrebbero apprezzare… la più grande gloria e orgoglio della nostra patria, e le persone che ne costituiscono il potere!“. Esprimendo la speranza che buone relazioni tra i due popoli esistano per sempre, Gorchakov notò l’apprezzamento particolarmente di questa relazione, perché “non rappresenta una minaccia o pericolo per nessuno… Dio ha dato tali condizioni a entrambi i Paesi perché possano essere contenti della loro grande vita interna“. Lo stesso giorno, il testo completo del discorso di Gorchakov fu trasmesso via telegrafo negli Stati Uniti. È interessante che l’invio di questo telegramma costasse al corrispondente del New York Herald 7000 dollari. Il 15 settembre 1866, gli statunitensi salparono dal Golfo di Finlandia…

Monitor Miantonomoh

La “seconda” spedizione americana
“Seconda spedizione americana” indica l’incursione di squadre russe nei porti degli Stati Uniti nel 1876 durante il deterioramento delle relazioni con la Gran Bretagna a causa del sostegno della Russia alla rivolta anti-turca in Bulgaria. In quel momento, nel Mar Mediterraneo, vi era lo squadrone del Contrammiraglio I. I. Butakov, con la fregata corazzata Petropavlovsk, la fregata Svetlana, le corvette Askold e Bogatyr, il clipper Krejser e due schooner. Per evitarne in caso di guerra la distruzione da parte delle superiori forze della flotta inglese, le navi russe (ad eccezione dell’inaffidabile Petropavlovsk) furono inviate nei porti atlantici degli Stati Uniti da cui, dopo aver interrotto i rapporti con l’Inghilterra, iniziare le operazioni. Nel novembre, le navi russe lasciarono i porti d’Italia. La corvetta Bogatyr giunse a Charleston il 27 dicembre; la nave dell’Ammiraglio Butakov, la fregata Svetlana, sotto il comando del Granduca Aleksej Aleksandrovich, giunse nella rada di Hampton il 31 dicembre; la corvetta Askold giunse a Charleston il 12 gennaio 1877; il clipper Krejser arrivò a New York il 4 febbraio. Nel marzo 1877 l’intero squadrone di Butakov fu concentrata a New York. Contemporaneamente, le navi dello squadrone dell’Oceano Pacifico e la flottiglia siberiana, sotto il comando del Contrammiraglio O. P. Puzino, ebbero l’ordine di recarsi a San Francisco. Nell’ottobre 1876 si ritirarono dai porti cinesi e giapponesi e il 25 dicembre 1876 lo squadrone della corvetta Bajan, dei clipper Vsadnjk e Abrek, degli schooner Vostok, Tungus ed Ermak, giunse a San Francisco, più tardi seguito dalla cannoniera Gornostaj e dal trasporto Japonetz.
Secondo il piano elaborato dall’Ammiraglio Puzino, in caso di guerra il suo squadrone doveva attaccare Vancouver per “causare danni agli stabilimenti nemici e distruggere le navi militari e mercantili presenti”, e poi recarsi in Australia e incrociare verso occidente (le corvette), e oriente (i clipper), bombardando i depositi sulle coste settentrionale della Nuova Guinea, le Isole Salomone e le Isole Marshall. Il 30 aprile, dopo essersi allentata la tensione nei rapporti russo-inglesi, gli squadroni russi ricevettero l’ordini di lasciare i porti degli Stati Uniti e ritornare al servizio di routine.

Fregata Svetlana

La “terza” spedizione americana
“Terza spedizione americana” fu chiamata l’organizzazione di un squadrone di navi russe in crociera negli Stati Uniti dopo la fine della guerra russo-turca del 1877-1878, e le pretese del Regno Unito di revisionarne i risultati. Poiché la flotta russa non disponeva di un numero sufficiente di navi idonee per la crociera, fu deciso di acquistare navi mercantili negli Stati Uniti e utilizzarle come incrociatori ausiliari. Furono stanziati tre milioni di dollari, sufficienti per comprare tre o quattro navi. L’acquisto delle navi e l’organizzazione della crociera furono affidati al capitano di corvetta L. L. Semechkin. Il 27 marzo 1878, fu deciso di affidare immediatamente la spedizione al comando del capitano di corvetta K. K. Grippenberg, recatosi negli Stati Uniti sulla nave tedesca Zimbria. Il 17 aprile, il Zimbria entrò nel piccolo porto di South West Harbor, Maine. Il 26 aprile, a New York, arrivò Semichkin, che acquistò tre navi a vapore (California, Columbus e Saratoga). Furono aggiornate come incrociatori a Philadelphia nel cantiere navale Crump. Il 29 maggio 1878 ebbero il nome Evropa, Azija e Afrika, divenendo navi da guerra di prima linea. A settembre, il Zimbria giunse a Filadelfia con le squadre dei marinai russi. A dicembre, Evropa, Azija e Afrika alzarono la Croce di Sant’Andrea. Dato che la minaccia di guerra con l’Inghilterra era finita, gli incrociatori salparono da Philadelphia per l’Europa a fine dicembre 1878.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina costringe gli USA a porre fine alla “guerra delle parole”

Alexander Mercouris, The Duran 16/08/2017

Come previsto diplomazia e avvertimenti dei cinesi hanno costretto Washington e Pyongyang a fermare la “guerra delle parole” che accelerava la crisi nel Pacifico settentrionale. Quattro giorni prima, dopo l’avvertimento della Cina agli Stati Uniti che avrebbe difeso la Corea democratica se l’avessero attaccata e cercato di cambiarne regime, e dopo la chiamata del Presidente Xi Jinping al presidente degli Stati Uniti Trump, dicendogli si smetterla, scrissi che pensavo che la diplomazia cinese avrebbe avuto successo e che la guerra verbale tra Stati Uniti e Corea democratica sarebbe finita. “Quando si ha che fare con la Corea democratica e un leader orgoglioso, inesperto e volubile come Donald Trump, non è mai facile essere sicuri, ma la mia ipotesi è che la diplomazia cinese negli ultimi due giorni sia stata efficace e che il grosso della crisi sia finita. In caso affermativo mi aspetto che lo scontro verbale tra Washington e Pyongyang inspiegabilmente e misteriosamente esploso negli ultimi giorni, si affievolisca”. Nello stesso articolo osservai che il presidente degli Stati Uniti Trump non era sicuramente l’unico capo straniero che i cinesi avrebbero contattato nel corso della crisi. I cinesi senza dubbio avranno parlato anche con i nordcoreani, probabilmente coi sudcoreani, e naturalmente erano a stretto contatto con l’alleato russo. Oggi è chiaro che la diplomazia cinese ha effettivamente avuto successo. Kim Jong-un ha mollato il piano provocatorio di lanciare missili Hwasong-12 presso Guam (dove gli Stati Uniti hanno una grande base aeronavale) e Donald Trump si congratulava con Kim Jong-un per aver preso una “saggia e ben motivata decisione”. Sebbene i cinesi abbiano ottenuto ciò che volevano, la fine della fastidiosa guerra verbale tra Washington e Pyongyang delle ultime due settimane, sarebbe sbagliato dire che Washington e Pyongyang abbiano ceduto. Ciò significherebbe che i due governi si minacciassero sul serio, cosa di cui dubito fortemente. Sono sicuro che non c’è mai stata la minima intenzione degli Stati Uniti di attaccare la Corea democratica o che Kim Jong-un e leadership nordcoreana volessero la dimostrazione missilistica assai provocatoria e inutile su Guam di cui si parlava. L’esercito statunitense s’è opposto con assoluta nettezza all’attacco militare alla Corea democratica, e nessun presidente statunitense, certamente non uno dalla posizione politica debole come Donald Trump, andrà mai andato contro l’esercito statunitense su cose del genere. Il modello coerente del comportamento militare statunitense è che, sebbene le forze armate statunitensi eseguano senza esitazione l’ordine presidenziale di attaccare un avversario debole giudicato incapace di combattere (esempio la Jugoslavia nel 1999, i taliban nel 2001, l’Iraq nel 2003 e la Libia nel 2011) si sforza sempre di evitare un nemico che possa rispondere e causare seri danni ai militari statunitensi. Perciò l’esercito statunitense si è sempre opposto a un confronto con l’esercito russo in Siria, nonostante la superiorità militare statunitense rispetto alle forze russe nella zona. Contro la Corea democratica, armata di armi nucleari e missili balistici che possono raggiungere il territorio degli USA e sostenuta pubblicamente dalla Cina, non ci fu mai la minima possibilità di un attacco statunitense. Per la Corea democratica, la proposta di lanciare missili Hwasong-12 verso Guam ha sempre avuto un aspetto melodrammatico. Dubito che ci abbiano mai pensato seriamente.
Se non si può affermare che nessuno dei due abbia ceduto, gli Stati Uniti sembrano comunque i perdenti della vicenda. Come rilevava il quotidiano cinese Global Times, gli Stati Uniti sono sempre in svantaggio quando ingaggiano con la Corea democratica una guerra verbale. “Gli Stati Uniti di solito non possono vincere in queste guerre verbali, dato che Pyongyang sceglie la forma che preferisce e ciò che Washington dice non può essere sentito dalla società nordcoreana. Ma l’opinione statunitense presta grande attenzione a tutto ciò che dice la Corea democratica”. L’amministrazione Trump ha comunque scelto d’ingaggiare la Corea democratica in tale guerra. Il risultato è stato rafforzare il sostegno della Cina alla Corea democratica, offrendole ciò che appare la garanzia pubblica della sua sicurezza, mentre sconvolge gli alleati statunitensi come la Corea del Sud sempre più preoccupata da intenzioni e azioni degli Stati Uniti; e la Germania che sulla questione coreana va contro gli Stati Uniti affiancando Cina e Russia. Peggio ancora, Kim Jong-un, secondo il presidente Trump, esce da tale confronto in questa lunga crisi, apparendo “saggio e ben motivato”. Difficilmente un risultato che piacerà a Washington.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le sanzioni statunitensi sono sintomatiche di un impero fallito

James Oneill New Eastern Outlook 5.08.2017

Il 26 luglio 2017 il Congresso degli USA approvava in via straordinaria un disegno di legge che prevede nuove sanzioni contro Corea democratica, Russia e Iran. Il passaggio di tale legge e il tipo di sostegno nel Congresso degli Stati Uniti sono istruttivi per vari aspetti. Il primo punto è che le fazioni statunitensi, precisamente le istituzioni statunitensi, sono disposte a perseguire politiche indipendentemente dall’assenza di basi evidenti; in contrasto con gli interessi dei supposti amici ed alleati e completamente prive di qualsiasi conoscenza o riferimento alle realtà storiche. Il risultato delle ultime sanzioni è creare una situazione singolarmente pericolosa che potrebbe facilmente portare a una guerra nucleare. Contrariamente alle credenze bizzarre di certi politici statunitensi, non ci sarebbero vincitori con tale risultato. Questi punti possono essere illustrati riguardo le sanzioni all’Iran. Per anni la retorica degli Stati Uniti e dell’alleato Israele era che l’Iran era “sul punto di sviluppare una bomba nucleare”. Per più di un decennio, il governo israeliano diceva che l’Iran era “a solo pochi mesi” da tale sviluppo. Che le date siano passate senza incidenti, non impediva la ripetizione di ciò che era una manifesta falsità. Il primo ministro israeliano Netanyahu apparve all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, presentando un disegno che rappresentava la presunta “minaccia imminente”. I media occidentali omisero di menzionare che Israele è la sola potenza nucleare del Medio Oriente; non ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, e si rifiuta di consentire l’ispezione dell’AIEA delle proprie strutture nucleari. Non solo non vi era alcuna prova che l’Iran abbia o volesse sviluppare armi nucleari, fu opinione unanime delle 17 agenzie d’intelligence statunitensi in due occasioni che l’Iran non avesse un programma per armi nucleari. Per risolvere la prospettiva della costante propaganda antiiraniana che istiga all’attacco di Stati Uniti e alleati all’Iran, il governo russo fu determinante nel raggiungere l’accordo del 2015 che impediva che l’inesistente programma di armi nucleari giustificasse la guerra. L’esempio dell’Iraq illustra come demonizzazione costante, minacce di sanzioni e false accuse su armi nucleari e altre armi di distruzione di massa, possano rapidamente portare alla devastazione totale di una nazione in precedenza prospera. Le lezioni da trarre da Iraq, Libia e Siria sono decisamente ignorate dai media occidentali che attualmente rullano i tamburi di guerra contro la Corea democratica, ancora una volta ignorando storia, logica e realtà militari.
Il piano d’azione comune globale (JCPOA) negoziato nel 2015 e concordato dai partecipanti, compresi gli Stati Uniti, forniva lo strumento con cui si rende praticamente impossibile all’Iran divenire una potenza nucleare. I meccanismi per garantirne la conformità comprendevano ispezioni regolari dell’AIEA e relazioni semestrali che attestano la conformità dell’Iran. Queste relazioni sono inviate al Congresso degli Stati Uniti. Per gli statunitensi e i loro alleati, tuttavia, non basta. Sebbene il JCPOA li privi del casus belli immediato per la guerra, la retorica anti-iraniana continua senza sosta. Un esempio della falsa propaganda è l’affermazione che l’Iran sostenga i gruppi sciiti intenti a promuovere terrorismo e destabilizzazione in Medio Oriente e altrove. Tale affermazione non ha alcuna attinenza coi fatti. La Fondazione Carnegie USA, ad esempio, in un rapporto intitolato “L’aiuto dell’Iran in Yemen” criticava la rappresentazione dell’Iran come sostenitore dei “ribelli sciiti” contro le forze del presidente Hadi. La realtà è che Hadi fu eletto in un’elezione dove era l’unico candidato e che l’opposizione popolare fece fuggire in Arabia Saudita. Gli huthi, la principale opposizione ad Hadi, sono zaiditi, teologicamente del ramo sunnita dell’Islam piuttosto che sciita. La guerra brutale in corso nello Yemen è guidata dai sunniti sauditi, sostenuta da Regno Unito, Stati Uniti e dalla grave presenza di mercenari, anche australiani, su cui il governo australiano tace. La realtà ha più a che fare con la posizione strategica dello Yemen, che si affaccia sullo stretto tra Mar Rosso e Mar Arabico e gli enormi giacimenti di petrolio ambiti dai sauditi, piuttosto che a un qualsiasi presunto sostegno iraniano. Anche Gibuti, sullo stretto dello Yemen, ha attirato l’interesse strategico statunitense e cinese, senza essere devastato dalla guerra. L’Iran offre sostegno politico e morale a Hamas in Palestina, ai musulmani nel Kashmir e ai rohingya in Myanmar, tutti sunniti. La caratteristica che hanno in comune è che sono repressi e soggetti a politiche genocide di altri gruppi politici e religiosi.
L’amministrazione Trump dimostra la verità dell’osservazione del Presidente Putin sulla precedente amministrazione Obama, secondo cui “non sono capaci di un accordo”. Trump ha detto al Wall Street Journal: “se fosse per me avrei trovato (gli iraniani) non conformi 180 giorni fa” (quando giurò). Secondo un articolo del Journal of Foreign Policy, Trump riprese il mantra all’ufficio ovale accusando i suoi consiglieri in politica estera (Tillerson, Mattis e McMaster) di non aver trovato modo per affermare che l’Iran violi le disposizioni del JCPOA. Il New York Times diffuse una storia simile. Infatti, gli Stati Uniti violano il JCPOA, sia nella lettera che nello spirito, e anche la risoluzione 2231 (2015) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che approvò l’accordo. L’articolo 29 del JCPOA impegna gli Stati Uniti ad astenersi da qualsiasi politica intesa a incidere sulla normalizzazione delle relazioni commerciali e economiche con l’Iran. Le ultime sanzioni e la retorica bellicosa che le accompagna sono manifestamente non conformi all’articolo 29. Tra le tante falsità contro l’Iran c’è l’affermazione che i test missilistici dell’Iran violino il JCPOA. Non c’è nulla nell’accordo che impedisca all’Iran di sviluppare l’autodifesa, tra cui l’uso di tecnologie antiaeree e antimissili. Un diritto sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. L’Iran ha adottato il sistema antimissile S300 della Russia nel 2016, in virtù del diritto all’autodifesa. Date le quotidiane minaccia all’Iran; i due ultimi incidenti dei “colpi di avvertimento” sparati a navi iraniane da navi militari statunitensi che operavano presso le acque territoriali dell’Iran; e la storia sulle azioni statunitensi nei Paesi confinanti, le misure di autodifesa sono una prudenza. L’osservanza dell’Iran dei termini del JCPOA ha consentito d’intervenire in un’altra area probabilmente più importante delle misure di autodifesa militare. L’Iran ha compiuto rapidi progressi nel rafforzare i legami economici con Cina, India e Russia. Sono stati firmati memorandum d’intesa per 40 miliardi di dollari con la Russia e società russe. La società Gazprom ha firmato un accordo da miliardi di dollari per sviluppare il giacimento Farzad B. Gazprom sviluppa anche i campi petroliferi Azar e Ghanguleh nella provincia del Luristan dove si stimano 3,5 miliardi di barili di riserve di petrolio. L’Iran ha anche 7 miliardi di dollari in riserve di gas naturale. I 200 miliardi di dollari necessari per sviluppare tali riserve verranno da Russia, Cina e altre fonti non occidentali. L’Iran annunciava che darà la preferenza ad infrastrutture e ad altre iniziative di sviluppo alle nazioni che l’hanno sostenuto negli anni delle sanzioni e delle altre forme di guerra. La Cina, che attualmente costruisce un collegamento ferroviario ad alta velocità tra Mashad e Teheran (per collegarsi con altre linee dell’Est asiatico), vede l’Iran quale fattore chiave nella grande Belt and Road Initiative (BRI) che trasforma il quadro economico e geopolitico eurasiatico. L’Iran è anche attore chiave nel corridoio dei trasporti Sud – Nord che collega l’India attraverso Iran e Azerbaigian alla Russia, trasportando merci ad una frazione del costo e del tempo delle rotte convenzionali esistenti e vulnerabili alle interferenze della Marina statunitense. Significativamente importante è anche l’associazione all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, con l’adesione a pieno titolo probabilmente nel 2018. La SCO è una componente centrale del BRI con legami sempre più stretti con l’Unione economica euroasiatica (EEU). La Russia è il denominatore comune di BRICS, SCO, UEE, SCO e NSTC. I Paesi di questi quattro gruppi, così come altre nazioni (ora più di 60) che hanno aderito al BRI, sempre più negoziano altri accordi non denominati in dollari. I giorni del dominio del dollaro USA sono chiaramente contati.
Questa combinazione di grandi cambiamenti economici e geopolitici nell’equilibrio di potere, allontanandosi dal dominio statunitense degli ultimi sette decenni, è la chiave per capire perché gli statunitensi reagiscono in modo disperato, pericoloso ed irrazionale. È la classica sindrome della fine dell’impero. Si spera che gli adulti costringano gli Stati Uniti ad evitare la via che porterebbe alla fine dell’umanità.James O’Neill, avvocato australiano, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La politica nucleare degli USA è il problema

Finian Cunningham SCF 13.08.2017Le minacce del presidente Donald Trump e del Pentagono di “distruggere il popolo nordcoreano”, dette con fervida freddezza, dimostrano che la classe dirigente statunitense non è inconsapevole di commettere il crimine supremo di genocidio di civili inermi. Le minacce alla Corea democratica, nella stessa settimana in cui il mondo celebrava il 72° anniversario del bombardamento atomico statunitense delle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki nel 1945, uccidendo oltre 200000 persone, sono profondamente connesse. Comprenderlo è essenziale per avere una soluzione pacifica della crisi attuale ed evitare una guerra catastrofica. Parlando dal suo golf club privato di New Jersey, Trump spiegava che la potenza che gli Stati Uniti avrebbero scatenato contro la Corea democratica sarebbe “qualcosa che il mondo non ha mai visto prima”. Tale arroganza nel compiere una simile devastazione dimostra la mentalità genocida dei governanti statunitensi. Le parole di Trump furono ripetute dal capo del Pentagono James Mattis che avvertiva il popolo nord-coreano di un’imminente “distruzione”. Una qualsiasi equivalenza tra Stato comunista nordcoreano e governanti statunitensi è assurda. I grandi arsenali nucleari sproporzionati sono un problema, per iniziare. Anche la differenza nella postura geografica: le forze statunitensi in Corea del Sud sono al confine con la Corea democratica, e non viceversa. Anche la retorica: Kim Jong-un può usarla trasformando gli Stati Uniti “in cenere”, ma la politica nordcoreana è sempre nel contesto dell’autodifesa e della risposta a ciò che vede come aggressione statunitense. La retorica di Washington, d’altra parte, è offensiva, e da decenni. “Avere tutte le opzioni sul tavolo” è il codice del diritto esplicito di lanciare un attacco preventivo, anche usando armi nucleari. Non solo la mentalità genocida dei governanti statunitensi è coerente con l’orribile crimine contro il Giappone di 72 anni fa e con la geopolitica. Il vero motivo per cui Washington sganciò le bombe atomiche il 6 e il 9 agosto 1945 era impedire la caduta del Giappone e della penisola coreana per mano dell’Unione Sovietica che avanzava. Gli statunitensi già pensavano alla divisione globale del dopoguerra ed erano decisi ad impedire al comunismo di trarre vantaggio territoriale dalla sconfitta del nazismo e del fascismo giapponese. Come Martin Hart-Landsberg racconta nel suo superbo libro di storia coreana, lo scopo del primo bombardamento nucleare statunitense del Giappone era terrorizzare la regione e fermare l’avanzata delle forze sovietiche nel Pacifico. Soprattutto impedire la totale liberazione della Corea tramite l’alleanza delle guerriglie della resistenza comunista coreana che combattevano per rovesciare l’occupazione coloniale giapponese. Dal genocidio nucleare in Giappone sorse l’inevitabile divisione della Corea con un Nord comunista e un sud filo-occidentale, ricostruito da quisling usciti dall’occupazione imperiale giapponese (1910-45). Sebbene la politica democratica progressista abbia acquisito forza e potere governativo nella Corea del Sud negli ultimi due decenni, lo Stato sudcoreano fu segnato nei primi quattro decenni del dopoguerra da un’eredità politica colonialista giapponese, autoritaria, fascista e ovviamente filo-statunitense.
Durante la guerra di Corea (1950-53), l’esercito statunitense che sostenne il Sud contemplò l’uso di armi nucleari contro il Nord comunista e l’alleato cinese. I bombardieri nucleari statunitensi sorvolarono il territorio settentrionale per deliberati atti di terrorismo. Le persone furono costrette a vivere in grotte perché gli statunitensi avevano distrutto ogni città con le armi convenzionali, uccidendo due milioni di civili. Quando le forze statunitensi oggi fanno volare bombardieri nucleari B-1 sulla penisola coreana, come hanno fatto questa settimana proprio mentre Trump rilasciava la sua diatriba su “fuoco e furia”, il popolo della Corea democratica ha tutte le ragioni di temere l’Armageddon dai cieli. Se lo ricorda e fin dalla fine della guerra ha dovuto vivere nell’ombra del genocidio statunitense. Gli statunitensi si rifiutarono di firmare il trattato di pace alla fine della guerra coreana nel 1953. Tecnicamente, quindi, gli Stati Uniti sono ancora in guerra nella penisola. La presenza perenne di forze militari statunitensi in Corea del Sud e le manovre di guerra multiple condotte ogni anno, ricordano chiaramente al Nord che le ostilità potrebbero riprendere in qualsiasi momento. Mettiamo ciò in una prospettiva adeguata, invece di farsi avvelenare dalla distorsione dei media occidentali. La Corea democratica è uno Stato chiuso soprattutto perché ha subito l’assedio illegale delle forze statunitensi per 64 anni. Ciò che il pubblico occidentale sa della Corea democratica è una caricatura della propaganda statunitense che mira a demonizzare il nemico. Ma da ciò che possiamo dire dai frammenti d’informazione, il popolo è soddisfatto del proprio sistema politico. Allora perché non li lasciamo vivere in pace? Dopo tutto, la Corea democratica non ha attaccato nessuno dei vicini, né interferisce nella regione. Tutto ciò che vuole è il diritto di esistere in modo pacifico e non sotto la continua minaccia dell’annientamento nucleare dagli Stati Uniti. Quindi, dedica gran parte delle risorse nazionali al programma di armi nucleari.
Lawrence Wilkerson, che lavorò nel dipartimento di Stato degli Stati Uniti durante la presidenza GW Bush, ammette candidamente che i negoziati con la Corea democratica non sono mai stati onorati da Washington. Wilkerson lavorò con i nordcoreani sul precedente accordo nucleare del 2000, in cui Pyongyang s’impegnò ad abbandonare il programma di armi nucleari in cambio degli aiuti occidentali per sviluppare l’energia atomica civile. Ma, dice, l’amministrazione Bush rinunciò all’accordo, definendo la Corea democratica “asse del male”. Ragionevolmente, Pyongyang riprese a costruire le difese nucleari. Quando il Presidente Trump questa settimana ha disprezzato “i fallimenti” delle precedenti amministrazioni Clinton, Bush e Obama nel trattare con la Corea democratica, mentiva o ignorava, più probabilmente quest’ultima. Il “fallimento” della politica statunitense in Corea è impedire alla diplomazia di avere successo. Questo perché la geopolitica statunitense è fondamentalmente basata sulle ambizioni di dominio egemonico, non solo in Asia-Pacifico ma in ogni altra regione del mondo. È parte essenziale del capitalismo statunitense. Tale dominio è sostenuto dall’aggressione militare statunitense, e in particolare dal diritto di fare la guerra a chiunque sfidi l’ordine globale statunitense, anche usando per primi le armi nucleari sui civili. L’ex-ministro degli Esteri inglese Malcolm Rifkind, in un articolo per il forum di Valdai in Russia, affermava: “Non esiste una soluzione semplice per questa crisi”. Perché gli intelligenti russi si sentono obbligati ad ascoltare uno come Rifkind è un mistero. In ogni caso, Rifkind sbaglia. Può sembrare che non ci sia una soluzione semplice per gente dalla mentalità di Rifkind, imbevuta di propaganda imperialista USA e che senza dubbio considera la Corea democratica “il problema”. (Proprio come costoro considerano Iran, Russia, Venezuela, Siria, Cuba e così via dei problemi). Ma in realtà c’è una soluzione diretta e precisa al conflitto continuo in Corea. Cioè, gli Stati Uniti ritirino i loro militari e le continue minacce d’aggressione alla Corea democratica. Gli Stati Uniti devono sedersi con la Corea democratica e le altre nazioni della regione, tra cui Cina e Russia e discutere da pari sui requisiti per una convivenza pacifica. Per cominciare, gli Stati Uniti dovrebbero essere obbligati a firmare un trattato di pace con la Corea democratica e dichiarare apertamente il rifiuto dell’uso della violenza a scopi politici. Una soluzione a portata di mano. Richiede semplicemente che gli Stati Uniti cominciano a rispettare il diritto internazionale e a rinunciare alla loro prerogativa genocida di distruggere altri popoli. Le maggiori potenze della regione, Russia e Cina, devono insistere su questo requisito fondamentale. Devono affermare chiaramente che i colloqui con tutti dovrebbero essere convocati immediatamente e che tutte le parti devono impegnarsi a un accordo pacifico. Senza eccezioni e scuse.
Ciò che è in ultima analisi problematico, e il mondo lo vedrà, è che gli Stati Uniti come li conosciamo col loro sistema dirigente, non potranno e non possono rispettare questa semplice soluzione. Perché sono intrinsecamente un aggressivo regime canaglia che “eccezionalmente” s’arroga il “diritto” di minacciare l’annientamento del resto del mondo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’economia della Russia accelera

I BRICS superano le aspettative dell’economista che ne coniò l’acronimo
Xinhua,15/08/2017

I risultati economici delle cinque maggiori economie emergenti del mondo, conosciute come i “BRICS”, superano le aspettative di Jim O’Neill, l’economista che coniò l’acronimo. L’ex-capo economista della Goldman Sachs coniò l’acronimo “BRIC” nel 2001 per descrivere Brasile, Russia, India e Cina, le cui economie, secondo le sue stime, sarebbero emerse nel ventunesimo secolo svolgendo un ruolo di primo piano nel mondo degli affari. Il Sud Africa in seguito entrò nel gruppo, rinominato “BRICS”. “Sedici anni dopo, la quota dei Paesi BRICS del PIL mondiale è molto più alta di quanto avevo immaginato“, afferma O’Neill in un’intervista a Xinhua. Nell’articolo intitolato “Il miglior sviluppo delle economie globali dei BRIC” del 2001, O’Neill ritenne che i Paesi BRIC avrebbero avuto un valore economico complessivo di circa 11600 miliardi di dollari oggi. Tuttavia, il valore attuale è pari a 16600 miliardi. Gli anni 2000 furono un periodo nel quale il gruppo superò le stime di O’Neill, attirando l’attenzione del mondo. Per il Fondo monetario internazionale (FMI), tra il 2001 e il 2011 il tasso di crescita medio annuo dei Paesi BRICS fu: 3,8% per il Brasile, 4,8% per la Russia, 7,8% per India, 10,7% per la Cina e 3,7% per il Sud Africa. Questo progresso tuttavia fu rallentato nel successivo decennio, nel periodo in cui l’economia mondiale si riprendeva dalla grave crisi finanziaria e con alcuni Paesi, come la Cina, entrati in una nuova fase di sviluppo. O’Neill, tuttavia, ha respinto le accuse di certi esperti che credono che i Paesi BRICS siano in declino. Non è ragionevole considerare un rallentamento della crescita delle economie combinate, ritiene O’Neill. L’economia cinese ha continuato ad espandersi nel primo semestre di quest’anno, con una crescita del PIL del 6,9%, circa 38200 miliardi di yuan (5600 miliardi di dollari), secondo il National Bureau of Statistics della Cina. Inoltre, Russia e Brasile hanno subito flessioni negli ultimi anni, ma l’economia brasiliana è salita di nuovo nel primo trimestre del 2017 dopo un calo prolungato, mentre la Russia ha registrato un tasso di crescita del 2,5% annuo nel secondo trimestre. “Il fatto che la crescita sia rallentata è insignificante, dato che i risultati sono già migliori di quelli che previdi 16 anni fa, principalmente in Cina, ma anche in India, nonostante i problemi di Brasile e Russia. […] E’ ridicolo dire che la crescita non è così importante semplicemente perché sono cresciuti di meno”, ha detto. Inoltre, O’Neill guarda anche ad altri Paesi che potrebbero sorprendere il mondo nei prossimi decenni. “Direi che nei prossimi 50 anni, forse quattro Paesi potrebbero diventare importanti quanto Russia o Brasile (economicamente)“, affermava O’Neill. “Certamente Indonesia, probabilmente Messico e Turchia e, cosa meravigliosa, forse la Nigeria. Ma vedremo. Il fatto che abbiano la capacità di diventarlo non significa che accadrà“, ha detto. “I Paesi BRICS hanno già detto di essere aperti a nuovi membri. Ma non credo che accadrà nel prossimo futuro, finché uno dei quattro Paesi non sarà chiaramente diventato molto più importante (economicamente)“, ha detto. La città di Xiamen nella Cina sud-orientale ospiterà presto il 9° vertice dei Paesi BRICS.L’economia della Russia accelera
Maggiore crescita della produzione in controtendenza a un’inflazione in rapida espansione e a un risparmio più elevato
Russia Feed  15/08/2017

Rosstat, l’agenzia statistica statale russa, forniva cifre ufficiali a conferma di ciò che è già noto; l’economia russa è accelerata notevolmente nel secondo trimestre, crescendo ad un tasso annuo del 2,5% nel periodo aprile-giugno, contro lo 0,5% del periodo gennaio-marzo. Inoltre, la banca centrale normalmente assai prudente prevede un’inflazione negativa o deflazione (cioè i prezzi in calo) per agosto. Questo è probabile in quanto la produzione alimentare in Russia continua a crescere, con la vendemmia che si prevede maggiore di quanto stimato e una produzione totale alimentare in Russia che dovrebbe superare il totale dell’anno scorso, nonostante la primavera e l’inizio dell’estate freddi. La produzione alimentare più alta nei mesi estivi, tradizionalmente, si traduce nel calo dei prezzi alimentari, trascinando in basso l’inflazione globale, e sembra che ciò sarà ancora il modello di quest’anno. La crescita del PIL in Russia tende ad essere più elevata nella seconda metà dell’anno che nella prima, anche se questo non è un modello fisso. Tuttavia, con l’inflazione che continua a scendere e la produzione alimentare a salire, probabilmente sarà così quest’anno. Se sarà così, la possibilità che la produzione dell’economia russa quest’anno ripiani completamente le perdite subite dalla recessione, sarà adempiuta presto. Dato che il recupero è guidato da investimento e produzione, come hanno sempre voluto le autorità russe, ci vorrà altro tempo prima che il tenore di vita russa torni completamente al livello pre-recessione, anche se sembra accada molto prima di quanto previsto (anche delle stesse autorità russe).
Indipendentemente dal punto di vista economico, l’economia crescerà costantemente fino alle elezioni presidenziali del prossimo anno, con la popolazione sempre più consapevole di ciò. Se si suppone che la politica economica russa, come la politica economica in occidente, sia guidata da preoccupazioni politiche, cosa che non credo affatto, allora le autorità russe hanno raggiunto l’obiettivo di creare le condizioni per l’ottimismo economico prima delle elezioni. L’osservazione spesso fatta sui tassi di crescita russi di quest’anno è che a la crescita del 2-3% in Russia rimane inspiegabile per gli standard mondiali. Ciò tuttavia trascura il punto chiave che la priorità per le autorità russe non è il tasso di crescita complessivo ma una bassa inflazione, mantenendola sotto il tasso annuo del 4%. Il risultato è che ora la Russia ha tassi d’interesse reali di circa il 5%, in contrasto con le economie occidentali che generalmente crescono poco meno del tasso di crescita trimestrale corrente della Russia, ma dove i tassi di interesse reali sono nulli o addirittura sotto zero. Il risultato è che la crescita in Russia è in controtendenza con l’aumento del risparmio, di cui ora vi sono i primi segnali netti, mentre in occidente, a fronte dell’aumento del debito garantito si gonfiano i prezzi dei beni (principalmente terra e azioni). Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, il risparmio maggiore si ha solitamente quando le imprese e soprattutto i consumatori devono pagare il debito, generalmente causando una recessione basata su tagli a investimenti e domanda. La Russia, al contrario, attraverso le azioni deliberate del governo, gradualmente diventa un’economia, come quella della Germania e dell’Estremo Oriente, in cui investimenti e domanda sono finanziati non dal debito garantito contro l’inflazione dei titoli, ma dai risparmi accumulati in ciò che diventa un ambiente dalla bassa inflazione. Inoltre, gli alti tassi d’interesse reali, impedendo ai prezzi di beni come terra e azioni di aumentare troppo rapidamente, spingono gli investimenti da questi settori a settori come produzione e agricoltura che il governo vede più produttivi.
Ciò ha storicamente guidato i Paesi che seguono il modello degli investimenti maggiori in quei settori dell’economia, innanzitutto la produzione, ma anche l’agricoltura in Russia, che comportano una maggiore produzione, proprio ciò che inizia a vedersi ora in Russia.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora