Le sanzioni statunitensi sono sintomatiche di un impero fallito

James Oneill New Eastern Outlook 5.08.2017

Il 26 luglio 2017 il Congresso degli USA approvava in via straordinaria un disegno di legge che prevede nuove sanzioni contro Corea democratica, Russia e Iran. Il passaggio di tale legge e il tipo di sostegno nel Congresso degli Stati Uniti sono istruttivi per vari aspetti. Il primo punto è che le fazioni statunitensi, precisamente le istituzioni statunitensi, sono disposte a perseguire politiche indipendentemente dall’assenza di basi evidenti; in contrasto con gli interessi dei supposti amici ed alleati e completamente prive di qualsiasi conoscenza o riferimento alle realtà storiche. Il risultato delle ultime sanzioni è creare una situazione singolarmente pericolosa che potrebbe facilmente portare a una guerra nucleare. Contrariamente alle credenze bizzarre di certi politici statunitensi, non ci sarebbero vincitori con tale risultato. Questi punti possono essere illustrati riguardo le sanzioni all’Iran. Per anni la retorica degli Stati Uniti e dell’alleato Israele era che l’Iran era “sul punto di sviluppare una bomba nucleare”. Per più di un decennio, il governo israeliano diceva che l’Iran era “a solo pochi mesi” da tale sviluppo. Che le date siano passate senza incidenti, non impediva la ripetizione di ciò che era una manifesta falsità. Il primo ministro israeliano Netanyahu apparve all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, presentando un disegno che rappresentava la presunta “minaccia imminente”. I media occidentali omisero di menzionare che Israele è la sola potenza nucleare del Medio Oriente; non ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, e si rifiuta di consentire l’ispezione dell’AIEA delle proprie strutture nucleari. Non solo non vi era alcuna prova che l’Iran abbia o volesse sviluppare armi nucleari, fu opinione unanime delle 17 agenzie d’intelligence statunitensi in due occasioni che l’Iran non avesse un programma per armi nucleari. Per risolvere la prospettiva della costante propaganda antiiraniana che istiga all’attacco di Stati Uniti e alleati all’Iran, il governo russo fu determinante nel raggiungere l’accordo del 2015 che impediva che l’inesistente programma di armi nucleari giustificasse la guerra. L’esempio dell’Iraq illustra come demonizzazione costante, minacce di sanzioni e false accuse su armi nucleari e altre armi di distruzione di massa, possano rapidamente portare alla devastazione totale di una nazione in precedenza prospera. Le lezioni da trarre da Iraq, Libia e Siria sono decisamente ignorate dai media occidentali che attualmente rullano i tamburi di guerra contro la Corea democratica, ancora una volta ignorando storia, logica e realtà militari.
Il piano d’azione comune globale (JCPOA) negoziato nel 2015 e concordato dai partecipanti, compresi gli Stati Uniti, forniva lo strumento con cui si rende praticamente impossibile all’Iran divenire una potenza nucleare. I meccanismi per garantirne la conformità comprendevano ispezioni regolari dell’AIEA e relazioni semestrali che attestano la conformità dell’Iran. Queste relazioni sono inviate al Congresso degli Stati Uniti. Per gli statunitensi e i loro alleati, tuttavia, non basta. Sebbene il JCPOA li privi del casus belli immediato per la guerra, la retorica anti-iraniana continua senza sosta. Un esempio della falsa propaganda è l’affermazione che l’Iran sostenga i gruppi sciiti intenti a promuovere terrorismo e destabilizzazione in Medio Oriente e altrove. Tale affermazione non ha alcuna attinenza coi fatti. La Fondazione Carnegie USA, ad esempio, in un rapporto intitolato “L’aiuto dell’Iran in Yemen” criticava la rappresentazione dell’Iran come sostenitore dei “ribelli sciiti” contro le forze del presidente Hadi. La realtà è che Hadi fu eletto in un’elezione dove era l’unico candidato e che l’opposizione popolare fece fuggire in Arabia Saudita. Gli huthi, la principale opposizione ad Hadi, sono zaiditi, teologicamente del ramo sunnita dell’Islam piuttosto che sciita. La guerra brutale in corso nello Yemen è guidata dai sunniti sauditi, sostenuta da Regno Unito, Stati Uniti e dalla grave presenza di mercenari, anche australiani, su cui il governo australiano tace. La realtà ha più a che fare con la posizione strategica dello Yemen, che si affaccia sullo stretto tra Mar Rosso e Mar Arabico e gli enormi giacimenti di petrolio ambiti dai sauditi, piuttosto che a un qualsiasi presunto sostegno iraniano. Anche Gibuti, sullo stretto dello Yemen, ha attirato l’interesse strategico statunitense e cinese, senza essere devastato dalla guerra. L’Iran offre sostegno politico e morale a Hamas in Palestina, ai musulmani nel Kashmir e ai rohingya in Myanmar, tutti sunniti. La caratteristica che hanno in comune è che sono repressi e soggetti a politiche genocide di altri gruppi politici e religiosi.
L’amministrazione Trump dimostra la verità dell’osservazione del Presidente Putin sulla precedente amministrazione Obama, secondo cui “non sono capaci di un accordo”. Trump ha detto al Wall Street Journal: “se fosse per me avrei trovato (gli iraniani) non conformi 180 giorni fa” (quando giurò). Secondo un articolo del Journal of Foreign Policy, Trump riprese il mantra all’ufficio ovale accusando i suoi consiglieri in politica estera (Tillerson, Mattis e McMaster) di non aver trovato modo per affermare che l’Iran violi le disposizioni del JCPOA. Il New York Times diffuse una storia simile. Infatti, gli Stati Uniti violano il JCPOA, sia nella lettera che nello spirito, e anche la risoluzione 2231 (2015) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che approvò l’accordo. L’articolo 29 del JCPOA impegna gli Stati Uniti ad astenersi da qualsiasi politica intesa a incidere sulla normalizzazione delle relazioni commerciali e economiche con l’Iran. Le ultime sanzioni e la retorica bellicosa che le accompagna sono manifestamente non conformi all’articolo 29. Tra le tante falsità contro l’Iran c’è l’affermazione che i test missilistici dell’Iran violino il JCPOA. Non c’è nulla nell’accordo che impedisca all’Iran di sviluppare l’autodifesa, tra cui l’uso di tecnologie antiaeree e antimissili. Un diritto sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. L’Iran ha adottato il sistema antimissile S300 della Russia nel 2016, in virtù del diritto all’autodifesa. Date le quotidiane minaccia all’Iran; i due ultimi incidenti dei “colpi di avvertimento” sparati a navi iraniane da navi militari statunitensi che operavano presso le acque territoriali dell’Iran; e la storia sulle azioni statunitensi nei Paesi confinanti, le misure di autodifesa sono una prudenza. L’osservanza dell’Iran dei termini del JCPOA ha consentito d’intervenire in un’altra area probabilmente più importante delle misure di autodifesa militare. L’Iran ha compiuto rapidi progressi nel rafforzare i legami economici con Cina, India e Russia. Sono stati firmati memorandum d’intesa per 40 miliardi di dollari con la Russia e società russe. La società Gazprom ha firmato un accordo da miliardi di dollari per sviluppare il giacimento Farzad B. Gazprom sviluppa anche i campi petroliferi Azar e Ghanguleh nella provincia del Luristan dove si stimano 3,5 miliardi di barili di riserve di petrolio. L’Iran ha anche 7 miliardi di dollari in riserve di gas naturale. I 200 miliardi di dollari necessari per sviluppare tali riserve verranno da Russia, Cina e altre fonti non occidentali. L’Iran annunciava che darà la preferenza ad infrastrutture e ad altre iniziative di sviluppo alle nazioni che l’hanno sostenuto negli anni delle sanzioni e delle altre forme di guerra. La Cina, che attualmente costruisce un collegamento ferroviario ad alta velocità tra Mashad e Teheran (per collegarsi con altre linee dell’Est asiatico), vede l’Iran quale fattore chiave nella grande Belt and Road Initiative (BRI) che trasforma il quadro economico e geopolitico eurasiatico. L’Iran è anche attore chiave nel corridoio dei trasporti Sud – Nord che collega l’India attraverso Iran e Azerbaigian alla Russia, trasportando merci ad una frazione del costo e del tempo delle rotte convenzionali esistenti e vulnerabili alle interferenze della Marina statunitense. Significativamente importante è anche l’associazione all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, con l’adesione a pieno titolo probabilmente nel 2018. La SCO è una componente centrale del BRI con legami sempre più stretti con l’Unione economica euroasiatica (EEU). La Russia è il denominatore comune di BRICS, SCO, UEE, SCO e NSTC. I Paesi di questi quattro gruppi, così come altre nazioni (ora più di 60) che hanno aderito al BRI, sempre più negoziano altri accordi non denominati in dollari. I giorni del dominio del dollaro USA sono chiaramente contati.
Questa combinazione di grandi cambiamenti economici e geopolitici nell’equilibrio di potere, allontanandosi dal dominio statunitense degli ultimi sette decenni, è la chiave per capire perché gli statunitensi reagiscono in modo disperato, pericoloso ed irrazionale. È la classica sindrome della fine dell’impero. Si spera che gli adulti costringano gli Stati Uniti ad evitare la via che porterebbe alla fine dell’umanità.James O’Neill, avvocato australiano, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Quando a Praga successe un ’48

Luca Baldelli

La storiografia “blasonata” ci ha sempre raccontato che a Praga, nel ’48, i comunisti, barbari e spietati, attuarono un colpo di Stato, schiacciando sotto il loro tallone un popolo pacifico e mite, restio ad ogni “totalitarismo” (parola magica vuota, come se il capitalismo fosse “parzialismo” e non visione totalizzante dei rapporti umani e sociali!) Andò veramente così? Vediamo la storia come fu e non come piacerebbe a qualcuno che fosse andata. Occupata per sei anni dai nazisti, per colpa anche e soprattutto delle cosiddette “democrazie borghesi”, in primis della Gran Bretagna, fautrice con Chamberlain dell’appeasement con Hitler, la Cecoslovacchia giacque per lungo tempo sotto un tallone questa volta reale, fatto di saccheggi, violenze, stermini, in ossequio ad un’ideologia di morte e terrore. Il Partito Comunista Cecoslovacco, guidato da Klement Gottwald, si pose alla testa della Resistenza e liberò il Paese con il fraterno aiuto dell’Armata Rossa. In seguito, esso fu alla base della formazione del Fronte Nazionale dei Cechi e degli Slovacchi nella primavera del 1945: una compagine unitaria che, con un programma schiettamente progressista e democratico, avviò profonde riforme volte alla ricostruzione e, assieme, alla trasformazione sociale del Paese. Il governo cecoslovacco in esilio a Londra, guidato da Edvard Benes, a differenza di quello polacco e jugoslavo, cooperò all’inizio con lealtà e spirito costruttivo con il Fronte.
Il 10 maggio 1945 si insediò a Praga il governo del Fronte Nazionale dei Cechi e degli Slovacchi, presieduto dal socialdemocratico Zdenek Fierlinger. Già questo fatto, di per sé, prova quanto i comunisti fossero poco inclini a monopolizzare il potere, pensando prima di tutto al bene della Nazione, con lungimiranza e onestà, pur potendo optare certamente per soluzioni di forza. Nel governo di Fierlinger erano rappresentate tutte le forze sane e progressive del Paese, in proporzione alla consistenza numerica dei loro adepti e sostenitori: comunisti, socialdemocratici, socialnazionalisti, populisti e democratici. L’esecutivo si distinse subito per impulso riformista e sano decisionismo: il 19 maggio 1945 fu decisa la statalizzazione delle attività economiche di tedeschi, ungheresi e collaborazionisti. Il settore statale venne così ad inglobare imprese fondamentali per il riavvio dell’economia e lo sviluppo sociale della Nazione. L’estrazione del carbon fossile, ad esempio, che nel maggio del 1945 ammontava a sole 239000 tonnellate, nel dicembre dello stesso anno salì a 1081000 tonnellate. Tutti i principali indici economici marciarono compattamente al rialzo, con abbattimento della disoccupazione e del tasso di povertà. In questo quadro, il Partito Comunista Cecoslovacco, forza cardine della coalizione, vide ingrossarsi le proprie fila: dai 30000 iscritti del maggio 1945, passò a 712000 in agosto. Le truppe statunitensi, presenti nel Paese dal 17 maggio 1945 (a riprova ulteriore di quanto Stalin poco desiderasse sfere di influenza monopolizzate dall’URSS!), anziché cooperare lealmente con le forze democratiche nell’eliminazione di ogni residuo fascista e nazista, protessero elementi reazionari e criminali infiltrati nel Partito Populista e, ancora di più, nel Partito Democratico ispirato alla predicazione del clero fascista capitanato da Hlinka e Tiso. Questi elementi, in virtù dell’eccessivo liberalismo imperante nel Paese, erano scampati alla giustizia e ora minacciavano frontalmente la democrazia, anche con armi e appoggi logistici stranieri. Mentre l’URSS concedeva crediti a condizioni agevolate, contribuendo potentemente alla ripresa dell’economia cecoslovacca anche a prezzo di qualche sacrificio interno (l’URSS era stata messa a ferro e fuoco dai nazisti, non aveva concluso certo la guerra coi forzieri pieni come gli USA!), gli Stati Uniti orchestravano sabotaggi, istigavano elementi reazionari e antisociali, agevolavano la fuga di criminali patentati attraverso salvacondotti creati all’uopo. La disinformazione veniva sparsa a piene mani per danneggiare l’immagine della Cecoslovacchia: si parlava di declino laddove c’era solo rinascita, di penuria dove pian piano si faceva strada l’abbondanza, di pulizie etniche di tedeschi dove ad essere espulsi erano solo personaggi compromessi con il nazifascismo e collaborazionisti, mentre migliaia e migliaia di cittadini tedeschi onesti e laboriosi si rimboccavano le maniche per ricostruire il Paese, accanto ai loro fratelli Cechi e Slovacchi.
Il Partito Comunista e le forze autenticamente democratiche ed antifasciste, però, non si fecero intimidire, anche se nei ranghi dei Partiti e dei movimenti si erano infiltrate quinte colonne attive ed operanti: il Fronte Nazionale marciò compatto sulla via della costruzione di una nuova Cecoslovacchia, chiese ed ottenne il ritiro delle truppe statunitensi e sovietiche. I sovietici rispettarono la richiesta e adempirono ai loro doveri con sincera convinzione, mentre gli statunitensi la dovettero subire e lavorarono da subito a disseminare il Paese di spie e provocatori. Intanto, il Paese ed il suo governo andavano avanti: provvedimenti di importanza storica colpirono i latifondisti e la grande proprietà terriera in mano alla Chiesa e ai ceti parassitari, mentre altre deliberazioni condussero alla nazionalizzazione delle grandi imprese strategiche, delle banche e delle compagnie private di assicurazione. A tutti gli ex-proprietari e possidenti, tranne che a collaborazionisti tedeschi e ungheresi, vennero corrisposti equi indennizzi, anche oltre il dovuto, visto che molti di loro per decenni avevano evaso il fisco in massa e truffato lo Stato imponendo patti leonini con la forza del denaro. Il Sindacato appoggiò attivamente tali misure ed il Partito Comunista chiamò il Paese alla mobilitazione per difenderle e dar pieno compimento, sotto il controllo popolare, a quanto scritto nei dettati legislativi, ben sapendo che attorno ad essi si stavano esercitando gli “azzeccagarbugli” degli interessi colpiti.
Il 1946 si aprì con una Nazione in piena rinascita economica, un PC sempre più radicato e potente, a Congresso per decidere i futuri orientamenti, la preparazione delle elezioni per l’Assemblea costituente. Queste si tennero nel mese di maggio e i loro risultati premiarono il PC, che raccolse il 38% dei consensi. Questa percentuale, unita al 12% dei socialdemocratici, fece sì che il fronte delle sinistre ottenesse 151 seggi su 300, ovvero la maggioranza assoluta. Rispettosi ancora una volta della dignità e del peso delle altre forze politiche, preoccupati di non aprire varchi alla reazione, indebolendo la democrazia, i comunisti accettarono la Presidenza del Consiglio, che andò al leader del Partito Klement Gottwald, vecchio quadro operaio e indomito combattente antinazista, mentre, per quanto concerne la Presidenza della Repubblica, pur ricevendo offerte in tal senso, appoggiarono Edvard Benes, uomo delle lobbies anglofile e massoniche ma, in quel momento, il più equilibrato che vi fosse sul fronte moderato. Il compagno Gottwald costituì un governo ampiamente unitario, con soli 9 ministri del Partito Comunista. Viene da sorridere pensando ai deliri degli storici borghesi e filo-imperialisti che ancora oggi parlano di “monopolio comunista del potere” e di “volontà egemonica del PC”.
Nel Paese, intanto, si moltiplicavano le minacce provenienti dal fronte conservatore, reazionario e filofascista, abilmente diretto e strumentalizzato dagli USA, dal Vaticano e dalla reazione internazionale. Anche nei Partiti di governo vi erano forti correnti antipopolari e di destra, ma da una parte erano contenute e bilanciate dalla presenza, all’interno di essi, di vaste aree progressiste, aperte alla collaborazione col PC, dall’altra lo stesso PC era intenzionato a procedere in avanti con estrema cautela, il che, naturalmente, non voleva dire senza risolutezza in ordine ad obiettivi e traguardi ben fissati nel programma di Partito e di coalizione. Nuovi provvedimenti governativi, largamente appoggiati in seno al popolo fissarono in 150 e 250 ha i limiti di proprietà rispettivamente per i terreni agrari e per quelli con diversa destinazione d’uso. Un’imposta fortemente progressiva sui milionari colpì in maniera ancor più decisa i cespiti e gli interessi dei ricchi. Grazie a tali misure si riuscì a fronteggiare al meglio l’emergenza alimentare del 1947, dovuta a fenomeni siccitosi devastanti, coinvolgenti tutto l’arco carpatico e subcarpatico. Tutti i cittadini ebbero pane, latte, carne e burro garantiti, anche se in quantità ovviamente non pantagrueliche, mediante misure di razionamento e razionalizzazione della rete commerciale. Nessuno dovette fare la fame, come invece avveniva, negli stessi anni, in Europa occidentale, ma le bande reazionarie, con il sangue agli occhi per questi successi e per le adesioni sempre più forti che i comunisti suscitavano grazie alla loro politica, cominciarono ad intensificare le azioni ostili facendo leva sulle inevitabili difficoltà del momento: attacchi armati contro comunisti ed esponenti di sinistra e sindacali, accaparramento di viveri, distruzione di infrastrutture, diffusione di notizie false per intimidire e seminare sfiducia tra la gente; il copione dell’eversione anticomunista si ripeté anche in Cecoslovacchia, con i circoli imperialisti pronti a trarne profitto per rovesciare il governo del Paese. Con singolare, diabolico tempismo, questi circoli tentarono di stringere attorno al Paese il cappio del “Piano Marshall”, presentandosi col volto caritatevole falso ed ipocrita di chi prima accende la miccia e poi pretende di vestire gli abiti del pompiere. I comunisti e tutte le forze progressiste del Paese non caddero nel tranello! Non vi fu, come sostengono ancora oggi gli pseudostorici che vanno per la maggiore. alcun veto o diktat di Stalin in ordine alle decisioni cecoslovacche sull’adesione al “Piano Marshall”. Stalin era rispettosissimo dell’indipendenza e sovranità della Cecoslovacchia e, semmai, se proprio si vuole fare la ponderazione degli interessi col bilancino del giudizio storico, avrebbe visto di buon occhio un soccorso economico occidentale che avesse, per così dire, coperto la parte che l’URSS, uscita dalla guerra con necessità di ricostruzione enormi, non sarebbe riuscita a mettere in campo. Furono i comunisti cecoslovacchi che, studiate attentamente la proposta, si accorsero che il “Piano Marshall” non era una versione avanzata e perfezionata del Piano UNNRA che anche l’URSS aveva concorso ad attuare, una sorta di keynesismo sovranazionale gestito in forma concordata tra i principali vincitori del secondo conflitto mondiale a beneficio dei Paesi d’Europa, ma un semplice strumento in mano alle multinazionali statunitensi e ai loro protettori politici per colonizzare economicamente l’Europa, distruggendo ogni forma di sovranità. Dinanzi a questo scenario, i comunisti cecoslovacchi dissero no, e lo disse, conseguentemente, dal momento che aveva occhi e bocca per giudicare, e nessuno poteva legittimamente impedirglielo, anche Stalin. O forse si vuol sostenere che Truman poteva dire la sua su tutto, ipotecando il futuro e la sovranità dei Paesi europei, mentre Stalin non doveva esprimere pareri e orientamenti su niente, nemmeno per Paesi interessati da rilevanti trattati commerciali con l’URSS?
Il rifiuto del tranello del “Piano Marshall”, la sempre più forte influenza del PC, il superamento delle difficoltà alimentari del 1947, anche con misure decise appoggiate dalla stragrande maggioranza della popolazione quali la statalizzazione del commercio all’ingrosso, furono tutti fattori che costrinsero alle corde l’opposizione reazionaria ed eversiva del clero e dei ceti borghesi e latifondisti spodestati, con conseguenti spinte eversive sempre più rabbiose e disperate. La ciliegina sulla torta, però, fu la decisione dell’URSS sulle esportazioni di derrate alimentari a beneficio della Cecoslovacchia. Klement Gottwald, preoccupato di assicurare al popolo tutto il nutrimento necessario dopo la siccità, quando ormai la battaglia contro la penuria del ’47 era quasi del tutto vinta, rivolse un appello all’Unione Sovietica per consolidare i successi assicurandosi 150000 tonnellate di granaglie. Questa era l’entità della richiesta. L’URSS, sul finire del 1947, aveva ormai vinto anch’essa la battaglia contro le privazioni dei primi due anni postbellici e abolito il razionamento dei generi alimentari dieci anni prima della ricca Gran Bretagna, uscita dal conflitto con molte meno distruzioni. Un miracolo che solo il socialismo poté compiere. Tracciato un bilancio accurato dei fabbisogni, delle spese di trasporto e della rete infrastrutturale e logistica necessaria, l’URSS annunciò che la Cecoslovacchia avrebbe avuto ben 200000 tonnellate di grano, in luogo delle 150000 richieste. Il popolo andò in un visibilio che non è possibile descrivere; l’immagine dell’URSS guadagnò in forza, stima e ammirazione presso i Cecoslovacchi, al punto che anche illustri conservatori sposarono le posizioni filosovietiche. I crediti agevolati, le materie prime, i macchinari, il grano, dimostravano che il sistema sovietico era in grado, a due anni dalla fine del conflitto, pur tra mille difficoltà, di onorare promesse e impegni verso il popolo cecoslovacco andando anche oltre il pattuito. Intanto, sul piano interno, in Cecoslovacchia la produzione era raddoppiata dal 1945 e tornata al 98% del livello prebellico, ma con una ben diversa, incomparabilmente più equa ripartizione della ricchezza e del prodotto sociale tra tutti i cittadini. In questo quadro, le forze reazionarie, approfittando anche di un Benes sempre più tentennante, tentarono l’ultima, disperata spallata al potere democratico e popolare, contando sull’appoggio del nunzio vaticano e dell’ambasciatore statunitense. Il 12 febbraio 1948, tre mesi dopo che Gottwald con puntualità e determinazione aveva denunciato l’inasprirsi del complotto reazionario ed imperialista ai danni del Paese, davanti al CC del Partito Comunista, la Commissione agraria dell’Assemblea costituente si rifiutò di discutere il progetto di legge di una nuova riforma agraria ancor più radicale delle precedenti, che avevano lasciato scoperti settori importanti dei lavoratori agricoli. In tutto il Paese si levò un moto di sdegno contro tale ostruzionismo, con comitati di agitazione operai e contadini ovunque mobilitati e una grande conferenza tenutasi a Praga il 16 febbraio. Strumentalizzando la tensione esistente nel Paese, e di concerto con le bande reazionarie pronte al golpe, si dimisero dal Governo del compagno Gottwald i Ministri reazionari appartenenti ai partiti socialnazionale, democratico e populista, boicottando la riunione del 17 febbraio. In quelle forze politiche, però, non tutti la pensavano allo stesso modo ed erano intenzionati ad assecondare le trame eversive: infatti, molti elementi ribadirono la fedeltà al governo democratico e progressista del Fronte Nazionale e stigmatizzarono la violazione dei patti e degli impegni assunti da parte dei ministri dimissionari. Intanto nel Paese, rispondendo all’appello del Partito Comunista diffuso in ogni modo da migliaia di attivisti, attraverso radio, stampa e assemblee, milioni di persone si mobilitarono per difendere il governo e le istituzioni democratiche; la Milizia operaia fu particolarmente energica nell’impedire ai sabotatori e agli eversori di portare a termine i loro loschi piani: nel rispetto delle leggi esistenti, e al contempo con decisione, essi furono messi in condizione di non nuocere. Tutto il Paese si era stretto attorno a Gottwald, al Partito Comunista, agli elementi progressisti decisi a fondare sulle colonne della giustizia una nuova Cecoslovacchia operaia e democratica. In piazza vi furono anche democratici, populisti e socialnazionali che non si riconobbero nei piani dei loro dirigenti acquistati e manovrati dalla reazione internazionale.
Il 25 febbraio 1948, il Presidente della Repubblica Benes fu costretto ad accettare le dimissioni dei ministri reazionari e un grandioso comizio salutò la vittoria popolare contro i golpisti in Piazza San Venceslao. Centinaia di migliaia di persone si pigiarono per ascoltare il compagno Gottwald. La reazione interna ed internazionale era battuta, sgominata, annichilita. Nonostante i mutati rapporti di forza, nonostante la prova di energia e vigore di tutto un popolo accorso a difendere le istituzioni della democrazia popolare, i comunisti non si imbaldanzirono né trascesero a comportamenti e azioni esagerati. Essi mantennero sempre sangue freddo, misura, equilibrio e vollero ancora formare, sotto la loro guida, un governo unitario con tutte le forze progressiste fedeli al programma originario del Fronte Nazionale. Chi parla di golpe comunista, dunque, cade nel ridicolo e si squalifica davanti al tribunale della storia non solo come studioso, ma anche come opinionista. Si è molto favoleggiato e si favoleggia sulla tragica scomparsa del Ministro degli Esteri Masaryk, di orientamento socialdemocratico, trovato morto nel cortile di Palazzo Cernin a Praga il 10 marzo 1948: i centri della disinformazione anticomunista ed antisovietica, in special modo quelli legati alla massoneria, alla quale Masaryk aderiva, hanno sempre cercato di far passare la tesi dell’eliminazione fisica da parte dei comunisti. Essa, però, naufraga sotto tonnellate di prove contrarie e tutte le persone più vicine al ministro, con convinzione e non perché costrette da alcuno, han sempre parlato, anche dopo il 1989, di suicidio, l’unica causa possibile e plausibile che si evince da decine e decine di rilievi ed esami. Ad ogni modo, anche quell’evento fu strumentalizzato e utilizzato cinicamente dai crociati della Guerra fredda. Ad ogni buon conto, il 21 marzo 1948, l’Assemblea costituente varò una nuova legge agraria che limitava la proprietà fondiaria a 50 ettari, unificava l’imposta a carico dei terreni, stabiliva regole certe, semplici e incontrovertibili per un credito agricolo al servizio della piccola impresa (riconosciuta e tutelata) e delle cooperative. Il 28 aprile, si passò alla nazionalizzazione delle imprese con più di 50 dipendenti e, per alcuni settori, alla nazionalizzazione tout court. Venne introdotto pure il monopolio sul commercio estero e il 9 maggio 1948 vide la luce la nuova Costituzione, boicottata dai vecchi arnesi della reazione e ora pronta per essere sancita ed attuata in tutti i suoi punti, da quelli principali ai corollari esplicativi. La Carta suprema proclamava la scelta socialista del Paese. Il 30 maggio del 1948, le elezioni videro la vittoria del Fronte Nazionale dei Cechi e degli Slovacchi con l’89% dei voti. Nel Fronte non vi erano solo i comunisti, ma tutti i democratici che intendevano contribuire alla rinascita e allo sviluppo del Paese sulla via maestra del socialismo. L’opposizione fu sempre tutelata e il pluripartitismo riconosciuto; se qualche partito e partitello non riuscì a formare liste, fu perché si era completamente screditato agli occhi della popolazione, non per veti che non ci furono mai e che sarebbero stati del tutto inutili e anzi controproducenti, visto il larghissimo consenso del quale godevano le forze unite del Fronte. Nel mese di giugno, Benes si dimise da Presidente della Repubblica: le sirene anglo-statunitensi–massoniche avevano cantato più forte di quelle progressiste e realmente liberali che pure avevano gorgheggiato nel suo animo; egli fu sostituito dal compagno Gottwald, mentre alla carica di Presidente del Consiglio andò il celebre, amatissimo sindacalista Antonin Zapotocky, protagonista centrale delle giornate della primavera 1948. L’estate del ’48 vide l’unificazione tra comunisti e socialdemocratici: la classe operaia usciva più forte, unita e determinata dalle dure prove sostenute, pronta a raccogliere i frutti di un benessere e di una stabilità crescenti che avrebbero fatto della Cecoslovacchia uno dei Paesi più ricchi e progrediti di tutta Europa.

Riferimenti bibliografici e sitografici:
“Storia universale” dell’Accademia delle scienze dell’URSS, vol. 11 (Teti, 1978)
Klement Gottwald: “La Cecoslovacchia verso il socialismo” (Rinascita, 1952)

Israele pagherà caro la strategia del caos degli Stati Uniti

PressTV 13 luglio 2017Dalla sfortunata nascita d’Israele in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per evitare a Tel Aviv il diretto coinvolgimento nei conflitti che scatena nella regione. Il piano di pace Israele/Palestina non è mai stato volto ad offrire pace ai palestinesi, ma a privarli della loro forza, della capacità di combattere militarmente Israele. Ma tale stratagemma non ha funzionato in Libano, dove Hezbollah sconfisse militarmente Israele nel 2006. Ma i cambiamenti che si verificano in Medio Oriente garantiranno la sicurezza d’Israele? Il “caos costruttivo” auspicato ai tempi dall’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton in Medio Oriente e che doveva mettere i Paesi della regione l’uno contro l’altro, ha davvero rafforzato la sicurezza del regime israeliano? Se sei anni di guerra totale contro Damasco lasciano, come desiderano gli Stati Uniti, una Siria in rovina, è una vera vittoria per Israele?
1. La guerra in Siria ha aiutato la nascita di “forze paramilitari” che in alcuni casi saranno il nucleo dell'”esercito regolare” nei rispettivi Paesi. Questa prospettiva è ciò che più terrorizza il regime d’Israele che alimenta il militarismo ma nega ad ogni Stato il diritto di difendersi.
2. Ma non è tutto: le guerre sponsorizzate da Washington in Medio Oriente infine trasferiscono ai “corpi paramilitari” altra tecnologia missilistica di qualsiasi gittata: media, non balistica e persino balistica. Queste decine di migliaia di combattenti, specializzati nelle battaglie asimmetriche, ora potranno impiegare questi sistemi.
3. Peggio ancora, si assiste alla nascita di una nuova generazione di comandanti, finanche specializzati in battaglie asimmetriche e in grado di comandare truppe in qualsiasi scontro militare futuro.
4. Facilitando il traffico dei terroristi, facendo di tutto per armarli ed equipaggiarli per combattere in Siria l’esercito e la popolazione, gli Stati Uniti hanno creato un vero e proprio meccanismo per alimentare lo SIIL con migliaia di terroristi provenienti da Asia centrale e orientale, Turchia, Arabia Saudita ed Europa. Altri Paesi potrebbero seguire l’esempio, questa volta contro Israele.
5. Tale meccanismo viene ricordato in uno dei recenti discorsi del Segretario generale di Hezbollah Hasan Nasrallah, secondo cui permetterà “qualsiasi confronto militare con Israele in futuro” da parte di un esercito di decine di migliaia di “resistenti” palestinesi, iracheni, siriani e yemeniti.
6. Il “caos controllato” degli statunitensi ha certamente scosso le fondamenta di diversi Stati della regione, ma resta il fatto che questi Stati ora sono tutt’altro che facile preda del Pentagono. Le forze paramilitari sono nate sulle rovine di Iraq, Siria, Afghanistan e Yemen e sono pronte a dare battaglia a Washington, dove domina la riluttanza ormai palpabile ad “occupare” intere regioni dei Paesi aggrediti. Non sembra più il 2003, quando le truppe statunitensi sbarcarono in Iraq per “liberarlo” e restarci!
7. Nei 14 anni passati dall’invasione dell’Iraq, 6 dall’inizio della guerra in Siria, 3 dall’assalto allo Yemen, e la battaglia di Mosul è durata quasi un anno, il Medio Oriente assiste alla nascita di “forze” dalla grande efficienza in combattimento. Sono le forze che hanno sconfitto lo SIIL e che non esiteranno quando arriverà il momento di affrontarne i “mentori statunitensi ed israeliani”. Questi veterani affrontato gli statunitensi ai confini siriano-iracheni da non più di due mesi, quando avanzavano nel deserto della Siria da al-Tanf ai confini con l’Iraq. I caccia statunitensi li bombardarono, ma continuarono l’avanzata, come se nulla fosse accaduto. Fanno parte delle Forze di mobilitazione popolare dell’Iraq, delle Forze popolari siriane, del movimento yemenita Ansarullah o libanese Hezbollah, guerrieri che condividono una cosa: la ferma convinzione che la sopravvivenza delle popolazioni del Medio Oriente passi dalla resistenza all’aggressione delle grandi potenze.
In questo contesto, la prossima guerra che Israele vorrà lanciare contro Hezbollah sarà diversa, Israele è ben consapevole della superiorità dell’Asse della Resistenza nei combattimenti a terra, una superiorità che prevarrà nei prossimi scontri e non saranno le relazioni privilegiate di Tel Aviv con Mosca che impediranno alla resistenza di reagire a qualsiasi offensiva israeliana. Il Medio Oriente nel 2017 non è più quello degli anni ’70 o del 2006. Qualsiasi desiderio di colpire gli Stati della regione produrrà una risposta. E’ tempo quindi che gli Stati Uniti rivisitino la loro strategia in Medio Oriente o rischiano di vedere questa strategia portare all’attacco “inevitabile” su Israele.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran alza la posta in Siria: qual è il messaggio?

Salman Rafi Sheikh, NEO, 12/07/2017

Dopo che gli Stati Uniti abbattevano in Siria un secondo drone iraniano e un aviogetto siriano nelle ultime settimane, l’Iran rispondeva con l’attacco missilistico sul centro di comando dello SIIL nella provincia siriana di Dayr al-Zur. L’attacco avveniva nel momento in cui l’Iran era vittima di attentati dello SIIL a Teheran. Mentre gli attentati dimostravano che lo SIIL non è ancora finito, sottolinea anche il motivo del profondo coinvolgimento dell’Iran nel conflitto siriano: l’Iran non è venuto a salvare il regime siriano da una guerra per procura saudita/wahhabita, ma da una guerra che certamente raggiungerebbe alla fine l’Iran, proprio come oggi, seppure in modo meno devastante che in Siria, provocando anche qui caos. Ciò può spiegare perché, ad esempio, l’Iran abbia speso miliardi di dollari (da 6 a 15) ogni anno, nonostante la cattiva salute economica dovuta alle sanzioni degli statunitensi. Quindi la profonda motivazione dell’Iran nel maggiore coinvolgimento militare è dovuto al fatto che se a SIIL e altri jihadisti non viene impedito di prevalere, l’Iran sarebbe il prossimo dopo la Siria. L’Iran, pertanto, è chiaramente pronto ad affrontare i piani regionali sauditi e statunitensi. In questo contesto, l’attacco missilistico ha ampiamente dimostrato non solo la misura che può adottare, ma anche chi può colpire nella regione. Lo SIIL è lungi dall’essere l’unica forza ed entità che i missili iraniani possono spazzar via. Ciò è abbastanza evidente dal messaggio ufficiale del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate dell’Iran, Generale Muhammad Hossein Bagheri, che disse la mattina successiva l’attacco: “L’Iran è tra le grandi potenze del mondo nel campo missilistico. Essi (Stati Uniti e loro alleati) non hanno la capacità d’impegnarsi in un conflitto con noi attualmente e, naturalmente, non intendiamo scontrarci con loro, ma siamo sempre rivali in diversi campi, compreso quello missilistico“. Il Generale Ramazan Sharif della Guardia dichiarava alla televisione, in un’intervista: “Sauditi e statunitensi sono i primi destinatari di questo messaggio. Ovviamente e chiaramente, alcuni Paesi reazionari della regione, in particolare l’Arabia Saudita, avevano annunciato di cercare di creare insicurezza in Iran“. Il Generale Yahya Rahim Safavi, consigliere militare del leader supremo Ali Khamenei, aveva espressamente tirato in causa Washington dicendo che “se gli Stati Uniti decidono di avviare una qualsiasi guerra contro l’Iran, tutte le loro basi militari della regione capiranno di essere insicure“. Chiaramente, l’attacco missilistico è una risposta ai senatori statunitensi che avevano approvato un disegno di legge per ulteriori sanzioni contro l’Iran per il suo programma missilistico. È anche una risposta netta alla dichiarazione malaccorta del segretario di Stato Rex Tillerson, secondo cui la politica dell’amministrazione Trump verso l’Iran comprende il “cambio di regime”. Anche se ciò non è altro che un piano interventista, dimostra anche che l’accordo nucleare USA-Iran è già privo di valore e non dissuade gli Stati Uniti dal trascinare l’Iran in un conflitto militare. Ciò è evidente da come Rex Tillerson ha scelto di definire l’ultima vendita di armi tra Stati Uniti e Arabia Saudita ciò che consentirà a quest’ultima di affrontare “l’influenza malvagia iraniana”. Di conseguenza, l’escalation dei conflitti in Siria e d’intorni.
Per cominciare, la leadership iraniana sembra aver concluso che la stretta strategica esercitata negli ultimi 3-4 anni, da quando i negoziati sulla questione nucleare cominciarono, sia stata fraintesa dalla squadra di Trump. Khamenei aveva accusato in modo corrosivo la politica statunitense. Per Teheran, la squadra di Trump, priva d’esperienza nella diplomazia internazionale, potrebbe credere che la moderazione dell’Iran degli ultimi anni sia segno di debolezza o irresolutezza politica della leadership riformista del Presidente Hassan Rouhani. Certamente, Teheran si aspetta che la sua politica del pugno di ferro illustrata dall’attacco dia la sveglia all’amministrazione Trump. Ciò trova eco nelle parole dell’influente segretario del Consiglio degli Esperti dell’Iran Mohsen Rezayee, ex-comandante dell’IRGC: “Dopo quattro anni in carica, Tillerson arriverà a capire l’Iran“. Come si dice, l’azione parla più chiaro delle parole. La scelta dell’Iran di usare i missili e la precisione con cui hanno colpito l’obiettivo sono un chiaro avvertimento. Secondo tutti i resoconti, i missili hanno colpito l’obiettivo con precisione devastante. In parole povere, l’Iran ha fatto capire agli Stati Uniti che le loro 45000 truppe dispiegate nelle basi in Iraq (5165), Quwayt (15000), Bahrayn (7000), Qatar (10000), EAU (5000) e Oman (200), sono estremamente vulnerabili ai suoi missili a raggio medio di ultima generazione Zulfiqar e ai missili da crociera Qasim. L’azione iraniana aveva il sostegno degli alleati. Mentre l’abbattimento dell’aviogetto siriano da parte degli Stati Uniti ha suscitato aspre critiche da Mosca, indicando l’intenzione di quest’ultima di appoggiare il regime siriano da attacchi molteplici; l’Iran ha ulteriormente rafforzato la crescente cooperazione con la Cina. Perciò, in un momento in cui Stati Uniti e Arabia Saudita intensificano gli sforzi per isolare l’Iran, la Cina raddoppia il sostegno all’alleato regionale. Cacciatorpediniere cinesi e iraniani effettuano manovre militari congiunte da est dello Stretto di Hormuz e nel Mare d’Oman, citate negli articoli dell’agenzia della repubblica islamica.
L’azione militare iraniana in Siria, pertanto, non avveniva nel vuoto regionale, cosa che l’amministrazione statunitense perde di vista complicando la guerra al terrorismo; una guerra che gli Stati Uniti pretendono di combattere, ma che non combattono per aiutare (leggasi: complicità statunitense con il terrorismo) le forze che effettivamente combattono la guerra contro SIIL e altri gruppi “taqfiri”. L’attacco iraniano, a questo proposito, confuta nettamente le affermazioni occidentali/saudite che l’Iran promuova il terrorismo nella regione. Al contrario, dice molto sulla decisione dell’Iran di combattere il terrorismo con tutti i mezzi, mezzi certamente migliorati grazie alla diretta presenza sul terreno per lanciare gli attacchi missilistici.Salman Rafi Sheikh, analista delle relazioni internazionali e degli affari nazionali ed esteri del Pakistan, in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele preoccupato dall’Iran che avanza in Siria e Libano

Sputnik 12 luglio 2017Secondo Intelligence online, l’Iran ha costruito una fabbrica di missili in Libano a 50 metri di profondità e fortificata contro i raid aerei israeliani. Secondo l’articolo, la fabbrica comprenderebbe due strutture. La prima situata ad Harmal, nell’est della valle della Biqa, che produce i missili superficie-superficie Fateh-110 dalla gittata di 300 chilometri. Questo missile può trasportare una testata di 400 kg. L’altro impianto sarebbe situato sulle coste libanesi, tra Tiro e Sidone. Produrrebbe componenti per missili da consegnare ad altri impianti. Questi impianti in Libano preoccupano Israele. Il quotidiano israeliano ha pubblicato un articolo citando il ministro della Pubblica Istruzione Naftali Bennett. Il ministro ha detto che Israele programma un attacco preventivo, perché lo considera una minaccia. Sputnik ne ha discusso con Emad Abshenass, analista politico iraniano e direttore del quotidiano Iran Press. Abshenass notava che all’inizio dell’anno, il Ministro della Difesa iraniano Hossein Dehghan aveva detto che il Libano ha pieno diritto di costruire una fabbrica di missili per la difesa. Secondo Abshenass: “Da Stato sovrano, il Libano può farlo e nessuno ha il diritto di interferirvi, neanche Israele. Il Libano ha costruito una fabbrica di missili per la difesa da minacce estere, come raid israeliani o attentati dello SIIL”. Abshenass dichiarava che la minaccia d’Israele di attaccare le fabbriche di missili in Libano è propaganda, perché l’esercito israeliano non può distruggerle: “Inoltre, se gli israeliani decidono di farlo, dovranno affrontare la dura reazione del Libano. A sua volta, da principale alleato di Hezbollah, l’Iran ne sarebbe coinvolto e aiuterebbe l’esercito libanese. Ma penso che sia poco probabile che gli israeliani lo facciano”.
Altro motivo di preoccupazione per gli israeliani, l’Iran progetta la costruzione di una strada per trasportare armi a Damasco dai siti di produzione libanesi. Naftali Bennett ha sottolineato che Israele non permetterà all’Iran di realizzare un piano del genere. Abshenass osservava che in effetti tale strada è stata costruita da tempo, giocando un ruolo importante nel mantenere la presenza di Teheran in Siria. Secondo l’esperto: “Il coinvolgimento attivo dell’Iran in Siria e Iraq ha notevolmente aiutato l’Esercito arabo siriano a combattere lo SIIL. In realtà, con il suo contributo, l’Iran ha sventato il piano di Stati Uniti ed Israele volto a frammentare Siria e Iraq. Perciò Israele cerca una scusa per giustificare le aggressioni sul territorio siriano“.

Enorme incendio nel maggiore deposito di munizioni israeliano
HispanTV  9 luglio 2017

Un vasto incendio scoppiava in un’importante base militare dell’esercito israeliano, minacciando grandi quantità di armi immagazzinatevi. I media israeliani riferivano che l’incendio era esploso il 9 luglio pomeriggio in un deposito di munizioni delle Forze Armate d’Israele (IDF) a Nahal Soreq, nel centro dei territori palestinesi occupati. “Diversi gruppi di vigili del fuoco e 6 velivoli sono stati inviati nella zona, ma non sono ancora riusciti a controllare l’incendio“, secondo il portavoce del dipartimento dei vigili del fuoco israeliani Yoram Levy. La base, che si trova tra la città occupata di al-Quds (Gerusalemme) e Tel Aviv, è considerata un importante deposito di munizioni dell’esercito israeliano, responsabile dell’acquisto, raccolta, stoccaggio, assemblaggio e fornitura di armi, dai semplici proiettili ai missili. Secondo Levy, l’incendio era iniziato in un boschetto all’interno della base militare. Finora alcuna informazione su eventuali danni a persone o cause dell’incendio. “Diversi gruppi di vigili del fuoco e circa 6 velivoli antincendio sono stati inviati nella zona, ma non sono ancora riusciti a controllare il fuoco”, riferiva il portavoce dei vigili del fuoco israeliani Yoram Levy.
L’incidente avveniva 20 giorni dopo l’esplosione presso i locali delle Israel Military Industries (IMI) che causò un grande incendio nella fabbrica bellica israeliana nella città di Ramat Hasharon, a nord dei territori palestinesi occupati. Nel giugno 2015, due soldati del regime israeliano rimasero gravemente feriti in un incendio presso la base aerea di Ramon, nel sud dei territori palestinesi occupati.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora