Mostra di rottami a Kiev e psico-sconfitta di Poroshenko

Oriental Review 24 febbraio 2015

Questa settimana un deposito di rottami è esposto nel centro di Kiev. Così l’amministrazione ucraina cerca di dimostrare “i fatti dell’aggressione russa in Ucraina”. Ma in realtà sono riusciti solo a dimostrare ignoranza e mancanza di qualsiasi conoscenza militare. Risultato di tale moderno illusionismo non è altro che la piena indifferenza dagli spettatori attoniti. Il pubblico ha già visitato la mostra, cui hanno presenziato i vertici di Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Bulgaria, Spagna, Georgia e altri Paesi europei invitati a commemorare il primo anniversario dell’euro-golpe, che si pretende “rivoluzione della dignità”.10411167I media internazionali e facebook traboccano delle eroiche foto su “questi maledetti russi colti in flagrante”. Nel frattempo ogni osservatore imparziale e informato porrebbe domande agli organizzatori di tale esposizione di rottami. Visitiamo piazza San Michele di Kiev.

Articolo 1. Carro armato sovietico T-64BV

10930159_582212468579816_3258878509390584994_nFoto per gentile concessione del presidente Poroshenko

16600406422_f862d3806b_b16600406442_3c95a4f16f_b15978854044_a533c2e7cc_b16413995680_87f7708d42_bFoto per gentile concessione di Aleksandr Gritsaj

Beh, il T-64BV è una versione della prima generazione del famoso carro armato sovietico T-64, equipaggiato con blindature esplosive reattive Contakt-1. Questa modifica fu ideata e prodotta nel 1985-1987 dall’ufficio costruzioni metalmeccaniche di Kharkov (Ucraina, ancora). L’ultimo T-64S attivo fu ritirato dall’impiego operativo dell’esercito russo nel 2011 (sostituito dai T-72 nei primi anni ’90), mentre secondo The Military Balance 2013 dell’IISS, 1750 T-64S modificati sono ancora in servizio nell’esercito ucraino. Ecco un fiero reportage video ucraino del 2010:

Vi è anche una serie di T-64VL prodotta dall’impianto Malyshev ucraino come T-64BM Bulat dal 2005. Diversi T-64BV dell’esercito ucraino furono catturati dagli insorti di Lugansk nella campagna estiva 2014:

Questo fu perso dall’esercito ucraino il 17 giugno 2014 nei pressi della città di Metallist. Si può vedere il contrassegno bianco delle FAU sulla parte anteriore della torretta del carro.

1403669041_1262338_900L’immagine di un altro carro armato catturato dai ribelli la scorsa estate. Qui potete vedere il simbolo della 24.ma Brigata “corazzata” delle FAU sulla torretta. Quindi, anche nel caso in cui il carro armato sia stato catturato dalle FAU agli insorti, assolutamente non significa abbia origine russa. Molto probabilmente è un comune mezzo ucraino fuori servizio e prelevato da un deposito per la revisione nei pressi di Kharkov. Completando il quadro, ecco un video che illustra il moderno T-92 in servizio nell’esercito russo:

Articolo 2. BM-21 Grad di fabbricazione sovietica

11021226_582212625246467_5930927619551057784_nFoto per gentile concessione del presidente Poroshenko

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Il BM-21 Grad è il leggendario lanciarazzi multipli autocarrato da 122mm sovietico, sviluppato nei primi anni ’60. Fu prodotto fino al 1988 e nel 1995 ve ne erano più di 2000 in servizio attivo in oltre 50 Paesi, tra cui l’Ucraina (315 unità nel 2012). I Grad ucraini sono utilizzati contro la popolazione civile del Donbas dalla scorsa estate:

I Grad ucraini bombardarono Snezhnoe (regione di Donetsk) il 15 luglio 2014 provocando almeno 10 vittime tra i civili. Video delle distruzioni qui. Molte di tali unità furono successivamente catturate dagli insorti e usate contro le forze ucraine nella zona ATO:

Video ripreso presso Ambrovievka (regione di Donetsk) il 1 settembre 2014, dopo che le truppe ucraine fuggirono dalla zona. I trofei recuperati sono la principale fonte di materiale militare degli insorti.

Ecco oggi cos’è in servizio nell’esercito russo:

TYaZhELAYa-OGNEMETNAYa-SISTEMA-TOS1A-SOLNCEPEKTOS-1A Solntsepjok (Scottatura), moderno lanciarazzi multiplo termobarico montato su telaio del carro armato T-72.

Articolo 3. BTR-80 di fabbricazione sovietica

10996927_582212398579823_4903640055816289543_nFoto per gentile concessione presidente Poroshenko

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BTR-80, trasporto truppe corazzato ruotato (APC) anfibio progettato in URSS e adottato nel 1988. L’APC ha decine di versioni, alcune sviluppate in Ucraina nel periodo post-sovietico (BTR-3) e anche in Ungheria (conforme agli standard della NATO). Attualmente in servizio negli eserciti di 40 Paesi, tra cui gli Stati Uniti d’America (2 APC BTR-80 furono importati dall’Ucraina nel 2011). Prima del conflitto civile in Ucraina, vi erano circa 400 APC BTR-80 in servizio nelle FAU. Tale rottame fu ripreso dai militari ucraini vicino Peski (Donetsk), dove l’offensiva degli insorti non sfondò a metà gennaio 2015. All’epoca MIGNEWS pubblicò un reportage fotografico sullo stesso APC:

4687305-ukrainskie-voennye-zakhvatili-v-peskakhCome si vede, in quel momento l’APC aveva le ruote, ecc., ma alla mostra di Kiev era completamente smantellato. Così sembra che tali 8 ruote fossero esattamente ciò che impedirono alle FAU la totale peremoga (vittoria).

Articolo 4. Comando mobile su ZIL-131 tipo KUNG

15978853064_2a1c281f56_b15978852934_cac4c59b00_bFoto per gentile concessione di Aleksandr Gritsaj

Si prega di prendere nota del marchio di qualità sovietico a bordo, il che significa che il veicolo fu prodotto nell’URSS. Gli autocarri militari ZIL-131 furono introdotti nel 1966 ed utilizzati dall’esercito sovietico in varie versioni. L’esemplare è una cosiddetta Unità di Comando Mobile. C’erano sicuramente molti di tali veicoli in Ucraina dopo il crollo dell’URSS. L’esercito russo utilizza attualmente un tipo di autocarro un po’ diverso, che dovrebbe essere simile a questo:

63099Moderno autocarro militare russo Ural 63.099

Articolo 5. Daewoo Nexia

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Ebbene, è l’elemento più sorprendente. Un’auto bruciata Daewoo Nexia assemblata in Uzbekistan. Non una sola auto di questo modello è o è mai stato in servizio nell’esercito russo. Molto probabilmente è una delle vetture civili spietatamente distrutte dai militari ucraini mentre viaggiavano per la Russia nella scorsa estate:

Ai primi di agosto 2014 le truppe ucraine sparavano ad ogni auto che usciva da Donetsk per la Russia. Una delle vittime fu il giornalista russo Andrej Stenin.

Una famiglia di tre rifugiati uccisi nella loro auto dalle FAU presso Gorlovka, regione di Donetsk.

Un’altra auto delle vittime.

Articolo 6. UAV Granat-4

1799065_582212341913162_2704395473578576359_oFoto per gentile concessione del presidente Poroshenko

16413994060_0b626be22e_b16413815368_7df33cf5e4_bFoto per gentile concessione di Aleksandr Gritsaj

Bene, questa è un’arma davvero seria. Il “nuovo” drone Granat-4 è in realtà in servizio nell’esercito russo, normalmente utilizzato per la ricognizione tattica entro 100 km. Il mezzo presentato a Kiev è stato prodotto nel 2009 e abbattuto dalle FAU il 29 novembre 2014 nei pressi di Shastie (regione di Lugansk), a 30 km dalla frontiera russa. Francamente non vediamo alcun problema nei militari russi seguire con attenzione un conflitto in prossimità dei loro confini. In ogni caso, la gittata di questo drone permette ai russi di operare dal loro territorio.

Articolo 7. SVD Dragunov

1957633_582212168579846_4829462632466858310_oFoto per gentile concessione del presidente Poroshenko

Ora, un altro vecchio esemplare: il fucile per tiratori scelti Dragunov (SVD), ideato in Unione Sovietica nel 1963, è un fucile semi-automatico calibro 7,62×54 mm. Il fucile è ancora in servizio in Russia e oltre 30 altri Paesi, tra cui tutti gli Stati post-sovietici, Polonia, Romania, Repubblica Ceca, Bulgaria, Turchia, India, Cina, ecc. Ecco la foto di un marine ucraino con l’SVD in mano durante l’esercitazione del 2003 sulle coste occidentali della Scozia.

Ukrainian_Navy_1st_Company_MarineArticolo 8. Oggetti personali

11001678_582212538579809_2625452927691045264_oFoto per gentile concessione del presidente Poroshenko

Cosa vediamo qui? Una manciata di galloni cosacchi (dei distretti cosacchi del Don e Lugansk, unità paramilitari non ufficiali in Russia e Ucraina), facilmente disponibili in tutti i mercati della Russia meridionale. Credenziali cosacche (tali documenti non sono riconosciuti validi in Russia). Una copertina di passaporto (in vendita in ogni stazione della metropolitana di Mosca). Inoltre, i militari russi non si portano il passaporto. 1 certificato di servizio militare (qualsiasi cittadino russo mobilitabile ha tale documento, a prescindere dall’età). 1 patente di guida rilasciata a Mosca nel 2010, il nome occultato (qualsiasi ucraino con permesso di lavoro in Russia potrebbe ottenerla). E infine il gioiello, la prova inoppugnabile, un distintivo della Polizia Tributaria Federale della Federazione Russa. Naturalmente ciò significa che ogni ex-agente di tale servizio, sciolto nel 2003, viene inviato a combattere l’esercito ucraino con tali anticaglie nelle tasche!

16413992710_750401c229_bFoto per gentile concessione di Aleksandr Gritsaj

Bene, la conclusione di tale mostra grottesca a Kiev è semplice: le autorità ucraine non hanno una sola prova che dimostri le proprie affermazioni isteriche su “l’aggressione russa all’Ucraina”. La sua politica interna ed estera è falsa e menzognera, deliberatamente basata su inganni. Incapace di mollare la propria retorica bellicosa, il regime del presidente Poroshenko scivola rapidamente verso il collasso totale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tre fronti per la Russia: come Washington susciterà il caos in Asia centrale

Ivan Lizan Odnako  - Vineyard Saker

1009158-LAsie_centrale_1992La dichiarazione del Generale “Ben” Hodges degli Stati Uniti secondo cui nel giro di quattro o cinque anni la Russia potrebbe sviluppare la capacità di combattere contemporaneamente su tre fronti non è solo un riconoscimento del crescente potenziale militare della Federazione russa, ma anche una promessa che Washington premurosamente si garantirà che i tre fronti siano ai confini della Federazione russa. Nel contesto dell’inevitabile ascesa della Cina e della crisi finanziaria che si aggrava, con lo scoppio contemporaneo di diverse bolle speculative, l’unico modo per gli Stati Uniti di mantenere l’egemonia globale è indebolire gli avversari. E l’unico modo per raggiungere tale obiettivo è innescare il caos nelle repubbliche confinanti con la Russia. È per questo che la Russia inevitabilmente entrerà in un periodo di conflitti e crisi ai confini. Così il primo fronte, infatti, esiste già in Ucraina, il secondo sarà probabilmente tra Armenia e Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh, e il terzo, naturalmente, sarà aperto in Asia centrale. Se la guerra in Ucraina porta milioni di rifugiati, decine di migliaia di morti e la distruzione di città, lo sbrinamento del conflitto del Karabakh minerebbe completamente la politica estera della Russia nel Caucaso. Ogni città in Asia centrale corre il pericolo di esplosioni e attentati. Finora questo “fronte imminente” non ha attirato l’attenzione dei media, la Nuova Russia domina sui canali televisivi nazionali, giornali e siti, ma questo teatro di guerra potrebbe diventare uno dei più complessi dopo il conflitto in Ucraina.

Una filiale del califfato nel ventre della Russia
La tendenza indiscutibile in Afghanistan, la principale fonte di instabilità nella regione, è un’alleanza tra taliban e Stato islamico. Anche così, la formazione imminente di tale unione ha scarsi e frammentati riferimenti, e la vera portata delle attività degli emissari IS è chiara quanto un iceberg la cui punta emerge poco al di sopra della superficie dell’acqua. Ma è stabilito che agitatori sono attivi in Pakistan e province meridionali dell’Afghanistan, controllate dai taliban. Ma, in questo caso, la prima vittima del caos in Afghanistan è il Pakistan, con insistenza e aiuto dei taliban alimentati dagli Stati Uniti negli anni ’80. Tale piano ha una sua vita ed è l’incubo ricorrente di Islamabad, che ha deciso di stabilire rapporti amichevoli con Cina e Russia. Questa tendenza può essere vista negli attentati dei taliban contro le scuole pakistane, i cui insegnanti hanno ora il diritto di portare armi, negli arresti di terroristi nelle grandi città e nel’inizio delle attività a sostegno di tribù ostili ai taliban nel nord. L’ultimo sviluppo legislativo in Pakistan è un emendamento costituzionale per espandere la giurisdizione dei tribunali militari (sui civili). In tutto il Paese terroristi, islamisti e simpatizzanti sono detenuti. Solo nel nord-ovest sono stati effettuati più di 8000 arresti, anche di membri del clero. Le organizzazioni religiose sono state bandite e gli emissari del IS vengono catturati. Dato che gli statunitensi non amano mettere tutte le uova nello stesso paniere, aiuteranno il governo di Kabul permettendogli di rimanere nel Paese legittimamente, e allo stesso tempo i taliban, che diventano IS. Il risultato sarà uno stato di caos in cui gli statunitensi non prenderanno formalmente parte; invece, porranno le loro basi militari in attesa di vedere chi vince. E poi Washington aiuterà il vincitore. Si noti che i suoi servizi di sicurezza hanno sostenuto i taliban per molto tempo e in modo abbastanza efficace: alcuni ufficiali delle forze di sicurezza e deòla polizia in Afghanistan sono ex-taliban e mujahidin.

Metodo di distruzione
Il primo modo per destabilizzare l’Asia centrale è creare problemi ai confini, insieme alla minaccia che i mujahidin penetrino nella regione. Il collaudo sui vicini è già iniziato; problemi sono sorti in Turkmenistan, che ha anche dovuto chiedere a Kabul di attuare operazioni militari su larga scala nelle province di confine. Il Tagikistan fu costretto dai taliban a negoziare il rilascio delle guardie di frontiera da loro rapite, e il servizio di confine tagiko riferisce di un grande gruppo di mujahidin ai confini. In generale, tutti i Paesi confinanti con l’Afghanistan hanno intensificato la sicurezza delle frontiere. Il secondo modo è inviare islamisti dietro le linee. Il processo è già iniziato: il numero di estremisti nel solo Tagikistan è cresciuto di tre volte l’anno scorso; tuttavia, anche se vengono catturati, ovviamente non sarà possibile catturarli tutti. Inoltre, la situazione è aggravata dal ritorno dei lavoratori migranti dalla Russia, espandendo la base del reclutamento. Se il flusso di rimesse dalla Russia inaridisce, il risultato sarà malcontento popolare e rivolte eterodirette. L’esperto del Kirghizistan Kadir Malikov riporta che 70 milioni dollari sono stati stanziati per il gruppo armato del IS a Maverenahr, comprendente rappresentanti di tutte le repubbliche dell’Asia centrale, per compiere atti di terrorismo nella regione. Particolare enfasi è posta sulla valle di Fergana, nel cuore dell’Asia centrale. Un altro punto di vulnerabilità sono le elezioni parlamentari del Kirghizistan, in programma per questo autunno. L’apertura di una nuova serie di rivoluzioni colorate porterà caos e disintegrazione dei Paesi.

Le guerre autosufficienti
La guerra è costosa, quindi la destabilizzazione della regione deve essere autosufficiente o almeno redditizia per il complesso militare-industriale statunitense. In questa zona Washington ha avuto un certo successo: ha dato all’Uzbekistan 328 blindati che Kiev aveva chiesto per la sua guerra con la Nuova Russia. A prima vista, l’affare non è redditizio, perché i mezzi sono un dono, ma in realtà l’Uzbekistan sarà legato agli USA da ricambi e munizioni. Washington ha preso una decisione analoga sul trasferimento di equipaggiamenti e armi ad Islamabad. Ma gli Stati Uniti non hanno avuto successo nel tentativo d’imporre propri sistemi d’arma all’India: gli indiani non hanno firmato alcun contratto, e Obama ha visto materiale militare russo quando ha presenziato a una parata militare. Così gli Stati Uniti trascinano i Paesi della regione in una guerra con i propri pupilli, i taliban e Stato islamico, e allo stesso tempo riforniscono di armi i nemici. Quindi il 2015 sarà caratterizzato dai preparativi per la destabilizzazione dell’Asia centrale e la diffusione della filiale dello Stato islamico dall’AfPak ai confini di Russia, India, Cina e Iran. L’inizio di una guerra su vasta scala, che inevitabilmente seguirà una volta che il caos sommergerà la regione, portando a un bagno di sangue nei “Balcani eurasiatici”, coinvolgendo automaticamente più di un terzo della popolazione del mondo e quasi tutti i rivali geopolitici degli Stati Uniti. Un’opportunità che Washington troverà troppo bella per perderla. La risposta della Russia a tale sfida deve essere multiforme: coinvolgere la regione nel processo d’integrazione eurasiatica, fornendo aiuto militare, economico e politico, lavorando a stretto contatto con gli alleati di Shanghai Cooperation Organization e BRICS, rafforzando l’esercito pakistano e naturalmente aiutare la cattura dei servi barbuti del Califfato. Ma la risposta più importante dovrà essere la modernizzazione accelerata delle proprie forze armate, nonché quelle degli alleati, rafforzare la Collective Security Treaty Organization e dargli il diritto di aggirare le assai inefficienti Nazioni Unite.
La regione è estremamente importante: se l’Ucraina è un fusibile della guerra, l’Asia centrale è un deposito di munizioni. Se esplode, metà del continente sarà colpito.

dNt58u6sQBTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Vladimir Putin: Kiev sconfitta dal Donbas nonostante gli armamenti della NATO

Vladimir Putin, Budapest, 17 febbraio 2015 – BNBPutin0810eDomanda: Vladimir Vladimirovich, qual è la sua valutazione della situazione, ora che due giorni sono passati da quando l’accordo di Minsk sul un cessate il fuoco è entrato in vigore? Non si direbbe che tutto vada bene, soprattutto se si guarda a ciò che accade a Debaltsevo: lì non c’è una tregua.
Vladimir Putin: Prima di tutto, diamo molta importanza agli accordi raggiunti a Minsk. Forse non tutti sono attenti, ma ciò è particolarmente importante in tali accordi. Le autorità di Kiev hanno sostanzialmente convenuto d’intraprendere una riforma costituzionale globale per soddisfare le richieste d’indipendenza, chiamatelo come volete: decentramento, autonomia, federalizzazione, in alcune parti del Paese. Quindi si tratta di una decisione molto importante e significativa delle autorità ucraine. Ma c’è anche un altro aspetto in tali accordi, se i rappresentanti della regione del Donbas hanno accettato di partecipare alla riforma, significa che vi è un reale interesse dai soggetti interessati affinché lo Stato ucraino segua questo percorso. Naturalmente, più velocemente si porrà fine alle ostilità e si ritirerà il materiale militare, più velocemente si attueranno le condizioni reali affinché una soluzione politica della questione possa essere effettivamente raggiunta. Sul piano militare, voglio dire che abbiamo notato un generale sostanziale declino delle attività. Ma voglio anche sottolineare che dall’ultima volta, quando il presidente Poroshenko decise di riprendere le operazioni militari e poi fermarle, non era in grado di farlo immediatamente. Ciò che vediamo oggi è la riduzione non meno chiara e significativa di combattimenti ed ostilità da entrambe le parti su tutto il fronte. Sì, gli scontri sono ancora in corso intorno a Debaltsevo. Ma ancora, scala ed intensità delle operazioni sono assai inferiori rispetto a prima. Ciò che accade è comprensibile e prevedibile. Secondo quanto riferito, un gruppo di soldati ucraini vi è circondato dalla riunione di Minsk, la scorsa settimana. Ho parlato nei nostri scambi a Minsk e questo è esattamente ciò che avevo previsto: dissi che le truppe circondate avrebbero cercato di spezzare l’accerchiamento e che ci sarebbero stati tentativi dall’esterno, ma la milizia (indipendentista), che era riuscita a circondare le truppe ucraine, avrebbe resistito a tali tentativi, mantenendo e stringendo l’accerchiamento, il che inevitabilmente per un po’, in un modo o un altro, ha portato a nuovi scontri. E così un nuovo tentativo di rompere l’accerchiamento è stato fatto questa mattina. Non so cosa i media abbiano detto, non potevo seguire tutte le informazioni, ma so che alle 10 di questa mattina le forze armate ucraine hanno fatto un nuovo tentativo di spezzare l’accerchiamento. Fallendo, infine. Spero davvero che i capi del governo ucraino non impediscano ai militari ucraini di disarmare. Se non possono o non vogliono prendere tale importante decisione e dare questo ordine, dovrebbero almeno non perseguire coloro che, per salvare la propria vita e altrui, sono disposti a disarmare. Questo da una parte. Dall’altra mi auguro che i rappresentanti della milizia e delle autorità della Repubblica popolare di Donetsk e della Repubblica popolare di Lugansk non minaccino questi uomini e non gli impediscano di lasciare liberamente la zona degli scontri e dell’accerchiamento, tornando alle loro famiglie.

Domanda: Signor Presidente, dalle vostre parole ho capito che, quando è stato firmato l’accordo di Minsk e dopo aver partecipato alle discussioni, si sapeva che il cessate il fuoco non avrebbe esattamente avuto effetto nel momento programmato. In altre parole, ci si aspettava che alcuni scontri continuassero. Pensate che i combattimenti finiranno presto? È ottimista circa le possibilità di un cessate il fuoco duraturo, o pessimista, perché se gli scontri militari in realtà s’intensificano poi gli Stati Uniti potrebbero cominciare a fornire armi all’Ucraina. Come risponde a ciò, cosa farebbe la Russia?
Vladimir Putin: Per quanto riguarda le possibili forniture di armi all’Ucraina, secondo le nostre informazioni sono già in corso, hanno già avuto luogo. Non vi è nulla di insolito in ciò. In secondo luogo, credo fermamente che, qualunque sia il tipo di armi in questione, non è mai una buona idea fornire armi alla zone di conflitto e in questo caso particolare, non importa chi sia coinvolto e quali armi siano inviate, il numero delle vittime salirebbe, naturalmente, ma il risultato sarebbe lo stesso che vediamo oggi. La stragrande maggioranza dei militari ucraini non vuole prendere parte a una guerra fratricida, soprattutto essendo così lontani dalle proprie case, mentre la milizia del Donbas ha forte motivazione nel combattere per proteggere le proprie famiglie. Dopo tutto, vorrei ricordare ancora una volta che ciò che accade oggi è legata a una cosa, e cioè al governo di Kiev che ha deciso per la terza volta di riprendere l’azione militare e utilizzare le forze armate. Tale decisione fu presa da Turchinov, che emise l’ordine di avviare ciò che chiama operazione antiterrorismo. Il presidente Poroshenko poi decise di continuare le operazioni militari e adesso vediamo cosa succede. Non ci sarà fine a tale situazione finché i responsabili non si renderanno conto che non vi è alcuna speranza di risolvere il problema con mezzi militari. Tale conflitto può essere risolto soltanto con mezzi pacifici, attraverso la conclusione di un accordo con questa parte del Paese, garantendo i legittimi diritti ed interessi di questa popolazione. Lasciatemi dire che l’accordo raggiunto a Minsk offre l’opportunità affinché ciò accada. A questo proposito, desidero sottolineare il grande ruolo che il presidente francese e la cancelliera tedesca hanno giocato nel raggiungere il compromesso. Penso che una soluzione di compromesso sia stata trovata e che potrebbe essere suggellata da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Russia, come sapete, ha già presentato questa iniziativa*. In tale caso, l’accordo di Minsk guadagnerebbe status nel diritto internazionale. In caso contrario, è già un buon documento che dovrebbe essere attuato pienamente. Quindi sono più ottimista che pessimista. Permettetemi di ribadire che la situazione è relativamente calma su tutto il fronte, ora. Dobbiamo affrontare il problema del gruppo accerchiato. Il nostro compito comune è salvare la vita delle persone intrappolate nell’accerchiamento e garantire che la situazione non peggiori i rapporti tra le autorità di Kiev e la milizia del Donbas. Non è mai facile perdere ed è sempre una disgrazia per la parte soccombente, soprattutto quando si perde con persone che lavoravano nelle miniere o sui trattori. Ma la vita è vita e deve continuare. Non credo che dovremmo essere troppo ossessionati da tali cose. Come ho detto, dobbiamo concentrarci su come assolvere il compito principale, salvare la vita delle persone lì ed ora, e permettergli di tornare alle loro famiglie, dobbiamo attuare pienamente il piano concordato a Minsk. Sono sicuro che è possibile. Non ci sono altre vie da prendere.

* approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin e l’intermediario del Medio Oriente

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 17 febbraio 2015

La visita del presidente russo in Egitto indica che entrambi i Paesi desiderano ristabilire i legami dell’era Nasser. La partnership tra i due ha la possibilità di trasformare qualitativamente la regione, con la ‘Jugoslavia araba’ che promuove gli interessi russi a scapito delle due potenze principali della regione, Stati Uniti ed Arabia Saudita. Su grande scala, ciò significa che l’Egitto è divenuto il terzo trampolino di lancio della proiezione della politica estera russa in Medio Oriente, con tutti gli effetti collaterali multipolari risultanti sulla regione già dominata dall’unipolarismo.

050bdcae7292023eb239ffd3c6fc76fdf2871e6fLe preoccupazione di Washington
Al-Sisi gioca un ruolo molto strategico nel bilanciare le relazioni tra Washington e Mosca, con l’obiettivo che legami più stretti con quest’ultima comportino un accordo migliore con la prima. Il mondo è senza dubbio in preda ad una ‘nuova guerra fredda’, solo che ora invece di essere tra capitalismo e comunismo, è tra unipolarità e multipolarità. Gli Stati Uniti erano abituati a controllare Cairo con Mubaraq, ma dopo aver tradito il vecchio alleato per guidare un’inevitabile transizione della leadership, finirono sul lato sbagliato della storia quando il loro uomo dei Fratelli musulmani fu rovesciato da al-Sisi. Comprensibilmente, l’attuale presidente non si fa illusioni sulla natura infida degli Stati Uniti, ma sa anche che non è saggio (né possibile) rompere completamente i legami con il Paese, soprattutto quando è patrocinato dagli Stati del Golfo filo-USA. In queste condizioni e nel dispiegarsi della ‘nuova guerra fredda’, al-Sisi cerca un rapporto più pragmatico ed equilibrato con tutti i principali attori regionali e globali, sperando che questa politica possa portare maggiori dividendi al suo Paese. Ciò rende l’Egitto uno dei tanti Paesi cardine attualmente impegnati in politiche multipolari, affiancandosi a Vietnam, India e Turchia, per esempio. Detto questo, non importa quanto le politiche di al-Sisi siano giuste ed equilibrate, gli Stati Uniti saranno sempre preoccupati da un Egitto che ‘si allontana’ dalla loro orbita, come qualsiasi movimento verso il mondo multipolare sia una sconfitta relativa per quello unipolare. Lo scopo di tale articolata politica egiziana è accrescere l’importanza del Paese negli affari regionali e riportarlo alla precedente leadership, in gran parte abbandonata subito dopo la morte di Nasser con l”alleanza’ da sottomesso con Stati Uniti e Israele. Un forte Egitto al sicuro dal dominio statunitense, che non può essere completamente controllato da Washington, a sua volta diventa una ‘mina vagante’ regionale che potrebbe ostacolare la ‘gestione’ regionale degli USA. L’aquila egiziana che allarga le ali multipolari si rende conto che la piena dipendenza da un mecenate la pone in una posizione di estrema vulnerabilità, da ciò la delicata ricalibrazione politica del Paese verso regni del Golfo e Russia e una presa di distanza dagli Stati Uniti. Sul vettore eurasiatico, Mosca ha interesse nel vedere un forte e multipolare Egitto ristabilire ordine e stabilità al Medio Oriente, agendo da cuscinetto contro i piani unipolari (direttamente o meno), spiegando la confluenza attuale degli interessi strategici dei due Stati. Verso il Golfo, l’Egitto è nella posizione unica di avvicinare Arabia Saudita e Russia, aiutandole a risolvere le crisi in Siria e del petrolio che hanno messo in ginocchio le relazioni bilaterali, e in caso di successo, sarebbe l’ennesima sconfitta strategica della politica statunitense in Medio Oriente.

La risoluzione delle controversie della Russia con i sauditi
Mentre si è finora parlato di strategia e teoria, è il momento di esaminare di come al-Sisi possa agire da vero intermediario nel Medio Oriente. Arabia Saudita e Russia hanno posizioni assolutamente divergenti sulla crisi siriana e la guerra dei prezzi del petrolio, e l’unico Paese in grado di contribuire a colmare il divario è l’Egitto, corteggiato da entrambi nell’ultimo anno e mezzo. Diamo uno sguardo in dettaglio:

La guerra in Siria
Russia sostiene il governo popolare e democratico del Presidente Bashar Assad, mentre l’Arabia saudita sostiene rabbiosamente un cambio di regime a tutti i costi (compreso uno terroristico). L’Egitto, pur essendo il destinatario di miliardi di dollari dal Golfo, in realtà si oppone alla “politica saudita, soprattutto perché al-Sisi si oppone al terrorismo (come anche al Qatar che sponsorizza i Fratelli musulmani, per non parlare del SIIL). Le sue opinioni indipendenti non costituiscono una minaccia per i sauditi, dato che non supporta alcuna azione militare contro i loro interessi (come ad esempio l’invio di armi all’Esercito arabo siriano), ecco perché non l’hanno rinnegato e tagliato i cordoni della borsa. Non solo, ma l’Egitto riemerge come Stato chiave negli affari regionali, e non è probabile che i sauditi compromettano le loro relazioni semplicemente per la posizione di al-Sisi sulla Siria, con o senza invio di armi al governo. Anche se avessero voluto, l’unica vera leva che potrebbero usare è sostenere i gruppi terroristici in Egitto, ma al-Sisi li sta spazzando via da quando è salito al potere, mitigando l’impatto globale di tale opzione destabilizzante. Naturalmente, i sauditi e i loro fantocci del Golfo potrebbero smettere di finanziare il Paese, ma poi al-Sisi si avvicinerebbe ancor più a Russia e Paesi BRICS (proprio come la Grecia ha minacciato di fare se l’UE l’escludesse), nel tentativo di sostituire gli investimenti perduti, che rappresenterebbero una grave perdita strategica per Riyadh, permettendo a Cairo di praticare una politica indipendente verso la Siria. In tale posizione, i sauditi sono costretti ad acconsentire alle recenti mosse di al-Sisi nel consolidare l”opposizione’ siriana. Mentre in superficie tale mossa sembra sostenere la strategia saudita, in realtà, qualcosa di molto diverso prende forma, effettivamente sabotandola e spianando la via alla pace in Siria. Russia ed Egitto sono infatti impegnati in una diplomazia complementare riunendo le fazioni dell”opposizione’ siriana con l’intenzione di diminuirne il controllo occidentale e del Golfo e di facilitare soluzioni ragionevoli con Damasco. Mosca assembla un’opposizione non-terrorista (NTAGO) nel suo Dialogo Inter-siriano, mentre Cairo raccoglie tutti gli altri. Putin e al-Sisi hanno affermato la loro opposizione comune al terrorismo e la volontà di risolvere pacificamente la crisi siriana, quindi è chiaro che entrambi i Paesi coordinano le loro politiche su tali temi scottanti. Detto questo, l’Egitto può quindi agire da ponte tra i delegati dell’Arabia Saudita (se non direttamente cooptandoli il più possibile) e il governo legittimo di Damasco, mentre la Russia lo fa con la NTAGO. Potrebbero forse anche andare oltre, se entrambe le fazioni dell’opposizione si consolidassero tramite la diplomazia di Mosca e Cairo, trovando il modo d’unificarsi in un’entità che sarebbe più flessibile (e ragionevole) verso il raggiungimento della soluzione pacifica alla crisi del Paese. Più sarà maggiore iò successo dell’Egitto nel diluire il controllo saudita sui suoi ascari, filtrando gli elementi radicali e moderando i restanti rappresentanti, più è probabile che tale scenario si avveri, anche se è certamente assai difficile raggiungerlo e ancora ci vorrà molto tempo. Tuttavia, se al-Sisi otterrà ciò, farà risaltare il ruolo del suo Paese in Medio Oriente, affermandone l’indipendenza multipolare dall’Arabia Saudita, e continuando a interagire con tutti i principali attori regionali, sulla base di un maggior rispetto.

La guerra petrolifera
A differenza della guerra in Siria, dove l’Egitto ha alcune carte diplomatiche da giocare, sulla guerra del petrolio, Cairo non ha vantaggi. Invece, la sua posizione nella risoluzione della guerra in Siria (a danno dell’Arabia Saudita) è sufficiente per attrarre l’attenzione di Riyadh, che a sua volta può decidersi a parlare con la Russia a porte chiuse. Perciò, l’Arabia Saudita deve avere una motivazione, che attualmente manca. Ancora una volta, qui è laddove il nuovo atteggiamento siriano dell’Egitto può entrare, dato che s’ingrana perfettamente con ciò che la Russia fa (all’opposto dell’approccio dell’Arabia Saudita) e potrebbe quindi essere ragione sufficiente per ravvicinare le due parti. Se i diplomatici russi e sauditi iniziassero a discutere sulle loro controversie sui metodi scelti per la risoluzione del conflitto in Siria, i russi prenderanno l’iniziativa anche sulla questione del petrolio. Sebbene sia improbabile che l’Arabia Saudita modifichi il corso del confronto energetico intrapreso, sarebbe sempre meglio avere modo di dialogare (per quanto vago e forse prematuro) piuttosto che non averne del tutto l’opportunità, esattamente il vuoto che l’Egitto potrebbe riempire in tale situazione. Va detto che la questione siriana è solo un mezzo per avvicinare Russia e Arabia Saudita discutendo della guerra petrolifera, senza dedurre in alcun modo che la Russia possa mai sacrificare la Siria per i prezzi dell’energia (come il New York Times ha falsamente asserito). Non solo la Russia ha categoricamente negato che ciò possa mai accadere, ma sarebbe del tutto controproducente per l’azione multipolare della Russia in Medio Oriente negli ultimi dieci anni, per non parlare del tradimento del suo solo alleato. Non importa che la corrotta dirigenza politica saudita (che non ha limiti morali, etici, o di principio) possa ancora pensare che tale accordo sia possibile, decidendo di parlare direttamente alla Russia usando l’Egitto per trasmettere i suoi desideri. Questo è esattamente lo scenario che la Russia vuole, cioè che la sua posizione sulla Siria (indefettibile e solida) sia l”esca’ per raggiungere i sauditi usando l’Egitto come mezzo. Non importa che tali colloqui probabilmente non comportino alcun progresso, invece, i punti chiave sono che la Russia stabilisce un dialogo indiretto con i sauditi, usando l’Egitto. L’importanza di Cairo per Riyadh sarà pertanto ancora più elevata, con i (falliti) colloqui segreti russo-sauditi utili più ai propri interessi che a quelli degli altri due attori. Ma in un’altra direzione, tutto ha un senso, dato che la ‘ricompensa’ dell’Egitto che collabora con la Russia sulla Siria (nonostante la comunanza di interessi) sarebbe la Russia che trova un modo per rendere l’Egitto indipendente dall’Arabia Saudita, e allo stesso tempo, anche più importante. Sarebbe una situazione vantaggiosa per le relazioni russo-egiziane, approfondendone la partnership strategica emergente. Si ricordi, proiezione di potenza e influenza in questo caso funziona solo in una direzione, quella della Russia contro l’Arabia Saudita verso l’Egitto, in quanto non è affatto prevedibile che l’Arabia Saudita possa utilizzare l’Egitto per fare pressioni sulla Russia. Tale realtà sottolinea la natura complementare dei legami russo-egiziani nel perseguire l’ordine multipolare in Medio Oriente.

Il trampolino per invertire la ‘primavera araba’
Le relazioni in espansione tra Russia ed Egitto, ne faranno il terzo trampolino d’influenza regionale di Mosca, insieme a Siria e Iran; tutti attori intenti a invertire il caos provocato dalle rivoluzioni colorate della ‘primavera araba’. Mentre il ruolo di Siria e Iran nel determinare questa visione regionale condivisa è stata postulata in un precedente articolo, questa parte sarà specificamente dedicata alla tessera dell’Egitto nel grande puzzle. Russia ed Egitto hanno firmato numerosi accordi bilaterali durante la visita di Putin, tra cui, soprattutto, l’accordo di libero scambio con l’Unione Eurasiatica e i piani della Russia per la costruzione di una centrale nucleare. Il carattere strategico di questi accordi è d’importanza fondamentale, in quanto simboleggiano rapporti assai profondi e forte attività diplomatica prima del vertice che ha contribuito a portare tali grandi accordi a buon fine. Pertanto, si possono considerare i legami russo-egiziani avanzare costantemente, lontano da occhi indiscreti, domandandosi quali siano attualmente i veri rapporti politici. Si può ipotizzare che questi probabilmente riguardino la Siria (come detto), e forse anche la nuova guerra al terrorismo di al-Sisi contro il SIIL in Libia, essendo improbabile che gli attacchi siano una reazione emotiva del momento. La cosa più probabile è che l’Egitto contemplava tali mosse da qualche tempo (già sospettato di aver effettuato attacchi coperti l’anno scorso), e che al-Sisi abbia notificato a Putin le sue mosse durante la visita di quest’ultimo. Dopo tutto, capire che ci siano relazioni russo-egiziane più profonde di quanto le parti rendono pubblico, ed esaminando le loro dichiarazioni congiunte antiterrorismo, è logico concludere che tale interazione ci sia. Se è così, allora dimostrerebbe il livello profondo di fiducia che le parti hanno rispettivamente, favorendone la cooperazione in Siria. Inoltre, Putin sostiene le campagne antiterrorismo coordinate con lo Stato ospitante e con il governo ufficiale libico, che aveva chiesto sostegno internazionale in passato. La guerra legale di al-Sisi al SIIL è in netto contrasto con quella illegale che Stati Uniti e soci conducono in Siria contro la volontà e senza il coordinamento di Damasco. La Russia sostiene pertanto un Egitto abbastanza sicuro da far valere i propri interessi sulla sicurezza al di fuori dei confini (e in modo legale), facendone un attore multipolare più forte e capace di una leadership regionale, adempiendo agli interessi strategici anche del partner nel ristabilire l’ordine nel caotico Medio Oriente post-primavera araba.

Conclusioni
I legami russo-egiziani sono sul punto di tornare ai livelli dell’era Nasser, stretti e coordinati anche se la differenza principale è che Cairo cerca di emulare questo modello contemporaneamente con altri attori del mondo multipolare. Anche così, ciò simboleggia un terremoto geopolitico in Medio Oriente, dato che la nazione araba più popolosa ed ex-leader regionale ancora una volta avanza tracciando un corso indipendente dagli interessi gli Stati Uniti. Vi sono ancora molti altri passi complicati e contorti da effettuare prima di raggiungere questo ambizioso obiettivo, ma è indiscutibile che l’Egitto del Presidente al-Sisi sia intento a ripristinare orgoglio perduto e ruolo regionale del Paese, e che la Russia ne aiuta attivamente la rinascita geopolitica. Ciò presenta enormi opportunità per la Russia nell’inaugurare la transizione al multipolarismo globale, e l’Egitto è il partner giusto per realizzare questa visione in Medio Oriente.

41d53685274fd40204cbAndrew Korybko è analista politico e giornalista di Sputnik, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, NATO, Qatar e intervento dell’Egitto

Alessandro Lattanzio 22/2/2015

Al-Qaida ha dato istruzioni alle cellule dormienti affinché tornassero a galla. I membri di queste cellule hanno attaccato caserme e commissariati per prendere le armi. E’ successo a Bengasi e a al-Bayda, dove si è sparato. La situazione è grave per tutto l’occidente e tutto il Mediterraneo. Come possono, i dirigenti europei, non capirlo? Il rischio che il terrorismo si estenda su scala planetaria è evidente” (Muammar Gheddafi, 7 marzo 2011)libya2Alla domanda se l’Italia vuole intervenire contro l’Egitto e l’Algeria, su mandato di Stati Uniti, Turchia e Qatar, per impedire ad Egitto e Algeria di stabilizzare la situazione in Libia, il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, rispondeva: “Se l’Italia interviene, lo farà anche indirettamente per aiutare l’Egitto a prendersi un pezzo di Libia ed eventualmente l’Algeria a prendersene un altro. Non è affatto vero che certe organizzazioni islamiche stiano invadendo la Libia o controllino la Libia. E’ assai improbabile quello che abbiamo letto ovvero che controllerebbero Sirte o Tripoli. In realtà ci sono delle schegge di queste organizzazioni disperse in particolare in Cirenaica, dove lo stato islamico ha una funzione rilevante di legittimazione dell’intervento egiziano. Perché l’Egitto vuole riparare al torto che la geologia gli ha fatto, vale a dire non disporre di importanti risorse energetiche. Dalla dissoluzione della Libia è uscita la Cirenaica, che si trova a pochi chilometri dal suo confine, pertanto l’Egitto sta premendo in tutti i modi per convincere il resto del mondo a legittimarlo in un’operazione di polizia in Libia che di fatto, se dovesse andare a buon fine, significherebbe l’ingresso dell’Egitto almeno in una parte della Libia. Un altro paese che ha qualche interesse a che questa situazione perduri è la Francia”.
Paragonate tale risposta al commento dell’autore inglese Dan Glazebrook, “Gli Stati africani che nel 2010 avanzavano economicamente, beneficiando degli investimenti cinesi su infrastrutture e produzione, allontanandosi da secoli di dipendenza coloniale e neocoloniale dalle predatrici istituzioni finanziarie occidentali, affrontano gravi nuove minacce terroristiche da gruppi come Boko Haram, dotati di nuove armi e strutture su gentile concessione dell’umanitarismo della NATO. Algeria ed Egitto, ancora governati dagli stessi movimenti indipendentisti che rovesciarono il colonialismo europeo, vedono i loro confini destabilizzati, ponendo le basi per attacchi debilitanti pianificati ed eseguiti dalla nuova miliziocrazia libica della NATO. Questo è il contesto in cui l’Egitto avvia la reazione regionale contro la strategia di destabilizzazione della NATO“.
La conclusione che se ne trae è semplice, Caracciolo, spacciato per massimo esperto di geopolitica in Italia, perora le operazioni di distruzione della regione Africa-Mediterraneo-Medio Oriente, ideate da Washington e Londra, finanziate dal Qatar e Quwayt, e sostenute da Turchia e Israele, esibendo un ridicolo pacifismo, opportunistico, il cui scopo è in sostanza impedire che l’asse del blocco eurasiatico SCO-BRICS, rappresentato in questo caso da Egitto e Algeria, risolva la situazione d’instabilità inoculata, scientemente, dalla NATO per sabotare, appunto l’opera di risanamento economico-infrastrutturale avviatavi dalla Cina, così come i grandi programmi di investimenti pan-africani previsti dalla Jamahiriya Libica. L’allineamento a tale programma di sterminio, volto, ancora una volta, non a costruire un blocco filo-occidentale in Africa, ma solo a devastarne le terre per rallentarvi l’espandersi dell’influenza dei Paesi BRICS, vede protagonisti non solo l’asse atlantista USA-UK-Israele, ma anche le relative propaggini turca, qatariota, petroemiratina, e le varie furiose sette islamiste (alimentate dalle intelligence atlantiste), capeggiate dalla Fratellanza musulmana, come Hamas, che invocano il ‘non-intervento’ contro i ‘fratelli’ libici che devastano la Libia (oltre che Siria, Mali, Tunisia ed Iraq), terminando nella grottesca coda italiana, un ripugnante impasto dalle varie ‘anime': i presunti redivivi ‘realpolitiker’ del gruppo Espresso/Repubblica, dai rapporti intrecciatissimi con lo sponsor del terrorismo mediorientale del Qatar, la rete di ONG/giornalini online filo-islamista, capeggiata da Famiglia Cristiana (o meglio Famiglia Wahhabita), che funge da copertura per la rete di terroristi islamisti arruolati e armati dalle intelligence della NATO (Gladio-B); il circo dei pidocchi madiatico-politici (PD, SEL, Lega, M5S, fascisteria avariata); gruppi di propaganda atlantisti, camuffati da centri studi ‘geopolitici’, addirittura qualcuno spacciandosi ‘eurasiatista’, ma tutti legati all’ambiente dell’estrema destra coltivata e coccolata dall’intelligence italiana, francese, turca o anche ucraina (Gladio), ed infine l’area dell”antagonismo’, i supporter ‘antifa’ e ‘anti-razzisti’ di Gladio nelle reti dei centri sociali, sorvegliate dall’intelligence italiana, foraggiate ed eterodirette dalle ONG dell’oligarca statunitense George Soros, e infine intruppate dalle intelligence israeliana (Mossad) e tedesca (BND, Rosa Luxemburg Stieftung) affinché continui ad esprimere sostegno verso la ‘rivoluzione’ islamista a Gaza, Tunisia, Libia, Siria, Libano, ecc.
Un altro motivo, non secondario, di tale mobilitazione ‘pacifista’ in Libia delle strutture di Gladio e della NATO (e annesso circo mediatico), è il fatto che, dopo le sonore sconfitte della NATO in Siria e Ucraina, e dell’imminente risoluzione della questione SIIL in Iraq, un passo enorme per l’Iran associato al Patto di Shanghai, l’intervento egiziano-libico in Libia (con supporto francese, che reagisce in questo modo alla False Flag del 7 gennaio a Parigi), possa porre fine al peggiore focolaio islamista nella regione Africa-Mediterraneo; sarebbe una sconfitta devastante per l’atlantismo. La regione libica deve essere lasciata incancrenirsi, come desiderano da Washington-Londra-Tel Aviv e dai loro referenti locali in Italia ed UE, permettendole di divenire la base di lancio di una destabilizzazione che devasterebbe ulteriormente il Nord Africa, Corno d’Africa e Medio Oriente, ostacolando l’affermazione mondiale del multipolarismo (BRCS, UEE, SCO, ALBA, APEC, ecc.) e ritardando il collasso del polo atlantista, perseguendo anche una mera ‘rivincita di Pirro’ qualsiasi, che serva anche a lenire i dolori per l’abrasiva sconfitta subita dall’aggressione atlantista in Siria-Iraq, Africa, Balcani e Ucraina-Caucaso. La NATO non ha più nulla da offrire se non guerre endemiche, devastazione socio-economica, sconvolgimenti politico-geografici.

mappa-economistUn Airbus A320 partito da Tobruq atterrava all’aeroporto di Zintan il 23 gennaio, dove era presente ad attendere il velivolo il sindaco di Zintan, Mustafa Baruni. Il SIIL libico occupava la città di Sirte, a 400 km da Tripoli. Il centro del SIIL si trovava a Derna, seconda città della Cirenaica, sede Califfato libico collegato a SIIL, Jund al-Qalifa algerino e Ansar Bayt al-Maqdis in Sinai. Il 27 gennaio, a Tripoli, un commando del SIIL aveva attaccato l’hotel Corinthia, uccidendo 9 persone, ed altre città, come Sirte. Il 13 febbraio, mentre il SIIL trasmetteva la predica del capo al-Baghdadi dalla stazione radio di Sirte e diffondeva le immagini dell’assassinio di 21 egiziani rapiti a Sirte, l’ambasciata italiana a Tripoli invitava gli ultimi italiani presenti in Libia ad andarsene immediatamente. Difatti, anche il personale dell’ambasciata era già stato richiamato da diverse settimane. Nel frattempo, il 16 febbraio a Cairo veniva firmato un accordo per la vendita di 24 caccia francesi Rafale, una fregata FREMM e missili a corto e medio raggio della MBDA, per un valore di oltre 5 miliardi di euro, tra il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi e il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian. Nell’autunno 2014, a Parigi il presidente egiziano al-Sisi aveva incontrato il presidente francese Francois Hollande, per discutere della situazione in Libia. Il capo dello Stato egiziano aveva espresso la volontà di rafforzare l’aeronautica egiziana, che possiede cacciabombardieri Mirage 5 e Mirage 2000.
Il califfato di Derna conterebbe 2000 jihadisti che aumenterebbero grazie alla disgregazione delle altre bande jihadiste, come Ansar al-Sharia di Muhammad al-Zahawi, filiazione di Ansar al-Sharia tunisina ed erede del Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG) di Abdelhagim Belhadj, l’uomo del Qatar e della NATO durante l’aggressione alla Jamahiriya Libica. Ansar al-Sharia si oppone al governo dei Fratelli mussulmani a Tripoli di al-Hasi e disporrebbe di 5000 jihadisti sparsi tra Bengasi e Derna. La brigata Umar al-Muqtar composta da 250 jihadisti guidati da Ziyad Balam, opera al fianco di Ansar al-Sharia a Derna, Aghedabia e Bengasi, città dove è presente anche la brigata Martiri del 17 Febbraio formata da 12 battaglioni di 4000 jihadisti in totale, guidati da Fawzi Buqatif, membro della Fratellanza musulmana libica. L’unità più importante della Martiri del 17 Febbraio è la brigata Rafallah al-Sahati di 1000 combattenti capeggiati da Ismail al-Salabi e Salahadin bin Umran. Ansar al-Sharia, Rafallah al-Sahati e Martiri del 17 Febbraio si sono riunite nel Consiglio rivoluzionario della Shura di Bengasi, gruppo che si oppone ad Haftar e al ‘governo’ di Tobruq. Un’altra banda legata alla Fratellanza musulmana è la Lybia al-Fajir guidata da Wisam bin Hamid che raccoglierebbe 12000 jihadisti raggruppati in 4 brigate presenti a Bengasi, Qums, Misurata, Zlitan, Bani Walid, Zawiya, Gharian, Tarhuna e Sabratha. Gli altri gruppi islamisti libici sarebbero legati ad al-Qaida nel Magreb Islamico e al Muwaqin bin Dam di Muqtar Balmuqtar, attivi in Cirenaica e nel Fezan, ad Ubari, dove si troverebbe la loro base principale. Sono costoro ad essersi uniti al SIIL.
Il 16 febbraio, l’aeronautica egiziana bombardava le basi dello Stato islamico in Libia, in risposta all’assassinio dei 21 egiziani rapiti dai taqfiriti. Un incontro urgente si era tenuto la notte precedente, del Consiglio Nazionale di Difesa, decidendo che “l‘Egitto aveva il diritto di rispondere agli omicidi”. Gli attacchi furono effettuati “in attuazione delle decisioni adottate dal Consiglio Nazionale di Difesa, secondo il diritto dell’Egitto di difendere sicurezza e stabilità del proprio grande popolo, punendo e rispondendo agli atti criminali di elementi e organizzazioni terroristiche all’interno e all’esterno del Paese”. L’operazione era stata condotta da 6 aerei da combattimento F-16C Block52 decollati dalla base aerea di Marsa Matruh, bombardando campi, centri di addestramento e 6 depositi di armi dello Stato islamico a Derna e Sirte. Le forze aeree egiziane avevano “eseguito l’operazione con successo, colpito i loro obiettivi e rientrati in patria senza alcun danno”. L’attacco aereo egiziano eliminava 50 terroristi dello Stato islamico, nei bombardamenti su Derna, dove almeno cinque edifici occupati dai terroristi furono distrutti. Per reazione, il gruppo islamista Libya al-Fajir minacciava i cittadini egiziani in Libia di andarsene entro 48 ore. Nel frattempo, l’Unità 999 delle forze speciali egiziane compiva un’incursione a Derna eliminando 150 terroristi dello SI e catturandone altri 55. Secondo Lybia Herald, altri 35 egiziani sarebbero stati rapiti in Libia dai terroristi dello Stato islamico. L’Algeria ha dispiegato a sua volta 50000 effettivi lungo il confine con la Libia e il Niger, dove le unità della IV e della VI Regione militare, tra dicembre 2014 e gennaio 2015, lanciavano alcune operazioni per distruggere i locali gruppi terroristici. Le Forze Armate Tunisine ed Algerine hanno inoltre raggiunto un accordo per l’implementazione di un piano per l’eliminazione dei gruppi terroristici operanti ai loro confini: circa 14000 uomini (8000 algerini e 6000 tunisini) rafforzeranno la sorveglianza delle frontiere e le attività d’intelligence sul campo.
In relazione all’intervento in Cirenaica, il governo egiziano accusava il Qatar di sostenere il terrorismo; quindi il Qatar richiamava l’ambasciatore in Egitto criticando la scelta di Cairo di bombardare i terroristi dello Stato islamico in territorio libico; anche Hamas si dichiarava contrario all’intervento militare internazionale in Libia, come anche il ministro degli Esteri inglese Philip Hammond, che respingeva l’azione militare in Libia affermando che la crisi doveva essere risolta politicamente. Nel frattempo, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqry aveva provato, invano, di far autorizzare una missione militare araba. “E’ importante far capire che l’Egitto non è un Paese aggressore. Il nostro esercito interviene soltanto per difendere una terra e un popolo e non per impossessarsene” affermava al-Sisi. UE e USA si schieravano per una ‘soluzione politica’ della crisi libica, a ennesima dimostrazione della collusione tra NATO, petroemirati del Golfo e mercenari islamisti. Anche il ‘capo’ della diplomazia europea, Federica Mogherini, ribadiva che l’UE incoraggiava il dialogo politico fra le diverse parti libiche, sostenendo l’operato del rappresentante speciale dell’ONU Bernardino Leon, uomo del gruppo Bilderberg. USA, Gran Bretagna, Francia, Germania e Spagna affermavano che la decapitazione degli egiziani, “sottolinea ancora una volta l’impellente necessità di una soluzione politica del conflitto, la cui prosecuzione va a beneficio esclusivo dei gruppi terroristici, Stato islamico compreso“, toni ben diversi dal bellicismo scatenato contro la Jamahiriya Libica, accusata di crimini inventati dalla macchina propagandistica occidentale e del Qatar.
Il 19 febbraio, il ministero degli esteri della Turchia definiva il primo ministro della Libia “irresponsabile” ed “ostile”, avendo accusato Ankara d’ingerenza negli affari interni libici. “Ci aspettiamo che i funzionari del governo ad interim rivedano il loro atteggiamento irresponsabile verso il nostro Paese ed evitino dichiarazioni ostili ed infondate, altrimenti la Turchia sarà obbligata a prendere misure appropriate“. Il primo ministro libico Abdullah al-Thini, in un’intervista al quotidiano Asharq al-Awsat, aveva accusato la Turchia d’interferenza negli affari interni della Libia e avvertito che il governo avrebbe potuto espellere le compagnie turche. Nel settembre 2014, in effetti, il primo ministro libico Abdullah al-Thini accusò anche il Qatar di aver inviato 3 aerei militari carichi di armi a Tripoli, ed accusò il Sudan di aiutare il Qatar in Libia. Secondo Amir Hashim Rabyah, a capo del Centro di Studi politici e strategici al-Ahram, “Se vi è una reale volontà di sconfiggere il terrorismo prima che arrivi su territorio egiziano in modo netto e intensificato, ci dovrebbero essere attacchi preventivi contro coloro che aiutano i terroristi… In particolare mi riferisco agli aerei del Qatar che li rifornisco dal Sudan“. Il Qatar è uno dei principali sponsor delle insurrezioni armate islamiste del 2011 contro il governo libico, e quindi delle guerre contro Siria e Iraq e dell’ascesa al potere della Fratellanza musulmana in Egitto. Secondo il Tesoro degli Stati Uniti, il qatariota Abdalrahman bin Umar al-Nuami avrebbe inviato 600000 dollari ad al-Qaida in Siria nel 2013, e oltre 2 milioni di dollari ai capi di al-Qaida in Iraq. Nel 2012 Abdalrahman bin Umar al-Nuami avrebbe fornito 250000 dollari al gruppo islamista somalo al-Shabab. Infine, in Qatar 2 basi militari vengono utilizzate per addestrare i terroristi che combattono contro l’Esercito arabo siriano.

1Riferimenti:
Ahram
Ahram
Ahram
Allain Jules
Euronews
Il Gazzettino
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
RAI News
Reseau International
RID
RID
RussiaToday
Xinhua
Sputnik

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