La CIA e i media: 20 fatti da sapere

James F. Tracy, Global Research 30 gennaio 2018Questo articolo del professor James Tracy, pubblicato nell’agosto 2015, è di particolare rilevanza in relazione alla campagna sulle “false notizie” diretta contro i media alternativi e indipendenti.
Con amara ironia, la copertura mediatica del supporto segreto della CIA ad al-Qaida e SIIL è strumentata dalla CIA che sovrintende anche i media mainstream. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, la Central Intelligence Agency è stata una forza importante nei media statunitensi e stranieri, esercitando una notevole influenza su ciò che il pubblico vede, ascolta e legge regolarmente. Sia i pubblicisti che i giornalisti della CIA affermeranno di avere poche, se non alcuna, relazione, tuttavia la raramente riconosciuta storia della loro intima collaborazione indica una realtà ben diversa che gli storici dei media sono riluttanti ad esaminare. Quando praticata seriamente, la professione giornalistica comporta la raccolta di informazioni su individui, luoghi, eventi e problemi. In teoria tali informazioni istruiscono le persone sul mondo, rafforzando in tal modo la “democrazia”. Questo è esattamente il motivo per cui le agenzie di stampa e i singoli giornalisti sono sfruttati come risorse dalle agenzie d’intelligence e, come l’esperienza del giornalista tedesco Udo Ulfkotte suggerisce, tale pratica è oggi tanto diffusa quanto al culmine della Guerra Fredda. Considerando l’occultamento delle frodi elettorali nel 2000 e 2004, l’11 settembre 2001, le invasioni di Afghanistan e in Iraq, la destabilizzazione della Siria e la creazione dello “SIIL”, tra gli eventi più significativi della storia recente del mondo, sono anche quelli di cui l’opinione pubblica statunitense è completamente ignara. In un’era in cui le tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono onnipresenti, spingendo molti a nutrire l’illusione di essere ben informati, bisogna chiedersi perché tale condizione persiste. Inoltre, perché eminenti giornalisti statunitensi non riescono regolarmente a mettere in discussione altri eventi profondi che modellano la tragica storia degli USA degli ultimi cinquant’anni, come gli omicidi politici degli anni ’60, o il ruolo centrale svolto dalla CIA nel traffico internazionale di droga? Commentatori popolari e accademici hanno suggerito varie ragioni per il fallimento quasi universale del giornalismo mainstream in queste aree, tra cui la sociologia delle notizie, la pressione pubblicitaria, la proprietà monopolistica, la forte dipendenza delle organizzazioni giornalistiche da fonti “ufficiali” e il semplice carrierismo dei giornalisti. C’è anche, senza dubbio, l’influenza delle manovre delle pubbliche relazioni. Eppure una così ampia congiura del silenzio suggerisce che un’altra serie di inganni viene esaminata assai raramente, il coinvolgimento continuo di CIA e altre agenzie d’intelligence nei media per modellare il pensiero e l’opinione in modi scarsamente immaginati dal pubblico.
I seguenti fatti storici e contemporanei, in alcun caso completi, forniscono uno spaccato di come il potere che tali entità posseggono influenzi se non determini la memoria popolare e quale storia abbiano tali istituzioni rispettabili.
1. L’operazione della CIA MOCKINGBIRD è la chiave di volta nota da tempo tra i ricercatori che sottolineano il chiaro interesse e il rapporto dell’Agenzia coi principali media statunitensi. MOCKINGBIRD nacque dal precursore della CIA, l’Office for Strategic Services (OSS, 1942-47), che durante la Seconda guerra mondiale creò una rete di giornalisti e esperti di guerra psicologica che operavano principalmente nel teatro europeo. Molte delle relazioni forgiate dall’OSS furono trasferite nel dopoguerra a un’organizzazione gestita dal dipartimento di Stato chiamata Office of Policy Coordination (OPC) supervisionata dallo staffer dell’OSS Frank Wisner. L’OPC “divenne l’unità dalla maggiore crescita nella nascente CIA“, osserva la storica Lisa Pease, “l’aumento del personale da 302 nel 1949 a 2812 nel 1952, insieme a 3142 sotto contratto all’estero. Nello stesso periodo, il budget salì da 4,7 milioni a 82 milioni di dollari“. Lisa Pease,”The Media and the Assassination“, in James DiEugenio e Lisa Pease, “The Assassinations: Probe Magazine on JFK, MLK, RFK e Malcolm X“, Port Townsend, WA, 2003, 300.
2. Come molti ufficiali della CIA, il direttore della C IA o direttore dell’intelligence centrale (DCI) Richard Helms fu reclutato tra i giornalisti dal supervisore dell’Ufficio di Berlino dell’United Press International per partecipare al programma di “propaganda nera” dell’OSS. “Sei perfetto“, osservò il capo di Helms. Richard Helms, “Uno sguardo alle spalle: Una vita nella Central Intelligence Agency”, New York: Random House, 2003, 30-31. Wisner sfruttò i fondi del piano Marshall per comprare i primi successi della sua divisione, soldi che il suo ramo chiamava “caramelle“. “Non potremmo spendere tutto“, ricorda l’agente della CIA Gilbert Greenway. “Ricordo una volta che incontrai Wisner e il controllore. Mio Dio, dissi, come possiamo spenderli? Non c’erano limiti e nessuno doveva spiegarlo. Era fantastico“. Frances Stonor Saunders, “La Guerra Fredda Culturale: La CIA e il mondo delle arti e delle lettere”, Fazi, 105. Quando l’OPC venne fuso con l’Office of Special Operations nel 1948 per creare la CIA, anche i media dell’OPC furono assorbiti. Wisner mantenne il top secret “Propaganda Assets Inventory“, meglio noto come “Wisner’s Wurlitzer“, un rolodex virtuale di oltre 800 enti notiziari e d’informazione preparate a suonare qualsiasi melodia scelta da Wisner. “La rete comprendeva giornalisti, editorialisti, editori, redattori, intere organizzazioni come Radio Free Europe, e agenti di diverse organizzazioni giornalistiche“. Pease, “The Media and the Assassination“, 300. Alcuni anni dopo l’avvio dell’operazione, Wisner “possedeva” i membri rispettati di New York Times, Newsweek, CBS ed altri media, oltre a quattro-seicento contatti, secondo un analista della CIA. “Ognuno era un’operazione separata“, osservava la giornalista investigativa Deborah Davis, “richiedendo un nome in codice, un supervisore sul campo e un ufficio sul campo, con un costo annuale di decine o centinaia di migliaia di dollari, che non è mai stato contabilizzato“. Deborah Davis, “Katharine the Great: Katharine Graham and The Washington Post”, seconda edizione, Bethesda MD: National Press Inc, 1987, 139.
3. Le operazioni psicologiche sotto forma di giornalismo erano percepite come necessarie per influenzare e dirigere le opinioni della massa, oltre che dell’élite. “Il presidente degli Stati Uniti, il segretario di Stato, i membri del Congresso e persino il direttore della CIA stesso leggeranno, crederanno e rimarranno colpiti da un rapporto di Cy Sulzberger, Arnaud de Borchgrave o Stewart Alsop, quando nemmeno si disturbano di leggere un rapporto della CIA sullo stesso argomento“, osservò l’agente della CIA Miles Copeland. Citato in Pease, “The Media and the Assassination“, 301. Dalla metà alla fine degli anni Cinquanta, sottolinea Darrell Garwood, l’Agenzia cercò di limitare le critiche alle attività segrete e di bypassare la supervisione del Congresso o possibili interferenze giudiziarie “infiltrandosi nel mondo accademico, nel corpo missionario, nei comitati di redazione di influenti riviste ed editori, e qualsiasi altro luogo in cui l’atteggiamento pubblico possa essere effettivamente influenzato“. Darrell Garwood, “Sottocopertura: Trentacinque anni di inganni della CIA”, New York: Grove Press, 1985, 250. La CIA interviene spesso nel processo decisionale editoriale. Ad esempio, quando l’Agenzia procedette a rovesciare il regime di Arbenz in Guatemala nel 1954, Allen e John Foster Dulles, rispettivamente segretario di Stato del presidente Eisenhower e direttore della CIA, invitarono il redattore del New York Times, Arthur Hays Sulzberger, a riassegnare il giornalista Sydney Gruson dal Guatemala a Città del Messico. Sulzberger quindi collocò Gruson a Città del Messico con la logica che alcune ripercussioni della rivoluzione potessero essere avvertite in Messico. Pease, “The Media and the Assassination“, 302.
4. Fin dagli inizi degli anni ’50, la CIA “ha segretamente finanziato numerosi servizi di stampa stranieri, periodici e giornali sia in inglese che in lingue estere, fornendo un’ottima copertura agli agenti della CIA“, scrisse Carl Bernstein nel 1977. “Una di queste pubblicazioni era il Daily American di Roma, al quaranta per cento di proprietà della CIA fino agli anni ’70“. Carl Bernstein, “La CIA e i media“, Rolling Stone, 20 ottobre 1977. La CIA ebbe legami informali coi dirigenti dei media, in contrasto coi rapporti con giornalisti e informatori salariati, “che erano molto più soggetti all’orientamento dell’Agenzia“, secondo Bernstein. “Alcuni dirigenti, tra cui Arthur Hays Sulzberger del New York Times. firmarono accordi di segretezza. Ma tali interpretazioni formali erano rare: le relazioni tra funzionari dell’Agenzia e dirigenti dei media erano di solito sociali“. L’asse delle P e Q Street a Georgetown”, secondo una fonte. “Non devi dire a William Paley di firmare un pezzo di carta dicendo che non starà zitto“. “L’amicizia personale del direttore dalla CBS William Paley col direttore della CIA Dulles è nota essere stata una delle più influenti e significative nelle comunicazioni“, spiega l’autrice Debora Davis. “Fornì la copertura agli agenti della CIA, gli ultimi cinenotiziari, l’interrogatorio dei giornalisti e in molti modi rese standard la cooperazione tra la CIA e le maggiori compagnie radiotelevisive, durata fino alla metà degli anni ’70“. Deborah Davis, “Katharine the Great: Katharine Graham and The Washington Post”, seconda edizione, Bethesda MD: National Press Inc, 1987, 175.
5. “Il rapporto dell’Agenzia col Times era di gran lunga il più prezioso tra i giornali, secondo i funzionari della CIA“, sottolinea Bernstein nel suo articolo del 1977. “Dal 1950 al 1966, a circa dieci impiegati della CIA fu data copertura dal Times, secondo accordi approvati dal defunto redattore Arthur Hays Sulzberger. Gli accordi di copertura facevano parte di una politica generale del Times, impostata da Sulzberger, per aiutare la CIA quando possibile. “Inoltre, Sulzberger era un amico intimo del direttore della CIA Allen Dulles”. ‘A quel livello di contatti era il potente a parlare coi potenti’, disse un alto funzionario della CIA presente ad alcune discussioni. “In linea di principio c’era un accordo sul fatto che, sì, ci saremmo aiutati a vicenda. La questione della copertura emerse in diverse occasioni. Si decise che gli accordi effettivi sarebbero stati gestiti da subordinati… I potenti non volevano sapere i dettagli volendo una negazione plausibile“. Bernstein, “La CIA e i media“. Paley della CBS collaborava con la CIA, consentendo all’Agenzia di utilizzare risorse della rete e personale. “Era una forma di assistenza da un certo numero di persone benestanti, ora generalmente note per aver aiutato la CIA tramite i loro interessi privati“, scrisse il giornalista radiotelevisivo Daniel Schorr nel 1977. “Mi suggerì, tuttavia, che un rapporto di fiducia era esistita tra lui e l’agenzia“. Schorr indicò “indizi secondo cui la CBS fu infiltrata“. Ad esempio, “Un redattore si ricordò dell’ufficiale della CIA che era solito venire nella sala di controllo della radio a New York nei primi anni, col permesso di persone sconosciute, ascoltando i corrispondenti della CBS da tutto il mondo che registravano i loro “spot” per il “World News Roundup”, e discutevano degli eventi col redattore di turno“. Sam Jaffe affermò che quando fece domanda nel 1955 per un lavoro con la CBS, un agente della CIA gli disse che sarebbe stato assunto, cosa che in seguito avvenne. Gli fu detto che sarebbe stato mandato a Mosca, come avvenne; fu assegnato nel 1960 per coprire il processo al pilota dell’U-2 Francis Gary Powers. “(Richard) Salant mi disse“, continuava Schorr, “che quando divenne presidente della CBS News nel 1961, un agente del caso della CIA lo chiamò dicendo che voleva continuare l’antica relazione nota a Paley e (al presidente della CBS Frank) Stanton, ma a Salant fu detto da Stanton che non sapeva di alcun obbligo” (276). Schorr, Daniel, “Clearing the Air”, Boston: Houghton Mifflin, 1977, 276-277.
6. La casa editrice del National Enquirer di Gene Pope Jr. collaborò brevemente coll’ufficio Italia della CIA nei primi anni ’50 e mantenne stretti legami con l’Agenzia in seguito. Pope si astenne dal pubblicare decine di storie con “dettagli su rapimenti e omicidi della CIA, materiale sufficiente per un anno di titoli” al fine di “raccogliere fiches e pagherò“, scrisse il figlio di Pope. “Pensava che non avrebbe mai saputo quando ne avrebbe avuto bisogno, e quelle cambiali sarebbero tornate utili quando arrivò a 20 milioni di copie. Quando ciò accadde, avrebbe avuto la voce di quasi ramo del governo e avrebbe avuto bisogno di una copertura“. Paul David Pope, “Le gesta dei miei padri: come mio nonno e padre hanno costruito New York e creato il tabloid World of Today”, New York: Phillip Turner/Rowman & Littlefield, 2010, 309, 310. Una storia esplosiva che The National Enquirer di Pope si astenne dal pubblicare alla fine degli anni ’70, era incentrata su estratti da un diario da lungo tempo ricercato dell’amante del presidente Kennedy, Mary Pinchot Meyer, che fu assassinata il 12 ottobre 1964. “I reporter che scrissero l’articolo poterono persino collocare James Jesus Angleton, il capo delle operazioni di controspionaggio della CIA, sulla scena“. Un’altra possibile storia era sui “documenti che provano che (Howard) Hughes e la CIA erano collegati per anni e che la CIA dava soldi a Hughes per finanziare segretamente, con donazioni elettorali, ventisette membri del Congresso e senatori che sedevano in sottocommissioni cruciali per l’agenzia. C’erano anche cinquantatré compagnie internazionali create come facciate della CIA… e persino una lista di giornalisti delle principali organizzazioni mediatiche che collaboravano con l’agenzia“. Pope, “Le gesta dei miei padri”, 309. Angleton, che supervisionava il ramo del controspionaggio dell’Agenzia da 25 anni, “gestiva un gruppo completamente indipendente di quadri giornalisti-agenti che eseguivano incarichi sensibili e spesso pericolosi; si sa poco di tale gruppo per la semplice ragione che Angleton deliberatamente mantenne solo i dossier più sfumati“. Bernstein,”La CIA e i media“.
8. La CIA condusse un “programma di addestramento formale” negli anni ’50 con l’unico scopo d’istruire gli agenti ad apparire dei giornalisti. “Ai funzionari dell’intelligence fu ‘insegnato a sembrare dei giornalisti’, spiegava un alto funzionario della CIA, e furono poi posti nei principali notiziari con l’aiuto della direzione. Questi fecero carriera e fu detto “Sta divenendo un giornalista”, disse il funzionario della CIA. L’Agenzia preferiva, tuttavia, coinvolgere giornalisti già affermati”. Bernstein, “La CIA e i media”. Editorialisti e giornalisti radio dai nomi famigliari erano noti avere stretti legami con l’Agenzia. “C’è forse una dozzina di giornalisti ben noti e commentatori radio i cui rapporti con la CIA vanno ben oltre quelli normalmente mantenuti tra giornalisti e loro fonti“, sosteneva Bernstein. “Sono indicati nell’Agenzia come i “beni noti” e possono essere contattati per eseguire una serie di attività sotto copertura; sono considerati recettivi dall’Agenzia su vari argomenti“. Bernstein,”La CIA e i media“. Frank Wisner, Allen Dulles e il caporedattore del Washington Post Phillip Graham erano stretti collaboratori e il Post divenne uno degli organi d’informazione più influenti negli Stati Uniti grazie ai legami con la CIA. “I rapporti individuali con l’intelligence dei dirigenti del Post erano in realtà il motivo per cui la società del Post crebbe così velocemente nel dopoguerra“, osservava Davis (172). “I segreti dell’erede erano i suoi segreti aziendali, a cominciare da MOCKINGBIRD. L’impegno di Phillip Graham verso l’intelligence diede all’amico Frank Wisner interesse nel contribuire a rendere il Washington Post il principale veicolo d’informazione a Washington, cosa che avevano fatto aiutandolo nelle acquisizioni cruciali delle stazioni radiotelevisive del Times-Herald e del WTOP“. Davis, “Katharine the Great: Katharine Graham and The Washington Post”, 172.
9. Dopo la Prima guerra mondiale, l’amministrazione di Woodrow Wilson mise il giornalista e scrittore Walter Lippmann a capo degli agenti di reclutamento dell’Inchiesta (Inquiry), la prima organizzazione d’intelligence civile ultrasegreta il cui ruolo consisteva nell’accertare le informazioni per preparare Wilson ai negoziati di pace, nonché identificare le risorse naturali straniere per speculatori e compagnie petrolifere di Wall Street. Le attività di tale organizzazione servirono da prototipo per i compiti svolti infine dalla CIA, ovvero “pianificazione, raccolta, gestione e modifica dei dati grezzi“, osservava lo storico Servando Gonzalez. “Ciò corrisponde grosso modo al ciclo dell’intelligence della CIA: pianificazione e direzione, raccolta, elaborazione, produzione, analisi e diffusione“. La maggior parte dei membri dell’Inchiesta divenne in seguito membro del Council on Foreign Relations. Lippmann divenne il più noto editorialista del Washington Post. Servando Gonzalez, “Guerra Psicologica e Nuovo Ordine Mondiale: La guerra segreta contro il popolo americano”, Oakland, CA: Spooks Books, 2010, 50.
10. I due settimanali statunitensi più importanti, Time e Newsweek, mantennero stretti legami con la CIA . “I dossier delle agenzie contengono accordi scritti con ex-corrispondenti e agenti esteri di entrambi i settimanali“, secondo Carl Bernstein. “Allen Dulles spesso intercedeva presso il buon amico, il compianto Henry Luce, fondatore delle riviste Time and Life, che permetteva a certi membri del suo staff di lavorare per l’Agenzia e che accettò di dare posti di lavoro e credenziali ad altri agenti della CIA che non avevano esperienza giornalistica“. Bernstein,”La CIA e i media”. Nella sua autobiografia l’ex-ufficiale della CIA E. Howard Hunt citava a lungo l’articolo di Bernstein “La CIA e i media“. “Non so nulla per contraddirlo“, affermò Hunt, suggerendo che il giornalista investigativo noto per il Watergate non era andato troppo lontano. “Bernstein inoltre identificò alcuni dei principali dirigenti mediatici del Paese come risorse preziose per l’agenzia… Ma l’elenco delle organizzazioni che hanno collaborato con l’agenzia era il “Chi dei Chi” dell’industria dei media, tra cui ABC, NBC, Associated Press, UPI, Reuters, Hearst Newspapers, Scripps-Howard, Newsweek e altri“. E. Howard Hunt, “American Spy: My Secret History in the CIA, Watergate e Beyond”, Hoboken NJ: John Wiley & Sons, 2007, 150.
11. Quando la prima grande denuncia della CIA emerse nel 1964 con la pubblicazione del Governo Invisibile dei giornalisti David Wise e Thomas B. Ross, la CIA prese in considerazione l’idea di acquistarne tutte le copie per tenerla segreta, ma alla fine decise il contrario. “Con una misura che comincia ad essere solo percepita, questo governo ombra modella la vita di 190000000 di statunitensi“, scrissero Wise e Ross nella prefazione del libro. “Le principali decisioni che riguardano pace e guerra si prendono senza che il pubblico lo sappia. Un cittadino informato potrebbe sospettare che la politica estera degli Stati Uniti spesso vada pubblicamente in una direzione e segretamente, attraverso il governo invisibile, nella direzione opposta“. Lisa Pease, “Quando l’impero della CIA colpisce ancora“, Consortiumnews, 6 febbraio 2014. L’infiltrazione dell’Agenzia nei media diede forma alla percezione pubblica di eventi profondi, evidenziando le spiegazioni ufficiali di tali eventi. Ad esempio, il rapporto della Commissione Warren sull’assassinio del presidente John F. Kennedy fu accolto con approvazione quasi unanime dai media statunitensi. “Non ho mai visto un rapporto ufficiale accolto con un plauso così universale come quello sulle conclusioni della Commissione Warren, quando furono rese pubbliche il 24 settembre 1964“, ricorda il giornalista investigativo Fred Cook. “Tutte le principali reti televisive dedicarono programmi e analisi speciali al rapporto; il giorno dopo i giornali pubblicarono lunghi editoriali che ne dettagliavano le scoperte, accompagnate da speciali analisi. Il verdetto fu unanime. Il rapporto rispose a tutte le domande, non lasciando spazio a dubbi. Lee Harvey Oswald, da solo e senza aiuto, aveva assassinato il presidente degli Stati Uniti“. Fred J. Cook, “Maverick: cinquanta anni di rapporti investigativi”, GP Putnam’s Sons, 1984, 276. Verso la fine del 1966, il New York Times iniziò un’inchiesta sulle numerose questioni relative all’assassinio del presidente Kennedy che non erano state trattate in modo soddisfacente dalla Commissione Warren. “Non fu mai completato“, osserva l’autore Jerry Policoff, “né il New York Times avrebbe mai più messo in discussione le conclusioni della Commissione Warren“. Quando la storia si sviluppava, il caporedattore dell’ufficio Houston del Times disse che lui ed altri trovarono “molte domande senza risposta” che il Times non si preoccupò di seguire. “Se partivo bene, poi qualcuno mi chiamava e mi mandava in California per un’altra storia o qualcosa del genere. Non ci dedicammo mai veramente. Non fummo seri“, Jerry Policoff, “I media e l’omicidio di John Kennedy“, in Peter Dale Scott, Paul L. Hoch e Russell Stetler, eds., “The Assassinations: Dallas and Beyond”, New York: Vintage, 1976, 265.
12. Quando il procuratore distrettuale di New Orleans, Jim Garrison, intraprese l’indagine sull’assassinio di JFK nel 1966, centrata sulla presenza di Lee Harvey Oswald a New Orleans nei mesi precedenti al 22 novembre 1963, “fu travolto da due uragani, uno da Washington e uno da New York”, spiega lo storico James DiEugenio. Il primo, naturalmente, proveniva dal governo, in particolare dalla Central Intelligence Agency, dall’FBI e, in misura minore, dalla Casa Bianca. Quello di New York dai principali media mainstream come Time-Life e NBC. Quei due giganti della comunicazione erano decisi a fare apparire Garrison sotto una luce sospesa tra ridicolo e critiche. Tale campagna orchestrata… riuscì a distogliere l’attenzione da ciò che Garrison stava scoprendo, creando polemiche sullo stesso procuratore“. DiEugenio, Prefazione in William Davy, “Let Justice Be Done: New Light on Jim Garrison Investigation”, Reston VA: Jordan Publishing, 1999. La CIA e altre agenzie d’intelligence statunitensi usarono i media per sabotare l’indagine indipendente di Garrison del 1966-69 sull’assassinio di Kennedy. Garrison presiedeva l’unica agenzia di polizia con mandato di comparizione per approfondire seriamente gli intricati dettagli relativi all’omicidio di JFK. Uno dei testimoni chiave di Garrison, Gordon Novel, fuggì da New Orleans per evitare di testimoniare davanti al Gran Giurì riunito da Garrison. Secondo DiEugenio, “il direttore della CIA, Allen Dulles e l’agenzia avrebbero collegato il fuggiasco di New Orleans con oltre una dozzina di giornalisti amici della CIA che, in un palese tentativo di distruggere la reputazione di Garrison, avrebbero continuato a scrivere le storie più oltraggiose immaginabili sul procuratore“, James DiEugenio, “Destiny Betrayed: JFK, Cuba and The Garrison Case”, seconda edizione, New York: SkyHorse Publishing, 2012, 235. L’ufficiale della CIA Victor Marchetti raccontò all’autore William Davy che nel 1967 mentre partecipava alle riunioni del personale come assistente dell’allora direttore della CIA Richard Helms, “Helms espresse grandi preoccupazioni su (l’ex-ufficiale dell’OSS, agente della CIA e sospettato principale nelle indagini di Jim Garrison Clay) Shaw, chiedendo al suo staff, ‘gli stiamo dando tutto l’aiuto che possiamo laggiù?’“. William Davy, “Let Justice Be Done: New Light on Jim Garrison Investigation”, Reston VA: Jordan Publishing, 1999. I peggiorativi del termine “teoria della cospirazione” furono introdotte nel lessico occidentale dalla “attività mediatica” della CIA, come evidenziato nel piano tracciato dal Documento 1035-960 concernente la critica al rapporto Warren, un comunicato dell’Agenzia inviato all’inizio del 1967 presso gli uffici delle agenzie di tutto il mondo, nel momento in cui l’avvocato Mark Lane, col Rush to Judgment, era in cima ai bestseller, e le indagini del procuratore di New Orleans Garrison sull’assassinio di Kennedy iniziavano a guadagnare terreno.
12. Time ebbe stretti rapporti con la CIA derivanti dall’amicizia del proprietario Henry Luce col capo della CIA di Eisenhower Allen Dulles. Quando l’ex-giornalista Richard Helms fu nominato DCI nel 1966, “iniziò a coltivare la stampa“, spingendo i giornalisti verso conclusioni che ponevano l’Agenzia sotto una luce positiva. Come ricorda il corrispondente del Time a Washington Hugh Sidney, “(con John) McCone e (Richard) Helms, facevamo squadra e quando la rivista faceva qualcosa sulla CIA, andammo da loro e li mettevamo a posto… Non fummo mai ingannati”. Allo stesso modo, quando Newsweek decise nell’autunno del 1971 di scrivere una cover story su Richard Helms e “The New Spionage“; la rivista, secondo uno dello staff di Newsweek, andò direttamente dall’agenzia per le informazioni. E l’articolo… “rifletteva generalmente la linea che Helms cercava così tanto di spacciare: che dalla fine degli anni ’60… il centro dell’attenzione e del prestigio nella CIA era passato dai servizi clandestini all’analisi d’intelligence e che la stragrande maggioranza delle reclute era destinata alla “direzione dell’Intelligence””. Victor Marchetti e John D. Marks, CIA, Culto e Mistica del servizio segreto, Garzanti, 1976, 362-363. Nel 1970 Jim Garrison scrisse e pubblicò la semi-autobiografica A Heritage of Stone, un’opera che esamina come il procuratore di New Orleans “scoprì che la CIA operava negli Stati Uniti, e in che modo impiegasse sei mesi per rispondere alla domanda della Commissione Warren sul fatto che Oswald e (Jack) Ruby fossero stati nell’Agenzia“, osservava la biografa di Garrison e docente di scienze umanistiche all’Università di Temple Joan Mellen. “In risposta ad A Heritage of Stone, la CIA radunò i suoi media” e il libro fu stroncato da critici che scrivevano per New York Times, Los Angeles Times, Washington Post, Chicago Sun Times e Life. “La recensione sul New York Times di John Leonard subì una metamorfosi”, spiega Mellen. “L’ultimo paragrafo originale sfidava il rapporto Warren: ‘Qualcosa puzza in tutta questa faccenda’, scrisse Leonard. “Perché gli organi del collo di Kennedy non furono esaminati a Bethesda per le prove sul colpo frontale? Perché il suo corpo fu portato a Washington prima della richiesta legale del Texas? Perché?’ Questo paragrafo evaporò nelle edizioni successive del Times. Una parte scomparve, e quindi la recensione terminava:Francamente preferisco credere che la Commissione Warren abbia fatto un lavoro povero, piuttosto che disonesto. Mi piace pensare che Garrison inventi mostri per spiegarne l’incompetenza“. Joan Mellen, “Addio alla giustizia: Jim Garrison, l’assassinio di JFK e il caso che avrebbe cambiato la storia”, Washington DC: Potomac Books, 2005, 323 – 324.
13. Il vicedirettore della CIA per i piani Cord Meyer Jr. si rivolse al presidente emerito Cass Canfield Sr. sulla pubblicazione del libro di Alfred McCoy “La Politica dell’eroina nel sud-est asiatico”, basato sul lavoro dell’autore e sulla tesi di dottorato di Yale in cui esaminava il ruolo esplicito della CIA nel traffico dell’oppio. “Affermando che il mio libro fosse una minaccia alla sicurezza nazionale“, ricorda McCoy, “il funzionario della CIA chiese ad Harper & Row di sopprimerlo. A suo merito, Canfield si rifiutò, ma accettò di rivedere il manoscritto prima della pubblicazione“. Alfred W. McCoy, “La Politica dell’eroina”, Rizzoli, 1973. La pubblicazione di The Secret Team, un libro del colonnello dell’aeronautica statunitense e collegamento Pentagono-CIA L. Fletcher Prouty, che racconta in prima persona le operazioni e lo spionaggio della CIA, fu accolto da una grande campagna di censura nel 1972. “La campagna per distruggere il libro fu nazionale e mondiale“, osservò Prouty. “Fu rimosso dalla Biblioteca del Congresso e dalle biblioteche dei college come lettere che ricevetti attestarono troppo spesso… Ero uno scrittore il cui libro fu cancellato da un importante editore (Prentice Hall) e da un importante editore di tascabili (Ballantine Books) su persuasione della CIA“. L. Fletcher Prouty, The Secret Team: La CIA e i suoi alleati nel controllo degli Stati Uniti e del mondo, New York: SkyHorse Publishing, 2008, xii, xv.
14. Alle udienze del Comitato Pike del 1975, il congressista Otis Pike chiese al DCI William Colby: “Avete qualcuno pagato dalla CIA che lavora per le reti televisive?” Colby rispose: “Questo, penso, entra nei dettagli, signor Presidente, che mi piacerebbe affrontare in sessione esecutiva”. Una volta chiusa la camera, Colby ammise che nel 1975 specificamente “la CIA ha sotto copertura mediatica” undici agenti, molti meno rispetto al periodo d’oro delle operazioni cappa e penna, ma alcuna domanda l’avrebbe indotto a parlare di editori e delle reti che avevano collaborato“, Schorr, “Clearing the Air”, 275. “C’è un’incredibile diffusione di notizie“, informò l’ex-ufficiale dell’intelligence della CIA, William Bader, il Comitato sull’intelligence del Senato degli Stati Uniti che indagava sull’infiltrazione della CIA nel giornalismo nazionale. “Non è necessario manipolare la rivista Time, ad esempio, perché ci sono persone dell’Agenzia a dirigerla“. Bernstein, “La CIA e i media“.
15. Nel 1985 lo storico del cinema e professore Joseph McBride s’imbatté in un memorandum del 29 novembre 1963 di J. Edgar Hoover, intitolato “Assassinio del presidente John F. Kennedy“, in cui il direttore dell’FBI dichiarò che la sua agenzia provvide ad interrogare due individui, uno dei quali era “George Bush della Central Intelligence Agency“. “Quando McBride interrogò la CIA sulla nota, l’uomo delle pubbliche relazioni fu formale ed opaco: “Non posso né confermare né smentire”, era la risposta standard che l’agenzia dava quando parlava di sue fonti e metodi“, osservava il giornalista Russ Baker. Quando McBride pubblicò l’articolo su The Nation,L’uomo che non c’era, George Bush operatore della CIA“, la CIA si fece avanti affermando che il riferimento a George Bush nel registro dell’FBI “apparentemente” faceva riferimento a un George William Bush, che occupava una posizione, nel turno notturno al quartier generale della CIA, che “sarebbe stato il posto giusto per ricevere tale rapporto“. McBride rintracciò George William Bush per confermare di esser stato assunto per breve tempo come “funzionario in prova“, e che disse “non ricevette mai tale rapporto“. Poco dopo The Nation pubblicò un secondo articolo di McBride in cui “l’autore forniva prove che la Central Intelligence Agency aveva mentito al popolo americano”… Come il precedente articolo di McBride, questa rivelazione fu accolta dal disinteresse di tutti i media. “Dall’episodio, i ricercatori trovarono documenti che collegano George HW Bush alla CIA già nel 1953”. Russ Baker, “Family of Secrets: The Bush Dynasty, America’s Invisible Government”, e “Hidden History of the Last Fifty Years”, New York: Bloomsbury Press, 2009, 7-12.
16. L’operazione Gladio, la ben documentata collaborazione tra le agenzie di spionaggio occidentali, tra cui la CIA, e la NATO, che prevedeva sparatorie e attentati terroristici coordinati su obiettivi civili in tutta Europa dalla fine degli anni ’60 agli anni ’80, fu efficacemente nascosta dai principali media tradizionali. Una ricerca accademica di LexisNexis del 2012 sull'”Operazione Gladio” recuperava 31 articoli in lingua inglese, la maggior parte apparsa sui giornali inglesi. Solo quattro articoli su Gladio sono mai apparsi su pubblicazioni statunitensi, tre sul New York Times e una breve menzione sul Tampa Bay Times. Ad eccezione di un documentario della BBC del 2009, nessuna trasmissione televisiva fece mai riferimento all’operazione terroristica sponsorizzata dalla NATO. Quasi tutti gli articoli su Gladio sono apparsi nel 1990, quando il primo ministro italiano Giulio Andreotti ammise pubblicamente la partecipazione dell’Italia. Il New York Times minimizzava qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti, designando erroneamente Gladio come “creazione italiana”, in una storia sepolta a pagina 16. In realtà, l’ex-direttore della CIA William Colby rivelò nelle sue memorie che i paramilitari occulti erano un’importante operazione dell’Agenzia istituita dopo la Seconda guerra mondiale, tra cui “la ristretta cerchia di gente affidabile, a Washington e NATO“. James F. Tracy, “False Flag Terror and Conspiracy of Silence“, Global Research, 10 agosto 2012.
17. Pochi giorni prima dell’attentato del 19 aprile 1995 all’edificio federale Alfred P. Murrah di Oklahoma City, il DCI William Colby confidò al suo amico, senatore del Nebraska John DeCamp, le preoccupazioni personali per le milizie dei patrioti negli Stati Uniti, e l’ascesa della loro popolarità grazie all’uso dei media alternativi di quell’epoca: libri, periodici, cassette e trasmissioni radio. “Vidi come il movimento contro la guerra ha reso impossibile a questo Paese condurre o vincere la guerra del Vietnam“, osservò Colby. “Ti dico, caro amico, che il movimento delle Milizie e dei Patrioti di cui, come avvocato, sei diventato utile, è molto più significativo e più pericoloso per gli statunitensi di quanto lo sia mai stato il movimento contro la guerra, non è gestito in modo intelligente, e intendo sul serio“. David Hoffman, “The Oklahoma City Bombing e Politics of Terror”, Venice CA: Feral House, 1998, 367.
18. Poco dopo la comparsa della serie “Dark Alliance” del giornalista Gary Webb sul San Jose Mercury News che raccontava del coinvolgimento dell’Agenzia nel narcotraffico, la divisione Affari Pubblici della CIA intraprese una campagna per contrastare ciò che definiva crisi di pubbliche relazioni dell’Agenzia. “Webb stava semplicemente riferendo al pubblico ciò che era già stato ben documentato da studiosi come Alfred McCoy e Peter Dale Scott, e dal Rapporto del Comitato Kerry del 1989 sull’Iran-Contra, che la CIA era da tempo coinvolta nel narcotraffico transnazionale. Tali risultati furono confermati nel 1999 da uno studio dell’ispettore generale della CIA. Ciononostante, poco dopo la serie di Webb,i portavoce della CIA ricordarono ai giornalisti che questa serie non era una vera notizia“, osservò un organo interno della CIA, “in quanto simili accuse furono fatte negli anni ’80 ed investigate dal Congresso, trovandole senza sostanza. I giornalisti furono incoraggiati a leggere attentamente la serie “Dark Alliance” e con occhio critico a quali accuse potevano essere effettivamente sostenute da prove“. Il 10 dicembre 2004, il giornalista investigativo Gary Webb morì per due ferite da arma da fuoco calibro 38 alla testa. Il coroner dichiarò la morte un suicidio. “Gary Webb fu ucciso”, concluse l’agente speciale dell’FBI Ted Gunderson nel 2005. “(Webb) sopravvisse al primo colpo (alla testa e uscito dalla mascella) così gli spararono un secondo colpo in testa (cervello)“. Gunderson pensava che la teoria che Webb si fosse sparato due volte fosse “impossibile!” Charlene Fassa,”Gary Webb: Altre tessere nel puzzle suicidato“, Rense, 11 dicembre 2005. I giornalisti più riveriti che ricevono informazioni “esclusive” e accesso ai corridoi del potere sono in genere i più asserviti ai regimi e spesso hanno legami con l’intelligence. Chi ottiene tale accesso comprende che deve sostenere le storie del governo. Per esempio, Tom Wicker del New York Times riferì il 22 novembre 1963 che il presidente John F. Kennedy “fu colpito da un proiettile in gola, proprio sotto il pomo d’Adamo“. Eppure il suo resoconto andò in stampa prima che la versione ufficiale del singolo assassino che sparava alla schiena fosse decisa. Wicker fu punito con “la fine dell’accesso, lamentele da redattori ed editori, sanzioni sociali, fughe ai concorrenti, varie risposte che nessuno dava“. Barrie Zwicker, “Towers of Deception: The Media Coverup of 9/11”, Gabrioloa Island, BC: New Society Publishers, 2006, 169-170.
18. La CIA promuove attivamente un’immagine pubblica desiderabile della sua storia e funzione, consigliando la produzione di supporti hollywoodiani come Argo e Zero Dark Thirty. L’Agenzia ha “ufficiali di collegamento nell’industria dell’intrattenimento” nel suo staff che “piazza immagini positive su se stessa (in altre parole, propaganda) attraverso le nostre forme di intrattenimento più popolari“, spiega Tom Hayden al LA Review of Books. “È così naturale che la connessione con l’intrattenimento della CIA ne mette in dubbio le ramificazioni legali o morali. Questa è un’agenzia governativa come alcun’altra; la verità sulle sue operazioni non è soggetta ad esame pubblico. Quando i persuasori occulti della CIA influenzano un film di Hollywood, usano un mezzo popolare per spacciare il più possibile un’immagine di sé positiva, o almeno, impedire che sia sfavorevole“. Tom Hayden,”Recensione a La CIA a Hollywood: come l’agenzia modella film e televisione di Tricia Jenkins“, LA Review of Books, 24 febbraio 2013. L’ex-agente della CIA Robert David Steele afferma che la manipolazione della CIA sui media è “peggiore” negli anni 2010 rispetto alla fine degli anni ’70, quando Bernstein scrisse “La CIA e i media”. “La cosa triste è che la CIA è molto capace di manipolare (i media) e ha accordi finanziari con essi, col Congresso, con tutti gli altri. Ma l’altra metà della medaglia è che i media sono pigri”. James Tracy intervista Robert David Steele, 2 agosto 2014.
19. Un fatto ben noto è che il giornalista radiofonico Anderson Cooper fu arruolato dalla CIA mentre era studente universitario a Yale alla fine degli anni ’80. Secondo Wikipedia, suo zio William Henry Vanderbilt III era un funzionario esecutivo del ramo Operazioni speciali dell’OSS del fondatore William “Wild Bill” Donovan. Mentre Wikipedia è una fonte spesso dubbia, il coinvolgimento nell’OSS di Vanderbilt sarebbe coerente con la reputazione che OSS/CIA assumano persone benestanti da inviare all’estero. William Henry Vanderbilt III, Wikipedia. Il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, autore del libro del 2014 Gekaufte Journalisten (Giornalisti comprati) rivelò come, con la minaccia del licenziamento, fosse regolarmente obbligato a pubblicare articoli scritti da agenti dei servizi segreti che utilizzavano il suo nome. “Ho finito per pubblicare articoli col mio nome scritti da agenti della CIA e altri servizi d’intelligence, in particolare i servizi segreti tedeschi“, spiegava Ulfkotte in un’intervista a Russia Today. “Giornalista tedesco: i media europei scrivono storie pro-USA su pressione della CIA”, RT, 18 ottobre 2014.
20. Nel 1999 la CIA fondò In-Q-Tel, società di venture capital che cerca “d’identificare ed investire in società che sviluppano tecnologie d’informazione all’avanguardia utili agli interessi della sicurezza nazionale degli Stati Uniti“. L’azienda aveva relazioni finanziarie con piattaforme Internet utilizzate di routine dagli statunitensi, tra cui Google e Facebook. “Se vuoi stare al passo con la Silicon Valley, devi diventare parte della Silicon Valley“, diceva Jim Rickards, un consulente della comunità d’intelligence degli Stati Uniti che conosceva le attività di In-Q-Tel. “Il modo migliore per farlo è avere un budget perché quando hai un libretto degli assegni, tutti vengono da te“. A un certo punto IQT “si adattò alle esigenze della CIA”. Oggi, tuttavia, “l’azienda supporta le 17 agenzie della comunità d’intelligence degli Stati Uniti, tra cui National Geospatial-Intelligence Agency (NGA), Defense Intelligence Agency (DIA) e Direzione della scienza e della tecnologia del dipartimento della Sicurezza Nazionale“. Matt Egan,”In-Q-Tel: uno sguardo al ramo venture capital della CIA“, FoxBusiness, 14 giugno 2013. In una conferenza del 2012 d’In-Q-Tel, il direttore della CIA David Patraeus dichiarò che “Internet delle cose” e “casa intelligente” in rapido sviluppo forniranno alla CIA la possibilità di spiare qualsiasi cittadino statunitense nel caso diventi una “persona d’interesse per la comunità dello spionaggio“, riferiva la rivista Wired. “‘Trasformazionale’ è una parola abusata, ma credo che si applichi correttamente a tali tecnologie”, affermò con entusiasmo Patraeus, in particolare per gli effetti sul lavoro clandestino… Gli oggetti d’interesse saranno localizzati, identificati, monitorati e controllati a distanza attraverso tecnologie come l’identificazione a radiofrequenza, reti di sensori, minuscoli server embedded e raccoglitori di energia, tutti collegati alla prossima generazione d’Internet con l’utilizzo di molti computer a basso costo ed alta potenza“, aveva detto Patraeus,”il cloud computing, in molte aree il supercalcolo è sempre più grande e, in definitiva, va verso l’informatica quantistica”. Spencer Ackerman, “Capo della CIA: vi spieremo attraverso la lavastoviglie“, Wired, 15 marzo 2012. Nell’estate del 2014 un cloud computing da 600 milioni di dollari sviluppato da Amazon Web Services per la CIA iniziò ad essere usato dalle 17 agenzie federali della comunità dei servizi segreti. “Se la tecnologia funziona come previsto dai funzionari” riferiva The Atlantic, “inaugurerà una nuova era nella cooperazione e coordinamento, consentendo alle agenzie di condividere informazioni e servizi molto più facilmente, evitando le lacune dell’intelligence che precedettero gli attentati dell’11 settembre 2001“. “I dettagli sull’accordo della CIA con Amazon“, The Atlantic, 17 luglio 2014.

Frank Wisner

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Rinforzi russi in Siria, in risposta alle minacce degli Stati sponsor del terrorismo

Alessandro Lattanzio, 22/02/2018Il 21 febbraio, l’Aeronautica Russa (RVVS-VKS) schierava a sorpresa, presso la base aerea russa di Humaymim, in Siria, 2 caccia stealth Sukhoj Su-57, 4 caccia intercettori Sukhoj Su-35S, 4 aerei d’attacco Sukhoj Su-25SM e 1 aereo di primo allarme Beriev A-50U.Nel frattempo, le YPG curde consegnavano alle forze siriane i quartieri che presidiavano ad Aleppo: Shayq Maqsud, Asharafiyah, Jandul, Bustan al-Basha, Haydariyah, Haluq e Ayn al-Tal, mentre le forze di difesa popolari nazionali siriane, le NDF, innalzavano il vessillo della Repubblica Araba di Siria a Ziyarah, presso Ifrin. Altre forze paramilitari governative delle NDF si schieravano nella regione del Raju e ad Ifrin. Più di 400 combattenti delle NDF erano state schierate, finora, nel Cantone d’Ifrin per contrastare l’invasione turca. Queste forze, provenienti da Nubul e Zahra, catturavano il capo del gruppo terroristico filo-turco liwa Sultan Murad di Ifrin.L’Esercito arabo siriano inviava inoltre 500 combattenti delle milizie tribali di Dayr al-Zur e Raqqa a Damasco, a supportare l’operazione per liberare il Ghuta orientale. Erano le stesse forze che gli statunitensi avrebbero spazzato via coi loro attacchi aerei l’8 febbraio. Ennesima smentita della favola su centinaia di siriani e russi uccisi a Dayr al-Zur e dei loro propagatori. Contemporaneamente al bombardamento di preparazione sulle posizioni dei terroristi, erano in corso trattative per evacuare i terroristi di Jabhat al-Nusra e Faylaq al-Rahman e dissolvere il gruppo terroristico Jaysh al-Islam.Le operazioni nel Ghuta Orientale, attuate dalla 9.na Divisione e dalla Brigata Tigre (Quwat al-Nimr) dell’Esercito arabo siriano, suscitavano le proteste degli Stati sponsor del terrorismo presso l’ONU: gli insignificanti Svezia e Quwayt, e gli USA. Nel frattempo, i terroristi accerchiati nel Ghuta orientale sparavano 36 proiettili di mortaio sulla periferia di Damasco uccidendo 1 civile, e ferendone altri 19, vittime civili che ai finto-dirittumanitaristi taqfiro-altantisti non è mai importato nulla. Il giorno prima i terroristi avevano ucciso almeno 9 civili.

Stati Uniti: le patologie del più grande Stato fallito

Umair Haque, Mision Verdad 19 febbraio 2018Si potrebbe dire, dopo aver letto alcuni dei miei saggi più recenti: “Non preoccuparti, andrà tutto bene! Non tutto è perduto!” Potrei guardarvi educatamente e dirvi gentilmente: “A dire la verità, non penso che prendiamo sul serio il collasso” Perché? Quando guardiamo seriamente al collasso statunitense, osserviamo una serie di patologie sociali emergenti. Non di qualche tipo. Nemmeno problematici, preoccupanti o pericolosi, ma strani e bizzarri; unici, singolari e spaventosi mai visti, a parte nelle distopie scritte da Dickens e Orwell, ma non nella storia. Ciò suggerisce che qualunque “numero” usiamo per rappresentare la debacle, contrazione del reddito reale, disuguaglianze e così via, in realtà ignoriamo ciò che gli esperti chiamano “costo umano”; ma persone sensibili come noi dovrebbero semplicemente pensare a schiacciante disparità, rabbia e ansia di vivere in una società al collasso. Lasciatemi parlare di cinque esempi di quelle che chiamerò patologie sociali del collasso: nuove, strane, rare e terrificanti malattie, non solo quelle che non vediamo nelle società sane, ma che non abbiamo mai visto in alcuna società moderna.
Gli Stati Uniti hanno avuto 11 sparatorie a scuola negli ultimi 23 giorni (nota: questo articolo fu pubblicato il 25 gennaio). Una media di due giorni, più o meno. Tale statistica è allarmante di per sé; ma è solo una cifra. I confronti vanno dati in prospettiva, quindi la metterò in un altro modo. Gli Stati Uniti hanno avuto 11 sparatorie a scuola negli ultimi 23 giorni, più che da qualsiasi parte del pianeta, compresi Afghanistan o Iraq. In effetti, il fenomeno delle regolari sparatorie a scuola appaiono una caratteristica unica del collasso degli Stati Uniti, semplicemente non accade in un altro Paese, e l’inserisco nelle “patologie sociali del collasso”: nuova, bizzarra, terribile malattia che colpisce la società. Perché i ragazzini statunitensi si ammazzano? Perché la loro società non si preoccupa d’intervenire? Beh, probabilmente perché hanno rinunciato a vivere, come i loro genitori. O forse avete ragione, non è così semplice. Anche così, cosa fanno i ragazzini che non si uccidono a vicenda? Bene, molti sono sempre impegnati ad uccidersi. C’è anche naturalmente l'”epidemia degli oppiacei”. Usiamo tale espressione un po’ casualmente, ma è molto più inquietante di quanto appaia a prima vista. Ecco cos’è veramente curioso. In molti Paesi del mondo, in Asia o Africa, si possono acquistare tutti gli oppioidi in qualsiasi farmacia locale e senza prescrizione medica. Potreste quindi supporre che l’abuso di oppiacei sia un’enorme epidemia globale. Tuttavia, non vediamo epidemie di oppiacei da alcun’altra parte, se non negli Stati Uniti, in particolare niente di così vizioso e diffuso da ridurre l’aspettativa di vita. Quindi “l’epidemia di oppiacei”, l’automedicazione di massa con uno dei farmaci più pesanti, è di nuovo una via al collasso sociale: un’esclusiva della vita statunitense. Non è ben compreso coi numeri, ma l’unico vero confronto è quando lo vediamo in prospettiva globale, potendo giudicare su quanto sia unica e veramente problematica la vita statunitense. Perché le persone abusano di oppiacei in massa come in alcun’altra parte del mondo? Devono vivere vite veramente traumatiche e disperate, dove c’è poca salute mentale, quindi devono autogestirsi contro il terrore. Ma perché sono così disperati? Bene, considerate un altro esempio: i “nomadi in pensione”. Vivono nelle loro auto. Passano da un posto all’altro, stagione dopo stagione, perseguendo qualsiasi lavoro sottopagato che possono: in primavera da Amazon; a Natale da Walmart. Ora, si potrebbe dire: “Bene, i poveri hanno sempre seguito lavori stagionali!”. Ma non è questo il punto: c’è assoluta impotenza e totale indegnità. In alcun altro Paese vedo pensionati che, avendo risparmiato abbastanza, vivere in auto alla ricerca di un lavoro per mangiare per non morire; nemmeno persone disperatamente povere, ma che almeno vivono in famiglia, condividono risorse e si prendono cura degli altri. Questa è un’altra patologia del collasso unica degli Stati Uniti: totale impotenza a vivere con dignità. Le cifre non lo mostrano, ma i confronti dipingono un paesaggio cupo. Come hanno fatto gli statunitensi a finire truffati senza dignità? Dopotutto, anche i Paesi poveri e disperati hanno “sistemi informali di supporto sociale”, come famiglia e comunità. Ma negli Stati Uniti c’è un catastrofico collasso dei legami sociali. Il capitalismo estremo ha frantumato la società in modo tale che la gente non può preoccuparsi degli altri come accade in Paesi come Pakistan o Nigeria. I legami sociali, le relazioni stesse, sono diventati lussi molto costosi, ancor più che nei Paesi poveri: questa è un’altra patologia sociale esclusiva del collasso degli Stati Uniti.

Il crollo degli Stati Uniti è peggiore di quanto pensiamo
Tuttavia, quelli che una volta erano Paesi poveri fanno passi da gigante. I costaricani ora hanno aspettative di vita più elevate degli statunitensi perché hanno l’assistenza sanitaria pubblica. L’aspettativa di vita statunitense cala come in alcun’altra parte del mondo, tranne il Regno Unito, perché non succede. E questa è l’ultima patologia: è una delle anime, non una delle pieghe come le altre menzionate. Gli statunitensi sembrano piuttosto felici guardandosi morire nei modi suddetti. Sembrano non esserne disturbati, agitati o neanche colpiti dalle quattro precedenti patologie: i loro figli si uccidono a vicenda, i loro legami sociali collassano, non possono vivere con dignità e devono anestetizzare il dolore in qualche modo. Se tali patologie accadessero in qualsiasi altro Paese ricco, anche povero, la gente ne sarebbe inorridita e certamente si mobilierebbe per impedirlo. Ma negli Stati Uniti, beh, non si sono nemmeno rassegnati, sono indifferenti. Quindi l’ultima patologia è la società predatrice. Una società predatoria non significa solo oligarchi che truffano finanziariamente la gente. In verità, significa che le persone annuiscono, sorridono e si fanno i fatti loro mentre vicini, amici e colleghi muoiono nel fosso. I predatori nella società statunitense non sono solo i super-ricchi, ma anche una forza invisibile e insaziabile: la normalizzazione di ciò che nel resto del mondo è vista come dolorosa sconfitta morale, storica, generazionale, se non addirittura criminale, cioè diventano semplici questioni mondane per cui non è necessario piangere o preoccuparsi. Forse vi sembra gretto, no? Ora che vi ho dato alcuni esempi, e ce ne sono molti altri, delle patologie sociali del collasso, permettetemi di condividere tre punti che mi vengono presentati.
Tali patologie sociali sono uno strano e spaventoso nuovo ceppo di malattie che infettano il corpo sociale. Gli Stati Uniti sono sempre stati un pioniere; solo che oggi ospitano non solo problemi che non si vedono nelle società sane. Sono l’avanguardia di nuove patologie sociali che non sono mai state viste nel mondo moderno al di fuori degli Stati Uniti attuali. Cosa ci dice questo? Il crollo degli Stati Uniti è più grave di quanto supponiamo. Ne liquidiamo la grandezza, non sottovalutiamola. Intellettuali, media e pensiero statunitensi non pongono i propri problemi nella prospettiva globale o storica; ma se visti in questo modo, i problemi degli Stati Uniti non si rivelano come fastidi quotidiani di una nazione in declino, ma come un corpo improvvisamente attaccato da malattie inimmaginabili. Visto con precisione: il collasso statunitense è una catastrofe umana senza pari oggi. E perché il disastro che gli USA si sono inflitti, quindi, è così unico, singolare, perversamente speciale; perché anche il trattamento dovrà essere nuovo. L’esclusività di tali patologie sociali ci dice che il collasso statunitense non è il ritorno alla miseria o la caduta di un corso. È qualcosa fuori dalla norma. Qualcosa al di là di dati e statistiche. È come la meteora che spazzò via i dinosauri: un’anomalia delle anomalie, un evento estremo. Questo perché le nostre narrative, strutture e teorie non riescono a capirlo, tanto meno a spiegarlo. Abbiamo bisogno di un linguaggio completamente nuovo, e di un nuovo modo di vedere, per iniziare a darvi un senso. Ma questo è il compito degli Stati Uniti, non del mondo. Il dovere del mondo è questo. Se segue il modello del capitalismo statunitense fino all’estremo, con zero investimenti pubblici, crudeltà come stile di vita, perversione delle virtù quotidiane, allora subirà tali nuove patologie. Sono nuove malattie del corpo sociale emerse con la dieta del cibo spazzatura, media spazzatura, scienza spazzatura, cultura spazzatura, sondaggi spazzatura, economia spazzatura, e di persone che si trattano reciprocamente, e la loro società, come spazzatura, che negli Stati Uniti nutrono da tempo.Umair Haque è un economista e autore di numerosi libri sull’economia capitalista. È tra i pensatori più influenti nella lista dei 50 Pensatori (2013).

Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’Esercito Arabo Siriano entra ad Ifrin

Ziad Fadil, Syrian Perspective 19/2/2018Sergej Lavrov, l’abile Ministro degli Esteri russo, accusava formalmente gli Stati Uniti di sostenere Jabhat al-Nusra (al-Qaida), organizzazione considerata terrorista da ogni nazione al mondo eccetto l’entità dell’apartheid sionista. L’ONU non solo considera Nusra un’organizzazione terroristica, ma anche il dipartimento di Stato degli USA. Lavrov dichiarava che è ovvio che gli Stati Uniti non sono disposti a combattere Nusra in Siria data la loro inazione ogni volta che si presenta l’opportunità di colpire il gruppo terroristico. Proprio come gli Stati Uniti crearono al-Qaida, così crearono Nusra. Ricordate alcuni miei vecchi articoli sull’argomento: Nusra significa “assistenza” in arabo e fu creata da Robert Ford e Bandar bin Sultan quando capirono che l’Esercito arabo siriano non andava a pezzi, c’erano troppi pochi disertori per combattere l’Esercito arabo siriano e, quindi, c’era bisogno di aiuti. Nusra è solo Arabia Saudita. Fino a che punto Muhamad bin Salman, il principe-pagliaccio, è disposto a continuare a finanziare tale organizzazione, nessuno lo sa oggi. Nonostante la questione finanziaria, appare chiaro che gli Stati Uniti sono pronti a fare di tutto per preservare il terrorismo in Siria attraverso Nusra. Questi sono giorni vergognosi per la loro storia.
La Divisione Tigre, guidata dal Generale Suhayl al-Hasan, si ammassa ai confini del Ghuta orientale. Sono stato informato che la divisione comprende oltre 11000 soldati che opereranno coi carri armati T-72 migliorati con l’equipaggiamento antimissile Sarab 2, preparandosi per l’ultima offensiva per sradicare Jaysh al-Islam, Nusra e Faylaq al-Sham una volta per tutte. La battaglia potrebbe iniziare in qualsiasi momento. Sospetto che una volta che Jaysh al-Islam sarà sconfitto, il Generale Hasan avrà il compito di annientare Nusra e i terroristi alleati ad Idlib. Come gli Stati Uniti aiuteranno Nusra, indicherà le mani sporche di Washington.
La celebre milizia della Difesa popolare della Siria entra ad Ifrin mentre scrivo. I turchi, che non hanno comandanti efficienti, (Erdoghan ne ha arrestato o incarcerato quasi tutti) hanno minacciato di colpire le milizie filogovernative siriane poiché, secondo la logica turca, proteggerebbero i combattenti del PKK. Questo è uno sviluppo interessante visto che Ifrin è territorio siriano. Ora vedremo come reagirà la Russia se le forze siriane saranno colpite dall’esercito turco. Interessante è anche il modo in cui l’Iran, che ha un patto di difesa con la Siria, risponderà se i turchi innescheranno il patto. Finora l’Iran è stato estremamente critico nei confronti delle azioni di Ankara nel nord della Siria. Noi di SyrPer non crediamo che i turchi abbiano la forza per una nuova guerra, mentre nutriamo forti sospetti sui curdi, dopo tutto cittadini siriani che cercano aiuto e protezione da Damasco.
È una certezza virtuale che Donald Trump non abbia idea di ciò che accade in Siria o Iraq, se è per questo. È consumato da un’ossessione narcisistica per come viene percepito globalmente. Oggi la CIA guida le relazioni estere degli Stati Uniti senza alcun coinvolgimento di Rex Tillerson che appare un incapace alla deriva. Sono gli stessi agenti della CIA che puntano a rovesciare il Dott. Assad. Ora sono tornati ancora più inferociti avanzando un’agenda neo-sionista nonostante i radicali cambiamenti sul campo. Gli Stati Uniti, come ho già scritto, hanno una posizione di retroguardia in Siria. I numerosi soldati per le operazioni speciali, che aiutano le cosiddette Forze democratiche siriane, oggi sono particolarmente vulnerabili. La pianificazione a Mosca e Damasco passa sostanzialmente dalla lotta allo SIIL sconfitto per estirpare ora le forze statunitensi dal Paese. Molto dipenderà dalla cooperazione irachena con Damasco. Se gli iracheni negano agli Stati Uniti i diritti di sorvolare il proprio territorio, Washington dovrà cedere qualsiasi accordo coi curdi per utilizzare Incirlik in Turchia. Sarà un disastro. L’unica altra alternativa sono le basi aeree dello Stato terrorista sionista che decideranno la possibile Terza guerra mondiale o qualcosa di davvero orribile. Gli Stati Uniti si sono messi all’angolo, intrappolati in un vicolo cieco. Proprio come l’Afghanistan risucchia le forze statunitensi, così sarà l’ultima avventura in Siria. Ed è solo all’inizio.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il grande accordo di Putin con Israele: Israele può sopportarlo?

Alastair Crooke, SCF 17.02.2018Israele sale su un cavallo troppo alto“, scriveva Alex Fishman (corrispondente della difesa israeliano) sul giornale ebraico Yedioth Ahronoth, il mese scorso, “e si avvicina a passi da gigante a una “guerra voluta”: senza mezzi termini, è una guerra iniziata in Libano“. Nell’articolo, Fishman osserva: “La deterrenza classica è quando minacci un nemico a non farti del male nel tuo territorio, ma qui, Israele chiede che il nemico si astenga dal fare qualcosa nel proprio territorio, altrimenti Israele lo danneggerà. Dal punto di vista storico e della legittimità internazionale, le probabilità che tale minaccia venga accettata, portando alla fine delle attività nemiche nel proprio territorio, sono scarse“. Ben Caspit aveva anche scritto della giusta prospettiva su una “guerra voluta”, mentre un editoriale di Haaretz, spiega il professor Idan Landau in un blog israeliano, osservava: “Il governo israeliano deve quindi ai cittadini israeliani una spiegazione precisa, pertinente e persuasiva sul perché una fabbrica di missili in Libano ha cambiato l’equilibrio strategico tanto da richiede la guerra. Deve presentare valutazioni al pubblico israeliano sul numero previsto di vittime, danni alle infrastrutture civili e sul costo economico della guerra, rispetto al pericolo che la costruzione della fabbrica di missili costituirebbe“. Viviamo tempi pericolosi in Medio Oriente oggi, sia nell’immediato che a medio termine. La scorsa settimana s’è visto il primo “cambio del gioco” che ha quasi fatto precipitare la regione in guerra: l’abbattimento di uno degli aerei più sofisticati d’Israele, un F-16I. Ma come osserva Amos Harel, in questa occasione: “Il Presidente Vladimir Putin ha messo fine allo scontro tra Israele e Iran in Siria, ed entrambi hanno accettato la sua decisione… Sabato pomeriggio, dopo la seconda ondata di bombardamenti… alti funzionari israeliani stavano ancora seguendo una linea militare, e sembrava che Gerusalemme stesse considerando ulteriori azioni. La discussione si concluse poco dopo una telefonata tra Putin e il primo ministro Benjamin Netanyahu“. E quest’ultima affermazione rappresenta il secondo “cambio di gioco”: ai “bei vecchi tempi”, come diceva Martin Indyk, sarebbero stati gli Stati Uniti verso cui Israele si sarebbe rivolto, ma non questa volta. Israele ha chiesto al Presidente Putin di mediare. Sembra che Israele creda che Putin sia ora la “potenza indispensabile”, e in termini di spazio aereo a nord, lo è. Come Ronen Bergman aveva scritto sul New York Times: “Israele non potrà più agire in Siria senza limitazioni”, e in secondo luogo, “se qualcuno non ne fosse ancora a conoscenza, la Russia è la potenza dominante nella regione“. Quindi, di cosa si tratta? Bene, per cominciare, non si tratta di un drone che può (o non può) sconfinare in ciò che Israele chiama Israele o che la Siria chiama “Golan occupato”. Lasciateci ignorare tutto questo: o pensateci come all”effetto farfalla” nella teoria del caos, la cui piccola ala cambia “il mondo”, se preferite. Alla fine, comunque, questi sono avvertimenti su un’imminente guerra scatenati dal successo dello Stato siriano nel sconfiggere l’insurrezione jihadista. Questo ha cambiato gli equilibri di potere regionali e si assiste a Stati che reagiscono a tale sconfitta strategica. Israele, essendo il perdente, vuole limitare le perdite. Teme i cambiamenti in atto nella zona settentrionale della regione: il primo ministro Netanyahu chiese diverse volte al Presidente Putin garanzie che Iran ed Hezbollah non traggano alcun vantaggio strategico dalla vittoria della Siria che potrebbe svantaggiare Israele. Ma Putin, sembra chiaro, non ha dato garanzie. Ha detto a Netanyahu che, mentre riconosceva gli interessi alla sicurezza d’Israele, anche la Russia ha i suoi interessi, ed ha anche sottolineato che l’Iran è un “partner strategico” della Russia.
In pratica, non vi è alcuna presenza effettiva iraniana o di Hezbollah nelle vicinanze d’Israele (e in effetti Iran e Hezbollah hanno sostanzialmente ridotto le forze in Siria). Ma sembra che Netanyahu volesse di più: e per fare leva sulla Russia per garantire una futura Siria senza una qualsiasi presenza ‘sciita’, Israele la bombardava quasi ogni settimana, emettendo varie minacce belluine contro il Libano (col pretesto che l’Iran vi costruirebbe fabbriche di “missili sofisticati”), dicendo, in effetti al Presidente Putin, che se non avrà garanzie ferree su una Siria senza Iran e Hezbollah, si scontrerà con entrambi i Paesi. Ebbene, ciò che è successo è che Israele ha perso un F-16: inaspettatamente abbattuto dalle difese aeree siriane. Il messaggio è questo: “La stabilità in Siria e Libano è d’interesse russo. Se riconosciamo gli interessi alla sicurezza d’Israele, non danneggiate i nostri. Se volete la guerra con l’Iran, sono affari vostri, e la Russia non sarà coinvolta; ma non dimenticate che l’Iran è e rimane il nostro partner strategico“. Questo è il grande accordo di Putin: la Russia si assumerà una certa responsabilità sulla sicurezza d’Israele, ma non se Israele intraprenderà guerre contro Iran ed Hezbollah, o se violerà deliberatamente la stabilità nel Medio Oriente (incluso l’Iraq). E niente più bombardamenti gratuiti, destinati a violare la stabilità. Se Israele vuole la guerra con l’Iran, allora la Russia starà in disparte. Israele ora ha assaggiato il “bastone” del Presidente Putin: la sua superiorità aerea nel nord è stata violata dalle difese aeree siriane. Israele perderà completamente se le difese aeree russe saranno attivate: “Che ci pensino“. In caso di dubbio, si consideri questa dichiarazione del 2017 del Capo di Stato Maggiore delle Forze Aerospaziali Russe, Maggiore-Generale Sergej Mesherjakov: “Oggi in Siria è stato istituito un sistema di difesa aerea unificato ed integrato. Abbiamo assicurato l’informazione e l’interconnessione tecnica tra i sistemi di ricognizione aerea russi e siriani. Tutte le informazioni sulla situazione aerea provengono da stazioni radar siriane per i punti di controllo del raggruppamento delle forze russe“. Due cose ne scaturiscono: in primo luogo, la Russia sapeva esattamente cosa succedeva quando l’F-16 israeliano fu colpito dai missili della difesa aerea siriani. Come Alex Fishman, decano dei corrispondenti della difesa israeliani, notava su Yediot Ahoronot l’11 febbraio: “Uno degli aerei israeliani è stato colpito da due bordate di 27 missili terra-aria siriani… un risultato enorme per l’esercito siriano, e imbarazzante per la IAF, dato che i sistemi di guerra elettronica dell’aereo avrebbero dovuto proteggerlo da una bordata di missili… La IAF dovrà condurre un’indagine approfondita d’intelligence tecnica per determinare se i siriani hanno sistemi in grado di aggirare i sistemi di allarme e blocco israeliani? I siriani hanno sviluppato una nuova tecnica di cui l’IAF non è a conoscenza? Fu detto che i piloti non ricevettero l’allarme sul missile nemico che aveva agganciato il loro aereo; in linea di principio, avrebbero dovuto riferire di esserne preoccupati, ma c’era anche la possibilità più grave che non sapessero del missile, portando alla domanda sul perché non lo sapessero e se si resero conto della gravità del danno dopo che furono colpiti e costretti a salvarsi“. E il secondo: la successiva dichiarazione israeliana di aver punito la Siria distruggendone il 50% della difesa aerea andrebbe presa con cautela. Si ricordi ciò che aveva detto Mesherjakov: è un sistema russo-siriano pienamente integrato e unificato, e ciò significa che vi sventola la bandiera russa. (E questa prima affermazione israeliana fu ripresa dal portavoce dell’IDF). Infine, Putin, dopo l’abbattimento dell’F-16, disse ad Israele di smettere di destabilizzare la Siria. Non disse nulla sul drone siriano che pattugliava il confine meridionale (una pratica regolare dei siriani per monitorare i gruppi terroristici). Il messaggio era chiaro: Israele ottiene limitate garanzie sulla sicurezza dalla Russia, ma perde la libertà di azione. Senza il dominio aereo (che la Russia ha già acquisito), la presunta superiorità sui vicini Stati arabi, su cui Israele da lungo tempo introietta nella propria psiche collettiva, vedrà le ali d’Israele stroncate.
Tale patto può essere digerito culturalmente in Israele? Va visto se i capi d’Israele accettano di non godere più della superiorità aerea su Libano e Siria; o se, come i commentatori israeliani avvertivano nell’introduzione, se la leadership politica israeliana opterà per una “guerra voluta”, nel tentativo d’impedire la fine del dominio dei cieli d’Israele. C’è naturalmente un’altra possibilità, correre a Washington per cooptarla nell’azione per scacciare l’Iran dalla Siria, ma la nostra ipotesi è che Putin abbia già tranquillamente messo a punto con Trump il suo piano. Chissà? E allora una guerra preventiva per tentare di recuperare la superiorità aerea israeliana sarebbe fattibile o realistica dal punto di vista delle forze di difesa israeliane? È un punto controverso. Un terzo degli israeliani è culturalmente ed etnicamente russo e molti ammirano il Presidente Putin. Inoltre, Israele potrebbe contare, in tali circostanze, sulla Russia che non impiegherebbe i sofisticati missili della difesa aerea S-400 di stanza in Siria per proteggere i militari russi di stanza in tutta la Siria? E le tensioni israelo-siriane-libanesi di per sé non concludono l’attuale situazione di rischio associata alla Siria. Lo stesso fine settimana, la Turchia perse un elicottero e i due piloti, abbattuti dalle forze curde d’Ifrin. Il sentimento in Turchia contro YPG e PKK si accende; nazionalismo e neo-ottomanismo avanzano; e gli USA vengono dipinti con rabbia come “nemico strategico” della Turchia. Il presidente Erdogan affermava che le forze turche elimineranno le YPG/PKK da Ifrin all’Eufrate, ma un generale statunitense diceva che le sue truppe non si toglieranno dalla via di Erdogan per Manbij. Chi colpirà per primo? E questa escalation può continuare senza una grave rottura delle relazioni tra Turchia e Stati Uniti? (Erdogan aveva notato che il budget della difesa degli USA del 2019 include uno stanziamento di 550 milioni di dollari per le YPG. Cosa se ne faranno esattamente gli statunitensi?). Inoltre, può la leadership militare statunitense, preoccupata dal ritrovarsi in una guerra del Vietnam, ma con gli USA che vincerebbero questa volta (per dimostrare che l’esito del Vietnam fu una sconfitta immeritata dalle forze USA), accettare di ritirarsi dall’aggressiva occupazione della Siria ad est dell’Eufrate, e quindi perdere ulteriore credibilità? Soprattutto ripristinare credibilità e coscrizione militare degli Stati Uniti è il mantra dei generali della Casa Bianca (e Trump)? Oppure, il perseguimento della “credibilità” militare degli Stati Uniti degenererà in una “caccia al pollo” montata dalle forze statunitensi contro le Forze Armate siriane, o addirittura con la stessa Russia che considera l’occupazione statunitense in Siria come dannosa per la stabilità regionale che ricerca.
Il “grande quadro” della concorrenza tra gli Stati sul futuro della Siria (e della regione) è aperto e visibile. Ma chi si cela dietro le provocazioni che potrebbero portare all’escalation, e facilmente trascinare la regione verso il conflitto? Chi ha fornito il missile terra-aria portatile che aveva abbattuto il caccia Su-25 russo e che vide il pilota circondato da jihadisti, preferire coraggiosamente uccidersi piuttosto che essere preso prigioniero? Chi aveva ‘aiutato’ il gruppo terroristico ad usare il manpad? Chi ha armato i curdi con sofisticate armi anticarro (che hanno distrutto una ventina di carri armati turchi)? Chi ha fornito i milioni di dollari per progettare tunnel e bunker costruiti dai curdi e chi ne ha sovvenzionate le formazioni armate? E chi c’era dietro lo sciame di droni, dotati di esplosivi, inviato ad attaccare la base aerea russa di Humaymim? I droni dovevano apparire rudimentali, che dei ribelli potessero rappattumare, ma da quando le difese elettroniche russe riuscirono a prendere il controllo e a farne atterrare sei, i russi videro che,internamente erano abbastanza diversi: contenevano sofisticate contromisure elettroniche e sistemi di guida GPS. In breve, l’aspetto rustico ne camuffava la sofisticazione, probabilmente lavoro da manuale di un’agenzia di Stato. Chi? Perché? Qualcuno cerca di mettere la Russia contro la Turchia? Non sappiamo. Ma è abbastanza chiaro che la Siria è il crogiolo di potenti forze distruttive che potrebbero volere, o inavvertitamente, infiammare la Siria e potenzialmente il Medio Oriente. E come aveva scritto il corrispondente della difesa israeliana Amos Harel, già in questo ultimo fine settimana, “abbiamo fatto un passo indietro dall’abisso della guerra“.Traduzione di Alessandro Lattanzio