Siria: operazioni del 3-4 luglio 2015

Le operazioni dell'Esercito siriano e di Hezbollah contro i terroristi a Zabadani.

Le operazioni dell’Esercito siriano e di Hezbollah contro i terroristi a Zabadani.

Il 3 luglio, Ansar al-Sharia attaccava ad Aleppo le postazioni dell’Esercito arabo siriano (EAS) e delle Forze di Difesa Nazionale (NDF) ad al-Zahra, al-Qalidiyah e al-Ashrafīyah. L’assalto veniva respinto con l’eliminazione di oltre 140 terroristi e 14 tecniche. Le forze armate siriane liberavano il quartiere di al-Salahudin e distruggevano un deposito di armi di haraqat Ahrar al-Sham ad al-Buraj. La Syrian Arab Air Force (SAAF) bombardava le posizioni islamiste ad Halisa, al-Jabul, Ayn al-Hanish, Dair al-Hafir, Musqanah, Tal Alam, Tal Turiqas, Haruytan, al-Qastal e al-Layramun. Ad al-Qastal EAS e PDC (Comitati di Difesa Popolare) eliminavano 80 terroristi nell’imboscata tesa a un convoglio di Ansar al-Sharia. A Masqana l’EAS eliminava 8 terroristi e altri 10 a Tal al-Shuwayhana. L’87.ma Brigata dell’11.ma Divisione corazzata e la 106.ma Brigata della Guardia repubblicana dell’Esercito arabo siriano, e le NDF, eliminavano 25 terroristi di Jabhat al-Nusra e haraqat Ahrar al-Sham liberando Qabr al-Fadah, al-Ramlah, al-Ashrafiyah e al-Hawiz, a nord-ovest di Hama, sulle pianure al-Ghab. La SAAF aveva lanciato 40 attacchi aerei su Qafr Zita, al-Dalaq, al-Lahaya, Aydun, Qanayfis, al-Qrim, Qastun e Tal al-Hamar, nel governatorato di Hama, distruggendo vari automezzi islamisti. Ad al-Qrim l’Esercito arabo siriano eliminava 7 terroristi di Jabhat al-Nusra. Nel Ghuta orientale, a Jubar, l’EAS eliminava 20 terroristi che avevano bombardato dei quartieri di Damasco, uccidendo un civile. Nel governatorato di Lataqia, l’EAS eliminava oltre 110 terroristi di Jabhat al-Nusra, presso la città di Shalaf. Il 4 luglio, la 154.ma Brigata della 4.ta Divisione meccanizzata e la 123.ma Brigata dell’Esercito arabo siriano, in coordinamento con NDF e Liwa Suturo (milizia assira), sgombravano il quartiere al-Nishwa dalla presenza del SIIL ed avanzavano sul quartiere al-Liliyah eliminando oltre 40 terroristi e 3 loro tecniche. Ad Aleppo, le forze islamiste di Ansar al-Sharia attaccavano il Centro di ricerca scientifica nel Nuovo Distretto, venendo respinte da Liwa al-Quds e Forze di Difesa Nazionale che eliminavano 25 terroristi e ne arrestavano altri 8. Ad al-Zabadani, la 4.ta Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano, in coordinamento con Hezbollah e Forze di Difesa Nazionale (NDF), eliminava 33 terroristi e 4 tecniche di Jabhat al-Nusra, haraqat Ahrar al-Sham e liwa Suqur al-Zabadani liberando Qalat al-Tal, Qalat al-Zahra, Bin al-Quwayt e al-Jamiyat. Almeno 60 terroristi di Jabhat al-Nusra venivano eliminati da una forte esplosione ad Ariha, presso Idlib, scatenata da un attentatore suicida del SIIL. Nel governatorato di al-Suwayda, a Shaqa, Tal Sad, Maqab al-Nifiyat e Tal Bashayna, NDF e Jaysh al-Muwahidin (milizia drusa) eliminavano oltre 30 terroristi e 3 tecniche del SIIL.

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Da Slavjansk a Minsk

Rostislav Ishenko Fort Russ 23 giugno 2015SONY DSCIl periodo tra il primo assalto a Slavjansk e Minsk I non è stato solo il più difficile per RPD e RPL, ma ha anche consolidato la concezioni dei cosiddetti “militaristi” e “operatori di pace”. Li metto tra virgolette di proposito, perché entrambi abbastanza vaghi. Se si guardano le attività dei media, si vedrà che la stragrande maggioranza degli esperti e politici sottolinea l’inevitabilità della risoluzione della questione ucraina con mezzi militari. In altre parole, non vi sono differenze di opinione quando si tratta di valutare la situazione. Non ci sono forze politiche serie (l’opposizione liberale è del tutto emarginata) che chiedono la pace a qualsiasi prezzo. Il disaccordo reale tra “costruttori di pace” e “militaristi” non è se combattere. È stupido discutere sull’appropriatezza della guerra in corso, ma come combatterla. Se fosse valsa la pena utilizzare l’esercito russo nelle prime fasi della crisi in Ucraina per rovesciare la dittatura nazista non-ancora-trinceratasi. I “militaristi” dicono di sì. E sarei incondizionatamente d’accordo con loro se si trattasse solo del conflitto tra Russia e Ucraina. E’ veramente innaturale vedere un regime nazista formasi accanto, un regime che ha già dichiarato l’obiettivo di distruggere il vostro Paese e la vostra nazione, e non fare nulla. Non è un segreto che le autorità ucraine abbiano organizzato così tante provocazioni nei primi mesi del 2014, che si sarebbero potuto legittimamente lanciare dieci guerre. Il trasferimento della Crimea alla giurisdizione russa richiede, come minimo, richiede la ricostruzione dello Stato ucraino. L’attuale Ucraina considererà sempre la Crimea come sua proprietà e, dal punto di vista del diritto internazionale (e non dei patriottardi russi), la questione non sarà mai chiusa definitivamente. Pertanto lo Stato ucraino va distrutto, in un modo o nell’altro. Posso citare una lista infinita di argomenti a favore dell’invasione già nel febbraio del 2014. Ma perché? La leadership russa, a giudicare dai risultati ottenuti negli ultimi 15 anni, è invece più intelligente dei blogger isterici e ha una visione migliore di ciò che accade di coloro che ricevono soffiate dal governo senza nemmeno comprendere che tali informazioni in “esclusive” sono semplicemente disinformazione. Se anche i patriottardi capiscono l’inevitabilità del coinvolgimento della Russia nel conflitto a un certo momento, è bizzarro supporre che il Cremlino non lo veda o lo sottovaluti. Se si guarda al lavoro dai media statali russi, si vedrà che hanno reindirizzato l’opinione pubblica negli ultimi 18 mesi secondo l’opinione più diffusa, da “non ci serve. Gli ucraini la capiranno da soli” ad “arriveremo a Parigi, se necessario”. Non si guida una campagna d’informazione di questo tipo per puro divertimento. Non si cambia l’immagine degli Stati Uniti da “amico tremendo” a “nemico comico” per caso. Tuttavia, le forze che occupano posizioni minacciose alla frontiera non apparvero in Ucraina. Non si presentarono a dispetto del permesso del Consiglio della Federazione e della richiesta di Janukovch, legittima in quel momento. Inoltre, tali permessi non vengono rilasciati per capriccio, e tali richieste non sono fatte con leggerezza. Invece dell’esercito abbiamo avuto Minsk. E il gioco è diventato lungo. Perché dunque la Russia si prepara alla guerra, ma non l’inizia?
Perché ai “militaristi” dalla corta visione e con l’ossessione per l’Ucraina gli impedisce di capire che la guerra globale tra Russia e Stati Uniti non distruggerebbe Kiev e Donbas, ma il futuro dell’umanità. Anche il nostro. Si tratta di un conflitto globale e sistemico. Il vecchio e terminale mondo statunitense combatte per prolungare la propria agonia. Quel mondo non sopravviverà. La sua vittoria significa semplicemente rimandarne la morte. Ma anche morendo, quel mondo può infliggere danni letali al nuovo mondo che nasce sotto i nostri occhi e con la nostra partecipazione. Affinché il nuovo mondo, dove l’egemonia unilaterale degli Stati Uniti o qualcosa del genere non sarà possibile, la Russia deve concludere il confronto con gli Stati Uniti su posizioni di forza, conservando o addirittura aumentato la potenza, piuttosto che subire l’attrito del conflitto. Solo l’esistenza di una Russia forte e autorevole, che non pretende il titolo di potenza egemone assoluta, ma che può sconfiggere chiunque cerchi di occupare il trono vacante degli Stati Uniti, garantisce che le vittime che l’umanità ha subito nell’ultimo conflitto della vecchia era non siano vane, ricevendo un meraviglioso nuovo mondo e non la riedizione di quello vecchio. Solo in questo caso le lacrime dei figli del Donbas, ma anche di Damasco, Baghdad e Belgrado, non saranno state versate invano. Se guardiamo la situazione da questa posizione, vedremo che gli Stati Uniti preparavano la classica trappola per la Russia in Ucraina. Hanno deliberatamente portato al potere un regime non solo russofobo (Jushenko era più russofobo di Poroshenko), ma feroce. Non a caso hanno dato al regime carta bianca con il massacro di Odessa, la soppressione degli attivisti a Dnepropetrovsk, Kharkov, Zaporozhe, gli omicidi politici a Kiev, le camere di tortura di Fazione destra, e altri eccessi nazisti. Hanno creato una situazione in cui la leadership russa non poteva non intervenire. Era necessario intervenire su pressione dell’opinione pubblica russa. L’esercito sarebbe entrato in Ucraina, dopo di che la Russia avrebbe avuto Vietnam e Cecenia combinate. Prima di tutto i militari ucraini sono chiaramente totalmente incapaci, e la resistenza anemica sarebbe durata giorni o addirittura ore. Ma i volontari nazisti e decine di migliaia di sempliciotti avrebbero “difeso la patria” contro “l’aggressione russa” nel Donbas, o raccolto denaro per le esigenze dell’esercito, dal cibo alle uniformi e armi, o anche diffuso disinformazione che non sarebbe facilmente scomparsa. Alcuni di loro sarebbero diventati partigiani, altri sabotatori, altri ancora avrebbero semplicemente odiato il nuovo governo. La Russia sarebbe stata bloccata su un territorio in bancarotta con 40 milioni di poveri ostili o sleali. Avrebbe consumato le risorse russe, che non sono di gomma. In secondo luogo, gli Stati Uniti avrebbero consolidato l’Europa su una linea antirussa più velocemente e con maggiore decisione. Le forze politiche che attualmente occupano posizioni filo-russe sarebbero state semplicemente zittite dicendo che l’infido e armatissimo orso aveva attaccato i pacifici democratici coniglietti giallo-blu. Sarebbe stata la fine del discorso. L’Europa deve difendere i propri valori. E’ del tutto possibile che avremmo visto la versione europea del maccartismo. Le sanzioni sarebbero state attuate immediatamente e totalmente e avrebbero colpito un’economia russa gravemente impreparata. L’Ucraina occidentale, con l’ausilio di “volontari” europei, istruttori statunitensi, armi della NATO e altre prelibatezze, sarebbe diventata l’equivalente del Donbas per la Russia, una piccola guerra di attrito che non può essere vinta e che può durare decenni. L’esercito sarebbe stato legato alla necessità di controllare l’Ucraina e di sopprimere il banderismo, l’economia sarebbe stata in crisi. Il popolo avrebbe chiesto alle autorità di spiegare “a cosa ci è servito?” e la società sarebbe entrata nel vortice della destabilizzazione. E i “militaristi” se ne sarebbero lavati le mani, criticando il Cremlino per incompetenza e, in solidarietà con i liberali, avrebbero detto che non avrebbero mai permesso una simile catastrofe. In terzo luogo, gli alleati della Russia in Eurasia, BRICS, Organizzazione di Shanghai, ecc, che già non guardano la leadership di Mosca con approvazione avrebbero sospettato un tentativo di “resuscitare l’URSS” o di sostituire gli USA per dettare la propria volontà al mondo, e avrebbero abbandonato tutti i programmi comuni. Alcuni avrebbero pensato che se l’esercito può essere inviato in Ucraina, può essere inviato anche altrove. Altri ancora, più intelligentemente, sarebbero giunti alla conclusione che non era saggio legarsi a un Paese che non prevede le conseguenze delle proprie azioni. Così, invece di tutto ciò abbiamo avuto Minsk. Cosa ha fatto la Russia per averlo?
_74727052_ukraine_donetsk_luhansk_referendum_624 Prima di tutto, da Slavjansk a Minsk, i cittadini russi che diressero la rivolta e che, come Portos, combattevano per combattere, furono sostituiti da controllati abitanti locali. La leadership di RPL/RPD divenne presentabile. Potevano presentarsi senza sentirsi chiedere: “Perché la rivolta nazionale in Ucraina è guidata da cittadini russi?” L’anarchia incontrollabile del tutto imprevedibile fu trasformata in normale struttura organizzativa. I “comandanti” sul campo che combattevano senza supporto logistico e che ritenevano che i “civili” fossero un fardello, sono divenuti ufficiali degli eserciti di RPL RPD. Strutture amministrative civili normali furono create tra Minsk 1 e 2. Il banditismo e i furti sventati. Una parvenza di sistema finanziario ed economia delle repubbliche fu instaurata. In generale, le strutture hanno permesso una vita normale (anche se sotto tiro). Le repubbliche non sarebbero sopravvissute senza questi cambiamenti impercettibili ma fondamentali. Le “oche selvatiche” non sarebbero sopravvissute senza il sostegno popolare, e la popolazione ha rapidamente smesso di sostenere coloro che combattono per tornaconto personale nel territorio in cui vive la popolazione, e che non si preoccupano di come la popolazione debba sopravvivere. Inoltre, la Russia ha costretto Kiev, scalciando e urlando, a sedersi con gli insorti, quindi de-facto riconoscendoli come partito legittimo nei negoziati. Poi Merkel e Hollande apparvero nello stesso tavolo nella seconda fase. Mosca ottiene ciò che richiedeva l’accordo di associazione con l’Ucraina, il dialogo diretto con l’Europa sull’Ucraina. Ora, con il gruppo Karasin-Nuland, vi è anche una piattaforma per il dialogo diretto con gli Stati Uniti. Tutto ciò che Washington ha cercato di evitare per 18 mesi, è accaduto. Gli Stati Uniti, contro i propri desideri, hanno riconosciuto il loro coinvolgimento nella crisi ucraina (la versione ufficiale precedente parlava di lotta al regime corrotto del popolo ucraino). Ora Washington e Bruxelles sono responsabili dello svilupparsi della situazione politica e giuridica. E’ impossibile pretendere che la Russia tiranneggi i deboli, mentre gli Stati Uniti non ne siano coinvolti. Poroshenko, che ha chiesto negoziati diretti con Putin, si trova ora nella stessa sala d’attesa con Zakharchenko e Plotnitskij, in attesa di vedere ciò che le vere parti in conflitto decidono. In terzo luogo, mentre la guerra continua e continuano i negoziati a Minsk, vi è la crescente delusione dei politici ucraini, che promettendo vita facile hanno portato la guerra invece, verso l’Europa che non li aiuta, e gli Stati Uniti che non li salvano. Il processo può essere lento, ma continua. Proprio come l’acutizzarsi delle contraddizioni nel regime. I ragni nel vaso iniziano a mangiarsi l’un l’altro. Ciò significa che quando l’Ucraina si sarà liberata del regime nazista, solo gruppi marginali della popolazione continueranno a rifiutare la Russia (nazisti, intellighenzia liberale e i burocrati che perdono il posto con lo svanire dello Stato, per esempio gli agenti di MVD e SBU, neo-banderisti e gli ideatori della nuova storia ucraina). Gli altri, delusi dalla scelta europea, non avranno altra alternativa che rivolgersi a Mosca; si deve vivere in qualche modo.
Idealmente, in caso di piena attuazione, il piano degli “operatori di pace” otterrebbe tutto questo senza perdite e battaglie, ma dopo. L’Ucraina federata con una nuova costituzione e ampie autonomie non solo riconoscerà la Crimea come parte della Russia (la Crimea non sarà menzionata come territorio ucraino nella nuova costituzione), ma a poco a poco s’integrerà nelle Unione Eurasiatica e Unione doganale. Semplicemente non avrà altro posto dove andare. Né Stati Uniti, né Unione europea sostengono l’Ucraina. Quel piano era fattibile? No. Alcun piano ideale potrà mai essere attuato completamente. Va già bene se si arriva a metà. Gli Stati Uniti volevano trascinare la Russia in un conflitto e fare dell’Ucraina un Vietnam. Pertanto Kiev non era assolutamente disposta a negoziare ed ha aggredito il Donbas prima ancora di avere il pieno controllo dell’esercito. Di conseguenza, Minsk è una piattaforma per le manovre di Mosca e Washington per creare un Vietnam e indicare l’aggressore alla comunità internazionale. Finora la Russia ne è uscita al meglio da tali manovre. Ma le manovre finiscono. C’era una situazione unica la scorsa settimana, quando l’amministrazione Obama ha mostrato interesse per la soluzione pacifica del conflitto. E’ comprensibile. Deve lasciare l’Ucraina entro il 2016 senza perdere la faccia, altrimenti i democratici non potrebbero neanche partecipare alle elezioni. Il GOP li farebbe a brandelli per “indecisione”. Il regime di Kiev, nonostante i patriottardi che urlano sulla crescente forza delle FAU, è sempre più debole, come accadrebbe a qualsiasi regime che istiga la guerra civile in un Paese in bancarotta. La vecchia Europa, anche se non ha il coraggio di lasciare l’ombrello statunitense, non è contenta delle perdite connesse alla necessità di dimostrare “solidarietà atlantica”. L’UE vuole voltare pagina. La situazione generale in e intorno l’Ucraina è sempre più fuori dal controllo degli Stati Uniti. Obama cerca di preservare, attraverso il compromesso, la possibilità di giocare sul tavolo ucraino in futuro. La leadership della Russia potrebbe aiutarlo. Il Cremlino batte costantemente la Casa Bianca, e l’adesione dell’Ucraina ai programmi d’integrazione della Russia non è più questione di principio come un paio di anni fa. Si possono attendere con calma gli eventi, dopo tutto Kiev non ha nessuno a cui rivolgersi; l’UE non vuole ammetterlo, ma non darà soldi e l’economia è già distrutta. Tutto ciò che rimane è inchinarsi alla Russia. Ciò le consentirà di risparmiare l’Ucraina anche perché non ha bisogno di una zona con 40 milioni di poveri ed instabile ai suoi confini. Tanto più che i cittadini ucraini, indistinguibili da quelli russi, diffonderebbero l’instabilità in Russia. Ma sono assolutamente certo che lo scenario di pace, sebbene avvantaggi gli interessi a lungo termine russi e statunitensi, non passerà. I “falchi” di Washington sono troppo forti. I due partiti perseguono una campagna basata sul rafforzamento delle sanzioni contro la Russia. L’ammissione del fallimento in Ucraina (quale sarebbe l’assenso degli Stati Uniti al compromesso) porrebbe fine anche a molte carriere promettenti nella CIA e dipartimento di Stato. I politici di Kiev non possono cambiare la propaganda, rinunciare alla guerra e raggiungere un accordo con il Donbas. Perché allora diverrebbero nemici non solo degli antifascisti, ma anche dei fascisti. Per cosa si combatte se avranno un’eventuale accordo alle condizioni proposte prima della guerra? I nazisti convinti dei battaglioni di volontari, e la parte motivata dell’esercito per cui la guerra è una questione di principio, potrebbero non perdonare tale “tradimento”. E’ una cosa quando un esercito demoralizzato e sconfitto si arrende. Qualcos’altro quando gli ufficiali ritengono che i politici hanno “rubato” la vittoria. In altre parole, tutto fa pensare che, nonostante una certa riduzione delle tensioni con i negoziati, una grande guerra in Ucraina sia inevitabile e una provocazione finalizzata a scatenarla sia già stata elaborata dagli Stati Uniti. Anche se non possono attuare il loro piano di pace ideale, gli “operatori di pace” hanno ottenuto un risultato eccezionale considerando le condizioni di partenza per una campagna militare. La Russia non è diventata l'”aggressore” per la maggior parte del pianeta. La situazione in Ucraina è in stallo dal punto di vista occidentale, e non può essere risolta senza la Russia, il che significa che la Russia non avrà fretta. Il prestigio internazionale della leadership russa è cresciuto, contrariamente a quanto dicono i patriottardi. Anche l’Egitto ha deciso di condurre esercitazioni congiunte con la nostra Marina nel Mediterraneo. L’Egitto, che dalla metà degli anni ’70 era sotto il pieno controllo degli Stati Uniti. Non è nemmeno un gesto, ma la campana che suona a morto per l’influenza di Washington in Medio Oriente.
E chi teme che, a causa dell’invasione “ritardata”, la propaganda nazista a Kiev crei milioni di zombie che odieranno la Russia per generazioni, vorrei ricordare che la maggior parte di coloro che combattono contro i russi del Donbas, creando l’attuale Ucraina russofoba, crebbero e si politicizzarono con la propaganda comunista che operò costantemente ed efficacemente per 74 anni. Ciò che appresero era completamente diverso da quello che fanno oggi.

Federal_States_of_New_Russia_in_Ukraine_(Envisaged)Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La propaganda di Surkov

Rostislav Ishenko Fort Russ 16 giugno 2015

Vladislav Surkov e Valdimir Putin

Vladislav Surkov e Valdimir Putin

In realtà, il secondo articolo avrebbe dovuto essere chiamato “Da Slavyansk a Minsk”, ma sarà il terzo perché il primo articolo (“Militaristi contro operatori di pace”) ha causato grande agitazione per i miei sentimenti personali su Strelkov, non una ragione sufficiente per dedicarvi un articolo. Non era necessario neanche menzionare Strelkov esaminando i concorrenti concetti di risoluzione del conflitto nel Donbas, e non sarei tornato sul tema. Non mi piace scrivere di persone che non mi piacciono. Dopo tutto, un testo su chiunque è solo altra PR. Ma quando due giorni dopo la pubblicazione dell’articolo ho ricevuto telefonate da tre blogger noti e importanti che sostenevano all’unanimità di essere estremamente preoccupati per la retorica di Strelkov, e soprattutto di avere un notevole supporto nei circoli patriottici (anche se più che dimezzato nell’ultimo anno), pensai che forse avrei dovuto dire di più. Vale la pena scriverne perché se non avessi scritto l’articolo, non avrei saputo che Strelkov li preoccupa, il che significa che la gente ha semplicemente paura di esprimere la propria opinione su tale persona. Non scrivono nulla di lui, né bene, né male, semplicemente l’ignorano. Hanno paura di essere accusati di diffondere “propaganda di Surkov”, pagata con il suo denaro. Beh, io non ho paura. Le continue isteriche informazioni sono una delle ragioni del mio atteggiamento negativo verso Strelkov e il gruppo di propagandisti che lo segue. Se la discussione con gli avversari s’è ridotta ad accuse generiche e calunnie isteriche, significa che la squadra è estremamente poco professionale e si occupa solo dell’informazione. Isterie e accuse vengono diffuse quando, e solo quando, si è a corto di argomenti a sostegno della propria posizione. Una delle persone che lavora con la squadra di Strelkov è l’eccezionale professionista della guerra d’informazione Boris Rozhin (del blog Colonnel Cassad), il cui potenziale praticamente non viene utilizzato se non se ne seguono i toni. Perciò Strelkov, apparso come icona dell’opposizione patriottica alle autorità, ha perso metà dell’approvazione tra il pubblico da più di un anno (mentre il suo gradimento resta ancora piuttosto alto, non si può più parlare di posizione dominante). Sono sicuro che se Rozhin puntasse alla leadership, e non Strelkov, osserveremmo che la tendenza costante all’isteria anti-Surkov ormai comica (dato che nessuno ha “abbandonato” il Donbas, piuttosto al contrario le repubbliche si sono rafforzate), verrebbe sostituita da ben intenzionata e ben argomentata propaganda. Per inciso, il fatto stesso dell’attacco a Surkov organizzato da Strelkov, continuato dalla sua squadra, è un aspetto negativo per me. Posso senza esitazione dire che se dovessi scegliere se lavorare con Strelkov o con Surkov, sceglierei il secondo, e non per denaro. Tutti pagano. Le persone che fanno i PR di Strelkov non vivono di Spirito Santo. Tanto più che i ruoli attivi in quella squadra sono di individui che non si svegliano la mattina per la libertà, e che ormai hanno alti stipendi.
Ecco il mio ragionamento. Mi ricordo tre (forse ce ne sono altri, ma non ne sono a conoscenza) problemi di fondamentale importanza per il Paese e che Putin ha incaricato Surkov di affrontare. Soppressione delle operazioni dell’informazione dell’opposizione del “nastro bianco” tra 2005 e 2013, quando rappresentava un pericolo reale e non era, come oggi, una banda di emarginati patetici a cui solo i poltroni badano. Tra l’altro, molti degli attuali “patrioti” allora indossavano sfacciatamente nastri bianchi. Poi ci fu l’Abkhazia, dove era necessario risolvere rapidamente il conflitto intra-elite per privare gli Stati Uniti della capacità di giocare sui conflitti locali. E quindi l’Ucraina. Inoltre Surkov ebbe la missione quando la crisi cominciava a trasformarsi in guerra civile. Dato che Putin l’incarica costantemente di affrontare le crisi, posso trarre due conclusioni:
Il Presidente si fida di lui. I Compiti assegnatigli sono svolti bene, il che significa in modo professionale (altrimenti sarebbe stato sostituito molto tempo fa). Un’altra osservazione. I termini “propaganda di Surkov” e “denaro di Surkov” (felicemente e attivamente sparsi dagli strelkoviti) sono apparsi qualche anno fa, quando la televisione russa riprese diversi alti oppositori ricevere istruzioni dall’ambasciata degli Stati Uniti. Non sapevano nulla di “propaganda di Surkov” prima di andarci, ma quando ne uscirono sapevano già tutto. Dato che gli Stati Uniti sono il nostro nemico, se a loro non piace la “propaganda di Surkov” vuol dire che Surkov agisce correttamente. Non so come sia Surkov come persona, ma la sua attività politica (almeno quella che vedo) non mi causa problemi. Viene costantemente accusato di certi scopi segreti, ma le prove sono “tutti sanno” e il varietà “Strelkov l’ha detto”.
Igor_Strelkov_-_EDM_August_15__2014 E chi è questo Strelkov a cui dovrei credere sulla parola? Non è una domanda retorica. Già nell’aprile 2014 fui inorridito da un individuo che, pubblicamente e con telecamere presenti, si presentò come “colonnello del FSB” che organizzava la rivolta armata in Ucraina. Un agente dei servizi speciali che svolge una missione segreta in territorio straniero non può abbandonare la sua copertura. Le “persone istruite” sorridono alla domanda “chi sei?”, o al massimo rispondono che sono milizie locali che acquistano armi e attrezzature da “Caccia e Pesca” nel negozio locale (e questi sono soldati semplici, e non “colonnelli del FSB”). È possibile trovare una descrizione dettagliata di come lui e altri 52 “decisero” che il Donbas apparisse come la Crimea su internet. Voglio solo puntare la vostra attenzione su un fatto, un individuo che si definisce “colonnello dell’FSB” ammette di essere sul territorio di un altro Paese per organizzarvi una rivolta armata ed anche di giustiziare cittadini di un altro Paese per “saccheggio”. Oltre a questo il “monarchico ortodosso”, affermò di aver ucciso persone in base al “Decreto del Comitato di Difesa del 22 giugno 1941 adottato dai tribunali militari”. In altre parole, citava un atto giuridico da tempo finito di uno Stato comunista (URSS) che aveva cessato di esistere un quarto di secolo fa e che egli, “monarchico ortodosso” ed estimatore del movimento dei bianchi, non dovrebbe ritenere legittimo. Non sa nemmeno essere sarcastico, semplicemente non capisce cosa e come viene percepito. Tutto sommato, è abbastanza per farti convocare perfino a L’Aia. Quindi non rimasi sorpreso quando vidi su Wikipedia informazioni sul suo più modesto rango. Come ho già scritto, non ero tanto sorpreso da questo assai giovane ex-colonnello dell’FSB, ma piuttosto dal suo comportamento assolutamente inadeguato per un agente dei servizi speciali. Inoltre, il colonnello non aveva commilitoni con cui condividere i ricordi della brillante carriera. Mi piacerebbe sapere se i giornalisti che hanno già cercato hanno trovato nulla? Basta che non si venga a dire che l’FSB ha posto un blocco. La sola conferma del suo presunto servizio nella apparato centrale dell’FSB è l’intervista con il “Generale Gennadij Kazantsev”, estremamente sospetta e che sembra un pessimo falso. L’autore dell’intervista rileva modestamente che Kazantsev non è un vero e proprio cognome, ma il vero cognome è noto a lui. Allora, perché nasconderlo? Ci sono dettagli sufficienti nell’intervista nell’ufficio dello Stato maggiore del FSB per capire istantaneamente chi guidava il direttorato e quando. Inoltre, l’intervista reca la foto di una persona, descritta raffigurante il generale da giovane in Afghanistan. Così è possibile pubblicare la foto, ma non farne il nome? Inoltre, come pseudonimo hanno preso il cognome del vero Generale Viktor Kazantsev divenuto noto nel corso della guerra cecena. E la storia di come Strelkov fu accettato nel FSB è una soap opera per casalinghe. Un paio di colonnelli del FSB sorvegliavano potenziali terroristi monarchici (perché due colonnelli del FSB non hanno niente di meglio da fare) e inciamparono sull’intellettuale Strelkov che li impressionò così tanto che subito l’accolsero nel FSB, anche se ciò sarebbe illegale. C’è un’altra incoerenza nelle date: diverse versioni della biografia di Strelkov indicano che iniziò il servizio nel FSB nel 1993 o 1998, ma il “Generale Kazantsev” “ricorda” il 1995. Ma nel 1998-2000 pubblicò due articoli su Zavtra, e nel 2011 fu corrispondente freelance di ANNA News. Un’occupazione piuttosto difficile per un ufficiale del FSB dalla carriera di successo. Naturalmente chiunque può modificare Wikipedia in modo che i dati possano essere sbagliati. Ma anche la squadra di Strelkov può modificare Wikipedia. Per di più, dato che Strelkov è un personaggio pubblico, la sua biografia finemente sintonizzata avrebbe dovuto essere preparata da una squadra e messa su internet, in modo che Wikipedia possa essere corretta nel caso sbagliasse. I colleghi del servizio di Strelkov (almeno quelli in pensione) avrebbero rilasciato interviste di continuo. Fotografie in uniforme e con compagni della Direzione sarebbero state pubblicate. O forse qualcuno pensa che gli ufficiali dell’FSB non si facciano foto? In altre parole, non vi è nulla. Un’oscura biografia di chi commuta un paio di guerre altrui, come quella in Jugoslavia, per far sembrare di avervi servito. Quando non c’era una guerra di suo gradimento, s’impegnava in rievocazioni storiche. Con tutto ciò, sembra una persona molto difficile. Riuscì a insediarsi con la maggior parte dei suoi colleghi e collaboratori nel Donbas. Compreso il vecchio amico Borodaj.
Le due cose che non mi piacciono nelle persone in generale e nei politici, in particolare, sono l’assenza di professionalità e la disonestà. Quando un personaggio oscuro con una biografia poco chiara appare dal nulla e inizia a dare a Stati Uniti e Kiev la “prova” dell'”invasione russa” sotto forma di “resistenza organizza da un Colonnello del FSB”, e poi dedica tutta la carriera politica ad attacchi infondati ai funzionari del Cremlino che gestiscono la crisi in Ucraina (e in realtà anche se Strelkov non lo dice apertamente, attacca il Cremlino, Putin, la sua politica interna dei compromessi nazionali, così come la cauta ma altamente efficace politica estera), devo pormi una domanda: ciò avvantaggia gli interessi nazionali della Russia? Anche l’isteria anti-Cremlino è accompagnata da un ipocrita biasimo sulla “morte della popolazione del Donbas”, perché l’uomo che dice “ho avviato la guerra” non ha il diritto di fingere preoccupazione per le vittime della guerra che ha iniziato. Era esattamente ciò che gli Stati Uniti volevano, trascinare la Russia in un conflitto e avere la prova della sua aggressione. Eccolo un “colonnello del FSB ” che “su ordine di Putin” ha iniziato la guerra. Tutto ciò è stato fatto per inviare l’esercito in Ucraina. Noi non sappiamo se Mosca prevedesse d’inviare l’esercito in Ucraina. Ci sono due versioni:
1. I piani per l’invio dei militari esistevano, ma furono abbandonati per una serie di circostanze (internazionali, economiche, militari). Se è così, allora le attività di Strelkov introdussero un elemento d’incertezza (in quanto non era chiaro cosa succedeva e chi aveva iniziato), che potrebbe essere stato uno dei tanti argomenti contro l’invasione (non il principale, ma sicuramente uno).
2. L’azione fu inizialmente un bluff. Tale scenario mi sembra più probabile, perché Putin non fa ciò che ci si aspetta da lui. Nessuno si aspettava la “gente educata” in Crimea, ma arrivò. Dopo, tutti erano certi che l’esercito russo avrebbe preso il Donbas in qualsiasi momento. Ufficialmente non c’è ancora. Tuttavia, era un bluff e la Russia decise di avere l’Ucraina senza guerra, poi le azioni di Strelkov costrinsero il Cremlino a correggere al volo la propria strategia.
Ma non importa lo scenario, le azioni di Strelkov non aiutarono la leadership della Russia ad attuare i propri piani. E per inciso, la legge dà alla leadership russa il diritto di chiedere a Strelkov perché ha fatto ciò che ha fatto (ma non gli conveniente farne una vittima del regime), e la leadership russa non deve spiegarsi a lui. L’aiuto della Russia è cresciuto ed è diventato pubblico mentre la leadership delle repubbliche passava da cittadini russi a funzionari locali. Poiché i locali sono gli insorti, e se l’insorto principale è un “colonnello del FSB”, lui è l’invasore di cui l’intera comunità internazionale si preoccupa. E il Paese in nome del quale opera deve o sconfessarlo o accettare la responsabilità di un’aggressione non provocata. Entrambe le opzioni erano dannose per la Russia. E il “colonnello” si prende il merito del fatto che, quando gli fu chiesto di lasciare il Donbas, si dimise rapidamente. L’intera storia del richiamo di Strelkov rivela l’umanità delle autorità russe. Gli Stati Uniti avrebbero semplicemente inviato un assassino (molte persone muoiono in guerra, dopo tutto), oppure gli avrebbe dato il trattamento dato a Noriega per narcotraffico, ma la Russia semplicemente lo convinse ad andarsene in vacanza. In parallelo, il mosaico di milizie divenne un esercito regolare, e l’autorità dei comandanti sul campo “fu sostituita da un’amministrazione regolare. Questo è di notevole importanza, perché è facile entusiasmarsi per l'”eroe nazionale” che combatte da qualche parte fin quando si ha un’amministrazione normale ed efficace. Ma vivere sotto l’autorità di un comandante sul campo è un dubbio privilegio. Non opera in conformità alla legge, ma della giustizia. Ma ognuno di noi ha una versione diversa di giustizia. Era occupato a combattere la guerra e la popolazione civile (soprattutto se non può far avanzare il suo esercito, ma al contrario, richiede risorse) è semplice zavorra. In altre parole, possiamo discernere la posizione della Russia volte a garantire che le autorità di RPD/RPL passasse ai dirigenti locali, stabilendo l’ordine locale dell’amministrazione civile e militare, sostituendo l’anarchia con un governo normale con cui poter lavorare anche a livello internazionale. Questi obiettivi sono stati perseguiti in parte con distribuzione e ridistribuzione di aiuti in base a fedeltà e flessibilità di questo o quel comandante. E’ logico che chi riceve l’assistenza debba rispettare gli interessi. Flessibilità non è un peccato mortale, ma piuttosto un valore che permette di pianificare le operazioni di combattimento.

Conclusioni:
1. Non credo che solo Strelkov abbia iniziato la guerra (anche se fu importante).
2. Non credo che Strelkov abbia impedito a Putin d’inviare l’esercito, ma aggiunse incertezza e le sue azioni nel Donbas furono una provocazione destinata a costringere la Russia a fare una scelta: o inviare i militari e indebolire notevolmente la sua posizione nel confronto con gli Stati Uniti, o rifiutare d”inviare i militari e indebolirne il prestigio interno.
3. Non credo che Strelkov abbia capito ciò che faceva, sono sicuro che è stato usato. Non dagli Stati Uniti (anche se hanno beneficiato delle sue azioni fino ad oggi). Fu usato dallo spettro politico russo che intende radicalizzare politica interna ed estera ed è disposto a rischiare di fratturare la società russa (cancellando il consenso nazionale), mentre affronta gli Stati Uniti. Questa è una politica altamente avventurista e Putin non lo è. In generale, la mia valutazione di Strelkov è che sia molto ambizioso ma piuttosto limitato, facendone un facile strumento. Fu molto fortunato a non morire in Jugoslavia o Transnistria, riuscì a fuggire da Slavjansk, e non solo è libero, ma fa politica. È un politico, anche se finora senza alcuna base. Qui finisce la nostra storia su Strelkov. Come ho già detto, non è essenziale per le ulteriori analisi del problema, un problema veramente grande e interessante.

Vladislav Surkov

Vladislav Surkov

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossia: “Militaristi” contro “operatori di pace”?

Rostislav Ishenko Fort Russ 11 giugno 2015_77157696_ukraine_convoy_20140825_624Leggo ogni giorno del panico su come il governo russo “aiuti il nemico”, di come l’esercito ucraino sia ora incredibilmente potente, “del tradimento della Russia” sostenendo l’equazione tra golpisti di Kiev e Donbas che annega nel sangue. E la domanda: “Perché non fu possibile impedire che la junta arrivasse al potere?“, come si sente costantemente in TV, sui social media anche nelle chiacchiere fra politici. Penso che dovrò scrivere più di un articolo su tale argomento, se non altro perché, con la situazione del Donbass che si aggrava, ancora una volta Kiev fa dichiarazioni aggressive sulla Transnistria, e gli Stati Uniti nemmeno tentano di celare le minacce nei confronti della Russia. La domanda “quanto tempo dovremo sopportare tutto questo?” comincia ad occupare anche gli esperti più riservati e importanti. Dato che i media patriottici hanno inizialmente lanciato Strelkov quale “eroe della resistenza della Novorossia” e ideatore del mito “Surkov il pacificatore“, cominciamo da lui. Inoltre, devo qualificare le mie osservazioni affermando che il confronto tra “militaristi” e “operatori di pace” è ora molto più di un semplice disaccordo personale tra un partigiano carismatico e un assistente presidenziale. Il movimento “militarista” è in opposizione al governo russo su posizioni radicali, e Strelkov da tempo non n’è l’icona, o la sola icona (avendo perso gran parte di autorità e carisma per una campagna di PR assai mal concepita), e non solo Surkov è il bersaglio di critiche non costruttive, ma anche Putin e l’intero governo russo. Più di sei mesi fa avvertii, in un articolo dedicato proprio alla creazione dell'”opposizione militarista”, che costoro, giocando sul desiderio comprensibile della popolazione di vincere rapidamente “con poco spargimento di sangue e altro territorio” criticano lo Stato quale presunto rappresentante degli interessi degli oligarchi cercando di suscitare diffidenza sociale persistente verso Presidente e governo e diffondendo sospetti sul “tradimento nelle alte sfere”, sono molto più pericolosi per la stabilità della Russia dei liberali contro cui i “militaristi” presumibilmente combatterebbero. I liberali sono deboli, emarginati, impopolari, privi di capi seri e la gente non ne sostiene la disponibilità a capitolare nel confronto globale tra Russia e Stati Uniti. I “militaristi” operano in modo simile ai loro predecessori del 1915-1917, quando Nicola II fu deposto a suon di grida sull’incapacità del governo russo di tutelare gli interessi della Russia, un atto che portò al crollo della dinastia, monarchia e Russia stessa che solo negli anni ’40 riuscì, grazie ad una felice coincidenza, a recuperare i territori persi a causa di tale attività “patriottica”.
218071_ns Com’è iniziato tutto ciò nella primavera del 2014? Le autorità russe concentrarono truppe al confine ucraino tra marzo e aprile; una forza sufficiente per l’invasione. Putin ebbe il permesso del Consiglio della Federazione di utilizzare le forze armate fuori dai confini della Russia, e il legittimo presidente dell’Ucraina Janukovich fece appello alla Russia per sopprimere la rivolta. Le dichiarazioni di Putin ai media della Russia, e anche la sicura promessa di Janukovich, nella conferenza stampa di Rostov, di tornare a Kiev in breve tempo, lasciavano pochi dubbi sulla Russia pronta a fornire assistenza militare alla Primavera russa a livelli di gran lunga superiori della Crimea. Ma qualcosa successe a fine aprile. La retorica di governo e media russi cambiò, le forze rientrarono nelle loro basi permanenti e il conflitto divenne prolungato e d’attrito. Secondo i militaristi la “quinta colonna al Cremlino ha costretto Putin a fare concessioni e cercare un accordo con gli Stati Uniti sul Donbas“. Era uno scenario bizzarro buono solo a spaventare le casalinghe. L’esercito russo fu gravemente coinvolto nella crisi ucraina dall’inizio. Per capirne la posizione, è sufficiente ricordare che i generali russi erano ancora scontenti di come nel 2008 “non ebbero il permesso di prendere Tbilisi“. Questo è comprensibile. I militari esistono per vincere, e migliore indicatore di una vittoria è la parata nella capitale nemica catturata. Le posizioni di FSB, SVR, MFA sarebbero un po’ più sofisticate di quelle dei militari, ma non per questo meno patriottiche. L’ala finanziaria-economica del governo potrebbe aver insistito nel ritardare la fase attiva dell’operazione, sostenendo che l’economia russa doveva prepararsi ad eventuali sanzioni, ma la sua posizione sarebbe stata influente solo se le sanzioni erano inevitabili. Tuttavia, furono introdotte solo dopo che il Boeing malese fu abbattuto sul Donbas. Pertanto, il rischio poteva sembrare giustificabile all’inizio della primavera. Ma ciò che fecero i “militaristi” in quel momento fu valutare la situazione come preludio dell’invasione russa dell’Ucraina, ripetendo la provocazione del governo polacco in esilio a Londra la cui direttiva alla rivolta a Varsavia fu lanciata il 1° agosto 1944. I “militaristi” (come scrivono loro stessi) speravano che la Russia avrebbe inviato truppe tra aprile e maggio, quando in Donbas, Odessa, Kharkov, Zaporozhe, Dnepropetrovsk, Kherson, Nikolaev la resistenza della Primavera russa si sviluppava con diversi gradi di intensità e successo. L’esercito ucraino esitava, l’MVD era in attesa ed anche il più americanizzato SBU non godeva della fiducia di Kiev. E poi, all’improvviso, apparve a Slavjansk qualche unità guidata da Strelkov (che si definiva colonnello dell’FSB, anche se Wikipedia ci dice che si è ritirato da sottufficiale, cosa che corrisponde a età, istruzione e durata del servizio). Il 13 aprile l’unità s’impegnò in uno scontro a fuoco in un posto di blocco, che costò la vita ad agenti del SBU. Il 16 aprile attaccò una colonna della 25.ma Brigata aeroportata. Non ci furono vittime, ma i paracadutisti rinunciano a veicoli ed armi personali, alcuni addirittura si unirono alla milizia. Fu proprio il 13 aprile che Kiev annunciò il lancio dell’ATO con partecipazione militare, che portò alle prime schermaglie che costarono la vita a personale militare e dei servizi speciali ucraini, morti che dovevano essere vendicati. Kiev utilizzò la 25.ma Brigata, che fu quasi sciolta e processata quale esempio da mostrare delle conseguenze negative nel dialogare parlare con la milizia. Per inciso, la riformata 25.ma Brigata, ulteriormente rafforzata dai nazisti di Dnepropetrovsk, è una delle formazioni ucraine più pugnaci.
I “militaristi” non volevamo tanto, ma un pezzo di “territorio liberato” dall’invasione russa al fine di diventare parte del nuovo governo. Nemmeno nascosero di sognare di creare in Novorossia uno Stato in cui vedere la Russia che volevano, seguendo l’esempio di Varsavia che iniziò la rivolta in modo che l’Armata Rossa incontrasse un nuovo “governo” nella capitale “liberatasi in modo indipendente”. Ora mettiamoci nella posizione del Cremlino. In una situazione di confronto serio con Washington (e non solo sull’Ucraina), quando va presa una decisione equilibrata e ponderata da cui dipende il destino della Russia, appare improvvisamente l’incertezza nel Donbas sotto forma di gruppo di “militaristi” che inizia una guerra privata e prevede di costruire la “Russia alternativa nella Novorossia”, aspettando Putin che invia truppe, non tanto per sostenere la primavera russa, ma per soddisfare le loro ambizioni politiche. Non esagero. Strelkov ha detto in un’intervista qualche mese dopo aver lasciato il Donbas, che iniziò la guerra aspettandosi che Putin l’avrebbe sostenuto. In generale, non importa quale sia il tuo grado, ma iniziare una guerra nel nome di una superpotenza e ponendo pretese al suo comandante in capo è un reato punibile con il plotone di esecuzione sul posto. Strelkov, per sua stessa ammissione, aveva ucciso persone per assai meno a Slavjansk. Pertanto, i “militaristi” avevano introdotto un elemento di incertezza che potrebbe aver sconvolto i piani del Cremlino. Forse ci furono altri motivi, forse anche una serie di essi tra cui l’impreparazione dell’Europa nel percepire correttamente le azioni della Russia in Ucraina. Ma il fattore “militarista” va anche considerato. Nessun leader responsabile può prendere una decisione che potrebbe avere conseguenze globali, quando in un momento critico è controllato da parvenu incomprensibili che possono essere tanto idealisti quanto dei provocatori. Così i “militaristi”, che ora lamentano il destino del Donbas, dovrebbero anche ricordare che nella primavera 2014 cercarono di usare quella stessa popolazione come materia prima per la propria politica interna russa. In parte ci riuscirono, altrimenti non discuteremmo del problema “militarista” oggi. Come ho già scritto, ciò fa parte del passato, ma dovremo ritornarci per valutare correttamente alcuni miti pseudo-patriottici. L’analisi completa della “posizione militarista” nella guerra Donbas richiederà più di uno o due articoli.

00-donetsk-01-24-05-14Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guerra saudita-yemenita, la risposta di Sana

Alessandro Lattanzio, 11/6/201525690634La guerra non è finita, ma ci sono vari tentativi di trovare una soluzione politica“, aveva detto Abdulqalaq Abdulla, professore di scienze politiche dell’Università degli Emirati Arabi Uniti. Gli aerei sauditi avevano effettuato 2450 sortite sullo Yemen in 29 giorni di aggressione. Infatti gli attacchi aerei sauditi sullo Yemen continuavano, il 23 aprile, i bombardamenti sauditi uccidevano 23 persone a Dalah, 10 a Taiz e 6 ad Aden. I sauditi colpivano anche la provincia di Marib, la base aerea di Hudaydah, Yarim nella provincia di Ib, dove gli aerei sauditi colpivano l’università. A Lahj e Dalah le incursioni saudite distruggevano scuole ed edifici pubblici.
Il 21 aprile re Salman ordinava alla Guardia nazionale saudita, meglio attrezzata dell’esercito del regno, a partecipare alle operazioni contro lo Yemen, finora effettuate solo dall’aeronautica e dall’esercito che rispondono al ministero della Difesa. La Guardia nazionale è una struttura militare con un proprio ministero, responsabile del controllo delle frontiere e delle regioni sciite. L’esercito saudita conta 75000 effettivi su 3 brigate corazzate, 5 brigate meccanizzate, 1 brigata aerea, 1 brigata della Guardia reale, 8 battaglioni di artiglieria e 2 brigate aeree. “L’Arabia Saudita ha chiesto agli alleati di evitare ogni avventurismo minacciando l’Iran, perché altrimenti si aprirebbero le porte dell’inferno. Le forze iraniane possono distruggere l’Arabia Saudita in 24 ore“, confessava invece il principe saudita Qalid bin Talal bin Abdulaziz al-Saud all’emittente Fox. I principi sauditi erano divisi sull’aggressione allo Yemen. Alcuni si erano opposti all’intervento militare nello Yemen, quando il 23 aprile gli attacchi aerei sauditi erano ripresi. Tra gli oppositori vi erano il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Muqrin bin Abdulaziz, e il ministro della Guardia nazionale Mutayb bin Abdullah. Inoltre, Qalid bin Talal bin Abdulaziz aveva criticato il monarca saudita, Salman bin Abdulaziz al-Saud, per aver ordinato il bombardamento dello Yemen senza ricorrere alle Nazioni Unite. Sempre secondo Qalid bin Talal bin Abdulaziz “il ministro della Difesa saudita principe Muhamad bin Salman e il principe Muhamad bin Nayaf influenzano le decisioni di re Salman, come avveniva con il defunto re Abdullah bin Abdulaziz che seguiva sempre il capo dell’intelligence Bandar bin Sultan e il ministro degli Esteri Saud al-Faysal“. Secondo un alto dirigente di Ansarullah, Husayn al-Izi, “I contrasti si sono intensificati nella famiglia al-Saud nel corso degli attacchi aerei contro lo Yemen“, osservando che diverse regioni saudite sono preda del caos dall’inizio dell’aggressione allo Yemen, “Le insicurezze si sono intensificate” facendo temere ad alcuni governanti sauditi che la guerra yemenita possa suscitare caos interno, tanto più che il parlamento pakistano votava no all’ingerenza militare nello Yemen e la Turchia evitava di unirsi alla coalizione, mentre vi è forte opposizione in Egitto contro la decisione del presidente egiziano sullo Yemen. Mentre l’agenzia marocchina al-Masai Press, principi e consorti sauditi erano fuggiti dalle regioni meridionali del Paese temendo rappresaglie dall’esercito yemenita, Qalid bin Talal bin Abdulaziz riconosceva che l’Arabia Saudita aveva fallito l’offensiva iniziata il 26 marzo, non avendo indebolito il movimento yemenita Ansarullahm ed inoltre dichiarava che per gli attacchi aerei contro lo Yemen, Riyadh utilizza piloti statunitensi, francesi, pakistani, egiziani e indiani a cui vengono corrisposti 7500 dollari per ogni missione. “Dopo che i nostri alleati ci hanno lasciati soli rifiutando di partecipare ai bombardamenti contro lo Yemen, i nostri soldati hanno perso coraggio e alcuni hanno disertato”, aveva detto il principe saudita. Con la nuova campagna Riyadh sostiene di voler condurre “operazioni antiterrorismo” in Yemen cercando una ‘soluzione politica’, continuando il blocco navale e bombardando le posizioni dell’esercito yemenita e di Ansarullah. Intanto secondo il sito Qabar, l’ex-principe ereditario saudita Muqrin bin Abdulaziz sarebbe stato arrestato dopo che re Salman bin Abdulaziz l’aveva sostituito con Muhamad bin Nayaf, ministro degli Interni. All’inizio di maggio 2015, vi sarebbe stato un tentativo di assassinare il re saudita, portando all’arresto di Muqrin bin Abdulaziz e all’esecuzione del capo del protocollo della corte e dei suoi sostituti. Secondo fonti irachene, tra 4000 e 10000 effettivi sauditi dell’esercito e della Guardia nazionale avrebbero abbandonato le basi presso la frontiera con lo Yemen, “secondo l’intelligence occidentale, i militari sauditi hanno abbandonato basi, centri comando e posti di blocco presso il confine con lo Yemen“.041411130444k6fxb67Il 26 marzo, poche ore dopo l’attacco saudita allo Yemen, l’aeronautica yemenita non aderiva totalmente all’appello di Ansarullah, dato che la maggior parte del personale rifiutava di prenderne gli ordini; inoltre la manutenzione dei velivoli era interrotta dal rovesciamento di Salah nel 2012. Quindi, nel marzo 2015 l’aeronautica yemenita (YAF) era in una situazione caotica con la maggior parte del personale che aveva disertato e i velivoli privi di manutenzione, impedendole d’intervenire nel conflitto. Nei primi attacchi aerei sauditi contro le strutture della base aerea di al-Daylami furono distrutti 1 velivolo cargo CN-235-300M, 1 velivolo da collegamento Beechcraft Super King Air, 1 elicottero AB-412 e 1 elicottero UH-1H. Tuttavia, i 10 caccia MiG-29 dispersi intorno la base o negli hangar corazzati, non furono colpiti così come una pista di 2500m che avrebbe potuto essere utilizzata dalla YAF. Il 15 aprile 2015 i sauditi avrebbero distrutto 2 cacciabombardieri Su-22 e 1 caccia F-5 parcheggiati all’aperto di al-Daylami, e il 4 maggio 1 aereo da trasporto Il-76TD yemenita veniva distrutto al Sana International Airport.
L’aeronautica yemenita, sulla carta, disporrebbe di:
18 caccia multiruolo Mikojan MiG-29SMT e 4 MiG-29UBT
40 caccia intercettori Mikojan MiG-21bis/MF e 12 MiG-21U/UM
6 caccia Northrop F-5E e 2 F-5F
34 cacciabombardieri Sukhoj Su-22M/M-2/M-4 e 3 Su-22UM-3K
2 velivoli da trasporto Iljushin Il-76
1 velivolo cargo Antonov An-12BP
2 velivoli cargo Lockheed C-130H Hercules
2 velivoli cargo Antonov An-24RV
5 velivoli cargo Antonov An-26
2 aerei di linea Jakovlev Jak-40
22 aerei d’addestramento Aero L-39 Albatros
14 aerei d’addestramento Jakovlev Jak-11
12 aerei d’addestramento Zlin Z-142
12 aerei d’addestramento SB-7L-360 Seeker
12 elicotteri d’attacco Mil Mi-24D/F
15 elicotteri d’assalto Mil Mi-171Sh, 10 Mil Mi-8T
2 elicotteri antisom Mil Mi-14
2 elicotteri Agusta-Bell AB204B, 4 Agusta-Bell AB206B, 2 Agusta-Bell AB212 Twin Huey, 2 Agusta-Bell AB214
3 elicotteri Bell UH-1H-II Huey II
2 aerei da ricognizione Cessna 208N-ISR Caravan
3 aerei da ricognizione Beechcraft Super King Air-350ER
12 UAV Boeing ScanEagle
La difesa aerea yemenita disporrebbe di 1300 missili antiaerei obsoleti e privi di pezzi di ricambio (400 3M9/2K12, 300 Strela-1, 216 V-75/S-75, 100 5V27/S-125, 460 Strela-2). I sauditi avrebbero distrutto un sistema S-75, 1 S-125 e 1 2K12 Kub. Le basi aeree sono l’aeroporto internazionale di Aden, le basi di al-Anad, al-Ghaydah con 21 hangar, al-Ataq, al-Hudaydah con 27 hangar, Riyan, Sana con 53 hangar, Taiz Ganad, Sayun e Sada.
CBlL9q9VEAAeAiT_risultatoQuando il 17 aprile, al-Qaida nella penisola araba occupò Muqala, capitale della provincia di Hadramaut, la città era difesa dalla 27.ma Brigata di fanteria comandata da Muhamad Ali Muhsan, comandante della regione militare orientale comprendente i governatorati di Hadramaut e al-Mahra. Ali Muhsan era fuggito in Arabia Saudita, essendo un aderente alla Fratellanza Musulmana yemenita, Islah, sostenuta dai sauditi. Su ordine di Ryadh, Ali Muhsan sabotò qualsiasi resistenza all’occupazione di al-Qaida che, dopo aver occupato aeroporto, edifici governativi e raffineria di al-Muqala, iniziava a farsi chiamare “Comitato popolare dei Figli dell’Hadhramaut”. L’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, Adil al-Jubayr, affermava che l’Arabia Saudita inviava armi proprio ai cosiddetti “comitati popolari” yemeniti che combattevano gli sciiti zayditi e soprattutto Asarullah, che Ryadh qualifica come “gruppo estremista”.
Il 23 aprile, un aereo di linea iraniano carico di aiuti umanitari, diretto a Sana, veniva dirottato da caccia sauditi prima di entrare nello spazio aereo yemenita. Il Viceministro degli Esteri iraniano per gli affari arabi e africani, Hossein Amir Abdollahian, sottolineava che l’invio di aiuti umanitari nello Yemen era una priorità di Teheran. Il vicedirettore per gli affari internazionali e umanitari della Mezzaluna Rossa Iraniana (IRCS), Shahabeddin Mohammadi Araqi, dichiarava “siamo pronti a inviare aiuti umanitari nello Yemen, ma purtroppo l’Arabia Saudita l’impedisce. Siamo in contatto con la Mezzaluna Rossa e il Ministero della Salute dello Yemen, che hanno indicato la necessità di nuovi invii“. L’Iran aveva già inviato 69 tonnellate di aiuti medici e beni di consumo. All’inizio di aprile, il Capo della Mezzaluna Rossa yemenita Muhamad Ahmad al-Qabab, in una lettera all’omologo iraniano Seyed Amir Mohsen Ziayee, aveva ringraziato l’Iran per gli aiuti umanitari e medici. L’Iran aveva sottolineato che alimentando il settarismo nei Paesi musulmani si favorivano solo gli interessi delle potenze egemoni e del regime sionista d’Israele, mentre Teheran faceva del suo meglio per preparare il terreno a una soluzione pacifica delle controversie tra Stati mediorientali, ed intensificava gli sforzi per mediare i colloqui tra i diversi gruppi yemeniti per stabilire la pace e avviando una proposta d’iniziativa di pace per lo Yemen al segretario generale delle Nazioni Unite. Secondo l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite, gli sfollati per la guerra erano 150000, almeno 1080 persone erano state uccise, tra cui 115 bambini, e altre 4352 erano state ferite, tra il 19 marzo e il 20 aprile. Inoltre 4,8 milioni di persone soffrivano per la penuria di alimenti.
Il 25 aprile, i sauditi bombardavano Sana, Aden, Sada e Hija, mentre negli scontri tra l’esercito yemenita e le milizie filo-saudite a Lahij, Abyan e Adhali rimavano uccisi 50 miliziani filo-sauditi e di al-Qaida. Negli scontri a Marib, l’esercito yemenita assediava le roccaforti delle forze filo-saudite. Navi da guerra saudite bombardavano la città di al-Muala, nella provincia di Aden, dopo che l’esercito yemenita e Ansarullah avevano sconfitto le locali forze filo-saudite. Ansarullah avanzava su Ataq, nella provincia di Shabwah, catturando grandi quantitativi di armi e infliggendo gravi perdite alle forze filo-saudite. Il 15 aprile, i combattenti popolari yemeniti sequestravano un enorme carico di armi paracadutato dai sauditi nella provincia di Marib, e un altro carico di armi paracadutato dai sauditi nella provincia di Lahij, veniva catturato da Ansarullah. Il 26 aprile i sauditi bombardavano Safra, provincia di Sada, uccidendo 4 persone, e Taiz, colpendo una scuola. Inoltre i sauditi bombardavano Sahar, Faj Atan, al-Nahdin, Sana, Ludar, nella provincia di Abyan, Marib, uccidendo altre 4 persone, e Aden. Il 29 aprile l’esercito yemenita e le forze popolari eliminavano 20 terroristi di al-Qaida respingendone l’attacco sull’aeroporto di Aden, mentre l’esercito yemenita eliminava ad al-Atif una base di al-Qaida e una di al-Islah. Ansarullah eliminava un’altra base di al-Qaida nel governatorato di Marib. I sauditi bombardavano l’aeroporto di Hudaydah, il quartiere orientale di Qurmaqsar ad Aden e la città di Harat.
t1_8Il 1° maggio, gli aerei sauditi bombardavano un ospedale e un campo medico, nel sud-ovest dello Yemen, uccidendo almeno 58 civili e ferendone almeno 67. Gli Stati Uniti ampliavano il supporto dell’intelligence all’Arabia Saudita nelle operazioni contro lo Yemen. “Cerchiamo di fargli avere una migliore visione del campo di battaglia e dell’avanzata delle forze huthi”. Affermava un ufficiale dell’intelligence statunitense. Gli aerei sauditi avevano anche bombardato due autocarri carichi di cibo presso Sada, oltre ad effettuare altri attacchi, il 2 maggio, presso Malahidh, vicino al confine saudita, e nel Wadi Lyah. Il 4 maggio l’esercito yemenita entrava nel quartiere al-Tawahi di Aden mentre combattenti tribali yemeniti attaccavano otto postazioni militari saudite a Jazan e Najran, eliminando 5 soldati sauditi. Aerei sauditi bombardavano Sahar, presso Sada con 50 missili, mentre l’artiglieria saudita bombardava Dhahar, sempre nella provincia di Sada, e Harad, nella provincia di Hajah, causando 43 morti e 140 feriti tra i civili. Le truppe saudite si ritiravano dalla provincia di Jizan dopo seri scontri con truppe tribali yemenite che occupavano quattro postazioni dell’esercito saudita. Ansarullah attaccava le posizioni dei miliziani filo-sauditi a Dar al-Sad e al-Tawahi, ad Aden, distruggendo diversi autoveicoli e catturando un deposito di armi dei filo-sauditi. In precedenza un gruppo di 50 militari sauditi sbarcava ad Aden con compiti di coordinamento tra l’esercito saudita e le milizie filo-saudite, per occupare l’aeroporto locale, la missione però falliva. Infine, un’imbarcazione della Marina saudita sarebbe stata catturata al largo di Aden, mentre i sauditi bombardavano il quartiere Jazirat al-Umal di Aden. Il 5 maggio, mentre i sauditi bombardavano la base aerea di al-Anad, nella provincia di Lahij, distruggendo la pista dell’aeroporto, l’esercito yemenita liberava i quartieri Dar Sad al-Bariqa e al-Tawahi di Aden, eliminando diversi miliziani filo-sauditi, tra cui il generale Ali Nasir Hadi. Il 7 maggio, gli yemeniti abbattevano un elicottero d’attacco AH-64 Apache saudita, ad al-Baqa, nella provincia di Sada. Le truppe tribali yemenite catturavano 60 soldati sauditi ad Ahad al-Masariha, nella provincia saudita di Jizan, dopo uno scontro a fuoco di 3 ore. Inoltre, gli yemeniti sequestravano anche 22 Hummer, 17 jeep, armi e munizioni. Il 9, 10 e 11 maggio i sauditi lanciavano 140 attacchi aerei sullo Yemen durante i quali 1 caccia F-16 marocchino veniva abbattuto dalla difesa yemenita nel Wadi Nushur, provincia di Sada, “Uno degli F-16 della Forza Armata Reale (FAR) a disposizione della coalizione guidata dall’Arabia Saudita per ristabilire la legittimità nello Yemen, è scomparso il 10 maggio alle 18:00 ora locale“, dichiarava la FAR. Il 12 maggio, secondo la TV araba al-Mayadin, gli impianti petroliferi dell’Aramco, a Zahran Asir, nell’Arabia Saudita meridionale, venivano bombardati e incendiati dalle forze tribali dello Yemen.
Il ministro della Difesa malese Datukseri Hishammuddin Hussein e il comandante delle Forze Armate della Malaysia, Generale Tansri Zulkifeli Mohdzin, smentivano la notizie secondo cui la Malaysia aderiva alla coalizione saudita contro lo Yemen, affermando che le truppe malesi in Arabia Saudita erano presenti per evacuare i civili malesi e non per partecipare all’aggressione contro lo Yemen, “2 aerei da trasporto C-130 della Royal Malaysian Air Force saranno posizionati presso la Forward Operating Base (FOB) della Prince Sultan Air Base (PSAB) di Riyadh, Arabia Saudita. La FOB è stata istituita quale ‘piattaforma’ per avviare l’evacuazione dei nostri cittadini, per farli rientrare al sicuro in Malesia“.
CELMMTjUUAAiW4M Il 19 maggio aerei sauditi bombardavano Sada e Sana, provocando decine di morti e feriti tra i civili. Il 21 maggio 18 soldati sauditi venivano eliminati al confine con lo Yemen, a Tal Tuwan, nel corso di un attacco di Ansarullah, che ne occupava anche la caserma. Il 22 maggio, nella provincia di Raymah, i bombardamenti sauditi uccidevano cinque civili e altri tre civili ad al-Hudaydah, mentre nella regione saudita di al-Tawal le milizie tribali yemenite bombardavano le postazioni e un deposito dell’esercito saudita. Il 23 maggio, a Bani Harith, le truppe yemenite abbattevano 1 cacciabombardiere F-15S saudita. Un altro velivolo saudita veniva abbattuto a Qataf, provincia di Sada. Numerosi militari sauditi abbandonavano le postazioni di frontiera e la base di Mazab all’avanzare dell’esercito yemenita, che occupava al-Qumri in Arabia Saudita e il jabal al-Arus nella provincia di Taiz, al confine saudita-yemenita. Il 25 maggio, nella città saudita di Jizan, si svolgeva una battaglia che portava alla distruzione di 4 blindati e all’eliminazione di 9 soldati sauditi da parte dell’artiglieria yemenita. Altri 3 mezzi sauditi furono distrutti a Tawliq, eliminando 10 soldati sauditi. Negli attacchi aerei sauditi a Taiz e Haja venivano uccisi 15 civili. Il 26 maggio, l’Arabia Saudita ritira le truppe a 20km dal confine yemenita, “fino all’arrivo di rinforzi e nuovi equipaggiamenti”. Tale decisione veniva presa dopo diverse settimane di intensi combattimenti con l’esercito e le forze popolari yemeniti che avevano catturato diverse postazioni e strutture militari in territorio saudita. Gli yemeniti controllavano otto postazioni nella regione meridionale dell’Arabia Saudita e avevano attaccato il comando della 7.ma Divisione dell’esercito saudita, saccheggiando grandi quantità di munizioni. L’esercito e le forze popolari dello Yemen avevano distrutto 2 blindati sauditi nella base di al-Shobhah, nel Dhahran al-Junub in Arabia Saudita e 1 blindato a Taqyah, e colpito con i mortai le posizioni militari saudite di al-Radif. Le forze di sicurezza yemenite arrestavano anche le 40 guardie dell’ambasciata saudita a Sana, che prendevano sotto controllo.
Il 30 maggio, gli attacchi aerei sauditi uccidevano 23 civili a Qitaf, provincia di Sada. Il 26 maggio altre 39 persone furono uccise dagli attacchi aerei sauditi su Aden, Sana, Hajah, Ib e al-Hudaydah. Il 5 giugno diversi soldati sauditi a bordo di un autoveicolo furono eliminati con una bomba posta lungo la strada per la base militare di Tuwaylaq, nel Jizan saudita. L’azione avveniva poco dopo che i comitati popolari yemeniti avevano occupato la base. L’esercito yemenita, i comitati popolari e Ansarullah bombardavano il sistema di comunicazione della base militare di Mazhaf, sempre nella regione saudita di Jizan. Inoltre oltre 30 razzi colpivano le postazioni militari saudite di Zahran, nella regione saudita di Asir, eliminando 2 soldati sauditi. Nel frattempo le incursioni aeree saudite facevano sei vittime a Sana. Il 6 giugno, l’esercito yemenita lanciava dalla zona di Sada 3 missili Kometa contro la base aerea saudita “Principe Qalid bin Abdulaziz” di Qamis al-Mushayt, nel sud-ovest del regno. Il comandante della Royal Saudi Air Force, tenente-generale Muhamad Ahmad al-Shalan, sarebbe deceduto nell’attacco missilistico yemenita. “Questo passo è un avviso ai criminali aggressori sauditi-statunitensi contro il popolo yemenita, per la loro brutalità inaudita“, dichiaravano i responsabili politici di Ansarullah, che inviava una delegazione a Muscat per contatti con diplomatici degli Stati Uniti, e una a Mosca su invito del Ministero degli Esteri russo. Inoltre le forze popolari yemenite bombardavano con 80 razzi le postazioni saudite a Jizan e Najran, nel distretto di Tuwaylaq, eliminando almeno 4 soldati sauditi, mentre l’esercito yemenita lanciava 5 missili contro la raffineria saudita dell’Aramco che produce un ottavo dei barili di petrolio di tutto il mondo, e altri 13 missili contro la base militare saudita di Dhahran al-Asha. Le azioni avvenivano dopo che aerei sauditi avevano bombardato Bani Sayah e Sahar nella provincia di Sada, uccidendo oltre 70 civili, altri 11 civili nelle province di Shabwa e Hajah e tre a Sada. Il 7 giugno i raid sauditi colpivano il quartier generale dell’esercito a Sana, uccidendo almeno 45 persone, compresi 20 civili. Altri quattro civili furono uccisi e 20 feriti nel bombardamento di Taiz. Le forze yemenite bombardavano le basi militari saudite di Ayn al-Harah, Malhamah e al-Sharafa, e le posizioni saudite sul jabal al-Duqan, a sud di Jizan.KhamizMushaitUn ufficiale saudita, prigioniero del movimento Ansarullah, confessava che l’intelligence saudita “ha chiesto ai pirati somali di contrabbandare armi ai terroristi nello Yemen e compiervi azioni terroristiche“, riferiva Isa Walad Hasan al-Umri di Ansarullah, “l’Arabia Saudita ha fornito ai pirati intelligence militare e geografica per organizzare attacchi terroristici, tra cui un’esplosione presso l’Università di Sana“. Ryadh organizzava anche il contrabbando di armi e munizioni nello Yemen per i terroristi di al-Qaida operanti nello Yemen contro Ansarullah. 16 autocarri carichi di armi e munizioni, destinate ai terroristi di al-Qaida, erano entrati nello Yemen dal valico di Wadia, nella provincia yemenita di Hadramaut.JizanNote:
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