La situazione militare in Ucraina-Novorossija

L’ecatombe della vergogna e della giustizia… Le perdite dell’esercito ucraino in un anno
Erwan Castel, Alawata647117_1000La legge della guerra è implacabile e il bilancio provvisorio dell’operazione speciale in questa guerra asimmetrica, lanciata dai nuovi padroni di Kiev, è definitivo! Nonostante una superiorità numerica schiacciante e strutture e servizi logistici, finanziari e d’intelligence statali a sua disposizione, l’esercito di Kiev ha subito sconfitte e rovesci tattici sempre più importanti da quando le repubbliche del Donbas sono maturate ed organizzate… L’unica “avanzata” delle forze governative di Kiev, dall’avvio dell’operazione speciale, fu la ritirata tattica delle milizie repubblicane dai settori isolati di Slavjansk e Severodonetsk. Le perdite dopo circa un anno di attività sono inversamente proporzionali alle forze, diversi fattori spiegano tale incredibile risultato con le milizie popolari improvvisate e locali divenire, in battaglia, le Forze Armate della Nuova Russia.

Demotivazione delle forze di Kiev
Dall’inizio delle operazioni ad aprile, a Slavjansk e Kramatorsk, la riluttanza dei soldati appariva, anche nelle unità dei paracadutisti. La riluttanza ad attaccare la popolazione* si espresse sotto forma di insubordinazione, ammutinamento, diserzione e passaggio con armi e veicoli ai federalisti e separatisti… Questi atteggiamenti si amplificarono con la radicalizzazione delle lotte estendendosi al cuore delle popolazioni colpite dagli ordini di mobilitazione successivi e sempre più impopolari, mentre sempre più bare tornavano alle famiglie*. Le unità ucraine spesso si reclutano regionalmente, in modo che battaglioni completi siano formati da soldati della stessa regione e posizionati nelle loro città.

Incompetenza del comando ucraino
Fin dall’inizio il comando dell’operazione speciale non fu affidato al ministro della Difesa ma al ministero degli Interni, svolgendo azioni offensive del tutto sproporzionate contro il popolo inerme del Donbas, che vedeva carri armati e aerei da combattimento schierati contro barricate di pneumatici e fucili da caccia. A poco a poco l’operazione diventava una guerra moderna con continui duelli d’artiglieria e occasionali attacchi armati, comportando il significativo radicamento del sistema repubblicano. Gli ucraini rivelarono assenza di autorità e coordinamento delle loro varie forze, assenza di adattamento a terreno e situazione, e soprattutto incapacità d’imparare dalle sconfitte. Ad esempio, invece di sfruttare i salienti creati, il comando ucraino non sapeva assicurarne la logistica, né proteggere con una copertura aerea i corpi corazzati accerchiati uno dopo l’altro lungo il confine con la Russia, a Ilovajsk, e poi a Debaltsevo. In totale, più di 10000 ucraini scomparvero in tali sacche ostinatamente e stupidamente ripetute ad ogni cambio sul fronte…

Disprezzo dei soldati
Fin dall’inizio le truppe ucraine furono brutali verso la popolazione del Donbas, a loro subendo rapidamente il disprezzo della leadership politica e militare: senza attrezzature, scarsa logistica, permanenza forzata sul fronte, taglio di comunicazioni ed informazioni con le famiglie, sacrificio delle unità circondate, ecc… Le perdite subite da Kiev vengono ancora nascoste, con tombe frettolosamente scavate nelle retrovie e cremazioni notturne osservate negli obitori degli ospedali affollati di Dnepropetrovsk e Kharkov. Anche il comportamento incoerente, ripetendo gli errori strategici, sembra motivato da una duplice politica, purgare l’esercito dagli elementi non acquisiti all’ideologia xenofoba e russofoba di Kiev e suscitare con tale catastrofismo gli aiuti militari degli USA. Oggi l’esercito ucraino si basa su battaglioni speciali politicizzati e mercenari della NATO. Ciascuno di tali fattori è ancora più evidente nelle conseguenze contrarie nella Nuova Russia, dove le giovani repubbliche di Donetsk e Lugansk sono motivate e, contro ogni pronostico, dimostrano di adattarsi con velocità e costanza. In pochi mesi, le Forze Armate della Nuova Russia hanno capitalizzato politicamente le vittorie militari ed ampliato le unità di volontari sia quantitativamente che qualitativamente.

929af96eff55bfb1afdcb6c83cfcb93bPerdite dell’esercito ucraino nel Donbas dal 3 aprile 2014 al 15 febbraio 2015
Max Linnik

Uccisi: 26018 militari, militari e paramilitari ucraini
– 3829 attivisti di “Pravij Sektor” nella Guardia Nazionale, così come 30 battaglioni speciali dei mercenari dell’oligarca Igor Kolomojskij Dnipro, Azov e Ajdar. Secondo i dati dell’operazione i cadaveri furono trasferiti e distrutti nel crematorio di Dnepropetrovsk o sepolti e dispersi al fronte.
– 14562 soldati delle unità regolari ucraine (per lo più 25.ma Brigata aeroportata Dnepropetrovsk, 95.ma Brigata aeroportata Zhitomir, 24.ma Brigata motorizzata Lvov, 79.ma Brigata aeroportata, 51.ma Brigata meccanizzata, 24.ma Brigata meccanizzata Javorov, 72.ma Brigata meccanizzata indipendente, Brigata dell’Intelligence Kremenchug e altre unità dell’esercito ucraino provenienti soprattutto da stazionamenti in Ucraina occidentale).
– 4923 membri della “Guardia Nazionale” del MUP;
– 381 membri del SBU ucraino;
– 249 membri del Servizio di Stato della Guardia di frontiera dell’Ucraina;
– 88 membri delle forze speciali di CIA, FBI, DIA;
– 1037 mercenari della ASBS Othago (139 tra il 22 aprile a il 13 luglio 2014), dell’Academi (fino al 2009 Blackwater) e della “figlia” Greystone limited (125 dal 22 aprile al 13 luglio 2014), da Canada, Germania, Gran Bretagna, Lituania, Estonia, Italia, Svezia, Turchia, Repubblica Ceca, Finlandia, Africa, Paesi arabi e altri Paesi;
– 1781 membri di altre forze armate ucraine.
Feriti: 54804 effettivi di FAU, ministero degli Interni, Guardia nazionale, battaglioni di “Pravij Sektor“, SBU, polizia…
Esempio: 25 febbraio 2015, il rappresentante della Repubblica Popolare di Donetsk Vladislav Briga indicava il numero esatto di materiali catturati dalla milizia nella sacca di Debaltsevo:
Carri armati: 187; BMP, BMD e BTR: 124; Artiglieria semovente e trainata: 120; Lanciarazzi multipli: 24; Mortai: 278; Autocarri: 139; Veicoli comando: 43; Radar e stazioni di comunicazione: 46;
5 febbraio, Debaltsevo (comunicato di Basurin del Ministero della Difesa di Donetsk) “Fin dall’inizio della ripresa delle ostilità attive (28 giorni), il nemico ha perso: 3 aeromobili, 1 elicottero, 196 carri armati, 170 veicoli da combattimento della fanteria, veicoli blindati e MTLB, 192 cannoni, 117 veicoli e 2649 soldati morti e 60 catturati“.
12000 morti, 19000 feriti e quasi 5000 dispersi. Questi sono, secondo indiscrezioni della riunione a porte chiuse del SnBu, le perdite effettive dei servizi di sicurezza ucraini nella spedizione punitiva nel sud-est e confermate dai pirati informatici di CyberBerkut.
Catturati, dispersi o segnalati assenti:
SBU – 524 elementi
Guardia Nazionale – 2009 (dal luglio 2014)
Soldati – 3572 (dal luglio 2014)
Mercenari stranieri – 537 persone
altri – 1352
Circa 13900 disertori.
Dal 2 maggio al 5 settembre le perdite furono di 47103 elementi. Si tratta di morti, feriti, catturati, dispersi e disertori. Le perdite delle compagnie di mercenari erano pari a 560 elementi.

Riferimenti:
razbitye_bmp_vsu_logvinovo Questi fattori furono i principali motivi della sconfitta totale della spedizione punitiva; nei quattro mesi di combattimenti nel Donbas, le truppe della junta, secondo la RPD, persero 43000 effettivi, di cui 27888 uccisi o feriti, 13500 disertori o dispersi. Le maggiori perdite furono di Pravij Sektor con oltre 7000 morti e feriti, dei battaglioni Dnipro, Donbass, Chernigov, Ajdar, Azov, Kherson e altri della Guardia Nazionale ucraina con 6168 tra morti e feriti; 115 del SBU; 460 mercenari stranieri, soprattutto polacchi della ASBS Othago (194) e statunitensi dell’Academi (160); 14889 soldati delle FAU; 25 statunitensi di FBI e CIA.
In quei quattro mesi Kiev perse: 43 aeromobili (inclusi Su-25 polacchi e croati), 22 elicotteri, 6 droni, 448 carri armati, 827 blindati, veicoli da combattimento della fanteria e BMD, 37 Grad, 19 Uragan e circa 100 cannoni di vario calibro, tra cui 40 mortai, così come centinaia di autoveicoli, secondo l’ufficio della RPD. I dati dello Stato Maggiore della RPD (gennaio 2015): “le perdite generali ucraine nella zona dell’aeroporto e zone circostanti sono 597 militari ucraini morti, parlando dei corpi trovati in prossimità dell’aeroporto e di Peski. 44 i prigionieri“, aveva detto ai giornalisti Basurin. La maggior parte proveniva dai battaglioni Dnipro, Donbass, Chernigov, Ajdar, Azov, Kherson e altri della Guardia nazionale ucraina, che persero tra morti e feriti 6168 persone, 115 del SBU e 460 mercenari stranieri, soprattutto 194 polacchi dell’ASBS Othago e 160 statunitensi dell’Academi; le perdite delle FAU erano pari a 14889 soldati. 25 i dipendenti di FBI e CIA uccisi. In quattro mesi Kiev perse 43 aerei (compresi Su-25 polacchi e croati), 22 elicotteri, 6 droni. La milizia distrusse 448 carri armati, 827 blindati, veicoli da combattimento di fanteria e BMD, 37 Grad, 19 Uragan, circa 100 cannoni di vario calibro, tra cui 40 mortai, e centinaia di autoveicoli, secondo l’ufficio della RPD.
Mezzi persi (compresi catturati e danneggiati)
27 elicotteri (Mi-24 e Mi-8)
Mi-24: 6 distrutti e 8 danneggiati, 14.
Mi-8: 7 distrutti e 6 danneggiati, 13.
43 aerei (MiG-29, Su-27, Su-25, Su-24, An-26, An-30 e Il-76)
Su-25: 20 catturati e 12 distrutti, 32.
Su-27: 1 unità.
Su-24: 2 distrutti e 1 danneggiato, 3.
MiG-29: 2 distrutti.
3 An-30 (ricognizione), 1 Il-76 e 1 An-26 (cargo) distrutti.
UAV: 16 distrutti.
Automezzi: 706 al 18 febbraio 2015, (6 Hummer, 11 GAZ-66, 69 Ural, 47 Kamaz, 4 Zil-131, 1 KrAZ, 80 trattori MTLB, 516 carri armati T-64 e altri, 2 carri armati Bulat catturati, 1 carro armato Leopard, 385 BTR, 7 BTR Bucefalo, 2 BTR-4E, 270 BMP-1 e BMP-2, 52 BMD, 18 BRDM, 96 MLRS BM-21 Grad, 14 MLRS Smerch (9K58), 17 MLRS Uragan (9P140), 9 mortai semoventi da 240mm Tjulip,
11 cannoni semoventi da 152mm 2S3 Akatsja, 1 SAU-152 Elizaveta, 26 2S9 Nona, 50 SAU 2S1 Godvizka, 9 cannoni semoventi da 152mm 2S30 Msta-S, 6 obice trainati 2A65 Msta-B da 152mm, 21 SAU Pjon, 111 mortai da 120mm, 45 mortai da 82mm, 91 obici D-30, 23 cannoni antiaerei (ZU-23-2), 3 ATGM Konkurs, 34 cannoni anticarro MT-12 da 100mmm Rapira, 2 imbarcazioni, 2 cannoni semoventi da 152mm Gjatsint, 2 FROG, 2 missili tattici Tochka-U, 17 depositi di munizioni, armi e carburante.

Mezzi catturati
In totale, dal 20 giugno al 15 agosto 2014, durante l’operazione punitiva, secondo quanto riporta l’esercito stesso, la milizia aveva catturato all’esercito ucraino: 65 T-64, 69 BMP, 39 BTR, 2 BRDM, 9 BMD, 24 MLRS BM-21 Grad, 2 MLRS Uragan, 2 2S4 Tjulip, 6 2S9 Nona, 25 2S1 Godvizka, 10 D-30, 2 mortai da 82mm, 18 ZU-23-2, 124 autoveicoli.
Non inclusi nelle perdite (informazioni non confermate):
2 maggio 2014 – 2 Mi-17 (Mi-8MTV) con mercenari stranieri a bordo, presumibilmente colpiti al momento dello sbarco o a bassa quota con ATGM o RPG. (sono le perdite più misteriose, informazioni divulgate solo da siti esteri).
22 luglio 2014 – Su-25 abbattuto su Perevalsk, il pilota non era sopravvissuto.
22 luglio 2014 – Su-25 su Zorinsk e Krasnij Luch.
23 luglio 2014 – Su-25 abbattuto nei pressi di Pervomajsk.
30 luglio 2014 – informazioni su un aereo colpito a Khartsyzsk.
4 agosto 2014 – elicottero abbattuto su Vasilevka.
9 agosto 2014 – Su-25 abbattuto su Krasnij Luch, pilota ucciso.
15 agosto 2014 – messaggio di Ajdar su un elicottero colpito, forse un Mi-8.
17 agosto 2014 – Su-25 colpito da MANPADS su Krasnodon.

528726_1000Mobilitazione ucraina
La mobilitazione in Ucraina non funzionava secondo Jurij Birjukov, consigliere di Poroshenko, auspicando un “nuovo concetto nella selezione dei soldati per le forze armate“; nel frattempo Kiev sperava di creare nuove unità oltre alla 25.ma Brigata aeroportata da ricostituire: 11 brigate, 4 reggimenti, 80 battaglioni e 16 compagnie, tra cui 7 nuove unità di fanteria dotate di BTR-3E, BTR-4E e BTR-80: 10.mo Reggimento di fanteria di montagna (Chervontsij); 14.ma Brigata motorizzata (Vladimir-Volinskij); 53.ma Brigata motorizzata (Novaja Lumbirka); 54.ma Brigata motorizzata (Artjomovsk); 57.ma Brigata motorizzata (Kirovograd); 58.ma Brigata motorizzata (Kontop); 59.ma Brigata motorizzata (Vinnitsa). 3 unità di artiglieria: 40.ma e 43.ma Brigata d’artiglieria (Devichkij) e 44.ma Brigata d’artiglieria (Lvov) e anche 4 unità speciali: 81.ma Brigata paracadutisti (Konstantinovka); 129.mo Reggimento ricognizione (Marjupol); 130.mo e 136.mo Reggimento ricognizione (Rovno). Le unità di Marjupol, Konstantinovka e Artjomovsk essendo oramai troppo deboli per la prima linea, venivano integrate in “nuove” brigate o “reggimenti”. Infine diverse unità erano completamente scomparse: 17.ma Brigata corazzata; 128.ma Brigata fanteria di montagna; 55.ma Brigata d’artiglieria; 79.ma Brigata aeroportata; 3.zo e 8.vo Reggimento forze speciali; 95.ma Brigata; 93.ma Brigata, 13.mo, 24.mo, 25.no e 40.mo Battaglione della Guardia nazionale; Battaglione Donbass e un’altra dozzina di “battaglioni territoriali”. Infine, a Pravij Sektor veniva intimato di ritirare i propri battaglioni dalle zone operative nel Donbas, se non si sottoponevano al comando dell’esercito ucraino. Ciò avveniva dopo la resa di Kolomojskij a Poroshenko, imponendo un ultimatum agli squadroni della morte di Pravij Sektor, a cui “non si può disobbedire“. Kolomojskij finanziava i nazibattaglioni Azov, Ajdar, Donbass, Dnipro-1 e Dnipro-2, i 3 battaglioni islamisti ceceni e il battaglione dell’OUN. Nell’arco di una settimana, il tentativo dei neonazisti di Pravij Sektor d’imporre il loro duce Jarosh allo Stato Maggiore dell’esercito ucraino svaniva nella nuvola dell’umiliazione inflitta dai medesimi militari, che ora si vendicavano delle umiliazioni subite in precedenza da Pravij Sektor. L’ordine di Poroshenko non riguardava il reggimento ‘Azov‘ e le altre formazioni della Guardia nazionale. Poroshenko, sfruttando la resa di Kolomojskij, s’imponeva su tutti gli eventuali rivali, e il peso del SBU diveniva ancor grande nell’Ucraina di Poroshenko, con Nalivajchenko, capo del SBU, che prometteva “una nuova fase dell’operazione contro il terrorismo nella regione di Odessa, con una pulizia accurata“. Nel frattempo, il SBU lanciava un’operazione contro Dnipro-1, il cui miliziano Denis Gordeev, anche membro di Pravij Sektor, aveva assassinato un suo agente. Tutto ciò nonostante Kolomojskij avesse speso per gli 800 mercenari del nazibattaglione Dnipro-1, comandato da Jurij Bereza, qualcosa come 10 milioni di dollari, o avesse donato ai 1000 mercenari di Andrej Biletskij, del nazibattaglione Azov, blindati KrAZ, BTR-3E e BTR-4E, equipaggiamenti individuali e reclutato diversi “volontari” esteri, come una ventina di ustascia croati. Nel frattempo, Poroshenko offriva al ducetto di Pravij Sektor, Dmitrij Jarosh, una posizione al ministero della Difesa, “Posso confermare che Dmitrij Jarosh ha ricevuto una proposta del presidente per una carica al ministero della Difesa. Sarei molto contento se Jarosh iniziasse a lavorare nell’amministrazione statale. Dirò di più: vedo che è molto annoiato alla Rada ed è stato ferito in battaglia. Sarei molto lieto di creare, insieme a Jarosh, l’Unione dei volontari per la Difesa dell’Ucraina sulla base dei sistemi estone, finlandese e svizzero” annunciava Anton Gerashenko, consulente di Poroshenko. Intanto, mentre il 26 marzo arrivavano dagli USA 10 blindati Humvee presso l’aeroporto di Borispol, dove Poroshenko ringraziava l’incaricato d’affari degli Stati Uniti Bruce Donahue, l’aumento delle dimensioni dell’esercito, da 168000 all’inizio del 2014 a 250000 oggi, causava degli imprevisti… Il ministero della Difesa di Kiev annunciava che mancavano i 27 milioni di euro per alimentare i soldati!

E10jLhEMKBsNel frattempo, presso le FAN, il 1° Battaglione Slavjansk diveniva 1.ma Brigata di Fanteria Meccanizzata Slavjansk, formata con volontari dell’Armata ortodossa e diversi mezzi BRDM-2, BTR-80, T-72B1V ex-ucraini catturati nel saliente di Debaltsevo.

I novorussi pronti per l’offensiva a maggio
Jurasumij, PolitRussiaRussia Insider

Al momento nessuna delle due parti in Ucraina ha la forza di lanciare un’offensiva su larga scala. Alla fine di aprile, però, i ribelli avranno completato la formazione di numerose nuove unità. Operazioni di combattimento nel Donbas, quando, come, quanto sul serio? C’è molto da indovinare e speculare sull’argomento, e ancora più all’avvicinarsi delle vere operazioni.

V3QfCfmFPuEDal lato governativo
Sarebbe ingenuo e stupido aspettarsi operazioni offensive su larga scala da parte della junta nelle prossime settimane. La debacle di Debaltsevo non solo ha colpito il morale delle truppe, ha anche inflitto una colossale perdita di mezzi alle FAU (‘Forze armate dell’Ucraina’). La campagna invernale è costata più di un quarto di tutti i blindati e carri armati, e un sesto dell’artiglieria. La maggior parte di tali perdite è totale e irreversibile. Naturalmente, qualunque equipaggiamento danneggiato riparabile sarà già tornato in servizio, ma le perdite invernali non possono essere sostituite. Le unità delle FAU adottano nuove strutture organizzative: batterie di artiglieria con quattro pezzi, alcuni battaglioni non più meccanizzati ma semplicemente di fanteria, e le nuove unità sono designate fanteria da subito. Nessuno pretende che siano meccanizzate. La situazione dell’artiglieria è più o meno stabile, ma anche qui vi sono cambiamenti significativi. L’artiglieria è sempre più trainata, divenendo piuttosto vulnerabile in una guerra moderna. Inoltre, vi è carenza di cannoni trainati (ad esempio, degli obici Msta-B da 152mm). Le unità corazzate pronte al combattimento si riducono costantemente di numero. Il tempo in cui le FAU schieravano 10 battaglioni di carri armati completi e con equipaggi addestrati è finito. Le carenze erano già visibili nella campagna invernale. Unità con equipaggi da addestrare furono inviate al fronte per rafforzare la prima linea. Non vi è materiale e personale per creare nuove unità, non vi sono più nei depositi materiali disponibili. Tutto ciò che era utilizzabile è stato già inviato al fronte, e parte è andato perso in battaglia. I nuovi carri armati si contano sulle dita di una mano. Tutto ciò che viene pubblicizzato come nuovo in realtà vecchi carri armati revisionati, ce ne sono ancora 2000 disponibili. Tuttavia, non vi sono parti di ricambio, capacità industriale e… soldi per consentirne la produzione di massa. Pertanto, le FAU si concentrano su non più di 6-7 battaglioni carri, compresi i mezzi delle unità di addestramento. Formalmente ci sono 12-13 battaglioni carri armati, ma la loro forza è pari alla metà. Inoltre, il ritmo di costruzione dei mezzi indica che le FAU possono aggiungere al massimo un battaglione in due mesi, a condizione che non subiscano perdite. La situazione non è migliore con i blindati. Le consegne sono ritardate per ragioni banali e anche un po’ comiche. L’occidente, con le sanzioni alla Russia, introduce anche de facto il blocco militare-tecnico dell’Ucraina. Ci sono molti elementi di fondamentale importanza, in primo luogo i motori, che l’Ucraina non produce e non può ricevere dall’estero. I fornitori occidentali si rifiutano, portando al crollo di molti programmi importanti: le consegne dei veicoli Dozor-B non sono mai nemmeno cominciate, gli automezzi KRAZ per esigenze militari sono prodotti in poche decine al mese, anche se in teoria l’industria potrebbe costruirne centinaia, la produzione dei BTR è in ritardo per mancanza di pezzi di ricambio, assolutamente necessari per la riparazione dei mezzi danneggiati. Tali fattori hanno costretto la junta a privare della mobilità non solo le nuove unità, molte ancora da creare, ma anche le unità “meccanizzate” delle vecchie brigate. Non posso fare a meno di essere d’accordo con il caporedattore di Tsenzor.net, Jurij Butusov, che la scrematura parziale dei costosi mezzi pesanti per creare nuovi gruppi è più nociva che utile. Le nuove unità non saranno pronte prima dell’estate, e l’assenza di corazzati nelle vecchie unità ne ridurrà notevolmente le capacità offensive. Ma non è la fine dei problemi. La prima ondata della smobilitazione accelera. Kiev ha deciso di non rischiare di tenersi i soldati più anziani. Ciò tuttavia temporaneamente riduce la forza di prima linea sul fronte (solo 30-35000 truppe a gennaio). Non ci può essere alcun aumento della forza organica fino a quando i nuovi contingenti saranno addestrati (maggio-giugno), ed è anche discutibile se possano mantenere la forza attuale. Inoltre, i soldati esperti smobilitati saranno sostituiti da reclute spedite da tutta l’Ucraina.
Conclusione. Sono ancora del parere che la junta non condurrà operazioni offensive, non ne ha la capacità. Fino a maggio-giugno non potrà nemmeno mantenere gli effettivi delle forze, anche se non sono il fattore principale. La mancanza di mezzi e rifornimenti è ciò che realmente impedisce alla junta di schierare un raggruppamento militare considerevole. Inoltre, il numero di unità effettivamente pronte al combattimento declina dal luglio 2014. A quel tempo, la forza attiva era di 50mila effettivi, ora non più di 30mila. Il resto sono unità di supporto. Tuttavia, ci sono forze contrarie alla pace nel Donbas. La leadership di molte unità “volontarie” è consapevole che a lungo andare la pace significa la loro rapida morte (possibilmente anche in senso fisico). La guerra può prolungarne l’agonia e anche renderne l’esistenza utile ai loro burattinai. Non possono sprecare tale opportunità.

16I ribelli
Anche qui non tutto va bene riguardo i preparativi per le operazioni di combattimento. Tuttavia, i problemi sono diversi, la junta non può attaccare e il suo potenziale militare diminuisce ad ogni campagna, mentre le unità repubblicane non sono ancora pronte a condurre offensive su larga scala. Perché le FAN possono condurre una grande offensiva in estate, ma non in inverno? Per due ragioni. In estate, le unità FAU inaspettatamente finirono attaccate dalle unità del “Vento del nord”, intrappolate e decisamente sconfitte. D’inverno i giovani eserciti repubblicani dovettero penetrare difese ben preparate, inoltre fu deciso di non inviare in battaglia le forze del “Vento di Borea”, mentre il potenziale militare delle Forze Armate della Nuova Russia, FAN, non erano ancora pronte a un’offensiva su larga scala. La pianificazione della seconda campagna estiva prevede la formazione di numerose nuove unità delle FAN (5-7 nuove Brigate di fucilieri motorizzati, 2-3 battaglioni carri armati, nuove unità d’artiglieria), scopo della grande mobilitazione. Non solo gli effettivi aumentano, ma anche la loro potenza di fuoco, assieme ad artiglieria e forza corazzata. Ciò è possibile per la grande quantità di materiale catturato e il supporto tecnico della Russia. Creazione e addestramento delle nuove unità si concluderanno a fine aprile (o forse a maggio). A quel punto le FAN saranno chiaramente superiori alle FAU non solo tecnicamente ma anche numericamente, e se si considera l’assistenza passiva del “Vento di Borea” ai fronti secondari, questa superiorità sarà abbastanza percettibile.
Conclusione. Non bisogna aspettarsi grandi operazioni offensive delle FAN prima della fine di aprile. Inoltre, operazioni premature potrebbero ritardare la “smobilitazione” delle FAU. Naturalmente, ciò lascia ricognizione e preparazione al tiro attivi. Soprattutto dato che ciò richiede diverse settimane, a giudicare dall’esperienza delle battaglie invernali. Non mi aspetto operazioni offensive su larga scala, anche con obiettivi limitati (ad esempio, la liberazione di una città) nelle prossime settimane. Allo stesso tempo, la situazione continuerà a rendersi più tesa. Il caos nella junta (la lotta Poroshenko-Kolomojskij) può provocarne il collasso prematuro, ma anche allora sarebbe stupido per le FAN attaccare prima di raggiungere la piena disponibilità. Penso che il comando delle FAN non farà qualcosa di stupido. Inoltre, non ha bisogno di affrettarsi, la junta è sempre più debole ogni mese che passa.

Ukraine_867541aTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Yemen, un’altra guerra wahhabita-atlantista

Alessandro Lattanzio, 27 marzo 2015 CBDYxqRUkAEV4yCI media, sia ufficiali che ‘alternativi’, affermano che Ryadh avrebbe schierato 150000 soldati ai confini dello Yemen; ma le forze armate saudite contano 75000 militari nell’esercito; 34000 nell’aeronautica; 15500 nella marina e 100000 membri della Guardia nazionale saudita (contando 25000 riservisti mobilitabili in caso di emergenza), e ciò senza badare al fatto che le forze saudite devono presidiare i confini con Iraq, Giordania, Quwayt, Qatar e sorvegliare le regioni a maggioranza sciita dell’Arabia Saudita che si affacciano sul Golfo Persico, e ancora senza contare i militari e gli agenti dell’intelligence sauditi attivi in Siria e Iraq al fianco dei terroristi islamisti che sponsorizzano. Ma le cause dell’intervento aereo saudita nello Yemen, che va ricordato ha una popolazione superiore a quella dell’Arabia Saudita, vanno ricercate più che altro nel tentativo di Ryadh di sabotare un eventuale accordo Iran-USA sul programma elettronucleare di Tehran, che dovrebbe essere firmato entro il 31 marzo 2015. Tale indizio potrebbe svelare anche la vera natura del crollo dei prezzi mondiali del petrolio, istigato da Ryadh per contrastare l’ascesa del petrolio di scisto sul mercato statunitense, piuttosto che per condurre una guerra petrolifera contro Iran, Russia e Venezuela per conto di Obama. Difatti l’Arabia Saudita ha scoperto di aver perso 18 miliardi di dollari negli ultimi mesi. Quindi, è probabile che Ryadh imbastisca una sorta di ‘Guerra fasulla’ contro Sana, non avendo risorse finanziarie e umane per attuarne una vera. L’esercito saudita, inoltre, soprattutto per quanto riguarda specialisti come carristi, artiglieri, tecnici, meccanici, ecc., è composto da mercenari pakistani, giordani o egiziani che prestano servizio per conto di Raydh, dato che la monarchia wahhabita teme e diffida della propria popolazione, concedendo accesso alle armi solo gli elementi tribali più fidati o corruttibili. La natura di tale guerra fasulla è stata compresa per primo dal presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi, che in cambio dell’espressione di solidarietà ai principini wahhabiti terrorizzati e di una parata navale egiziana sul Mar Rosso, raccoglierà dai sauditi e dalle petro-monarchie del Golfo quei dividendi finanziari per il programma di rilancio economico dell’Egitto.
Nel 2009 l’esercito saudita combatté contro le tribù yemenite al confine saudita-yemenita, in tre mesi i sauditi persero almeno 133 uomini e la guerra. Ai primi di marzo i sauditi chiesero truppe al Pakistan per combattere contro il movimento yemenita Anasarullah, ma il Pakistan respinse la richiesta. Il 19 marzo un commando della Polizia guidato da un generale fedele all’ex Presidente Salah attaccava l’aeroporto di Aden, provocando 13 morti, e lo stesso giorno, il palazzo ‘presidenziale’ di Aden veniva bombardato da 2 velivoli non identificati. Il 20 marzo, 5 attentatori del ‘Wilayat Sana‘ del SIIL, si fecero esplodere presso due moschee zaydite di Sana, uccidendo 126 persone e ferendone altre 250. Il 21 marzo l’esercito yemenita liberava la terza città dello Yemen, Taiz, mentre gli USA evacuavano le restanti proprie forze speciali dal Paese. Il 24 marzo l’esercito yemenita liberava la città di Huta, capitale della provincia di Lahj, espelleva i taqfiri dalla città di Shariha e liberava al-Qarsh, a 50 chilometri dalla provincia di Aden. Inoltre, l’esercito yemenita e i comitati popolari si scontravano con miliziani dell’ex-presidente uscente Abdarabu Mansur Hadi nella provincia di Bayda, provocando 30 morti. Nel frattempo, scontri infuriavano a Marib, ad est di Sana, dove avanzavano le truppe dell’esercito. Hadi cercava di consolidare la sua base di potere ad Aden tentando d’innescare la guerra civile, dopo aver rovesciato l’accordo nazionale firmato da vari partiti ed invocato l’intervento militare delle Nazioni Unite, ma gli ufficiali del Comitato Supremo per la preservazione delle forze armate e di sicurezza yemenite respingevano l’idea di un’ingerenza straniera, “Esprimiamo il nostro rifiuto totale e assoluto a qualsiasi interferenza esterna negli affari dello Yemen, sotto qualsiasi pretesto, con qualsiasi forma e da qualsiasi parte. Tutti i membri delle forze armate e di sicurezza, tutti i figli del fiero popolo dello Yemen e tutti i suoi componenti affronteranno con tutte le forze ed eroismo qualsiasi tentativo di danneggiare la pura terra della Patria, la sua indipendenza e sovranità, o di minacciarne unità ed integrità territoriale”. Il leader dello Yemen e del movimento Ansarullah, Abdalmaliq al-Huthi, dichiarava che l’Arabia Saudita, “nostra sorella maggiore, non rispetta gli yemeniti e vuole imporre qui, nello Yemen, gli eventi e le divisioni avutisi in Libia”.
Il 25 marzo l’Arabia Saudita schierava una task force al confine con lo Yemen, dopo che l’esercito yemenita aveva liberato la base aera di al-Anad e la città di Aden, roccaforte dell’ex-presidente Abdarabu Mansur Hadi, fuggito in Oman, mentre l’ex-ministro della Difesa, generale Mahmud Subayhi, veniva arrestato. L’esercito yemenita, sostenuto dai comitati popolari, controllava Aden compresi aeroporto e palazzo presidenziale, e si dirigeva verso il governatorato di Abyan per liberarlo dai taqfiriti. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Quwayt evacuavano i consolati ad Aden. Nel frattempo gli Stati Uniti inviavano 3000 militari al largo del Quwayt per le esercitazioni Eagle Resolve 2015 che si svolgevano con la partecipazione di forze di terra, mare e aeree di diverse nazioni, che includevano operazioni di sbarco anfibio e navali e che si chiudevano “con un seminario tra i comandanti per discutere questioni d’interesse regionale”. “L’esercitazione non è intesa come un segnale all’Iran“, affermava il CENTCOM, “Se c’è un messaggio, è che tutti i partecipanti hanno interesse nella sicurezza regionale. E’ importante sottolineare che si tratta di un’esercitazione periodica, pianificata da più di un anno. L’obiettivo è il rafforzamento di funzionalità utili per una vasta gamma di scenari per preservare e rafforzare la sicurezza regionale, con operazioni simulate contro un avversario immaginario“. Eppure, il 21 marzo l’ex-direttore della CIA, l’ex-generale David Petraeus, aveva definito l’Iran la peggiore grande minaccia alla stabilità regionale. Il 25 marzo, alle 19:00, i sauditi effettuavano bombardamenti aerei su Sana, capitale dello Yemen, uccidendo 18 civili; mentre il presidente degli USA Obama autorizzava il supporto logistico e d’intelligence alle operazioni del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) contro lo Yemen, confermando che Washington agiva in stretta cooperazione con Hadi, i sauditi e il GCC nell’operazione militare. L’operazione saudita “Resolute Storm” contro lo Yemen fu decisa dal re saudita Salman bin Abdalaziz e dal principe Muhamad Salman bin Abdalaziz, che comanda l’operazione. Prima di lanciare l’operazione, l’Arabia Saudita aveva chiesto il sostegno del Consiglio di cooperazione del Golfo. Cacciabombardieri F-15S della Royal Saudi Air Force, decollati dalla base di Qamis Mushayt, bombardarono l’aeroporto della capitale, la base aerea al-Dulaymi, distruggendo 1 elicottero Agusta-Bell AB.412, 1 elicottero UH-1H e 1 aereo da trasporto militare CN-235, gli ultimi due forniti allo Yemen dagli USA; le difese aeree di Sana, tra cui 1 batteria di missili antiaerei (SAM) S-125, 3 batterie di SAM S-75 e 2 di SAM 2K12; e un deposito nella base della 4.ta e della 5.ta Brigata della Guardia Repubblicana, sulla collina Faj Atan presso Sana, che ospitava missili tattici R-17 Elbrus (Scud-B) e 10 relativi veicoli di lancio (TEL). Ma i sauditi perdevano almeno un aereo, un cacciabombardiere F-15S, i cui piloti venivano salvati da un elicottero HH-60 statunitense decollato da Gibuti. I sauditi avrebbero schierato 100 velivoli per le operazioni contro lo Yemen, mentre UAE ne avrebbe schierato 30, Bahrayn e Quwayt 15, Qatar 10, Giordania e Marocco 6, Sudan 3. Secondo fonti yemenite, erano stati abbattuti 2 aerei della Royal Saudi Air Force (RSAF) e 2 degli United Arab Emirates Air Force (UAEAF).

Aeroporto al-Dulaymi, carcasse di un AB-204 e di un Huey II

Aeroporto al-Dulaymi, carcasse di un AB-204 e di un Huey II

Nel frattempo, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Qatar, Quwayt dichiaravano di aver “deciso di cacciare le milizie Huthi, al-Qaida e lo Stato islamico dal Paese” e di voler “proteggere e difendere il governo legittimo” dell’ex-presidente Abdarabu Mansur Hadi. I leader di Ansarullah denunciavano l’aggressione saudita e avvertivano che trascinava l’intera regione del Golfo in un conflitto. “E’ un’aggressione allo Yemen e l’affronteremo coraggiosamente“, dichiarava Muhamad al-Buqayti dell’ufficio politico di Ansarullah, “le operazioni militari trascineranno la regione in guerra“. Decine di migliaia di yemeniti manifestavano a Sana contro l’intervento saudita. Il 27 marzo, i sauditi attaccavano la base e i radar della 2.nda Brigata aerea di Sana e la città di Saada. Almeno 39 civili erano stati uccisi dagli attacchi aerei sauditi, mentre l’esercito yemenita conquistava la città di Shaqra, a 100 km ad est di Aden, sul Mar Arabico. Abdurabu Mansur Hadi affermava che gli attacchi aerei sauditi dovevano continuare fino a quando Ansarullah non si arrenderà, definendolo “fantoccio dell’Iran” accusando la Repubblica islamica di averlo cacciato dal potere. Mentre il re saudita Salman dichiarava che l’operazione militare continuerà “fino quando non raggiungerà gli obiettivi e il popolo dello Yemen la sicurezza“. Il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi dichiarava che il mondo arabo affronta delle “gravi sfide, ha una responsabilità enorme, pesante e gravosa“. L’ex-presidente dello Yemen Ali Abdullah Salah dichiarava, sollecitando la fine delle incursioni aeree e degli scontri a terra, che gli attacchi aerei “non risolveranno nulla. Invito il popolo yemenita a fermare qualsiasi scontro armato ovunque nello Yemen“. La Turchia saluatva l’intervento saudita mentre l’Iran chiedeva “l’immediata cessazione di tutti gli attacchi militari ed aerei contro lo Yemen e il suo popolo“. Il suo ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif, a Losanna, nel contesto dei negoziati nucleari, avvertiva i Paesi occidentali dal sostenere l’Arabia Saudita nello Yemen, garantendo al contempo che ciò non avrebbe avuto alcun effetto sulla questione nucleare.
I senatori statunitensi John McCain e Lindsey Graham dichiaravano “L’Arabia Saudita ed i nostri partner arabi meritano il nostro sostegno cercando di ristabilire l’ordine in Yemen, caduto nella guerra civile. Comprendiamo perché i nostri partner saudita ed arabi sentano il dovere d’intervenire. La prospettiva di gruppi radicali come al-Qaida, così come dei militanti filo-iraniani, che trovano rifugio al confine con l’Arabia Saudita andava oltre ciò che i nostri partner arabi potessero sopportare. La loro azione deriva anche dalla percezione del disimpegno statunitense dalla regione e dall’assenza di leadership degli Stati Uniti. Un Paese che il presidente Obama ha recentemente elogiato come modello dell’antiterrorismo è ormai finito in un conflitto settario e una guerra per procura regionale minaccia d’inghiottire il Medio Oriente. Quel che è peggio, mentre i nostri partner arabi conducono raid aerei per fermare l’offensiva degli agenti iraniani in Yemen, gli Stati Uniti conducono attacchi aerei in sostegno dell’offensiva degli agenti iraniani a Tiqrit. Questo è bizzarro quanto fuorviante… altro tragico caso di direzione estera”. Dal 2007 il Pentagono aveva consegnato armamenti ed equipaggiamenti allo Yemen del valore di 65 milioni di dollari: 1,25 milioni di proiettili, 400 fucili d’assalto M4, 200 pistole Glock, 300 visori notturni, 250 giubbotti antiproiettile, 2 motovedette, veicoli, 4 elicotteri UH-1H Huey II, 3 aerei da collegamento, 4 droni, rilevatori di esplosivi Joint Improvised Explosive Device Defeat Organization (JIEDDO), sistemi di rilevamento termico OASYS e sistemi per la visione notturna CNVD-T Clip-On. Il Pentagono ammetteva che tali armi ed equipaggiamenti “dobbiamo presumerli completamente compromessi e perduti“. Il movimento Ansarullah aveva occupato molte basi militari yemenite di Sana e Taiz, e la base aerea di al-Anad, sede delle unità antiterrorismo addestrate dai militari statunitensi. Pentagono e CIA avevano fornito assistenza attraverso programmi classificati, rendendo difficile sapere esattamente la cifra spesa per gli aiuti militari allo Yemen. Nel 2011, l’amministrazione Obama sospese gli aiuti e ritirò i consiglieri militari statunitensi quando l’allora presidente Ali Abdullah Salah si oppose alla ‘Primavera araba’. Il programma riprese nel 2012, quando Salah fu sostituito dal suo vicepresidente Abdarabu Mansur Hadi, imposto da Washington. Sana aveva ricevuto dagli USA equipaggiamenti vecchi e scadenti come i 160 fuoristrada Humvees privi dei pezzi di ricambio, l’aereo-cargo CN-235, che prima di essere consegnato rimase per un anno in un deposito in Spagna, sottolineando la mancanza di entusiasmo dello Yemen nel ricevere l’aereo, o i 4 vecchissimi elicotteri Bell Huey II, rimasti quasi sempre a terra mentre la YAF (Aeronautica yemenita) preferiva utilizzare gli elicotteri russi Mi-171Sh, più adatti al compito. Secondo gli ufficiali degli Stati Uniti attivi nello Yemen, le forze armate locali erano riluttanti a combattere al-Qaida, e tutte le unità yemenite addestrate dagli Stati Uniti erano comandate da parenti stretti di Salah. Anche dopo la sua rimozione, molte di tali unità restavano fedeli a Salah e alla sua famiglia. Il figlio dell’ex-presidente, Ahmad Ali Salah, a febbraio aveva saccheggiato un arsenale della Guardia repubblicana, trasferendo le armi in una base presso Sana controllata dalla famiglia Salah, tra cui migliaia di fucili d’assalto M-16 fabbricati negli Stati Uniti, decine di autoveicoli Humvee e Ford, pistole Glock. Ansarullah inoltre, dopo aver rilevato l’Ufficio della Sicurezza nazionale dello Yemen a Sana, che aveva strettamente collaborato con la CIA in varie operazioni antiterrorismo, aveva accesso ai documenti segreti sulle operazioni antiterrorismo degli USA, compresi nomi e posizioni dei loro agenti ed informatori. Molti funzionari statunitensi e yemeniti accusavano Salah di cospirare con il movimento Ansarullah, quindi su ordine di Washington, nel novembre 2014, le Nazioni Unite imposero sanzioni all’ex-presidente Salah e ai due leader di Ansarullah.CBAaLuSXEAA-NbOIl 22 gennaio, dopo che l’ex-presidente Abdurabu Mansur Hadi e il suo gabinetto si dimisero, il Comitato supremo per la sicurezza di Aden invitava le forze armate ad ignorare gli ordini di Sana e a restare fedeli alle autorità locali. Lo stesso giorno, il movimento Hiraqi al-Janubi chiedeva la separazione delle province di Aden e Hadramaut. In effetti, nello Yemen del Sud erano nati, nel 2007, i Comitati popolari meridionali (SPC) che avevano ricevuto dall’USAID 695000 dollari, contemporaneamente il Centro per i diritti umani dello Yemen aveva ricevuto 193000 dollari da ‘fondazioni’ europee e degli Stati Uniti. Un altro progetto finanziato dall’USAID per 43 milioni di dollari era il Progetto per un Governo Responsabile (RGP), che dal maggio 2010 aveva “addestrato giovani leader ai nuovi Social Media per permettere a gruppi giovanili yemeniti l’uso dei media per migliorarne la partecipazione nella formulazione delle questioni pubbliche, concentrandosi su creazione di leadership e formazione nell’educazione civica delle ONG giovanili”. Inoltre, sempre l’USAID finanziava nel 2012 il progetto da 3,58 milioni di dollari Promuovere la Gioventù all’Impegno Civico (PYCE), per addestrare i giovani di Aden “nel PACA (formazione delle attività politica), pronto soccorso, autodifesa, fotografia, calligrafia e competenze mediatiche“. Il programma fu sospeso dopo che l’ex-presidente Hadi era salito al potere. Dopo la fallita ‘primavera araba’ del 2011, gli SPC assunsero compiti militari; il 4 giugno 2012 un comandante dei Comitati Popolari disse a Yemen Times che il gruppo combatteva contro Ansar al-Sharia al fianco del governo di Hadi. Ma il 23 settembre 2014, due giorni dopo che Ansarullah era entrata a Sana, SPC invitava i militari a “svolgere il loro ruolo storico nel garantire sicurezza e proprietà delle persone, preservando la rivoluzione, massimo risultato raggiunto dal popolo yemenita“, e contemporaneamente chiedeva la separazione dello “Stato del Sud Arabia”; quindi dal marzo 2105, gli SPC combattono contro Ansarullah.
Il 26 marzo, il ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqry dichiarava che l’Egitto si coordinava con i sauditi riguardo lo Yemen e sospendeva i voli civili per Sana. Nel 2014 l’Egitto svolse un ruolo importante nel conflitto tra GCC e l’asse Qatar-Turchia. Il 24 marzo, l’ex-ministro degli Esteri yemenita Riyad Yassin aveva chiesto all’Egitto di agire velocemente per controllare lo stretto di Bab al-Mandab, per evitare che Ansarullah ne prendesse il controllo. Shuqry nelle ultime settimane aveva più volte avvertito delle gravi preoccupazioni dell’Egitto sulla situazione nello Yemen. Infine il Presidente Abdalfatah al-Sisi dichiarava “In risposta all’appello dello Yemen e in linea con la decisione dal Consiglio di cooperazione del Golfo a sostegno della legittimità del popolo yemenita sotto la presidenza di Abdarabu Mansur Hadi, e sulla base dell’accordo arabo di difesa comune, è inevitabile per l’Egitto prendersi le responsabilità e rispondere all’appello del popolo yemenita per riportare stabilità ed identità araba“. Mentre i ministri degli Esteri arabi avevano una riunione a Sharm al-Shayq, 4 navi della marina militare egiziana si dirigevano verso il Golfo di Aden, avendo l’Egitto dichiarato in precedenza che avrebbe usato tutti i mezzi possibili per proteggere Bab al-Mandab. Ma il portavoce di Anasrullah Muhamad Abdalsalam aveva dichiarato che lo Stretto di Bab al-Mandab non “sarà mai chiuso” e la navigazione nel Mar Rosso non sarà “mai fermata“. “Rispettiamo l’Egitto, il suo popolo, il suo presidente e tutti gli accordi sottoscritti tra Yemen e Paesi vicini“, aveva concluso Abdalsalam.

Andamento dei prezzi petroliferi al momento dell'aggresione saudita allo Yemen

Andamento dei prezzi petroliferi al momento dell’aggresione saudita allo Yemen

Negli ultimi giorni il mercato azionario saudita assisteva viveva i momenti peggiori da 4 anni; tra prezzi bassi del petrolio, spese sociali e la guerra contro lo Yemen, marzo 2015 ha visto il maggior calo delle riserve valutarie saudite in oltre 15 anni, pari a 18 miliardi di dollari, suggerendo una fuga di capitali di ampiezza mai vista prima. Inoltre, sebbene lo Yemen produca meno dello 0,2 per cento della produzione mondiale di petrolio, la sua posizione geografica lo mette al centro del traffico mondiale di petrolio. La nazione confina con l’Arabia Saudita, il maggiore esportatore di greggio al mondo, e si affaccia sullo stretto di Bab al-Mandab attraversato dalle petroliere sulla rotta Mediterraneo – Golfo Persico. Nel 2013, ogni giorno 3,8 milioni di barili di petrolio attraversarono Bab al-Mandab. Più della metà del traffico passa per il canale di Suez e la Pipeline Sumed che collega i porti egiziani di Ayn Suqna sul Mar Rosso e Sidi Qarir sul Mediterraneo. I prezzi del petrolio erano saliti del 5 per cento dopo l’attacco aereo su Sana.

RFI_Yemen-AS_620_0Riferimenti:
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BBC
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Les Crises
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Washington Post
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Zerohedge

I taqfiriti assassinano 150 persone nello Yemen: SIIL, operativi o al-Qaida?

Boutros Hussein, Noriko Watanabe e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 20 marzo 2015houthi-rebels-3L’unico tema costante in Egitto, Kosovo, Libia, Siria, Ucraina e ora probabilmente Yemen, è che certi massacri ed eventi sembrano avere un’origine occulta. Ciò include l’utilizzo di varie forze terroristiche, consentendo ad agenti speciali di cospirare, manipolare media, far emergere rapidamente nuove forze, pianificare importanti operazioni di destabilizzazione, e così via. Pertanto, l’annuncio del SIIL (Stato islamico) rivendicando la strage in due moschee, non appare aderente ai fatti sul terreno. Dopo tutto, in Yemen al-Qaida è nota avere potenti forze, per cui attualmente rimane oscuro chi ci sia veramente dietro i barbari attentati alle due moschee. Nello Yemen accadono importanti eventi perché il movimento sciita Huthi consolida la sua base di potere. Nonostante ciò, lo Yemen è estremamente vario per divisioni religiose, politiche, regionali ed intrighi esteri. Tuttavia, una realtà certa è che le monarchie feudali del Golfo sono assai scontente per la nascita del movimento sciita Huthi. Soprattutto, i militari si oppongono al movimento e le élite politiche cacciate dal potere sono contrarie all’avanzata degli sciiti in questa nazione. Pertanto, con gli huthi che vogliono stabilizzare la situazione, sembra che i barbari attentati alle due moschee siano volti a diffondere settarismo e a destabilizzare la nazione.
Il Daily Telegraph riferisce del brutale attentato alle due moschee, affermando: “Quasi 150 persone sono state uccise e 350 ferite in un triplice attentato suicida nello Yemen di una sconosciuta fazione dello Stato islamico dell’Iraq e Levante (SIIL) che rivendica l’attentato“. Tale gruppo anti-sciita taqfirita, finora sconosciuto nello Yemen, ha dichiarato: “gli infedeli huthi dovrebbero sapere che i soldati dello Stato islamico non si fermeranno fino a quando non li sradicheranno… e taglieranno il braccio del piano safavide (iraniano) nello Yemen“. Tuttavia, tale rivendicazione sembra più l’atto di una forza estera che attua il complotto di una nazione straniera. Sicuramente, per il SIIL sovra-esteso in Iraq e Siria è il momento sbagliato per creare altro caos nella regione. Inoltre, come mai il SIIL continua ad evitare Israele, Giordania, Qatar, Arabia Saudita e Turchia? Dopo tutto, se il SIIL è contro lo status quo e l’ingerenza di potenze occidentali e monarchie corrotte, allora com’è possibile che sembri agire su volere di forze estere che cercano di rovesciare il governo siriano e di arginare l’ondata sciita? PressTV riporta: “il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Marzieh Afkham ha detto che in un momento in cui lo Yemen ha bisogno di stabilità e pace “più che mai”, i suoi nemici intendono raggiungere i loro laidi obiettivi creando insicurezza e instabilità con tali atti terroristici“. Data tale realtà, allora quali mani sono dietro gli attentati agli sciiti huthi? E’ davvero il SIIL? Una fusione di altre forze? Vi sono coinvolti occulti agenti della sicurezza interna? Agenti segreti al servizio delle monarchie feudali? Al-Qaida? Se improvvisamente il SIIL apparisse concependo un tale complotto, allora cosa dire di al-Qaida nello Yemen? Inoltre, a differenza di al-Nusra in Siria, è chiaro che il SIIL abbia grandi piani in Iraq e Siria, generati dagli intrighi di attori esteri che aiutano tale gruppo terroristico islamista. Ciò vale in particolare per la NATO in Turchia, dove anche i tribunali nazionali menzionano il legame tra MIT e SIIL. Infatti, immagini e video mostrano le forze armate turche muoversi liberamente nelle aree del SIIL lungo il confine tra Turchia e Siria. Allo stesso modo, esponenti del SIIL sono apertamente presenti in Turchia e molti combattenti sono curati negli ospedali turchi. Allo stesso tempo, Quwayt, Qatar e Arabia Saudita finanziano ampiamente le varie forze taqfirite per rovesciare il governo laico del Presidente Bashar al-Assad. Abdulmaliq al-Huthi ha dichiarato: “Ci muoviamo con passi studiati. Non faremo collassare il Paese“. Tuttavia, molte forze interne ed estere cercano di smantellare la base di potere del movimento Huthi. Ciò porta a speculazioni sul SIIL secondo cui non sia responsabile del barbaro attentato alle due moschee yemenite. O, nel caso che il SIIL ne sia responsabile, sarebbe accaduto senza l’aiuto di “una terza forza”?
In un recente articolo su Modern Tokyo Times si diceva: “La paura nel movimento sciita Huthi, e nelle altre aree di potere nello Yemen, è che nazioni come Arabia Saudita, Qatar e Quwayt possano immischiarsi negli affari interni della nazione. Se accadesse, allora è chiaro che lo Yemen dovrà affrontare stragi e disintegrazione. Tuttavia, con tanti problemi politici e confessionali nella regione, è nell’interesse dei potenti Stati del Golfo aprire un nuovo vaso di Pandora? ” Sembra che il barbaro attentato alle due moschee indichi chiaramente che forze estere cerchino la destabilizzazione per limitare il movimento sciita Huthi. Pertanto, resta da vedere chi ci sia davvero dietro tali atrocità, perché il SIIL non appariva al centro della mappa terrorista e settaria nello Yemen, prima di essi. Muhamad al-Ansi, testimone oculare delle stragi, ha detto: “teste, gambe e braccia erano sparse sul pavimento della moschea… il sangue fluiva come un fiume.” Il brutale attentato dovrebbe diffondere caos e odio nello Yemen. Pertanto, è essenziale che il movimento sciita Huthi non cada in tale trappola interna o estera.

13ad9_Yemen-MapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Abbiamo issato la bandiera rossa su Debaltsevo”

Red Star over Donbas 19 marzo 2015B-XYw4cIMAAJ8sn.jpg largePoco si sa della partecipazione di unità comuniste nei combattimenti nell’ultimo quarto di secolo avvenuti nei “punti caldi” dei territori dell’ex-Unione Sovietica e dell’ex Jugoslavia. Se nazionalisti russi, ucraini ed europei hanno inviato gruppi di volontari che sparavano nell’arco di fuoco che si estendeva dall’ex-Jugoslavia e Transnistria all’Abkhazia o all’Ossezia del Sud, la sinistra non sembrava essere uscita dal letargo. Solo lo scorso anno tra le milizie della Repubblica popolare di Lugansk è apparso il primo gruppo comunista combattente integrato nella Brigata Prizrak di Aleksej Mozgovoj. Vi abbiamo trovato il comandante dell’unità Aleksej Markov (a volte noto come Redrat o Trueredrat e nel Donbas con il nome di battaglia Dobrij, il buono) al funerale di Evgenij Pavlenko (noto come Tajmir), un nazional-bolscevico di San Pietroburgo morto l’8 febbraio a Debaltsevo.

Quali partiti comunisti formano l’unità?
Alcuno. La stragrande maggioranza dei nostri soldati non appartiene a un partito o non sono del partito comunista “ufficiale”. Zhenja apparteneva ad “Altra Russia” e Vesevolod Petrovskij, caduto con lui, era del gruppo di sinistra Borotba. Ero un aderente del Partito Comunista, e dopo averlo lasciato ho continuato a cooperare con molti militanti del partito. Con l’avvocato Dmitrij Agranovskij partecipai alla difesa di Sergej Aracheev. Rimasi assai sorpreso che non ci fosse un’unità comunista, nessuno l’aveva proposta. Il comandante Pjotr Birjukov ed io lo facemmo, con l’aiuto della sua esperienza militare. Aveva combattuto come ufficiale in Abkhazia e Transnistria.

Dove eravate prima?
Stavo andando nel Donbas a primavera, ma mi fu chiesto di aspettare. Mi chiesero di portare giubbotti antiproiettile, elmetti ed altre attrezzature. Raggiunsi le truppe il 6 novembre e il giorno successivo Pjotr Arkadevich attraversò il confine con il carico. Inizialmente operammo ad Alchevsk, il gruppo fu per poi trasferito a Komisarovka, città dal nome più appropriato per noi. Fu un momento di calma, così potemmo prepararci. Svolgemmo delle esercitazioni militari su prontezza al combattimento e al tiro. Dopo i primi scontri di gennaio, vi partecipammo con dieci squadre, e il nostro comandante alle comunicazioni vinse… Naturalmente conducemmo numerose missioni di ricognizione ed incursioni sulle posizioni nemiche che ci aiutarono ad acquisire esperienza. Ci difendemmo con successo. Una volta spedimmo un gruppo su un campo minato e respingemmo coloro che cercavano di recuperarlo. La prima battaglia di Zhenja fu memorabile. Francamente, in un primo momento esitò perché non aveva prestato il servizio militare, non aveva combattuto e aveva una professione tranquilla, era professore. Ma andò molto bene e quel giorno poterono rilevare la posizione di un mortaio mobile. Dopo di ché il battaglione d’artiglieria la distrusse. Nei mesi invernali, prima dell’offensiva finale su Debaltsevo, persi solo due persone: uno per malattia e il secondo in un incidente.

A Debaltsevo ci furono vittime?
Non subimmo perdite nell’assalto alla città, ma in generale l’offensiva iniziata il 21 gennaio per catturare la zona di Debaltsevo fu costosa militarmente, principalmente per i mal definiti attacchi diretti, prima su Svetlodarsk (noi non l’attaccammo) e poi sulle posizioni fortificate dell’area di Debaltsevo. Chiaramente, avanzando rapidamente verso le posizioni nemiche attaccando da una distanza di 5 chilometri molti morirono. Agendo in modo diverso, avvicinandoci gradualmente ed adattandoci al terreno, riducendo la distanza a 1000-1200 metri. Nella notte del 13 febbraio tre gruppi da ricognizione entrarono a Debaltsevo (non il nostro) senza resistenza ed inosservati. Al mattino, la fanteria di Prizrak avanzò. Il secondo giorno Pjotr Arkadevich Mozgovoj fu nominato comandante di tutte le unità nella città. Dopo prestammo al Battaglione Agosto un paio di auto e alla fine dell’operazione rastrellammo rapidamente due distretti: 8 marzo e Novogrigorovka. C’era una dozzina di corpi nelle posizioni ucraine abbandonate. Catturammo 2 carri armati, 6 BMP, 3 Ural, una Shishiga (GAZ-66) e 2 ZU-23… Una bandiera ucraina catturata era firmata dai rappresentanti dei battaglioni della 128.ma Brigata. A giudicare dai risultati dell’operazione, si può dire che le unità regolari dell’esercito ucraino lottavano senza molto entusiasmo, anche nella difesa. La miglior componente è l’artiglieria. Se rilevava movimenti in uno spazio aperto, non solo attaccava ma puntava sulla zona verde, l’area in cui le truppe si rifugiano. Subimmo perdite molto pesanti sotto il tiro; in uno scontro uccise tre uomini, tra cui Evgenij, l’8 febbraio. Questi ragazzi coprivano i ricognitori e trasportavano i feriti quando furono colpiti da vari tiri mirati. Fu un peccato, naturalmente: Debaltsevo fu catturata senza perdite, esclusi quei tre grandi ragazzi… avevamo grandi progetti per Evgenij: sarebbe diventato comandante di plotone.

Avete intenzione di convertire l’unità in una compagnia o battaglione?
E’ difficile dirlo. Inizialmente fu formata come unità di fanteria, ma ora abbiamo i nostri ricognitori genieri, batteria di mortai e reparto medico, con solo circa 60 persone. Se si guarda alla definizione ufficiale nell’esercito russo, si tratta di un plotone rinforzato. Nella battaglia per Debaltsevo, con i rinforzi inviati dal comando della brigata avevamo circa 200 soldati, per gli statunitensi una grande compagnia, ma per noi è un battaglione. Così è considerata una compagnia indipendente della Prizrak con personale specializzato; ma Prizrak non ha ancora aderito alle forze della Repubblica Popolare di Lugansk.

Perché si voleva sciogliere e disperdere la Prizrak nelle altre unità, mentre Mozgovoj era disposto ad aderirvi solo come unica brigata?
Esattamente. Dopo di che è stato accusato di dittatura e di tramare un colpo di Stato, ma in realtà era solo una considerazione pratica. E’ noto: i gruppi di soldati abituati a combattere insieme combattono meglio di quelli riuniti da diverse unità, hanno più successo nelle missioni e subiscono meno vittime. E’ logico che Aleksej Borisovich non voglia disintegrare la Brigata e perciò la sconta. Da settembre l’invio di armi, attrezzature e munizioni alla Prizrak s’è concluso così dovette ottenere il necessario attraverso contatti personali o scambi. I sostenitori della Novorossija nel partito comunista ci hanno trovato un camion, un notevole aiuto. Ah, la fornitura di armi e munizioni fu ripresa poco prima dell’assalto su Debaltsevo. Tutto era chiaro: disarmare la migliore brigata prima della battaglia fu stupido. Penso che la nostra unità abbia operato bene con ciò che aveva ricevuto e la nostra bandiera rossa sulla città liberata ne è la prova.

sddefaultTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I segreti della pioggia di miliardi sull’Egitto

Nasser Kandil 16 marzo 2015, Top News Nasser Kandil (dal 48° minuto)
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation 19 marzo 2015

Il 13-15 marzo si sarebbe tenuto a Sharm al-Shayq la “Conferenza sul futuro dell’Egitto”. Quattro Paesi del Golfo hanno promesso investimenti e aiuti per 12,5 miliardi di dollari, e Cairo ha firmato accordi di investimenti diretti per 36,2 miliardi. Vari ministri occidentali vi si sono recati, tra cui il capo diplomatico statunitense John Kerry [1]. Alcuni analisti si sono chiesti quale fosse lo scopo di questo sostegno finanziario, altamente politico, da Stati del Golfo e occidente, in particolare dagli Stati Uniti. Evitare il riavvicinamento tra Egitto e Siria nella lotta al terrorismo e alla Fratellanza musulmana? Allontanare l’Egitto dalla Russia? Impedire all’Egitto di svolgere un ruolo storico nel Medio Oriente e mondo arabo? Per Nasser Kandil, senza negare queste ipotesi che appaiono contraddirsi, ciò che accade in Egitto è in relazione diretta con ciò che accade nello Yemen.

MapsLibyaRegion_2012Per comprendere le ragioni della pioggia di miliardi di dollari sull’Egitto vanno considerati due aspetti dell’evento:
• Il rapporto tra la manna concessa all’Egitto dai Paesi del Golfo e i problemi che affrontano nello Yemen (dalla presa di Sana dai ribelli huthi, il 21 settembre 2014).
• Il perché del sostegno occidentale senza cui gli Stati del Golfo non avrebbero potuto usare il loro denaro per affrontare la situazione politica e finanziaria dell’Egitto.
In realtà si tratta di un’equazione bi-fattoriale egiziano-yemenita geografica, demografica ed economica. Perché se lo Yemen è al centro dei Paesi arabi del Golfo, l’Egitto è al centro dei Paesi arabi dell’Africa, e tutte e due sono sul Mar Rosso. Pertanto, quando si parla dei Paesi del Golfo, si considera solo lo Yemen. La prova è che l’Arabia Saudita, che sembrava essere preoccupata da Siria e Libano, non ha occhi che per ciò che succede nello Yemen. [2] I sauditi hanno combattuto con tutte le risorse finanziarie e relazionali della loro capitale, Riyadh, sede del dialogo tra yemeniti. Ma hanno fallito. Quindi, cosa fare, non avendo la forza militare per imporre i propri requisiti, come ad esempio il riconoscimento di Mansur al-Hadi (Il presidente uscente yemenita che ha subordinato il proseguimento dei negoziati inter-yemeniti al trasferimento dei colloqui da Sana al Consiglio di cooperazione del Golfo Persico di Riad) o alla nomina di Aden a capitale dello Yemen? Come affrontare le forze degli huthi [3] nelle loro incursioni oltre frontiera? Da qui la scommessa sull’Egitto. Il presidente egiziano Muhamad al-Sisi non dichiarò al quotidiano al-Sharq che la sicurezza del Golfo era parte della sicurezza dell’Egitto?[4] Allora, si paghino gli egiziani per precipitare le loro forze in Yemen per imporvi il nostro dominio. Ma gli egiziani si comportano come i turchi. I sauditi hanno tentato di conciliarvisi nella speranza di spingerli a collaborare nello Yemen. Ma l’ovvia risposta turca è stata: “Se saremo pronti ad intervenire militarmente da qualche parte, andremo in Siria“. E la risposta altrettanto ovvia degli egiziani è stata: “Se saremo pronti ad intervenire militarmente da qualche parte, andremo in Libia”. Non restava che offrirgli la garanzia di una sorta di “blocco marittimo” dello Yemen con un’alleanza “locale” turco-egiziano-saudita. Perché? Perché va strangolata Sana e impedito agli huthi di prendere la capitale dello Yemen, mentre l’Arabia Saudita decide diversamente invitando gli Stati a trasferire le loro ambasciate ad Aden. Tale pressione sulle regioni acquisite dai rivoluzionari dovrebbe spingerli a negoziare una soluzione a Riyadh e non nello Yemen, consentendo d’impedirne il consolidamento del loro rapporto con l’Iran.
Senza contare la rabbia del popolo egiziano per l’esecuzione di ventuno compatrioti da parte del SIIL o Stato islamico in Libia; rabbia che ha costretto le autorità egiziane a considerare una risposta militare [5] e spingere il Consiglio di sicurezza a nominare una speciale operazione internazionale contro il terrorismo in Libia, sostenuta da Francia [6], Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Ciò mentre l’Egitto si rifiuta di aderire alla coalizione internazionale degli Stati Uniti creata dopo l’invasione di Mosul, non essendo riuscito a far includere nella guerra al terrorismo la lotta ai Fratelli musulmani. Ma qual è stata la sorpresa quando il ministro degli Esteri egiziano che, alle Nazioni Unite (Consiglio di sicurezza del 18 febbraio 2015), osservava che il Qatar si era opposto a qualificare la richiesta egiziana “domanda degli Stati arabi” e quando, al momento del voto, l’Arabia Saudita ha sostenuto il Qatar! Qui la decisione fu dettata dal governo degli Stati Uniti, ed è legata allo Yemen: “Lasciate i Fratelli musulmani. Chi altro difende i vostri interessi nello Yemen?” Pertanto l’Arabia Saudita, dovendo scegliere tra la volontà dell’Egitto e quella dei Fratelli musulmani, che contribuiscono a ripristinare l’equilibrio delle forze nello Yemen, ha scelto la seconda. Da qui la dichiarazione del ministro degli Esteri saudita Saud al-Faysal, che in sostanza ha detto: “Non abbiamo alcun contenzioso con i Fratelli musulmani“, ripristinando le relazioni tra Arabia Saudita e Qatar. Da qui il voltafaccia saudita contro l’Egitto e in favore del Qatar. Quindi, dobbiamo ammettere, l’Egitto è spinto dal rifiuto alla richiesta di uno speciale intervento internazionale in Libia, avendo l’amministrazione USA fatto sapere che la soluzione deve essere politica, passando per la Fratellanza musulmana e la ricerca di un accordo tra Arabia Saudita, Turchia e Qatar. Il regime egiziano quindi s’è adattato, nonostante il sostegno della Russia pronta a collaborare, e la coalizione antiterrorismo in Libia non si è avuta; ma i Paesi del Golfo furono incaricati di aprire le casseforti per distrarre il popolo egiziano con la futura manna finanziaria, recandosi così a Sharm al-Shayq per strombazzare 10, 18 e 30 miliardi di dollari, che potrebbero raggiungere i 100 miliardi l’anno prossimo se gli investimenti saranno redditizi. In realtà sono essenzialmente progetti e prestiti i cui interessi andranno alle rendite, e gli investimenti bancari saranno destinati ad impedire il collasso della moneta egiziana; ciò non cambierà molto il reddito reale dei cittadini egiziani, schiacciati dalla povertà. Da qui si può rispondere alle seguenti domande:
• L’equazione yemenita va in favore dell’Arabia Saudita? NO.
• L’equazione libica va in favore dell’Egitto? NO.
• L’Egitto accetta l’avventura di una guerra contro lo Yemen? NO.
• La Turchia accetta l’avventura di una guerra contro lo Yemen? NO.
• L’Arabia Saudita è costretta ad accettare il dialogo inter-yemenita che dovrebbe portare a un governo degli huthi quale controparte di peso? SÌ.
• Il governo egiziano sarà costretto al confronto, perché se i Fratelli musulmani vanno al potere in Libia, anche con un governo di unità nazionale (attualmente vi sono due governi e due legislature) si rafforzeranno in Egitto? SÌ.
In altre parole, la situazione contro gli interessi di coloro che seguono gli Stati Uniti, dal lato saudita o dal lato egiziano. Ciò mentre il destino dell’Egitto è collaborare con la Siria nella guerra a SIIL, Jabhat al-Nusra e Fratellanza Musulmana, e il destino di Arabia Saudita è riconoscere con umiltà che gli huthi sono ora fattore vincolante nei negoziati e nel dialogo inter-yemeniti, e che il loro rapporto con l’Iran, se si concretizzerà, non li influenzerà essendo una forza patriottica che può allentare le tensioni, e non viceversa.

_81062129_yemen_houthi_controll_624_v2Note:
[1] L’Egitto sigla accordi per 36,2 miliardi di dollari in tre giorni
[2] Yemen. Le ultime notizie di domani… di Hedy Belhassine
[3] Il ritorno degli sciiti sulla scena yemenita
[4] al-Sisi: La sicurezza nel Golfo è la linea rossa ed è inseparabile dalla sicurezza egiziana
[5] L’Egitto bombarda lo Stato islamico in Libia e chiede sostegno internazionale
[6] L’Egitto spinge per un intervento internazionale delle Nazioni Unite in Libia

Nasser Kandil è un ex-deputato libanese, direttore di TopNews-Nasser Kandil e del quotidiano libanese al-Bina.
Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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